Aggressione all'Europa
Guerre di difesa e di aggressione, grossa polemica allo scoppio del conflitto europeo nel 1914 su questa distinzione, nei riguardi dell’atteggiamento dei socialisti.
Per i benpensanti è un quesito semplice, al solito. Governo, Stato, Patria, Nazione, Razza, senza andare troppo per il sottile, sono assimilati ad un unico soggetto con ragione torto diritto e dovere, come tutto si riduce alla Persona Umana, e alla dottrinetta sul suo comportamento, pigliala vuoi dalla morale cristiana, vuoi dal diritto naturale, vuoi dall’innato senso della giustizia e dell’equità, e quando si parla più difficile dalla eticità dell’imperativo categorico. E allora come l’uomo giusto e alieno dal male, se assalito, si difende dall’aggressore – lasciando per un momento da parte l’affare dell’altra guancia – così il Popolo assalito ha diritto di difendersi, la guerra è cosa barbara ma la difesa della patria è sacra, ogni cittadino deve democraticamente pronunziarsi per la pace e contro le guerre, ma dall’attimo in cui il suo Paese è aggredito deve correre alla difesa contro l’invasore! Questo vale per il singolo, vale per tutta la Nazione fatta Persona, vale dunque anche per i partiti a loro volta mossi e trattati come soggetti personificati nei loro obblighi, vale per le classi.
Ne venne fuori il tradimento generale del socialismo, il guerrafondaismo su tutti i fronti, il trionfo in tutte le lingue del militarismo. E non meno ovviamente non ci fu guerra che lo Stato e il Governo che la conducevano non qualificassero di difesa.
La polemica marxista naturalmente fu impostata sgombrando il campo di tutte quelle fantomatiche persone ad una testa, a più teste, o senza testa, o senza testa e colla testa altrui sul collo, riponendo al loro posto il carattere e la funzione di quegli organismi che sono le classi, i partiti, gli Stati, aventi una propria dinamica storica per indagare la quale a nulla servono i buoni principii morali.
Si rispose ai borghesi che i proletari non hanno patria e che il partito proletario persegue i suoi fini colla rottura dei fronti interni, cui le guerre possono offrire ottime occasioni; che non vede lo sviluppo storico nella grandezza o nella salvezza delle nazioni; che nei congressi internazionali era già impegnato a spezzare tutti i fronti di guerra cominciando ove meglio si poteva.
Si dispersero in una lunga lotta non solo verbale i falsificatori del marxismo, i quali in vari modi e in varie lingue si provarono a smantellare la teoria che il proletariato può costituirsi in classe nazionale, in primo tempo, solo con l’attuare contro la schiacciata borghesia la sua dittatura, come Marx insegnò, e vi sostituirono l’altra, spudorata, che esso e il suo partito assumono carattere nazionale sol che la democrazia politica e il liberalismo siano stati attuati.
Si chiarì lungamente come siano diversi i problemi delle conseguenze che le guerre, il loro procedere e il loro scioglimento hanno sulle vicende interne e mondiali della lotta di classe socialista e, del comportamento del partito socialista nei paesi in guerra, essendo condizione di ogni sfruttamento di condizioni nuove o di nuove fragilità di regimi, la continuità, la autonomia, la fiera opposizione classista, la disposizione teorica e materiale alla guerra sociale interna, del partito rivoluzionario.
Negata ogni adesione alla guerra degli Stati o dei governi, cadeva ogni discriminazione sulla guerra di difesa o di offesa, ogni scusante che da tali oblique distinzioni potesse sorgere per giustificare il passaggio dei socialisti nei fronti di unione nazionale.
D’altra parte la vacuità dei confronti colla zuffa di due persone sta nella diversa portata dei concetti di aggressione e di invasione. Anche i due mocciosi in rissa badano a berciare che il primo è stato lui, ma quando si invoca la integrità del territorio il caso è molto diverso. Nelle guerre di una volta, e in larga misura nella Prima Guerra Mondiale, la guerra pesava sull’incolumità dell’individuo in quanto soldato spedito a combattere, ma il rischio di morte per il civile lontano dal fronte era praticamente nullo. Se invece un territorio veniva invaso dall’esercito avversario, ecco sorgere il solito quadro della distruzione dei beni delle case dei focolari della famiglia, la violenza sulle donne e sugli indifesi e così via, tutto materiale di propaganda cui si fece largo ricorso per trarre i partiti socialisti nell’agguato. Anche il lavoratore nullatenente, si disse, maturo a lottare per i fini di classe, ha qualcosa da perdere e vede minacciati vitali suoi interessi in senso materiale ed immediato, se un esercito nemico invade la città o la campagna in cui vive e lavora. Deve dunque correre a ributtare l’invasore. Tesi letterariamente robusta. Siamo alla difesa organizzata nel castello dell’Innominato contro i Lanzichenecchi predoni, siamo al ritmo della Marsigliese: ils viennent jusque dans nos bras égorger nos fils et nos compagnes…
In risposta a tante piacevolezze i marxisti stabilirono cento volte che senza affatto rinunziare alla valutazione, critica e storica, dei caratteri distintivi tra guerra e guerra nella loro ripercussione sugli sviluppi delle lotte sociali e sulle crisi rivoluzionarie, tutti questi motivi di giustificazione della guerra, usati al fine di trovare carne da cannone e disperdere i movimenti e i partiti che traversano la strada al militarismo, sono inconsistenti e si distruggono tra di loro. Il motivo abusatissimo dell’aggressione e quello non meno sfruttato dell’invasione possono stare in contrasto. Uno Stato può prendere l’iniziativa della guerra ma, se ha dei rovesci militari, la sconfitta può esporre in breve i suoi territori all’invasore, come dalla già ricordata togliattiana teoria dell’inseguimento dell’aggressore.
Non meno contraddittori sono gli altri famosi motivi tratti dalle rivendicazioni nazionali e irredentiste, e quelli che molti marxisti di bocca buona allinearono per giustificare l’appoggio a guerre coloniali, che valevano a diffondere in paesi “barbari” i caratteri della moderna economia capitalistica. La guerra anglo-boera del 1899-900 fu una palese aggressione, i coloni boeri di razza olandese difesero la patria la libertà nazionale e il territorio violato, ma i laburisti riuscirono a giustificare come progressiva la impresa britannica. Nel maggio 1915 quella dell’Italia all’Austria ex-alleata fu palese aggressione, ma la giustificarono – i vari socialtraditori – col motivo della liberazione di Trento e Trieste e con l’altro della “guerra per la democrazia”, senza imbarazzarsi del fatto che dall’altro lato l’Austria-Ungheria era alle prese con gli eserciti dello Zar.
Un caso classico è riportato nel libro interessantissimo di Bertram D. Wolfe Three made a revolution, vera miniera di dati storici, con ogni riserva sulla linea propria dell’autore. Il 6 febbraio 1904 i giapponesi, alla Pearl Harbour, attaccano e liquidano la flotta russa davanti a Port Arthur senza dichiarazione di guerra. Palese aggressione. Dopo il lungo assedio da terra e da mare la cittadella cade nel gennaio del 1905. Lutto nero per il patriottismo russo. Nel Vperiòd del 4 gennaio 1905 Lenin scrive frasi come le seguenti: “Il proletariato ha ogni motivo di rallegrarsi… Non il popolo russo ma l’assolutismo ha subito una disfatta vergognosa: la capitolazione di Port Arthur è il prologo della capitolazione dello zarismo. La guerra è lontana dalla fine ma la sua continuazione solleva ad ogni passo l’inarrestabile fermento ed indignazione delle masse russe, ci porta più vicini al momento di una nuova grande guerra, la guerra del popolo contro l’assolutismo“. Tutta la questione merita maggiori analisi se si vuol chiarire l’insieme dei problemi sui rapporti storici tra assolutismo borghesia e proletariato, sciogliendo mediante la dialettica marxista la pretesa contraddizione che il citato autore vede tra i tempi storici della dottrina e dell’opera leninista – ci basti ora notare che lo scritto dell’esule isolato vive dello stesso contenuto della gigantesca battaglia rivoluzionaria russa del 1905, sorta dalla disfatta nazionale pochi mesi oltre.
Passano quarant’anni e il 2 settembre del 1945 il Giappone battuto dagli Americani colle atomiche di Hiroshima e Nagasaki capitola senza condizioni. Benché la Russia non abbia dichiarata la guerra ai nipponici che nelle ultime ore, il Maresciallo Stalin dirama un Indirizzo di Vittoria, che testualmente dice: “La disfatta delle truppe russe nel periodo della guerra russo-giapponese lasciò un ricordo doloroso nelle menti dei nostri popoli. Fu una oscura macchia sul nostro paese. Il nostro popolo ebbe fede ed attese il giorno in cui il Giappone sarebbe stato disfatto e la macchia cancellata. Noi della vecchia generazione abbiamo atteso questo giorno per quarant’anni. Ed ora questo giorno è venuto!“.
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La suggestiva storia delle adesioni alle guerre fornisce dunque argomenti decisivi in sostegno del disfattismo rivoluzionario di Lenin, della norma tattica che i partiti proletari non possono in questo campo entrare nella via della minima concessione, senza porre la classe operaia alla mercé delle mosse degli Stati militari. Basterà che questi creino con un breve telegramma la mossa irreparabile, perché il pericolo per la nazione il suo suolo e il suo onore sia determinato, ed ogni sensibilità a tali argomenti sarà la rovina del movimento di classe nazionale e internazionale. Quando l’aggressione italiana del 1915 condusse col rovescio di Caporetto alla invasione, si fece vacillare la meritoria opposizione dei socialisti italiani, nel grido di Turati: “La patria è sul Grappa!” malgrado che il suo fratello intellettuale Treves avesse osato ammonire: “Un altro inverno non più in trincea!“.
Più ancora, gli Stati borghesi e i partiti di governo coniarono la teoria degli spazi vitali, della invasione preventiva, della guerra preventiva, motivandola con argomenti di salute nazionale. Motivi tutti non privi di reale consistenza storica, ma che non devono smuovere i rivoluzionari, come non devono smuoverli i motivi di difesa e di libertà del più candido e innocentino – se ci fosse – dei governi capitalisti. La stessa guerra del 1914, strombazzata aggressione teutonica, fu una guerra preventiva inglese. Ogni governo vede dove vuole i suoi interessi e i suoi spazi vitali; è un gioco di secoli quello inglese di avere le proprie frontiere sul Reno e sul Po, e questo gioco avrebbe salvato tante volte la Libertà, mentre la avrebbe offesa a morte la pretesa di Hitler di avere le frontiere vitali oltre i Sudeti e a Danzica… pochi chilometri fuori o anche pochi chilometri dentro casa, nell’ineffabile democratico capolavoro versagliese del corridoio polacco.
Le guerre potranno volgersi in rivoluzioni a condizione che, qualunque sia il loro apprezzamento, che i marxisti non rinunziano a compiere, sopravviva in ogni paese il nucleo del movimento rivoluzionario di classe internazionale, sganciato integralmente dalla politica dei governi e dai movimenti degli Stati Maggiori militari, che non ponga riserve teoriche e tattiche di nessun genere tra sé e le possibilità di disfattismo e di sabotaggio della classe dominante in guerra, ossia delle sue organizzazioni politiche statali e militari.
Nel numero precedente di questa rivista abbiamo del resto chiarito che questo proclamato disfattismo non è grande scandalo, avendolo tutti i nostri avversari, sia sedicenti rivoluzionari che borghesi autentici, in vari casi e luoghi decantato e applicato. Solo che in tutti questi casi il contenuto dialettico del disfattismo non è la conquista rivoluzionaria di un nuovo regime di classe, ma un semplice mutamento di stati maggiori politici nel quadro dell’ordine borghese vigente, e i disfattisti di tal tipo rischiano molte parole e poca pelle per il solo incentivo che un dato regime cadrà solo se sconfitto in guerra, e solo se cadrà si aprirà per essi uno spiraglio al successo personale ed a cariche di potere. Basta loro tanto poco – e sono poi gli stessi gentiluomini dei motivi patriottici nazionali liberi e democratici – per approvare che il paese e la sua popolazione nel senso materiale, e giusta la tecnica moderna di guerra, siano schiacciati da bombardamenti distruttivi e dilaniati da tutte le manifestazioni irreparabili dell’azione bellica e dell’occupazione militare.
Ciò ribadito una ennesima volta, vediamo che razza di guerra sarebbe la eventuale prossima dell’America per cui si votano crediti militari immensi, si fanno riunioni di Stati Maggiori e si danno ordini di preparazione e dettami strategici a paesi stranieri e lontani. Potrebbe risultare la più nobile delle guerre sotto il profilo dei lodati argomenti letterari, potrebbe riuscire ad avere di contro figure più nere dei Cecco Beppe, dei Guglielmone, dei Beniti, degli Adolfi, dei Tojo, di un rinato con essi Nicola dalle mani goccianti sangue, essa non indurrebbe i marxisti rivoluzionari a dare parole di attenuazione della lotta antiborghese e antistatale, ovunque.
Ciò non toglie diritto ad analizzare questa guerra e a definirla come la più clamorosa impresa di aggressione di invasione di oppressione e di schiavizzamento di tutta la storia. Non si tratta solo di una guerra eventuale ed ipotetica poiché essa è già in atto, essendo tale impresa legata da stretta continuazione con gli interventi nelle guerre europee del 1917 e del 1942, ed essendo in fondo il coronamento del concentrarsi di una immensa forza militare e distruttrice in un supremo centro di dominio e di difesa dell’attuale regime di classe, quello capitalistico, la costruzione dell’optimum delle condizioni atte a soffocare la rivoluzione dei lavoratori in qualunque paese.
Tale processo potrebbe svilupparsi anche senza una guerra nel senso pieno tra Stati Uniti e Russia, se il vassallaggio della seconda potesse essere assicurato, anziché con mezzi militari e una vera e propria campagna di distruzione e di occupazione, con la pressione delle forze economiche preponderanti della massima organazione capitalistica nel mondo – forse domani lo Stato unico Anglo-Americano di cui già si parla – con un compromesso attraverso il quale la organizzazione dirigente russa si farebbe comprare ad alte condizioni; e Stalin avrebbe già precisata la cifra in due miliardi di dollari.
Sta di fatto che le prepotenze di quei citati aggressori storici europei che si dannavano per una provincia o una città a tiro di cannone, fanno ridere di fronte alla improntitudine con cui si discute in pubblico – ed è facile arguire di che tipo saranno i piani segreti – se la incolumità di Nuova York e di San Francisco si difenderà sul Reno o sull’Elba, sulle Alpi o sui Pirenei. Lo spazio vitale dei conquistatori statunitensi è una fascia che fa il giro della terra; è il punto di arrivo di un metodo cominciato con Esopo quando il lupo disse all’agnello che gli intorbidiva l’acqua pur bevendo a valle. Bianco nero e giallo, nessuno di noi può ingollare un sorso d’acqua senza intorbidire i cocktails serviti ai re della camorra plutocratica nei night-clubs degli Stati.
Quando i reggimenti americani sbarcarono la prima volta in Francia i tecnici militari risero e gli Stati Maggiori anglo-francesi pregarono di ridar loro subito i pochi tratti di fronte occidentale consegnati, se non si voleva vedere subito Guglielmo a Parigi. I boys, ubriachi allora ed oggi, avrebbero però ben potuto rispondere che c’era poco da sfottere, e vediamo oggi i sorci verdi di un militarismo che surclassa quelli della nostra storia plurimillenaria. Sono i soldi i capitali gli impianti produttivi che contano per fare la guerra; l’abilità militare e il coraggio sono merci in vendita sul mercato mondiale, ricchissimo di superfurbi e di superfessi.
Si vantarono fin da allora di una prima vittoria, arricciarono il naso per aver dovuto uscire, sulla scia degli inglesi, dal loro isolazionismo, si ritrassero dopo aver disegnata una Europa più assurda di quella che, se ce l’avessero fatta, avrebbero disegnata Tamerlano o Omar Pascià. Venti anni di pace erano quello che ci voleva per la preparazione, e la consacrazione alla Libertà super-statuata, di una superflotta una superaviazione e un superesercito. Al servizio della superaggressione.
Nell’intervallo i coloni del Far West si sono anche ripuliti in fatto di alfabeto e hanno perfino studiata la storia, senza rinunziare alla ineffabile comodità di essere senza storia. Al secondo sbarco in Normandia non si sa se Clark o un altro graduato, giunto alla tomba del generale francese che lottò per l’indipendenza americana, ha trovato la frase sensazionale: “Nous voici, Lafayette!“. Ossia siamo venuti per ricambiare la finezza e liberare la Francia.
Ed infatti come a Mosca insegnano nei manuali di storia che Vladimiro Ulianoff detto Lenin chiese ed ottenne dallo Zar Nicola di poter formare un corpo di volontari per correre alla difesa della Manciuria contro i giapponesi, così insegneranno a Washington come il francese Lafayette, nella alleanza di tutte le forze democratiche mondiali capitanata dalla libera Inghilterra, combatté per liberare l’America del Nord, fino ad allora colonia oppressa dei tedeschi, che da allora in tutte le guerre mirano ad attaccarla e riconquistarla. Ed in una prossima edizione può darsi che i manuali yankee parlino addirittura di una lotta di emancipazione coloniale contro il conquistatore moscovita, le cui esose intenzioni di rivincita sono evidenti da quando cominciò col vendersi l’Alaska per poche libbre di oro.
Neanche nella seconda impresa le gesta militari sono state di prim’ordine, ma anche in fatto di bravura di guerra la quantità si trasforma in qualità. A proposito di Clark dicono che proprio in America gli negano la gloria della battaglia di Cassino. Avranno forse scoperto che non vi è mai stata una battaglia a Cassino, e non vi è mai stata una linea Gustavo, come possono attestare poche diecine di soldati tedeschi rimasti incolumi e varie centinaia di migliaia di italiani civili bombardati sanguinosamente per cinque mesi, fino a che non si trovarono da fare avanzare alcuni reparti di polacchi, di italiani e, nella direttrice Sessa-Ausonia, di marocchini che si occuparono di violare tutte le donne dai dieci ai settanta anni e qualche altro ancora, agganciando meno deutsche grenadiere di quanti banditi di Giuliano aggancino le forze romane di polizia.
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Tra le grandi decisioni del sinedrio americano militare per i fatti di Europa c’è dunque il riarmo italiano. Strana la parte dell’Italia in tutto questo muoversi di colossi, dopo che negli ultimi decenni la potenza demografica non è più il primo fattore di forza militare.
Dopo essere stata nella Prima Guerra sulle soglie di almeno un grande tentativo di disfattismo rivoluzionario, nella Seconda il nostro paese ne ha vissuto in pieno uno di disfattismo borghese.
In sostanza nessuno ha scalzato alle spalle la guerra dei fascisti nel periodo delle fortunate imprese di guerra tedesche. Molti hanno disfattisticamente sperato, ma per fatto personale. Mussolini era tra loro e la voluttà del potere. Qui tutto. Non potevano scalzare alle spalle l’esercito di Benito e di Hitler, standosene alle spalle degli eserciti avversari.
Nell’autunno del 1942 si diffuse la notizia che le forze di sbarco americane, dopo le lunghe discussioni, e reciproche insidie, cogli alleati russi che giorno per giorno si svenavano senza misura sul secondo fronte, erano sulle coste del Marocco, con un chiaro itinerario: il Mediterraneo, la penisola italiana.
Erano tappe di una unica invasione, passata da Versailles nel 1917-18, diretta a Berlino. Solo a Berlino? No, insensati allora plaudenti, diretta anche a Mosca. Per grandi specialisti della sensibilità al mutarsi della storia, siete in ritardo oggi nel gridare alla minaccia imperiale e all’aggressione. Sarebbe poco essere in ritardo, siete senza più fiato nella strozza, non potete più risuscitare e mandare in senso opposto i milioni di caduti di Stalingrado. Nessuno vi risponderà.
Quella notizia doveva bastare a prevedere il calvario che avrebbe traversato il paese italiano. A fini di classe, a fini di rivoluzione, il marxista attira sulla zona dove opera anche maggiori cataclismi. Ma qui si trattava di pura cecità. Aveva più senso storico la radio fascista che cantava una canzonetta di propaganda, per trarre acqua al proprio mulino sia pure, ma adatta oggi a passare nelle bocche degli alleati di ieri dell’America strapotente, dei tripudianti per il fallimento della classica contromossa militare italo-tedesca nella Tunisia, garantita in primo tempo alla Francia neutralizzata, contromossa giocata bene tecnicamente dall’ultimo esercito italiano da Scipione in poi (godiamo del fatto che non vi saranno più eserciti italiani senza altri aggettivi, più godremo quando eserciti non ve ne saranno con nessun aggettivo), ma che per lo strapotere dei mezzi accumulati sull’altra riva atlantica in tutta calma, mentre i cadaveri europei si ammonticchiavano davanti al Volga, non evitò la sanguinosa farsa del bagnasciuga.
Godevano del roseo futuro i patrioti, i nazionali, i popolari italiani.
Ma quale era la canzonetta, fascista ma non tanto scema? Ricordava che Colombo era italiano e diceva nel ritornello: “Colombo, Colombo, Colombo, chi te l’ha fatto fa’?“.
Secondo una moda già invalsa, temo forte che Stalin dovrà far scoprire dagli storici di Mosca che Colombo era russo.
