Oriente
Il quadro del conflitto che avanza non può essere presentato senza che ne siano protagonisti i popoli dell’Oriente.
Questi si raggruppano in un blocco potente attorno alla Russia e si levano contro il blocco occidentale, che ha alla testa le grandi potenze coloniali bianche.
Non sono soltanto gli antiatlantici a gridare che questa era la grande prospettiva rivoluzionaria russa fin dal principio: alleanza, con lo stato dei Soviet, da una parte della classe operaia dei paesi occidentali, dall’altra dei popoli oppressi di colore, per abbattere l’imperialismo capitalista. Sono gli stessi giornalisti della sponda americana che, rievocando la lotta come era impostata trenta anni addietro, rendono omaggio al loro nemico per la potente continuità storica nella sua strategia mondiale.
Nel settembre del 1920, dunque tra il secondo e il terzo congresso della III Internazionale, ben ferma sulle direttive del marxismo rivoluzionario, si tiene, ricordano quei giornalisti, a Baku il Congresso dei popoli di Oriente. Quasi duemila delegati, dalla Cina all’Egitto, dalla Persia alla Libia.
È Zinovief, che pure non aveva l’allure del guerriero, che legge il manifesto conclusivo dei lavori, è il presidente della Internazionale Proletaria; e alla sua voce gli uomini di colore rispondono con un solo grido levando spade e scimitarre. «L’Internazionale comunista invita i popoli dell’Oriente a rovesciare colla forza delle armi gli oppressori di Occidente; a tal uopo proclama contro di essi la Guerra santa, e designa l’Inghilterra come primo nemico da affrontare e combattere!».
Ma un non diverso grido di guerra è lanciato verso il Giappone, contro il quale si invoca l’insurrezione nazionale dei coreani, mentre l’odio bolscevico viene nel proclama di Zinovief dichiarato anche alla Francia e all’America, «ai pescecani statunitensi che hanno bevuto il sangue dei lavoratori delle Filippine»1.
Benché quindici anni dopo Zinovief sia stato giustiziato, oggi non si farebbe che tenere fede alla sua sfida, e, a sentire i fogli che citano quel fremente appello, Lenin avrebbe fin da quell’anno intraveduto che la via passava per una acutizzazione della rivalità imperiale tra Giappone e Stati Uniti; avrebbe addirittura offerto ai secondi una base militare nel Kamciatka per colpire i nipponici. Dubitiamo di questo punto storico, ma la prospettiva era esplicita (fin dalle tesi sull’Oriente del IV congresso mondiale comunista della fine 1922; e qui citiamo di prima mano. «Una nuova guerra mondiale nel Pacifico è inevitabile, se la rivoluzione non la previene… la nuova guerra che minaccia il mondo non trascinerà solo Giappone, America ed Inghilterra, ma anche le altre potenze capitalistiche come la Francia e l’Olanda (la lotta nel 1941 ebbe anche a teatro le Indie olandesi, sebbene la metropoli fosse sotto la occupazione tedesca) e tutto lascia prevedere che essa sarà ancora più devastatrice che la guerra 1914-1918»2.
Una Russia di oggi che apertamente attaccasse in Oriente le truppe delle metropoli di Occidente, alla testa di cinesi, coreani, indocinesi, filippini, ed anche di arabi, egiziani e marocchini, sarebbe dunque sulla via maestra della rivoluzione, come Lenin la segnò e l’antevide?
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Per il sucido borghese dei nostri paesi, pericolo giallo e pericolo rosso sarebbero una cosa sola, e nessun’altra divinità, oltre il dollaro, potrebbe salvarlo. Ma lo spettro del pericolo giallo è ancora più antico. Nei primi anni del secolo l’Europa si andava polarizzando nei due blocchi nemici che preparavano il primo incendio delle rivalità imperiali. La Russia degli Zar si misurò col Giappone, il più progredito dei popoli asiatici proprio per il dominio su quelle stesse acque del Mar Giallo e del Mar del Giappone che insanguina la guerra di oggi, ed il prestigio militare europeo subì un gravissimo attentato. In effetti i gialli di Tokio erano, più dei bianchi di Mosca, avanzati sulla via di un’attrezzatura di tipo capitalistico.
Quel Guglielmo, che fu poi descritto come l’Energumeno scatenatore della prima grande guerra, aveva allora la mania di dipingere; ed un suo quadro mostrò la Germania, in corazza di Walchiria, che convoca i popoli bianchi, e addita loro sul lontano orizzonte la livida luce della minaccia asiatica, Lo schieramento delle potenze non seguì però il vaticinio dell’imperatore imbrattatele: la Germania non ebbe seco che la Turchia, popolo mongolo; russi, francesi, inglesi, italiani, si gettarono su di lei, e alla grande Intesa aderirono dagli altri continenti non solo l’America, ma perfino il Giappone e la Cina.
Il facile quadro di una contesa tra razze umane, che scendano da opposti continenti a conquistare l’egemonia sul mondo non era dunque completo; ed invano esso ritenta gli scrittori di oggi che addirittura si lasciano andare a vedere una risorta Cartagine che si vendica di Roma, nel diffondersi al mondo mediterraneo di colore del sommovimento nascente da Corea, Tibet, Indocina…
Nella seconda guerra mondiale la Germania, risollevatasi in armi e di nuovo accusata della provocazione, si vede contro, in nome della libertà, tutti i dominatori e gli oppressori delle razze colorate. Al suo fianco non scende che il giallo Giappone. Quanto alla Russia dei Soviet, essa all’inizio non accusa la dichiarazione di guerra contenuta nel «patto anticomintern» che aveva unito Germania e Giappone. Col secondo non entrerà in guerra che pro forma, e a tumulazione avvenuta. Colla prima stipula una intesa, il cui contenuto è proprio la pelle di una «nazionalità oppressa», quella di Polonia. Occorre uno sforzo notevole per vedere gli eventi nello scorcio di quella visione, che un terzo articolista borghese attribuisce a Lenin: fase delle guerre nazionali rivoluzionarie del secolo XIX — poi fase delle guerre di classe rivoluzionarie in Europa e vittoria in Russia — infine la terza fase: al tempo stesso rivoluzioni nazionali in oriente, di classe nei paesi imperialisti.
Occorre uno sforzo ancora maggiore per inserire nella strategia antioccidentale e antimetropolitana il secondo periodo della guerra mondiale ultima: tacciono le guerre sante, che Mosca doveva capitanare, e si dà aperta alleanza, e molto più di qualche base, al nemico numero uno della rivoluzione, la Gran Bretagna, e al nemico numero due che in quel torno le toglie il secolare rango: l’America del Nord. Si getta nella fornace, per salvare questi centri imperiali, ed evitare loro di autorecidere i tentacoli con cui tengono avvinto il globo e le sue genti di colore attraverso Suez e Panama, il fiore della gioventù proletaria sovietica, firmando per armarla effetti su effetti di indebitamento al capitale mondiale, in affitto e prestito, o peggio ancora in dono.
Oggi che, schiantata la centrale tedesca che non governava su nessun popolo extracontinentale, ma, sola, tentava superare il controllo mondiale unitario del mare e dell’aria, questo rimane incontrastato alle metropoli anglosassoni. Oggi soltanto, si propone alle masse sterminate ma semi inermi dei popoli dell’Oriente di andare al loro attacco, si riproclama la santa guerra e si invoca la selva delle scimitarre contro la spietata minaccia della pioggia di atomiche, si illudono combattenti fanatici ma ignoranti sulla ritirata ruffiana e traditrice, smascherata dalla stessa stampa inglese, delle divisioni motorizzate e degli stormi aerei dinanzi a pugni di uomini che avanzano a piedi. Qualche cosa di fondamentale, in tutto questo, non va.
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Un uomo piccolo dai corti baffi biondi, dalla calma voce e dagli occhi luminosi e limpidi legge dalla tribuna del Kremlino le sue tesi sulla questione nazionale e coloniale, e la risolve in nuova chiarezza tra l’ammirazione dei rappresentanti del proletariato e del marxismo nel mondo. Sì, la Seconda Internazionale non aveva capito nulla di questo, aveva condannato l’imperialismo, ma poi era caduta nelle sue spire per non avere inteso che contro di esso bisognava mobilitare tutte le forze: nella madre patria il disfattismo della insurrezione sociale, nelle colonie e nei paesi semicoloniali anche la rivolta nazionale. Era caduta nell’inganno della difesa della patria, i suoi capi traditori avevano mangiato nel piatto dell’imperialismo, invitando i lavoratori della grande industria ad accettare qualche briciola del feroce sfruttamento su milioni di uomini di oltremare.
Oggi noi, Internazionale Comunista, noi, Russia dei Soviet, noi, partiti comunisti che in tutte le nazioni progredite tendiamo alla conquista del potere, in guerra dichiarata alla borghesia e ai suoi servitori socialdemocratici, stipuliamo nei paesi di oriente una alleanza tra il giovanissimo movimento operaio, i nascenti partiti comunisti, e i movimenti rivoluzionari che tendono a cacciare gli oppressori imperialisti. Abbiamo in una discussione, alla luce della nostra dottrina, stabilito di non parlare di movimenti democratici borghesi, ma di movimenti nazionalisti rivoluzionari, poiché non possiamo ammettere alleanze colla classe borghese ma solo con movimenti che stiano sul terreno della insurrezione armata.
La parola borghese era troppo forte, ma quella nazionalista lo era altrettanto: vecchi socialisti come Serrati e Graziadei mostrarono, ingenuo l’uno, sottile l’altro, le loro perplessità.
L’analisi di Lenin proseguiva tranquilla, senza perplessità di sorta. Le tesi contengono i suoi dati inequivocabili. Occorre anzitutto «una nozione chiara delle circostanze storiche ed economiche»3. Senza tale guida fondamentale non si capirebbe nulla del metodo marxista, che non soffre regole ideologiche buone per tutti i tempi. Io, diceva Serrati, ho dovuto lottare sei anni contro l’infatuazione nazionalista per Trieste che doveva essere liberata dai tedeschi, infatuazione che si diceva rivoluzionaria. Come posso plaudire al nazionalrivoluzionario malese? Ma, storicamente pensando, una lotta nazionale a Trieste nella situazione del 1848 avrebbe avuto l’appoggio proletario perché era rivoluzionaria, in mezzo ad una Europa che doveva uscire dalle svolte della rivoluzione antifeudale: così per le leniniste guerre nazionali progressive in Europa, fino al 1870. Alla data 1914 le guerre sono imperialiste e reazionarie, poco importa che abbiano per teatro la stessa frontiera, per bandiera la stessa ideologia, è lo stadio di sviluppo sociale che a noi marxisti interessa.
In quali circostanze storiche ed economiche parlava Lenin al Kremlino, Zinovief pochi mesi dopo a Baku? Le tesi lo scolpiscono.
«Il fine essenziale del partito comunista è la lotta contro la democrazia borghese, di cui si tratta di smascherare l’ipocrisia»4. Questa ipocrisia copre la realtà della oppressione sociale nel mondo borghese tra padrone ed operaio, e la realtà della oppressione dei grandi e pochi stati imperiali sulle colonie e semicolonie. Per stabilire la nostra strategia in Oriente, le tesi di Lenin ribadiscono una serie di capisaldi. «Dobbiamo por fine alle illusioni nazionali della piccola borghesia sulla possibilità di una pacifica convivenza e di una eguaglianza tra le nazioni sotto il regime capitalista». «Senza la nostra vittoria sul capitalismo non possono essere abolite né le oppressioni nazionali né l’ineguaglianza sociale». «La congiuntura politica mondiale attuale mette all’ordine del giorno la dittatura del proletariato; e tutti gli avvenimenti della politica internazionale convergono inevitabilmente intorno a questo centro di gravità; la lotta della borghesia internazionale contro la repubblica dei Soviet, che deve raggruppare attorno a sé, da una parte tutti i movimenti di classe dei lavoratori avanzati in tutti i paesi, dall’altra quelli emancipatori nazionali nelle colonie e nazioni oppresse». Nel compito della Internazionale comunista va tenuto conto «della tendenza alla realizzazione di un piano economico mondiale la cui applicazione regolare sarebbe controllata dal proletariato vincitore di tutti i paesi»5.
Altri punti fondamentali stanno a base della tattica «orientale». Non potrebbero essere più rassicuranti. «Diventa attuale il problema della trasformazione della dittatura proletaria nazionale (che esiste in un solo paese e non può perciò esercitare una influenza decisiva sulla politica mondiale) in dittatura proletaria internazionale (quale realizzerebbero almeno diversi paesi avanzati, capaci di influire in modo decisivo sulla politica mondiale)». E soprattutto: «L’Internazionalismo operaio esige la subordinazione degli interessi della lotta proletaria in un paese agli interessi di questa lotta nel mondo intiero, e, da parte delle nazioni che hanno vinta la borghesia, il consenso ai massimi sacrifici nazionali in vista del rovesciamento del capitale internazionale»6.
Tutto questo essendo ben saldo, e salda la fiducia nella lotta rivoluzionaria anticapitalista in tutti i paesi borghesi, anche i più radicali tra i marxisti europei di sinistra gridarono il loro consenso alle conclusioni delle tesi, ed alla ferre dialettica dell’oratore.
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Si può su tali basi sistemare, con modo più autentico di quelle che conviene alla grande stampa, l’inquadramento storico di Lenin.
Il modo di vita delle associazioni umane nei lunghi millenni non rende direttamente dipendenti i popoli dei vari paesi, che talvolta non si incontrano e nemmeno si conoscono. Ma quando l’èra del capitalismo si inizia, già i metodi di produzione e di comunicazione hanno legate tutte le parti della terra. La rivoluzione politica contro i poteri feudali balza violentemente da un capo all’altro di Europa; non vi sono più storie nazionali ma una storia sola, almeno di tutta la parte atlantica del continente. La classe dei proletari appare sulla scena storica e combatte con la borghesia nelle sue rivoluzioni, partecipa ad un fronte unico per le conquiste liberali e nazionali, ed offre ai nuovi padroni della società le truppe irregolari delle insurrezioni e quelle regolari delle grandi guerre di sistemazione nazionale. E’ un fatto storico, e lo stesso Manifesto del 1848 ne fa ancora una norma strategica per dati paesi e popoli, come quelli ancora oppressi da Austria e Russia.
Non è il caso di coprire il fatto che azione nazionale vuol dire blocco delle classi: in quella fase, capitalisti ed operai contro i feudatari.
Per tutto il campo europeo, il marxismo chiude questa fase al 1870. Nella Comune di Parigi, come del resto aveva tentato nel ‘48, la classe operaia denunzia il blocco nazionale, lotta da sola e prende il potere, per tempo sufficiente a mostrare che la forma di esso è la dittatura.
Da allora, chi nel campo europeo invoca ancora blocchi nazionali tra le classi, è traditore: la terza Internazionale, la rivoluzione russa, il leninismo liquidano per sempre tale partita: nella teoria, nella organizzazione, nella lotta armata.
