Internationale Kommunistische Partei

[RG-45] Partito rivoluzionario e azione economica Pt.4

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Dal revisionismo a Lenin

L’organizzazione sindacale degli operai, dopo i riflessi tragici sulla classe della sconfitta della Comune di Parigi, riprese a crescere e ad estendersi in Europa e negli Stati Uniti. La lotta per la giornata di otto ore caratterizzò l’ultimo quindicennio del secolo scorso e parte del decennio del nostro secolo e contribuì al rafforzamento delle organizzazioni proletarie. Il capitalismo sia in Europa che in America si sviluppava senza crisi e gli affari delle classi possidenti marciavano a pieno regime, così da far sembrare eterno il « benessere » economico. Era il terreno adatto per il fiorire della revisione teorica che postulava la sottomissione dei fini della lotta sociale alla contingenza, alla « attualità ». Fu una specie di « carpe diem » (approfittare dell’oggi per godere spensieratamente), dietro il quale si nascondeva la decadenza del capitalismo e s’ingannava la massa lavoratrice. In questo clima e su questo terreno se l’organizzazione era una necessità inderogabile della classe operaia, l’abbandono della guida politica di classe costituiva una tendenza pericolosa che avrebbe annullato tutte le vittorie e tutti i successi immediati, anche quello storico del- la giornata di otto ore. Questo pericolo non compresero né i risorti anarchici, né i sindacalisti rivoluzionari, né tutti coloro che, nella pretesa sciocca di esaltare l’operaio, lo inducevano ad avversare il partito e la lotta per la conquista del potere. Sul terreno pratico, nessuna diversità corre tra il revisionista, l’anarchico e il sindacalista: tutti e tre sabotano la preparazione rivoluzionaria della classe operaia.

Il Mehring così commenta: « Di qui risulta che soltanto in condizioni economiche particolarmente favorevoli in generale, e in ogni singolo caso, i sindacati sono in grado di condurre vittoriosamente uno sciopero, ma sono molto lontani dal poter rovesciare con le loro forze il modo capitalistico di produzione. La loro importanza inestimabile è di irrobustire la classe operaia in modo tale da non lasciarla in balia del potere crescente del capitale concentrato. A che serve ai sindacati conquistare aumenti salariali, se con un aumento dei dazi sui viveri il successo costato tante fatiche può essere d’un colpo annullato a favore della più retrograda tra le classi possidenti? »

Ma il riformismo poté svilupparsi perché trovò spazio economico e sociale in cui muoversi almeno fino al primo decennio di questo secolo sebbene fosse contrastato dalla Sinistra marxista specialmente in Germania e in Italia. Il riformismo minò la Seconda Internazionale e ne determinò il crollo, scheggiandosi in socialpatriottismo e interventismo.

Tutte le vicende comprese fino alla prima guerra imperialistica – costituzione di sindacati anarchici e di sindacati liberi, scissioni sindacali nelle singole federazioni di mestiere e nelle Confederazioni nazionali, particolarmente in Francia, ecc. – confermano il travaglio doloroso della classe abbandonata alla deriva senza la guida del partito politico e confermano il giudizio perentorio che, senza il partito, risultano inefficaci persino le lotte rivendicative immediate.

La Sinistra esordisce in Italia nella celebre polemica sulla « questione culturale » tra i giovani sinistri della Federazione Giovanile Socialista e quelli della destra. Nella polemica che ne derivò (cfr. Storia della Sinistra, vol. I, pp. 183-188), era già insita la soluzione comunista del rapporto tra partito e lotte economiche, giacché la Sinistra affidava al partito non compiti di educazione morale, bensì di battaglia rivoluzionaria e di milizia. L’elevamento spirituale e la maturazione della gioventù proletaria non dipendono dalla quantità di pozioni scientifiche che il partito inculca nei cervelli dei lavoratori. ma dall‘indirizzo politico che imprime alle lotte operaie. Il partito è milizia, ed è nell’esercizio di questa che il proletariato si eleva a classe. Perciò il partito deve con la sua azione rivoluzionaria far penetrare il programma comunista in tutte le battaglie di classe.

La Rivoluzione d’Ottobre confermò in modo inconfutabile la giusta posizione della giovane sinistra in Italia, che così si allineò di pieno diritto sulle posizioni, trionfanti in Russia, della Sinistra bolscevica.

Quando Lenin scrisse l‘Estremismo nel maggio del 1920, si era già costituita l’Internazionale sindacale rossa, e si era alla vigilia del 2º Congresso della 3ª Internazionale.

La duplice crisi della guerra imperialistica e della vittoria comunista in Russia aveva impresso al movimento operaio una spinta violenta che gettava inevitabilmente i partiti socialisti e gli stessi partiti borghesi su posizioni opposte. Nei paesi d’Europa, i proletari reduci dalla guerra non trovavano lavoro e quelli che fortunati potevano entrare in fabbrica subivano condizioni più degradanti e miserevoli che in trincea: il padrone si sostituiva all’ufficiale, all’ufficiale il poliziotto, alla corte marziale promesse, attese, delusioni. Ogni strato sociale cercava affannosamente la soluzione della sua immediata esistenza animale facendosi scudo del « diritto » acquisito in guerra; ma veniva perentoriamente respinto dalle « esigenze » dello Stato, cioè del grande capitale, che non intendeva rinunciare ai grassi benefici del dopo guerra, dopo di averne goduto insaziabile durante il massacro. La questione del potere si poneva in maniera bruta, senza infingimenti e senza diaframmi, perché le classi padronali potevano difendere il privilegio estorto e quello da estorcere soltanto tenendo ben stretto in pugno il mezzo supremo di difesa, il potere politico.

