حزب کمونیست انترناسیونال

Il Comunista 1921-11-09

Quattrocentomila proletari per le proposte comuniste contro la rovinosa tattica dei capi sindacali

Un operaio contro Buozzi al Consiglio Confederale

VERONA, 7.

Nella seduta pomeridiana di domenica l’on. Buozzi, proseguendo nella critica alle proposte dei comunisti ha affermato che la Confederazione non può agire alla leggera, ma deve conoscere esattamente le proprie forze. Essa ha oggi una grande autorità morale e materiale, come nessun’altra organizzazione possiede in Europa, ma questo suo patrimonio delicato non può essere esposto tanto facilmente al pericolo di una sconfitta.

Nessuna conquista morale è stata perduta. Poco si è materialmente ceduto. Certi tentativi sono stati fatti contro tutte le conquiste dei lavoratori. Gli attacchi contro le otto ore furono numerosi, ma però tutti fallirono. Non chiudiamo dunque gli occhi di fronte alla realtà.

Quanto all’unità proletaria l’oratore afferma che essa non esiste. Vi sono tante categorie che sono fuori della Confederazione e che non ci danno nessuna garanzia per una lotta in grande stile!

I comunisti hanno proposto un fronte unico di carattere puramente occasionale. La loro non è certo una buona proposta, essendo impossibile ogni accordo con gli elementi estranei alla Confederazione.

Tutti i tentativi fatti hanno dato esito negativo. Specialmente coi dirigenti dell’Unione sindacale italiana non sarebbe possibile lavorare e fare qualche cosa di concreto e di utile nell’interesse dei lavoratori.

L’oratore passa quindi a trattare dei salari, e dice che essi non sono intangibili. Quando il lavoro aumenta, aumenta anche il salario; quando diminuisce il lavoro, i salari, in generale, subiscono riduzioni. Le organizzazioni non possono impedire questo fatto. Si richiama in proposito all’autorità di Carlo Marx. tutt’al più i sindacati possono difendere le posizioni conquistate e non consentire ad una diminuzione.

La condotta dei comunisti, secondo l’oratore, è stata demagogica perché essi non dicono se con lo sciopero generale si può risolvere la questione salariale e riparare alla crisi.

Quest’arma non potrà poi dare certamente lavoro ai disoccupati. Potrà forse conservare l’intangibilità dei salari. Ma gli industriali il giorno dopo lo sciopero generale, anche vittorioso, se non hanno un interesse diretto alla produzione, chiuderanno gli stabilimenti. E così l’esercito dei disoccupati aumenterà ancora.

L’oratore accenna quindi all’opera svolta dalla Confederazione per la difesa dei disoccupati, e polemizza su questo argomento con il compagno Repossi.

Parlando del concordato di Milano, dice ancora che se un’altra simile occasione si ripresentasse, non avrebbe difficoltà di sottoscrivere un uguale concordato.

Parla quindi della situazione internazionale nei rapporti della produzione, e rileva che a cagione dell’impreparazione tecnica, alcuni stabilimenti dovranno chiudersi.

Parla ancora dell’inchiesta industriale, affermando che essa ha un valore polemico considerevole.

Quindi conclude: La F.I.O.M. non domanda nulla alle altre organizzazioni. Da parte dei comunisti attende ancora precise dichiarazioni in merito alla possibilità sindacale dello sciopero generale ed al fronte unico. Consiglia di cessare coi metodi di violenza inaugurati dai comunisti, i quali metodi possono condurre forse alla conquista di qualche lega, ma finiscono per distruggere l’organizzazione.

Si augura che la scissione, dalla quale i comunisti dicono di rifuggire, non venga imposta dai loro stessi metodi.

Violante Bensi – Noi non dobbiamo fare la scissione!

I comunisti – prosegue Buozzi – non hanno nulla da guadagnare da una simile eventualità, perché il loro movimento finirebbe male come quello dei sindacalisti …

Voci – No, no!

Buozzi è convinto che dalla scissione tutti in questo momento hanno da perdere, perché essa arresterebbe per almeno un decennio ogni conquista della classe operaia.

Tasca – Sono i confederalisti che vogliono la scissione!

Voci dal banco della presidenza – Sì, sì!

Il discorso Buozzi viene applaudito dai suoi colleghi.

Sale quindi alla tribuna a parlare il compagno Radich, operaio metallurgico di Trieste, il quale dice che Buozzi ha ripetuto qui il suo discorso tenuto al Convegno dei metallurgici a Roma.

Come a Roma i comunisti gli risponderanno punto per punto.

Inesattezze e contraddizioni

Il nostro compagno rileva che l’on. Buozzi è caduto in diverse inesattezze e contraddizioni. Così, contrariamente a quanto ha affermato il segretario generale dei metallurgici, la disdetta dei concordati è venuta proprio da quegli industriali e da quei consorzi che possono più facilmente sopportare il peso della crisi. L’on. Buozzi al Convegno di Roma si dichiarò contrario non solo alla azione nazionale, ma anche a quelle regionali. Questa tattica è dannosa agli interessi del proletariato.