Proprietà e capitale Pt.4
Capitoli già pubblicati:
«Prometeo» n.10
- Tecnica produttiva e forme giuridiche della proprietà.
Al fine di vagliare esattamente la tradizionale formula che definisce il socialismo come abolizione della proprietà privata, si richiamano i concetti marxisti sul succedersi delle rivoluzioni di classe quale conseguenza del contrasto fra le nuove forze ed esigenze della produzione e i vecchi rapporti di proprietà. Dei vari regimi di classe, fondati su istituti di proprietà individuale esercitata su oggetti diversi a seconda delle diverse caratteristiche della organizzazione produttiva e della tecnica del lavoro, il più recente è il regime capitalistico.
«Prometeo» n.11:
2. L’avvento del capitalismo e i rapporti di proprietà.
Il capitalismo trionfa in una rivoluzione che rompe una serie di rapporti. Tra questi il diritto del feudatario sui contadini servi, ed il diritto delle corporazioni sugli artigiani sono rapporti fra persone, non rapporti di proprietà su cose.
Il capitalismo sopprime inoltre la proprietà dei lavoratori artigiani sui loro prodotti e sui loro strumenti, e in larga misura quella dei piccoli contadini sulla terra, per trasformarli, come gli ex servi della gleba, nelle masse di nullatenenti salariati.
3. I termini della rivendicazione socialista
La lotta della classe dei salariati contro la borghesia capitalista ha per obbiettivo, conservando la divisione tecnica del lavoro e la concentrazione di forze produttive arrecate dal capitalismo, di abolire insieme all’appropriazione padronale dei prodotti ed alla proprietà privata sui mezzi di produzione e di scambio, il sistema di produzione per intraprese e quello di distribuzione mercantile e monetaria, poiché solo sopprimendo tali forme può cessare il sistema di sfruttamento e di oppressione costurito dal sindacato.
«Prometeo» n.12.
4. La rivoluzione borghese e la proprietà sui beni immobili.
Nell’epoca pre-capitalistica il possesso della terra è diviso tra la forma comune, quella feudale, e quella privata libera. Il capitale mobile conquistando il diritto di acquisto degli immobili raggruppa nelle mani della borghesia dominante le tre forme di sfruttamento: rendita fondiaria, interesse del danaro anticipato, profitto dell’intrapresa.
Nota al cap.4: Il preteso feudalesimo nell’Italia meridionale.
La tesi centrale degli opportunisti che in Italia vi siano avanzi di rapporti feudali, predominanti del tutto nel Mezzogiorno, non rispecchia soltato una tattica politica di compromesso e di rinnegamento del socialismo classista, ma si fonda su di una triplice serie di madornali errori di fatto, circa la natura dell’economia e delle relazioni sociali feudali, la storia politica del sud d’Italia, e la situazione dell’agricoltura meridionale.
L’economia capitalistica nel quadro giuridico del diritto romano
La rivoluzione borghese sistemò il possesso della terra ripristinando il concetto giuridico di libertà della terra che era la base del diritto civile di Roma. “Nel basso medioevo quasi tutta l’Europa, occupata dai conquistatori germanici, aveva veduto ridursi a minime proporzioni il concetto della libertà della terra, che aveva fatto la prosperità economica dell’impero romano. Vi si era poi sovrapposto il feudalesimo, dettato dalla necessità di difesa dei deboli dalle invasioni di Normanni, di Ungari e di Saraceni onde quelli si accomandavano ad un potente, riconoscendo da lui il possesso proprio con l’obbligo di canone e anche di servigi personali, purché egli li difendesse da guai maggiori; da che era venuta di buon’ora la massima: Nulle terre sans seigneur. Invece il diritto romano riconosceva unica origine del possesso il titolo, ossia il contratto liberamente stipulato fra gli aventi diritto al medesimo”.
Al detto francese, che abbiamo già trovato citato da Marx in contrapposto al motto della economia mobiliare “il danaro non ha padrone”, si oppone, nei paesi ove il feudalesimo non dilaga, il motto romano: “nessuna proprietà senza titolo”. Non sarà male notare che il paese dove la secolare parentesi dei diritti personali propri del feudalesimo è stata meno profonda è proprio l’Italia.
“La nostra lingua non ha mai avuto infatti una parola che corrispondesse al vocabolo francese Suzeraineté, significante il dominio del signore feudale sulla terra. In Italia non tutte le forme del diritto romano perirono, anzi, in alcune parti del mezzogiorno dovettero permanere senza interruzione, perché non occupate dai barbari e rimaste all’impero bizantino, custode della tradizione romana, o ritornatevi dopo lo smembrarsi del ducato beneventano”.
“Il godimento della terra in libertà assoluta da parte dei suoi possessori non data altrove da tempo tanto antico. In Francia per esempio esso ebbe completa applicazione soltanto dalla abolizione delle prestazioni feudali nella famosa notte del 4 agosto 1789. Allora e con leggi successive, l’Assemblea Nazionale aboliva semplicemente le servitù personali (corvées) ma rendeva i diritti reali (Cens, champarts, lods, ventes, rentes foncières ecc.) riscattabili di diritto. Sennonché le insurrezioni dei contadini e gli incendi di diversi castelli signorili costrinsero ad abolirli senza compenso, sebbene molti non avessero origine feudale; le piccole e medie proprietà già esistenti vennero così liberate da una “infinità di vincoli e cointeressenze inceppatrici”.
Lasciando ora l’autore fin qui citato, un economista agrario di indirizzo non socialista, citeremo ora le parole con cui questa rivoluzione agraria francese è ricordata da Marx nelle “Lotte di classe in Francia”: La popolazione della campagna, cioè due buoni terzi dell’intera popolazione francese, è composta in massima parte di proprietari fondiari così detti liberi. La prima generazione, sollevata gratuitamente dai pesi feudali nella rivoluzione del 1789, non aveva pagato prezzo alcuno per la terra. Ma le generazioni successive pagarono sotto forma di prezzo del terreno ciò che i loro antenati semi-servi avevano pagato sotto forma di rendita, di decime, di prestazioni personali ecc. Quanto più da una parte cresceva la popolazione, quanto più dall’altra parte si moltiplicava la divisione della terra tanto più rincarò il prezzo dell’appezzamento, che col diventar più piccolo fu più ricercato. Questo passo di Marx continua (pagg. 84-85, ed. Avanti! 1902) con un serrato esame del depauperamento del contadino nel sistema parcellare, che deprime la tecnica agraria ed il prodotto lordo, esalta il costo della terra e tutte le passività per ipoteche, interessi bancari ed usurari, imposte ecc. e riduce l’apparente proprietario a perdere, a beneficio dei capitalisti, perfino una parte del salario che competerebbe al suo lavoro ove egli fosse un nullatenente giuridico, e conclude: non v’ha che la rovina del capitale, che possa far rialzare il contadino; non v’è che un governo anticapitalista proletario, che possa spezzarne la miseria economica, la degenerazione sociale. La repubblica costituzionale non è che la dittatura dei suoi sfruttatori riuniti; la repubblica sociale, la repubblica rossa, questa è la dittatura dei suoi alleati. Questa posizione politica è quella che Marx, scrivendo nel 1850, attribuisce ai socialisti rivoluzionari francesi del 1848. Ed è in questo passo la classica frase: le rivoluzioni sono le locomotive della storia.
A riprova del fatto che la corretta valutazione marxista considera la estrema parcellazione della proprietà contadina come uno dei tanti veicoli della espropriatrice accumulazione capitalistica e non come un avviamento a postulati di pretesa giustizia sociale, sta anche questo passo, relativo all’Inghilterra, tratto da uno scritto di Engels del 1850: La tendenza di ogni rivoluzione borghese a spezzare il grande possesso fondiario poteva far ritenere per un certo tempo dagli operai inglesi questa suddivisione per qualche cosa di rivoluzionario, con tutto che essa era regolarmente accompagnata dalla immancabile tendenza al concentrarsi e disperdersi dei piccoli possessi di fronte alla grande agricoltura. Il partito cartista oppone a questa richiesta della suddivisione quella della confisca dei beni, e chiede che essi non vengano suddivisi, ma restino beni nazionali.
Invece la rivoluzione borghese in Francia aveva rovesciato sul mercato immensi beni nazionali provenienti da confische e da incameramenti di proprietà ecclesiastiche.
Sul diverso processo che in Inghilterra, nettamente dopo la sconfitta del feudalesimo e la soppressione della servitù, condusse alla formazione della grande proprietà agraria borghese degli odierni landlords, vedasi Marx nel Capitale, Cap. XXIV, e nella esposizione, che questa rivista va pubblicando, sugli elementi di economia marxista.
Al posto delle apologie democratiche delle Grandi Rivoluzioni, il linguaggio, marxista, sulla base della dialettica accettazione delle nuove condizioni che esse produssero, denuda le infamie del sorgere del regime capitalistico, sia dove esso allignò sulla parcellazione fondiaria, sia dove fondò invece il grande possesso borghese, “liberi” l’una e l’altro. La spoliazione dei beni della Chiesa, l’alienazione fraudolenta dei domini dello Stato, il saccheggio dei terreni comunali, la trasformazione usurpatrice e terroristica della proprietà moderna e privata, lo sterminio delle casette dei contadini, ecco i metodi idilliaci dell’accumulazione capitalistica.
La citazione è fondamentale e tante volte ripetuta, ma il socialistame odierno, sia detto alla Scelba, vede reazione usurpazione e terrore, e suona le campane alla salvezza della libertà capitalistica, solo quando sotto l’azione delle droghe stupefacenti della demagogia elettorale, sogna un freudiano ritorno del feudalesimo su da una storia infrauterina della nostra società moderna, tanto di quello più oscena.
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La vantata conquista borghese della libertà della terra e della liberazione dei servi della gleba, equivalente in concreto alla conquista da parte del capitale pecuniario della illimitata possibilità d’acquisto dei cespiti immobiliari, trovò la sua sistemazione nel diritto civile col ritorno al classico meccanismo romano, in quel codice napoleonico che, decantato come monumento di sapienza, servì di modello per la legislazione di tutti gli stati moderni. Tutto il sistema gira intorno al principio della proprietà derivante da titolo ed accessibile ad ogni cittadino, al famoso “chiunque” con cui si iniziano tutti gli articoli dei codici borghesi. Non è più necessario che il signore della terra appartenga ad una casta o ad un ordine privilegiato ed oligarchico. Per munirsi del titolo è sufficiente a “chiunque” apportare una adeguata somma di danaro liquido. Allorché la locomotiva della rivoluzione borghese si mise rombando in moto bastò tuttavia come titolo di partenza la materiale occupazione del lembo di terra da parte di chi per anni e per generazioni l’aveva duramente lavorata. Ma non appena la rivoluzione consolidò la propria vittoria in un nuovo sistema a regole stabili, fu necessario, per l’acquisto della proprietà e del suo titolo, o la derivazione ereditaria, ovvero il pagamento di un prezzo di mercato. La terra fu dunque libera poiché chiunque poteva comprarla, s’intende chiunque possedesse il denaro sufficiente.
Questo ritorno all’impalcatura giuridica propria del diritto romano, seguito all’abolizione dei sistemi di diritto feudale e germanico, non significò affatto, come è ovvio, un ritorno ai rapporti di produzione e alla economia sociale dell’evo antico. Basta ricordare che in Grecia, a Roma, e nei paesi dominati da esse, a lato della democrazia che rendeva eguali dinanzi al diritto i cittadini liberi, vigeva lo schiavismo, esistendo quindi tutta una classe obbligata al lavoro della terra, i cui componenti non solo non potevano aspirare a possederne, ma erano essi stessi considerati una proprietà altrui, permutabile contro denaro e trasmessa con l’eredità familiare dei padroni. Pur esistendo, tra i cittadini liberi dinanzi alla legge, le diverse classi dei grandi proprietari patrizi, dei contadini proprietari di piccoli lotti, per lo più senza schiavi e quindi lavoratori diretti, degli artigiani e anche dei mercanti e dei primi capitalisti padroni di numerario, è chiaro che la presenza di una classe sfruttata al basso della scala sociale creava ben altri rapporti; conducendo fino ai grandi tentativi rivoluzionari degli schiavi.
Per conseguenza il classico diritto, scritto disciplinante la proprietà titolare della terra ed in genere degli immobili, e la trasmissione per eredità, per compravendita, ecc., con tutti gli altri complessi rapporti prediali, deve leggersi con la riserva che il soggetto cui si riferisce il solito pronome chiunque non è, neppure virtualmente, un qualunque membro del complesso sociale, ma deve appartenere alla limitata e privilegiata classe superiore dei cittadini liberi, dei non-schiavi.
Ciò vuol dire che il diritto reale, espressione teorica di un rapporto fisico tra uomo e cosa, e nel nostro caso tra uomo e suolo, solo in astratto sembra cedere il passo ad un preminente sistema di diritti personali propri dell’evo medio e feudale, diritti che sono l’espressione di un rapporto di forza tra uomo e uomo (come il vietare l’abbandono del fondo lavorato o il mutamento di mestiere). In effetti nel mondo romano il diritto personale domina il largo campo sociale costituito dalla produzione schiavistica, estendendo il rapporto da padrone a schiavo fino alla facoltà di privazione della vita. Tuttavia il padrone ha diretto interesse alla vita, alla forza, alla salute dello schiavo, ed è suggestivo il rilievo di Marx che nell’antica Roma il villicus, come massaio a capo degli schiavi agricoli riceveva una razione minore di quella che ricevevano questi, in quanto il suo lavoro era meno pesante (citazione da Teodoro Mommsen).
La rivoluzione che si pose tra le due ère sociali, nell’aspetto economico del cessato rendimento del lavoro degli schiavi rispetto al loro costo, in quello politico delle grandiose rivolte, tra cui classica quella di Spartaco caduto dopo due anni di guerra civile nella battaglia presso il Vesuvio allorché seimila dei suoi seguaci vennero trucidati, in quello ideologico della eguaglianza morale degli uomini predicata dai cristiani, eliminò invero in larga misura il gioco dei diritti personali, vietando che la persona dell’uomo potesse essere trattata come una merce.
La ripresa quindi del diritto romano teoretico, fatta dalla rivoluzione borghese per la disciplina dei rapporti tra l’uomo e gli immobili, presentò questa sostanziale innovazione, che il nuovo diritto reale riguarda tutti i cittadini componenti della società e non soltanto una parte privilegiata come nell’ antichità. Questo diritto moderno fa vanto di aver integrato la conquista della libertà dalla schiavitù con quella della libertà dalla servitù della gleba e dai ceppi corporativi, fa vanto di aver reso tutti i membri della società uguali e liberi da vincoli personali di fronte alla legge. Nel campo che tuttora ci occupa della proprietà del suolo e degli immobili, i nuovi codici dettati dai giuristi napoleonici, o copiati secondo la dialettica legge della storia dei giuristi dei poteri avversari che Na- [il testo qui è incompleto, potrebbe così proseguire … Napoleone ha detronizzato, ha formalizzato la trasformazione di un rapporto fra persone in un rapporto monetario, apparentemente fermandosi ] dinanzi alla terra libera.
Ma in realtà le forme giuridiche garantite dal potere statale e dalle sue forze materiali sanciscono e proteggono sempre rapporti di forza e di dipendenza tra uomo e uomo, e il diritto reale dell’uomo sulla cosa rimane una forma astratta. Il cittadino Tizio ha potuto divenire proprietario del fondo Tulliano poiché ha disposto della somma di denaro sufficiente a conseguire il titolo, pagandola al cittadino Sempronio, in quanto vigendo la libertà della terra il fondo Tulliano poteva essere alienato ad arbitrio del precedente padrone. Che significa il titolo di diritto reale di Tizio, libero cittadino in libera repubblica borghese, sul libero fondo che ha comprato? Significa che egli può chiuderlo e, perfino senza sostenere la spesa di una recinzione materiale, può tenere tutti i liberi cittadini, Sempronio compreso, fuori dal confine, e se trasgredissero, il titolo gli consente di chiamare le forze dello Stato e, sotto certe condizioni, anche di ammazzarli. La libertà di Tizio e il suo libero diritto di proprietà portati fuori dalla filosofia o dal diritto teorico si esprimono nel rapporto personale di limitare, anche con mèzzi violenti, le iniziative altrui.
Il nuovo regime di libertà borghese è un regime di proprietà riconsacrato nelle tavole del diritto, sia pure proprietà non più preclusa a caste di schiavi, di servi o di borghigiani. Esso è quindi sempre un regime di rapporti di forza tra uomo e uomo, e socialmente parlando, tutti i “chiunque” del codice si dividono in due classi, quella dei possessori di suolo e quella dei non possessori di suolo, sforniti di titolo giuridico e sforniti dei mezzi economici necessari a procurarselo.
* * *
Il cristianesimo abolì le caste, la rivoluzione liberale abolì gli ordini, rimangono — non nel diritto scritto — ma nella realtà economica, le classi. Marx scoprì non la loro esistenza e la loro lotta, nota e constatata prima di lui, ma il fatto che, più e peggio che tra le antiche caste e i medioevali ordini, corre tra esse divario economico, antagonismo, e guerra sociale.
Nel capitolo II, paragrafo 3, di “Stato e Rivoluzione” Lenin ha posto fondamentalmente in evidenza che Marx, in una lettera del 5 marzo 1852, precisa egli stesso il contenuto originale della sua teoria con queste precise parole: “ciò che io ho fatto di nuovo, è di aver dimostrato: 1) che l’esistenza delle classi si riferisce solo a certe fasi storiche di sviluppo della produzione; 2) che la lotta delle classi conduce necessariamente alla dittatura del proletariato; 3) che questa stessa dittatura non è se non la transizione alla soppressione di tutte le classi e alla società senza classi”.
Stabilisce a questo punto Lenin, a base del suo storico stritolamento degli opportunisti, che l’essenziale nella dottrina di Marx non è la lotta di classe, ma la dittatura del proletariato. “Su questa pietra d’assaggio bisogna provare la comprensione e il riconoscimento effettivo del marxismo”.
Non meno essenziale è il terzo punto nella sua relazione col primo, in quanto la dialettica di Marx perviene a stabilire che i grandi fatti storici della lotta delle classi, della dittatura di classe, non sono immanenti ad ogni società e ad ogni periodo storico, non essendo stati dedotti da vuote speculazioni sulla “natura dell’uomo” o sulla “natura della società”. L’uomo non è per sua natura né buono né cattivo, né proprietario né servo, né autoritario né libertario, la sua specie non è per predestinazione insuperabile classista o egualitaria, statale o anarchica! Ben al di fuori e al di là di tutte queste melensaggini filosofiche la scuola marxista, con l’indagare i successivi sviluppi delle fasi produttive, stabilisce che la moderna classe proletaria, dati i rapporti sociali in cui si muove, è condotta a servirsi della lotta di classe, della violenza rivoluzionaria, dello stato dittatoriale, per rendere possibile lo svolgimento verso un sistema di produzione e di vita collettiva sempre più scevro di servitù di violenza e di impalcato statale autoritario.
Ritornando alla iniziale costituzione della società capitalista, quanto abbiamo detto sul cambiamento rivoluzionario nei rapporti tra il capitale monetario e la proprietà terriera sta a stabilire che si avrebbe una visione unilaterale del processo storico ove, trascurando questo campo fondamentale, si richiamasse solo la vittoriosa diffusione della manifattura e dell’industria capitalistica e il costituirsi in classe dominante nella società e nello stato del ceto degli intraprenditori.
I vecchi socialisti, e ricorderemo fra tutti il buon Costantino Lazzari sebbene egli non fosse un teorico, come evitavano di parlare genericamente di abolizione della proprietà, così non si limitavano al solo contrasto tra gli operai salariati delle officine e i loro padroni, ed usavano la formula (le formule hanno la loro grande importanza, e basti a provarlo la chiarificazione ora citata di Lenin) di: lotta contro l’ordine costituito della proprietà e del capitale.
Marx, nella sua lettera a Bracke di fiera critica al programma di Gotha della socialdemocrazia tedesca, condanna la espressione: “nella società presente gli strumenti del lavoro sono monopolio della classe dei capitalisti”. Marx risolutamente obietta: “nella società odierna gli strumenti di lavoro sono monopolio dei proprietari della terra (il monopolio della proprietà fondiaria è anzi base del monopolio del capitale) e dei capitalisti. Lo statuto dell’Internazionale al quale la proposizione, falsa in questa edizione migliorata, è improntata, non menziona nel passo relativo né l’una né l’altra classe dei monopolizzatori. Esso parla del monopolio degli strumenti di lavoro, cioè delle fonti della vita. L’aggiunta fonti della vita mostra a sufficienza che il suolo e la terra sono compresi negli strumenti di lavoro”.
In questo passo vi è una frase di Marx di straordinaria importanza per l’analisi che abbiamo preso ad istituire: “in Inghilterra il capitalista, per lo più, non è proprietario del suolo su cui sta la sua fabbrica”. Il richiamo è diretto contro Lassalle che in Germania trascurava la lotta contro i proprietari fondiari, e perfino pensava che lo stato di Bismark potesse non contrastare la lotta degli operai contro gli industriali di fabbrica. Tutta la lettera è dettata dalla preoccupazione della confusione teorica sorgente dalla unificazione di partito coi lassalliani: “si sa che il semplice fatto dell’unione appaga gli operai, ma si sbaglia pensando che questo successo momentaneo non costi troppo caro”. Il bilancio della previsione fatta da Marx il 5 maggio 1885 può trarsi dalla condanna dell’opportunismo dei socialdemocratici firmata da Lenin il 30 novembre 1917, nell’interrompere lo scritto su Stato e Rivoluzione per l’impedimento della rivoluzione russa.
