Internationale Kommunistische Partei

RIUNIONE GENERALE DI LAVORO DEL PARTITO – 26 e 27 settembre

Kategorien: CGL, CGT, France, General Meeting, Military Question, Party History, PCd'I, PCF, Russia, Russian Revolution, SFI, Union Question, USSR

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Nei giorni 26 e 27 settembre si è tenuta la periodica Riunione Generale del partito, come è ormai tradizione in forma mista, cioè in presenza e online, vista la distribuzione in punti molto distanti tra loro sul pianeta delle forze del partito.

Come sempre sono stati affrontati i temi vitali della dottrina di partito, scopo precipuo del partito in questo momento storico, in cui a episodici sussulti del proletariato non fanno seguito agitazioni organizzate e durature, segno del controllo che ancora la borghesia riesce ad esercitare sulla classe, in ciò coadiuvata in modo capillare e decisivo dall’opportunismo di tutti i colori e di tutte le latitudini. Il partito quindi, in attesa dello scossone deciso che non può ormai mancare ancora per molto, deve mantenere salda la barra del marxismo rivoluzionario, senza accettare provocazioni da presunti rivoluzionari di giornata.

I temi trattati sono stati quindi il rapporto tra sindacati e fascismo nei primi anni ’20, la questione militare, il movimento sindacale in Francia, l’andamento dell’economia del capitalismo, la storia del movimento operaio USA, la dittatura del proletariato in Russia, storia del movimento operaio in Russia. Data l’ampiezza dei temi affrontati, molti dei rapporti rappresentano una parte di un lavoro molto più lungo e articolato, che verrà al momento debito pubblicato per esteso sulla nostra stampa. Di seguito i riassunti dei rapporti.

Rapporto sulla Storia Sindacale Italiana

Il rapporto ha ripercorso l’attività in campo sindacale svolta dal Partito Comunista d’Italia dal momento della sua nascita fino al tentativo della costituzione di una „Sinistra Sindacale“ autenticamente classista.

La prima fase del lavoro pratico in questo ambito fu la costituzione di nuclei comunisti in tutti i campi dell’organizzazione proletaria: di resistenza, cooperativa e mutualistica.

„Il Sindacato Rosso“, organo del partito, sorto il 1° ottobre 1921, contribuì alla diffusione tra le masse proletarie della voce del partito dando una guida sicura all’azione.

Passando alla attività dei gruppi comunisti abbiamo ricordato innanzi tutto la prima importantissima battaglia impegnata per il fronte unico proletario e per lo sciopero generale a difesa della classe lavoratrice. Proposta avanzata, fin dal 14 agosto 1921, alla CGdL, alla USI, al Sindacato Ferrovieri. Ma, se il piano di azione comunista fu osteggiato dai bonzi di tutte quante le organizzazioni sindacali, incontrò il favore delle masse proletarie e, sotto la loro pressione, la CGdL fu costretta a convocare il Consiglio Nazionale (Verona, novembre 1921).

A questo convegno il nostro partito ebbe una inaspettata affermazione con circa mezzo milione di voti, questo nonostante i brogli ai quali i democratici sono particolarmente votati.

La mozione comunista presentata al Consiglio Nazionale, oltre a ribadire la classica tattica sindacale classista, denunciava l’abbandono di ogni forma di azione di classe da parte dei dirigenti sindacali.

Ma anche dopo il responso di Verona la piattaforma di lotta dei comunisti continuò ad essere accolta con vivo interesse dalle masse proletarie.

Si arrivò al febbraio 1922 ed i bonzi sindacali non potendo più combattere apertamente la proposta di fronte unico perché reclamato da tutti gli operai in ogni assemblea o convegno, pensarono di metterne in piedi, loro, uno fasullo: l'“Alleanza del Lavoro“, stretta tra i funzionari dei rispettivi vertici sindacali. Totale assenza, nel Comitato Direttivo, di rappresentanza proporzionale delle correnti esistenti all’interno dei sindacati; nessuna preparazione e partecipazione delle masse lavoratrici; nessun programma; nessun Congresso dell’Alleanza per definirne il contenuto, per fissare le basi dell’unità proletaria. Si poteva fin da allora prevenire che non si sarebbe concluso nulla, finché l’Alleanza del Lavoro da una alleanza di Capi, non fosse divenuta un Consiglio di Rappresentanti diretti della massa lavoratrice organizzata.

Furono queste la ragioni per cui l’Alleanza del Lavoro nel momento stesso della sua costituzione divenne oggetto della critica più severa dei comunisti i quali, pure dichiarandosi ed essendo i più disciplinati esecutori dei suoi ordini e delle sue disposizioni, ne combatterono ed avversarono le forme ed il funzionamento.

È stato pure ricordato come tutte quante le organizzazioni aderenti negarono la rappresentanza nella Alleanza del Lavoro alle forti minoranze comuniste.

L’Alleanza, conclusa da coloro che avevano sempre combattuto il fronte unico, doveva vivere e morire ingloriosamente, come purtroppo avvenne.

Intanto agitazioni e scioperi locali venivano inevitabilmente stroncati dagli attacchi della borghesia che poteva concentrare in un punto solo tutta la sua forza di fuoco e distruggere, una alla volta, le resistenze di ogni singola località o categoria. Così nel corso di lunghi mesi di guerra civile la CGdL, con la sua tattica disfattista, favoriva il progressivo indebolimento del movimento operaio.

Trascorse anche la primavera del 1922 durante la quale il proletariato italiano si batté accanitamente, dando prova della sua capacità di resistenza contro l’offensiva capitalista che attentava e demoliva tutte le conquiste operaie: le otto ore, i minimi di salario, gli uffici di collocamento, le assicurazioni sociali, etc. Contemporaneamente le Camere del lavoro, le cooperative, i Circoli politici venivano devasti, incendiati e distrutti.

Il Partito comunista, in vista del Congresso Confederale, intensificava la sua battaglia per il fronte unico e lo sciopero generale. Ma il Congresso non verrà convocato, al suo posto fu indetto il Consiglio Nazionale.

