Lenin è morto
di Leone Trotzky
Lenin è morto. Lenin non è più. Le oscure leggi che regolano la circolazione arteriosa hanno messo fine alla sua esistenza. L’arte medica si è rivelata impotente a compiere quel miracolo appassionatamente atteso e che milioni di cuori esigevano.
Quanti tra noi avrebbero volentieri donato, senza esitazioni, fino all’ultima goccia del loro sangue, per rianimare, per rigenerare l’organismo del nostro grande capo, di Lenin Il’ič, dell’unico, dell’impareggiabile! Ma non vi è stato miracolo dove la scienza si è rivelata impotente. Ed ecco che Lenin non è più. Sono parole che precipitano paurosamente nelle coscienze, come una roccia gigantesca in mare. Vi si può credere? Si possono accettare? La coscienza dei lavoratori di tutto il mondo non lo vorrà ammettere, perché il nemico dispone ancora di una terribile forza; la strada da percorrere è lunga; l’immane lavoro, il più grande che si sia intrapreso in tutta la storia, non è concluso; perché Lenin è necessario alla classe operaia mondiale, indispensabile come forse non lo è stato mai nessuno nella storia dell’umanità.
Il secondo attacco del suo male, molto più grave del primo, si è protratto per oltre dieci mesi. Il sistema circolatorio, come hanno detto amaramente i medici, si è comportato sempre “capricciosamente” in tutto questo tempo. Terribili scherzi in cui era in gioco la vita di Il’ič. Ci si poteva attendere un miglioramento e quasi una completa guarigione; ma ci si poteva anche attendere una catastrofe. Noi tutti speravamo nella convalescenza; sopravvenne la catastrofe. Il regolatore cerebrale della respirazione si rifiutò di funzionare e spense l’organo del geniale pensiero.
E noi non abbiamo più Il’ič. Il partito è un orfano, la classe operaia un’orfana. È il primo sentimento che si prova alla notizia della morte del maestro, del capo.
Come faremo ad andare avanti? Sapremo trovare la strada? Non ci perderemo? Perché Lenin, compagni, non è più tra noi …
Lenin non è più, ma ci resta il leninismo. La parte immortale di Lenin – il suo insegnamento, il suo lavoro, il suo metodo, il suo esempio – vive in noi, nel partito che ha creato, nel primo Stato operaio, alla cui testa si è trovato e che ha diretto.
Nei nostri cuori in questo momento c’è un profondo dolore perché, tutti, siamo contemporanei di Lenin, abbiamo lavorato al suo fianco, abbiamo appreso alla sua scuola. Il nostro partito è il leninismo in atto; il nostro partito è la guida collettiva dei lavoratori. In ognuno di noi vive una piccola parte di Lenin, ed è meglio di ognuno di noi.
Come marceremo d’ora in avanti? Reggendo alta la fiaccola del leninismo. Sapremo trovare la strada? Sì grazie all’elaborazione collettiva, alla volontà collegiale del partito.
E domani, e dopodomani, e tra otto giorni, e tra un mese, ci chiederemo ancora: come è possibile che Lenin non è più? La sua morte, per molto tempo ancora, ci parrà un incredibile scherzo della natura, impossibile, mostruoso.
Che la crudele trafittura che proviamo, che ognuno di noi sente in cuore al pensiero che Lenin non è più, sia per tutti un avvertimento quotidiano: ci ricordi che la nostra responsabilità è ora molto più grande. Siamo degni del capo che ci ha istruiti!
In questo momento di dolore, di lutto, stringiamo le file, riavviciniamo i nostri cuori, teniamoci più strettamente uniti per le nuove battaglie.