Il regime borghese è dunque costituito dal dominio della classe degli intraprenditori di fabbrica, dei capitalisti del commercio e della Banca, dei proprietari di immobili. Questi ultimi sono borghesi quanto gli altri, nulla hanno a che fare con l’aristocrazia feudale, già dispersa socialmente e politicamente; derivano da antichi possessori di denaro, mercanti, finanzieri, strozzini, che hanno finalmente potuto comprare la terra divenuta giuridicamente accessibile al capitale, e accentrare successivi acquisti di lotti di varia estensione.
Come dice il Manifesto, il proletariato non può sollevarsi senza spezzare tutta la massa degli strati superiori che costituiscono la società ufficiale.
Abbiamo già ricordato che la stessa economia borghese distingue qualitativamente i tre proventi: rendita fondiaria, interesse del capitale monetario, profitto dell’impresa. Il loro insieme costituisce per noi marxisti il prodotto dello sfruttamento del lavoro proletario. A fine di questo capitolo sulla regolazione giuridica borghese del privilegio fondiario porremo una distinzione qualitativa essenziale sulla portata dei tre elementi del guadagno padronale, che sta a dimostrare come la terza forma, ossia l’utile di intrapresa, oltre ad essere la più moderna, è la più efficiente e virulenta e viene sempre più quantitativamente a costituire la massa centrale dell’oppressione capitalista.
Il gettito della rendita fondiaria ha un limite assai basso in rapporto alla entità del patrimonio, (ammontare del danaro convertito nella compera, valore venale in libero commercio), e tale limite è dato dalla natura stagionale della produzione agricola. Il prodotto lordo nel tempo non può essere aumentato che fino ad un limite, ridotto anche per i pochi terreni fertilissimi e le colture più intensive. L’economia deve quindi parlare sempre di rendita lorda e netta annuale, e la seconda nella generalità non supera il 5-6% del valore capitale, patrimoniale, del fondo.
Per riflesso dell’attuata convertibilità fra possessi fondiari e moneta, anche l’interesse che ricava il possessore di un capitale liquido, quando si limita a prestarlo a speculatori, a proprietari, allo Stato stesso, non può superare quel limate temporale, e quei saggi annui del 5-6%, salvo casi di eccezione e speciali alee di perdita del patrimonio.
Le due forme tradizionali che caratterizzano il borghese proprietario o rentier hanno dunque una limitata potenza di sfruttamento e di estorsione di plusvalore, e sono legate all’insuperabile ostacolo del ciclo annuale.
Ben diversa è invece la potenza di riproduzione del capitale e l’altezza dell’utile nell’intrapresa moderna, che dobbiamo intendere con ampiezza ancora maggiore della semplice organizzazione produttiva in grandi stabilimenti ed aziende. Nessun limite stagionale e temporale è qui messo al ciclo generatore del prodotto lordo e quindi del profitto netto. Il rapporto tra questo e il valore patrimoniale dell’intrapresa può superare qualunque limite, e la rigenerazione di tutti i fattori del ciclo riproduttivo può avvenire molte e molte volte entro il classico termine annuale.
Marx quindi sconvolse radicalmente l’algebra dell’economia borghese quando nella sua possente indagine pose in rapporto il profitto non con la comoda borghese finzione del valore patrimoniale della fabbrica, ma col valore dello stesso prodotto lordo, e successivamente con la sola parte di questo valore costituita da pagamenti per salari ai lavoratori.
Una determinata quantità di prodotto (ci siamo già soffermati sul criterio che la vera caratteristica del privilegio capitalistico, più che la proprietà del suolo dell’edificio e della macchina, che possono subire discipline svariatissime, è la proprietà sul prodotto) che sia per esempio del valore di un milione sul mercato, potrà contenere, poniamo, novecentomila lire di costi (affitti, interessi, logorii, spese generali, stipendi e salari) e allora il profitto d’impresa sarà di centomila lire, e quindi in parti di prodotto del 10%; il saggio del plusvalore secondo Marx sarà, se i salari rappresentarono duecentomila lire, del 50%.
Ma il ciclo che ha condotto a questa massa di prodotti può ripetersi innumeri volte in un anno d’esercizio, e l’utile dell’imprenditore salirà vertiginosamente, restando la stessa la spesa annua per affitti di immobili e per interessi bancari. Il valore patrimoniale di questa azienda è un’entità difficilmente definibile tra gli innumeri trucchi ed inganni contabili della moderna speculazione affaristica, esso scompare addirittura poiché il valore degli impianti e quello del fondo di cassa appaiono già remunerati dai canoni e dagli interessi portati in passivo.
Il borghese intraprenditore-speculatore può quindi trarre un milione da nulla (dalla sua abilità!), il borghese proprietario fondiario o contantista, deve per raggiungere pari benefizio avere intestati circa venti milioni, e per di più deve aspettare un anno, mentre l’altro può alle volte chiudere il suo ciclo nei termini più stretti, e perfino talvolta anticipare il realizzo nella produzione.
Con questi criteri di distinzione tra i bilanci patrimoniali e i bilanci di gestione occorre decifrare, cosa non facile, la tendenza storica della azienda mobiliare capitalistica nella sconvolgente complessità delle moderne sue forme, ed i rapporti di essa con le forme di proprietà titolare fondiaria e le fonti di finanziamento — forme già note ad economie, da un lato più antiche, dall’altro meno ferocemente sfruttatrici delle classi povere e meno apportatrici di disordine, di contrasto, di incessante distruzione di mezzi socialmente utili nel meccanismo produttivo, come furono basi di tipi di società non così briganteschi, sanguinarii e feroci come questo del modernissimo capitalismo.
Nota: Il miraggio della riforma agraria in Italia
Un equivoco fondamentale sta in tutto quanto si scrive e dice a fine politico sulla trasformazione agraria, sia quando viene presentata come una rivoluzione parallela a quella borghese o a quella operaia, sia quando viene avanzata come una riforma nel quadro di vigenti ordinamenti.
Le rivoluzioni spezzano antichi rapporti di proprietà e di diritto che impedivano a forze produttive già presenti, con premesse tecniche già sviluppate, di muoversi nella loro organizzazione. Riforme possiamo chiamare in un grande senso storico le radicali misure successive che un recente potere rivoluzionario attua per rendere praticamente possibile questo trapasso tecnico, ma nel senso comune ed attuale sono le rabberciature promesse di continuo per smussare e nascondere contraddizioni conflitti ed inceppamenti di un sistema vivente da tempo nel quadro conformista suo proprio.
In agricoltura come in ogni altro settore economico va distinto tra proprietà ed azienda, comunque e da qualunque angolo visuale voglia dipingersi un programma innovatore. La proprietà è un fatto di diritto, tutelato dallo Stato, sistema di imposizioni sovrapposto alle cose sociali. L’azienda e il suo funzionamento sono un fatto di organizzazione produttiva determinato alla base dalle condizioni e possibilità tecniche.
Il feudalesimo, spazzato via dalle grandi rivoluzioni agrarie, non era una rete di organizzazione aziendale, non disponeva e gestiva tecnicamente la produzione rurale, la sfruttava soltanto prelevando tangenti dovute dai contadini che provvedevano a tutti gli elementi della produzione, lavoro, strumenti, materie prime e così via. I feudi erano grandi e anche immensi, le aziende piccolissime in quanto tenute da famiglie rurali, medie in quanto messe su dai primi contadini possidenti, i primi borghesi della terra, anche essi allora classe oppressa.
La rivoluzione che fu in alcuni paesi solo una grande riforma affrontò alla base il problema giuridico spazzando via il diritto del signore a prelevare quelle tangenti. Nulla mutò nella tecnica organizzazione dell’azienda in quanto ad essa nessun apporto organizzativo dava il signore, che nulla sapeva e praticava di agronomia, di commercio, e se aveva compiti personali erano militari di corte o di magistratura.
Cominciò una evoluzione e in dati paesi una serie di riforme della tecnica di esercizio, non in quanto la piccola proprietà si smosse molto dai metodi culturali secolari, ma in quanto il capitale apportato sulla terra permise il formarsi della nuova proprietà borghese, e su più vaste aree si ordinarono aziende medie e grandi condotte da affittaioli capitalisti possessori di scorte e macchine, e in dati casi dagli stessi proprietari gestori disponenti al tempo stesso della terra e del capitale mobile.
Come grande fatto rivoluzionario lo scrollo dalle spalle dei rurali del peso feudale avvenne di un colpo solo nella Francia del 1789 e nella Russia del 1917, accompagnando nel primo caso la rivoluzione dei capitalisti, nel secondo quella degli operai. Da quel punto di partenza lo svolgimento dell’ordinamento agricolo avvenne in modo diverso e sotto l’influenza di diverse forze, e particolarmente interessante è l’indagare su quello russo, le sue avanzate e i suoi ritorni. Qui ci basti ricordare che la formola giuridica rivoluzionaria fu in Francia libertà di commercio della terra, in Russia proprietà nazionale della terra e concessione in gestione ai contadini. Ma anche nel secondo caso non si impedì il sorgere di una classe di borghesi agrari ricchi e medii, e la lotta con essi ebbe alterne vicende, partite dal fatto che si dovette tollerare il libero commercio delle derrate, in misura dominante.
Un altro dato distingue i due grandi fatti storici: per la Francia produzione intensiva e alta densità di popolazione, per la Russia produzione estensiva e bassa densità. Un dato forse li assimila: armonica diffusione della popolazione rurale sulla superficie coltivata.
In Italia, come abbiamo già detto, non si ebbe una grande e simultanea liberazione da un feudale servaggio della gleba che mai fu socialmente dominante. A seconda dei dati tecnici delle varie zone, tutti i tipi di azienda rurale vissero in relativa libertà, dalle piccole alle medie e grandi, da quelle fondate sulla cultura intensiva a quelle estensive, e si incrociarono tutte le forme di proprietà privata, minima media e grande, collettiva, in demanii comunali e comunità rurali. Una grande battaglia per sollevare le aziende e le classi rurali dal peso di sistemi di diritto signorile non fu necessaria e non si ebbe; ove tali forme si affacciarono furono a volta a volta fronteggiate e da Comuni e da Signorie e da Monarchie e dalle stesse amministrazioni straniere.
La vicenda fu assai complessa, e ci limiteremo a citare ancora l’autore, non certo marxista, il cui nome non importa, non avendo egli lavorato l’intera vita sui problemi dell’agricoltura italiana — mostrando che essi sono quelli degli agricoltori — al fine di posti politici per sé o per i suoi. “Si hanno numerose prove storiche della continuazione del regime fondiario in Italia colla applicazione del diritto romano… È indubitato che a contatto di possessi retti dal diritto romano doveva esservi una vasta estensione soggetta a vincoli feudali, i cui possessori erano trattenuti dal migliorarla, perché avrebbero dovuto far partecipi dei benefizi terzi che non vi davano alcun contributo, ed invero residui di queste servitù furono liquidati persino con legislazioni dei secoli XVIII e XIX. Però la massima parte delle terre venne prosciolta dai vincoli predetti, come lo furono i servi della gleba, nel periodo comunale, per cui furono possibili le grandi trasformazioni agrarie di bonifica e di irrigazione nella Valle Padana e le piantagioni nella Toscana, che appunto assunsero così largo sviluppo dal secolo XII al XV. In quel periodo si svolse e si fortificò l’istituto del consorzio fondiario, inapplicabile senza l’assoluta libertà della terra, la quale poi ora, salvo scarse eccezioni, si può dire completa in tutti i paesi civili, eliminando così l’ostacolo della cointeressenza di un terzo nei soli benefici del miglioramento fondiario e culturale (lo scrittore, aperto fautore della proprietà personale del suolo, insiste sul dato che la forma feudale di privilegio dovette saltare perché impediva lo sviluppo delle forze produttive agrarie, ossia dell’investimento di capitale e lavoro in migliorie fondiarie, matura per quel tempo, e ci fornisce così un buon argomento della validità del metodo marxista)”.
“L’applicazione del codice napoleonico consolidò questo regime in tutto il nostro paese e vi contribuì del pari l’abolizione del regime feudale nel mezzogiorno nel 1806, in Sicilia nel 1812, e in Sardegna dal 1806 al 1838. La legislazione civile della nuova Italia affermò maggiormente codesto indirizzo col sopprimere fidecommessi e maggioraschi e poi col cercar di liquidare tutte le forme di compartecipazione ad un solo possesso. Permasero tuttavia estesi avanzi di proprietà collettiva, pur prevalendo la tendenza al proscioglimento di ogni promiscuità nel dominio della terra; e l’esazione della rendita fondiaria fu resa dalla legge particolarmente privilegiata. (Tutte misure caratteristiche della rivoluzione borghese e liberale di cui i superasini rinnovano ancora le istanze e attendono gli effetti!). Così la liberazione della proprietà fondiaria secondò particolarmente il miglioramento colturale, iniziato nel nostro paese fino dal secolo XII (senza attendere il ministro Segni e l’esperto di opposizione Grieco Ruggero, guardate che roba!) rendendo possibile la formazione di una agricoltura capitalistica (ca-pi-ta-li-sti-ca, copiato soltanto e non aggettivato da chi ha come noi la fobia del capitalismo al punto di fare l’occhietto alla feudalità signorile nelle brevi parentesi di contingentismo) da redditi elevatissimi, che un altro regime non avrebbe certamente consentito”.
Speriamo di non avere scocciato col metodo storico, ma che si vuole, quando il gazzettume di ogni tinta stampa, ogni dieci righe, di baronato, di feudalità, e di borghesia, poverella, e capitalismo, infelice, non arrivati a liberamente svilupparsi in questo paesaccio medioevale (magari!), i chiodi vanno battuti e ribattuti… e vediamo oggi nelle cose essenziali a che punto ne siamo.
“La ricchezza agraria proviene dalla terra che produce per la sua estensione una certa quantità di derrate aventi valori fissati dal mercato rispettivo. In ciò agisce il fenomeno prevalente della sua limitazione, ed infatti ad esempio nel nostro paese, prima delle annessioni del 1918, della estensione di 287 mila chilometri quadrati erano o naturalmente improduttivi o sottratti per scopi diversi alla coltura 22.600, restandone a questa circa 264 mila ossia il 92 per cento… La popolazione era in quei confini, coi dati del 1921, di oltre 37 milioni di abitanti, ossia di 130 a chilometro quadrato di territorio e di ben 141 a kmq. di superficie agraria e forestale. Noi abbiamo infatti una forte proporzione di zona di monte (oltre gli 800 a 1000 metri di altitudine) la quale nelle Alpi ha vaste distese occupate da nevi perpetue, e quivi e anche nello Appennino altre dai 1500 ai 2500 e più, suscettive soltanto, di magri pascoli e boschi. La zona di collina comprende del pari estesi tratti di lembi franosi, le pianure lembi litoranei di sabbie e dune, zone pantanose, etc. Cosicché si riduce notevolmente la parte più fruttuosa, su cui si concentra la maggior parte della nostra popolazione, con territori che alimentano 3-4-500 abitanti su un Kmq., e taluni anche 700 e 800.
“Perciò la non rara affermazione di orecchianti, dell’esservi ancora da noi estese terre suscettibili di proficua colonizzazione, va accettata con assai largo beneficio d’inventario. Certamente non mancano terre mal coltivate e la produzione agraria italiana è tuttora suscettibile di aumenti. Però le cifre suesposte dimostrano come la quistione delle cosiddette “terre incolte” abbia una importanza molto relativa, altrimenti non potrebbe vivere da noi una così fitta popolazione”.
Anche gli orecchiantoni sanno che dal 1921 al 1949 le cifre sono mutate. Infatti su 301 mila Kmq. sono produttivi 278 mila ossia nello stesso rapporto del 92 per cento circa, mentre gli abitanti sono oramai 45 milioni, e le cifre di densità sono salite a 150 e 162, ossia del 15 per cento!
Tra i sacrifici alimentari degli anni di guerra e le pelose donazioni di derrate agrarie in tempi di UNNRA ed ERP, pare evidente che la produttività agricola della scarsa polpa e del molto osso costituenti lo stivale abbia raggiunto qualche altro aumento di resa di cui era capace, allo stato della sua attrezzatura. Quanto alla popolazione, essa non si sogna di fermare il proprio aumento, che nell’anno 1948 ha passato il mezzo milione di unità, raggiungendo l’incremento relativo del 10-11-12 per mille. L’eccesso annuo dei nati sui morti passava di poco l’otto per mille al tempo delle esortazioni demografiche di Mussolini cui si attribuiscono dal bagolame odierno facoltà e potestà buone o cattive di cui fu del tutto innocente. Egli passò per colui che vietava l’emigrazione, misura che non fu che una debole ritorsione tattica di fronte ai grandi poteri capitalistici che batterono le porte sul muso ai lavoratori italiani. Comunque anche questa valvola di sicurezza non funzionò come in passato: tra il 1908 e 1912 l’emigrazione toccò massimi di 600.000 lavoratori in un anno, (venti per mille), dopo la guerra negli anni 1920-1924 riprese sui trecentomila ed oltre, per poi deprimersi fortemente; sembra che nell’ultimo anno 1948 sia ritornata a 137.000, ma in gran parte di temporanei (tre per mille).
Per quanto riguarda la parte di popolazione dedita all’agricoltura, essa è di circa il 25% secondo le statistiche del primo anteguerra (1911) e sarebbe oggi di almeno dieci milioni, ma va notato che trattasi di dieci milioni di unità produttive, con esclusione di ragazzi di meno di dieci anni, di vecchi inabili, di parte delle donne, sicché è evidente che la gran maggioranza della popolazione italiana tuttora vive dell’economia agraria. Più importante è vedere la ripartizione della popolazione agricola attiva, che dopo l’altra guerra si riteneva all’incirca la seguente: 19% proprietari – 8% fittavoli – 17% mezzadri – 56% giornalieri e braccianti. Questi costituivano dunque la maggioranza, e deve tenersi conto che la più gran parte dei proprietari, fittavoli e mezzadri sono in condizioni economiche che confinano con la nullatenenza. È importante notare che la proporzione degli agricoli proletari puri era più forte nel mezzogiorno che nel nord e nel centro, nelle Puglie circa il 79%, in Sicilia il 70%, in Calabria il 69%.
Questa situazione quasi originale dell’agricoltura italiana rispetto agli altri paesi d’Europa, oltre a mostrare il grave errore sociale e politico di trattarla come pre-borghese, basta a fare intendere come il problema di modifiche (minime o massime) nel dinamismo delle aziende produttive sia impostato sullo assurdo quando lo si riduce artatamente a quello di una redistribuzione generale o eccezionale della giuridica e personale proprietà della terra.
Non è facile passeggiare per il giardinetto delle statistiche… Nelle recenti discussioni della riforma Segni e sui contratti agrarii i contraddittori si sono scambiati l’accusa di non saperci leggere. Bisognerebbe sapere come si manipolano. Al tempo della battaglia del grano il ministero dell’agricoltura chiedeva agli Ispettorati provinciali i dati della superficie messa a grano e del raccolto, mentre il partito comminava ai federali le cifre da raggiungere. Federale ed ispettore non avevano alcuna voglia né di rompersi la testa né di perdere la carica. In questo tutto il mondo è paese e tutti gli “uffici del piano” pasteggiano bugie. Che cosa possano valere poi le statistiche messe insieme oggi in Italia dalla disarticolata pletorica e ondeggiante pubblica amministrazione, è facile intendere. Basti pensare che siamo in regime multi-partitico, e il grado di falsità nei pubblici affari cresce come il quadrato del numero dei partiti in campo.
Cifre più recenti del Serpieri, indubbiamente fonte autorevole se si consultava prima e dopo il risorgimento, aumentano molto il numero dei proprietari cui aggiungono una forte quota di usufruttuari enfiteuti e simili e dopo aver più o meno confermata la proporzione di fittavoli e mezzadri ribattono quella dei giornalieri e braccianti al solo 30 per cento degli agricoli.
Se si parte dai censimenti della popolazione bisogna rifarsi a quelli fascisti che tentarono un rilevamento corporativo-sociale delle professioni e posizioni economiche. Ma non è facile leggere nelle dichiarazioni il numero dei proprietari, non è facile smistare tra quelli urbani e rurali, non è facile calcolare se per lo stesso possesso tutti i membri della famiglia del proprietario, donne e minorenni compresi, sono dichiarati agricoltori proprietari.
Se poi si risale al catasto, istituito indubbiamente con elementi esatti, si ha in mano una statistica non di individui ma di ditte. Tra queste vi sono enti morali svariatissimi, comuni, cooperative, società, e via. Restano le ditte private, ma mentre da un lato in molti casi ad un possesso ancora indiviso o di cui non è trascritta la divisione corrispondono complicate intestazioni collettive agli eredi familiari, non è assolutamente possibile sapere se un singolo possessore ha diverse proprietà in vari comuni dello Stato, in quanto le rubriche dei possessori esistono comune per comune. I comuni sono 7.800 e ognuno registra migliaia di ditte. Se si volesse formare il ruolo nazionale dei possessori di terre il lavoro sarebbe tale da poter stabilire con qualche piacevolezza di calcolo combinatorio che gli impiegati del superufficio a ciò addetto consumerebbero una percentuale sensibile del prodotto agricolo del paese. Come nella spiritosa osservazione fatta al Fanfani-case e al Tupini-case: costruirete solo i fabbricati per gli uffici dei relativi piani.
