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Una nostra iniziativa editoriale: O Preparazione rivoluzionaria, o preparazione elettorale

Categories: Communist Abstensionist Fraction of the PSI, Electoralism, Party History, Second Congress

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Una nostra iniziativa editoriale: O Preparazione rivoluzionaria, o preparazione elettorale

Fino al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista (Mosca, luglio-agosto 1920), non era ancora stato chiaramente stabilito se le sezioni della nuova Internazionale, mentre denunciavano l’inganno, e additavano ai proletari la necessità di abbattere gli istituti della democrazia parlamentare, dovessero o no iscrivere fra i loro mezzi tattici, a puri scopi di propaganda rivoluzionaria e quindi antidemocratica, la partecipazione alle elezioni e ai parlamenti dell’Occidente capitalistico.

La questione aveva avuto, a seconda dei paesi, sviluppi diversi. Nessuno metteva in dubbio né che la nuova organizzazione del proletariato rivoluzionario dovesse accogliere i soli movimenti che avessero lottato contro la guerra imperialista, rompendo con i socialtraditori che l’avevano appoggiata, né che le sezioni della Terza Internazionale dovessero agire sul terreno dell’insurrezione armata per abbattere il potere borghese e instaurare la dittatura del proletariato, come nella Russia di Ottobre 1917.

Ma le tesi e risoluzioni, tuttavia molto esplicite, del primo congresso del marzo 1919 non sembravano escludere, nello spirito degli stessi bolscevichi russi, che certi movimenti di orientamento anarchico o sindacalista-rivoluzionario venissero ad ingrossare la grande ondata rivoluzionaria: basti citare la Confederazione Nazionale del Lavoro spagnola, di tendenza libertaria, l’estrema sinistra della Confederazione Generale del Lavoro francese (C.G.T.), gli I.W.W. (Operai industriali del mondo) americani, gli Shop Stewards Committees (Comitati di delegati d’impresa) scozzesi e inglesi.

Questi movimenti non esitavano a condannare il socialpatriottismo e il riformismo, non dubitavano della necessità dell’insurrezione, ma non avevano una chiara posizione su quei problemi del potere e del terrore rivoluzionario, dello Stato e del partito politico, che i bolscevichi avevano da parte loro pienamente risolti. Quasi tutti, sia per tradizione ideologica che per reazione dell’opportunismo, si opponevano all’utilizzo del parlamento.

In Italia, la questione fu posta con estrema chiarezza sin dagli ultimi mesi del conflitto mondiale. Il Partito Socialista, che si era separato dalla corrente anarchica nel 1892 e da quella anarco-sindacalista nel 1907 (nell’anno successivo vi era pure stata una scissione sindacale con la nascita dell’Unione Sindacale Italiana, poi divisasi di fronte al problema della guerra), aveva esitato bensì di cadere nell’inganno dell’union sacrèe, ma l’azione del suo gruppo parlamentare, dominato dalla destra, andava in controsenso ad ogni prospettiva di soluzione rivoluzionaria della crisi postbellica. La frazione intransigente rivoluzionaria, pur avendo trionfato nel partito già nell’anteguerra, non aveva osato rompere se non con la estrema destra ultrariformista di Bissolati e consorti, espulsa nel 1912. Così gli elementi più decisi della sinistra del partito – che durante il conflitto mondiale avevano propugnato l’aperto disfattismo della difesa nazionale – cominciarono a presentire la necessità di una scissione del vecchio partito e giunsero alla conclusione storica che, se si voleva preparare e condurre il proletariato all’assalto rivoluzionario, bisognava finirla col metodo elettorale e parlamentare da cui la stessa direzione della “intransigente” era impeciata (Cfr. i volumi I e 1 bis della nostra Storia della Sinistra e l’ampia documentazione in essa contenuta).

Questa posizione, difesa nel giornale “Il Soviet”, fondato a Napoli nel 1918 come organo della frazione comunista astensionista, fu respinta dalla maggioranza del partito al congresso di Bologna nel 1919. Ma i partigiani della partecipazione alle elezioni e al parlamento, pur facendosi forti dell’approvazione di Lenin, ebbero l’immenso torto di mantenere l’unità del grande partito elettorale, opponendosi così apertamente a Lenin e alle direttive fondamentali della Terza Internazionale e non esitando a respingere l’offerta degli astensionisti di rinunciare alla loro pregiudiziale antiparlamentare, purché la scissione fosse consumata.

