Le due vie
O dittatura (cioè potere di ferro) dei proprietari fondiari e dei capitalisti o dittatura della classe operaia. Non c’è via di mezzo. Sognano vanamente una via di mezzo i figli di papà, gli intellettuali, i piccoli signori che hanno studiato male su cattivi libri. In nessuna parte del mondo v’è e può esservi via di mezzo. O dittatura della borghesia (dissimulata sotto le frasi pompose sul potere del popolo, sulla Costituzione, sulle libertà, ecc.) o dittatura del proletariato. Chi non ha imparato ciò dalla storia di tutto il secolo decimonono è un perfetto idiota.
Lenin, 24 agosto 1919
A quando il processo al regime?
La stampa di tutto il mondo ha fornito, con spietata precisione, i particolari della feroce azione di rappresaglia eseguita nel villaggio francese di Oradour da un reparto di S.S. naziste. Per vendicare la morte di un ufficiale tedesco, ucciso dai partigiani in altra località (e pare che il fatto non trovi neppure soddisfacente conferma) le S.S. della Divisione «Das Reich», condannavano a morte e sterminavano tutti gli abitanti del villaggio: 642 persone, tra cui 246 bambini. Pochi gli scampati al massacro. Costoro hanno ricostruito in tribunale le scene della tremenda esecuzione collettiva. Particolarmente raccapricciante la sorte toccata ai bambini: tirati a forza dalla scuola, ammassati nella chiesa, e qui abbattuti a raffiche di mitraglia, e bruciati ancora agonizzanti con piastrine incendiarie al fosforo. Ecco il racconto dell’agricoltore Jean Courivand, cui i nazisti uccisero l’unico figlio:
«Quando mi hanno permesso di andare a cercare il cadavere di mio figlio, sono entrato nel paese ed ho visto soltanto rovine attorno a me. A destra e a sinistra montagne di cadaveri, ma erano tutti uomini. Mi hanno detto che avrei potuto trovare i bambini in chiesa o lì vicino. Nella chiesa vi erano resti umani confusi tra avanzi di arredi sacri bruciati, cadaveri di donne e bambini irriconoscibili e sovente mutilati in modo orrendo. Pezzi di carne umana, membra staccate di piccole creature carbonizzate. Mio figlio era una di quelle cose senza forma, ma io l’ho trovato, anche se non avesse più nulla di riconoscibile, ridotto a poco più di un tizzone. Signore Iddio, ho potuto almeno dargli sepoltura».
La stampa di tutti i paesi ha commentato la strage, stigmatizzando con le solite espressioni roventi, facilmente trovabili in qualsiasi vocabolario, il feroce operato delle S.S. naziste. Ma se si passa dalle parole ai fatti? I bombardamenti a tappeto, voluti specialmente dagli inglesi, e da essi eseguiti col preponderante contributo americano, non perpetrarono, seppellendo sotto le macerie intere città, orrori meno agghiaccianti, non fecero meno vittime fra le donne e i bambini delle popolazioni di Germania, Italia, Francia, Belgio, ecc. La distruzione atomica di Hiroshima e Nagasaki doveva pareggiare e persino superare, le azioni di rappresaglia e di terrorismo scatenate dai militaristi tedeschi e giapponesi. Alla «coventrìzzazione» delle città inglesi, operata dalla famigerata «Luftwaffe» si rispose con il martellamento di Berlino, Amburgo, Brema, Dresda, ecc. E se gli Alleati non usarono i forni crematori e le camere a gas degli antropofagi nazisti, bene ne emularono l’idealistico disprezzo della vita umana, seppellendo e bruciando vivi con bombe incendiarie migliaia di persone, per nulla responsabili della guerra. Anche oggi del resto continuano tranquillamente a farlo: in Malesia e nel Kenia gli imperialisti britannici massacrano e impiccano, mettono sotto chiave interi villaggi; in Indocina, idem; in Corea storpiano orrendamente ed uccidono con le bombe al napalm. Gli stessi metodi, gli stessi sistemi in Tunisia, in Marocco, nelle Filippine. Ricominceranno nei paesi «civili»? Nessun dubbio che, se dovesse scoppiare la terza guerra mondiale, assisteremmo alle nuove edizioni peggiorate di Varsavia, Lidice, Kharkov, Marzabotto, Oradour. Al di qua, come al di là del fronte.
La rappresaglia di massa, l’uccisione degli ostaggi, la punizione collettiva prescindente deliberatamente dal principio giuridico della discriminazione di «colpevoli» e «innocenti», al cui rispetto l’illusione democratica pretende di forzare lo stato nell’esercizio della repressione, è inseparabile dalla pratica di governo dei regimi di classe. Ciò che i democratici, i pacifisti, gli umanitari di tutte le tinte politiche non capiscono, è la funzione della repressione statale, operata con le forze di polizia o militari poco importa, e la natura dell’obiettivo che l’impiego della violenza materiale politica si prefigge. Che non consiste nell’attuazione di astratti principii giuridici o nella ricerca, spesse volte impossibile, di colpevolezze individuali, ma, al contrario, nell’affermare, con i mezzi del terrore e della distruzione fisica delle persone, la potenza dello Stato e le sue capacità di repressione. Le uccisioni e le sevizie servono, in definitiva, più che a vendicare l’offesa recata all’ordine costituito e alle forze dello Stato, ad annegare nel sangue dei morti gli impulsi di ribellione dei vivi. Se poi sono persone che nulla o poco possono considerarsi implicate in azioni antistatali, come i bambini di Oradour o di Marzabotto, i calcoli terroristici dei massacratori ne risultano avvantaggiati, in quanto lo strazio dell’innocente serve ad accrescere nella mente degli oppressi il senso agghiacciante della mostruosa spietatezza della macchina statale, lanciata nella repressione. Non con metodi diversi si mantengono le dominazioni di classe. Per tutti, a cominciare dalle persecuzioni degli imperatori romani ai danni dei cristiani fino ai massacri degli aristocratici antigiacobini e ai forni crematori di Hitler, vale la giustificazione che Innocenzo III e Simone di Montfort davano dei massacri indiscriminati delle popolazioni delle città eretiche, conquistate dai crociati cattolici: «Uccideteli tutti; Dio saprà riconoscere i suoi».
Di fronte alle cruente manifestazioni del carattere di classe dello Stato capitalista solo chi si è pasciuto di pregiudizi democratici può rimanere esterrefatto e confuso, e cadere nelle trappole del pacifismo umanitario, che in definitiva lavora a conservare il potere capitalista. Non si tratta di inorridire e di invocare utopisticamente garanzie costituzionali contro il ripetersi delle violenze. Si tratta di capire, soprattutto di capire che gli atti di spietata repressione dei poteri borghesi appalesano chiaramente il carattere di brigantaggio terroristico che Marx e Lenin avevano scoperto, nonostante le mascherature democratiche e pacifiche, alla dominazione borghese. Tali fatti portano inconfutabili conferme alla tesi della dittatura del proletariato. Solo il potere ferreo della classe operaia potrà cancellare le infamie della dominazione di classe, sopprimendo, se necessario, gli oppressori. Il pericolo maggiore insito nella disfattistica predicazione della non violenza, del gandhismo democratico, sta appunto nel negare anarchicamente la rivendicazione della dittatura del proletariato in omaggio alla stupida opposizione alla violenza in quanto tale.
La dittatura del proletariato, in quanto sarà la dittatura della maggioranza della popolazione del mondo ai danni di un pugno di sfruttatori, non avrà bisogno, anche adoperando la repressione e l’eliminazione fisica dei propri nemici, di celebrare le orge di sangue dei massacratori assoldati dal capitalismo. In fondo, chi nega la tesi della dittatura del proletariato, lavora a difendere dalla giusta pena proprio questo pugno di banditori della carneficina annidati nei ministeri e negli Stati Maggiori. Capire, per non essere costretti a perpetuamente inorridire. Solo così sarà possibile vendicare le vittime delle mille Oradour che il capitalismo ha sacrificato, e altre si prepara a sacrificare, per mantenere in efficienza la macchina oppressiva del suo Stato.
Il teatro dei pupi
Si legge in Documenti (numero di gennaio-febbraio) – e si tratta di una pubblicazione della Presidenza del Consiglio – che la nuova fase della politica economica italiana consiste nella « lotta per la maggior produzione e contro le difficoltà strutturali » dell’economia nazionale. Non c’è che dire, il governo è tempista.
Con olimpica fermezza, esso annuncia d’essere in lotta per una maggior produzione nell’atto stesso in cui la cronaca dei giornali si infittisce di liquidazioni, fallimenti, dissesti, chiusure parziali e totali di stabilimenti; in cui le statistiche ufficiali timidamente informano che l’incremento economico generale è in preoccupante declino rispetto agli anni precedenti e diverrebbe addirittura crollo se non ci fossero le forniture militari; in cui, dopo essere stato all’avanguardia nella liberalizzazione degli scambi, il carrozzone governativo si accorge che l’O.E.C.E. è in crisi, che i Paesi alleati non solo non riducono ma rafforzano le restrizioni al commercio d’importazione, e accentuano, con una politica di sussidi, la concorrenza delle loro esportazioni sul mercato italiano. Con olimpica serenità, vorrebbe farci credere di aver preso d’assalto « difficoltà strutturali » che, fra l’altro, esulano dal quadro delle sue possibilità obiettive, perché sono di ordine europeo ed internazionale.
Ma tant’è: siamo di carnevale, e mai carnevale è stato celebrato con più slancio e con maggiore impegno nelle tre « fasi » della ricostruzione economica italiana. Si sa che il governo profonde annualmente cifre astronomiche a sostegno di compagnie teatrali e d’operetta. Ne ha ben donde: è una solidarietà di categoria. Chi meglio di quel gigantesco teatro dei pupi potrebbe capire le difficoltà dei confratelli?
In Asia la terza Sarajevo?
Le dichiarazioni programmatiche (messaggio sullo Stato dell’unione) rese da Eisenhower, il 2 febbraio, al Congresso americano, non hanno arrecato nulla di nuovo a quanto il segreto meccanismo delle profonde forze storiche autorizzava a prevedere circa la futura evoluzione dell’imperialismo e dei rapporti di forza intercorrenti tra i maggiori concentramenti di potere economico e militare del mondo. Confermavano quanto già era dato di anticipare circa lo sviluppo della strategia mondiale del massimo centro imperialistico — gli Stati Uniti. Tuttavia rivestivano notevole importanza in quanto segnavano il punto critico del passaggio dalla presa di coscienza delle ineluttabili necessità della politica americana; alla loro brutale trascrizione in termini reali di programma di governo, davanti a cui la ipocrita bigotteria dell’amministrazione Truman aveva esitato. Ciò non significa però che il ferreo determinismo delle cose non avrebbe frantumato gli ultimi ostacoli demagogici posti da Truman, se fosse rimasto al potere.
Due sensazionali iniziative del governo da lui diretto, Eisenhower annunciava nel corso della sua dichiarazione. Primo la denuncia retroattiva dei patti di Yalta e Potsdam, firmati nel 1945 dai rappresentanti di Russia, Stati Uniti ed Inghilterra. Secondo: lo sblocco di Formosa.
Il rifiuto di accettare le conseguenze storiche dell’applicazione dei patti di Yalta e Potsdam confermava l’irresistibile tendenza dell’imperialismo americano a spogliare il suo ex alleato russo delle concessioni dovute fare, alla fine delle ostilità, in vista di assicurare alla delicata fase del trapasso del dopoguerra uno stabile equilibrio internazionale — premessa indispensabile di quello sociale tra le classi. Tale linea programmatica, che nel futuro dovrà sortire risultato oggi imprevedibile, non poteva non arridere all’Inghilterra, tradizionale sfruttatrice dei mercati danubiano-balcanici, che dallo sgretolamento del blocco russo (sanzionato appunto a Yalta e Potsdam con la stipulazione di accordi circa l’occupazione della Germania Est e dell’annessione della Prussia Orientale da parte della Russia, l’avanzamento dei confini della Polonia sulla linea Oder-Neisse, la partecipazione della Russia alla stesura dei trattati di pace con Romania, Bulgaria, Ungheria, il passaggio sotto la sovranità russa di Sakalin e delle Isole Kurili), spera di poter riottenere, in gara con gli Stati Uniti, le vecchie posizioni di monopolio. Ma una reazione completamente opposta, una vibrata protesta del Governo e fiere rampogne di tutta la stampa inglese, Londra doveva opporre alla decisione del Governo americano di revocare l’ordine di bloccare le coste di Formosa, dato nel giugno 1950 alla VII Flotta americana. Coincidendo a puntino con le reazioni di collera e di preoccupazione dei pubblici poteri di Cina e della stampa stalinista mondiale, le accese recriminazioni del Governo di Londra stavano appunto a dimostrare che la nuova manovra diplomatico-militare di Washington nei riguardi di Ciang-Kai-scek, appostato a Formosa contro Mao-Tse-Tung, persegue un obiettivo non solamente antirusso, ma pure anti-inglese. Alleata e cobelligerante dell’America nella campagna di Corea, la Gran Bretagna dissente dalla politica americana verso la Cina. Perché? Perché sull’immenso continente cinese si scontrano formidabilmente gli insopprimibili impulsi espansionisti di tre imperialismi. In Cina, non in Corea.