Perciò i trattatisti migliori per spiegare il senso della statistica sulla estensione dei possessi in rapporto al numero di possessori, con le relative aliquote di teste, di superficie, o di valore agrario, che si prestano al solito giochetto propagandistico: l’uno per cento possiede il cinquanta per cento della terra e via via l’ottanta per cento deve dividersi appena il venti per cento della superficie, o simili, formano specchietti di paesi immaginari. Ponete il sistema della proprietà titolare del suolo, del libero commercio della terra e della trasmissione ereditaria, e non potrete avere una distribuzione diversa da quella, o tendente irresistibilmente a riprendere quella forma se ne viene allontanata da interventi estranei, sicché quella progressione allarmante del moltissimo a pochi e pochissimo a molti, da una parte è un effetto aritmetico di prospettiva, dall’altra è la caratteristica del civile regime della terra libera in un libero paese.
La variabilissima distribuzione del possesso agrario in Italia, in rapporto ai vari tipi di azienda organizzata presenta il ben noto quadro regionale, che talvolta avvicina a pochi chilometri il grande possesso estensivo alla minutissima proprietà familiare, il grande e medio podere moderno ben attrezzato alla piccola azienda di collina. La varietà della scelta da regione a regione è pacifica, se ne vuole indurre la necessità di trattare il problema tecnico regionalmente, ma, anche senza voler prendere sul serio la politica agraria contingente di oggi, si potrebbe rilevare che appunto la varietà della gamma regionale e le strane sue alternanze sono un motivo per combattere gli inconvenienti dei casi estremi con un programma unitario nazionale…
Sembrando pacifico che le tenute poderali di media estensione ed alto valore della Valle Padana, con la loro fiorente zootecnia e la coltura irrigua, come i poderi un poco meno estesi dell’Italia media con prevalenza di colture arborate di alto reddito, e non poche aziende analoghe del sud e di Sicilia, si avvicinano all’optimum di resa produttiva, non resta da affrontare il solo problema del famigerato “latifondo”, ma ne restano due, quello del latifondo, che non spianteranno i poveri untorelli attuali, e quello della estrema polverizzazione, della minuta proprietà inseparabile dalla minima azienda, vera malattia della nostra agricoltura, causa massima di depressione, di miseria, di conformismo sociale e politico, come di dispersione incommensurabile di penosi sforzi di lavoro.
Prima di vedere per un momento i due malanni coi loro dati reali rileviamo subito quanto sia assurdo che all’indirizzo del dominante partito democristiano per il frazionamento dei possessi, per quella stupida utopia del “tutti proprietari” con la vuota prospettiva di quotizzare ai contadini poveri le terre incolte — che sono quelle incoltivabili, e che ogni agricoltore magari analfabeta ma dotato dei rudimenti del mestiere rifiuterà anche se regalate — la opposizione non sa contrapporre, neppure a fini di manovra e di sabotaggio polemico, la critica ben altrimenti fondata della dispersione della terra in aziende troppo minute e ferme a metodi secolari di gestione primitiva.
Tutti proprietari: prendiamo dunque i 270 mila chilometri quadrati e ripartiamoli tra i 45 milioni di italiani. Ognuno avrà tre quinti di ettaro, uno spazio che se fosse quadrato sarebbe di poco meno che ottanta metri per ottanta. Il reticolato imbecille che il regime della libera proprietà e il rilevamento geometrico catastale segnano sulla superficie della terra, misurerà 300 metri per ogni possesso, e se si volessero porre delle chiusure anche semplici il loro costo economico si avvicinerebbe al valore reale della poca terra… E non è questo che uno dei motivi di distruzione di produttività per angustia del campo da lavorare, che curva l’uomo alla sudata servitù della zappa.
Il ragionamento non sembri assurdo, poiché la effettiva statistica dà saggi di frammentarietà anche più spinta.
La statistica della estensione media della particella catastale, ossia della zona di terreno che non solo appartiene ad una stessa ditta ma ha pari coltura e pari classe di merito, dà naturalmente superficie inferiore a quella media della partita, insieme di particelle della stessa ditta, ma dà una migliore idea della polverizzazione nel senso di gestione tecnica. Mentre noi abbiamo supposto che ogni italiano abbia 0,60 ettari, ossia 60 are, vi sono province in cui la particella media è ancora minore: Aquila e Torino 35 are, Napoli 25, Imperia 22.
Ecco quanto l’autore, che difende il regime di libero acquistò della terra ed il possesso familiare poiché “rappresenta uno stimolo efficacissimo al miglioramento della terra e della sua coltura colla massima utilizzazione del lavoro del proprietario e dei suoi familiari” e perché “determina miglior divisione della ricchezza e minor proporzione di nullatenenti e…. quanto proviene dal piccolo coltivatore possidente, a differenza della rendita e talora anche del profitto di capitalista agrario nel grande possesso, rimane tutto in paese e concorre al miglioramento della terra e dei suoi coltivatori” — e quindi senza nessun sospetto di tendenza socialista — dice dello sminuzzamento fondiario. “Allo sminuzzamento del possesso corrisponde quello analogo della cultura, di regola col lavoro del proprietario medesimo e dei suoi, il che così accentua l’insufficienza della rendita e del profitto a costituire il minimo necessario all’esistenza… La classe dei minimi possessori, come in generale tutte quelle lavoratrici, ha natalità molto elevata, onde alle eredità concorre in media un maggior numero di condividenti che non nei grandi possessi, e poi la vita media di cotesti agricoli, lavoratori assidui e che non si risparmiano punto, è per necessità minore che nelle classi agiate. Sono quindi più frequenti i trapassi per eredità, le quali poi si partiscono in modo che ogni erede abbia la sua quota di terra, mancando d’altra parte di regola la ricchezza mobiliare con cui nelle classi agiate si liquidano le parti di alcuni coeredi. Per queste ragioni il piccolo possesso tende a dividersi assai più rapidamente del grande, col grave inconveniente poi che ciascun coerede pretende la sua parte di seminativo, di vigna, di uliveto etc. cosicché si formano poco alla volta appezzamenti di poche are e perfino di metri quadrati, e possessi che ne comprendono diversi situati in punti molto lontani tra loro del territorio comunale. Si comprende subito quale enorme spreco di tempo, di energia, di lavoro determini tale polverizzazione”.
“Vi è anche in tal modo una vera perdita di terreno produttivo lungo 1o sviluppo delle linee di confine, la quale, a calcolarla di soli m. 0,30 di larghezza per il calpestio delle persone, qualche chiusura, od altro, rappresenta nell’appezzamento quadrato di un’ara quella del 12% mentre per quello di un ettaro è solo dell’1,20 per cento. Questo moltiplicarsi delle linee di confine accresca in equal proporzione le cause di litigi per usurpazioni, violazioni di confini, rimozioni di termini, piantagioni abusive etc. nelle quali si disperde improduttivamente gran parte delle rendite dei piccoli possessori. Non per nulla la Sardegna la quale, accanto alle vaste distese di pascoli, boschi, beni comunali etc. ha pure una proprietà veramente polverizzata, è la regione più litigiosa del nostro paese. Vi sono partite fondiarie così esigue in Sardegna, da aversi nell’anteguerra il caso di esproprio fiscale per debiti di 5 lire di tasse!”. Oggi lo Stato esproprierà i nababbi?!
“L’inevitabile polverizzazione della proprietà, conseguenza dei fatti ora esaminati, può essere sfavorevole all’aumento della produzione agraria, soprattutto perché il piccolo possessore non può formarsi un capitale d’esercizio per la miseria dei suoi redditi. Perciò di solito gli fa difetto bestiame da lavoro e da frutto, è vincolato alla vanga ed alla zappa, anche dove potrebbe impiegar l’aratro, è restio alla introduzione di migliori attrezzi, concimi artificiali o altri nuovi mezzi di produzione agraria, poiché dapprima non ha come provvederli e poi è di regola conservatore e misoneista per deficienza di cultura. Se arriva a creare risparmi preferisce comprare, a chissà quale prezzo, qualche frustolo di terra, anziché convertirlo in capitale di esercizio”.
Interrompiamo per brevità il resto del quadro, colle inevitabili indebitazioni usurarie, la miseria, l’assenza di casa, e la descrizione delle regioni poverissime, che abbiamo non solo in zone della Campania, Abruzzo e Calabria ma anche dell’Emilia e del Veneto in monte “che per la loro divisione di possesso potrebbero dirsi paesi di vera democrazia rurale”. Democrazia infatti molto adatta ad essere cristiana, terreno ottimo di semina politica per il governo di oggi.
Sullo scranno dei rei dovrebbe ora sedere l’altro incolpato, il latifondo. Anzitutto va rilevato che il latifondo presenta la grande proprietà titolare ma quattro volte almeno su cinque nessuna unità aziendale o colturale, essendo smistato in piccoli affitti o piccole mezzadrie. Tutti gli stessi reati o quasi relativi alla polverizzazione gli si possono egualmente contestare.
Ciò che non si vuole intendere è che, abolendo eventualmente la titolarietà giuridica del possesso, non si viene a creare una unità colturale minore ed organizzata in appoderamenti produttivi, poiché persistono tutte le cause che al fenomeno del latifondo hanno dato origine. Si può solo ricadere in una polverizzazione, che già dannosa in terra buona, è bestiale in terra sterile e ricondurrebbe ad una condizione peggiore, e per lo più, se non si sopprime la libertà di comprare e vendere, alla ricostituzione del latifondo.
Le condizioni che hanno generato il latifondo sono complesse e non è qui il caso di approfondirle. Si parte da quelle naturali, insuperabili perché dovute alla natura geologica dei terreni (ad esempio le vaste formazioni di argille eoceniche siciliane sono inadatte a colture legnose e permettono solo quella estensiva granaria; a breve distanza da queste plaghe la provincia di Messina, giacente su formazioni granitiche, e quella vulcanica di Catania, vedono prevalere colture intensive e frazionate). Influisce il predominio della malaria dovuto al disordine idraulico di pendici montane e fiumi di pianura, la rada popolazione, e le ragioni storiche più volte ricordate, per invasioni dalle coste e epoca sicurezza fino a tempi non remoti. Tanto poco remoti che gli stessi liberatori e benefattori americani, appena giunti in Calabria, liquidata per ovvie ragioni di morale democratica la milizia forestale fascista, dettero una potente sventrata da preda bellica alle secolari foreste dell’Appennino calabro; e aggravarono così irreparabilmente il malanno del rovinìo delle acque non regolate verso le disgraziate e infette bassure litoraniche. Corsero poi col D.D.T…
Economicamente il rapporto economico è definito dal fatto che il proprietario fondiario per lo più affida la gestione ad un affittuario capitalista speculatore, cui basta un ridotto capitale di esercizio e che sfrutta la terra attraverso una serie di subaffitti dei pascoli a pastori e dei seminativi a piccoli coltivatori, i quali per la concorrenza “rinunziano a quasi tutto (il profitto di impresa a favore dal grande affittuario… non dimorano mai sul terreno coltivato, vi si recano anche da molto lontano quando lo richiedono le esigenze della coltura e dei raccolti, rifugiandosi in pagliai, caverne, grotte, oppure in stanzoni, o sotto tettoie, con le conseguenze ben note…”. Questi coltivatori sono in condizioni peggiori dei giornalieri, mentre d’altra parte non potranno mai pervenire ad organizzare, per mancanza di capitale di esercizio, una agricoltura meno estensiva.
La proposta di risolvere il problema del latifondo colle quotizzazioni forzate è vecchissima, ed ha una serie di precedenti, che giunsero fino dai primi tempi ad alcuni casi di esproprio per mancata miglioria di terre incolte. Ma quasi sempre si ebbero insuccessi, e ciò soprattutto in periodi economicamente sfavorevoli. Non basta infatti espellere il proprietario negligente, cui tuttavia nell’attuale regime si paga sempre a carico del pubblico una forte indennità, ma bisognerebbe fornire ai quotisti non solo un capitale di esercizio ma un capitale impianti per opere che mancano e che supererebbe di molto per ogni quota il costo già pagato per l’esproprio. Occorre infatti prevedere e finanziare case, strade, bonifiche, acquedotti e così via, per rendere possibile il soggiorno del contadino sulla terra, e anticipare i valori di attesa della trasformazione che e a lunghissimo effetto. Un progetto Crispi si ebbe nel 1894 dopo i moti dei “fasci” siciliani, fin dal 1883 una legge per l’Agro romano aveva sancito l’odierno “rivoluzionario” principio di esproprio dei grandi terreni incolti, passato poi dalle leggi Serpieri del 1924 a quella Segni di oggi. Hanno tanto osato liberali, fascisti, democristiani, ma i casi di applicazione in tanti anni si contano sulla punta delle dita.
Omettiamo una rassegna delle proposte legislative italiane ed estere tendenti a mitigare invece la polverizzazione del possesso agrario, poiché non è certo nostro obiettivo proporre una riforma di senso contrario a quella governativa, ma solo rilevare che i concretissimi e contingentisti tecnici delle opposizioni non ci hanno pensato. Convinti che la rivoluzione agraria russa sia stata una quotizzazione di proprietà titolari, non vanno più oltre del proprio naso e non sanno che chiedere di spartire terre ai contadini, anche ai braccianti, certo, anche ai braccianti, e senza equivoco, non in gestione collettiva, ma in proprietà personale, sì, in proprietà assoluta, questa è l’ultima consegna cominformista, come dai tanti articoli dell’Unità su quistione agraria e problemi meridionali. Che in Russia non si sia quotizzato ed espropriato un accidente ma solo aboliti i privilegi feudali della nobiltà e del clero, sollevandoli come una cappa soffocante dalle esistenti piccole aziende rurali che, in un primo momento, non mutarono delimitazioni, e poi con dubbi successi si tentò di raggruppare in aziende più grandi, di stato o cooperative; che quindi il problema storico sia tutto un altro, non dice nulla a quegli scrittori, come nulla dice loro la proporzione di monte e di piano in Russia, la densità di popolazione che è di nove abitanti per kmq. e nella Russia europea di 30 al posto dei nostri 150, il rapporto delle terre coltivate al totale che al posto del nostro 92 è del 25 per cento malgrado l’immensa pianura e a parte la Russia asiatica, e solo nelle terre nere ucraine sale al 60 per cento, la pratica inesistenza della classe dei salariati agrari non fissi, eccetera eccetera eccetera, e ciò perché questi signori non seguono più obiettivi massimali e di principio, ma si sono dati allo studio delle immediate concrete condizioni di vita del “popolo”….
Fermandoci un momento sulla proposta democristiana — facile cosa fu il profetare a spaventati grossi proprietarii che nessun mal di capo avrebbero dato loro i socialcomunisti, quando anche fossero stati al ministero, ma un certo colpo lo dovevano attendere dai democristiani — la sua vuota demagogia è del tutto evidente. Toccheremo, essi dicono, una ottantina di grandi proprietà, in Italia tutta, di plurimiliardari. Le asporteremo in parte. Si trattava di fissare i massimi… Bisognava tenere conto non solo della mole della proprietà ma anche della ricchezza che rappresenta, e per far questo pare che fissino un massimo non di superficie ma di imponibile catastale, che si presume sia indice del valore del fondo. Ma a parità di superficie un grande podere modernamente condotto può valere anche 15 volte di più di un tenimento montagnoso o pascolatorio, soprattutto in virtù della attrezzatura di impianti fissi. Non sarebbe giusto espropriare cento ettari dove nulla è da migliorare al posto di 1500 deserti o quasi. Ed allora due erano i criteri sul terreno giuridico, colpire le proprietà di più alto valore e quelle di minor gettito MEDIO, indice di trascurata coltura. I supertecnici dovevano dunque suggerire al Segni una graduatoria degli ottanta Cresi da macello, formata da un punteggio ottenuto moltiplicando l’imponibile totale del grande possesso per la sua estensione in ettari o, il che è lo stesso, dividendo il quadrato dell’imponibile totale per l’imponibile medio. Algebra? Algebra riformista e concretista.
Ma il criterio di scelta dei pochi ricconi da fregare importa poco. La quistione è che fare della terra loro tolta, sia pure in parte — nel qual caso è facile prevedere che prenderanno un buon indennizzo e si leveranno dallo stomaco lo scarto che affligge ogni grande tenimento — e come attrezzarla per renderne possibile la gestione al “libero” contadino, nella nuova democrazia rurale cristiana. Qualcuno dovrà apportare il capitale di esercizio e un capitale ancora più forte di miglioria. Questo il punto. Il contadino assegnatario singolo o collettivo non potrà farlo di certo. Lo stato rinvierà alle solite leggi speciali come quelle sul miglioramento fondiario, di scarsi stanziamenti, a disposizione dei soliti volponi, e d’altra parte lo Stato non è in grado di sovvenire, nonché nuovi investimenti di impianti nella terra, nemmeno la riparazione di quelli danneggiati in guerra. Il capitale internazionale e dei famosi fondi e piani americani tanto meno, poiché il criterio di base è di seguire cicli brevi — il piano Marshall si chiude ufficialmente al 1952 — e totalmente remunerativi.
Il problema si riconduce a quistioni di economia generale e di politica mondiale. Il rimaneggiamento della proprietà titolare, anche se lo vedremo, nulla risolve. Le riforme agrarie si pongono come attuabili in periodi di prosperità e di offerta di capitali a tassi favorevoli e a lungo credito. Per un paese come l’Italia vi sono solo queste soluzioni. Primo. Autarchia economica, tentata dalla nostra borghesia dopo la guerra favorevole, che vincoli il capitale nazionale e lo obblighi parzialmente al miglioramento agrario.. Tale eventualità, condizionata da autonomia politica, forza militare e solido potere interno, è storicamente liquidata; il fascismo ne trasse certi risultati tra cui decisivo quello della bonifica pontina, tentata tante altre volte nella storia dei Cesari e papi. Secondo. Dipendenza da un potere mondiale che abbia interesse ad una forte produzione di derrate alimentari per il popolo italiano sul mercato interno, a fini commerciali o militari. Non è il caso per l’America, che specie in vista di crisi produttive conta molto sulla pianificazione della produzione di alimenti, spostata oramai dai cicli locali di consumo diretto ad un vasto movimento mondiale fecondo di profitti speculativi quanto quello dei prodotti industriali, e che in caso di guerra lancerà bombe atomiche diffondenti scatolette ai suoi mercenari. Non è nemmeno il caso per la Russia che non avrà l’Italia nella sua sfera e non ha interessi economici ad averci paesi a forte densità di bocche, e comunque non esporta capitali ma deve importarne e gioca militarmente e politicamente a sfruttare gli investimenti del capitale di occidente ai margini della guerra fredda. Non è nemmeno poi il caso se l’Italia sarà assoggettata ad una costellazione mondiale derivata dall’intesa dei due o tre grandi, che andranno a colonizzare traverso tutti i continenti e gli oceani piuttosto che sulle ossute costole di Ausonia.
La riforma agraria oggi in Italia si basa dunque sulla propalazione di demagogiche sciocchezze, non si solleva dal basso gioco della schermaglia politica tra i gruppi e gli interessi che, assicurandosi influenze sulle correnti popolari interne, sperano vendere bene i loro servigi a mandanti forestieri.
Il ministro Segni si vanta che fabbricherà col suo famoso “scorporo” — degno termine di bassa taumaturgia — dei grandissimi possessi un altro paio di centinaia di migliaia di piccoli proprietari, ossia di italici straccioni buoni per la parrocchia e la caserma e il dileggio di tutti i civili paesi capitalistici sulle due rive dell’Oceano. Egli fabbrica migliaia di ceri e di baionette nelle notti delle campagne italiche, come Napoleone in quelle di Parigi e Mussolini in quelle delle nostre città industriali poco demografiche hanno preteso di fare. Ma ammesso che riesca davvero a scorporare a polverizzare e a popolare i suoi appezzamenti, come conta di regolare il processo di trapasso e raggruppamento della proprietà? Che ne farà del sacro civile moderno canone del libero commercio della terra? Controllerà il concentramento, il “ricorporamento” di essa con limiti aritmetici da verificare ogni volta che un notaio rogherà una compravendita di terre o una eredità? Il solo pensiero di una simile bardatura dovrebbe bastare a far rizzare i capelli sulla testa al più fervido fautore del “dirigismo” economico.
Credete che i socialcomunisti, pure oggi per ben altre ragioni fieri nemici dei riformatori democristiani dopo la tresca di ieri, buttino sulla faccia ai Segni l’argomento che ogni ponzamento riformistico viene a confermare che il regime capitalistico non deve essere emendato ma annientato? Ohibò! Essi gridano loro che bisogna riformare di più, scorporare di più, polverizzare di più, fecondare maggiormente la generazione dei demorurali che, togliendo effettivi alle forze rosse della lotta di classe nelle campagne, gloria della storia proletaria italiana, creerà falangi di elettori per le liste di governo, eserciti di coscritti per lo stato maggiore di America nell’Impresa di Russia.
La storia insegna che con capolavori di questo genere hanno sempre, i rinnegati, servito il nuovo padrone.
