Partito Comunista Internazionale

Elementi di economia marxista Pt.4

Categorie: Economic Works

Articolo genitore: Elementi dell’economia marxista

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L’intervallo fra la pubblicazione dei vari numeri della rivista rende meno agevole ai compagni seguire la linea della presente esposizione, la cui finalità era invece proprio quella di dare al procedimento del CAPITALE di Marx un andamento privo di disgressioni e con sviluppo continuo.
Il lavoro può essere utilizzato a condizione che lo si ricolleghi alle puntate precedenti apparese, il che è consigliabile fare con letture o esposizioni collettive.
Nel n.5 è stata pubblicata la prima puntata che riassume la materia della prima sezione: Merce e moneta.
Nel n.6 abbiamo dato la parte relativa alla II sezione: trasformazione del denaro in Capitale; ed iniziata la Sezione III: il Plusvalore.
I titoli dell’opera originale sono invece: La produzione del plusvalore assoluto, la produzione del plusvalore relativo.
Le nuove dizioni rispondono al tentativo di rendere più chiari i concetti. Ma la chiarificazione non può andare a scapito del rigore, e quindi facciamo più uso di formolette matematiche che non l’originale. Non si tratta infatti solo di fare afferrare le tesi di Marx con fatica minore, ma sopratutto di ristabilirne, in modo inoppugnabile dai falsificatori e dagli avversari, l’esatto significato. Nel testo solo con grande perizia si perviene a ben intendere quando si trattano scientificamente modelli necessariamente teoretici del fenomeno, e quando si viene ad ampie esposizioni storico-narrative.
Nell’ultima puntata sono occorsi alcuni errori che lasciamo al lettore di rettificare, anche nelle formoline e nelle note. Precisiamo solo che il par. 20 tratta il calcolo dell’azienda riunita di cui al n.18, mentre è stato stampato per sbaglio, «di cui al par. 19 ».

Durata della giornata di lavoro

La durata della giornata di lavoro è variabile. Essa ha un minimo che in regime capitalistico non raggiungerà mai il tempo di lavoro necessario, ed ha un massimo che dipende dai limiti fisici della resistenza del lavoratore. Ponendosi pienamente sul terreno della economia capitalistica, di considerare la forza lavoro come una merce ed il salario come il suo equo prezzo, il lavoratore come ogni altro venditore ha diritto di essere tutelato dalle legge nello stabilire la quantità della merce che vende, ossia il tempo che si impegna a lavorare nella giornata. Se così non fosse non solo sarebbe violato il canone di eguaglianza giuridica tra coloro che scendono sul mercato, ma menomandosi l’organismo dell’operaio diminuirebbe il numero degli anni nei quali avrà la forza di lavorare, sottraendogli così larga parte dell’unica sua proprietà privata: la forza lavoro. Menomando fisicamente la classe operaia ciò ritornerebbe inoltre a lunga scadenza a danno degli stessi capitalisti, sebbene ogni singolo imprenditore non scorga altro che la caccia al massimo di tempo di lavoro.

Di qui una lotta per la limitazione legale della giornata di lavoro, largamente descritta da Marx in capitoli che più che riassumere occorrerebbe aggiornare all’epoca attuale.

Piuttosto è interessante vedere a quali conclusioni teoriche perviene una tale esposizione. Lungi dal conchiudere nell’apologia della legge sociale Marx ironizza la riduzione del pomposo catalogo dei diritti dell’uomo al meschino risultato, per il lavoratore, di sapere per quanto tempo si è “liberamente” venduto, e quanto tempo residuo gli appartiene.

Ma questo risultato, se impedisce l’annientamento fisico della classe operaia, non toglie che, come sappiamo, anche nel tempo legalmente venduto, una larga parte (il pluslavoro) sia tempo non pagato.

