Nel Regno Unito la borghesia si prepara ad affrontare la crisi economica e lotte più estese della classe lavoratrice
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Il 3 ottobre, aprendo la conferenza annuale del Partito conservatore, il cancelliere dello scacchiere (il ministro del tesoro) Kwasi Kwarteng ha annunciato che, a seguito dell’opposizione all’interno al partito, la proposta di ridurre l’aliquota massima delle tasse era stata “temporaneamente” ritirata. Il passo, azzardato, aveva fatto innervosito i mercati finanziari. Ma questo non significa che sia fuori dall’agenda e, ciò che più conta, la “ritirata” fornisce copertura per ogni altra misura contro la classe operaia.
Dietro-front della classe dominante
La sostituzione del Primo ministro Boris Johnson con Liz Truss e il nuovo cancelliere Kwasi Kwarteng aveva permesso alla borghesia di presentare l’operazione come un “cambio di marcia”, anche se condotta sempre del Partito Tory al governo da 12 anni.
La classe dominante britannica sa che una profonda recessione è inevitabile e vorrebbe utilizzare lo strumento fiscale per spostare quanta più ricchezza possibile dal proletariato al capitale prima che si verifichi il collasso economico.
Secondo la retorica del governo le misure avrebbero promosso la crescita economica, che avrebbe compensato i massicci tagli alle tasse, ridotto il debito nazionale e pagato gli investimenti in infrastrutture e per il servizio sanitario. Invece previsioni ufficiali già indicavano che solo ne avrebbe beneficiato l’1% più ricco della popolazione, la grande borghesia.
Nel frattempo il capitale finanziario (che è quello che davvero “governa”, non i pagliacci in carica, e tanto meno il parlamento) ha emesso il suo verdetto: la borsa è crollata e la sterlina ha perso il 3% in un solo giorno toccando il minimo sul dollaro dal 1985.
Intanto però i “ben informati” sulla manovra fiscale si sono dati alla speculazione: hanno venduto sterline contando di riacquistarle poco dopo a un prezzo inferiore. Il rendimento dei titoli di Stato decennali è salito a oltre il 4%, con un aumento di valore del 300% negli ultimi 12 mesi. Il rendimento delle obbligazioni tende a crescere in relazione inversa alle prospettive economiche del paese poiché gli investitori perdono fiducia nella capacità dello Stato di ripagare il suo debito. Aumentano così gli interessi che lo Stato deve pagare.
Il Financial Times, il giornale dell’alta borghesia ha riportato la verità, in completo contrasto con la stampa popolare che annunciava: «I Tory fanno tagli radicali alle tasse per provocare il boom della Gran Bretagna» (Daily Express) e «Ottimismo! Il Cancelliere promette una nuova era per la Gran Bretagna con un’impennata della crescita» (Daily Mail).
La teoria alla base di tutto questo è l’economia “a cascata”, la presunzione che se dai un sacco di soldi ai ricchi borghesi, alla fine un po’ di ricchezza arriverà anche ai proletari. Nessuno nella classe dominante, nemmeno i più accaniti sostenitori di questa teoria, ci crede davvero, ma ciò fornisce una copertura ideologica che viene strombazzata dalla stampa riservata ai lavoratori.
Ma sempre contro la classe operaia
Altre misure della manovra fiscale prevedevano la revoca del proposto aumento dei contributi previdenziali e la riduzione dell’aliquota base dell’imposta sul reddito dal 20% al 19%. Questo avrebbe potuto portare qualche sterlina in tasca a chi ha un reddito basso, ma sarebbero comunque inghiottite dall’inflazione e dall’aumento del prezzo di tutti i beni importati. Per chi ha un reddito al di sotto della minima soglia fiscale, la riduzione dell’imposta non porterebbe alcun vantaggio.
Inoltre le regole sui sussidi erano ulteriormente inasprite, rendendo più difficile l’accesso ai lavoratori part-time, con i benefici revocati a chi lavora meno di 15 ore settimanali. I richiedenti dovranno anche dimostrare di essere in cerca di lavoro, oppure di aver accettato occupazioni mal pagate o logoranti, come nel caso nell’assistenza dove è una massiccia carenza di personale a causa dei salari miseri, delle difficili condizioni di lavoro e della mancanza di lavoratori immigrati dall’UE per effetto della Brexit. Molti di questi lavori si trovano ora nel settore grigio della “Gig economy” dove si è classificati come “lavoratori autonomi”, liberando il padrone da costi, l’indennità di malattia, ecc.
L’annuncio del trasferimento di decine di miliardi alla borghesia è stato accompagnato da una dichiarazione di guerra alla classe operaia. Il cancelliere Kwarteng ha inveito: «In un momento così critico per la nostra economia è semplicemente inaccettabile che uno sciopero venga a sconvolgere così tante vite. Altri paesi europei hanno livelli minimi di servizio per impedire ai sindacati conflittuali di chiudere le reti di trasporto durante gli scioperi. Quindi faremo lo stesso. E andremo anche oltre. Faremo una legge per garantire che gli scioperi possano essere indetti solo una volta che i negoziati siano realmente interrotti».
