Agosto 1914 – Agosto 1928
Il 1914 è una data segnata a caratteri di fuoco nella storia della lotta delle classi. Dopo avere raggiunto il suo apogeo (Lenin lo stabilisce intorno al 1870) il capitalismo, entrato nella sua ultima fase, nella fase dei trusts e dei cartelli, marciava inesorabilmente verso l’ora in cui lo stesso sviluppo delle forze economiche da esso generate apriva la tomba al suo regime e, per dirla con Marx, il becchino, il proletariato, trovava nel grado raggiunto dal progresso delle forze di produzione le condizioni di maturità per instaurare la sua dittatura volta alla trasformazione dell’economia verso il socialismo. Finita l’epoca in cui il capitalismo poteva attendersi lo smisurato accrescimento dei suoi privilegi attraverso il controllo del gioco delle forze e dei rapporti economici, era venuta l’altra epoca, l’ultima, in cui il capitalismo poteva attendersi un accrescimento ed una difesa dei suoi privilegi solo con il dominio diretto – attraverso i monopoli – del funzionamento di tutto l’apparecchio economico. Ma questa lotta sotterranea, accanita, fra un regime condannato dalla storia e le forze che esso aveva generato, quest’antagonismo incolmabile – come d’altronde ogni altro antagonismo che l’analisi marxista aveva scoperto nell’organizzazione capitalista – doveva conchiudersi con una alternativa terribile.
O la classe condannata riusciva a mantenere il potere, ed allora la lotta per i mercati, che prima si svolgeva attraverso il “pacifico” schiacciamento degli industriali meno forti, prendeva le nuove forme ove milioni di uomini armati fino ai denti in nome del barbaro imperatore della Germania, o del civile, democratico e repubblicano re d’Inghilterra o presidente francese, si scannavano per difendere gli interessi dei loro rispettivi oppressori, e in definitiva per incendiare moli enormi di ricchezze che la produzione aveva ammassato e che una società basata sull’oppressione della enorme maggioranza dei consumatori, non riusciva più a smaltire.
Oppure la classe rivoluzionaria riusciva a conquistare il potere politico, a spezzare la macchina statale del capitalismo che, per resistere alla condanna che pronunciava contro di esso lo sviluppo assunto dalle forze della produzione, si apprestava a spalancare di fronte alla classe lavoratrice la catastrofe della guerra.
E l’alternativa era allora posta: o la guerra o la rivoluzione.
E fu la guerra. Mentre i proletari si disponevano per il combattimento contro il capitalismo che preparava e dichiarava la guerra, il capitalismo trovava la maggioranza stragrande degli stati maggiori della II Internazionale, che qualche anno prima avevano giurato per lo scatenamento dell’insurrezione in caso di guerra, pronta al suo servizio, e disponeva ad arringare gli uni contro gli altri i proletariati che avrebbero dovuto essere simultaneamente armati per la lotta finale.
E la guerra venne e durò, mentre i piagnistei dei pacifisti inorriditi, di quelli stessi che pretendevano porsi al di sopra della mischia venivano dall’uno e dall’altro gruppo utilizzati, per irrobustire le armate imperialiste.
Il partito bolscevico, e minoranze di sinistra dei partiti della Seconda Internazionale diedero al proletariato la parola che, sebbene apparisse condannata dalla realtà nel quadro delle utopie sanguinarie, era invece quella che rispondeva agli interessi del proletariato e della rivoluzione, e nello stesso tempo era l’unica che assicurava la fine dello scannamento fra proletari perché assicurava lo scannamento degli oppressori.
«Trasformazione della guerra imperialista in guerra civile». Questa la formula che ritorna a grande onore di Lenin e che trovò in Italia, al di fuori e contro i troppi sedicenti maestri del centrismo attuale, il solo compagno Bordiga a sostenerla nei congressi del Partito Socialista e particolarmente in quello successivo ai fatti di Torino del 1917.
E la guerra durava anche dopo che l’intervento dell’America faceva tracollare la bilancia a favore dell’Intesa. Ma la fine della guerra non risiede nemmeno in questo intervento americano e la vera fine della guerra fu decretata dal contagio della vittoria rivoluzionaria in Russia fra i proletari armati degli eserciti imperialisti.
E il dopoguerra è venuto. Gli assalti del proletariato rivoluzionario che hanno colpito i centri più importanti dell’economia europea sono andati verso la disfatta poiché è mancato un partito che sapesse condurre alla vittoria, e più specialmente perché gli stati maggiori dei partiti comunisti – nell’ora definitiva – hanno sostituito all’appello per l’insurrezione e per la conquista del potere politico, l’appello per il blocco con le forze della socialdemocrazia antifascista e democratica, divenuta dal 1914 la forza più efficace della conservazione e della controrivoluzione.
