[RG-45] Partito rivoluzionario e azione economica
Indici: Questione Sindacale
Categorie: Union Activity, Union Question
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Le storiche condizioni in cui oggi versa il proletariato mondiale sono quelle di una classe sconfitta, umiliata, blandita nei suoi capi opportunisti, ingannata, e tenuta lontana con ogni mezzo dal programma del suo partito politico di classe. In tali condizioni, che non hanno riscontro in nessun altro periodo della storia, l’avanguardia del proletariato è costretta a riprendere la battaglia di classe dalle nozioni più semplici ed elementari. Il partito quindi è costretto a obbligare i suoi lettori a ripercorrere le questioni di dottrina, di tattica e di organizzazione sin dai primi passi per consentir loro di aver coscienza di quanto profondo sia il baratro in cui il proletariato è stato gettato dall’incrociarsi di forze nemiche e traditrici che, nel giro di quasi mezzo secolo, lo hanno educato ad una scuola eclettica, senza principî, di cui il fascismo è stato il maestro. L’opportunismo oggi imperante, sommando la fraseologia pseudorivoluzionaria al carattere immediatista ed esistenzialista del fascismo, ha infatti sconvolto il formidabile lavoro di azione e di educazione rivoluzionaria che la sinistra comunista mondiale aveva impartito, e i cui risultati giganteschi portano i nomi gloriosi di Rivoluzione d’Ottobre e di Terza Internazionale.
Per queste ragioni tutto il lavoro di partito ha dovuto ricondursi alle origini della dottrina, rifarsi agli elementi di base, in tutte le questioni finora trattate; ed anche in questa deve usare lo stesso metodo, conscio e preoccupato, più che di immediati scontri di classe di stringere intorno al riproposto programma marxista genuino nuove schiere di giovani proletari, cui l’incombente fortunata sorte di poter essere i continuatori della tradizione comunista affiderà il compito di formare la rete del futuro partito mondiale del proletariato rivoluzionario.
Nozioni una volta fortemente acquisite e perfino ovvie per la classe combattente sotto la guida del partito di classe, tali che il più umile proletario comunista del più remoto angolo della terra rendevano invulnerabile e tetragono alla demolitrice propaganda del nemico e a quella viscida ed insidiosa dell’opportunista; formule che si consustanziavano con l’azione immediata, quotidiana, locale e contingente, sono oggi dimenticate in un grado tale che lo stesso proletario trova già difficile differenziarsi dal piccolo borghese, scindere la sua posizione sociale da quella del capitalista, i fini politici della sua classe da quelli dello stato borghese, della patria, della nazione.
Questo stato di cose è sufficiente per misurare l’entità del disastro storico che l’onda controrivoluzionaria ha causato ai danni della rivoluzione.
Il determinismo economico
Marx descrisse la società comunista nel tempo stesso in cui analizzava il modo di produzione capitalistico; scolpì le funzioni naturali del lavoro, che trovavano la loro felice e logica strutturazione in una società senza classi, nella viva materia della lotta di classe; estrasse dalle difficili e potenti formulazioni della dialettica hegeliana le ragioni economiche su cui poggiavano lo stato e il diritto; concluse che, per comprendere lo «spirito dei tempi», bisognava capirne la sottostruttura economica.
Engels commenta: «Tale è la costituzione economica di tutta la società attuale: solo la classe operaia è quella che produce tutti i valori». «Ma — continua nella sua ricapitolazione sintetica della dottrina — questi valori prodotti dall’operaio non appartengono però all’operaio. Essi appartengono ai proprietari delle materie prime, delle macchine e strumenti e del capitale liquido, di ciò che permette a questi proprietari di comperare la forza-lavoro della classe operaia. Di tutta la massa dei prodotti da essa fabbricata, la classe operaia riceve indietro per sé solo una parte. E, come abbiamo visto, l’altra parte, che la classe capitalistica trattiene per sé o, tutt’al più, deve ancora dividere con la classe dei proprietari fondiari, diventa sempre maggiore ad ogni nuova invenzione e ad ogni nuova scoperta, mentre la parte che tocca alla classe operaia (calcolata per testa) o aumenta molto lentamente e in modo insignificante o non aumenta affatto, e, in talune circostanze, può persino diminuire».
Con quale meccanismo si verifica questa ripartizione sostanzialmente inegualitaria e contraddittoria, malgrado l’«uguaglianza» di cui si ammanta la borghesia capitalistica? Engels lo spiega con il consueto stile piano e popolare, che traiamo dalla prefazione del 30 aprile 1891 ad una serie di editoriali nella Neue Rheinische Zeitung scritti da Carlo Marx nell’aprile 1849. Le date non sono citate a caso, ma servono esse stesse a far comprendere che, a distanza di cinquant’anni, quando il capitalismo europeo e segnatamente quello tedesco viveva decenni di sconvolgente sviluppo economico che i corifei della borghesia arrivavano a chiamare «d’oro», Engels sottolineava la conferma della dottrina e additava ai proletari gli stessi mezzi e gli stessi fini della lotta politica. «Noi viviamo oggi sotto il dominio della produzione capitalistica, in cui una classe della popolazione, grande, in continuo aumento, può vivere soltanto se lavora, contro salario, per i possessori dei mezzi di produzione: strumenti, macchine, materie prime e mezzi di sussistenza. Sulla base di questo modo di produzione i costi di produzione dell’operaio consistono in quella somma di mezzi di sussistenza — o del loro prezzo in denaro — che sono in media necessari per renderlo atto al lavoro, per conservarlo atto al lavoro e per sostituirlo alla sua scomparsa per vecchiaia malattia o morte con un altro operaio, cioè per assicurare che la classe operaia si riproduca nella misura che è necessaria. Supponiamo che il prezzo in denaro di questi mezzi di sussistenza sia in media di tre marchi al giorno.
«Il nostro operaio riceve dunque dal capitalista che lo occupa un salario di tre marchi al giorno. Per questo salario il capitalista lo fa lavorare, poniamo, 12 ore al giorno. E il capitalista fa press’a poco questo calcolo: supponiamo che il nostro operaio — un meccanico — debba fare un pezzo di una macchina che egli finisce in un giorno. La materia prima — ferro ed ottone, nella forma necessaria precedentemente elaborata — costi 20 marchi. Il consumo di carbone della macchina a vapore, il deterioramento di questa stessa macchina a vapore, del tornio e degli altri strumenti con cui l’operaio lavora, rappresentino, per un giorno e calcolati secondo una percentuale, il valore di un marco. Il salario giornaliero è, secondo la nostra supposizione, di tre marchi. Il totale è, per il nostro pezzo di macchina, di 24 marchi. Il capitalista calcola però che in media riceverà dai suoi clienti un prezzo di 27 marchi, cioè 3 marchi in più dei costi che egli ha anticipati.
«Da dove vengono questi 3 marchi che il capitalista intasca? Secondo quanto afferma l’economia classica, le merci in media sono vendute secondo il loro valore, cioè a prezzi corrispondenti alle quantità di lavoro necessario in esse contenute. Il prezzo medio del nostro pezzo di macchina — 27 marchi — sarebbe dunque uguale al suo valore, uguale cioè al lavoro che in esso si contiene. Ma, di questi 27 marchi, 21 erano valori che già esistevano prima che il nostro meccanico incominciasse a lavorare: 20 marchi erano nelle materie prime, 1 marco nel carbone bruciato durante il lavoro o in macchine e strumenti, che sono stati utilizzati e la cui capacità di produzione è stata diminuita per un valore uguale a questo importo. Restano 6 marchi che sono stati aggiunti al valore della materia prima. Ma questi 6 marchi, come ammettono anche i nostri economisti, possono derivare soltanto dal lavoro che il nostro operaio ha aggiunto alla materia prima. Il suo lavoro di 12 ore ha dunque creato un nuovo valore di 6 marchi. E così avremo dunque finalmente scoperto che cosa è il “valore del lavoro”.
«Un momento! — esclama il nostro meccanico — 6 marchi? Ma se io non ne ho ricevuti che 3! Il mio capitalista giura su tutti i santi che il valore del mio lavoro di 12 ore è soltanto di 3 marchi, e se io ne chiedo 6 mi deride. Come si spiega tutto questo?».
«Per l’operaio il valore del lavoro di 12 ore è di 3 marchi, per il capitalista è di 6, dei quali egli paga 3 all’operaio come salario, ed intasca gli altri 3. Il lavoro non avrebbe dunque uno, ma due valori, e per di più molto diversi!
«La contraddizione diventa ancor più assurda non appena riduciamo in tempo di lavoro i valori espressi in denaro. Nelle 12 ore di lavoro viene creato un nuovo valore di 6 marchi, quindi in 6 ore 3 marchi; la somma che l’operaio riceve per un lavoro di 12 ore. Per 12 ore di lavoro l’operaio riceve come uguale controvalore il prodotto di 6 ore di lavoro. Perciò, o il lavoro ha due valori, uno dei quali è doppio dell’altro o 12 è uguale a 6! In tutti e due i casi ci troviamo di fronte ad un puro controsenso.
«Possiamo voltarci e rigirarci come vogliamo, non sortiremo da questa contraddizione, fino a tanto che parleremo di compera e vendita del lavoro e di valore del lavoro. Ed è appunto ciò che è accaduto agli economisti. L’ultimo prodotto dell’economia classica, la scuola ricardiana, fallì in gran parte per non aver saputo risolvere questa contraddizione. La scuola classica si era cacciata in un cul di sacco. Chi trovò la via per uscirne fu Carlo Marx.
«Ciò che gli economisti avevano considerato come costi di produzione del “lavoro”, erano i costi di produzione non del lavoro, ma dello stesso operaio vivente. E ciò che questo operaio vendeva al capitalista non era il suo lavoro. “Non appena il suo lavoro comincia realmente — dice Marx — esso ha già cessato di appartenergli e perciò non può più essere venduto da lui”. Egli potrebbe dunque tutt’al più vendere il suo lavoro futuro, cioè assumersi l’obbligo di compiere una determinata prestazione di lavoro per un tempo determinato. Ma, in questo modo, egli non vende lavoro (che si dovrebbe ancora fare), ma pone a disposizione del capitalista per un certo tempo (salario giornaliero) o per una determinata prestazione di lavoro (salario a cottimo) la sua forza-lavoro contro una determinata paga; egli cede, cioè vende la sua forza-lavoro. Questa forza-lavoro è però compresa insieme alla sua persona, ed è inseparabile da essa. I costi di produzione di essa coincidono dunque con i suoi costi di produzione; ciò che gli economisti chiamavano costi di produzione del lavoro, sono appunto i costi di produzione dell’operaio e quindi quelli della forza-lavoro. E così noi possiamo risalire dai costi di produzione della forza lavoro al valore della forza-lavoro, e determinare la quantità di lavoro socialmente necessario che si richiede per la produzione di una forza-lavoro di qualità determinata, come lo ha fatto Marx nel capitolo della compra e vendita della forza-lavoro (Capitale, Vol. I, cap. 4 — parte terza). Che cosa avviene ora, dopo che l’operaio ha venduto al capitalista la sua forza-lavoro, cioè dopo che l’ha posta a sua disposizione, dietro un salario convenuto, giornaliero o a cottimo? Il capitalista conduce l’operaio nella sua officina o fabbrica, dove già si trovano tutti gli oggetti necessari per il lavoro: materie prime materie ausiliarie (carbone, coloranti, ecc.), utensili e macchine. E qui l’operaio comincia a sgobbare. Poniamo che il suo salario giornaliero sia, come avevamo indicato prima, 3 marchi — poco importa se guadagnati come salario fisso o a cottimo. Supponiamo di nuovo, anche in questo caso, che, con il suo lavoro, l’operaio aggiunga alla materia prima impiegata un nuovo valore di 6 marchi, un nuovo valore di 6 marchi che il capitalista realizza con la vendita del pezzo finito. Di questo importo, egli paga all’operaio 3 marchi, e gli altri 3 se li tiene. Se l’operaio produce in 12 ore un valore di 6 marchi, in sei ore produce un valore di 3 marchi. Quindi, dopo aver lavorato sei ore, egli ha già restituito al capitalista l’equivalente dei tre marchi ricevuti come salario. Dopo sei ore di lavoro, tutti e due sono pari; nessuno dei due deve più un soldo all’altro.
«Un momento — esclama ora il capitalista — io ho noleggiato l’operaio per un giorno intero, per dodici ore. Sei ore non sono che una mezza giornata. Avanti, dunque, al lavoro, fin che le altre sei ore siano passate — solo allora saremo pari!» E, in realtà, l’operaio deve attenersi al suo contratto «liberamente» concluso, con il quale si è impegnato, per un prodotto di lavoro che costa sei ore di lavoro, a lavorare dodici ore intere.
«Con il salario a cottimo è la stessa cosa. Supponiamo che il nostro operaio produca in 12 ore 12 pezzi di merce. Ognuno di essi costa in materie prime e deterioramento 2 marchi, ed è venduto a marchi 2,50. Per tenerci alle ipotesi di prima, il capitalista darà all’operaio 25 centesimi il pezzo, il che fa, per 12 pezzi 3 marchi, per guadagnare i quali l’operaio deve lavorare 12 ore. Per i 12 pezzi il capitalista riceve 30 marchi; deducendo 24 marchi per materie prime e deterioramenti, restano 6 marchi, 3 dei quali egli li paga per salario e intasca gli altri 3. Come nell’esempio di prima, anche in questo caso, l’operaio lavora sei ore per sé, cioè per produrre l’equivalente del suo salario (mezz’ora per ognuna delle 12 ore), e sei ore per il capitalista.
«La difficoltà in cui si sono urtati i migliori economisti fino a tanto che partivano dal valore ciel “lavoro”, scompare non appena, invece, si parte dal valore della “forza-lavoro”. Nella nostra attuale società capitalistica, la forza-lavoro è una merce, una merce come ogni altra, ma ciononostante una merce tutt’affatto speciale. Essa ha la proprietà specifica di essere forza produttrice di valore, di essere fonte di valore; anzi, di essere, con un trattamento appropriato, fonte di un valore maggiore di quello che essa possiede. Nello stato attuale della produzione, la forza-lavoro dell’uomo non solo produce in un giorno un valore superiore a quello che essa possiede e costa, ma, ad ogni nuova scoperta scientifica, ad ogni nuovo perfezionamento tecnico, questa eccedenza del suo prodotto giornaliero sul suo costo giornaliero aumenta, cioè si riduce quella parte della giornata di lavoro in cui l’operaio produce l’equivalente del suo salario e si allunga perciò d’altro lato quella parte della giornata in cui egli deve regalare al capitalista il suo lavoro, senza essere pagato».
La sintesi di Engels mostra la natura deterministica del rapporto tra lavoro salariato e capitale e quindi tra operaio e azienda, tra classe proletaria e classe borghese. Capitale e lavoro sono due forze sociali che si fronteggiano e le loro relazioni sono governate da leggi economiche precise, non da considerazioni umanitarie né morali, come pretendevano Proudhon e seguaci, i quali, abbagliati dal gigantesco vulcano del meccanismo produttivo capitalistico, avevano preteso che la trasformazione sociale si verificasse con semplici correzioni del sistema esistente, eliminandone le asprezze, smussandone gli angoli, affidando allo Stato — considerato per questo come un ente supremo aleggiante sulla società, come preteso rappresentante di tutti gli uomini, sommo giudice ed arbitro — funzioni moderatrici e livellatrici. Concezioni, queste, di un capitalismo senza lotta di classe, senza crisi e guerre sanguinose; della merce senza la legge del valore; del lavoro senza la forma salariale, ecc., che sono state fatte proprie dall’opportunismo in generale. In realtà la fola che i progressi tecnici al servizio della produzione contribuiscano ad una più equa ripartizione dei prodotti, e che lo sviluppo «democratico» del capitalismo rappresenti altresì un miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita degli operai, non solo non si è verificata ma è in netta contraddizione con la natura stessa del capitale.
Marx affrontò la questione ne Il Capitale (vol. I, V Sez. cap. XV) e considerò tre casi nei quali si riassume il processo reale (cfr. Il Programma Comunista, n. 16 del 7-9-1964). In essi — nel primo in cui varia la durata della giornata lavorativa, nel secondo in cui varia l’intensità del lavoro nell’azienda, nel terzo, in cui varia la produttività sociale del lavoro — Marx perviene alla conclusione che i benefici fondamentali ottenuti con le diverse variazioni vanno a tutto vantaggio del profitto, cioè della classe capitalista. Nella misura in cui il capitalismo passa dalla sua fase iniziale d’impianto produttivo, dai primordi, alla fase matura, alla sistematica applicazione alla scala sociale della scienza e della tecnica il saggio di sfruttamento della forza-lavoro aumenta, ed aumenta anche il saggio del profitto, cioè la parte di plusvalore di cui il capitale si appropria. Quando, con lotte sanguinose, il proletariato strappa al capitalismo la riduzione della durata della giornata lavorativa, la reazione del capitale si estrinseca nell’aumento dell’intensità del lavoro; la quantità di forza-lavoro estorta nelle dodici ore dal capitalismo primitivo, dalla fabbrica operante con mezzi produttivi rudimentali, viene ora estorta nelle otto ore applicandovi mezzi di produzione più perfezionati e veloci, comprimendo gli sforzi del lavoratore in un lasso di tempo più ristretto. Ciò che ha perso nella riduzione della giornata di lavoro il capitalismo lo ha più che recuperato intensificando lo sforzo del lavoratore. Questo terzo caso è quello ottimale, il caso limite della produzione capitalistica, che corrisponderebbe, secondo gli ideologhi del capitalismo allo sviluppo «democratico», che però non trova riscontro nella realtà storica. Non solo lo «sviluppo ineguale» della economia capitalistica si riscontra fra stati e stati, ma anche all’interno di un medesimo territorio statale e, nei paesi che hanno subito profonde distruzioni per cause naturali o belliche, la ripresa produttiva assume spesso forme precapitaliste. Sarebbe altamente istruttiva una ricerca in tal senso. Essa dimostrerebbe certamente, sul piano pratico, che il capitalismo ancor oggi, sebbene vanti le applicazioni alla produzione delle più ardite scoperte tecnologiche, sfrutta il lavoro salariato in una forma composita, combinando la massima intensità possibile con la massima estensione possibile. In Italia, e in Europa in generale, il lavoro a cottimo è esso stesso una forma che stimola il lavoratore ad estendere il tempo delle sue prestazioni oltre le otto ore canoniche. Nei contratti di lavoro è ormai rituale la clausola che sancisce il diritto per l’azienda di richiedere al lavoratore il lavoro straordinario, e questo diritto non rimane sulla carta, ma è puntualmente realizzato nella maggior parte delle aziende. Ciò conferma che il combinarsi del prolungamento della giornata lavorativa con l’aumento della intensità del lavoro è norma consuetudinaria nel periodo cosiddetto «democratico» del capitalismo. Solo sottoponendosi ad uno sfruttamento più intenso ed esteso è consentito al lavoratore di disporre della quantità di prodotti necessaria alla sua sopravvivenza. È una favola della demagogia imbonitrice dei corifei del capitalismo, primi fra tutti gli stessi opportunisti, quella di affermare che la classe operaia ha tratto dal recente sviluppo produttivo vantaggi considerevoli. Nella pratica, oggi, si lavora dieci ore al giorno, giusto come un secolo fa. Ma da un secolo ad oggi lo sviluppo delle forze produttive è stato gigantesco e non vi corrisponde minimamente la riduzione dello sforzo lavorativo, che si realizza fondamentalmente con la drastica riduzione della durata della giornata di lavoro. A distanza di ottant’anni, il riconoscimento giuridico della giornata di otto ore è rimasto un articolo del codice civile.
