La risorsa dell’attivismo sfrenato ed il mito della rivoluzione come frutto della volontà stanno dando in questa fase di acuta crisi politica ed economica del sistema capitalistico l’esatta immagine della totale perdita della bussola marxista di cui, non per loro soggettiva ed esclusiva attitudine, sono caduti vittime una miriade di gruppi e gruppetti cosiddetti extra-parlamentari e addirittura già antiparlamentari. A confronto del loro ferrato e nefasto «engagement», anche se, a detta dei sociologi del sistema, un po’ attenuato dopo la sbornia del ’68, la «politica delle cose» alla Nenni e l’azione di massa del grande opportunismo staliniano ci fanno la figura dell’ambigua chiocciola, buona per tutti gli usi, da fortezza assediata, ma, si pretende, pronta a riprendere la corsa… a sofistica centometrista capace di tagliare il filo (…della controrivoluzione) prima del piè veloce Achille (al secolo il gruppettame facile all’ira e permaloso, ma pur sempre desideroso di tornare nel campo di battaglia sotto le insegne dell’Atride – PCI).
Non staremo a diffonderci sul concetto che questi fenomeni dell’ingegno e primatisti dell’azione sono uguali in tutti i climi e in tutte le situazioni, nonostante le conclamate diversità… nazionali. Anarchici e trotzkisti (quanto peggiorati nei confronti dei progenitori!) si sgolano sotto il palazzo di Belém ad acclamare Vasco Gonçalves sotto la regia dell’odiato-amato Cunhal, persistendo nella vecchia attitudine confusionaria ed invariante della formazione di fronti uniti dall’alto non importa se con boia staliniani o socialtraditori.
Quello che ci preme, come partito comunista, unico rappresentante del proletariato a livello storico, non importa se embrionale nucleo organizzato e tenacemente attestato sulle posizioni del marxismo rivoluzionario in tutta la sua tradizione, da Marx-Engels a Lenin e alla Sinistra italiana, è mettere in rilievo come la matrice comune di tutti gli pseudo movimenti rivoluzionari che la crisi capitalistica genera e divora è la passione per l’azione purché sia, l’idolatria del «fare» non meglio definito, il gusto estetico del «beau geste», la mancanza di una teoria rivoluzionaria o al massimo l’uso decorativo di essa nelle parti che meglio sembrano adattarsi alle situazioni contingenti. Tale atteggiamento mentale e pratico è l’espressione storicamente collaudata dei cascami culturali del capitalismo in crisi. Non casualmente lo si ritrova, secondo la terminologia nefastamente (perché di conio democratoide borghese) di moda, a destra e a sinistra.
Il rifiuto più naturale di queste formazioni è quello di un corpo di dottrina da accettare in blocco, in tutte le sue parti, in nome dell’antidogmatismo, della libertà di critica, del diritto alla libera sperimentazione e ricerca delle vie migliori per la… controrivoluzione. Contro simili goliardismi si fronteggiano forze storiche reali ed antagonistiche, certamente non nude e crude o gelose della loro «purezza» di classe, ma oggettivamente riconoscibili dalla coerenza dei loro comportamenti, e per niente disponibili all’improvvisazione estemporanea, sia sul terreno teoretico che pratico: esse sono la borghesia, nelle sue variegate manifestazioni ed interessi interni, ed il proletariato, esso pure diviso e variopinto ad un esame sommario e statistico, ma portatore, in virtù del suo organo dirigente storicamente formatosi e definitosi, non dalle lotte contingenti anche se decisive, ma parallelamente ad esse, di una teoria capace di leggerle e trarne le ferree leggi ed ammonimenti per la vittoria finale e l’avvenire della società senza classi. La varietà dei movimenti politici all’interno della borghesia ed al proletariato acquistano un senso solo in rapporto allo sforzo dei due campi contrapposti di favorire la polarizzazione delle forze, l’unificazione dei comuni interessi per controllare e sconfiggere la classe avversaria. Solo attraverso questa capacità di orientamento storico e teorico si è in grado di comprendere il fondamentale antagonismo tra capitale e lavoro, poiché, sul piano contingente, come tutti sanno, non mancano esempi di fasi relativamente pacifiche; di relativa collaborazione, fino a tentativi, operati dalla classe dominante e privilegiata, di unione organica.
Ma l’antagonismo di fondo, nonostante l’interesse della borghesia a seminare promesse di pace perpetua o di equilibri naturali in continua tensione risolubile nell’accordo o nella selezione dei migliori, lungi dall’essere una cervellotica monomania dei comunisti rivoluzionari, riemerge dopo tutti i tentativi esperiti, da quelli pacifici a quelli brutali, tipo guerre imperialistiche e unioni sacre imposte in pace e in guerra.
Il secolo ventesimo è segnato da questa tragedia per il proletariato innanzitutto, e per la borghesia stessa, tutta tesa a scoprire, sognare o «inventare», come si usa dire oggi, una terza via, uno sbocco duraturo, meglio se «millenario», all’antagonismo tra capitale e lavoro.
Dal nostro punto di vista comunista rivoluzionario, non abbiamo timore di riconoscere che il fascismo, non casualmente nato sul terreno della lotta di classe in Italia, è stato il movimento borghese avanzato (altro che reazione feudale o agraria!) che non solo a livello pratico (anche se prima nell’azione, come è normale per noi marxisti) ma anche a livello teoretico, ha tentato di dar corpo ad una pretesa terza via tra liberalismo e socialismo, pur dovendo abbassare bandiera e riconoscere nei fatti che quando la lotta insanabile sembra fiaccata ed esorcizzata, rispunta più violenta di prima. Il capitale, partito da premesse liberistiche e liberali del gioco naturale delle forze economiche e sociali, interpreta l’acuirsi dello scontro e la vittoria della borghesia come l’affermazione del più forte e del più ricco di spirito che una volta fiaccato, non certo per esclusiva opera sua, l’avversario, si dà le arie di provvidente e previdente, di paterno e di magnanimo, di scopritore della prima forma di potere nella quale la volontà (cioè la politica, l’azione consapevole… attenti ultrasinistri!) è al comando, dove le forze cieche della natura e della società sono debellate dalla ragione alla quale nulla sfugge dal momento che tutto è spirito per chi sa mettersi in raccordo a filo diretto con esso.
Ma, guarda caso, quelle forze materiali tanto maltrattate e invise, vero e proprio simbolo del maligno resistente e riottoso, riaprono la sfida dalle tenebre dell’economia, materia inerte e comunque sostanza inferiore per i palati fini, che si trovano a loro agio solo nell’armonia prestabilita della filosofia e della teoria dell’atto puro.
Questa volta non ci sono arcangeli Gabriele capaci di debellare i demoni nemici; la borghesia molto più prosaicamente, dopo aver fruito della spada dardeggiante del duce (a suo tempo) riscopre il valore del gioco democratico, della mistificazione e delle lusinghe… (se lo può permettere). Per noi scaturisce da ciò una ammissione teorica della più grande importanza a riconfermare la nostra immutabile dottrina: la terza via non c’è, non c’è stata, non potrà mai esserci. O capitalismo o comunismo.
Dilagano studi sul corporativismo, vero e proprio laboratorio vivente sul quale si buttano «studiosi» autoctoni e stranieri, in specie americani e inglesi, e non a caso. Ma le conclusioni sono, anche se diversamente motivate, tratte con rammarico o con ironia, le stesse; il fascismo non ha trovato la formula di lunga vita del capitale, ma solo allungato la sua agonia. L’intervento statale nell’economia, espressione per i fascisti della capacità dello spirito di vincere le discordie intestine, gli egoismi di classe e di categoria, non riesce ad annullare l’antagonismo tra capitale e lavoro.
Il consiglio delle corporazioni, la sede appositamente escogitata per risolvere armonicamente le controversie di classe, solo apparentemente diede l’impressione di aver sanato le spinte antagonistiche delle forze sociali avverse.
Ancora una conferma alla nostra immutabile tesi che non lo Stato penetra ed interviene nell’economia, ma (marxisticamente, e cioè materialisticamente), l’economia e i suoi prepotenti funzionari, penetrano lo Stato, già potentemente organizzato ma bisognoso, di fronte all’acuirsi dello scontro di classe, di farsi ancora più forte, più spietato contro la classe operaia. Mentre i duci e i camerati si davano le arie di aver domato gli opposti appetiti, le decisioni economiche determinanti, appunto quelle operazioni che ancora oggi, nel clima imperante da post-fascismo, si chiamano intervento statale, venivano prese completamente al di fuori delle corporazioni, senza interferenze neppure casuali da parte di queste ultime.
Cosa si vuol sostenere adunque? Che il fascismo non ha significato la reazione spietata del capitale sul proletariato anche attraverso la sistematica opera di coordinamento degli impulsi capitalistici, economici e politici. Niente affatto, ma che nonostante ciò, e nonostante le reiterate e pompose dichiarazioni al proposito, non ha vinto la lotta di classe, l’ha arbitrata da posizione di forza: ha approfittato del disarmo della classe operaia tradita dai suoi dirigenti socialtraditori e opportunisti sindacali. Lungi dall’abolire d’imperio le organizzazioni operaie le ha infeudite allo Stato e le ha riconosciute come legittime, ma solo se rappresentate nella Camera delle Corporazioni.
Solo i più mistici e infatuati «intellettuali del regime» sognarono l’abolizione dei sindacati in nome dello Stato Spirito che non tollera mediazioni ed opposizioni, sia pure addomesticate e ammansite dal crisma della legalità statale. Furono i cosiddetti «fascisti di sinistra», gli Ugo Spirito, che in nome della «corporazione proprietaria» sognarono la scomparsa del sindacato in quanto organizzazione di difesa economica dei lavoratori e sulla sua completa sottomissione alle esigenze produttive della «nazione» secondo un rapporto diretto individuo-Stato, nel quale l’individuo si spoglia di ogni egoismo particolare e s’integra immediatamente nello spirito che è solo lo Stato. Ma questi sogni capaci di entusiasmare come sempre gli innamorati del mito e della mistica servirono solo a riaccendere il sacro fuoco del fascismo quando questo sembrava languire nella faticosa vita di tutti i giorni, nella routine dell’amministrazione e delle pastoie burocratiche.
Al congresso di Ferrara (15 maggio 1932), sembra dietro approvazione preventiva di Mussolini, Ugo Spirito lanciò la sua «ardita» teoria, ma come tutti sanno rimase sulla carta, anzi sulla testa dei sognatori del corporativismo come negazione dell’economia, che è come dire dello spirito vittorioso sulla materia. Abbiamo fatto riferimento a questo problema cardine nella dialettica dello scontro di classe, perché (lo sappiano o meno) la piccola borghesia intellettualide e sognatrice, provinciale e sbandata, nelle difficoltà oggettive, tipiche nelle fasi di crisi acute del capitalismo, insofferente dei compiti immani che si presentano sul terreno storico, come sempre, e come è tipico dell’opportunismo di matrice piccolo-borghese annidato al timone delle organizzazioni operaie, preferisce la scorciatoia dell’azione purché sia, l’agitazione parolaia e folkloristica e vede come il diavolo l’acquasanta la disciplina di classe, partitica e rigorosa, tutta d’un pezzo, e che niente concede e può concedere alla libertà di espressione o di sperimentazione nell’accezione individualistica o di gruppo.
Se è vero che larga parte della borghesia intellettualistica si riconobbe, durante il fascismo, nel cosiddetto «fascismo di sinistra», è oggi a maggior ragione vero che di fronte all’elefantiasi del grande carrozzone staliniano paternalistico e paralizzante, crede di poterlo aggirare a sinistra con la sua libera spontanea creatività, infischiandosene delle grandi organizzazioni storiche del movimento operaio, il sindacato appunto, che per quanto diretto dalla peggiore generazione di traditori incollati alla sedia dell’ufficio, sono pur sempre le organizzazioni che raccolgono il proletariato, di cui il proletariato non può fare a meno, e di cui non potrà fare a meno nemmeno dopo la presa del potere.
I gruppetti ribellistici pretendono di uscire dall’«impasse» a colpi di volontà, addirittura teorizzando o il salto di qualità verso organizzazioni operaie «coscienti» (naturalmente da loro dirette o influenzate, quando non direttamente «create») o snobbano il lavoro di conquista e di importazione della teoria rivoluzionaria comunista nella classe, che si trova nel sindacato. Siamo di fronte ad una fattispecie di idealismo che non ha tempo di fare i conti col movimento storico reale, che inventa giornalmente prese di coscienza e organizza incontri più o meno segreti (questo sì che è settarismo) con affini per mettersi in sintonia o per erudire il pupo. Al lavoro faticoso a contatto con la classe operaia (per loro imborghesita o comunque torpida, dal momento che segue come gregge le direttive tricolori) preferiscono i dotti e interminabili cavilli teorici, tra gruppi affini che almeno in qualcosa s’intendono e preparano in vitro lo stato maggiore della… controrivoluzione. Credono di essere già nello Stato proletario (ma Lenin s’oppose alla proposta di Trotzkij perfino di militarizzare il sindacato). Hanno una naturale, costituzionale idiosincrasia per le organizzazioni intermedie.
Se per Ugo Spirito, ostentando il disprezzo per il lavoratore, che «abbassa sul piano degli interessi più materialistici, rispondenti alla sua minore preparazione culturale e spirituale, la discussione dei problemi superiori» il sindacato è un inciampo alla vita dello… Spirito, per il sinistrume dei nostri tempi il sindacato è una palla al piede per la rivoluzione, che, tanto… non passerà di lì.
La tattica comunista, com’è nella tradizione della Sinistra non ha mai previsto l’educazione in vitro della classe operaia agli ideali rivoluzionari creando organismi più elevati del sindacato, ma penetrando in tutti gli organismi, anche quelli più elevati del sindacato (vedi Soviet) che la lotta determina. In altro modo siamo di fronte ad una preparazione rivoluzionaria da operetta, da soldatini di piombo, un gioco che sotto la parola d’ordine severamente tedesca dell’«organizzare», disorganizza e inscena una vera e propria parodia del processo rivoluzionario.
Questi ansiosissimi pseudorivoluzionari, come le famose mosche cocchiere pretendono di tirare il carro della rivoluzione, e invece, al massimo, molestano i buoi, più lenti, ma potenti e inesorabili come un rullo compressore!
Il duce del partitaccio spagnolo, Carrillo, è venuto a prendere lumi in Italia dal suo più esperto e navigato collega Berlinguer. Alla fine della lunga consulenza politica i due hanno emesso un comunicato «comune».
Ambedue, com’era scontato, hanno soprattutto rassicurato le rispettive borghesie che nulla di sostanziale muterà anche quando i loro partiti dovessero essere investiti dell’alto mandato governativo. Il partitaccio italiano ha le carte in regola per insegnare a tutti come si fa a meglio tutelare gli interessi dello Stato capitalistico. E Carrillo ha dato atto di aver appreso alla perfezione la lezione. Egli ha detto che il movimento unitario, antifascista «che parte dal partito comunista e dalla classe operaia e giunge fino ai settori più moderni e dinamici del capitalismo, passando per i contadini, gli strati medi urbani, gli intellettuali, professionisti e artisti» ridarà sicurezza e tranquillità al paese. È la formula sacramentale con cui il Partito Comunista ha fottuto il proletariato italiano, rinverdendo il portafoglio di una borghesia sbrindellata e stracciona, fatta a pezzi da una guerra disastrosa. In Spagna il regime falangista si è atrofizzato, ha perso l’originario dinamismo. Se ne sono resi conto proprio i «settori più moderni e dinamici del capitalismo» (i «capitalisti onesti» italiani in lingua togliattiana), assieme alla piccola e media borghesia rurale e urbana. Ora che rumoreggia nel sottoterra economico il terremoto della crisi generale, avvertono la necessità del cambio della guardia ai vertici dello Stato, di un governo capace in quanto popolare, di contenere meglio le immancabili spinte operaie, di stornare lo sfogo operaio sulle marionette franchiste anziché sugli interessi borghesi.
La trappola democratica è già scattata per la classe operaia spagnola. L’antifascismo democratico, benedetto dall’Opus Dei, un giorno benedicente la Falange, promette libertà di chiacchiere agli operai in cambio di lavoro, duro e proficuo lavoro per la borghesia spagnola. Si ripete la farsa del passaggio dal fascismo alla democrazia sulle scene di cartapesta del teatrino dei pupi politici, mentre nel retroscena delle forze economiche e di classe il capitalismo mantiene la sua tirannia sul proletariato. Passaggio pacifico, come in Grecia, Portogallo, mancando la suggestiva copertura della guerra per giustificare la caduta di qualche testa emblematica, ma insulsa, senza classe forte. L’antifascismo socialdemocratico sembra celebrare oggi i suoi saturnali, avendolo il regime capitalistico prescelto per continuare col minimo disturbo la sua dittatura.
Fascismo e antifascismo democratico si passano pacificamente le consegne. Sarà la premessa per un successivo scambio di posto, se il ferro della rivoluzione non porrà fine a questa danza macabra.
Le centrali sindacali tricolori, la cui preoccupazione principale, specie «nel clima economico attuale di crisi, è quella di controllare e di responsabilizzare» la classe operaia, hanno fatto finta che lo sciopero dei ferrovieri fosse guidato dai sindacati autonomi e dalla CISNAL, e che le abbia colte di sorpresa per opera di «provocatori, untori fascisti e ultrasinistri», dimenticando l’opera di sabotaggio delle lotte messo in atto con sistematicità, come abbiamo messo in risalto nel nostro giornale (n. 12 ’75). Gli scioperi selvaggi che si dicono manovrati dai fascisti non si comprendono senza un chiarimento preventivo, storico e attuale, della funzione che il sindacalismo corporativo svolge nello Stato post-fascista, non in opposizione alle centrali sindacali tricolori, come vogliono far credere i super bonzi, ma in «dialettica partecipazione» con essi. Si vorrebbe far credere che i lavoratori in sciopero, schiacciati da una subdola decurtazione dei salari in grande stile determinata dall’inflazione, sono attivisti fascisti o comunque inopinata massa di manovra messa in moto dagli eversori di destra.
È bene ribadire alcuni cardini della nostra dottrina a proposito della natura e funzione del sindacato: solo i fautori della «politique d’abord» o della ancor più nefasta «politica delle cose» hanno interesse, mentendo, a presentare la classe o certe sue frange come avanguardie o retroguardie politicizzate e in grado di organizzare o scendere in sciopero in vista di determinati fini politici. Abbiamo sempre sostenuto che la classe in quanto tale non è in grado, per sua natura, di svolgere funzioni politiche specifiche, se non in raccordo e sotto l’influenza di forze politiche aventi un’autonoma e distinta organizzazione, siano esse controrivoluzionarie o rivoluzionarie, riformiste o statal-borghesi. Nella fase imperialistica acuta che stiamo attraversando, lo Stato della borghesia già ha sperimentato e goduto della direzione fascistico-totalitaria dell’economia e dello scontro antiproletario; la riscoperta, o meglio la riverniciatura del sindacalismo sotto l’etichetta del «sindacato libero» non ha significato né significa affatto l’antagonismo tra i sindacatini corporativi rinati come funghi in tutti i settori della vita economica, e le grandi organizzazioni già di classe, ma un intrecciarsi di funzioni complementari, vere e proprie forme di interventi «incrociati» per fiaccare la lotta operaia. Il regime fascista poté imporre d’autorità la decurtazione dei salari in tempo di crisi, una volta fiaccata la resistenza proletaria in combutta col rinunciatarismo opportunista annidato al timone dei sindacati e dei partiti «operai»: Mussolini fa testo (discorso del 22 giugno 1928 ai capitani d’industria – i nostri attuali managers lisciati e lusingati dal PCI e Compagnia): «Io affermo che, in tempo di crisi, è nell’interesse degli operai di accettare una decurtazione di salari; ma è, a crisi superata, nell’interesse degli industriali di riaumentare i salari, riequilibrando la situazione. Non è possibile in Italia, per troppo ovvie ragioni, la politica fordista degli alti salari, ma non è nemmeno consigliabile la politica dei bassi salari, la quale, deprimendo i consumi di vaste masse, finisce per danneggiare l’industria stessa». Chi non vede in questo autentico brano di «utopia» l’anticipazione del «nuovo modello di sviluppo» invocato dai bonzi sindacali tricolori e dai bolsi partiti operai è veramente orbo. Le riforme promesse stanno aspettando, com’era inevitabile, che l’economia riprenda il suo ciclo: nel frattempo i salari son stati decurtati da un’inflazione massiccia e dalla rinuncia alla rivendicazione salariale che le bonzerie hanno deciso di immolare sull’altare dell’economia nazionale e della promessa di nuovi investimenti. Si vuole cioè, come è nei piani del riformismo fascista, armonizzare un programma antiinflazionistico con un piano né apertamente deflazionistico, né lasciato al libero gioco delle cosiddette leggi del mercato. La morale di tutto ciò consiste, nell’attesa che i salari siano rivalutati (se l’economia riprende…), nella cacciata senza pietà dai posti di lavoro di larghi strati operai.