E la disfatta è venuta pure per il poderoso movimento interessante decine di milioni di lavoratori cinesi ove i comunisti – per una aberrazione teorica contro cui invano si elevarono i compagni dell’opposizione russa – hanno ripetuto gli stessi nefasti che noi attribuiamo ai socialdemocratici d’Europa.
E dopo la disfatta cinese, la forza degli avvenimenti ed il trionfo dell’opportunismo hanno avuto ragione anche dell’Ottobre 1917, ed i migliori soldati di Lenin sono oggi sequestrati dalla lotta e deportati dall’opportunismo che ha trionfato nel seno dei partiti comunisti.
Il Congresso di Bruxelles
Dopo tante sconfitte del proletariato rivoluzionario era prevedibile che i socialdemocratici risollevassero la voce e si azzardassero per la prima volta a chiamare «traditori» i comunisti che in Germania sono stati le vittime dei loro governi, e che in tutto il mondo vengono massacrati per la loro fedeltà alla lotta rivoluzionaria.
Il democratico a tutta prova Vandervelde, che ha l’onere di avere tenuto l’avanguardia nel 1917 della lotta contro la Russia sovietica vittoriosa, ha dominato questo Congresso ove, accanto ai socialdemocratici italiani che hanno disarmato il proletariato italiano nella lotta contro il fascismo, si trovavano i rappresentanti del governo tedesco di Hindenburg, gli stessi che hanno l’alto merito verso il capitalismo di avere spezzato e sconfitto con la violenza il movimento spartachista capitanato da Liebknecht e Luxemburg, i sostenitori dell’assassino Horty, i leali oppositori di Poincaré che in quegli stessi giorni ad Ivry ammassava i battaglioni di polizia contro i manifestanti comunisti.
Ed il fondo politico del Congresso è stato rappresentato dall’omaggio unanime alla Società delle Nazioni cui tutto si vuole confidare, dal controllo economico dei trusts, al disarmo, alla imposizione ai governi – attraverso il Bureau International du Travail – di instaurare il socialismo attraverso una serie di decreti di Baldwin, Mussolini, Müller o Poincaré. Questo per la galleria, per i bisogni dell’esteriorità e dell’imbroglio. Ma in realtà, nel Congresso di Bruxelles, Vandervelde ha rappresentato il tentativo di unificazione dei diversi socialismi nazionali, contrastanti sulla base pan-europea, di una simultanea difesa contro l’America onnipossente.
Nel 1924 il compagno Trotski, analizzando la situazione mondiale, rilevava il contrasto insanabile apertosi con la disproporzione tra le forze degli imperialisti, ed enunciava il contrasto fondamentale fra l’Europa e l’America.
Quattro anni dopo quelli che nell’Internazionale urlarono allora contro il trotskismo, sono oggi ridotti a ripetere quelle stesse cose che la realtà ha messo in luce e che il nostro grande rivoluzionario aveva intravisto e previsto dopo un attento esame marxista della situazione.
Trotski diceva allora a proposito della socialdemocrazia europea che essa era ridotta al ruolo di «agenzia della borsa di New York». Ed anche questa disanima ha trovato una completa conferma nei fatti che hanno visto negli Jouhaux, negli Hilferding e nei Blum i cantori affannati della razionalizzazione all’americana ed i sostenitori dell’ipoteca e della vendita delle più importanti branche della produzione europea al capitalismo americano. Ed il capitalismo europeo, dopo avere sconfitto i movimenti rivoluzionari anche per l’appoggio ricevuto dai finanzieri americani (viene ora pubblicato che la clausola prima e fondamentale del piano Dawes era rappresentata dalla precauzione che si voleva prendere contro lo sviluppo di una rivoluzione bolscevica in Germania), cerca una base di resistenza comune contro la supremazia di oltre oceano.
Il capitalismo è in declino su scala mondiale, ma il punto più debole del capitalismo mondiale, il fulcro della situazione è rappresentato dalla vecchia Europa. Trotski pensava che nel tormentoso processo del parto rivoluzionario mondiale, spettasse alla Russia Sovietica il compito storico di polo di sconvolgimento del capitalismo europeo e di integramento col movimento proletario americano, non escludendo naturalmente che tutto questo non dovesse scontrarsi con delle guerre, la cui condizione pregiudiziale restava quella leninista della loro trasformazione in guerre civili vittoriose per gli Stati Uniti Sovietici d’Europa.
Dopo la disfatta cinese questa grandiosa prospettiva di Trotski pare oscurata, infatti la Russia Sovietica non assolve a questo compito e manda anzi in galera i capi che questo compito internazionalista vogliono assegnare al proletariato russo. Per contro la Russia Sovietica e la stessa Internazionale partecipano alle farse sul disarmo di Ginevra e Čičerin ha già dichiarato di essere pronto a firmare il patto Kellog avanzandovi delle riserve le quali aggiungeranno alla farsa che si recita anche la nota sovietica.