Ma il potere politico si sostanzia nel comando indiscusso sulla truppa e sulla polizia, per manovrare contro gli scioperanti e reprimere le violenze alla proprietà privata, a contenere le esuberanze della gioventù proletaria. L’armata nella parte ancora mobilitata, non dava nessun affidamento; anzi, come in Germania, spesso era dall’esercito che partivano esempi di sovversione sociale facilmente assimilabili dalle masse; la polizia e i reparti speciali di repressione sociale erano completamente insufficienti per affrontare un’eventuale ribellione di classe. In tali condizioni di sfaldamento statale, le sorti dello Stato capitalista erano nelle mani dei partiti socialisti. E furono i partiti della 21 Internazionale, i partiti socialdemocratici, che allontanarono la marea rossa dalle soglie del potere politico deviandola nelle molteplici esercitazioni parlamentari, democratiche e sindacali, nonché legalitarie. Un uragano di demagogia frammisto a codardia e tradimento aperto e velato, s’abbatte sulla classe che, nel breve corso di un anno andava spavaldamente incontro alla conclusione logica del suo movimento rivoluzionario spontaneo. La classe sentiva in cuor suo la soluzione politica della tragedia sociale, ed era molto avanti al partito che si affannava per afferrarla e ricondurre alla « ragione », implorando e minacciando, promettendo e « legiferando ».

La vittoria del partito comunista in Russia aveva dato la prova pratica che l’artefice era il partito. La sconfitta della rivoluzione negli altri paesi d’Europa controdimostrava questa semplice verità. Potenti moti operai venivano schiacciati, più che dalle armi delle guardie bianche, dall’opera diuturna di disarmo dei proletari da parte dei partiti socialisti.

L’infamia riformista

La reazione razionale, efficace e produttiva, a questo andazzo, consisteva quindi nella costituzione dei partito comunista, in antitesi ai vecchi e fradici partiti socialdemocratici, Ma il partito non si « crea » con demiurgica volontà; esso è il prodotto della lotta, è il risultato della dinamica di classe. La Sinistra comunista in Italia, rappresentata dalla frazione comunista astensionista, capì subito dopo la guerra, nel 1918, la questione del partito e della sua tattica. Si organizzò in frazione per frenare lo slittamento del partito socialista che forte del suo neutralismo dinnanzi alla guerra imperialista, godeva ancora credito presso il proletariato. E quando, nell’agosto del 1919, fu chiaro alla frazione che il massimalismo parolaio avrebbe infranto ogni argine rivoluzionario all’interno del partito per afferrare la pretestuosa ciambella di salvataggio delle elezioni parlamentari, interessatamente gettatagli dal governo capitalista, tentò la magnifica mossa tattica di uscire dal partito socialista per costituirsi in partito autonomo, in partito comunista; per contrapporre alla scossa fiducia nell’opportunismo l’autorità della rivoluzione, con cui trascinare il movimento proletario strategicamente di traverso fra lo Stato e il partito socialista, e spezzare il cordone ombelicale delle elezioni che li teneva uniti. L’intuizione rivoluzionaria della frazione comunista astensionista non fu condivisa dagli altri gruppi di opposizione, soprattutto dall’«Ordine Nuovo », e il risultato fu solo di rinviare la scissione a tempi più « maturi », e di liberare il vecchio partito da ogni remora alla consumazione delle più volgari gesta controrivoluzionarie perpetrate con stile … rivoluzionario.

Tutto il rivoluzionarismo socialista si condensa nel programma elettorale tracciato nel dicembre del 1918 col noto manifesto ai lavoratori italiani sottoscritto anche dalla Confederazione del Lavoro e dalla Lega delle cooperative. In esso si stabilisce: «1) Convocazione della Costituente; 2) Abolizione di ogni potere arbitrario nella direzione dello Stato; 3) Suffragio universale diretto e segreto senza distinzione di sesso; rappresentanza proporzionale; 4) Trasferimento dal Parlamento ai Corpi consultivi sindacali, debitamente trasformati dei poteri deliberativi per la parte tecnica delle leggi sociali e relativi regolamenti; 5) Disarmo totale e permanente; 6) Abolizione delle barriere doganali; 7) Rispetto del principio dell’autodecisione per tutti i popoli, e conseguente immediato ritiro delle truppe inviate contro la Repubblica di Russia; 8) Tassa fortemente progressiva sulla ricchezza; confisca dei sovraprofitti di guerra; 9) Socializzazione graduale del suolo e del sottosuolo; 10) La coltivazione della terra e l’esecuzione delle opere pubbliche affidate ai lavoratori uniti in cooperative, nell’interesse della collettività; 11) Diritto di controllo da parte della rappresentanza degli operai sulla gestione della fabbrica; 12) Il frutto integrale del lavoro a chi lo ha prodotto; 13) Giornata massima di otto ore di lavoro; 14) Assicurazione globale contro i rischi della disoccupazione, degli infortuni sul lavoro, della malattia, della invalidità e vecchiaia, rispondente alle esigenze della vita; 15) Elevamento della cultura generale del proletariato, con coraggioso sviluppo e trasformazione assolutamente laica dell’educazione infantile, della scuola popolare, dell’insegnamento professionale, e necessarie loro integrazioni ». 

Sono trascorsi cinquant’anni, ed oggi siamo sempre a questo punto, alla ruminazione ributtante delle riforme, più ributtante ad ogni nuova campagna elettorale, più insulsa ad ogni nuova legislatura. E‘ cambiato solo il banditore: al Partito socialista italiano si è sostituito il Partito comunista italiano; il contenuto socialdemocratico e riformista è rimasto lo stesso.

Brandendo questo « programma » nel novembre del ’19, il proletariato viene trascinato alle elezioni per il rinnovo della Camera, e l’Avanti!, con il coro sindacale della CGL, inneggia alla « vittoria » per l’ingresso in Parlamento di ben 150 deputati socialisti. Ora – commenta il quotidiano socialista – non ci rimane che marciare avanti verso il socialismo. Anche i laburisti si staccavano dal governo e inneggiavano dai banchi dell’opposizione alla rivoluzione russa, tedesca e, naturalmente, inglese, per poi entrare nel breve giro di pochi mesi nel governo di S. M. britannica!