In questo clima, qual è la funzione del sindacalismo autonomo e fascista? Esprimendo aristocrazie operaie e soprattutto impiegatizie che subiscono il salasso della crisi economica e che si vedono colpire nei privilegi che il banchetto imperialistico ha concesso negli anni delle vacche grasse, reagiscono con violenza, e possono anche riuscire a trascinare con sé frange operaie trascurate dalla politica confederale tricolore. Diversamente dal bonzume imperante, noi non ci stracciamo le vesti, ma prendiamo lucidamente atto della capacità del sindacalismo corporativo di lanciare le sue avanguardie nel cuore della classe per anticipare e spuntare in anticipo l’inevitabile ripresa della lotta a livello generale. Non abbocchiamo, come mai abbiamo fatto, alla tesi del sindacalismo eversore, che è un residuo del sindacalismo rivoluzionario nel quale ha affondato a piene mani il fascismo. La latitanza dal terreno della lotta di classe del sindacato di classe, inesistente a causa dell’infeudamento subito nello Stato fascista e post-fascista, comporta la necessità per il residuo scoperto «corporativismo» di anticipare (è lunga la sua esperienza) la ripresa generale del movimento, e funziona da campanello d’allarme per le generali bonzerie, che, se il cosiddetto fascismo, compreso il sindacalismo fascista non esistesse, dovrebbero inventarlo.
È da ricordare per chi ha la memoria corta, che i sindacati fascisti inquadrati nello Stato corporativo non si peritarono di organizzare scioperi contro i «pescecani» intrattabili: le imprese dei Rossoni non erano certamente in contrasto con l’assetto politico statale che il fascismo aveva voluto rafforzare contro l’«antidiluviana» lotta di classe incapace di risolvere i conflitti sociali. Non può impressionarci dunque che il sindacalismo autonomo, larga parte del quale si proclama, come è naturale, democratico ed antifascista, si lanci all’attacco con rivendicazioni che vogliono ribadire le proprie posizioni ed i propri privilegi, né ci lasciamo abbindolare dai ruggiti dei tricolori che gridano all’untore. Il sindacalismo autonomo e esplicitamente fascista svolge la sua funzione di sentinella all’interno della piccola borghesia impiegatizia e di alcune frange del movimento proletario contro la minacciosa marea di avvicinamento della crisi economica generale, per impegnare lo Stato ad intervenire tempestivamente a tamponare gli strappi che generano, sotto la pressione delle forze oggettive, disoccupazione crescente, crisi degli investimenti, «sciopero» del capitale.
A questo punto poco serve l’esclusione che lo sputacchiante Lama ha fatto della regolamentazione giuridica del diritto di sciopero: sappiamo fin troppo bene che il sindacato tricolore ha da tempo surrogato gli sbirri del capitale nel servizio d’ordine contro le tentazioni e l’animosità operaie, che da tempo intimidisce con i suoi «quadri» la combattività operaia sul posto di lavoro.
Accettare la regolamentazione dello sciopero significherebbe togliere apertamente dalla bocca del fucile poliziesco le frasche di ulivo e ammettere l’inevitabilità dello scontro ravvicinato che è nella realtà. Basta pensare che se negli anni roventi del 1920 Giolitti poteva permettersi il lusso di non intervenire contro l’occupazione delle fabbriche, certo che la stanchezza avrebbe avuto il sopravvento nelle file operaie mal dirette eppure combattivissime e virilmente in piedi, nel 1975 bastano gli scioperi selvaggi dei ferrovieri per mobilitare i genieri dell’esercito per sostituire gli scioperanti e far balenare la minaccia dell’intervento repressivo.
È questo il dato della situazione sul fronte della lotta di classe: lo scontro tra Stato borghese e classe, non gode più di strati cuscinetto capaci di attutire o di allontanare la possibilità dello scontro – l’urgenza dei duri fatti preme sull’interesse nazionale a rispedire al più presto all’estero la manodopera discesa nel paese del sole per le misere ferie d’agosto: la massa degli emigranti è una miccia esplosiva, una bomba innescata per l’aggravamento repentino della situazione. In questo consiste il coro di solidarietà di CGIL CISL UIL con i lavoratori del sud: è la paura che i compari borghesi made in Germany o Svizzera, nonostante il conclamato servizio di difesa e assistenza del lavoro italiano all’estero, si appellino ai cavilli giuridici per licenziare i ritardatari.
Tutte queste considerazioni confermano le nostre previsioni e legittimano le nostre parole d’ordine: senza la rinascita del sindacato di classe contro le bonzerie tricolori, corporative o «autonome» la classe operaia, tra l’incudine borghese e il martello (e falce, naturalmente) opportunista non può nemmeno pensare di difendere le proprie contingenti condizioni di vita; meno che meno pretendere di far la rivoluzione. Non sono i sogni di «creazione» di sindacati nuovi ed «alternativi» che possono rovesciare la tendenza. La nostra dottrina di classe ribadisce la validità del concetto e della pratica del sindacato aperto all’influenza comunista rivoluzionaria, e del partito chiuso, ermeticamente chiuso, alle brodaglie di ipotetici e assolutamente reazionari piani di fronti uniti politici, cioè dall’alto. Questa è la nostra posizione di sempre, oggi più che mai necessaria e pressante.
Il 10 agosto scorso si è «felicemente conclusa» (sono le parole del ministro dell’interno Gui) la rivolta del carcere di S. Gimignano con la fucilazione di uno dei due detenuti ribelli. L’altro è stato graziato dalla mira non troppo precisa dei «quattro tiratori ben selezionati». Lo stesso pomeriggio il sopracitato ministro poteva cinicamente esultare per il «felice esito di questa azione e per la sua efficacia dissuasiva»; e al cronista che gli chiedeva com’è che per la prima volta si sentiva parlare di tiratori scelti ha risposto disinvoltamente che se lui non ne aveva mai sentito parlare era affar suo, ma che già da tempo esistevano e che già altre volte avevano operato e con esito eccellente. Eccolo, lo Stato efficiente, per chi lo voleva! Niente pena di morte in testi costituzionali, niente apparati «medioevali» come cappi, ceppi, mannaie (che fanno paura ai bambini), niente stipendio per il boia (a proposito di risanamento del bilancio): basta un semplice PS scelto ed un fucile, e, se ci acchiappa, il gioco è fatto!
Non saremo noi a rimasticare l’untuosa litania del pacifismo, del disarmo della polizia che da repressiva dovrebbe divenire preventiva, e balle del genere. «Lo Stato borghese – scrivemmo nel 1969 – non disarmerà mai, chiedergli di farlo significa pascere di illusioni se stessi e convincere il nemico che si è impotenti» (Il Programma Comunista n. 7). Il mondo dei cosiddetti valori democratici non ci appartiene, abbiamo sempre negato che potere possa esistere senza violenza. Per noi marxisti è chiaro che il modo di produzione capitalistico tende a comprimere le contraddizioni sociali in uno Stato sempre più totalitario, unico mezzo per salvare (ancora per poco) il traballante regime del profitto. È in questa visione storica che noi dichiarammo che «la nuova fase della politica italiana post-fascista sarebbe stata peggiore di quella antica, peggiore dell’Italia risorgimentale e poi giolittiana, peggiore della stessa Italia fascista e reazionaria».
Noi riconosciamo alla borghesia questo «diritto» a difendersi con tutti i mezzi a sua disposizione, come d’altra parte la dittatura del proletariato non concederà ai borghesi nessuna libertà, nessun diritto politico, si limiterà a «reprimerli per liberare l’umanità dalla schiavitù salariale» – così la pensava l’inviato speciale del Kaiser, Vladimiro – altro che compromesso storico o democrazia progressista!
Allora signori democratici, che mettete i cecchini sopra i tetti, che mettete al «bando» i fascisti con una legge… anticomunista (quella Scelba, per capirci, rilimata e adeguata ai tempi con quella Reale) dov’è finita l’antica ideologia democratica di una società armoniosa nella quale ogni tipo di divergenza rimanga nella sfera delle idee e sia da risolvere nel civile confronto di opinioni?
Operai, andate pure a votare per le amministrative, le politiche e referendum vari; manifestate pure, di domenica e le altre feste comandate, in cortei ben ordinati e con pieno senso di responsabilità il vostro odio contro il fascismo che svendette la patria alle orde teutoniche – è la stessa democratica repubblica che vi esorta a farlo – attenti però a non passare la misura, sui tetti ci sono i tiratori scelti pronti a «dissuadere» il deviante di turno. Questo è il chiaro discorso del potere, a questo fa eco, più subdolo e più lercio, il PCI. Il suo giornalaccio scrivendo sui fatti di S. Gimignano, esordisce facendo notare come tutto questo abbia «gravato… sui numerosi turisti che in questi giorni affollano la storica cittadina toscana» (L’Unità 11/8). Ma non sanno questi delinquenti che il turismo è fonte di ricchezza per tutta la nazione? Le loro rivolte, se proprio le vogliono fare, se le facciano quando piove! Prendano esempio dalla CGIL!
Quindi, preoccupati com’erano per le sorti del turismo, hanno «respirato di sollievo apprendendo che l’azione delle forze dell’ordine era riuscita» (L’Unità 11/8). Forza, bionde valchirie, riprendete, guida alla mano, le istruttive passeggiate tra i cadenti muri retaggio delle itale glorie e fra i negozi zeppi di anticaglie made in Japan. Detto questo era indispensabile rivolgere il dovuto encomio alle forze dell’ordine che hanno svolto «una opera coraggiosa e insostituibile». D’altro canto non si creda che L’Unità si sia limitata a questo, ha poi sviluppato un violento attacco contro lo Stato borghese che ricorda l’intransigenza togliattiana degli anni 43/45 quando lanciava l’appello di unità con i… Fascisti onesti.
Lo Stato come può – dice il fogliaccio – pretendere rinunce, abnegazione e sprezzo del pericolo da questi guaritori dei mali sociali quando sono «costretti a turni stressanti che non consentono loro di poter godere neppure delle ferie e dei turni di riposo. E tutto per un salario che supera di poco le 200 mila lire al mese dalle quali debbono detrarre le spese della mensa e di lavanderia. Rischiano la vita, insomma, per 150 mila lire al mese». Ecco, proletari, votate nei vari «15 giugno» per questi tutori, che ci penseranno loro a riformarvi. Protestano per i turni stressanti, per la paga da fame, e per i pericoli del «mestiere», che, a differenza dei fortunati operai, non possono godersi il meritato riposo. Cosa raccontate degli operai di fabbrica? Non se ne parla più di incidenti, di omicidi bianchi, di silicosi, ecc.? I setolosi piciisti si guardano bene dal dire che le forze di polizia non possono essere altro che ciechi strumenti della dittatura borghese per la repressione operaia, e i proletari hanno più volte avuto modo di constatare (serve farne l’elenco?) che il piombo demo-resistenzial-popolare è micidiale quanto quello fascista. No, per i traditori pure i poliziotti sono classe sfruttata, e, mentre reclamano un «adeguato salario» per i questurini (come no! ad ognuno secondo i propri bisogni…), tacciano di corporativi, irresponsabili e fascisti i pochi, sempre più frequenti, moti spontanei di lotta di classe, facendoli di fatto cadere nelle mani della demagogia fascista. Il vecchio PCd’I, quello di Livorno per intenderci, interveniva compatto negli scioperi indetti dai fascisti strappandone loro la direzione e spingendo in senso antinazionale il moto di classe; ma già, allora eravamo infantili, oggi lor signori sono cresciuti e si sono responsabilizzati, hanno scoperto che «siamo tutti sulla stessa barca», pronti quindi a tappare le falle, pronti ad assumere il governo.
Da parte nostra ci rallegreremo vedendola, con tutto l’equipaggio, colare a picco nei gorghi della rivoluzione.
Nell’era delle facili divulgazioni scientifiche, cosiddette « di massa », tutti sanno che nel processo di umanizzazione della scimmia attraverso il lavoro, questo singolare animale ha acquisito una serie interminabile di attitudini, in particolare, secondo la versione borghese, la capacità somma di « pensare »; per noi comunisti materialisti marxisti, più rozzamente il banale « cervello » è aumentato effettivamente di peso, il sistema nervoso centrale presiede ad una varia e ricca serie di funzioni, ma a scapito della suggestiva capacità dei « sensi », diciamo così, « puri ». In particolare il tanto celebrato « uomo » sembra aver perso la funzione più tipicamente sensitiva e animalesca del « fiuto », e non semplicemente per l’uso sempre più diffuso delle bombolette « spray », come pretendono gli scienziati. Sono le condizioni materiali della produzione che « plasmano » anche fisicamente la natura umana, e quelle del modo di produzione capitalistico hanno dato forma ad un tipo di animale che non riesce più a distinguere il profumo della vita dai miasmi maleodoranti della morte.
Nella variopinta schiera di generi che popolano l’attuale società borghese, quello che meglio si distingue per questa attitudine sembra essere lo specialissimo e tristissimo che storicamente abbiamo chiamato col termine di « opportunismo ».
Munito di baffi (alla baffone, per intenderci) o glabro (alla Mao, si capisce) questo animale sociale-politico non distingue più tra il capitale morto (costante) e quello vivo (variabile), e pretende che i detentori dell’uno e dell’altro collaborino e « partecipino » allo stesso modo di comportarsi, alle stesse forme politiche e sociali di organizzazione, siano esse la democrazia liberale o socialdemocratica, o più drasticamente il fascismo di vario colore e intensità. Non più una parola sull’antagonismo delle classi sociali moderne, la borghesia ed i suoi surrogati, ed il proletariato: rimaniamo noi comunisti rivoluzionari, soli, a fidarci con un necessario « sacrificium intellectus », del quale abbiamo sempre e giustamente diffidato, a fiutare la tristizia dei tempi, assolutamente non disposti a cambiare la « merda con la cioccolata », come tanto piaceva dire ad uno dei nostri che non è più.
Abbiamo ribadito fino alla nausea che il nostro odio contro la democrazia ed il Parlamento non ha avuto e non ha niente a che vedere con un’intransigenza di principio, di tipo estetico o morale, ma che la lettura in chiave rigorosamente marxista del quadro complessivo dello sviluppo della lotta di classe tra la rivoluzione borghese e quella operaia, ci ingiunge di opporre la nostra visione della realtà sociale ai facili trasformismi e alle eclettiche strumentazioni. Così, allo stesso modo, a proposito delle pretese dell’opportunismo di rianimare il « cadavere che cammina » (il parlamento), dobbiamo ribadire che il nostro astensionismo non ha avuto e non ha niente a che vedere con l’idealismo anarco-sindacalista di sempre, e che, come bene dimostra la storia della Sinistra comunista già frazione di sinistra all’interno del vecchio P.S.I., non è mai stato un vuoto e accademico rifiuto; nel 1975 la stessa bolsa e democratoide storiografia opportunista marca Stalin ha finito addirittura di rimproverarle esagerata flessibilità e « incoerenza di principio »! (il che è tutto dire, tenuto conto della tanto celebrata e logora accusa di « settarismo e rigidità, di schematismo e purismo comunista »).
Ci riferiamo ad un commento ad un articolo di A. Bordiga del 1913 dal titolo « Contro l’astensionismo » propinatoci da un certo Livorsi, « integrante » di una raccolta che va sotto il nome di « Scritti scelti ». Secondo il chierico di turno l’atteggiamento della Sinistra a proposito di elezioni, e inevitabilmente di parlamento, « fu sempre fragile e condizionato », un modo edulcorato per dire che non fu mai settario e meccanico.
Non che ci interessino i riconoscimenti di parte opportunista, come sempre interessati, anche quando apparentemente contraddittori, ma ciò dimostra ampiamente che proprio l’attitudine correttamente dialettica e marxista della Sinistra le permise di saper cogliere il senso essenziale del momento storico e non le ha impedito (ferma restando la tesi che il parlamento deve essere affossato per aprire la strada alla dittatura proletaria) di svolgere nella forma più organizzata e potente la sua opera di uso rivoluzionario della tribuna parlamentare, per smascherare gli intrighi della borghesia e dell’opportunismo contro la classe operaia.
I fautori dell’elezionismo a tutti i costi, al contrario, dettero ben scarsa prova del loro valore nel contrastare la borghesia fino in fondo nella sua sede più tipica, una volta che spianata la strada al fascismo attraverso l’intervento armato statale a fianco e in connivenza con lo squadrismo dilagante, si stava prodigando per trasformare e « normalizzare » come piaceva ai liberali alla Don Croce e a Giolitti, quel movimento disordinato e barbaro, ma allo stesso tempo così prezioso per spuntare le unghie alle pretese del proletariato allora in piedi ed all’attacco. Di fronte alla tenace e virile azione di demistificazione che fino all’ultimo la Sinistra sostenne in Parlamento, i democratici liberali ed i fautori del fronte unito « dall’alto », ebbero la moralistica ed estetica pensata di ritirarsi nell’Aventino, a scimmiottare le imprese da manuale scolastico di Menenio Agrippa, il cui apologo ha costituito da sempre il piatto forte dell’indottrinamento ante-litteram corporativo organicistico fascista.
Vogliamo ancora parlare di « atteggiamenti fragili e condizionati » della Sinistra alla guida del Partito Comunista d’Italia? Bene, gli sputi e le spinte se le prese il deputato Repossi, nostro leale e coraggioso compagno, e non le Cassandre educazioniste, incapaci di opporre un ultimo ostacolo, non certo all’abbattimento del parlamento (non era questo lo scopo dei comunisti, ma il suo contrario), ma almeno un insegnamento « sui fatti » che nella pratica reale sono i comunisti che si battono veramente per scuotere il proletariato e dirigerlo alla vittoria.
Il ritiro nell’Aventino aveva però nell’ormai inevitabile strategia politica dei borghesi « antifascisti » e degli opportunisti un significato opposto: si trattava di salvare il buon nome del Parlamento, di salvaguardare la sua credibilità e rispettabilità, mentre le forze soverchianti del Capitale si dimostravano disposte a servirsene a condizione che si limitasse a svolgere la funzione di cassa di risonanza della propria politica e di ratifica della propria dittatura di classe. Inizia così la pratica cortigiana e fellona dell’opportunismo che, di fronte alla borghesia spietatamente diretta alla difesa dei suoi interessi esclusivi di classe, propone i suoi buoni uffici per riverniciare a nuovo un organismo in decomposizione, per imbellettarlo agli occhi di una classe operaia in ritirata e che mai come allora avrebbe avuto bisogno di combattere, anche se in difensiva, per riorganizzare le forze in modo ordinato. Il fascismo inaugurava ufficialmente la « nuova era », in cui dittatura di classe e democrazia si integravano nello spirito del « riformismo » da portarsi avanti nello Stato, dentro lo Stato, mai al di fuori dello Stato!
La Sinistra comunista, in base alle decisioni del II congresso dell’Internazionale secondo le quali solo la conquista del potere avrebbe permesso alla classe operaia un salto di qualità, allorché si era giustamente affermato che ogni sforzo sarebbe stato compiuto perché il fascismo non avesse « uno sbocco democratico », nonostante vedesse in pratica verificarsi la validità del suo astensionismo proposto per le elezioni del 1919 in nome della parola d’ordine: « o preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale », dando prova di « disciplina esecutiva », rimase sulla trincea sola contro la prepotenza fascista.