Rileva che solo quando gli operai minacciarono un’azione generale la F.I.O.M. si mostrò disposta a trasportare la lotta sul terreno della forza. Sul concordato di Milano Radich dice che esso rappresenta non già una vittoria, ma una sconfitta del proletariato, in quanto dalla parte padronale si è riusciti ad impedire l’azione sul fronte nazionale di tutti i lavoratori. Esso è una manovra abilissima degli industriali, con la quale si vuol dividere gli operai delle diverse branche metallurgiche. L’oratore è convinto che solo la necessità di infrangere il fronte unico proletario ha determinato gli industriali a firmare il concordato di Milano. Si chiede se condannando i metallurgici giuliani a combattere da soli i datori di lavoro, essi potranno strappare la vittoria. Se vittoria non ci sarà, allora anche i compagni lombardi saranno necessariamente sconfitti. I comunisti respingono perciò l’accordo di Milano.

L’oratore a questo punto dimostra essere falsi i rilievi fatti dai socialisti ai compagni della Venezia Giulia per un articolo illustrativo intorno al concordato di Milano apparso sul Lavoratore.

Il compagno Radich parla poi dell’entusiasmo e dello spirito di sacrificio dei lavoratori della Venezia Giulia. In seguito accenna ai limiti concessi dal Convegno di Roma alle commissioni locali, e si dichiara intimamente preoccupato delle sorti delle varie agitazioni in corso. Parla quindi del fronte unico. Ammette che un accordo tra Borghi e D’Aragona non è possibile, ma la classe operaia al fronte unico vuole assolutamente arrivare. L’argomento posto oggi davanti ai delegati è questo: la lotta o la morte. L’organizzazione non può cessare di essere un organo di combattimento. Alla lotta aspirano gli operai: opporsi alla loro aspirazione è tradimento.

Contrario ad ogni forma di settarismo, teme che la Confederazione non voglia addivenire ad una lotta generale perché la proposta è partita dal Partito comunista.

Ma quale fiducia possono avere gli operai nella proposta dell’inchiesta sulle industrie dopo l’esperienza di questi ultimi anni? Ora hanno posizioni vitali da difendere, e non possono accettare il responso dell’inchiesta governativa. Ancora una volta l’oratore richiama la necessità della lotta, ed invoca l’azione generale proposta dai comunisti per fronteggiare l’offensiva capitalistica.

Egli è applaudito vivamente da molti delegati per il breve ma veramente efficace discorso.

Le furie di Ramella

La discussione, dopo gli incidenti provocati dai pettegolezzi di Bruno, ha proceduto abbastanza serena, ma questa serenità viene interrotta quando prende la parola Ramella, il quale, come tutti i bonzi, è invelenito e si scaglia contro i comunisti, e specialmente contro l’Ordine Nuovo con ogni sorta di ingiurie.

Egli ha un pacco di numeri dell’Ordine Nuovo segnati con matita blu. Appena l’oratore incomincia a parlare, subito i comunisti fanno acclamazioni ironiche al suo indirizzo. Il povero mandarino novarese è pieno di sdegno per gli aggettivi così mordenti che i quotidiani comunisti scagliano contro i grandi e piccoli lama confederali.

Ci avete chiamati – egli dice – mandarini, bonzi, imbroglioni, farabutti, canaglie …

Violante – Malviventi!

Guarnieri Mario – Malviventi perché vivete male!

Guarnieri Gino – Con quelle paghe!

Ramella vorrebbe continuare nella sua elencazione delle violenze verbali dei comunisti, ma l’assemblea lo interrompe.

Nasce un altro tumulto, ed un tale lancia un’ingiuria contro il compagno Moschelli, ma viene subito investito dai comunisti e costretto a ritirarla immediatamente.

Così la gazzarra continua con grande sollazzo dei giornalisti, che sospendono di scrivere. Finalmente l’oratore riprende la lettura dei brani dell’Ordine Nuovo, suscitando interruzioni, proteste e clamori ad ogni passo.

Sostanzialmente l’on. Ramella non dice nulla di originale. Egli non fa che ripetere meno bene dei precedenti oratori le solite ragioni in difesa della tattica confederale e della proposta di inchiesta sulle industrie.

Ad un certo punto, sempre dall’Ordine Nuovo legge il resoconto del Congresso camerale di Parma e dice che i sindacalisti sono d’accordo coi comunisti contro l’inchiesta e per lo sciopero generale.

Tasca – Già, ed i riformisti, i popolari ed i fascisti sono d’accordo con voi per l’inchiesta e contro lo sciopero generale! (Applausi dei comunisti).

L’on. Ramella rimane interdetto, e conclude con un’equivoca manifestazione unitaria.

I mandarini lo applaudono con poco calore anche essi, mentre i comunisti rumoreggiano.

Dopo Ramella prende la parola il compagno Vota. Egli comincia col rilevare come il discorso di Ramella, dopo quello di Buozzi, abbia notevolmente abbassato il tono del dibattito, che avrebbe dovuto mantenersi elevato e sereno, per l’importanza e la gravità delle questioni in discussione.