Scioperi in serie, agitazioni, scontri violenti e sanguinosi con la nuova formazione di polizia, la Guardia Regia, e con le nascenti bande fasciste, percorsero il biennio 1919-20, Lotte contro il caro viveri causato dalla crisi economica e finanziaria seguita all’armistizio, si intrecciavano in ogni dove, ma la « falange » parlamentare socialista aveva fiato solo nelle battaglie oratorie e non riusciva a dare un indirizzo di classe al proletariato, che nel prolungarsi di queste lotte si estenuava e consentiva alle vecchie volpi democratiche del capitalismo, a Nitti e a Giolitti, di tamponare le falle dell’economia e di preparare così la base materiale per l’avvento del fascismo, come lo squinternato partito socialista preparava il terreno alla disfatta proletaria. A sua volta, la Confederazione del Lavoro si rifiutava sistematicamente di generalizzare gli scioperi e impediva l’affasciarsi delle forze operaie.

La FIOM (Federazione italiana operai metallurgici) ordina nell’agosto del ’20 l’occupazione delle fabbriche per il rifiuto degli industriali di applicare il contratto di lavoro, e i ferrovieri si rifiutano di trasportare le truppe inviate dal governo per fronteggiare la situazione, L’occupazione, iniziata il 31 agosto, cessa con la firma del contratto il 1º ottobre, osteggiata almeno a parole dalla direzione massimalista del partito che, nel convegno della FIOM del 10-11 settembre, indetto per decidere sul movimento dell’occupazione, propendeva per estendere il moto a tutta la classe operaia e per innalzarlo al più alto livello rivoluzionario della conquista del potere e della instaurazione della dittatura proletaria. Il C. D. confederale, invece, impose che si approfittasse di questo slancio proletario per chiedere a favore della classe il « controllo sindacale sulle industrie » e il convegno approvò l’ordine del giorno proposto dal C.D. federale. Concludeva la mozione: « Il Consiglio Nazionale della Confederazione Generale del Lavoro decide: che obiettivo della lotta sia il riconoscimento da parte del padronato del principio del controllo sindacale delle aziende, intendendo con questo aprire il varco a quelle maggiori conquiste che devono immancabilmente portare alla gestione collettiva ed alla socializzazione; per risolvere così in modo organico il problema della produzione. Il controllo sindacale darà alla classe lavoratrice la possibilità di prepararsi tecnicamente e di poter sostituire (con l’unione delle forze tecniche ed intellettuali, che non possono rifiutare il loro concorso ad opera così altamente civile) con la propria autorità nuova quella padronale che volge al tramonto ».

Nella tornata del 2 febbraio 1921, Giolitti spiegò la tattica di cui si era servito per bloccare il movimento dell’occupazione delle fabbriche, puntando, s’intende, sul disfattismo confederale e sull’incapacità del partito socialista: « Impedire l’occupazione significava mettere delle guarnigioni in un migliaio di fabbriche, cioè mettere la forza pubblica in stato d’essere assediata, di non aver più nessuna efficacia. Reprimere significava aprire un periodo di lotte sanguinose per una questione che si risolveva puramente in una questione economica. Ma io credo e ritengo… che l’occupazione delle fabbriche, lasciata succedere tranquillamente, è stata un grande insegnamento per la classe operaia, perché ha spiegato agli operai con un esempio pratico, la impossibilità in cui, nelle condizioni attuali, essi si troverebbero di esercitare le industrie. L’operaio ha potuto constatare che senza capitale, senza credito all’estero per provvedere le materie prime, senza istruzione tecnica superiore, senza organizzazione commerciale all’interno e all’estero per acquistare le materie prime e per vendere i prodotti manifatturati, esso non aveva la possibilità di fare a meno della direzione industriale ». Giolitti prendeva a prestito dai capi confederali le stesse argomentazioni circa il blocco dei paesi stranieri per « affamare » i lavoratori, e ripeteva il concetto ricattatorio che gli strati « tecnici», l’intelligenza, avrebbero abbandonato la classe operaia, Anche in questo episodio lo slancio di classe fu strozzato dal connubio Stato-opportunismo.

La disfatta della classe operaia affondava le sue radici nella politica di reciproco fiancheggiamento dell’opportunismo e dello Stato capitalista, e non nell’azione violenta delle forze di repressione statale e fascista. L’uso della violenza organizzata da parte delle classi padronali fu possibile per la annosa indecisione del partito socialista italiano, guidato dall’intelligenza decisamente controrivoluzionaria dell’estrema destra riformista per mezzo del massimalismo chiacchierone e inconcludente; e fu il colpo di grazia per la classe operaia. I bonzi della CGIL e i capi del partito non seppero fare altro che lagnarsi del diritto, della legalità, della civile convivenza violentati, e non osarono guardare sino in fondo, nella loro completa assenza di volontà e di decisione verso la rivoluzione.

La reazione alla sconfitta, da un lato si sostanziò nell’irrigidirsi sempre più della destra socialista su posizioni legalitarie, riformistiche e democratiche, dall’altro sfociò nella costituzione del partito comunista; nel mezzo fu schiacciato il massimalismo nella sua impotenza, nè pesce nè carne. La questione del controllo e dei Consigli di fabbrica erano deviazioni volontaristiche che pretendevano di risolvere lo scontro sociale a favore del proletariato trasferendo il riformismo dal campo dell’attività statale a quello dell’organizzazione proletaria. Il movimento inglese dei Delegati d’impresa (Shop Stewards), che nel maggio del 1919 fu riconosciuto dagli industriali insieme ai consigli di officina, dette impulso alle Unioni per la partecipazione diretta della base operaia ad eleggere i suoi rappresentanti. Questa trasformazione delle Unioni inglesi fu ingenuamente considerata come una svolta capace di infondere nel movimento operaio una nuova carica di entusiasmo e di vitalità nelle lotte contro lo Stato. In realtà, il movimento fu contenuto perché non poteva che esaurirsi nel sindacalismo, nel rivendicazionismo riformista.

Non si trattava di sostituire ad una forma di organizzazione un’altra supposta nuova. La partecipazione diretta degli operai alla vita dei loro sindacati era già stata sperimentata durante la vita della Prima Internazionale. Ma che cosa sarebbe avvenuto dei sindacati operai, delle lotte proletarie di allora o di sempre, senza l’indirizzo politico del partito?