Le basi dunque dell’uscita dal tunnel fascista attraverso lo « sbocco democratico » che gli storiografi neo-staliniani pretendono maturate « nei quaderni dal carcere » delle meditazioni gramsciane, sono poste già dalla teorizzazione confusa e ambigua del fronte unico politico inaugurato dal III congresso dell’Internazionale, contro la quale la Sinistra cercò di opporre la classica analisi marxista e la conseguente tesi della immutabilità del programma comunista. La prova dell’Aventino aveva dimostrato « nella pratica concreta », secondo il linguaggio dei vecchi e nuovi « concretisti » che se « la partecipazione alle elezioni per gli organismi rappresentativi della democrazia borghese e la attività parlamentare, pur presentando in ogni tempo continui pericoli di deviazione, potevano essere utilizzati per la propaganda e la formazione del movimento nel periodo in cui, non delineandosi ancora la possibilità di abbattere il dominio borghese, il compito del partito si limitava alla critica e all’opposizione; nell’attuale periodo aperto dalla fine della guerra mondiale, dalle prime rivoluzioni comuniste e dal sorgere della III Internazionale, i comunisti pongono come obiettivo diretto dell’azione politica del proletariato di tutti i paesi la conquista rivoluzionaria del potere, alla quale tutte le forze e l’opera di preparazione devono essere dedicate. In questo periodo è inammissibile ogni partecipazione a quegli organismi che appaiono come un potente mezzo difensivo borghese destinato ad agire tra le file stesse del proletariato, e in antitesi alla struttura e alla funzione dei quali i comunisti sostengono il sistema dei consigli operai e la dittatura proletaria. Per la grande importanza che praticamente assume l’azione elettorale, non è possibile conciliarla con l’affermazione che essa sia il mezzo per giungere allo scopo principale dell’azione del partito: la conquista del potere; né è possibile evitare che essa assorba tutta l’attività del movimento, distogliendolo dalla preparazione rivoluzionaria ». Questo lo dicevamo nel maggio 1920 (dalle Tesi della frazione comunista astensionista del P.S.I.) e rimane tanto più valido oggi, dopo un secondo macello mondiale che ha visto milioni di proletari trascinati sui campi di battaglia non più semplicemente in nome dell’« union sacrée » contro la tetraggine militarista e teutonica, ma addirittura a difesa della cittadella socialista assediata, in verità ridotta da tempo a baluardo difensivo della borghesia mondiale sotto la direzione del già bolscevico Stalin, trasformata in strumento diretto di controllo dei moti di classe, di repressione dei conati rivoluzionari dove si manifestassero; non solo non più neppure « boîte à lettres » del movimento operaio mondiale, ma apparecchio di sterminio dei superstiti comunisti rivoluzionari.
L’illusione della vittoria riportata sulla malattia oscura del fascismo e del nazismo permetteva ai vecchi liberali di proporre il ritorno ad una nuova normalizzazione, in una euforia di nuovo risorgimento che vedeva la classe operaia decimata e salassata da una guerra che per noi era stata ancor più della prima imperialistica. Che dire allora della pretesa di dar lustro a quegli organismi rappresentativi borghesi rispolverati per l’occasione, dal parlamento nazionale, alla serie sempre più interminabile di parlamentini locali?
La borghesia, catturati gli organismi proletari « naturali », sindacati e soviet, già roccheforti consegnate al nemico dai riformisti-pacificatori, si preoccupa incessantemente di tenere in piedi il cadavere di prima classe ed una serie di morticini più fetenti del padre. Ecco allora le gare alla « democrazia diretta », i referendum, le consultazioni di quartiere, di fabbrica, di gabinetto etc … Dietro questo paravento di democrazia i « grands commis » del capitale provvedono a negoziare i loro accordi, nelle sedi più proprie, le grandi holdings, le multinazionali, all’ombra dell’apparato statale sempre più potente, più efficiente, più armato.
Ridotto a semplice macchina di registrazione (che non si preoccupa tra l’altro più neanche di registrare, vedi il caso di trattati internazionali operanti senza la ratifica dei cosiddetti rappresentanti del popolo, specie trattati segreti e militari) solamente l’opportunismo militante si dà un gran da fare per rianimarlo, dal momento che la stessa borghesia, in nome del « pluralismo » e della democrazia, tende ad attribuirgli il ruolo di lavapiatti del gran convito imperialistico, o al massimo di invitato povero e che non pretenda troppo. Il pluralismo dei centri di potere diventa così un brutto neologismo che legalizza il vecchio corporativismo uscito indenne, anzi rafforzato dalla lotta « antifascista ». Rimangono intoccati ed intoccabili quegli organi che gli specialisti chiamano « precostituzionali », Corte dei Conti, Consiglio di Stato, ma soprattutto la macchina repressiva statale dalla burocrazia, alla magistratura, all’esercito.
Per questo, noi comunisti rivoluzionari, ancora una volta ed a maggior ragione, non per motivi estetici ma per necessità, nel gran calderone dell’opportunismo che vuole, secondo la sua tradizione « riformare lo Stato » ci opponiamo nettamente alla democrazia ed ai suoi organismi, assolutamente non praticabili dal movimento operaio. Contro le respirazioni bocca a bocca escogitate dall’opportunismo proponiamo la ricetta di sempre, pallottole bocca a bocca di cannone, s’intende. Né maggior caldo ci fanno i plebisciti radicaloidi, ancor più oppio per i popoli della ottocentesca religione: da quando i presunti eredi della tradizione laica, voltairiana e mangiapreti, si sono messi a fare digiuni, ogni residuo dubbio dovrebbe essere dissolto: i nuovi sacerdoti non hanno nulla da invidiare ai vecchi, ed ugual trattamento deve essergli riservato dal proletariato. Ogni altro atteggiamento è ambiguo e incapace di indicare la via della rivoluzione proletaria.
Dice Marx che il capitale ha il diavolo in corpo, e che ad una certa fase del suo sviluppo scatena forze infernali che non è in grado di dominare. Questa verità appare in tutta la sua evidenza durante le crisi cicliche, veri e propri tifoni del modo di produzione capitalistico, nell’occhio di una delle quali la borghesia mondiale, ad ovest e ad est, è coinvolta dal momento che si presenta con una intensità ben più acuta di quella del 1929 dal nostro partito prevista fin dal «Dialogato con i morti» (1956), da «Il corso del capitalismo mondiale nell’esperienza storica e nella dottrina di Marx» (1958), e «Traiettoria e catastrofe della forma capitalistica nella classica, monolitica costruzione teorica del marxismo» (1958). La storiografia opportunista più agguerrita sbava di rabbia di fronte a tanta esattezza di previsioni, che se non le impedisce di ribattere che è costruita alla luce del «determinismo storico» e «alla rinuncia ad influire sulle situazioni storiche date», la costringe a prendere atto che nonostante tutte le più scomposte contorsioni ed «engagements» vari per impedirla, come si conviene ai puntellatori del capitale, le previsioni del partito comunista mondiale si rivelano stranamente esatte. «Tutta questa teoria della crisi si basa sulla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto… Applicando criteri statistici ai dati economici delle nazioni più importanti, Bordiga (i signori parlano col capo, secondo il loro costume, ma non ci disturba) giunge a prevedere una crisi economica totale per il 1975, crisi che renderebbe per la prima volta possibile una rivoluzione autenticamente marxista della classe operaia dei grandi centri industrializzati…» (A. Bordiga Scritti Scelti Feltrinelli). A parte il commento fazioso rimane il fatto che alla «luce del determinismo» la crisi c’è, e come! Al contrario, alla luce del «concretismo» non dovrebbe esserci, ma c’è!
C’è e sta assumendo veramente l’aspetto di una mala bolgia, per cui chi ha maestro (cioè bussola) può pensare di sapervisi aggirare, chi non ce l’ha, viene travolto. Ciò che sconvolge di più borghesi ed opportunisti è la spietatezza delle forze infernali, che malgrado gli esorcismi, come veri e propri demoni fanno saltare piani economici, programmazioni e marchingegni di tal genere. A questo punto il cervello di tali individui va in «tilt», mentre noi, «talmudici» e tradizionali, ben ricordando che le teorie rivoluzionarie non nascono ad ogni angolo di strada, ci affidiamo al «logoro» marxismo (di Marx ed Engels), vecchio ma abbastanza in gamba da spaccare persino l’anno cruciale della crisi, il 1975. Oh, intendiamoci, altrimenti quelli ci credono sul serio, questo non significa per niente che attendiamo l’anno X; questo, beninteso, lo facciamo dire a loro, che vivono di attimi, od ore, giorno per giorno, sperando che duri per sbarcare il lunario.
Nel nostro sforzo di «restaurare la dottrina», compito che entusiasmava il grande Lenin, per loro al contrario in continua vena di originalità, prendiamo atto con soddisfazione che la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto funziona a dovere, né ci rammarichiamo di non «vederne» empiricamente la realizzazione, come fanno i Colletti vari.
Borghesi ed opportunisti sono angosciati nel non riuscire ad «armonizzare» piccola produzione e grande capitale, economie arretrate e perfino arcaiche e multinazionali, elaborazione di tecniche commerciali sofisticate e computerizzate e strane (per loro) forme di «grande baratto» internazionale. Nel pieno della sbornia fanno di peggio, e come il grande e variegato gregge di «filantropi» e «pacifisti», arrivano a presentare certe forme di scambio come un esempio di collaborazione tra i popoli favoriti dalla «distensione», dai vari «disgeli» e dalla «coesistenza pacifica». Sono sempre più frequenti scambi di grandi stock di merci, tipo grano contro gas naturale, manufatti contro materie prime. Ma poi si viene a sapere che il grano USA è fradicio e serve all’URSS per rifilarlo agli indiani (tanto per loro, abituati alla fame, tutto va bene) e che il gas naturale è naturalmente puzzolente e di pessima qualità. I grandi «barattieri» internazionali possono darsi le arie di salvare così la pace universale, ma rimane il fatto che sono l’espressione più autentica del mercato mondiale intasato, all’interno del quale la concorrenza non accenna di certo a diminuire, ma si accresce, anche quando si manifesta sotto forme di vendita sottocosto con accordi forfettari, apparentemente contro e in barba alle leggi del valore-lavoro, che stuoli di «economisti» hanno dichiarato defunta. Come a suo tempo l’estorsione di forza lavoro dei negri nelle piantagioni di cotone in America non significava affatto il ritorno alla «schiavitù» antica, ma era l’espressione dell’incedere impetuoso del capitale moderno, così le gigantesche forme di baratto non sono il ritorno al gran tempo antico, allo scambio di valori d’uso, ma l’affermazione più evidente, proprio in quanto non si vede empiricamente (altrimenti che razza di barattieri ci troveremmo davanti!) della crisi dell’imperialismo mondiale. Sappiamo da sempre che «la produzione materiale» capitalistica e la sua dannazione a trasformarsi in demonio è una necessità della quale i borghesi vorrebbero poter fare a meno; ed allora fanno coro opportunisti e «uomini di buona volontà». Ecco, scambiamoci i beni senza troppe difficoltà burocratiche, avete bisogno di grano? Eccovelo! Abbiamo bisogno di gas naturale! Grazie del pensiero.
Questi tipi di baratto sono tutto il contrario di quell’ipotetico ritorno alla natura, sono necessità del mercato mondiale e della sua crisi. In questa bolgia di stampo dantesco, lo stagno in cui sono immersi i barattieri non è neanche più di pece, ma è di merda. Essi credono di operare nelle tenebre per ricoprire i loro sporchi intrighi (mai sentito parlare di «gnomi» che abitano non solo a Zurigo, ma anche a New York e Mosca?) e nella bolgia stanno nascosti per non essere veduti. Non si curano di «giustizia, verità e lealtà», e sono in balia di diavoli bugiardi senza legge e crudeli. Con la differenza che se mentre al Poeta i barattieri appaiono moralisticamente repugnanti come i diavoli che all’inferno li scherniscono e li punzecchiano, a noi comunisti rivoluzionari le forze infernali che agitano il capitale e i loro epifenomeni, i moderni barattieri, appaiono la conferma più evidente delle nostre previsioni: dialetticamente, se per un verso sono una tortura permanente per il proletariato, da un altro sono la prova che il capitale si scava la fossa con le sue stesse mani, al punto che ci sentiamo di gridare:
«Tra ‘ti avanti, Alichino e Calcabrina … e tu, Cagnazzo; E Barbariccia guidi la decina»
e non per salvare poeti o uomini di cultura, oggi sempre più niente altro che ruffiani al confronto del degno ed aristocratico Poeta, sicuri come siamo che questa eletta schiera di demoni prima ancor che ciascun abbia «la lingua stretta coi denti verso lo duca (la rivoluzione) per cenno» avranno la soddisfazione che egli (il duca, per noi ancora la rivoluzione) abbia «del cul fatto trombetta».
Ma questa volta saran culi di uomini e di mitraglia.
Nella prima parte di questo articolo, apparsa nel numero 12, si è cercato di tratteggiare il più speditamente possibile la situazione economica e sociale indiana dall’indipendenza all’oggi: logicamente il quadro da noi tracciato è stato semplificato al massimo trascurando tutte quelle particolarità che avrebbero fatto contento il ricercatore ma che in definitiva non avrebbero modificato il quadro da noi descritto, peraltro complicandolo: a noi interessava in modo particolare mostrare la modernità dello sviluppo economico dell’India, la quale legata mani e piedi al mercato mondiale, ha bruciato la classica tappa liberista della borghesia.
A noi interessano le tendenze fondamentali che agiscono sotto la melma della sovrastruttura della società civile per non smarrire il filo rosso che passa attraverso gli intrecci di fatti molteplici che sembrano contraddire ogni determinismo economico per obbedire al Fato o al Caso. È esigenza e dovere del partito scovare la «continuità» dove la borghesia non scorge che novità l’una più strabiliante dell’altra, pena la perdita di ogni bussola e il rincorrere senza senno i flaccidi miti della democrazia, della pace e della giustizia eterna etc.
Gli ultimi e fragorosi avvenimenti sono noti: il 12 giugno l’Alta Corte di Allahabad, cittadina natale del primo ministro, dichiara colpevole l’Indira di «pratiche corrotte» (aver usato cioè l’apparato di Stato per vincere le elezioni del 1971 in uno Stato dell’Unione); il giorno successivo, le elezioni in un altro Stato indiano riservano una cocente sconfitta del Partito del Congresso da parte di una coalizione della destra. Il primo ministro risponde con lo stato d’assedio il 26 giugno, l’arresto di un migliaio di esponenti delle opposizioni, escluso il PC indiano, filosovietico, e la messa fuori legge di alcune forze extraparlamentari che successivamente esamineremo.
Il fragore è notevole, il mondo non crede ai propri occhi e rimane lì incredulo di fronte al crack di quella che fino a quel momento era considerata la più grande democrazia del mondo, la quale cadendo finalmente la maschera metteva in mostra il proprio apparato di repressione.
Gli unici a non far caso alla levata di scudi della Indira sono stati gli scheletrici indiani abituati fin dalla guerra del Pakistan a uno stato d’assedio, se non dichiarato, effettivo.
Le organizzazioni messe fuori legge possiamo dividerle, dal punto di vista ideologico, in due gruppi: uno definito su base nazionalista e religiosa (sia questa l’Indù o la Musulmana) e uno su basi maoiste.
I primi, come la coalizione che ha sconfitto Indira Gandhi alle elezioni, non esprimono altro che forze reazionarie e piccoloborghesi che si oppongono al processo di industrializzazione ed imborghesimento dell’India, sognano un impossibile ritorno all’economia comunalista con la sua rigida e categorica divisione in caste e i suoi mille privilegi; il tutto condito con ideologie sulla superiorità di una religione sull’altra che giustificherebbe l’intolleranza religiosa e una guerra civile fra indiani.
In quanto al maoismo, come tante volte detto, si tratta di una deviazione piccoloborghese del marxismo che vede la rivoluzione camminare dalle campagne alle città.
Caratteristica comune fra i due raggruppamenti è il ritenere come fulcro della loro azione la campagna sia per le misere condizioni in cui versa il contadiname sia perché ancora il proletariato indiano non avrebbe prodotto un movimento autonomo di classe.
Questo non è vero neppure per una rivoluzione antifeudale che deve sì incendiare le campagne, feudi della nobiltà, ma che non avrebbe partita vinta senza l’aiuto del proletariato delle città. A maggior ragione, la tesi della campagna che si trascina dietro la città è disfattista sulla bocca di chi si professa combattente comunista.
Il Partito Comunista ha come compito principale quello di organizzare il proletariato, l’unico erede della società moderna e unico combattente conseguente per il socialismo anche se il tenore di vita di altri strati della popolazione, quale ad esempio il contadiname, indiano o no poco importa, può essere inferiore a quello del proletariato stesso.
Caratterizza il proletariato la mancanza dei mezzi di produzione e questa può, non deve necessariamente, accompagnarsi alla mancanza dei mezzi di consumo. Scolastico è identificare nell’affamato il rivoluzionario per eccellenza; il proletariato è un prodotto dei moderni rapporti capitalistici di produzione e un miglioramento delle sue condizioni come consumatore, ben lungi dal renderlo inadatto alla lotta di classe lo può anzi porre in condizione di condurla con maggior energia proprio perché questa lotta non è il prodotto della sua miseria ma dell’antagonismo esistente fra lui e il capitalista proprietario dei mezzi di produzione.
Tesi maoista è che la rivoluzione marci nelle pance vuote, che queste siano di straccioni o di contadini o di piccoloborghesi o di proletari poco importa, basta che siano vuote… Ne consegue che il proletariato delle grandi metropoli dell’occidente avanzato non sarebbe più adatto alla lotta di classe e potrebbe riprendere il posto che gli compete nell’esercito della rivoluzione solo mettendosi a traino delle forze fresche e indenni dal riformismo dei contadini del «terzo mondo».
Niente di più falso: il contadino rimane sempre proprietario dei mezzi di produzione, proprietario dei suoi attrezzi e dei suoi strumenti, del suo bestiame, in breve del suo capitale. È possessore di un capitale che gli può venire ipotecato ma che non gli impedirebbe in ogni caso di svolgere la sua funzione di imprenditore e di reclamare dal mercato prezzi più alti per le sue merci che sono i mezzi di sussistenza della società, quando è interesse del proletario che questi siano invece rispetto al suo salario i più bassi possibile. Stralciamo da «La questione agraria» di Kautsky alcuni brani fra i più significativi in appoggio alle tesi fin qui svolte. Nella parte seconda «Politica agraria socialdemocratica» l’autore, chiarito che la socialdemocrazia deve interessarsi dei problemi dell’agricoltura, si preoccupa ortodossamente di mettere in luce cristallina le differenze fra la figura sociale del contadino e quella del proletariato:
«Non il fatto che un agricoltore sia affamato o che sia carico di debiti, ma il fatto che egli si presenti sul mercato come venditore della sua forza lavoro o come venditore dei suoi mezzi di sussistenza, questo è ciò che decide se egli è idoneo a essere incluso nelle file del proletariato combattente. La fame e l’indebitamento di per sé non creano ancora una comunità di interessi con l’insieme del proletariato, anzi possono addirittura rendere più acuto l’antagonismo con esso, quando la fame può essere placata e i debiti possono essere pagati soltanto se i prezzi dei mezzi di sussistenza aumentano e se all’operaio si toglie la possibilità di usufruire di mezzi di sussistenza più a buon mercato»
«… È chiaro che la socialdemocrazia non può garantire ai contadini ciò che deve rifiutare ai proletari: la difesa della loro posizione professionale. La difesa degli operai che la socialdemocrazia rivendica non ha come scopo la conservazione del lavoro professionale dei singoli operai, ma la conservazione della loro forza-lavoro e della loro forza vitale: difende la loro umanità e non il loro particolare mestiere. Il proletariato non reclama questa difesa come un privilegio per sé: essa deve essere assicurata a chiunque ne abbia bisogno, e se i contadini chiedono che la posizione che ha l’operaio sia estesa alla loro stessa azienda e alla loro persona, non troveranno mai un aiuto più pronto di quello che avranno nella socialdemocrazia. Ma si sa che non è questo che loro importa: al contrario opporrebbero la resistenza più disperata. Ciò che essi richiedono è la difesa del loro particolare modo di conduzione contro il progredire dello sviluppo sociale, e questo la socialdemocrazia non può garantirglielo…».