La prospettiva che ha guidato lo stesso Congresso di Bruxelles è un’altra. Vandervelde ha fatto l’ “anti-americano”, ha deriso il patto Kellog, ha riannodati i legami fra Loebe e Blum per l’evacuazione della Renania. Ha anticipato la risposta a Kellog che Briand e Chamberlain hanno dato poi con il patto navale franco-inglese.
Il fatto è che il governo socialdemocratico tedesco e l’orientamento della politica estera tedesca verso i vecchi nemici dell’occidente incontra nella socialdemocrazia una forza attiva di sostegno che si prepara ad estendere le sue vittorie elettorali sulla base di un programma nettamente borghese che essa ha voluto manifestare chiaramente scegliendo a data di convocazione del suo Congresso l’anniversario del tradimento che essa fece nel 1914, per provare che le sue disposizioni alla difesa del dominio capitalista sono a tutta prova e che non faranno difetto anche in caso di guerra.
Il Congresso di Bruxelles si è aperto dopo una manifestazione di migliaia di proletari inquadrati nelle «milizie socialiste» che marciavano al grido di «vogliamo i sei mesi». In sostanza questa rivendicazione significa la volontà socialista di partecipare alla organizzazione di una guerra con un proprio progetto che, come Vandervelde ha pubblicamente dichiarato, assicura meglio la difesa degli interessi della borghesia, perché esso si perfeziona con l’organizzazione di armate di carrieristi specialisti nel maneggio dei possenti ordigni bellici, come Paul-Boncour ha sostenuto nei suoi progetti adottati dall’imperialismo francese.
Questa manifestazione di «milizie socialiste» si unifica con l’appello lanciato nel manifesto del Congresso alle forze liberali della borghesia per una sedicente lotta contro il disarmo (così dice il testo), ma in realtà per richiedere l’appoggio alla socialdemocrazia che non dimentica di accettare la proposta di Bauer per la difesa della Russia.
E a questo socialismo borghese, a questa forza che presume di potere unificare la Pan-Europa non possono mancare gli osanna della stampa borghese. In effetti la socialdemocrazia, per quanto possiede ancora delle influenze nel campo operaio, si è trasformata in una forza completamente capitalista che potrà giocare il ruolo definitivo della salvezza della borghesia minacciata dalla rivoluzione comunista. La stessa democrazia cristiana si orienta piuttosto nella direzione di una politica sturziana e dipenderà solamente dalla capacità che essa proverà di avere nel massacro del proletariato comunista, se un diverso orientamento della borghesia non si affermerà verso il fascismo. Per ora è chiaro che il compito della socialdemocrazia, l’obiettivo che essa si è fissato è di agire come forza di primo ordine nella organizzazione della controrivoluzione.
Ed è perfettamente spiegabile che a questa contraffazione del marxismo operata dai socialdemocratici aderiscano arcivescovi in Inghilterra, principesse d’Austria, mentre i re dell’acciaio lanciano circolari per l’appoggio al piano dei sindacati socialisti, ed un congresso di preti in Germania trova il modo di unificare il socialismo con la religione e con gli interessi del clero.
L’Asse della Situazione è la Rivoluzione Comunista
Contemporaneamente al Congresso di Bruxelles si teneva a Mosca il Congresso dell’Internazionale, questa organizzazione verso cui il proletariato, tradito dalla Seconda Internazionale si era rivolto per farsene la guida della rivoluzione. Ma questo oscuro anniversario del 1914 doveva segnare una nuova e grave delusione per il proletariato. A Mosca l’unica, la sola preoccupazione è stata quella di ammassare quintali di discussioni e di risoluzioni sulla fallace speranza che il proletariato, sconvolto dalle disfatte subite, facesse credito ai responsabili di queste disfatte che, profittando del ritardo della lotta rivoluzionaria, hanno attuato la repressione contro i capi più degni del proletariato rivoluzionario. E Bucharin ha scoperto che l’asse della situazione mondiale è il pericolo di guerra appoggiando questa sua asserzione con i brani riportati da Marx, Engels, Lenin, i quali tutti provano che ben diversa è sempre stata la posizione dei nostri maestri nei confronti della guerra.
Sì, il capitalismo genera mille antagonismi, esso genera anche la guerra, ma spetta ai pacifisti di tutte le risme di gridare alla pace contro la guerra. Spetta invece al proletariato comunista, sulla base della interpretazione marxista, di dichiarare che la guerra scoppia quando anche la rivoluzione è possibile e che il nostro dovere è, in conseguenza, di denunciare sin d’ora i possenti preparativi di guerra del capitalismo, non perché vogliamo sollevare il proletariato a combattere in nome della pace contro la guerra, ma perché vogliamo sollevare il proletariato a combattere per la guerra civile contro la guerra imperialista, per la rivoluzione comunista contro la pace impossibile.
