La manifestazione insurrezionale, organizzata dai partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, raggiunti gli obiettivi prefissi, sta per esaurirsi in mille disarticolati piccoli episodi di lotta armata, con prevalente carattere di pulizia di case dai residui fisici del fascismo, in quanto violenza e terrore organizzati.
Indubbiamente le masse proletarie hanno dato il loro apporto di forza e i loro figli migliori a questo movimento, nel quale avevano forse intravisto possibilità di sviluppi e di realizzazioni capaci di rompere e superare i limiti imposti dalle ferree necessità della guerra ancora in atto.
Il nostro partito ha detto a tempo, con la massima chiarezza, quel che pensava dell’insurrezione nazionale, ma allorché le masse si sono mosse all’attacco di quel che restava del fascismo dopo il crollo delle forze militari tedesche in Italia, ha operato con esse e con esse tanto sui posti del lavoro come sul fronte della lotta armata, affiancato alle formazioni partigiane. E ora?
Se avessimo avuto preoccupazioni contingenti e mire politiche da raggiungere nell’ambito della prossima esperienza dello stato democratico, non avremmo esitato a dare la nostra solidarietà al Comitato di Liberazione Nazionale. Ma questo non è avvenuto perché a fondamento del nostro pensiero politico c’è il marxismo, che non ha mai insegnato a piegare e ad adattare la teoria della rivoluzione alle necessità del momento e all’opportunità tattica di certi compromessi, che non ha mai insegnato a considerare l’internazionalismo operaio come un lusso da signori a cui il proletariato potrà accedere soltanto dopo di essersi dissanguato in tutte le guerre dell’imperialismo che a volta a volta verranno sapientemente camuffate da guerre nazionali, se non addirittura rivoluzionarie. Ecco perché sentiamo forte in noi il tormento di questo grave interrogativo, a cui è pur necessario rispondere: E ora?
Si occupino pure i seggi comunali, provinciali, parlamentari, si faccia pure il cambio meramente fisico di persone, al fascista subentri il democratico in ogni posto di comando, si giochi pure forte puntando al problema istituzionale, e poi?
Essi, i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, potranno sentirsi a loro agio e, più o meno soddisfatti, partecipare al banchetto della vittoria; noi no. Noi che siamo rimasti fuori, con le masse, sentiamo quanto grave sia il momento attuale e pregno di sinistre incognite. No, amici: la guerra non è finita, anche quando sia cessato l’urto delle armi, se il capitalismo, responsabile di tanti lutti e distruzioni, è arbitro di manipolare la pace e piegarla ai fini della sua conservazione di classe; come non è morto il fascismo, anche quando stia per spegnersi l’eco delle ultime fucilate di repressione, se per mille segni esso è pur sempre vivo ed operante in quei profittatori, non pochi, che han saputo in virtù della loro potenza finanziaria dar vita prima al fascismo e nascondersi ora sotto l’acceso colore dell’uomo che ha sempre «voluto il bene del popolo».
Noi abbiamo il dovere di non fermarci sulla via intrapresa e dire apertamente quanto pensiamo sugli sviluppi inevitabili di una situazione che vede, sì, il proletariato armato, se non nella sua interezza, certo nei suoi strati più giovani e volitivi, ma circondato da mille insidie, maggiore fra tutte la ferrea volontà che sorge incoercibile dalla guerra, dai suoi interessi in gioco, dai suoi obiettivi fondamentali, di fronte a cui il proletariato è in realtà disarmato nella sua iniziativa di forza rivoluzionaria, nella sua capacità di azione autonoma e di individuazione precisa, direi quasi fisica, del vero nemico da combattere, anche se armato di tutto punto delle armi tolte ai nazifascisti. L’insurrezione che smantella i fortilizi delle bande nere, ma rimane indecisa e non osa colpire chi in realtà porta la responsabilità prima e più vera di questo bagno di sangue e di quest’immane rovina, e soprattutto non si pone come obiettivo di mandare in frantumi questa vecchia società borghese nella sua organizzazione, nei suoi istituti, nella sua morale, e dare il via al mondo nuovo, consolida obiettivamente questa stessa società, la sua stessa struttura, e sbarra la strada ad ogni possibilità di soluzione rivoluzionaria.