Ciò, fin dal dicembre 1950, nel «Filo del tempo» La daga e Venerdì – L’atomica e Mao fu detto e ribadito nel «Filo» Preparate il Canguro del maggio 1951. In essi era esposto il concetto che, nella competizione con gli Stati Uniti, la Cina non è, nelle mani della Russia, un elemento decisivo, data la sua arretratezza nel campo della siderurgia (praticamente inesistente), dell’industria meccanica (riassumibile in qualche fabbrica) e soprattutto in quello dei mezzi di comunicazione. Anzi, fu spiegato, poco o nulla può l’apparato produttivo russo, appena sufficiente ai bisogni interni, per potenziare le immense risorse del territorio cinese, che invece solo nell’enorme potenziale economico industriale degli Stati Uniti possono trovare il complementare sussidio. Ne risulta necessariamente un’irresistibile attrazione tra Stati Uniti e Cina che, quanto più viene contrastata sul piano politico ideologico dal regime di Mao Tse-tung, alleato militarmente a Mosca, tanto più crudamente si delinea sul piano economico-produttivo. Fino a quando la politica resisterà alle incoercibili spinte dell’economia? Fino a quando il regime di Mao-Tse-tung riuscirà a durare nel precario gioco di opporre alle pressioni esercitate dalle forze economiche, quelle esclusivamente politiche, e molto limitatamente militari, provenienti dal Governo di Mosca, secondate forse per un calcolo mercantile di ottenere dal nemico-amico americano le migliori condizioni di compra-vendita? Rifacendosi al conflitto insorto allora tra Truman e Mac Arthur e risoltosi con il siluramento del generale dalla carica di comandante delle truppe dell’O.N.U. in Corea, il «Filo» Preparate il Canguro! scriveva:
«In sostanza Mac Arthur svela senza troppe storie che ha una comune politica con Truman e tutto l’imperialismo statunitense: conquistare la Cina. Occorre tenere il Giappone e Formosa saldamente. La Cina non darà, sorretta dalla Russia, il problema e il metodo per domarla e controllarla: militare o economico?».
Lo sblocco di Formosa sta a confermare la tesi dei «Fili»: l’obiettivo dell’imperialismo americano non è la industrializzata Corea, ma la semi-vergine Cina. Rimane però ancora dubbio quale metodo di conquista sia prevalso nelle alte sfere del governo americano. Infatti, se è notorio che l’armata che Ciang-Kai-scek tiene a Formosa è capace solo di effettuare dei colpi di mano da «commandos» sulle coste continentali della Cina e di disturbare le vie di comunicazione con incursioni aeree, un’eventuale mossa controffensiva delle forze di Mao contro Formosa potrebbe servire al governo americano per invocare gli estremi dell’aggressione ad un membro delle Nazioni Unite, dato che tale è riconosciuto di diritto e di fatto il regime nazionalista di Ciang-Kai-scek. D’altra parte, la VII Flotta americana di stanza nelle acque di Formosa, se ha ricevuto l’ordine di non più impedire atti di guerra di Ciang contro la costa cinese, non per questo è stata ritirata dalla zona. In ambo i casi, attacchi Mao la fortezza nazionalista di Formosa, oppure faccia pesare la sua offesa sulla VII Flotta americana, gli Stati Uniti saranno in possesso dei precedenti atti a giustificare la mobilitazione delle forze delI’O.N.U. contro la Cina. Comunque, se l’attacco armato è nei piani del Governo di Washington non sarà il «casus belli» a mancare. Tre colossi imperialisti si affrontano nello Stretto di Formosa. Vedremo applicare il metodo militare? Di certo c’è che non saranno state le isteriche manifestazioni dei partigiani della pace a fermare le mani americane, se attacco militare non ci sarà. Vorrà dire che gli Stati Uniti si saranno fondati sulla forza di attrazione che emana dal loro potenziale economico e a cui in definitiva è demandato il ruolo determinante nella competizione a tre che si svolge attorno alla Cina.
Se lo sblocco di Formosa, e il via libera a Ciang di recare offese al regime di Mao-Tse-tung, inizia un complicato e pericoloso processo diplomatico-militare, che insidia gravemente il prestigio della Russia in Estremo Oriente, legato come è alla sopravvivenza del regime di Mao, pericoli non meno tremendi corre l’imperialismo britannico, che dalla ripresa dei traffici commerciali con la Cina, di cui aveva un tempo il monopolio, si attende di trarre le energie per restaurare il barcollante edificio dell’impero. Per Londra il male maggiore non è tanto la caduta per crisi interna del regime di Mao, ma una sua metamorfosi titista: ad orientamento filo-americano. In fondo, l’Inghilterra è certamente non meno soddisfatta che la Russia dell’antiamericanismo del regime di Mao-Tse-tung. E ciò si comprende, buttando via le elucubrazioni della stampa di partito, specie di quella stalinista, e affidandosi all’esame dello sviluppo storico dei concentramenti di potere in contrasto, e delle risultanti di azione politica che il determinismo del sottosuolo economico impone ai governi.
A fare ciò occorre innanzitutto liberarsi dai pregiudizi messi in circolo dalla stupida propaganda dei giornali cominformisti, come in Italia l’Unità e l’Avanti, che, illudendosi di svolgere una vigorosa lotta contro l’imperialismo americano, in effetti ne agevolano il corso, diffondendo false dottrine e inadeguate interpretazioni delle vive correnti storiche. Errata, fra tutte, la tesi secondo cui il controllo dei paesi legati nel Patto Atlantico sia necessario all’America in quanto, attraverso il canale ieri dell’E.R.P., oggi del M.S.A., l’economia americana ricercherebbe un’àncora di salvezza scaricando sui mercati europei il «surplus» della produzione americana. Dal constatare che da quasi cinquant’anni l’Europa è tributaria dell’America, al concludere che i mercati europei sono un’esigenza vitale inderogabile per l’America, ci corre il mare, il mare delle cifre. Gli Stati Uniti costituiscono il massimo paese consumatore di materie prime, che ritira da tutte le parti del mondo, dominando il mercato mondiale in tale settore. Ora, l’Europa da un lato non può placare la fame di materie prime dell’America, essendo essa stessa soggetta per lo stagno, la gomma, il petrolio, ecc., ai paesi produttori asiatici; ma nemmeno potrebbe, anche se possedesse mezzi di pagamento necessari, assorbire un grande contingente di prodotti industriali dell’America, dato che ne produce essa stessa a sufficienza e perfino di troppo, almeno in riguardo ai grandi paesi industriali di Inghilterra, Germania, Francia. La cifra delle esportazioni americane in Europa rappresenta appena il 3% della produzione globale americana. Anzi, poiché nei traffici commerciali tra U.S.A. e Europa esiste un disavanzo di 2 miliardi e mezzo di dollari, che l’Europa non riesce a colmare, non producendo nulla (tranne i profumi e i vini pregiati) che l’America non fabbrichi già in casa e che quindi non sia costretta ad acquistare all’estero, ne risulta che il commercio con l’Europa costituisce un passivo per l’America, costretta com’è a pagare con i suoi stessi dollari, tramite ieri l’E.R.P., oggi il M.S.A., le proprie esportazioni in Europa. Chiaro dunque che i veri pascoli dell’imperialismo americano sono altrove. Dove? In gran parte in Asia; in genere, dovunque i prodotti industriali americani possono scambiarsi con materie prime. Ma l’obiettiva impossibilità economica di maggiori traffici commerciali tra America ed Europa spinge irresistibilmente i paesi industriali di quest’ultima: l’Inghilterra e la Germania soprattutto, ad appetire i mercati asiatici. Da qui, la concorrenza, i feroci quanto dissimulati rancori della ex dominatrice Inghilterra, della perfida Albione.
Gli Stati asiatici sono impegnati oggi, come scriveva recentemente un giornale finanziario, nella attuazione di giganteschi piani pluriennali per la valorizzazione delle loro risorse, piani che la Conferenza del Commonwealth, tenuta a Colombo nel gennaio del 1950, ha coordinato in un unico piano chiamato appunto «Piano Colombo». Partecipano ad esso, come membri originari, India, Pakistan, Ceylon, Malesia, Borneo britannico; successivamente si associavano il Viet Nam, il Laos, il Cambogia, il Nepal, la Birmania, e ultimamente l’Indonesia. Alle necessità di finanziamento dovrebbero provvedere per meno del 50% i paesi interessati; per il resto la Gran Bretagna, gli altri membri del Commonwealth, gli Stati Uniti, la Banca internazionale e il capitale internazionale privato. Quale che sia la sorte del Piano Colombo, concludeva la nostra fonte, nei prossimi anni verranno attuati in questi Paesi, grandi progetti di bonifica e di regolamentazione dei fiumi, di costruzione di bacini e di centrali elettriche, di strade ordinarie e ferrate, di impianti industriali soprattutto nei settori più direttamente collegati all’agricoltura, per i quali si dovrà importare tutto, dal macchinario ai tecnici.
Il Piano Colombo non conta fra i suoi membri la Cina, ma, essendo le esigenze economiche cinesi praticamente identiche a quelle degli altri paesi asiatici, può essere adoperato come indice della situazione storica in cui, dopo la seconda guerra, sono venuti a trovarsi gli Stati asiatici di recente formazione. La raggiunta indipendenza politica e l’autonomia statale, seppure li ha cancellati formalmente dai ranghi dei possedimenti coloniali e dei protettorati, non ha comportato naturalmente l’emancipazione economica dalle ex potenze occupanti (Inghilterra, Olanda, Francia) e dagli Stati Uniti. La Cina non esce da tale quadro. Politicamente indipendente, ideologicamente orientata verso la Russia, rimane soggetta economicamente all’Occidente imperialista, da cui soltanto può ottenere i finanziamenti necessari alla attuazione dei piani di industrializzazione. La «brutalità» della politica di Eisenhower e Foster Dulles altro non è che il riflesso della impossibilità obiettiva degli stessi governi capitalistici a sottrarsi alle ferree costrizioni del determinismo delle forze economiche. Libertà di scelta nella fissazione della linea di condotta non esiste nemmeno per i più potenti Stati della terra, e di ciò i marxisti non possono non rallegrarsi. Pur sapendo che la formidabile polveriera che stanno accumulando in Asia costituisce un pericolo mortale per la sopravvivenza dello stesso capitalismo, Stati Uniti, Inghilterra, Russia non possono evitare di scontrarsi pesantemente in Asia. Altra via d’uscita non esiste. La Russia non può perdere l’alleanza con la Cina, perché ne andrebbe di mezzo il suo prestigio in Asia e nel mondo intero: il pericolo tuttora reale di una rottura potrebbe venire scongiurato solo se la produzione russa fosse in grado di levarsi con le fonti di materie prime e di forza di lavoro della Cina, ma il livello di sviluppo attuale della produzione russa, nonostante le esaltazioni degli interessati, non può che bastare appena alle esigenze locali, mentre ha ancora davanti a sé l’immenso compito della colonizzazione dello sconfinato spazio che si estende tra gli Urali e la Manciuria. La Gran Bretagna non può rassegnarsi alla perdita dell’antica influenza in Cina, deve lottare per riconquistarla, pena l’aggravarsi degli squilibri commerciali che minacciano la stabilità sociale della metropoli; ma deve lottare in condizioni di inferiorità con il colosso americano, che controlla saldamente il Giappone, Formosa, le Filippine, e, attraverso il Patto del Pacifico (Anzus), stende la sua influenza su Australia e Nuova Zelanda, mentre esercita incontrastato sul Pacifico, da San Francisco ad Okinawa, il dominio aereo-navale. Delle incoercibili necessità degli Stati Uniti in Asia, già si è parlato.
Non occorreva certamente la profezia di Stalin circa la probabilità di conflitti tra le potenze imperialiste occidentali: due guerre mondiali stavano già a provarlo. Ma lo scontro di influenze in Asia dimostra pure che, comunque la guerra dovrà scoppiare, la Russia non potrà starsene fuori.
Mondo libero
Nel Kenya, 29.000 coloni bianchi si sono appropriati 13.000 miglia quadrate del più fertile altopiano cacciando gli abitanti originari in riserve nelle quali 5 milioni di negri sono costretti a « vivere » della produzione di 43.500 miglia quadrate di terra per lo più sterile.
Dopo la rivolta dei Mau-Mau, il colonnello Grogan, membro del Consiglio legislativo del Kenya, scriveva al Times una lettera in data 27-11-52 (riprodotta da Das Arbeiterwort) invocando i seguenti provvedimenti liberatori: « Prendete qualche centinaio di codesti straccioni e impiccatene un quarto alla presenza degli altri; poi rimandate questi ultimi nelle riserve affinché vi spargano la buona novella ».