Non meno edificante della materia della riforma fondiaria è quella dei contratti agrari. Gli antifascisti di tutte le sfumature si presentarono con tremende promesse di riformismo alla presa in consegna della sciancata Italia dalle mani del fascismo, non comprendendo che i soli tentativi possibili di riformismo nel mondo di oggi sono a base politica totalitaria. Né il nazifascismo né lo stalinismo sono rivoluzioni, sono però serii riformismi ed hanno dato esempi probanti. Il riformismo della nuova Italia fa soltanto sudare i rinoceronti. Avevano promesso lo studio di tre grandi settori: riforma dello stato, riforma industriale, riforma agraria. Maggioranza ed opposizione, in cui si è scisso il blocco comiliberazionista di allora, con impostazioni contraddittorie ed incrociantisi in tutti i sensi, e col nullismo dell’attuazione, danno prova ogni giorno della loro vuotaggine e non arrivano nemmeno nell’accapigliarsi a seguire nel campo parolaio la bussola delle posizioni sociali e politiche.
Credono verbigrazia di difendere a fine di acchiappo di voti la tesi del lavoratore e danno dentro in quella del padrone, pensano putacaso di spezzare lance per quella borghese e medioborghese e tirano sassi in piccionaia.
Il contratto di affitto agrario, per cui la tesi demagogica si batte sul semplicismo del blocco, ossia del divieto di mandare fuori l’affittuario da parte del proprietario, nasconde sotto lo stesso schema giuridico diversissimi rapporti economici e sociali. Plagiare la posizione della tesi del blocco dei fitti per le abitazioni — che, come si potrà mostrare a suo luogo, è un’altra castroneria — non significa aver dato un serio indirizzo in materia. Nel piccolo affitto si pone di fronte al proprietaria fondiario, che può dal canto suo essere un grande o un medio o un piccolo proprietario, il fittavolo, che impiega oltre a un capitale minimo e inapprezzabile di esercizio il suo lavoro materiale, ed è quindi prestatore di opera, malgrado il fatto di versare moneta anziché riceverne: nel grande affitto di fronte al proprietario sta invece un capitalista imprenditore, che in aziende sviluppate impiega braccianti salariati, in possessi ad agricoltura arretrata subaffitta a piccoli coloni. Piazzare le batterie a difesa di costui anziché contro di lui è un errore spaventoso, un suicidio dei partiti operai sia pure moderati, un rinnegamento delle storiche lotte di classe dei lavoratori agricoli italiani che nei fasci di Sicilia si gettavano contro il gabelloto, versuriero, mercante di campagna, autentico e sporco borghese, e prima ancora, in Polesine, nel 1884, sorsero contro agli imprenditori al famoso grido di battaglia: La boje! — La bolle e de boto la va de fora — e sempre, come del resto anche oggi malgrado la bassezza dei capi, contro i moschetti del democratico nazionale stato italiano.
Il capitalismo agrario italiano ha molto speculato, sia pure a danno del proprietario, borghese quanto lui, ma dalle unghie meno artigliate, sul protezionismo ai fitti agrari di una legislazione fatta senza capire un accidente. Esempio i celebri decreti Gullo che dimezzarono il canone dei cosiddetti contratti di affitto a grano. Cosa è questo contratto? Il canone di fitto al proprietario normalmente è pagato in denaro. Può essere però convenuto in derrate nel senso che il fittavolo consegna ogni anno una data — qualunque sia il prodotto lordo, e siamo perciò sempre nel caso dell’affitto e non della colonia parziaria — quantità di una o più derrate. Per tal modo il proprietario si mette al sicuro dalle oscillazioni del valore della moneta e dello svilimento reale del suo reddito che segue al generale aumento dei prezzi, come dopo le guerre. Ma a molti proprietari non fa comodo ricevere derrate dato che, trattandosi di grande affitto, si tratterebbe di una ingente massa di mercanzia non facile a trasporto, conservazione etc. Volendo egualmente porsi al sicuro dai mutamenti di valore della moneta si stabilisce che il canone sarà pagato in danaro, ma in una somma non fissa, bensì corrispondente al corso dell’annata di un prodotto convenzionale — grano, risone, canapa, — per lo più di quelli ufficialmente quotati con prezzi di stato, in una data quantità riferita alla estensione del fondo. Si sente dire che si è affittato a quattro quintali di grano per ettaro, ma non solo il fittavolo non consegnai grano, quanto può perfino non aver coltivato e raccolto un chicco di grano, esercendo a zootecnia o a semina di altre piante. Si poteva allo stesso fine pattuire il fitto in dollari o in libbre di oro, pure essendo sicuro che non si è trovato ancora l’albero che dà questi frutti. Ebbene; dimezzando questo canone nessun contadino lavoratore guadagnò nulla, poiché per la stessa sua natura il sistema non si applica quasi mai al piccolo affitto, e incassarono milioni imprenditori agricoli molto più ricchi dei loro proprietari e talvolta proprietari essi stessi di immobili urbani e agrari immensi. Questo semplice rapporto i Soloni di oggi è da credere che ancora non l’abbiano capito.
Nel caso della mezzadria si sono da un lato spezzate tutte le lance popolaresche a favore dei mezzadri, senza tener conto che anche tra questi ve ne sono che tengono personale salariato, con figure di datori di lavoro. Per difenderli si è voluta aumentare la quota di prodotto del mezzadro. Ma i contratti di colonia parziaria sono in Italia a tipi svariatissimi secondo le colture, con varie quote di riparto e diversi oneri di anticipazioni spese e tasse per i contraenti, sicché si è creato un peggiore guazzabuglio. Da sinistra ad un certo punto si tuonò che questa forma di contratto deve sparire perché di tipo feudale. Siamo sempre lì, al concetto che il partito proletario e socialista non sia fatto per volgere — a mezzo di carezze o di nerbate è altra quistione — il capitalismo in socialismo, ma per vigilare che il capitalismo non ridiventi feudalismo. Dunque non per svergognare ma per lodare il purificato idolo capitalistico… Comunque l’argomento, falso in principio, è falso anche in fatto. “Il contratto di mezzadria è di origine antichissima e proprio di tutti i paesi di cui imperò il diritto romano, onde è particolarmente estero da noi e altresì nella Francia e nei paesi iberici…” Si sviluppò molto dopo la liberazione dei servi della gleba e in Italia fin dal XIII secolo… Se poi la mezzadria conferisca o meno allo sviluppo tecnico agricolo e come influisca sui vari tipi di coltura è problema assai complicato; socialmente importa il punto che anche il mezzadro va visto non solo di fronte al proprietario terriero, ma in contrasto col lavoratore proletario; allora è un datore di lavoro, un borghese, un nemico; e trovi qualche altro per farsi fare le leggi a favore, che poi crede di fargliele a favore e senza volere lo frega… dopo averlo pigliato a vanvera vuoi per servo della gleba vuoi per compagno proletario.
Un altro grido all’avanzo feudale, un altro dagli all’untore, è venuto fuori quando i democristiani hanno proposto l’adeguamento dei canoni enfiteutici. Il rapporto di enfiteusi si ha quando il proprietario riceve un canone fisso perpetuo dall’esercente della terra, e non può mandarlo via né chiedere aumenti, anzi è l’enfiteuta che può riscattare pagando in moneta venti volte il canone quando lo creda. Il diritto si trasmette e si vende come quello di proprietà. Che accidenti ha a che fare col feudalesimo questo rapporto strettamente mercantile? È vero che alcune legislazioni borghesi nascenti vollero sopprimere questa forma insieme a tante altre feudali, ma “l’enfiteusi sorse nei tempi del basso impero dalla trasformazione graduale delle concessioni di terre pubbliche sotto forma di vectigal, cioè a perpetuità al colono coll’obbligo di coltivarle e pagare un canone, ecc. ecc…”.
Comunque questa del chiodo feudale può essere una svista storica da fobia infettiva, ma la svista più grossa è quella del riformatore che non vede che i benefizi vanno nella tasca opposta a quella che gli preme. I sinistri socialcomunisti votando contro l’aumento del canone in rapporto da uno a dieci erano convinti di fare azione a favore di una massa di contadini lavoratori che sono debitori del canone o livello verso grossi proprietari. Vi sono di questi casi, ma gli enfiteuti non sono che poche migliaia, e invero i canoni sono così bassi che in via di relativismo economico erano in effetti dei privilegiati in confronto a ogni altro tipo di amministrazione agraria, sicché il nuovo onere non è certo proibitivo. Ma nella più parte dei casi sono dei proprietari che posseggono altra terra a titolo di enfiteusi e la gestiscono in fitto o colonia come il restante. Il basso canone enfiteutico va a comuni, enti di assistenza, o comunità religiose, che hanno visto in molti casi annullata la loro rendita dalla inflazione. Se fosse stato possibile bloccare il logico decreto del governo, la gran massa dei canoni che da quest’anno saranno pagati in più sarebbe andata nella tasche proprio della classe dei proprietari terrieri, cui invece si vuole fare il dispetto, che si vuole mortificare e colpire come ceto retrivo e parassitario…
Questi tecnicismi, riformismi, legislativismi, che si sono tanto vantati della loro oculata lungimiranza di fronte alla nostra cieca fedeltà ai principi massimi, dimenticano un solo particolare, di avere i globi visivi dietro la nuca, per non localizzare più sgarbatamente.
Scocciano da trent’anni che si son dati a scrutare i problemi concreti, ma in tutti i casi fanno la figura di questo; non sanno ad esempio quanti grossi possessi estensivi meridionali sono sorti accumulando quote enfiteutiche comprate a basso prezzo dai poveri contadini, e quanto comodo faceva ai proprietari che il canone si pagasse ancora in lire del primo anteguerra — talvolta ancora annotato in frazioni di lira. Ogni modesto praticante di estimo agrario portava fin dai primi tempi in conto questo prevedibile adeguamento dei canoni. Tutti prodotti del civile regime della libertà della terra, tutti effetti che andranno così finché non salti il libero baraccone del capitalismo borghese.
Il gran ciarlatano di questo, dalle acque del Potomac, consacrò tutte le libertà. Una dimenticò di enunciarne, ma i suoi seguaci allievi ed alleati ben degni la praticano con larghezza, con entusiasmo, e quel che è peggio non poche volte con deliziosa buona fede: la libertà di fesseria.
La pianificazione capitalistica alla luce dell'esperienza inglese Pt.1
I.
Una delle più insigni storpiature dell’analisi e della critica marxista è l’identificazione, ormai d’uso corrente sia presso i teorici dell’economia classica sia presso i cosiddetti pensatori progressisti, fra pianificazione e socialismo. Al fine di ristabilire i termini reali del problema e dimostrare che la pianificazione è perfettamente compatibile con l’esistenza di un’economia capitalistica ed è anzi un tratto specifico della sua evoluzione in senso accentrato e totalitario, che i tratti distintivi del regime di produzione socialista nei confronti del regime di produzione attuale vanno cercati altrove, e che la possibilità di una pianificazione capitalista non toglie nulla e nulla cambia alla critica generale del sistema, noi partiremo – come già abbiamo fatto a proposito di un altro slogan di questo dopoguerra, le nazionalizzazioni (v. “Prometeo” n. 4) – non da considerazioni generali ma dallo studio della reale evoluzione dell’economia borghese negli ultimi anni e dei suoi faticosi tentativi di adattamento alle mutate condizioni generali del mercato. E poiché gli spacciatori di moneta falsa partono dalla contrapposizione fra economia “pianificata” ed economia capitalista per concluderne esultanti che nei paesi di “nuova democrazia” esiste il socialismo, concentreremo la nostra analisi sull’esperienza inglese, per concludere, rovesciando quella tesi, che v’è nella società borghese internazionale un orientamento omogeneo verso forme più o meno rigide, più o meno allentate di pianificazione, e che, nel quadro di questa evoluzione generale, sono bensì possibili discriminazioni di quantità e di grado ma non di qualità – che, in altre parole, la pianificazione come tale è, semmai, un argomento a favore dell’omogeneità fra i regimi economici che un artificioso “sipario di ferro” vorrebbe allineare su due opposte barriere di classe.
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È forse inutile ricordare come il tratto più spettacolare della crisi inglese fosse, nella fase di trapasso dalla guerra alla pace, lo squilibrio, unico nella storia del capitalismo britannico e gigantesco anche in rapporto ad altri paesi, della bilancia dei pagamenti. Questo squilibrio non era, d’altra parte, che l’aspetto esteriore e visibile della decadenza sul piano dei rapporti internazionali di potenza di un’economia legata per mille vincoli al mercato mondiale, della sua accresciuta dipendenza dall’estero, dell’avvenuta liquidazione di posizioni finanziarie internazionali, dell’incapacità di tenere il passo sul mercato con lo sviluppo quantitativo e qualitativo della produzione di organismi economici entrati più di recente nell’arena delle competizioni internazionali. Liquidata un’altissima percentuale degli investimenti all’estero, ridotto il provento dei noli e delle assicurazioni, si scopriva il tallone d’Achille dell’economia britannica, il cui sviluppo aveva portato ad una fortissima dipendenza dall’estero per il rifornimento delle materie prime e dei prodotti alimentari compensata non tanto da una corrispondente esportazione di beni quanto dagli utili di un’acquisita posizione di predominio finanziario. E poiché tutto l’impianto economico e sociale inglese si fondava sul mantenimento dell’attivo di una bilancia dei pagamenti così caratterizzata, era ovvio che “ricostruire” significasse per l’Inghilterra, per la sua stabilità economica e sociale prima, per la ripresa delle sue posizioni di forza poi, rimontare anzitutto il gravissimo sbilancio dei rapporti commerciali e finanziari col mondo.
Ciò comportava come condizione sine qua non una mobilitazione di tutte le risorse produttive del Paese, e questa mobilitazione, di fronte all’impoverimento crescente determinato dall’emorragia verso l’estero e di fronte a condizioni generali del mercato che non consentivano di attendere la guarigione dal gioco “normale” e “spontaneo” delle energie risanatrici, doveva avere il suo centro propulsore nello Stato ed inquadrarsi in un piano organico, in cui ogni aspetto della ripresa si legava all’altro, lo condizionava e ne era a sua volta condizionato. Poiché l’importazione non era compensata dall’esportazione, poiché lo scompenso non era colmato dalle partite invisibili della bilancia dei pagamenti, bisognava orientare tutta l’economia verso un aumento costante dello smercio ed una relativa compressione degli acquisti; aumentare la produzione era possibile solo attraverso una ripresa ed un’espansione degli sbocchi commerciali all’estero e perciò orientando tutti i fattori produttivi verso le industrie considerate più vitali al duplice scopo di permettere una rapida riattrezzatura economica del paese e un aumento delle esportazioni, distribuire la mano d’opera nei diversi settori produttivi secondo criteri di discriminazione fondati su quelle basilari esigenze, intensificare gli investimenti sia mobilitando il risparmio privato sia accrescendo il peso degli investimenti pubblici e quindi aumentando il tasso dell’imposizione fiscale, ottenere un aumento sensibile della produttività del lavoro, limitare i consumi per ridurre le importazioni di beni primari senza sacrificare il rifornimento di materie prime all’industria, convogliare una percentuale crescente del reddito nazionale verso il risparmio e verso la tassazione, bloccare salari e prezzi e reagire alle immancabili spinte inflazionistiche di un regime di piena occupazione per contenere i costi degli articoli da esportare, e via dicendo. Tutto questo significava coordinare tutti i fattori della ripresa: il problema di sanare lo squilibrio della bilancia dei pagamenti entro il più breve termine possibile si convertiva nel problema più generale di organizzare centralmente una struttura economica tradizionalmente frazionata, il cui equilibrio e, in passato, il cui sviluppo ascendente erano stati sempre affidati al gioco di fattori internazionali sommersi dalla grande crisi prima e dalla guerra poi, alla permanenza indefinita di un mercato mondiale a flusso continuo, centrato in gran parte sulla sterlina. La stessa dipendenza dall’intreccio dei rapporti economici internazionali ch’era stata la forza dell’Inghilterra nel periodo della sua splendida ascesa e la ragione della sua relativa stabilità nell’interguerra si convertiva ora in un elemento di debolezza. Crollato quel mondo, la ripresa britannica dipendeva, oltre che dall’aiuto americano (destinato alla lunga a tradursi in uno scompenso), dalla capacità di stimolare e soprattutto armonizzare i molteplici fattori della produzione – armonizzazione non sempre facile (giacché, per citare soltanto alcuni aspetti del problema, la riduzione delle importazioni trova il suo limite nelle esigenze di rifornimento dell’industria in materie prime, la politica degli investimenti trova un limite nella necessità di esportare macchinario e prodotti semifiniti e finiti in genere), e postulante perciò una sempre più controllata pianificazione.
La situazione era aggravata dal fatto che lo sbilancio, già fortissimo nel 1946 – quando il passivo toccava i 370 milioni di sterline, cui partecipavano per 202 milioni le partite visibili e per 168 milioni le partite invisibili della bilancia dei pagamenti – tendeva nel 1947 a peggiorare, nonostante la già iniziata mobilitazione economica del Paese, passando alla fine di quell’anno all’imponente cifra di 630 milioni. Il fatto è che, indipendentemente dalla temporanea crisi dell’industria mineraria e ad onta della ripresa delle esportazioni e della limitazione delle importazioni, continuavano a pesare sulla bilancia fattori di ordine internazionale: un forte aumento dei prezzi delle merci importate, un’ulteriore dilatazione delle spese governative (soprattutto per impegni militari imprescindibili) e una troppo lenta ripresa delle entrate invisibili, tutti fattori che la Gran Bretagna era ed è impotente a dominare (infatti, i prezzi delle importazioni hanno continuato a crescere nel 1948; le spese governative all’estero sono condizionate dagli sviluppi della situazione internazionale ecc.) e i cui effetti potevano essere controbilanciati soltanto da un’ancor più vigorosa e quasi ferrea politica di pianificazione. Inoltre, il deficit 1947 (630 milioni, come s’è detto, contro i 500 previsti per il biennio 1947-48!) era interamente dovuto allo sbilancio nei rapporti con l’area del dollaro (655 milioni, più del deficit complessivo della bilancia dei pagamenti!), dalla cui dipendenza nessun paese del mondo, e meno che mai una nazione impoverita e in pieno sforzo di ripresa come l’Inghilterra, è oggi per le ragioni anche recentemente illustrate sulla nostra rivista1 in grado di svincolarsi.
E tuttavia, lo sforzo produttivo pianificato si è concluso, alla fine del 1948 con un successo che neppure le più ottimistiche previsioni scontavano. Il deficit della bilancia commerciale scendeva nel 1948 a 218 milioni di sterline contro i 302 milioni del 1938 e i 441 del 1947; la bilancia invisibile, ch’era in passivo per 189 milioni nell’anno precedente, si chiude con un attivo di 98 milioni; la bilancia dei pagamenti (partite visibili più partite invisibili) presenta un deficit di 120 milioni contro i 630 del 1947, e nel secondo semestre dell’anno offre un attivo di 30 milioni. Questo miglioramento è avvenuto ad onta del permanere della tendenza ascendente dei prezzi all’importazione, e si deve imputare sia all’aumento sensibile delle esportazioni (il rapporto fra esportazioni ed importazioni è salito all’82% contro il 63 nel 1938), sia ad un aumento delle entrate invisibili (aumento dei noli, attivi delle compagnie petrolifere, diminuzione delle spese governative all’estero in seguito all’abbandono della Palestina e all’assunzione di una forte quota delle spese di occupazione in Germania da parte degli S.U.): e il piano quadriennale prevede per il 1952-53 un attivo di 100 milioni. Rimane l’insolvenza verso l’area del dollaro, che è stata di 340 milioni. Ma anche in questo vitalissimo settore il miglioramento è sensibile: le importazioni dall’area del dollaro, che nel 1947 costituivano il 46% del totale, scendono al 32%: contemporaneamente, le esportazioni verso la stessa area aumentano raggiungendo il 125% dell’anteguerra (139% previsto nella prima metà del 1949).
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Riservandoci di tornare più oltre sulla consistenza, le ragioni esterne ed i riflessi generali dei risultati raggiunti, e limitandoci per ora a constatare che la bilancia dei pagamenti – croce del governo e della classe dominante britannica – è ormai in pareggio, e tende a ridiventare attiva come aveva cessato di essere fin dal 1932, vediamo come questo radicale capovolgimento della situazione è stato raggiunto2.