Pur essendo la struttura burocratica fortemente in mano ai bonzi i nostri compagni riuscirono ad affermarsi riportando circa 250.000 voti. Complessivamente le tre correnti di opposizione (comunisti, massimalisti, terzinternazionalisti) ebbero il sopravvento sui socialdemocratici. Fu questa l’ultima occasione di eliminare i capi confederali e predisporre su ben diverse basi il movimento dell’agosto 1922. Ma i massimalisti li fecero rimanere al loro posto, paghi delle loro vaghe promesse.

All’indomani del Consiglio Confederale gli avvenimenti precipitano: l’imponente sciopero metallurgico viene chiuso con il tradimento della Fiom e lo sciopero generale piemontese-lombardo del 20/21 luglio viene pure stroncato dalla Alleanza del Lavoro la quale, senza nessuna preparazione, ma solo per favorire il disegno politico dei socialdemocratici, dieci giorni dopo, proclama lo sciopero generale nazionale di tutte le categorie „in difesa della legalità“.

Fallito l’ignobile piano di servirsi della pressione operaia per entrare al governo, i dirigenti sindacali, riformisti e sedicenti rivoluzionari, proclamarono quella che era stata la loro sconfitta come la sconfitta del proletariato e l’impossibilità di lottare oltre contro il fascismo. E, quando ancora non si erano spenti gli echi degli ultimi spari, si misero a studiare una nuova strategia sindacale basata su un piano di intesa proprio con il fascismo mediante la fusione dei sindacati „rossi“ con i sindacati cosiddetti „nazionali“, compresi quelli creati con la violenza dagli strumenti diretti del padronato, ispirandosi alla dannunziana Costituzione del Carnaro.

Abbandonato a sé stesso il proletariato italiano, si difende con eroismo mentre si apre un nuovo periodo di reazione legale ed extralegale; gli estremi baluardi proletari sono cinti d’assedio dall’esercito fascista e „conquistati“ con tutte le regole dell’arte militare. I morti proletari in queste lotte impari ed eroiche più non si contano

A questo punto i sindacati preferiscono lo sfacelo alla lotta di classe. È in questa situazione che i sindacati, tutti i sindacati cosiddetti „rossi“, compiono il più infame dei loro tradimenti deliberando lo scioglimento dell’Alleanza del Lavoro.

Fu così che, per scongiurare la dissoluzione dei sindacati di classe, gli organi sindacali del partito comunista lanciarono l’appello per l’effettiva unione delle forze proletarie sotto la guida dei gruppi e delle frazioni rivoluzionarie, per una vera tattica del fronte unico, per la rinascita dell’Alleanza del Lavoro. L’Alleanza del Lavoro doveva sopravvivere, ma poggiandosi localmente sulle masse, con elezione diretta dei rappresentanti, con comitati locali proporzionali alle tendenze politiche, e con un organo supremo eletto da un Congresso nazionale, in modo rispondente alle necessità della azione.

L’appello del PCd’I alle masse proletarie era di «prepararsi ad adoperare ancora l’arma della simultanea mobilitazione di tutte le sue forze, nell’affasciamento di tutte le vertenze che la offensiva borghese seguiterà implacabile a suscitare, sul campo delle lotte sindacali, come nella quotidiana guerriglia con il fascismo. Il proletariato deve difendere le ragioni della sua vita, il salario, l’orario di lavoro, deve lottare contro la disoccupazione, deve difendere i suoi sindacati: o cadrà nella schiavitù peggiore“ (Il Comunista 13 agosto 1922)

Venivano poi enunciati i punti sui quali si sarebbe dovuta ricostituire l’unità sindacale proponendo un convegno tra tutte le organizzazioni sindacali in indirizzo e di qualunque altra ne avesse sottoscritto il programma per la salvezza del fronte unico proletario contro la reazione borghese:

«Le organizzazioni sindacali debbono essere indipendenti da ogni influenza dello Stato borghese e dei partiti della classe padronale, e la loro bandiera deve essere la emancipazione dei lavoratori dallo sfruttamento padronale.»

La proposta comunista di un Convegno delle frazioni di sinistra militanti nel movimento proletario italiano, non soltanto incontrò piena approvazione dalle masse che in tal modo vedevano riprendere con criteri organici e pratici le possibilità di realizzazione dell’unità proletaria, ma fu pure favorevolmente accolta dalle frazioni a cui la proposta era stata rivolta. I Comitati sindacali comunisti, di fronte a questa promettente concordia di intenti convocavano per il giorno 5 ottobre in Milano il Convegno in parola.

Da parte comunista si teneva a ben precisare che la formazione di una Sinistra Sindacale non aveva lo scopo «di costituire un fronte unico di sinistra più ristretto, chiuso, aristocratico, oppure gettare elementi per una eventuale secessione delle forze di sinistra del movimento sindacale, bensì ed esclusivamente di una leale ed effettiva intesa fra quelli che sono senza pregiudiziali […] per la unità delle organizzazioni rosse, per l’integrità del fronte unico così come sorse nell’Alleanza del Lavoro, ma riorganizzato in una costituzione meglio adatta ai suoi compiti […] e che ripari radicalmente alle disastrose deficienze dimostrate nel passato» (Il Comunista – 28/09/1922)

Attraverso la sua stampa il PCd’I informava compagni e lavoratori tutti della piena riuscita del Convegno delle Sinistre sindacali, con la partecipazione di tutti quanti i Comitati invitati.

All’unanimità venivano approvati, sia una mozione nettamente classista, sia un ordine del giorno (proposto dai compagni comunisti) che i lavoratori appartenenti alla Sinistra Sindacale si sarebbero impegnati a presentare e sostenere, come piattaforma comune, in tutte le assemblee sindacali. [Mozione e ordine del giorno vennero pubblicati nel „Sindacato Rosso“ del 14 ottobre 1922]

Contemporaneamente i dirigenti della CGdL rompevano il patto di alleanza con il PSI, ma già da tempo la Confederazione Generale del Lavoro aveva intrapreso quella sua opera di piena adesione agli interessi nazionali e collaborazione con qualsiasi governo.

