Il terrore bianco in Jugoslavia
Le cause economiche e politiche
BELGRADO, settembre.
Il proletariato del regno dei serbi, croati e sloveni è oggi in lotta con quella giovane borghesia jugoslava, priva di pregiudizi democratici e di scrupoli di coscienza, che la vittoria delle potenze dell’Intesa portò al governo del più grande Stato dei Balcani. Questa borghesia, la cui attività prima della guerra era subordinata alla volontà e alle necessità imperialistiche del capitalismo austro-ungarico, si è legata, dopo la vittoria, mani e piedi al capitalismo reazionario delle potenze occidentali. Gli sconvolgimenti sociali però, che hanno fatto seguito alla così detta vittoria dell’esercito serbo e che hanno scosso fin dalle fondamenta l’organismo politico ed economico della dinastia dei Karageorgevic, erano tutt’altro che favorevoli alla ripresa di questa borghesia assetata di denaro e di dominio.
La Jugoslavia è un paese eminentemente agricolo. La poca industria che prima della guerra esisteva nelle province che ora formano il nuovo assetto politico degli slavi meridionali, era quasi tutta nelle mani dei capitalisti tedeschi. La borghesia jugoslava ha voluto ed ha ottenuto, in nome della nazionalizzazione dell’industria, la cacciata degli industriali stranieri. Con questi sparì presto anche la necessità della nazionalizzazione: ma sparì pure l’industria. La patriottarda borghesia jugoslava, si dimostrò ben tosto incapace tanto per ciò che concerne la direzione amministrativa come pure per quanto riguarda la direzione tecnica dell’industria. La produzione si arrestò ed oggi di quella poca industria che esisteva prima della guerra, non rimane che il ricordo. Le officine che non sono ancora del tutto chiuse, danno una produzione minima e scadente. Le industrie statali, che furono amministrate e dirette prima della guerra da impiegati tecnici austro-ungarici, sono state oggi consegnate nelle mani di uomini inetti, protetti dal Governo di Belgrado, i quali, oltre che rovinare l’industria con l’inettitudine, l’hanno rovinata ancor più con la corruzione. Il danno fatto all’industria da questi amministratori corrotti, che obbedivano agli interessi privati, con i sequestri che ponevano su tutte le industrie che non erano nel raggio d’azione degli interessi dei loro corruttori, è semplicemente enorme e incalcolabile. Un paio di mesi fa il Governo ha permesso di togliere tutti i sequestri industriali; ha però anche stabilito che le amministrazioni e le direzioni di quelle industrie non possano né debbano chiedere alcun compenso per i danni sofferti. In questo modo il Governo riconobbe tutte le corruzioni ma non ebbe il coraggio di far pagare ai corruttori i danni.
L’inettitudine della borghesia jugoslava, la quale non è riuscita ad organizzare né il lavoro né l’industria, gettò il proletariato nella disoccupazione e nella miseria. Il proletariato soffrì, dato che non aveva da parte dello Stato alcun sussidio. Soffrì però anche per un altro fatto.
Abbiamo detto che la Jugoslavia è un paese agricolo. La vita è però qui lo stesso molto cara. E questo per il fatto che lo Stato vive quasi esclusivamente con gli introiti del dazio d’importazione ed esportazione. La Jugoslavia spende molti denari. Vi basti il fatto che essa spende oltre metà di tutti gli introiti per mantenere un esercito di 250.000 uomini, di 60.000 gendarmi e di molte decine di migliaia di agenti di polizia. La politica di esportazione è data però anche rovinata da parte di bagarini che sono in pari tempo quasi tutti uomini di politica, deputati o anche ministri. Le cause e i danni che i bagarini hanno procurato a questa nazione sono tanti e così grandi che la sola parola “bagarino” è riguardata come la più pesante delle offese. Il popolo poi ha immortalato questa parola in molte canzoni nazionali.