Ciò che occorre agli operai (Cap. VIII/7) non è di sapere un limite della giornata di lavoro ma «di innalzare come classe una potente barriera che impedisca loro di vendere se stessi a le loro progenie in morte e schiavitù mediante un volontario contratto col capitale». Queste parole non s’interpretano nel senso banale dell’introduzione della giornata legale di lavoro o del contratto collettivo e magari del salario fissato per legge, ma nel senso della abolizione storica del principio che fa del lavoro una merce, e della possibilità di vendere liberamente anche un’ora sola di lavoro, ossia della abolizione del capitalismo.

Sopralavoro e capitalismo

Abbiamo detto che la produzione di plusvalore appare col regime capitalistico nel senso preciso in cui plusvalore è differenza di un valore di merci che compare dopo una serie di scambi sul mercato.

Ma anche prima che la forza lavoro fosse trattata come merce sui mercati (liberi), il lavoratore era costretto in forme diverse a fornire larghe parti del suo tempo gratuitamente (sopralavoro). Così nel caso dell’economia schiavistica, terriera, ecc., ecc. Però osserva Marx che quando la forma di una società non mercantile o lo è scarsamente, ossia le merci interessano più per il valore di uso che per quello di scambio, l’ordinamento sociale non dà luogo ad eccessiva fame di sopralavoro. Il proprietario di schiavi non ha interesse a farli lavorare al di là di un certo limite, perché in generale consuma e non vende prodotti dello schiavo, mentre dovrebbe pagare in denaro un nuovo schiavo se il primo muore o diviene invalido. Il proprietario feudale fa lavorare gratuitamente sul proprio fondo il contadino nei giorni di comandata; per quanto questo sistema appaia inumano pure esso produce un saggio del sopralavoro inferiore a quello del moderno capitalismo (Cap. VIII, 2).

Capitale e plusvalore

Fino a questo punto l’analisi si fa immaginando che il capitalista paghi sempre allo stesso prezzo la forza lavoro (salario costante), e che questo prezzo ne esprima esattamente il valore.

A queste condizioni, ossia restando fermo il tempo di lavoro necessario, il capitale, per soddisfare al suo bisogno di ottenere il massimo plusvalore, poiché questa è data da: Capitale variabile x Saggio del plusvalore, non può che seguire una di queste vie:
    1. accrescere il saggio del plusvalore, ossia il pluslavoro, ossia la giornata di lavoro – ma abbiamo già visto che storicamente si tende alla diminuzione;
    2. aumentare il capitale variabile, e ciò si può fare aumentando il numero degli operai. In questo senso il capitale fa sempre nuovi passi innanzi trasformando in operai gli artigiani, i piccoli proprietari, ecc. sfruttando l’aumento della popolazione, l’urbanesimo, la colonizzazione. Tuttavia malgrado questa tendenza dell’aumento della massa del capitale variabile, solo mezzo per aumentare la massa del plusvalore, si vede che il capitale è sempre più costretto a prendere nella produzione moderna in larga parte la forma di capitale costante. Ma la ulteriore analisi mostrerà che la contraddizione con la legge della dipendenza tra capitale variabile e plusvalore non è che apparente1.

Fermo restando che la formazione di plusvalore è la caratteristica del capitalismo, va fatta qualche altra osservazione sulle condizioni iniziali perché appaia il fenomeno capitalistico. Il neo-padrone deve avere mezzi finanziari bastevoli per occupare un numero minimo di operai, tali da garentirgli un plusvalore sufficiente non solo a migliorare il suo tenore personale di vita ma anche a porre da parte un margine di danaro da trasformare ulteriormente in capitale.

Tali minimi sono molto variabili a seconda delle condizioni sociali; abbiamo qui un esempio di distinzione puramente quantitativa che dà luogo ad una differenza qualitativa (tra artigiano o maestro di bottega, e capitalista).

Non è però condizione indispensabile allo stabilirsi di rapporti di tipo capitalistico la trasformazione tecnica dei procedimenti di produzione. Il capitalismo è sorto utilizzando agli inizi la tecnica tradizionale. Più oltre sono venute le rivoluzioni nel campo della tecnica, il macchinismo e l’impiego delle forze meccaniche. Tali innovazioni, per noi, da una parte risultano suscitate con ritmo sempre più accelerato dalle necessità del capitalismo, d’altra parte significano le condizioni che rendono tecnicamente ed economicamente possibile l’abolizione di esso.