Ergo, la figura del contadino, utile e necessario alleato del proletariato in date aree e paesi e cicli storici, potrà essere talvolta una buona truppa dell’esercito della rivoluzione, sempre però un subalterno come tutte le classi e sottoclassi senza prospettiva storica. Il proletariato può e deve liberarlo dalle sue catene ma fin dal principio non può non prospettargli la rovina del suo modo di conduzione che lo incatena alla terra:
«… Nel cuore del piccolissimo agricoltore albergano due anime: una contadina e l’altra proletaria. I partiti conservatori hanno tutti i motivi di rafforzare quella contadina, l’interesse del proletariato va invece nella direzione opposta e così pure l’interesse dello sviluppo sociale e quello del piccolissimo agricoltore stesso. Ricordiamoci dei numerosi esempi di sottoconsumo e di sopralavoro contadino che abbiamo imparato a conoscere nella prima sezione: abbiamo visto che sotto questo aspetto l’operaio salariato agricolo sta addirittura meglio del piccolo agricoltore indipendente, che la miseria comincia con il possesso del primo «tiro» di buoi, che non vi può essere alcun dubbio che l’elemento dei piccoli contadini come uomini, il loro progresso sociale dalla barbarie alla civiltà, non va ricercato sulla via che li toglie dalla condizione di operai salariati per portarli a quella di contadini, che non vi può essere nulla di più pericoloso e di più doloroso che risvegliare in essi delle illusioni sull’avvenire della piccola proprietà contadina…».
Una volta stabilita la giusta distanza fra proletariato e contadiname riesce agevole penetrare nella complicata struttura sociale delle campagne indiane ed afferrare il filo conduttore che sbroglia l’intera matassa.
Come già detto nella prima parte di questo articolo il mancato scioglimento dei nodi di classe nelle campagne non aveva migliorato né le condizioni del contadiname né sollevato l’agricoltura indiana dalla sua arretratezza. Le cifre accusano, il 72% della popolazione attiva (130 milioni su 180) è dedita all’agricoltura il cui prodotto costituisce il 48% del reddito nazionale. Il 36% delle famiglie rurali è senza terra o possiede delle parcelle inferiori agli 0,2 ettari. Il 52% ne detiene meno di un ettaro o non ne ha affatto e la loro terra costituisce il 7% della superficie totale coltivata. Su 60 milioni di «aziende agricole», il 40% ha meno di un ettaro, il 30% fra 1 e 3 ettari, il 12% fra 3 e 5 ettari e solo il 13% ha più di 5 ettari. L’1% delle famiglie rurali, che possiede più di 16 ettari, occupa il 20% delle terre.
Le pseudo-riforme dello Stato indiano sia che si tratti di legislazioni che fissano un limite (plafond) alla proprietà fondiaria o che trattino di una distribuzione di terre non coltivate appartenenti allo Stato o a privati, non potevano scalfire questi rapporti sociali.
La «fame di terra», malattia del muzik russo si è trapiantata in India e di questa florida penisola ha fatto il suo dominio ed è evidente che il giovane proletariato indiano nella lotta per la sua emancipazione non potrà trascurare e sottovalutare questo immenso potenziale rivoluzionario.
Il contadino povero indiano non ha altro alleato che il proletariato delle città e il loro ricongiungimento potrà essere più facile che in tanti esempi del passato, Francia e Russia su tutti, perché farà da tramite la massa notevole degli operai agricoli (mazdur), circa il 25% della popolazione agricola, costretti a barcamenarsi con il salario, che percepiscono da lavori sia agricoli che no e che costituisce la loro principale fonte di sostentamento, e talvolta con la coltura di microscopici appezzamenti di loro possesso.
La tabella che qui riportiamo dà una chiara idea sulla proporzione di operai agricoli con e senza terra; è notevole che in alcune regioni tipo il Bengala e l’Uttar Pradesh il «bracciante puro» forma la quasi totalità degli operai agricoli: già gli inglesi infatti avevano impiantato in queste zone delle aziende agricole capitalistiche, per la coltivazione sia della iuta che del riso, le quali si sono ulteriormente sviluppate.
D’altra parte il «puro bracciante» è il prodotto dello sviluppo capitalistico delle forze di produzione, del progressivo e irreversibile assoggettamento dell’agricoltura al mercato e all’industria, mentre in India l’agricoltura è ancora in gran parte di sussistenza, il che non significa che non produce del sovraprodotto ma che questo sovraprodotto non entra nel processo di accumulazione del capitale, non viene cioè investito, ma se lo divora invece il proprietario fondiario per soddisfare le sue brame.
La tanto glorificata prima, e bistrattata poi, «rivoluzione verde» che è consistita né più né meno in prezzi delle derrate alimentari artificiosamente alti e in un grande spiegamento di mezzi (macchine, concimi, fertilizzanti, nuove semenze etc. etc.) concentrati su una superficie ben irrigata di 13 milioni di ettari su un totale di 160 milioni di ettari di terra coltivata non poteva che accelerare in modo impercettibile il lento processo di kulachizzazione.
I difensori a spada tratta della «rivoluzione verde» si discolpano col dichiarare che una spartizione radicale delle terre non avrebbe risolto niente perché avrebbe portato ad una maggiore polverizzazione delle aziende.
Questi tipi ammiccano ora alla Russia con i suoi kolchoz e alla Cina con le sue comuni. Non stiamo certo qui a ripetere le nostre critiche sia all’uno che all’altro dei sistemi, certo è che nessuno dei due modi di conduzione agricola piovvero dal cielo, come manna del buon Dio, ma seguirono ad uno schiacciamento della proprietà fondiaria e ad una spartizione delle terre armi alla mano.
«La terra a chi la lavora» bandiera del contadiname terzomondista alle prese con una proprietà fondiaria usuraia e parassita non può non venire impugnata dal proletariato cosciente che la sua emancipazione deve coincidere con quella di tutta l’umanità. La terra è il fondamento di ogni esistenza umana, pertanto le sorti delle forze produttive dell’agricoltura non sono indifferenti al proletariato.
«La terra a chi la lavora» smuoverebbe l’agricoltura indiana dal suo punto morto, farebbe aumentare le sue forze produttive e contemporaneamente la sua domanda di prodotti industriali, conscio il contadiname che una sua maggior produzione causata da un «miglioramento» sia del capitale fisso sia di quello mobile della sua azienda non andrebbe a gonfiare ancor più le tasche del proprietario fondiario ma migliorerebbe la sua condizione economica e sociale. Pertanto la maggiore domanda di prodotti industriali darebbe una forte spinta allo sviluppo dell’industria che assorbirebbe la manodopera eccedente nelle campagne.
Che tutto questo non sia per niente risolvere «la questione agraria», irrisolvibile nei limiti dell’economia capitalistica, è evidente. È solo una tappa dello sviluppo economico capitalistico che tutti i paesi più o meno velocemente percorrono. Che ciò avvenga nel modo più radicale possibile è interesse del proletariato. Il tempo non è passato invano; rispetto alla Russia dell’inizio del secolo di fronte alla rivoluzione democratico-borghese il quadro si è semplificato tingendosi ancor più di rosso: l’assolutismo, lo zar, non esistono: esiste invece una Repubblica democratica giovane ma già vile e corrotta.
Non esistono vie di mezzo: o dittatura del capitale o dittatura del proletariato. Il giovane proletariato industriale (circa 25 milioni, 14% della popolazione attiva) stipato e concentrato nelle metropoli di Bombay, Nuova Delhi, Calcutta, è l’unico punto di riferimento che resta al contadino tradito e deriso dalla borghesia. Solo la dittatura del proletariato lo può liberare dalle sue catene, niente altro può seguire ad una dittatura borghese.
Un capitolo a parte merita il P.C. indiano (di tendenza filosovietica), che negli ultimi avvenimenti si è preoccupato di recitare, peraltro con molto sentimento, la parte del buffone che è costretto – in certe commedie – a far dimenticare con le sue smorfie ed i suoi lazzi, gli avvenimenti più o meno dolorosi fin lì succedutisi a degli spettatori avvezzi soltanto a finali di trionfo ed apoteosi del Bene e della Bontà.
Appena lo stato d’assedio è stato proclamato da Indira, il P.C. Indiano ha cominciato a sbraitare, al fatidico grido del «dagli al fascista»; che oltre ai destri venissero incarcerati socialistoidi, maoisti e sindacalisti poco ha importato, che l’opposizione di destra stesse manipolando un effettivo malcontento, oltre che della piccola borghesia anche dei contadini e del proletariato, ancora meno.
L’essenziale, e non poteva essere altrimenti, era di viaggiare veloci e sicuri sui binari posati anni fa dalla politica stalinista che, con le sue buone o cattive maniere, legò il proletariato mondiale alle sorti e fortune delle varie borghesie nazionali.
Niente di nuovo quindi; non è che la storia dolorosissima della politica menscevica nei paesi coloniali prima, dei fronti popolari antifascisti nei paesi industrializzati poi.
In India, in obbrobrioso abbraccio, le due politiche – ambedue disfattiste e controrivoluzionarie – coesistono: si devono battere residui arcaici del passato? Stringiamo un’alleanza durevole e fattiva con la borghesia. Si devono invece battere forze parafascistoidi? Un motivo di più per rafforzare l’unione proletariato-borghesia.
Oh! non è finito qui, c’è ben altro! C’è anche da preservare e rafforzare i buoni rapporti indo-sovietici in campo socio-politico-economico-militare, ed ecco entrare in campo la schifosa gara dei due blocchi imperialisti USA-URSS per assicurarsi le posizioni strategiche più vantaggiose sulla scacchiera del mondo.
In questa nobile gara ben poco contano i concetti di Giustizia e di Pace che tuttavia ambedue i contendenti portano all’occhiello come distintivo, ancor meno contano le masse di plebi affamate e sfruttate usate come merci da barattare o vendere.
E poi occorre agire in fretta e bene da quando la Cina tenta di controbilanciare la spinta sovietica ed americana in Asia creandosi una serie di Stati amici o per lo meno neutrali con una serie di connubi e strette di mano che hanno lasciato i più sbigottiti e senza fiato; tanto per rimanere nei confini di questa parte del mondo ricordiamo l’appoggio della Cina al governo centrale del Pakistan contro l’autonomia del Bengala ispirata certo dalla borghesia di quello Stato ma che si basava tuttavia su uno sfruttamento esoso ed usuraio del governo centrale su tutta la popolazione di quella regione.
Colmo della faccenda era che il Bengala veniva appoggiato dall’India che prendeva l’occasione al balzo per difendere una nazionalità oppressa proprio lei che, dopo 30 anni di indipendenza nazionale, non ha ancora risolto il problema delle sue mille nazionalità ed autonomie.
Connubi e strette di mano che non possono certo venire spiegati da una ideologia comune ma che hanno le loro radici nei fatti, cioè nell’esigenza di tutti gli Stati attuali di mantenere lo status quo e di rafforzare la propria posizione nazionale.
In questa recita di burattini tutto sommato la parte più seria tocca ad Indira la quale, conscia di rappresentare il futuro borghese dell’India, distribuisce con parsimonia colpi a destra per celare gli abbondanti colpi che puntualmente si abbattono sul proletariato.
Ancora una volta la maschera democratica nasconde un formidabile apparato di repressione, ancora una volta i falsi partiti operai soccorrono una sempre più militarizzata democrazia e l’aiutano a rafforzarsi in funzione antiproletaria.
A democrazia ed opportunismo risponderà, è nostra certezza, il proletariato mondiale che sbarazzatosi dei falsi miti della democrazia borghese proclamerà a governi di destra e di sinistra la lotta in permanenza per l’unico governo proletario che conosciamo: la dittatura del proletariato.
Nel numero scorso di questo giornale mettemmo in luce il punto essenziale della cosiddetta «nuova tattica» escogitata dal sindacalismo tricolore, consistente nel ritenere la questione dell’occupazione operaia preminente rispetto a quella della rivalutazione salariale.
Ci preme ora esaminare brevemente le argomentazioni dei bonzi in difesa di tale «tattica», premettendo che non solo non è «nuova», come vorrebbero far credere, ma è «fascista», nel senso che si eleva a scudo dello Stato politico capitalista, ed è ancor più vecchia.
L’argomento principale in difesa della sporca teoria di rivendicare maggior salario «nel quadro» di una «nuova politica di sviluppo» cade di fronte alla economia marxista e anche rispetto all’economia supervolgare dei nostri tempi. Dicono gli ideologhi di questa «tattica», tra cui lo Scheda bonzo sindacale e dirigente del partitaccio, che «l’aumento della massa monetaria, dovuto all’aumento delle retribuzioni» assieme «all’arretratezza di alcuni settori, quali l’agricoltura in primo luogo, quindi l’edilizia e la struttura commerciale e distributiva» avrebbe causato l’«aumento dei prezzi», con conseguente inflazione. Per questa gente, quindi, la soluzione per la «classe operaia» sta nel subordinare gli aumenti salariali alle riforme, cioè ad una «diversa politica» dell’agricoltura, della casa, del commercio, ovvero in altri termini nell’offerta economica di derrate agricole, di case, di servizi distributivi delle merci a costi inferiori agli attuali e rispondenti alle aumentate esigenze dei salariati.
È falso che la massa monetaria aumenti necessariamente in dipendenza dell’aumento delle retribuzioni, in quanto l’aumento delle retribuzioni da quando esiste il lavoro salariato e la società capitalistica si verifica, quando si verifica, sempre dopo l’aumento dei prezzi delle merci in generale e non prima; per cui l’aumento dei salari si aggiunge semmai all’aumento dei prezzi delle altre merci, non determina l’inflazione. In secondo luogo l’aumento dei salari, ferme restando le altre circostanze, tende a ridurre il profitto, incide cioè a ripartire a favore degli operai produttori una quota di valore maggiore di quella precedente a discapito della massa dei profitti. Mettendo in conto le altre circostanze, la classe dei capitalisti, che si appropria di valore sotto forma di profitto, prodotto dalla classe dei salariati che riproducono anche il loro salario, non intendendo rinunciare ad una parte dei profitti a «vantaggio» dei salariati, manovra sui prezzi e soprattutto sui prezzi delle merci di prima necessità che vanno a formare il livello del salario operaio, determinando un automatico svilimento del salario stesso, la perdita di capacità d’acquisto delle mercedi. Cosicché, ad un aumento nominale dei salari, corrisponde una diminuzione reale degli stessi. Allora l’aumento della massa monetaria e la lievitazione dei prezzi non sono in diretta dipendenza dai salari, ma in correlazione con la lotta per la ripartizione del «valore aggiunto» dal lavoro salariato; e i prezzi aumentano per impedire alla classe degli operai di appropriarsi una parte aliquota superiore del valore prodotto. La giustificazione bonzesca, quindi, non regge. Non regge, infine, neppure quella che l’«offerta» di merci sia inferiore alla «domanda», basterebbe equilibrare domanda e offerta per riportare in equilibrio i prezzi. Infatti, per ottenere un equilibrio ideale bisognerebbe che i costi si riducessero, ovvero che la produttività del lavoro aumentasse, e che gli altri elementi restassero fermi per comodità dei bonzi mistificatori e degli economisti borghesi. Ma contemporaneamente ad una aumentata produttività generale del lavoro può corrispondere sì, in teoria, una riduzione di tutti i prezzi, dei prezzi di tutte le merci, ed anche della merce forza-lavoro. Si vuole ignorare, o mistificare, che lavoro e capitale sono forze sociali. In tal caso i prezzi potrebbero anche ridursi, o si potrebbe raggiungere l’equilibrio agognato, ma a beneficiarne sarebbe l’economia capitalistica non la condizione operaia, che resterebbe comunque la stessa. L’inflazione verrebbe «vinta», ma la sorte degli operai non muterebbe. La constatazione dei duci sindacali che aumenti salariali in una economia in dissesto sarebbero fittizi non implica che per questo gli operai debbano rinunciare alla lotta per aumenti salariali o subordinarla alle manovre di aggiustamento dell’economia. Allora tanto varrebbe sostenere, ed implicitamente viene sostenuto, che la quantità di salario debba dipendere dalla quantità di prodotto, ovvero enunciare la tesi capitalistica, prima il profitto e poi il salario, che vale prima il capitale e poi il lavoro, altrimenti espresso, prima gli investimenti di capitale e poi i consumi degli operai. Questa versione trova riscontro in quella mistificatoria: prima l’occupazione e poi il salario, sostenuta con forza dai superbonzi delle Centrali sindacali. Queste argomentazioni sono tratte dal testo sul «Seminario sulle politiche contrattuali» tenuto a luglio dalla Federazione sindacale unitaria delle Confederazioni in cui esplicitamente è detto: «Noi sappiamo che fuori da un rilancio produttivo per il quale ci battiamo, la stessa politica salariale rischia di produrre soltanto salari nominali…», per dire che non serve battersi per adeguare il salario al costo della vita, se l’attività produttiva non riprende, perché tra l’altro produrrebbe «l’aggravante del riproporsi di una frattura grave tra occupati e disoccupati», tra Nord e Sud, ecc. Più chiaro di così! In conclusione, i bonzi, mettono in prima linea… nulla, nebbia, demagogia.
Arriviamo al «sodo» agognato dai traditori, con la copertura dei teorici da strapazzo, di marca borghese o opportunista; gli operai, secondo costoro, dovrebbero aspettare i miracolosi «investimenti», dare tempo al Governo dei fantocci del Capitale, oppure al «nuovo» Governo dei salvatori dell’economia patria, per mantenere i loro «diritti»; dovrebbero aspettare il toccasana del «nuovo modello di sviluppo» per abitare in una casa decente, per non farsi strozzare dal bottegaio, per farsi curare in modo passabile. Campa cavallo… E quello che più conta dovrebbero, intanto, «vivere» dei sussidi statali, cioè stentare, in attesa che trionfi la «nuova tattica».
Come affrontare la crisi? A questa domanda che rimbalza di bocca in bocca, i traditori di sempre danno una sola risposta: È necessario che i lavoratori si sottomettano alle esigenze superiori dell’economia. Questa è l’unica soluzione, ma per chi? Per il capitalismo. Per il proletariato ve ne è un’altra che i pompieri del regime temono. È quella della ripresa generale della lotta. È quella che batte la strada opposta, che vede i problemi e le esigenze degli operai non più all’interno di quelli generali di tutta la nazione, ma dal solo ed unico punto di vista della classe che lavora. Lo volete chiamare «corporativismo»? Noi lo chiamiamo politica di classe. Questa soluzione non sta, come poteva sembrare, solo nella testa dei comunisti, ma nella realtà del capitalismo che inevitabilmente sospinge gli operai, che lo vogliano o meno, su questa strada ed a niente valgono gli scongiuri dei salvatori della patria di marca «rossa o nera».
Nonostante le mirabolanti evoluzioni ed i salti mortali che essi sono e saranno capaci di esibire, il sismografo sociale comincia già ad oscillare denunziando i primi sintomi di un terremoto di classe che arriverà a distruggere alle radici questo fetido regime borghese. Uno spiraglio finalmente si è aperto nella cappa di piombo sotto la quale l’opportunismo, in veste politica e sindacale, da anni affossa gli interessi di classe dei lavoratori, ne soffoca le spinte e ne deprime la combattività. Il magnifico slancio dei ferrovieri romani e del sud ha per un attimo messo in crisi questo meccanismo che ogni giorno inchioda la classe operaia, che sembrava perfetto e quasi inviolabile e che invece si è rivelato molto fragile di fronte alla rabbia proletaria. La loro coraggiosa lotta ha disegnato una chiara linea di demarcazione: da una parte gli operai in lotta, dall’altra i pompieri, i sabotatori, i crumiri, coperti dall’alone «antifascista», magari «rivoluzionario» e insieme a loro l’esercito, i poliziotti, i preti e tutta la canea borghese che accompagna sempre questa lugubre compagnia.
Su questo fronte di lotta devono schierarsi non solo in prima fila i comunisti, ma tutti quei lavoratori che sentono, al di là di ogni pregiudizio politico, la necessità di difendere le loro condizioni di vita sul terreno della lotta di classe. L’alternativa è sempre più chiara: da una parte la lotta, dall’altra la rinuncia e la sottomissione; da una parte le giuste rivendicazioni di classe, dall’altra gli interessi del capitale e dei suoi servi. Dal canto nostro non abbiamo nessuna scelta da fare, le nostre braccia, la nostra esperienza di comunisti sono come sempre a fianco di questi lavoratori, per stringere le loro forze, per organizzarle, collegarle ed unificarle.