In Oriente i regimi sono ancora feudali. Quale sarà lo sviluppo? Le potenze coloniali hanno portato i prodotti della loro industria, ed in pochi casi gli stessi impianti, ai margini costieri; lo stesso artigianato locale decade ed i suoi elementi si versano nell’interno, nel lavoro agricolo: un contadiname miserrimo soggiace allo sfruttamento diretto dei signorotti indigeni e indiretto del capitale mondiale. Ove una locale borghesia industriale e commerciale sorge, essa è legata a quella straniera e ne dipende. Mal si delinea un blocco contro gli stranieri; solo in certi paesi (vedi il Marocco) vi accedono gli stessi capi feudali e il gran possesso terriero; in genere la spinta viene dai contadini, dai pochi operai; e ad essi si unisce, come in Europa nell’epoca romantica, la categoria degli intellettuali, divisi tra la xenofobia tradizionalista e le suggestioni della scienza e della tecnica bianca. Questa massa informe insorge; il suo moto crea difficoltà gravi alla classe capitalistica europea: essa ha due nemici: il popolo delle colonie, il proletariato di casa.
Come pensiamo che da un sistema di economia sociale di Oriente si arrivi al socialismo? Occorre, come in Europa, attendere una rivoluzione borghese coi suoi moti nazionali appoggiata dalle masse lavoratrici e povere, e solo dopo, lo stabilirsi di una lotta di classe locale, del movimento operaio, della lotta per il potere e i Soviet? Con una tale strada la rivoluzione proletaria mondiale coprirebbe secoli e secoli.
In modo più o meno chiaro, i delegati di Oriente nel 1922 dissero di no, che per il capitalismo con le sue infamie, oramai non più mascherate da parate popolari e nazionaliste, non volevano passare, ma affiancarsi alla rivoluzione mondiale delle classi operaie nei paesi capitalisti, ed attuare anche nei loro paesi la dittatura delle masse non abbienti e il sistema dei Soviet7.
I marxisti occidentali accettarono il piano. Esso significa che ove in Oriente scoppia la lotta contro il locale regime feudale agrario o teocratico, e al tempo stesso contro le metropoli coloniali, i comunisti locali e internazionali entrano nella lotta e la appoggiano. Non per darsi come postulato un regime democratico borghese, autonomo e locale, bensì per scatenare la rivoluzione permanente, che si fermerà alla dittatura soviettista. Marx ed Engels, ricordò Zinovief, allargando le braccia davanti alla sorpresa di Serrati, l’hanno sempre detto: lo dissero per la Germania del 1848!
Ed allora la serie dei tre periodi si pone così: appoggio alle insurrezioni nazionali nelle metropoli; fino al 1870. Lotta insurrezionale di classe nelle metropoli; 1871-1917: una sola vittoria, in Russia. Lotta di classe nelle metropoli e insurrezioni nazionalpopolari nelle colonie con la Russia rivoluzionaria al centro, in una unica strategia mondiale che si fermi solo al rovesciamento OVUNQUE del potere capitalistico, al tempo di Lenin.
Il problema economico sociale, in una simile prospettiva, veniva superato dalla garanzia contenuta nel «piano economico mondiale unitario». Il proletariato, padrone in occidente del potere e dei mezzi moderni di produzione, ne fa partecipe l’economia dei paesi arretrati con un «piano» che, come quello cui già tende il capitalismo di oggi, è unitario, ma a differenza di quello non vuole conquiste, oppressione, sterminio e sfruttamento.
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La prospettiva della terza guerra mondiale oggi possibile NON E’ QUESTA.
Anzitutto è stato gettato via il concetto di interdipendenza mondiale delle lotte, come dottrina, come strategia, come organizzazione.
Il Presidium della Internazionale Comunista, violando le facoltà statutarie, si è arbitrato il 15 maggio 1943 a discioglierne la organizzazione, pretendendo che la decisione internazionale dei problemi di un singolo paese non è più possibile, essendo mutata la situazione del 1920, e ogni partito nazionale deve essere autonomo. Nella motivazione è approvato il distacco del partito comunista degli Stati Uniti nel novembre 1940! Ma questo era avvenuto di fronte alla spartizione della Polonia con Hitler! E’ poi detto che la rottura del vincolo mondiale è necessaria perché, mentre i partiti nei paesi hitleriani devono fare lotta disfattista, quelli nei paesi avversi devono lavorare per il blocco nazionale: le parole ufficiali sono: «appoggiare con ogni forza lo sforzo di guerra dei governi».
La grande via, la grande prospettiva di Lenin è dunque caduta, se nel campo occidentale, e non più in una colonia o semicolonia, si fa blocco, non con gruppi nazionalisti insorti contro un governo di casa o di fuori, ma col governo costituito, borghese, capitalista, imperiale, possessore delle colonie di oltremare. Caduta e capovolta è la formula della alleanza di allora, che era di chiarezza cristallina: lega fra tutti i nemici dei grandi poteri capitalisti di occidente.
La storia non è mai semplice e facile a decifrare, e lo schieramento degli stati, oggi che la consegna cambia di nuovo, ed è di dirompere (come si faceva con Hitler) la forza interna dei governi guerrafondai di America ed Europa, riuscirà più o meno complicato, come alla vigilia delle altre due guerre.
Intanto la decisione sul doppio compito dei partiti nei vani stati viene sempre da quel presidio del Kremlino, che osò autodisciogliersi.
Ma non abbiamo più, come nel programma di Lenin, quale traguardo della alleanza di classi oppresse e popoli oppressi, la caduta del capitalismo in America e in Inghilterra. Manca così ogni via alla «dittatura proletaria internazionale» ed ogni possibilità di quel «piano di economia proletaria mondiale»che sola scioglieva il problema di «saltare» il regime borghese in Cina, e non crearlo a benefizio dei Ciang-kai-schek di ieri, dei Mao-Tsè di domani (o dei Tito di oggi). A tutto si è rinunziato, poi che si oppone alla via maestra quella tortuosa che ammette la «pacifica convivenza» sotto il regime capitalista; perché non si subordina più l’interesse di una prima nazione proletaria a quello della vittoria nei paesi più avanzati, e si negano i «sacrifici nazionali», da Lenin richiesti e promessi, per far luogo ad un comune egoismo nazionale e statale.
A questi patti, come era basso opportunismo, perfettamente analogo a quello della seconda Internazionale che volle nel 1914 i blocchi nazionali, l’appoggio totale ai governi in guerra della alleanza antigermanica, così, distrutte e rinnegate tutte le garanzie leniniste, lo è divenuta la alleanza nazionale nei paesi di Oriente, e il «blocco delle quattro classi» che abbraccia borghesi locali di industria e di commercio, e impegna ad essi un lungo avvenire di esercizio economico capitalistico. L’appoggio di guerra ad un regime di Mao-Tsè è tanto reazionario quanto lo è stato quello al regime di Roosevelt, e quanto lo fu — al tempo di Lenin —l’appoggio in guerra all‘impero kaiserista o alla repubblica francese.
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La sinistra marxista in tempo ammonì che la grande linea della prospettiva storica della classe rivoluzionaria non muta, da quando essa per effetto di nuove forze produttive appare nella società, fin quando non perviene alla definitiva dispersione dei rapporti di produzione antichi.
Ma la maggioranza della classe operaia sembra oggi seguire la scuola che pretende mutare le grandi prospettive, sotto pretesto che lo studio di situazioni ed esperienze nuove lo esiga. Non diversamente si difese il revisionismo della fine dell’altro secolo, assumendo che le forme pacifiche dello sviluppo borghese suggerissero di fare gettito del mezzo della lotta armata e della dittatura, che Marx preconizzava.
Tutto potrebbe avere insegnato il trentennio che ha seguito la scomparsa di Lenin, fuor che la interdipendenza mondiale, e degli Stati costituiti, e delle economie sociali, sia rallentata. Se così fosse, come avrebbero i governanti russi abbracciata ed impegnata a Yalta, a Potsdam, la modernissima politica di guerra; che ha voluto sulla scena mondiale il vinto annientato e distrutto, sotto la vera dittatura internazionale del blocco vincitore? Che ha elevato l’inganno, più grandioso di quello della lega wilsoniana 1918, della Organizzazione delle nazioni, nel cui palagio, mentre sui campi di Corea scorre il sangue, scorre lo spumante nei calici dei brindisi cui partecipano con tranquillo sorriso gli avversari delle nuove guerre sante?
Non ha dunque alcun senso proporre alla classe operaia una prospettiva che la chiuda nel breve ambito di problemi nazionali.
La teoria che baratta il piano socialista mondiale con il socialismo in un solo paese, che sostiene possibile la convivenza non solo di ipotetici stati proletari con gli stati della borghesia, ma anche solo di opposti centri di potere militare costituito, prima che il capitalismo mondiale sia vinto, questa teoria non è nulla di diverso da quella «piccolo borghese sull’uguaglianza giuridica delle nazioni in regime capitalistico» bollata nelle tesi 1920 di Lenin; nulla di mutato da programmi della «Lega per la Pace e la Libertà» dei Mazzini, dei Kossuth, bollata in quelle 1864 di Marx.
Poiché al piano unitario mondiale di potenza meno che mai oggi rinunzia il Capitale, e muove a ribadire le catene sulla classe operaia di tutti i paesi «prosperi» e poveri, e la soggezione degli stati minori e delle immense masse coloniali, ogni teoria di convivenza ed ogni grande agitazione mondiale di pace, vale complicità con quel piano di affamamento e di oppressione.
Ogni tentativo di una guerra santa come appello alla difesa da un assalto che voglia turbare quell’impossibile equilibrio, fatto dopo le rinunzie di decenni e decenni alla richiesta suprema di distruggere dalle fondamenta i centri imperialisti, non può avere come contenuto reale che la immolazione degli sforzi di partigiani e di ribelli ai fini di imperialismi, che li sfrutteranno non diversamente da quello americano, presentato nel 1943 tra i campioni della libertà del mondo.
Ma la maggioranza della classe operaia mondiale, tuttavia, cade oggi nell’inganno della campagna per la Pace, e forse domani cadrebbe in quello di una nuova e vana immolazione partigiana; non ritorna alla sua prospettiva autonoma rivoluzionaria, come dopo il 1918 seppe tornarvi.
Forse occorre attendere l’altro Lenin, ed era Lenin, come sfuggì detto in un momento di lirismo al freddo Zinovief, «l’homme qui vient tous les cinq-cent ans»?
Cinquecento anni, oggi che le grosse riviste traggono luce per il pubblico non meno grosso da cicli tanto brevi, come quello di Ike da «mediano di mischia» a generalissimo atlantico, o quelli di cambio della guardia nelle alcove dei capi politici?
Il cammino del comunismo, che non si chiude nel ciclo della vita di uomini e nemmeno di generazioni, non avrà bisogno di tanto, perché alla politica del blocco occidentale antifascista e antitedesco di ieri, a quella del blocco orientale di oggi, sedicente anticapitalista, che persegue non più la repubblica socialista mondiale, ma una democrazia nazionale e popolare, più mentita di quella bandita da Washington, sia data la stessa definizione che dette Lenin al socialnazionalismo del 1914: tradimento. E sia data da una ricostituita unità di organamento e di lotta degli sfruttati e degli oppressi di tutti i paesi.
E fino a tanto, non v’è pace che sia desiderabile, non v’è guerra che non sia infame.
Note
La formazione del Partito Comunista in Italia
(materiali storici e documentari)
Premessa
Il 21 gennaio 1921 a Livorno nel teatro San Marco i delegati della frazione comunista del Partito Socialista Italiano, convocato al suo XVII Congresso, dopo il voto con cui la maggioranza respingeva le condizioni stabilite al II congresso di Mosca della Internazionale Comunista, abbandonata la sala del congresso socialista dichiaravano costituito il Partito Comunista d’Italia, sezione della Internazionale Comunista.
A trent’anni di distanza, dopo che la Internazionale Comunista di Mosca, ormai rinnegati i suoi principi costitutivi, è stata dichiarata sciolta nel corso dell’ultima guerra mondiale, il partito che pretende continuare Livorno si chiama ufficialmente Partito Comunista Italiano. Il nome è anche cambiato: la formula: d’Italia , oltre a sottolineare l’importante principio di non nazionalità che inspira il movimento comunista, rispose espressamente alla 17a. delle 21 condizioni in seguito riportate.
Tale partito ha completamente capovolto principi, politica ed azione, ma, per poter sostenere l’opposto e rivendicare il diritto di richiamarsi a Livorno, è costretto ad una totale falsificazione di quello che. Livorno disse e significo.
Con la presente pubblicazione non intendiamo fare polemica, ma solo esporre fatti, documenti e testi che oramai appartengono alla storia` e che nessuno ha la possibilità di invalidare e travisare, tanto meno quelli stessi che molti ne compilarono e firmarono.
Rispondiamo così alla esigenza di orientamento, vivissima nelle file del movimento comunista e proletario; in quanto, prima delle gravi questioni di dottrina, di indirizzo e di metodo, si ravvisa la grave deficienza di esatta informazione anche nei più volonterosi e indipendenti dei militanti e dei compagni.
I. Il Partito Socialista Italiano al Congresso di Bologna 5-8 Ottobre 1919
Breve richiamo storico alle vicende del P.S.I.
Dovrà essere oggetto di altra pubblicazione la storia del movimento socialista in Italia, dalle sue origini e fino al periodo importantissimo della prima guerra mondiale, e la illustrazione sia delle lotte del proletariato e del partito, che delle divergenze delle tendenze coi loro urti nei congressi.
Come premessa alla situazione che condusse alla scissione dei comunisti, bastino oggi questi brevissimi cenni.
Il partito socialista italiano, seguendo i principii marxisti, al congresso di Genova del 1892 si separò dagli anarchici, e fu sezione della seconda Internazionale socialista.
Nei primi anni del secolo ventesimo il partito elimino dal suo seno le tendenze sindacaliste di scuola soreliana, che preconizzavano l’abbandono della azione politica per concentrare tutte le attività in quella economica e sindacale. In tale lotta però prevalse la tendenza riformista che basava l’azione del partito sui mezzi legalitari.
Reagi la corrente intransigente rivoluzionaria dei marxisti radicali, che divenne dominante nel partito al congresso di Reggio Emilia nel 1912.
Fu allontanata l’ala destra dei riformisti bissolatiani, i quali avevano proposta la collaborazione a ministeri borghesi e monarchici, appoggiata la guerra libica e in seguito dovevano divenire fautori spinti dell’intervento nella guerra del 1914, a cui il grosso del partito si oppose con vigore.
Nel maggio 1945 si aveva l’intervento italiano nella guerra, ma il partito continuò la sua lotta benché abbandonato dal capo della sinistra Mussolini, direttore dell’«Avanti» fino all’ottobre 1914, poi espulso. Nel seno del partito si delinearono due correnti, I riformisti turatiani, e con essi i più moderati degli intransigenti, pur sostenendo la opposizione in Parlamento alla guerra, ne accettavano la disciplina; gli elementi di sinistra rivendicarono una opposizione attiva, ed in principio fino al sabotaggio della guerra, anche quando l’esercito austriaco invase il territorio nazionale. Tali elementi a guerra finita, e quando le simpatie delle masse proletarie convergevano sul partito, si schierarono per la adesione alla terza Internazionale di Mosca, costituita nel 1919, e sopratutto per i principi della dittatura del proletariato e della azione rivoluzionaria, che trovavano opposizione più o meno aperta fra i turatiani e nella corrente che si chiamo «massimalista». Questa a parole era con Mosca, nel fatto non voleva separarsi dai primi né condannare ogni concezione non solo socialnazionale, ma socialdemocratica e legalitaria del movimento operaio.