Il compagno Vota non userà i triviali metodi del precedente oratore anche se dovrà dire delle parole amare e delle crude verità.

Proseguendo risponde alla lunga serie di stupide insinuazioni e di volgari accuse lanciate dagli oratori socialdemocratici contro la Federazione dei lavoranti in legno, il Partito comunista ed i nostri quotidiani. Difende pure la polemica dell’Ordine Nuovo con la Federazione dei chimici e stabilisce con dati di fatto come la diminuzione di lire 1.65 al giorno abbia avuto una ripercussione gravissima sull’andamento delle altre agitazioni in corso.

Violante – Sei un volgare mentitore!

Nasce un nuovo tumulto. Contro Violante si scagliano vivacemente molti congressisti.

Il compagno Vota riprende quindi il suo discorso, facendo una rapida diagnosi dell’operato confederale dal Congresso di Livorno ad oggi, e dimostrando come questo sia completamente rovinoso per il proletariato e conduca allo sfacelo delle forze sindacali. Termina esaltando la proposta dei comunisti per il fronte unico e un’azione generale che possa ridare energia e slancio alle falangi proletarie. Solo un’offensiva generale contro il capitalismo può segnare l’inizio della rinascita del movimento rivoluzionario.

Col vibrante discorso del compagno Vota la lunghissima e faticosa seduta ha finalmente termine, e il Congresso viene rimandato a domani mattina.

I comunisti riaffermano i loro principi

La terza giornata

VERONA, 7.

La seduta antimeridiana di oggi si è iniziata con la solita ora di ritardo.

Appena aperta la seduta, presieduta da Bruno, il compagno Repossi prende occasione che oggi è il 7 novembre per mandare un fervido saluto al proletariato russo, che ha tanto lottato per la rivoluzione mondiale. Egli crede di interpretare il sentimento e la aspirazione del proletariato italiano, che segue con amore e con viva passione le vicende della Rivoluzione gridando: Viva la Russia dei Soviet! Viva la Rivoluzione mondiale!

Tutto il Congresso scatta in piedi e applaude lungamente, ripetendo il grido pronunziato da Repossi.

La fabbrica della maggioranza

Dopo il solito sermoncino del Presidente, che raccomanda brevità e moderazione nelle espressioni agli oratori, ha la parola Giovanetti che fa una breve relazione della maggioranza della Commissione per la verifica dei poteri.

Giovanetti comunica che sono rappresentate al Convegno 18 Camere del lavoro con 84 delegati, e 1712054 soci; e 31 Federazioni con 120 delegati, rappresentanti 1646104 soci.

Essendo, come è noto, i soci delle Camere del lavoro aderenti pure alle Federazioni, la Commissione assegna 856027 voti alle Camere del lavoro, e 987673 voti alle Federazioni.

Per la minoranza riferisce il nostro compagno Volpatto. Egli dice che molte Federazioni e molte Camere del lavoro non si sono attenute ai deliberati del Consiglio Nazionale precedente tenutosi a Milano, per le modificazioni dello statuto confederale, e che molte Camere del lavoro e Federazioni non hanno riconosciuto il diritto di voto alle minoranze.

Così è avvenuto, per esempio, per Vercelli e per Monfalcone. Prato, che è comunista, non potrà votare per noi. È già noto che i rappresentanti comunisti edili sono stati esclusi dal Congresso.

L’oratore fa quindi rilevare il singolare sistema di votazione, basato sui dati numerici dell’anno scorso. Proseguendo in tale sistema tutte le organizzazioni che hanno aderito solo quest’anno alla Confederazione non possono partecipare al voto, sebbene siano direttamente interessate alle discussioni del Congresso.

Dopo una breve replica di Giovanetti, sullo stesso argomento parla anche Repossi, ponendo soprattutto in rilievo l’atteggiamento dei catoni della Federazione degli edili nei confronti dei rappresentanti comunisti, impediti di partecipare ai lavori del Congresso.

Questo atto è una vera sopraffazione, tanto più grave perché risulta una violazione dello statuto della Confederazione del lavoro.

La relazione della maggioranza della Commissione per la verifica dei poteri è quindi approvata.

I comunisti si riservano di documentare con dettagliate pubblicazioni tutti i soprusi compiuti in loro danno dai socialdemocratici e tutti i voti carpiti per rabberciare alla meglio una maggioranza favorevole all’indirizzo confederale.

Sarà soprattutto interessante stabilire un raffronto fra i numeri attuali delle organizzazioni e la Federazione dei contadini.

Una speculazione sul martirio dei contadini

Prende quindi la parola l’on. Mazzoni, ultimo oratore dei riformisti, che rievoca il martirio dei contadini italiani, perseguitati dall’iniquo brigantaggio fascista.

Dei contadini nessuno ha parlato. Violente sono state le dispute per il salario, per lo sciopero mondiale, per il capovolgimento della società, ma – osserva Mazzoni – né i comunisti, né i socialisti, né gli anarchici hanno avuto una voce che ricordi il grande mutilato sanguinante che lavora nel sudario del dolore, combattuto, battuto, vilipeso. Ma i morti risusciteranno!

