Attivismo e spontaneismo nei fronti unici del pacifismo pluri‑classista
Non mancano i gruppi politici che denunciano la progressione del capitalismo mondiale verso una imminente guerra mondiale. Ma il problema, come sempre, oltre a comprendere cosa davvero sta succedendo, è stabilire come reagire.
Si formano larghi movimenti pacifisti a sostegno di dati partiti politici. A causa della loro struttura “aperta a tutti” questi fronti non sono in grado di esprimere posizioni univoche: il loro scopo è reclutare per i loro partiti di riferimento.
La tesi marxista dice: non è possibile, anzitutto, che la coscienza del cammino storico appaia anticipata in una singola testa umana, per due motivi: il primo è che la coscienza non precede ma segue l’essere, ossia le condizioni materiali che circondano il soggetto della coscienza stessa; il secondo è che tutte le forme della coscienza sociale vengono – con una data fase ritardata perché vi sia il tempo della generale determinazione – da circostanze analoghe e parallele di rapporti economici in cui si trovano masse di singoli che formano quindi una classe sociale. Questi sono condotti ad “agire insieme” storicamente molto prima che possano “pensare insieme”. La teoria di questo rapporto tra le condizioni di classe, e l’azione di classe col suo futuro punto di arrivo, non è chiesta a persone, nel senso che non è chiesta a un singolo autore o capo, e nemmeno è chiesta a “tutta la classe” come bruta momentanea somma di individui in un dato paese o momento, e tanto meno poi la si dedurrebbe da una borghesissima “consultazione” all’interno della classe. (“La falsa risorsa dell’attivismo”, Riunione generale, 7 settembre 1952)
L’attivista attende che dal movimento pacifista sorga spontanea la coscienza di classe e vede in questi piccoli gruppi isolati i primi passi della rivoluzione, nello spirito fallimentare dell’anarchica propaganda dell’atto. L’azione rivoluzionaria contro la guerra richiede invece una intesa internazionale unica, altrimenti ogni sforzo si disperde nelle richieste particolari e di presunte specificità di gruppi locali.
Il partito deve essere in grado di controllare ogni aspetto della sua vita, ogni funzione della sua organizzazione; per modo che nulla gli piombi inatteso incompreso misterioso. Andare in giro a spacciare per posizioni della Sinistra quelle che sostengono che il terrorismo è “un raggio di luce” per il proletariato, che il folclore politico dei gruppuscoli a base studentesca intellettuale sottoproletaria è “campo rivoluzionario”, che i “comitati operai” sono ubbie, per cui lavorarci dentro è “attivismo”, “economicismo”, e poco dopo sostenere il contrario, non per effetto di mutate situazioni ma perché spinti da “impazienza”, delusi che nulla ne sia derivato all’immediato, contrabbandare questo moto pendolare per “tattica” della Sinistra, significa disorientare i militanti, seminare la sfiducia nel partito, sgretolarne l’organizzazione, compromettere decenni e decenni di duro e coerente lavoro. (“Il partito non nasce dai ‘circoli’”, 1980)
Il piccolo circolo attivista è l’equivalente pratico del vasto fronte unito: cerca di reclutare gente di ogni tipo non in un partito coeso e definito ma in un’azione per l’azione. Pretende compensare con il numero la sua incoerenza politica.
Dal IV Congresso, fine del 1922, in poi la previsione pessimista e la vigorosa lotta della Sinistra seguitano a denunziare le tattiche pericolose (fronte unico tra partiti comunisti e socialisti, parola del “governo operaio”) e gli errori organizzativi (per i quali si volevano ingrandire i partiti non solo coll’accorrere ad essi di proletari che abbandonassero gli altri partiti a programma azione e struttura socialdemocratica, ma con fusioni che accettassero interi partiti e porzioni di partiti dietro patteggiamenti coi loro stati maggiori, ed anche coll’ammettere come sezioni nazionali del Comintern i pretesi partiti “simpatizzanti”, il che era un palese errore in senso federalistico).