Come abbiamo sempre sostenuto, la classe dovrà riappropriarsi delle sue vecchie armi di combattimento, lo sciopero improvviso ad oltranza, la generalizzazione della lotta, degli obiettivi, le rivendicazioni di forti aumenti salariali, e di riduzione del carico di lavoro, il rifiuto dei licenziamenti e delle sospensioni devono ritornare ad essere i cardini di una politica classista che impronte tutte le lotte del proletariato.
Per arrivarci è necessario legare tutte le organizzazioni locali che si muovono su questo terreno, è necessario uscire dall’ambito aziendale e di categoria per formulare rivendicazioni unificanti, base per una lotta comune e generalizzata. Impostare fin d’ora questo lavoro di collegamento verso una organizzazione unica è una necessità fondamentale che non deve svalutare, ma anzi deve avere come base l’agitazione e la lotta nelle località e nei settori dove è al momento possibile condurla.
Sarebbe inoltre un pericoloso errore escludere in partenza che questo fronte di opposizione sindacale alla politica confederale, ancor oggi imperante sul movimento operaio, possa passare attraverso queste organizzazioni che legano il grosso della classe operaia; non ci si può staccare dai lavoratori aderenti alle confederazioni, ma al contrario, si devono avvicinare negli scioperi, e nelle loro assemblee, denunciando loro la politica forcaiola dei dirigenti sindacali, tentando di portarli sul nostro terreno. Chi può escludere che una futura organizzazione di classe possa risorgere anche con la confluenza di grosse ali delle attuali confederazioni, riconquistate a legnate, sotto la spinta di una crescente reazione operaia, ad una politica di classe? Occorre dunque, là dove è possibile, organizzarvisi per dare vita e rafforzare eventuali opposizioni interne, ciò che non esclude affatto, ma rende anzi più che mai necessaria, l’organizzazione esterna.
Ecco perché sarebbe un grave errore da parte dei CUB non aderire al prossimo sciopero indetto dalle Confederazioni per il 28 settembre. Impostare una contrapposizione di bottega sarebbe impossibile e sterile. Questi gruppi combattivi si troverebbero isolati dal grosso dei lavoratori: corretta invece la posizione di aderire con le rivendicazioni di classe da contrapporre nel corso della lotta a quelle forcaiole e inconsistenti dei confederali.
Un altro punto essenziale è quello del carattere aperto che deve assumere una rete organizzativa di questo tipo. Come organismo di massa esso deve legare tutte quelle forze operaie disposte a battersi contro la politica confederale, indipendentemente dalla loro adesione ai vari movimenti politici; sappiamo che vi dovranno partecipare insieme agli operai comunisti gli operai del P.C.I. e dei gruppi che lo seguono, gli «stalinisti puri», così come i filo-anarchici e anarco-sindacalisti ed anche lavoratori che aderiscono a partiti che non si richiamano alla classe operaia.
Per questo la base di adesione è e deve rimanere una piattaforma che contenga programmi, obiettivi, metodi e strumenti di azione sindacale, mentre non può porre come pregiudiziale l’adesione a questo o quel programma politico. Si creerebbero altrimenti tanti sindacatini di partito, slegati dalle masse operaie, incapaci di divenire veri organismi di classe (vedi i CUB di Avanguardia Operaia).
Altrettanto pericoloso sarebbe infine negare la necessità di strutture verticali, ossatura di una organizzazione centralizzata. Questa posizione deriva da una errata interpretazione delle cause che hanno portato alla degenerazione dei sindacati operai; il verticalismo ed il burocratismo sono l’effetto, non la causa di una politica di asservimento e di collaborazione. Perché sono posizioni che contraddicono gli interessi della classe devono necessariamente essere imposte dall’alto e fatte ingoiare alla base da una fitta rete di bonzi e galoppini istruiti su come fottere meglio gli operai, stretti in una organizzazione chiusa ed impenetrabile, assolutamente inaccessibile all’operaio comune. Si è creato così un vero esercito di burocrati che tendono a conservare la loro posizione, i loro stipendi, che sognano la carriera, l’ascesa ai più alti gradi. Un sindacato improntato su una linea di lotta di classe non avrebbe certo conosciuto tutto questo perché la prospettiva sarebbe stata non la poltrona ma la galera, non un comodo posto al sole, ma il sacrificio continuo che il combattimento di classe impone tanto più a chi ricopre posizioni di responsabilità nella organizzazione.
La soluzione non sta dunque nella riscoperta di nuove forme che di per sé assicurerebbero un orientamento classista, ma nel ribaltamento di un indirizzo politico (l’esperienza dei consigli di fabbrica del ’69 insegni). D’altra parte se si può concepire alla scala aziendale un organismo che escluda strutture verticali, questo è inammissibile quando si pensi di uscire dall’ambito della fabbrica, locale e di categoria. Frammentare un esercito in mille plotoni che operino autonomamente l’uno rispetto all’altro, sarebbe semplicemente un suicidio. Si annullerebbe il potenziale di urto e ciascun gruppo cadrebbe facilmente preda del nemico. Come l’esercito della borghesia, anche quello proletario deve rispondere ad uniche direttive, gli ordini devono partire da uno stesso punto se si vuole agire tempestivamente ed in maniera generalizzata; queste sono necessità tecniche, operative dalle quali non ci si può assolutamente esimere.
Queste indicazioni, sulle quali ritorneremo più dettagliatamente, vogliamo offrire ai compagni dei CUB dei ferrovieri, come a tutti gli altri lavoratori che intendono porsi su questa strada, come contributo che si aggiunge a quello pratico a fianco della loro lotta.
I disoccupati sfiorano già il milione e mezzo, considerando quelli a Cassa integrazione, e le Confederazioni li considerano ormai come relitti da abbandonare, cianciando solo dei «livelli» di occupazione, ogni giorno in discesa. A Milano per esempio si parla di altri diecimila da licenziare, mentre la produzione discende in tutti i settori e si prevede un forte aumento della disoccupazione per fine anno. I metalmeccanici stanno «discutendo» la «piattaforma» rivendicativa che prevede, com’è nell’indirizzo generale dei sindacati, la priorità alla questione dell’occupazione, che si vorrebbe risolvere col controllo degli investimenti da affidare ai Consigli di fabbrica e col controllo della «mobilità» del personale. Ritorna, per un certo verso, l’antico problema del controllo dei sindacati sulla attività dell’impresa, che anziché rafforzare la lotta degli operai in difesa dei loro bisogni elementari, compreso il posto di lavoro, coinvolge le loro organizzazioni sindacali e di fabbrica nella corresponsabilità di decisioni che in ultima analisi non possono andare contro le condizioni materiali contingenti dell’impresa. Infatti, quando la produzione diminuisce progressivamente per effetto di una crisi generale e mondiale, le aziende possono con estrema facilità dimostrare a chicchessia che non possono pagare salario per chi non è in grado di compiere lavoro, che non c’è.
È troppo logico se limitiamo la considerazione alla singola impresa. Ma il problema, visto da un punto di vista esclusivamente operaio, è risolvibile non in termini aziendali, né in termini contingenti, ma alla scala sociale. Un consiglio di fabbrica incorrotto non potrà mai accettare di «contrattare», come prevedono le «piattaforme» e pretendono le bonzerie sindacali, i licenziamenti degli operai. Ed è giusta la posizione, riferita almeno dalla stampa quotidiana, presa dai Consigli di fabbrica delle imprese Pirelli, posizione che ci auguriamo essere vera, da difendere ad ogni costo e da portare per esempio a tutti. Questi Consigli di fabbrica, in contrasto anche con le gerarchie sindacali locali, hanno detto chiaro e tondo ai fetentoni dei funzionari dell’azienda che se ne infischiano delle loro ragioni, che non intendono nemmeno ascoltarle né discuterle, essi non consentiranno mai a licenziare un solo operaio. Per le Centrali sindacali ovviamente questa posizione drastica, di classe contro classe, non va giù. Non hanno lanciato la parola d’ordine che non si debba licenziare un solo operaio, hanno solo messo innanzi la pretesa politica di cogestire le imprese che per quanto attiene licenziamenti e salari, significa cogestire con le direzioni aziendali i livelli di occupazione e dei salari, ovviamente compatibili con quelle che spudoratamente chiamano «realtà aziendali e locali». Nel famigerato «Seminario» del luglio, infatti, hanno chiaramente enunciato che sarebbe controproducente mobilitare tutte le categorie di lavoratori, come è stato fatto, secondo loro, in precedenza per gli altri contratti, e che, invece, affronteranno tutte le questioni, in particolare occupazione e salario, investimenti e mobilità, caso per caso, azienda per azienda. Un ennesimo tentativo, questo, per frantumare il fronte di lotta.
Ormai l’orientamento generale dei sindacati sul problema del «recupero salariale» è verso una richiesta tra le 25-30 mila lire mensili «uguali per tutti», che rappresentano circa il 12-15% di aumento dei salari, quando il costo della vita è in continuo aumento dopo essere già salito di oltre il 20% in media e per alcuni generi di prima necessità, come gli affitti e il vestiario, di oltre il 50%. È una presa in giro e non un «recupero», questo. I Sindacati hanno anche la faccia tosta di chiamare demagogiche e corporative le richieste di più forti aumenti salariali, come per esempio quelle dei ferrovieri di Roma e Napoli, organizzati nei C.U.B.
Le condizioni vitali degli operai, come il salario e il posto di lavoro, possono essere difese validamente soltanto partendo dalla premessa che non devono essere «contrattate», che vuol dire in lingua reale e schietta barattate, con condizioni che interessano le aziende e il padronato come gli investimenti, le riconversioni industriali, la politica economica del padronato. La difesa degli interessi operai non deve essere subordinata né condizionata all’economia nazionale, aziendale, di settore, industriale né alla cosiddetta «ripresa produttiva», alla riorganizzazione dell’apparato economico e produttivo. Gli interessi economici immediati degli operai dovrebbero essere l’unico ed esclusivo compito di organizzazioni sindacali che pretendono di richiamarsi alla classe operaia. Ma i Sindacati attuali, tutti nessuno escluso, e le loro centrali nazionali oggi ancor più esplicitamente di sempre non sono disposti a mettersi al servizio unilaterale, esclusivo, assoluto della difesa del posto di lavoro, del salario, della salute, della vita dei salariati, dei loro figli, delle loro famiglie. Questi maledetti apparati bonzeschi si sono votati soltanto a contemperare i bisogni dei lavoratori con l’interesse delle aziende, dell’economia borghese, del suo Stato. Interesse opposto a questi bisogni, che si esprime nel contrasto aperto o velato, esplicito o camuffato, nella sottomissione del lavoro all’ingordigia di profitto del capitale, il che vuol dire che non la cede a nessuna considerazione umanitaria, a nessun sentimentalismo. La borghesia è pronta a stritolare tutto quanto si oppone alla realizzazione dei suoi profitti, è disposta a tutto. Disposti a tutto non sono i sindacati tricolori. Pronti ad usare tutte le armi, nessuna esclusa, nella sola difesa dell’operaio, non lo sono.
Che farsene, allora, di questi baracconi? I Lama, gli Storti e i Vanni, e reggicoda vari, sono i fiduciari del capitalismo nelle organizzazioni operaie, ben sostenuti dai luogotenenti politici della borghesia, i falsi partiti operai. Sono, che piaccia o non piaccia loro, per la politica che rappresentano i tromboni della Fiat, della Pirelli, dei monopoli grandi e piccoli.
I salariati non possono sperare alcuna difesa reale, sincera, disinteressata da queste bande né da altre che parlano la stessa lingua, che pretendono di tenere in equilibrio sullo stesso piano il pane del proletario e l’insaziabile bisogno di lucro dell’azienda.
La classe operaia ha bisogno in assoluto di organizzazioni sindacali che si pongano al servizio esclusivo dei suoi bisogni immediati, a difesa del salario, del posto di lavoro, e di ogni altra necessità immediata.
Se le lotte per i rinnovi contrattuali riusciranno ad esprimere questa spinta rinnovatrice per la rigenerazione del movimento sindacale operaio, ciò significherà che la classe operaia non è disposta a tollerare di essere l’oggetto delle mene politiche di nessuno, che i suoi interessi siano articoli di scambio tra i vari partiti opportunisti e borghesi; ciò significherà che la classe operaia intende lottare sul terreno della lotta di classe e dell’azione diretta contro chiunque si opponga alla sua emancipazione dalla schiavitù salariale.
Proprio a Firenze, dove si è conclusa la festa nazionale dell’Unità, abbiamo potuto cogliere dalla viva voce di sinceri e genuini operai iscritti al PCI sentimenti di autentica combattività contro il capitalismo e il padronato, in stridente contrasto con quanto il quotidiano piccista scriveva e il suo segretario affermava nel discorso celebrativo, per convincere con equilibrismo circense gli uni e gli altri che il PCI non farà male a nessuno, che la sua assunzione al governo dello Stato borghese e democratico non significherà rivoluzione né dittatura dei nullatenenti, ma «giustizia», «fraternità» e «uguaglianza»!
Certamente questi proletari si aspettano la vittoria del comunismo, che non si immaginano come sia, ma che sanno debba dare loro il lavoro, un salario «umano», una casa, soddisfare i bisogni elementari. Essi hanno aderito al PCI convinti che un giorno questo, almeno questo, sarà.
Per noi è chiaro che questa fiducia è tradita dal PCI e non costituirà una delusione il giorno in cui le attese operaie verranno esplicitamente dimenticate in nome di interessi nazionali, patriottici, e poi apertamente combattute in nome del «socialismo nell’ordine e nella democrazia».
Ma i capi del PCI potranno sempre giustificarsi di non aver mai promesso alle folle diseredate la «rivoluzione comunista», la «dittatura proletaria», bensì il contrario, la convivenza pacifica delle classi, delle classi ricche con quelle povere, lo Stato di tutti, dei padroni e dei proletari, un regime «pluralistico», appunto. Ed è vero. Essi non hanno mai propagandato tra le file operaie il programma del comunismo rivoluzionario, di Marx e Lenin, anche se in momenti di profondo disagio tra le file dei loro iscritti proletari, toccati dalla miseria, dalle mortificazioni e dalla fame prodotte dalla guerra, furono costretti a promettere che «un giorno», in condizioni favorevoli, avrebbero rispolverato la «rivoluzione», prudentemente chiusa a chiave nel cassetto di fondo, per non spaventare gli alleati borghesi e piccolo-borghesi e i loro partiti. Questo partito deluderà le masse proprio per non aver mantenuto la promessa di assicurare loro pane e lavoro, per non aver realizzato questo semplice «socialismo» dei «poveri».
Alla base del rapporto masse operaie-PCI, quindi, c’è una precisa condizione che va al di là delle parole, dei programmi politici, delle promesse formali, delle teorie. Questa condizione consiste nel mantenimento dei piccoli privilegi delle aristocrazie lavoratrici, nel miglioramento delle basse condizioni della classe operaia, e si estende anche agli interessi vitali dei piccoli contadini, della piccola borghesia che sostiene il PCI e dal quale si aspetta il suo «socialismo», fatto di tranquillità commerciale e di un governo «a buon mercato», non esoso. La crisi economica mondiale già in corso di sviluppo, stritolerà i privilegi di aristocrazie e mezze classi, che andranno ad ingrossare le file dei diseredati con cui il PCI dovrà fare i conti. Non saranno sufficienti le parole e le promesse. Le classi giudicano dai fatti, dalle conclusioni pratiche, in particolare chi non ha riserve, ha fame, ad un certo punto di tensione vuole tutto e subito, non concede altre scadenze, esige il saldo della cambiale.
Le prime scadenze si stanno approssimando. Sono i rinnovi contrattuali di quattro milioni di salariati che, a differenza di altre volte, rappresentano un punto nevralgico della situazione economica, sociale e politica, caratterizzata da una forte caduta dei salari reali, dall’incapacità di ripresa delle strutture economiche e produttive, dall’instabilità politica al governo dello Stato borghese, dalla tensione di tutte le forze politiche per tappare le falle e puntellare il regime. Il PCI, in questa situazione, all’unisono con le centrali sindacali collaborazioniste, esorta gli operai alla calma, a non esigere aumenti salariali se non nel «quadro» delle riforme, degli investimenti, ad attendere con pazienza e «senso di responsabilità» tempi «nuovi» che dovrebbero soddisfare i loro bisogni. Forse i quattro milioni di salariati, volenti o nolenti, staranno fermi, tra i sussidi statali e i piccoli aumenti salariali, se verranno concessi, sperando in questi piccoli margini d’attesa sotto l’incalzare della propaganda a sostegno del «risanamento» dell’economia nazionale, del ricatto di perdere il posto di lavoro, di essere tacciati di «corporativi» e «fascisti». Ma sarà solo una pausa. Il problema si riproporrà in maniera più massiccia, urgente e violenta. L’offensiva padronale spingerà gli operai ad esigere dal PCI il mantenimento delle promesse, la difesa delle loro condizioni vitali, la difesa fisica dalla violenza statale e poliziesca. Il PCI non è preparato né disposto per questa tattica. Anzi, l’ha abbandonata irreversibilmente da molti decenni. Il PCI è ormai partito costituzionale, di governo o di opposizione, partito cioè iscritto nei ruoli dello Stato, a sua disposizione e difesa contro chiunque ne attenti la sicurezza. È il partito dell’economia nazionale, votato a perpetuare il regime del profitto e del lavoro salariato. È il partito della società capitalistica, chiamato a eternare la divisione della società tra proletari e borghesi. Quando si tratterà di scegliere da quale parte stare, se con gli operai che reclamano a viva forza di lavorare, di mangiare, di vivere, o con i padroni o meglio con gli interessi dei padroni in mille modi mascherati da interessi della produzione, dell’economia nazionale; quando questa scelta sarà perentoria e non lascerà spazio a tentennamenti, a rinvii, a scamotti demagogici e esigerà la prova inconfutabile dei fatti, dell’azione pratica, dello schierarsi materiale, organizzato, consapevole di forze e non di discorsi, quando questa incombenza sarà, il PCI si comporterà come tutti i nemici dichiarati della classe operaia, si farà scudo dello Stato, delle aziende, della società borghese.
Gli operai inquadrati nel PCI devono chiedere sin d’ora se questo partito è disposto a difendere i loro interessi, gli interessi immediati, economici e sociali contro chiunque, all’occorrenza contro le stesse forze repressive dello Stato, con tutti i mezzi, senza esclusione di colpi. Perché i proletari non possono accontentarsi di «Feste», di oceaniche adunate, di garofani rossi, di dubbie rappresentazioni sceniche cullandosi nella droga della «festa e farina» senza pensare che dietro a questa droga c’è la «forca», la reazione del capitalista che vende cara la sua pelle prima di cedere, disposto a tutto pur di non mollare il suo portafoglio. Il campo dello scontro è quello economico, in cui si decide con armi politiche ogni questione, direttamente quella del salario, del posto di lavoro, della vita giornaliera dei proletari e indirettamente quella dello Stato capitalista e delle sue forze sociali e politiche. Il PCI sfugge da questa responsabilità diretta dichiarando «qualificato» il sindacato e farnetica di alta politica occulta o esplicita, si veste da furbo diplomatico.
Nemmeno il «socialismo» dei poveri che i lavoratori si attendono con semplicità e modestia è nel programma di questo partito. Sulla sua bandiera rosso-tricolore troneggia: Nazione e pace sociale.
L’attuale crisi mondiale del capitalismo che investe tutti i principali paesi capitalisti e che si manifesta con inflazione, calo della produzione industriale ed agricola e col conseguente aumento continuo del numero dei disoccupati, rendendo sempre più critiche le condizioni di vita del proletariato, tanto più si fa sentire nei paesi con economia più debole che sopravvivono all’ombra delle più grandi potenze imperialiste.
È questo il caso della Grecia ove negli ultimi anni, tanto per fare un esempio, mentre vi è stato un vertiginoso aumento del costo della vita giunto fino al 70-80% annuo, i salari sono rimasti pressoché invariati.