Questi i preti che il PCI preferisce
«In un mio discorso ai giovani di Bologna ho ricordato alcuni semplici dati di fatto che riducono al nulla tutta la menzognera campagna orchestrata attorno alla sedicente Chiesa del silenzio. Subito l’Osservatore Romano prima, e poi il Quotidiano e il Popolo, si sono sentiti punti sul vivo e non hanno resistito al bisogno di darmi immediatamente una solenne e meritata lezione. Ma, ahi loro, la «vigorosa polemica», come giudica il Popolo il corsivo del magno Osservatore, non riesce che a confermare la verità dei fatti addotti».
Così l’on. Luigi Longo, vice segretario del P.C.I. e notoriamente uomo della corrente dei «duri», iniziava un suo articolo di fondo, pubblicato dall’Unità del 4 febbraio. Conoscendo la posizione, propria del marxismo, di fronte alla religione e ai culti, quale risulta dal «Manifesto dei Comunisti» e, per la parte pratica, dalla politica di repressione antireligiosa seguita dal governo rivoluzionario leninista dopo la conquista della Rivoluzione d’Ottobre, si sarebbe portati a credere che l’on. Longo, in coerenza con le sue professioni di fede politica, si scagliasse contro gli organi cattolici e vaticaneschi, rivendicando la posizione ateistica e antireligiosa dei comunisti marxisti. Ohibò! Il n. 2, o 3 non sappiamo, del P.C.I. cioè di un’organizzazione che pretende di applicare i principi della lotta di classe e di riferirsi al socialismo, si mostrava invece più bizzocco e baciapile dei vaticaneschi. Gli avversari, sia detto nel senso elettoralesco, avevano preteso di dimostrare che in Russia e nei paesi di «democrazia popolare» la chiesa cattolica sarebbe soggetta a persecuzioni. Alla «menzognera campagna» degli organi della D.C. e del Vaticano, l’invitto capo dei partigiani stalinisti aveva risposto nel suo discorso a Bologna. Non contento, e consapevole che le «parole volano, gli scritti restano», il comunista fin dalla fase uterina Luigi Longo, il rivoluzionario ardente, combattente indomito della lotta contro la reazione in agguato, insomma lui, il Napoleone di Via Botteghe Oscure, si vedeva costretto a brandire la penna per ristabilire la «verità dei fatti addotti» dall’alto della bigoncia elettorale.
«Giudicate – egli continuava – Io «avrei mentito ben sapendo di mentire» e, per di più, avrei «mentito male», perché, contro la pretesa vaticanesca che nei paesi di nuova democrazia la Chiesa sarebbe ridotta al silenzio, ho sostenuto che, ivi, le chiese sono aperte al pubblico, il clero riceve dallo Stato stipendi superiori a quelli di cui poteva disporre prima della guerra, e sacerdoti siedono sui banchi dei deputati e anche dei ministri».
Tale la «verità dei fatti»: che in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria, e, soprattutto nel «Paese del Socialismo», i preti cattolici stanno meglio che nelle diocesi italiane. Infatti, secondo i dati sbandierati da Longo, i regimi stalin-demopopolari danno ad ogni sacerdote uno stipendio mensile di 4000 corone, equivalenti a 40-50 mila lire italiane, mentre, secondo i calcoli pietosi del profondo studioso di «questioni sociali» quale è il nostro uomo, «molti parroci italiani non riescono a racimolare più di 10-12 mila lire al mese». Non basta, i preti sono ammessi in parlamento e nei governi. Ecco la verità, tutta la verità sulla politica dei governi staliniani nei riguardi della religione e dei preti. Una verità che fa schifo all’onesto proletario il quale vede nel clero, ovunque esso esista, un parassita sociale, partecipe dello sfruttamento delle classi lavoratrici.
Con puttanesca faccia tosta, Longo, colui che avrebbe fatto tremare la borghesia italiana con le sue truppe miliziane, tenta di mischiare un nauseante leccapiedismo clericale con il socialismo, avvertendoci che risponde a verità quanto sostenuto dalla stampa vaticana circa le espropriazioni delle proprietà ecclesiastiche effettuate dai governi staliniani. Da gente così spudorata come i capi dello stalinismo ci attendiamo qualunque menzogna, visto che così bene se la intendono con i maestri dell’ipocrisia nera, ma anche se fosse rispondente a realtà l’espropriazione delle proprietà ecclesiastiche, resterebbe sempre il dato inoppugnabile che il clero è mantenuto e stipendiato dallo Stato demopopolare, e quindi messo al sicuro dall’obbligo di lavorare produttivamente. Che dire di espropriazioni che fanno vivere da rentiers gli ex proprietari?! Quanti piccoli industriali sarebbero felici di consegnare la gestione delle loro stentate aziende allo Stato e ricevere in cambio una rendita vita natural durante! Come riscalda il cuore della marmaglia piccolo borghese il «socialismo» dei Togliatti e dei Longo!…
Ma, nonostante le strombazzate reclamistiche degli scaccini dell’Unità siamo sicuri che nemmeno la promessa di portare le 10-12mila lire mensili dei parroci di campagna all’equivalente di 4000 corone cecoslovacche, alias 50.000 lire italiane, indurrà la pretaglia e la frateria nostrana a negare la scheda a De Gasperi. A gente come Longo rimarrà solo lo scorno e le batoste.
Di Vittorio l'evangelizzatore
In tutta la storia del movimento operaio, lo sciopero è un atto di forza, e rivendicare un astratto «diritto di sciopero» non ha senso se il diritto non è tutt’uno con una manifestazione concreta di forza. Non è in nome di tavole del diritto che gli operai scioperano: scioperano se ed in quanto hanno la forza di scioperare e d’impedire che la classe dominante li metta, a sua volta con la forza, nell’impossibilità di farlo.
Per Di Vittorio e la C.G.I.L. ( non parliamo della C.I.S.L. o dell’U.I.L. che sono esplicitamente e dichiaratamente estranee alla ideologia e alla pratica della lotta di classe), lo sciopero è invece materia di articoli di legge, e la legge non è l’espressione di necessità e di interessi della classe che detiene il potere economico e politico; è qualcosa di galleggiante al di sopra delle classi, proprietà collettiva di «tutti gli uomini», ed è ― come sta scritto nei tribunali ― uguale per tutti. Non meraviglia quindi che, nel discorso tenuto il 31-1 a Torino in difesa del diritto di sciopero, Peppino abbia toccato tutti i tasti dell’evangelismo predicatore e moralistico, del cristianesimo umanitario e fabiano. A leggerlo, par di essere tornati ai tempi in cui i pronipoti del peggior laburismo in Italia esclamavano, levando umili occhi al cielo: «Educhiamo i nostri padroni!», ch’era il grande grido della debolezza, l’invito al capitalismo e ai suoi sgherri di bastonare gli operai.
Sentitelo: «Chiarisco a nome degli organi dirigenti della C.G.I.L. che abbiamo portato e siamo decisi a portare sempre nei rapporti sindacali sociali e politici un senso profondo di umanità (?). Anche oggi noi non desideriamo acutizzare i problemi del Paese… Per quanto possa dipendere da noi, portiamo sempre un contributo acchè anche i conflitti del lavoro… si svolgano in qualunque circostanza con un senso superiore di umanità». Il punto per Di Vittorio è uno: c’è la tavola scritta della Costituente, ed essa, non i capitalisti, deve governare l’Italia (ma di grazia, la società italiana è o no capitalista? E di chi sono le sue leggi se non della classe dominante? O esiste una legge che volge contro la classe dominante lo Stato in cui questa domina?) Difendiamo dunque la legge e, appunto perciò, agiamo «con superiore senso di giustizia». Siamo sul terreno del diritto, «della ragione, dell’umanità, della legalità», siamo i difensori dell’ordine costituito; voi, proprietari siete «pregati di avanzare».
La grande parola che l’organizzazione «sindacale» lancia agli industriali è quindi, logicamente, l’invito alla concordia, alla normalizzazione: «Noi vogliamo, non è da oggi che lo diciamo, l’abbiamo sempre detto, la normale disciplina sul lavoro; l’operaio nel tempo di lavoro, deve garantire un rendimento normale. Non intendo affatto intaccare il principio della disciplina del lavoro. Senza disciplina non ci può essere produzione e organizzazione industriale, e noi siamo per lo sviluppo della produzione industriale e della produzione agricola, noi siamo per lo sviluppo economico civile e culturale d’Italia e quindi siamo per assicurare assolutamente la disciplina necessaria sul lavoro. Ma vi sono vari modi per ottenere la disciplina del lavoro; v’è il modo della consapevolezza dei lavoratori della disciplina concepita come dovere, accettata come tale, e la disciplina imposta col bastone. Signori industriali, disciplina consapevole sul lavoro sì, bastone no».In altri termini, non il bastone, ma la carota.
Giacché è questo il succo del discorso: l’industriale italiano è rozzo, arretrato, inconsapevole dei suoi interessi. Crede nella forza bruta e sfacciata, nel bastone: insegniamoli la virtù «cristiana» della «disciplina consapevole» e tutto tornerà nella normalità, nel rispetto del «diritto». «Auspichiamo rapporti normali fra lavoratori e industriali per il bene del nostro Paese perché dalla normalità o dalla particolare asprezza dei rapporti sindacali dipende anche un’ulteriore più grave tensione dei rapporti generali del Paese o una distensione di essi. Noi siamo per la distensione, e siamo per la normalizzazione dei rapporti sindacali e nell’interesse comune e, soprattutto, nell’interesse dell’Italia, io ancora auspico la normalizzazione dei rapporti fr le nostre organizzazioni sindacali e le organizzazioni padronali»; in base a che? Inutile dirlo, in base alla Costituzione…
State a Di Vittorio, e lo sciopero sarà liquidato nell’abbraccio generale della normalizzazione. Fate che la «disciplina consapevole» (con la carota, senza bastone) si instauri, e che bisogno ci sarà di scioperare? Conclusione esilarante: Di Vittorio va a Torino per difendere il diritto di sciopero: conclude a favore di una disciplina e di una normalizzazione in virtù della quale lo sciopero rimarrà, sì nell’art. 40 della Costituzione, ma nella pratica sarà soppresso. Il fine di Di Vittorio e degli industriali è lo stesso: è solo diverso il metodo…
Così, fra urla e minacce, Di Vittorio ha affidato alla legge, alla «umanità», alla «ragione», agli «interessi comuni» e alla «Patria», la difesa del diritto di sciopero. Se davvero questa fosse la voce della classe operaia, il capitalismo potrebbe dormire fra sette guanciali: sarebbe l’estremo grido della capitolazione di fronte alla «santità» dello Stato.
Ma Di Vittorio è un conto: la classe operaia è tutt’altro.
Succede in America…
La stampa asservita alla democrazia fa largo uso, ai fini della polemica con i «totalitari», della contrapposizione della cosiddetta libertà di stampa al regime di censura vigente nei paesi d’oltrecortina. Tale criterio viene offerto per la valutazione dei regimi politici e, naturalmente, per la scelta elettorale dei partiti che li rappresentano. La frase destinata ad impressionare i gonzi è la seguente: la democrazia non ha paura di parlare delle sue macchie. A suffragio di tale tesi, i giornali filo-americani pubblicano, di tanto in tanto, impressionanti servizi su certe purulente piaghe sociali degli Stati Uniti. Così, recentemente, il Tempo offriva ai suoi lettori di intrattenersi su quanto avviene nel porto di New York, cioè la capitale economica del paese «libero» per antonomasia.
Poiché l’articolo rivelava fatti e tradizioni che fanno tutt’altro che onore agli Stati Uniti, vessillo della democrazia e della libertà, ed essendo notoria la piena simpatia de il Tempo per la Repubblica d’oltre-Atlantico, vale la pena di riportarne dei brani. Non si potrà insinuare che sono il frutto di un odio politico preconcetto.
Scriveva il Tempo: «L’inchiesta di Stato, che ha fatto seguito ad altre inchieste sul Delitto Organizzato, ha rivelato un profondo disordine nel porto di New York… È una malattia propria di un paese commerciale come l’America: dovunque passa del denaro e si trovano degli intermediari, questi tendono ad approfittare della loro posizione privilegiata… Nel porto di New York si scaricano per 7 miliardi di merci ogni anno; si calcola che il 5 per cento sia pagato in tasse nascoste ed illegittime alla mala vita del porto, ossia la bellezza di 350 milioni di dollari pari a circa 2 miliardi e mezzo di lire.