Sono intiere regioni agricole che sono state trasformate in veri sepolcri.

L’oratore espone le condizioni tragiche della vita dei poveri contadini e continuando dice che da questo Congresso si è esclusa la realtà, la quale è una cosa diversa e più tremenda di quella che i congressisti mostrano di comprendere.

Seguito con attenzione dal Congresso, spesso applaudito dai socialisti, cerca di dimostrare come la situazione non si presenti favorevole per la ginnastica dello sciopero generale.

Lo sciopero non può risolversi che in due modi: o con una rivoluzione, con un putsch formidabile che seppellirà il movimento operaio ed ogni speranza di redenzione proletaria.

L’oratore si domanda se la situazione nazionale ed internazionale, dato lo stato di impotenza in cui si trovano le masse, consenta di affrontare così tremendi rischi per l’organizzazione.

Per impossibile – osserva Mazzoni – che in Italia vogliano dichiarare la guerra quando i loro quadri sono scompaginati, e le condizioni sono meno propizie per la lotta! Non siamo in istato di difenderci onorevolmente, e parliamo di sferrare un attacco decisivo contro i nostri nemici, che sono agguerriti e formidabilmente armati, e che non aspettano che una nostra mossa errata per premerci addosso ed annientarci.

Proseguendo, Mazzoni parla dell’inchiesta proposta dalla Confederazione, di cui contesta le virtù taumaturgiche. Ripete anche lui che per avere qualche valore l’iniziativa confederale non deve essere osteggiata e svalutata. Riconosce tuttavia che non si tratta sostanzialmente che di un’arma polemica che fornirà però poderosi elementi per la lotta contro il capitalismo.

Parla anche della questione doganale, scagliandosi soprattutto con i suoi compagni della Confederazione, troppo debolmente liberisti.

L’on. Mazzoni conclude con un garbato sermone ai comunisti, invitandoli ad essere un po’ meno violenti nei loro attacchi ai socialisti ed ai mandarini. Ciò, si intende, non per interesse personale, ma per la salvezza della organizzazione e per l’immancabile vittoria del proletariato.

I nostri destini – egli dice – camminano sulle ossa dei nostri padri. Anche voi, comunisti, camminerete sulle nostre ossa. È ineluttabile la vostra vittoria su di noi e sul mondo. Il domani è vostro, e lo sarà tanto più presto se con la vostra opera non distruggerete quel poì che la Confederazione potrà lasciarvi in eredità.

L’on. Mazzoni ha parlato con la solita verve, inflorando il suo discorso delle più strane immaginazioni. Il Congresso gli decreta un grande successo. Ramella, citato due o tre volte favorevolmente dall’oratore, balza al collo del segretario della Federazione dei lavoratori della terra e lo bacia ripetutamente.

Mazzoni ha parlato brillantemente, con molta arguzia, ma il suo discorso ha avuto una intonazione perfettamente borghese. L’argomento più grave ed anche il più doloroso è stato svolto da lui con una leggerezza inaudita e con insopportabile, anche se piacevole, ironia.

La replica del compagno Tasca

All’on. Mazzoni segue il compagno Tasca.

Il Congresso, sebbene sia mezzogiorno passato, si interessa vivamente del discorso del nostro compagno, rappresentante della Camera del lavoro di Torino.

Egli inizia il suo discorso dicendo ritenere necessario di non lasciare i rappresentanti al Consiglio nazionale sotto l’impressione delle parole di Mazzoni e della sua invocazione agli strazi ed ai dolori dei contadini. L’oratore ha detto che le teorie ed i metodi seguiti dai comunisti somigliano a quelli dei sindacalisti. Questo è assolutamente falso. Basta leggere la lettera indirizzata dal compagno Lenin ai lavoratori americani, e quella di Trotzki ai sindacalisti francesi, per averne la documentazione precisa ed inequivocabile. Non a Sorel si richiamano i comunisti, ma al marxismo, il quale ha trovato nella compagno Luxemburg una delle più efficaci e coscienti interpretatrici. Cita in proposito l’opuscolo mirabile scritto dallo illustre martire del comunismo sullo sciopero generale.

Entrando poi nel merito della discussione, il compagno Tasca dice che i comunisti non chiedono a questo Consiglio nazionale la proclamazione dello sciopero generale, ma ne chiedono la preparazione, perché solo lo sciopero generale potrà condurre allo avviamento della soluzione della questione operaia.

Ritiene doveroso rilevare come lo sciopero generale propugnato dai comunisti abbia in questo momento un carattere puramente difensivo. Lo sciopero generale è strumento al quale è riservato, nell’attuale momento, di riconsacrare la funzione dei sindacati operai. Esso non porta nel suo seno la soluzione dei vari problemi che interessano la classe lavoratrice, ma dà all’organizzazione la capacità di resistere e di sopravvivere.

c’è chi ha creduto riscontrare una contraddizione tra la nostra convinzione che la crisi presente può essere risolta solo internazionalmente, e la nostra proposta di sciopero generale nazionale. Ciò dipende dalla abitudine da parte dei nostri avversari di attribuire ai comunisti delle stesse idee che essi non hanno mai espresso.