Il mito della produttività del lavoro
Il capitalista obietta che, prescindendo dal lavoro straordinario, il lavoratore ha assicurato il minimo vitale con il lavoro di otto ore e che l’estensione della durata di lavoro gli consente di procurarsi il superfluo, partecipando così all’appropriazione di parte del sopraprodotto.
La questione vista nei confronti del singolo operaio, è in certi casi possibile, e caratterizza l’esistenza dell’aristocrazia del lavoro. Questa però non è la regola, ma l’eccezione, e corrisponde più ad una necessità politica del capitalismo che ad una esigenza produttiva, per cui il regime tollera la presenza di alcuni strati assai limitati di lavoratori che per la loro posizione particolare nella economia e per la loro funzione sociale delicata si fanno riconoscere salari relativamente alti rispetto alla media. Ma anche questa eccezione è possibile solo a spese della massa dei lavoratori, e nel conto del costo globale del lavoro la relativa maggior spesa per uno strato privilegiato di lavoratori è compensata dalla minor spesa per il resto della classe produttrice. Il fenomeno, poi, è molto più vasto e profondo di quello che si possa immaginare e determina, come componente, una maggior pressione sul livello medio dei salari. Infatti, la tendenza storica è quella della diminuzione relativa della popolazione produttrice e dell’aumento di quella che si nutre di plusvalore. Tale tendenza è irrazionale rispetto all’aumento della produttività del lavoro e conferma la legge del salario che costituisce il minimo indispensabile per la riproduzione della forza-lavoro. Tanto che la cosiddetta efficienza aziendale non è data dalla quantità dei prodotti nell’unità di tempo forniti, ma dal rapporto tra questa e il numero degli addetti alla produzione, tra cui le aziende capitaliste considerano anche gli impiegati, i tecnici, con la sola eccezione dei funzionari di amministrazione e direzione. Così la tendenza è quella di aumentare il prodotto relativo: più produzione per addetto.
Negli ultimi quindici anni (fonte: ISTAT) in Italia la percentuale delle «forze del lavoro» sulla popolazione è scesa dal 46% al 36%, e di contro la produzione è aumentata dall’indice 100 del 1953 a 235,5 del 1963, e l’indice dei salari nello stesso periodo è salito soltanto da 100 a 174 (Notiziario statistico INAIL). Lo stesso andamento si ha per gli USA, dove le forze del lavoro sono discese nel periodo 1950-1964 del 3%, nella Francia con una discesa del 4% dal 1954 al 1964.
È visibile ad occhio nudo il realizzarsi della tendenza storica della riduzione relativa degli operai e dell’opposto aumento della produzione, su cui si esalta la produttività del lavoro. Le due grandezze tendono a diversificarsi e allontanarsi tra di loro, e si traducono per l’operaio, da un lato, in un maggior sforzo lavorativo che si concretizza in una maggiore manipolazione di mezzi produttivi dall’altro nella riduzione relativa delle retribuzioni salariali. Cioè, l’aumentata produttività del lavoro, feticcio capitalistico al pari della merce e del denaro, in regime capitalistico non è una forza che emancipa le masse lavoratrici, ma esalta soltanto il plusvalore, il profitto, infine il capitale.
Il Ministero del lavoro ha fatto i seguenti rilievi (Rassegna di Statistiche del Lavoro, gennaio-febbraio 1963) nel settore delle aziende metalmeccaniche e dei mezzi di trasporto: dal 1958 al 1961 gli operai specializzati sono discesi dal 15,3% al 14,7%, i qualificati dal 33,2% al 31,7%, mentre gli operai comuni (manovali specializzati, operai comuni e manovali comuni) sono aumentati dal 38,8% al 42,8%. Ciò conferma la regola della dequalificazione del lavoro, della riduzione del lavoro complesso a lavoro semplice, giusta la vecchia e sempre valida asserzione teorica di Marx. Il fenomeno si rileva ancor meglio nell’osservare alcuni dati statistici relativi alla fabbrica di automobili Alfa Romeo, i quali indicano che, nel periodo dal maggio 1955 al luglio 1963, gli operai specializzati sono discesi dal 25,26% al 13,06% i qualificati dal 39,47% al 29,02%, e gli operai comuni (senza qualifica alcuna) sono aumentati dal 30,79% al 53,07% che con le donne, operaie comuni, salgono al 57,92%. Lo stesso andamento si ha anche tra il personale impiegatizio, sebbene non così accentuato come tra gli addetti alla produzione vera e propria.
Lo sviluppo incessante della divisione del lavoro tra gli uomini e anche tra le macchine, sotto la sferza della ricerca affannosa della riduzione dei costi di produzione, riduce il lavoro complesso a lavoro semplice. Il contenuto tecnico del lavoro va perdendo gradualmente di importanza. Non si richiedono più operai capaci, abili e « intelligenti », ma diligenti, « tranquilli », e soprattutto che non siano delle « teste calde ». L’esigenza della produzione capitalistica è di intruppare lavoratori che abbiano a cuore solo la produzione. Con lo sviluppo della divisione del lavoro cresce l’importanza dei mezzi di produzione, sia come macchine e attrezzi e impianti, sia come materie prime. La composizione organica del capitale tende a svilupparsi nella parte costituita dal capitale costante, appunto dai mezzi di produzione, e a flettersi nella parte costituita dal capitale variabile, ossia dal lavoro salariato. Ciò è vero in assoluto, ma va riconosciuto che il processo produttivo reale è molto complesso e presenta una gamma di combinazioni molteplici.
Non si deve tuttavia perdere di vista che l’impulso decisivo anche in questo campo non è dato dalla miriade di piccoli e medi capitali, che giocoforza sono rappresentati da aziende in cui la redditività economica è ottenuta con il rituale schiacciamento delle forze del lavoro ed anche con inganni, frodi sindacali, fiscali e commerciali; ma dalle colossali concentrazioni di capitali, le sole che abbiano la possibilità obiettiva di applicare alla produzione l’alta tecnica, di usufruire dei risultati pratici della ricerca scientifica che toccano marginalmente la piccola produzione dopo un lungo periodo di applicazione. È per questa ragione che le piccole crisi economiche vengono definite dagli economisti crisi di « aggiustamento », cioè tali da ridimensionare il numero dei centri produttivi, venendone eliminate quelle aziende che non possono più reggere la concorrenza dei bassi costi per l’insufficienza di mezzi « tecnici ». Alcuni economisti anglo-americani, favoriti da un ambiente produttivo altamente sviluppato ed in grado di osservare il comportarsi pratico delle linee di tendenza fondamentali del processo economico, concludono che la ripartizione ideale delle « forze del lavoro » debba essere di un terzo di addetti alla produzione vera e propria, di cui il 5% nell’agricoltura e il 95% nell’industria, un terzo di addetti alla distribuzione, e un terzo di addetti al cosiddetto « settore terziario » (banche, assicurazioni, attività religiose, libere professioni, etc.).
Potenza sociale della miseria crescente
Questa opinione degli economisti non è una utopia né in contraddizione con la dottrina marxista. Anzi le teorie degli ideologi del capitalismo confermano un’altra tendenza del modo di produzione capitalistico, quella cioè dell’accrescersi smisurato del capitale da un lato e della miseria dall’altro. Su questa teoria marxista della « miseria crescente » borghesi e opportunisti sfoggiano un risolino di compatimento, come per dire che Marx potrà aver detto tante belle cose ma che questa è una cantonata madornale, e sciorinano cifre sull’abbondanza di prodotti disponibili per « tutti ». Il contenuto della teoria della miseria crescente va ricercato anch’esso nei rapporti sociali e dimostrato alla scala storica, non nelle effimere apparenze della produzione globale e tanto meno in limiti temporali di comodo. I negatori di questa teoria marxista sono i soliti pacifisti che, per inculcare nei crani dell’umanità intontita l’immortalità del capitale, hanno preteso di dimostrare la falsità dell’altra formidabile teoria marxista delle crisi ricorrenti del capitalismo, sostenendo con relative « cifre » che nel corso dell’ultimo secolo la produzione non ha subito soste, se si escludono i periodi di guerre e degli ormai classici rovesci economici tipo quello del 1929-1932. È un bel dimostrare l’inesistenza delle crisi, « supponendo » che non vi siano mai state!
L’immiserimento progressivo della società non significa che ogni giorno debbano aumentare gli straccioni, i mendicanti, coloro che vivono della pubblica carità; significa, invece, che storicamente aumenta il numero di coloro che vengono privati della proprietà dei mezzi di produzione, spogliati della loro porzione di capitale e gettati tra le file dei nullatenenti. Periodicamente gioca l’inganno dell’esaltazione produttiva, abilmente mistificata dalle statistiche ad uso e consumo delle grandi centrali capitalistiche. Il processo di immiserimento sta svolgendosi ad un punto tale che nei centri di grande industrialismo, per esempio negli Stati Uniti d’America, perfino le « professioni libere » stanno scadendo al rango di attività aziendali, dove il grande avvocato è il proprietario della « ditta » alle cui dipendenze vengono assunti altri avvocati ed « esperti », che abbiano attinenza con il mercato forense, mensilmente stipendiati; o in Inghilterra, dove la professione medica è da tempo esercitata nelle grandi aziende ospedaliere da medici stipendiati dallo Stato. Questi avvocati e medici stipendiati sono dei prestatori d’opera allo stesso modo che lo sono i dipendenti della Fiat o della General Motors: sono stati privati della possibilità oggettiva di possedere un certo capitale per convertirlo in mezzi di produzione, e sono ormai esclusi dal possederne in avvenire.
L’ubriacatura odierna ricalca quella della vigilia del « venerdì nero », quando nella follia collettiva degli anni venti qualunque americano che avesse un dollaro in tasca lo moltiplicava per dieci giocando in borsa, e credeva di essere nel millennio, di aver raggiunto ormai l’eterna felicità. Oggi basta un foglio da diecimila lire per comprare tante cambiali scadenti in trentasei mesi consecutivi e « farsi la macchina ». L’economista dinanzi a tanto « benessere » irride a Marx e alle sue teorie « ottocentesche ». Ma la fallacia di questa opulenza è facilmente dimostrabile, perché è l’opulenza della miseria, e della miseria attuale, nemmeno storica. Infatti le vendite a credito su cui si basa in maniera sempre più determinante la produzione capitalistica costituiscono una forma ipotecaria sul lavoro futuro. Il proletario che oggi « si fa la macchina » a forza di cambiali impegna a favore della Fiat una parte aliquota del lavoro dei prossimi trentasei mesi, impegno che soddisferà se sarà ancora al lavoro, se non si sarà ammalato o non sarà stato licenziato. Ciò vuol dire che si sono prodotte merci che non sono attualmente acquistabili, sono superiori alle condizioni reali degli uomini. Questo processo galoppante ingrossa la massa della produzione invendibile nell’immediato ed approfondisce ed estende il debito sociale. Sino a prova contraria una società nella quale i debiti aumentano non può dirsi che arricchisca ma, al contrario, che si immiserisce. Ora, e qui sta la tragica contraddizione, non si immiserisce il capitale che invece si ingrossa perfino a dismisura, ma immiseriscono gli uomini tutti, gli stessi capitalisti nella gran parte, che ipotecano, a loro volta, i profitti futuri da realizzare.
Un eloquente quadro della miseria attuale è offerto dai seguenti dati sulle vendite a credito nei principali paesi industriali: in milioni di dollari gli USA avevano venduto nel 1955 per 38.670 e nel 1964 76.810; l’Inghilterra in milioni di sterline nel 1960 935 e nel 1964 1.115; la Germania Ovest in milioni di marchi nel 1962 per 6.389 e nel 1964 per 7.848; la Francia in milioni di franchi nel 1960 per 3.300 e nel 1964 per 7.060; il Belgio nel 1960 in milioni di franchi belgi per 10.203 e nel 1964 per 14.802. Dal quadro è esclusa la Russia solo perché non si possiedono i dati, ma anche nell’URSS da anni è praticata e si estende la vendita a rate.
L’indebitamento crescente di masse sempre più numerose, se da un lato lega maggiormente l’operaio e il lavoratore in genere alle condizioni di lavoro e lo porta a non uscire dai limiti della semplice contrattazione mercantile del suo salario, dall’altro livella le condizioni di esistenza di masse più larghe, ivi compresi anche strati non proletari e semi-proletari su cui l’indebitamento continuo e progressivo esercita una pressione soffocatrice ed alimenta nei debitori l’incertezza del domani. Se tale incertezza è sfruttata dalle forze politiche capitalistiche e opportuniste per inchiodare al posto di lavoro i proletari, ciò non significa eliminazione delle cause del fenomeno ma irretimento di queste stesse cause che hanno il loro epicentro proprio nella produzione e nella ripartizione anarchica del prodotto sociale.
Il capitalismo per sopravvivere è costretto ad accelerare il processo di proletarizzazione delle masse e ad aumentare il numero di coloro che un giorno gli si ergeranno contro come nemici.
Marx commenta: « Il diventar più a buon mercato di tutte le merci – il che poi non avviene per i bisogni più immediati della vita – fa sì che l’operaio porta degli stracci messi assieme e la sua miseria si colorisce delle tinte della civiltà ». Infatti, perché questo non si verifichi la classe operaia dovrebbe avere in mano il controllo « della massa del capitale produttivo in generale » e il controllo « del rapporto delle sue parti costitutive », da cui dipende il salario. Avere questo controllo significa detenere il potere politico, e detenerlo alla scala mondiale, in quanto « il salario diventa sempre più dipendente dal mercato mondiale ».
Lo sviluppo gigantesco dei mezzi di produzione e la riduzione dei costi di produzione non favoriscono mai sostanzialmente, in regime capitalista, le condizioni degli operai come classe. Al contrario, provocano negli operai una lotta accanita tra di loro, una concorrenza determinata appunto dalla riduzione del lavoro a lavoro semplice, dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione e di trasporto che facilitano lo spostamento di forze lavorative da una regione all’altra dello stesso paese ed anche da una nazione all’altra, come testimonia l’emigrazione continua, particolarmente in questo secondo dopoguerra, di italiani, turchi, africani, arabi, spagnoli, etc. nei paesi industrializzati europei e negli USA. Con l’accrescersi dei mezzi di produzione diminuisce così l’offerta relativa di posti di lavoro, aumenta la concorrenza tra gli operai, e di conseguenza viene compresso il livello dei salari.
Così l’aumento delle forze produttive, lo sviluppo della tecnica e della scienza, l’accrescersi della produzione sono rivolti contro le condizioni di lavoro e di esistenza del proletariato. Così la crescente miseria delle masse si trasforma da condizione di esistenza del modo di produzione capitalista in fattore di sovvertimento sociale dell’ordine costituito.
Marx e la prima Internazionale
« Eppure tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengon posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione »: è con questa tragica constatazione che Marx (Salario, prezzo e profitto) esalta le lotte operaie e le organizzazioni di resistenza proletarie, e incita la classe ad unirsi sul terreno della difesa del salario e delle condizioni di vita. E continua: « Opponendosi a questi sforzi del capitale con la lotta per degli aumenti di salario corrispondenti alla maggiore tensione del lavoro, l’operaio non fa niente altro che opporsi alla svalutazione del suo lavoro e alla degenerazione della sua razza … Egli deve tentare di ottenere, in un caso, un aumento di salari, non fosse altro, almeno, che per compensare la diminuzione dei salari nell’altro caso. Se egli si rassegnasse ad accettare la volontà, le imposizioni dei capitalisti come una legge economica permanente, egli condividerebbe tutta la miseria di uno schiavo, senza godere la posizione sicura dello schiavo ».
Ma questo non basta, perché in tal modo si conserva la « razza » dei proletari, cioè si conservano le condizioni della sua esistenza di classe sfruttata e della esistenza del capitale. Occorre andare oltre, occorre « controllare » queste condizioni, si deve, quindi, conquistare il potere politico col quale prendere nelle proprie mani il destino storico della classe. Infatti, conclude Marx: « Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità d’intraprendere un qualsiasi movimento più grande. Nello stesso tempo la classe operaia, indipendentemente dalla servitù generale che è legata al sistema del salario, non deve esagerare a sé stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò essa non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia, che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o dai mutamenti del mercato. Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d’ordine conservatrice: « Un equo salario per un’equa giornata di lavoro », gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: SOPPRESSIONE DEL SISTEMA DEL SALARIO ».
Partito politico e lotte economiche
La lotta operaia nella singola azienda per strappare a quel dato padrone o a quella data direzione un aumento di salario ha bisogno, per legarsi alla lotta di classe del proletariato, di essere condotta secondo un piano sistematico che abbia per obiettivo la « soppressione del sistema del salario », cioè la distruzione del potere politico del capitalismo: di qui la necessità del partito politico alla testa delle lotte quotidiane degli operai.
L’Indirizzo inaugurale e gli Statuti provvisori della Associazione Internazionale degli operai, redatti da Marx nell’ottobre del 1864, in contrapposizione ad un testo di ispirazione mazziniana, pongono con chiarezza e forza l’imprescindibile questione del necessario raccordamento tra partito politico e movimento operaio, tra indirizzo politico e lotte economiche.