A Mosca si è durata una fatica immensa di discorsi e di risoluzioni per non affrontare il problema reale del proletariato che vuole comprendere le ragioni delle disfatte per apprendere a riportare la vittoria. Ma questo dibattito non poteva farsi a Mosca perché esso avrebbe dovuto liquidare gli opportunisti e rivendicare le ragioni per cui hanno lottato, combattono e soffrono i proletari di sinistra.
In questo anniversario del 1914 il proletariato rivede vecchie e nuove figure; vecchie figure di traditori disposti a tutti i tradimenti, nuove figure trascinate nella via di nuovi tradimenti. Vandervelde e gli assassini degli spartachisti tedeschi hanno declamato a Bruxelles. I secondini dei più grandi rivoluzionari viventi hanno declamato a Mosca. Ma il proletariato ha per sé una grande forza ed è quella che gli è data dall’essere esso la forza rivoluzionaria al servizio del quale stanno tutti gli avvenimenti. Esso riprenderà il suo cammino che è segnato da Marx, Engels, Lenin, Trotski, Bordiga. Sulle bandiere che vengono oggi sventolate dagli altri che contro essi combattono, non la vittoria, ma la sconfitta sarebbe riservata al proletariato.
Bucharin ha riportato questo passaggio di Marx: «Ma noi non dobbiamo dimenticare che esiste ancora in Europa una sesta potenza che, a dei momenti determinati, afferma il suo dominio su tutte le cinque “grandi potenze” e le fa tremare. Questa potenza è la rivoluzione. Dopo un lungo periodo di calma e di tranquillità, essa è di nuovo chiamata sui campi di battaglia dalle crisi e dallo spettro della morte». L’asse della situazione è la rivoluzione comunista e non il pericolo di guerra; è rappresentato dalla sesta potenza che malgrado Vandervelde ed i neorevisionisti, troverà il faticoso cammino che la porterà alla vittoria, è il proletariato comunista che due nomi sintetizzano oggi: Trotski in Siberia, Bordiga ad Ustica.
Sacco e Vanzetti
Ricordiamo il messaggio inviato da questi due eroici martiri del proletariato rivoluzionario il 1° gennaio 1927:
«Noi abbiamo la convinzione che quelli che ci vogliono assassinare sono decisi a carbonizzarci nel corso di quest’anno 1927 ed è molto probabile che essi vi riusciranno. Il nostro desiderio è che l’anno nuovo ci porti o la libertà o la morte, ma in attesa noi siamo pronti a portare la nostra croce fino all’ultimo.
La Morte! ebbene, essa può distruggerci tutti e due, ma non l’Idea, non la Causa, non la nostra fede e la vostra fede. Essa non può arrestare il corso della storia, né cambiare le vie del destino.
Soldati della libertà, voi appartenete alla legione immortale. L’ora presente è quella della passione e della disfatta. Ma voi che resistete a sopravvivete alla persecuzione bestiale, all’esilio, alla fame, alle catene, alla disperazione, voi dimostrerete che la nostra legione può essere vinta ma essa resta immortale.
Compagni, cavalieri della pena e delle lacrime degli uomini, voi che sfidate i potenti ed il terrore delle forze dell’ombra e della tirannia, noi vi salutiamo. E noi vi gridiamo il nostro saluto a piena gola, con una voce possente e con un cuore felice, anche quando ci trascineranno sulla sedia elettrica».
Sacco e Vanzetti hanno mantenuto la parola. Nella lenta tortura che ha preceduto l’assassinio essi non hanno perduto un istante la ferme fede nella causa per cui venivano condannati. Anche negli ultimi istante della loro vita essi hanno detto al boia la parola della loro fede.
Interno ai nomi di questi due compagni anarchici il proletariato mondiale e soprattutto quello europeo sono insorti in manifestazioni poderosissime. Oggi questi due martiri sono già dimenticati da parte di quei liberaloidi o socialisti che l’anno scorso aderivano a queste manifestazioni per non perdere il controllo delle masse che essi influenzavano. Il proletariato ha perduto una battaglia dopo avere validamente combattuto· Ma il migliore omaggio a questi intrepidi combattenti rivoluzionari lo hanno dato i proletari con la loro battaglia. Sacco e Vanzetti avrebbero rifiutato di essere salvati dai capitalisti in veste liberale o socialdemocratica, essi fino all’ultimo momento hanno rivendicato le loro idee anarchiche. Al proletariato spettava di combattere per salvarli. Il fatto che la battaglia si sia conclusa con la sconfitta può essere attribuito solamente al disarmo del movimento sviluppatosi in America ove i dirigenti trade-unionisti decidevano di restare neutrali e non davano l’ordine dello sciopero generale.
