Partido Comunista Internacional

Prometeo (II) 9

La funzione del capo

Lenin è morto. Il colosso, e non da ieri, ha abbandonato l’opera sua. Che cosa significa questo per noi? Qual è il posto della funzione dei capi nell’insieme del nostro movimento e del modo con cui lo giudichiamo? Quale sarà la conseguenza della scomparsa del più grande capo sull’azione del partito comunista russo e della Internazionale Comunista, su tutta la lotta rivoluzionaria mondiale? Riandiamo un poco, prima di venire alla conclusione di questo già lungo discorso, alla valutazione nostra di questo importante problema.

Vi sono quelli che tuonano contro i capi, che vorrebbero se ne facesse a meno, che descrivono, o fantasticano una rivoluzione “senza capi”. Lenin stesso illumina colla sua limpida critica questa questione, sgombrandola dal confusionismo superficiale. Vi sono, come realtà storiche, le masse, le classi, i partiti e i capi. Le masse sono divise in classi, le classi rappresentate da partiti politici, questi diretti da capi: la cosa è ben semplice. Concretamente parlando, il problema dei capi ha preso uno speciale aspetto nella II Internazionale. I suoi dirigenti parlamentari e sindacali avevano incoraggiato gli interessi di certe particolari categorie del proletariato, a cui tendevano a costituire dei privilegi attraverso compromessi anti-rivoluzionari colla borghesia e lo stato.

Questi capi finirono col tagliare il legame che li univa al proletariato rivoluzionario, avvincendosi sempre più al carro della borghesia: nel 1914 si rivelò apertamente che essi, da strumenti dell’azione proletaria, erano divenuti puri e semplici agenti del capitalismo. Questa critica, e la giusta indignazione contro coloro, non devono fuorviarci al punto di negare che i capi, ma capi da quelli ben diversi, esisteranno e non possono non esistere anche nei partiti e nella Internazionale rivoluzionaria. Che ogni funzione direttiva si trasformi automaticamente, qualunque sia la organizzazione e i suoi rapporti, in una forma di tirannide o di oligarchia, è argomento cosi trito e spropositato che perfino Machiavelli cinque secoli fa poteva, nel Principe, darne una critica di cristallina evidenza. Certo al proletariato si pone questo problema, non sempre facile, di avere dei capi ed evitare che le loro funzioni divengano arbitrarie e infedeli all’interesse di classe: ma questo problema non si risolve certo ostinandosi a non vederlo o pretendendo di rimuoverlo colla abolizione dei capi, misura che nessuno saprebbe poi indicare in che consista.

Dal nostro punto di vista materialistico storico, la funzione dei capi si studia uscendo decisamente fuori dai limiti angusti in cui la chiude la concezione individualista volgare. Per noi un individuo non è una entità, una unità compiuta e divisa dalle altre, una macchina per sé stante, o le cui funzioni siano alimentate da un filo diretto che la unisca alla potenza creatrice divina o a quella qualsiasi astrazione filosofica che ne tiene il posto, come la immanenza, la assolutezza dello spirito, e simili astruserie. La manifestazione e la funzione del singolo sono determinate dalle condizioni generali dell’ambiente e della società e dalla storia di questa. Quello che si elabora nel cervello di un uomo ha avuto la sua preparazione nei rapporti con altri uomini e nel fatto, anche di natura intellettiva, di altri uomini. Alcuni cervelli privilegiati ed esercitati, macchine meglio costruite e perfezionate, traducono ed esprimono e rielaborano meglio un patrimonio di conoscenze e di esperienze che non esisterebbe se non si appoggiasse sulla vita della collettività. Il capo, più che inventare, rivela la massa a sé stessa e fa sì che essa si possa riconoscere sempre meglio nella sua situazione rispetto al mondo sociale e al divenire storico, e possa esprimere in formule esteriori esatte la sua tendenza ad agire in quel senso, di cui sono poste le condizioni dai fattori sociali, il cui meccanismo in ultimo, si interpreta partendo dall’indagine degli elementi economici. Anzi, la più grande portata del materialismo storico marxista, come soluzione geniale del problema della determinazione e della libertà umana, sta nell’averne tolta l’analisi dal circolo vizioso dell’individuo isolato dall’ambiente, e averla riportata allo studio sperimentale della vita delle collettività. Sicché le verifiche del metodo deterministico marxista, dateci dai fatti storici, ci permettono di concludere che è giusto il nostro punto di vista oggettivistico e scientifico nella considerazione di queste questioni, anche se la scienza al suo grado attuale di sviluppo non può dirci per quale funzione le determinazioni somatiche e materiali sugli organismi degli uomini si esplichino in processi psichici collettivi e personali.