Diversa la situazione in Germania. Qui il movimento anarchico era trascurabile, il sindacalismo soreliano non esisteva, e nessuna scissione aveva diviso i sindacati. Allo scoppio della guerra del 1914 l’intero movimento politico e sindacale seguì a tutta prima l’orientamento socialpatriottico. La scissione cominciò nel campo politico con la formazione nel 1915 della gloriosa “Lega di Spartaco” e con il distacco nel 1916 del Partito Socialista Indipendente dalla vecchia socialdemocrazia, finché alla fine del 1918 gli Spartachisti si costituirono in Partito Comunista di Germania (K.P.D.). Due tendenze vi si delinearono, non solo sulla tattica parlamentare, ma sul problema, molto più importante e legato a questioni di principio, della scissione sindacale. L’ala sinistra degli Spartachisti, che si spinse fino alla scissione per formare il K.A.P.D. (Partito Comunista Operaio Tedesco), sosteneva che, dato il tradimento dei sindacati legati alla socialdemocrazia, bisognava propugnare il boicottaggio e la creazione di una nuova organizzazione sindacale rivoluzionaria, orientata a sinistra.

Il problema era grave: la corrente del K.A.P.D. risentiva, infatti, degli errori sindacalisti che, oltre ad essere diffusi nei paesi latini, trovavano una certa eco anche nel movimento olandese attraverso il giornale “De Tribune”, diretto dai teorici Gorter e Pannekoek. Essa tendeva ad attenuare l’importanza del partito politico e delle necessarie centralizzazione e disciplina, e tradiva le stesse esitazioni sulla questione dello Stato, mostrando così di non condividere la concezione russa del partito politico che amministra la dittatura del proletariato. È noto, del resto, che lo stesso K.P.D. pur restando legato a Mosca, non capiva chiaramente, all’inizio, che il partito politico rivoluzionario deve prendere direttamente nelle sue mani il potere.

Va da sé che i bolscevichi russi e la direzione della nuova Internazionale attribuivano la massima importanza al problema tedesco; Lenin lo mise al centro del suo famoso opuscolo su l’Estremismo, malattia d’infanzia del comunismo, il cui scopo essenziale era di prevenire l’infiltrazione nel movimento comunista di tendenze a sfondo anarchico, incapaci di comprendere la questione dell’autorità in seno al partito e allo Stato. La critica di Lenin, dominata dall’attenzione con cui egli segue lo sviluppo del movimento tedesco, d’importanza storica fondamentale, tratta questo problema parallelamente a quello della tattica parlamentare, ed è indiscutibile che egli condanna tanto la scissione sindacale, quanto l’astensionismo elettorale.

Nel frattempo, la frazione astensionista italiana si era sforzata di precisare in due lettere al Comitato Esecutivo dell’Internazionale, che in Italia queste due questioni non interferirono l’una nell’altra; che la frazione di sinistra del Partito Socialista condivideva in pieno le posizioni marxiste sul partito e sullo Stato, e che non soltanto non aveva alcuna simpatia per il movimento anarchico e sindacalista, ma conduceva contro di esso da tempo una polemica aperta. Se queste lettere dovettero superare molti ostacoli per giungere a Mosca, è un fatto che Lenin intervenne di persona affinché un rappresentante della frazione comunista astensionista partecipasse al secondo congresso mondiale.

Non è inopportuno aggiungere che, nelle riunioni preparatorie di questo, quando si trattò di ammettere i rappresentanti dei diversi paesi, gli astensionisti italiani sostennero che le organizzazioni senza un deciso carattere politico, come i movimenti spagnolo, francese, scozzese e inglese che abbiamo citati sopra, non dovessero avere voto deliberativo e nelle sedute dedicate al vitale punto delle condizioni di ammissione all’I.C. furono i più energici sostenitori dell’omogeneità teorica e programmatica e della centralizzazione organizzativa della nuova organizzazione mondiale del proletariato rivoluzionario.

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Durante le sedute del congresso, di cui riprodurremo alcuni documenti più importanti, la discussione mise subito in risalto la netta differenza fra l’opposizione alla partecipazione elettorale che la Sinistra italiana difendeva, e quella condotta dai sindacalisti e semi-sindacalisti di altri paesi.