Noi comunisti affermiamo che la situazione attuale non è risolvibile che con una ricostruzione economica la quale presuppone la conquista del potere politico poiché la conquista del potere politico costituisce la condizione necessaria, senza la quale il problema della produzione non può essere risolto.

Si è detto che i comunisti sostengono la necessità dello sciopero generale perché qualche categoria non può da sola sopportare l’offensiva della classe padronale. Orbene, noi dichiariamo che non siamo qui a chiedere la proclamazione dello sciopero generale perché i compagni della Venezia Giulia o della Liguria o di qualsiasi altra regione d’Italia sono in lotta col padronato; noi lo chiediamo perché in questo momento tutte le categorie dei lavoratori si trovano nelle stesse condizioni.

Polemizzando con l’on. Buozzi, Tasca dice che quello che maggiormente lo ha colpito nel suo sereno discorso è il fatto della constatazione che parecchi gruppi sono usciti dalla lotta, perché questa non è generale. Ciò crea un precedente che può riuscire fatale all’intiera classe lavoratrice. Questo fatto, quantunque non vada eccessivamente esagerato, è davvero un pericolo, ma non se ne può attribuire la colpa alla proposta comunista, la quale invece va considerata come un tentativo di fondere e valorizzare tutti gli sforzi singoli delle diverse categorie e dei diversi gruppi di lavoratori.

Essa non può considerarsi in conseguenza come un alibi per coloro che non intendono lottare. Seguendo il metodo tolstoiano rinunciatario enunciato da Mazzoni nessuna possibilità di riuscita esisterebbe per la classe operaia, perché date le condizioni create dal fascismo e dagli industriali in Italia si ha ragione di ritenere che la classe capitalistica miri alla distruzione non solo delle conquiste dei lavoratori, ma delle organizzazioni stesse. Lo sciopero generale, adunque, deve avere questo preciso obiettivo: salvar lo strumento della difesa della classe operaia, cioè l’organizzazione. È convinto che non sarà lontano il giorno in cui i riformisti si accorgeranno come i comunisti non siano seguaci delle teorie sindacaliste.

Si è detto che la nostra tattica è quella dell’attacco frontale ad ogni costo, sostenuta con quel successo da tutti ormai riconosciuto dal generale Cadorna. I comunisti dispongono di altri generali e di altri strateghi: Noi – dice Tasca – ci rifacciamo continuamente agli insegnamenti dei nostri compagni russi, noi impariamo da Lenin, il quale ha detto che primo dovere dei comunisti è quello di apprendere non solo a vincere, ma anche a perdere.

L’inchiesta e le sue conseguenze

La borghesia non può distruggere il proletariato perché il proletariato costituisce la ragione stessa di esistenza della borghesia; come la esistenza del proletariato presuppone la borghesia; così la borghesia presuppone il proletariato come classe soggetta.

Si è detto qui ripetutamente che noi facciamo il processo alle intenzioni. Anche questo è inesatto; noi pensiamo che l’imbottigliamento che si avrà per effetto dell’inchiesta sarà fatale al proletariato. Tale imbottigliamento è conseguenza inevitabile della linea di condotta seguita dalla Confederazione. In simile caso la buona volontà e le buone intenzioni valgono ben poco: ciò che vale sono le conseguenze che necessariamente seguiranno.

È stato detto che la proposta di inchiesta sulle industrie ha uno speciale valore polemico, percè essa ha valso a scuotere vastissimi strati dell’opinione pubblica.

Buozzi dice a questo proposito: I salari non sono intangibili, e aggiunge che essi seguono la legge della domanda e dell’offerta. Dunque nemmeno l’inchiesta può garantire i salari.

Ma come allora l’organizzazione può raggiungere tale scopo?

I comunisti sostengono che oggi il problema della produzione non è quello del protezionismo singolo, ma quello del ristabilimento di un equilibrio produttivo in tutto il mondo. Questo equilibrio non può essere raggiunto entro i quadri del capitalismo, ma può essere raggiunto soltanto col comunismo.

Buozzi: La nostra proposta sul controllo e sulla distribuzione delle materie prime!

Galetto: Società delle nazioni!

Bianchi: L’Humanitè di Parigi ha pubblicato la relazione Baldesi!

Galetto: Segno che il servizio di informazioni di quel giornale è migliore di quello dell’Avanti!

Proseguendo, il compagno Tasca si diffonde a parlare della pseudo-scienza diffusa tra le classe lavoratrici per mezzo delle università popolari. L’oratore passa quindi a polemizzare con Violante, segretario dei chimici ed ha felicissimi spunti polemici contro il segretario della F.I.O.C.

Violante – dice il nostro compagno – ha detto di volere una grande Italia, un’Italia ricca, e per raggiungere questo risultato persegue scopi protezionistici. I comunisti si oppongono a questo concetto che è quello della torta che dovrebbe essere divisa in eque proporzioni tra proletariato e borghesia: lo respingono perché è anticlassista, perché borghese! (Applausi).