La produzione industriale inglese ha superato il livello anteguerra: considerando uguale a 100 la produzione 1946, abbiamo nel 1948 l’indice 127 contro l’indice 104 nel 1938. Poiché il problema dell’esportazione (e quello parallelo della riduzione delle importazioni) faceva premio su tutti gli altri, la politica del pieno impiego dei fattori produttivi doveva comportare, ed ha infatti comportato, un orientamento della mano d’opera e degli investimenti verso i settori produttivi più interessanti agli effetti dell’aumento delle vendite all’estero (industria carbonifera, tessile, dell’acciaio, chimica) o agli effetti della riduzione degli acquisti esterni (industria chimica, agricoltura) a scapito delle industrie che lavorano per la ricostruzione degli impianti produttivi e, soprattutto, per il consumo interno. Poiché d’altra parte la popolazione industriale è cresciuta di una percentuale relativamente modesta (19,3 milioni alla fine del 1948 contro 17,9 alla metà del 1939), né è stato possibile “liberare” notevoli percentuali di lavoratori ancora sotto le armi o impiegati in servizi pubblici, l’aumento della produzione poteva essere realizzato soltanto mediante un aumento sensibile della produttività del lavoro, che risulta cresciuta del 2 _ per anno-uomo nel complesso dell’economia e di circa il 5% nella sola industria. A sua volta, questo risultato implicava non soltanto maggiori investimenti ai fini della modernizzazione degli impianti e dell’organizzazione e razionalizzazione della produzione, ma una tensione massima delle forze lavorative, e perciò una politica sindacale di piena collaborazione fra Trade Unions e governo che nel 1948 si è tradotta nella quasi completa rinuncia alla riduzione dell’orario settimanale (solo 600.000 operai hanno fruito di riduzioni settimanali contro 5 milioni nel 1947), nella riduzione degli scioperi (2 milioni di giorni di lavoro perduti contro 2,5), nell’introduzione di sistemi di “collaborazione aziendale” di schietta marca corporativa e nello sviluppo di una campagna di emulazione nel lavoro, di lotta contro lo spreco di tempo e di energia, di stimolo al rendimento massimo per unità lavorativa, che ricorda molto da presso i metodi, cari alle “democrazie popolari”, dello stakhanovismo. Ne risulta anche che il quadro della pianificazione si sfaccetta nel seguente trittico: aumento del peso economico generale dell’esportazione (questa raggiungeva nel 1945 il 46% del livello anteguerra, tocca in media nel 1948 il 135%, sale nel marzo 1949 al 162%); sviluppo intensivo dell’industria pesante (la produzione di acciaio finito sale da 12,7 milioni di tonn, nel 1946-’47 a 14,8 milioni nel 1948 ed è prevista per il 1949 in 15,5 milioni); aumento della produttività media connesso ad un regime di “volontaria” limitazione dei conflitti di lavoro e delle rivendicazioni sindacali degli operai e in omaggio alla quale e per un perfezionamento tecnico ed organizzativo della attrezzatura esistente – tanto più necessario in quanto gli investimenti di capitale hanno dovuto, come vedremo, essere contenuti – il governo laburista ha attribuito nuove responsabilità ai comitati aziendali paritetici (Joint Committees), caldeggiati anche dalle Trade Unions, attraverso i quali si è ottenuta e si ottiene una collaborazione della maestranza alla soluzione dei problemi organizzativi, tecnici, finanziari dell’azienda – la famigerata funzione di tutti i “consigli di gestione” o di “azienda” cari al riformismo di tutti i tempi e di tutti i paesi, – completata dalla creazione di un Comitato misto anglo-americano per lo studio delle più scottanti questioni tecniche poste dalle condizioni tecnicamente e organizzativamente arretrate dell’industria britannica, per cui l’operaio inglese collabora, oltre che col proprio capitalismo, anche col padrone gerarchicamente superiore, il capitalismo americano. È superfluo aggiungere, poiché ne abbiamo già lungamente parlato su queste stesse colonne, che la nazionalizzazione, destinata fra poco a raggiungere anche l’industria dell’acciaio, oltre ad accollare alla “collettività nazionale” il peso di organismi economici passivi o suscettibili di divenirlo, permetterà via via di portare a termine il necessario processo di aggiornamento tecnico ed organizzativo dell’apparato industriale.
La realizzazione di questi obiettivi, che ha riportato l’Inghilterra ad un livello produttivo pari agli anni migliori dell’anteguerra e ne ha rifatto un grande paese esportatore, mentre riaggiustamenti di altro genere e un’abile politica imperiale hanno permesso di riprendere buona parte del terreno perduto nel campo degli investimenti all’estero e delle operazioni finanziarie internazionali, presupponeva un’adeguata manovra del reddito nazionale, degli investimenti, della tassazione, dei consumi, del meccanismo dei prezzi e dei salari.
L’esportazione doveva aumentare proporzionalmente più di quanto potesse nelle condizioni generali di fatto la produzione, e poiché l’importazione doveva essere ridotta allo stretto necessario per la fornitura di materie prime all’industria esportatrice, e la massa di beni disponibili all’interno era perciò destinata a contrarsi, bisognava limitare i consumi. Poiché la riattrezzatura e l’espansione dell’industria imponevano una politica d’investimenti crescenti e lo Stato doveva accollarsi oltre alle maggiori spese per la difesa e per il servizio del debito pubblico l’onere di sempre più pesanti “servizi sociali” (assicurazioni, sussidi, servizio medico gratuito ecc.) come contropartita alla pillola amara di un’economia fondata sull'”austerità” e sulla tensione massima della forza-lavoro, senza contare il costo delle nazionalizzazioni e di analoghe iniziative cosiddette sociali, la parte del reddito nazionale riservata ai consumi personali doveva essere ridotta a vantaggio dell’accumulazione. Poiché infine la politica del pieno impiego, l’aumento ad essa corrispondente del reddito nazionale, la dilatazione delle spese pubbliche avrebbero determinato una nuova e potente spinta inflazionistica (aumento della domanda di fronte a una riduzione dell’offerta) con conseguente aumento dei prezzi e perciò minori capacità di concorrenza sul mercato internazionale ed instabilità degli elementi di calcolo posti a base della pianificazione economica, riduzione del consumo, aumento delle tasse, spinta agli investimenti pubblici e privati, blocco dei salari e dei profitti, controllo dei prezzi erano le necessarie conseguenze dell’impostazione di politica economica che la situazione di fatto aveva imposto alla classe dominante, e questo insieme di fattori condizionava pur esso una politica sociale di collaborazione fra le classi, e di completo aggiogamento delle Trade Unions allo Stato.
Il reddito nazionale calcolato in prezzi correnti passa dai 4,6 miliardi dì sterline nel 1938 e dagli 8,7 miliardi del 1947 ai 9,67 miliardi nel 1948 (aumento dell’11% sul 1947); la produzione nazionale lorda sale negli stessi anni da 5 a 9,4 a 10,5 mrd. Si noti che, mentre la produzione nazionale è aumentata, rispetto al 1947, dell’11% (che si riduce, tenuto conto delle variazioni dei prezzi, al 3-4), le somme disponibili per l’impiego interno sono, in seguito alla contrazione delle importazioni di beni e capitali, aumentate soltanto del 5. La politica dell'”austerità”, eufemismo di un’ipocrisia tutta protestante per indicare il prolungamento oltre i limiti della guerra della politica di compressione dei consumi mediante il tesseramento da una parte e la tassazione dall’altra combinati col blocco delle mercedi, ha avuto per naturale conseguenza uno spostamento del peso relativo delle diverse forme di impiego del reddito nazionale lordo. Infatti, la percentuale dei consumi personali sul totale scende dal 73% nel 1938 al 62% nel 1948; quella delle spese pubbliche sale dal 14% al 18%; quella delle somme destinate alla formazione di capitale all’interno del Paese passa dal 15 al 22%: in altri termini, una parte sempre maggiore del reddito nazionale viene divorata dallo Stato e dagli investimenti. Questa situazione tende a peggiorare, non sembri un paradosso, man mano che le condizioni generali dell’economia britannica “migliorano”; nel 1948, anno trionfale della ripresa britannica, la percentuale delle spese personali scende, rispetto all’anno precedente, dal 65 al 62%, gli investimenti crescono dal 21 al 22%.
D’altra parte, l’appello del governo per una “volontaria” rinuncia alle richieste di aumento dei salari e dei dividendi distribuiti dalle società anonime ha consentito di frenare l’aumento dei redditi di lavoro e di capitale: l’indice dei salari (calcolato su base 1924 = 100), che nel 1947 era passato da 178.75 a 189.75, sale nel 1948 dal 191.25 a 198.75: l’indice dei prezzi al minuto (1947 = 100) sale da 104 a 109. L’appoggio pieno delle Trade Unions alla politica governativa di rinuncia alla prosperità presente in vista di una promessa prosperità futura permette anche in questo settore la realizzazione di una “pace sociale” correlativa alla diminuzione dei conflitti fra capitale e lavoro e direttamente collegata all’orientamento disinflazionista del governo. Cosi, mentre si richiede agli operai un crescente sforzo produttivo, si impone il blocco dei salari e lo si “controbilancia” con una politica di stabilizzazione dei prezzi basata sulla concessione di sussidi ai produttori di generi di primario consumo che contribuisce per gran parte al vertiginoso aumento della tassazione e fa pagare al contribuente quello ch’esso si illude di non pagare come consumatore – di più, anzi, giacché la politica delle sovvenzioni deve garantire prezzi “remunerativi” per merci che si potrebbero importare a prezzi notevolmente più bassi. Per far fronte alle spese richieste dalla difesa nazionale (compresi gli impegni militari di natura internazionale ed imperiale), dalla politica dei sussidi, dallo sviluppo di quei “servizi sociali” che sono il condimento necessario di una pianificazione economica come quella descritta e, in genere, dello intervento e del controllo statale sulla economia ai fini della stabilità generale del regime, e dai servizi di un debito pubblico gonfiatosi a dismisura, e, nel contempo, per realizzare il pareggio del bilancio statale e se possibile un sia pur modesto e temporaneo attivo (che nel 1948 è stato infatti per la prima volta dopo il 1948 di 352 milioni di sterline), era inevitabile, inoltre, che l’onere fiscale salisse a cifre che non hanno riscontro in nessun paese del mondo: la percentuale di reddito nazionale assorbito dalle tasse ed imposte, e ch’era nel 1938-’39 del 25% (nel 1913-’14 dell’11), sale nel 1947-48 al 42%. Inoltre, nel dopoguerra si è verificata una tendenza alla diminuzione percentuale delle imposte dirette e ad un corrispondente aumento delle indirette: dal 1945-’46 al 1947-’48, la percentuale delle prime sul complesso delle entrate fiscali scende dal 63 al 53,1%, la percentuale delle seconde sale dal 37 al 46,9%3. Tutto ciò spiega anche come le somme disponibili per il risparmio privato siano, in rapporto al reddito personale, diminuite: dedotte le imposte sul reddito, solo il 2.7% del reddito personale resta disponibile per il risparmio contro il 4,9% nel 1938 e il 10,9% nel 1946: le spese personali sulle quali gravano poi le imposte indirette assorbono il 97,3 del reddito personale medio. Ancora, il finanziamento della formazione di capitale interno, che nell’anteguerra avveniva per il 28,7% mediante ricorso al risparmio personale lordo, per il 46,7% attraverso le somme accantonate dalle imprese in vista del deprezzamento degli impianti, per il 22,1% dal passaggio di utili a riserva, assume nel 1948 un volto del tutto diverso: il risparmio personale contribuisce alla formazione del capitale solo per il 9,4%, diminuisce pure sensibilmente la seconda voce, mentre la percentuale delle somme accantonate per intervento delle autorità pubbliche sale al 32%. È insomma lo Stato che interviene a colmare le lacune nella formazione del capitale derivanti dall’inaridimento del risparmio personale. È infine interessante avvertire, a dimostrazione del crescente grado di autosufficienza dell’economia inglese, che, su un totale di 2,3 miliardi destinati nel 1948 alla formazione di capitale (2 nel 1947) i doni e prestiti dall’estero e la liquidazione di titoli esteri contano solo per 120 milioni contro i 630 del 1947.
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Il 1948 si è dunque concluso con risultati superiori a quelli previsti dal piano: aumento superiore al previsto delle esportazioni, sviluppo superiore al previsto della produzione nazionale, miglioramento superiore al previsto della bilancia dei pagamenti, risanamento del bilancio statale, arginamento della spirale inflazionistica. La situazione appare sotto questo aspetto migliore che nell’anteguerra, anche se, per quanto riguarda il bilancio dello Stato, è prevista una diminuzione delle entrate sia per la cessazione di alcune fonti straordinarie sia per la diminuzione dei prezzi, l’aumento delle entrate invisibili della bilancia dei pagamenti si ripeterà solo in parte essendo dovuto a fattori temporanei, e forti dubbi permangono sia sulla possibilità di contrarre le spese pubbliche che sul prolungamento nel tempo della politica di blocco dei salari e di “pace sociale”. D’altra parte, per il 1949 il piano prevede un ulteriore aumento della produzione delle industrie-chiave, uno sviluppo degli investimenti nelle medesime mentre (in tema di “risanamenti” e di “guarigioni”!) rimarrà al livello 1948 l’investimento statale nei “servizi pubblici” e si ridurranno le spese per la costruzione di case, il raggiungimento dell’indice 162 per l’esportazione con un sensibile aumento soprattutto nell’area del dollaro, l’aumento delle importazioni dall’area della sterlina e dai paesi dell’OECE contro una diminuzione delle provenienze dall’America, la riduzione del deficit complessivo della bilancia dei pagamenti a 15 milioni di sterline, un lieve aumento del reddito nazionale ferma restando la sua ripartizione fra consumi personali, spese pubbliche e formazione lorda di capitale, e il mantenimento della politica di compressione dei prezzi, dei salari, dei profitti, e perciò dei consumi. La relazione del Cancelliere dello Scacchiere (marzo di quest’anno) è più che chiara: chiuso il periodo di espansione che ha caratterizzato il 1948, gli sviluppi ulteriori della produzione dipendono, più che da un aumento della forza-lavoro e dalla “raccolta dei frutti della precedente riconversione”, dal progresso tecnico, dalla riattrezzatura degli impianti, dal miglioramento dell’organizzazione delle aziende, da un “lavoro più continuo, tenace e produttivo”: essendo interesse comune mantenere una politica di forti investimenti, s’invoca l’autodisciplina “della comunità nazionale nel limitare i consumi attuali per lasciar libere le risorse necessarie a condurre a termine un programma indispensabile per assicurare il benessere la stabilità e l’indipendenza futura della nazione”; bisognerà comprimere i costi e migliorare la qualità della produzione, e per far ciò aumentare la produttività del lavoro, l’organizzazione aziendale, l’abilità e flessibilità della mano d’opera, la tecnica del lavoro, la collaborazione fra datori di lavoro e prestatori d’opera; bisognerà rafforzare le basi della raggiunta stabilità economica evitando l’inflazione senza ridurre le esportazioni e senza limitare gli investimenti, cioè comprimendo i consumi e aumentando l’accumulazione. Non c’è respiro, per i lavoratori, nel quadro della pianificazione della ripresa britannica. Dica pure il governo laburista che questa pianificazione si fonda, contrariamente a quanto avviene nei paesi di “nuova democrazia”, non sulla costrizione ma sulla volontaria adesione dei produttori, sull’appello a fattori morali: l’ipocrisia borghese non ha limiti quando si tratta di far passare per atto di libera scelta il contributo personale ad un sistema di produzione a binari obbligati.
L’Inghilterra capitalistica non soltanto ha pianificato, ma la sua pianificazione “riesce”: sia detto, questo, a marcio disdoro degli “economisti” che si beano delle norme di produzione raggiunte e superate dalle economie pianificate della felice terra delle democrazie popolari. Aggiungiamo subito, perché siano confusi non meno di quelli gli “economisti” della controparte, che la pianificazione britannica somiglia come una goccia d’acqua alle pianificazioni cecoslovacca, polacca, jugoslava e bulgara (per tacere del modello russo) e tutte insieme alla pianificazione nazional-socialista: sviluppo intensivo dell’industria pesante, dilatazione dell’esportazione, vincolo delle importazioni, compressione dei consumi, blocco dei salari e dei prezzi, esasperazione della produttività del lavoro, politica sindacale di rincalzo alle esigenze della produzione e di sabotaggio di ogni sia pur minima rivendicazione operaia, onere fiscale soffocante, controllo del mercato del lavoro, delle importazioni e dei consumi, supervisione o addirittura gestione statale delle esportazioni. E, come per accrescere le affinità, una trasformazione quasi diremmo fisica del personale dirigente, dove la figura del capitano d’industria trapassa in quella del dirigente di grandi organismi statali o controllati direttamente dallo Stato, industriali o commerciali, dell’amministratore, del tecnico, del “politico”, dell’appaltatore, del concessionario, dell’organizzatore insieme sindacale e industriale ingranato nel meccanismo generale della pianificazione e comproprietario del capitale nazionale; dove i rappresentanti fisici della vecchia borghesia sono soggetti ad una graduale spoliazione attraverso la scala progressiva delle imposte sul reddito e sulla successione, per lasciare il posto al nuovo personale dirigente del capitalismo di Stato, operante per conto di strati capitalistici sempre più ristretti e sempre più potenti.
Quanto alle nazionalizzazioni, vale la pena di ricordare che la percentuale dei settori nazionalizzati non è in Inghilterra inferiore a quella raggiunta dai paesi di democrazia popolare (dove è stata d’altronde realizzata contro indennità come in regime laburista), e in questi come in quella coesiste col mantenimento dell’antica rete largamente privata della distribuzione?
Se la pianificazione fosse il tratto distintivo di un’economia socialista, e se socialismo fosse tutto quello che siamo andati dicendo più sopra (e sarebbe, per gli operai, una ben grama rivendicazione massima), perché mai non si dovrebbe dichiarare socialista l’Inghilterra? La verità è che socialismo significa fra l’altro pianificazione, ma non è vero l’inverso, che pianificazione significhi necessariamente socialismo. I criteri che distinguono la pianificazione socialista dalla pianificazione non socialista sono quelli stessi e non altri che distinguono un’economia socialista in generale dall’economia capitalista in generale, quali che siano le trasformazioni imposte a quest’ultima dalle esigenze imperiose della sua conservazione. Quando in un’economia pianificata, “riesca” pur essa al cento o al duecento per cento come accade in Inghilterra e nei paesi di democrazia popolare, sussiste il mercato, quando la permanenza del mercato si riflette nella sopravvivenza del danaro, quando esiste il meccanismo della generazione e distribuzione del plusvalore ed operano le leggi ferree dell’accumulazione, quando l’economia aziendale è regolata dal meccanismo delle entrate e delle uscite e dalla norma suprema del pareggio del bilancio e, meglio ancora, della sua chiusura in attivo4, ivi è il capitalismo, quali che possano essere i rapporti giuridici di proprietà dei mezzi di produzione e i sistemi di conduzione dell’organismo produttivo. Fuori da questa fondamentale distinzione non c’è che la polemica fra economisti borghesi aggrappati al mito del liberalismo ed economisti borghesi legati alla realtà dello statalismo.
Questa polemica ha trovato la sua soluzione non nel regno sovraterreno delle idee ma nei fatti. E i fatti – cui appartengono, per limitarci a due dei più tipici paesi capitalistici, la pianificazione inglese di oggi e il New Deal americano di ieri – dimostrano che, nell’attuale fase della sua sopravvivenza, il capitalismo non può affrontare i problemi della sua crisi se non sulla base della pianificazione statale. Se, dal punto di vista della conservazione del regime, la questione è di garantire il pieno impiego dei fattori produttivi, di rallentare o differire le crisi, di riattivare il ritmo della produzione in una situazione internazionale come quella in cui ogni economia nazionale oggi si muove, solo lo Stato è in grado di manovrare dirigere proporzionare i fattori della produzione – la forza lavoro come il capitale – in armonia con le esigenze imperiose del sistema ed anche a costo di calpestare e mortificare determinati interessi costituiti. Di più: là dove l’impresa privata crolla e fallisce, lo Stato resiste – è questo uno dei segreti di Pulcinella della pianificazione – accollando alla collettività i passivi che per il capitalista singolo entravano nel gioco circoscritto dei rischi della propria azienda. Insomma, la pianificazione non è se non un momento dell’evoluzione dialettica del capitalismo dal regime dell’impresa individuale al monopolio e da questo alla gestione statale della economia: una delle forme specifiche della sua sopravvivenza. Essa è più o meno rigida a seconda dell’intensità della crisi interna del regime: ma è ormai sempre presente, sotto Roosevelt o sotto Truman, sotto Churchill o sotto Attlee.
La pianificazione non può compiersi – altra esperienza inglese – senza una lotta conseguente contro resistenze che nascono dal seno stesso della classe dominante, contro interessi sezionali che rifiutano di subordinarsi agli interessi generali della conservazione di classe, contro gli ostacoli di un tradizionalismo dalla vista corta. Ci stupiremo dunque che di fronte ad una politica come quella laburista – figlia d’altronde per tanti riguardi della politica conservatrice – che tosa attraverso la progressività delle imposte e le tasse di successione l’antico “milione dorato” e, nazionalizzando, lo manda in pensione con il dovuto trattamento di quiescenza, sottopone l’intera collettività a un regime di restrizioni, favorisce o deprime questo o quel settore dell’attività produttiva, rinsangua la vecchia classe dirigente con gli “uomini nuovi” chiesti dalla situazione, si sostituisce ai privati negli investimenti, nella scelta dei mercati, delle materie prime da importare e dei prodotti finiti da esportare, nell’organizzazione delle ricerche tecniche e nello studio del mercato, stabilisce non solo che cosa si deve mangiare ma che cosa si deve produrre acquistare e vendere, ci stupiremo, diciamo, che particolari interessi e settori s’inalberino gridando al socialismo – in commovente accordo con gli apologeti della pianificazione, coi Pesenti e coi Sereni di tutto il mondo – e la polemica si rivesta delle forme apparenti di un contrasto fra opposti regimi di classe? E ci stupiremo per contro che le geremiadi dei nostalgici non del passato in generale ma delle proprie particolari posizioni passate di potenza si perdano di fronte ai risultati concreti di una politica di generale conservazione perseguita dallo Stato, e gli stessi oppositori si dispongano, se mai la ruota della storia li richiamasse al potere, a battere la medesima strada?
