Partito Comunista Internazionale

RG 151: una riunione generale del Partito all’insegna dellacontinuità e della chiarezza del messaggio rivoluzionario Pt. 2

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Organi del partito formale

La relazione intitolata Organi del partito formale si è svolta con una serie di brevi commenti ad una successione di citazioni presentate all’ultima riunione generale. Lo scopo dell’esposizione era di ricordare che il centralismo organico non fornisce alcuna ricetta teorica, ma piuttosto indica un modo di lavorare e di rapportarsi nel partito. Piuttosto, impone che il partito si comporti in senso unitario e internazionale, piuttosto che federalista. Gli organi del partito sono costituiti esclusivamente in base alle esigenze attuali del partito. Non esiste a priori una forma di partito sempre e comunque più adatta a preservare la dottrina rispetto a un’altra; gli organi devono comunque svolgere la loro funzione tenendo conto esclusivamente dei compiti del partito, a loro volta determinati dalla dottrina.

Il partito avrà momenti della sua vita in cui dovrà avere attività anche segrete, e mettere in atto una disciplina di tipo militare. Questo presuppone una disciplina organica, anche assoluta e militare, ma imporre una disciplina militare quando non ve ne sono le condizioni è la strada che l’opportunismo nel partito ha sempre utilizzato per affermare sé stesso e le sue visioni antipartito.

È stato inoltre affermato che il partito non ha bisogno di grandi uomini o leader. Non intendiamo semplicemente il rifiuto dell’idea che esistano grandi uomini in grado di far progredire la storia con la loro forza di volontà, cosa che ovviamente abbiamo rifiutato già con Marx. Ci riferiamo piuttosto a quelle figure storiche che sono servite da faro guida per il proletariato e la sua avanguardia, i cui contributi sono stati grandi ma i cui nomi sono spesso abusati. Questo culto della personalità è stata una debolezza del movimento socialista e si è sempre manifestata in momenti in cui il partito si componeva di correnti e gruppi eterodossi, con la ammissione della democrazia interna. Il voto e l’arbitrato del leader erano entrambi utilizzati per risolvere controversie inconciliabili. Queste dispute erano irrisolvibili perché derivanti da teorie e obiettivi di origini non nostre. Oggi questo non può essere nel nostro partito: tutti i “malintesi” o le opinioni apparentemente divergenti sono facilmente risolvibili dal continuo studio della nostra tradizione, nella quale sono presenti tutte le risposte.

Sebbene i compagni del centro abbiano ovviamente il compito di centralizzare la comunicazione e di collegare le diverse parti dell’organizzazione, non hanno il diritto di prendere decisioni riguardo alla dottrina a proprio piacimento. Il partito, guidato dal suo continuo lavoro di scolpitura della teoria della rivoluzione, prende le decisioni in modo organico, e non considera il centro come una fonte speciale di volontà o conoscenza.

La Questione Militare: Direttiva Mosca, prima fase, luglio-settembre 1919

Denikin dopo le decisive ultime vittorie sulle quattro armate rosse, valutò giunte le condizioni per l’attacco finale su Mosca. La “Direttiva n. 08878”, ovvero “Marcia su Mosca” fu una articolata e complessa manovra sostanzialmente differita in due fasi: la prima stabiliva un’avanzata delle sue armate a ventaglio per consolidare i fianchi dell’intero fronte e successivamente far convergere le forze controrivoluzionarie su Mosca attraverso la vasta area compresa tra i fiumi Don e Dnepr. È stata esposta una cartina per illustrare il teatro delle operazioni con la nuova disposizione delle armate bianche e dei loro obiettivi. Forti dubbi furono espressi dai suoi comandanti soprattutto per le ridotte forze a loro disposizione, la necessità di evitare pericoli di sommosse nelle aree controllate, affrontabili con una adeguata forza mobile di cavalleria. Mediante la mobilitazione generale le forze di Denikin passarono da 64mila a 160mila unità, frettolosamente addestrate.