Il nostro liberismo

Tasca viene quindi a parlare del problema agrario, e chiede a Mazzoni se ritiene possibile risolvere il problema della produzione agricola senza allacciarlo a tutto il piano della ricostruzione internazionale. Considera il liberismo, tanto calorosamente difeso da Mazzoni, assai equivoco. Il liberismo vero, il liberismo che vuole il proletariato non può raggiungersi se non in un regime di equilibrio economico che si ricolleghi direttamente alla vittoria del proletariato internazionale.

La fisionomia economica di una nazione si trova in rapporto alla fisionomia economica di tutte le nazioni del mondo. La proposta confederale non darà mai il vero liberismo, poiché essa lega le sorti del proletariato a quelle della classe dominante.

Questa mattina, prosegue l’oratore, si è inneggiato alla Rivoluzione russa, ma si pensi che il miglior modo per commemorare questo grandioso avvenimento è quello di considerarlo non già come un fatto storico puramente russo, ma bensì come il primo passo della grande lotta proletaria mondiale.

Sempre attentamente ascoltato, il nostro compagno dice che la teoria del «tanto peggio, tanto meglio» è squisitamente anticomunista. I comunisti non intendono perciò abbandonare i disoccupati al loro doloroso destino.

Al disoccupato non deve mancare la assistenza. Dei proletari senza lavoro bisogna occuparsi assiduamente e con vivissimo interesse. Dobbiamo interessarci continuamente dei disoccupati perché solo così, solo con i frequenti contatti con essi, noi possiamo orientarci nella nostra operai.

La Confederazione non deve preoccuparsi dei comizi dei disoccupati, e spera che la Confederazione riconosca di aver commesso una gaffe diramando quella famosa circolare in merito alle supposte macchinazioni dei comunisti nei riguardi dei disoccupati.

Il problema dei disoccupati può diventare un grande elemento di azione politica, perché i disoccupati si ritrovano sempre sulla strada per il fatto che sono cacciati dalle fabbriche, e la pressione che i disoccupati possono esercitare sull’opinione pubblica è assai più forte che non quella che potrà esercitare la proposta di inchiesta sulle industrie. Rivendica al Comitato sindacale comunista di aver posto nei suoi giusti termini la questione dei disoccupati.

L’unità proletaria

Parlando dell’unità proletaria l’oratore dice che questo è uno dei problemi più delicati. I fatti denunziati dal segretario dei tipografi non sono di quella gravità che si è tentato di dare loro.

Per quanto riguarda i comunisti afferma che essi non hanno tralasciato nulla per risolvere questo problema. Dichiara che il giorno in cui la tattica da seguirsi da parte dei comunisti nei sindacati sarà posta in discussione il Partito comunista dirà chiaramente il proprio pensiero e fisserà nettamente il suo indirizzo.

Ritiene che sarà concessa sempre facoltà di libera critica a tutti gli organizzati e che l’organizzazione si muoverà su un terreno di libertà, ma anche di sicurezza. Non si può giungere alla vittoria finale del proletariato senza aver raggiunto prima la sintesi dell’antagonismo assoluto della classe operaia contro il capitalismo.

Solo il Partito comunista può indirizzare il proletariato verso questa sintesi; contro il sindacalismo di sinistra come contro quello di destra, i comunisti mirano a ricostruire l’organizzazione e dare ad essa tutta la sua efficienza.

La Confederazione del lavoro deve permettere ai comunisti di rimanere tali anche nel seno dell’organizzazione confederale. I comunisti, alla loro volta, rimarranno nella Confederazione, nonostante il patto di alleanza da essa concluso col Partito socialista, facendo proprio uno dei postulati della terza Internazionale, cioè l’agglomeramento di tutti gli operai in un solo organismo che possa validamente difenderli, e che possa marciare compatto e risoluto contro la classe capitalistica.

Concludendo, Tasca si augura che le idee e i propositi dei comunisti siano maggiormente considerati dagli avversari, e che l’unità del proletariato diventi al più presto un fatto compiuto nella forma e nello spirito.

Il vigoroso discorso del compagno Tasca è calorosamente applaudito da tutti i compagni comunisti che gli si fanno intorno per congratularsi con lui.

Sono le 13 e un quarto, ed il presidente dichiara tolta la seduta.

L’ordine del giorno confederalista

All’inizio della seduta pomeridiana prenda la parola Monicelli che, proponendo l’ordine del giorno confederalista, ricorda le benemerenze del Partito socialista verso il movimento proletario italiano.

L’oratore è continuamente interrotto dai comunisti.

Una voce – Taci, moretto del Barnum!

Monicelli – Se oggi siamo una forza …

Voci – Finiscila, non fare del bluff!

Monicelli – … se contiamo qualche cosa, ciò è dovuto al Partito socialista, che ha spinto le masse italiane alla lotta.

Voci – E poi le ha tradite!

Poiché l’oratore continua su questo tono, il Congresso diventa nervoso.