Il Comitato Sindacale del partito diramava un comunicato ai gruppi comunisti in cui si ordinava di dare immediata attuazione alle delibere prese nel convegno delle Sinistre Sindacali, quindi, in accordo con la frazione dei massimalisti, procedere alla convocazione delle assemblee o dei Consigli Generali delle Camere del Lavoro e in essi proporre l’ordine del giorno accordato. Naturalmente da parte comunista non ci furono problemi, i compagni si misero immediatamente all’opera per la realizzazione delle proposte delle Sinistre Sindacali. Invece da parte dei massimalisti non sempre le cose avvennero allo stesso modo: a volte si coalizzarono con i comunisti, ma altre volte con i riformisti.

Mentre si svolgeva intenso il lavoro delle Sinistre sindacali, il reuccio chiamava Mussolini a formare il nuovo governo; con la buffonesca marcia su Roma ed il sostanziale sostegno di tutte le forze politiche ed economiche, compresa la CGdL che respingeva la proposta comunista di sciopero generale e prendeva sempre più una decisa posizione collaborazionista con il governo Mussolini.

E non poteva che essere già tutto concordato se, dal giorno successivo alla nomina di Mussolini a capo del governo, i maggiori gerarchi della CGdL si dichiararono pronti ad entrare nel nuovo ministero.

Come abbiamo visto le parole d’ordine lanciate dai comunisti avevano trovato l’immediato accoglimento da parte delle varie frazioni di sinistra, oltre all’entusiastico favore delle masse proletarie.

A seguito degli ultimi avvenimenti politici e sindacali, nel novembre 1922, vennero nuovamente convocati i Comitati delle Sinistre Sindacali per discutere e prendere posizione sulla aperta deriva collaborazionista della dirigenza CGdL.

Però, già da allora le insistenze dei comunisti per la continuazione dell’azione comune risultarono disattese. Il Comitato sindacale socialista non rispondeva, in seguito, il Convegno nazionale sindacale socialista rese ancora più esplicito l’abbandono con la nota della direzione che limitava gli eventuali accordi con altre correnti sindacali di sinistra al „caso per caso“. Il Comitato sindacale socialista si rifugiava nella più totale irreperibilità ed anche quando si decise finalmente di affrontare il problema sindacale lo fece nella maniera più subdola possibile.

Il partito socialista procedette al licenziamento del Comitato sindacale per «le deficienze rilevate nella sua attività, soprattutto per non avere seguito una uniforme e distinta linea di condotta». Passò poi alla costituzione di un nuovo Comitato che «mantenga una direttiva che mentre affermi la propria differenziazione dal collaborazionismo confederale, non si metta in nessun modo al seguito dell’azione comunista». (Avanti! – 16/05/1924)

Due giorni dopo sul giornale socialista si ribadiva il medesimo concetto: il nuovo «Comitato sindacale mantenga una direttiva che […] non si metta in nessun modo al seguito dell’azione comunista.» (Avanti! – 18/05/1924).

Anche Nicola Vecchi, dirigente della corrente sindacalista rivoluzionaria all’interno dell’USI, dopo avere lanciato al proletariato un suo appello, apparentemente rivoluzionario, ma allo stesso tempo alquanto ambiguo [Sindacato Rosso del 15/09/1923 – N.d.r.], spariva dalla scena, per riapparire qualche tempo dopo all’interno del sindacalismo fascista.

Praticamente era la fine dell’esperienza delle Sinistre Sindacali promossa dai Comitati sindacali del partito comunista. Ulteriore prova, se ce ne fosse bisogno, che solo una direzione comunista dei sindacati può effettivamente agire a difesa della classe lavoratrice.

La dittatura del proletariato in Russia, 1917-1927

A distanza di più di un secolo dalla conquista del potere per via rivoluzionaria da parte del proletariato russo per il tramite del Partito comunista, la nostra compagine vuole ripercorrerne la gloriosa storia non per esigenze accademiche ma per riafferrare il filo rosso tessuto da generazioni di combattenti che in quel frangente „conquistarono il Cielo“ e dimostrarono nel fuoco della lotta quanto la teoria marxista aveva scientificamente previsto fin dal suo sorgere.

Questo studio non sarà metodico in senso accademico, ma avrà come scopo principale il ridare ancora più affilate le armi del passato alle giovani generazioni di militanti che le impugneranno nuovamente per abbattere il mostro capitalista.

Occorre pertanto preliminarmente comprendere quale sia il tratto essenziale della grande dottrina marxista, del materialismo storico e dialettico, ovvero non – come sostengono i borghesi ed i loro lacchè – la „scoperta delle classi e della lotta di classe“ ma che l’esistenza delle classi si riferisce solo a certe fasi storiche dello sviluppo della produzione; che la lotta delle classi conduce necessariamente alla dittatura del proletariato; che questa stessa dittatura non è se non la transizione alla soppressione di tutte le classi e alla società senza classi.

Stabilito che la lotta tra le classi deve sfociare nella dittatura del Partito comunista quale organo che guida il proletariato nella sua opera di emancipazione di sé stesso e con ciò di tutta la società, si è sempre posto opportunisticamente il quesito se la rivoluzione possa scoppiare e prendere il potere in un paese arretrato.

Domanda che volutamente nega al processo rivoluzionario il suo carattere internazionale per rinchiudere i vari distaccamenti dell’esercito rosso all’interno dei confini nazionali, mentre dogma marxista è l’assenza di patria per gli operai. A tal proposito il compagno ha riprodotto una lunga citazione dallo scritto „Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico“ apparso sul Programma Comunista numero 10 del 1968 di cui qui riportiamo la conclusione: «È dalla rivoluzione mondiale o almeno europea vittoriosa, che il potere dittatoriale proletario in Russia raggiungerà le condizioni materiali del „passaggio al socialismo“; di qui trarrà le basi di un gigantesco balzo in avanti, nell’industria prima, nell’agricoltura poi».