Si comprende bene dunque che la vita del proletariato deve essere in queste condizioni più che misera. E furono la disoccupazione, la miseria e l’oppressione borghese che spinsero queste masse, prive di tutto, nelle file del Partito comunista. L’affluenza di queste masse nel P.C. fu così grande, che il nostro divenne in breve un vero partito di grandi masse popolari. Ciò è stato dimostrato specialmente nelle elezioni comunali che diedero ai comunisti le amministrazioni di tutte le più grandi città jugoslave. Fino a queste elezioni la borghesia si curò poco del movimento comunista. Le elezioni amministrative le aprirono gli occhi. Essa avrebbe voluto a tutta prima annullare tutte le elezioni e togliere agli operai ed ai contadini il diritto di voto. Ebbe però paura, perché aveva tutto l’interesse di dimostrare anche all’estero di essere uno Stato democratico. Essa ha trovato però la possibilità e la giustificazione per togliere ai comunisti il Comune di Zagabria e di Belgrado.
In breve tempo, dopo le elezioni comunali, vennero le elezioni generali per la Costituente. Il Partito comunista entrò in lotta senza soverchie illusioni e senza prospettare alle masse la realizzazione di un programma minimo. Nondimeno esso si ebbe oltre 200.000 voti e 58 deputati. Fu questo risultato elettorale che spaventò la borghesia ancor più. Vinta nelle elezioni amministrative ed in quelle politiche, corse ai ripari. Il risultato elettorale impaurì tanto la borghesia, che questa trascurò completamente la produzione, dandosi corpo ed anima alla lotta a fondo, senza quartiere, contro i comunisti. Pure la borghesia estera fu colpita sgradevolmente dalle vittorie comuniste. L’Intesa, o meglio la Francia, direttamente interessata nelle faccende jugoslave, ridusse ogni ulteriore credito. Il dinaro cominciò a precipitare fino a giungere al livello delle più svalutate monete.
Nonostante le alte imposte, la continua emissione di moneta cartacea ed i guadagni ottenuti col ritiro delle banconote austro-ungariche, lo Stato jugoslavo presenta nel suo annuale “budget” un enorme deficit. Questo deficit viene coperto con i prestiti della Banca Nazionale, la quale emette continuamente nuove banconote. E non bastando questa misura a compensare la forte svalutazione del dinaro, è necessario ricorrere a nuovi prestiti. Ma, disgraziatamente per la borghesia, questi prestiti non danno che delle delusioni. L’ultimo prestito fallì per volontà dei capitalisti jugoslavi, i quali si rifiutarono di concorrervi, affermando che la attuale situazione interna della Jugoslavia non dava alcuna garanzia per il collocamento dei loro capitali. Così si dovette ricorrere a prestiti all’estero, con un identico risultato. Le borghesie estere dissero chiaramente che per ottenere il loro credito, lo Stato jugoslavo doveva dimostrare di essere veramente padrone in casa propria, stroncando completamente il movimento comunista.
Il Governo di Drašković capì il latino e si pose subito all’opera. Poco dopo le elezioni scoppiò il grande sciopero minerario, al quale parteciparono circa 27.000 minatori della Slovenia, della Bosnia-Erzegovina e della Croazia. Lo sciopero era causato da motivi economici, ma venne considerato dal Governo, per i suoi fini, sciopero politico. Per cui venne strozzato con tutti i mezzi più barbari dalla forza armata dello Stato. Prendendo come pretesto questo sciopero, il ministro Drašković emanò il giorno 20 dicembre 1920 il famigerato decreto (“obznana”), col quale si scioglie il Partito comunista, i suoi sindacati, si proibivano tutte le sue pubblicazioni, si procedeva al sequestro di tutti i suoi beni e alla chiusura di tutte le Case del popolo.
Il Partito comunista, per quanto numericamente forte, non fu in grado di rispondere a questa dichiarazione di guerra aperta con un’azione di masse che valesse a neutralizzare, almeno, le conseguenze sull’applicazione del decreto. La sua organizzazione non era adatta a resistere ad un’azione armata della borghesia; e la causa di ciò va ricercata nel fatto che, dal giugno 1920, cioè dal Congresso di Vukovar, che deliberò la costituzione del Partito comunista (fino allora Partito socialista), fino alla pubblicazione del decreto Drašković, il Partito comunista era occupato nella lotta per la conquista dei sindacati socialdemocratici e nelle faccende elettorali, sì da trascurare ogni preparazione tecnica.