Infatti nelle tesi della frazione comunista astensionista del maggio 1920 (precedute da apposite tesi sui Consigli operai che prossimamente pubblicheremo) non si postulano nuovi organismi di lotta, ma, ribadito l’impegno dei comunisti di aderire ai sindacati di classe, si conferma l’antico concetto della penetrazione del programma del partito di classe nella organizzazione operaia e della conquista delle direzioni sindacali a questo programma. La priorità del partito usciva prepotente da ogni frase delle tesi, da ogni polemica e critica anche verso gruppi che, avvertendo la suprema incapacità del partito socialista e della politica riformista e disfattista della Seconda Internazionale, si orientavano verso la Sinistra Comunista. Punti culminanti del riformismo furono la pretesa della costituzione dei Soviet e del controllo operaio richiesti sull’onda dello entusiasmo suscitato dalla vittoria in Russia della rivoluzione comunista. La Sinistra spiegò che i Soviet sorgono nel vivo della battaglia rivoluzionaria, non per decreto di partito, e che il controllo operaio sulla produzione è compito della classe armata, cioè della classe vittoriosa, Mancando queste due condizioni basilari, parlare di Soviet e di controllo equivaleva a sostituire il gradualismo tipico del riformismo piccolo-borghese, proprio della II Internazionale divenuta ormai gialla, all’azione rivoluzionaria tutta incentrata sul partito comunista.

Un altro aspetto, non secondario, della reazione alla sconfitta e al crollo della politica riformista dei partiti socialisti, fu quello di ritenere più efficiente strumento di lotta rivoluzionaria il « sindacato di partito », composto cioè dei soli iscritti al partito comunista. Furono i supersinistri tedeschi a formulare questa posizione con tanto vigore che per sperimentare questa formula uscirono dal partito comunista di Germania. Lenin s’incaricò di criticare aspramente la deviazione degli operaisti tedeschi, ma non, come hanno sempre e spudoratamente propagandato i rinnegati di oggi, valorizzando il riformismo disfattista dei capi della CGIL e delle direzioni opportuniste dei sindacati, o, peggio, indicando al partito comunista la strada della separazione tra lotte economiche e lotte politiche, dell’autonomia e dell’indipendenza dei sindacati dal programma comunista, Lenin ricorda ai comunisti che il compito del partito è di guidare la classe alla conquista del potere, e che il fronte di questa lotta, contrastata palmo a palmo dall’opportunismo traditore, passa tra le organizzazioni del movimento operaio. I comunisti devono attestarsi su questo fronte e non indietreggiare, o meglio non distaccarsi dalla classe operaia lasciandola in balia dei capi infedeli.

Le difficoltà della lotta non si superavano con manovre che avrebbero facilitato il successo, come si pretendeva, ma operando correttamente sulla base del programma. Gli anni successivi dimostrarono che i manovrieri, i tatticisti, coloro che pretendevano d’essere più rivoluzionari dei comunisti, ovvero « comunisti leninisti », passarono dal campo del « riformismo rivoluzionario » a quello tradizionale del tradimento aperto.

La Sinistra Comunista nel cammino della rivoluzione

Incarnatasi nel Partito Comunista d’Italia, la Sinistra non dovette operare alcuna trasformazione teorica, politica, organizzativa: rinuncio soltanto alla posizione astensionista per facilitare la confluenza nel partito di altri gruppi, e per disciplina alla Internazionale Comunista di Mosca, mantenendo però sempre l’intima convinzione che il « parlamentarismo rivoluzionario » difeso da Lenin non avrebbe scongiurato il pericolo dell’infezione democratica, per noi il più pericoloso e pervicace.

Conquistata l’autonomia e l’indipendenza organizzativa, la Sinistra si dette a tracciare proprio quel fronte rosso tra proletariato rivoluzionario e opportunismo nelle organizzazioni economiche operaie, che Lenin aveva rivendicato nell’« Estremismo ». Dal gennaio del 1921 è tutto un fervore di attività in tutti i campi quello che distingue il partito comunista in Italia, sì da meritargli l’elogio dello stesso Comitato Esecutivo dell’Internazionale.

I comunisti continuarono la battaglia in seno ai sindacati, nelle riunioni di base e di vertice nei Congressi o nei Convegni della Confederazione Generale del Lavoro, scontrandosi direttamente con i capi opportunisti e intessendo la loro propria organizzazione sindacale. Ed è soprattutto nel campo dell’organizzazione sindacale che il Partito esplica un’attività incessante. L’esordio ufficiale del partito si ha al congresso nazionale di Livorno della CGIL, nel febbraio 1921. La mozione dei comunisti è di basilare importanza perché contiene gli elementi essenziali della tattica del partito e pone senza ambagi e senza equivoci la questione del potere nel sindacato, propone la sua candidatura alla direzione dell’organizzazione sindacale, e indica gli scopi e i mezzi della lotta comunista mirante ad affiancare il sindacato all’Internazionale di Mosca, Prevale assolutamente, nella mozione, il carattere politico del sindacato. Essa dice: « … considerato che la situazione determinata in tutto il mondo capitalistico dalla grande guerra 1914-1918 non può risolversi che nella lotta rivoluzionaria del proletariato di tutti i paesi contro la borghesia, per strapparle la direzione della società; che la struttura ed i metodi dei vecchi organismi proletari, sia sindacali che politici, dinanzi ai problemi della guerra e del dopoguerra, si sono rivelati inadatti alla lotta per l’emancipazione delle masse degenerando nella larvata od aperta collaborazione con la classe dominante; che dalla situazione e dalle esperienze rivoluzionarie determinate dalla guerra son sorte le direttive per la riorganizzazione del movimento proletario mondiale, coll’organizzarsi della nuova Internazionale comunista; che l’unica via che può condurre all’emancipazione dei lavoratori dal giogo del salariato è quella tracciata nel programma e nei metodi dell’Internazionale comunista, attraverso il rovesciamento violento del potere borghese e l’instaurazione della dittatura proletaria nel regime dei Consigli dei lavoratori, che attuerà la demolizione del sistema economico del capitalismo e la costruzione della nuova economia comunista; che strumento principale della lotta proletaria per realizzare questi obiettivi è il partito politico di classe, il partito comunista, che in ogni paese costituisce la sezione della Terza Internazionale; che i sindacati operai volti dalla politica social-democratica dei dirigenti riformisti e piccolo-borghesi ad una pratica antirivoluzionaria di collaborazione di classe, possono e devono essere fattori importantissimi dell’opera rivoluzionaria, quando ne sia radicalmente rinnovata la struttura, la funzione, la direttiva, strappandoli al dominio della burocrazia dei funzionari attuali; che la tattica che la Terza Internazionale adotta per conseguire tali obiettivi esclude e condanna l’uscita delle minoranze rivoluzionarie dalle file dei sindacati diretti da riformisti, ma prescrive ad esse di lavorare e lottare dall’interno, con la propaganda dei principi comunisti, con la critica incessante all’opera dei capi, con l’organizzazione d’una rete di gruppi comunisti nelle aziende e nei sindacati, strettamente collegata al Partito comunista, allo scopo di conquistare a questo la direzione del movimento sindacale e dell’insieme dell’azione di classe del proletariato; riconosce indispensabile la creazione, al fianco dell’Internazionale comunista di Mosca, di un’Internazionale di sindacati rivoluzionari; finalità raggiungibile solo con l’uscita delle confederazioni sindacali conquistate da comunisti dell’Internazionale sindacale gialla di Amsterdam, organismo nel quale si perpetuano i metodi disfattisti della seconda Internazionale, e attraverso il quale gli agenti dissimulati della borghesia e di quella sua organizzazione di brigantaggio che si chiama la Lega delle nazioni, tendono a conservare un influsso sulle grandi masse proletarie; ritiene che queste confederazioni sindacali nazionali, ed anche le minoranze comuniste organizzate nel seno dei sindacati riformisti, debbano aderire all’Internazionale sindacale rossa di Mosca, che a lato dell’Internazionale politica raccoglie tutti gli organismi sindacali che sono per la lotta rivoluzionaria contro la borghesia.