Teoria menscevica è, pertanto, l’affermare che il Partito debba astenersi dal conquistare il potere in un paese capitalisticamente immaturo; ma una volta preso il potere in uno stato arretrato, quali sono i compiti del Partito?  Se la rivoluzione occidentale tarda a venire quale forma assumerà il governo operaio? Non basta rovesciare il potere zarista, occorre che il partito proletario prenda il potere. Non diverrà un partito di opposizione, e nemmeno di governo parlamentare, ma nella rivoluzione raggiungerà l’obiettivo: al potere, senza i partiti borghesi e contro di essi! Dittatura che governerà per accelerare la trasformazione capitalistica del paese in attesa della rivoluzione socialista di occidente.

Questa forma, la dittatura democratica degli operai e contadini non fu, quindi, una scelta – magari da definirsi di ripiego come solevano cianciare gli ultra-sinistri – ma una necessità storica dettata dal posto che la Russia aveva nel movimento operaio internazionale. Il proletariato russo non poteva fare a meno di qualunque democrazia perché nella rivoluzione non era solo. La Rivoluzione russa era nello stesso tempo una rivoluzione democratica e agraria e una rivoluzione proletaria e socialista. Di fronte a una massa contadina di 130 milioni di uomini, i tre milioni di proletari compresi in una popolazione urbana totale di 28 milioni in tutto, non potevano governare da soli. Non era una questione di rapporti numerici, ma una questione di rapporti di forza.

Prima di studiare le fasi storiche che la Russia bolscevica ha attraversato occorre brevemente gettare luce sulla natura dello Stato sovietico.

Per i marxisti lo Stato è una struttura organizzata che usa la sua forza per disciplinare e governare la società divisa in classi, forza che sviluppa soprattutto nelle società in trasformazione. La nostra dottrina non definisce quella forza secondo il grado di trasformazione raggiunto, ma secondo la direzione di classe in cui opera lo Stato, rivoluzionario o conservatore che esso sia. Il partito e lo Stato comunista o socialista si aggettivano con lo stesso criterio, ossia col criterio della decisione a lottare per il passaggio della società economica al socialismo. La „Repubblica Sovietica“ ed in generale lo Stato della dittatura di classe si chiamano socialisti appunto in quanto agiscono temporaneamente (al passo storico) in una società economicamente non socialista, in una società mista di diverse „fasi“ storiche. Nella società economicamente tutta socialista, e quindi comunista, non vi sono classi, non vi è lo Stato di classe, e quindi non vi è Repubblica di sorta.

In piena guerra civile il Partito Bolscevico dovette affrontare la cruda realtà di una struttura economica in pieno disfacimento e da questa trasse la necessità di adottare quelle misure che vennero ribattezzate del „comunismo di guerra“. Le espropriazioni del 1917-18 sarebbero state in linea di teoria economica da rimandare, ma furono imposte da esigenze politiche, militari. La questione venne affrontata non dal punto di vista dell’astratta razionalità economica ma dal punto di vista della lotta rivoluzionaria. Ciò voleva dire, al fine di ricacciare indietro il nemico, tagliargli le linee di rifornimento, senza badare in quale misura ciò disturbasse l’organizzazione del lavoro economico.

Ogni produzione manifatturiera, nelle varie economie, tende a raggiungere una certa proporzionalità tra le sussistenze e gli oggetti manifatturati, tra quelli che sono beni di consumo e la formazione e mantenimento dei mezzi di produzione. In Russia questa trama era stata, ove esisteva, centralmente e localmente spezzata e distrutta dalla guerra, dalla rivoluzione e dalla guerra civile. Che cosa potevano fare i bolscevichi, in tale situazione? Ne venne fuori un elementare compito vitale: formare un apparato, anche se grossolanamente provvisorio, che potesse trarre dalla descritta caotica eredità industriale i prodotti di prima urgente necessità per l’esercito in guerra e per la classe operaia. Propriamente non si trattava affatto di un compito economico nel senso largo di questa parola, ma solo di un’operazione bellico-industriale. La politica della gestione burocratica centrale delle fabbriche impedì però la razionale utilizzazione degli impianti e della capacità tecnica dei lavoratori. La politica dei salari ugualitari (o in natura) paralizzò lo sviluppo della capacità lavorativa.

È facile, allora, comprendere quali sfide avrebbe dovuto affrontare il potere proletario una volta che fosse cessata la situazione di fortezza assediata: sconfitti i nemici dal punto di vista militare senza che le fiamme rivoluzionarie avessero incendiato l’Occidente totalmente borghese, in primo piano sarebbero balzati i problemi economici derivanti da un paese immenso con isole di capitalismo circondate da un paludoso mare piccolo-borghese. La sorgente della Nuova Politica Economica fu pertanto la transizione dalle misure dettate da necessità militari a misure dettate dalla conservazione economica.

I contadini, che nell’Ottobre 1917 ricevettero dallo Stato, che l’aveva nazionalizzata, la terra, e le scorte, vennero obbligati a versare allo Stato una determinata „imposta in natura“. Poiché per tale via i contadini avrebbero conservato una parte delle eccedenze, venne loro consentito di venderle su un mercato libero, non vietato, delle derrate agrarie.

L’esistenza nel paese di milioni di aziende contadine isolate creò quindi la necessità di ristabilire il mercato. Solo il mercato infatti crea una saldatura tra industria ed agricoltura. La formula è molto semplice: l’industria deve fornire alla campagna le merci necessarie a prezzi tali che lo Stato possa rinunziare alla requisizione dei prodotti dell’agricoltura. Quale, quindi, il compito del Partito in un paese a basso grado di sviluppo capitalista?

«“L’ultimo nostro lavoro, il più importante, il più difficile, il più incompiuto è la costruzione economica, la posa delle fondamenta economiche del nuovo edificio socialista, in luogo dell’edificio feudale distrutto e di quello capitalista semidistrutto“.

E più oltre altra definizione di sconcertante audacia. „Lo Stato proletario deve diventare un amministratore abile […] un mercante all’ingrosso, altrimenti esso non può mettere in piedi economicamente un paese di piccoli contadini; non è possibile (sic!) passare al comunismo adesso, nelle presenti circostanze, accanto all’Occidente capitalista (per ora ancora capitalista)“». (Struttura economica e sociale della Russia d’oggi, Il Programma Comunista 1956/24)

Movimento Sindacale Francese

Riprendiamo la storia del movimento sindacale francese nel periodo della Seconda guerra mondiale e in quello successivo. Essa è ovviamente segnata dalla controrivoluzione stalinista iniziata nel 1926, ovvero già un secolo fa, e caratterizzata dalla degenerazione dei partiti comunisti e dei sindacati ad essi legati.

