Rinfrescare la memoria Pt.8
Categorie: Partito Comunista Italiano
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Nell’ottobre 1947 due fatti spiccano, in rapporto alla politica nazionalcomunista: le agitazioni per il blocco dei salari e la riunione in Polonia del Cominform.
Operai e contadini si battono. La risposta dei nazionalcomunisti è di dare alle agitazioni la bandiera della … difesa della produzione nazionale. «Per aumentate la produzione si battono nei campi e nelle officine contadini ed operai contro un governo che nega i crediti all’industria e preferisce il grano alle terre incolte». (Unità 10 ottobre 1947). Sarà questa la parola d’ordine anche in seguito, gli operai si battono perché gli industriali ottengano crediti dallo Stato! Si battono contro una politica che porta «alla contrazione della produzione destinata tanto al mercato interno quanto ai mercati esteri con inevitabile aumento del livello generale dei prezzi»!
La lotta è contro il governo a favore de «gli industriali più intelligenti che non puntano sulla speculazione» (discorso di Scoccimarro, Unità del 3 ottobre); la sorte degli operai è legata a filo doppio alle sorti degli industriali… onesti. La deduzione logica sul terreno sindacale è: «Noi tutti vogliamo evitare finché è possibile i contrasti sindacali, ma vi sono situazioni in cui non c’è autorità di partito né organizzazioni sindacali che si possano opporre a certe esigenze imperiose ed urgenti delle masse»: come dire, noi facciamo del nostro meglio come bravi pompieri, ma se le masse si ribellano che ci possiamo [fare]? La politica di lor signori è, infatti, una politica di unità a tutti i costi: «unità per lavorare insieme (commovente, quell’insieme!), unità per vivere liberi, unità perché sia salva l’Italia» (4 ottobre). Se vogliono «rovesciare il governo» è perché «è una trincea che ci divide» (discorso del terribile Pajetta), barriera che divide operai da … industriali intelligenti.
Frattanto, la barriera non si lasciava abbattere e tirava diritta per la sua strada, la Confindustria rompeva le trattative, e i nazionalcomunisti rimanevano a belare sulla necessità di «salvare la produzione». I successi della C.G.I.L. ai susseguono a ritmo vertiginoso: aumenti agli statali (1000 lire mensili!). [Per due, tre righe il testo è incomprensibile, probabilmente è omessa una riga]. «Per le vie di Milano 200.000 protestano», e subito dopo, a conclusione, una dichiarazione di Roveda: «Se in due anni gli industriali non sono stati capaci di trovare una linea di condotta saranno i lavoratori a trovarla», altra conferma che la funzione del «partito dei lavoratori» è di trovare le strade che gli industriali non riescono a trovare. Ci stupiremo se i fregati furono sempre e soltanto i lavoratori?
In questo guazzabuglio si riunisce in Polonia il neonato Cominform. Comincia la sesquipedale relazione di Zdanov. L’operaio comune, facendo il bilancio conclude che i tre anni di democrazia progressiva sono finiti nel disastro, nell’offensiva la più spregiudicata degli industriali; per Zdanov no: al contrario, va tutto a gonfie vele. «La fine della seconda guerra mondiale ha portato cambiamenti essenziali – si legge sull’ Unità del 22 ottobre – nell’insieme della situazione mondiale. La disfatta militare del blocco degli Stati fascisti, il carattere di liberazione antifascista (!) della guerra, la parte avuta dall’Unione Sovietica nella vittoria sull’oppressione fascista, tutto questo ha modificato profondamente i rapporti di forza tra i due sistemi – socialista e capitalista – in favore del socialista». Gli operai italiani non lo crederebbero, ma si consolino perché «nuovi regimi popolari e democratici sono sorti in questi paesi sul grande esempio della guerra patriottica dell’Unione Sovietica»: già già, il socialismo che germoglia dal patriottismo. «Il nuovo potere democratico in Jugoslavia (prendete nota, odierni antitini dell’ultima ora), in Bulgaria, in Romania, in Polonia, in Cecoslovacchia, in Ungheria e in Albania, appoggiandosi sulle masse popolari, è riuscito a realizzare in breve tempo trasformazioni democratiche progressive tali che la borghesia non è più capace di compiere… In conclusione, i popoli di questi paesi (nota bene, anche la Jugoslavia) non si sono soltanto liberati dalla morsa imperialista ma stanno anche costituendo la base per il passaggio alla via dello sviluppo socialista».
E avanti: «La politica estera sovietica ha come presupposto la coesistenza per un lungo periodo di due sistemi: capitalismo e socialismo… La realizzazione di questa politica procede nelle nuove condizioni che si sono create da quando l’America ha rotto con l’ antica politica di Roosvelt ed è passata ad una nuova politica di preparazione di nuove avventure militari». La mirabolante teoria è sfornata: l’America è democratica e progressiva sotto Roosvelt, fascista sotto Truman: il capitalismo è amico di strada o nemico a seconda che ha alla testa una marionetta piuttosto che l’altra: il gran maestro della seconda guerra mondiale era un bravo uomo, i successori sono «cani rabbiosi». E comunque, «coesistiamo» pure, e facciamo i nostri sporchi affari insieme!
Come si vede, i motivi della orchestra successiva sono già intonati: con la sola variante che la Jugoslavia di Tito era ancora sulla … via del socialismo!