Il cervello del capo è uno strumento materiale funzionante per legami con tutta la classe e il partito; le formulazioni che il capo detta come teorico e le norme che prescrive come dirigente pratico, non sono creazioni sue, ma precisazione di una coscienza i cui materiali appartengono alla classe-partito e sono prodotti di una vastissima esperienza. Non sempre tutti i dati di questa appaiono presenti al capo sotto forma di erudizione meccanica, cosicché noi possiamo realisticamente spiegarci certi fenomeni di intuizione che vengono giudicati di divinazione e che, lungi dal provarci la trascendenza di alcuni individui sulla massa, ci dimostrano meglio il nostro assunto che il capo è lo strumento operatore e non il motore del pensiero e dell’azione comune.

Il problema dei capi non si può porre allo stesso modo in tutte le epoche storiche, perché i suoi dati si modificano nel corso della evoluzione. Anche qui noi usciamo dalle concezioni che pretendono che questi problemi si risolvano per dati immanenti, nella eternità dei fatti dello spirito. Come la nostra considerazione della storia del mondo assegna un posto speciale alla vittoria di classe del proletariato, prima classe che vinca possedendo una teoria esatta delle condizioni sociali e la conoscenza del suo compito, e che possa, “uscendo dalla preistoria umana”, organizzare il dominio dell’uomo sulle leggi economiche, così la funzione del capo-proletario è un fenomeno nuovo e originale della storia, e possiamo ben mandare a spasso chi ce lo vuol risollevare citando le prevaricazioni di Alessandro o di Napoleone. E infatti per la speciale e luminosa figura di Lenin, se pure egli non ha vissuto il periodo che apparirà quello classico della rivoluzione operaia, quando questa mostrerà le sue maggiori forze a terrificazione dei filistei, la biografia incontra caratteri nuovi e i cliché storici tradizionali della cupidigia di potere, dell’ambizione, del satrapismo, impallidiscono e incretiniscono al confronto della diritta, semplice e ferrea storia della sua vita e dell’ultimo particolare del suohabitus personale.

I capi e il capo sono quelli e colui che meglio e con maggiore efficacia pensano il pensiero e vogliono la volontà della classe, costruzioni necessarie quanto attive delle premesse che ci danno i fattori storici. Lenin fu un caso eminente, straordinario, di questa funzione, per intensità ed estensione di essa. Per quanto meraviglioso sia il seguire l’opera di quest’uomo all’effetto di intendere la nostra dinamica collettiva della storia, non noi però ammetteremo che la sua presenza condizionasse il processo rivoluzionario alla cui testa lo abbiamo veduto, e tanto meno che la sua scomparsa arresti le classi lavoratrici sul loro cammino.

Più ancora: questo processo di elaborazione di materiale appartenente a una collettività, che noi vediamo nell’individuo del dirigente, come prende dalla collettività e a essa restituisce energie potenziate e trasformate, così nulla può togliere colla sua scomparsa dal circolo di queste. La morte dell’organismo di Lenin non significa per nulla la fine di questa funzione se, come abbiamo dimostrato, in realtà il materiale come egli lo ha elaborato deve ancora essere alimento vitale della classe e del partito. In questo senso, prettamente scientifico, cercando di guardarci, per quanto è possibile, da concetti mistici e da amplificazioni letterarie, noi possiamo parlare di una immortalità, e per lo stesso motivo della particolare impostazione storica di Lenin e del compito suo mostrare quanto questa immortalità sia più ampia di quella degli eroi tradizionali di cui ci parlano la mistica e la letteratura.