A questa situazione, disastrosa per la classe operaia, non ha certo portato giovamento il cambiamento verificatosi nel governo greco ove la «democrazia» ha spodestato la dittatura dei colonnelli troppo compromessi negli scandali verificatisi durante la recente guerra turco-cipriota. Gli operai più avanzati non si saranno fatti illusioni, a differenza dei vari pagliacci dell’opportunismo sinistroide, su Karamanlis e su quello che avrebbe rappresentato la nuova democrazia, ricordandosi che, sotto il suo precedente regime, per trovare lavoro erano costretti a farsi rilasciare un certificato di buona condotta dalla polizia politica, e non si saranno, in tal modo, meravigliati constatando che la democrazia non ha portato alcun miglioramento alle loro condizioni di vita che anzi, negli ultimi mesi, sono continuate a peggiorare.
La classe operaia greca si trova quindi schiacciata in condizioni economiche di mera sopravvivenza, oppressa dalla paura di una guerra con la Turchia, controllata da un apparato poliziesco che se ha cambiato i capi, non ha certo perso di efficienza rispetto a quello della «dittatura». In questa situazione giunge quindi tanto più esaltante l’occorrere di violenti scontri avvenuti a luglio ad Atene, quando 4.000 operai edili, una categoria tradizionalmente tra le più numerose e combattive della classe operaia greca, durante una manifestazione nel centro della capitale per richiedere aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro, si sono scontrati violentemente con la polizia ingaggiando una vera e propria battaglia per le strade della città.
Sui giornali borghesi si è tentato di spiegare questa magnifica espressione di collera proletaria dicendo che le violenze erano state volute da elementi provocatori «nostalgici della dittatura militare» (Le Monde) e Paese Sera, col dente avvelenato dell’opportunismo, dice testualmente descrivendo «i fatti»: «Al termine di un comizio organizzato dagli edili – comizio non autorizzato dal ministero degli interni – bande di neofascisti si sono infiltrate tra i lavoratori con il chiaro intento di provocare i disordini con le forze dell’ordine».
Quanto sia falso tutto questo può capirlo chiunque non abbia venduto la sua anima ai partitacci opportunisti. Quegli edili erano in piazza per rivendicare aumenti salariali perché il loro salario è ormai al limite della sopravvivenza, esigevano migliori condizioni di vita perché, loro che costruiscono le ville e le case di lusso per la borghesia, vivono in povere case alla estrema periferia di Atene, non erano in piazza per fare una festa, ma per lottare, per imporre i loro diritti e non c’era bisogno di nessun provocatore (che se ci fosse stato avrebbe avuto semmai le ossa rotte) per arrivare allo scontro con la polizia, cioè con lo Stato. Ma il fatto è un altro. Il fatto è che gli opportunisti, ed in primo luogo i due partiti comunisti greci, non vogliono scontrarsi con lo Stato borghese, ma vogliono difenderlo e dispiace loro che il primo anniversario della caduta del regime dei colonnelli (che ricorreva il 25-7-75), il primo anniversario di questa democrazia che ha permesso anche a loro di andare a riscaldare le panche parlamentari per meglio truffare i proletari, sia stato «funestato» da queste manifestazioni di violenza di classe.
Noi sappiamo chi sono i provocatori per i signori opportunisti greci, italiani e di tutto il mondo, SONO GLI OPERAI PIÙ COMBATTIVI, QUELLI CHE NON CREDONO ALLE LORO MENZOGNE SULLA PACE SOCIALE, QUELLI CHE NON VOGLIONO VENIRE A PATTI CON LO STATO E CON I PADRONI, QUELLI CHE NON HANNO NIENTE DA DIFENDERE NELL’INGANNEVOLE DEMOCRAZIA BORGHESE, QUELLI CHE NON SI PIEGANO!
PUNTI SOMMARI CHE RIASSUMONO LA VISIONE DEL PARTITO MARXISTA VERSO LE LOTTE ECONOMICHE E GLI ORGANISMI ECONOMICI IMMEDIATI DELLA CLASSE OPERAIA
I
Necessità inderogabile dell’azione e dell’organizzazione degli operai sul terreno economico: l’azione difensiva degli operai sul terreno economico e la conseguente organizzazione sono un dato oggettivo, scaturiscono cioè non dalla volontà, ma dalle stesse condizioni in cui gli operai si trovano a vivere. Questa necessità oggettiva della lotta e della organizzazione proletaria economica è stata storicamente riconosciuta dalla borghesia stessa la quale, passato un primo periodo, ha considerato ineliminabile il movimento economico del proletariato e si è sforzata, al contrario, di controllarlo in mille forme.
II
La lotta economica degli operai, cioè la lotta sul terreno della difesa delle condizioni di vita nei loro diversi aspetti fornisce la base reale della lotta di classe e della lotta rivoluzionaria. Da quando il marxismo esiste, per la nostra teoria, la mobilitazione rivoluzionaria della classe proletaria si fa sul terreno delle rivendicazioni e delle lotte immediate che i gruppi proletari conducono per i loro interessi contingenti e che il partito ha il compito di indirizzare verso l’urto rivoluzionario contro lo Stato borghese e per la dittatura, non negandole, ma incoraggiandole, estendendole, potenziandole e dimostrandone l’inevitabile sbocco rivoluzionario. La lotta rivoluzionaria di classe, la lotta politica, non è altro che la lotta per le condizioni materiali giunta ad un certo grado di intensità che la rende obiettivamente incompatibile con la permanenza del regime borghese ed influenzata dal partito di classe.
III
Il dato di fatto che la lotta economica degli operai divenga ad un determinato momento obiettivamente rivoluzionaria, cioè urti obiettivamente contro le basi stesse del regime capitalistico, non implica la coscienza soggettiva di questo fatto nei singoli partecipanti alla lotta né tanto meno la loro globale coscienza politica. Crea soltanto il terreno favorevole all’affermarsi dell’indirizzo politico del partito nelle organizzazioni economiche di classe, il terreno favorevole alla conquista di queste al partito ed al passaggio nella sua organizzazione dei singoli proletari che hanno preso coscienza della necessità dell’attacco politico e del partito nel corso della lotta stessa.
IV
Nella nostra visione marxista gli organismi immediati della classe operaia non esprimono mai in se stessi (tanto meno per la loro forma strutturale) la coscienza rivoluzionaria.
Essi esprimono le esigenze dell’azione proletaria, mentre la coscienza è rappresentata solo dall’organo specifico partito. Esprimendo esigenze immediate della classe operaia questi organismi non possono che esprimere il grado di coscienza che deriva loro dall’azione stessa: la coscienza della necessità della unione di tutti gli operai per reagire allo schiacciamento capitalistico. Il raccordamento dell’azione proletaria alla finalità generale e storica della rivoluzione non può venire che dal partito.
V
Ne deriva che gli organismi operai immediati possiedono una loro funzione e sono in grado di svolgerla non in quanto esprimono un determinato indirizzo politico ma in quanto sono aperti a tutti gli operai e soltanto ad essi indipendentemente dalle loro convinzioni ideologiche, religiose, politiche. I sindacati economici, per esempio, devono essere in grado di riunire tutti i lavoratori disposti a condurre la lotta per la difesa delle loro condizioni materiali di esistenza contro la pressione capitalistica; gli organismi sovietici devono riunire tutti gli operai che sentono la necessità di organizzare il potere della classe lavoratrice; i consigli di fabbrica sorsero, come ricordano le tesi del II Congresso, in quanto si pose materialmente al proletariato l’esigenza di superare la divisione professionale in ogni singola fabbrica e di controllare la produzione. Negli organismi operai immediati l’elemento di classe si presenta non come un elemento di coscienza, ma come un elemento fisico: organizzazione di elementi provenienti da un’unica classe sociale, i lavoratori salariati. Ma il raccordo fra queste azioni e queste organizzazioni degli operai e la finalità rivoluzionaria è affare del partito politico di classe senza il cui intervento esse continuano a svolgersi nell’ambito dei rapporti borghesi di produzione e del dominio borghese.
VI
Sta in questo la base del materialismo marxista secondo il quale l’azione precede la coscienza, la coscienza è riflessa, ritardata, anticipata solo nel partito di classe che ne è l’unico depositario prima, durante e dopo la rivoluzione. Negli organismi immediati l’azione di classe si svolge in maniera incosciente e questo vale per qualsiasi azione di classe: il proletariato segue il partito nella lotta per la conquista del potere, violenta ed armata, non perché abbia razionalmente conquistate le nozioni di violenza e di dittatura di classe. Le ha conquistate in maniera immediata, istintiva; gli si presentano cioè come una immediata ed inderogabile necessità pratica per difendere le proprie condizioni di vita. Perfino il passaggio dalla lotta di singole fabbriche e categorie per limitati interessi ad una lotta difensiva generalizzata si presenta al proletariato come una necessità pratica, non come un fatto di coscienza razionale. Il partito che questa coscienza possiede in termini generali e teorici spinge l’azione proletaria verso questi obiettivi finali spiegandoli e sollecitandoli come una necessità degli operai stessi per il buon risultato delle loro lotte immediate.
VII
È in base a questa visione che il marxismo giudica il carattere di classe degli organismi operai immediati. Non li valuta dalla ‘coscienza che hanno di se stessi’, ma dalle loro caratteristiche: riuniscono grandi masse di operai, li organizzano senza alcuna preclusione di carattere ideologico o politico, riuniscono solo elementi della classe operaia, sono strutturalmente indipendenti dallo Stato e dai partiti borghesi. Come è interesse del partito e della rivoluzione che le lotte immediate degli operai siano le più vaste ed estese possibili, così è interesse del partito che gli organismi operai siano aperti al maggior numero possibile di proletari. Mentre sosteniamo la necessità della massima chiusura del partito, sosteniamo dunque la necessità della massima apertura degli organismi operai immediati.
VIII
L’organizzazione operaia immediata non può coincidere con l’organizzazione del partito, né il partito ha interesse che questo avvenga neanche in manifestazioni parziali e locali. La conquista all’indirizzo politico del partito di un organismo operaio immediato non significa dunque, mai ed in nessun momento, la sua trasformazione in un organo chiuso accessibile solo a quei proletari che ne condividono l’indirizzo predominante. Questa tesi vale per tutto il corso rivoluzionario ed imposta correttamente il problema del necessario risorgere dei sindacati rossi diretti dal partito. La loro formazione non corrisponde ad una forma sindacale speciale, né tanto meno alla creazione di sindacati di partito o ad organismi nei quali sono ammessi solo quei proletari che condividono determinati principi, bensì ad un grado molto evoluto dello sviluppo della lotta di classe e dell’influenza del partito che perviene a sottomettere al suo indirizzo le associazioni operaie economiche senza che peraltro venga meno il loro carattere e la loro funzione operaia ed economica.
IX
Il carattere immediato, cioè non cosciente, degli organismi operai mentre ne definisce l’assoluta necessità agli effetti dell’azione di classe e dell’attacco rivoluzionario proprio perché il partito non può mai comprendere nelle sue file organizzate la maggioranza della classe operaia, mentre deve portare al combattimento proprio questa maggioranza, stabilisce anche il teorema che gli organismi operai devono essere conquistati dal partito di classe sempre e dovunque o sono conquistabili da un indirizzo politico collaborazionista, borghese e perfino reazionario e controrivoluzionario. Nelle lotte economiche che gli operai ingaggiano e nelle loro organizzazioni si svolge perciò una lotta costante per il loro influenzamento in senso rivoluzionario o in senso conservatore.
È evidente che la prevalenza dell’indirizzo rivoluzionario porta al completamento, all’approfondimento, all’estensione della funzione sindacale di difesa e delle lotte economiche; mentre la prevalenza di indirizzi borghesi e conservativi non può, a lungo andare, che snaturare la stessa funzione difensiva degli organismi operai. Lo stesso influenzamento da parte di indirizzi borghesi è possibile per gli organismi di tipo sovietico.
X
La realtà degli organismi economici immediati degli operai non può di conseguenza essere compresa in chiave formalistica dandosi a definizioni e studi statici della loro struttura e dei loro statuti che sono essi stessi il risultato di questo storico scontro per l’influenza sul movimento operaio economico. Tanto meno, lo abbiamo già detto, può essere dedotta dal loro indirizzo politico. La politica, la prassi, dà struttura e la capacità di assolvere i propri compiti degli organismi economici immediati è comprensibile soltanto ad una lettura dinamica e storica della lotta di classe che vede alla base una necessità oggettiva ed ineliminabile (quella dell’organizzazione degli operai per la difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro) e l’intervento, sulla base di essa, di vari fattori: tendenza del modo di produzione capitalistico, Stato e partiti borghesi, partito comunista ecc. L’intersecarsi di questi vari fattori e della loro azione determina la sorte delle lotte e degli organismi operai, sorte che si riflette nella loro politica e nella loro stessa struttura in un determinato momento.
XI
Nei grandi cicli storici della lotta di classe la dinamica delle forme sindacali ha perciò subito vicissitudini varie che hanno condotto a risultati diversi in ragione dell’azione dei fattori suddetti. Sommariamente, il primo grande slancio proletario (1848-1871) vede la spinta operaia ad organizzarsi sul terreno della difesa economica svolgersi in piena epoca liberistica e parlamentare della borghesia. Le organizzazioni e le lotte operaie sono proibite per legge e questo dà ad esse una caratteristica immediatamente (cioè incoscientemente) rivoluzionaria. Fatto economico e fatto politico si presentano immediatamente collegati nella repressione armata dei moti economici e questo collega con mille fili favorevolmente il partito proletario agli organismi economici. Alla fine del ciclo c’è la repressione armata del proletariato francese, la scissione dell’Internazionale, l’abbandono di essa da parte delle potenti Trade Unions inglesi che preannunciano già una tendenza alla chiusura corporativa ed alla subordinazione ad indirizzi conservatori borghesi. Alla fine del ciclo un risultato è fissato per il proletariato europeo: il movimento economico e l’organizzazione economica degli operai appare ormai ineliminabile. La borghesia non si proporrà più la sua distruzione ma il suo influenzamento ed il suo distacco dal partito politico. Il secondo ciclo (1871-1914) vede crescere ed estendersi il movimento e l’organizzazione operaia sul terreno economico. Il partito proletario interviene attivamente nell’incoraggiare e potenziare le lotte e le organizzazioni economiche. La borghesia tende ad influenzarle con tutte le armi a sua disposizione: contro i sindacati ‘rossi’ cioè influenzati e collegati al partito crea le organizzazioni bianche e gialle. Negli stessi sindacati rossi fa penetrare tramite la destra riformista la tesi della neutralità sindacale; approfittando del periodo espansivo della propria economia tende a concedere tutta una serie di benefici immediati a gruppi del proletariato basando sopra questa realtà la tendenza a sopravvalutare l’azione economica, a volgerla sui binari della pacifica e giuridica trattativa, a separarla dall’azione politica contro lo Stato. È l’epoca in cui nel partito proletario, l’ala rivoluzionaria marxista combatte contro la neutralità dei sindacati, contro il loro tentativo di imporsi, insieme con il gruppo parlamentare, allo stesso partito. Il ciclo termina con l’aggiogamento dei sindacati operai al carro della difesa della patria. È la più grande vittoria della classe borghese sulla classe operaia. Il terzo ciclo si apre con la fine della guerra. Il proletariato dà il via ad una potente ondata di lotte ed affluisce nei sindacati esistenti cercando di strapparli dalle mani dei dirigenti opportunisti. In ogni paese immenso aumento degli iscritti ai sindacati, mentre le stesse necessità della lotta creano nuovi organismi economici (Consigli di fabbrica ecc.). Viene spezzata dallo slancio proletario la pratica legalitaria della burocrazia sindacale, viene imposta l’eliminazione di tutte le clausole restrittive nel campo organizzativo che impedivano l’accesso ai peggio pagati ecc. I sindacati che, durante la guerra, si erano completamente asserviti alle rispettive borghesie ed erano divenuti strumenti dello sforzo bellico ora, sotto la spinta delle masse in lotta, divengono rapidamente organismi di battaglia di classe. La situazione economica e l’influenza del partito rivoluzionario convergono nell’elevare le lotte economiche a lotte politiche per la conquista del potere e man mano che la lotta si radicalizza una parte sempre maggiore degli organismi sindacali passa sotto l’influenza dell’indirizzo rivoluzionario. Si creano due centri internazionali del movimento sindacale: Mosca contro Amsterdam. La parola d’ordine dell’Internazionale comunista e dell’Internazionale dei sindacati rossi è ‘Conquista dei sindacati!’. Viene combattuta la parola d’ordine di falsa sinistra: ‘Distruzione dei sindacati! Loro sostituzione con Unioni operaie rivoluzionarie!’. È l’epoca del fronte unico sindacale: il partito «costruisce nei sindacati il sicuro congegno della sua influenza sulla classe». È l’epoca in cui il partito combatte contro le tendenze kapedeiste, per l’apertura degli organismi economici ad ogni e qualsiasi operaio e contro la loro chiusura su basi ideologiche. Al 1926 il ciclo è chiuso con la più colossale sconfitta che il movimento proletario abbia mai subito nella sua storia. Si apre il ciclo che potremmo chiamare della controrivoluzione, tuttora in atto. Già nel ciclo precedente si sono delineati metodi e concezioni che si esplicheranno pienamente nell’epoca attuale: la tendenza a chiudere le organizzazioni sindacali all’influenza del partito ed ai proletari peggio pagati, cioè alle restrizioni organizzative, la tendenza a portare i sindacati nell’ambito nazionale sottomettendoli ad una politica di ricostruzione dell’economia nazionale. Contro questa politica degli opportunisti il partito ha fatto, per esempio in Italia nel 1922, appello alla ‘difesa dei sindacati rossi tradizionali’. A fianco di questa tendenza c’è stata la distruzione fisica dei sindacati in Italia ed in Germania e l’inquadramento del proletariato in organismi coattivi strettamente dipendenti dall’apparato statale. Il ciclo della controrivoluzione si apre su di un riflusso della lotta operaia non solo sul terreno rivoluzionario, ma sullo stesso terreno economico. Per la prima volta nella storia la borghesia dopo il 1926 è completamente libera nell’influenzamento del movimento sindacale operaio. Ma il capitalismo stesso si svolge nel senso dell’accentramento economico monopolistico e dell’interventismo statale, in tutti i paesi sia ‘democratici’ che fascisti. Lo Stato diventa il vero protagonista dello svolgimento capitalistico e tende al controllo non solo dell’economia, ma dello stesso movimento sindacale il quale, da parte sua, in mancanza di una qualsiasi influenza rivoluzionaria tende a sottomettersi allo Stato, ad essere giuridicamente riconosciuto ecc. Questo ‘gran fatto nuovo dell’epoca contemporanea’ è stato riconosciuto dal partito e ‘segna lo svolgimento sindacale in tutti i paesi’. La prima caratteristica di questo svolgimento è stata la sparizione storica della differenziazione fra sindacati bianchi, gialli e rossi: a questa è subentrata la monosindacalità, cioè l’esistenza di un’unica centrale sindacale in tutti i paesi, strettamente infeudata ad una politica legalitaria e di difesa degli ‘interessi nazionali’. È interessante, a questo proposito, la trasformazione su basi non confessionali degli ex sindacati cristiani, ad indicare che il metodo usato dalla borghesia per influenzare il movimento operaio nel periodo ‘pacifico’ contrapponendo ai sindacati rossi sindacati ‘scissionisti’ bianchi e gialli ha fatto il suo tempo subentrandovi il diretto collegamento fra sindacati e Stato. La scissione sindacale del 1949 in Italia ed in Francia si spiega così non come un ritorno alla vecchia differenziazione sindacale, ma come un coefficiente di politica estera da una parte e di indebolimento e disorientamento del proletariato dall’altra. Non centrali bianche e gialle opposte ad una centrale tricolore, ma tre centrali tricolori con le stesse caratteristiche e la stessa politica. Il risultato di questo ciclo è stato l’affermarsi del sindacato tricolore.