In una terza direzione la Sinistra denunzia fin da allora, e sempre più vigorosamente negli anni successivi, il grandeggiare del pericolo opportunista: questo terzo argomento è il metodo di lavoro interno dell’Internazionale, per cui il centro rappresentato dall’Esecutivo di Mosca usa verso i partiti, e sia pure verso parti dei partiti che siano incorse in errori politici, metodi non solo di “terrore ideologico”, ma soprattutto di pressione organizzativa, il che costituisce una errata applicazione e man mano una falsificazione totale dei giusti principi della centralizzazione e della disciplina senza eccezioni. (“Tesi di Napoli”, 1965)
Il primo passo per fermare la guerra imperialista è scioperare per rifiutare di pagarne i costi
Assemblea nazionale Usb contro la guerra e per il sindacato di classe
Il capitalismo mondiale sta entrando in una nuova recessione. Ciò avviene senza che la maggior parte dei paesi capitalisticamente maturi – cosiddetti occidentali – abbia recuperato i livelli produttivi antecedenti la crisi del 2008.
Questi paesi sprofondano nella crisi di sovrapproduzione iniziata nel 1973-’74, a cui hanno potuto sopravvivere, per ormai mezzo secolo, grazie a un crescente attacco alle conquiste del movimento operaio, all’indebitamento statale e privato, al pieno dispiegarsi del capitalismo nei paesi cosiddetti “in via di sviluppo” che, col loro basso costo del lavoro e i loro ritmi di crescita di giovani capitalismi, hanno frenato la caduta del saggio del profitto.
Ma le inesorabili leggi economiche del capitalismo – che solo il marxismo ha saputo conoscere e spiegare – stanno facendo entrare anche quei capitalismi, ormai non più giovani, nella crisi di sovrapproduzione, fatto storico di cui è stato sintomo la recente esplosione della bolla speculativa immobiliare in Cina.
Il capitalismo mondiale marcia verso la sua inevitabile rovina economica, sprofondando ogni giorno di più l’umanità intera nella barbarie.
Il peggiore e peculiare prodotto della crisi economica capitalista è la guerra imperialista. I punti di attrito fra gli imperialismi mondiali e regionali, e fra gli Stati capitalisti loro vassalli, aumentano di numero e si surriscaldano: Medio Oriente, Balcani, Europa Orientale, Asia Centrale, confine indo-pakistano, Asia Meridionale, Taiwan….
Inevitabilmente la guerra scoppia e la responsabilità è del capitalismo nella sua interezza, nonostante ogni regime borghese cerchi di additarne la colpa all’avversario.
L’imperialismo russo deve reagire alla crisi economica capitalista che lo attanaglia all’interno. Quello statunitense – non meno decadente e logorato dalla crisi – opera per frenare il suo declino di potenza dominante, provocando conflitti che danneggino gli avversari: l’emergente imperialismo cinese, nonché i vecchi imperialismi d’Europa, nascosti dietro il mantello di una unità che nel capitalismo è impossibile e fasulla.
Gli imperialismi tutti operano sulla base della medesima spinta economica, come pure i minori Stati capitalisti, che sono però solo vasi di coccio in mezzo a vasi di ferro.
Della indipendenza dell’Ucraina e delle condizioni di vita della sua popolazione, come di quelle della popolazione del Donbass, non frega nulla ai regimi borghesi da una parte o dall’altra del conflitto. La guerra imperialista è solo questione di interessi economici e politici della borghesia: democrazia, resistenza, indipendenza, antifascismo sono solo turlupinature agitate da una parte e dall’altra del fronte per mandare i lavoratori a macello al fronte a combattere per gli interessi dei loro sfruttatori.
Perché, infine, la realtà storica più profonda della guerra imperialista, che matura di nuovo sotto i nostri occhi, è la lotta di classe: la guerra è un prodotto della crisi del capitalismo e al contempo il solo mezzo che esso ha per sopravvivere a se stesso, a spese, col sangue e contro la classe operaia e contro il comunismo.
Il vero “aggredito” nella guerra imperialista non è uno Stato capitalista, o un fronte di Stati, ma il proletariato internazionale, i lavoratori di tutto il mondo, mandati al macello per far sopravvivere questo modo di produzione disumano e reazionario.
Ma i lavoratori, se inquadrati nel loro sindacato di classe e guidati dal loro partito rivoluzionario, hanno la forza per fermare il nuovo macello mondiale a cui la borghesia li spinge per salvare se stessa.