Compagni, fratelli, Lenin non è più tra noi Addio, Il’ič! Addio, capo! …
Stazione di Tiflis, 22 gennaio 1924
Il restauratore teorico del marxismo
Devo premettere due avvertenze: Non mi propongo di seguire la falsariga delle commemorazioni ufficiali, e non farò una biografia di Lenin né racconterò una collana di aneddoti intorno a lui. Tenterò di tracciare da un punto di vista storico e critico marxista la figura e il compito di Lenin nel movimento di emancipazione rivoluzionaria della classe lavoratrice mondiale: queste sintesi sono possibili solo guardando i fatti con ampia prospettiva di insieme, e non scendendo al particolare di carattere analitico, giornalistico, spesso pettegolo e insignificante. Non credo che mi dia diritto a parlare su Lenin per mandato del mio partito il fatto di essere “l’uomo che ha visto Lenin” o che ha avuto la fortuna di parlare con lui, ma quello di aver partecipato, da quando sono uno dei militanti della causa proletaria, alla lotta per gli stessi principi che Lenin personifica. Il materiale biografico di dettaglio del resto è stato messo a disposizione dei compagni da tutta la stampa nostra.
In secondo luogo, data la vastità del tema propostomi, oltre a essere necessariamente incompleto, dovrò passare velocemente anche su questioni di primaria importanza, e fare assegnamento che i termini di esse siano già noti ai compagni che mi ascoltano: non vi è campo nei problemi del movimento rivoluzionario che non abbia rapporto all’opera di Lenin. Senza dunque pretendere menomamente di esaurire l’argomento, dovrò essere, nello stesso tempo, non breve, e forse eccessivamente sintetico.
Non ho bisogno di esporre la storia delle falsificazioni, manipolare negli anni che precedettero la grande guerra, della dottrina rivoluzionaria marxista, quale fu mirabilmente tracciata da Engels e da Marx in tutte le sue parti, di cui la sintesi classica rimane il Manifesto dei comunisti del 1847. E neppure posso qui svolgere, parallelamente, la storia della lotta, che mai non tacque, della sinistra marxista contro quelle falsificazioni e degenerazioni. A questa lotta Lenin dà un contributo di primissimo ordine.
Consideriamo anzitutto l’opera di Lenin come restauratore della dottrina filosofica del marxismo, o, per esprimerci meglio, della concezione generale della natura e della società, propria del sistema di conoscenze teoriche della classe operaia rivoluzionaria, alla quale non occorre soltanto una opinione circa i problemi della economia e della politica, ma una presa di posizione su tutto il quadro più vasto di questioni ora indicato.
A un certo momento della complessa storia del movimento marxista russo, a cui dovrò ancora accennare, sorge una scuola, capeggiata dal filosofo Bogdanov, che vorrebbe sottoporre a una revisione la concezione materialista e dialettica marxista, per dare al movimento operaio una base filosofica a carattere idealistico e quasi mistico. Questa scuola vorrebbe far riconoscere ai marxisti il preteso superamento della filosofia materialista e scientifica da parte di moderne scuole filosofiche neo-idealistiche. Lenin risponde a essa in modo definitivo con un’opera (Materialismo ed empiriocriticismo)disgraziatamente poco tradotta e poco nota, apparsa in russo nel 1908, nella quale, dopo un poderoso lavoro di preparazione, svolge una critica dei sistemi filosofici idealistici antichi e moderni, difende la concezione del realismo dialettico di Marx ed Engels nella sua brillante integrità, superatrice delle astruserie in cui si imbottigliano i filosofi ufficiali, dimostra infine come le scuole idealistiche moderne siano espressione di uno stato d’animo recente della classe borghese, e una loro penetrazione nel pensiero del partito proletario non corrisponda che a uno stato psicologico di impotenza, di smarrimento, non è che il derivato ideologico della situazione effettiva di disfatta del proletariato russo dopo il 1905. Lenin stabilisce, in modo che per noi esclude ulteriori dubbi, che “non vi può essere una dottrina socialista e proletaria su basi spiritualiste, idealiste, mistiche, morali”.