Il poderoso discorso di Bordiga alla IV° Sessione del Comitato Esecutivo Allargato dell'I.C. Pt.3
Come si presentano i nostri compiti per l’avvenire? Questa assemblea non potrebbe seriamente affrontare il problema senza porsi in tutta la sua ampiezza la questione fondamentale dei rapporti storici fra la Russia Sovietista ed il mondo capitalista. Il problema più importante per noi, a lato di quello della strategia rivoluzionaria del proletariato, del movimento mondiale dei contadini e dei popoli coloniali ed oppressi, è il problema della politica attuale del partito comunista in Russia. Questa politica deve dare la buona soluzione ai rapporti interiori di classe della Russia, adottare le misure necessarie nei confronti dell’influenza della classe contadina e degli strati semi-borghesi nascenti, lottare contro la pressione esteriore, puramente economica e diplomatica oggi, militare forse domani. Dato che la rivoluzione mondiale non si è ancora sviluppata negli altri paesi, si tratta di condurre tutta la politica russa in stretto collegamento con la politica generale rivoluzionaria del proletariato. Io non entro in questa questione, ma affermo che il punto d’appoggio per questa lotta è certamente, in prima linea, la classe operaia di Russia ed il suo partito comunista, ma che è fondamentale di appoggiarsi anche sul proletariato degli stati capitalisti e sulla loro sensibilità di classe, determinata dai rapporti viventi con l’avversario capitalista. Il problema della politica russa non sarà risoluto nel campo chiuso del movimento russo, ma è necessario il contributo diretto di tutta l’Internazionale proletaria comunista.
Senza questa collaborazione effettiva, vi saranno dei pericoli non solamente per la strategie rivoluzionaria in Russia, ma anche per la nostra politica negli stati capitalisti. Delle tendenze potrebbero sorgere nel senso di una attenuazione della natura e del compito dei partiti comunisti. Già si attacca in questo senso, non certamente dall’interno del nostro partito, ma da parte degli ambienti socialdemocratici ed opportunisti. Questo si riallaccia alla manovra per l’unità sindacale internazionale ed al contegno verso la Seconda Internazionale. Noi siamo qui tutti d’accordo che è indispensabile di conservare ai partiti comunisti tutta la loro indipendenza rivoluzionaria, ma occorre indicare la possibilità di una tendenza volta a rimpiazzare i partiti comunisti con degli organismi a carattere meno marcato aventi degli scopi di un carattere di classe meno determinato, ed una funzione diminuita e neutralizzata politicamente. Nella situazione attuale, la difesa della natura della nostra organizzazione come partito comunista internazionale contro ogni sfumatura di liquidazionismo, è un dovere indiscutibile.
Per questo doppio compito della strategia in Russia e negli altri paesi, secondo la critica che abbiamo fatto alla linea generale, possiamo noi considerare che l’Internazionale tale quale essa è, è sufficientemente preparata? Possiamo noi reclamare la discussione immediata di tutti i problemi russi da parte di questa assemblea? Disgraziatamente, si deve rispondere no.
È necessario procedere ad una revisione seria del nostro regime interno e la massa all’ordine del giorno nei nostri partiti dei problemi della tattica nel mondo intiero e dei problemi della politica dello stato russo. Ma questa elaborazione deve farsi con un nuovo corso e con dei sistemi completamente cambiati.
Noi non troviamo delle basi sufficienti per tutto ciò nel rapporto e nelle tesi. Non è un ottimismo quello che vuole. Noi dobbiamo comprendere che non è con dei piccoli mezzi come quelli che vediamo applicare troppo spesso nelle manovre interne, che noi possiamo prepararci ad assolvere ai compiti formidabili che attendono lo stato maggiore della Rivoluzione mondiale.
***
Diamo ora il testo della risposta fatta dal comp. Bordiga nel corso della stessa sessione, a tutti i compagni che avevano polemizzato con il suo discorso.
–o–
Compagni! Nel mio discorso io mi sono occupato delle questioni generali della politica dell’Internazionale. Non soltanto molti oratori hanno voluto rispondere alle mie affermazioni di ordine generale, ma si è parlato qui un po’ dei problemi italiani che io avevo quasi lasciato da parte. Sono costretto a rispondere molto brevemente a ciò che è stato detto qui.
Si dice sempre «il sistema Bordiga, la teoria di Bordiga, la metafisica di Bordiga» e si stabilisce che io sono qui sempre solo a sostenere le mie idee e le mie critiche. Si vuole presentare il mio contegno come un fenomeno completamente personale. Ora, benché si sia giunti recentemente alla disfatta ufficiale della sinistra italiana, occorre che io dichiari ancora una volta che io vengo ad intrattenere il Congresso non su delle elucubrazioni individuali, ma su ciò che è il pensiero di un gruppo del movimento comunista in Italia.