I massimalisti al congresso di Bologna 1919 fecero votare l’adesione a Mosca, ma rifiutarono ogni rottura coi riformisti ed ogni loro esclusione dalle file del partito, ogni lotta con la loro influenza sindacale e parlamentare; di più solo platonicamente modificarono il vecchio programma di Genova 1892, che anche interpretato in senso intransigente non rispondeva più alla impostazione rivoluzionaria, e tollerarono i denigratori del programma rinnovato nelle file del Partito. L’adozione integrale del programma dell’Internazionale Comunista fu invece propugnata al Congresso dagli aderenti alla Frazione Comunista Astensionista.
Il 1920 fu l’anno del travaglio interno del Partito Socialista, che vide allinearsi sulle posizioni di principio e di tattica della III Internazionale anche gruppi e militanti singoli che a Bologna avevano seguito la maggioranza.
Il contrasto fu discusso in pieno al II congresso di Mosca del luglio del 1920, il quale definì le condizioni per la entrata dei partiti nella Internazionale, e tutte le direttive di questa, e stabili tra gli altri metodi tattici anche quello dell’impiego dell’azione parlamentare.
Gli elementi che si raccolsero su tale terreno nel 1920 formarono la frazione comunista del partito, e al congresso di Livorno, data la resistenza dei massimalisti alle richieste di Mosca, si staccarono da essi.
Sorse così il nuovo partito. I testi parlano per dire quale ne fosse, senza possibilità di equivoco, la dottrina, la politica, la tattica.
Mozione della Frazione massimalista elezionista
(Dal Resoconto)
Il Congresso del P.S.I. adunato in Bologna nei giorni 5-8 ottobre 1919, riconoscendo che il programma di Genova è ormai superato dagli avvenimenti e dalla situazione internazionale, creata dalla crisi mondiale. sorta in conseguenza della guerra, proclama che la rivoluzione russa, il più fausto evento della storia del proletariato, ha creato la necessità, in tutti i paesi di civiltà capitalistiche, di agevolarne l’espansione; premesso poi che nessuna classe dominante ha rinunciato finora al proprio dispotismo se non costrettavi dalla violenza e che la classe sfruttratrice fa ad essa ricorso per la difesa dei propri privilegi e per il soffocamento dei tentativi di liberazione della classe oppressa, il Congresso è convinto che il proletariato dovrà ricorrere all’uso della violenza per la difesa contro le violenze borghesi, per la conquista del potere e per il consolidamento delle conquiste rivoluzionarie: afferma la necessità di avvisare ai mezzi di preparazione spirituale e tecnica; considerando poi la situazione politica attuale nei riguardi delle prossime elezioni, delibera di scendere in giostra sul terreno elettorale e dentro gli organismi dello Stato borghese per la più intensa propaganda dei principî comunisti e per agevolare l’abbattimento di detti organi della dominazione borghese. Informandosi infine alle considerazioni suesposte, delibera di modificare il programma del Partito, concretandolo nella forma seguente:
PROGRAMMA
«Considerando che nel presente ordinamento della società gli uomini sono divisi in due classi: da un lato i lavoratori sfruttati, dall’altro i capitalisti detentori e monopolizzatori delle ricchezze sociali; che i salariati d’ambo i sessi, d’ogni arte e condizione, formano, per la loro dipendenza economica, il proletariato, costretto ad uno stato di miseria, d’inferiorità e d’oppressione; riconoscendo che gli attuali organismi economico-sociali, difesi dall’odierno sistema politico, rappresentano il dominio dei monopolizzatori delle ricchezze sociali e naturali sulla classe lavoratrice;
che i lavoratori non potranno conseguire l’emancipazione se non mercé la socializzazione dei mezzi di lavoro (terre, miniere, fabbriche, mezzi di trasporto ecc.) e la gestione sociale della produzione;
riconoscendo inoltre che la società capitalistica, col conseguente imperialismo. ha scatenato e scatenerà guerre sempre più vaste e micidiali;
che solo l’instaurazione del socialismo condurrà alla pace civile ed economica; che lo sfacelo prodottosi in tutto il mondo civile è il segno evidente del falli- mento che minaccia tutti i paesi, vinti e vincitori;
che la manifesta incapacità della classe borghese a rimediare ai danni da essa prodotti, mostra come si sia iniziato un periodo rivoluzionario di profonda trasformazione della società, che conduce ormai all’abbattimento violento del dominio capitalistico borghese e alla conquista del potere politico ed economico da parte del proletariato;
che gli strumenti di oppressione e di sfruttamento del dominio borghese (Stato, comuni e amministrazioni pubbliche) non possono in alcun modo trasformarsi in organismi di liberazione del proletariato; che a tali organi dovranno essere opposti organi nuovi proletari (Consigli dei lavoratori, contadini e soldati, consigli dell’economia pubblica ecc.) i quali, funzionanti da prima (in dominio borghese) quali strumenti della violenta lotta di liberazione, divengono poi organismi di trasformazione sociale ed economica, e di ricostruzione del nuovo ordine comunista;
che la conquista violenta del potere politico da parte dei lavoratori dovrà segnare il trapasso del potere stesso dalla classe borghese a quella proletaria, instaurando così il regime transitorio della dittatura di tutto il proletariato; che in tale regime di dittatura dovrà essere affrettato il periodo storico di trasformazione sociale e di realizzazione del comunismo, dopo di che con la scomparsa delle classi scomparirà anche ogni dominio di classe, ed il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione del libero sviluppo di tutti.
DELIBERA
1) di informare la organizzazione del P.S.I. ai suesposti principî;
2) di aderire alla Terza Internazionale, organismo proletario mondiale, che tali principî propugna e difende;
3) di promuovere accordi con le Organizzazioni sindacali che sono sul terreno della lotta di classe, perché informino la loro azione per la più profonda realizzazione dei suesposti principî».
Mozione della Frazione Comunista Astensionista
(Dal Resoconto)
«II XVI Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano dichiara che il programma costitutivo di Genova del 1892 non risponde più alle esigenze della vita e dell’azione del partito;
delibera che il partito faccia parte integrante dell’Internazionale Comunista accettandone il programma costitutivo di Mosca ed impegnandosi ad osservare la disciplina dei congressi internazionali comunisti;
dichiara incompatibile la presenza nel partito di coloro che proclamano la possibilità dell’emancipazione del proletariato nell’ambito del regime democratico e ripudiano il metodo della lotta armata contro là borghesia per la instaurazione della dittatura proletaria;
delibera che il partito assuma il nome di PARTITO COMUNISTA e adotti il programma che segue, nel quale, sulla base delle dottrine fondamentali bandite nel Manifesto dei Comunisti nel 1848, e delle direttive politiche sulle quali procedono le rivoluzioni contemporanee, sono prospettati gli sviluppi storici del trapasso dal presente ordine sociale a quello comunista, ed è stabilito il compito del partito nelle diverse fasi di tale processo1;
delibera che il partito si astenga dalle lotte elettorali intervenendo nei comizi a propagandare le ragioni di tale suo atteggiamento, ed impegna tutti gli organi e le forze del partito all’opera:
a) di precisare e diffondere nella classe operaia la consapevolezza storica della necessaria realizzazione integrale del programma comunista;
‘b) di allestire gli organi proletari e i mezzi pratici di azione e di lotta necessari al raggiungimento di tutti i suoi successivi caposaldi programmatici».
Esito della votazione
(dall’Almanacco Socialista – 1920)
Hanno votato 1418 sezioni rappresentanti 66798 soci.
Per l’o.d.g. Serrati, mass. Elezionista: sez. 1012, voti 48.411
Per l’o.d.g. Lazzari, mass. Unitario: sez. 339, voti 14.880
Per l’o.d.g. Bordiga, mass. Astensionista: sez. 67, voti 3.417
I destri bloccarono sulla mozione Lazzari.
Deliberazione della Frazione Astensionista dopo il voto, 8 ottobre 1919
(Dal Soviet del 20 ottobre 1919)
(Dopo il voto favorevole, con grande maggioranza, alla tendenza Serrati, la frazione adottò con voto unanime il seguente deliberato)
I delegati al XVI Congresso Nazionale Socialista aderenti alla frazione Comunista Astensionista;
visto il deliberato col quale la grande maggioranza del Congresso ha adottato la tattica elezionista e riconfermando il loro punto di vista secondo il quale una simile tattica contraddice al programma massimalista, ai metodi della Terza Internazionale ed alla preparazione dell’azione rivoluzionaria del proletariato italiano; ed è inevitabile una netta separazione tra i seguaci del metodo socialdemocratico e quelli del metodo comunista; deliberato di proporre alle Sezioni da loro rappresentate di rimanere nel seno del Partito Socialista Italiano rinunciando per disciplina ad agitare nella massa la propaganda dell’astensione elettorale; dichiarano costituita la Frazione Comunista Astensionista nel partito, invitando tutte le sezioni ed i gruppi che ne condividono il programma presentato al congresso a farvi adesione. Passano a discutere sulle funzioni e sul compito che la frazione dovrà esplicare2.
I. Il secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, Luglio-Agosto 1920
Conclusione del discorso di Zinovief (seduta inaugurale, 17 luglio 1920)
(dal Resoconto stenofrafico)
Compagni, giunto alla fine del mio discorso, vi ricordo che tra qualche mese ricorre il cinquantenario della prima grande insurrezione degli operai europei, che mostri il nostro cammino a noi comunisti. Voglio alludere alla Comune di Parigi, voglio alludere a quell’eroica rivolta dei proletari parigini che, malgrado tutte le loro debolezze e i loro errori (noi cercheremo di evitarli), hanno scritto a lettere d’oro una pagina gloriosa nella storia del proletariato internazionale ed hanno indicato la strada da seguire a milioni di lavoratori
Compagni, io mi permetto di augurare che nel primo giorno del cinquantenario della Grande Comune, noi possiamo salutare in Francia una Repubblica Francese dei Soviet (uragano di applausi).
Compagni, in un articolo scritto subito dopo il Congresso Costituente dell’Internazionale Comunista sotto il titolo «Prospettive di Rivoluzione Internazionale», mi accadde di dire, in un momento di entusiasmo, che forse non ci sarebbe occorso più di un anno per dimenticare che la lotta per il potere dei Soviet avesse mai avuto luogo in Europa, poiché, in quel momento, questa lotta sarebbe stata terminata nel nostro continente ed iniziata negli altri.
Un professore borghese tedesco ha esumata questa frase, ed ultimamente ho avuto l’occasione di leggere un articolo in cui la citava per dimostrare che «il principio sovietico non è prossimo a trionfare, a quel che sembra, in Europa».
Possiamo tranquillamente rispondere a questo signore: può darsi che voi abbiate ragione, può darsi che noi ci siamo lasciati trasportare e che in effetti non occorra un anno, ma due, ma tre, perché l’Europa intiera abbia il potere dei Soviet, ma se voi stesso siete così modesto che un rinvio di un anno o due vi riempie di gioia noi possiamo felicitarvi di tanta modestia ed esprimere quanto a noi la certezza che, qualche anno prima o qualche anno dopo noi sapremo avere ancora pazienza noi l’avremo, la REPUBBLICA INTERNAZIONALE dei SOVIET sotto l’egida della nostra III. Internazionale.
Viva la classe operaia di tutti i paesi!
Viva l’Internazionale Comunista! (applausi prolungati)
Conclusione del discorso di Lenin
(Seduta inaugurale, 17 luglio 1920)
La proposizione che lo sfruttato deve insorgere contro lo sfruttatore e formare i Soviet non è troppo complicata.
Dopo la nostra esperienza di due anni e mezzo di Repubblica Soviettista in Russia, dopo il I Congresso della III Internazionale, essa diviene accessibile a centinaia di milioni di oppressi e di sfruttati nel mondo intero. Anche se noi siamo oggi in Russia costretti spesso a consentire a compromessi e a restare nell’attesa, essendo più deboli degli imperialisti internazionali, noi sappiamo tuttavia di difendere gli interessi di una massa che rappresenta un miliardo e un quarto di popolazione. Noi siamo ancora imbarazzati da pregiudizi e da una ignoranza che. ogni giorno di più appartiene al passato. Ma più noi avanziamo meglio comprendiamo che difendiamo di fatto questo settanta per cento della popolazione del mondo, questa enorme massa di lavoratori e di sfruttati. Possiamo dirlo con fierezza: al tempo del nostro I. Congresso non eravamo che dei propagandisti, non facevamo che lanciare ai proletariato del mondo intero le idee fondamentali. l’appello al combattimento, e ci chiedevamo soltanto quali fossero gli uomini capaci di seguire la nostra strada. Oggi vi è dovunque un proletariato avanzato. Dovunque, sebbene essi siano molte volte male organizzati, vi sono eserciti proletari, e, se i nostri compagni di tutti i paesi possono oggi aiutarci a formarne un esercito solo, nulla potrà più impedirci di completare l’opera nostra. Quest’opera è quella della rivoluzione proletaria universale; della fondazione della REPUBBLICA DEI SOVIET DEL MONDO (uragano di applausi).
Condizioni di ammissione all’Internazionale Comunista, adottate il 30 luglio 1920
(dalla raccolta delle Risoluzioni)
Il primo Congresso dell’Internazionale Comunista non aveva posto condizioni precise per l’ammissione nella Terza Internazionale, Fino al momento della convocazione del Primo congresso, nella maggior parte dei paesi esistevano soltanto tendenze e gruppi Comunisti.
Il secondo Congresso dell’Internazionale Comunista si raduna in ben altre condizioni. Nella maggior parte dei paesi vi sono, attualmente, non soltanto correnti e tendenze comuniste, ma Partiti e Organizzazioni Comunistiche.
Spesso Si rivolgono ora alla Internazionale Comunista Partiti e gruppi che, ancor poco tempo fa, appartenevano alla Seconda Internazionale, e ora vogliono entrare nella Terza Internazionale, ma in realtà non sono ancora divenuti comunisti. La Seconda Internazionale è definitivamente distrutta. I Partiti intermedi e i Gruppi del «Centro», i quali vedono come alla Seconda Internazionale manchi ormai qualsiasi probabilità di vita, tentano di appoggiarsi alla Internazionale Comunista, che sta diventando sempre più forte. Essi sperano però di serbare, anche nell’avvenire, una tale «autonomia» che garantisca loro la possibilità di attuare la loro antica politica opportunistica o «centrista».
In certa qual maniera la Internazionale Comunista è ora di moda. Il desiderio di alcuni gruppi dirigenti del «Centro» di entrare nella Terza Internazionale è una indiretta conferma che l’Internazionale Comunista si è conquistata le simpatie della stragrande maggioranza degli operai coscienti di classe di tutto il mondo, e che essa è una potenza, la quale cresce di giorno in giorno sempre più.
L’Internazionale Comunista è minacciata dal pericolo di essere inquinata da elementi vacillanti e indecisi che non si sono ancora definitivamente liberati dalla ideologia della Seconda Internazionale.
Oltre a ciò in alcuni grandi partiti (Italia, Svezia, Norvegia, Jugoslavia, ecc…) la cui maggioranza sta sul terreno del Comunismo, è rimasta fino al giorno d’oggi una notevole ala riformista e socialpacifista, che aspetta soltanto di risollevare il capo e cominciare il sabotaggio attivo della rivoluzione proletaria, aiutando così la borghesia e la Seconda Internazionale.