Il nostro partito, in questo 1° maggio che segna in un cerchio di sangue la fase di chiusura della guerra ed apre al proletariato il periodo classico delle grandi e dure battaglie e delle più audaci conquiste, indica agli operai gli obiettivi immediati della sua lotta:
Unità di classe nei Consigli operai.
Ogni unità produttiva abbia nel Consiglio il suo organismo di lotta.
Solo un’organizzazione potente di Consigli operai e la sua azione unitaria potranno garantire la difesa completa delle conquiste ottenute in questi giorni della lotta contro il fascismo e fare di esse la premessa per la lotta a fondo contro la borghesia, sicuro centro motore di un’eventuale rinascita fascista, avvenga essa sotto altri colori od emblemi, ma pur sempre fascista.
1° Maggio
È sotto un segno augurale che nasce questo 1° maggio di ripresa proletaria. Nasce a guerra praticamente finita, a fascismo praticamente sepolto. È il punto d’arrivo di una ventennale, eroica resistenza contro la più spietata forma di reazione borghese, di una lunga e tenace lotta contro la guerra, di giorni di esplosione e di tumulto proletario nelle vie, nelle piazze, nelle fabbriche: è una gigantesca celebrazione di martiri oscuri.
Eppure, la guerra, praticamente conclusa sui grandi fronti militari, continua; continua non solo nei piccoli focolai di guerriglia che ancora sussistono, ma nel modo con cui le forze politiche che hanno dominato la scena del conflitto affrontano e tentano di risolvere il problema della pace, in questo gigantesco equivoco che, in seno alla stessa massa operaia, prolunga oltre i termini del conflitto l’esecranda psicologia dell’unione sacra, del compromesso politico, della conciliazione delle classi. Chiusa la tenebrosa partita del fascismo, è come se alla democrazia borghese importasse voltare pagina al più presto, passar la spugna sul passato sanguinante della reazione e della guerra, fare che il proletariato dimentichi, e affronti la crisi in atto della società borghese con l’animo ilare e spensierato del pioniere che esce da un triste incubo con gli occhi aperti su un paradiso di terra vergine da dissodare.
Ma il proletariato non chiude gli occhi sul passato. Per lui, il fascismo non è stato una malattia occasionale, un fenomeno di aberrazione della società borghese, il metodo di una minoranza folle di criminali politici o di delinquenti comuni. Egli sa che questo mostro è nato dalle viscere del capitalismo: sa che l’hanno voluto, finanziato, armato gli stessi industriali, gli stessi agrari, gli stessi uomini della finanza e del commercio, buona parte dell’intellettualità e degli stessi uomini politici che fanno oggi pompa della coccarda antifascista o magari, della bandiera rossa. Sa che, dietro le squadracce nere inesorabilmente falciate in questi giorni dal furore proletario, non c’era il vuoto, ma una classe per cui il fascismo significava un’assicurazione vitalizia contro le «arroganti» pretese dell’operaio, una garanzia di protezione doganale, di monopolio, di sussidi e, infine, una porta aperta verso l’espansione imperialistica nel mondo.
Il proletariato non chiude gli occhi sul presente. Sa che la guerra è stata la manifestazione aperta delle contraddizioni interne della società borghese: sa che non esistono uno o due o tre responsabili del conflitto, ma una responsabilità collettiva ed anonima che pesa su tutto un regime sociale, economico, politico, fondato sullo sfruttamento del lavoro da parte del capitale; sa che il nazionalismo non è una prerogativa di questa o quella nazione, di questo o quel regime, ma una malattia cronica ereditaria del capitalismo: che la grande vittima della guerra è lui stesso, il proletariato.