Quando, dopo il decreto Drašković, e ad onta di questo, il Partito comunista riuscì a riorganizzare le sue file, su nuove basi questa volta, si ebbero gli attentati contro il reggente e contro Drašković. Questi due attentati giunsero, per il Governo, come tanta manna dal cielo: buon pretesto per infierire contro i comunisti che, ad onta dell'”obznana”, facevano ancor sempre tremare i capitalisti e latifondisti. Il Governo si fece in quattro per convincere la popolazione, e specialmente i deputati, che gli attentati erano stati ordinati ed eseguiti da appartenenti al Partito comunista. Fu allora che il Governo presentò alla Costituente la legge con la quale si mettono fuori legge tutti i comunisti: legge che venne approvata due mesi fa da una esigua maggioranza e che nega al proletariato tutte le libertà sancite dalla costituzione.
Assieme alla legge venne pure approvato il prestito all’estero, ammontante a 500 milioni di franchi in oro, nella speranza che questa volta l’Intesa avrà fiducia nel pugno di ferro del forte Governo jugoslavo: il sangue del proletariato dovrebbe, ancora una volta, assicurare il benessere alla borghesia jugoslava. Queste sono le cause vere del terrore che regna nella Jugoslavia e delle cui conseguenze ci occuperemo prossimamente.
Appello del C.E. al proletariato di tutti i paesi
Il terzo Congresso dell’Internazionale comunista ha avuto eco profondo in tutti i paesi, fra i proletariati come fra le borghesie, benché, naturalmente, per ragioni ben diverse. Dei suoi dibattiti, delle sue conclusioni i nostri lettori sono certo ormai informati. Avremo comunque modo di ritornare a parlarne soprattutto perché le decisioni prese per la «questione italiana» che di quel congresso è stato uno dei principali argomenti di discussione, agiranno per molto tempo ancora nella vita politica del nostro paese. Ma vogliamo subito riprodurre, benché già pubblicato sulla stampa comunista, il manifesto lanciato, dopo il Congresso, al proletariato di tutti i paesi dal Comitato Esecutivo dell’Internazionale comunista. È un documento che dev’essere letto, conosciuto, divulgato.
Il III Congresso dell’Internazionale comunista è terminato. La grande rivista del proletariato comunista di tutti i paesi è finita. Essa ha dimostrato che durante l’anno che è trascorso, il comunismo, in una serie di paesi dove esso non era finora che all’inizio, è divenuto una grande Potenza, capace di mettere le masse in movimento e di minacciare il capitale.
L’Internazionale comunista, mentre nel suo Congresso di fondazione non rappresentava, al di fuori della Russia, che piccoli gruppi, e, dal suo secondo congresso cercava ancora come far nascere grandi partiti di masse, dispone oggi non solamente in Russia, ma anche in Germania, in Polonia, in Cecoslovacchia, in Italia, in Francia, in Iugoslavia, in Norvegia e in Bulgaria di partiti che raggruppano grandi masse intorno al loro vessillo.
Il III Congresso chiede ai comunisti di tutti i paesi di perseverare coraggiosamente nella via intrapresa, e d’adoperarsi molto per portare all’Internazionale comunista milioni e milioni di nuovi aderenti. Poiché la potenza del capitalismo non può essere infranta se non quando l’idea del comunismo si traduca nella realtà nella spinta irresistibile della grande maggioranza del proletariato, guidato dal Partito Comunista che deve costituire i quadri di ferro della classe proletaria.
«Andate verso le masse», tale è il grido di guerra che il terzo congresso lancia ai comunisti di tutti i paesi. Preparatevi alle grandi battaglie! Queste masse vengono a noi, perché il capitalismo mondiale prova loro tutti i giorni più chiaramente che esso non può vivere se non continuando a sconvolgere il mondo sempre di più, se non aumentando tutti i giorni il caos, la miseria, la schiavitù delle masse. Dinanzi alla crisi economica mondiale, che getta sulla strada milioni di operai, i socialdemocratici del capitale, lacchè del capitale, della borghesia, che da molti anni si rivolgevano agli operai dicendo: «lavorate, lavorate!», sono costretti a tacere. Poiché prima di chiamare la classe operaia al lavoro, bisogna chiamarla al combattimento, e l’appello al lavoro non potrà essere seguito se non quando il capitalismo sarà stato distrutto, e il proletariato si sarà impadronito dei mezzi di produzione.