Nessun comunista deve dimenticare gli ammaestramenti della Repubblica sovietista ungherese.
Il proletariato ungherese ha pagato ben cara la fusione dei Comunisti ungheresi coi cosiddetti socialdemocratici di «sinistra».
Per conseguenza il Secondo Congresso della Internazionale Comunista ritiene necessario fissare con la massima precisione le condizioni per l’ammissione di nuovi partiti, e ricordare a quei partiti, che già fanno parte dell’Internazionale Comunista, i doveri a loro imposti.
Il Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista pone le seguenti condizioni per l’appartenenza alla Internazionale Comunista:
1. Tutta quanta l’agitazione e la propaganda deve avere un carattere real- mente comunista e corrispondente al programma e ai deliberati della Terza Internazionale. Tutti gli organi della stampa del Partito debbono essere diretti da Comunisti fidati, i quali abbiano dimostrato la loro devozione alla causa del proletariato. Della dittatura del proletariato non si deve parlare semplicemente come di una banale formula imparata a memoria, ma essa deve essere così propagandata che ogni semplice operaio, operaia, soldato, contadino ne comprenda la necessità dai fatti della vita quotidiana, sistematicamente osservati e giorno per giorno sfruttati dalla nostra stampa.
La stampa periodica e non periodica e tutte le imprese editrici del Partito debbono essere completamente sottoposte alla direzione del Partito, senza preoccuparsi se, in quel dato istante, il Partito nella sua collettività sia legale o illegale. E’ inammissibile che le Case Editrici abusino della loro autonomia e facciano una politica che non corrisponde pienamente alla politica del Partito. Nelle colonne dei giornali, nei comizi popolari, nei sindacati, nelle cooperative di consumo, dovunque i seguaci della Terza Internazionale riescano ad entrare, è necessario bollare a fuoco sistematicamente non solo la borghesia, ma anche i suoi complici, i riformisti di ogni sfumatura.
2. Qualunque organizzazione voglia unirsi alla Internazionale Comunista, deve regolarmente e sistematicamente allontanare da tutti i posti più o meno responsabili del movimento rivoluzionario (organizzazioni del partito, redazioni, sindacati, gruppi parlamentari, cooperative, amministrazioni comunali), i riformisti e i centristi, sostituendoli con provetti comunisti, senza preoccuparsi se, specialmente in principio, al posto di «esperti» opportunisti subentrano semplici operai provenienti dalla massa.
3. In quasi tutti i paesi d’Europa e d’America la lotta di classe entra nella fase di lotta civile. In siffatte condizioni i comunisti non possono avere fiducia nella legalità borghese. Essi sono obbligati a creare dappertutto un apparato di organizzazione parallelo e illegale che, nel momento decisivo, aiuti il Partito a compiere il suo dovere verso la rivoluzione. In tutti i Paesi nei quali, in seguito allo stato d’assedio e alle leggi eccezionali, i Comunisti non hanno la possibilità di fare legalmente tutto il loro lavoro, è assolutamente necessario combinare l’attività legale con quella illegale.
4. Il dovere di diffondere le idee comuniste include implicitamente in sé il dovere di una energica, sistematica propaganda nell’esercito.
Dove questa agitazione è ostacolata da leggi eccezionali, bisogna farla per vie illegali. La rinuncia a un tale lavoro equivarrebbe a un tradimento del dovere rivoluzionario e sarebbe incompatibile con l’appartenenza alla Terza Internazionale.
5. E’ necessaria una agitazione sistematica e regolare nelle campagne La classe operaia non può vincere, se non ha dietro di sé i proletari rurali o almeno una parte dei contadini più poveri, e se non si è assicurata, con la sua politica, la neutralità di una parte della restante popolazione rurale. Il lavoro comunista nelle campagne ha ora un’importanza preminente. Esso deve essere fatto precipuamente con l’aiuto degli operai rivoluzionari e comunisti della città e della campagna, che hanno connessioni con la campagna. La rinuncia a questo lavoro o l’affidarlo a mani malfidate o mezzo riformiste equivale a una rinuncia alla rivoluzione proletaria.
6. Qualunque Partito desideri far parte della Terza Internazionale, è obbligato a smascherare, non soltanto l’aperto socialpatriottismo, ma anche la in- sincerità e la ipocrisia del socialpacifismo: deve sistematicamente mostrare agli operai che, senza il rovesciamento rivoluzionario del capitalismo, nessun tribunale arbitrale internazionale, nessun accordo intorno alla limitazione degli armamenti di guerra, nessun democratico rinnovamento della Società delle Nazioni sarà in grado di impedire nuove guerre imperialistiche.
7. I Partiti, che desiderano appartenere alla Terza Internazionale Comunista, sono obbligati a riconoscere la completa rottura col riformismo e con la politica del «Centro» e a propagare questa rottura nella più ampia cerchia politica comunista.
L’Internazionale Comunista chiede incondizionatamente e ultimativamente l’effettuazione di questa rottura nel più breve tempo possibile. La Internazionale Comunista non può tollerare che opportunisti notori, quali Turati, Kautsky,Hilferding, Hillquit, Longuet, Macdonald, Modigliani ecc, abbiano diritto di passare per membri della Terza Internazionale. Ciò avrebbe soltanto per conseguenza che la Terza Internazionale si assomiglierebbe alla Seconda Internazionale.
8. Nella questione delle Colonie e delle Nazioni oppresse è necessario un atteggiamento particolarmente chiaro e spiccato dei Partiti in quei paesi la cui borghesia è in possesso di Colonie e opprime altre Nazioni. Qualunque Partito desideri appartenere alla Terza Internazionale è obbligato a smascherare gli espedienti dei «suoi» imperialisti nelle Colonie, ad appoggiare non solo con le parole ma anche con i fatti, qualsiasi movimento irredentista nelle colonie e chiedere la cacciata dei suoi connazionali imperialisti da quelle Colonie, a destare nei cuori degli operai del suo paese sentimenti veramente fraterni per la popolazione lavoratrice delle Colonie e delle nazioni oppresse, a fare tra le truppe del suo paese un’agitazione sistematica contro ogni oppressione dei popoli coloniali.
9. Qualunque Partito desideri appartenere all’Internazionale Comunista, deve sistematicamente e tenacemente spiegare un’attività comunista entro i sindacati, nei Consigli degli operai, nei Consigli delle Aziende, nelle Cooperative di Consumo, e in tutte le organizzazioni è necessario organizzare cellule comunistiche, che, con un lavoro persistente e tenace, guadagnino alla causa del Comunismo i sindacati, ecc. Queste cellule sono obbligate, nel loro lavoro quotidiano, a smascherare dappertutto il tradimento dei socialpatrioti e le oscillazioni dei centristi. Le cellule comunistiche debbono essere completamente subordinate al Partito.
10. Ogni Partito appartenente alla Internazionale Comunista è obbligato a svolgere una lotta tenace contro la «Internazionale» dei Sindacati gialli di Amsterdam. Esso deve fare energica propaganda fra gli operai organizzati nei sindacati, per dimostrare la necessità di romperla con la Internazionale gialla di Amsterdam. Ogni Partito deve, con ogni mezzo, appoggiare la nascente associazione internazionale dei Sindacati Rossi che si uniscono con la Internazionale Comunista.
11. I partiti che vogliono appartenere alla Terza Internazionale, sono obbligati a sottoporre a una revisione l’effettivo personale dei Gruppi parlamentari, ad allontanare tutti gli elementi malsicuri e subordinare, non solo con la parola ma coi fatti, tutti quei gruppi alle Direzioni dei Partiti, esigendo da ogni deputato comunista che egli assoggetti tutta quanta la sua attività agli interessi di una propaganda e di una agitazione realmente rivoluzionarie,
12. I partiti appartenenti alla Internazionale Comunista debbono essere costruiti sulla base del Centralismo democratico. Nell’attuale epoca dell’acuita guerra civile il Partito Comunista sarà in grado di fare il suo dovere soltanto se è organizzato nel modo il più possibile centralista, se domina in esso una ferrea disciplina, e se la sua direzione centrale, sorretta dalla fiducia dei membri del Partito, ha la forza, l’autorità e le più ampie competenze.
13. Il Partito Comunista di quei paesi, in cui i comunisti fanno il loro do- vere lealmente, debbono, di quando in quando, procedere ad un «repulisti» (nuove registrazioni) dell’effettivo dell’organizzazione del Partito per epurare sistematicamente il Partito dagli elementi piccolo-borghesi, che si sono insinuati in esso.
14. Qualunque Partito desideri appartenere alla Internazionale Comunista, è obbligato a dare tutto quanto il suo aiuto a ogni repubblica sovietista nella sua lotta contro le forze controrivoluzionarie. I partiti comunisti debbono svolgere una chiara propaganda per impedire il trasporto di munizioni di guerra ai nemici delle Repubbliche Sovietiche; oltre a ciò debbono, con ogni mezzo, legalmente o illegalmente, fare propaganda ecc. fra le truppe mandate a strangolare le Repubbliche Operaie.
15. I partiti che fin d’ora hanno conservato i loro antichi programmi socialisti, sono ora obbligati a mutare, nel più breve tempo possibile, questi programmi e ad elaborare – in modo rispondente alle condizioni speciali del paese – un nuovo programma comunista nel senso dei deliberati della Internazionale Comunista. Per regola il programma di ogni partito appartenente alla Internazionale Comunista deve essere confermato dal Congresso dell’Internazionale Comunista o dal suo Comitato Esecutivo. Qualora il programma di un partito non venga confermato dal Comitato Esecutivo della Internazionale Comunista, il Partito in discorso ha il diritto di appellarsi al Congresso dell’Internazionale Comunista.
16. Tutti i deliberati dei Congressi dell’Internazionale Comunista, come pure i deliberati del suo Comitato Esecutivo, sono impegnativi per tutti i Partiti appartenenti alla Internazionale Comunista.
L’Internazionale Comunista, che agisce fra le condizioni della più aspra guerra civile, deve essere costruita in maniera di gran lunga più centralizzata di quel che fosse la Seconda Internazionale. Com’è naturale però la Internazionale comunista, e il suo Comitato Esecutivo debbono, nella loro attività complessiva, tener conto delle diverse condizioni fra cui sono costretti a lavorare ed a combattere i singoli partiti e debbono prendere deliberazioni di validità generale soltanto in quelle questioni in cui simili deliberazioni siano possibili.
17. Conforme a ciò tutti i partiti, che vogliono appartenere alla Internazionale comunista, debbono cambiare il loro nome. Qualunque partito voglia appartenere alla Internazionale Comunista, deve portare il nome: PARTITO COMUNISTA del paese così e così (Sezione della Terza Internazionale). La questione del nome non è soltanto questione formale, ma questione politica di grande importanza. L’Internazionale Comunista ha dichiarato la guerra a tutto il mondo borghese e a tutti i partiti social-democratici gialli. E’ necessario che a ogni semplice lavoratore sia chiara la differenza tra i Partiti Comunisti e gli antichi partiti ufficiali «Socialdemocratici» e «Socialisti» che hanno tradito la bandiera della classe operaia.
18. Tutti gli organi direttivi della stampa dei partiti di tutti i paesi sono obbligati a pubblicare tutti gli importanti documenti ufficiali del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista.
19. Tutti i partiti che appartengono all’Internazionale comunista o hanno fatto domanda di entrarvi, sono obbligati a convocare al più presto possibile e al più tardi quattro mesi dopo il Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista un congresso straordinario, per esaminare tutte queste condizioni. Le direzioni centrali dei partiti debbono aver cura che le deliberazioni del Secondo Congresso dell’Internazionale comunista siano rese note a tutte le organizzazioni locali.
20. Quei partiti che- vogliono entrare nella Terza Internazionale, ma che finora non hanno radicalmente cambiata la loro tattica, debbono, prima di entrare nella Terza Internazionale, provvedere perché non meno dei due terzi della loro Direzione e di tutte le più importanti istituzioni centrali si compongano di compagni, che, prima ancora del Secondo congresso dell’Internazionale comunista, si erano pubblicamente e chiaramente pronunciati in favore dell’entrata del Partito nella Terza Internazionale.
Eccezioni sono ammissibili previo consenso del Comitato Esecutivo dell’Internazionale. Il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista ha il diritto di fare eccezioni anche per i rappresentanti della tendenza centrista nominati al punto 7.
21. Quei membri dei partito che respingono per principio le condizioni e le tesi formulate dall’Internazionale Comunista debbono essere espulsi dal Partito.
Lo stesso vale specialmente per i delegati al congresso straordinario3.
Passi di risoluzioni notevoli relative all’Italia
DALLO STATUTO DELL’INTERNAZIONALE
Ricordati della guerra imperialistica!
Ecco la prima parola che l’Internazionale Comunista rivolge ad ogni lavoratore, qualunque ne sia l’origine e la lingua.
Ricordati che, per il fatto stesso dell’esistenza del regime capitalistico, un pugno d’imperialisti ha avuto, durante quattro lunghi anni, la possibilità di costringere i lavoratori di ogni paese a sgozzarsi tra di loro!
Ricordati che la guerra borghese ha immerso l’Europa e il mondo intero nella carestia e nell’indigenza!
Ricordati che senza l’abbattimento del capitalismo la ripetizione di queste guerre criminali non è solo possibile, ma inevitabile!
L’Internazionale Comunista si dà come scopo la lotta armata per rovesciare la borghesia internazionale, e la creazione della Repubblica Internazionale dei Soviet, prima tappa sulla strada della completa soppressione di ogni sistema di governo.
L’Internazionale Comunista considera la dittatura del proletariato come unico mezzo disponibile per strappare l’umanità agli orrori del capitalismo.
E l’Internazionale Comunista considera il potere dei Soviet come la forma di dittatura proletaria che la storia impone.
La guerra imperialista ha creato un legame particolarmente stretto tra il destino dei lavoratori di un paese e quello del proletariato di tutti gli altri paesi.
* * *
La guerra imperialista ha confermato una volta di più la verità di quanto era scritto nello statuto della Prima Internazionale: l’emancipazione dei lavoratori non è un compito locale né nazionale, ma invece un compito sociale e internazionale.
Art. 1 – La nuova Associazione Internazionale dei Lavoratori è fondata allo scopo di organizzare un’azione d’insieme dei lavoratori dei diversi paesi tendente ad un solo e medesimo fine: il rovesciamento del capitalismo, l’instaurazione della dittatura del proletariato e di una repubblica internazionale dei Soviet, che permetteranno di abolire completamente le classi e di realizzare il socialismo, primo grado della società comunista.
Art. 2 – La nuova Associazione Internazionale dei Lavoratori adotta il nome di Internazionale Comunista.
Art. 3 – Tutti i partiti e organizzazioni affiliati all’Internazionale Comunista portano il nome di: Partito Comunista del tale o tal’altro paese (Sezione dell’Internazionale Comunista).