Il proletariato sa che le stesse parole – il bene della Patria, la concordia fra le classi, il senso della responsabilità e del dovere – sono usate oggi per impegnare l’operaio a lavorare tranquillo e a non turbare l’ordine della pace finalmente raggiunta, com’erano usate ieri per impegnarlo a costruire cannoni e a morire cantando. Sa, soprattutto, che, crollata la facciata terrificante del fascismo, rimane pur sempre ritta la classe di chi quotidianamente lo sfrutta nelle officine, nei campi, dovunque esiste, al disopra dell’operaio, un padrone.
Il proletariato non chiude gli occhi all’avvenire. Sa che quest’avvenire è fosco di crisi economiche, di miseria, di disoccupazione, e che queste malattie della società borghese non si guariscono con la medicina delle riforme sociali, ma con la chirurgia della rivoluzione proletaria. Sa che nazionalizzare la grande industria o le grandi banche, mentre il potere politico è saldo in pugno alla classe capitalistica e le frontiere oppongono stato a stato, nazione a nazione, è cambiar la forma dello sfruttamento e della tragica lotta dell’uomo contro l’uomo, ma lasciarne intatta la sostanza. Sa che la pace nata sotto il segno della diplomazia borghese e della sicurezza collettiva è la continuazione della guerra con altri metodi: sa che per l’operaio non c’è che una San Francisco, l’Internazionale dei lavoratori; non c’è che una democrazia, quella che nasce sulle rovine della società capitalistica dalla rivoluzione comunista, dalla dittatura del proletariato.
Perciò, per la classe operaia, questo 1° maggio non è una festa in famiglia, un viaggio popolare al suono delle marce patriottiche e degli arcivescovili appelli alla concordia sociale, ma un grido di riscossa.
Le masse sono scese in piazza dopo anni di prigionia sanguinosa non per ritornare l’indomani fra i quattro muri delle loro case, ma per andare oltre, per aprirsi la loro grande strada nel mondo. La loro rivendicazione non è la democrazia formale, la Costituente, la scheda elettorale.
È una sola, che comprende in se stessa tutte le rivendicazioni minime e le rivendicazioni massime di tutti gli oppressi: TUTTO IL POTERE AI LAVORATORI!
Lo stato maggiore del fascismo è finito sotto una raffica di fucili mitragliatori, gli stessi che Mussolini, l’uomo della provvidenza, il salvatore della patria e dei portafogli borghesi, aveva saputo accumulare per falciare vittime proletarie con la sua guerra permanente o davanti ai suoi plotoni di esecuzione. A violenza di classe risponde ora violenza sanatrice di classe; è l’estrema lezione di dialettica rivoluzionaria impartita da un’ondata di « cose » ed « esigenze » nuove, impreviste, incontenibili, al più grande corruttore del carattere del nostro tempo, con la sua megalomania di potenza, col suo eclettismo di esteta decadente.
Il plotone di esecuzione ha chiuso così una pagina dolorosa della nostra storia nazionale; attendiamo la nuova, che vogliamo più degna del sacrificio imposto dalla borghesia per oltre vent’anni a tutto il popolo italiano.
Si afferma da parte dei negatori della necessità di una trasformazione rivoluzionaria in Italia, che il paese avrebbe una composizione sociale eterogenea con prevalenza spiccata dei ceti medi, con scarsità o addirittura mancanza di un proletariato vero e proprio, e che, per conseguenza, in Italia non si può contare che su un’esigua minoranza interessata ad una trasformazione sociale profonda. Inoltre, i ceti contadini sarebbero tutti di tendenza conservatrice, ed è noto che l’attività agricola è, da noi, di gran lunga predominante. Un rapido sguardo ai dati statistici basta a smentire queste tesi.