Il relatore sulla questione del parlamentarismo rivoluzionario fu Bucharin, che parlò durante la seduta del 2 agosto 1920 presentando le tesi che aveva redatto con Lenin, e alle quali Trotski aveva premesso una introduzione dal titolo: “La nuova epoca e il nuovo parlamentarismo”, e annunziò un contro-rapporto del rappresentante degli astensionisti italiani, che aveva pure sottoposto al congresso un corpo di tesi. Aggiunse che il compagno Wolfstein avrebbe riferito sui lavori della Commissione, e polemizzò a lungo contro gli avversari della tattica parlamentare distinguendo però fra i due gruppi di diverso orientamento teorico. Seguì il contro-rapporto del rappresentante della Sinistra italiana che, prendendo anche in considerazione gli argomenti svolti da Lenin né L’Estremismo, illustrò i concetti contenuti nelle sue tesi. Contro il parlamentarismo prese quindi la parola lo scozzese Gallacher, in seguito confutato dell’inglese Murphy; a favore si dichiarò il bulgaro Shablin; contro, lo svizzero Herzog e il tedesco Suchi, quest’ultimo, però, antiparlamentare alla maniera anarco-sindacalista.

Lenin prese allora la parola, e il suo discorso fu, come sempre, di una estrema importanza. Poiché la discussione si era già protratta a lungo, il relatore sulle tesi astensioniste gli rispose molto in breve, esprimendo la grave preoccupazione che suscitavano in lui gli argomenti stessi, di natura tattica, usati da Lenin per sostenere che non solo si poteva, ma si doveva agire in parlamento allo scopo di distruggerlo dall’interno. Brevi dichiarazioni fecero Murphy, Shablin, Goldenberg (che propose un emendamento a favore del boicottaggio delle elezioni nella fase insurrezionale); il rappresentante della gioventù italiana, Polano, pur votando a favore delle tesi sul parlamentarismo rivoluzionario, riconobbe che il movimento giovanile in Italia era in larga misura astensionista; Serrati scagionò, fra i clamori dell’assemblea, il gruppo parlamentare del PSI; Herzog rispose alle proteste dei bulgari per le sue critiche dell’azione parlamentare del loro partito; e infine Bucharin chiuse il dibattito rispondendo brevemente agli antiparlamentaristi e concludendo con l’invito ad andare al parlamento al grido di “Abbasso il parlamento”. Messe ai voti, le tesi Bucharin-Lenin risultarono approvate a larga maggioranza contro appena sette “no”. Dei sette voti contrari, su richiesta espressa del relatore astensionista, ansioso di evitare ogni confusione con gli argomenti del sindacalisti-rivoluzionari, solo tre andarono alle tesi da lui presentate: quelli del Partito Comunista Svizzero, del Partito Comunista Belga e di una frazione del Partito Comunista Danese. Quanto al relatore egli non aveva voto deliberativo, ma soltanto consultivo.

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La natura stessa dei documenti che pubblichiamo facilita la loro presentazione. Si può dire che, nell’esame della funzione storica del parlamento borghese, l’introduzione di Trotski, le tesi di Bucharin-Lenin e quelle dei marxisti astensionisti, non presentano alcuna differenza. Dal punto di vista dei principi, tutte e tre stabiliscono che si deve abbattere con un’azione violenta il potere di Stato borghese e distruggerne fino all’ultimo ingranaggio la macchina; che il parlamento è uno degli elementi più controrivoluzionari dell’apparato statale borghese, e deve quindi essere eliminato con la forza. Così avevano fatto i bolscevichi con l’Assemblea Costituente, pur avendo partecipato alla sua elezione. Così Marx aveva suggerito di fare nel 1871, quando si augurò che i comunardi marciassero su Versailles e disperdessero l’ignobile Assemblea Nazionale dal cui grembo uscì la Terza Repubblica. Dopo la sua vittoria, il proletariato deve quindi costruire un nuovo Stato, lo Stato della sua dittatura, fondato sui Consigli operai, e segnare così la fine storica del potere borghese, dello Stato e del parlamento capitalistici.