DALLE TESI SUI COMPITI PRINCIPALI DELL’INTERNAZIONALE
Tesi 11. L’appoggio più completo del partito comunista e del proletariato d’avanguardia è particolarmente necessario verso ogni movimento di sciopero ampio, violento, considerevole, il solo che sia in grado sotto l’oppressione del capitale di risvegliare veramente, di scuotere e di organizzare le masse, di inspirare loro una fiducia piena ed intiera nella funzione dirigente del proletariato rivoluzionario. Senza una simile preparazione non è possibile alcuna dittatura del proletariato; e gli uomini capaci di prendere posizione contro gli scioperi come lo fanno Kautsky in Germania e Turati in Italia, non devono essere tollerati nei partiti che si richiamano alla Terza Internazionale. Lo stesso riguarda sicuramente ancor più quei capi parlamentari e sindacali che ad ogni istante tradiscono gli operai, perché col mezzo dello sciopero insegnano loro il riformismo e non la rivoluzione (esempi Jouhaux in Francia, Gompers in America, G.H. Thomas in Inghilterra).
Tesi 15. Punto 7. Gli iscritti al partito che respingono le condizioni e le tesi stabilite dall’Internazionale Comunista devono essere esclusi dal partito.
Tesi 17. Per ciò che riguarda il Partito Socialista Italiano, il Secondo Congresso della Terza Internazionale, riconoscendo che la revisione del programma votata l’anno scorso da questo partito nel suo congresso di Bologna segna una tappa importante nella sua trasformazione verso il Comunismo, e che le tesi presentate dalla sezione di Torino al Consiglio Nazionale del Partito pubblicate dal giornale l’Ordine Nuovo dell’otto maggio 1920 corrispondono a tutti i principi fondamentali della Terza Internazionale, prega il Partito Socialista Italiano di esaminare nel prossimo congresso, che dev’essere convocato in forza degli statuti del partito e delle disposizioni generali sull’ammissione alla Terza Internazionale, le dette disposizioni e tutte le decisioni dei due congressi dell’Internazionale Comunista, specie al riguardo del gruppo parlamentare, dei sindacati, e degli elementi non comunisti del Partito.
DALLE TESI SUL PARLAMENTARISMO4
Nelle attuali condizioni, caratterizzate dallo scatenarsi dell’imperialismo, il parlamento è divenuto uno strumento di menzogna, di frode, di violenza, di distruzione, di atti di brigantaggio, opera dell’imperialismo. Le riforme parlamentari, mancanti di ogni contenuto di continuità e stabilità e concepite senza piano d’insieme, hanno persa ogni importanza pratica per le masse lavoratrici.
I parlamenti borghesi, che costituiscono uno degli apparati principali della macchina governativa, non possono essere conquistati dal proletariato più che non lo sia in generale lo stato borghese. Il compito del proletariato consiste nel far saltare la macchina governativa della borghesia, nel distruggerla insieme alle istituzioni parlamentari, siano esse quelle delle repubbliche o quelle delle monarchie costituzionali.
Il comunismo si rifiuta dunque di vedere nel parlamentarismo una delle forme della società futura; si rifiuta di vedervi la forma della dittatura di classi se del proletariato, nega la possibilità della conquista stabile dei parlamenti, dà come scopo l’abolizione del parlamentarismo. Non può dunque esser della questione della utilizzazione degli istituti borghesi di governo, che in vista loro distruzione. E’ dunque in questo senso ed unicamente in questo senso che la questione può essere posta.
DAL MANIFESTO «IL MONDO CAPITALISTA E L’INTERNAZIONALE COMUNISTA»
L’Internazionale Comunista ha fatto propria la causa della Russia sovietica.
Il proletariato internazionale non rimetterà la spada nel fodero che quando la Russia sovietica sarà divenuta uno degli anelli della catena di una fede- razione di repubbliche sovietiche che abbracci tutto il mondo.
La guerra civile è messa all’ordine del giorno nel mondo intero. La consegna è: «Il potere ai Soviet».
In Italia ove la borghesia riconosce francamente che la sorte dei paese si trova ormai in fin dei conti tra le mani del Partito Socialista, la politica del- l’ala destra rappresentata da Turati si sforza di far rientrare il torrente della rivoluzione proletaria tra gli argini delle riforme parlamentari. E’ in questo sabotaggio interno che risiede oggi il più grave dei pericoli.
Proletari d’Italia, pensate all’Ungheria il cui esempio è entrato nella storia per ricordare sventuramente che nella lotta per il potere, come durante l’esercizio del potere, il proletariato deve restare intrepido, respingere tutti gli elementi equivoci, e fare spietatamente giustizia di tutti i tentativi di tradimento.
Operai ed operaie!
Non vi è sulla terra che una sola bandiera che merita che si combatta e muoia sotto le sue pieghe: è la bandiera dell’Internazionale Comunista!5
La preparazione del Congresso di Livorno in Italiana
Risoluzione della Frazione Comunista Astensionista alla Conferenza di Firenze6
(dal Soviet del 16-5-1920)
La Conferenza Nazionale della Frazione Comunista Astensionista del Partito Socialista Italiano, adunata a Firenze l’8-9 maggio 1920,
udita la relazione del Comitato Centrale e le comunicazioni dei rappresentanti della Direzione del Partito, delle frazioni affini e della Federazione Giovanile; in seguito al più largo dibattito sulla situazione politica Italiana e e sull’indirizzo del P.S.I. dichiara che il partito, per la sua attuale costituzione e funzione, non è assolutamente in grado di porsi alla testa della Rivoluzione Proletaria e che le sue molteplici deficienze dipendono: dalla presenza in esso di una tendenza riformista che inevitabilmente, nella fase decisiva della lotta di classe, prenderà posizione controrivoluzionaria; e dalla conciliazione di un verbalismo programmatico comunista con la pratica opportunista del socialismo tradizionale nell’azione politica ed economica; afferma altresì che l’adesione del P.S.I
alla III Internazionale non può essere ritenuta regolare appunto perché viene da esso tollerata la presenza di chi nega i principii della Internazionale Comunista, apertamente diffamandoli, o, peggio, speculando demagogicamente su di essi a scopo di conquiste elettorali;
e ritenuto che il vero strumento della lotta rivoluzionaria del proletariato è il Partito Politico di classe, fondato sulla dottrina marxista e sulla esperienza storica del processo rivoluzionario comunista in atto nel mondo contemporaneo e già vittorioso nella Russia dei Soviet;
delibera di consacrare tutte le proprie forze alla costituzione in Italia del Partito Comunista, sezione della III Internazionale, affermando che in questo Partito, come nel seno della Internazionale medesima, la frazione sosterrà la incompatibilità della partecipazione elettorale ad organismi rappresentativi borghesi coi principî e i metodi comunisti ed augurando che anche gli altri elementi del Partito attuale che sono strettamente comunistici si porranno sul terreno del nuovo partito e si convinceranno inoltre che la selezione non potrà seriamente farsi se non attraverso l’abbandono di quei metodi di azione politica che li accomunano oggi praticamente ai social-democratici;
dà mandato al Comitato Centrale:
1) di preparare tenendo presente il programma presentato a Bologna dalla Frazione Comunista e l’indirizzo sostenuto dall’organo della Frazione nella discussione sui più importanti problemi attuali di metodo e di tattica comunistica il programma del nuovo partito e i suoi statuti;
2) di intensificare i rapporti internazionali allo scopo di costituire la frazione antielezionista nel seno della Internazionale Comunista e di sostenere nel prossimo Congresso Internazionale le direttive della Frazione, chiedendo inoltre che vengano presi provvedimenti per risolvere l’anormale situazione del Partito Socialista Italiano;
3) di convocare immediatamente dopo tale congresso Internazionale il Congresso Costituente del Partito Comunista invitando ad aderirvi tutti i gruppi che sono sul terreno del programma comunista dentro e fuori dal P.S.I.;
4) di riassumere in efficaci e chiare tesi le posizioni di principio e di tattica della frazione diffondendole ampiamente in Italia e all’estero.
Tesi della Sezione Socialista di Torino, maggio 19207
PER UN RINNOVAMENTO DEL P.S.I.
(Dall’Ordine Nuovo, anno II, n. 1 8 maggio 1920)
1°. La fisionomia della della lotta di classe in Italia è caratterizzata nel momento attuale dal fatto che gli operai industriali e agricoli sono incoercibilmente determinati, su tutto il territorio nazionale, a porre in modo esplicito e violento la questione della proprietà sui mezzi di produzione. L’imperversare delle crisi nazionali e internazionali che annientano progressivamente il valore della moneta dimostra che il capitale è stremato; l’ordine attuale di produzione e di distribuzione non riesce più a soddisfare neppure le elementari esigenze della vita umana e sussiste solo perché ferocemente difeso dalla forza armata dello Stato borghese; tutti i movimenti del popolo lavoratore italiano tendono irresistibilmente ad attuare una gigantesca rivoluzione economica, che introduca nuovi modi di produzione e un nuovo ordine nel processo produttivo e distributivo, che dia alla classe degli operai industriali ed agricoli il potere di iniziativa nella produzione strappandolo dalle mani dei capitalisti e dei terrieri.
2°. Gli industriali e i terrieri hanno realizzato il massimo concentra- mento della disciplina e della potenza di classe: una parola d’ordine lanciata dalla Confederazione generale dell’industria italiana trova immediata attuazione in ogni singola fabbrica. Lo Stato borghese ha creato un corpo armato mercenario predisposto a funzionare da strumento esecutivo della volontà di questa nuova forte organizzazione della classe proprietaria che tende, attraverso la serrata applicata su larga scala e il terrorismo, restaurare il suo potere sui mezzi di produzione, costringendo gli operai e i contadini a lasciarsi espropriare di una moltiplicata quantità di lavoro non pagato. La serrata ultima degli stabilimenti metallurgici torinesi è stato un episodio di questa volontà degli industriali di mettere il tallone sulla nuca della classe operaia; gli industriali hanno approfittato della mancanza di coordinamento e di concentrazione rivoluzionaria nelle forze operaie italiane per tentare di spezzare la compagine del proletariato torinese e annientare nella coscienza degli operai il prestigio dell’autorità delle istituzioni di fabbrica (Consigli e commissari di reparto) che avevano iniziato la lotta per il controllo operaio. Il prolungarsi degli scioperi agricoli nel Novarese e in Lomellina dimostra come i proprietari terrieri siano disposti ad annientare la produzione per ridurre alla disperazione e alla fame il proletariato agricolo e soggiogarlo implacabilmente alle più dure e umilianti condizioni di lavoro e di esistenza.
3°. La fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: – o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario per il passaggio a nuovi modi di produzione e di distribuzione che permettano una ripresa della produttività; – o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per soggiogare il proletariato industriale e agricolo a un lavoro servile: si cercherà di spezzare inesorabilmente gli oganismi di lotta politica della classe operaia (Partito Socialista) e di incorporare gli organismi di resistenza economica (i Sindacati e le Cooperative) negli ingranaggi dello Stato borghese.
4°. Le forze operaie e contadine mancano di coordinamento e di concentrazione rivoluzionaria perché gli organismi direttivi del Partito Socialista hanno rivelato di non comprendere assolutamente nulla della fase di sviluppo che la storia nazionale e internazionale attraversa nell’attuale periodo, e di non comprendere nulla sulla missione che incombe agli organismi di lotta del proletariato rivoluzionario. Il Partito Socialista assiste da spettatore allo svolgersi degli eventi, non ha mai una opinione sua da esprimere, che sia in di- pendenza delle tesi rivoluzionarie del marxismo e della Internazionale comunista, non lancia parole d’ordine che possano essere raccolte dalle masse, dare un indirizzo generale, unificare e concentrare l’azione rivoluzionaria. Il Partito Socialista, come organizzazione politica della parte d’avanguardia della classe operaia, dovrebbe sviluppare un’azione d’insieme atta a porre tutta la classe operaia in grado di vincere la Rivoluzione e di vincere in modo duraturo. Il Partito Socialista, essendo costituito da quella parte della classe operaia che non si è lasciata avvilire e prostrare dall’oppressione fisica e spirituale del sistema capitalistico ma è riuscita a salvare la propria autonomia e lo spirito di iniziativa cosciente e disciplinata, dovrebbe incarnare la vigile coscienza rivoluzionaria di tutta la classe sfruttata. Il suo compito è quello di accentrare in sé l’attenzione di tutta la massa, di ottenere che le sue direttive diventino le direttive di tutta la massa, di conquistare la fiducia permanente di tutta la massa in modo da diventarne la guida e la testa pensante. Perciò è necessario che il Partito viva sempre immerso nella realtà effettiva della lotta di classe combattuta dal proletariato industriale e agricolo, che ne sappia comprendere le diverse fasi, i diversi episodi, le molteplici manifestazioni per trarre l’unità dalla diversità molteplice per essere in grado di dare una direttiva reale all’insieme dei movimenti e infondere la persuasione nelle folle che un ordine è imminente nello spaventoso attuale disordine, un ordine che, sistemandosi, rigenererà la società degli uomini e renderà lo strumento di lavoro nuovamente idoneo a soddisfare le esigenze della vita elementare e del progresso civile. Il Partito Socialista è rimasto, anche dopo il Congresso di Bologna, un mero partito parlamentare, che si mantiene immobile entro i limiti angusti della democrazia borghese, e si preoccupa solo delle superficiali affermazioni politiche della casta governativa; esso non ha acquistato una sua figura autonoma di Partito caratteristico del proletariato rivoluzionario e solo del proletariato rivoluzionario.
5°. Dopo il Congresso di Bologna gli organismi centrali del Partito avrebbero dovuto iniziare e svolgere fino in fondo un’energica azione per rendere omogenea e coesa la compagine rivoluzionaria del Partito, per dargli la fisionomia specifica e distinta di Partito Comunista aderente alla Terza Inter- nazionale. La polemica coi riformisti e cogli opportunisti non fu neppure iniziata; né la Direzione del Partito né l’Avanti! contrapposero una propria concezione rivoluzionaria alla propaganda incessante che i riformisti e gli opportunisti andavano svolgendo in Parlamento e negli organismi sindacali. Nulla si fece da parte degli organi centrali del Partito per dare alle masse una educazione politica in senso comunista, per indurre le masse a eliminare i riformisti e gli opportunisti dalla direzione delle istituzioni sindacali e cooperative, per dare alle singole sezioni e ai gruppi di compagni più attivi un indirizzo e una tattica unificati. Così è avvenuto che mentre la maggioranza rivoluzionaria del Partito non ha avuto una espressione del suo pensiero e un esecutore della sua volontà nella direzione e nel giornale, gli elementi opportunisti invece si sono fortemente organizzati e hanno sfruttato il prestigio e l’autorità del Partito per consolidare le loro posizioni parlamentari e sindacali, La Direzione ha permesso loro di concentrarsi e di votare risoluzioni contradditorie con i principi e la tattica della Terza Internazionale e ostili all’indirizzo del Partito; la Direzione ha lasciato assoluta autonomia ad organismi subordinati di svolgere azioni e diffondere concezioni contrarie ai principi e alla tattica della Terza Internazionale: la Direzione del Partito è stata assente sistematicamente dalla vita e dall’attività delle Sezioni, degli organismi, dei singoli compagni. La confusione che esisteva nel Partito prima del Congresso di Bologna e che poteva spiegarsi col regime di guerra, non è sparita ma si è anzi accresciuta in modo spaventoso; è naturale che in tali condizioni il Partito sia scaduto nella fiducia delle masse e che in molti luoghi le tendenze anarchiche abbiano tentato di prendere il sopravvento. Il Partito politico della classe operaia è giustificato solo in quanto, accentrando e coordinando fortemente l’azione proletaria, contrappone un potere rivoluzionario di fatto al potere legale dello Stato borghese e ne limita la libertà di iniziativa e di manovra: se il Partito non realizza l’unità e la simultaneità degli sforzi, se il Partito si rivela un mero organismo burocratico senza anima e senza volontà, la classe operaia istintiva- mente tende a costituirsi un altro Partito e si sposta verso le tendenze anarchiche che appunto aspramente e incessantemente criticano l’accentramento e il funzionarismo dei partito politici.