Lenin difende l’insieme della dottrina marxista su di un altro fronte, quello delle valutazioni economiche e della critica al capitalismo. Marx ha lasciata incompleta la sua opera monumentale, Il Capitale, ma ha lasciato al proletariato un metodo di studio e di interpretazione dei fatti economici che si tratta di applicare ai nuovi dati forniti dal recente sviluppo del capitalismo, senza però travisarne la potenzialità rivoluzionaria. Il revisionismo, soprattutto tedesco, cerca di barare su questo terreno, elaborando “nuove” dottrine che costituiscono rettifiche, in apparenza secondarie, ma in realtà sostanziali, a quelle del maestro. E diciamo “barare” in quanto è dimostrato (da Lenin meglio che da ogni altro) come si trattasse non solo di oggettivi risultati scientifici a cui si riteneva di esser pervenuti, ma di un processo di opportunismo politico e di corruzione dei capi del proletariato, giunto ad avvalersi anche dell’espediente di sottrarre dalla circolazione importanti scritti di Marx ed Engels di cui si tentava in parte di falsare, in parte di rettificare il pensiero.
Contribuendo con altri economisti, tra cui Rosa Luxemburg e Kautsky degli anni migliori, al proseguimento della critica economica di Marx, con innumeri lavori Lenin sostiene che i fenomeni moderni del capitalismo: i monopoli economici, la lotta imperialista per i mercati coloniali, sono perfettamente interpretabili per la scienza economica marxista, senza dover modificare nessuna delle sue teoriche fondamentali sulla natura del capitalismo, sulla accumulazione dei suoi profitti a mezzo dello sfruttamento dei salariati. Nel 1915 Lenin riassume questi risultati nel suo libro di volgarizzazione sull’Imperialismo, che rimane un testo fondamentale della letteratura comunista: questa attitudine teorica consente gli sviluppi politici, di cui dovremo parlare, della lotta contro l’opportunismo e la bancarotta dei vecchi capi nella guerra mondiale.
Una lotta teorica, nel campo più ristretto della Russia, conduce anche Lenin contro i falsificatori borghesi del marxismo, che pretendono di accettarne, non il contenuto politico e rivoluzionario, ma il sistema e il metodo economico e storico, per servirsene alla dimostrazione che in Russia il capitalismo deve averla vinta sul feudalismo, mal celando sotto questa adesione alle tesi marxiste sullo sviluppo storico i propositi di repressione della ulteriore avanzata del proletariato.
Lenin, ci sia dato osservare, si presenta dunque, nell’opera di teorico, come il difensore della inseparabilità delle parti di cui si compone la concezione marxista. Egli non fa questo per dogmatismo fanatico (nessuno meno di lui merita questa accusa) ma poggiando le sue dimostrazioni sull’esame di una quantità enorme di dati di fatto e di esperienze, forniti dalla sua eccezionale cultura di studioso e di militante e illuminati dalla sua incomparabile genialità. Alla maniera di Lenin noi dobbiamo considerare tutti i premurosi accoglitori di una sola delle “parti”, arbitrariamente tra loro separate, del marxismo: siano essi economisti borghesi a cui fa comodo il metodo del materialismo storico, come avveniva alcuni decenni fa, e non solo in Russia, sibbene anche in Italia (altro paese di capitalismo arretrato); siano intellettuali legati alle scuole filosofiche del neo-idealismo, che pretendono di conciliarle con l’accettazione delle tesi sociali e politiche comuniste; siano compagni che scrivono libri per affermare di condividere la parte “storico-politica” del marxismo, ma poi proclamano caduca tutta la parte economica, ossia le dottrine fondamentali per la interpretazione del capitalismo. Lenin in varie occasioni ha analizzate, ha criticate attitudini analoghe, ne ha brillantemente e marxisticamente trovate le vere origini al di fuori e contro l’interesse del processo vero di emancipazione proletaria, e non meno brillantemente ne ha preveduto a tempo i pericolosi sviluppi opportunistici sboccanti nella dedizione alla causa nemica, per via più o meno diretta, e salvo, si capisce, la fedeltà alla nostra bandiera di questo o quel compagno individualmente considerato. Sulla traccia di Lenin noi dobbiamo rispondere a costoro che si “degnano” di accettare le nostre opinioni con simili benefici di inventario, e con arbitrarie distinzioni, con partizioni cervellotiche, che essi in realtà ci faranno più piacere risparmiandosi di accettare il “resto” del marxismo, perché la maggiore potenza di questo sta nell’essere una prospettiva di insieme di tutto il riflesso, nella coscienza di una classe rivoluzionaria, dei problemi del mondo naturale e umano, dei fatti politici e sociali ed economici a un tempo.