I lavoratori, o meglio le persone attive, sono (secondo l’ultimo censimento delle professioni) 18 milioni. Su questi, gli operai veri e propri, cioè vincolati a un contratto salariale in un’attività industriale, sono 4 milioni e mezzo, cioè il 25%, cifra tutt’altro che trascurabile, anche se gli operai sono in parte addetti ad aziende industriali di minore entità.
Ma è evidente che non sono soltanto queste persone ad essere interessate alla lotta per il rovesciamento del regime capitalistico: il significato stesso della parola «proletario» dimostra che tutti coloro i quali non hanno nulla da perdere all’infuori delle proprie catene sono uniti da un unico interesse in una sola causa. Chi sono gli altri diseredati in Italia?
Accanto agli operai, possono essere elencati 969.000 addetti a lavori di fatica e servizio. Vi sono poi 972.000 piccolissimi artigiani senza dipendenti, i quali conducono una vita grama e miserevole per la primitività e insufficienza dei mezzi di lavoro. Del milione e mezzo di impiegati, almeno un milione è costituito di stipendiati piccoli e minimi, i quali hanno altrettanto bisogno che la loro situazione cambi quanto l’ultimo operaio. Vi sono 85 mila lavoranti a domicilio, altra categoria di poveri paria che s’ingegnano in mille modi a sbarcare il lunario. Veniamo infine al ceto agricolo: è davvero questo, preso in blocco, un ceto di conservatori accaniti? Chi conosca, sia pure in superficie, le nostre campagne, sa quanta disperazione, quanta ignoranza si annidi ancora nei villaggi rurali, nelle case sparse, nelle baite montane, senza distinzione di regioni, settentrionali o meridionali.
Quanti sono gli agricoli? 8.700.000. Come suddivisi? 1.817.000 lavoratori agricoli a giornata, costretti a migrare di località in località, di paese in paese, vivendo appunto alla giornata. 140.000 lavoratori e conduttori agricoli, ai quali il fondo non dà abbastanza da vivere e che debbono perciò procurarsi altro lavoro per tirare avanti. Dei 2.870.000 conduttori agricoli in proprio, un milione è costituito da piccoli e piccolissimi proprietari, categoria per cui la proprietà del fondo costituisce più una calamità che un beneficio e perciò portata in una fase rivoluzionaria, ad appoggiare un’azione che tenda a sollevare il livello generale di vita e a metterla in condizioni migliori, sia cooperativizzando i grandi strumenti del lavoro, sia alleviandola dagli infiniti pesi che gravano sulle sue spalle.
Ma è proprio vero che tutte le altre categorie debbano essere necessariamente ostili ad una riforma sociale che si traduca in un miglioramento generale del tenore di vita? Lo saranno i liberi professionisti? Lo saranno i proprietari agricoli medi, quando si convinceranno che vivendo in grandi aziende, si lavora meno e si guadagna di più? O non capiterà come in America, dove i contadini hanno abbandonato le piccole aziende agricole per affluire in massa nelle grandi?
In ogni caso, le professioni più sopra elencate comprendono 10 milioni e mezzo di persone, costituenti la cifra minima che si può stabilire per i ceti più o meno direttamente interessati ad una trasformazione sociale. Ciò significa almeno il 60% della popolazione attiva e quasi il 25% della popolazione totale.
Non si dica dunque che la rivoluzione comunista interessi in Italia solo una minoranza! La rivoluzione è nel nostro paese una necessità che si sprigiona dall’immensa miseria della più vasta classe sociale e che tocca livelli tanto infimi da non trovar paragone in quasi nessun paese europeo.
Il definitivo disfacimento dell’esercito e dell’apparato statale nazista è in atto. Lo confermano l’estremo tentativo di offrire la resa senza condizioni alle Potenze occidentali (ennesima ripetizione del vecchio cliché hitleriano di puntare sul «pericolo bolscevico»), le rivolte di Monaco e Kiel, le voci di ammutinamento della flotta, la rapida avanzata americana oltre Monaco e in Austria, la progressiva liquidazione della resistenza nel resto della Germania.