La guerra imperialista per la borghesia mondiale è una questione di vita o di morte: deve scoppiare ed essere quanto più devastante possibile, perché solo distruggendo fabbriche, infrastrutture, città e merci d’ogni genere, compresa la merce forza lavoro, il capitalismo può riavviare un nuovo ciclo di accumulazione. La crescita economica degli anni ‘50 e ‘60 del secolo passato fu possibile grazie ai 50 milioni di vittime del secondo conflitto mondiale, anch’esso – come quello odierno – imperialista su entrambi i fronti.
La parola d’ordine del partito comunista rivoluzionario di fronte alla guerra imperialista è – come fu in Russia nell’ottobre 1917 – il disfattismo rivoluzionario: sostenere e organizzare il rifiuto dei soldati-lavoratori a combattere, invocare e fomentare la fraternizzazione coi lavoratori del fronte opposto, invocare e lavorare per la sconfitta militare del proprio paese.
L’unico modo per fermare la guerra imperialista è che in un settore nazionale del fronte di una guerra, che sarà ancora una volta mondiale, i lavoratori diano l’esempio, iniziando a rivolgere i fucili, non contro i loro fratelli di classe in diversa divisa con cui sono costretti a scannarsi dai rispettivi governi borghesi, ma contro il proprio comando militare e il proprio governo. Perché un simile esempio contagerà tutto il fronte, tutti i soldati, tutti gli eserciti nazionali. Ciò che fu tentato nel primo conflitto mondiale, dopo l’esempio dato dai soldati russi.
Per far questo è necessario un partito internazionale, comunista, della classe lavoratrice.
Ma è anche necessario che i lavoratori siano abituati e organizzati a lottare per i propri bisogni immediati, elementari: per aumenti salariali, per la riduzione dell’orario di lavoro, per il salario ai lavoratori disoccupati.
Perché questi bisogni, e la lotta per essi, uniscono i lavoratori al di sopra di ogni falsa divisione fra aziende, categorie, etnie, sesso e infine nazioni, e sono già disfattisti degli obiettivi e degli interessi dei borghesi: più profitti, più sfruttamento, sacrificio dei lavoratori per il bene dell’azienda e del capitalismo nazionale, guerra.
Per questo il primo passo del disfattismo proletario e rivoluzionario nella guerra imperialista è l’organizzazione della lotta per i bisogni economici, elementari, dei lavoratori: il primo passo per fermare la guerra imperialista è scioperare per rifiutare di pagarne i costi.
A questo scopo è necessario un autentico sindacato di classe, ancora assente in Italia come in tutti i paesi del mondo, risultato – al pari della debolezza del partito rivoluzionario – del lungo corso storico inaugurato dalla controrivoluzione staliniana, che ha distrutto e snaturato l’organizzazione e i principi del comunismo, condannando i proletari di tutto il mondo al supplizio di un altro secolo di capitalismo in putrefazione.
In Italia i sindacati di base da anni rappresentano un tentativo di costruzione di un sindacato di classe ma le divisioni frutto dell’opportunismo delle loro dirigenze aiutano i sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil) a mantenere il controllo dei lavoratori, il che contribuisce a impedirne la mobilitazione.
Nell’ultimo anno finalmente sono state compiute importanti azioni unitarie: lo sciopero generale dell’11 ottobre dell’anno passato e quello contro la guerra del 20 maggio scorso.
Di fronte alla grave crescita dell’inflazione che erode i salari, i militanti e i lavoratori di tutti i sindacati di base devono battersi affinché sia organizzata una lotta unitaria – che coinvolga anche le opposizioni di classe nella Cgil – che abbia al centro la rivendicazione di forti aumenti salariali.
In molti paesi del mondo, di giovane come di vecchio capitalismo – dal Pakistan al Regno Unito, dall’America Latina agli Stati Uniti – sono già in corso forti scioperi per ottenere aumenti salariali.