La morte resta per noi non l’eclissi di una vita concettuale, ché questa non ha fondamento nella persona ma in enti collettivi, ma è un puro fatto fisico scientificamente valutabile. La nostra assoluta certezza che quella funzione intellettiva che corrispondeva all’organo cerebrale di Lenin è dalla morte fisica arrestata per sempre in quell’organo, e non si traduce in un Lenin incorporeo che noi possiamo celebrare come presente invisibile ai nostri riti, che quella macchina possente e mirabile è purtroppo distrutta per sempre, diventa la certezza che la funzione di essa si continua e si perpetua in quella degli organi di battaglia nella direzione dei quali egli primeggiò. Egli è morto, l’autopsia ha mostrato come: attraverso il progressivo indurimento dei vasi cerebrali sottoposti a una pressione eccessiva e incessante. Certi meccanismi di altissima potenza hanno una vita meccanica breve: il loro sforzo eccezionale è una condizione della loro precoce inutilizzazione.

Chi ha ucciso Lenin è questo processo fisiologico, determinato dal lavoro titanico cui negli anni supremi egli volle, e doveva, sottoporsi, perché la funzione collettiva esigeva che quell’organo girasse al più alto rendimento, e non poteva essere in altro modo. Le resistenze che si opponevano al compito rivoluzionario hanno rovinato questo magnifico utensile, ma dopo che esso aveva spezzato i punti vitali della materia avversa su cui operava.

Lenin stesso ha scritto che, anche dopo la vittoria politica del proletariato, la lotta non è terminata; che noi non possiamo, uccisa la borghesia, sgombrare senz’altro il suo mostruoso cadavere: questo rimane e si decompone in mezzo a noi e i suoi miasmi pestilenziali ci ammorbano l’aria che respiriamo. Questi prodotti venefici, nelle loro molteplici forme, hanno avuto ragione del migliore tra gli artefici rivoluzionari. Essi ci appaiono come il lavoro immane, necessario ad affrontare le gesta militari e politiche della reazione mondiale e le trame delle sette controrivoluzionarie, come lo sforzo spasmodico per uscire dalle strettezze atroci della fame prodotta dal blocco capitalista, cui Lenin doveva sottoporre il suo organismo senza potersi risparmiare. Ci appaiono, tra l’altro, come i colpi di rivoltella della socialrivoluzionaria Dora Kaplan, che restano collocati nelle carni di Lenin e contribuiscono all’opera dissolvitrice. Sforzandoci di essere pari all’obiettività del nostro metodo, noi possiamo solo trovare in questa valutazione di fenomeni patologici nella vita sociale il modo di esprimere un giudizio su certe attitudini che altrimenti non sarebbero, nella loro insultante insensatezza, suscettibili di essere giudicate, come quella degli anarchici nostrani che hanno commentato la scomparsa del più grande lottatore della classe rivoluzionaria sotto il titolo: “Lutto o festa?”. Anche questi sono fermenti di un passato che deve scomparire: l’avvenirismo paranoico è sempre stata una delle manifestazioni delle grandi crisi. Lenin ha sacrificato se stesso nella lotta contro queste sopravvivenze che lo circondavano anche nella triplice fortezza della prima rivoluzione; la lotta sarà ancora lunga, ma finalmente il proletariato vincerà levandosi fuori dalle molteplici pietose esalazioni di uno stato sociale di disordine e di servitù, e del loro disgustoso ricordo.

Dichiarazione dei diritti e dei doveri del popolo lavoratore

Questa dichiarazione fu votata dal Congresso Nazionale dei Soviet del gennaio 1918 e rappresenta, con la Costituzione della Repubblica Socialista di Russia, la base della dittatura del proletariato rivoluzionario.

***

Noi, lavoratori di Russia, operai d’industria, contadini, cosacchi, soldati e marinai, uniti nei consigli dei delegati degli operai, dei soldati, dei contadini e dei cosacchi, proclamiamo ed affermiamo per mezzo dei nostri rappresentanti autorizzati, alla faccia del mondo, la dichiarazione seguente dei diritti e dei doveri del popolo lavoratore e sfruttato.

L’asservimento economico dei lavoratori per opera dei possessori dei mezzi di produzione, della terra, delle macchine, delle fabbriche, delle ferrovie e delle materie prime, di queste sorgenti essenziali della vita, si presenta come la causa di tutte le forme di soggezione del popolo, dello sfruttamento economico, dell’oppressione intellettuale e morale delle masse operaie. La liberazione economica dei lavoratori dal giogo capitalista costituisce dunque il più importante compito della nostra epoca che deve e non può essere che l’opera dei lavoratori stessi i quali, a questo scopo, devono unirsi nei Consigli degli Operai, Contadini, Soldati e Cosacchi.