Marx, dopo aver tracciato la storia delle lotte operaie dal 1848 e le condizioni miserevoli di esistenza dei proletari sia delle nazioni industrialmente più progredite che di quelle meno sviluppate, e dopo aver sottolineato il progresso industriale e produttivo a spese dell’immiserimento crescente e della proletarizzazione continua della popolazione lavoratrice, esalta le lotte della classe operaia inglese per imporre alle classi privilegiate la legge delle dieci ore.
Marx così commenta: « Questa lotta contro la limitazione legale della giornata di lavoro infuriò tanto più rabbiosamente perché, a prescindere dall’avarizia, essa toccava invero la grande controversia tra il cieco dominio delle leggi dell’offerta e della domanda, che costituiscono l’economia politica della borghesia, e la produzione sociale regolata dalla previsione sociale, che è l’economia politica della classe operaia. Perciò la legge delle dieci ore non fu soltanto un grande successo pratico, fu la vittoria di un principio. Per la prima volta, alla chiara luce del giorno, l’economia politica della borghesia soggiaceva all’economia politica della classe operaia ». Il principio dell’economia politica della classe operaia è scientificamente espresso ne Il Capitale (Vol. I, sez. V, cap. 15) e pone uno dei tanti principi su cui si fonderà la futura società comunista, quello cioè che « la parte della giornata lavorativa sociale necessaria per la produzione materiale sarà tanto più breve, e la parte di tempo conquistata per la libera attività mentale e sociale degli individui sarà quindi tanto maggiore, quanto più il lavoro sarà distribuito proporzionalmente su tutti i membri della società capaci di lavorare, e quanto meno uno strato della società potrà allontanare da sé la necessità naturale del lavoro e addossarla ad un altro strato ».
Inoltre, Marx mette in rilievo il movimento cooperativo degli operai « non aiutati da nessuno », perché « queste cooperative hanno dimostrato che la produzione su grande scala e in accordo con le esigenze della scienza moderna è possibile senza l’esistenza di una classe padronale che impieghi una classe di lavoratori; che i mezzi di lavoro non hanno bisogno, per dare i loro frutti, di essere monopolizzati come uno strumento di asservimento e di sfruttamento del lavoratore; e che il lavoro salariato, come il lavoro dello schiavo, come il lavoro del servo della gleba, è solo una forma transitoria e inferiore, destinata a sparire dinanzi al lavoro associato che impegna i suoi strumenti con mano volonterosa, mente alacre e cuore lieto ». « Ma invece – continua Marx – i signori della terra e del capitale utilizzeranno sempre i loro privilegi per difendere e perpetuare i loro monopoli economici … Perciò il grande compito della classe operaia è diventato la conquista del potere politico ». Il concetto centrale del Manifesto dei comunisti del 1848 ritorna nel programma della Prima Internazionale, in cui Marx traccia i compiti fondamentali della classe operaia: « La classe operaia possiede un elemento del successo, il numero; ma i numeri pesano sulla bilancia solo quando sono uniti dall’organizzazione e guidati dalla conoscenza. L’esperienza del passato ha insegnato come il dispregio di quel legame fraterno che dovrebbe esistere tra gli operai dei diversi paesi e spronarli a sostenersi gli uni con gli altri in tutte le loro lotte per l’emancipazione, venga punito inesorabilmente con la sconfitta comune dei loro sforzi incoerenti ».
In queste brevi righe è racchiusa la relazione tra partito e classe, che i marxisti rivoluzionari hanno costantemente difeso in ogni condizione storica ed in qualsiasi paese: il « numero », cioè la classe proletaria, l’« organizzazione », cioè il movimento operaio organizzato, e la « conoscenza », cioè il partito, insieme programma storico e unità di combattimento.
Questi principi insostituibili vengono codificati negli Statuti Generali, nei quali, dopo aver ribadita la funzione centralizzatrice del Consiglio Generale, contro cui da più parti ed in special modo da anarchici, proudhoniani e democratici generici, Marx ingaggerà un’aspra lotta, al Congresso dell’Aja del settembre 1872 viene inserito un articolo così concepito: « Nella sua lotta contro il potere unificato delle classi possidenti il proletariato può agire come classe solo organizzandosi in partito politico autonomo, che si oppone a tutti gli altri partiti costituiti dalle classi possidenti. Questa organizzazione del proletariato in partito politico è necessaria allo scopo di assicurare la vittoria della rivoluzione sociale e il raggiungimento del suo fine ultimo: la soppressione delle classi. L’unione delle forze della classe operaia, che essa ha già raggiunto grazie alla lotta economica, deve anche servirle di leva nella lotta contro il potere politico dei suoi sfruttatori. Siccome i magnati della terra e del capitale utilizzano sempre i loro privilegi politici per difendere e perpetuare i loro monopoli economici e per asservire il lavoro, così la conquista del potere politico è diventata il grande dovere del proletariato ».
Vanno posti in rilievo i seguenti elementi di principio, che ritroveremo in Lenin e nella Sinistra Comunista: la classe esiste solo quando esprime il suo partito politico « autonomo » in opposizione a tutti gli altri partiti; il partito politico è un dato esterno alla classe nella quale interviene come « conoscenza », coscienza e consapevolezza; la lotta economica è il mezzo con cui si realizza la « unione delle forze della classe operaia »: questa « unione » – l’organizzazione sindacale – è la « leva » della classe costituitasi in partito « nella lotta contro il potere politico » del capitalismo. Ne consegue che le riforme imposte dallo stesso movimento operaio organizzato al governo capitalista, pur affermando in « principio » l’ineluttabile vittoria dell’« economia politica » della classe operaia contro l’« economia politica » delle classi possidenti, pur confermando il carattere transitorio e caduco della forma salariale del lavoro, tali riforme saranno volte a vantaggio del proletariato soltanto dopo che il proletariato avrà strappato ai « signori della terra e del capitale » il monopolio economico con la « conquista del potere politico », che è il « grande compito della classe operaia ».
L’antica lotta contro l’opportunismo
L’opportunismo, come movimento organizzato per deviare le spinte sociali del proletariato e allontanarle dalla rivoluzione, storicamente nasce con il partito di classe. Le influenze piccolo-borghesi, prima confuse col movimento operaio generico, si separano sotto l’urto e lo scontro delle classi fondamentali della società capitalistica: la borghesia e il proletariato; e tentano un processo autonomo di emancipazione sia dal grande capitale, che dalla massa proletaria. Dapprima questo processo appare come un miscuglio di idee eroiche e umanitarie; poi – dopo lo scontro a fuoco fra Stato ed operai che pone in maniera irreversibile la separazione violenta dei fondamentali gruppi sociali, per l’innanzi affiancati nella lotta comune contro l’assolutismo e l’aristocrazia – si assesta sul rivendicazionismo ottantanovesco, auto-suggestionandosi col clamore delle fatidiche parole di « libertà, fraternità, uguaglianza ».
La grande borghesia aveva già fatto strame di queste suggestioni, e lo dimostrò concretamente col sangue degli operai uccisi sui boulevard parigini, dopo di averli avviluppati nelle trame fitte e soffocatrici del parlamentarismo, nel quale la secolare arte legalitaria e la pratica quotidiana del diritto delle classi possidenti avevano inchiodato il « partito rosso », a proposito di che Marx coniò la celebre frase « cretinismo parlamentare ». Si apriva così l’era nuova della lotta di classe, in cui il proletariato doveva costituirsi in partito politico indipendente e autonomo. Il proletariato, liberatosi, dopo la sconfitta del 1848, dal giogo delle antiche dottrine, dette vita alla sua teoria, al suo programma rivoluzionario. Così non fece né poteva fare la piccola-borghesia pencolante ora da un lato ora dall’altro dello schieramento di classe. Quando gli anarchici, seguaci di Bakunin, intrapresero la guerra contro l’Internazionale, non si limitarono a sferrare attacchi al Consiglio Generale di Londra sul terreno teorico, sebbene le posizioni d’ispirazione proudhoniana fossero piuttosto un guazzabuglio delle idee più disparate, come, per esempio, l’« uguaglianza delle classi », l’« abolizione del diritto d’eredità come punto di partenza del movimento socialista », « l’ateismo come dogma imposto ai membri » dell’associazione e, « come dogma principale (proudhonianamente), astensione dal movimento politico » (lettera di Marx a Bolte del 29-11-1871); ma la portarono sul terreno politico ed organizzativo. Per Bakunin il centro dell’Internazionale, cioè il Consiglio Generale, è così concepito nelle parole del suo rappresentante al Congresso dell’Aja del 1872, Guillaume: « La maggioranza delle federazioni è dunque di avviso di togliere al Consiglio Generale la sua autorità suprema e di non mantenerlo che come un centro di corrispondenza ed un ufficio di statistica. …Noi facciamo da noi – proseguiva Guillaume – e non abbiamo bisogno di un capo, di un’autorità suprema, di un potere qualsiasi, né per la lotta economica, né, se occorresse, per quella politica ». In queste brevi frasi si condensa la pratica dello spontaneismo e dell’immediatismo, ulteriormente sancita nel contro-congresso di Saint-Imer in Isvizzera, una settimana dopo quello dell’Aja, il 15-9-1872.
La risoluzione del Congresso di Saint-Imer suona così: « I delegati di Saint-Imer opinano essere cosa assurda e reazionaria imporre al proletariato una linea di condotta o un programma politico uniforme. Essi non ammettono nessun dogmatismo. Sono, però, d’avviso che le aspirazioni del proletariato non possano avere altro scopo che quello di stabilire un’organizzazione e una federazione economica, assolutamente libera, fondata sul lavoro e sull’uguaglianza di tutti, indipendente in modo assoluto da ogni governo politico », e che « questa organizzazione e questa federazione non possano essere che il risultato dell’azione spontanea da parte del proletariato medesimo, delle corporazioni di arti e mestieri e dei Comuni autonomi ». « La distruzione di ogni potere politico – prosegue la risoluzione – è il primo dovere del proletariato; ogni organizzazione di un potere politico, sedicente provvisorio e rivoluzionario, costituito per arrivare a tale distruzione, non può essere che un inganno di più, e sarebbe assai pericoloso per il proletariato socialista ».
Tali concezioni cozzano inesorabilmente con le secche espressioni di un vecchio proletario francese Vaillant, che all’Aja ripete le posizioni di Marx: « È dunque col solo mezzo della conquista del potere politico che gli operai potranno giungere all’abolizione delle classi, curvando da principio e durante un certo periodo rivoluzionario tutta la società sotto la dittatura del proletariato ».
Al Congresso bakuninista, infine, viene anticipata e teorizzata tutta la pratica successiva dello « sciopero espropriatore » e del « frutto indiminuto del lavoro ». Questa la formulazione: « I delegati di Saint-Imer intendono organizzare la resistenza in vaste proporzioni, considerando lo sciopero come un mezzo prezioso di lotta, benché non si facciano illusione alcuna sui risultati economici. Intravedono in esso un’arma della grande lotta rivoluzionaria e definitiva che, distruggendo ogni privilegio ed ogni distinzione di classe, darà all’operaio il diritto di godere dell’intero prodotto del suo lavoro… ».
Il Congresso anarchico reagiva così ai principi dell’Internazionale, ispirati dallo stesso Marx e oggetto della IX risoluzione del II Congresso di Londra del 1871: « Visti i considerando degli Statuti Generali, ove è detto « l’emancipazione economica dei lavoratori è il grande scopo cui ogni movimento politico deve essere subordinato come mezzo » …; vista la risoluzione del Congresso di Losanna (1867) a quest’effetto: « l’emancipazione sociale dei lavoratori è inseparabile dalla loro emancipazione politica » …; visto che contro questo potere collettivo delle classi possidenti il proletariato non può agire come classe che costituendosi da sé stesso in partito politico distinto, opposto a tutti gli antichi partiti formati dalle classi possidenti; che questa costituzione del proletariato in partito politico è indispensabile per assicurare il trionfo della rivoluzione sociale, e farla arrivare alla sua meta suprema: l’abolizione delle classi; che la coalizione delle forze operaie già ottenuta colle lotte economiche, deve servire di leva nelle mani di questa classe nella sua lotta contro il potere politico dei suoi padroni: la conferenza ricorda ai membri dell’Internazionale che nello stato militante della classe operaia il suo movimento economico e la sua azione politica sono indissolubilmente uniti ».
L’Internazionale Comunista, cioè il partito di classe, dichiarando solennemente l’unione indissolubile tra « movimento economico » e « azione politica », rivendica quella direzione di tutte le lotte del proletariato che gli anarchici e tutti i movimenti opportunistici in generale le negano in principio, o dissociando artificialmente queste due forme di lotta di classe o negando una qualche utilità per la classe all’azione politica stessa, che corromperebbe, piuttosto che aiutare, l’emancipazione socialista del proletariato.
Fin dal suo sorgere, la posizione anarchica, nel negare la lotta politica e il partito di classe fortemente centralizzato, come anche la centralizzazione pur anche delle organizzazioni di resistenza economica, nega nella pratica qualunque reale « emancipazione socialista » della classe operaia. Così pure, negando al partito comunista la guida della classe nella sua lotta immediata, l’anarchismo si identifica con l’opportunismo in genere, e inconsciamente ne persegue gli obiettivi di sabotaggio dell’azione rivoluzionaria. Per converso, si ricava dalle opposte posizioni, quella del Consiglio Generale dell’Internazionale Comunista e quelle del movimento anarchico, come sia altrettanto falso l’atteggiamento che, anziché escludere la diretta influenza dell’azione politica rivoluzionaria del partito di classe sul movimento economico, volesse escludere l’importanza del movimento economico proletario per il partito di classe. Le due false posizioni sono inscindibili, come inscindibile è l’unione indissolubile tra « movimento economico » ed azione politica. Negando l’uno si nega l’altra, e viceversa.
La prova storica di tale principio fu data dalla crescente adesione all’Internazionale delle associazioni operaie di categoria dei singoli paesi, delle società di mutuo soccorso e di resistenza e, in Francia, dalle Camere Sindacali operaie; per modo che, in pratica, si verificò una vera e propria fusione tra organizzazione politica di partito e organizzazione sindacale. Infatti il periodo più fiorente del movimento operaio inglese coincide con la costituzione del partito cartista prima, e dell’Internazionale poi. Durante questi due distinti periodi, le Unioni inglesi aderiscono alla lotta politica del partito di classe e ne seguono le direttive. Quando verrà a mancare tale condizione, non solo il movimento operaio inglese ma anche quello di tutti i paesi si svolgerà essenzialmente in senso riformistico ed anche controrivoluzionario. Non a caso i periodi di decadenza del movimento operaio coincidono con l’estrema debolezza del partito politico di classe e con la scarsa influenza di questo sul proletariato organizzato.
Quando gli operai, soprattutto nell’Europa continentale, formarono le prime associazioni di mutuo soccorso, di previdenza e di assistenza, la borghesia e i governi borghesi mostrarono simpatia per queste istituzioni in quanto allontanavano dalle classi possidenti il crescente peso del « pauperismo ». Allorché, però, le stesse associazioni furono costrette a trasformarsi in organizzazioni di resistenza, in autentici sindacati professionali, e insieme alla questione della cassa per lo sciopero dovettero affrontare la più vasta e complessa questione sociale quella cioè delle condizioni di esistenza delle classi lavoratrici, col crescere del numero dei proletari e di conseguenza delle associazioni, e sotto la spinta caotica e possente dell’industrialismo che coinvolgeva non solo le città ma anche le campagne e il loro assetto retrogrado e da secoli cristallizzato, le classi padronali intravvidero il pericolo che i loro privilegi economici e sociali correvano, ed usarono la forza politica, cioè gli strumenti statali, per combattere quello che, a giusta ragione, chiamavano l’Anti Stato.
Bakunin contesterà scioccamente al Consiglio Generale di Londra di non aver mai organizzato un’agitazione economica, e con tale argomento, peraltro assolutamente falso, tenterà di contrapporre la spontanea lotta delle masse alla dittatura del Centro dell’Internazionale. Come tutti gli anti-marxisti di sempre, inclusi gli stessi deviazionisti dal marxismo ortodosso, egli non riusciva a capire la funzione del partito di classe, e quindi non si spiegava quella che, secondo lui, era un’anomalia; cioè che le masse operaie si trovassero a seguire l’indirizzo del partito comunista, sebbene questi non sembrasse essere l’organo di direzione delle sue lotte immediate e spontanee. Bakunin non capiva, come non capiranno tutti i suoi successori, che non il partito suscita le lotte spontanee degli operai, ma sono le contraddizioni economiche e sociali dell’ordinamento capitalistico a provocarle. Non afferrava che, se spontanee ed istintive erano le reazioni proletarie, il successo delle loro lotte, costituito primieramente dall’organizzazione della classe come prodotto di queste stesse lotte, derivava dall’indirizzo politico, tattico ed organizzativo del partito: derivava, cioè, non da una spinta accidentale, estemporanea, irrazionale, ma da fattori conoscitivi, coscienti, unitari e metodici, che solo il partito può possedere. Tali risultati erano raggiunti dall’azione continua che l’Internazionale estrinsecava fra le organizzazioni operaie attraverso i suoi militanti più combattivi, i quali si trovavano a lottare in esse contro le diverse tendenze. Se nelle campagne inglesi si diffuse finalmente l’ansia dei salariati e dei braccianti agricoli per organizzarsi, ciò si dovette in sommo grado all’azione potente dell’Internazionale e all’eco della sua autorità fra il proletariato urbano e dinanzi ai governi borghesi.
Il partito, guida della classe
La VII Risoluzione della Conferenza di Londra del 17-23 settembre 1871 sui « Rapporti internazionali delle società di resistenza », assegna all’Internazionale questi precisi compiti: « Il Consiglio Generale è invitato ad appoggiare, come pel passato, la tendenza crescente delle società di resistenza di un paese a mettersi in rapporto colle società di resistenza dello stesso mestiere in tutti gli altri paesi. L’efficacia della funzione di questo Consiglio, come intermediario internazionale fra le società di resistenza nazionali, dipenderà essenzialmente dal concorso che queste società presteranno alla statistica generale del lavoro fatta dall’Internazionale. Gli uffici delle società di resistenza di tutti paesi sono invitati a mandare loro indirizzi al Consiglio Generale ». E l’VIII Risoluzione su « I lavoratori agricoli », conferma l’indirizzo generale del partito nel campo delle organizzazioni operaie:
« 1) La Conferenza invita il Consiglio Generale ed i Consigli o Comitati federali a preparare nel prossimo Congresso delle relazioni sui mezzi di assicurare la adesione dei lavoratori agricoli al movimento del proletariato industriale; 2) frattanto i Consigli e Comitati federali dei diversi paesi sono invitati a mandare dei delegati nelle campagne per organizzarvi riunioni pubbliche, far propaganda per l’Internazionale e fondare delle sezioni agricole ». Ed infatti, gli scioperi agrari nell’Oxfordshire, nel Buckinghamshire e nel Lincolnshire – le prime agitazioni agrarie organizzate furono opera dell’Internazionale. Il partito stesso, nel diffondersi del movimento politico, s’incarica di organizzare in ogni dove il proletariato sia urbano che rurale, aiutandolo a costruire le sue organizzazioni di resistenza, per mezzo delle quali unificare la classe e dirigerla. La stessa azione compirà la Sinistra quando sarà chiamata a dirigere il Partito Comunista d’Italia.