Nessuna energia deve essere invece dispersa nel demenziale e ingannevole teatrino elettorale borghese! Un movimento di sciopero di centinaia di migliaia di lavoratori è in grado di conquistare aumenti salariali che migliorino concretamente la loro vita mentre nulla possono milioni di voti. Decine di migliaia di lavoratori inquadrati nell’internazionale partito comunista rivoluzionario nei principali paesi del mondo, alla testa di un movimento sindacale di classe, è quanto sarà necessario per togliere il potere politico alla classe dominante e darlo alla classe lavoratrice.
Oggi, un fronte unico sindacale di classe per organizzare la lotta per aumentare i salari nel prossimo autunno è il primo passo concreto per costruire un vero sindacato di classe e opporsi alla guerra imperialista!
Nel Regno Unito la borghesia si prepara ad affrontare la crisi economica e lotte più estese della classe lavoratrice
Il 3 ottobre, aprendo la conferenza annuale del Partito conservatore, il cancelliere dello scacchiere (il ministro del tesoro) Kwasi Kwarteng ha annunciato che, a seguito dell’opposizione all’interno al partito, la proposta di ridurre l’aliquota massima delle tasse era stata “temporaneamente” ritirata. Il passo, azzardato, aveva fatto innervosito i mercati finanziari. Ma questo non significa che sia fuori dall’agenda e, ciò che più conta, la “ritirata” fornisce copertura per ogni altra misura contro la classe operaia.
Dietro-front della classe dominante
La sostituzione del Primo ministro Boris Johnson con Liz Truss e il nuovo cancelliere Kwasi Kwarteng aveva permesso alla borghesia di presentare l’operazione come un “cambio di marcia”, anche se condotta sempre del Partito Tory al governo da 12 anni.
La classe dominante britannica sa che una profonda recessione è inevitabile e vorrebbe utilizzare lo strumento fiscale per spostare quanta più ricchezza possibile dal proletariato al capitale prima che si verifichi il collasso economico.
Secondo la retorica del governo le misure avrebbero promosso la crescita economica, che avrebbe compensato i massicci tagli alle tasse, ridotto il debito nazionale e pagato gli investimenti in infrastrutture e per il servizio sanitario. Invece previsioni ufficiali già indicavano che solo ne avrebbe beneficiato l’1% più ricco della popolazione, la grande borghesia.
Nel frattempo il capitale finanziario (che è quello che davvero “governa”, non i pagliacci in carica, e tanto meno il parlamento) ha emesso il suo verdetto: la borsa è crollata e la sterlina ha perso il 3% in un solo giorno toccando il minimo sul dollaro dal 1985.
Intanto però i “ben informati” sulla manovra fiscale si sono dati alla speculazione: hanno venduto sterline contando di riacquistarle poco dopo a un prezzo inferiore. Il rendimento dei titoli di Stato decennali è salito a oltre il 4%, con un aumento di valore del 300% negli ultimi 12 mesi. Il rendimento delle obbligazioni tende a crescere in relazione inversa alle prospettive economiche del paese poiché gli investitori perdono fiducia nella capacità dello Stato di ripagare il suo debito. Aumentano così gli interessi che lo Stato deve pagare.
Il Financial Times, il giornale dell’alta borghesia ha riportato la verità, in completo contrasto con la stampa popolare che annunciava: «I Tory fanno tagli radicali alle tasse per provocare il boom della Gran Bretagna» (Daily Express) e «Ottimismo! Il Cancelliere promette una nuova era per la Gran Bretagna con un’impennata della crescita» (Daily Mail).
La teoria alla base di tutto questo è l’economia “a cascata”, la presunzione che se dai un sacco di soldi ai ricchi borghesi, alla fine un po’ di ricchezza arriverà anche ai proletari. Nessuno nella classe dominante, nemmeno i più accaniti sostenitori di questa teoria, ci crede davvero, ma ciò fornisce una copertura ideologica che viene strombazzata dalla stampa riservata ai lavoratori.
Ma sempre contro la classe operaia
Altre misure della manovra fiscale prevedevano la revoca del proposto aumento dei contributi previdenziali e la riduzione dell’aliquota base dell’imposta sul reddito dal 20% al 19%. Questo avrebbe potuto portare qualche sterlina in tasca a chi ha un reddito basso, ma sarebbero comunque inghiottite dall’inflazione e dall’aumento del prezzo di tutti i beni importati. Per chi ha un reddito al di sotto della minima soglia fiscale, la riduzione dell’imposta non porterebbe alcun vantaggio.