Si è costituito in Austria un governo provvisorio sotto la presidenza di uno dei più noti e tipici rappresentanti della socialdemocrazia viennese, Karl Renner, e con la partecipazione dei socialdemocratici, dei comunisti, dei cristiano-sociali e degli indipendenti. È, anche nel rapporto numerico fra i rappresentanti delle quattro correnti, la resurrezione dell’Austria socialisteggiante dell’altro dopoguerra.
La conferenza di San Francisco sembra arenarsi nelle secche della vertenza polacca, nell’ancor insoluto contrasto fra anglosassoni e russi in merito al riconoscimento del Governo di Dublino e alla sua immediata ammissione alla conferenza stessa. La questione polacca, che già fu la scintilla del conflitto mondiale, sarà dunque il pomo della discordia della pace?
La liquidazione delle estreme resistenze tedesche e fasciste in Italia è in rapido sviluppo. L’occupazione militare della Lombardia è praticamente compiuta: in Liguria sono in corso le trattative per la resa delle residue forze armate repubblicane: a Torino l’ultima e disperata resistenza dei nuclei fascisti nel centro della città va esaurendosi dopo i violenti scontri dei giorni scorsi, che hanno tuttavia risparmiato i rioni periferici: il Brenta è stato superato dalle truppe alleate. A Genova la situazione alimentare risulta, per effetto delle difficoltà di comunicazione, particolarmente penosa. La Lombardia è la regione che meno ha sofferto di questa tragica fase di agonia della guerra.
300.000 operai deportati in Germania stanno per affluire, in tragiche condizioni di salute, a Milano per essere avviati alle rispettive sedi.
La crisi del governo Bonomi è praticamente aperta, ed entrerà nella sua fase acuta con la presa di contatto fra le forze politiche del nord e del sud. Lo spostamento dell’asse politico verso la sinistra borghese è il naturale riflesso del fermento delle masse proletarie settentrionali. La lotta pro o contro la monarchia e pro o contro Bonomi sarà il prossimo diversivo politico gettato in pasto alla classe lavoratrice mentre le forze politiche dominanti procedono con metodo alla «normalizzazione» della vita politica e sociale del paese. Resisterà l’edificio così ben riassestato dell’ordine borghese al secondo urto delle masse e alla pressione dei giganteschi problemi del dopoguerra?
La Segreteria generale della Camera confederale del lavoro di Milano e provincia ha preso possesso del palazzo dei Sindacati di corso di Porta Vittoria 47.
POTERI DEI C.L.N. AZIENDALI
La Commissione Economica del C.L.N. ha affidato ai C.L.N. Aziendali poteri di designazione del o dei commissari di azienda, o di ratifica delle designazioni già avvenute, di controllo sull’applicazione delle disposizioni di emergenza nell’ambito dell’azienda, e di vigilanza sul normale funzionamento della stessa.
NOTIZIARIO SINDACALE E DI LEGISLAZIONE SULLE AZIENDE
RIPRESA DEL LAVORO
La Camera confederale del lavoro di Milano e provincia, a nome della Confederazione generale italiana del lavoro, ha rivolto ai lavoratori milanesi il seguente appello:
«Chiusa trionfalmente l’insurrezione, liberata la nostra provincia da ogni resistenza fascista, i lavoratori debbono ritornare nelle officine, negli stabilimenti e negli uffici pubblici e privati per riprendere disciplinatamente il loro lavoro.
«Lunedì 30 aprile tutto deve ritornare nella normalità. Sarà una dimostrazione di forza, di disciplina e di maturità sindacale».