Finalmente il mandarino fiorentino deve smetterla ed i comunisti lo applaudono ironicamente al grido di: Bravo moretto serratiano! Viva la seconda Internazionale!

I socialisti invece lo applaudono favorevolmente.

L’ordine del giorno che egli presenta è il seguente:

«Il Consiglio Nazionale, discutendo in merito alle questioni salariali, del rincaro, della disoccupazione ed ai problemi conseguenti della crisi economica, prese in esame le due mozioni del Consiglio direttivo approvate d’accordo con la Direzione del Partito socialista, le approva e impegna il Comitato direttivo a proseguire nella campagna intrapresa per la salvaguardia degli interessi proletari insidiati dal padronato che tenta di risolvere la crisi a tutto suo vantaggio e a detrimento degli interessi generali; impegna anche tutte le organizzazioni confederali ad agitare energicamente i problemi ed i postulati delle sopraccennate mozioni con quei mezzi atti e con quelle forze che respingendo le proposte di elementi irresponsabili offrono la possibilità di successo».

Dopo un altro po’ di baccano il Presidente riesce ad ottener un relativo silenzio e dà la parola al segretario D’Aragona, che risponde ai oratori che hanno interloquito sulla relazione Bianchi.

Quindi, dopo alcune dichiarazioni di voto, si passa alla votazione, che dà i seguenti risultati:

Il voto

Votanti 1860573

astenuti 18349

CAMERE DEL LAVORO

Mozione comunista voti 246402

Mozione socialista voti 612653

TOTALI

Mozione comunista voti 415712

Mozione socialista voti 1426521

La proporzione dei voti rimane quella del Congresso di Livorno. La posizione dei comunisti è però notevolissimamente migliorata, se si tiene conto:

1. che si tratta qui di Consiglio nazionale, e non di Congresso, in cui tutte le organizzazioni sono rappresentate più direttamente:

2. che molte minoranze comuniste di Camere del lavoro e di Federazioni nazionali sono state abusivamente contestate, per molte decine di migliaia di voti;

3. che il numero degli organizzati del 1921 è notevolmente minore di quello del 1920, in base al quale si è votato, e che la diminuzione investe soprattutto le organizzazioni che non si sono espressamente pronunziate, e per cui hanno votato i funzionari riformisti;

4. che molte organizzazioni che hanno aderito nel 1921, e sono per la proposta comunista, sono state abusivamente escluse dal voto.

Infine deve notarsi che per lo statuto confederale metà dei voti sono attribuiti alle Federazioni di categoria, per le quali votano quasi sempre i funzionari centrali, e l’altra metà alle Camere del lavoro, che più direttamente esprimono la consultazione delle masse. Se si fosse votato sulla base delle Camere del lavoro i voti comunisti sarebbero stati 500 mila, contro 1200000 ai socialdemocratici.

Il Partito Comunista è orgoglioso della sua affermazione, ed i socialdemocratici, che si aspettavano soltanto 200 mila voti, ne sono sbigottiti.

Il Consiglio nazionale discuterà domani mattina la questione internazionale.

Anche i comunisti francesi lottano per il fronte unico

PARIGI, 7.

(Pesci). Il Partito comunista francese sta preparando il suo congresso nazionale. Le assisi del partito saranno tenute quest’anno a Marsiglia, fra poche settimane e i compagni di Francia vi si preparano degnamente. Riunioni preliminari sono tenute, tra le organizzazioni politiche e le organizzazioni minoritarie sindacali, in cui si discutono i capisaldi dell’ordine del giorno da svolgere davanti alla attenzione del proletariato di Francia che attende dal prossimo congresso la parola d’ordine di un’azione che sarà destinata a segnare una tappa molto importante della sua ascensione.

Già sono stati radunati i migliori compagni delle organizzazioni politiche e delle organizzazioni economiche perché sentissero dalla viva voce dei delegati del congresso mondiale di Mosca l’eco di quante discussioni si fecero alla presenza dei rappresentanti dell’Internazionale Rossa. E quelle accolte di compagni hanno seminato per tutte le regioni della Repubblica il buon seme della parola comunista. Giorno sono a Bellevilloise si sono radunati di nuovo di membri del Comitato esecutivo del Partito comunista e i dirigenti delle organizzazioni sindacaliste rivoluzionarie onde studiare i preliminari di un’intesa pratica nella azione sindacale e nell’azione politica.

Una lucida relazione è stata apprestata e da essa si può rilevare quali idee chiare ed opportune abbiano i proponenti. Sindacati e partito debbono agire di conserva, rispondendo a un unico sentimento: quello di convogliare il proletariato verso la rivoluzione.

In Francia più che in ogni altro paese il sindacalismo, o l’ideale di radunare sotto le stesse bandiere tutti gli uomini aventi interessi comuni, indipendentemente dalla loro fede politica, era arrivato a staccare dal Partito socialista le organizzazioni. «Azione di ventre e parole di fuoco» ecco la definizione che uno dei migliori uomini del Partito socialista francese ha dato ai riformisti della Confederazione generale del lavoro. Ma il fuoco delle parole ha lasciato il fumo delle disillusioni e non per nulla ora i minoritari hanno conquistato buona parte del proletariato.