Capitalismo ed imperialismo
Il mondo capitalista si trova alla vigilia di nuove guerre. I conflitti americano-giapponese, anglo-americano, anglo-francese, franco-tedesco, tedesco-polacco, le questioni del Prossimo e dell’Estremo Oriente spingono i capitalisti alla corsa agli armamenti. Essi si domandano ansiosamente: «L’Europa, deve entrare in una nuova guerra mondiale?». Non è che essi temano di far ammazzare milioni di uomini. Poiché all’indomani stesso della guerra, bloccando la Russia, essi a sangue freddo hanno costretto milioni di uomini a morire d’inazione.
Essi temono invece che una nuova guerra spinga definitivamente le masse nelle braccia della rivoluzione mondiale, che una nuova guerra provochi il sollevamento definitivo del proletariato mondiale: essi si sforzano dunque, come hanno fatto prima della guerra, di creare una dètente con mezzi diplomatici.
Ma quando una dètente si produce da un lato, essa non fa che creare una tensione dall’altro. Le negoziazioni tra l’Inghilterra e l’America sulla limitazione degli armamenti fra questi due paesi, creano forzatamente un fronte contro il Giappone. Il riavvicinamento franco-inglese consegna la Germania alla Francia, e la Turchia all’Inghilterra.
Gli sforzi che fa il capitalismo mondiale, per creare un ordine qualsiasi nel caos crescente del mondo, lungi dall’apportare ai popoli la pace, non fanno che aumentare il disordine e assoggettare i popoli vinti alle borghesie vittoriose. La stampa del capitale mondiale parla presentemente di una dètente poiché la borghesia tedesca si è sottomessa alle condizioni degli alleati, perché, per salvare la sua potenza, essa ha consegnato il popolo tedesco alle iene della Borsa di Parigi e di Londra.
Ma nello stesso tempo, questa stampa che è al servizio della finanza annunzia la rovina economica della Germania, e parla di imposte formidabili che cadranno in autunno come grandine sulle masse condannate alla disoccupazione e che accresceranno in proporzione enorme il prezzo di ogni loro boccone, di ogni loro vestimento.
La marcia della Rivoluzione mondiale
L’Internazionale comunista, che fonda la sua politica sull’esame calmo ed obbiettivo della situazione mondiale – poiché solo dominando il campo d’azione con chiarezza e rendendosi conto chiaramente della situazione il proletariato potrà vincere – l’Internazionale comunista dice ai proletari di tutti i paesi.
Il capitalismo si è mostrato fino ad oggi incapace di assicurare al mondo anche l’ordine relativo di cui esso godeva prima della guerra. Poiché ciò che esso fa presentemente non può che prolungare le vostre sofferenze ed il processo di decomposizione del capitalismo.
La rivoluzione mondiale è in marcia. Dovunque il capitale mondiale trema sulle sue basi.
Il secondo appello che il congresso mondiale dell’Internazionale comunista lancia ai proletari di tutti i paesi è il seguente: noi ci avviciniamo a nuovi grandi combattimenti, armatevi per le nuove lotte, preparate il fronte unico del proletariato mondiale
La borghesia è incapace di assicurare ai proletari pane e lavoro, alloggio e vestimento; ma essa possiede grande attitudine ad organizzare la guerra contro il proletariato.
Trascorso il momento in cui essa fu per la prima volta disorientata, avendo essa vinto il terrore che le incutevano gli operai reduci dalla guerra, con la sua decisione di continuare dopo la guerra l’alleanza coi traditori del proletariato – intendiamo parlare dei socialdemocratici e dei burocrati dei Sindacati – essa ha dedicato tutte le sue forze ad organizzare le guardie bianche contro il proletariato e a disarmarlo.
La borghesia mondiale è ancora adesso armata fino ai denti, e pronta non soltanto a reprimere con le armi ogni sollevazione proletaria, ma anche, se è necessario, a provocare sollevazioni allo scopo di annientare il proletariato prima che esso riesca a costituire un fronte generale invincibile.