L’opera restauratrice di Lenin è più grandiosa, o almeno più nota universalmente, in quella che è la parte “politica” della dottrina marxista, intendendo per tal modo la teoria dello stato, del partito, del processo rivoluzionario, senza escludere che questa parte, che meglio diremmo “programmatica”, contempli anche tutto il processo “economico” che si apre colla vittoria rivoluzionaria del proletariato. La dispersione trionfale degli equivoci, degli inganni, delle meschinità, dei pregiudizi di opportunisti, revisionisti, piccolo borghesi, anarco-sindacalisti, si fa per questa parte in modo ancor più palpitante e suggestivo. Dopo Lenin, le armi polemiche su tale terreno sono spezzate nelle mani di tutti i nostri contraddittori vicini e lontani: quelli che ancora le raccattano non dimostrano che la loro ignoranza, cioè la loro assenza dal vivo processo che assume la lotta del proletariato anelante alla sua liberazione. Percorriamo per grandi tratti questa serie di tesi che sono altrettanti frammenti di realtà inchiodati nei termini di una dottrina insuperabilmente vera e vitale. Non dobbiamo che seguire Lenin: siano le tesi dei primi congressi della nuova Internazionale, siano i discorsi, siano i problemi, siano i programmi e i proclami del partito bolscevico sulla via della grande vittoria, sia infine il paziente e geniale esposto di Stato e Rivoluzione in cui si dimostra come le tesi di cui si tratta non abbiano mai cessato di essere quelle di Marx e di Engels, nella vera interpretazione dei testi classici e nel vero intendimento del metodo e del pensiero dei maestri, dalla prima formulazione del Manifesto fino alla valutazione dei fatti del periodo successivo e soprattutto delle rivoluzioni del ’48, di ’52, della Comune di Parigi: opera di fiancheggiamento della avanzata storica del proletariato mondiale che Lenin riprende e ricollega alle battaglie rivoluzionarie in Russia: la disfatta del 1905, la schiacciante rivincita di dodici anni dopo.
Il problema della interpretazione dello stato viene risolto nel quadro della dottrina storica della lotta di classe: lo stato è la organizzazione della forza della classe dominante, nata rivoluzionaria, divenuta conservatrice delle sue posizioni. Come per tutti gli altri problemi: non vi è lo stato, immanente e metafisica entità che attende la definizione e il giudizio del filosofastro reazionario o anarchicheggiante, ma lo stato borghese, espressione della potenza capitalistica, come vi sarà dopo lo stato operaio, come si renderà in seguito alla sparizione dello stato politico. Tutte queste fasi si situano nel processo storico, come la nostra analisi scientifica ci consente di tracciarlo, in una successione dialettica, ognuna nascendo dalla precedente e costituendone la negazione. Che cosa le separa? Fra lo stato della borghesia e quello del proletariato non può che collocarsi il culminare di una lotta rivoluzionaria, alla quale la classe operaia è guidata dal partito politico comunista, che vince nel rovesciare colla forza armata il potere borghese, col costituire il nuovo potere rivoluzionario: e questo attua anzitutto la demolizione della vecchia macchina statale in tutte le sue parti, e organizza la repressione, con i mezzi più energici, dei tentativi di controrivoluzione.