In questi giorni di tumulto e di fermento proletario, il nostro pensiero va ai compagni colpiti dalla reazione fascista: ad Antonio Gramsci, di Torino, perito in combattimento in una formazione partigiana del Piemonte; a Giuseppe Biscuola, di Genova, fucilato dai fascisti nei proditori massacri del febbraio scorso; agli operai torinesi deportati in Germania e morti nei campi di concentramento Perona e Mantovani; ai compagni Cappellino, Bergomi, Porta, rispettivamente della Breda e della Falck, che hanno battuto la dura via della deportazione poco più di un anno fa; al vecchio ma sempre giovane agitatore torinese Luigi Gilodi, anch’esso deportato in Germania dopo gli scioperi di marzo; ai compagni vissuti fino agli ultimi giorni alla macchia, a quelli di cui non sappiamo più nulla, a tutti i proletari che hanno proseguito impavidi la loro eterna battaglia contro il nemico di ieri, che la continueranno contro il nemico di classe.
Milano è dunque stata liberata. Gran respiro di sollievo: fine – stavolta decisiva – del terrore nazi-fascista, fine della retorica reboante, dell’oscurantismo e dell’arbitrio sanguinoso elevato a sistema. Questo è stato certamente il movente più immediato che ha spinto la popolazione alle dimostrazioni di entusiasmo per le vie cittadine. I partigiani, in un’aura di epopea quarantottesca, hanno fugato, quasi con la loro sola presenza, le già terrificate brigate nere, dissoltesi come nebbia al sole. Nello sfondo, gli echi apocalittici della distruzione della Germania.
La gente è corsa fuori, sventolando bandiere e coccarde. Quanto rosso! Forse anche troppo. Dite: non vi fanno un po’ ridere quei bravi signori dalla distinta pancia borghese che applaudono le bandiere rosse issate sui camions di operai o che salutano festosamente – per quanto un po’ inesperti – col pugno chiuso? Toh! guarda quello con tanto di cravatta rossa che si sbraccia ad acclamare i partigiani: non era quel fascista noto in tutto il rione per aver denunciato Tizio e Caio?
Tutti in rosso, dunque: alcuni, più riflessivi, aggiungono al rosso anche il bianco e il verde. Ma la cosa, in fondo, non cambia. Perché di tutti questi «rossi» così stranamente affratellati pochi hanno vera coscienza del significato di quell’acceso colore. Pochi rammentano che esso simboleggia una cosa sola: la libertà «vera» della classe sfruttata, la fine di un sistema economico che è per la sua stessa natura fonte di disuguaglianze sociali: la distruzione di un ordine sociale che, mentre riunisce in comunità di interessi i grandi capitalisti di ogni paese, separa ad arte e oppone gli uni contro gli altri i proletari delle varie nazioni, accecandoli col vuoto e sfruttato concetto di patria.
Quando i proletari inizieranno la «loro» battaglia, quando si metteranno in marcia tenendosi per mano, operai di ogni nazione e di ogni lingua, contro il capitalismo di ogni nazione e di ogni lingua, allora la rossa fiamma della loro bandiera avrà il suo senso vero: allora diremo che sta per sorgere la vera libertà.
La compattezza con la quale gli operai, i lavoratori di ogni azienda hanno realizzato lo sciopero generale insurrezionale, dimostra una volta di più di quale potenza d’urto sia capace la classe operaia quando sente alleggerirsi il peso della bardatura che la opprime, e i rapporti di forza si mutano rapidamente a suo favore. Infatti, perché la mobilitazione totale degli operai per l’abbattimento del fascismo si realizzasse era necessario che l’armatura dell’apparato bellico e repressivo dei tedeschi e delle forze armate «repubblicane» fosse in fase avanzata di sgretolamento, cioè si creasse una situazione che permettesse l’attacco definitivo.
Il movimento, iniziatosi mercoledì scorso verso mezzogiorno con l’occupazione di alcune fabbriche, e poche ore dopo con l’arresto della circolazione dei tram, si sviluppò rapidamente per divenire generale nelle prime ore del giorno successivo con la partecipazione di tutte le correnti dell’antifascismo; ma è inutile dire che le forze più animose, più combattive furono, e saranno ancor più nei prossimi giorni, quelle operaie, che per lunghi anni hanno saputo tenacemente attendere, resistendo e lottando, questa ora di prima e parziale liberazione.