«Ci sono 200 moli da profonda portata e 1600 moli minori. Ci arrivano fra 8 e 9000 bastimenti all’anno. Nelle operazioni di carico e scarico dai bastimenti ai moli, e dai moli agli automezzi o ai vagoni, si rubano circa 50 milioni di dollari di merci ogni anno. Molti di questi furti sono organizzati per punire quelle società che non sono disposte a pagare la mala vita. Ci sono degli scioperi: anche questi sono spesso fatti per punire le società che non intendono proteggersi pagando la mala vita. Le organizzazioni operaie dominano i porti; ma esse in realtà sono organizzazioni di un capo e di qualche banda di camorristi. L’inchiesta ha stabilito i seguenti fatti: molte società commerciali pagavano dei mensili ai capi delle organizzazioni operaie; queste organizzazioni non avevano tenuto regolari riunioni ed elezioni per una decina di anni; quando c’erano state elezioni, queste elezioni erano state fatte sotto la minaccia di camorristi armati».
Secondo il Tempo i rapporti di potere negli Stati Uniti andrebbero così considerati: gli operai tutti insieme a taglieggiare ed opprimere i poveri imprenditori, sistematicamente spogliati da furti contro cui nulla possono; ad opprimere gli oppressori operai ci penserebbe poi la mala vita. Classico esempio di come la libertà di stampa permetta di dare apparenza di verosimiglianza ad una mostruosa menzogna, servendosi di mezze verità. Ammesso che tutto quanto di prepotenze e di sopraffazione viene commesso negli Stati Uniti sia da addebitarsi alla mala vita, rimane sempre da spiegare come mai la polizia, pur così formidabilmente munita, non riesca a stroncare le losche attività dei gangsters. È chiaro che, postulando l’impossibilità oggettiva di identificare ed incriminare i delinquenti, che normalmente mascherano le loro imprese camorristiche sotto le innocue insegne di società formalmente in regola con le disposizioni legali, si viene a riconoscere che la delinquenza organizzata su vastissima scala, come avviene in U.S.A., è un fenomeno le cui cause sono da ricercarsi nello stesso sistema economico, che sta alla base della vita americana. La distinzione tra affarismo e camorra, tra occupazione professionale e delinquenza, non è più possibile, allorché l’attività della banda, della «gang», si fonda sul maneggio di capitali considerevoli investiti in determinati rami speculativi. Come definire, ad esempio, una «gang» che monopolizza, facciamo un’ipotesi, la gestione delle bische e delle case da tè di Manhattan? In questo caso, che non è certamente un caso limite ma è più appropriato per far risaltare il carattere «losco» dell’impresa, i capitali di esercizio (e nella lista delle voci ognuno ci metta quello che gli pare: dagli stipendi dei croupiers ai molteplici «confort» di certi salottini…) assommano a cifre enormi. Cioè, non siamo più in presenza del misero… strumento di lavoro dello scassinatore. Ben diverso: siamo al cospetto di Sua Maestà il Capitale. Il tenutario delle case chiuse di Napoli o di Genova o di Marsiglia, munite (meraviglie del progresso!) di riscaldamento centrale, ascensori e, quello che più conta, potenziate, se non proprio da… segreti e brevetti di lavorazione tecnica, da larghe «cerchie di clientela» che alzano notevolmente il valore della… impresa, deve considerarsi un delinquente, oppure un normale capitalista che fa fruttare i suoi capitali? Quando la delinquenza supera lo stretto orizzonte dei ladri di galline, e si lancia nel mondo degli affari grossi, loschi o puliti poco importa, con ciò stesso viene a fare parte della classe dominante, della classe che vive cioè del profitto. Allora si capisce come pure la polizia federale americana, con i suoi famosi G. Men, sia impotente a mettere dentro i gangsters di alto bordo del genere di Al Capone. Se Al Capone o, per restare ai vivi, i fratelli Anastasia, maneggiano per i loro affari milioni di dollari, allora è chiaro che i poliziotti, difensori dei diritti dei capitalisti, debbano stare ai loro ordini.
Ciò spiega come le inchieste condotte a tutto spiano dalle autorità federali finiscono tutte invariabilmente con un nulla di fatto. I capi delle gangs sono noti a tutti, ma continuano a menare vita da nababbi nei grandi alberghi e sulle spiagge internazionali. Ciò spiega specialmente il perché degli immancabili insuccessi a cui approdano tutte le indagini condotte per scoprire gli assassini di onesti organizzatori sindacali. Ridiamo la parola a il Tempo.
«Il sistema di reclutamento giornaliero dei lavoratori del porto è ancora fatto a New York con sistemi medievali: il capo operaio (spesso un delinquente o un associato di delinquenti) fa la chiamata e sceglie quelli che lavoreranno per una giornata, consegna ad ognuno una tessera che serve la sera a ritirare il salario. Su questo salario, l’inchiesta ha accertato, viene fatta una ritenuta illegale del capo. Chi non paga questa taglia, non viene chiamato. Ha un bel presentarsi, resta senza lavoro. Se protesta, vien trattato con minacce, con busse e, se cerca di sollevare dei compagni, vien «fatto fuori». Dal 1928 ad oggi, più di 100 scaricatori furono uccisi per colpe o lotte di questo genere, senza che mai si trovassero i colpevoli. In alcuni casi, la polizia faceva degli arresti, ma si trovava un giudice che liberava gli indiziati per mancanza di prove. Il caso più parlante fu quello di Peter Panto, uno scaricatore italiano, che volle organizzare una minoranza di compagni per ripulire una delle organizzazioni di Brooklyn. Avendo commesso questo «errore», scomparve il 14 luglio 1939 e fu trovato 18 mesi dopo in un deposito di calce viva. Tom Collentine, che ci si riprovò nel 1948, fu ammazzato mentre tornava a casa. In uno dei rari casi in cui la polizia riuscì ad agire, la morte di Anthony Hintz, che veniva considerato un «galantuomo» e fu ammazzato l’8 gennaio 1947, portò alla sedia elettrica due colpevoli».
Lungi da noi il pregiudizio proudhoniano che la dominazione di classe e il regime della proprietà si originino (in coerenza con la tesi famosa «la proprietà è un furto») secondo le regole di una banda a delinquere, di una «gang». La violenza politica è il riflesso e il prodotto del potere economico, e non viceversa. Ma non si può non rilevare come i metodi e gli scopi dei «gangsters» americani coincidano con gli interessi generali di classe del capitalismo. L’operaio che si ribella all’oppressione congiunta dell’imprenditore e dei suoi intermediari aguzzini, costituisce un pericolo per la conservazione degli ordinamenti sociali, che appunto permettono agli sfruttatori e agli assassini degli operai di perpetuare il loro dominio. E allora si capisce benissimo perché si trovino sempre dei magistrati disposti a salvare dalla sedia elettrica certi gangsters: insieme con i poliziotti, i magistrati, i carcerieri, essi costituiscono un sostegno del regime del dollaro. Lo stesso vale per i linciatori dei negri, che immancabilmente riescono a farla franca, in barba alle leggi. Alberto Anastasia, quattro volte omicida e altrettante strappato alla sedia elettrica da giudici addomesticati, fondatore della Società Anonima Assassini, che offriva di ammazzare persone mediante una retribuzione che andava da 200 a 1000 dollari, era, nel 1933, a capo di sei sindacati operai; durante la guerra svolse la mansione di istruttore degli scaricatori a Indiantown Gap, sfuggendo al fronte; dopo la guerra aprì una fabbrica di tessuti e comprò una lussuosa villa sull’Hudson. Controlla, insieme con i suoi quattro fratelli, le organizzazioni degli scaricatori di Brooklyn. Eppure la Società Anonima Assassini è incolpata ufficialmente della soppressione di almeno 65 persone. Se i fratelli Anastasia operano indisturbati, segno è che essi costituiscono una colonna della società, di quella società americana che pretende di liberare il mondo.
Meno male che non siamo noi, ma lo stesso Tempo a riconoscere che il gangsterismo americano è «una malattia propria di un paese commerciale». Ma che significa esasperato commercialismo se non capitalismo sviluppato al massimo? Meno male che il Tempo non imputi il fenomeno della delinquenza organizzata al trionfo del principio del Male, o a deficienze di metodi educativi…
La delinquenza non è certamente un prodotto esclusivo del capitalismo, ma fenomeno sociale che è legato a tutte le fasi storiche della civiltà, ossia dell’organizzazione della specie umana nel regime della divisione in classi economiche nemiche e del potere dello Stato. Ma l’esempio degli Stati Uniti, il massimo portato dell’epoca capitalistica, sta a dimostrare che bisognava arrivare alla dominazione della borghesia, cioè della classe mercantile ed affaristica, perché anche la criminalità potesse darsi quelle forme di organizzazione collettiva e quegli strumenti tecnici per cui diviene pressoché impossibile distinguere tra «reato» e «affare». Forse che le bande di gangsters che terrorizzano il porto di New York non svolgono, in pratica, lo stesso genere di lavoro che qualsiasi società commerciale affida ai propri intermediari? E il contrabbando, da cui il gangsterismo americano, e non solo americano, ricava larghi utili, non costituisce un aspetto della pratica normale commerciale? Lo stesso dicasi per lo sfruttamento in grande della prostituzione, del gioco d’azzardo, del traffico di stupefacenti, fenomeni di pervertimento sociale che la specie umana ha conosciuto solo all’avvento dello sfruttamento, della comparsa del denaro.
La libertà di stampa, di cui il Tempo si vanta nei confronti dei suoi avversari staliniani, i quali in fatto di delinquenza non debbono stare meglio, come testimoniano carceri e forche, se permette di denunciare il male, certamente non fornisce i mezzi per stroncarlo. I quali sono da ricercarsi nel riscatto della società dalla schiavitù del denaro.
Migliore anche per i monarchici
« Solo Togliatti può assicurare ad una monarchia il consenso di una compatta e consapevole massa popolare. La borghesia troverebbe in questa Nuova Monarchia Socialista la garanzia di una gradualità nella attuazione delle riforme che tutti riteniamo necessarie. La monarchia troverebbe in questa sua funzione mediatrice la ragione storica della sua sopravvivenza. Infine la Chiesa cattolica avrebbe nella monarchia una garanzia per il rispetto della sua dottrina e della sua gerarchia ».
(Dalle dichiarazioni del conte Paolo Sella di Monteluce, leader del Movimento comunista monarchico, riportate da Il Mondo, 14-3)
Così si sceglie la libertà
Abbiamo letto su un giornale d’informazione una corrispondenza dal Perù in cui si narra del ricevimento, degno di un signorotto orientale, offerto da Kravcenko al « bel mondo locale » .. Colui che aveva « scelto la libertà » l’ha infatti, con logica nettamente materialistica, trovata nell’unica forma in cui si presenti nel mondo borghese: la forma della merce. E’ divenuto proprietario di monete d’argento grazie agli utili della sua attività di scrittore; appassionato della libertà ch’è sì cara, trova perfettamente coerente col suo credo di « uomo libero » che uomini bianchi o di colore scavino la terra per arricchire il suo piccolo impero finanziario e consentirgli di invitare a cena – col fasto di un rajah – i « bei nomi » dell’aristocrazia.
In verità, ecco un uomo sincero. Invece di declamare vita natural durante sulla libertà dello Spirito, ha tradotto la sua personale libertà in soldoni, ha preso la libertà del capitalismo per quella che è la libertà di sfruttare il lavoro altrui; la libertà di essere padrone di schiavi. Prima l’ha commercializzata con libri e processi; poi l’ha investita dove meglio poteva rendere. Non ha avuto ipocrisie.
Lo preferiamo ai predicatori degli eterni principii e ai missionari delle quattro libertà. Dice chiaro e tondo: « Ho scelto la libertà: faccio l’imprenditore ».
Fiorite primavere del capitale
Fiorite primavere del capitale
Rapporto fondamentale di tutto il ciclo russo – ed internazionale – dal 1914 ad oggi è quello della saldatura tra rivoluzione borghese e rivoluzione proletaria. Abbiamo fermata la tesi marxista che tale saldatura è possibile in un dato paese – giusta l’aspettativa delusa del 1848 per la Germania – come scontro insurrezionale e politico, e in questo senso come rivoluzione permanente, ma è impossibile la saldatura della rivoluzione capitalista colla rivoluzione socialista, se l’episodio insurrezionale e politico, acceso in «un paese» ancora feudale, non si «salda spazialmente», e non più temporalmente, colla rivoluzione del proletariato contro la borghesia «in vari paesi».
Abbiamo quindi dovuto assistere – bestemmiando – ad altro spettacolo storico: la rivoluzione proletaria russa che, nella sconfitta delle rivoluzioni extrarusse, non può divenire rivoluzione socialista,. Resta allora in atto una possente rivoluzione sociale capitalista, di cui assistiamo alle gesta economiche sociali, poliziesche e militari di grande calibro. Ma la rivoluzione proletaria è così liquidata e rientrata, non sui campi di battaglia della guerra di classe, pure lasciando sangue e cadaveri sotto i colpi spietati della repressione. Poiché la storia non possiede polmoni d’acciaio di brevetto stalinista o trotzkysta, la rivoluzione proletaria di Ottobre è morta per estinzione di calore, per difetto di ossigeno. Più che di Stalin la colpa è nostra, di noi comunisti di Occidente, ammesso per un momento solo che vi sia colpa in queste cose – o in qualunque cosa.