6°. Il Partito è stato assente dal movimento internazionale. La lotta di classe va assumendo in tutti i paesi del mondo forme gigantesche; i proletari sono spinti dappertutto a rinnovare i metodi di lotta, e spesso, come in Germania dopo il colpo di forza militarista, a insorgere con le armi in pugno. Il Partito non si cura di spiegare al popolo lavoratore italiano questi avvenimenti, di giustificarli alla luce della concezione della Internazionale Comunista, non si cura di svolgere tutta una azione educativa rivolta a rendere consapevole il popolo lavoratore italiano della verità che la Rivoluzione proletaria è un fenomeno mondiale e che ogni singolo avvenimento deve essere considerato e giudicato in un quadro mondiale. La Terza Internazionale si è riunita già due volte nell’Europa Occidentale, nel dicembre 1919 in una città tedesca, nel febbraio 1920 ad Amsterdam: il Partito italiano non era rappresentato in nessuna delle due riunioni: i militanti del Partito non sono stati neppure informati da- gli organismi centrali delle discussioni avvenute e delle deliberazioni prese nelle due conferenze. Nel campo della Terza Internazionale fervono le polemiche sulla dottrina e sulla tattica della Internazionale Comunista: esse (come in Germania) hanno condotto persino a scissioni interne. Il Partito Italiano è completamente tagliato fuori da questo rigoglioso dibattito ideale in cui si temprano le coscienze rivoluzionarie e si costruisce l’unità spirituale e d’azione dei proletariati di tutti i paesi. L’organo centrale del Partito non ha corrispondenti né in Francia, né in Inghilterra, né in Germania e neppure in Svizzera: strana condizione per il giornale del Partito Socialista che in Italia rappresenta gli interessi del proletariato internazionale e strana condizione fatta alla classe operaia italiana che deve informarsi attraverso le notizie delle agenzie e dei giornali borghesi, monche e tendenziose. L’Avanti! come organo del Partito, dovrebbe essere organo della Terza Internazionale: nell’Avanti! dovrebbero trovare posto tutte le notizie, le polemiche, le trattazioni di problemi proletari che interessano la Terza Internazionale; nell’Avanti! dovrebbe essere condotta, con spirito unitario, una polemica incessante contro tutte le deviazioni e i compromessi opportunistici: invece l’Avanti! mette in valore manifestazioni del pensiero opportunista come il recente discorso parlamentare dell’on. Treves che era intessuto su una concezione dei rapporti internazionali piccolo borghese e svolgeva una teoria controrivoluzionaria e disfattista delle energie proletarie. Questa assenza negli organi centrali di ogni preoccupazione di informare il proletariato sugli avvenimenti e sulle discussioni teoriche che si svolgono in seno alla Terza Internazionale si può osservare anche nell’attività della Libreria Editrice; la libreria continua a pubblicare opuscoli senza importanza o scritti per diffondere concezioni e opinioni proprie della Seconda Internazionale, mentre trascura le pubblicazioni della Terza Internazionale. Scritti di compagni russi, indispensabili per comprendere la Rivoluzione bolscevica, sono stati tradotti in Svizzera, in Inghilterra, in Germania e sono ignorati in Italia: valga per tutti il volume di Lenin «Stato e Rivoluzione» gli opuscoli tradotti sono poi tradotti pessimamente, spesso incomprensibili per le storture grammaticali e di senso comune.
7. Dall’analisi precedente risulta già quale sia l’opera di rinnovamento e di organizzazione che noi riteniamo indispensabile venga attuata nella compagine del Partito. Il Partito deve acquistare una sua figura precisa e distinta: da partito parlamentare piccolo borghese deve diventare il Partito del proletariato rivoluzionario che lotta per l’avvento della Società comunista attraverso lo Stato operaio, un Partito omogeneo, coeso, con una sua propria dottrina, una sua tattica, una disciplina rigida e implacabile. I non comunisti rivoluzionari devono essere eliminati dal Partito e la Direzione liberata dalla preoccupazione di conservare l’unità e l’equilibrio tra le diverse tendenze e tra i diversi leaders, deve rivolgere tutta la sua energia per organizzare forze operaie sul piede di guerra. Ogni avvenimento della vita proletaria nazionale e internazionale deve essere immediatamente commentato in manifesti e circolari della Direzione, per trarne argomenti di propaganda comunista e di educazione delle coscienze rivoluzionarie. La Direzione, mantenendosi sempre a contatto con le Sezioni, deve diventare il centro motore dell’azione proletaria in tutte le fabbriche, nei sindacati, nelle cooperative, nelle caserme con la costituzione di gruppi comunisti che diffondano incessantemente in seno alle masse le concezioni e la tattica del Partito, che organizzino la creazione dei consigli di fabbrica per l’esercizio del controllo sulla produzione industriale e agricola, che svolgano la propaganda necessaria per conquistare in modo organico i Sindacati, le Camere del Lavoro e la Confederazione Generale del Lavoro, per diventare gli elementi di fiducia che la massa delegherà per la formazione dei Soviet politici e per l’esercizio della dittatura proletaria. L’esistenza di un Partito Comunista coeso e fortemente disciplinato che attraverso i suoi nuclei di fabbrica, di Sindacato, di Cooperativa, coordini e accentri nel suo Comitato esecutivo centrale tutta l’azione rivoluzionaria del proletariato è la condizione fondamentale e indispensabile per tentare qualsiasi esperimento di Soviet: nell’assenza di una tale condizione ogni proposta di esperimento deve essere rigettata come assurda e utile solo ai diffamatori dell’idea soviettista. Allo stesso modo deve essere rigettata la proposta del parlamentino socialista che diventerebbe rapidamente uno strumento in mano della maggioranza riformista. e opportunista del gruppo parlamentare per diffondere utopie democratiche e progetti controrivoluzionarii.
8. La Direzione deve immediatamente studiare, compilare e diffonde- re un programma di governo rivoluzionario del Partito Socialista, nel quale siano prospettate le soluzioni reali che il proletariato, divenuto classe dominante, darà a tutti i problemi essenziali – economici, politici, religiosi, scolastici, ecc. – che assillano i diversi strati della popolazione lavoratrice italiana. Basandosi sulla concezione che il Partito fonda la sua potenza e la sua azione solo sulla classe degli operai industriali e agricoli che non hanno nessuna proprietà privata e considera gli altri strati del popolo lavoratore come ausiliari della classe schiettamente proletaria il Partito deve lanciare un manifesto nel quale la conquista rivoluzionaria del potere politico sia posta in modo esplicito, nel quale il proletariato industriale e agricolo sia invitato a prepararsi e ad armarsi e nel quale siano accennati gli elementi delle soluzioni comuniste per i problemi attuali: controllo proletario sulla produzione e sulla distribuzione; disarmo dei corpi armati mercenari; controllo dei Municipi esercitato dalle organizzazioni operaie.
9. La Sezione Socialista torinese si propone, sulla base di queste considerazioni, di promuovere un’intesa coi gruppi di compagni che in tutte le Sezioni vorranno costituirsi per discuterle e approvarle; intesa organizzata che prepari a breve scadenza un Congresso dedicato a discutere i problemi di tattica e di organizzazione proletaria e nel frattempo controlli l’attività degli organismi esecutivi del Partito.
Manifesto della Frazione Comunista dopo il II° Congresso dell’internazionale8
Ai compagni ed alle sezioni del PSI
(Dal Soviet del 17-10-1920)
La crisi che travaglia da gran tempo il nostro partito, sulla quale la vostra attenzione è stata sempre più richiamata così dai recenti avvenimenti d’Italia che dai deliberati del II congresso della III internazionale, rende necessario ed urgente, nello approssimarsi del Congresso Nazionale del Partito, uno sforzo concorde negli elementi di sinistra del Partito stesso per uscire finalmente da una situazione intollerabile e contrastante con le esigenze della lotta rivoluzionaria del proletariato italiano.
Tutto ciò ci ha indotti a farci iniziatori di un movimento di preparazione del Congresso e di concorde intesa fra tutti quei compagni che sentono veramente la necessità che il Congresso indichi una soluzione definitiva ed energica del grave problema.
Non ci dilungheremo nel ricordarvi qual sia la situazione del nostro paese. Le condizioni nelle quali esso ha partecipato ed è uscito dalla grande guerra mondiale, e gli episodi di questo turbato periodo di dopoguerra, dimostrano perfino ai nostri avversari i sintomi molteplici della disorganizzazione irrimediabile dell’attuale regime, e la incapacità di esso a lottare contro le conseguenze rivoluzionarie del proprio intimo disfacimento.
Dall’altra parte il fremito, il sentimento, lo slancio ribelle delle masse di tutti gli strati del proletariato crescono ogni giorno di più e si manifestano ‘nelle continue agitazioni, nell’ardore con cui le battaglie della lotta di classe vengeno condotte nell’aspirazione, sia pure indistinta, che esse si conchiudano nella vittoria finale della rivoluzione proletaria.
La borghesia, pur essendo conscia della propria impotenza a fronteggiare il dissesto del suo regime sociale, concentra le ultime energie della sua difesa contro questa avanzata delle masse rivoluzionarie, Da un lato essa organizza corpi regolari e irregolari per la repressione armata dei moti operai, dall’altro svolge un’astuta politica di apparenti concessioni e di mentite benevolenze verso i desiderati delle masse.
Gli organismi che conducono l’azione proletaria ed a cui spetta il compito di svolgere una opposizione vittoriosa a questa politica di conservazione borghese, hanno più volte dimostrato all’evidenza le proprie deficienze.
L’organizzazione sindacale raccoglie ogni giorno più estese schiere di lavoratori, ma mentre questi nelle agitazioni e negli scioperi dimostrano di sentire la necessità di allargare il campo della lotta e spingersi verso conquiste rivoluzionarie, la burocrazia dirigente dei sindacati imprime a tutta l’azione i caratteri tradizionali delle lotte corporative chiudendola nei limiti di un perseguimento di miglioramenti graduali nelle condizioni di vita del proletariato.
Quanto al partito politico della classe operaia, al Partito Socialista, che avrebbe il compito di riassumere in sé le energie rivoluzionarie di avanguardia, di imprimere un nuovo carattere e un nuovo indirizzo ai metodi di lotta per il conseguimento dei massimi fini del comunismo, esso anche si rivela inadatto alla sua funzione.
È ben vero che la maggioranza del Partito, adottando a Bologna il nuovo programma massimalista e dando la sua adesione alla Internazionale di Mosca, credeva di aver risposto alle esigenze del problema storico, che, dopo lo scioglimento della grande guerra, aveva dovunque poste di fronte le due concezioni antitetiche della lotta proletaria: quella social-democratica, disonorata nel fallimento della II Internazionale e nella complicità con le borghesie; e quella comunista, forte delle originarie affermazioni marxiste e delle esperienze gloriose della rivoluzione russa, che, organizzatasi nella nuova Internazionale, lanciava al proletariato le sue parole d’ordine rivoluzionarie: lotta violenta per l’abbattimento del potere borghese, per la ‘dittatura proletaria, per il regime dei consigli dei lavoratori.
Ma in realtà il Partito, illuso forse del legittimo compiacimento pel fatto di avere tenuto durante la guerra un contegno ben diverso da quello degli altri partiti della II Internazionale, non intese la necessità che a un cambiamento formale del programma corrispondesse un rinnovamento profondo della sua struttura e delle sue funzioni.
I successivi avvenimenti hanno dimostrato, attraverso circostanze che è superfluo rammentare, quanto il Partito fosse ancora lontano dall’essere pari al compito rivoluzionario che la situazione storica gli confidava.
Esso non ha modificato essenzialmente i criteri della sua politica; la sua azione sopratutto parlamentare, adagiandosi nei metodi tradizionali dell’ante-guerra, ha spesso fatto il gioco del governo borghese.
Nei momenti in cui occorrevano risoluzioni decisive, restarono arbitri della situazione uomini sorpassati a cui il partito non seppe togliere la dirigenza del- l’azione sindacale e parlamentare, e si ricadde così nei vecchi metodi di accomodamento e di transazione. Le masse del proletariato, deluse, si rivolgono quindi in parte ad altre correnti rivoluzionarie militanti fuori del partito, come i sindacalisti e gli anarchici, che a concezioni del processo rivoluzionario in cui i comunisti non possono concordare, uniscono giustissime critiche di un atteggiamento così contrastante con le esigenze rivoluzionarie e con lo stesso linguaggio rivoluzionario dei capi del partito.
È per le ragioni che abbiamo riportate e per tutte quelle altre che in molte occasioni sono state più ampiamente prospettate dagli elementi di sinistra, che il Partito Socialista Italiano si è rivelato inadatto al suo compito, è per queste ragioni che il Congresso Internazionale di Mosca, accogliendo le richieste dei compagni italiani di tendenza più avanzata, ha stabilito di porre con chiarezza e con fermezza la questione del rinnovamento del nostro partito, ed ha fissato le basi su cui il prossimo nostro congresso dovrà lavorare per conseguire tale scopo.
Quali dunque i compiti del prossimo Congresso? Quali gli obiettivi che dobbiamo proporci per far sì che esso, anziché esaurirsi in vane logomachie ed in accorte manovre di corridoio, affronti coraggiosamente il male e vi apporti i più radicali rimedi? Noi crediamo che questi obiettivi e questi propositi possano e debbano essere comuni a quanti compagni condividono, assieme ai principî fondamentali del comunismo, l’intendimento di applicare nel modo più energico alla costituzione ed alle attività del partito le deliberazioni di Mosca.
Queste costituiranno la piattaforma comune di azione per quei gruppi e quelle correnti di sinistra, che pur distinguendosi su particolari concezioni di certi problemi di dottrina e di tattica, si sono incontrate nelle critiche svolte dal punto di vista rivoluzionario all’insufficienza dell’azione del Partito.
II programma d’azione comune che noi vi prospettiamo in vista del Congresso, può, a parer nostro, essere compendiato nei seguenti caposaldi principali.
1) Cambiamento del nome del Partito in quello di Partito Comunista d’Italia (sezione dell’Internazionale Comunista)
2) Rielaborazione del programma votato a Bologna, alcune particolari affermazioni del quale devono essere rese più conformi ai principî della III Internazionale per contrapporlo ancora una volta al programma social-democratico di cui è partigiana la destra del partito.
3) Conseguente e formale esclusione dal Partito di tutti gli iscritti e gli organismi, i quali si sono dichiarati o si dichiareranno contro il programma comunista attraverso il voto delle sezioni e del Congresso o con qualunque altra forma di. Manifestazione.