Il regime borghese del Regno Unito vuole compiere il passo intrapreso dal quello italiano fin dal 1991, quando, invocate dai sindacati di regime (Cgil, Cisl e Uil) per fermare gli scioperi e l’avanzata dei sindacati di base, fu introdotta la legge antisciopero nei servizi cosiddetti “essenziali”. In Italia il rispetto e l’applicazione di questa legge sono garantiti da un apposito organismo statale, la Commissione di Garanzia. Negli anni i settori definiti “servizio essenziale”sono stati progressivamente estesi finendo per comprenderne la gran parte. Ad esempio, in una struttura ospedaliera tale legge ha effetto non solo sul personale medico, infermieristico, tecnico e socio-sanitario ma anche sugli addetti alla manutenzione e alle pulizie, generalmente impiegati in aziende il cui servizio è dato in appalto. Ciò agisce come un fattore eminente di freno per la riuscita d’ogni sciopero.
Di fatto le affermazioni dell’ex cancelliere Kwasi Kwarteng – dimessosi il 14 ottobre – si collocano in un contesto di agitazione operaia mai vista dalla fine degli anni settanta. Tutte le qualifiche ferroviarie,dai macchinisti al personale degli uffici, hanno scioperato insieme il 1°, il 5 e l’8 ottobre, organizzati nei sindacati Rail Maritime and Transport Workers, Associated Society of Locomotive Engineers and Firemen, Transport Salaried Staffs Association e Unite. Il sindacato delle poste e telecomunicazioni Communication Workers Union ha chiamato allo sciopero il 28 settembre. 1900 portuali di Felixstowe, il principale terminal container dell’isola inglese, hanno intrapreso il secondo sciopero di 8 giorni consecutivi, dal 27 settembre al 5 ottobre, dopo il primo dal 21 al 29 agosto. Anche i portuali di Liverpool sono scesi in sciopero in diverse giornate. Persino gli avvocati penalisti sono in sciopero a tempo indeterminato. Tutte queste lotte hanno al centro la rivendicazione di forti aumenti salariali per fare fronte all’aumento del costo della vita.
L’attacco del governo alla libertà di sciopero si rivolge non solo ai lavoratori scesi in lotta ma è contro tutta la classe operaia. La borghesia, impedendo a consistenti settori della classe lavoratrice di scioperare liberamente vuole indebolire un possible movimento generale messo in moto dalle rivendicazioni salariali.
Cambia il governo, resta l’austerità
I tagli fiscali di Kwasi Kwarteng hanno infine spinto i capitalisti inglesi a licenziarlo, il che è avvenuto il 14 ottobre. Al suo posto è subentrato Jeremy Hunt, noto per aver privato per sei anni, nelle precedenti amministrazioni Tory, i fondi al Servizio sanitario nazionale. Il 20 ottobre anche il primo ministro Liz Truss ha dovuto rassegnare le dimissioni, a capo del governo più breve nella storia britannica.
Per noi comunisti questo è solo un sintomo della crisi sempre più profonda del capitalismo nel Regno Unito. Chiunque sostituisca Truss ha una politica segnata: la grande borghesia ha deciso per l’austerità. In pratica ciò significa che la classe operaia deve pagare per la crisi del capitalismo: aumento del costo della vita, aumento degli affitti o delle rate dei mutui, tagli alle prestazioni sociali e ulteriori tagli al servizio sanitario e ai servizi pubblici come le biblioteche e le scuole pubbliche. Hunt ha già comunicato a tutti i dipartimenti governativi che devono effettuare tagli, con la probabile eccezione del Ministero della Difesa, mentre lo Stato aumenta il suo coinvolgimento in Ucraina.
Ma c’è di peggio
Nel contempo il Partito Laburista e lì pronto nel caso in cui, per fermare le lotte, si dovesse rendere necessario illudere i lavoratori di aver ottenuto una vittoria facendo cadere il governo conservatore.
I comunisti considerano scontato che per essere eletto in una democrazia borghese, e a maggior ragione per andare al governo per tale via, un partito deve dimostrare alla classe dominante che ci si può fidare di lui. Per questo il Partito Laburista dichiara di non sostenere gli scioperi e di non unirsi ai picchetti. La decisione della dirigenza del partito di cantare alla sua conferenza l’inno nazionale “God Save the King” invece che la tradizionale tiepida edulcorazione di “Bandiera Rossa” ha avuto un significato più che simbolico!
Ai lavoratori le chiare indicazione del nostro partito sono:
– estendere e unire lo sciopero a tutte le categorie della classe lavoratrice;
– rivendicare forti aumenti salariali, maggiori per le categorie peggio pagate;
– contrapporsi con lo sciopero generale a oltranza a ogni progetto di legge teso a limitare la libertà di sciopero;
– combattere le dirigenze sindacali opportuniste, o apertamente filopadronali, che impediscono ai lavoratori di scioperare e di unire gli scioperi delle diverse aziende e categorie;
– rifiutare ogni appello alla difesa dell’economia nazionale che altro non significa che difesa del capitalismo nazionale col sudore e col sangue della classe operaia;
– non riporre alcuna fiducia in cambi di governo nel quadro del presente regime politico borghese;
– il potere politico è della borghesia e la classe operaia può conquistarlo solo per via rivoluzionaria.