Ora che la guerra è finita, ora che il fascismo è debellato, strati sempre più vasti di operai cominciano a capire che non si potrà estirpare la mala pianta della reazione se non demolendo tutta l’impalcatura della società borghese della quale è stato finora l’espressione. Il lavoro svolto dal nostro partito, e particolarmente dai compagni operai nelle fabbriche, comincia a dare i suoi frutti.
Seguendo le direttive impartite dagli organi dirigenti nell’imminenza degli avvenimenti, i nostri compagni, dopo aver preventivamente messo in guardia la massa contro colpi di testa prematuri e dopo aver ripetutamente indicato quali obiettivi – obiettivi di classe – si dovevano raggiungere, si sono uniti senza distinzione alle formazioni in movimento nell’opera di distruzione dell’odioso apparato fascista, partecipando alla lotta armata e ad arresti di fascisti noti per i loro crimini; ma è ovvio che si trovino oggi alla testa dell’avanguardia delle masse insoddisfatte dell’estrema esiguità dei risultati raggiunti. Alla Caproni, alla Breda, alla Falck, alla Brown Boveri e in numerose altre officine, i nostri volantini distribuiti a mano sono andati a ruba, letti e commentati con entusiasmo, segno indiecutibile del risveglio di una genuina coscienza di classe, e l’affluire di domande di adesione al nostro partito è la prova migliore della giusta via da noi battuta e di quella che oggi indichiamo.
I giorni che verranno saranno caratterizzati da un rapido spostamento a sinistra di importanti strati operai, i quali già si domandano se devono continuare a lavorare per gli stessi padroni che li hanno ignominiosamente sfruttati in questi ultimi anni e dei quali hanno occupato le fabbriche nell’ingenua speranza di conservarle: caratteristici in questo senso i commenti che abbiamo udito fra alcuni operai della Caproni. Per i partiti a tradizione operaia si pone il seguente dilemma: o aderire alle esigenze profonde delle masse che non si accontentano di semplici cambi nella forma di governo, ma che lasciano intatto l’apparato di sfruttamento del lavoro sul capitale, portandosi sul piano di iniziative tendenti a riunire in un blocco solido le energie proletarie su basi classiste in ogni posto di lavoro per il proseguimento della lotta del proletariato contro il capitalismo, o tagliarsi fuori dal corso vivo della storia, che ora si apre. Le iniziative di cui parliamo non possono essere che quelle contenute nell’appello diretto prima dell’insurrezione ai Comitati di agitazione dei partiti a tradizione operaia dal nostro Comitato di agitazione, contenendo esse tutte le premesse indispensabili per l’unità del proletariato di fronte ai compiti che il momento storico pone alla classe.
Saremo soli a combattere la nuova battaglia? La risposta non è in grembo agli dei, ma al prossimo avvenire.
M. C.
* * *
Nei centri operai della provincia milanese, lo sciopero e l’insurrezione hanno avuto sostanzialmente gli stessi caratteri che nel capoluogo, con episodi più o meno violenti di partecipazione diretta della massa operaia negli stabilimenti e nelle strade. Ma più che in città, è stato facile individuare nei centri della Brianza la natura sociale di certi ravvedimenti e solidarietà patriottiche-proletarie dell’ultima ora. All’inizio dell’insurrezione non è sempre stato facile trovare chi, all’infuori dell’organizzazione partigiana, fosse disposto a prendere le armi contro i centri di resistenza delle S.S. italiane, ma determinatosi il collasso, è sorta una fungaia di guerriglieri usciti improvvisamente da tutti gli oratori, da tutte le sagrestie che tentano ora di dominare politicamente la scena politica. Sintomo ancor più allarmante: forte di un recente atteggiamento frondista nei riguardi della repubblica sociale, i vecchi finanziatori dei fasci di combattimento, resisi in qualche modo – certo concretamente – benemeriti della causa patriottica, sono apparsi con tanto di coccarde tricolori in funzione di dirigenti e di purificatori. Gli operai hanno capito e si ritraggono disillusi e nauseati.