Ma se tutto questo ci autorizza non soltanto a negare che pianificazione significhi socialismo, ma ad affermare che, realizzata in piena sopravvivenza del regime di produzione attuale, è l’esaltazione del più spietato sfruttamento e della più feroce oppressione di classe anche quando (o forse soprattutto quando) getta agli operai l’offa del riassorbimento della disoccupazione e dell'”assicurazione contro le crisi”, v’è un’altra e non meno probante ragione per negare ch’essa voglia dire socialismo e guarisca i mali interni del sistema di produzione borghese: ed è ch’essa significa l’organizzazione di una economia nazionale chiusa fra e contro altre economie nazionali.
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Siamo così giunti a un altro punctum dolens della pianificazione capitalistica. Un’economia capitalista pianificata riduce i contrasti e le frane interne determinate dall’anarchia della produzione per aziende, alla sola condizione di trasformarsi essa stessa; tendenzialmente, in una sola grande azienda, razionalmente organizzata nella complessità dei suoi reparti e nell’organico coordinamento dei suoi processi produttivi, chiusa e contrapposta ad altre unità aziendali nazionali. Se la classe dominante inglese si è preoccupata di colmare il deficit della bilancia dei pagamenti non è certo per risolvere quello che non è mai stato un problema economico – pareggiare meccanicamente importazioni ed esportazioni, – bensì per rimettersi in condizione di produrre, cioè di salvare la propria esistenza di classe; ora, in regime capitalista, si produce non per il gusto di produrre ma per realizzare come merci i beni prodotti. Gli organizzatori di un’economia pianificata ragionano negli stessi termini del dirigente di un’impresa: tanto entra, e tanto e più deve uscire, paese per paese, anno per anno, e magari semestre per semestre, crepi pure per questo il concorrente. Prendete qualsiasi economia pianificata di questo dopoguerra, la britannica come la cecoslovacca o la jugoslava: la musica è sempre una: moltiplicare le esportazioni, contenere proporzionalmente le importazioni. Il mondo capitalista internazionale, quello che vantava fra i suoi postulati la divisione internazionale del lavoro, è oggi una fungaia di esportatori: tutti vogliono vendere, tutti vogliono ridurre gli acquisti. Alla testa di questa corsa alla vendita stanno, ovviamente, le economie pianificate, perché sono quelle che più hanno sentito il morso della crisi.
È perciò per una logica di ferro che la Gran Bretagna, terra di elezione del libero scambio, è oggi la terra del più geloso nazionalismo economico; che l’alfiere degli scambi multilaterali è divenuto l’arcigno mercante degli scambi compensati; l’avanguardia militante della lotta contro le autarchie degli “stati totalitari” il più esoso campione degli esperimenti autarchici. Essa che, in omaggio alla conclamata divisione internazionale del lavoro, aveva cessato di essere un paese agricolo per trasformarsi in un unico grande arsenale industriale, sta ricreando a suon di sussidi ai produttori e di prezzi garantiti una agricoltura nazionale. Esporta in Europa, ma si circonda di fili spinati contro l’importazione dall’Europa; finanzia la ricostruzione tedesca ma protesta contro la ripresa delle esportazioni dalla Germania; decretando l’inconvertibilità della sterlina costringe i molti paesi che vantano nei suoi confronti un saldo creditore o che comunque non possono fare a meno di vendere sul mercato britannico a comprare il più possibile nella sua area, a comprare comunque; elevando il tasso di cambio della propria valuta con altre valute come l’italiana, mette il partner nella condizione di subire, per non perdere tutto, l’ukase della City; è insomma, nel quadro della tanto vantata ricostruzione europea, un costante elemento di attrito.
La verità è che l’Inghilterra pianifica non soltanto per riprendere una posizione dominante in Europa, ma per riconquistare almeno in parte la sua tradizione di centro propulsore di un complesso economico articolato che è il Commonwealth e, di là da questo, di passaggio obbligato delle transazioni commerciali e finanziarie di mezzo mondo. Non per nulla – altra ironia del “socialismo dei pianificatori” – il piano prevede per il 1952 un attivo della bilancia dei pagamenti essenzialmente fondato sulle partite invisibili, su una fortissima ripresa dei proventi dei noli, delle assicurazioni, degli investimenti all’estero, delle società petrolifere in primo luogo, cioè sulla ripresa di posizioni finanziarie mondiali. Non per nulla la pianificazione britannica si estende ad un programma di sviluppo intensivo della produzione nelle colonie: e ci vogliono proprio gli adoratori degli eterni principii, in buona o cattiva fede, per non capire che l’abbandono del controllo poliziesco dell’India o della Birmania, paesi che hanno ormai dato quanto potevano dare in regime di occupazione militare e che continueranno ad essere spremuti sotto l’impero di un prepotere economico-finanziario, non significa una rinuncia al colonialismo ma la decisione di concentrare tutte le energie e tutte le risorse, limitate in confronto all’enormità dei compiti, su nuove terre da sfruttare. L’economia chiusa britannica si muove al centro di un’altra economia chiusa che è il Commonwealth; una duplice muraglia cinese la difende dall’esterno, per permetterle di aggredire l’esterno.
Cosi la pianificazione realizzata su scala nazionale riproduce e ingigantisce su scala internazionale i più violenti e drammatici squilibrii dell’economia per aziende, chiuse in sé e contrapposte in una corsa affannosa per chiudere ognuna in attivo, a scapito delle altre e comunque, il proprio bilancio. Diretta a realizzare entro i suoi confini l’equilibrio di tutti i settori produttivi, essa è un supplementare e ancor più inquietante fattore di squilibrio su scala internazionale: ed è l’arma più affilata dell’imperialismo. Ma poiché le economie, come le imprese singole, non si chiudono in sé se non per uscire da sé, le forze che scatenano nel loro sforzo di espandersi si ritorcono contro se stesse. L’Inghilterra che ha contribuito in modo così deciso a questa vertiginosa corsa internazionale all’esportazione risente già oggi di una situazione in cui, per usare un termine ormai di moda, il “seller’s market”, il mercato cioè dominato dalla sete di merci, di qualunque merce comprata a qualunque prezzo, viene soppiantato dal “buyer’s market”, il mercato in cui il venditore va a caccia di un compratore qualsivoglia, restio a comprare perché sovraccarico a sua volta di merci di cui disfarsi. Non si vende se non si compera; e di fronte all’Inghilterra c’è uno schieramento di Paesi stanchi di dover comprare da lei, a tutti i costi, senza poter vendere e spesso senza poter realizzare i saldi creditori frutto di vendite passate. L’Inghilterra orgogliosa dei suoi costi rigidi, delle sue bardature fisse, si trova davanti un mercato internazionale in cui i prezzi tendono a calare mentre i suoi, nella migliore delle ipotesi, non si muovono – e guai se cedessero, perché tutto l’impianto della politica dei sussidi, delle sovvenzioni, dei prezzi remunerativi, della piena occupazione ecc. crollerebbe con loro. L’Inghilterra che ha difeso l’alto livello del cambio della sterlina come il fortilizio della sua potenza imperiale e il mezzo di manovra per imporre agli altri Paesi la sua legge, si trova oggi premuta da forze internazionali che, in nome di una ripresa degli scambi multilaterali e di un ristabilimento del meccanismo dei costi comparati, chiede la svalutazione della sterlina e perciò il tramonto della sua politica disinflazionista da una parte, della pratica del commercio bilaterale dall’altra. Insomma, l’Inghilterra che ha invocato la “solidarietà internazionale” al modo che gli industriali privati invocano la “solidarietà nazionale”, cioè chiedendo che lo Stato – in questo caso l’America e, se occorre, i paesi “fratelli” dell’ERP – venga loro in aiuto ma non pretenda la contropartita di oneri da sopportare, sente oggi il morso di una concorrenza altrettanto spregiudicata e di una volontà altrettanto rabbiosa di difendersi ed offendere; trema di fronte ad entrambi i corni del dilemma – la ricostruzione di un sistema di scambi multilaterali, o la chiusura delle unità economiche nazionali in se stesse5.
La prima minaccia viene dall’America, direttamente interessata, per il superamento delle proprie difficoltà economiche e per la conservazione del suo predominio finanziario mondiale, alla cosiddetta libertà di circolazione dei beni, dei servizi e delle persone: la seconda viene dalle nazioni protese in un analogo sforzo di pianificazione interna. Già oggi, l’impalcatura della pianificazione inglese è percorsa da cigolii paurosi. Poiché la crisi del capitalismo non è – allo stesso modo dell’economia capitalistica – localizzabile in settori e curabile in parti. L’anestesia locale della pianificazione può attutirne i sintomi esteriori e temporanei, le manifestazioni spaziali e temporali; non guarirla, né impedire alla malattia organica del sistema di affermare su tutte le sue parti la propria natura unitaria.
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Nella prima parte di questo studio, abbiamo cercato di mettere in evidenza come il regine di produzione capitalista possa e, in situazioni particolarmente critiche, debba pianificarsi, e come ciò non soltanto non elimini ma accentui le ragioni interne e permanenti dell’antagonismo fra capitale e lavoro, intrinseco al sistema di produzione mercantile. Abbiamo anche sottolineato come le forze di punta della teorizzazione del piano come ricetta per guarire le malattie della società capitalista denunciate dal marxismo, siano, sempre, le forze germogliate dall’opportunismo proletario e finite alla avanguardia della conservazione borghese: i De Man come i Cripps, gli Stalin come i Tito o i Gottwald.
Ma era suggestivo completare questo primo quadro generale con la dimostrazione che la pianificazione non elimina ma sposta su un piano più vasto anche quell'”anarchia della produzione” ch’era, o sembrava essere nel ristretto orizzonte di un Paese singolo, l’unico male cui potesse vantarsi di contrapporre un rimedio. La pianificazione va di pari passo con l’esacerbazione del nazionalismo economico e della spinta imperialistica: è il correlato di quella sublimazione del capitalismo monopolizzatore e assetato di potenza che si chiama, a seconda dei gusti, nazionalsocialismo, socialismo nazionale, “socialismo in un solo paese” – non organica coordinazione ma frantumamento dell’apparato produttivo mondiale, non concentrazione ma dispersione delle risorse economiche, non moltiplicazione ma spreco dei beni, non soddisfazione ma mortificazione dei bisogni, cioè tutto l’opposto del socialismo6.
A riconferma, se mai ve ne fosse stato bisogno, che un’economia socialista non può essere, in tutta la varietà delle sue manifestazioni, se non un’economia mondiale unitaria.
Vedremo nella seconda parte di questo articolo i riflessi che l’evolversi della situazione internazionale ha avuto e potrà avere sulla pianificazione nazionale inglese.
Note
Premarxismo filosofico di Gramsci
Può sembrare inopportuno e tutt’altro che agevole parlare del pensiero filosofico e politico di Gramsci in un momento in cui i chierici del neoumanesimo hanno posto il suo nome, dopo la recente e dolorosa vicenda della sua vita, sull’altare dell’esaltazione più irriverente e della credenza più irrazionale ed acritica: soprattutto in una situazione in cui questo suo pensiero ha trovato e trova tuttora la giustificazione storica della sua affermazione.
Tuttavia ci imponiamo questa messa a punto critica del gramscismo come un dovere che va inteso e compiuto al disopra d’ogni sentimento o risentimento anche se umano e giustificato.
Si é ubbidito a una specie di sacro furore che a volte ha rasentato la mania nel riunire e affastellare gli scritti di Gramsci che man mano vengono alla luce. Uno di questi, e precisamente “Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce”, è apparso particolarmente interessante perché ci consente di trarre alcune considerazioni conclusive rispetto al modo e ai fini con cui Gramsci ha trattato la filosofia della prassi (1). (1) Ed. Einaudi, Torino 1948.
Per la verità il lavoro si presenta quanto mai frammentario ed eclettico: non precisa un vero e proprio corpo di dottrine filosofiche, ma offre tuttavia sufficienti note orientative per rintracciare la vera anima di Gramsci, quella almeno che avevamo avuto agio di conoscere, di ammirare anche, ed anche criticare e respingere ai tempi della comune milizia politica.
Se viene perciò a mancare una visione d’insieme, quella di scorcio è pur viva; come facilmente individuabile è il filo conduttore di quello stato spirituale che anima il libro e che in Gramsci, uomo di cultura e di avvertita sensibilità, è tutto.
Se fosse preliminarmente necessario situare la posizione dottrinaria di Gramsci nella geografia del pensiero filosofico, noi la collocheremmo senza alcuna perplessità in quel solco del pensiero europeo che ha preso le mosse dell’idealismo hegeliano, ed ha trovato la propria continuità nell’indirizzo neoidealistico dello storicismo, dopo aver attinto nutrimento e stimolo dalla potente affermazione della filosofia della prassi che, sorta da questo stesso solco, è apparsa come negazione dialettica in confronto a tutta la filosofia e come suo superamento.
Dopo Marx non è pensabile infatti un filosofare che rifletta un’esigenza storica ed esprima una particolare visione del mondo in cui gli interessi materiali e le forze politiche e sociali della classe non appaiano spinte all’esplosione rivoluzionaria. “La concezione marxista della storia mette fine alla filosofia nel campo della storia, così come la concezione dialettica della natura rende altrettanto inutile quanto impossibile ogni filosofia della natura. Da ogni parte ormai non si tratta più di escogitare dei nessi nel pensiero, ma di scoprirli nei fatti. Alla filosofia, cacciata dalla natura e dalla storia, rimane soltanto il regno del pensiero puro, nella misura in cui esso continua a sussistere…” (Engels: Ludovico Feuerbach).
In questo senso il pensiero di Gramsci non devia dal marxismo per defluire nel solco della filosofia tradizionale; non compie lo sforzo di rompere con essa, ma si serve di tutte le sue premesse ritenute criticamente valide per orientarsi in qualche modo verso una particolare interpretazione del marxismo. Come si vedrà più innanzi la vera matrice di questo pensiero non si trova nella affermazione della dialettica rivoluzionaria di Marx-Engels, ma in quelle correnti anti intellettualiste e di reazione allo scientismo positivista che pur essendo sorte dopo Marx si riannodano per mille capi all’idealismo premarxista; il neo realismo filosofico e politico é andato invece alimentandosi e assai abbondantemente alle scuole, da Bergson a Croce, che si erano posto il problema di riabilitare i diritti della ragione e sotto questo rapporto di trovare la connessione tra pensiero e vita.
Gramsci stesso precisa, delimita, localizza quasi il suo pensiero quando afferma che “solo la filosofia della prassi sia la concezione conseguentemente immanentistica. Sono specialmente da ricordare e criticare tutte le teorie storicistiche di carattere speculativo. Si potrebbe scrivere un nuovo “Anti-Dühring” che potrebbe essere un “Anti-Croce” da questo punto di vista, riassumendo non solo la polemica contro la filosofia speculativa, ma anche quella contro il positivismo e il meccanicismo e le forme deteriori della filosofia della prassi”. (Filosofia speculativa, pag. 42).
Afferma in altre parole che la filosofia della prassi non soltanto è la sola conseguente in confronto a tutta la filosofia immanentistica, ma serve da testa di ponte nella lotta su due fronti, contro la filosofia speculativa da una parte, e dall’altra contro ogni formulazione di positivismo e di materialismo deterministico.
Precisa inoltre la derivazione della filosofia della prassi dalla concezione immanentistica, “ma depurata questa da ogni aroma speculativo e ridotta a pura storia o storicità e a puro umanesimo… Non solo la filosofia della prassi è connessa all’immanentismo, ma anche alla concezione soggettiva della realtà, in quanto appunto la capovolge, spiegandola come fatto storico”.
Ma allora tutta la filosofia ereditata dal Rinascimento è allo stesso modo immanentistica e soggettiva: l’infinità dei mondi di Bruno; il razionalismo di Cartesio e l’empirismo; la monade di Leibniz, l’illuminismo e la filosofia classica tedesca, tutte queste correnti di pensiero sono pervase dalla concezione immanentistica e soggettiva perché immanentisticamente e soggettivamente si è espressa l’esigenza del moto della moderna borghesia e l’epoca storica del formarsi delle moderne nazionalità. Allo stesso modo è immanentistica e soggettiva la dialettica formale dello storicismo che concepisce la storia come svolgimento e come corrente e come flusso perenne entro cui ininterrotta circola l’attività della provvidenza o, ch’è lo stesso, dello spirito di cui é sempre così pieno l’immanentismo umanistico.
D’altro canto come può considerarsi immanentistica e soggettiva la dialettica rivoluzionaria che il singolo annulla fondendolo nel collettivo; che alla continuità e al progressivo contrappone l’urto, l’eversione e il superamento violento?
Gli è che la dialettica formale dello storicismo è concezione propria del moto borghese, mentre la dialettica rivoluzionaria – concezione di una nuova società la cui apparizione come forza egemonica sarà il risultato di una profonda e radicale lacerazione nel mondo delle cose prima ancora che nel mondo degli uomini – afferma che nella storia umana non vi è conciliazione di termini opposti, ma il loro contrasto in cui l’un termine deve necessariamente negare l’altro perché ne scaturisca una ulteriore affermazione di vita. “La contraddizione è ciò che spinge innanzi” ha scritto Hegel, ed è esatto.
C’è nel libro un pullulare di definizioni della filosofia della prassi: “Essa è il materialismo (quello francese del secolo XVIII) perfezionato dal lavoro della stessa filosofia speculativa e fusosi con l’umanesimo”; più plasticamente “…è uguale ad Hegel più Davide Ricardo”; e con più precisione filosofica “…é il rapporto tra la volontà umana (superstruttura) e la struttura economica”. Nelle quali la concezione immanentista non poteva essere espressa con maggiore evidenza e precisione.
Donde si origina per Gramsci la filosofia della prassi? Forse dall’apparizione del proletariato come classe e dal suo divenire di forza rivoluzionaria in contrasto con la classe del capitalismo che lo ha originato e potenziata nello ambito stesso del proprio sviluppo? Forse per aver visto i termini di questa realtà storica Marx ed Engels non hanno elaborato i principi di questa teoria che veniva a costituire lo strumento più preciso e più valido non solo del pensiero e della conoscenza umana ma della stessa conquista rivoluzionaria? Non faceva Engels erede della filosofia classica tedesca proprio il movimento operaio tedesco?
Ma ben altro é il suo processo formativo secondo Gramsci, per il quale la filosofia della prassi é nata “da tutto un passato culturale i cui termini più noti e salienti sono la Rinascenza e la Riforma, la filosofia tedesca e la rivoluzione francese, il calvinismo e l’economia classica inglese, il liberalismo laico e lo storicismo che è alla base di tutta la concezione moderna della vita”.
E due erano i compiti che egli poneva a questa filosofia; quello di combattere le ideologie moderne nella loro forma più raffinata per poter costituire il proprio gruppo di intellettuali indipendenti e l’altro quello di educare le masse popolari la cui cultura era medioevale.
Questa visione della prassi come esigenza di cultura e come riforma popolare moderna in Gramsci si amplifica e si definisce. Col metodo dato dall’intuizione ricardiana del “posto che”, della premessa che da una certa conseguenza si pongono i termini d’una nuova gnoseologia. Il concetto di “necessità storica” é strettamente connesso a quello di “razionalità”; ed esiste necessità quando esiste una premessa efficiente e attiva, la cui consapevolezza negli uomini sia divenuta operosa, ponendo dei fini concreti alla coscienza collettiva.
E chiarisce ulteriormente: “Nella premessa devono essere contenute, già sviluppate o in via di sviluppo, le condizioni materiali necessarie e sufficienti per la realizzazione dell’impulso di volontà collettiva; ma é chiaro che da questa premessa “materiale”, calcolabile quantitativamente, non può essere disgiunto (siamo noi a sottolineare) un certo livello di cultura, un complesso cioè di atti intellettuali, e da questi un certo complesso di passioni e sentimenti imperiosi, cioè che abbiano la forza di indurre all’azione “a tutti i costi”.
Quel “disgiunto” non é stato messo li a caso, ché troppo grande era in Gramsci il senso e il valore da attribuire all’uso dei vocaboli, ed esprime con chiarezza il fondo del pensiero gramsciano più di qualsiasi dissertazione. Il concepire perciò il complesso di atti individuali e di passioni e sentimenti non disgiunto dalla premessa materiale è, sì, concepire immanentisticamente, ma in nessun caso é porre una istanza dialettica e tanto meno deterministica.
In tal modo il senso della storia non é dato da quel procedere dal basso, dalla struttura, dal mondo delle cose e della tecnica e dagli interessi legati a questo mondo, e infine dai rapporti di classe che ne caratterizzano la vita sociale, politica e culturale; ma ciò che nella storia é realmente vivo, ciò che conta anche se riferito al materiale e al quantitativo, per giungere ad una concezione storicistica del razionale, deve provenire da quel complesso e fluido mondo della cultura, degli stimoli intellettuali, dei sentimenti e passioni a cui attinge la volontà, che in definitiva è solo atta ad indurre all’azione “a tutti i costi”. Nella quale concezione è del resto assai palese l’influenza, esercitata su Gramsci, di quella nuova metafisica sorta dal pensiero filosofico francese degli ultimi decenni dell’ottocento.
Nell’opera di Gramsci le classi, queste tragiche protagoniste della storia, i loro interessi economici, il complesso dei loro rapporti sociali, la dinamica del loro procedere e del loro regredire non appaiono che in ombra, mentre la nota della individualità, della conoscenza e volontà individuale vi è dominante.