Si risponde agli anarchici: il proletariato non può immediatamente sopprimere ogni forma di potere, ma deve assicurare il “suo” potere. Si risponde ai socialdemocratici che la via per il potere non è quella pacifica della democrazia borghese, ma quella della guerra di classe: e quella soltanto. Lenin è il capo di tutti noi nella lunga difesa di questa posizione tanto falsificata del marxismo: la critica della democrazia borghese, la demolizione della menzogna legalitaria e parlamentare, la derisione, nel vigore sarcastico e corrosivo della polemica insegnato da Marx e da Engels, del suffragio universale e di tutte le panacee simili come armi del proletariato e dei partiti che stanno su questo terreno.
Ricollegandosi in modo magistrale alle basi della dottrina, Lenin risolve tutti i problemi del regime proletario e del programma della rivoluzione. “Non basta la semplice presa di possesso dell’apparato statale” dicono Marx ed Engels commentando a molti anni di distanza il Manifesto, e dopo la esperienza della Comune di Parigi. Deve l’economia capitalistica evolversi lentamente al socialismo, mentre legalitariamente si prepara il potere operaio, concludono arbitrariamente gli opportunisti, con una “truffa” teoretica che resterà classica. E invece viene Lenin a chiarire: occorre, “oltre” a prendere possesso dell’apparato statale vecchio, spezzarlo in frantumi e porre al suo posto la dittatura proletaria. A questa non si va per le vie democratiche, ed essa non si basa sui “principi” immortali (per il filisteo) della democrazia. Essa esclude dalla nuova libertà, dalla nuova eguaglianza politica, dalla nuova “democrazia proletaria” (come piacque a Lenin stesso di dire, dando dellademocrazia una interpretazione più etimologica che storica) i membri della debellata borghesia. Come solo così si ponga su basi realistiche la libertà per il proletariato di vivere e di governare, è stato chiarito da Lenin con proposizioni di cristallina evidenza non meno che di magnifica conseguenzialità teoretica. Piatisca chi vuole sulla conculcata libertà di associazione e di stampa dei turpi arnesi, prezzolati o incoscienti che siano, di una restaurazione anti-proletaria. Nella polemica egli è, dopo Lenin, clamorosamente battuto; nella pratica noi speriamo che troverà sempre abbastanza piombo della guardia rivoluzionaria, per superare la sua poca accessibilità agli argomenti teoretici.
E circa il compito economico del nuovo regime, Lenin ne spiega – non solo per quel che concerne la Russia, di cui dovremo dire più oltre, ma in linea generale – così la necessaria gradualità evolutiva, come la vera natura delle distinzioni che lo contrappongono all’assetto della economia privata borghese, nel campo della produzione, della distribuzione, di tutte le attività collettive.
Anche qui vi è il legame luminoso, rettilineo, colle fonti più autentiche della dottrina marxista; colle risposte di Carlo Marx alle mille banali confusioni così di avversari borghesi, come di seguaci di Proudhon, di Bakunin, di Lassalle; colla migliore polemica della sinistra marxista contro il sindacalismo soreliano. L’apparente contraddizione: dopo la conquista del potere vi sarà ancora una borghesia da reprimere coll’armatura dittatoriale, vi saranno ancora elementi restii del proletariato e più del semi-proletariato da piegare con una disciplina legale, vi sarà l’intervento “dispotico” (Marx), con i decreti del nuovo potere, nei fatti economici, come il riconoscimento da parte di esso di dover “aspettare” a sopprimere certe forme capitaliste in dati campi dell’economia? – viene risolta in modo logico, esauriente, meraviglioso, nella costruzione di un programma rivoluzionario che non teme la realtà: perché non ha paura di aderire a essa; perché non ha paura di agguantarla e stritolarla in quelle parti per cui è giunto il momento di passare tra le cose, le forme morte, nel processo implacabile della evoluzione e delle rivoluzioni.