Così avvenne per il sindacato CGT, nato nel 1895, dominato dai sindacalisti rivoluzionari e poi conquistato dai riformisti prima della guerra del 1914-18 e del tradimento internazionale dei partiti proletari. Dopo la prima guerra mondiale, la CGT fu conquistata dal PCF, il che portò a una prima scissione nel 1922 e poi, all’epoca del Fronte popolare del 1936-38, a una nuova coesistenza tra i militanti legati al PCF, guidati da Benoit Frachon, e quelli riformisti e ostili al PCF, guidati da Léon Jouhaux.

La CGT partecipò così a pieno titolo al Fronte popolare, che fu di fatto un fronte di classe che unì il PCF, il Partito socialista e il Partito radicale. Questo fu l’ultimo tentativo della borghesia di frenare un movimento rivoluzionario, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. La borghesia francese, soprattutto quella imprenditoriale e industriale, spinta dal timore del proletariato e del comunismo e convinta che dopo la rapida sconfitta dell’esercito francese solo la Germania industriale avrebbe potuto vincere la guerra, nel giugno 1940 si schierò a favore della collaborazione con la Germania nazista sotto la guida del maresciallo Pétain e del suo governo di Vichy, mentre il generale De Gaulle tentò di organizzare da Londra una resistenza alla resa militare e politica.

Ben presto i sindacati e il Partito Comunista furono messi al bando e i lavoratori subirono condizioni di vita e di lavoro ancora più difficili rispetto a quelle del primo conflitto mondiale. Il PCF e i militanti della CGT a esso legati seguirono la linea imposta da Stalin. Quest’ultimo, nell’agosto del 1939, decise di firmare un patto di non aggressione con la Germania nazista in cambio della spartizione di territori, tra cui la Polonia, il che provocò una nuova divisione all’interno della CGT, con Jouhaux che sconfessò tale patto di alleanza.

Dopo aver promosso l’antifascismo negli anni ’30, Stalin impose ai partiti comunisti una posizione di non intervento, affermando che la guerra era imperialista su entrambi i fronti, quello dell’Occidente cosiddetto democratico e quello della Germania.  Ma poi, dopo il voltafaccia di Hitler che invase l’URSS nel giugno 1941, Stalin fece la mossa opposta: il nemico era ormai la Germania e bisognava quindi resistere con la lotta armata, il che avrebbe mobilitato le truppe nemiche, alleggerendo così il fronte orientale.

Il PCF organizzò quindi gruppi di partigiani in tutta la Francia, molti dei quali erano anche membri della CGT. Sul territorio nacquero altri gruppi di resistenti, ma senza alcun legame tra loro e talvolta con convinzioni politiche opposte.

De Gaulle chiederà al prefetto Jean Moulin, che lo ha raggiunto a Londra, di riunire i diversi movimenti. Moulin riuscirà a riunire le due fazioni della CGT in modo che essa sia dominata dai non comunisti, per poi riuscire a costituire, nel maggio 1943, il Consiglio nazionale della Resistenza a Parigi, che riunì 16 uomini, tra cui 6 aderenti ai partiti politici (PFF, socialisti, radicali, democratici cristiani e altri 2 ai partiti di destra), 2 ai sindacati (la CGT riunificata e il sindacato cristiano) e 8 ai movimenti di resistenza. Il CNR riconobbe de Gaulle come capo politico della Francia.

La battaglia tra le parti belligeranti, affiancate dalle truppe statunitensi, si svolse inizialmente in Nord Africa. Le truppe anglo-americane, sotto comando americano, vi sbarcano nel novembre 1942. Dopo la vittoria delle truppe russe a Stalingrado nel febbraio del ’43, al termine di sei mesi di combattimenti sanguinosi, le truppe tedesche si ritirarono anche dal Nord Africa e, nel maggio dello stesso anno, il Nord Africa venne riconquistato dagli Alleati.

Si trattava ora di riconquistare l’Europa, innanzitutto la Sicilia e l’Italia tra luglio e settembre del 1943. Stalin, che aveva la Francia come osservato speciale, chiese al PCF di mostrarsi militarmente attivo, puntando addirittura a un’insurrezione per affermarsi nei confronti dei futuri vincitori in arrivo. A Parigi, il PCF impiegò truppe di militanti provenienti dall’immigrazione che si unirono a quelle dei partigiani legati al PCF.

I gruppi composti da militanti stranieri condussero una guerriglia molto attiva, ma il capo militare di questi gruppi chiese di ritirarsi a causa di una repressione sempre più feroce. Venne destituito e sostituito dal militante Missak Manouchian nell’agosto 1943, che intensificò gli attacchi. I 23 membri furono arrestati e giustiziati nel febbraio 1944. Il quotidiano del PCF *L’Humanité* non dedicherà loro nemmeno una parola dal 1944 al 1951: sacrificati alle ambizioni avventuristiche di Stalin e della dirigenza del PCF.

Da parte sua, De Gaulle non rimase inattivo. La borghesia americana, con il presidente Roosevelt in testa, gli era, in una prima fase della guerra, molto ostile, considerando la Francia una nazione sconfitta e che avrebbe dovuto quindi essere amministrata da prefetti statunitensi. L’obiettivo dell’imperialismo americano era proprio quello di mettere le mani su una parte dell’Europa e di smantellare gli imperi coloniali europei, francese e britannico, per aprirli agli interessi economici americani e consentire il controllo sul petrolio del Medio Oriente.

Già nell’agosto del 1940, il generale costituì un esercito delle Forze Francesi Libere composto da circa 35.000 uomini, con le truppe francesi che si unirono sotto il suo comando, provenienti dalle diverse colonie francesi del Nord Africa e dell’Africa subsahariana (equatoriale e occidentale) e dai territori sotto mandato del Libano e della Siria, con il sostegno di soldati autoctoni. Nel febbraio del ’44, fu organizzata una struttura militare, le Forze Francesi dell’Interno (FFI), che comprendeva i vari gruppi della Resistenza, tra cui le truppe di partigiani legate al PCF e molto attive nella regione parigina, per un totale di 100.000 combattenti sino alla fine della guerra nel 1944.