Sezione IV

Capitalismo e potenziamento del lavoro

Il plusvalore relativo

In ogni scienza, a scopo d’analisi di un fenomeno, poiché questo presenta in genere più grandezza variabili, si semplifica dapprima il problema facendone variare solamente alcune, e considerando le altre costanti. Così per es. la legge della caduta dei gravi assume una forma più semplice quando si supponga costante l’accelerazione della gravità, ossia l’intensità dell’attrazione terrestre. Ma facendo un passo innanzi, che diverrebbe indispensabile per l’esattezza ove il grave anziché cadere da piccola altezza partisse, poniamo, dall’orbita lunare, si deve osservare che mutando nella caduta la distanza tra il grave e il centro della terra, la forza attrattiva e l’accelerazione vanno crescendo. Poiché si sa con quale legge, ossia inversamente ai quadrati delle distanze, si sa studiare anche la caduta ad accelerazione variabile come quella ad accelerazione costante, solo che i risultati saranno complicati. In modo perfettamente analogo, mentre noi abbiamo studiato finora la produzione di plusvalore nella ipotesi semplificatrice della costanza di tutti i valori, ossia delle merci, del denaro, della forza lavoro (e ciò significa che noi immaginavamo immutato il quantum di lavoro medio occorrente a produrre le singole merci, l’oro, e i mezzi di sussistenza) ora ci spingeremo più innanzi e supporremo che possa variare il valore di scambio dei mezzi di sussistenza necessari al lavoratore, dunque il valore della forza lavoro ed il salario.

Nell’analisi precedente erano variabili la quantità del capitale, il numero degli operai, la durata della giornata di lavoro, ed il tempo di pluslavoro, restando invariabile il lavoro necessario. Abbiamo visto che il saggio del plusvalore poteva crescere solo crescendo la giornata di lavoro, e la sua massa solo crescendo il saggio stesso o la massa del capitale salari, cosa possibile solo accrescendo il numero degli operai. Il plusvalore prodotto sotto tali ipotesi venne detto da Marx plusvalore assoluto.

Ora supporremo che possa variare, col valore di scambio dei mezzi di sussistenza, il salario quindi il tempo di lavoro necessario. Chiameremo plusvalore relativo quello che trae origine non più dal semplice prolungamento della giornata di lavoro, ma dalla diminuzione del salario e del tempo di lavoro necessario.

Non si fa ancora qui l’ipotesi della riduzione del salario imposta fermo restando il valore della forza lavoro, fatto non raro ma che presenta tuttavia carattere d’eccezione rispetto alla generalità della nostra indagine. Parliamo di una diminuzione di salario a parità di consumi del lavoratore, per diminuito costo (valore) di quanto egli consuma. Ciò può accadere soltanto se aumenta la produttività del lavoro per quelle aziende che producono i mezzi di sussistenza. Perché sorga plusvalore relativo è dunque necessario che venga accresciuta la produttività del lavoro non di merci qualsiasi, ma delle merci che entrano nella sussistenza.

Sebbene il valore della merce lavorata nell’azienda capitalistica per essere venduta sia tuttora trattato da noi come una costante, poniamoci l’obiezione: come si spiega che il capitalista che può introdurre una innovazione aumentante la produttività del lavoro, pur restando inalterato il salario e ogni tempo di lavoro, realizza un più alto profitto?

In tal caso per un certo tempo il capitalista potrà vendere al vecchio prezzo più alto, o a poco meno, in quanto riuscendo a produrre di più e dovendo accaparrarsi un mercato più esteso dovrà eliminarne altri produttori con una relativa diminuzione di prezzi. Ma tale beneficio sarà transitorio perché ben presto la concorrenza costringerà i suoi rivali ad introdurre il nuovo metodo di produzione e costringerà lui ad adottare un prezzo diminuito. Perché possa abbreviare il tempo di lavoro necessario, l’aumento di produttività dovrà investire quelle merci che fanno parte dei mezzi di sussistenza del lavoratore, avendosi allora un aumento definitivo del plusvalore. Ciò a meno che la classe operaia non pervenga ad elevare il suo tenore di vita, ossia la massa dei suoi consumi, altra variazione di grandezze ancora estranea al nostro esame.