Il sindacalismo riformista francese aveva fatto credere agli operai che vi potesse essere lotta di classe senza lotta politica. I nostri compagni, non giunti al comunismo attraverso le convenienze elettorali, ma attraverso una esperienza di dolori e di disillusioni che hanno ingenerato oltre che una convinzione profonda anche una profonda persuasione che non vi può essere accordo tra le ideologie piccole borghesi e le ideologie della rivendicazione del lavoro produttore, sono decisi a trarre nel campo della battaglia generale tanto le organizzazioni economiche quanto le organizzazioni politiche. Essi vedono, e giustamente, che salva la tattica particolare dei conflitti materiali, uno solo deve essere il lievito delle battaglie tutte del proletariato; la fiducia e l’idea di arrivare al momento opportuno alla rivoluzione sociale che sradichi e strappi le propaggini del privilegio di classe. In questo ideale debbono confondersi i combattenti delle sezioni e delle leghe. Fronte unico in ogni lotta. Sacrifici e speranze comuni a tutti coloro che credono nella rivoluzione. Scioperi, dimostrazioni ,serrate, boicottaggi, elezioni stesse debbono avere un solo scopo: trarre a noi elementi e formare coscienze che, all’occorrenza, contribuiscano alla riuscita della rivoluzione.

Il congresso del Partito comunista francese tratterà in primo luogo e precipuamente l’argomento del fronte unico che le altre organizzazioni sfruttano solo quando si deve procedere alle elezioni.

Il vergognoso spettacolo dato dall’ultimo congresso del Partito socialista francese, sezione della Internazionale operaia, cioè della II Internazionale, mostra infatti quale sia la preoccupazione di coloro che sostengono la necessità di dividere le competenze. Solo i dirigenti dei partiti politici che speculano sulla rivoluzione in continuo divenire e non mai attuabile, sono teneri per la neutralità e l’indipendenza delle organizzazioni operaie dai partiti politici, in quanto temono che, se la politica penetra nelle file dei sindacati, i dirigenti di questi diventino immediatamente i concorrenti più temibili alle cariche elettive. Giova ad essi il dire che i sindacati debbono star fuori dalle competizioni politiche onde il campo rimanga intenso e la messe sia loro risparmiata. Al massimo i dirigenti politici si erigono a protettori delle organizzazioni quando giova far delle chiacchere e a moderatori allorquando occorre sfuggire a responsabilità.

Il fronte unico è voluto dai comunisti in due sensi: nella pratica quotidiana delle agitazioni, nelle quali lo sconquasso delle file proletarie è dovuto alla mancanza di solidarietà ideale delle organizzazioni riformiste; e nella considerazione generale di principio che lo sfruttato è tale davanti a sé stesso e davanti a tutti i suoi simili coi quali ha di comune la miseria e il diritto di uscirne.

Ancora ieri Paul Louis, nel campo pratico, ha preso le mosse dalla triste prova del Nord per richiamare con queste parole i compagni al fonte unico:

«Da un campo all’altro del mondo, il capitalismo continua la sua offensiva contro la classe operaia. Questa offensiva, che cerca insieme di infliggere alla classe operaia divenuta minacciante, un grave scacco e a sottrarre gli sfruttatori da una crisi economica, si esercita contro i salari guadagnati e contro la giornata di lavoro ridotta.

Il capitalismo, da una parte, riduce del 25-30 per cento le risorse proletarie sfruttando la crisi mondiale della disoccupazione per esercitare la sua dittatura; e d’altra parte pretende 9-10 ore di lavoro a rischio e nella speranza di accrescere la disoccupazione.

Accresciuta la disoccupazione, esso la invocherà in seguito per ridurre nuovamente le paghe ed utilizzerà le riduzioni supplementari delle tariffe per prolungare ancora la giornata. Il sistema capitalista rinchiude il proletariato in una specie di circolo infernale. Bisogna chiedersi se di fronte alla formidabile aggressione padronale le masse proletarie hanno opposta la resistenza che conveniva. Come in queste condizioni difendere il principio dell’isolamento assoluto del comunismo da una parte e del sindacalismo dall’altra? La classe operaia vorrà ancora battersi in ordine sparso contro la massa compatta della classe dirigente? Ecco i veri termini della questione».

E stamani sull’Humanitè, il compagno Amedeo Dunois ritorna sull’argomento scrivendo esplicitamente che «la cura della sua dignità spirituale, il sentimento che è l’espressione della più alta coscienza rivoluzionaria del proletariato impongono al Comunismo di non tenersi alla porta dei sindacati, come un mendicante nell’atrio di una chiesa. Perché vi sono dei comunisti nei sindacati, noi domandiamo loro di comportarsi semplicemente da comunisti. Noi riprendiamo, onde guidarli, il programma dell’Internazionale comunista. Esso è noto ed è un programma capace di raccogliere attorno a sé non solo i comunisti, ma anche i sindacalisti rivoluzionari stessi».