A questa strategia della borghesia mondiale, l’Internazionale deve opporre la sua. Se le casseforti del capitalismo possono sguinzagliare contro il proletariato organizzato le loro bande armate, l’Internazionale comunista ha un’arma che non falla: sono le grandi masse proletarie, il fronte unico e solido del proletariato.
Quando milioni e milioni di proletari si recheranno al combattimento in schiere serrate, allora la borghesia sarà alla fine dei suoi espedienti e le sue forze non serviranno più a nulla. I treni che trasportano le bande bianche dirette contro il proletariato si arresteranno, e le guardie bianche saranno invase da angoscia atroce. Il proletariato strapperà loro le armi per servirsene contro le altre formazioni di guardie bianche.
Se il proletariato forma il fronte unico contro il capitalismo e la borghesia, ciò significherà la sconfitta del nemico, che avrà allora perduto la principale condizione per la vittoria, che la fede nella socialdemocrazia e la divisione delle masse lavoratrici potevan ancora dargli. La vittoria sul capitalismo mondiale non si può raggiungere se non conquistando i cuori della maggioranza della massa operaia.
Mosca o Amsterdam
Il III Congresso dell’Internazionale comunista invita i Partiti Comunisti di tutti i paesi ed i comunisti che militano nei Sindacati ad indirizzare tutti i loro sforzi verso la liberazione delle masse operaie dall’influenza dei partiti socialdemocratici e della traditrice burocrazia sindacale.
E ciò non può farsi se i comunisti di tutti i paesi in questo periodo di prova, in cui ogni giorno apporta alle masse operaie nuove privazioni, non provano che essi sono all’avanguardia della classe operaia, che essi la sostengono in tutte le lotte e la guidano alla battaglia per sbarazzarla dei pesi che il capitale grava ogni giorno più sulle sue spalle.
Bisogna provare alle masse operaie che solamente i comunisti combattono per il miglioramento della loro situazione, e che la socialdemocrazia e la burocrazia sindacale reazionarie si apprestano a lasciarle morire di fame piuttosto che lottare per esse.
Non si tratta più di combattere i traditori del proletariato, gli agenti della borghesia, sul terreno teorico e a colpi d’argomenti sulla democrazia e la dittatura: bisogna batterli nelle questioni del pane, dei salari, dei contratti di lavoro e degli alloggi.
Il primo campo di battaglia e il più importante sul quale bisogna combattere è quello del movimento sindacale, bisogna iniziare il combattimento della Internazionale Sindacale rossa contro la Internazionale gialla di Amsterdam.
Purificate le vostre organizzazioni dalle correnti centriste, sviluppate lo spirito combattivo.
Solamente lottando per gli interessi più semplici delle masse operaie noi possiamo formare l’unità del fronte del proletariato contro la borghesia, se noi possiamo far ovviare lo sparpagliamento del proletariato che assicura alla borghesia la possibilità di continuare a vivere. Ma questo fronte proletario non sarà veramente animato da spirito combattivo se non quando sarà tenuto dai partiti comunisti il cui spirito sarà compatto e forte, e la disciplina di ferro.
Ecco perché il terzo congresso dell’Internazionale Comunista nello stesso tempo che lancia ai comunisti di tutti i paesi il grido: «Andate verso le masse! Formate il fronte unico!», grida ancora loro: «Scacciate dai vostri ranghi tutti gli elementi che sono capaci di indebolire la morale e la disciplina delle truppe d’assalto del proletariato mondiale e dei partiti comunisti!».
Il Congresso dell’Internazionale Comunista conferma l’esclusione del Partito Socialista Italiano, fino al momento in cui non avrà rotto con i riformisti e li avrà esclusi dalla sue file! Questa decisione conferma la convinzione del Congresso, che se l’Internazionale comunista vuol condurre milioni e milioni di operai al combattimento, essa non può avere nelle sue file i riformisti la cui meta non è la rivoluzione vittoriosa del proletariato, ma la riconciliazione con la borghesia e il capitalismo. Gli eserciti che tollerano alla loro testa capi che pensano a riconciliarsi col nemico, saranno consegnati o venduti al nemico da questi capi.