In ogni modo, nel nostro caso del capitalista che ha trasformato la sua tecnica, anche nel periodo transitorio egli non ha fatto che elevare il valore “di uso” della forza lavoro dei suoi operai rispetto alla media sociale; essi gli danno non lavoro semplice ma complesso, quindi valore maggiore per ogni ora di applicazione. Ecco come senza cambiare il salario si è diminuito il tempo di lavoro necessario, che sarebbe quello in cui il lavoratore riprodurrebbe il suo salario se potesse vendere lui i prodotti ricevendo il beneficio dell’avvenuto perfezionamento (dedotte s’intende le quote di capitale costante). Perciò anche in quel periodo transitorio il maggiore plusvalore discende da maggiore pluslavoro.

Collaborazione2

Le tappe attraverso le quali il capitalismo realizza sempre maggiore plusvalore relativo aumentando la produttività del lavoro oltre il limite che poteva raggiungere il lavoratore indipendente artigiano si possono ridurre alle seguenti: collaborazione degli operai, manifattura, macchinismo.

Prendendo i mestieri così come sono in regime di produzione artigiana, con la stessa ripartizione e con le stesse capacità lavorative e strumenti o utensili del lavoratore di ciascun mestiere, si può tuttavia realizzare un aumento di produttività con l’affiancare durante il tempo di lavoro gran numero di operai. Per tal modo non solo si compensano gli scarti individuali in più e in meno dalla media potenzialità lavorativa, ma si permette effettivamente di eseguire le stesse operazioni in una somma minore di tempi.

Abbiamo così la semplice collaborazione, la quale accetta senza ancora modificarla la stessa divisione tecnica del lavoro raggiunta in regime artigiano. Tuttavia per il fatto della collaborazione viene innalzato il rendimento medio del lavoro umano: questo è un beneficio sociale, il primo di cui bisogna attribuire il merito storico al capitalismo: esso però non realizza la collaborazione sotto questo impulso sociale, ma solo allo scopo di intensificare la produzione di plusvalore.

D’altra parte non bisogna credere che sia indispensabile l’ordinamento capitalistico alla società che intenda godere dei benefici della collaborazione. Esempi di collaborazione su vasta scala hanno dato antichi regimi in cui capi militari dinastici o sacerdoti potevano disporre di grandi masse di forze lavoro (Assiri, Egizi, ecc.). Analogamente devesi presumere che se non può prodursi plusvalore senza collaborazione, si potrà conservare la conquista sociale della collaborazione anche superando lo stadio della produzione di plusvalore.

Manifattura

Quando si passa alla manifattura, si constata un cambiamento radicale: la tecnica produttiva degli artigiani non è sostanzialmente cambiata, ma viene rivoluzionata, nel senso di una più grande produttività, la vecchia divisione del lavoro.

La manifattura realizza questo in due modi. 1) Per produrre oggetti a cui debbono lavorare operai di diversi mestieri (esempio della carrozza cui occorre il fabbro, il falegname, il sarto, il pittore ecc.) questi operai vengono tutti riuniti nello stesso laboratorio ove eserciteranno sempre non tutto il loro mestiere ma solo quella particolare attività che occorre per l’oggetto in questione. In questo primo caso la manifattura riunisce vari mestieri separati restringendo grandemente però la sfera di applicazione di ognuno. Ciascun operaio acquista così maggiore abilità e produttività nella speciale funzione su cui si concentra. 2) Per produrre un oggetto che prima abbisognava dell’opera di un solo mestiere, (es. dello spillo) la manifattura fraziona le singole operazioni successive di tale mestiere affidandole ad operai che in quella sola cosa si specializzano. Così un mestiere viene spezzettato in tanti altri.