Come fattore necessario in tutta questa lotta rinnovatrice, contro le degenerazioni del laburismo e del sindacalismo, Lenin ritraccia il compito del partito politico di classe, marxista e centralizzato, quasi militarizzato nella disciplina dei supremi momenti di battaglia, e agli opportunisti rinfaccia come la politica della classe rivoluzionaria non sia bassa manovra parlamentare, ma strategia di guerra civile, mobilitazione per l’insorgimento supremo, preparazione a gestire l’ordine nuovo.
E a coronamento del magistrale edifizio, dopo gli sforzi, i dolori del parto di un nuovo regime preveduti nel classico passo di Engels, le esigenze necessarie della regola di sacrificio per le milizie di avanguardia, si erge la previsione sicura e scientifica, a ben altro affidata che alle mistiche impazienze di pensatori impotenti, della società senza stato e senza costrizioni, della economia fondata sul soddisfacimento al limite dei bisogni di ciascuno dei suoi componenti, della completa libertà dell’uomo non come individuo, ma come specie vivente in solidarietà nell’assoggettamento completo e razionale delle forze e delle risorse della natura.
A Lenin si deve dunque la ricostruzione del nostro programma, oltre a quella della nostra critica del mondo in generale e del regime borghese in particolare, che nel loro insieme completano la elaborazione teoretica della ideologia propria del proletariato moderno.
Manifesto ai lavoratori in Italia
Pubblichiamo l’ultima parte del manifesto ai lavoratori italiani lanciato dal PC d’Italia il 30 gennaio 1921, pochi giorni dopo la sua fondazione.
Dopo otto anni la Frazione ha dovuto commemorare l’anniversario della fondazione del PCd’I, sopra tutto per sostenere il programma fondamentale originario, in contrapposizione al revisionismo centrista, che sta trascinando alla rovina il PCd’I e la Internazionale.
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Il nostro Partito Comunista è e resterà l’unica Sezione italiana dell’Internazionale Comunista. Chi non è col nostro Partito, sia esso un borghese od un aderente al vecchio Partito Socialista, è fuori ed è contro la Terza Internazionale. I membri del vecchio Partito che, con mille menzogne, sono stati indotti a pronunziarsi per la tesi unitaria, ai quali si è promessa l’unità del Partito nella Terza Internazionale, possono oggi vedere chiaramente la situazione. L’unità del Partito non esiste più avendo esaurito la sua ragion d’essere, ed essi si troveranno fuori dall’Internazionale Comunista, dalla famiglia mondiale dei lavoratori rivoluzionari. Essi possono uscire da questa falsa situazione soltanto abbandonando i capi che li hanno ingannati, e venendo fiduciosi nelle file del Partito Comunista.
Il Partito Comunista d’Italia vi si presenta dunque, o compagni lavoratori, come un prodotto della situazione creatasi in Italia dopo la guerra mondiale e che va svolgendosi, anche più rapidamente che in altri paesi, verso la rivoluzione proletaria. Questo partito comprende in sé le energie rivoluzionarie del proletariato italiano; esso deve rapidamente organizzarsi come l’avanguardia di azione della classe lavoratrice. I suoi principii ed il suo programma vi dicono che il Partito Comunista sta sul terreno del pensiero marxista, del comunismo critico, del Manifesto dei Comunisti, così come tutto il movimento dell’Internazionale di Mosca. Gli altri che, chiamandoci anarchici o sindacalisti, si rivendicano continuatori del marxismo, sono invece coloro che lo hanno falsificato.