« Per conseguenza il Congresso delibera che la Confederazione Generale del Lavoro italiana: a) si distacchi dall’Internazionale sindacale di Amsterdam; b) rompa il patto di alleanza col Partito socialista italiano, sia perché tale patto è inspirato a superati criteri tattici socialdemocratici, sia perchè il partito stesso è fuori dalla Terza Internazionale; c) aderisca incondizionatamente all’Internazionale sindacale di Mosca e partecipi al suo imminente Congresso mondiale per sostenervi le direttive sindacali sopra richiamate, ossia quelle contenute nelle tesi sulla questione sindacale approvate dal Secondo Congresso mondiale dell’Internazionale comunista; d) ispiri a queste direttive i suoi rapporti col Partito Comunista d’Italia, unica sezione italiana della Terza Internazionale, riconoscendo in esso l’organismo cui spetta la direzione dell’azione di classe del proletariato italiano „.

Dinanzi a questo chiaro atteggiamento dei comunisti nei confronti dei partiti opportunisti e dei bonzi della Confederazione, la Centrale sindacale in unione con i socialisti non poteva che preparare severe misure di repressione contro i comunisti; soprattutto dopo la posizione ipocrita dei delegati socialisti al congresso dell’Internazionale dei Sindacati Rossi, in cui avrebbero accettato di aderire alla centrale sindacale di Mosca se Mosca avesse riconosciuto il Partito Socialista italiano. Il partito comunista non accettò il ricatto confederale e potenziò la sua campagna per l’« unità proletaria », invitando i sindacati « rossi » ad aderire a Mosca e a non uscire dalla CGIL, e quelli fuori della confederazione ad entrarvi per rinvigorire l’azione rivoluzionaria all’interno della centrale italiana aderente sempre ad Amsterdam, all’Internazionale gialla.

La tattica comunista

« Le direttive sindacali » (Il Comunista, n. 47 dell’1-8-1921), sulla base del programma sintetizzato nella « mozione » al congresso confederale di Livorno, mettevano in evidenza il carattere specificamente politico della lotta rivendicativa proposto dai comunisti, senza trascurare le questioni contingenti, ma dando ad esse un valore completamente diverso, soprattutto anticorporativo, secondo il principio marxista che si deve vincere « la concorrenza degli operai tra di loro ».

Il testo dice: « I riformisti sono soliti avvalersi di un argomento specioso contro i nostri compagni che lavorano nei sindacati; quello che noi non avremmo la possibilità di fare, e non faremmo in realtà, nei conflitti sindacali nulla di praticamente diverso da essi. Bisogna rispondere che i comunisti non si sognano di negare le conquiste contingenti della lotta sindacale nel campo della contrattazione delle condizioni di lavoro; che non escludono che sia problema tattico da risolversi volta per volta quello della convenienza di accettare o meno le proposte dei padroni, di spingere ad oltranza od arrestare ad un certo limite gli scioperi. Né i comunisti pretendono di possedere una ricetta per vincere infallibilmente le agitazioni di carattere economico. Ciò che li distingue dai riformisti e dai socialdemocratici è la propaganda rivoluzionaria che essi traggono occasione di esplorare da ogni episodio della lotta economica, il loro costante sforzo di creare nei lavoratori una coscienza politica e di classe. Inoltre i comunisti devono provare che il fatto che grandi centri della rete dell’organizzazione proletaria siano in mano ad amici larvati della borghesia o ad avversari della preparazione rivoluzionaria, che considerano come il massimo pericolo l’allargarsi delle agitazioni ed il loro investire tutta la vita sociale e politica del paese, lega le mani ai lavoratori organizzati ed ai loro organizzatori anche là dove questi seguono le direttive comuniste. Siccome i comunisti sanno di non poter realizzare i loro scopi se le grandi masse sono ancora dominate dall’influsso dei capi sindacali, essi considerano al primo piano della loro lotta rivoluzionaria la necessità di sloggiare questi, posizione per posizione, dall’organizzazione proletaria.