Nell’uno e nell’altro caso, parallelamente alla specializzazione dell’operaio, si specializza l’utensile che dovendo servire ad una sola operazione assume la forma che permette di compierla più rapidamente.

Queste due forme si chiamano forma eterogenea e forma organica della manifattura.

Oltre a diminuire il tempo di lavoro necessario per ragioni già dette, la manifattura lo diminuisce anche perché crea una distinzione che il regime artigiano medioevale tentava di respingere: quella tra operai specializzati ed operai manovali, che compiono meccanicamente sempre gli stessi gesti. Per questa seconda categoria, eliminandosi o diminuendosi le spese per il periodo d’apprendistato, si ha una diminuzione del valore della forza lavoro e un aumento di plusvalore.

La manifattura rappresenta un passo innanzi nella divisione del lavoro. Ma questo è un processo cominciato assai prima e che si può esaminare in riguardo al complesso della società.

La base fondamentale di una divisione sociale del lavoro, accompagnata necessariamente dallo scambio delle merci, è il fatto fondamentale della separazione tra città e campagna. Tale fatto è già avanzato nell’economia feudale: mentre i contadini restano disseminati nel territorio in cui è arbitro il feudatario, gli artigiani si concentrano nelle città con ben altro sistema di vita materiale intellettuale e politica.

Mentre questa divisione del lavoro artigiano suppone una grande disseminazione dei mezzi produttivi tra moltissimi produttori-mercanti indipendenti, la divisione del lavoro di tipo manifatturiero esige la concentrazione di molti mezzi di produzione nelle mani di singoli capitalisti.

Non sarebbe possibile conciliare il gran vantaggio della divisione sociale del lavoro con una organizzazione sociale generale senza capitalismo? Non solo questo è possibile come programma per l’avvenire, ma vi sono esempi nel passato di comunità viventi sulla base di una divisione del lavoro organizzata tra i mestieri e del possesso comune della terra (India antica, ecc.).

Perciò dice Marx che, mentre la divisione sociale del lavoro trovasi nelle forme più differenti di società, quella manifatturiera è creazione del capitalismo, ma i suoi benefizi reali sopravvivranno al capitalismo stesso.

Gli antichi scrittori d’economia esaltano la divisione sociale del lavoro perché aumenta il rendimento dell’attività umana: essi hanno più in vista la qualità e il valore d’uso che la quantità e il valore di scambio.

Con l’epoca manifatturiera appare l’economia politica come scienza speciale.

I suoi scrittori vedono le questioni sotto l’angolo visuale capitalistico, ossia considerano la divisione del lavoro come un mezzo per produrre di più, aumentare il plusvalore e l’accumulazione del capitale, ciò che chiamano elevamento della ricchezza nazionale.

Macchinismo

La manifattura, sorta sulla ristretta base dei vecchi mestieri, riesce ben presto insufficiente e si ha il trapasso alla tappa del macchinismo la quale s’inizia col sorgere di opifici meccanici ove si impiegano gli utensili e i primi apparecchi più complessi già adottati in singole manifatture.

L’introduzione della macchina mentre a sua volta (come le altre due prime tappe: collaborazione e manifattura) rappresenta un decisivo passo innanzi per il rendimento del lavoro umano, sociale, si determina sotto la spinta della tendenza capitalistica a diminuire il prezzo delle merci e a produrre altro plusvalore relativo.

Per macchina nel senso economico non si può intendere ciò che è macchina in meccanica e in fisica, cioè ogni dispositivo che modifica la intensità, la direzione o il punto di applicazione della forza che vi agisce. Il cuneo, la leva, ecc. sono fisicamente macchine ma economicamente semplici utensili. Neppure si può definire macchina solo un apparecchio mosso dall’uomo ma da altri agenti: l’animale, l’acqua, il vapore, ecc. Parlando di macchine distingueremo tra macchine utensili e macchine motrici. Queste forniscono a mezzo di agenti meccanici e di energia calorifica, chimica, elettrica ecc. un dato movimento che trasmesso opportunamente fa agire la macchina utensile o operatrice in modo che questa esegua atti e movimenti affidati alla mano dell’uomo, munita di utensile relativamente semplice.