Anche quando esamina l’uomo in rapporto con gli altri uomini questa nota della individualità non si attenua, ma vi trova motivo di potenziamento. L’uomo è concepito come una serie di rapporti; e questi sono concepiti attivi e coscienti, corrispondenti cioè ad un grado maggiore o minore d’intelligenza che di essi ha il singolo uomo. “Perciò si può dire che ognuno cambia se stesso, si modifica, nella misura in cui cambia e modifica il complesso di rapporti di cui egli è il centro di annodamento”. (Siamo noi a sottolineare).
Più oltre e più chiaramente: “Ogni individuo non solo è la sintesi dei rapporti esistenti, ma anche della storia di questi rapporti, cioè è il riassunto di tutto il passato. Si dirà che ciò che ogni singolo può cambiare è ben poco in rapporto alle loro forze. Ciò che è vero fino a un certo punto. Poiché il singolo può associarsi con tutti quelli che vogliono lo stesso cambiamento e se questo é razionale, il singolo può moltiplicarsi per un numero imponente di volte e ottenere un cambiamento ecc.”. Momento “catartico”, cioè passaggio dalla necessità alla libertà visto e sentito non in funzione della socialità e della classe, ma in funzione sempre del singolo.
Ecco invece cosa ne pensano i marxisti. Non vi è dubbio alcuno che la società è formata di individui, e che ogni fenomeno sociale é la risultante di volontà, di atti, di sensazioni e di sentimenti individuali. Ogni fenomeno sociale é cioè la risultante di fenomeni individuali. Ad esempio, nella determinazione del prezzo delle merci sul mercato, noi ci troviamo di fronte ad un fenomeno sociale che risulta dall’incontro di volontà particolari, quelle del venditore e quelle del compratore. Ma questo è un fenomeno sociale che non esprime più nel suo generalizzarsi il desiderio o lo stimolo relativo a questo o quel venditore, a questo o quel compratore. Allo stesso modo avvengono tutti i fenomeni sociali che Marx ritiene indipendenti dalla coscienza, dal sentimento e dalla volontà degli uomini; e non c’è centro di annodamento che possa limitare o annullare questa indipendenza!
Al contrario sentite come Gramsci idealizza la sua concezione del singolo: “Bisogna elaborare una dottrina (la postulazione è giustissima in quanto quella di Marx è un’altra e ben diversa dottrina!) in cui tutti questi rapporti sono attivi e in movimento, fissando ben chiaro che sede di questa attività é la coscienza dell’uomo singolo che conosce, vuole, ammira, crea, in quanto già conosce, ammira, crea ecc., e si concepisce non isolato ma ricco di possibilità offertegli dagli altri uomini e dalla società delle cose di cui non può non avere una certa conoscenza”.
Non si poteva segnare con più evidenza il limite estremo di questo pensiero nella sua caratterizzazione dal marxismo. Rifacciamoci ora alla nota formulazione di Marx nel Contributo alla Critica dell’Economia Politica.
“Nella loro vita sociale, gli uomini entrano in rapporti determinati, indipendenti dalla loro volontà; in rapporti di produzione che corrispondono a un grado determinato dell’evoluzione delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, la base reale sulla quale si eleva una superstruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale determina il processo della vita sociale, politica e spirituale in generale. Non é la coscienza degli uomini che determina il modo d’essere, é, al contrario, il modo di essere sociale che determina la loro coscienza”.
A questa formulazione estremamente precisa di Marx, divenuta motivo conduttore della vera filosofia della prassi, Gramsci arzigogola questa nota di commento: “La proposizione contenuta nell’introduzione alla “Critica della Economia Politica” che gli uomini prendono coscienza dei conflitti di struttura nel terreno della ideologia deve essere considerata come una affermazione di valore gnoseologico e non puramente psicologico e morale”. Così il pensiero di Marx evirato del motivo profondo ed essenziale che é il prius deterministico rappresentato dalla struttura, viene ricacciato nella paccottiglia della filosofia immanentistica tradizionale.
Una volta eliminata l’idea madre della determinazione non restava a Gramsci che rifarsi alla reciprocità dei fattori della storia. Sentitelo: “La struttura e la superstruttura formano un “blocco storico”; cioè l’insieme complesso contraddittorio e discorde della soprastruttura é il riflesso dell’insieme dei rapporti sociali di produzione”. Ed esemplifica: “Se si forma un gruppo sociale omogeneo al 100% per l’ideologia, ciò significa che esistono al 100% le premesse per il rovesciamento, cioè che il “razionale”, é reale attuosamente e attualmente. (Sia benedetta la memoria di Hegel). Il ragionamento si basa sulla reciprocità necessaria tra struttura e superstruttura (reciprocità che è appunto il processo dialettico reale)”.
Questa idea del “blocco storico” assume per Gramsci quasi l’importanza d’una scoperta filosofica, tanto che ci ritorna su (pag. 49) per precisare che le forze materiali sono il “contenuto” e le ideologie la “forma”. E che ciò possa aver valore di scoperta e suggestione di novità, noi, davvero, non diremmo…
Troppo spesso, troppo appassionatamente anche se non sempre giustamente Gramsci si fa scudo del sano realismo di Lenin. Contro l’idea del “blocco storico” che logicamente consegue a quella della coscienza del singolo come sede dei rapporti sociali riportiamo le sferzate che attraverso Bogdanov Lenin dava agli immanentisti, agli empiriocriticisti e agli empiriomonisti: “Noi respingiamo, scriveva, di primo acchito tutte le premesse filosofiche comuni a questa trinità”.
E confutando l’assunto idealistico per il quale “l’esistenza é la coscienza” esemplifica: “Il contadino che vende il suo grano, venderà in “rapporto” con i produttori mondiali del grano sul mercato mondiale, ma senza averne coscienza; senza aver coscienza dei rapporti che si stabiliscono in seguito a questi scambi. La coscienza sociale riflette l’esistenza sociale, questo é il pensiero di Marx”. (Lenin Materialismo e empiriocriticismo).
Il pensiero di Gramsci ci dà invece l’uomo economico che é nel contempo uomo etico; e in quanto conosce e crede e opera é anche uomo storia; come nel vasto processo di variabilità dei rapporti sociali egli torna a darci l’idea ossessiva dell’individuo, sempre dell’individuo quale loro centro di annodamento. Croce parla di nesso dei distinti in forma di circolarità, ma il senso ne è identico.
Ma chi sono oltre l’individuo? Le stesse “societas hominum” e “societas rerum” sono termini astratti nell’epoca della massima e a volta terribile affermazione del collettivo.
Oggi si pensa in termini di socialità e di classe. “Il fatto che vivete, che avete un’attività economica, che procreate, che fabbricate prodotti, che li scambiate, determina una concatenazione oggettiva necessaria di avvenimenti, di sviluppi, concatenazione indipendente dalla vostra coscienza sociale che non può mai abbracciarla nella sua totalità. Il fine più nobile dell’umanità é quello di abbracciare questa logica oggettiva del processo economico nei suoi tratti generali e principali, onde adattarvi il più chiaramente e il più nettamente possibile, col più grande spirito critico, la sua coscienza sociale e la coscienza delle classi avanzate di tutti i paesi capitalistici” (Lenin, opera citata).
Vi é dunque una coscienza sociale che deve tradursi in volontà di realizzazione sociale; vi deve essere cioè un ritorno realizzatore della volontà sul complesso della struttura che l’ha suscitata.
La coscienza del divenire storico della classe è determinata, è vero, da quel particolare modo di essere delle condizioni materiali che ne costituiscono le premesse; ma se questa coscienza di classe non si traduce in una volontà di realizzazioni di classe il momento dialettico della eversione non si opera, viene ancora rimandato nella storia.
Non si può affermare, ad esempio, che manchino oggi le premesse all’atto rivoluzionario; va soltanto constatato che il proletariato si mostra incapace a tradurre la coscienza più o meno completa del suo essere di classe in volontà di realizzazione rivoluzionaria. Ed é questa la ragione prima della crisi del nostro tempo.
Manca in una parola al pensiero di Gramsci la vibrazione della dialettica rivoluzionaria, il senso profondo dello “sdoppiamento di ciò che é uno e la conoscenza delle sue parti contraddittorie” (Lenin). Soprattutto gli manca il senso drammatico dell’urto, dell’incrollabile lacerazione, del superamento ch’è nelle filosofia della prassi, quanto é nella società umana divisa in classi e quindi nella storia.
E aggiungiamo con Lenin che “non si può togliere nessuna premessa fondamentale a questa filosofia del marxismo fusa in acciaio, tutta d’un pezzo, senza allontanarsi dalla verità oggettiva, senza cadere nella reazionaria menzogna borghese… O il materialismo conseguente fino in fondo o la finzione e la confusione dell’idealismo filosofico” (Lenin, opera citata).
L’aspra invettiva di Lenin é rivolta a tutti coloro che, come Gramsci, al posto di materializzare il dominio dei fenomeni sociali hanno inteso metafisicizzare le condizioni materiali da cui quei fenomeni si producono.
Il dissenso tra gramscismo e marxismo, come si vede, é fondamentale; e i motivi in sede dottrinaria vanno ricercati nella posizione di contrasto tra il neo idealismo storicistico e il materialismo dialettico che per noi esprime il contrasto insanabile tra le due classi fondamentali della storia che andiamo vivendo.
Elementi di economia marxista Pt.9
L’espropriazione dei contadini
Ben diverso è l’esempio dell’Inghilterra. Ivi la servitù della gleba scompare di fatto verso la fine del XIV secolo, la grande maggioranza della popolazione si trasforma in piccoli contadini indipendenti, benché il loro possesso giuridico della terra sia giustificato sotto vincoli feudali. Ai feudatari rimane bensì molta terra ma essi la gestiscono a mezzo di un fittavolo indipendente (in questo caso uno dei primi tipi di capitalisti a cui fanno da salariati gli antichi servi della gleba, parte giornalieri nullatenenti, parte piccoli proprietari cui rimane tempo libero dalla cultura del proprio terreno). Ma agli stessi giornalieri si concedevano in uso campi di quattro acri con una piccola casa rustica, inoltre costoro partecipavano al godimento di vasti beni di proprietà comunale e talvolta demaniale. Intanto prosperavano le città e si formava il capitalismo manifatturiero e industriale; questo aveva fame di braccia e non tardò ad ottenerne. La rivoluzione politica fece del potere regio uno strumento borghese e la nuova borghesia fu alleata ad una nuova aristocrazia fondiaria (landlords) la quale, appoggiata in ciò dal capitalismo, intraprese la espropriazione dei piccoli coltivatori, riversando braccia nelle città. Con l’ausilio della legge i grandi proprietari rivendicavano gli antichi feudi, espellendone i contadini, e trasformandoli in aziende per l’allevamento dei montoni, cui bastava poco personale salariato. Successivamente i lords usurpavano anche immensi parchi di caccia ove prima erano terreni coltivati. Tutto ciò aveva per conseguenza la sparizione della piccola proprietà rurale e la trasformazione dei contadini in proletari. Nella parte montagnosa della Scozia si conservò lungamente il possesso in comune della terra (fino alla fine del XVIII secolo). Anche qui i signori, dapprima capi puramente nominali, con la complicità dello Stato borghese espropriano e scacciano i disgraziati montanari. La spoliazione dei beni della chiesa, l’alienazione fraudolenta dei domini dello Stato, il saccheggio dei terreni comunali, la trasformazione usurpatrice e terrorista della proprietà feudale e patriarcale in proprietà moderna e privata, la guerra alle capanne, ecco i processi idilliaci dell’accumulazione primitiva. Essi hanno conquistato la terra all’agricoltura capitalistica, incorporato il suolo al capitale ed abbandonato alla industria della città le docili braccia di un proletariato senza fuoco e senza tetto (cap. XXIII).
Momenti caratteristici dell’intervento dello Stato a favore della borghesia nascente, oltre alle misure espropriatici dei contadini, sono la legislazione ferocissima contro i mendicanti e vagabondi che non volessero darsi al lavoro, a base di torture, fustigazioni, marchi col ferro rovente e simili; e la legislazione sul salario che ne fissa un massimo vietando assolutamente le coalizioni operaie. Tutto questo processo si svolse in Inghilterra anche prima della rivoluzione politica borghese; i primi editti sono del 1350, le ultime leggi sul salario durano fino al 1813, le atroci leggi contro le coalizioni sindacali cadono nel 1825 ma qualche traccia ne resta fino al 1859; il riconoscimento legale delle “Trade Unions” è del 29 giugno 1871. Ma non è che a malincuore e sotto la minacciosa pressione delle masse che i due grandi partiti del parlamento inglese rinunciano alle leggi contro le coalizioni, dopo che il parlamento ha fatto esso stesso per ben cinque secoli l’ufficio di una Trade Unions di capitalisti contro gli operai (Cap. XXIV, 3).
Lotta per la “liberazione” dei lavoratori
In Francia troviamo ugualmente ferocissime leggi contro i vagabondi. Quivi è più lenta la sparizione dei diritti feudali, e molto tardi riesce a prepararsi una diffusa piccola proprietà rurale più resistente di quella inglese anche per le diversissime caratteristiche tecniche dell’agricoltura. Assai interessante però è notare come subito dopo la bufera rivoluzionaria che sembrava liberare con la borghesia anche il quarto stato proletario suo alleato, siano vietate le associazioni operaie. Una legge del 14 giugno 1791 punisce ogni accordo fra lavoratori allo scopo di migliorare le loro condizioni di ingaggio come «lesivo della libertà e della dichiarazione dei diritti dell’uomo». È chiara per noi la ragione di questa opposizione borghese all’associazione operaia; si tratta di permettere il libero giuoco della concorrenza per ottenere a minor prezzo la forza lavoro. Il relatore all’assemblea è coerente nel dire che le associazioni di persone della stessa professione «tendono a resuscitare le corporazioni abolite dalla rivoluzione» perché all’uno e all’altro caso, malgrado la profonda diversità storica del fenomeno, si tratta di vincoli alla libera incetta di braccia da parte del capitale. Nel quadro della teoria liberale il divieto dei sindacati operai non è meno a posto; lo Stato rappresentativo è l’unico organismo che comprende e tutela allo stesso titolo di eguaglianza tutti i cittadini. Ogni individuo gode della libertà rimanendo isolato di fronte soltanto al suo legame con lo Stato unitario. I privilegi di classe sono giuridicamente scomparsi; ogni associazione di membri dello stesso ceto sociale tende a formare uno Stato nello Stato, una casta nell’uguaglianza giuridica generale e deve essere vietata. In economia il liberalismo vuole il gioco illimitato dei singoli privati interessi; lo Stato tutela generalmente i contratti tra privati, ma non può tollerare azioni e contratti collettivi. Il decreto del 1791 viene infatti rispettato dal Terrore e dai Girondini, da Bonaparte e dalla restaurazione. Se in epoca assai tarda la democrazia parlamentare ha ceduto al riconoscimento dei sindacati, lo ha fatto contraddicendo alla sua dottrina pura, come vi contraddice tutta la legislazione di intervento statale nei rapporti economico-sociali. La contraddizione coi principi è conferma della inanità di questi, fatti per la “mobilitazione ideologica” delle masse che vanno illuse di essere libere e sovrane; contraddizione però non vi è con gli interessi e la politica di classe del capitale: nella prima epoca questo ha da temere solo la reazione e non ha freni per procurarsi le migliori condizioni economiche per l’accumulazione, ma in epoca successiva la formazione di una forte classe operaia pone al capitalismo il problema dei rapporti non solo economici ma anche politici col proletariato: malgrado che vietando le coalizioni si possa deprimere il salario e crescere il plusvalore e l’accumulazione, la classe capitalistica calcola che ciò può condurre più presto ad una lotta sociale in cui soccomba il principio stesso del plusvalore e dell’accumulazione; ad essa conviene perciò generalmente consentire i sindacati come prescrivere per legge alcuni sacrifici ai singoli capitalisti che rendano meno intollerabile il regime salariato.
Ma la grande rivoluzione democratica francese non fu meno coerente quando privò gli operai del diritto di associazione sindacale, di quando istituì la coscrizione militare obbligatoria; ciò malgrado il banale errore odierno per cui si considera la democrazia avanzata come antitesi della reazione antioperaia e del militarismo!
Genesi del capitalista agrario
Abbiamo esaminato le condizioni che permisero l’accumulazione primitiva con la formazione di una classe salariata. Vediamo ora come apparvero i primi capitalisti. In Inghilterra apparve prima il capitalista agrario, ossia il grande fittavolo, che il capitalista industriale; parliamo dunque del primo.
Una proprietà agricola può essere gestita in vari modi dal suo possessore giuridico. In regime schiavistico egli vi fa lavorare schiavi che sono sua proprietà; altra sua proprietà è la terra. Quelli sono diretti tecnicamente o da un altro schiavo o da un libero schiavo emancipato agli stipendi del padrone. In regime feudale la terra è lavorata dai servi della gleba, ma raramente il padrone si preoccupa di organizzare la gestione. Per lo più ogni famiglia di contadini ha un piccolo campo di cui passa al padrone una frazione del prodotto (decima); inoltre il padrone tiene per sé dei pezzi di terra migliore su cui i contadini sono obbligati a lavorare un certo tempo (comandata).
Avvenuta l’emancipazione dei servi della gleba divengono possibili diversi casi. L’amministrazione diretta o in economia è possibile allorché il proprietario non possiede la sola terra ma anche il capitale scorte (bestiame, sementi, concimi, attrezzi, più tardi macchine, ecc.) nonché un capitale in denaro per anticipare salari ai contadini giornalieri, ed essi sono diretti da un fattore stipendiato dal padrone. Questa fu la prima forma introdotta dai landlords inglesi, per quanto gli ex servi non fossero solo giornalieri ma dapprima anche piccoli proprietari ed usufruttuari di piccoli campi.
Ben presto, però, il fattore divenne mezzadro. La mezzadria, o meglio colonìa parziaria, è quella forma di gestione in cui il proprietario apporta la terra e parte del capitale mobile, il colono parziario apporta il resto delle scorte, fornisce il lavoro ingaggiando salariati ed infine il prodotto viene diviso in proporzioni convenute tra proprietario e colono. Qui parliamo della grande colonìa applicata a vaste tenute unitarie nelle quali il colono non lavora ma assume giornalieri, distinta dalla piccola colonia in cui la terra è sminuzzata, anche se trattasi di un unico grande possesso, in molte piccole aziende lavorate personalmente del colono e dalla sua famiglia.
I grossi coloni inglesi non tardarono ad arricchire man mano che impoverivano, per le ragioni già viste, i piccoli coltivatori indipendenti e i giornalieri prima possessori anch’essi di un po’ di terra. Quindi si passò dalla colonìa parziaria alla vera e propria affittanza. L’affitto è quella forma di gestione in cui il proprietario non apporta che la terra e le costruzioni rurali; tutto il capitale mobile è del fittavolo e questi assume i lavoratori tenendo per suo conto tutto il prodotto. Egli paga al proprietario un affitto in denaro, quindi il suo reddito si suddivide in rendita fondiaria del proprietario e profitto capitalistico di esso imprenditore fittavolo. Va notato che tanto la rendita quanto il profitto dell’impresa sono parimenti sorti da pluslavoro diviso tra proprietario e capitalista in virtù di una alleanza di classe all’ombra dello Stato, negando noi che la terra nuda e non il lavoro possa essere fonte di ricchezza.
Distinguiamo anche qui tra grande e piccolo affitto. Questo secondo non ha carattere capitalistico trattandosi di piccole estensioni di terra lavorata direttamente dal piccolo fittavolo possessore di pochi e miseri strumenti produttivi analogamente all’artigiano, ma privo di terra. Notiamo che anche ad una tecnica agricola avanzata corrisponde la gestione unitaria di grandi tenute, trattasi di amministrazione diretta o di grande affitto secondo che coincidano o meno le personalità giuridiche del proprietario e del capitalista. Su queste basi può essere realizzato il lavoro in grandi masse, la divisione del lavoro, l’industrializzazione meccanica dell’agricoltura. Sono invece forme arretrate, in genere, la piccola proprietà (salvo il caso di terre eccezionalmente fertili per la piccola coltura) ed anche quando vi sia un grande possesso fondiario, la gestione di questo in più particelle condotte a piccoli affitti e piccole mezzadrie. Detto di passaggio, una situazione del secondo tipo era quella della grande proprietà russa dopo la emancipazione dei servi e la soppressione delle comunità patriarcali. In questi casi l’azienda piccola accompagna la grande proprietà: il trapasso alla grande azienda è compito di lungo progresso tecnico economico: lo svincolo giuridico della piccola azienda dallo sfruttamento della grande proprietà può essere un fatto immediato: in realtà la terra non viene spartita ma resta tecnicamente divisa come prima mentre almeno una forma di estorsione di pluslavoro (quello che era rendita fondiaria) viene subito soppressa.
Tornando all’Inghilterra, i primi grandi fittavoli rapidamente arricchirono, anche perché nel XVI secolo l’oro, l’argento e quindi il denaro diminuirono in valore, tutte le merci rincararono, ma i salari si rialzarono con molto ritardo. I contratti d’affitto essendo a lunghissima scadenza, il fittavolo vide crescere l’entrata per vendita dei prodotti, diminuire in realtà la spesa salari e diminuire l’affitto, sicché arricchì a danno dei salariati e dei proprietari.