Bucharin ha esaminato il mio discorso in modo molto amicale e cordiale. Non è necessario che io dica qui che Bucharin è un buon polemista. Permettetemi però di dichiarare che egli presenta i problemi a modo suo e secondo la pretesa leggenda sulle teoria di Bordiga.
Egli mi attribuisce delle formule, parte in battaglia contro di esse e le riduce in briciole. Nel suo discorso egli ci dice che il regime interno dell’I.C. sarà cambiato. Tuttavia ci si permetterà di essere molto pessimisti su questa prospettiva di risanamento del regime interno, dopo l’esempio stesso dei metodi polemici che egli adotta.
Bucharin semplifica le idee. È un grande merito il pervenire a semplificare le posizioni ed a presentarle in qualche parola, ma è anche un problema molto difficile quello di fare delle semplificazioni, non per fare della pura agitazione, ma per partecipare al lavoro serio ed all’elaborazione comune.
Semplificare senza la demagogia dell’agitazione, ecco il grande problema rivoluzionario. Questi semplificatori sono molto pochi.
Bucharin presenta, per dimostrare le contraddizioni di Bordiga, un argomento di questa specie: io avrei detto che la Rivoluzione non è un problema di forma di organizzazione, poi io avrei presentato il problema della bolscevizzazione dal solo punto di vista dell’organizzazione ed avrei proposto, per tutto il problema, un semplice cambiamento di organizzazione: il capovolgimento della famosa piramide. Tutto ciò non è vero. Parlando sulla bolscevizzazione, io ho cominciato la critica dal punto di vista teorico e tattico, cioè ho considerato la bolscevizzazione non solo come un lavoro di organizzazione, ma come un problema politico dell’azione e della tattica dell’Internazionale. D’altronde si deve riconoscere che tutta la nostra opposizione ha portato sui problemi di tattica ed è sovratutto per questi problemi che noi proponiamo da molto tempo delle soluzioni differenti. È perfettamente evidente che non basta un semplice cambiamento di organizzazione per risolvere il problema. Ed è perciò che noi attendiamo l’azione tattica per vedere se veramente abbiamo una sana direzione rivoluzionaria.
Un altro argomento di Bucharin: Bordiga si pronuncia contro il trasporto meccanico dell’esperienza russa negli altri paesi; ma, volendo considerare il problema negli altri paesi, ecco che egli stesso fa del trasporto meccanico perché egli non cita il carattere specifico del movimento occidentale, cioè l’esistenza di grandi partiti e di sindacati socialdemocratici. Ora, questa non è la mia formula. Io dissi: in generale tutta l’esperienza russa è utile, essa deve esserci presente, mal al di fuori di essa, ci è necessaria ancora qualche cosa. Io non respingo quindi l’esperienza russa, ma dico che tutta la soluzione non può essere contenuta nell’esperienza russa. Quale è il carattere specifico della strategia rivoluzionaria in Occidente che io ho formulato? Bucharin dice che non esiste, nel mio esposto, la considerazione sulla presenza di grandi partiti socialdemocratici. Ora, giustamente questa è la differenza sulla quale mi sono fermato. Dopo avere dimostrato la differenza fra l’apparecchio di Stato nella rivoluzione russa ed occidentale, io dissi che, nei paesi d’Occidente, esiste una apparecchio di stato borghese-democratico stabilito da molto tempo, molto forte, apparecchio che non esiste nella storia del movimento russo. Ed è per questo che il problema si pone della possibilità, per la borghesia, della mobilitazione del proletariato in un senso opportunista. E che cosa è dunque ciò, se non il problema del ruolo dei sindacati e dei partiti socialdemocratici?
La mia analisi porta giustamente su questo punto. Bucharin non può dunque dire, che io sono in contraddizione con me stesso.
La crisi mortale del capitalismo Pt. 3
L’ANALISI OPPORTUNISTA DELL’INTERNAZIONALE
Dal 1924 in poi l’analisi delle situazioni economiche è proceduta allontanandosi sempre più dal metodo marxista magistralmente impiegato da Lenin.
II V Congresso che si teneva all’ indomani della Conferenza di Londra e dell’ elaborazione del piano Dawes, della vittoria labourista in Inghilterra e del Cartello di sinistra in Francia, si ispirava alla tesi centrale della “stabilizzazione” dell’ economia capitalista. Sotto la suggestione di questa tesi si dava vita al Comitato Anglo-Russo e ci si apprestava a sacrificare l’Internazionale sindacale Rossa ai capi labouristi nella fallace prospettiva di avere in cambio il loro appoggio alla Russia Sovietista quando, per la stabilizzazione non si poteva contare sull’ appoggio diretto delle battaglie rivoluzionarie del proletariato..