Inoltre le regole sui sussidi erano ulteriormente inasprite, rendendo più difficile l’accesso ai lavoratori part-time, con i benefici revocati a chi lavora meno di 15 ore settimanali. I richiedenti dovranno anche dimostrare di essere in cerca di lavoro, oppure di aver accettato occupazioni mal pagate o logoranti, come nel caso nell’assistenza dove è una massiccia carenza di personale a causa dei salari miseri, delle difficili condizioni di lavoro e della mancanza di lavoratori immigrati dall’UE per effetto della Brexit. Molti di questi lavori si trovano ora nel settore grigio della “Gig economy” dove si è classificati come “lavoratori autonomi”, liberando il padrone da costi, l’indennità di malattia, ecc.
L’annuncio del trasferimento di decine di miliardi alla borghesia è stato accompagnato da una dichiarazione di guerra alla classe operaia. Il cancelliere Kwarteng ha inveito: «In un momento così critico per la nostra economia è semplicemente inaccettabile che uno sciopero venga a sconvolgere così tante vite. Altri paesi europei hanno livelli minimi di servizio per impedire ai sindacati conflittuali di chiudere le reti di trasporto durante gli scioperi. Quindi faremo lo stesso. E andremo anche oltre. Faremo una legge per garantire che gli scioperi possano essere indetti solo una volta che i negoziati siano realmente interrotti».
Il regime borghese del Regno Unito vuole compiere il passo intrapreso dal quello italiano fin dal 1991, quando, invocate dai sindacati di regime (Cgil, Cisl e Uil) per fermare gli scioperi e l’avanzata dei sindacati di base, fu introdotta la legge antisciopero nei servizi cosiddetti “essenziali”. In Italia il rispetto e l’applicazione di questa legge sono garantiti da un apposito organismo statale, la Commissione di Garanzia. Negli anni i settori definiti “servizio essenziale”sono stati progressivamente estesi finendo per comprenderne la gran parte. Ad esempio, in una struttura ospedaliera tale legge ha effetto non solo sul personale medico, infermieristico, tecnico e socio-sanitario ma anche sugli addetti alla manutenzione e alle pulizie, generalmente impiegati in aziende il cui servizio è dato in appalto. Ciò agisce come un fattore eminente di freno per la riuscita d’ogni sciopero.
Di fatto le affermazioni dell’ex cancelliere Kwasi Kwarteng – dimessosi il 14 ottobre – si collocano in un contesto di agitazione operaia mai vista dalla fine degli anni settanta. Tutte le qualifiche ferroviarie,dai macchinisti al personale degli uffici, hanno scioperato insieme il 1°, il 5 e l’8 ottobre, organizzati nei sindacati Rail Maritime and Transport Workers, Associated Society of Locomotive Engineers and Firemen, Transport Salaried Staffs Association e Unite. Il sindacato delle poste e telecomunicazioni Communication Workers Union ha chiamato allo sciopero il 28 settembre. 1900 portuali di Felixstowe, il principale terminal container dell’isola inglese, hanno intrapreso il secondo sciopero di 8 giorni consecutivi, dal 27 settembre al 5 ottobre, dopo il primo dal 21 al 29 agosto. Anche i portuali di Liverpool sono scesi in sciopero in diverse giornate. Persino gli avvocati penalisti sono in sciopero a tempo indeterminato. Tutte queste lotte hanno al centro la rivendicazione di forti aumenti salariali per fare fronte all’aumento del costo della vita.
L’attacco del governo alla libertà di sciopero si rivolge non solo ai lavoratori scesi in lotta ma è contro tutta la classe operaia. La borghesia, impedendo a consistenti settori della classe lavoratrice di scioperare liberamente vuole indebolire un possible movimento generale messo in moto dalle rivendicazioni salariali.