« Tutta l’attività sindacale dei comunisti si basa su questa constatazione: che nell’epoca attuale di convulsionaria crisi del regime borghese non è più sufficiente la semplice attività tradizionale dei sindacati, che vedono la loro azione divenire sempre più difficile mano mano che la crisi si inasprisce. Per affrontare i problemi della vita quotidiana operaja occorre poter controllare nel suo insieme il funzionamento della macchina economica per concretare le misure che possono combattere le conseguenze del suo dissesto. E‘ illusorio che l’attuale sistema politico porga al proletariato il mezzo di esercitare una qualsiasi influenza sull’andamento di questi fenomeni da cui pur dipendono le sue sorti e le sue condizioni di esistenza, e tutti i problemi si riducono a quello unico del sostituirsi, con un grande sforzo rivoluzionario di tutto il proletariato, alla classe dei suoi sfruttatori che detenendo il potere impediscono qualunque mitigazione delle dolorose conseguenze del capitalismo in quanto impediscono ogni limitazione dei privilegi dei capitalisti.

« I sindacati devono quindi divenire le falangi dell’esercito rivoluzionario imbevendosi dello spirito politico comunista, e lottare inquadrati dal partito di classe per la conquista del potere, la realizzazione della dittatura proletaria ».

Fatti pratici incontrovertibili sanzionavano l’incapacità del capitalismo a mantenere inalterate le condizioni di semplice sopravvivenza della classe dei salariati. La disoccupazione imperversava, e si abbatteva sugli occupati la falcidia della riduzione dei salari, accompagnata da un prolungamento della giornata lavorativa, in barba ad ogni legge. Il partito dette disposizioni generali che, pur affrontando la contingenza, ponevano già la soluzione radicale delle questioni rivendicative: salario integrale ai disoccupati, e non sussidi; mantenimento dei livelli salariali e della giornata di otto ore, Era, sul terreno economico, una tattica « difensiva », ma, per le masse che doveva mettere in movimento e per i mezzi che si dovevano usare, si trasferiva sul terreno politico come tattica offensiva, perché il capitalismo si trovava nell’assoluta impossibilità di rispettare le più elementari condizioni di lavoro e di esistenza.

Nella stessa impossibilità si trovava la dirigenza confederale per il suo legame diretto con l’opportunismo del partito socialista. Le lotte articolate e limitate non sono un’invenzione dei mandarini attuali della Confederazione, ma la ripetizione della tattica disfattista di allora. I bonzi avevano paura che il generalizzarsi delle lotte radicalizzasse i sentimenti delle masse operaie e le portasse sotto la guida del partito comunista, cioè le ponesse sotto le direttive rivoluzionarie dei comunisti. I sindacati e il partito socialista credevano di uscire dalla situazione di crisi ripetendo la tattica dello status quo sociale, dell’equilibrio delle forze. La stessa tattica viene usata oggi combinando la più ferrea e perfida dittatura delle gerarchie sindacali sul proletariato organizzato e la manovra delle lotte parziali tendenti a scaricare l’energia delle masse che tende periodicamente ad accumularsi. Ogni adeguamento salariale è dovuto non alla direzione sindacale dei bonzi ma alla forza potenziale della classe. Basterebbe questa semplice riflessione per smentire la menzognera propaganda opportunista sui meriti della direzione confederale delle lotte rivendicative operaie, sulla strapotenza invincibile del padronato capitalista e sulla spudorata calunnia che gli operai non vogliono saperne di lottare a fondo e in maniera generale. La sola esistenza fisica della classe operaia e capace di indurre le aziende a fare concessioni, e i vertici sindacali a porsi alla testa dei moti spontanei per impedire che debordino dai limiti legalitari.

Contribuiva alla confusione delle lingue il pullulare di gruppi e posizioni politiche di generico rivoluzionarismo, proponenti le più variopinte soluzioni, verso le quali non mancavano voci, anche all’interno dello stesso partito comunista, che postulavano un « fronte unico » con l’illusorio proposito che il confluire di queste forze in un unico organismo potenziasse la lotta proletaria e favorisse la preparazione rivoluzionaria della classe. Che, in fondo, si trattasse di mere esercitazioni letterarie nel migliore dei casi, ed anche di subdole proposte tendenti ad alimentare il disagio della classe operaia, sballottata da una parte e dall’altra, lo si constato quando si trattò di passare dalla pura frase all’azione vera e propria. Allora, quelli che facevano fuoco e fiamme per una edizione italiana dell’union sacrée non arrivarono nemmeno al fronte unico sindacale, giustificando il rifiuto con i più impensati pretesti.

Il partito, verso gli ondeggiamenti dei primi timidi fautori delle alleanze politiche, prese in esame i singoli gruppi politici con i quali si sarebbe voluto costituire un fronte comune, e dimostrò che è possibile « affasciare. inquadrare organizzare anche militarmente le forze che mirano a spostare le basi dello Stato, ma solo quelle che concepiscono questo spostamento come un’antitesi tra due eventualità della storia: o la conservazione dello Stato borghese, democratico e reazionario al tempo stesso, o la costituzione dello Stato proletario fondato sulla dittatura di classe ». Ora, quale « spostamento delle basi dello Stato » costituivano la « repubblica sociale dei sindacati », postulata dai corridoniani, la « costituente professionale » proposta dai riformisti, la « rivoluzione per la nazione », comune a sindacalisti, libertari e riformisti, o la balorda « rivoluzione latina » dei libertari di Guerra di classe? Nessun spostamento in quanto tutte queste formule poggiavano sulla nazione o sul diritto, erano impregnate di superliberalismo, e negatrici irriducibili del partito politico di classe. Queste « soluzioni agitate dai mille gruppetti – stabiliva il partito – che alimentano in modo pernicioso il confusionismo rivoluzionario odierno possono classificarsi in due grandi categorie: in quella dell’insidia e in quella dell’errore. Ma gli organismi politici che stanno sull’uno o sull’altro ter- reno, pur potendo e dovendo esserci i secondi molto più simpatici e prossimi dei primi, non devono essere da noi affiancati in intese organizzative di preparazione rivoluzionaria. Si delinea, quindi, quello che, a nostro modo di vedere, è oggi il compito specifico del partito comunista: agire come un coefficiente di orientamento, di raddrizzamento, di continuità sicura nel pensiero e nell’azione, in mezzo al caos delle mille correnti «rivoluzionarie» che esibiscono i loro programmi e i loro metodi e vedono spesso accettati i medesimi, o le curiose filiazioni dei loro « incroci » o il loro miscuglio universale tipo “ fronte unico », da gruppi della classe proletaria ».