L’Armata rossa disponeva nel fronte sud di 116mila effettivi, poco esperti e che non disponevano di adeguate unità di cavalleria. Occorreva opporre un’adeguata strategia, che emerse dopo un forte contrasto in seno al suo vertice. Dopo un cambio al vertice del comando del settore, fu infine scelto di lanciare una controffensiva lungo il Volga per la riconquista di Caricyn con lo spostamento da oriente di rinforzi.

Le armate bianche necessitarono di circa due mesi per consolidare i fianchi del fronte, dopo di che il loro attacco fu positivo e di più accompagnato dallo sfondamento da parte della cavalleria cosacca in profondità nelle retrovie rosse, con conseguenti devastazioni di magazzini e depositi.

La controffensiva rossa lungo il Volga arrestò l’avanzata bianca costringendola a ripiegare. Nelle retrovie rosse scoppiò una rivolta cosacca, presto risolta, che però bloccò le loro manovre per la conquista di Caricyn, che si risolsero infruttuose e con pesanti perdite.

Altro obiettivo dell’Armata rossa era la conquista di Charkov (esposta una mappa) nella parte centrale del fronte attraverso una manovra a tenaglia, che fu disarticolata all’inizio da una rapida ed efficace contromossa bianca che fece retrocedere tutto il settore rosso.

La strategia rossa sul Volga si era risolta al momento in un parziale fallimento, con le armate bianche che controllavano le fertili regioni produttrici di grano e godevano di maggior credito e sostegno internazionale per la lotta che conducevano contro la rivoluzione bolscevica.


Conclusioni sulla questione militare in Germania 1918-23

Negli ultimi mesi del 1918, tutte le condizioni oggettive per la rivoluzione erano soddisfatte. Tuttavia, ciò che mancava chiaramente era un agente di «trasformazione soggettiva, cioè la capacità della classe rivoluzionaria di […] spezzare (o almeno incrinare) il vecchio governo». (Lenin, Il crollo della Seconda Internazionale). In assenza di una leadership comunista, i marinai insorti furono presto sconfitti.

Nella rivolta di Monaco del 1919, le Guardie Rosse non riuscirono a uscire dagli immediati dintorni della città, che rappresentava un’isola rivoluzionaria nel mare reazionario bavarese; nel frattempo il Partito Comunista aveva già subito tremende sconfitte per mano dei Freikorps di Noske, in particolare a Berlino.

Durante il putsch di Kapp del marzo 1920, i socialdemocratici raccoglievano sempre maggiori consensi: la grande massa della classe operaia voleva impedire il ritorno del vecchio regime imperiale. Scongiurata questa minaccia, i comunisti furono schiacciati dal Terrore Bianco.

Nell’azione di marzo del 1921, i lavoratori politicamente più attivi delle regioni minerarie della Germania centrale furono presto isolati. Scoppiò uno sciopero generale che in alcune regioni si trasformò in un’insurrezione armata. Ma era solo questione di tempo prima che la Reichswehr e la polizia sconfiggessero la rivolta a caro prezzo per i minatori e il partito comunista.

Nel cosiddetto “ottobre tedesco” del 1923, la situazione era matura per la presa del potere. La Germania versava in una profonda crisi economica e la borghesia tedesca era impotente di fronte all’occupazione francese. Una serie di scioperi e la formazione di Centurie proletarie in molte parti del paese dimostrarono che le masse erano «spinte, sia da tutto l’insieme della crisi, che dagli stessi “strati superiori”, ad un’azione storica indipendente». (Lenin)

Tuttavia, fu solo nella seconda metà dell’anno che il KPD si orientò verso l’insurrezione, dopo l’ondata di scioperi dell’agosto che rovesciò il governo Cunow, laddove l’attenzione del partito si era prima concentrata su tattiche opportunistiche, in particolare sulla formazione dei cosiddetti “governi operai” negli stati della Sassonia e della Turingia.

«Non si gioca con l’insurrezione», scriveva Marx, ma è proprio quello che fece la direzione del KPD nel 1923, senza con questo voler sminuire il coraggio degli insorti di Amburgo.

Il fallimento nel sovvertire le forze armate e la polizia fu un fattore chiave della disfatta delle lotte armate.