Cambia il governo, resta l’austerità
I tagli fiscali di Kwasi Kwarteng hanno infine spinto i capitalisti inglesi a licenziarlo, il che è avvenuto il 14 ottobre. Al suo posto è subentrato Jeremy Hunt, noto per aver privato per sei anni, nelle precedenti amministrazioni Tory, i fondi al Servizio sanitario nazionale. Il 20 ottobre anche il primo ministro Liz Truss ha dovuto rassegnare le dimissioni, a capo del governo più breve nella storia britannica.
Per noi comunisti questo è solo un sintomo della crisi sempre più profonda del capitalismo nel Regno Unito. Chiunque sostituisca Truss ha una politica segnata: la grande borghesia ha deciso per l’austerità. In pratica ciò significa che la classe operaia deve pagare per la crisi del capitalismo: aumento del costo della vita, aumento degli affitti o delle rate dei mutui, tagli alle prestazioni sociali e ulteriori tagli al servizio sanitario e ai servizi pubblici come le biblioteche e le scuole pubbliche. Hunt ha già comunicato a tutti i dipartimenti governativi che devono effettuare tagli, con la probabile eccezione del Ministero della Difesa, mentre lo Stato aumenta il suo coinvolgimento in Ucraina.
Ma c’è di peggio
Nel contempo il Partito Laburista e lì pronto nel caso in cui, per fermare le lotte, si dovesse rendere necessario illudere i lavoratori di aver ottenuto una vittoria facendo cadere il governo conservatore.
I comunisti considerano scontato che per essere eletto in una democrazia borghese, e a maggior ragione per andare al governo per tale via, un partito deve dimostrare alla classe dominante che ci si può fidare di lui. Per questo il Partito Laburista dichiara di non sostenere gli scioperi e di non unirsi ai picchetti. La decisione della dirigenza del partito di cantare alla sua conferenza l’inno nazionale “God Save the King” invece che la tradizionale tiepida edulcorazione di “Bandiera Rossa” ha avuto un significato più che simbolico!
Ai lavoratori le chiare indicazione del nostro partito sono:
– estendere e unire lo sciopero a tutte le categorie della classe lavoratrice;
– rivendicare forti aumenti salariali, maggiori per le categorie peggio pagate;
– contrapporsi con lo sciopero generale a oltranza a ogni progetto di legge teso a limitare la libertà di sciopero;
– combattere le dirigenze sindacali opportuniste, o apertamente filopadronali, che impediscono ai lavoratori di scioperare e di unire gli scioperi delle diverse aziende e categorie;
– rifiutare ogni appello alla difesa dell’economia nazionale che altro non significa che difesa del capitalismo nazionale col sudore e col sangue della classe operaia;
– non riporre alcuna fiducia in cambi di governo nel quadro del presente regime politico borghese;
– il potere politico è della borghesia e la classe operaia può conquistarlo solo per via rivoluzionaria.
Fra i ferrovieri Usa cresce la volontà di lotta
Negli Stati Uniti la borghesia aveva cantato a gran voce vittoria: lo sciopero nazionale dei ferrovieri era stato evitato! I colloqui notturni fra i rappresentanti sindacali e quelli delle compagnie ferroviarie, con la mediazione di funzionari del governo federale, che avevano preceduto la scadenza dello sciopero, avevano portato a un accordo provvisorio all’ultimo minuto. A seconda della sua ratifica o meno da parte dei lavoratori lo sciopero avrebbe potuto ancora verificarsi, ma una tornata di trattative di emergenza lo ha rimandato.
Questi ultimi eventi sono il culmine di anni di contrattazione collettiva che si è arenata in diverse occasioni su varie questioni. Ci sono problemi per quanto riguarda i salari e l’assistenza sanitaria ma il punto più gravoso per i lavoratori è la programmazione dei turni. I lavoratori delle ferrovie sono reperibili 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Mentre un lavoratore tipico negli Stati Uniti ha due giorni di riposo a settimana (104 giorni annui) più due settimane di ferie all’anno, per un totale di 118 giorni, i ferrovieri hanno di solito solo 30 giorni di ferie all’anno. Sono talmente oberati di lavoro che, nonostante le ampie applicazioni della scienza e della tecnica e le norme messe in atto per prevenire incidenti, molto costosi per le aziende, i deragliamenti dei treni dovuti alla stanchezza dei macchinisti sono molto frequenti.