Il materialismo marxista toglie di mezzo i concetti di colpa e anche di pena. La dittatura rossa abolirà la pena di morte, nel senso che per storica determinazione resterà la morte, ma non vi sarà la pena. Anche con ciò farà cadere due figure romantiche: il boja e Cesare Beccaria.
Come degne di esame sono state le sottostrutture economiche di questo grande trapasso, così lo sono le sue soprastrutture, fino a quelle letterarie, in cui con dramma che va dal tragico al grottesco, hanno danzato insieme le figurazioni proprie di una vera rivoluzione borghese e di una falsificata rivoluzione proletaria.
IERI
Motori delle rivoluzioni
Entrambe le indagini sono possibili senza sciogliere il catenaccio dei pregiudizi, dei luoghi comuni e delle tesi retoriche mediante la nostra preziosa chiave filotempista. Nostra si dice non per rivendicare brevetti alla ditta qui editrice, che non ha ragioni sociali trascritte alla Camera di Commercio, ma in riferimento al ben stabilito, monolitico e invariante metodo marxista. Per ben giudicare a caldo un procedimento che è in pieno corso sotto i nostri occhi, bisogna fissare i punti di partenza sui risultati di procedimenti già tutti conclusi nel passato e fissati sulla pellicola sensibile, osservabile a freddo, da chi non è in caldo per fregole soggettive. Quindi per ben definire i caratteri di distinzione dei modi di produzione capitalista e socialista, è stato sempre indispensabile, e lo abbiamo saggiato ancora una volta per il caso dell’economia russa presente, avere chiari i dati del passaggio dal modo di produzione feudale a quello borghese, dalla prima produzione comunista alla privata proprietà di uomini e cose di terre e merci.
Dopo aver ben chiarito qual è, nella sostanza, il divario dell’ingranaggio produttivo e distributivo da saltare tra capitalismo e comunismo, a sufficienza per dire che in Russia non è stato fatto il salto in parola, ma invece quello precedente tra feudalismo-asiatismo e capitalismo, mostrando che si tratta di un altro salto, ma vi è sempre stato salto in avanti, non all’indietro; ve ne è abbastanza per capire che non si tratta di cospargersi il capo di cenere, stracciarsi le vesti e maledire fino alla settima generazione. Ma quando ci si comincia a scocciare col fatto che riduciamo tutto all’economia e non vediamo altro, e ci si racconta come cosa nuova che sono non cifre e schemi ma vivi uomini che saltano, e ci si oppone che tutto lo svolto non è possibile né concepibile se non si mettono questi esseri umani al loro posto e con il loro «ruolo» (parolaccia di occasione), in quanto masse, popoli, classi, organizzazioni, reti dirigenti e infine Capi, applicando al sommo della banale piramide l’iniziale maiuscola agli Uomini – ultima versione della vecchia fiaba della bestia che diventa Spirito – allora è il caso, per soppesare questi interventi, meriti e colpe di uomini ed Uomini nella rivoluzione che è stata fatta e disfatta, sognata doppia e attuata mezza, di studiare la faccenda nella ben nota – e da nessuno condannata – rivoluzione borghese.
Si tratta di dimostrare che alla mala prova non si rimedia cambiando Capi, Uomini e Direzioni; ma il diverso sviluppo storico risponderà a mutamento di ben altre cause e condizioni, cui quelle auto-esibizioni provvedono tanto poco, quanto il metodo di rimediare alla sterilità cambiandosi le brache. Allora tanta generosa volontà non può a nulla essere utilizzata? Entro savii limiti sì, nel preferire di essere discepoli con la sufficienza anziché maestri da operetta, nel progettare non più lo scatenamento dell’Apocalisse, ma un sennato piano di sottoproduzione delle fesserie.
Se con frase abbreviata, l’economia è la causa motrice della storia, ci basta rammentare che la base economica del grande trapasso dall’antico regime feudale al moderno capitalismo è stata dal marxismo indiscutibilmente definita nei vari aspetti: produzione dei manufatti non più da lavoratori autonomi ed isolati ma da gruppi di lavoratori cooperanti. Materie prime, attrezzi e prodotti che passano dal lavoratore autonomo al capitalista industriale, in esclusiva disposizione e proprietà. Prodotti agrari non più consumati sul luogo dai contadini e dai loro signori, ma liberamente prodotti e venduti dai proprietari e dagli imprenditori dell’azienda agricola. Produzione non più individuale ma sociale, distribuzione totale secondo il costruito mercato nazionale; al vertice: concentrazione del capitale in unità sempre meno numerose, formazione del mercato internazionale. Quando il trapasso incombe la forma politica cambia: era una signoria dichiarata dell’ordine nobiliare sulle altre classi – è divenuta una signoria più effettiva ancora della classe capitalistica e proprietaria, dichiarata come un libero autogoverno di tutti i cittadini. Da onesta aristocrazia a truffatrice democrazia.
Il motore di questo formidabile cambiamento di scena è stato dunque la necessità di produrre e distribuire i prodotti in forme tutte diverse, manifestatasi come contrasto delle forze produttive colla forma vecchia, e non un ansito, premente ab aeterno sugli uomini, per la libertà, la fraternità e l’uguaglianza, che abbia finalmente trovato in magnifici Individui i suoi profeti, i suoi capitani, i suoi realizzatori.
Tuttavia nel film giratoci sullo schermo di scuola e nelle politiche concioni abbiamo ben visto agitarsi in primo piano folle tumultuanti, ardenti tribuni, combattenti votati alla morte, sapienti, oratori, cospiratori, agitatori, legislatori e capi di Stati…
Attori delle rivoluzioni
Come ogni altra rivoluzione, quella borghese fu preceduta da un lungo periodo di critica dei vecchi istituti feudali autocratici, clericali che lentamente raggiunse il pubblico e le folle e fu svolta da studiosi e scrittori i cui nomi sono divenuti illustri e le cui opere contennero il nocciolo delle proclamazioni filosofiche, giuridiche, politiche che la nuova società dichiarò suo patrimonio ufficiale. Il processo fu in Francia specialmente completo, ed ecco perché si fa più spesso riferimento al movimento dottrinale prerivoluzionario francese: l’Enciclopedia, l’illuminismo, Voltaire, Rousseau, D’Alembert, Diderot, e gli altri minori. Lo stesso movimento si svolse in tutti i paesi, e le differenze tre le filosofie moderne, che sembrano tanto grandi, agli effetti della disposizione sulla scacchiera dei tanti «sistemi», degli enti e categorie del pensiero, sono ridotte da Marx a rapporto storico: La Francia pensò la rivoluzione prima di attuarla, e la attuò poderosamente; L’Inghilterra l’attuò molto prima, ma la pensò dopo averla attuata; la Germania la pensò poderosamente, e non la seppe attuare con forza propria. E l’Italia? Marx non ignorava i Vico, i Bruno, i Campanella ed altre menti potenti, ma è un fatto che l’Italia si fece prestar di fuori le armi ed il pensiero della sua rivoluzione, e non produsse che copie. Fatto, per questo speciale caso, tanto di cappello ai profeti, e fatte le fiche agli epigoni (soprattutto ai contraffattori del secolo XX!), i primi tre grandi episodi storici si riferiscono, nel dir della comune cultura, al materialismo francese (da Cartesio ai grandi nomi sopraddetti); all’empirismo inglese (da Bacone a Hobbes, Hume, ecc.); all’idealismo critico tedesco (da Kant a Hegel).
Quanto grande sia la distanza tra il marxismo e la filosofia della borghesia morente, di cui è buon esponente Croce, si rileva dal fatto che mentre il primo, che conosce la derivazione del proletariato dall’avvenuto capitalista, dà giusta valutazione e utilizzazione ai tre fattori nazionali, e dialetticamente svolge la nuova teoria internazionale del proletariato; Croce all’opposto elimina senza riguardi l’empirismo inglese semplicemente in quanto non filosofia ma pura statistica di fatti e di eventi, il sensismo francese in quanto pretesa pura posizione «teologica», e si inchina solo al valore storicistico del pensiero tedesco. Ciò avviene appunto perché in questa terza forma lo storicismo è rimasto innocuo e non ha preso forme demolitrici, ed è vuoto sia di prospettiva che di tradizione rivoluzionaria, ben attagliandosi ad una classe ormai solo conservatrice.
L’eterno Spirito nella sua Libertà, repellente dai nostri schemi e binari storici, si è quindi allogato presso il popolo tedesco, e presso questo solo, con aspetti e forme altrove mancanti? E allora come mai nelle sue manifestazioni sia pure «empiriche» come uomo politico, Croce si schierava dalla parte delle due crociate che nel corso della sua vita hanno gridato alla distruzione del tedesco per reato di innata bestialità?
Noi dunque ammettiamo volentieri che vi siano pensatori e scrittori che funzionano da detector, da rivelatori del fatto storico, e lo fissano in linee ed immagini più o meno distorte (le stesse antiche ed antichissime religioni e superstizioni non nascevano senza motivo ma erano le prime descrizioni informi del fatto sociale). La chiarezza e potenza dell’urto delle classi in Francia fece sì che il detector registrasse i segnali in arrivo con anticipo.
I sanculotti trovarono così un programma pronto, e soprattutto chiarito l’obiettivo contro cui gettarsi. Se la rivoluzione inglese, squisitamente capitalista, poté apparire come una lotta di dinastia contro dinastia, di nobili contro nobili, di ecclesiastici contro ecclesiastici, la francese si mostrò fin dal primo momento come la fine di tutti i re, di tutti gli aristocratici, di tutti i preti. Quanto alla tedesca, secondo l’enfatica espressione di Carducci, ce la fece a decapitare Iddio, forma impalpabile, ma non riuscì a dare un mal di testa ai re e signorotti prussiani e ai vescovi luterani. E Croce ne rispettò fino al sepolcro l’ateismo in guanti gialli.
Militi delle rivoluzioni
Quando l’ora fu giunta, chi dunque furono gli assalitori che mossero contro le Bastiglie, i Louvre, le Tuileries e gli Hotel de Ville? è qui che ci aspettano i «marxisti» dell’attivismo, i fattori di storia in incubazione, che per voler essere galli non saranno nemmeno pulcini. Il marxismo di costoro vale quello del gran pubblico borghesemente educato nelle sale dei cinema, che ammutolirebbe se richiesto di notizie sulle storie dell’antico Egitto o la poesia dell’età elisabettiana, ma che ha ritenuto fortemente e come fatto decisivo che Claudette Colbert si faceva mordere una poppa dal serpe, e sir Lawrence Olivier parlava colla capa di morto (non siamo sicuri di non sbagliare qualche nome di divo).
Ebbene furono molti e bravi, ma non erano i borghesi. è ovvio che Rousseau e Voltaire non c’erano, perché erano morti: anche costoro erano stati i filosofi della rivoluzione borghese, ma borghesi non erano. A quel tempo i borghesi erano i detentori di capitale monetario, mercanti, banchieri, strozzini e pochi ancora i veri e propri fabricant, come dicevano gli inglesi, e maître come dicevano i francesi, ossia proprietari di aziende manifatturiere con termine preso dall’artigianato corporativo, dato che significa sia maestro (d’arte) che padrone (d’industria). Questa gente, anzitutto, non sapeva di filosofia; in secondo luogo in generale non si occupava di politica ma dei propri affari e speculazioni, e questi conduceva innanzi coi mezzi più adatti di strisciare e servire le vecchie potenze in modo più umiliante dei cortigiani qualificati. Se questo Terzo Stato levò ben presto la testa e sfogò il rancore delle frustate, dei sarcasmi, e dei colpi di bastone della servitù dei creditori aristocratici quando si osava esibire fatture, certo esso non salì le barricate, e nemmeno la tribuna in piazza: lo fece ben più tardi nei parlamenti.
Chi dunque brandì la picca classica e qualche vecchio archibugio? Tutti quelli che dall’avvento capitalistico non avevano nulla da aspettarsi di buono. Non pochi nobili, la sola gente abile all’uso delle armi e che poteva capitanare le azioni, la cui diserzione dalla propria classe è indicata nel «Manifesto» come vero sintomo dei tempi maturi. E la Rivoluzione prese dall’aristocrazia molti dei suoi grandi capi, uno anche di sangue reale. Vi era poi il «popolo» delle città, ossia garzoni di bottega, lavoratori delle prime manifatture, modesti artigiani, soldati senza ingaggio – poi gli intellettuali: studenti, giovani medici, avvocati, funzionari e così via che nobili non erano, ma capitalisti certo nemmeno; tutta gente senza proprietà o quasi e che sulla ricchezza dei nobili non avrebbe messo le mani. Nelle campagne poi, a parte i gruppi analoghi ma poco numerosi rispetto alle città maggiori, i contadini che dovevano essere liberati dalla servitù feudale raramente insorsero, sebbene non nuovi alle rivolte locali, e molte volte, soprattutto per l’influenza del clero, difesero la reazione, e furono irriducibili in regioni agrarie come la Bretagna e la Vandea.