Ad aprile fu fondato ad Algeri un governo provvisorio, scatenando la furia di Roosevelt. Le forze anglo-americane sbarcarono il 6 giugno 1944 in Normandia, nel nord della Francia, e il 15 agosto a sud, in Provenza. Ma de Gaulle, giunto in Normandia il 20 agosto, chiese al comando americano di passare per Parigi, dove era in corso un’insurrezione guidata dalle FFI contro le truppe tedesche. Per de Gaulle si trattava quindi di impedire che il PCF potesse rivendicare da solo la «liberazione di Parigi» e di imporsi come interlocutore ufficiale della Francia.

Furono nominati rapidamente dei prefetti nelle diverse regioni, e De Gaulle dovette accettare il programma del CNR e la presenza del PCF, molto popolare grazie alla sua attività nella Resistenza, e pretese che tutte le milizie fossero disarmate. Ma de Gaulle si sarebbe opposto ben presto al CNR e al PCF, che voleva una Quarta Repubblica parlamentare mentre per sé rivendicava un potere presidenziale.

Si dimise nel gennaio 1946, mentre veniva proclamata la Quarta Repubblica. Il governo comprendeva 5 ministri del PCF, e l’Assemblea costituente era composta per il 26% dal PCF, per il 21% dai socialisti e per il 28% dai democratici cristiani. Furono attuate nazionalizzazioni di imprese e misure sociali. E l’aiuto finanziario del governo americano con il Piano Marshall consentì la ricostruzione economica del Paese.

Inizia il periodo dei «Trenta Gloriosi» (1946-1975) con un’espansione economica senza precedenti, intervallata da crisi modeste, ma che consentiva un consumo di massa indispensabile per la ripresa economica. La crisi «catastrofica» doveva verificarsi nel 1975, come aveva previsto il nostro partito, ma la ripresa della lotta di classe che ci si aspettava purtroppo non si verificò. Il capitalismo in fase di stallo disponeva ancora di risorse.

La collaborazione dei sindacati e del PCF, con la sottomissione del proletariato alla «solidarietà» di classe durante questa ricostruzione, fu esemplare dal 1944 al 1947.

In seguito l’unità tra i partiti del CNR e il PCF-CGT andò in frantumi a causa dello scontro tra le due maggiori potenze imperialiste, gli Stati Uniti e l’URSS di Stalin, nella cosiddetta «guerra fredda» che ebbe inizio nel 1947. Il PCF, con l’appoggio della CGT, condusse un’opposizione frontale al potere, incoraggiando gli scioperi, tra cui quello del marzo-aprile del ’47 nelle fabbriche automobilistiche di Boulogne-Billancourt, roccaforte di PCF e CGT.

Il governo rispose con la revoca dei cinque ministri del PCF a maggio, il che porterà il PCF a un’opposizione frontale per i trent’anni a venire. A novembre prese il via un altro movimento, ancora più ampio, che coinvolse numerosi settori e provocò una feroce repressione con 20 morti tra gli scioperanti, migliaia di feriti e centinaia di militanti del PCF e della CGT arrestati.

Il governo non cedette.

Il fallimento portò, a dicembre, all’uscita dell’11% dei militanti della CGT non legati al PCF, che formarono il sindacato CGT-Force Ouvrière con l’aiuto finanziario del grande sindacato americano AFL, sostenuto dai fondi della CIA. Nell’autunno del 1948, un grande sciopero dei minatori fu ancora più violento di quello del 1947 e la repressione provocò 6 morti. E questo fu un nuovo fallimento per il PCF e la CGT, che persero molti iscritti.

Già nel 1950, dopo anni di congelamento dei salari da parte dello Stato, il governo dovette allentare la morsa poiché l’economia si potesse riprendere.

Ma ci vorranno potenti movimenti di sciopero affinché i datori di lavoro accettassero di concedere di più.

La situazione rivoluzionaria in Russia del 1859-1861

Nella nostra ultima riunione generale, proseguendo il nostro lavoro sulla storia del movimento operaio russo, siamo tornati alle radici stesse della rivoluzione proletaria in quel paese: la situazione rivoluzionaria del 1861.

È un evento storico importante perché ha gettato le basi per le condizioni future che culminarono nell’ottobre del 1917. Nel XIX secolo, mentre il capitalismo si si andava faticosamente sviluppando in Russia, un modo di produzione particolare, misto, in cui convivevano tracce di comunismo primitivo, feudalesimo nel campo agrario e una nascente industria moderna, veniva sfruttato dai latifondisti borghesi e da una aristocrazia figlia di un assolutismo politico, che imbelle sopravviveva a sé stessa.

In questa situazione sociale e produttiva confusa ed agitata da spinte contrastanti, i servi della gleba, costretti a lavorare 12-14 ore al giorno in condizioni infernali, sottoposti a punizioni corporali e privati ​​persino delle condizioni materiali atte a garantire la riproduzione della propria esistenza, ne ebbero finalmente abbastanza. Scoppiarono rivolte di massa che coinvolsero grandi masse di lavoratori, con i contadini che si sollevarono in uno sforzo eroico, ma in definitiva vano a causa della struttura disorganizzata delle insurrezioni.

L’elemento chiave che mancava era un’organizzazione di partito capace di guidare i contadini dispersi, che eliminasse il falso obiettivo dello scontro violento con i singoli aristocratici, proponendo un chiaro indirizzo verso la rivoluzione. Il programma marxista era sconosciuto e ignorato dagli scarsi gruppi di rivoluzionari presenti in Russia all’epoca; al suo posto, l’ideologia principale dei rivoluzionari socialisti era una forma di socialismo utopistico nota come Narodnichestvo (populismo), che idealizzava la comune contadina e immaginava per la Russia una via di sviluppo che si fondava su un percorso storico basato su un capitalismo utopico. Nonostante i grandi sforzi da parte dei contadini e dei pochi rivoluzionari capaci di agire in quel momento, il regime zarista represse la rivolta con la forza militare e decretò l’emancipazione giuridica dei contadini per sedare il loro malcontento. In realtà, la riforma non fece altro che accelerare il ritmo dello sviluppo capitalistico, privando ulteriormente i contadini della terra e trasformandoli in proletari.