4) Modifica degli statuti interni del partito per introdurvi i criteri di omogeneità di centralizzazione e di disciplina che sono la base indispensabile della struttura del Partito Comunista (adottando, tra le altre innovazioni, il sistema del periodo di candidatura per i nuovi iscritti al partito, e quello delle revisioni periodiche di tutti gl’iscritti, la prima delle quali dovrà immediatamente seguire il Congresso).
5) Obbligo di tutti i membri del Partito alla completa disciplina d’azione verso tutte le decisioni tattiche del Congresso Internazionale e del Congresso Nazionale, la cui osservanza sarà affidata con pieni poteri al Comitato Centrale designato dal Congresso.
Le direttive dell’attività del Partito s’ispireranno alla realizzazione dei criteri stabiliti dal Congresso di Mosca e saranno principalmente le seguenti:
a) Preparazione dell’azione insurrezionale del proletariato utilizzando tutte le possibilità di propaganda legale, e organizzando nello stesso tempo su larga base il lavoro illegale per realizzare tutte le condizioni indispensabili del- l’azione ed assicurarne i mezzi materiali.
b) Organizzazione in tutti i sindacati, le leghe, le cooperative, le fabbriche, le aziende ecc. di gruppi comunisti collegati all’organizzazione del partito, per la propaganda e la conquista di tali organismi, e la preparazione rivoluzionaria.
c) Azione nelle organizzazioni economiche per conquistare la direzione esse al Partito Comunista: Appello alle organizzazioni proletarie rivoluzionarie di che sono fuori della Confederazione Generale del Lavoro, perché vi rientrino per sorreggere la lotta dei comunisti contro l’attuale indirizzo e gli attuali dirigenti di essa. Denunzia del patto di alleanza fra Partito e Confederazione, ispirato ai criteri social-democratici della parità di diritto tra partito e sindacato, per sostituirlo con l’effettivo controllo dell’azione delle organizzazioni economiche proletarie da parte del Partito Comunista attraverso la disciplina dei comunisti che lavorano nei sindacati agli organi direttivi del partito. Distacco della Confederazione, appena conquistata alle direttive del partito comunista, dal segretariato giallo di Amsterdam, e sua adesione alla sezione sindacale dell’Internazionale Comunista, con le modalità previste dallo statuto di questa.
d) Lotta per la conquista da parte del Partito Comunista della direzione del movimento di organizzazione cooperativa, per liberarlo dalle attuali influenze borghesi e piccolo borghesi e renderlo solidale col movimento rivoluzionario di classe del proletariato.
e) Partecipazione alle elezioni politiche e amministrative con carattere completamente opposto alla vecchia pratica social-democratica e con l’obiettivo di svolgere la propaganda e l’agitazione rivoluzionaria, di affrettare il disgregamento degli organi borghesi della democrazia rappresentativa.
Revisione da parte degli organi del partito, sotto la direzione del Comitato Centrale, della composizione di tutte le rappresentanze elettive del partito nei comuni, nelle provincie e nel parlamento, con la facoltà di scioglimento di tali organismi. Controllo e direzione permanente da parte del comitato centrale dell’attività di quelli che saranno conservati. Il gruppo parlamentare sarà considerato come organo designato a compiere una specifica funzione tattica sotto la direzione della centrale del partito.
Esso non avrà facoltà di pronunciarsi come corpo deliberante su questioni che investono la politica generale del partito.
f) Controllo di tutta l’attività di propaganda da parte degli organi centrali, e specialmente disciplinamento di tutta la stampa del partito, i cui comitati di direzione saranno nominati o confermati dal comitato centrale che ne controllerà l’opera sulla base delle direttive politiche dei congressi.
g) Stretto contatto col movimento giovanile, secondo i criteri contemplati dallo statuto dell’Internazionale comunista; intensificazione della propaganda e organizzazione femminile.
Noi confidiamo che queste linee generali del programma di azione comune raccoglieranno il consentimento di tutti i comunisti, che contribuiranno attivamente ad assicurarne il trionfo nelle prossime assisi del partito attraverso una larga agitazione e la organizzazione di tutte le forze che si porteranno su questo terreno.
Al lavoro dunque, o compagni, perché trionfi, al disopra di falsi sentimentalismi unitari, come di misere questioni di persone, la causa della rivoluzione comunista.
f.to Nicola Bombacci, Amadeo Bordiga, Bruno Fortichiari, Antonio Gramsci, Francesco Misiano, Luigi Polano, Umberto Terracini.
Milano, ottobre 1920.
L’adesione degli astensionisti alla Frazione Comunista
(Dal Soviet del 17/10/1920)
Giorni addietro, a Milano, ha avuto luogo una riunione di pochi compagni rappresentanti le frazioni e le tendenze estremiste del Partito Socialista Italiano. Da questa riunione è uscito il manifesto-programma che pubblichiamo, e che non ha bisogno di commento.
Notiamo soltanto che l’adesione degli astensionisti a questo movimento non può meravigliare alcuno. Fin dal congresso di Bologna una riunione della nostra Frazione deliberava di proporre una intesa ai comunisti elezionisti, ove essi, a parte la questione elettorale, avessero accettato altri due capisaldi della nostra mozione: il cambiamento di nome del Partito e l’espulsione della destra socialdemocratica. Questo passo non ebbe esito favorevole, poiché, com’è noto, tutti, ad eccezione di noi astensionisti, non vollero abbandonare allora il pregiudizio dell’unità del partito.
Oggi, dopo le note vicende e dopo il Congresso Comunista Internazionale, il logico sviluppo della nostra azione ci conduce al leale accordo con gli elementi rivoluzionarii del Partito, insieme ai quali è stato tracciato senza alcuna difficoltà e senza il minimo dissenso il progetto di azione comune che viene oggi presentato a tutti i compagni italiani.
IV. Il Congresso di Livorno, 21 gennaio 1921
Appello del Comitato Esecutivo della IIIa Internazionale al Congresso di Livorno del P.S.I.
(dal Resoconto Ufficiale)
Compagni,
i tentativi fatti dai nostri rappresentanti Zinovieff e Bucarin non sono stati coronati da successo, come voi sapete, e ciò assolutamente non per colpa nostra.
I compagni Serrati e Baratono, che volevano venire a conferire con noi e che noi attendevamo, non sono più venuti.
Permetteteci di conseguenza di inviarvi per telegramma i nostri auguri fraterni e dirvi ciò che segue.
Noi abbiamo attentamente seguito sui vostri giornali la lotta tra le diverse tendenze del vostro partito durante questi ultimi mesi. La frazione comunista Unitaria ha disgraziatamente avverato le supposizioni sfavorevoli almeno per quanto riguarda i capi. In nome della unità coi riformisti i capi degli unitari sono infatti pronti a scindersi dai comunisti italiani e per conseguenza dall’Internazionale Comunista.
L’Italia attraversa attualmente un periodo rivoluzionario. Per questa ragione i riformisti e centristi di questo paese sembrano più a sinistra di quelli degli altri paesi. Per noi appare di giorno in giorno più chiaro che la frazione costituita dal compagno Serrati è in realtà una frazione centrista, che solo le circostanze generali rivoluzionarie fanno apparire più a sinistra dei centristi degli altri paesi. Prima di sapere quale sia la maggioranza che si costituirà nel vostro congresso, il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista dichiara ufficialmente ed in modo assolutamente categorico a questo congresso:
«Le decisioni del secondo Congresso universale dell’Internazionale Comunista obbligano ogni partito di questa Internazionale a rompere coi riformisti. Chi si rifiuta di compiere questa rottura viola una decisione essenziale dell’Internazionale Comunista e perciò solo abbandona le file della Internazionale. Tutti gli unitari del mondo non obbligheranno l’Internazionale Comunista a credere che la redazione e gli ispiratori della Rivista arciriformista CRITICA SOCIALE siano partigiani della dittatura del proletariato e della Internazionale Comunista. Nessuna diplomazia ci convincerà che la frazione di concentrazione sia dalla parte della rivoluzione proletaria.
Quelli che vogliono trascinare i riformisti nella Internazionale Comunista vogliono in realtà la morte della rivoluzione proletaria.
Costoro non saranno mai dei nostri. In tutti i modi il Partito Comunista Italiano sarà formato. Noi non ne dubitiamo. A questo Partito andranno tutte le simpatie dei proletari coscienti del mondo intero ed esso sarà calorosamente sostenuto dall’Internazionale Comunista .
Abbasso il riformismo! Viva il vero Partito Comunista Italiano!»
Il Presidente: Zinovieff; Georgia e Armenia: Tskakaia; Persia: Sultan Sada; Internaz. Giovanile: Chatskin; Inghilterra: Tom Quelch; Olanda: Jasen; Francia: Rosmer; Austria: Steinhardt; America: Hourvich; Russia: Lenin, Trotzky, Bucarin, Losovsky; Danimarca; Jorgensen; Lettonia: Stoutchki; Ungheria: Bela Kun, Varga; Bulgaria: Chabline; Consiglio di azione dei popoli di Oriente: Pavlovitch.
Mozione della Frazione Comunista (di Imola) al Congresso di Livorno9
(dal resoconto ufficiale)
Il XVII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano, dopo adeguata discussione intorno all’indirizzo del Partito, basata sull’esame della situazione politica italiana e internazionale e di tutti i deliberati dell’Internazionale comunista (con particolare riguardo alle tesi del II Congresso sulle condizioni di ammissione dei partiti nell’Internazionale e alla 17ª di quelle sui compiti principali dell’Internazionale):
richiamandosi ai principî marxisti, all’esperienza storica di tutta la passata attività del partito, e agli insegnamenti che scaturiscono dalle vicende della lotta rivoluzionaria, condotta dal proletariato mondiale dopo la grande guerra imperialistica, adotta le seguenti deliberazioni:
1. Conferma l’adesione alla Terza Internazionale comunista, impegnandosi a tutti quei provvedimenti che sono necessari per rendere la struttura e la attività del Partito conformi alle condizioni di ammissione, con le quali il II. Congresso dell’Internazionale ha efficacemente provveduto alle necessità di vita e di sviluppo dell’organo mondiale di lotta del proletariato rivoluzionario.
2. Conferma i criteri generali della revisione programmatica deliberata al Congresso di Bologna, modificando nella forma ed in alcuni concetti particolari il programma del Partito, che resterà formulato secondo il testo unito alla presente mozione; e dichiara che il programma stesso dovrà costituire la base per l’adesione personale al Partito di ciascun suo iscritto attraverso la integrale accettazione di principio.
3. Decide di cambiare il nome del Partito in quello di Partito Comunista d’Italia (Sezione della Terza Internazionale Comunista).
4. Afferma essere incompatibile la presenza nel Partito di tutti coloro che sono contro i principi e le condizioni dell’Internazionale Comunista, dichiarando che si sono posti o si pongono in tale situazione di incompatibilità:
a) tutti gli aderenti alla Frazione detta di concentrazione ed ai suoi Convegni;
b) tutti gli iscritti al Partito che nel presente Congresso daranno il proprio voto contro il programma comunista del Partito e contro l’impegno all’osservanza completa delle 21 condizioni di ammissione all’Internazionale.
5. Adotta come fondamento dell’organizzazione e della tattica del Partito le risoluzioni del II. Congresso dell’Internazionale Comunista dichiarando obbligatoria per tutti gli iscritti la più stretta disciplina nella loro azione alle risoluzioni stesse, attraverso la interpretazione e le disposizioni degli organismi centrali direttivi internazionali e nazionali.
L’applicazione di questi criteri tattici in relazione alle esigenze della situazione politica italiana, fissa al Partito i seguenti compiti principali:
a) preparazione nel campo spirituale e materiale dei mezzi indispensabili per assicurare il successo dell’azione rivoluzionaria del proletariato;
b) costituzione in seno a tutte le associazioni proletarie di gruppi comunisti per la propaganda, la preparazione rivoluzionaria e l’inquadramento del- le forze proletarie da parte del Partito;
c) annullamento immediato dell’attuale patto di alleanza con la Confederazione Generale del Lavoro, quale espressione inadeguata dei rapporti tra Sindacati e Partito: appello alle organizzazioni proletarie rivoluzionarie che sono fuori della Confederazione ad entrarvi per sorreggere la lotta dei comunisti contro l’attuale indirizzo e gli attuali dirigenti di essa. Impegno per tutti gli iscritti al Partito, che quali organizzati ed organizzatori militano nel movimento economico, a sostenere in ogni circostanza nel seno di questo i criteri e le decisioni del Partito, e a lottare su tale piattaforma per assicurare ad elementi designati dal Partito le cariche direttive dei Sindacati, Distacco della Confederazione, appena conquistata alle direttive del Partito Comunista, dai Sindacati gialli di Amsterdam e sua adesione alla Sezione dell’Internazionale comunista con le modalità previste dallo statuto di questa;
d) partecipazione alle elezioni politiche e amministrative con carattere completamente opposto alla vecchia pratica social democratica, e con l’obiettivo di svolgere la propaganda e l’agitazione rivoluzionaria, di affrettare il disgregamento degli organi della democrazia borghese:
c) disciplinamento, con-la elaborazione di un nuovo statuto interno per il Partito, le Federazioni e le Sezioni, di tutti i rapporti di organizzazione riguardanti: la stampa del Partito; il funzionamento delle rappresentanze elettive nei Comuni, nelle Provincie e nel Parlamento; il movimento giovanile e femminile; l’istituzione del periodo di candidatura al Partito pei nuovi iscritti, e le revisioni periodiche di tutti i membri del Partito, di cui la prima dovrà immediatamente seguire il Congresso.
Il Comitato della Frazione Comunista
Bombacci – Bordiga – Fortichiari – Gramsci – Misiano – Polano – Terracini
Esito della votazione e dichiarazione di distacco
(dal Resoconto stenografico edito dal Partito Socialista 1921. Seduta anti-meridiana del giorno 21)
Bacci, presidente, comunica i risultati della votazione:
Votanti 172.487
Astenuti 981
Mozione di Firenze 98.028
Mozione di Imola 58.783
Mozione di Reggio 14.695
Proclamata approvata la mozione di Firenze.
Dichiarazione della Frazione Comunista:
Bordiga, (applausi dei comunisti): – La Frazione Comunista dichiara che, pure essendo indiscutibile che la propria mozione è in minoranza, la votazione, per il modo con cui è proceduta e per il mancato funzionamento della Commissione per la verifica dei poteri, non dà nessuna garanzia di regolarità. (Rumori vivissimi da parte della maggioranza).
La frazione comunista dichiara che la maggioranza del Congresso col suo voto (uh! uh!) si è posta fuori della Terza Internazionale comunista. (Applausi dei comunisti, rumori della maggioranza).
I delegati che hanno votato la mozione della frazione comunista abbandonano la sala, e sono convocati alle 11 al Teatro San Marco per deliberare la costituzione del Partito comunista… (applausi dei comunisti, rumori) sezione italiana della Terza Internazionale. (Applausi dei comunisti) .
I comunisti escono quindi dalla sala, cantando l’ «Internazionale».
Il Congresso costitutivo del Partito Comunista d’Italia Livorno 21 gennaio 1921
(dall’Almanacco Comunista – 1922, edito in Torino dal P.C.d’I., pag. 19 e seg.)