Noi invece, raccogliendo nelle nostre file la maggior parte di coloro che sostennero il valore rivoluzionario del marxismo in Italia, dissentiamo, così come le tesi di Mosca dissentono, dalle teorie anarchiche e sindacaliste – pure considerando i proletari anarchici e sindacalisti come nostri amici generosamente rivoluzionari, che finiranno col riconoscere la giustezza delle direttive teoriche e pratiche dei comunisti, mentre invece i riformisti, i socialdemocratici, e tutti quelli che si sentono di convivere con costoro si allontanano sempre più dal comunismo e dalla via della rivoluzione.
Il Partito Comunista d’Italia si compone dunque di coloro che veramente hanno sentito ed accolto, nella mente e nel cuore, i grandi principii rivoluzionari dell’Internazionale Comunista. Nelle sue file sono giovani e vecchi militanti dell’antico partito; esso continua storicamente la sinistra del Partito Socialista, quella parte cioè di questo partito che lottò in prima linea contro il riformismo collaborazionista, contro i blocchi elettorali, contro la massoneria, contro la guerra libica, che non solo sostenne la lotta contro i fautori della guerra, ma che in seno al partito contrastò tenacemente il passo a coloro che alla guerra erano avversi a parole ma, non del tutto scevri da pregiudizi patriottici, tendevano a continue transazioni colla borghesia.
È vero che restano nel vecchio partito taluni che in certa epoca furono estremisti, magari più estremisti di noi, ma costoro o sono esemplari del vecchio fenomeno di involuzione politica degli individui, o rappresentano i massimalisti che si improvvisarono tali per opportunità elettorale, o, nella ipotesi più benevola, sono individui che si credettero dei comunisti quando ancora non avevano inteso quali siano le differenze vere tra il comunismo e i pregiudizi borghesi e piccolo borghesi.
Il Partito Comunista d’Italia inspira il suo indirizzo tattico alle deliberazioni dei Congressi internazionali, e quindi intende avvalersi della azione sindacale, cooperativa, elettorale, parlamentare, come di altrettanti mezzi per la preparazione del proletariato alla lotta finale.
Attraverso l’intimo contatto con le masse lavoratrici, in tutte le occasioni in cui queste siano spinte ad agitarsi dalla insofferenza delle loro condizioni di vita, il Partito Comunista svolgerà la migliore propaganda dei concetti comunisti, suscitando nel proletariato la coscienza delle circostanze, delle fasi, delle necessità che si presenteranno in tutto il complesso svolgimento della lotta rivoluzionaria.
Con la rigorosa disciplina della sua organizzazione interna, il Partito Comunista si organizzerà in modo da essere capace di inquadrare e dirigere sicuramente lo sforzo rivoluzionario del proletariato.
La propaganda, il proselitismo, l’organizzazione e la preparazione rivoluzionaria delle masse saranno basate sulla costituzione di gruppi comunisti, che raccoglieranno gli aderenti al partito che lavorano nella medesima azienda, che sono organizzati nel medesimo sindacato, che, comunque, partecipano ad uno stesso aggruppamento di lavoratori. Questi gruppi o cellule comuniste agiranno in stretto contatto con il partito che assicurerà la loro azione d’insieme, in tutte le circostanze della lotta. Con questo metodo i comunisti muoveranno alla conquista di tutti gli organismi proletari costituiti per finalità economiche e contingenti, come le Leghe, le Cooperative, le Camere del Lavoro, per trasformarle in istrumenti della azione rivoluzionaria diretta dal partito.
Il Partito Comunista intraprenderà, così, fedele alle tesi tattiche dell’Internazionale sulla questione sindacale, la conquista della Confederazione Generale del Lavoro, chiamando le masse organizzate ad una implacabile lotta contro il riformismo ed i riformisti che vi imperano.