Tutto questo, di cui è inutile sciorinare esempi ed episodi famosi, sta a far intendere che una cosa è definire quali sono le classi sociali che hanno interesse alla rivoluzione e alle quali la stessa porterà il potere politico oltre che il privilegio economico, altro è individuare quali strati sociali hanno dato all’episodio rivoluzionario la milizia combattente e le onde di assalto.
Contraddice ciò alla descrizione di una rivoluzione come lotta di classi e come azione delle classi dominate ed oppresse? No, se si è capito che il marxismo non mette tra la determinante economia e lo scoppio delle azioni collettive il fatto di coscienza e di volontà. Questo non è escluso o addirittura capovolto, ma solamente collocato al suo posto. I veri borghesi e capitalisti, giunti al potere e viste sviluppare fantasticamente le proprie imprese col potenziamento della produzione e del consumo, dopo gli anni di crisi e di alternative politiche, difenderanno la vittoria rivoluzionaria con consapevolezza ed iniziativa per non ricadere nella posizione di soggetti. Daranno anzi con volontà e coscienza parte del proprio denaro per quelli che continueranno a combattere a mano armata, e per l’organizzazione dei nuovi eserciti stanziali raccolti colla coscrizione obbligatoria. Ma tutti gli altri rivoluzionari avranno combattuto in gran parte con una volontà ed una coscienza sbagliate e fuori della realtà. Gli intellettuali credevano sul serio alle rivendicazioni ugualitarie e filantropiche e alla difesa della nuova civiltà; la massa del popolo, fino agli strati più ignoranti e perfino torbidi, reagiva fisicamente al malcontento e alle miserie senza aver nozione della loro causa e della via per eliminarli.
Secondo il determinismo marxista sono le vecchie forme di produzione che ricevono l’urto delle nuove prorompenti forze di produzione. Vi è miseria e fame, ma il potere costituito non vuole rimediarvi coi mezzi delle nuove risorse: commercio interno e di oltremare, produzione associata, buon mercato della manodopera impedito dai regolamenti corporativi in città e dalla servitù delle compagne; e non vuole perché tali mutamenti feriscono l’interesse delle classi al governo e minacciano di far cadere il loro privilegio. Ma il vecchio organamento ha ormai reso cronico lo squilibrio tra produzione e consumo, la pressione demografica fa la sua parte, e la fanno le notizie da città a città, nazione a nazione, campagna a campagna. La disorganizzazione sociale e la scarsezza di prodotti, che per popolazioni rade non erano causa di miseria e di inedia salvo che in particolari periodi e luoghi nella società medioevale, raggiungono un livello intollerabile che leva l’onda del malcontento contro il governo al potere e i suoi istituti ed uffici, e questi sono travolti.
Le forme del dominio feudale che erano tollerabili con altri rapporti tra popolazione, produzione e bisogni, e talvolta determinavano un compenso plausibile tra vantaggi del centro e della massa, non potranno risorgere più. Aperta la breccia, vi passeranno le forze produttive, fino allora compresse, in modo irresistibile. La nuova organizzazione sarà stata resa possibile dalla critica dei precursori e dalla battaglia degli insorti, ma non corrisponderà alle descrizioni dei primi né alle illusioni dei secondi, bensì obbedirà alle leggi economiche corrispondenti allo stadio di sviluppo tecnico che – in generale – non erano conosciute che in parte ridotta dagli uomini di cultura e non potevano esserlo dalle classi di lavoratori manuali del tempo.
Stili delle rivoluzioni
Le soprastrutture postrivoluzionarie sono quelle che qui maggiormente ci interessano, e ci troveranno meno simpatizzanti che quelle prerivoluzionarie. Lo sfondo dell’ideologia, dello stile, dell’arte, della letteratura della borghesia da quando è vittoriosa e non più attaccata dal lato del passato, esprime il contrasto tra la difesa di un privilegio esoso e la proclamazione di rappresentare l’umanità in emancipazione dalle tenebre barbare. Questo contenuto di fermo interesse, e questa forma di estremo disinteresse, coincidenti o meno con «coscienza» – elemento per noi secondario – negli stessi soggetti, si possono prendere come marxista definizione dell’ottocentesco romanticismo. Per ragioni che hanno derivazione limpida dal tipo e dai modi e produzione, la manifestazione, in quanto borghese, ha precisi aspetti nazionali. In Inghilterra, ove la solidità di impianto del grande industrialismo non temeva attacchi né interni né esterni, né commerciali né militari, si fu dai teorici della classe al potere meno proclivi alle romantiche mozioni degli effetti umanitari, e si badò a giustificare il fatto descrivendo l’economia capitalistica e il suo modo realista di vedere le sue cose e i suoi affari, come suscettibili di stabile equilibrio e fonte di pratico benessere per tutti. Tanto è ivi classico il capitalismo, e pretenzioso di restar tale lasciando piena libertà di produrre scambiare e guadagnare, tanto è romantico e presto svuotato di rivoluzionaria forza il socialismo, colle smancerie fabiane prolungate all’autosfottente Shaw e ai lavativeggianti Webb, acido il primo e untuosi i secondi, ma parimenti cocciuti controrivoluzionari – non a caso semiammiratori della Russia di oggi. Uno stile analogo dell’opinione domina oggi in America, ove si risparmiano filosofici imbarazzi.
In Francia si ha il completo andar di passo nell’arte politica, nella retorica di tutti i partiti della Terza Repubblica: affarismo e opportunismo a josa, ma altrettanta cura della posa e dello stile di sviscerati «amis du peuple», umanitarismo sgonfione e boria sciovinista a tonnellate.
In Germania infine, con tanta indigestione di pensiero critico e di digiuno di azione politica, il famoso «romanticismo patologico», una specie di intossicazione da sperma: disperati, nullisti, anarchici individualisti, nazionalisti fanatici fino alle aberrazioni del razzismo.
Se in questo cenno non parliamo della scienza della natura è perché essa non è mai nazionale, od in un certo senso non è borghese, sebbene la borghesia sviluppata e conservatrice sappia presto ridurla in edizioni di classe. La scienza non è che la costruzione spontanea dei risultati della tecnica del lavoro nei suoi procedimenti più vantaggiosi, che è irreversibile in quanto nessuno riuscirà a rinunziarvi per motivi di principio e puramente ideologici. Come il lavoro associato è risorsa che passa oltre ogni frontiera, così lo è la registrazione e descrizione dei processi naturali, una volta rimossi gli ostacoli delle vecchie scuole e cenacoli teologici e non teologici per l’opera della demolizione critica, divenuta abbattimento di poteri statali.
Già nel moderno mondo, irretito di menzogna ideologica assai più di quello medievale, la tecnica e la scienza della natura non hanno più patria. Non per nulla Croce le pone fuori della filosofia, e vuole che questa si tenga la umana storia. Quando anche questa sfuggirà alle tenebre del transumanato spirito, anche la scienza di essa storia non avrà più patria – e alla fine non avrà più classe.
OGGI
La saga russa d’ottobre
Assunto che in Russia lo stato delle forme di produzione è quello di capitalismo nascente e giovane; ed assunto che si intenda per romanticismo l’efflorescenza intellettuale che corrisponde appunto alla «postrivoluzione» capitalista, occorre vedere se i due assunti trovano collimazione in un ripetersi nell’ambiente russo di analogie a quegli atteggiamenti, a quelle mode e a quegli stili; e se una simile collimazione spiega la permeabilità dimostrata dai partiti filorussi a tutta una gamma di ideologismi e di motivi puramente borghesi, coi «valori» stessi che potevano avere per l’intelligenza borghese del mezzo ottocento. Che il primo degli assunti in confronto non sia nostro peregrino trovato, lo provammo con testi decisivi di Marx e di Engels; che non sia nuovo il secondo, con parole e passi vari potremmo dire nientemeno che di Croce. Questi difende il romanticismo «teorico e speculativo» che nella sua lotta contro l’illuminismo razionalista (efflorescenza per noi precapitalista, ma rivoluzionaria, e quindi a Croce ostica quanto mai) «pose le premesse teoriche del liberalismo», e stigmatizza il romanticismo morale, il «male del secolo» (equivalente della delusione di quelli che credevano aver pugnato per l’umanità, e vedevano averlo fatto per gli strozzini). Ma mostra di condividere le «lodi che furono rivolte più tardi al romanticismo col definirlo il protestantesimo nella filosofia o il liberalismo nella letteratura». In queste pagine l’autore batte in breccia la visione del determinismo economico, ma non ha visto di aver fatto una concessione ammettendo questo susseguirsi di «piani», in verticale. Leggiamo dall’alto in basso. In letteratura: romanticismo; in filosofia e religione: protestantesimo; in politica: liberalismo. Noi non facciamo che constatare un piano ancora sottostante, o sottoterreno. In economia: capitalismo. Capitalismo, beninteso, giovanile.
Orbene, se la rivoluzione russa avesse potuto soffocare subito la sua prima faccia, quella antifeudale e perciò borghese, per essersi potuta poggiare solidamente su rivoluzioni occidentali e su un movimento marxista e comunista occidentale elevato alla pari e non sottoposto a quello del partito russo (questa rivendicazione non è postuma, e fu tante volte ribattuta nei congressi di Mosca fin da 33 anni or sono) essa avrebbe certo evitata una indiscutibile tendenza alla teatralità. Di questa era inevitabilmente «assetato» un popolo, che non aveva potuto passare per uno stadio conosciuto solo dall’esterno, non solo culturalmente, ma per altre, irresistibili e ribelli ai freni del dispotismo, forme di materiale scambio: per mille riflessi sui fremiti, sia pure non di una borghesia vigorosa sul piano sociale, ma di una bollente intellighentsia – sono i russi che hanno messo il termine di moda – che viaggiava, leggeva e soffriva di dover leccare i piatti della nobiltà e subire le villanate della polizia.
Con questo stato di attesa, passata attraverso le stesse guerre perdute sulle frontiere e l’umiliazione nazionale di aver veduto mussulmani e gialli più avanti nel maneggio della capitalistica tecnica di guerra, vi erano tutte le predisposizioni al compito «romantico» del proletario; ossia di sciogliere il rebus storico per dare il potere politico non a sé stesso, ma ai suoi sfruttatori sociali. Tutta una letteratura aveva lavorato in questo senso: il romanzo della rivoluzione era scritto prima della sua storia, e da una serie di colossi, a partire forse da Gogol, mentre i grandissimi Tolstoi, Dostojevski e Gorki in vario modo e misura avevano assorbiti i postulati sociali di Occidente, proprio pensati romanticamente e non marxisticamente.
Contro la scabrosa situazione di una borghesia autoctona di poco peso storico, e di un proletariato «condannato a fare la sua parte» lottava sì un movimento potente che aveva solidamente assorbita la teoria rivoluzionaria di Marx, ma che non poteva, anche in coerenza a questa, denegare che gli operai dovessero nella lotta antizarista anzitutto affiancare l’intellettualità borghese. Abbiamo già trattato questo come problema sociale e politico. Vediamolo come riflesso ideologico e «letterario».
Due eruzioni del pensiero
Vorremmo abbozzare un parallelo. Nella Germania prima del 1848 anche si contava sullo «integrale di due rivoluzioni». Allora fallirono entrambe. La borghesia anche in quel caso non era sollecitata, come classe economica, da velleità di protagonista. Ma intorno ad essa gli studiosi e i pensatori avevano eretto un armamentario di dottrina formidabile, al vaglio del quale il vecchio ordinamento germanico, austriaco, prussiano, coi suoi istituti terrieri, burocratici, cortigiani, militareschi, era corroso e almeno attaccato fin nelle fondamenta. Ma la immaturità dello sviluppo del moderno modo di produzione fece fallire perfino la prima rivoluzione, quella borghese. E ciò malgrado che nei paesi vicini avesse vinto nelle forme sociali e politiche, e da Napoleone in poi le sue bandiere avessero più volte rotta le «cortina di acqua» del Reno. Lo svolgimento nelle forme del potere fu poi lento, deforme e secondo Marx ed Engels sempre bastardo. Vi giunse ma non vi nacque il gran capitalismo industriale; non scaturì, ma filtrò.
Nel quadro nazionale si dovrebbe dunque dire che lo sforzo gigante del pensiero critico, anche per quelli che non riconoscono alla costellazione degli idealisti tedeschi il primato su ogni filosofia passata e futura (se con Kant ha preteso scrivere i prolegomeni ad ogni metafisica avvenire e con Hegel quelli ad ogni dialettica) non ha prodotto nulla, non potendosi chiamare rivoluzioni i colpi di palazzo succeduti alle vittorie militari del 1849, 1866, 1871.