Riformismo e spirito rivoluzionario
L’attenzione dell’Internazionale comunista è stata attirata dal fatto che in una serie di partiti, benché essi abbiano esclusi dalle loro file i riformisti, vi sono ancora delle correnti che provano come essi non abbiano ancora completamente vinto lo spirito riformista, e che, anche se non si dedicano alla riconciliazione col nemico, la loro propaganda per preparare la battaglia contro il capitalismo non è abbastanza energica.
Essi non lavorano in maniera sufficientemente recisa a rivoluzionare le masse.
Questi partiti non sono capaci, nella loro opera quotidiana, di essere il soffio rivoluzionario che anima le masse, essi non sono capaci di fortificare giornalmente con la loro passione e col loro slancio lo spirito combattivo delle masse.
Questi partiti si credono obbligati a non sfruttare le situazioni favorevoli al combattimento e di lasciare sprofondarsi nella sabbia le grandi correnti: questo è stato notoriamente il caso dell’occupazione delle fabbriche in Italia e dello sciopero di dicembre in Cecoslovacchia.
I partiti comunisti devono sviluppare lo spirito combattivo nel loro proprio seno. Essi devono educarsi per essere lo stato maggiore capace di scegliere le situazioni favorevoli al combattimento, e quando si producono dei movimenti spontanei nel proletariato, curare che essi diano il massimo di rendimento con una direzione chiaroveggente e coraggiosa.
Siate l’avanguardia delle masse operaie che si mettono in movimento, siate il loro cuore e il loro spirito, questo è il grido che il terzo Congresso mondiale dell’Internazionale comunista lancia ai partiti comunisti.
Ed essere avanguardia significa marciare alla testa delle masse, come la parte più coraggiosa e più chiaroveggente di esse.
Solamente quando i partiti comunisti costituiranno una avanguardia essi saranno capaci non solamente di formare il fronte unico del proletariato, ma guidandolo al combattimento di vincere il nemico.
Alla strategia del capitale, contrapponete la strategia del proletariato, preparate le vostre battaglie.
Il nemico è forte, poiché esso ha l’esercizio del potere da secoli e ciò gli dà la coscienza della sua potenza e la volontà di conservarla. Il nemico è forte, perché esso ha appreso da centinaia di anni, come si dividono le masse proletarie, come si assoggettano e come si dominano.
Il nemico conosce come si può essere vittoriosi nella guerra civile, ed è per questo che il terzo Congresso mondiale dell’Internazionale Comunista attira l’attenzione dei partiti comunisti sul danno che apporta la ineguaglianza di conoscenza in materia di strategia tra le classi dirigenti e possidenti e la classe operaia che combatte per impadronirsi del potere.
Gli avvenimenti di marzo in Germania hanno dimostrato il gran danno che le prime file della classe operaia, l’avanguardia comunista del proletariato, siano forzate al combattimento prima che le grandi masse siano pronte a porsi allo sbaraglio. L’Internazionale comunista ha salutato con gioia il fatto che centinaia di migliaia di operai in tutta la Germania si siano lanciati al soccorso dei loro compagni della Germania centrale minacciati.
In questo spirito di solidarietà, che spinge come un sol uomo i proletari di un paese intero, o anche del mondo intero, al soccorso di una parte minacciata del proletariato, l’Internazionale comunista vede un segno annunciatore della vittoria.
Essa ha approvato il Partito Comunista Tedesco di essersi messo alla testa delle masse operaie che si sono lanciate alla difesa dei loro fratelli minacciati. Ma nello stesso tempo, l’Internazionale comunista considera suo dovere dire apertamente agli operai di tutti i paesi:
Se vi sono dei casi in cui l’avanguardia è obbligata ad accettare il combattimento, e questo combattimento può contribuire ad accelerare la mobilizzazione di tutta la classe operaia, l’avanguardia non deve però dimenticare che trovandosi tutta sola ed isolata isolata essa non può dare alcun assalto decisivo, poiché la vittoria del proletariato sulle guardie bianche armate non può essere riportata che dalla massa intera del proletariato.