L’Esecutivo Allargato del 1936 precisava chiaramente la tesi della stabilizzazione.
Oggi conosciamo la risposta inequivocabile degli avvenimenti, nel 1926 il grandioso sciopero generale inglese trova e il partito comunista assolutamente impreparato mentre i capi labourisţi, i firmatari del patto anglo-russo, compiono tranquillamente la loro missione di traditori e non solo non vengono, in questo menomamente disturbati dal comunisti, ma un anno dopo impongono ai dirigenti sindacali russi una completa rinunzia alle loro critiche il che equivale ad una imposizione di complicità nei misfatti controrivoluzionari. Ed il partito inglese, orientato nella prospettiva della stabilizzazione resta sorpreso dallo sciopero, non riesce modificare di una linea il corso delI’ inevitabile tradimento dei cape e il proletariato inglese non ha potuto – per colpa dell’ Internazionale – consolidare le lezioni di quella esperienza importantissima.
L’Esecutivo Allargato del marzo 1926 dava, all’ allora oppositore, Zinovief, là consolazione di attenuare la formula della stabilizzazione cambiata con l’altra di stabilizzazione-instabile. Ma si trattava in effetti di una ? di consolazione nello stesso tipo di quelle relative al regime interno di partito votate in quelle sessioni e che trovarono tutte il solo voto contrario del comp. Bordiga il quale, da grande capo rivoluzionario aveva fintato al di là delle parole il senso degli avvenimenti che si preparavano e che avevano avuto una prima espressione con la sorte imposta all’ opposizione proletaria di Leningrado. Quelle risoluzioni dell’ Allargato erano senza alcun valore di fronte alle altre ben più importanti che venivano prese nel corso della lotta contro il sedicente trotzskysmo da parte della direzione del partito russo.
Le relazioni di Staline e di Bouklurine nel 1926 e nel 1917, ma sovratutto nel 1926 si dipartivano tutte da una falsissima idea centrale sulla stabilizzazione vista come una fase in cui il capitalismo dopo avere riconquistato, e in parte superato le posizioni delI’avanti-guerra, poteva iniziare sicuramente il nuovo corso razionalizzatore. E’ sulla linea di questa prospettiva del centro direttivo del partito russo e dell’Internazionale che si trovano le idee essenziali che hanno presieduto, nell’economia sovietista, al prudentissimo ritmo dell’ industrializzazione ed alla politica filokulakista nelle campagne; nella rivoluzione cinese, alla falsa valutazione del compito della classe borghese in quei movimenti; nella politica dei partiti comunisti in Europa alla condotta di questi nei confronti dell’ offensiva borghese e dei movimenti rivoluzionari nelle colonie. Altrettanto chiara è stata la risposta degli avvenimenti.
In Russia la marcia insufficiente delI’ industrializzazione espone il monopolio del commercio estero ai colpi diretti ed indiretti del capitalismo occidentale, mentre nelle campagne kulak – dopo avere magnificamente approfittato dell’ appello di Bonkurine che li incitava ad arricchirsi – hanno rafforzato le loro posizioni nel campo della proprietà degli strumenti di lavoro, come del bestiame; della disponibilità delle terre in lavorazione, come nelle stesse cooperative di produzione e di credito. In Cina le tragedie di Shangai, dell’ Hou-Nan, le molte altre non esclusa l’ultima di Canton, questi avvenimenti hanno provato, con il duro linguaggio delle ecatombi proletarie, la funzione di quella classe borghese che rivoluzionaria nei secoli scorsi, era come dice Lenin nelle tesi del 2ª Congresso sulla questione coloniale destinata a diventare la rappresentante del capitalismo europeo decadente nella carneficina del proletariato e dei contadini cinesi.
In Europa abbiamo avuto le insignificanti scosse alla “stabilizzazione” rappresentate dall’ insurrezione di Vienna dall’impetuoso carattere delle manifestazioni di Sacco e Vanzetti, e dai recenti avvenimenti balcanici.
Nel contempo, per i rovesci del proletariato rivoluzionario, la situazione della Russia Sovietista è diventata sempre più grave: una catena ininterrotta lega il Succo di Pechino, la rottura delle relazioni anglo-russe, l’assassinio di Voikof, il caso Rakowsky, l’uccisione dei compagni russi a Canton, ke i-prese degli antichi proprietari delle miniere del Donnetz, le vicende delle trattative commerciali russo-tedesche.
Il centro direttivo dell’ Internazionale che ha ? di tali risultati può annebbiarli di fronte al proletariato russo ed internazionale con la campagna di calunnie contro la sinistra, ma fatti proveranno – come d’altronde hanno già provato – che i difensori della Russia sovietista sono da cercarsi tra coloro che seppero difenderla e sostenerla con le armi, non fra i membri della nata-morta organizzazione dei pseudo amici della Russia; i fatti proveranno altresì che la politica attuale dell’ Internazionale condurrà a posizioni sempre peggiori per il proletariato russo ed Internazionale….