Un collegamento tra quel ciclo vulcanico di lavoro teoretico e le forme naziste nemmeno potrebbe invocarsi: non lo fecero che molto relativamente i nazionalsocialisti medesimi che risalirono oltre Lutero fino ad Arminio e al dio Thor della guerra, e quanto ad Adolfo Hitler sapeva di filosofia quanto un salumiere tedesco, che chiama le salsicce delicatessen. Comunque questo lontano prodotto di azione di un lavoro di pensiero, sarebbe a sua volta finito nella catastrofe.
Fu dunque tutto perduto? Marx, che capovolse Hegel, che distrusse «ogni metafisica futura» che saldò, superandoli, dialettica tedesca, sensismo francese ed empirismo positivo inglese, fondando sui loro materiali storici la teoria internazionale unica del proletariato, avvertì che quella eredità lasciata cadere dalla borghesia fu raccolta dagli operai rivoluzionari, e recata all’altezza storica di una visione del mondo e della società cui le classi precedenti non potevano giungere.
E su due rivoluzioni fallite si costruì l’Internazionale del proletariato con indirizzo teoretico materialista e deterministico, per difficile e tormentosa che sia stata e sia, in Germania e dovunque, la lotta contro i travisatori.
In Russia non abbiamo avuto un parallelo bagaglio di critica antifeudale di marca schiettamente borghese, ma una critica eclettica, con un bagaglio ibrido di filosofia «popolare» in cui mille apporti di Occidente si sono incrociati, appunto, in una romantica invocazione alla fratellanza, alla uguaglianza, alla rivolta, contro il dispotico giogo, di raffinati cerebrali e analfabeti mugik. Ma, con Plekhanov poi fallito alla prova, e Lenin alla testa, è stato svolto un lavoro formidabile di dottrina rigidamente classista, esclusivamente proletaria, con utilizzazione di tutti i risultati della possente visione di Marx e dell’esperienza capitalistica di tutto il mondo, saggiata dall’urto dei proletari più maturi.
Se dunque lo sforzo di battaglia nelle piazze e sui campi di guerra civile non è mancato, come in Germania allora, ma ha condotto ad una trasformazione formidabile di un mondo precapitalista in uno di acceso industrialismo, all’altezza dei più possenti cui dette le premesse la borghesia nel pensiero, nell’organizzazione e nell’azione; il lavoro colossale in dottrina del bolscevismo dal 1900 al 1920 ha avuto una decisiva ripercussione storica, poiché il colosso zarista è crollato ed ha lasciato una potente eredità, poiché sulla base il proletariato ha riordinato le sue «armi critiche», e malgrado l’attuale buia parentesi, quando ve ne saranno le condizioni storiche, le ritroverà per tornare alla lotta e dare i primi esempi della rivoluzione soltanto proletaria e anticapitalistica pura. Tale fu la Comune di Parigi, ma fu battuta e, se come lei, fosse stata battuta la Comune di Leningrado – salvata dalla antiromantica decisione di Brest-Litowsk imposta da Lenin e dal crollo della Germania militare – non si sarebbero viste le forme popolaresche e scenografiche che si concessero alle folle di Mosca. I comunardi, massa di lavoratori anonimi, oscuri e modesti, caddero senza tremare e senza abbandonare il fronte, ma, se nella teoria della rivoluzione non erano ad alto grado di sviluppo, seppero preservarne le forme da ogni retorica e da ogni culto del gesto, e il pugno di refrattari collocati al muro del Père Lachaise ha lasciato una tradizione di classe, non nomi da leggenda.
I compagni bolscevichi hanno concesso troppo all’espressione di «rivoluzione veramente popolare». Lenin aveva detto che il proletariato deve fare la rivoluzione per sé, e per la «sua» forma di società che è il comunismo, e non più servire per qualunque rivoluzione, come finora la storia ha voluto.
Se si vuol dire che la rivoluzione sarà matura quando notevoli masse del proletariato saranno in campo sulla via tracciata dalla teoria e dalla organizzazione e agitazione del loro partito, la frase è giusta. Ma la vera rivoluzione operaia non sarà popolare, in quanto popolo significa commistione di classi diverse, compresa la borghesia, bensì classista, anche se libererà altre classi povere incapaci di autonoma azione come i piccoli proprietari ed artigiani superstiti. Bensì, come ad esempio in Italia, classe operaia vuol dire salariati della città e della campagna, e comprende i braccianti rurali, che forse hanno qualcosa da insegnare agli operai delle città, troppo facili ad essere bloccati dalla «aziendofilia» antimarxista, e hanno lasciato pagine di vera e non esteriore gloria rivoluzionaria.
Il parallelo Russia-Germania si conchiude dunque così: caddero nel 1848 due rivoluzioni tedesche, ma la loro preparazione nella teoria ribadì per tutto il mondo le forme irrevocabili del capitalismo nella produzione e nell’economia e la sua ideologia di classe, valida per tutti i paesi fino alle sue derivazioni giuridiche ed estetiche, che fondano oggi ogni dichiarazione politiche dei grandi poteri su un neo-idealismo, e sui valori dell’individuo e dello spirito. Vinse nel 1917 una, ma una sola, delle due rivoluzioni russe; ma rimase fondata, ribadendola sulla base marxista, la teoria e la forma rivoluzionaria propria del proletariato e della società comunista, quali sorgeranno sulla dispersione delle ultime scorie borghesi e capitaliste, che invece in Russia oggi formano, per ineluttabili cause economiche, la massa della ganga portata alla fusione nel crogiuolo sociale.
Più in breve: la filosofia classica tedesca, sterile di rivoluzione nazionale, dette al mondo la trama sociale capitalista e le parole della sua conservazione. La teoria marxista sovrastò e incalzò la tardiva rivoluzione nazionale di Russia; non dette la trama sociale alla Russia di oggi, ma lasciò la sua intatta potenza alla rivoluzione internazionale proletaria del futuro.
Regia e scenografia rossa
Troppo lungo sarebbe dare il quadro delle efflorescenze che presto circondarono le manifestazioni della nuova Russia. La potente letteratura della rivoluzione francese dominava, anche non espressa, le attese di tutti, capi e gregari, e quasi se ne attendeva la riproduzione di tutte le fasi, dalla Convenzione al Terrore, al Termidoro, al bonapartismo. Questa pericolosa analogia sarebbe stata dispersa con ulteriori colpi a fondo come lo scioglimento nel ridicolo della assemblea costituente – Lenin siede annoiato a sentire le chiacchiere a vuoto della destra che traccia costituzioni, poi si leva e se ne va seguito dal solo Sverdlov; trova nell’indossare la pelliccia al guardaroba che gli hanno fregata la pistola dalla tasca e dice al compagno con un sorriso: che razza di ordine vi è qui? sei pure stato nominato capo della polizia! La logorrea continua molte ore, poi un marinaio bolscevico si avvicina al presidente che pare fosse Cernov e gli dice: abbiamo sonno e faccio togliere la luce, levatevi dai piedi. Quelli se ne vanno. Fatto storico immenso, posa drammatica nessuna.
Ma poi la retorica prende la mano un poco a tutti. Mentre Lenin indossa un qualunque abituccio borghese e la impareggiabile sua compagna, marxista e rivoluzionaria di valore immenso, è nel vestire più incolore delle monache degli ordini più umili, una serie di fessilli si comincia a pavoneggiare in uniformi tirate a lustro e si atteggia da dittatore, con grinta simile a quelle che conoscemmo bene in Italia (questi uomini politici e personaggi storiciin pectore non ridono mai) anche in centri ove una massa di straccioni incassa i terribili colpi della carestia.
Comincia la norma degli alti stipendi: altro che il salario operaio stabilito per i suoi componenti dalla Comune, norma cui Marx e Lenin danno nei loro scritti valore primario delle ville arredate di oggetti d’arte rarissimi, e così via. Ma lasciamo questo punto, perché qualche imbecille sarebbe capace di dire che romanticismo sarebbe il rinunziare a mangiare di grasso sulle spalle della rivoluzione. Le manifestazioni politiche sono inscenate tra drappi, bandiere, musiche interminabili, festoni, ritratti; un vero carnevale rosso ed una parata coi passi cadenzati e le file per quattro senza nessuno scopo militare.
Trotzky, uomo indubbiamente decorativo, ma che aveva in questa l’ultima delle sue immense qualità, ebbe qualche peccato di esibizione coi famosi quadri in divise lampeggianti e attitudine da Valhalla. Dicono che quando Napoleone vide Goethe esclamò: ecco un uomo! Ma si seppe che non alludeva all’intelletto dell’Olimpico, ma al suo fisico: avrebbe dato probabilmente una fetta di impero per avere come Volfango una diecina di centimetri di statura e un milione di capelli in più!
Trotzky stesso fremette di sdegno e parlò di faraonismo quando si esibì il cadavere di Lenin nella tomba della piazza rossa e si indissero sfilamenti di tipo mistico. Ma se gli imbalsamati potessero assestare calci nel sedere i celebranti di quel rito starebbero ancora adesso in precipitosa fuga.
Se quasi tutti i giorni la stampa sovietica riprende a dritta e a mancina giornalisti, scrittori e letterati per avere deviato del materialismo marxista, dottrina prescritta, come direbbero gli sportivi, per pure «ragioni di scuderia», questa non è che la prova che malgrado ogni pressione le fioriture cerebrali prendono per forza di cose atteggiamenti borghesi e piccolo borghesi.
Non ricordiamo tante altre forme, che colla borghesia sono nate e con essa dovranno sparire nella vergogna: le onorificenze, sia civili che militari, guiderdone solo dei primati di adulazione cortigiana ai grandi capi e sottocapi. In Italia Starace, uno dei più notevoli fessi della storia, fece fortuna con una trovata tanto semplice quanto triviale; al suo apparire i giannizzeri avevano ordine di non far urlare: viva Starace! ma viva il Duce! E in Russia non si fa discorso o barbosa conferenza (lì sono capaci di parlare ciascuno tre o quattro ore senza dire una sola frase non stereotipa e consacrata) o comizio, senza inneggiare a Stalin, al grande Stalin, dedicandogli i non so quanti epiteti ormai notati nella prammatica e nell’etichetta.
Lingua che batte e dente che duole
Dato che il parere di Stalin stesso – crediamo sia ben vivo: chi dice che dopo il banchetto con Tito poneva lui stesso il disco e ballava alla russa, ossia accovacciato sui tacchi alternati, mentre gli altri gridavano a coro battendo a ritmo le palme: Josif Vissarionovitch sei forte come un toro! chi narra che all’augurio di vivere cent’anni scocciato rispondesse (da marxista una volta): le leggi fisiologiche fanno il loro corso, piantatela! – è il solo che fa da pietra di paragone, è sicuro che egli ha approvato e promosso le mille manifestazioni di militarismo, patriottismo, nazionalismo, esaltazione di quanto fu «russo» assai prima della rivoluzione, e perfino nella guerra coi giapponesi del 1905 e fino alle conquiste di Pietro il Grande! Josif Vissarionovich, sei romantico quanto un goliardo di Heidelberga!
Stalin, che una volta Lenin dovette strapazzare come nazionalista georgiano in un famoso comitato centrale prima di Ottobre in cui sosteneva doversi continuare la guerra «democratica» (da, sì, egli rispose, colla abitudinale nettezza vigorosa, in una certa commissione, ad una esitante traduttrice della domanda) prima di darci lo scritto, prezioso, sulla struttura capitalista dell’economia russa, pubblicò altro lavoro originale sulla linguistica, rivendicando la continuità dell’idioma russo come forma inseparabile dalla rivoluzione.
Ogni romanticismo della nascente borghesia ha cantato le questioni universali strettamente attaccato all’angolo visuale del suo linguaggio nazionale, e questo ne è un inseparabile connotato.
Dinanzi a questo, poco era sembrato a lui, evidentemente, che giungendo da tutte le direzioni dell’orizzonte a Mosca i rivoluzionari degli altri paesi, anche non essendosi mai visti potessero parlare la stessa lingua della dottrina e del metodo marxista della rivoluzione non romanzata, ma vivente.
Imperialismo e materie prime
La storia dei paesi arretrati, si potrebbe dire, è la storia delle materie prime che rinserrano nel loro sottosuolo, o che raccolgono alla superficie. Fattori attivi o passivi di storia, sono, nell’epoca dell’imperialismo, sul mercato mondiale, la domanda e l’offerta delle materie prime. È chiaro che paesi consumatori di materie prime possono esserlo solo quelli che posseggono un apparato industriale moderno. Ma la sola distinzione non è sufficiente. Chi non ha da far pesare sull’arena internazionale il potere di un potenziale produttivo industriale, capace di influenzare il mercato internazionale, non può nemmeno sperare di avere voce in capitolo, tranne che nelle parate parolaie degli organismi internazionali nella giungla della politica mondiale. Ma, al contrario, un paese arretrato sotto tutti gli aspetti di fronte ad altri di gran lunga evoluti, poniamo la Bolivia o la Malesia in relazione alla Spagna o all’Italia, è in grado di esercitare, sia pure passivamente, una influenza politica reale di molto maggiore. Ciò avviene perché si tratta di paesi che posseggono, a volte in maniera monopolistica, materie prime indispensabili al funzionamento dei colossi produttivi posseduti dall’imperialismo.