In una lettera del 1º gennaio 1870 al Consiglio Federale della Svizzera Romanda, il Consiglio Generale sintetizza i compiti del partito e traccia le linee tattiche della sua azione: « L’Inghilterra sola può servire di leva ad una rivoluzione seriamente economica. È il solo paese, in cui non vi siano più contadini piccolo-proprietari, ed in cui la proprietà fondiaria sia concentrata in poche mani; è il solo paese in cui la grande maggioranza della popolazione consiste in operai salariati; è il solo paese dove la lotta delle classi e la organizzazione della classe operaia per mezzo delle Trade’s Unions abbiano acquistato un certo grado di maturità e di universalità; è il solo paese nel quale, a causa del suo dominio sul mercato del mondo, ogni cambiamento nei fatti economici debba immediatamente reagire sul mondo intero. Se il landlordismo ed il capitalismo hanno la loro sede in questo paese, per contraccolpo le condizioni materiali della loro distruzione sono più mature. Il Consiglio Generale essendo posto nella felice posizione d’aver la mano sopra questa potente leva di rivoluzione proletaria, quale pazzia, anzi quale crimine non sarebbe il lasciarla cadere in mani puramente inglesi! Gli inglesi hanno tutta la materia necessaria alla rivoluzione sociale, ciò che manca loro è lo spirito generalizzatore e la passione rivoluzionaria. Il Consiglio Generale solo può supplirvi; esso solo può accelerare il movimento rivendicativo in Inghilterra, e per conseguenza dappertutto. I grandi effetti che abbiamo già prodotto in questo senso sono attestati dalla stampa la più intelligente e la più accreditata delle classi dominanti; essa ci accusa di aver avvelenato e quasi estinto lo spirito inglese delle classi operaie e d’averlo volto al socialismo rivoluzionario … ».
È saldo nel testo il concetto che una delle condizioni per lo svolgimento rivoluzionario della lotta di classe sino alla vittoria finale, è l’esistenza dell’« organizzazione della classe operaia per mezzo delle Trade’s Unions »; che il partito, sino a Lenin e alla Sinistra Comunista, rivendicherà instancabilmente. Se all’esistenza dell’organizzazione sindacale della classe, esterna al partito, è affidata la premessa obiettiva per il fertile operare del partito stesso, tuttavia il partito, nell’assumersi come uno dei compiti principali quello di penetrare, organizzare e dirigere i sindacati, non rinchiude la sua azione nei confini nazionali, ma, conscio dello sviluppo sociale ed internazionale del capitalismo, considera la sua azione sul piano mondiale anche se, storicamente, possano esistere centri industriali più sviluppati di altri. Infatti, la garanzia che l’azione rivoluzionaria non sarà privilegio della nazione più progredita e sviluppata, l’Inghilterra, è affidata proprio al Consiglio Generale, l’unico che abbia la possibilità di « accelerare » internazionalmente il processo rivendicativo e politico. L’Internazionale non ritiene che la maturità economica inglese, incomparabilmente superiore a quella degli altri paesi, debba essere sicura condizione di successo della rivoluzione nemmeno per la sola Inghilterra, senza la primaria funzione del partito di classe rappresentato dal Consiglio Generale, che infatti dichiara solennemente di voler « accelerare » il « movimento rivendicativo dappertutto ». Altro che « socialismo in un solo paese » di conio staliniano e di costante pratica dell’opportunismo odierno! Implicitamente, le condizioni di maturità della rivoluzione sono considerate non come condizioni speciali della sola Inghilterra, ma come condizioni necessarie per tutti i paesi; si esclude quindi che, nei paesi ove queste non sussistono, o non sussistono in quella misura, si debba rinunciare all’azione autonoma e indipendente del partito di classe, nei modi già storicamente provati. È questa l’anticipata risposta sia alla rivendicazione sindacalista delle « condizioni speciali », sia a quella opposta dall’indifferenza verso il movimento sindacale operaio.
I sempre validi insegnamenti dell’« Ottocento» rivoluzionario
Più volte, e non solo per amore polemico, abbiamo affermato che il secolo scorso contiene il processo completo della rivoluzione proletaria comunista e della controrivoluzione bianca. Negli anni compresi tra il 1848 e il 1871 si assiste alla nascita del partito politico di classe del proletariato, del suo programma rivoluzionario, alla prova del fuoco di questo partito, dei suoi principi, della sua tattica e della sua compagine organizzata; si assiste al complesso intrecciarsi di successi e di battaglie perdute, al farsi e disfarsi dell’organizzazione di partito, alla prima vittoria della storia con la conquista del potere politico nella Comune di Parigi, all’instaurazione della dittatura del proletariato, e alla sanguinosa sconfitta degli eroici comunisti parigini.
In poco più di un trentennio nasce e si sviluppa una nuova classe, la classe operaia e con essa scaturisce e si afferma l’unica dottrina rivoluzionaria del proletariato. Come nulla di nuovo si aggiunge a quello che la classe ha acquisito in teoria, così nulla di nuovo hanno espresso le classi nemiche, le mezze classi fiancheggiatrici del capitalismo, né i partiti politici borghesi né quelli opportunisti.
La breve e schematica trattazione delle vicende durante la storia della Prima Internazionale ci ha messo dinanzi a questioni che ai più oggi sembrano nuove, a deviazioni e interpretazioni teoriche e politiche che gli attuali partiti opportunisti credono di aver scoperte per la prima volta così da propinarle alla classe operaia come « originali » apporti o, peggio, « arricchimenti » della dottrina marxista. Non sfugge a questa regola nemmeno l’orgogliosa e tronfia borghesia, dimentica di biascicare oggi le vecchie giaculatorie mazziniane sulla « collaborazione paritetica fra capitale e lavoro », sulla subordinazione del movimento operaio agli interessi « dell’unità e dell’indipendenza nazionale ».
Si condensa in questo breve periodo storico tutta l’« esperienza » della classe e del partito, cosicché Lenin e il partito bolscevico prima, e la Sinistra Comunista oggi, nell’opera gigantesca di ricostituzione del partito di classe e di restaurazione dottrinaria, trovano necessario e indispensabile riaffermare la piena validità di quella « esperienza » rifarsi ai formidabili insegnamenti di allora.
« Nulla di nuovo » abbiamo da aggiungere a quanto ha detto la classe e sancito il programma storico, e testardamente ripetiamo questa formula elementare ma invincibile ai proletari che seguono ciecamente i partiti del tradimento. Il « nuovo » è costituito solo dal fatto che gli errori e le sconfitte del proletariato costituivano ieri delle frustate che acceleravano il processo di sviluppo delle forze produttive e obbligavano il capitalismo a bruciare le tappe della sua involuzione come modo di produzione sociale. Oggi, errori e sconfitte non solo non accelerano questo sviluppo, ma sono occasioni per il costituirsi di ignobili bande di professionisti politicanti al soldo del capitale, più ignobili se di origini plebee, al solo scopo di porsi alla testa delle organizzazioni operaie per corromperle e deviarle dai fini rivoluzionari.
I governi borghesi, non certo spinti da sentimenti di fraternità, dopo la gloriosa disfatta della Comune di Parigi rinunciano alla « cieca » intransigenza verso le società di resistenza operaie. Favoriscono in Francia la costituzione di « Camere Sindacali » nel tentativo di isolare le masse operaie dall’influenza dell’Internazionale, castigandone l’attività al solo aspetto economico-rivendicativo. In Inghilterra, favoriscono largamente il nascere e l’estendersi dei « Consigli di conciliazione » o « Tribunali d’arbitrato », costituiti pariteticamente da rappresentanti aziendali e sindacali per dirimere in via pacifica tutte le controversie insorgenti tra direzioni d’impresa e maestranze operaie, di cui gli storici e gli economisti del tempo fanno larga apologia come forme esemplari di collaborazione fra capitale e lavoro per l’elevazione delle classi umili, anticipando anche in questo l’era « moderna ». In Germania si fanno promotori addirittura di un sindacalismo di Stato come più tardi l’assolutismo zarista favorirà il sindacalismo poliziesco di Zubatov, e il nazi-fascismo creerà sindacati di regime.
Col decrescere dell’ondata rivoluzionaria, il capitalismo impara la tremenda lezione del periodo 1848-1871, e si avvia ad una politica di « comprensione » delle esigenze operaie, basata essenzialmente sulla separazione del movimento sindacale del partito di classe.
Con il Congresso dell’Aja del 1872, come scriveva Engels a Sorge, l’Internazionale aveva cessato di esistere realmente, e le frazioni che la costituivano dovevano continuare il loro cammino portando fino alle estreme conseguenze la loro assenza di principi, eccezion fatta per la frazione marxista che si svilupperà nel movimento operaio tedesco.
In dieci anni di vita operante della Prima internazionale, le primordiali società di resistenza degli operai urbani ed agricoli si trasformano in potenti organizzazioni di combattimento del proletariato, stringendosi attorno al partito comunista di cui abbracciano il programma rivoluzionario e, in indissolubile legame col partito di classe che le guida all’azione in ogni campo, assurgono a potenze internazionali dinanzi alle quali tremano le potenze statali d’Europa.
La storia dell’Internazionale è un mirabile esempio di congiungimento della classe col partito, ed in questo fertile incontro il « pauperismo » diventa classe, il filantropismo delle Società di Mutuo Soccorso e di previdenza si trasforma in lotta di classe organizzata e cosciente, il movimento economico si intreccia e si fonde con quello politico, al punto che le stesse casse della Internazionale si aprono a sostegno dei singoli reparti dell’armata operaia scioperanti contro i padroni. L’Internazionale è alla testa dell’intero movimento operaio, impronta di sé ogni lotta anche quando non è presente con le sue sezioni e i suoi militi. La guerra fra proletariato e capitalismo si traduce in guerra fra il partito rivoluzionario comunista e tutti gli altri partiti per guadagnare influenza sul movimento operaio. Chi riuscirà a prevalere in questa guerra si sarà assicurata la vittoria nel titanico scontro sociale.
È questa la lezione fondamentale che trae il partito di classe, ma che anche il capitalismo impara. Da questo momento è fatale che qualunque partito operaio, se non si ispira al marxismo rivoluzionario, contribuisca all’affermarsi della politica capitalistica, sostenga gli interessi delle classi ricche, corrompa lo spirito e le aspirazioni delle masse proletarie verso la rivoluzione.
Dal revisionismo a Lenin
L’organizzazione sindacale degli operai, dopo i riflessi tragici sulla classe della sconfitta della Comune di Parigi, riprese a crescere e ad estendersi in Europa e negli Stati Uniti. La lotta per la giornata di otto ore caratterizzò l’ultimo quindicennio del secolo scorso e parte del decennio del nostro secolo e contribuì al rafforzamento delle organizzazioni proletarie. Il capitalismo sia in Europa che in America si sviluppava senza crisi e gli affari delle classi possidenti marciavano a pieno regime, così da far sembrare eterno il « benessere » economico. Era il terreno adatto per il fiorire della revisione teorica che postulava la sottomissione dei fini della lotta sociale alla contingenza, alla « attualità ». Fu una specie di « carpe diem » (approfittare dell’oggi per godere spensieratamente), dietro il quale si nascondeva la decadenza del capitalismo e s’ingannava la massa lavoratrice. In questo clima e su questo terreno se l’organizzazione era una necessità inderogabile della classe operaia, l’abbandono della guida politica di classe costituiva una tendenza pericolosa che avrebbe annullato tutte le vittorie e tutti i successi immediati, anche quello storico del- la giornata di otto ore. Questo pericolo non compresero né i risorti anarchici, né i sindacalisti rivoluzionari, né tutti coloro che, nella pretesa sciocca di esaltare l’operaio, lo inducevano ad avversare il partito e la lotta per la conquista del potere. Sul terreno pratico, nessuna diversità corre tra il revisionista, l’anarchico e il sindacalista: tutti e tre sabotano la preparazione rivoluzionaria della classe operaia.
Il Mehring così commenta: « Di qui risulta che soltanto in condizioni economiche particolarmente favorevoli in generale, e in ogni singolo caso, i sindacati sono in grado di condurre vittoriosamente uno sciopero, ma sono molto lontani dal poter rovesciare con le loro forze il modo capitalistico di produzione. La loro importanza inestimabile è di irrobustire la classe operaia in modo tale da non lasciarla in balia del potere crescente del capitale concentrato. A che serve ai sindacati conquistare aumenti salariali, se con un aumento dei dazi sui viveri il successo costato tante fatiche può essere d’un colpo annullato a favore della più retrograda tra le classi possidenti? »
Ma il riformismo poté svilupparsi perché trovò spazio economico e sociale in cui muoversi almeno fino al primo decennio di questo secolo sebbene fosse contrastato dalla Sinistra marxista specialmente in Germania e in Italia. Il riformismo minò la Seconda Internazionale e ne determinò il crollo, scheggiandosi in socialpatriottismo e interventismo.
Tutte le vicende comprese fino alla prima guerra imperialistica – costituzione di sindacati anarchici e di sindacati liberi, scissioni sindacali nelle singole federazioni di mestiere e nelle Confederazioni nazionali, particolarmente in Francia, ecc. – confermano il travaglio doloroso della classe abbandonata alla deriva senza la guida del partito politico e confermano il giudizio perentorio che, senza il partito, risultano inefficaci persino le lotte rivendicative immediate.
La Sinistra esordisce in Italia nella celebre polemica sulla « questione culturale » tra i giovani sinistri della Federazione Giovanile Socialista e quelli della destra. Nella polemica che ne derivò (cfr. Storia della Sinistra, vol. I, pp. 183-188), era già insita la soluzione comunista del rapporto tra partito e lotte economiche, giacché la Sinistra affidava al partito non compiti di educazione morale, bensì di battaglia rivoluzionaria e di milizia. L’elevamento spirituale e la maturazione della gioventù proletaria non dipendono dalla quantità di pozioni scientifiche che il partito inculca nei cervelli dei lavoratori. ma dall’indirizzo politico che imprime alle lotte operaie. Il partito è milizia, ed è nell’esercizio di questa che il proletariato si eleva a classe. Perciò il partito deve con la sua azione rivoluzionaria far penetrare il programma comunista in tutte le battaglie di classe.
La Rivoluzione d’Ottobre confermò in modo inconfutabile la giusta posizione della giovane sinistra in Italia, che così si allineò di pieno diritto sulle posizioni, trionfanti in Russia, della Sinistra bolscevica.
Quando Lenin scrisse l’Estremismo nel maggio del 1920, si era già costituita l’Internazionale sindacale rossa, e si era alla vigilia del 2º Congresso della 3ª Internazionale.
La duplice crisi della guerra imperialistica e della vittoria comunista in Russia aveva impresso al movimento operaio una spinta violenta che gettava inevitabilmente i partiti socialisti e gli stessi partiti borghesi su posizioni opposte. Nei paesi d’Europa, i proletari reduci dalla guerra non trovavano lavoro e quelli che fortunati potevano entrare in fabbrica subivano condizioni più degradanti e miserevoli che in trincea: il padrone si sostituiva all’ufficiale, all’ufficiale il poliziotto, alla corte marziale promesse, attese, delusioni. Ogni strato sociale cercava affannosamente la soluzione della sua immediata esistenza animale facendosi scudo del « diritto » acquisito in guerra; ma veniva perentoriamente respinto dalle « esigenze » dello Stato, cioè del grande capitale, che non intendeva rinunciare ai grassi benefici del dopo guerra, dopo di averne goduto insaziabile durante il massacro. La questione del potere si poneva in maniera bruta, senza infingimenti e senza diaframmi, perché le classi padronali potevano difendere il privilegio estorto e quello da estorcere soltanto tenendo ben stretto in pugno il mezzo supremo di difesa, il potere politico.
Ma il potere politico si sostanzia nel comando indiscusso sulla truppa e sulla polizia, per manovrare contro gli scioperanti e reprimere le violenze alla proprietà privata, a contenere le esuberanze della gioventù proletaria. L’armata nella parte ancora mobilitata, non dava nessun affidamento; anzi, come in Germania, spesso era dall’esercito che partivano esempi di sovversione sociale facilmente assimilabili dalle masse; la polizia e i reparti speciali di repressione sociale erano completamente insufficienti per affrontare un’eventuale ribellione di classe. In tali condizioni di sfaldamento statale, le sorti dello Stato capitalista erano nelle mani dei partiti socialisti. E furono i partiti della 21 Internazionale, i partiti socialdemocratici, che allontanarono la marea rossa dalle soglie del potere politico deviandola nelle molteplici esercitazioni parlamentari, democratiche e sindacali, nonché legalitarie. Un uragano di demagogia frammisto a codardia e tradimento aperto e velato, s’abbatte sulla classe che, nel breve corso di un anno andava spavaldamente incontro alla conclusione logica del suo movimento rivoluzionario spontaneo. La classe sentiva in cuor suo la soluzione politica della tragedia sociale, ed era molto avanti al partito che si affannava per afferrarla e ricondurre alla « ragione », implorando e minacciando, promettendo e « legiferando ».
La vittoria del partito comunista in Russia aveva dato la prova pratica che l’artefice era il partito. La sconfitta della rivoluzione negli altri paesi d’Europa controdimostrava questa semplice verità. Potenti moti operai venivano schiacciati, più che dalle armi delle guardie bianche, dall’opera diuturna di disarmo dei proletari da parte dei partiti socialisti.