La lezione fondamentale che possiamo trarre da questo studio, che è il nostro scopo, è, imparare dalle rivoluzioni passate, è il ruolo indispensabile del partito di classe in ogni crisi. Senza di esso, le classi dominanti, siano esse i latifondisti di ieri o i capitalisti di oggi, prevarranno: con la forza e le „riforme“ soffocheranno il fuoco della rivoluzione, anche se solo temporaneamente. Come sappiamo, sebbene i contadini abbiano fallito, ciò ha in definitiva gettato le basi per lo sviluppo del proletariato russo e la sua lotta, e per il fallimento del programma dei populisti, che sarà l’oggetto del prossimo lavoro.

La Sconfitta di Wrangel e la Fine della Guerra Civile

Prima parte

L’anno 1920 è un anno di svolta che appare positivo per le sorti della rivoluzione sovietica perché già dal 1919 l’Armata rossa fermò le forze bianche e iniziarono a respingerle su l’intera linea del fronte. Sul fronte meridionale i rossi avanzarono di 165 chilometri liberando importanti città e con l’operazione Kharkov liberarono l’Ucraina. In quell’operazione la I Armata di cavalleria rossa di Budenij sconfisse quella di Škuro e quella del Don di Mamontov che avevano devastato con le loro scorrerie le retrovie sovietiche. E‘ anche fermata la „Direttiva Mosca“ del controrivoluzionario Denikin presso lo strategico complesso industriale e militare di Orël da cui fu costretto a ritirarsi verso il Mar Nero. Si conclude con la fucilazione la parabola politica e militare dell’ammiraglio Kolčak, il principale referente politico e militare dell’Intesa. Il forte sostegno di Francia e Inghilterra verso di lui diminuì rapidamente quando queste due potenze imperialiste europee si resero conto che i residui eserciti controrivoluzionari bianchi, a causa delle loro continue sconfitte, non erano più in grado di vincere i sovietici.

Di più entrambe per sostenere le rispettive economie volevano uscire da questa guerra perché necessitavano urgentemente di riavviare gli scambi commerciali con la Russia sovietica specialmente per la fornitura di materie prime. Per questo già nel febbraio 1920 la Francia aveva iniziato regolari trattative dopo che l’Intesa aveva tolto il blocco commerciale con la Russia.

È sconfitta e disarmata l’armata controrivoluzionaria di Judenič che con l’Operazione Spada Bianca intendeva conquistare Pietrogrado per proseguire verso Mosca. La difesa della città diretta da Trotzki fu determinante per la vittoria sovietica.

Cade il governo bianco nella città portuale di Arcangelo usata come base di arrivo degli ingenti rifornimenti dell’Intesa della Spedizione Orso Polare.

La disgregazione dell’Esercito dei Volontari di Denikin era tale che il suo comando perse ogni controllo con le varie unità che ormai agivano indipendentemente dagli ordini prestabiliti dirigendo verso sud consegnando le città alle unità sovietiche che le seguivano Così fu per Odessa che fu occupata dall’Armata Rossa senza combattere, dopo che nella prima settimana del febbraio 1920 vi fu una disastrosa evacuazione dei bianchi a bordo di navi britanniche. Denikin prima di imbarcarsi trasferì tutti i suoi poteri politici e militari al generale Wrangel ritenuto dall’Intesa l’ultima possibilità per fermare i rossi.

Alla fine di aprile l’Armata Rossa occupa Bakù e insedia un governo sovietico nell’Azerbaijan.

A contrastare tutte queste positività c’è l’insuccesso di esportare la rivoluzione bolscevica in Polonia. L’Armata Rossa giunta fino alle porte di Varsavia fu fermata e sconfitta e l’operazione si concluse con la Pace di Riga del 1921. La presenza attiva delle truppe di Wrangel durante la guerra sovietico-polacca fu determinante per disarticolare lo schieramento delle forze sovietiche nell’attacco finale su Varsavia.

Wrangel dopo la guerra sovietico-polacca ritorna verso la Crimea che controlla ancora e dove ha possibilità di riorganizzare le sue truppe contro i bolscevichi. Inghilterra e Francia lo avvisano che non avrebbero più sostenuto i vari eserciti controrivoluzionari considerati ormai perdenti specialmente il suo dopo che si era „imbottigliato“ in Crimea.

È stata commentata una mappa geografica della Crimea collegata alla Russia da tre istmi e le difese contro gli attacchi presenti.

Wrangel nonostante le perdite subite riuscì a riorganizzare le sue unità e per assicurarsi il sostegno della popolazione della penisola promulgò una riforma agraria che consentiva ai contadini che avevano espropriato le terre dei latifondisti di riscattarne la proprietà a fronte di un canone annuo pari ad un quinto del raccolto per 25 anni e di trasmetterne la proprietà parziale per eredità. Non ebbe seguito sia per le obiezioni dei contadini che per la sua sconfitta.

Le forze a sua disposizione erano di circa 26mila fanti con appena sufficiente artiglieria, aeroplani e naviglio di vario tipo. Lo stato di efficienza di questo materiale era scadente, scarse le riserve di cibo, munizioni e medicinali; inoltre aveva perso i suoi migliori ufficiali.

8 gennaio 1920: iniziò una debole offensiva sovietica che giunsero a ridosso della Crimea dove era schierata la XIII Armata Rossa di soli 13mila combattenti perché le unità migliori, compresi gli ufficiali più esperti, erano stati inviati sul fronte polacco. Si stanziarono a ridosso degli istmi senza un preciso piano operativo.

12 aprile: le forze rivoluzionarie eseguono l’ordine di passare all’attacco del principale istmo di Perekop che dopo una settimana di combattimenti si risolve in un successo per Wrangel.