Prendiamo ad esempio il mercato dello stagno. Di fronte al monopolio della domanda, che è nelle mani degli Stati Uniti, massimi divoratori di materie prime, si erge il monopolio dell’offerta, rappresentato dalla triarchia mondiale della preziosa materia prima: la Bolivia, la Malesia, l’Indonesia. Da soli, questi tre Stati (la Malesia si regge dal 1948 nelle forme costituzionali di una Federazione di Stati con un governo centrale presieduto da un Alto Commissario britannico) producono complessivamente per l’80 per cento della produzione mondiale. La scala delle precedenze va così stabilita: primo: Federazione Malese; secondo: Indonesia; terzo: Bolivia. Ma al quarto posto non figura ancora una potenza industriale, ma il semiselvaggio Congo Belga; di poi, nell’ordine: Thailand, Nigeria, Cina, Birmania. Infine il Portogallo che alla produzione mondiale contribuisce con meno di un centesimo.
Altro esempio: la produzione di caucciù. La produzione mondiale è concentrata (soprattutto) nell’Asia sud-orientale: massime produttrici: l’Indonesia e la Malesia, seguite a distanza da Ceylon, Thailand, Indocina, Borneo britannico. Seguono buoni ultimi la Liberia e la Nigeria per l’Africa, e il Brasile per l’America del sud. I grandi paesi industriali, situati geograficamente fuori della fascia equatoriale che è la parte del pianeta ove le piante gommifere attecchiscono, cercano di supplire alla grave deficienza con la produzione sintetica, ottenuta cioè in laboratorio, della gomma. Ma la produzione di gomma artificiale non riesce ancora a coprire il fabbisogno dei massimi paesi industriali. Gli Stati Uniti, che stanno al primo posto nella classifica dei consumatori di caucciù, ad un consumo complessivo di gomma di 1 milione 258.000 tonnellate nel 1952 dovevano provvedere, per 805 mila tonnellate con gomma sintetica, e per le restanti 453 mila tonnellate, cioè per il 36 per cento, con gomma naturale di importazione.
Il petrolio merita altro discorso, giacché esso non costituisce un monopolio dei paesi economicamente e socialmente arretrati, essendo in testa ai paesi produttori gli Stati Uniti (oltre il 50 per cento della produzione mondiale che nel 1951 assommò a 585 milioni 525.000 tonnellate), seguiti dal Venezuela e, nell’ordine, da Russia, Persia, Arabia Saudita, ecc. Tuttavia la rilevante produzione dei paesi asiatici (Persia, Arabia Saudita, Indonesia, Iraq, Kuwait, ecc.) che nel 1951 costituì oltre un sesto della produzione mondiale, influenza massicciamente la politica dell’imperialismo bianco. Vedi la gigantesca grana fatta scoppiare in Persia dal regime di Mossadeq che procedeva alla nazionalizzazione del petrolio, detronizzando l’Anglo Iranian Oil Company. Altro caso di influenzamento passivo ed indiretto della politica mondiale dell’imperialismo, che i pregiudizi correnti vorrebbero far apparire come scaturente da meri rapporti di forza tra opposte politiche ed ideologie, fu la nazionalizzazione dello stagno boliviano. Benché non abbia alterato il regime di monopolio della domanda mondiale instaurato dagli Stati Uniti (che, volente o nolente il governo di La Paz, restano pur sempre gli unici acquirenti possibili dello stagno boliviano), la nazionalizzazione delle miniere crea nuovi problemi all’imperialismo americano, costringe il governo americano a subordinare la sua politica in Bolivia ad un fatto verificatosi al di fuori e contro la sua volontà come dimostra la sanguinosa resistenza opposta ai nazionalizzatori dei gruppi politici asserviti a Wall Street.
In un mondo che viene bombardato in tutte le ore da prediche sulla libertà e l’indipendenza delle nazioni, o sulla sovranità degli Stati, appare più che mai chiaro come persino i Governi più potenti del mondo siano soggetti al ferreo determinismo dei rapporti economici, da cui non possono assolutamente prescindere. Ogni tentativo di sottrarsi alla necessità economica sbocca inevitabilmente in paurose contraddizioni e violenti conflitti. Un esempio lampante è fornito dai contrasti anglo-americani in Cina. Mentre il governo americano organizza, a quanto pare, il blocco navale economico delle coste della Cina, i finanzieri di Londra, rappresentati dal Governo di Churchill, rifiutano di aderire, e per una ragione indiscutibile. La bilancia dei pagamenti inglesi è strettamente legata al commercio della gomma e dello stagno malese: ogni flessione in tale campo si ripercuote sinistramente sul cronico deficit britannico. Londra non può accettare di stroncare i redditizi traffici di gomma con la Cina di Mao Tse Tung. Risulta così dal II Rapporto americano intorno ai problemi della difesa economica, rapporto che si riferisce espressamente al «Battle Act», che un nuovo accordo quinquennale di scambio è stato stretto fra Ceylon e la Cina di Mao, per 50.000 tonnellate di gomma, contro 270.000 tonnellate di riso cinese. Lo stesso motivo che spinge la politica americana in Cina — riprendere i traffici commerciali interrotti da Mao — induce irresistibilmente gli inglesi ad opporvisi. L’affinità razziale, la comunità della lingua, le gloriose tradizioni sbandierate in ogni occasione dai cari alleati, in tale caso non valgono una fica. Tipico esempio di come la politica degli Stati borghesi si modelli non su schemi ideali ma su concrete realtà economiche e rapporti di forza obiettivi.
Piombino e la crisi siderurgica
L’agitazione iniziata il 13 dicembre 1952 dagli operai dell’Ilva e che ha trascinato successivamente la quasi totalità degli operai degli stabilimenti siderurgici di Piombino – quella Piombino che, a sentire gli organi ufficiali della borghesia italiana, doveva essere al riparo dalla crisi in quanto accentratrice delle lavorazioni ora disperse un po’ dovunque – è tuttora in corso. Da mesi gli operai di Piombino avevano avanzato richieste di aumenti salariali e una serie di rivendicazioni parziali di fabbrica. Netto e costante rifiuto da parte degli industriali e conseguente irritazione delle maestranze, il malcontento delle quali era accresciuto da continui licenziamenti dovuti alla grave crisi che attanaglia l’industria italiana e alla introduzione di macchine più perfezionate. In questa situazione di generale irritazione e scontento in tutte le fabbriche e officine piombinesi, avvenne il licenziamento di sei dirigenti sindacali dell’azienda per aver tenuto un comizio di protesta contro la «legge truffa» nell’interno della fabbrica. Sciopero, anzi scioperi intermittenti di un’ora, di due ore e due minuti, a singhiozzo, a sternuto, a pernacchia (sempre rispettando il sancta sanctorum dei forni, intangibile… patrimonio nazionale) ed altre nuovissime forme di lotta e di protesta scoperte dalle organizzazioni opportunistiche, le quali, manco a dirlo, si impadronirono subito delle agitazioni rivendicative dei proletari di Piombino per trasferirle e inquadrarle nella generale lotta politica in pieno svolgimento contro la nuova legge elettorale, il piano Schuman ed altri noti obiettivi tutti… socialisti e schiettamente rivoluzionari, come ad esempio è detto nella famosa petizione firmata da Angelo Rango, segretario della Camera del Lavoro di Piombino) per «ricondurre la normalità nelle aziende nel rispetto della Costituzione».
Contro i nazionalcomunisti si sono schierati i sindacati C.I.S.L. e la U.I.L. i quali in un manifesto lanciato agli operai in lotta, dopo aver accusato (e qui, ma solo qui, giustamente) i loro compari di speculazione politica delle rivendicazioni parziali degli operai piombinesi, invitavano questi ultimi a negare la loro solidarietà alle organizzazioni concorrenti in nome… della neutralità politica del sindacato. Va da sé che per noi il proletariato non può risolvere i suoi problemi limitando le sue lotte sul puro terreno sindacale. Gli uni come gli altri, in modi e forme diversi, compiono la stessa funzione di difesa degli interessi della classe capitalistica. La crisi che si è abbattuta su Piombino non è che il riflesso della crisi dell’industria italiana, la quale si inserisce e si inquadra nella crisi generale del capitalismo mondiale e non può essere vinta, che da una trasformazione radicale degli attuali rapporti economici mediante l’azione rivoluzionaria del proletariato mondiale e non, come sostengono i partiti dell’opportunismo, con una semplice sostituzione di partiti e di uomini nella amministrazione dello Stato o con un cambiamento di rotta in politica estera.
Nessuna meraviglia, per noi, che sotto la guida di queste forze politiche tutti i movimenti (Piombino incluso) tutti gli sforzi e i sacrifici delle masse, anche quando si muovono per scopi limitati a ottenere semplici miglioramenti materiali, siano a priori destinati al fallimento.
Intanto una nuova minaccia destinata a rendere ancora più grave la già drammatica situazione del centro siderurgico di Piombino incombe sugli operai della Magona. Il direttore dello stabilimento ha comunicato alla C.I. che quanto prima procederà al licenziamento di 500 operai e contemporaneamente sarà ridotto l’orario di lavoro da 48 a 20 ore settimanali e, due impianti di laminazione cesseranno ben presto il loro ciclo produttivo: colpa la concorrenza americana, belga, giapponese, e la introduzione di una potentissima pressa a nastro.
Le agitazioni riprendono, sempre sulla stessa falsariga, e l’ineffabile C.I.S.L. può invitare gli operai a star buoni «dato quanto disposto dall’accordo Confederale sui licenziamenti per riduzione di personale», cioè facendo leva sulle clausole firmate dalla stessa C.G.I.L.
Noi, dichiara d’altra parte l’ineffabile Rango, segretario della C.d.L., siamo lieti dell’ammodernamento degli impianti ma vogliamo anche che siano fonte di maggior ricchezza per l’economia cittadina. Già, ma come fare per impedire – nel regime attuale – che la macchina non sia fonte di sofferenze, di supersfruttamento e di miseria per l’operaio? Ecco un problema che non potrà essere risolto dai paladini del parlamentarismo borghese e della sua costituzione e dai fanatici del produttivismo, ma solo dal proletariato rivoluzionario nella misura in cui saprà trarre una esperienza dalle inevitabili sconfitte cui lo condanna la politica controrivoluzionaria del trasformismo staliniano.
Via del Partito
Riunioni
Si è tenuta a Trieste, 1’8-2, una importante riunione allargata che ha fatto perno sul problema russo e ha suscitato nei presenti un vivissimo interessamento. Il relatore ha avuto soprattutto di mira lo smantellamento delle formulazioni erronee che insistono sul peso di singoli uomini sull’involuzione dello Stato russo e attribuiscono persino un’importanza decisiva, agli effetti del prevalere dello stalinismo, alla scomparsa di Lenin. In contrapposto, la tesi materialista vede le cause della controrivoluzione staliniana nell’arresto dell’ondata rivoluzionaria su scala internazionale in rapporto al ritardato processo di formazione o addirittura alla mancanza di veri partiti classisti. Un esempio del perdurare di criteri elastici e fusionisti nel seno di partiti che pure si erano costituiti su basi teoriche salde, e offerto dal P.C.I. che, pur avendo tagliato in profondità con l’ala di centro-destra del Partito Socialista a Livorno, non poté evitare il deleterio microbo dell’ordinovismo, a che in seguito servi di punto di raccolta al putridume opportunista dell’antifascismo borghese. Lo Stato proletario, sorto in un settore semifeudale, si trovò – in una fase di mutati rapporti di forza tra le classi su scala internazionale in seguito a una serie di disfatte e alla presenza di partiti a formazione eterogenea – di fronte il dilemma di adeguare la propria politica al meccanismo evolutivo dell’economia interna o prendere la via eroica del periodo del comunismo di guerra in faccia ad un capitalismo mondiale soverchiante e ad un proletariato in ritirata: prese la via del ripiegamento, e di qui precipitò via via verso il capitalismo. Non è la posizione idealista degli adoratori della « democrazia interna » e dei congressi che avrebbe salvato dalla degenerazione il Partito bolscevico (nel quale, del resto, il germe dell’opportunismo potè resistere, potenzialmente, con le più smaglianti posizioni rivoluzionarie), e per noi è chiaro che solo l’applicazione più totalitaria dei criteri materialisti potrà, se non eliminare, ridurre in misura sempre crescente i pericoli, degenerativi insiti nel Partito di classe. E’ su questa direttiva che noi svolgiamo la nostra attività quotidiana, convinti che la compattezza e ferrea continuità del Partito si acquisiscono solo percorrendo la via tracciata dalle basi teoriche invariabili del marxismo.