L’infamia riformista
La reazione razionale, efficace e produttiva, a questo andazzo, consisteva quindi nella costituzione dei partito comunista, in antitesi ai vecchi e fradici partiti socialdemocratici, Ma il partito non si « crea » con demiurgica volontà; esso è il prodotto della lotta, è il risultato della dinamica di classe. La Sinistra comunista in Italia, rappresentata dalla frazione comunista astensionista, capì subito dopo la guerra, nel 1918, la questione del partito e della sua tattica. Si organizzò in frazione per frenare lo slittamento del partito socialista che forte del suo neutralismo dinnanzi alla guerra imperialista, godeva ancora credito presso il proletariato. E quando, nell’agosto del 1919, fu chiaro alla frazione che il massimalismo parolaio avrebbe infranto ogni argine rivoluzionario all’interno del partito per afferrare la pretestuosa ciambella di salvataggio delle elezioni parlamentari, interessatamente gettatagli dal governo capitalista, tentò la magnifica mossa tattica di uscire dal partito socialista per costituirsi in partito autonomo, in partito comunista; per contrapporre alla scossa fiducia nell’opportunismo l’autorità della rivoluzione, con cui trascinare il movimento proletario strategicamente di traverso fra lo Stato e il partito socialista, e spezzare il cordone ombelicale delle elezioni che li teneva uniti. L’intuizione rivoluzionaria della frazione comunista astensionista non fu condivisa dagli altri gruppi di opposizione, soprattutto dall’«Ordine Nuovo », e il risultato fu solo di rinviare la scissione a tempi più « maturi », e di liberare il vecchio partito da ogni remora alla consumazione delle più volgari gesta controrivoluzionarie perpetrate con stile … rivoluzionario.
Tutto il rivoluzionarismo socialista si condensa nel programma elettorale tracciato nel dicembre del 1918 col noto manifesto ai lavoratori italiani sottoscritto anche dalla Confederazione del Lavoro e dalla Lega delle cooperative. In esso si stabilisce: «1) Convocazione della Costituente; 2) Abolizione di ogni potere arbitrario nella direzione dello Stato; 3) Suffragio universale diretto e segreto senza distinzione di sesso; rappresentanza proporzionale; 4) Trasferimento dal Parlamento ai Corpi consultivi sindacali, debitamente trasformati dei poteri deliberativi per la parte tecnica delle leggi sociali e relativi regolamenti; 5) Disarmo totale e permanente; 6) Abolizione delle barriere doganali; 7) Rispetto del principio dell’autodecisione per tutti i popoli, e conseguente immediato ritiro delle truppe inviate contro la Repubblica di Russia; 8) Tassa fortemente progressiva sulla ricchezza; confisca dei sovraprofitti di guerra; 9) Socializzazione graduale del suolo e del sottosuolo; 10) La coltivazione della terra e l’esecuzione delle opere pubbliche affidate ai lavoratori uniti in cooperative, nell’interesse della collettività; 11) Diritto di controllo da parte della rappresentanza degli operai sulla gestione della fabbrica; 12) Il frutto integrale del lavoro a chi lo ha prodotto; 13) Giornata massima di otto ore di lavoro; 14) Assicurazione globale contro i rischi della disoccupazione, degli infortuni sul lavoro, della malattia, della invalidità e vecchiaia, rispondente alle esigenze della vita; 15) Elevamento della cultura generale del proletariato, con coraggioso sviluppo e trasformazione assolutamente laica dell’educazione infantile, della scuola popolare, dell’insegnamento professionale, e necessarie loro integrazioni ».
Sono trascorsi cinquant’anni, ed oggi siamo sempre a questo punto, alla ruminazione ributtante delle riforme, più ributtante ad ogni nuova campagna elettorale, più insulsa ad ogni nuova legislatura. E’ cambiato solo il banditore: al Partito socialista italiano si è sostituito il Partito comunista italiano; il contenuto socialdemocratico e riformista è rimasto lo stesso.
Brandendo questo « programma » nel novembre del ’19, il proletariato viene trascinato alle elezioni per il rinnovo della Camera, e l’Avanti!, con il coro sindacale della CGL, inneggia alla « vittoria » per l’ingresso in Parlamento di ben 150 deputati socialisti. Ora – commenta il quotidiano socialista – non ci rimane che marciare avanti verso il socialismo. Anche i laburisti si staccavano dal governo e inneggiavano dai banchi dell’opposizione alla rivoluzione russa, tedesca e, naturalmente, inglese, per poi entrare nel breve giro di pochi mesi nel governo di S. M. britannica!
Scioperi in serie, agitazioni, scontri violenti e sanguinosi con la nuova formazione di polizia, la Guardia Regia, e con le nascenti bande fasciste, percorsero il biennio 1919-20, Lotte contro il caro viveri causato dalla crisi economica e finanziaria seguita all’armistizio, si intrecciavano in ogni dove, ma la « falange » parlamentare socialista aveva fiato solo nelle battaglie oratorie e non riusciva a dare un indirizzo di classe al proletariato, che nel prolungarsi di queste lotte si estenuava e consentiva alle vecchie volpi democratiche del capitalismo, a Nitti e a Giolitti, di tamponare le falle dell’economia e di preparare così la base materiale per l’avvento del fascismo, come lo squinternato partito socialista preparava il terreno alla disfatta proletaria. A sua volta, la Confederazione del Lavoro si rifiutava sistematicamente di generalizzare gli scioperi e impediva l’affasciarsi delle forze operaie.
La FIOM (Federazione italiana operai metallurgici) ordina nell’agosto del ’20 l’occupazione delle fabbriche per il rifiuto degli industriali di applicare il contratto di lavoro, e i ferrovieri si rifiutano di trasportare le truppe inviate dal governo per fronteggiare la situazione, L’occupazione, iniziata il 31 agosto, cessa con la firma del contratto il 1º ottobre, osteggiata almeno a parole dalla direzione massimalista del partito che, nel convegno della FIOM del 10-11 settembre, indetto per decidere sul movimento dell’occupazione, propendeva per estendere il moto a tutta la classe operaia e per innalzarlo al più alto livello rivoluzionario della conquista del potere e della instaurazione della dittatura proletaria. Il C. D. confederale, invece, impose che si approfittasse di questo slancio proletario per chiedere a favore della classe il « controllo sindacale sulle industrie » e il convegno approvò l’ordine del giorno proposto dal C.D. federale. Concludeva la mozione: « Il Consiglio Nazionale della Confederazione Generale del Lavoro decide: che obiettivo della lotta sia il riconoscimento da parte del padronato del principio del controllo sindacale delle aziende, intendendo con questo aprire il varco a quelle maggiori conquiste che devono immancabilmente portare alla gestione collettiva ed alla socializzazione; per risolvere così in modo organico il problema della produzione. Il controllo sindacale darà alla classe lavoratrice la possibilità di prepararsi tecnicamente e di poter sostituire (con l’unione delle forze tecniche ed intellettuali, che non possono rifiutare il loro concorso ad opera così altamente civile) con la propria autorità nuova quella padronale che volge al tramonto ».
Nella tornata del 2 febbraio 1921, Giolitti spiegò la tattica di cui si era servito per bloccare il movimento dell’occupazione delle fabbriche, puntando, s’intende, sul disfattismo confederale e sull’incapacità del partito socialista: « Impedire l’occupazione significava mettere delle guarnigioni in un migliaio di fabbriche, cioè mettere la forza pubblica in stato d’essere assediata, di non aver più nessuna efficacia. Reprimere significava aprire un periodo di lotte sanguinose per una questione che si risolveva puramente in una questione economica. Ma io credo e ritengo… che l’occupazione delle fabbriche, lasciata succedere tranquillamente, è stata un grande insegnamento per la classe operaia, perché ha spiegato agli operai con un esempio pratico, la impossibilità in cui, nelle condizioni attuali, essi si troverebbero di esercitare le industrie. L’operaio ha potuto constatare che senza capitale, senza credito all’estero per provvedere le materie prime, senza istruzione tecnica superiore, senza organizzazione commerciale all’interno e all’estero per acquistare le materie prime e per vendere i prodotti manifatturati, esso non aveva la possibilità di fare a meno della direzione industriale ». Giolitti prendeva a prestito dai capi confederali le stesse argomentazioni circa il blocco dei paesi stranieri per « affamare » i lavoratori, e ripeteva il concetto ricattatorio che gli strati « tecnici», l’intelligenza, avrebbero abbandonato la classe operaia, Anche in questo episodio lo slancio di classe fu strozzato dal connubio Stato-opportunismo.
La disfatta della classe operaia affondava le sue radici nella politica di reciproco fiancheggiamento dell’opportunismo e dello Stato capitalista, e non nell’azione violenta delle forze di repressione statale e fascista. L’uso della violenza organizzata da parte delle classi padronali fu possibile per la annosa indecisione del partito socialista italiano, guidato dall’intelligenza decisamente controrivoluzionaria dell’estrema destra riformista per mezzo del massimalismo chiacchierone e inconcludente; e fu il colpo di grazia per la classe operaia. I bonzi della CGIL e i capi del partito non seppero fare altro che lagnarsi del diritto, della legalità, della civile convivenza violentati, e non osarono guardare sino in fondo, nella loro completa assenza di volontà e di decisione verso la rivoluzione.
La reazione alla sconfitta, da un lato si sostanziò nell’irrigidirsi sempre più della destra socialista su posizioni legalitarie, riformistiche e democratiche, dall’altro sfociò nella costituzione del partito comunista; nel mezzo fu schiacciato il massimalismo nella sua impotenza, nè pesce nè carne. La questione del controllo e dei Consigli di fabbrica erano deviazioni volontaristiche che pretendevano di risolvere lo scontro sociale a favore del proletariato trasferendo il riformismo dal campo dell’attività statale a quello dell’organizzazione proletaria. Il movimento inglese dei Delegati d’impresa (Shop Stewards), che nel maggio del 1919 fu riconosciuto dagli industriali insieme ai consigli di officina, dette impulso alle Unioni per la partecipazione diretta della base operaia ad eleggere i suoi rappresentanti. Questa trasformazione delle Unioni inglesi fu ingenuamente considerata come una svolta capace di infondere nel movimento operaio una nuova carica di entusiasmo e di vitalità nelle lotte contro lo Stato. In realtà, il movimento fu contenuto perché non poteva che esaurirsi nel sindacalismo, nel rivendicazionismo riformista.
Non si trattava di sostituire ad una forma di organizzazione un’altra supposta nuova. La partecipazione diretta degli operai alla vita dei loro sindacati era già stata sperimentata durante la vita della Prima Internazionale. Ma che cosa sarebbe avvenuto dei sindacati operai, delle lotte proletarie di allora o di sempre, senza l’indirizzo politico del partito?
Infatti nelle tesi della frazione comunista astensionista del maggio 1920 (precedute da apposite tesi sui Consigli operai che prossimamente pubblicheremo) non si postulano nuovi organismi di lotta, ma, ribadito l’impegno dei comunisti di aderire ai sindacati di classe, si conferma l’antico concetto della penetrazione del programma del partito di classe nella organizzazione operaia e della conquista delle direzioni sindacali a questo programma. La priorità del partito usciva prepotente da ogni frase delle tesi, da ogni polemica e critica anche verso gruppi che, avvertendo la suprema incapacità del partito socialista e della politica riformista e disfattista della Seconda Internazionale, si orientavano verso la Sinistra Comunista. Punti culminanti del riformismo furono la pretesa della costituzione dei Soviet e del controllo operaio richiesti sull’onda dello entusiasmo suscitato dalla vittoria in Russia della rivoluzione comunista. La Sinistra spiegò che i Soviet sorgono nel vivo della battaglia rivoluzionaria, non per decreto di partito, e che il controllo operaio sulla produzione è compito della classe armata, cioè della classe vittoriosa, Mancando queste due condizioni basilari, parlare di Soviet e di controllo equivaleva a sostituire il gradualismo tipico del riformismo piccolo-borghese, proprio della II Internazionale divenuta ormai gialla, all’azione rivoluzionaria tutta incentrata sul partito comunista.
Un altro aspetto, non secondario, della reazione alla sconfitta e al crollo della politica riformista dei partiti socialisti, fu quello di ritenere più efficiente strumento di lotta rivoluzionaria il « sindacato di partito », composto cioè dei soli iscritti al partito comunista. Furono i supersinistri tedeschi a formulare questa posizione con tanto vigore che per sperimentare questa formula uscirono dal partito comunista di Germania. Lenin s’incaricò di criticare aspramente la deviazione degli operaisti tedeschi, ma non, come hanno sempre e spudoratamente propagandato i rinnegati di oggi, valorizzando il riformismo disfattista dei capi della CGIL e delle direzioni opportuniste dei sindacati, o, peggio, indicando al partito comunista la strada della separazione tra lotte economiche e lotte politiche, dell’autonomia e dell’indipendenza dei sindacati dal programma comunista, Lenin ricorda ai comunisti che il compito del partito è di guidare la classe alla conquista del potere, e che il fronte di questa lotta, contrastata palmo a palmo dall’opportunismo traditore, passa tra le organizzazioni del movimento operaio. I comunisti devono attestarsi su questo fronte e non indietreggiare, o meglio non distaccarsi dalla classe operaia lasciandola in balia dei capi infedeli.
Le difficoltà della lotta non si superavano con manovre che avrebbero facilitato il successo, come si pretendeva, ma operando correttamente sulla base del programma. Gli anni successivi dimostrarono che i manovrieri, i tatticisti, coloro che pretendevano d’essere più rivoluzionari dei comunisti, ovvero « comunisti leninisti », passarono dal campo del « riformismo rivoluzionario » a quello tradizionale del tradimento aperto.
La Sinistra Comunista nel cammino della rivoluzione
Incarnatasi nel Partito Comunista d’Italia, la Sinistra non dovette operare alcuna trasformazione teorica, politica, organizzativa: rinuncio soltanto alla posizione astensionista per facilitare la confluenza nel partito di altri gruppi, e per disciplina alla Internazionale Comunista di Mosca, mantenendo però sempre l’intima convinzione che il « parlamentarismo rivoluzionario » difeso da Lenin non avrebbe scongiurato il pericolo dell’infezione democratica, per noi il più pericoloso e pervicace.
Conquistata l’autonomia e l’indipendenza organizzativa, la Sinistra si dette a tracciare proprio quel fronte rosso tra proletariato rivoluzionario e opportunismo nelle organizzazioni economiche operaie, che Lenin aveva rivendicato nell’« Estremismo ». Dal gennaio del 1921 è tutto un fervore di attività in tutti i campi quello che distingue il partito comunista in Italia, sì da meritargli l’elogio dello stesso Comitato Esecutivo dell’Internazionale.
I comunisti continuarono la battaglia in seno ai sindacati, nelle riunioni di base e di vertice nei Congressi o nei Convegni della Confederazione Generale del Lavoro, scontrandosi direttamente con i capi opportunisti e intessendo la loro propria organizzazione sindacale. Ed è soprattutto nel campo dell’organizzazione sindacale che il Partito esplica un’attività incessante. L’esordio ufficiale del partito si ha al congresso nazionale di Livorno della CGIL, nel febbraio 1921. La mozione dei comunisti è di basilare importanza perché contiene gli elementi essenziali della tattica del partito e pone senza ambagi e senza equivoci la questione del potere nel sindacato, propone la sua candidatura alla direzione dell’organizzazione sindacale, e indica gli scopi e i mezzi della lotta comunista mirante ad affiancare il sindacato all’Internazionale di Mosca, Prevale assolutamente, nella mozione, il carattere politico del sindacato. Essa dice: « … considerato che la situazione determinata in tutto il mondo capitalistico dalla grande guerra 1914-1918 non può risolversi che nella lotta rivoluzionaria del proletariato di tutti i paesi contro la borghesia, per strapparle la direzione della società; che la struttura ed i metodi dei vecchi organismi proletari, sia sindacali che politici, dinanzi ai problemi della guerra e del dopoguerra, si sono rivelati inadatti alla lotta per l’emancipazione delle masse degenerando nella larvata od aperta collaborazione con la classe dominante; che dalla situazione e dalle esperienze rivoluzionarie determinate dalla guerra son sorte le direttive per la riorganizzazione del movimento proletario mondiale, coll’organizzarsi della nuova Internazionale comunista; che l’unica via che può condurre all’emancipazione dei lavoratori dal giogo del salariato è quella tracciata nel programma e nei metodi dell’Internazionale comunista, attraverso il rovesciamento violento del potere borghese e l’instaurazione della dittatura proletaria nel regime dei Consigli dei lavoratori, che attuerà la demolizione del sistema economico del capitalismo e la costruzione della nuova economia comunista; che strumento principale della lotta proletaria per realizzare questi obiettivi è il partito politico di classe, il partito comunista, che in ogni paese costituisce la sezione della Terza Internazionale; che i sindacati operai volti dalla politica social-democratica dei dirigenti riformisti e piccolo-borghesi ad una pratica antirivoluzionaria di collaborazione di classe, possono e devono essere fattori importantissimi dell’opera rivoluzionaria, quando ne sia radicalmente rinnovata la struttura, la funzione, la direttiva, strappandoli al dominio della burocrazia dei funzionari attuali; che la tattica che la Terza Internazionale adotta per conseguire tali obiettivi esclude e condanna l’uscita delle minoranze rivoluzionarie dalle file dei sindacati diretti da riformisti, ma prescrive ad esse di lavorare e lottare dall’interno, con la propaganda dei principi comunisti, con la critica incessante all’opera dei capi, con l’organizzazione d’una rete di gruppi comunisti nelle aziende e nei sindacati, strettamente collegata al Partito comunista, allo scopo di conquistare a questo la direzione del movimento sindacale e dell’insieme dell’azione di classe del proletariato; riconosce indispensabile la creazione, al fianco dell’Internazionale comunista di Mosca, di un’Internazionale di sindacati rivoluzionari; finalità raggiungibile solo con l’uscita delle confederazioni sindacali conquistate da comunisti dell’Internazionale sindacale gialla di Amsterdam, organismo nel quale si perpetuano i metodi disfattisti della seconda Internazionale, e attraverso il quale gli agenti dissimulati della borghesia e di quella sua organizzazione di brigantaggio che si chiama la Lega delle nazioni, tendono a conservare un influsso sulle grandi masse proletarie; ritiene che queste confederazioni sindacali nazionali, ed anche le minoranze comuniste organizzate nel seno dei sindacati riformisti, debbano aderire all’Internazionale sindacale rossa di Mosca, che a lato dell’Internazionale politica raccoglie tutti gli organismi sindacali che sono per la lotta rivoluzionaria contro la borghesia.