LA COSTITUZIONE DEL P. C. D’ITALIA
Al Teatro San Marco si tenne quindi il Primo Congresso del Partito Comunista d’Italia. Il compagno Kabaktceff portò il saluto dell’Internazionale, Polano l’adesione della Federazione Giovanile10, e parecchi organizzatori comunisti portarono l’adesione delle loro masse organizzate.
Il Congresso approvò il seguente ordine del giorno:
«L’assemblea dichiara costituito il Partito Comunista, Sezione italiana della Terza Internazionale Comunista, e passa a discutere l’organizzazione interna del Partito».
I PRIMI ATTI DEL NUOVO PARTITO
Il nuovo Partito operaio, il Partito Comunista d’Italia, ebbe al suo inizio da affrontare notevoli difficoltà. La scissione di Livorno, a parere di molti proletari illusi, era stato uno strappo vivo delle carni del proletariato, era un equivoco, un fratricidio. Ci vollero molti mesi di lunga e assai dolorosa esperienza per distinguere il carattere rivoluzionario del Partito comunista dal carattere demagogico e opportunista del P.S. Nei primi tempi, dopo la scissione, i prole- tari si trovarono perciò vittime di questo tragico equivoco, e continuarono nella loro maggioranza a dare la loro fiducia e la loro collaborazione al Partito socialista, a Livorno vincitore.
Il Partito comunista, per abbattere la borghesia e instaurare il regime soviettista, si trovò in questo modo nella dolorosa necessità di rivolgere le sue armi polemiche contro «i cattivi pastori» del proletariato, contro i filibustieri della lotta di classe. La sua parola d’ordine fu: «per abbattere la borghesia, occorre passare vincitori sul cadavere del Partito Socialista, traditore della Internazionale».
Per raggiungere questo scopo occorreva il massimo sforzo della disciplina e dell’accentramento. Subito dopo il Congresso, il C.C. del Partito, formato dai compagni Repossi, Belloni, Terracini, Fortichiari, Bordiga, Tarsia, Gramsci, Parodi, Gennari, Polano, Bombacci, Sessa, Grieco, Misiano e Marabini, nominò un Comitato esecutivo con sede a Milano, e preparò la compilazione dell’organo centrale del Partito: Il comunista, per allora bisettimanale. Il primo atto importante è lo scioglimento della Frazione astensionista, aderente al P.C.I., colla votazione unanime del seguente ordine del giorno:
«I delegati della Frazione comunista astensionista, riunitisi in Livorno il 21 gennaio 1921, considerato che la Frazione si era costituita per la risoluzione del problema storico della costituzione del Partito Comunista d’Italia attraverso la lotta contro le tendenze opportunistiche e riformiste; riconoscendo che questo problema è stato risolto dall’esito del Congresso di Livorno, affermando che la questione della tattica parlamentare dei comunisti, come è stata facciata e sostenuta nel campo internazionale dalla Frazione con un contributo di critica che conserva il suo valore nella elaborazione del pensiero e del metodo comunista, deve ritenersi risoluta nel campo dell’azione dalle deliberazioni del Secondo Congresso della Internazionale Comunista; affermando che nel Partito Comunista non è consentita la presenza di Frazioni autonome ma deve vigere la più stretta omogeneità e disciplina, deliberano lo scioglimento della Frazione».
Il C.C. nominò inoltre il compagno Egidio Gennari nell’esecutivo della Internazionale comunista, e i compagni on. Bombacci, Marabini, Misiano, Salvatori e Roberto a membri direttivi del Gruppo parlamentare comunista. Il 30 gennaio, il C.C. lanciava ai lavoratori italiani il manifesto ufficiale, nel quale venivano ampiamente esposte le cause della scissione e le ragioni dell’atteggiamento tenuto dal nostro partito.
Negli stessi giorni, l’Internazionale comunista, conscia dell’ora tragica che attraversava il proletariato italiano colla ritirata del P.S.I. inviava al Partito un radiotelegramma, nel quale salutava con gioia la sua nascita e gli confermava tutta la solidarietà dei lavoratori rivoluzionari del mondo.
Il programma del P.C. d’Italia Sezione dell’Internazionale Comunista, approvato a Livorno
(Dalla Tessera 1921)
«Il Partito Comunista d’Italia (Sezione dell’Internazionale Comunista ) è costituito sulla base dei seguenti principi:
1. Nell’attuale regime sociale capitalista si sviluppa un sempre crescente contrasto fra le forze produttive e i rapporti di produzione, dando origine all’antitesi di interessi ed alla lotta di classe fra il proletariato e la borghesia dominante.
2. Gli attuali rapporti di produzione sono protetti e difesi dal potere dello Stato borghese che, fondato sul sistema rappresentativo della democrazia, costituisce l’organo della difesa degli interessi della classe capitalistica.
3. Il proletariato non pro infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese.
4. L’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe.
Il Partito Comunista, riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultato contingente alla lotta per l’emancipazione rivoluzionaria del proletariato.
Il Partito ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere, nello svolgimento della lotta, il proletariato.
5. La guerra mondiale, causata dalle intime, insanabili contraddizioni del sistema capitalistico che produssero l’imperialismo moderno, ha aperto la crisi di disgregazione del capitalismo in cui la lotta di classe non può che risolversi in conflitto armato tra le masse lavoratrici ed il potere degli Stati borghesi.
6. Dopo l’abbattimento del potere borghese, il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell’apparato di stato borghese e con l’instaurazione della propria dittatura, ossia basando le rappresentanze dello Stato sulla base produttiva ed escludendo da ogni diritto politico la classe borghese.
7. La forma di rappresentanza politica nello Stato proletario è il sistema dei Consigli dei lavoratori (operai e contadini), già in atto nella Rivoluzione russa, inizio della Rivoluzione proletaria mondiale e prima stabile realizzazione della dittatura proletaria.
8. La necessaria difesa dello Stato proletario contro tutti i tentativi controrivoluzionari può essere assicurata solo col togliere alla borghesia ed ai partiti avversi alla dittatura proletaria ogni mezzo di agitazione e di propaganda politica e con la organizzazione armata del proletariato per respingere gli attacchi interni ed esterni.
9. Solo lo Stato proletario potrà sistematicamente attuare tutte quelle successive misure di intervento nei rapporti della economia sociale con le quali si effettuerà la sostituzione del sistema capitalistico con la gestione collettiva della produzione e della distribuzione.
10. Per effetto di questa trasformazione economica e delle conseguenti trasformazioni di tutta l’attività della vita sociale, eliminando la divisione della società in classi, andrà anche eliminandosi la necessità dello Stato politico il cui ingranaggio si ridurrà progressivamente a quello della razionale amministrazione delle attività umane.
Dal Manifesto del Partito Comunista ai Lavoratori d’Italia. 30 gennaio 1921
(Da Rassegna Comunista, anno I, n. 1)
A chiarire e precisare l’atteggiamento dei socialisti dinanzi alla guerra e alle sue conseguenze, venne la Rivoluzione Russa, Essa ci mostrò i socialisti divisi in campi opposti: mentre alcuni partiti e frazioni socialiste, che pure erano stati contro la guerra, propugnarono un’alleanza coi partiti borghesi, la continuazione della guerra, la limitazione delle conquiste rivoluzionarie alla costituzione di una repubblica democratica al posto del vecchio dispotico impero czarista, all’avanguardia del proletariato rivoluzionario si poneva un forte e cosciente partito politico: quello dei bolscevichi, che ora è il grande Partito Comunista di Russia.
I bolscevichi avevano già il loro programma rivoluzionario. Essi fin dal 1914 avevano dichiarato che la guerra delle nazioni doveva volgersi in guerra civile rivoluzionaria del proletariato internazionale contro la borghesia; e nel 1917 sostennero che data la situazione creata dalla guerra non v’era altra soluzione che la dittatura del proletariato da raggiungersi colla lotta rivoluzionaria, respingendo ogni alleanza coi partiti borghesi russi e colle borghesie estere dell’Intesa imperialistica.
I bolscevichi e i lavoratori rivoluzionari russi col trionfo di questo loro programma attirarono l’attenzione dei lavoratori di tutto il mondo su importanti questioni nelle quali i riformisti di tutti i paesi avevano portato grande confusione. Eccole.
Il proletariato non arriverà mai al potere né alleandosi con partiti borghesi, né servendosi del suffragio elettorale per la conquista dei mandati elettivi nei parlamenti.
Solamente se il proletariato si impadronirà con la violenza del potere, spezzando le attuali forme dello Stato: polizia, burocrazia, esercito, parlamento, potrà costituire una forza di governo organizzata, capace di operare la distruzione dei privilegi borghesi e la costruzione del regime sociale comunista.
In questo nuovo sistema di potere, al posto dei parlamenti democratici vi è la rete dei consigli dei lavoratori, alle elezioni dei quali partecipano solo quelli che lavorano e producono, e che la Russia ci ha mostrato la prima volta nei Soviet.
Ma l’insegnamento più importante ancora della rivoluzione russa fu questo: Nella lotta decisiva per la conquista del potere proletario, quei socialisti riformisti, democratici che, o furono per la guerra, od anche non seppero passare dalla opposizione alla guerra alla affermazione rivoluzionaria che la guerra apri in tutto il mondo il periodo della lotta per la dittatura proletaria, tutti costoro nella lotta finale si alleano alla borghesia contro il proletariato. Se il proletariato vince, come in Russia, continuano la loro opera per sminuirne e ‘distruggerne i successi d’accordo con le borghesie estere. Se, come in Germania e altrove. il proletariato è vinto i socialdemocratici appaiono come gli agenti e i boia della borghesia.
Ed allora altra conseguenza della Rivoluzione russa la nuova Internazionale, che deve sostituire la II Internazionale vergognosamente battuta nell’adesione alla guerra, deve sorgere su questa base: riunire non già tutti i socialisti che in qualche modo furono contrari alla guerra, bensì quelli che sono per la rivoluzione, per la dittatura proletaria, per la repubblica dei Soviet, come unica possibile uscita dalla situazione lasciata dalla guerra in tutti i paesi.
* * *
Il nostro Partito Comunista è e resterà l’unica Sezione Italiana dell’Internazionale Comunista. Chi non è col nostro partito, sia esso un borghese od un aderente al vecchio partito socialista, è fuori ed è contro la Terza Internazionale. I membri del vecchio partito che con mille menzogne sono stati indotti a pronunziarsi per la tesi unitaria, ai quali si è promessa l’unità del partito nella III. Internazionale, possono oggi vedere chiaramente la situazione. L’unità del partito non esiste più avendo esaurita la sua ragione d’essere, ed essi si troveranno fuori della Internazionale Comunista, della famiglia mondiale dei lavoratori rivoluzionari. Essi possono uscire da questa falsa situazione soltanto abbandonando i capi che li hanno ingannati, e venendo fiduciosi nelle file del Partito Comunista.
Il Partito Comunista d’Italia vi si presenta dunque, o compagni lavoratori, come un prodotto della situazione creatasi in Italia dopo la guerra mondiale e che va svolgendosi, anche più rapidamente che in altri paesi, verso la rivoluzione proletaria. Questo partito comprende in sé le energie rivoluzionarie del proletariato italiano, esso deve rapidamente organizzarsi come l’avanguardia di azione della classe lavoratrice. I suoi principi ed il suo programma vi dicono che il Partito Comunista sta sul terreno del pensiero marxista, del comunismo critico, del Manifesto dei Comunisti, così come tutto il movimento della Internazionale di Mosca. Gli altri che, chiamandoci anarchici o sindacalisti, si rivendicano continuatori del marxismo sono invece coloro che lo hanno falsificato.
Noi invece, raccogliendo nelle nostre file la maggior parte di coloro che sostennero il valore rivoluzionario del marxismo in Italia, dissentiamo, così come le tesi di Mosca dissentono. dalle teorie anarchiche e sindacaliste, pur considerando i proletari anarchici e sindacalisti come nostri amici generosamente rivoluzionari, che finiranno col riconoscere la giustezza delle direttive teoriche e pratiche dei comunisti, mentre invece i riformisti, i social-democratici, e tutti quelli che si sentono di convivere con costoro si allontanano sempre più dal comunismo e dalla via della rivoluzione.
Il Partito Comunista d’Italia si compone di coloro che veramente hanno sentito ed accolto, nella mente e nel cuore, i grandi principi rivoluzionari della Internazionale Comunista. Nelle sue file sono giovani e vecchi militanti dell’antico partito; esso continua storicamente la sinistra del Partito Socialista, quella parte cioè di questo Partito che lottò in prima linea contro il riformismo collaborazionista, contro i blocchi elettorali, contro la massoneria, contro la guerra libica, che non solo sostenne la lotta contro i fautori della guerra, ma che in seno al partito contrasto tenacemente il passo a coloro che alla guerra erano avversi a parole ma, non del tutto scevri da pregiudizi patriottici, tendevano a continue transazioni con la borghesia.
* * *
‘Lavoratori italiani!
Gli avvenimenti attraverso i quali il Partito Comunista d’Italia si è costituito, dimostrano come esso corrisponda ad una necessità irresistibile dell’azione proletaria, e dimostrano come esso sorga quale l’unico organo capace di condurre alla vittoria la classe lavoratrice italiana.
Il programma di lotta del Partito Comunista dimostra che esso soltanto potrà applicare, nella azione rivoluzionaria, i risultati delle esperienze italiane ed estere della lotta di classe come le deliberazioni della Internazionale Comunista,
Il vecchio Partito Socialista, al Congresso di Livorno, ha perduto nello stesso momento le energie e l’audacia della sua parte più giovane, ed il miglior contenuto dell’esperienza delle sue lotte passate, che si riassume nella affermazione di quel metodo rivoluzionario, di cui oggi il rappresentante è il Partito Comunista.
Il vecchio Partito ha fatto un grande passo verso destra, sulla via fatale che ha come ultimo sbocco la contro-rivoluzione Esso è squalificato dinanzi agli occhi del proletariato italiano, ed è destinato, d’ora innanzi, a vivere solo delle pericolose simpatie borghesi, il cui coro già si eleva attorno ad esso. E’ il partito in cui la destra, con i suoi Modigliani ed i suoi D’Aragona, è moralmente padrona, e gli intransigenti rivoluzionari, i massimalisti, i comunisti di ieri, recitano la parte di servitori del riformismo.
Lavoratori italiani!
Il vostro posto di battaglia è col nuovo partito, è nel nuovo partito. Attorno alla sua bandiera, che è quella della Internazionale dei lavoratori rivoluzionari di tutto il mondo, dovete stringervi per la grande lotta contro lo sfruttamento capitalistico.
Il Partito Comunista d’Italia, nel chiamarvi a raccolta per le battaglie della rivoluzione sociale, si sente in diritto di salutare a nome vostro i lavoratori di tutto il mondo inviando alla Internazionale Comunista di Mosca, invincibile presidio della rivoluzione mondiale, il grido entusiasta di solidarietà dei proletari e dei comunisti italiani.
Contro tutte le resistenze del sistema sociale borghese, contro tutte le insidie dei falsi amici del proletariato, contro tutte le debolezze e le transazioni, avanti per la vittoria rivoluzionaria, al fianco dei comunisti del mondo intero!
Abbasso i rinnegati ed i traditori della causa proletaria!
Viva la III. Internazionale Comunista!
Viva la Rivoluzione Comunista mondiale!
«II Comitato Centrale del Partito Comunista d’Italia»
Livorno, gennaio 1921
Note