6 giugno: Wrangel comunica all’Intesa di avviare una campagna militare partendo dalla Tauride meridionale, poi verso la penisola di Taman e del Kuban utilizzando il sostegno dei cosacchi locali. Contava sulla distrazione sovietica sul suo settore dovuta alla controffensiva sovietica per la conquista di Kiev che in quel periodo era ad un punto avanzato di sviluppo. È stata illustrata una mappa con i movimenti delle operazioni militari che mostrava come le forze rosse presenti non fossero riuscite a fermare quelle bianche. I rinforzi sovietici inviati avevano lo scopo di arginare Wrangel al disotto del fiume Dnepr in attesa di adeguati rinforzi per una controffensiva.

Wrangel stipulò accordi coi cosacchi garantendo una loro autonomia e chiese il rientro dei prigionieri bianchi nei campi di detenzione in Romania e Bulgaria. I suoi emissari inviati presso l’anarchico Machno per richiedere collaborazione furono pubblicamente impiccati. Nel frattempo iniziarono ad arrivare consistenti rinforzi sovietici, 62mila unità che però rimanevano inferiori nella cavalleria, importante in quei territori.

6 agosto: i sovietici lanciano una prima offensiva su Perekop che ha un parziale successo perché stabiliscono una strategica testa di ponte presso la fortezza di Kachovka.

9 agosto: un contingente di 800 controrivoluzionari sbarca all’improvviso tra le spiagge di Mariupol e Taganrog per prendere il controllo dei territori del Don e arriva presso Novočerkassk, l’antica capitale cosacca.

14 agosto: inizia lo sbarco dei controrivoluzionari sotto il comando dell’energico generale Ulagaj con 25mila unità con lo scopo di stabilire una base operativa nel Kuban cercando di aggregare tutti i disomogenei gruppi antibolscevichi presenti, valutati in circa 15mila unità, tra cui l’Armata della Rinascita Russa forte di 7mila unità ben organizzate.

L’Armata Rossa nel Kuban, affidata a Levandoskij, disponeva di 30mila fanti e 40mila cavalieri e buona artiglieria ma era distribuita in un vasto territorio dovendo controllare l’Armata della Rinascita Russa asserragliata in una zona montuosa ai confini della Georgia.

Lo sbarco di Ulagaj ebbe successo ma le truppe stazionarono sulla costa fino al 26 agosto quando si misero in movimento giungendo a 70 km da Ekaterinodar, il simbolico centro della controrivoluzione.

Questo suo ritardo permise a Levandoskij di riorganizzare le sue truppe alle quali si erano unite altre forze provenienti dal Caucaso. Con questa evidente superiorità numerica i rossi riuscirono a spezzare il fronte bianco e bloccare la via per Ekaterinodar. Il fallimento della manovra di Ulagaj fu anche dovuto al mancato sostegno della popolazione e dei cosacchi locali che non nutrivano più alcuna speranza nella controrivoluzione. Inoltre egli non riuscì a stabilire alcun contatto con l’Esercito della Rigenerazione Russa che rimase isolato.

30 agosto: Ulagaj ordinò la fine dell’operazione e dovette organizzare il reimbarco delle sue truppe le cui perdite subite furono ampiamente compensate dall’arruolamento nell’esercito di Wrangel dei superstiti dei vari gruppi antibolscevichi del Kuban. L’Armata della Rigenerazione Russa fu costretta a ritirarsi in Georgia dove fu disarmata.

Questa fu la prima sconfitta che fiaccò il morale delle truppe di Wrangel.

21-31 agosto: mentre le truppe di Ulagaj operavano nel Kuban l’Armata Rossa dette l’avvio all’Operazione Seregozy per riprendere l’offensiva a sud del Dnepr verso Perekop. Nonostante un favorevole avvio dei rossi, questi non riuscirono a resistere ai contrattacchi bianchi che li costrinsero a indietreggiare su tutta la linea riuscendo a fatica a rientrare nella base della fortezza di Kachovka che venne sottoposta a continui attacchi bianchi.

5 settembre: ripartì l’assalto bianco alla fortezza che fu respinto dai rossi che nel giorno seguente lanciarono un poderoso contrattacco che obbligò i bianchi a retrocedere ed assumere una posizione di difesa.

Seguì un periodo di riassestamento delle forze bianche in cui Wrangel studiò un nuovo piano per aggirare la fortezza di Kachovka e penetrare in Ucraina. Questa manovra si sviluppava su una vasta area compresa tra Mariupol sul Mar d’Azov e Ekaterinoslav sul Dnepr per cui dovette predisporre varie azioni preparatorie per dare il tempo alle unità di disporsi secondo il piano.

Nel frattempo la XIII Armata Rossa stava organizzando un attacco nella zona degli istmi, per cui le difese di Ekaterinoslav furono rafforzate.

14 settembre: iniziò l’attacco bianco che obbligò i rossi ad indietreggiare su tutta la linea al punto di minacciare direttamente Ekaterinoslav. Seguì un periodo di violenti scontri con obiettivi presi e persi più volte ma c’era un bilancio positivo per le truppe di Wrangel che occupavano Mariupol e Doneck e una parte importante dell’area industriale del Donbass. È stata illustrata una mappa dell’intera operazione.

Wrangel doveva agire in fretta e varcare il Dnepr e dare inizio alla determinante Operazione Trans-Dnepr. Per questa disponeva di 35mila tra fanti e cavalieri, una buona quantità di artiglieria, treni blindati mezzi corazzati e velivoli.

La VI Armata Rossa oltre il Dnepr disponeva di 78mila tra fanti e cavalieri, artiglieria e velivoli in buone condizioni.

27 settembre: a contrastare i bianchi fu assegnato il generale Frunze appena reduce da importanti successi in Siberia e nel Turkestan con ulteriori grandi rinforzi, assistito da due validi generali: Bljucher e Budenij dell’ormai famosa Prima Armata della cavalleria rossa. Questi trasferimenti e importanti rinforzi di uomini e materiale bellico furono dovuti alla grande capacità organizzativa di Trotzki dopo che i complessi industriali e militari di Tula furono saldamente al sicuro e poterono fornire il materiale bellico nelle quantità richieste.