Il Partito Comunista non invita, quindi, i suoi aderenti ed i proletari che lo seguono ad abbandonare le organizzazioni confederali, bensì li impegna a partecipare intensamente all’aspra lotta che si inizia contro i dirigenti. Non è certo questo breve e facile compito, soprattutto oggi che molti sedicenti avversati del riformismo depongono la maschera e passano apertamente dalla parte dei D’Aragona, con i quali militano insieme nel vecchio Partito Socialista. Ma appunto per questo il Partito Comunista fa assegnamento sull’aiuto di tutti gli organismi proletari sindacali che conducono all’esterno la lotta contro il riformismo confederale, e li invita, con un caldo appello, a porsi sul terreno della tattica internazionale dei comunisti, penetrando nella Confederazione, per sloggiarne i controrivoluzionari con una risoluta e vittoriosa azione comune.
I membri del Partito Comunista, rivestiti di cariche elettive nei Comuni, nelle Province e nel Parlamento, restano al loro posto con mandato di seguire la tattica rivoluzionaria decisa dal Congresso Internazionale, e con subordinazione assoluta agli organi direttivi del Partito.
Una parte dei giornali del vecchio partito resta al Partito Comunista, tra questi i quotidiani Ordine Nuovo,di Torino, e il Lavoratore,di Trieste.
Organo centrale del Partito sarà Il Comunista, bisettimanale, pubblicato a Milano, ove ha sede il Comitato Esecutivo del Partito.
Questo, nelle grandi linee, è il piano d’azione che il Partito Comunista si propone, e per la esplicazione del quale conta sulla adesione entusiastica della parte più cosciente del proletariato italiano.
Gli avvenimenti, attraverso i quali il Partito Comunista d’Italia si è costituito, dimostrano come esso corrisponda ad una necessità irresistibile della azione proletaria, e dimostrano come esso sorga quale l’unico organo capace di condurre alla vittoria la classe lavoratrice italiana.
Il programma di lotta del Partito Comunista dimostra che esso soltanto potrà applicare, nella azione rivoluzionaria, i risultati delle esperienze italiane ed estere della lotta di classe e le deliberazioni dell’Internazionale Comunista.
Il vecchio Partito Socialista, nel Congresso di Livorno, ha perduto nello stesso momento le energie e l’audacia della sua parte più giovane, ed il miglior contenuto dell’esperienza delle sue lotte passate, che si riassume nella affermazione di quel metodo rivoluzionario, di cui oggi il rappresentante è il Partito Comunista.
Il vecchio Partito ha fatto un gran passo verso destra, sulla via fatale che ha come ultimo sbocco la controrivoluzione. Esso è squalificato dinanzi agli occhi del proletariato italiano, ed è destinato, d’ora innanzi, a vivere solo delle pericolose simpatie borghesi, il cui coro già si eleva attorno ad esso. È il Partito in cui la destra, coi suoi Modigliani ed i suoi D’Aragona, è moralmente padrona, e gli intransigenti rivoluzionari, i massimalisti, i comunisti di ieri recitano la parte di servitori del riformismo.
Lavoratori italiani!
Il vostro posto di battaglia è col nuovo Partito, è nel nuovo Partito. Attorno alla sua bandiera, che è quella dell’Internazionale, dei lavoratori rivoluzionari di tutto il mondo, dovete stringervi per la grande lotta contro lo sfruttamento capitalistico.
Il Partito Comunista d’Italia, nel chiamarvi a raccolta per le battaglie della rivoluzione sociale, si sente in diritto di salutare a nome vostro i lavoratori di tutto il mondo, inviando all’Internazionale Comunista di Mosca, invincibile presidio della rivoluzione mondiale, il grido entusiasta di solidarietà dei proletari e dei comunisti italiani.
Contro tutte le resistenze del sistema sociale borghese, contro tutte le insidie dei falsi amici del proletariato, contro tutte le debolezze e le transazioni, avanti per la vittoria rivoluzionaria, a fianco dei comunisti del mondo intero!
Abbasso i rinnegati ed i traditori della causa proletaria!
Viva la III Internazionale Comunista!
Viva la Rivoluzione Comunista mondiale!
Il Comitato Centrale del Partito Comunista d’Italia.