XII
È importante comprendere che si è trattato e si tratta di un risultato dello scontro di forze storiche nettamente sfavorevole alla classe proletaria ed al partito rivoluzionario e non di una nuova forma o di una nuova ricetta che il capitalismo avrebbe inventato. Il sindacalismo tricolore, cioè la sottomissione della politica sindacale alle sorti dell’economia nazionale, i mille legami che collegano i sindacati attuali al padronato e allo Stato, la loro prassi opposta all’uso dei metodi della lotta diretta e contraria alle stesse rivendicazioni economiche nella misura in cui esse urtano contro le esigenze della conservazione sociale e politica non sono altro che il risultato di un ciclo storico che ha visto il proletariato come classe rivoluzionaria completamente assente dalla scena storica e che ha permesso perciò al capitalismo di svolgersi ‘liberamente’ secondo le sue esigenze e le sue leggi con la complicità del monopolio opportunista sulla classe operaia. In questo senso il sindacalismo tricolore è, per quanto strano possa sembrare, il modo in cui il proletariato d’Europa, sconfitto fisicamente e moralmente in una lunga e generale battaglia in cui aveva tentato l’assalto al potere borghese, privato del suo partito di classe dalla controrivoluzione staliniana, corrotto dalle briciole dei profitti realizzati dalla borghesia europea ed americana nello sfruttamento del resto del mondo ed infine in presenza di uno sviluppo che tende alla concentrazione ed al monopolio statale di tutta la vita sociale ed economica, si è organizzato per condurre le sue lotte economiche. Per questo il partito non ha mai preconizzato l’uscita dai sindacati esistenti od il loro boicottaggio purché mantenessero il carattere di adesione libera e permettessero di fatto il lavoro dei comunisti al loro interno.
Perché l’esistenza di questi sindacati esprime uno stato reale della classe operaia da cui essa uscirà soltanto attraverso la ripresa delle lotte economiche conseguente ad una crisi capitalistica che farà perdere ai proletari europei le loro riserve, i loro privilegi di aristocrazie.
XIII
Nel riproporsi di un ciclo critico mondiale dell’economia capitalistica, il partito ha previsto l’immancabile ripresa di azione sindacale delle masse contrapponendosi frontalmente a tutte le previsioni aberranti ed antimarxiste che vorrebbero superata l’azione e l’organizzazione sindacale, cioè la lotta e l’organizzazione dei proletari sul terreno economico. Sarà ingaggiata di nuovo la lotta fra le esigenze immediate degli operai e quegli organismi sindacali che sono il prodotto del ciclo controrivoluzionario. Da questa lotta rinasceranno gli organismi economici di classe, i sindacati di classe. Varie potranno essere le forme che questi organismi assumeranno, ma unica la caratteristica e la funzione: saranno organismi operai aperti ed organismi economici.
XIV
In questo processo di ricostituzione dei sindacati di classe vanno tenuti presenti diversi fattori. In primo luogo la corretta argomentazione di Trotski (‘I sindacati nell’epoca imperialistica’) secondo la quale le distanze fra lotta economica e lotta politica nell’epoca dell’imperialismo avanzato risultano accorciate. Questo significa non che gli organismi economici di classe risorgeranno solo sotto l’impulso del partito ritornato per chissà quale miracolo ad essere una forza operante, né tanto meno che saranno organismi di partito o a base ideologica. La nostra prospettiva è opposta e afferma che solo dalla rinascita della rete associativa economica di classe il partito trarrà gli elementi del suo rafforzamento in modo autonomo. Inoltre la nostra prospettiva descrive un corso complesso di lotta che dovrà dare al partito l’influenza su questi nuovi organismi, i quali perciò potranno (ed in una certa misura dovranno) essere all’inizio influenzati da tendenze non rivoluzionarie preponderanti sulla nostra.
La tesi di Trotski e nostra è che questi organismi avranno un ciclo di vita ‘autonoma’ estremamente più breve di quella che potevano avere nell’epoca progressiva del capitalismo: dopodiché o ricadranno sotto l’egida dello Stato borghese o cadranno sotto l’influenza dell’indirizzo rivoluzionario. Questa prospettiva è coerente al ruolo preponderante assunto dallo Stato non solo come organo politico, ma anche come gestore dell’economia; ne deriva l’urto ravvicinato delle lotte economiche proletarie contro l’apparato statale e perciò la loro rapida trasformazione in lotte politiche.
La questione dell’indirizzo politico che deve influenzare gli organismi economici e della conquista di questi da parte del partito diventerà perciò più immediata e pressante, perché costituirà la garanzia del loro permanere su basi classiste anche solo nell’azione economica.
XV
Gli organismi economici di classe risorgeranno dalla ripresa della lotta di classe la quale urterà contro lo Stato da una parte e contro l’opportunismo tricolore dall’altra. Perciò il partito non surroga questo processo proponendosi esso la fondazione di sindacati i quali per esistere hanno bisogno del concorso di masse estese di proletari. Ciò non toglie che il partito indichi alla classe questa inderogabile necessità e ne favorisca con tutte le sue forze la realizzazione. Nella misura in cui riesce a parlare agli operai esso indica loro la necessità di organizzarsi sul terreno sindacale economico contro la politica sindacale ufficiale in vista del risorgere dei sindacati di classe. Alle lotte anche episodiche, agli episodi di insubordinazione alla politica sindacale ufficiale, agli scoppi di azioni economiche ‘selvagge’ anche limitate ad una fabbrica o ad un gruppo ristretto di proletari il partito deve indicare la necessità che gli sforzi anche di pochi operai non si disperdano e si esauriscano nei limiti dell’azione contingente ma si rivolgano all’organizzazione di una opposizione sindacale la quale in mille modi potrà favorire il risorgere in svolti favorevoli di lotte ampie e generali di organismi economici di classe. In questa previsione ed in questa azione il partito, a differenza di tutti gli altri raggruppamenti proporrà una opposizione globale alla politica opportunistica riconoscendo che questa in cinquanta anni è pervenuta non solo a subordinare gli interessi del proletariato allo Stato borghese, ma anche ad uno snaturamento dei metodi della lotta di classe e ad una deformazione della stessa organizzazione del sindacato. In contrapposizione a tutti gli altri raggruppamenti politici che tendono ad indirizzare gli sforzi dei pochi operai che sono disposti a combattere contro la politica tricolore verso forme spurie e popolari di organizzazione da una parte, verso forme intermedie fra partito e sindacato dall’altra, chiudendo perciò in limiti ideologici e politici i primi gruppi operai, il partito rivendicherà che l’opposizione deve svolgersi sul terreno economico sindacale e che gli organismi operai eventualmente sorti devono essere non chiusi su presunti programmi politici, ma aperti a tutti i lavoratori indipendentemente dalle loro convinzioni politiche su di una piattaforma di difesa delle condizioni economiche. Il partito rivendicherà perciò la costituzione contro la politica dei tricolori di organismi che comprendano solo operai ed ai quali gli stessi possano aderire senza nessuna preclusione. Il partito, nella giusta comprensione materialistica del processo rivoluzionario, sarà perciò come nel I dopoguerra il garante della apertura indiscriminata degli organismi operai economici cosa che gli permetterà nella pratica di essere il difensore più accanito, oggi come allora, della «chiusura» assoluta del partito.
Il testo che segue costituisce la terza delle cinque parti in cui si articola il lavoro «Il Partito Comunista nella tradizione della Sinistra», del giugno 1974, prodotto dallo sforzo collettivo del partito per rimettere ordine nelle questioni fondamentali, poste in discussione ogni volta che l’organizzazione subisce sbandate che di norma, almeno fino ad oggi, si concretizzano in fratture più o meno vistose ed estese, più o meno fertili al fine del potenziamento dell’azione del partito sulla base della continuità ed unicità di teoria, programma, tattica ed organizzazione. Nulla v’è da modificare nel testo, salvo dettagli puramente formali, composto «di getto» sotto l’incalzare di urgenze dettate dal bisogno sempre presente ed impellente di rimettere in piedi i fondamenti su cui nel 1952 il Partito aveva preso a marciare.
Questo lavoro è contenuto in un opuscolo, primo di una serie, perché allora non era stata varata la nuova testata dell’organo di stampa del Partito, Il Partito Comunista, appunto. In tal modo la circolazione del testo è stata forzatamente limitata mentre è indispensabile che i compagni, e i lettori, i proletari che seguono la nostra lotta conoscano e studino le soluzioni che la Sinistra ha dato e dà al complicato intrecciarsi delle questioni, riassumibili nel titolo di un nostro testo classico «Natura funzione e tattica del partito comunista rivoluzionario della classe operaia» del 1945.
III PARTE
Premessa
«Il partito comunista non è un esercito, né un ingranaggio statale» ribadiscono continuamente le nostre tesi, sia quelle che stilammo quando ci opponevamo al «volontarismo organizzativo» che dal 1923 in poi prese piede e rovinò la III internazionale, sia quelle che abbiamo posto a base della vita del partito ricostituito nel II dopoguerra, sulla base di quella tragica esperienza. Il partito è, viceversa, un’organizzazione «volontaria» non nel senso che vi si aderisce per libera scelta razionale, cosa che anzi neghiamo, ma nel senso che ogni militante «è materialmente libero di lasciarci quando voglia» e che «neanche dopo la rivoluzione concepiamo la iscrizione forzata nelle nostre file». Quando si è nell’organizzazione si è tenuti all’osservanza della più ferrea disciplina nell’esecuzione degli ordini centrali, ma la trasgressione a questa regola non può essere eliminata dal centro se non attraverso la espulsione dei trasgressori. Il centro non dispone, per farsi obbedire, di altre sanzioni materiali.
È partendo da questa elementare definizione che dobbiamo rintracciare gli elementi che garantiscono nel partito la disciplina più assoluta; e questa semplice constatazione esclude già che la disciplina nel partito possa essere ottenuta con un insieme di imposizioni a carattere burocratico o con misure di coercizione. A che cosa aderisce il militante di partito? Aderisce ad un insieme di dottrina, programma, tattica, aderisce ad un fronte di azione e di combattimento che istintivamente ritiene comune a se stesso e a tutti coloro che insieme a lui lo accettano. Che cosa può mantenere il militante sul fronte di battaglia e renderlo ligio ed obbediente agli ordini che gli pervengono? Non certo le imposizioni di questi ordini, bensì il riconoscimento che essi si collocano su quel terreno comune, sono coerenti ai principi, alle finalità, al programma, al piano di azione a cui esso ha aderito. È dunque nella misura in cui l’organo partito sa muoversi su questa base storica, sa acquisirla, sa permearme tutta la sua organizzazione e la sua attività che si pongono le condizioni reali per l’esistenza della disciplina più assoluta. Nella misura in cui questo si verifica i casi di indisciplina, non riconducibili a questioni individuali, divengono meno frequenti ed il partito acquisisce un comportamento univoco nell’azione. Il lavoro per creare un’organizzazione veramente centralizzata e capace di rispondere in ogni momento a disposizioni unitarie, consiste dunque essenzialmente nella continua precisazione e scolpimento dei cardini di teoria, di programma, di tattica e nel continuo uniformarsi ad essi dell’azione del partito, dei suoi metodi di lotta.
Dunque, nel partito primeggiano precisazioni e chiarimento delle basi, sulle quali soltanto l’organizzazione può esistere. Ad eliminare per sempre la stupida equazione: centralismo=burocratismo riportiamo alcune citazioni delle Tesi del III congresso mondiale che furono riprese e puntualmente commentate nei nostri appunti per le tesi sull’organizzazione del 1964.
Di seguito allineamo le citazioni dai nostri testi fondamentali che, divise in capitoli e disposte in ordine cronologico, servono a dimostrare in che cosa la sinistra, traendo le lezioni di una tragica esperienza storica, abbia individuato le «garanzie» della centralizzazione e della disciplina nell’organo partito, garanzie, certo non assolute, in quanto il partito è al tempo stesso prodotto e fattore della storia e, di conseguenza, il suo rafforzarsi, svilupparsi, centralizzarsi o viceversa disgregarsi e perire è in primo luogo ostacolato o favorito dallo svolgersi delle situazioni storiche, ma che servono comunque ad indicare che cosa può favorire il realizzarsi della massima centralizzazione e disciplina e che cosa, al contrario, può favorire l’indisciplina il frazionismo, la disgregazione organizzativa.
La prima serie di citazioni, sotto il titolo: «Il modello di organizzazione» definisce in maniera irrevocabile che la «garanzia» che il partito si muova in maniera centralizzata e disciplinata non risiede appunto in un «modello» organizzativo il quale applicato al partito renderebbe impossibile il frazionismo e l’indisciplina. Dire, a priori: la struttura del partito deve essere questa o quest’altra e l’indisciplina, la contestazione, il dissenso nascono dal fatto che non possediamo questa struttura-modello significa cadere nell’idealismo e nel volontarismo. È tesi nostra, in mille circostanze ribadita, che la struttura organizzata e centralizzata del partito nasce e si sviluppa sulla base dello svolgimento di tutta quanta la complessa attività del partito, come conseguenza e strumento di essa. In termini 1967 la questione si definisce nel modo seguente:
«Forza reale operante nella storia con caratteri di rigorosa continuità, il partito vive e agisce non in base al possesso di un patrimonio statutario di norme, precetti e forme costituzionali, al modo ipocritamente voluto dal legalismo borghese o ingenuamente sognato dall’utopismo pre-marxista, architetto di ben pianificate strutture da calare belle e pronte nella realtà della dinamica storica, ma in base alla sua natura di organismo formatosi, in una successione ininterrotta di battaglie teoriche e pratiche, sul filo di una direttrice di marcia costante: come scriveva la nostra «piattaforma» del 1945, le norme di organizzazione del partito sono coerenti alla concezione dialettica della sua funzione, non riposano su ricette giuridiche e regolamentari, superano il feticcio delle consultazioni maggioritarie».
È nell’esercizio delle sue funzioni tutte e non una, che il partito crea i propri organi, ingranaggi, meccanismi; ed è nel corso di questo stesso esercizio che li disfa e li ricrea, non ubbidendo in ciò a dettami metafisici o a paradigmi costituzionali, ma alle esigenze reali e appunto organiche del suo sviluppo. Nessuno di questi ingranaggi è teorizzabile né a priori né a posteriori; nulla ci autorizza a dire per dare un esempio molto terra terra, che la migliore rispondenza alla funzione per cui uno qualunque di essi è nato sia garantita dal suo maneggio da parte di un solo o di più militanti, la sola richiesta che ci si possa fare è che i tre o i dieci – se ci sono – lo maneggino come una volontà sola, coerente a tutto il percorso passato e futuro del partito, e che l’uno, se c’è lo maneggi in quanto nel suo braccio e nella sua mente operi la forza impersonale e collettiva del partito e il giudizio sulla soddisfazione di tale richiesta è dato dalla prassi, dalla storia, non dagli articoli del codice. La rivoluzione è un problema non di forma ma di forza; lo è altrettanto il partito nella sua vita reale, nella sua organizzazione come nella sua dottrina. Lo stesso criterio organizzativo di tipo territoriale anziché «cellulare» da noi rivendicato non è né dedotto da principi astratti e intemporali, né elevato a dignità di soluzione perfetta e intemporale; lo adottiamo solo perché è l’altra faccia della primaria funzione sintetizzatrice (di gruppi, di categorie, di spinte elementari) che assegnamo al partito.
La seconda serie di citazioni, stabilisce che, essendo il partito organismo formato sulla base di volontarie adesioni, la «garanzia» che risponda alla più severa disciplina deve essere ricercata nella chiara definizione delle norme tattiche uniche ed impegnative per tutti, nella continuità dei metodi di lotta e nella chiarezza delle norme organizzative. Quando la Sinistra vide l’Internazionale dilaniarsì nel frazionismo e nella insubordinazione non ne trasse la lezione che occorrevano dei particolari meccanismi organizzativi o un centro più forte e più capace di reprimere le velleità autonomistiche delle singole sezioni. Ne trasse la lezione che gli sbandamenti, la mancanza di disciplina, la resistenza agli ordini erano l’effetto di una imperfetta sistemazione delle norme tattiche, di una discontinuità nei metodi di azione del partito e dei contorni sempre più sfumati che l’organizzazione andava assumendo attraverso il metodo delle fusioni, dei filtraggi, del noyautage in altri partiti ecc.
La tesi della Sinistra fu che, senza ristabilire saldamente questo terreno pregiudiziale a qualsiasi organizzazione, non si sarebbe mai e con nessun marchingegno ottenuta una forte e disciplinata struttura organizzativa, né un forte centro mondiale dell’azione proletaria. Ne derivano affermazioni costanti della Sinistra come quella che «la disciplina non è un punto di partenza, ma un punto di arrivo», «è il riflesso ed il prodotto dell’attività del partito sulla base della dottrina, del programma, delle norme tattiche omogenee ed unitarie».
La terza serie dimostra, alla luce dell’esperienza storica, che, quando nel partito si presentano e divengono frequenti i casi di dissenso o di frazionismo, questo significa non che «la borghesia si sta infiltrando», ma che «qualcosa non va nel lavoro e nella vita del partito».
Le frazioni sono il sintomo di una malattia del partito, non la malattia stessa. La malattia consiste nel disgregarsi per mille ragioni ed una di quella base omogenea di principi, dottrina, programma, tattica su cui poggia l’unità e la disciplina organizzativa.
Il rimedio al moltiplicarsi dei dissensi e delle frazioni non va dunque cercato in una «esasperazione a vuoto dell’autoritarismo gerarchico», nell’intensificazione delle pressioni e repressioni organizzative e disciplinari, nel cambiamento di posto di uomini o di gruppi, nei processi e nelle condanne e tanto meno nella richiesta della «disciplina per la disciplina». Il terrore ideologico, le espulsioni, lo scioglimento di gruppi locali, le imposizioni e le costrizioni devono tendere a scomparire se l’organismo di partito è sano: tendono ad intensificarsi e a divenire la regola di funzionamento del partito quando questo si avvia alla degenerazione e alla morte. Tanto è ribadito nella quarta serie di citazioni, mentre la serie successiva culmina nella definizione della vita interna di partito non come scontro fra uomini e gruppi, fra correnti e frazioni che si contendono la direzione del partito, ma come lavoro di continua ricerca e definizione razionale dei cardini teorici, programmatici e tattici su cui deve poggiare l’azione organizzativa del partito. Nel partito l’omogeneità e la disciplina non si raggiungono attraverso la «lotta politica interna», ma attraverso un lavoro collettivo e razionale per definire sempre meglio e per acquisire sempre di più quei cardini che formano la base dell’azione del partito e che sono a tutti comuni e da tutti accettati. Niente lotta politica interna.
1 – IL «MODELLO» DI ORGANIZZAZIONE
Definito il fatto che il partito comunista deve per la necessità stessa della sua azione prima, durante e dopo la conquista del potere politico, possedere una struttura centralizzata e gerarchica come necessario strumento dell’unicità di tattica, dobbiamo esaminare la dinamica reale per cui questa struttura si realizza e si potenzia. È nostra, infatti l’affermazione di Lenin nel Che Fare?: «Senza un’organizzazione salda, preparata alla lotta politica in ogni momento e in tutte le situazioni, non si può parlare di quel piano sistematico d’azione, illuminato da principi fermi e rigorosamente applicato che è l’unico che meriti il nome di tattica». Senza una organizzazione centralizzata ed unitaria non si può parlare di realizzare una tattica unitaria; l’organizzazione unica è lo strumento materiale di azione senza il quale non può esistere una tattica unica. Ma la prima e determinante affermazione che noi troviamo costantemente nei nostri testi e che risponde pienamente al pensiero di Lenin del Che Fare? e del terzo congresso dell’Internazionale, è quella che questa organizzazione non nasce come «modello» nella testa di qualcuno per essere poi calata nella reale dinamica del partito. Non esiste un «modello» di partito a cui debba uniformarsi la sua dinamica reale. Non esiste il «modello bolscevico» o il modello «della Sinistra» determinabili e teorizzabili in astratto ed a priori sui quali modellare la struttura del partito. L’ipotesi aprioristica di un simile «modello» costituì la base della cosiddetta «bolscevizzazione» della III Internazionale che non servì a formare dei partiti «bolscevici», ma a distruggere i partiti comunisti nel primo dopoguerra.