Il governo è intervenuto nominando un Comitato di emergenza presidenziale. Ascoltati i sindacati e le compagnie, che hanno presentato le loro proposte, il Comitato ha pubblicato le sue raccomandazioni. Le compagnie hanno ovviamente appoggiato questo organismo, ad esse favorevole. I sindacati hanno esitato a mettere ai voti le proposte delle aziende e quando lo hanno fatto, seppure sulla base delle scarse informazioni disponibili, i lavoratori le hanno respinte in modo schiacciante.
Per risolvere la crisi è stato necessario un ulteriore intervento dello Stato. Il Presidente Biden ha incontrato e parlato con le parti per garantire che il conflitto rimanesse entro i limiti dell’ordine, impedendo qualsiasi estensione o inasprimento della lotta, mentre il Segretario al Lavoro, un ex dirigente del sindacalismo di regime, ha agito come mediatore nei colloqui notturni.
A poche ore dalla scadenza del periodo “di riflessione” di trenta giorni, successivo alla pubblicazione delle proposte del comitato, allo scadere del quale sarebbe stato permesso ai sindacati di scioperare, le compagnie ferroviarie hanno accettato di concedere alcune modifiche minori, come i massimali per i contributi sanitari dei dipendenti e il diritto di richiedere in anticipo di un giorno di ferie aggiuntivo all’anno (ma non necessariamente di ottenerlo).
L’attuale governo è la quintessenza della strategia “collaborazionista” della borghesia contro il proletariato. La sua maschera progressista ha la funzione propagandistica e ideologica di far apparire lo Stato come un mediatore neutrale tra lavoro e capitale, o addirittura come il padre benevolo e protettivo della classe operaia, perpetuando l’illusione che il capitale possa essere pacificamente e legalmente indotto a migliorare le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia.
In realtà, come si evince dai termini dell’accordo provvisorio, il capitale non può fare concessioni significative nemmeno sotto la veste di un regime “di sinistra”, per cui i lavoratori vedono pochi cambiamenti sostanziali nella loro vita quotidiana.
Sebbene il governo “favorevole ai lavoratori” sostenga i sindacati, che ricambiano il favore invitando i propri iscritti a sostenere i politicanti alle urne anziché scioperare, tale sostegno è subordinato alla “buona condotta” dei sindacati. I sindacati collaborazionisti ricevono un trattamento di favore, mentre la combattività operaia continua a essere repressa e l’indipendenza dei sindacati dai partiti borghesi viene sabotata ad ogni occasione. Inoltre, i benefici offerti dallo Stato vanno per lo più a favore della dirigenza sindacale, ai cui elementi può essere offerto, ad esempio, un lavoro lucrativo e comodo nel governo federale.
I sindacati esistenti oggi negli Stati Uniti hanno in gran parte abbracciato il ruolo di intermediario parassitario tra lavoro e capitale, estraendo quote dagli iscritti e tangenti dall’azienda; allo stesso tempo, contrattano con lo Stato sostenendo che, in quanto rappresentanti dei lavoratori, sono gli unici in grado di contenere le lotte operaie e quindi di garantire la pace sociale.
La degenerazione dei sindacati è un segno dell’attuale debolezza della classe operaia. Tuttavia, allo stesso tempo, le macchinazioni degli opportunisti dei sindacati e dei governanti sono un segno del fatto che sono ossessionati dalla potenziale rinascita del movimento operaio.
Il comitato direttivo di Railroad Workers United (RWU), un’organizzazione di base che promuove la combattività e l’unione dei lavoratori tra i sindacati ferroviari, ha adottato una esplicita risoluzione sul possibile sciopero ferroviario nazionale. L’esortazione sembra aver avuto buon esito. Lunedì 10 ottobre la Brotherhood of Maintenance of Way Employees Division, un sindacato degli operai addetti alla costruzione e manutenzione della rete ferroviaria, ha dichiarato che degli 11.845 votanti, 5.100 hanno approvato e 6.646 respinto l’accordo provvisorio scaturito dal negoziato fra sindacati e Comitato di emergenza presidenziale. Il sindacato invoca la riapertura del tavolo negoziale e per ora fissa come termine per una possibile azione di sciopero il 19 novembre.