E concludeva: « Altri potrà credere di avere una via più breve. ma non sempre la via che appare più facile è la più breve, e per ben meritare della rivoluzione è troppo poco avere soltanto « fretta » di « farla ». (Da Il Valore dell’isolamento« Il Comunista », 24-7-1921).

La chiara opposizione del partito a comunanze eterodosse, a facili intese con gruppi a base operaia ma con indirizzo equivoco o senza alcun indirizzo, non escludeva affatto la ricerca dell’unità sindacale, dell’affaticamento più largo e profondo possibile delle forze proletarie, tutte schiacciate dell’offensiva padronale capitalistica operante non solo sul terreno rivendicativo ma anche su quello politico e militare. Al fronte unico politico vagheggiato da più parti, il partito oppose il fronte unico sindacale dal basso, tra proletari. Il partito traduceva in indirizzo politico, in parola d’ordine d’azione rivoluzionaria l’esigenza programmatica della unificazione delle lotte operaie.

« Il comunismo »- ribadiva la Sinistra in un testo fondamentale del 28-10-1921, « Il fronte unico », ne Il Comunista – « proclama la necessità di unificare queste lotte, nel loro sviluppo, in modo da dare ad esse un obiettivo e un metodo comune, e parla per questo di unità al di sopra delle singole categorie professionali, al di sopra delle situazioni locali, delle frontiere nazionali e di razza. Questa unità non è una somma materiale di individui, ma si consegue attraverso uno spostamento dell’indirizzo, dell’azione di tutti gli individui e gruppi, quando questi sentono di costituire una classe, ossia di avere uno scopo ed un programma comune. Se dunque nel partito vi è solo una parte di lavoratori, tuttavia in esso vi è l’unità del proletariato in quanto lavoratori di diverso mestiere, di diverse località e nazionalità vi partecipano sullo stesso piano, colle stesse finalità e la stessa regola di organizzazione. Una unione formale, federativa, di sindacati di categoria, o magari un’alleanza di partiti politici del proletariato, pur avendo maggiori effettivi di quelli del partito di classe, non raggiunge il postulato fondamentale dell’unione di tutti i lavoratori, perché non ha coesione e unicità di scopi e di metodi. Tuttavia comunisti affermano che l’organizzazione sindacale, primo stadio della coscienza e della pratica associativa degli operai, che li pone contro i padroni, sia pure localmente e parzialmente, appunto perché soltanto uno stadio ulteriore di coscienza e di organizzazione delle masse le può condurre sul terreno della lotta centrale contro il regime presente, appunto in ragione del fatto che raccoglie gli operai per la loro comune condizione di sfruttamento economico, e col loro riavvicinamento a quelli di altre località e categorie sindacali, li avvia a formarsi la coscienza di classe; la organizzazione sindacale deve essere unica, ed è assurdo scinderla sulla base di diverse concezioni del programma di azione generale proletaria. E‘ assurdo chiedere al lavoratore che si organizza per la difesa dei suoi interessi quale sia la sua visione generale della lotta proletaria, quale sia la sua opinione politica; egli può non averne nessuna o una errata, ciò non lo rende incompatibile con l’azione del sindacato, da cui trarrà gli elementi del suo ulteriore orientamento. Per questo i comunisti, come sono contro alla scissione dei sindacati, quando la maggioranza degli aderenti o la furberia dei capi opportunisti dà loro una direttiva poco rivoluzionaria; così lavorano per la unificazione delle organizzazioni sindacali oggi divise, e tendono ad avere in ogni paese un’unica centrale sindacale nazionale. Qualunque possa essere l’influenza dei capi opportunisti, l’unità sindacale è un coefficiente favorevole alla diffusione della ideologia e della organizzazione rivoluzionaria politica, ed il partito di classe fa nel seno del sindacato unico il suo migliore reclutamento e la migliore sua campagna contro i metodi errati di lotta che da altre parti si prospettano al proletariato. I comunisti italiani sostengono l’unità proletaria perché sono convinti che nel seno di un unico organismo sindacale si farà con maggior rapidità e successo il lavoro di orientamento del proletariato verso il programma politico dell’Internazionale Comunista, Mentre sullo stesso piano dell’Internazionale Sindacale Rossa i comunisti italiani lavorano per l’unificazione degli organi sindacali del proletariato italiano, essi sostengono altrettanto energicamente. anche prima di raggiungere questa unità organizzativa, a cui non poche difficoltà si frappongono, la necessità dell’azione d’insieme di tutto il proletariato, oggi che i suoi problemi parziali economici dinnanzi all’offensiva dei padroni si fondono in uno solo: in quello della comune difesa. Ancora una volta i comunisti sono convinti che mostrando alle masse che unico è il postulato ed unica deve essere la tattica per poter fronteggiare la minacciata riduzione dei salari, la disoccupazione e tutte le altre manifestazioni di offensiva antiproletaria, si renderà più agevole il compito di dimostrare che il proletariato deve avere un programma unico di offensiva rivoluzionaria contro il regime capitalistico e che questo programma è quello tracciato dall’Internazionale Comunista: lotta condotta dal partito politico di classe contro lo Stato borghese, per la dittatura del proletariato. Dal fronte unico del proletariato sindacalmente organizzato contro l’offensiva borghese sorgerà il fronte unico del proletariato sul programma politico del Partito Comunista, dimostrandosi nell’azione e nell’incessante critica di essa insufficiente ogni altro programma. Unità sindacale e fronte unico proletariato contro l’offensiva attuale della borghesia sono tappe che il proletariato deve percorrere per il suo allenamento a lottare secondo gli insegnamenti della storia sulla via dell’avanguardia comunista. Unità sindacale e fronte unico proletario il Partito Comunista li sostiene appunto per far trionfare il suo programma ben differenziato da tutti gli altri che vengono prospettati al proletariato, per mettere in evidenza maggiore la sua critica ai tradimenti della socialdemocrazia, ed anche agli errori sindacalisti ed anarchici.