« Per conseguenza il Congresso delibera che la Confederazione Generale del Lavoro italiana: a) si distacchi dall’Internazionale sindacale di Amsterdam; b) rompa il patto di alleanza col Partito socialista italiano, sia perché tale patto è inspirato a superati criteri tattici socialdemocratici, sia perchè il partito stesso è fuori dalla Terza Internazionale; c) aderisca incondizionatamente all’Internazionale sindacale di Mosca e partecipi al suo imminente Congresso mondiale per sostenervi le direttive sindacali sopra richiamate, ossia quelle contenute nelle tesi sulla questione sindacale approvate dal Secondo Congresso mondiale dell’Internazionale comunista; d) ispiri a queste direttive i suoi rapporti col Partito Comunista d’Italia, unica sezione italiana della Terza Internazionale, riconoscendo in esso l’organismo cui spetta la direzione dell’azione di classe del proletariato italiano “.
Dinanzi a questo chiaro atteggiamento dei comunisti nei confronti dei partiti opportunisti e dei bonzi della Confederazione, la Centrale sindacale in unione con i socialisti non poteva che preparare severe misure di repressione contro i comunisti; soprattutto dopo la posizione ipocrita dei delegati socialisti al congresso dell’Internazionale dei Sindacati Rossi, in cui avrebbero accettato di aderire alla centrale sindacale di Mosca se Mosca avesse riconosciuto il Partito Socialista italiano. Il partito comunista non accettò il ricatto confederale e potenziò la sua campagna per l’« unità proletaria », invitando i sindacati « rossi » ad aderire a Mosca e a non uscire dalla CGIL, e quelli fuori della confederazione ad entrarvi per rinvigorire l’azione rivoluzionaria all’interno della centrale italiana aderente sempre ad Amsterdam, all’Internazionale gialla.
La tattica comunista
« Le direttive sindacali » (Il Comunista, n. 47 dell’1-8-1921), sulla base del programma sintetizzato nella « mozione » al congresso confederale di Livorno, mettevano in evidenza il carattere specificamente politico della lotta rivendicativa proposto dai comunisti, senza trascurare le questioni contingenti, ma dando ad esse un valore completamente diverso, soprattutto anticorporativo, secondo il principio marxista che si deve vincere « la concorrenza degli operai tra di loro ».
Il testo dice: « I riformisti sono soliti avvalersi di un argomento specioso contro i nostri compagni che lavorano nei sindacati; quello che noi non avremmo la possibilità di fare, e non faremmo in realtà, nei conflitti sindacali nulla di praticamente diverso da essi. Bisogna rispondere che i comunisti non si sognano di negare le conquiste contingenti della lotta sindacale nel campo della contrattazione delle condizioni di lavoro; che non escludono che sia problema tattico da risolversi volta per volta quello della convenienza di accettare o meno le proposte dei padroni, di spingere ad oltranza od arrestare ad un certo limite gli scioperi. Né i comunisti pretendono di possedere una ricetta per vincere infallibilmente le agitazioni di carattere economico. Ciò che li distingue dai riformisti e dai socialdemocratici è la propaganda rivoluzionaria che essi traggono occasione di esplorare da ogni episodio della lotta economica, il loro costante sforzo di creare nei lavoratori una coscienza politica e di classe. Inoltre i comunisti devono provare che il fatto che grandi centri della rete dell’organizzazione proletaria siano in mano ad amici larvati della borghesia o ad avversari della preparazione rivoluzionaria, che considerano come il massimo pericolo l’allargarsi delle agitazioni ed il loro investire tutta la vita sociale e politica del paese, lega le mani ai lavoratori organizzati ed ai loro organizzatori anche là dove questi seguono le direttive comuniste. Siccome i comunisti sanno di non poter realizzare i loro scopi se le grandi masse sono ancora dominate dall’influsso dei capi sindacali, essi considerano al primo piano della loro lotta rivoluzionaria la necessità di sloggiare questi, posizione per posizione, dall’organizzazione proletaria.
« Tutta l’attività sindacale dei comunisti si basa su questa constatazione: che nell’epoca attuale di convulsionaria crisi del regime borghese non è più sufficiente la semplice attività tradizionale dei sindacati, che vedono la loro azione divenire sempre più difficile mano mano che la crisi si inasprisce. Per affrontare i problemi della vita quotidiana operaja occorre poter controllare nel suo insieme il funzionamento della macchina economica per concretare le misure che possono combattere le conseguenze del suo dissesto. E’ illusorio che l’attuale sistema politico porga al proletariato il mezzo di esercitare una qualsiasi influenza sull’andamento di questi fenomeni da cui pur dipendono le sue sorti e le sue condizioni di esistenza, e tutti i problemi si riducono a quello unico del sostituirsi, con un grande sforzo rivoluzionario di tutto il proletariato, alla classe dei suoi sfruttatori che detenendo il potere impediscono qualunque mitigazione delle dolorose conseguenze del capitalismo in quanto impediscono ogni limitazione dei privilegi dei capitalisti.
« I sindacati devono quindi divenire le falangi dell’esercito rivoluzionario imbevendosi dello spirito politico comunista, e lottare inquadrati dal partito di classe per la conquista del potere, la realizzazione della dittatura proletaria ».
Fatti pratici incontrovertibili sanzionavano l’incapacità del capitalismo a mantenere inalterate le condizioni di semplice sopravvivenza della classe dei salariati. La disoccupazione imperversava, e si abbatteva sugli occupati la falcidia della riduzione dei salari, accompagnata da un prolungamento della giornata lavorativa, in barba ad ogni legge. Il partito dette disposizioni generali che, pur affrontando la contingenza, ponevano già la soluzione radicale delle questioni rivendicative: salario integrale ai disoccupati, e non sussidi; mantenimento dei livelli salariali e della giornata di otto ore, Era, sul terreno economico, una tattica « difensiva », ma, per le masse che doveva mettere in movimento e per i mezzi che si dovevano usare, si trasferiva sul terreno politico come tattica offensiva, perché il capitalismo si trovava nell’assoluta impossibilità di rispettare le più elementari condizioni di lavoro e di esistenza.
Nella stessa impossibilità si trovava la dirigenza confederale per il suo legame diretto con l’opportunismo del partito socialista. Le lotte articolate e limitate non sono un’invenzione dei mandarini attuali della Confederazione, ma la ripetizione della tattica disfattista di allora. I bonzi avevano paura che il generalizzarsi delle lotte radicalizzasse i sentimenti delle masse operaie e le portasse sotto la guida del partito comunista, cioè le ponesse sotto le direttive rivoluzionarie dei comunisti. I sindacati e il partito socialista credevano di uscire dalla situazione di crisi ripetendo la tattica dello status quo sociale, dell’equilibrio delle forze. La stessa tattica viene usata oggi combinando la più ferrea e perfida dittatura delle gerarchie sindacali sul proletariato organizzato e la manovra delle lotte parziali tendenti a scaricare l’energia delle masse che tende periodicamente ad accumularsi. Ogni adeguamento salariale è dovuto non alla direzione sindacale dei bonzi ma alla forza potenziale della classe. Basterebbe questa semplice riflessione per smentire la menzognera propaganda opportunista sui meriti della direzione confederale delle lotte rivendicative operaie, sulla strapotenza invincibile del padronato capitalista e sulla spudorata calunnia che gli operai non vogliono saperne di lottare a fondo e in maniera generale. La sola esistenza fisica della classe operaia e capace di indurre le aziende a fare concessioni, e i vertici sindacali a porsi alla testa dei moti spontanei per impedire che debordino dai limiti legalitari.
Contribuiva alla confusione delle lingue il pullulare di gruppi e posizioni politiche di generico rivoluzionarismo, proponenti le più variopinte soluzioni, verso le quali non mancavano voci, anche all’interno dello stesso partito comunista, che postulavano un « fronte unico » con l’illusorio proposito che il confluire di queste forze in un unico organismo potenziasse la lotta proletaria e favorisse la preparazione rivoluzionaria della classe. Che, in fondo, si trattasse di mere esercitazioni letterarie nel migliore dei casi, ed anche di subdole proposte tendenti ad alimentare il disagio della classe operaia, sballottata da una parte e dall’altra, lo si constato quando si trattò di passare dalla pura frase all’azione vera e propria. Allora, quelli che facevano fuoco e fiamme per una edizione italiana dell’union sacrée non arrivarono nemmeno al fronte unico sindacale, giustificando il rifiuto con i più impensati pretesti.
Il partito, verso gli ondeggiamenti dei primi timidi fautori delle alleanze politiche, prese in esame i singoli gruppi politici con i quali si sarebbe voluto costituire un fronte comune, e dimostrò che è possibile « affasciare. inquadrare organizzare anche militarmente le forze che mirano a spostare le basi dello Stato, ma solo quelle che concepiscono questo spostamento come un’antitesi tra due eventualità della storia: o la conservazione dello Stato borghese, democratico e reazionario al tempo stesso, o la costituzione dello Stato proletario fondato sulla dittatura di classe ». Ora, quale « spostamento delle basi dello Stato » costituivano la « repubblica sociale dei sindacati », postulata dai corridoniani, la « costituente professionale » proposta dai riformisti, la « rivoluzione per la nazione », comune a sindacalisti, libertari e riformisti, o la balorda « rivoluzione latina » dei libertari di Guerra di classe? Nessun spostamento in quanto tutte queste formule poggiavano sulla nazione o sul diritto, erano impregnate di superliberalismo, e negatrici irriducibili del partito politico di classe. Queste « soluzioni agitate dai mille gruppetti – stabiliva il partito – che alimentano in modo pernicioso il confusionismo rivoluzionario odierno possono classificarsi in due grandi categorie: in quella dell’insidia e in quella dell’errore. Ma gli organismi politici che stanno sull’uno o sull’altro ter- reno, pur potendo e dovendo esserci i secondi molto più simpatici e prossimi dei primi, non devono essere da noi affiancati in intese organizzative di preparazione rivoluzionaria. Si delinea, quindi, quello che, a nostro modo di vedere, è oggi il compito specifico del partito comunista: agire come un coefficiente di orientamento, di raddrizzamento, di continuità sicura nel pensiero e nell’azione, in mezzo al caos delle mille correnti «rivoluzionarie» che esibiscono i loro programmi e i loro metodi e vedono spesso accettati i medesimi, o le curiose filiazioni dei loro « incroci » o il loro miscuglio universale tipo ” fronte unico », da gruppi della classe proletaria ».
E concludeva: « Altri potrà credere di avere una via più breve. ma non sempre la via che appare più facile è la più breve, e per ben meritare della rivoluzione è troppo poco avere soltanto « fretta » di « farla ». (Da Il Valore dell’isolamento – « Il Comunista », 24-7-1921).
La chiara opposizione del partito a comunanze eterodosse, a facili intese con gruppi a base operaia ma con indirizzo equivoco o senza alcun indirizzo, non escludeva affatto la ricerca dell’unità sindacale, dell’affaticamento più largo e profondo possibile delle forze proletarie, tutte schiacciate dell’offensiva padronale capitalistica operante non solo sul terreno rivendicativo ma anche su quello politico e militare. Al fronte unico politico vagheggiato da più parti, il partito oppose il fronte unico sindacale dal basso, tra proletari. Il partito traduceva in indirizzo politico, in parola d’ordine d’azione rivoluzionaria l’esigenza programmatica della unificazione delle lotte operaie.
« Il comunismo »- ribadiva la Sinistra in un testo fondamentale del 28-10-1921, « Il fronte unico », ne Il Comunista – « proclama la necessità di unificare queste lotte, nel loro sviluppo, in modo da dare ad esse un obiettivo e un metodo comune, e parla per questo di unità al di sopra delle singole categorie professionali, al di sopra delle situazioni locali, delle frontiere nazionali e di razza. Questa unità non è una somma materiale di individui, ma si consegue attraverso uno spostamento dell’indirizzo, dell’azione di tutti gli individui e gruppi, quando questi sentono di costituire una classe, ossia di avere uno scopo ed un programma comune. Se dunque nel partito vi è solo una parte di lavoratori, tuttavia in esso vi è l’unità del proletariato in quanto lavoratori di diverso mestiere, di diverse località e nazionalità vi partecipano sullo stesso piano, colle stesse finalità e la stessa regola di organizzazione. Una unione formale, federativa, di sindacati di categoria, o magari un’alleanza di partiti politici del proletariato, pur avendo maggiori effettivi di quelli del partito di classe, non raggiunge il postulato fondamentale dell’unione di tutti i lavoratori, perché non ha coesione e unicità di scopi e di metodi. Tuttavia comunisti affermano che l’organizzazione sindacale, primo stadio della coscienza e della pratica associativa degli operai, che li pone contro i padroni, sia pure localmente e parzialmente, appunto perché soltanto uno stadio ulteriore di coscienza e di organizzazione delle masse le può condurre sul terreno della lotta centrale contro il regime presente, appunto in ragione del fatto che raccoglie gli operai per la loro comune condizione di sfruttamento economico, e col loro riavvicinamento a quelli di altre località e categorie sindacali, li avvia a formarsi la coscienza di classe; la organizzazione sindacale deve essere unica, ed è assurdo scinderla sulla base di diverse concezioni del programma di azione generale proletaria. E’ assurdo chiedere al lavoratore che si organizza per la difesa dei suoi interessi quale sia la sua visione generale della lotta proletaria, quale sia la sua opinione politica; egli può non averne nessuna o una errata, ciò non lo rende incompatibile con l’azione del sindacato, da cui trarrà gli elementi del suo ulteriore orientamento. Per questo i comunisti, come sono contro alla scissione dei sindacati, quando la maggioranza degli aderenti o la furberia dei capi opportunisti dà loro una direttiva poco rivoluzionaria; così lavorano per la unificazione delle organizzazioni sindacali oggi divise, e tendono ad avere in ogni paese un’unica centrale sindacale nazionale. Qualunque possa essere l’influenza dei capi opportunisti, l’unità sindacale è un coefficiente favorevole alla diffusione della ideologia e della organizzazione rivoluzionaria politica, ed il partito di classe fa nel seno del sindacato unico il suo migliore reclutamento e la migliore sua campagna contro i metodi errati di lotta che da altre parti si prospettano al proletariato. I comunisti italiani sostengono l’unità proletaria perché sono convinti che nel seno di un unico organismo sindacale si farà con maggior rapidità e successo il lavoro di orientamento del proletariato verso il programma politico dell’Internazionale Comunista, Mentre sullo stesso piano dell’Internazionale Sindacale Rossa i comunisti italiani lavorano per l’unificazione degli organi sindacali del proletariato italiano, essi sostengono altrettanto energicamente. anche prima di raggiungere questa unità organizzativa, a cui non poche difficoltà si frappongono, la necessità dell’azione d’insieme di tutto il proletariato, oggi che i suoi problemi parziali economici dinnanzi all’offensiva dei padroni si fondono in uno solo: in quello della comune difesa. Ancora una volta i comunisti sono convinti che mostrando alle masse che unico è il postulato ed unica deve essere la tattica per poter fronteggiare la minacciata riduzione dei salari, la disoccupazione e tutte le altre manifestazioni di offensiva antiproletaria, si renderà più agevole il compito di dimostrare che il proletariato deve avere un programma unico di offensiva rivoluzionaria contro il regime capitalistico e che questo programma è quello tracciato dall’Internazionale Comunista: lotta condotta dal partito politico di classe contro lo Stato borghese, per la dittatura del proletariato. Dal fronte unico del proletariato sindacalmente organizzato contro l’offensiva borghese sorgerà il fronte unico del proletariato sul programma politico del Partito Comunista, dimostrandosi nell’azione e nell’incessante critica di essa insufficiente ogni altro programma. Unità sindacale e fronte unico proletariato contro l’offensiva attuale della borghesia sono tappe che il proletariato deve percorrere per il suo allenamento a lottare secondo gli insegnamenti della storia sulla via dell’avanguardia comunista. Unità sindacale e fronte unico proletario il Partito Comunista li sostiene appunto per far trionfare il suo programma ben differenziato da tutti gli altri che vengono prospettati al proletariato, per mettere in evidenza maggiore la sua critica ai tradimenti della socialdemocrazia, ed anche agli errori sindacalisti ed anarchici.
« Grossolano equivoco è scambiare la formula dell’unificazione sindacale e del fronte unico con quella di un blocco di partiti proletari, o della direzione dell’azione delle masse, in casi contingenti o in movimenti generali, da parte di comitati sorti da un compromesso tra vari partiti e correnti politiche; immaginare che esse comportino una tregua da parte dei comunisti alla rampogna contro i socialdemocratici, ed alla critica di ogni altro metodo di azione che faccia smarrire al proletariato la chiara visione del processo rivoluzionario. … I comunisti non nascondono mai il loro partito, la loro milizia politica, la loro disciplina inviolabile. Queste non sono cose di cui debbano arrossire, in nessun caso; poiché non le ha dettate l’interesse personale o una mania di omertà politica, ma solo il bene della causa proletaria; poiché non sono una concessione fatta ad esigenze poco confessabili di « divisione » del proletariato, e sono, invece, all’opposto, il contenuto stesso dell’opera di unificazione del proletariato nel suo sforzo di emancipazione. Unità sindacale e fronte unico sono il logico sviluppo e non una forma coperta di pentimento dell’opera dei comunisti italiani nel costituire e del rafforzare l’arma della lotta rivoluzionaria, il loro partito severamente definito e delimitato nella dottrina, nei metodi. nella disciplina organizzativa e volto nell’interesse dell’unificazione rivoluzionaria della lotta del proletariato contro tutte le deviazioni e tutti gli errori ». Il partito proclama che « i due monopoli del capitale e del lavoro sono divenuti incompatibili » e che « essi hanno forse dilazionato la crisi suprema della società borghese, ma solo per prepararla più formidabile. Il loro conflitto sul terreno dell’amministrazione della produzione si traduce non nel problema di risolvere l’andamento di questa o quella fabbrica, ma nel dilemma generale: dittatura del capitalismo o dittatura del proletariato. Il problema dello Stato è posto sul tappeto: le forze dell’evoluzione produttiva abbandonano per un momento il primo piano della scena per attendere la sentenza che sarà data dall’esito della guerra civile. Se dinanzi all’offensiva padronale il Sindacato capitola, esso spiana la via alla tenebrosa soluzione che porrà sulla cervice di un proletariato fiaccato e disperso il feroce dominio dell’incontrastato monopolio capitalista ».