Lunghi anni sono passati dal Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista. Ma una constatazione legittima s’impone: la prassi parlamentare a cui sono approdati i falsi partiti comunisti che hanno la somma impudenza di coprirsi con gli argomenti di Bucharin, Lenin e Trotski, ha completamente rinnegato quei principi fondamentali, per identificarsi con il vecchio parlamentarismo della Seconda Internazionale. Il parlamento è ormai presentato senza veli come un organismo eterno, allo stesso modo che si considera lo Stato borghese come una struttura che può accogliere un’autentica rappresentanza delle forze della classe proletaria. Di fronte a ciò, non si può non ricordare la facile previsione del rappresentante astensionista alla fine della replica a Bucharin: «Mi auguro che il prossimo congresso dell’Internazionale Comunista non abbia a discutere i risultati dell’azione parlamentare, ma piuttosto a registrare le vittorie della rivoluzione comunista in un gran numero di paesi. Se ciò non sarà possibile, auguro al compagno Bucharin di poterci presentare un bilancio meno triste del parlamentarismo di quello col quale ha dovuto oggi cominciare il suo rapporto».

Abbiamo già parlato del discorso di Lenin. Esso mostra chiaramente come il grande rivoluzionario fosse fermamente convinto della possibilità di mandare nel parlamento borghese dei gruppi di deputati comunisti capaci di attaccare le istituzioni capitalistiche non solo con discorsi teorici, ma con un’azione offensiva, di sabotaggio, violentemente distruttiva, e integrantesi con l’azione armata delle masse (oggi, abbiamo il diritto di pensare che questa previsione non si sarebbe potuta realizzare neppure se la rivoluzione fosse scoppiata nel breve giro di qualche anno, come allora Lenin e tutti i comunisti erano convinti). Ma le formulazioni contenute nel discorso di Lenin, con tutta la sua potenza dialettica, bastavano per suscitare gravi apprensioni, non tanto per quello che avrebbe potuto fare l’Internazionale da lui diretta, quanto per le interpretazioni che non avrebbero mancato di sfruttate in modo ignobile le sue troppe larghe autorizzazioni all’elasticità tattica.

Lenin disse: «Ignorate forse che ogni crisi rivoluzionaria è accompagnata da una crisi parlamentare?». E insistette sulla necessità di tener conto dei fatti, che imponevano di considerare il parlamento come un’arena in cui le lotte di classe forzatamente si riflettono e attraverso la quale si può influire sullo sviluppo delle situazioni in senso a noi favorevole. Costernato da queste ed altre affermazioni il rappresentante degli astensionisti osò chiedere al suo grande contraddittore se una simile audacia dialettica non introduceva il rischio di rinunciare, un giorno, a quella condanna di ogni partecipazione dei deputati proletari ai ministeri borghesi, che i marxisti radicali avevano sempre pronunciata.

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Per noi, è chiaro che il pensiero di Lenin era lontano le mille miglia degli sviluppi che il neo-opportunismo ha dato a questo formula, snaturandola completamente. Oggi ci si viene a dire che ogni lotta di classe non solo non si riflette nel parlamento, ma può realmente svilupparsi e trovare la sua soluzione nelle diatribe parlamentari. Un passo ancora, e tutte le tesi di partenza, quelle dello stesso Lenin, sono rinnegate, e con esse la tesi fondamentale che il passaggio del potere da un partito di classe a un altro non può storicamente realizzarsi attraverso la democrazia, ma solo attraverso la rivoluzione. Solo i più sfrontati traditori possono insinuare che il pensiero di Lenin si concilî con l’ignobile affermazione che fu, in sostanza, per caso che i bolscevichi conquistarono il potere in Russia con la guerra civile, e che quindi, in altri paesi, o addirittura in tutti, basterà prendere quella via parlamentare e democratica di cui i testi di Lenin, Bucharin e Trotski pronunciavano l’irrevocabile condanna storica, anche quando ammettevano per i partiti comunisti, espressamente costituiti in vista dell’insurrezione, la possibilità di un’azione all’interno dei parlamenti.

Nei congressi successivi, il desiderio di conciliare evidenti contraddizioni teoriche con una immensa forza di volontà politica si sviluppò pericolosamente, soprattutto quando Lenin non fu più lì a risolverle; e così si gettarono le basi del catastrofico precipizio nell’opportunismo, di cui abbiamo vissuto le molteplici fasi nel corso degli ultimi decenni.

È oggi chiaro che non si tratta più di prevedere teoricamente, ma di constatare dei fatti storici reali; e la nostra prospettiva trova facile conferma in una lettura in profondità della storica discussione del 1920.