Per mettere fine a tutte le miserie che affliggono oggi l’umanità e per assicurare al lavoro i diritti che gli spettano, noi consideriamo come assolutamente necessaria la distruzione delle basi attuali della società, poggiante sulla proprietà privata del suolo e dei mezzi di produzione, dello sfruttamento e sulla soggezione delle masse operaie, e l’edificazione sulle nuove basi dell’ordine socialista. Allora il suolo con la sua superficie e i suoi giacimenti minerari, gli attrezzi e i mezzi di produzione creati dal lavoro delle classi operaie, apparterranno, secondo i principi della proprietà collettiva, al popolo intiero, solidalmente unito in una Lega del Lavoro.

E’ solamente in una società socialista che cesseranno la lotta di classe e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Tutti gli uomini, eguali in diritti e in doveri, formeranno una società, immagine fedele delle loro forze e capacità, e riceveranno da essa secondo i loro bisogni.

La liberazione completa dei lavoratori dallo sfruttamento e dall’oppressione, non è compito locale o nazionale, ma un compito mondiale. Essa non può essere ottenuta che dagli sforzi dei lavoratori di tutti i paesi. In conseguenza è un dovere assoluto dei lavoratori di ogni paese aiutare gli operai quando questi insorgono contro l’ordine capitalista. La classe operaia russa, fedele agli insegnamenti dell’Internazionale, ha – nell’Ottobre 1917 – , vinto la sua borghesia e, d’accordo con gli strati contadini più poveri, si è impadronita del potere. Gli operai, costituendo una dittatura del proletariato e dei contadini, hanno deciso di strappare il capitale alla borghesia, di riunire nelle mani dello Stato socialista tutti i mezzi di produzione e di accrescere, per quanto possibile, la loro forza di produzione.

I primi passi in questa direzione erano:

  1. la soppressione dei diritti di proprietà sul suolo e sul sottosuolo, la dichiarazione di tutta la proprietà fondiaria come proprietà collettiva del popolo, e la sua trasmissione, senza indennità, agli operaii sulla base dell’utilizzazione uniforme del suolo,
  2. la dichiarazione, quale proprietà collettiva, di tutte le foreste, di tutti i giacimenti minerari, di tutte le sorgenti d’importanza generale per lo stato, e l’inventario mobiliare e immobiliare degli stabilimenti industriali e delle imprese agricole,
  3. l’introduzione di una legge sul controllo del lavoro e la nazionalizzazione di alcuni rami dell’industria,
  4. Nazionalizzazione delle banche che, fino ad ora, furono il mezzo più possente dello sfruttamento capitalista,
  5. Annullazione dei prestiti conclusi dal governo zarista per conto del popolo russo, annullazione che porta un colpo fortissimo al capitalismo finanziario internazionale, uno dei fattori più responsabili della guerra mondiale,
  6. Armamento degli operai e contadini e disarmo delle classi possedenti. D’altra parte si prevede l’introduzione dell’obbligo generale del lavoro, per distruggere gli strati sociali parassitarii.

Quando la produzione intiera sarà nelle mani delle masse operaie, unite in una vasta società, dove il libero sviluppo di ogni personalità sarà la condizione del libero sviluppo di tutti; quando, al posto della vecchia società borghese, con le sue differenze di classe, si edificherà definitivamente la società socialista basata sul lavoro collettivo, sull’utilizzazione sistematica e sulla distribuzione dei mezzi di produzione, e sulla solidarietà di tutti i componenti della società, allora, con la scomparsa delle classi, cesserà la necessitò della dittatura proletaria ed il potere dello Stato, apparato di una dominazione di classe.

Questi sono i compiti interni immediati della Repubblica socialista. Nelle sue relazioni con gli altri popoli, la repubblica socialista si pone sulla base dei principi della Prima Internazionale, che adotta la Verità, la Giustizia e la Moralità alla base delle sue relazioni con gli altri popoli, senza considerazioni per le differenze di razza, di religione o di nazionalità.