« Il combattimento o la morte »; ripete la Sinistra Comunista. Ma i capi opportunisti della Confederazione si opposero sistematicamente agli inviti del Comitato sindacale comunista per la costituzione del fronte unico e per la unità sindacale. D’Aragona stesso rispose al rappresentante dell’Internazionale dei Sindacati Rossi in Italia che la convocazione della conferenza per l’unità sindacale doveva cadere sotto la pregiudiziale «di accettazione del patto di alleanza col Partito Socialista italiano e della Confederazione Generale del Lavoro. Era il rifiuto ad aderire all’invito dei comunisti; era il sabotaggio velato ed ipocrita dell’unità sindacale. Ma non furono da meno neppure i capi dell’U.S.I. ( Unione Sindacale Italiana) né quelli dello SFI (Sindacato ferrovieri italiani), i quali nella riunione del 12 ottobre 1921 con il rappresentante dei Sindacati Rossi, rigettarono l’invito ad entrare nella Confederazione del Lavoro « per trascinare la più potente centrale sindacale sul terreno della lotta rivoluzionaria ». Il 19 ottobre lo SFI, « asserendo di voler mantenere l’autonomia da ogni partito, affermava di non poter aderire all’Internazionale di Mosca per il legame col quale essa è vincolata all’Internazionale Comunista »; e con questo i capi dei ferrovieri mandavano a carte quarantotto gli sforzi unitari dei comunisti pronunciandosi non nel merito diretto della questione, ma in quello apparentemente marginale dell’adesione all’Internazionale Sindacale Rossa. L’8 ottobre si era già avuto il rifiuto dei sindacalisti, pronunciato dal loro maggior rappresentante Borghi, il quale ripeteva che l’USI non avrebbe potuto aderire ad un’operazione sindacale con l’intermediazione di un partito politico, cioè del Partito Comunista, rappresentato nel sindacato dai dirigenti del Comitato Sindacale Comunista, e che l’USI avrebbe potuto « efficacemente lavorare alla formazione unitaria nuova solo quando il partito comunista dichiarerà di non pretendere la supremazia per quella organizzazione operaia nuova … » !!
Al Convegno di Verona, reclamato a viva voce dagli operai comunisti e dai proletari seguaci delle direttive comuniste nei sindacati, non solo il Comitato Direttivo della CGL respinse le antiche proposte comuniste sul fronte unico, sulla adesione all’Internazionale Sindacale Rossa, ma deliberò sciaguratamente di riconfermare l’adesione alla Centrale gialla di Amsterdam. I dirigenti confederali, poi, di fronte all’improrogabile necessità dell’azione generale delle masse contro l’offensiva padronale sollecitata dall’incessante azione comunista tra le file proletarie, imposero all’organizzazione sindacale, in virtù di una posizione maggioritaria (che derivava loro più che dal conto numerico dalla « pastetta » di far votare i delegati al convegno sulla base degli iscritti dell’anno precedente notoriamente più numerosi in alcune categorie favorevoli alla centrale, come i contadini) l’accettazione di « « Commissioni di agenti della borghesia, diretti e indiretti » per stabilire « caso per caso » la necessità o meno di aumentare o diminuire i salari, secondo le particolari necessità delle aziende. Non solo rifiuto del fronte unico, ma adesione a pratiche di alleanza con la borghesia che, oltre tutto, conducevano alla frantumazione delle forze operaie. Malgrado ciò la « sparuta » pattuglia dei comunisti ottenne quattrocentomila voti di proletari su circa un milione e trecentomila – iscritti effettivi, a dimostrazione pratica che la parola d’ordine del fronte unico non era un’utopia e che si stava realizzando contro il parere di tutti gli oppositori.
Il risultato elettorale del Convegno della C.G.d.L. a Verona non significò per i comunisti l’abbandono della tattica, che il partito aveva tracciata, basata sul fronte unico e sulla lotta contro le dirigenze riformiste della centrale sindacale. È una delle tante utopie di cui sono preda gli opportunisti, quella di ritener liquidata una forza politica quando questa soccombe al cosiddetto peso di un risultato elettorale minoritario. I problemi posti dalla frazione comunista sindacale erano problemi vivi e reali, non l’esercitazione accademica di un’opposizione parolaia. Il partito chiese a viva forza il congresso nazionale della Confederazione Generale del Lavoro perché vi si discutessero tre punti essenziali: 1) Rapporti internazionali, cioè la questione dell’adesione della centrale sindacale italiana all’Internazionale Sindacale Rossa, negata dalle alte sfere confederali al Convegno di Verona che ribadirono, invece, la loro affiliazione alla centrale internazionale gialla di Amsterdam, di schietta marca borghese, «ufficio della reazione internazionale borghese in continuo contatto e collaborazione coi Governi capitalisti»; 2) Unità proletaria, cioè la questione se i tentativi fatti dall’Internazionale Sindacale Rossa per l’unificazione del Sindacato Ferrovieri e dell’Unione Sindacale con la C.G.d.L. dovevano subire ancora il cosciente sabotaggio dei capi confederali; 3) Contro l’offensiva padronale, se si dovesse, cioè, continuare a subire la tattica disfattista dei vertici riformisti, i quali, dinanzi all’offensiva borghese contro la classe operaia, continuavano a spezzare ogni forma di solidarietà di classe, facendo muovere i singoli reparti proletari gli uni separatamente dagli altri, e cercando di ammansire la giusta rabbia operaia con la convocazione delle famigerate «Commissioni d’inchiesta» sullo stato delle industrie, per accertare se le richieste padronali di riduzioni del salario fossero «giuste» o meno.
L’Alleanza del Lavoro
L’urgenza immediata di affrontare le questioni sollevate dal partito non tardò a farsi sentire. Sui primi di febbraio 1922, proprio il Sindacato Ferrovieri, sotto la pressione crescente dell’offensiva capitalistica, particolarmente acuta contro i lavoratori statali, verso i quali più agevole e diretto era l’impiego della violenza dello Stato, prese l’iniziativa, non ortodossa ma certo significativa, di indire una riunione con i rappresentanti dei partiti cosiddetti «d’avanguardia», il PSI, il PRI, e l’Unione anarchica, per intendersi circa la costituzione di quella che fu detta l’«Alleanza del Lavoro». Che una potente organizzazione sindacale come il S.F.I. avvertisse la necessità di un affasciamento delle forze in lotta era significativo, in quanto controdimostrava la validità della parola d’ordine di quel «fronte unico» agitato dal partito da quasi un anno, verso cui le altre frazioni sindacali ostentavano sufficienza o dubbi. Il partito comunista pur comunicando per lettera di essere pronto a consacrare tutte le sue forze ad una azione unitaria del proletariato non partecipò a questo convegno preliminare perché non voleva intralciare con la sua presenza i primi passi verso un più vasto reclutamento di forze proletarie, e non solo per la sua precisa intransigenza nei confronti di intese fra raggruppamenti politici eterogenei che, se danno la sensazione di formare una più numerosa unione di effettivi, tuttavia poggiano su compromessi programmatici e di principio che ne indeboliscono oltre misura la risultante compagine.
Di tale rifiuto l’Esecutivo del Comintern cercherà, poi, di far carico alla Centrale di Sinistra, per tentare di spiegare l’ennesimo tradimento del Partito socialista in occasione dello sciopero generale d’agosto del 1922, che si sarebbe consumato per non aver il Partito comunista d’Italia ottemperato alle disposizioni sul fronte unico «politico» secondo i dettati dell’Esecutivo dell’I.C. stesso. I fatti successivi si incaricheranno di dimostrare la fallacia di questo atteggiamento della centrale di Mosca, e delle illusioni che essa nutriva verso l’«ala sinistra» del PSI, la quale, insieme al massimalismo socialista, svolse solo la funzione poco edificante di coprire le porcherie della destra. Infatti, al convegno costitutivo dell’Alleanza del Lavoro, tenutosi a Roma nei giorni 18-19 febbraio 1922, intervennero i rappresentanti delle centrali sindacali e non, come aveva ripetutamente chiesto il Partito comunista, i rappresentanti delle correnti sindacali proporzionalmente ai rispettivi organizzati. Si chiariva immediatamente l’intenzione del Partito socialista, che dominava la Confederazione e con essa la massa organizzata nei sindacati. Se il partito comunista avesse aderito alla riunione preliminare con gli altri partiti, non si sarebbe giunti nemmeno alla convocazione dell’Alleanza del Lavoro, perché l’aspra ed immancabile opposizione del partito alle trame intessute in quella riunione avrebbe fornito il destro ai socialisti di denunciare il partito di sabotaggio, e di presentare alle masse questa foglia di fico come segno di ritrovata verginità, addossando ai comunisti la colpa dell’impossibilità del fronte unico, e, di conseguenza, della difesa della classe operaia contro l’offensiva capitalista. Probabilmente, era quello che i destri socialisti speravano. Venuta a mancare questa eventualità, essi ricorsero alla rappresentanza sindacale per centrale e non per correnti, onde tener fuori il partito comunista dalla dirigenza dell’Alleanza del Lavoro e tramare alle spalle del proletariato. Era chiaro anche ai ciechi che il grande partito opportunista italiano considerava come nemico numero uno il partito comunista, non il fascismo e tanto meno il liberalismo; e quindi avrebbe frapposto mille ostacoli, usato tutti i mezzi possibili, per impedire l’ingresso di rappresentanze comuniste nell’Alleanza. Ancora una volta, però, quelli che cadevano in grave contraddizione, e, coscienti o meno, avallavano l’azione di tradimento dell’opportunismo socialista, erano gli anarchici, i sindacalisti, e lo stesso Sindacato Ferrovieri, i quali pochi mesi prima avevano rigettato l’adesione alla Centrale sindacale di Mosca con il pretesto che in tal modo i sindacati da loro organizzati sarebbero caduti sotto il controllo dei comunisti, cioè di un partito politico da cui per «principio» il sindacato, secondo loro, deve essere autonomo e indipendente. Per non aderire a Mosca, indirettamente essi aderivano ad Amsterdam, e avallavano la politica disfattista dei gialli consumata dai capi della C.G.d.L.
Malgrado queste gravi deficienze, il partito diede disposizioni ufficiali e perentorie per una «disciplina sindacale incondizionata». Non era un atteggiamento benevolo, improvvisamente armistiziale, verso l’opportunismo, ma rispondeva alle condizioni reali della lotta e realizzava uno dei motivi della tattica che nelle Tesi del congresso di Roma trovarono organica sistemazione. La centrale confederale era costretta ad aderire alle pressioni delle masse proletarie, non avendo disponibile che l’alternativa di farsi superare dalle spinte della base, favorendo così con le sue stesse mani l’azione comunista. Dovette scegliere l’impegnativa imposizione di mettersi alla testa della preparazione della difesa operaia, perché avrebbe intanto potuto controllare gli alleati ferrovieri ed anarchici, manovrato per sbarrare la strada ai comunisti e così spezzata ogni resistenza organizzata della classe.
La mozione votata il 20 febbraio dall’Alleanza del Lavoro, benché costretta ad ammettere la inderogabile necessità del fronte unico, non lascia dubbi sulle intenzioni socialiste, decisamente opposte a quelle che il Partito assegna all’Alleanza. Dopo le solite affermazioni generiche sull’emancipazione proletaria, la mozione «delibera di opporre alle forze coalizzate della reazione l’alleanza delle forze proletarie, avendo di mira la restaurazione delle pubbliche libertà e del diritto comune, unitamente alla difesa delle conquiste di carattere generale delle classi lavoratrici, tanto sul terreno economico quanto su quello morale», e continua annunciando la costituzione di un Comitato nazionale composto dai rappresentanti di tutte le organizzazioni alleate, col preciso incarico di attendere al coordinamento e alla disciplina delle azioni difensive della classe lavoratrice». Questo «Comitato nazionale inizierà il suo funzionamento con la compilazione di un programma pratico di azione (senza esclusione di alcun mezzo di lotta sindacale, compreso lo sciopero generale) che valga a risollevare le depresse energie del proletariato e a trasfondere in esso la persuasione che, mediante l’azione combinata dei propri sforzi, si renderà prontamente possibile la ripresa del libero esercizio delle proprie funzioni sindacali e politiche. Il Comitato nazionale sarà composto di due rappresentanti per ciascuna Organizzazione alleata fatta eccezione per la CGL, che ne nominerà cinque tenuto conto dell’entità numerica dei propri aderenti e della necessità di far posto nel Comitato stesso alle rappresentanze delle più importanti categorie confederate. I rappresentanti saranno nominati dalle rispettive Organizzazioni».
Una mozione così generica non riesce però a nascondere i fini che l’opportunismo socialista si attende dall’Alleanza: «la restaurazione delle pubbliche libertà e del diritto comune»! Sarà questo il leitmotiv di tutto il rigurgito antifascista che seguirà alla vittoria del fascismo e impronterà la democrazia del secondo dopo-guerra. Ecco a che cosa serviva il patto di unità d’azione tra partito socialista e confederazione sindacale: a ricreare le condizioni idilliache di convivenza pacifica tra proletariato sfruttato e classi dominanti, senza tener conto che il fascismo nasce proprio dall’infrangersi di questo instabile equilibrio sociale nell’urto contro condizioni deterministiche tali per cui la sopravvivenza del regime capitalista è condizionata allo schiacciamento anche economico e sindacale del proletariato. Gli attuali usurpatori del comunismo hanno ereditato questo scrigno prezioso di precetti controrivoluzionari, ed hanno trasformato il partito in una latrina dell’opportunismo socialista.
Altra ed opposta è la ragione della stretta unione del partito comunista con la classe proletaria. Non si tratta di stabilire se le cosiddette «libertà pubbliche, costituzionali» e «il diritto comune» favoriscano o meno la legale esistenza dell’organizzazione operaia; si tratta, invece, di prevedere, guidare e favorire la lotta della classe operaia per la conquista di una sua forza e di una sua organizzazione indipendenti, per distruggere la «libera» esistenza del capitalismo, il «diritto comune» all’esistenza dello Stato borghese.
L’azione del partito comunista
Quali che fossero le intenzioni e gli scopi o i vantaggi che la destra socialista intendeva perseguire nella nuova situazione, le cause che erano alla base della costituzione dell’Alleanza del Lavoro indicavano chiaramente che il proletariato era ad un bivio della lotta per la sua esistenza; o cedere le armi senza combattere, o il combattimento a viso aperto. La tattica del partito, la sua adesione « incondizionata » all’Alleanza, poggiavano su questa constatazione. Si trattava ora di svolgere un’intensa e profonda attività fra le masse, nei sindacati, sui posti di lavoro, per spingere il proletariato a chiedere all’Alleanza un’azione globale, perché facesse suo il programma comunista dinnanzi all’offensiva capitalistica. La lotta impostata dal partito poggiava sull’« impegno solenne ed effettivo al reciproco appoggio in un’azione comune tra tutti i sindacati locali e di categoria in difesa di qualunque di essi venga colpito dalle manifestazioni dell’offensiva padronale » e sulla « difesa dei postulati che rappresentano il diritto all’esistenza del proletariato e delle sue organizzazioni, e in prima linea della causa dei disoccupati e del mantenimento di tutti i patti di lavoro e del livello dei salari » da realizzarsi con la « fusione in una sola azione di tutte le vertenze parziali sollevate dall’offensiva borghese », « l’impiego delle forze sindacali sul terreno dell’azione di classe » con « l’impiego dell’azione diretta sindacale fino allo sciopero generale ».
Il 19 maggio del 1922, il Comitato Sindacale Comunista deliberava che i militanti comunisti si facessero essi stessi promotori della costituzione di comitati locali dell’Alleanza del Lavoro, per vincere la tiepidezza soprattutto della CGL ricorrendo all’elezione diretta dei rappresentanti operai, e per far sì « che le sezioni locali della Alleanza siano chiamate a Congresso Nazionale, che solo può nominare, con criterio proporzionale esteso a tutte le frazioni politiche che dirigono i Sindacati, il Comitato Centrale dirigente dell’Alleanza del Lavoro »; e proponeva una serie di rivendicazioni che l’Alleanza avrebbe dovuto far sue: « Otto ore di lavoro per tutti i lavoratori; Arresto nella discesa dei salari, perché il proletariato non indietreggi oltre le ultime posizioni, ove incontrerebbe la fame, e si renda possibile la riconquista delle posizioni perdute; Ripristino e rispetto dei concordati e dei patti colonici; Difesa dell’organizzazione; Assicurazione della esistenza per i lavoratori disoccupati e le loro famiglie, gravandone gli oneri sulla classe padronale e sullo Stato ».
Il partito chiamava le masse alla vigilanza rivoluzionaria sui capi sindacali, mobilitava i militanti al controllo assiduo dell’Alleanza, ne spingeva i dirigenti verso l’obiettivo principale della fusione delle lotte e del reclutamento di tutti gli effettivi del proletariato, ingiungeva ai compagni di non aderire a riunioni e convegni di comitati dell’Alleanza come delegati del partito, cui invece dovevano intervenire soltanto i delegati degli organismi sindacali diretti da comunisti, e statuiva che tutti i comunisti e tutte le forze comuniste dovessero partecipare a manifestazioni, comizi e iniziative dell’Alleanza, portandovi la loro parola di incitamento e di coesione rivoluzionaria.
Lo sciopero generale costituiva il punto di partenza che il partito aveva assegnato al fronte unico proletario per frenare e respingere l’offensiva padronale; e vi si disponeva diffondendone tra le masse l’urgente necessità. In luglio il partito lanciava un manifesto nel quale si esaminavano le lotte operaie di quei mesi, e si rilevava che la Alleanza si opponeva con la sua indecisione e il tradimento e il sabotaggio anche di alcuni capi sindacali, alla indispensabile unificazione delle vertenze e delle forze proletarie in lotta; in altri casi, veniva meno al programma rivendicativo e accettava riduzioni di salario, capitolazioni negli scioperi locali, arresti di agitazioni. L’Alleanza del Lavoro, malgrado l’alto spirito di combattività delle masse, rimaneva « inerte e passiva, e non solo non ha ancora intrapresa la lotta, ma nemmeno ha detto chiaramente di essere decisa a condurla, né ha dimostrato di volerla preparare ». L’appello del partito al proletariato, infine, denunciava pubblicamente la tattica forcaiola dei capi sindacali ispirata dal PSI, tattica che spezzava ogni suggestione di fronte unico « politico », di alleanza politica con qualunque ala socialista o partito cosiddetto di « avanguardia »: « Alla proposta e alla campagna dei comunisti si contrappone il lavoro obliquo di taluni dei vostri capi, che svalutano la preparazione della lotta diretta contro la borghesia e vi propongono una diversa via di uscita dalla tragica situazione in cui versate: la collaborazione parlamentare e governativa con una parte della borghesia. Da una parte costoro, come capi di grandi organizzazioni economiche e della Confederazione del Lavoro, hanno sostenuto e sostengono la tattica del caso per caso, della rinunzia all’indietreggiamento dinanzi alle pretese padronali, tattica che ha dimostrato di condurre i capitalisti ad imbaldanzire sempre più nelle loro imposizioni. Dall’altra parte, dinnanzi alle gesta del fascismo, ad una delittuosa propaganda di passività e di non resistenza ad opera dei lavoratori assaliti, straziati ed oltraggiati, essi accompagnano la menzognera e illusoria affermazione che è possibile porre un termine al regime di schiavismo abbattutosi su tanta parte delle masse italiane, con una manovra puramente parlamentare, con l’accordo tra il partito socialista e i partiti borghesi di sinistra, allo scopo di costituire un ministero che si servirebbe delle forze ufficiali dello Stato per la repressione legale del fascismo. A questa tattica si vogliono oggi infeudare le grandi organizzazioni di classe del proletariato, distogliendole dalla lotta contro il padronato e dal solo compito che può alimentare la loro vita e impedirne la dissoluzione, per farne la piattaforma della salita al potere dei parlamentari riformisti. Il partito comunista denunzia questa tattica come tattica di tradimento ».