Se questa massa, nella sua maggioranza, non marcia, l’avanguardia, fintanto che è minoranza disarmata, non deve dare l’attacco al nemico armato.
Grazie ai combattimenti di marzo l’Internazionale comunista ha appreso una cosa di più, sulla quale essa attira l’attenzione del proletariato di tutti i paesi: bisogna che le masse operaie tutte intere siano preparate, con una propaganda quotidiana, incessante, sempre più intensa e sempre più estesa alle prossime battaglie. E bisogna farle entrare in battaglia con parole d’ordine di raccolta suscettibili di essere comprese da tutti i proletari.
Alla strategia del nemico, bisogna contrapporre la strategia intelligente e saggia del proletariato! Non è sufficiente l’ansia di battaglia delle avanguardie, non basta il loro coraggio e la loro decisione! Il combattimento deve essere preparato e organizzato in maniera da trascinare le più grandi masse e mobilizzarle facendole comprendere che marciano per i loro più vitali interessi!
Più la situazione del capitale mondiale sarà critica, e più esso si sforzerà di ostacolare la vittoria prossima dell’Internazionale comunista, battendo le sue avanguardie isolatamente dal grosso della massa.
Il compito dei Partiti Comunisti
bisogna opporre a questo piano, a questo pericolo, una propaganda che scuota le masse, il lavoro di organizzazione energica di tutti i partiti comunisti che assicuri la loro influenza sulle grandi masse e le renda capaci di giudicare a sangue freddo le situazioni, rifiutando la battaglia là dove le forze del nemico siano superiori e accettandola quando il nemico sia diviso e la massa unita.
Il Terzo Congresso dell’Internazionale Comunista sa molto bene che solamente nelle battaglie la classe operaia formerà partiti comunisti capaci di attaccare il nemico con la rapidità del fulmine, là dove questo si trova in inferiorità ed evitare il combattimento nel caso contrario. Perciò è dovere dei proletari di tutti i paesi di approfittare di tutti gli insegnamenti che la classe operaia di un paese ha acquisito con grandi sacrifici e trasportarli sul terreno internazionale.
Conservate la disciplina di battaglia!
La classe operaia ed i partiti comunisti di tutti i paesi non hanno davanti a loro un periodo calmo di propaganda e di organizzazione, perché ecco approssimarsi i grandi assalti che il capitale scatenerà contro il proletariato per schiacciarlo, facendogli sopportare tutte le conseguenze funeste della sua politica.
In questi combattimenti i comunisti debbono raggiungere la più grande disciplina. I comitati direttivi dei loro partiti devono prendere in considerazione tutti gli insegnamenti acquisiti nel corso dei combattimenti precedenti e dominare tutto il campo di battaglia. Essi devono unire il più grande slancio alla più grande riflessione, essi debbono, sotto la sorveglianza e la critica dei compagni del partito, formulare un ponderato piano d’azione per tutto il partito.
Tutte le organizzazioni del partito, la stampa ed i gruppi parlamentari dovranno, senza fiatare, seguire le direttive del partito ed ispirarvisi in ogni loro parola, in ogni loro gesto, in tutte le loro azioni.
La rivista delle avanguardie comuniste è terminata! Essa ha provato che il Comunismo è una potenza mondiale. Essa ha dimostrato che il Comunismo deve ancora formare ed educare grandi eserciti proletari. Essa ha mostrato che le grandi battaglie vittoriose sono riservate a questi eserciti, essa ha annunciato che in queste battaglie noi dobbiamo riportare la vittoria. Essa ha mostrato ancora al proletariato mondiale come deve preparare e riportare la vittoria.
Ai partiti comunisti ora non resta che illuminare i loro membri sulle decisioni del Congresso, scaturite dalla esperienza del proletariato mondiale affinché tutti gli operai e le operaie comuniste possano trascinare centinaia di nuovi proletari non comunisti nelle battaglie future.
Viva l’Internazionale comunista!
Viva la rivoluzione mondiale!
Al lavoro, per la preparazione e l’organizzazione della nostra vittoria!
Il Comitato Esec. dell’Internaz. Comunista