La borghesia ha potuto così sempre contare su truppe a lei fedeli per reprimere le rivolte a Berlino, Monaco, nella Ruhr, nella Germania centrale, ad Amburgo e altrove. Come scrisse Lenin in “Lezioni dell’insurrezione di Mosca” (1906) «Naturalmente, se la rivoluzione non assume un carattere di massa e non coinvolge le truppe, non si può parlare di lotta vera e propria».

Per una breve Storia dell’Impero Ottomano

Il partito ha iniziato ad analizzare lo sviluppo storico e sociale dell’impero Ottomano, il cui scopo è dimostrare le caratteristiche specifiche del periodo iniziale del modo di produzione capitalistico e di conseguenza le peculiarità storiche che determinano lo scontro fra le classi sociali, il cui esito storico, tuttavia, non può che essere l’universale guerra di classe che vede il Partito Comunista Internazionale in guerra con tutti gli altri partiti.

L’Impero Ottomano nacque nel XIV secolo come piccolo principato turco nell’Asia Minore, tra il declinante Impero Bizantino ed il Sultanato Selgiuchide. Grazie alla sua posizione strategica e ad un’abile politica militare e diplomatica, si espanse rapidamente. Nel 1352, attraversò i Dardanelli, stabilendosi a Gallipoli.

Sotto Murad I (1362-1389), Adrianopoli divenne la nuova capitale. Nonostante la sconfitta contro Timur nel 1402, gli Ottomani ebbero un nuovo periodo di splendore sotto Mehmet I e Murad II, consolidando il controllo sui Balcani. Nel 1453 Mehmet II conquistò Costantinopoli, ribattezzandola Istanbul e trasformandola nel cuore dell’Impero. Nei decenni successivi vennero conquistate Serbia, Bosnia, Crimea e altre regioni.

Il successo ottomano si basò su un sistema statale centralizzato che abolì il feudalesimo, sostituendolo con un’amministrazione efficiente. Le terre furono espropriate e gestite dallo Stato (miri), mentre i contadini pagavano tasse più basse rispetto al precedente Impero bizantino. I giannizzeri, reclutati tra i giovani cristiani convertiti, garantivano stabilità militare. Gli Ottomani si presentarono come protettori delle classi popolari, integrando le élite locali come vassalli (timar) e concedendo autonomia religiosa ai cristiani ortodossi, guadagnandosi così il loro sostegno contro potenze come Venezia e l’Ungheria.

Nel XVI secolo, sotto Selim I (il primo Califfo) e Solimano il Magnifico, l’impero raggiunse il suo apice. Gli Ottomani sfruttarono le divisioni tra le potenze europee, alleandosi con Francia e Inghilterra e attaccando gli Asburgo, conquistando l’Ungheria (1526) e assediando Vienna (1529).

Dal tardo Cinquecento tuttavia cominciarono ad emergere problemi strutturali: 1) Svalutazione monetaria ed aumento delle spese militari; 2) I contadini impoveriti si unirono a bande armate (celali), destabilizzando l’Anatolia; 3) Le terre passarono a privati (mulk) o ad istituzioni religiose (vakf), riducendo il controllo centrale; 4) La mobilità sociale si bloccò, con abusi da parte degli askeri (élite militare e religiosa).

I nomadi (turcomanni, curdi, beduini) furono cruciali per l’economia, gestendo pascoli, trasporti e con la produzione di tappeti. Fu proprio a causa della loro grande efficienza economica che l’impero ottomano tardò a sviluppare una rete stradale. Inoltre, l’espansione agricola ridusse i loro territori, portando a conflitti con i contadini e migrazioni verso la Persia. I nomadi, emarginati, divennero spesso ribelli o mercenari, minando la stabilità imperiale.

L’Impero Ottomano raggiunse l’apice nel XVI secolo grazie a un sistema centralizzato, una diplomazia abile e un’integrazione pragmatica delle diversità etniche e religiose. Tuttavia, dal Seicento, crisi economiche, ribellioni e decentralizzazione ne avviarono il declino, preparando il terreno per le successive sconfitte e riforme.

FINE DEI RAPPORTI