La dizione del centro di Mosca ormai degenerante, fu, dal 1924 in poi: «i partiti comunisti d’Europa sono impotenti a sfruttare le occasioni rivoluzionarie, ad applicare la giusta politica rivoluzionaria, perché mancano di una struttura organizzativa come quella che possiede il partito bolscevico di Russia». Veniva così invertito il problema, in quanto si affidava la realizzazione dell’indirizzo rivoluzionario dei partiti all’esistenza o meno di una certa struttura organizzativa, di un modello appunto. E fu la fine dei partiti e dell’Internazionale. Se è vero, infatti, che la disciplina non è un punto di partenza, ma un punto di arrivo, il punto di arrivo dell’attività collettiva del partito sulla base di una teoria, di un programma, di una tattica unica ed omogenea, è vero anche che la struttura organizzata del partito è anch’essa «un punto di arrivo e non un punto di partenza»; è il punto di arrivo, il riflesso del muoversi del partito sulle sue basi teoriche, programmatiche e tattiche in determinate condizioni storiche, sociali e politiche in cui questa attività complessa si svolge. L’organizzazione per cellule di fabbrica del partito bolscevico non rispondeva certo ad un modello di organizzazione inventato da Lenin o da qualche altro organizzatore da operetta; era soltanto il riflesso in termini di organizzazione dell’attività di un organo collettivo coerentemente impiantato sulla base del marxismo rivoluzionario nelle condizioni storiche, sociali, politiche della Russia zarista. E quella struttura permise al partito bolscevico di vincere in Russia non perché fosse la più adeguata al modello di partito comunista ma perché era la più adatta a condurre la lotta politica nelle condizioni della Russia. Era il riflesso più adeguato dell’attività del partito in Russia. La stessa struttura, applicata all’Occidente europeo, doveva dare risultati necessariamente negativi e spezzare l’organizzazione invece di rafforzarla. Ma anche la struttura «territoriale» dei partiti occidentali non costituiva un «modello», né inferiore, né superiore, a quello bolscevico.
Era semplicemente un risultato storico, un dato di fatto: l’attività dei partiti comunisti occidentali assumeva organicamente la forma strutturale delle sezioni territoriali invece che quella delle cellule di fabbrica per mille ragioni materiali che facevano sì che questa forma si presentasse come la più adatta allo svolgimento dei compiti che si ponevano al partito. Possiamo al massimo dire che la struttura per sezioni territoriali meglio rispondeva al compito di organo sintetizzatore delle spinte immediate e parziali, di gruppo, di categoria, di località che attribuiamo al partito. Ma neanche questo è un principio o un modello a priori. L’organizzazione del partito infatti è un prodotto della sua attività in condizioni determinate, «nasce e si sviluppa sulla base della coerente azione del partito, dello svolgimento dei suoi compiti rivoluzionari» di cui rappresenta lo strumento tecnico necessario ed insostituibile. È per questo che diviene falso ed antimarxista ricercare in Lenin il «modello di organizzazione del partito» come sarebbe altrettanto falso ricercare un modello nella struttura di qualsiasi altro partito, compreso il nostro.
La Sinistra ha preteso, nel secondo dopoguerra, di edificare una organizzazione di partito centralizzata senza ricorrere all’utilizzo dei meccanismi di democrazia interna e, di conseguenza, senza codificazioni statutarie e legali. Ma anche questo non risponde al «modello della Sinistra», bensì ad una corretta valutazione dello sviluppo storico che permette al partito di oggi di fare a meno di strumenti e di pratiche che dovevano essere adottate dai partiti di ieri. Il partito nostro ha avuto ed ha costruito fin dal suo sorgere una «forma strutturale della sua attività», cioè una struttura centralizzata adeguata all’attività che il partito era chiamato a svolgere; la forma strutturale non rispondeva ad una «invenzione» o ad un «modello», ma ai seguenti dati reali: base teorica e programmatica omogenea ed unitaria (non insieme di circoli e di correnti come in Russia nel 1900), piano tattico unico e definito fin dall’inizio nelle sue basi fondamentali sulla base delle lezioni storiche (rifiuto del «parlamentarismo rivoluzionario», lavoro nei sindacati, rifiuto dei fronti unici politici, tattica nelle aree di rivoluzione doppia). Questi dati permisero all’organizzazione di strutturarsi fin dall’inizio intorno ad un giornale unico, rispondente ad un unico indirizzo politico e le sue varie parti si manifestarono non come «circoli locali», ma come sezioni territoriali di un’unica organizzazione con disposizioni ed ordini provenienti fin dall’inizio da un solo ed unico punto (il centro internazionale).
Altri dati che definirono la struttura organizzativa: attività teorica 99%, attività esterna in seno al proletariato 1%, effettivi del partito limitati a poche decine o centinaia di elementi. Tutti fattori, come si vede, indipendenti dalla volontà di chiunque. L’organizzazione del partito, la sua struttura «di lavoro» fu quella che doveva e poteva essere in conseguenza di questi dati reali, non per volontà di Tizio o di Caio. Fu una strutturazione organica dell’attività di partito svolta in condizioni reali date e con effettivi determinati. Questa strutturazione si modificherà, fermi restando i risultati storici di fatto (omogeneità di teoria, di programma, di tattica, eliminazione per sempre dei meccanismi democratici e perciò «burocratici» interni) nella misura in cui si modificheranno le condizioni materiali in cui si svolge l’attività del partito, nella misura in cui i rapporti quantitativi fra i vari settori di attività subiranno dei cambiamenti come riflesso della ripresa della lotta proletaria, nella misura in cui gli effettivi del partito aumenteranno di numero, ecc.
Il lavoro del partito esige degli organi, degli strumenti di centralizzazione, di coordinamento, di indirizzo; questi strumenti, meccanismi, ecc sono espressione di esigenze reali che l’attività esprime. È l’azione del partito che ha bisogno di una struttura adeguata e che spinge, sollecita a costruirla, a realizzarla. Non è, invece, una determinata struttura tipo che viene calata nella realtà e che definirebbe il partito indipendentemente dalla sua attività. Sostenere che il partito deve, per potersi definire tale, possedere in ogni momento della sua vita una determinata struttura, determinati organi, ecc. significa cadere nel più astratto volontarismo antimarxista. Non lo diciamo noi, lo dicono tutti i nostri testi, lo dice Lenin se non viene letto da filistei alla ricerca di ricette sicure per il successo. Perché necessariamente, lo abbiamo già detto, il presupporre un «modello di organizzazione» porta di filato ad un’altra deviazione ancora più grave dal sano materialismo: porta a riconoscere nell’esistenza e nella realizzazione di questa struttura tipo la «garanzia» che il partito si muova sulla linea della «giusta politica rivoluzionaria». La nostra classica serie si arrovescia e la struttura organizzativa viene a garantire la tattica, il programma, i principi stessi. Per Marx, per Lenin, per la Sinistra, l’unica «garanzia» per cui può esistere e svilupparsi l’organizzazione fortemente strutturata e complessa di cui il partito ha bisogno consiste nello svolgimento dei compiti del partito sulla base di una omogeneità di teoria, di programma, e di tattica. Per gli idealisti di tutti i tempi, come per gli stalinisti, la struttura organizzativa del partito, la centralizzazione, la disciplina, vengono assunti come dato a priori e sono esse che «garantiscono» la unicità ed omogeneità di teoria, di programma, di tattica. Per Lenin l’organizzazione è l’arma senza la quale la tattica unica non può realizzarsi: organizzazione unica come riflesso e prodotto organico di un’attività svolgentesi su presupposti unici e secondo un indirizzo unico. Per i «leninisti» del tipo Stalin l’organizzazione unica, il centralismo, la disciplina, sono la premessa per arrivare a possedere una tattica ed un indirizzo di azione unici. Il marxista enuncia: «se il movimento accetta una teoria unica, un unico programma, un piano tattico unitario, si sviluppa, attraverso lo svolgimento dell’attività del partito su queste basi, una struttura organizzativa centralizzata e disciplinata; se queste basi vengono a mancare saltano l’organizzazione, la centralizzazione, la disciplina, e non esistono ricette organizzative per impedire che tutto si disgreghi. Per Stalin ci possono essere tattiche divergenti, non chiare, oscillanti, mutevoli, ma, purché esista la centralizzazione e la disciplina organizzativa tutto va bene: le divergenze, i dissensi, le correnti e le frazioni si eliminano con provvedimenti organizzativi, rafforzando la struttura organizzativa, dotando il partito di strumenti e meccanismi organizzativi che hanno in se il potere di tenere il partito sulla retta via. Come si vede il processo è completamente arrovesciato: i «leninisti» del tipo Stalin leggono il Che Fare? partendo dall’ultimo capitolo, e lo fanno perché inseguono il mito piccolo-borghese del modello di partito, garantito, in virtù della sua struttura, oggi, domani e sempre dagli errori e dalle deviazioni. La piccola borghesia cerca sempre assicurazioni sulla… riuscita della rivoluzione.
Da «Il principio democratico» 1922 in P.C. n. 1.1965 ne «Primi risultati dei contributi giunti da tutto il partito per l’elaborazione delle tesi definitive sulla sua organizzazione».
«Tutte queste considerazioni nulla hanno di assoluto, e ciò conduce alla nostra tesi che nessuno schema costituzionale ha valore di principio, e che la democrazia maggioritaria intesa nel senso formale e aritmetico non è che un metodo possibile della coordinazione dei rapporti che si presentano nel seno degli organismi collettivi, al quale da nessuna parte si può costruire una presunzione di necessità o di giustizia intrinseca, non avendo per noi marxisti queste espressioni addirittura alcun senso e non essendo d’altra parte nostro proposito quello di sostituire all’apparato democratico da noi criticato un altro progetto meccanico di apparato esente per se stesso da difetti o errori…».
Da «Per rifarsi all’ABC – la natura del PCI», in Unità 26.7.1925: «A conclusione di tutto questo bisogna ristabilire una fondamentale tesi marxista secondo cui il carattere rivoluzionario del partito è determinato da rapporti di forza sociali e da processi politici e non da vane forme, del tipo di organizzazione… In tutte queste manifestazioni è un sopravvivere antimarxista e antileninista dell’utopismo, in quanto questo consiste nell’affrontare i problemi non partendo dall’analisi delle forze storiche reali, ma vergando una magnifica costituzione o piano organizzativo o regolamento. Non dissimile è l’origine della fallace impostazione ideologica del problema frazionistico a cui assistiamo, per cui tutto si riduce a codificare sulla carta la proibizione e lo stroncamento delle frazioni».
«6 … Un primo paragrafo tratta le generalità e stabilisce che la questione di organizzazione non può essere regolata da un principio immutabile, ma deve adattarsi alle condizioni e agli scopi della attività del partito, durante la fase della lotta di classe rivoluzionaria e durante il periodo di transizione ulteriore verso la realizzazione del socialismo, – questo primo grado della società comunista. Le differenti condizioni da paese a paese devono essere considerate, ma entro certi limiti. Il limite (oggi tutti l’hanno dimenticato) dipende dalla somiglianza delle condizioni della lotta proletaria, nei differenti paesi e nelle differenti fasi della rivoluzione proletaria, che costituisce, al disopra di tutte le particolarità, un fatto di importanza essenziale per il movimento comunista. È questa somiglianza che dà la base comune dell’organizzazione dei partiti comunisti in tutti i paesi: è su questa base che bisogna sviluppare l’organizzazione di partiti comunisti e non tendere alla fondazione di qualche nuovo partito modello al posto di quello che già esiste, o inseguire una formula di organizzazione assolutamente corretta, e degli statuti ideali».
Dalle «Tesi di Lione», 1926, in «In difesa», P. 93: «Tesi n. 2 – Natura del partito.
… Quanto ai pericoli di degenerazione del movimento rivoluzionario, ed ai mezzi per assicurare quella continuità di indirizzo politico necessaria nei capi e nei gregari, non è possibile eliminarli con una formula di organizzazione».
«… Il giusto rapporto nella loro funzione tra gli organi centrali e quelli periferici del movimento non si basa su schemi costituzionali, ma su tutto lo svolgersi dialettico della lotta storica della classe operaia contro il capitalismo…».
«La posizione della Sinistra comunista italiana su questa che potremmo chiamare la «questione delle guarentigie rivoluzionarie» è anzitutto che garanzie costituzionali o contrattuali non ve ne possono essere…».
Da le «Tesi di Napoli» 1965, in «In difesa», pagg. 180-181:
«Tesi 11 … Su un’altra tesi fondamentale di Marx e di Lenin la Sinistra è fermissima, ossia che un rimedio alle alternative e alle crisi storiche a cui il partito proletario non può non essere soggetto, non può trovarsi in una formula costituzionale o di organizzazione, che abbia la virtù magica di salvarlo dalle degenerazioni. Questa illusione si inscrive tra quelle piccolo-borghesi che risalgono a Proudhon, e attraverso una lunga catena sfociano nell’ordinovismo italiano, ossia che il problema sociale possa essere sciolto da una formula di organizzazione dei produttori economici. Indubbialmente, nella evoluzione che i partiti seguono, può contrapporsi il cammino dei partiti formali, che presenta continue inversioni e alti e bassi, anche con precipizi rovinosi, al cammino ascendente del partito storico. Lo sforzo dei marxisti di sinistra è di operare sulla curva spezzata dei partiti contingenti per ricondurla alla curva continua ed armonica del partito storico.
Questa è una posizione di principio, ma è puerile volerla trasformare in ricette di organizzazione.
In poco più di un mese la dittatura fascista del capitalismo spagnolo ha condannato a morte ben undici giovani, di cui alcuni ritenuti responsabili di appartenere all’organizzazione separatista basca e di aver ucciso un poliziotto, altri di aver partecipato ad atti terroristici contro il regime franchista.
La «commozione» del «mondo civile» si è subito mobilitata per chiedere che sia concessa la grazia. Dal Papa rosso a quello nero, dai governi democratici a quelli popolari, dai vescovi spagnoli alle centrali sindacali, dai partiti antifascisti è uscito un solo ed unico appello perché cessino le «rappresaglie politiche» e ritorni la «concordia nazionale».
Il proletariato rivoluzionario non può limitarsi a compiangere le vittime del terrore capitalistico, né tanto meno intende implorare la «grazia» e la pietà dai suoi carnefici. Questo è lo stile di chi è allenato a patteggiare tutto e soprattutto la pelle dei poveri, dei proletari, delle classi subalterne, per «ragioni di Stato» o di «partito». Di questo ennesimo episodio del terrorismo borghese e fascista è corresponsabile soprattutto l’incarnata dei falsi partiti operai che, sotto il manto dell’«umanitarismo» trafficano in patrie e libertà, attivisti insuperabili soltanto a gridare allo scandalo, superorganizzatori di manifestazioni folkloristiche, di referendum e petizioni. Il fine di questi partitacci è lo stesso fine della «Falange» famigerata, dell’ipocrita «Opus Dei», dell’infame «fronte antifranchista» che la borghesia sostiene in vista di un eventuale cambio della guardia al governo dello Stato spagnolo, quando dovesse ravvisare la necessità di cambiare facciata per meglio tutelare i suoi interessi che si sintetizzano nella continuità di sfruttamento delle masse lavoratrici; è il fine della «concordia nazionale», dell’«unità del popolo spagnolo», cioè di sfruttati e sfruttatori. Questi partitacci si battono non contro il capitalismo spagnolo, ma per ricreare alla borghesia una verginità che ha da tempo perduta, per fare ingoiare al proletariato e agli sfruttati il perpetuarsi del regime borghese.
Le lacrime dell’Unità e dell’Avanti! possono commuovere il bottegaio, l’intellettuale, l’industriale, il proprietario fondiario, forse il pretume di ogni colore, ma non armano il proletariato. La «Mano di Franco» non si ferma con queste ipocrisie, ma con l’armamento dell’esercito operaio, schierandolo sul fronte rivoluzionario anticapitalista.
Gli «appelli» e le «invettive» sono tutta una messa in scena. Non decidono nemmeno sulla sorte personale di questi disgraziati, legata soltanto alla «ragion di Stato». Ma decidono sul disarmo morale e politico della classe operaia, facendole credere che alla violenza organizzata dello Stato debba contrapporre puri sentimenti, novene laiche o religiose, o buffoneschi «tribunali Russel» di condanna verbosa per gli attentati alla «libertà».
Ringalluzzito dal successo schedaiolo il PCI non ha perso tempo e «per la prima volta da circa trent’anni un membro della direzione ha potuto prendere la parola in una assemblea di industriali».
È successo il 1º luglio 1975, ed il partitaccio per l’occasione non poteva che esibire il meglio di sé, e cioè… Peggio!
Fino ad ora il PCI si era prudentemente limitato a «tavole rotonde» «interviste» ed altri «segni dei tempi». Ora, riverniciata a nuovo la «Camera delle Corporazioni», come si conviene in periodo di crisi economica e di difficile navigazione della «zattera governativa», non è più tempo di ritrosie ed il grande opportunismo marca Stalin mobilita il suo «governo ombra» tutto proteso al salvataggio dell’economia nazionale. Facendo eco al superbonzo Lama, che a «sputi», come si conviene ad una bestia di tal genere, tiene a bada i compagni di cordata di CISL ed UIL sempre in vena di sgambetti personali ma quanto lui zelanti nel lanciare ciambelle (naturalmente col buco) alle «parti sociali», il Peggio si è così mosso elegantemente tra gli Agnelli vari (c’erano Gianni ed Umberto) ed ha ribadito che «i comunisti (leggi naturalmente picciisti) non sono affatto contrari all’iniziativa privata, e lo dimostra il fatto che hanno voluto una costituzione che non è contraria all’imprenditoria privata, purché disposta a muoversi verso una programmazione decisa in sede pubblica». Nel clima del «post-fascismo» tutto ciò significa, che finita da tempo l’era del liberalismo economico, come fascismo insegna, il circolo da quadrare consiste nel trovare l’«armonizzazione» tra iniziativa privata e intervento pubblico nell’economia, e cioè continuare sotto la vernice democratica la farsa dell’economia mista in cui dovrebbero convivere piccole imprese e multinazionali, artigiani e superladri alla Sindona.
Il circolo non è stato ancora quadrato, anche se le tirate del partitaccio e della trimurti sindacale contro le richieste operaie definite «corporative» (i traditori hanno buon gioco, ma dovrebbero sapere che il termine corporativo è di conio fascista, e serve a riferirsi al «corpo» integrale dell’economia nazionale e alla tesi anticlassista secondo la quale capitale e lavoro possono, anzi «debbono» convivere e collaborare) mirano diritto ad infiacchire e scoraggiare gli inevitabili sussulti della classe operaia, che, schiacciata dall’inflazione e dalla disoccupazione tende a rialzare la testa dando vita a reazioni violente contro la direzione tricolore anche formando organismi di lotta momentanea. Il resocontista del convegno del Corriere della Sera annota che il senatore Peggio ha riscosso applausi e proteste, ma che nel complesso, in assenza di governo e democristiani in preda alla crisi, ha dato una buona prova delle attitudini governative del PCI.
Umberto Agnelli non si è lasciato sfuggire l’occasione per far sapere a Peggio e compagni che il capitale, quando è necessario non guarda per il sottile, purché si stia al suo gioco: «Noi chiediamo scelte non equivoche sia per la parte politica che ha gestito il potere sino ad oggi e alla quale rimproveriamo modi e carenze, sia per chi si pone come parte alternativa e con nuove importanti responsabilità di potere». Chi vuol intendere intenda, ed il PCI, che già si meritò i galloni di salvatore della patria subito dopo il II conflitto mondiale, insieme col sindacato tricolore per l’occasione… unificato (De Gasperi poteva permettersi di lisciare le spalle a Di Vittorio con la frase: «il vero governo siete voi»), è pronto come sempre a svolgere la sua funzione di guardiano del capitale ogni qualvolta l’economia nazionale è in crisi. Ma attenti: nonostante che il cane dorma (la classe operaia è in ginocchio dopo 50 anni di controrivoluzione), non è mai igienico stuzzicarlo oltre i limiti di guardia, inoltre è da considerare che malgrado la capace museruola messagli dallo Stato e dall’opportunismo, è già col muso fuori dalla cuccia, in quanto non provato da un salasso tipo guerra mondiale, e quindi suscettibile di azzannare in modo sorprendente.
Noi non ci siamo mai illusi di stanare il cane con polpette solleticanti o impossibili promesse, non abbiamo gridato allo scandalo quando addirittura ha fatto la mossa di morderci, e siamo certi che saprà riconoscere il suo vero «padrone», il suo partito capace di dirigerlo all’attacco del nemico, la società borghese e i suoi lacché.