« Grossolano equivoco è scambiare la formula dell’unificazione sindacale e del fronte unico con quella di un blocco di partiti proletari, o della direzione dell’azione delle masse, in casi contingenti o in movimenti generali, da parte di comitati sorti da un compromesso tra vari partiti e correnti politiche; immaginare che esse comportino una tregua da parte dei comunisti alla rampogna contro i socialdemocratici, ed alla critica di ogni altro metodo di azione che faccia smarrire al proletariato la chiara visione del processo rivoluzionario. … I comunisti non nascondono mai il loro partito, la loro milizia politica, la loro disciplina inviolabile. Queste non sono cose di cui debbano arrossire, in nessun caso; poiché non le ha dettate l’interesse personale o una mania di omertà politica, ma solo il bene della causa proletaria; poiché non sono una concessione fatta ad esigenze poco confessabili di « divisione » del proletariato, e sono, invece, all’opposto, il contenuto stesso dell’opera di unificazione del proletariato nel suo sforzo di emancipazione. Unità sindacale e fronte unico sono il logico sviluppo e non una forma coperta di pentimento dell’opera dei comunisti italiani nel costituire e del rafforzare l’arma della lotta rivoluzionaria, il loro partito severamente definito e delimitato nella dottrina, nei metodi. nella disciplina organizzativa e volto nell’interesse dell’unificazione rivoluzionaria della lotta del proletariato contro tutte le deviazioni e tutti gli errori ». Il partito proclama che « i due monopoli del capitale e del lavoro sono divenuti incompatibili » e che « essi hanno forse dilazionato la crisi suprema della società borghese, ma solo per prepararla più formidabile. Il loro conflitto sul terreno dell’amministrazione della produzione si traduce non nel problema di risolvere l’andamento di questa o quella fabbrica, ma nel dilemma generale: dittatura del capitalismo o dittatura del proletariato. Il problema dello Stato è posto sul tappeto: le forze dell’evoluzione produttiva abbandonano per un momento il primo piano della scena per attendere la sentenza che sarà data dall’esito della guerra civile. Se dinanzi all’offensiva padronale il Sindacato capitola, esso spiana la via alla tenebrosa soluzione che porrà sulla cervice di un proletariato fiaccato e disperso il feroce dominio dell’incontrastato monopolio capitalista ».

« Il combattimento o la morte »; ripete la Sinistra Comunista. Ma i capi opportunisti della Confederazione si opposero sistematicamente agli inviti del Comitato sindacale comunista per la costituzione del fronte unico e per la unità sindacale. D’Aragona stesso rispose al rappresentante dell’Internazionale dei Sindacati Rossi in Italia che la convocazione della conferenza per l’unità sindacale doveva cadere sotto la pregiudiziale «di accettazione del patto di alleanza col Partito Socialista italiano e della Confederazione Generale del Lavoro. Era il rifiuto ad aderire all’invito dei comunisti; era il sabotaggio velato ed ipocrita dell’unità sindacale. Ma non furono da meno neppure i capi dell’U.S.I. ( Unione Sindacale Italiana) né quelli dello SFI (Sindacato ferrovieri italiani), i quali nella riunione del 12 ottobre 1921 con il rappresentante dei Sindacati Rossi, rigettarono l’invito ad entrare nella Confederazione del Lavoro « per trascinare la più potente centrale sindacale sul terreno della lotta rivoluzionaria ». Il 19 ottobre lo SFI, « asserendo di voler mantenere l’autonomia da ogni partito, affermava di non poter aderire all’Internazionale di Mosca per il legame col quale essa è vincolata all’Internazionale Comunista »; e con questo i capi dei ferrovieri mandavano a carte quarantotto gli sforzi unitari dei comunisti pronunciandosi non nel merito diretto della questione, ma in quello apparentemente marginale dell’adesione all’Internazionale Sindacale Rossa. L’8 ottobre si era già avuto il rifiuto dei sindacalisti, pronunciato dal loro maggior rappresentante Borghi, il quale ripeteva che l’USI non avrebbe potuto aderire ad un’operazione sindacale con l’intermediazione di un partito politico, cioè del Partito Comunista, rappresentato nel sindacato dai dirigenti del Comitato Sindacale Comunista, e che l’USI avrebbe potuto « efficacemente lavorare alla formazione unitaria nuova solo quando il partito comunista dichiarerà di non pretendere la supremazia per quella organizzazione operaia nuova … » !!

Al Convegno di Verona, reclamato a viva voce dagli operai comunisti e dai proletari seguaci delle direttive comuniste nei sindacati, non solo il Comitato Direttivo della CGL respinse le antiche proposte comuniste sul fronte unico, sulla adesione all’Internazionale Sindacale Rossa, ma deliberò sciaguratamente di riconfermare l’adesione alla Centrale gialla di Amsterdam. I dirigenti confederali, poi, di fronte all’improrogabile necessità dell’azione generale delle masse contro l’offensiva padronale sollecitata dall’incessante azione comunista tra le file proletarie, imposero all’organizzazione sindacale, in virtù di una posizione maggioritaria (che derivava loro più che dal conto numerico dalla « pastetta » di far votare i delegati al convegno sulla base degli iscritti dell’anno precedente notoriamente più numerosi in alcune categorie favorevoli alla centrale, come i contadini) l’accettazione di « « Commissioni di agenti della borghesia, diretti e indiretti » per stabilire « caso per caso » la necessità o meno di aumentare o diminuire i salari, secondo le particolari necessità delle aziende. Non solo rifiuto del fronte unico, ma adesione a pratiche di alleanza con la borghesia che, oltre tutto, conducevano alla frantumazione delle forze operaie. Malgrado ciò la « sparuta » pattuglia dei comunisti ottenne quattrocentomila voti di proletari su circa un milione e trecentomila – iscritti effettivi, a dimostrazione pratica che la parola d’ordine del fronte unico non era un’utopia e che si stava realizzando contro il parere di tutti gli oppositori.