Il fascismo è morto. La forza reazionaria, che per 25 anni lottò con ogni mezzo, calpestando diritti materiali e morali e violando coscienze, per difendere gli interessi della borghesia, si è fiaccata sotto l’imperiosa pressione della classe sfruttata.
I nostri gruppi giovanili delle varie zone della Città, con l’animo teso nella gioia e nell’avvenire, ma consci della gravità del momento, con disciplinata iniziativa si divisero i molteplici compiti che, negli attesi ma gravi giorni si presentavano all’organizzazione.
E così, alcuni che, nei mesi passati, rubarono ore al sonno e lessero avidamente e studiarono le teorie marxiste, i libri che passava il Partito allo scopo di renderli saldi nei principi, di aiutarli a trasformare il loro «istinto di classe» in «coscienza di classe», così da essere atti a spiegare ai compagni di lavoro quale doveva effettivamente essere il loro contegno di fronte alla guerra scatenata dalla borghesia, per poter difendere e far trionfare i loro interessi, in questi giorni, con l’armi in pugno, si affiancarono alle forze proletarie armate, e parteciparono, assieme agli altri compagni che si erano già iscritti al Fronte della Gioventù, con l’entusiasmo dei vent’anni, a scacciare il nazifascismo.
Altri ancora furono presenti all’azione svolgendo un’attività apparentemente meno pericolosa, ma praticamente quanto mai utile: e qui dobbiamo dire che a malincuore svolsero tale attività, perché tutti volevano impugnare le armi, e non fu facile convincerli della necessità e del valore del lancio e dell’affissione sui muri di manifestini, della distribuzione dell’ultimo numero illegale del giornale, e della propaganda orale… affinché l’operaio, nella fase più critica della lotta, non perdesse il suo obiettivo, non si sbandasse dalle sue direttive di classe, non dimenticasse, si convincesse che a nulla vale abbattere una forza reazionaria quando si lascia intatta la struttura che la sostiene, quando si lascia in vita quella borghesia che, venticinque anni or sono, fece di tutto per dare origine e sviluppo al fascismo e che ora farà di tutto per crearne e svilupparne uno nuovo, camuffandolo con altra etichetta. Il partito doveva esser presente, vicino alla classe operaia, per indirizzarla, guidarla, illuminarla con tutti i mezzi disponibili, nel momento più delicato della crisi.
Furono questi i compiti (ai quali, mancando ancora di notizie particolareggiate, abbiamo dato uno sguardo sommario) della nostra gioventù durante le intense giornate, e il suo sguardo fermo, la luce serena dell’occhio, l’espressione tesa alla fiducia, l’esuberanza intellettuale e fisica, ci danno la certezza che gli stessi compiti continuerà a svolgere in forma sempre più intensa, anche se la strada da percorrere sarà dura e faticosa, per potenziare le energie del proletariato, per far sì ch’esso possa raggiungere gli immediati obbiettivi che dovranno servir di leva alla «conquista del potere».
Mentre andiamo in macchina, ci giunge notizia che il 29 u.s. la compagna Renata, della Federazione Giovanile Milanese, è rimasta ferita in una vile sparatoria di fascisti. Alla coraggiosa e attivissima compagna il nostro augurio più vivo.
La sera del 25 aprile cadeva durante una sparatoria il nostro compagno Angelo Garotta di Ponte Lambro, il ventitreenne che fin dal lontano 1940 lottava a fianco di organizzazioni illegali antifasciste e anticapitaliste, e che non ha potuto vedere l’alba di quella che dovrà essere la marcia trionfale del proletariato italiano verso la mèta agognata, il potere.