Al XV Congresso russo infine, si è fatto un nuovo passo nell’ esame opportunista della situazione con una trovata di Boukharine sul risorgente capitalismo di stato. L’intervento di Chatskyne, se ha determinato una prudente ritirata di Boukharine, non dà nessuna garanzia seria. Si è giunti tanto oltre da ritenere che il capitalismo si trovi ad una fase di tale sviluppo da potere abbandonare alcuni rami della gestione economica che verrebbero assunti dall’amministrazione statale. I fatti ovunque, non esclusa l’Italia che Bonkurine prendeva ad esempio, provano invece che il processo cui assistiamo è esattamente l’opposto di quella del capitalismo di stato la gestione ai quelle stesse economie che in altri tempi erano considerate di pertinenza dello stato (ferrovie, poste, telefoni, ecc.) passano all’ intrapresa privata mentre i grandi trusts prendono diretto possesso della amministrazione governativa.
Ne vorrebbe affatto concludere dall’ apparente parallelismo di forma fra il capitalismo di stato e la trustificazione dello stato giacchè non solamente i due processi sono di natura contraria, ma essi corrispondono a due epoche antitetiche allo sviluppo del capitalismo l’uno, alla decadenza del capitalismo l’altro.
Contro le analisi opportuniste la sinistra ha costantemente messo in rilevo la natura reale delle situazioni viste nella catena di avvenimenti disposti riel corso della crisi mortale del capitalismo quando l’ora è scoccata del duello supremo fra la classe borghese ed il proletariato rivoluzionario. La condizione risolutiva di questo duello non è fatale, bensi essa è data dalla colpevolezza e dalla capacità che il proletariato puó acquistare solo attraverso il suo partito per non essere condannato a restare lo spettatore e la vittima degli avvenimenti.
La guerra imperialista trovò il proletariato russo con la ferma guida del partito bolscevico e la soluzione si è avuta nella vittoria rivoluzionaria, al altrove questa guida mancò ed avemmo una disfatta, la dispersione delle energie rivoluzionarie, il tradimento dei partiti.
Fondatasi l’Internazionale il difficile problema della direzione della lotta rivoluzionaria, della capacità dei partiti non è stato felicemente risoluto ma non per questo il duello fra borghesia e proletariato ha cessato di essere il centro motore del periodo storico che viviamo. Ad ogni disfatta rivoluzionaria segue un periodo di frettoloso riassestamento
un periodo di frettoloso riassestamento del capitalismo e, mentre la nuova filosofia della sconfitta permanente nutre le sfere direttive dei partiti e dell’ Internazionale, la borghesia che ha registrati dei successi, saluta l’esilio di Trotzsky, del capo delle armate rivoluzionarie che nel ’15, nel ’18, nel ’20 frantumò i piani degli eserciti imperialisti.
Ma malgrado le le disfatte subite il capitalismo non ha sanato la sua crisi che resta ancora aperta in tutta ka sua ampiezza. E la lotta è diventata più difficile e sanguinosa per il proletariato, ma la vittoria non mancherà. Noi non oseremo pronunziare delle date per questa vittoria né stabilirle con un impossibile analogia con il ciclo delle rivoluzioni borghesi ma coerenti con tutta la nostra tradizione di sinistra riprendiamo con la convinzione, appurata attentamente, che tutti gli avvenimenti marciano verso i conflitti decisivi dei quali noi, proletariato rivoluzionario, siamo il contendente che vincerà solo se un partito capace di profittare delle situazioni non per aprire un tragicomico Congresso ove i dirigenti si palleggiano le responsabilità o riconoscono i loro errori, ma per convocare le assemblee sovietiste vittoriose.
Guardata dai maschietti delle camicie nere o protetta dalla socialdemocrazia propugnatrice della pace sociale, la borghesia sorride soddisfatta per le vicende interne dell’ Internazionale Comunista e per la situazione imposta alla sinistra di questa. Ma non bastano né i fascisti, né la socialdemocrazia, né la confusione e l’equivoco nell’ Internazionale per quietare le forze che devastano il meccanismo economico. La vittoria spetta alla sola classe che puó dirigere queste forze, la vittoria spetta al proletariato il quale la conseguirà anche nella dannata ipotesi che gli errori, le esitazioni od anche i tradimenti dovessero far cadere il grandioso fortilizio del proletariato mondiale.
Sulle tracce di questa gigantesca esperienza, anche da quei lutti, sorgerebbe non la duratura restaurazione borghese ma la rivoluzione comunista, sia pure dopo un periodo di spaventosa reazione per l’estirpazione dei proletari rivoluzionari.