Il governo socialista dei Soviet, dichiara che ovunque un membro individuale della famiglia umana è oppresso, tutta l’umanità è oppressa. In conseguenza esso proclama e riconosce, nella più larga misura, a tutte le nazioni il diritto di disporre di loro stesse, cioè la libera decisione della loro sorte. Questo diritto esso lo estende a tutte le nazioni senza distinzioni, ivi comprese anche le centinaia di milioni di lavoratori, e popolazioni dell’Asia, dell’Africa, di tutte le colonie e dei piccoli paesi che finora furono oppressi e sfruttati spietatamente dalle classi dirigenti dei popoli cosiddetti civilizzati.

Il governo dei Soviet procede direttamente all’applicazione dei principi che proclama. Ai primi giorni della Rivoluzione d’Ottobre, esso dopo avere riconosciuto il diritto della Polonia a disporre di sé stessa, ha riconosciuto l’intiera indipendenza della Finlandia, il diritto alla libera disposizione dell’Ucraina, dell’Armenia e di tutti i popoli che abitano il territorio dell’antico impero russo. Siccome il governo dei Soviet ha in vista la realizzazione di un benessere che sarà tanto più completo e reale per quanto più sarà veramente libero e volontario, esso ha costituito una Repubblica Federativa. Esso dà il diritto agli operai ed ai contadini di ogni nazione, di decidere in piena indipendenza, nei loro Congressi dei Soviet responsabili, se essi vogliono aggregarsi con eguali diritti alla Repubblica Federativa.

Siccome il governo dei Soviet ha dichiarato la guerra alla guerra non con delle frasi ma con degli atti, esso ha proclamato solennemente, nel nome delle masse operaie della Russia, di rinunciare ad ogni forma di conquista o di asservimento, come d’ogni idea di dominio sulle piccole nazioni. Per dimostrare la sincerità dei suoi sforzi, il governo dei Soviet ha rotto pubblicamente con la diplomazia secreta ed ha proposto a tutti i popoli belligeranti di concludere una pace generale democratica; senza annessioni né indennità, sulla base della libertà dei popoli di disporre di loro stessi. Il governo dei Soviet ammette ancor oggi questo principio.

Obbligato dalla politica di violenza dell’imperialismo mondiale ad opporsi con tutte le sue forze, alle esigenze crescenti dei banditi del capitalismo internazionale, il governo dei Soviet attende la decisione della questione dei rapporti amichevoli fra i diversi popoli, dell’inevitabile rivoluzione mondiale delle classi operaie. Una rivoluzione socialista internazionale, attraverso la quale i lavoratori di ogni paese vinceranno i loro propri imperialisti, potrà solamente, una volta per tutte, mettere fine alla guerra e creare le condizioni per la completa realizzazione della solidarietà dei lavoratori del mondo. Per raggiungere questo scopo, il governo dei Soviet fa appello a tutti i popoli.

Il governo dei Soviet riconosce, con i fondatori dell’Internazionale, che non vi sono diritti senza doveri, che non vi sono doveri senza diritti e nello stesso tempo in cui proclama i diritti dei lavoratori nella nuova società, afferma i doveri seguenti:

  1. Lottare con tutte le forze per il potere dei lavoratori e reprimere ogni tentativo di ristabilire la dominazione degli sfruttatori e degli oppressori;
  2. Vincere, con tutti i mezzi i disastri provocati dalla guerra, dalla resistenza della borghesia e riprendere, al più presto possibile, il lavoro produttore in tutti i domini della vita economica del popolo;
  3. Difendere il governo dei Soviet, unico focolare del socialismo nel mondo capitalista, contro gli attacchi dell’imperialismo mondiale, impiegandovi tutte le proprie forze ed anche a prezzo della vita;
  4. Avere in vista, dovunque e sempre, il dovere della liberazione del lavoro dal potere del capitalismo e tendere verso una Lega Solidale dei Lavoratori comprendente il mondo intiero;

Il governo dei Soviet di Russia proclama questi diritti e questi doveri dei lavoratori, domanda alle classi operaie di compiere il loro dovere fino alla fine, fermamente fiducioso nella realizzazione prossima dell’ideale socialista, esso inscrive sulle sue bandiere il grido di battaglia tradizionale del lavoratore: «Proletari di tutti i paesi unitevi. Viva la rivoluzione socialista mondiale!».