La denunzia del partito aveva colpito nel segno, e dava la chiave di tutta la manovra controrivoluzionaria dell’opportunismo. Leggano attentamente i nostri lettori proletari, i lavoratori, questi passi del manifesto del partito comunista, e coglieranno il nesso strettissimo fra la tattica dei socialisti di allora e quella dei falsi comunisti di oggi, i quali sono scesi ancora più in basso postulando e realizzando coalizioni persino con i partiti della grande borghesia capitalistica in governi « nazionali » per la repressione internazionale di ogni istinto rivoluzionario del proletariato, prospettando intese parlamentari e ministeri di « sinistra » con ale sinistre del partito fascista attuale, la Democrazia Cristiana, e con un partito solo nominalmente socialdemocratico ma in effetti borghese. Le giustificazioni dell’opportunismo di oggi sono identiche a quelle di ieri: impedire la vittoria o il ritorno del fascismo imprigionando il proletariato tra le maglie del legalitarismo e dello Stato, propinando alle masse salariate l’ennesima suggestione democratica di conquista graduale di un potere statale che, invece, va distrutto.
La tattica opportunistica mirava a far leva sulle spinte operaie per costituire un Governo di sinistra illudendo le masse che un tale Governo avrebbe debellato il fascismo e ricondotto il paese alla « normalità », al ripristino delle millantate libertà costituzionali, e al « diritto comune ». I fatti successivi hanno abbondantemente dimostrato in quale tragedia storica sia stato gettato il proletariato da questa manovra infame. Il grande capitale dette un solenne e meritato ceffone a Turati, facendolo ruzzolare giù per le scale inique del Quirinale, e dettò un governo Facta di preparazione all’avvento aperto del fascismo. La manovra socialista tendeva proprio in questo momento, oltre che a tener lontane le forze comuniste dalla direzione sindacale e dall’Alleanza del Lavoro, a cacciarne i comunisti. Il partito si trovava così a dover fronteggiare nello stesso tempo, insieme alla massa proletaria, gli assalti armati del fascismo e dello Stato, il sabotaggio delle lotte operaie consumato dai dirigenti sindacali, e la repressione dei dirigenti sindacali socialisti sotto forma di misure disciplinari.
Lo sciopero di agosto 1922
Tuttavia maturarono anche le condizioni psicologiche dello sciopero generale, proclamato, invocato e voluto con tutte le forze dal partito. L’Alleanza del Lavoro, sotto la crescente pressione delle masse proletarie, sollecitate da un lavoro gigantesco di propaganda e di agitazione dei militanti comunisti, si vide infine costretta a prendere in considerazione la richiesta dello sciopero generale. Anche di fronte a questo avvenimento, anzi proprio in occasione di questa tappa fondamentale delle lotte operaie, l’Alleanza svelò in maniera incontrovertibile le sue intenzioni, cioè dimostrò che la direzione socialista non ne voleva sapere dello sciopero generale e che manovrava nel preciso intento di farlo fallire con la complicità dell’insipienza anarchica e della vigliaccheria massimalista.
Il primo agosto si riunisce il C. C. dell’Alleanza del Lavoro, il quale dichiara che « di fronte all’ormai chiaro divisamento delle schiere reazionarie di tentare un assalto in forze agli organi dello Stato, assalto che è già in via di effettuazione e che urge di spezzare senza ulteriori indugi; non ritenendo di aver sufficienti poteri per ordinare e dirigere l’azione difensiva del proletariato – che deve essere pronta, agile e decisiva quale il movimento gravido di pericoli richiede – ha convocato d’urgenza le organizzazioni da esso rappresentate per le opportune sollecite decisioni »; « seduta stante, i rappresentanti delle organizzazioni nazionali hanno proceduto alla nomina di un comitato segreto di azione con pieni poteri ». Il Comitato segreto proclama lo sciopero generale. Il partito esprime subito i suoi dubbi sulla bontà dell’iniziativa presa in maniera « dilettantistica », senza un’adeguata preparazione seria e capillare, tant’è che, com’è noto, l’ordine di sciopero pervenne alle organizzazioni locali a mezzo dell’apparato illegale del partito, sebbene poi risultasse che le prefetture governative erano già in anticipo a conoscenza della data; e ripetè quello su cui insisteva da mesi, cioè che lo sciopero generale avrebbe dovuto coincidere con un’azione significativa della classe, con un avvenimento di portata nazionale interessante il proletariato, come avrebbe potuto essere lo sciopero metallurgico proclamato, a conclusione di possenti agitazioni e scioperi locali nel maggio-giugno, per la pressione continua dei comunisti, e spezzato in maniera vergognosa dalla FIOM che capitolava, senza condizioni, di fronte al padronato; o come poteva e doveva essere un episodio saliente dell’offensiva fascista, come le recenti occupazioni in forze di Ravenna e Novara. Il partito, pur dissentendo dalla data scelta e dal modo di organizzazione, e stigmatizzandone la impreparazione, dette ordine tassativo a tutte le sue forze di aderire allo sciopero generale, e di restare a stretto contatto con gli organi e i dirigenti locali del partito per apprenderne le direttive di azione. Repubblicani e socialisti pubblicarono un comunicato delle direzioni dei loro partiti di appoggio allo sciopero. Il governo lanciò un manifesto al paese rifriggendo i soliti motivi di pace tra le classi, di amor patrio verso « i figli » che si dilaniano in una lotta fratricida, e concludendo con la immancabile minaccia di far rispettare « con tutti i mezzi » la legge e la proprietà. I fascisti, armati della solita tracotanza da palcoscenico, lanciarono un ultimatum di 48 ore per la cessazione dello sciopero, perché, in caso contrario, avrebbero ripreso « libertà d’azione » sostituendosi all’« impotenza » dello Stato. Il proletariato fu preso alla sprovvista, come aveva presagito il partito, e tardò a mettersi in moto, ma tra il 2 e il 3 agosto le forze crescevano di numero, la lotta saliva di tono, le fabbriche, gli uffici, le aziende agricole erano paralizzate, e gli operai si stavano armando per fronteggiare la risposta statale-fascista. Improvvisamente il 4 agosto il Comitato segreto dà ordine di cessare lo sciopero generale, essendo soddisfatto del suo sviluppo e avendo la dimostrazione che il proletariato italiano ha raggiunto il suo obiettivo con la messa in evidenza della forza e della volontà della classe lavoratrice », e invita le organizzazioni aderenti a disporre la ripresa del lavoro. Era la classica pugnalata alla schiena, maturata dalla proroga di altre 24 ore dell’ultimatum fascista suggerita dallo stesso Governo, conscio che uno scontro armato con il proletariato non avrebbe assicurato il successo né a fascisti né a governativi, e che gli opportunisti avrebbero capitolato.
La cessazione inaspettata e altrettanto improvvisa per i proletari quanto l’inizio dello sciopero, era il segnale « convenuto » per la controffensiva fascista e borghese, che poté scatenarsi favorita dalla ritrovata disponibilità dei mezzi di trasporto per il concentramento delle bande fasciste nei punti in cui la resistenza eroica degli operai era viva e furibonda. Tutte le azioni proletarie che i capi sindacalisti e i dirigenti socialisti erano stati costretti a guidare venivano da loro stessi sabotate o stroncate sotto lo specioso pretesto di non irritare la reazione borghese e la rappresaglia fascista, e di non indebolire l’opera parlamentare del PSI e dei suoi alleati. Come per l’occupazione delle fabbriche nell’autunno del 1920, così adesso, l’assenza di volontà del partito opportunista, caratterizzata dall’indecisione galeotta del centro serratiano, predisponeva al meglio i piani di reazione violenta e sanguinosa del capitalismo; il quale, se allora aveva sufficiente un Giolitti per vibrare i colpi demolitori dello Stato contro la massa operaia, ora, in mancanza e nella insufficienza di un legale rappresentante ministeriale, passava allo stritolamento dei lavoratori manovrando la duplice mazza degli irregolari bianchi e delle gendarmerie governative. Il proletariato veniva disarmato dai suoi stessi capi socialisti, e se lo sciopero generale, inopinatamente deliberato con stile anarcoide, non si trasformò in una tragica farsa, il merito spetta alla classe e ai militi comunisti in prima fila fino all’ultimo colpo di fucile proletario; al partito che, sordo a tutti gli inviti interessati a infognarsi nel legalitarismo, nel bloccardismo e nel dilettantismo, aveva dato le migliori energie per costituire gli organi indispensabili della lotta rivoluzionaria: i gruppi sindacali comunisti e l’organizzazione militare di partito. Non solo lo sciopero generale avrebbe stentato a realizzarsi e, con grande gioia degli opportunisti, sarebbe morto sul nascere senza la presenza fisica ed organizzata del partito, ma avrebbe costituito la pietra sepolcrale della classe operaia che non avrebbe potuto trarre tutte le lezioni utili da quegli impetuosi avvenimenti. Il partito, ucciso lo sciopero, lanciò un primo manifesto ai lavoratori, tirando precise e taglienti conclusioni: « Il proletariato ha risposto e con combattività formidabile; la strategia dello sciopero generale si è rivelata ottima come piattaforma di battaglia contro la reazione. Occorre solo che alla testa delle masse vi siano partiti e uomini che non temono la lotta rivoluzionaria e non vogliono incanalare l’azione delle masse in vie traverse ed equivoche, deviarle in una tattica che gli eventi hanno ormai per sempre sfatata e disonorata: quella della collaborazione e del legalitarismo, che si è anche rivelata più stupidamente provocatrice di controffensive armate contro una massa disarmata dai capi. « Arma contro arma, violenza contro violenza », è e resta la parola d’ordine ».
« Lo sciopero non è fallito », perché le forze governative e fasciste hanno indietreggiato di fronte all’azione operaia. « Lo sciopero è stato mal preparato », perché nessuna frazione sindacale lo voleva, e lo ha dovuto subire per la forte determinazione delle masse incoraggiate
dalla prepotente volontà dei comunisti; ed è stato proclamato senza una estesa e profonda preparazione politica e psicologica di azioni operaie crescenti in potenza ed estensione di cui lo sciopero generale avrebbe dovuto costituire il punto culminante. « Lo sciopero mancava di direttive »; o meglio, anziché seguire le chiare, semplici e collegate proposte comuniste, si era insinuato che lo sciopero non si dovesse preparare « se non si era automaticamente sicuri di arrivare alla rivoluzione sociale », nello stesso tempo in cui si preparava « lo sciopero legalitario di Turati » per tentare la collaborazione governativa; e si diffondeva tra le masse uno spirito pacifista, non si indicavano i mezzi della lotta, il fine immediato, lo sbocco cui tendere. La lotta continua; su quali basi impostarla? « Non sciopero pacifico e legalitario, che si perde nel miraggio che il proletariato si salvi dalla reazione a mezzo di un diversivo parlamentare; non sciopero rivoluzionario nel senso dei rivoluzionari di cartapesta che hanno per insulsa divisa il « tutto o il nulla » e per pratica (da cui sono impotenti a staccarsi) soltanto uno dei due termini: « il nulla »; sciopero, invece, di avanzata su posizioni ulteriori di lotta e di combattimento per il sempre miglior inquadramento e armamento politico e militare delle masse, per la consolidazione di una loro unità di fronte, veicolo ad una potente e vastissima unità di organizzazione nel Partito rivoluzionario di classe, arma insostituibile della rivoluzione proletaria ». « Lo sciopero è stato stroncato da chi ne aveva la dirigenza », « non fosse altro perché i fascisti lo avevano intimato », coprendo così il loro bluff e la loro impotenza. « Malgrado la bravata fascista e la viltà socialista, il proletariato è in piedi; il proletariato non è battuto. Esso saprà troppo tardi il valore della prova che ha dato; esso continua la lotta su due fronti, per la sua vittoria immancabile ». Erano queste le « Prime constatazioni » del partito, dopo il tradimento socialista.
L’insegnamento tratto dal Partito di classe
Quei due giorni e mezzo avevano illuminato a giorno il campo di battaglia e lo schieramento di classe. «Che cosa ha mostrato lo sciopero e il suo svolgimento connesso a quello della crisi?» si domandava il partito. «Che effettivamente le due vie sono inconciliabili: o collaborazione o azione di massa. L’illusione della prima aveva disorientato e paralizzato la lotta aperta del proletariato. La mobilitazione di esso anche da parte dei «legalitari» è bastata ad approfondire l’abisso fra le due classi: fra gli operai in sciopero e la fortezza delle istituzioni statali borghesi. Turati, cortigiano e scioperaiolo, è stato buttato fuori dalle manipolazioni ministeriali. Quindi il proletariato ha gli elementi per scegliere: o l’azione legalitaria attuabile solo col disarmo e la disgregazione delle sue forze organizzate e che si rivela un vicolo cieco e che sarà possibile solo quando socialdemocratici e fascisti diverranno alleati, e lo Stato borghese continuerà con essi la sua funzione antiproletaria oppure l’azione delle masse. Questa può e deve essere allestita solo condannando ogni illusionismo democratico e ogni pacifismo, armando e organizzando la guerra di classe. Non può, tra le due vie, giocare alcun equivoco: altrimenti resteranno per sempre entrambe sbarrate. La via che noi proponiamo è ardua e difficile: ma è la sola che non sbocchi nel nulla».
Lo sciopero dell’agosto aveva dato il grande insegnamento storico che le masse possono contare soltanto sul partito comunista rivoluzionario, sia che debbano partecipare ai conflitti per l’esistenza quotidiana nelle lotte rivendicative contro il padronato, sia, e a maggior ragione, quando le condizioni storiche rendono insolubile il conflitto economico tra operai e aziende sul piano legalitario e pongono all’ordine del giorno lo scontro diretto e frontale tra la classe salariata e lo Stato capitalista. Lo sciopero aveva rivelato quale fosse la consistenza delle cosiddette «sinistre» non comuniste, gli anarchici, i sindacalisti, senza programma, privi di una disciplina politica e organizzativa, utili solo a coprire le sordide velleità delle ali congenitamente controrivoluzionarie del movimento, disposti a mettersi al servizio del primo ciarlatano col cappello rosso e con la testa nera, mai a seguire la potente compagine del partito comunista. Aveva smascherato per sempre la vocazione al tradimento del partito socialista, che in quei pochi giorni consumò tutte le nequizie possibili, e le cui ali massimalista e serratiana fungevano da foglie di fico per coprirne le vergogne agli occhi del proletariato. Insegnava, questa potente azione proletaria, che il sindacato è il terreno della mobilitazione rivoluzionaria delle masse a patto che il partito vi esplichi la sua infaticabile attività per conquistarne la direzione; e non rinunci mai alla sua autonomia e indipendenza tattica e organizzativa.
Se il partito avesse ascoltato i consigli che purtroppo già incominciavano a giungergli anche da alcuni punti dell’apparato dirigente, sarebbe naufragato nella tattica frontista delle «sinistre» e avrebbe irrimediabilmente compromesso la compattezza organizzativa che gli permetteva, invece, di agire in maniera incomparabilmente efficace nella lotta per la guida delle masse proletarie.
La rivoluzione vive e vincerà
Gli avvenimenti successivi dimostrarono che il successo temporaneo della reazione capitalistica, ottenuto a mano armata, dipende non da una forza intrinseca dello Stato capitalista, né dall’ingresso nel campo di battaglia tra le classi di bande bianche armate dalla borghesia, ma dalla disponibilità in ogni momento di gruppi opportunisti pronti ad affittarsi alla politica di difesa del regime. È questo l’aspetto più significativo della democrazia: il reciproco fiancheggiamento fra opportunismo, legalitario, parlamentare, pacifista, e capitalismo; fiancheggiamento che non viene spezzato dall’obiettivo prevalere della dittatura diretta delle classi privilegiate, ma che ne prepara l’avvento e da cui viene assorbita la spinta antiproletaria e controrivoluzionaria. Nulla è cambiato da allora, né nella struttura economica, né nella organizzazione sociale, né, di conseguenza, nel procedimento politico dei partiti opportunisti e dei partiti di stretta osservanza capitalistica. Persiste, invece, pervicace e fortemente illusoria, la suggestione democratica, parlamentare, legalitaria, pacifista, del processo graduale e senza scosse, del riformismo ciarlatano che prospetta alla classe dei nullatenenti, dei proletari e dei lavoratori salariati, la soluzione sociale nella loro sottomissione allo Stato. In tal modo, all’invarianza dell’opportunismo non può che contrapporsi l’invarianza del comunismo rivoluzionario, all’alternativa tragicamente sperimentata del metodo opportunista non può che contrapporsi la luminosa alternativa comunista. È su una di queste due vie che il proletariato è chiamato a dirigersi: altre non ne esistono.
Da allora, se l’opportunismo del partito socialista si è travasato, biecamente peggiorato, nell’attuale falso partito comunista, sono scomparsi, invece, anarchici e sindacalisti, decomposti in gruppetti dissidenti dalla politica ufficiale opportunista in preda alla peggior confusione. I comunisti rivoluzionari sono rimasti soli anche nell’antivigilia della preparazione rivoluzionaria. È questo un elemento senza dubbio positivo, che libera il campo da remore che il proletariato ha già sperimentato come estremamente negative.
Ma tale apparente isolamento impone al partito uno sforzo maggiore per ricostituire innanzitutto la rete dei suoi gruppi comunisti nei sindacati e sui posti di lavoro, senza i quali esso rimane una espressione ideologica rispettabile, ma innocua e sterile.
La linea rossa da Marx al partito comunista internazionale non si è interrotta, malgrado sconfitte e tradimenti sordidi. È questo il segno inconfondibile che la rivoluzione comunista vive e vincerà.