Ma anche macchine utensili che hanno come forza motrice quella umana meritano economicamente il nome di macchine in quanto l’uomo compie un movimento semplice e continuo.

Qui l’intervento umano diviene puramente accidentale potendo essere sostituito da un motore meccanico, come si può ad una macchina per cucire applicare un motorino elettrico.

S’intende bene che, a secondo dei casi, l’operaio interviene sempre o per guidare e rettificare il moto della macchina utensile o per dirigere quella motrice, come guidando la stoffa da cucire sotto l’ago della macchina o azionando l’interruttore del motorino.

Le prime macchine sono operatrici e l’operaio doveva fornire l’energia fisica per muoverle; si cominciò a sostituire all’uomo la bestia, si seguitò la antichissima pratica di attingere l’energia dai corsi d’acqua e dal vento, ma la vera rivoluzione meccanica si realizzò con l’invenzione della macchina a vapore, capace di azionare contemporaneamente gran numero di macchine utensili. È seguita poi l’applicazione industriale dell’elettricità che permette di utilizzare a distanza l’energia idrica.

Si pone la questione se la nostra teoria del valore, effetto di lavoro, e plusvalore, effetto di pluslavoro, si presenti a tradurre bene il fatto economico dell’impiego di macchine e se spieghi come esso sia una fonte di plusvalore relativo.

La macchina prende posto tra gli elementi del capitale costante. Ossia essa trasmette al prodotto una parte del valore suo proprio tanto più piccola quanto maggiore è la sua resistenza al logorio e durata, e tanto maggiore quanto più essa consuma combustibile, lubrificante, ecc., valore che però noi computeremo tra quelli delle materie prime (indirette) che pure come capitale costante vanno ad incorporarsi nel prodotto. Adunque la macchina sembrerebbe aggiungere qualche cosa al valore e al prezzo del prodotto.

Il valore della macchia dipende per noi dal lavoro sociale medio occorso nella sua produzione. Meno costosa è la macchina, meno consuma a parità d’energia, più essa risulta produttiva nel senso che meno si aggiunge per tale quota al valore del prodotto.

È indubitato che la macchina contiene più lavoro ed è assai più costosa dei semplici utensili dell’artigiano o anche della manifattura.

Quindi nel macchinismo il mezzo di lavoro sembrerebbe apportare maggior valore alla formazione del valore del prodotto. In compenso però di questo fatto si verifica che, la macchina sostituendo a parità di prodotto un numero elevato di lavoratori, diminuisce la spesa salari, cosicché nel complesso si può avere diminuzione del valore prodotto. Quindi, sebbene gli impianti produttivi del meccanismo importino una spesa maggiore di quelli della manifattura in rapporto allo stesso valore di prodotti, se il rendimento del macchinismo è tale che il valore (somma di lavoro occorrente) dei prodotti risulti diminuito, l’onere degli impianti meccanici calcolato in valore assoluto potrà divenire minore.

Sostituzione di macchine ad operai

Si tratta di domandarsi se la macchina faccia risparmiare spese-lavoro in proporzione maggiore di quanto aumenti la spesa per conservazione degli impianti. Questo benefizio può aversi anche se, come avviene sempre, la macchina costa assai più dell’utensile.

Riprendendo i simboli già noti (vedi paragrafo 20) ricordiamo il profitto dell’azienda:

P = F – (A + H + M + wgv)

ossia: le entrate (valore F del prodotto) meno le spese (ammortamento annuo degli impianti fissi A, più materie prime M, più materie ausiliarie H, più il capitale variabile V = wgv (numero w di operai per g giorni lavorativi annui per salario giornaliero v) eguale profitto totale.

Ricordiamo anche che il saggio del plusvalore da: s = P / V.

In quest’azienda si introduce una macchina con la quota annua d’ammortamento A’. Tale macchina consuma materie ausiliarie di valore H’. Essa permette di eliminare w’ operai. Il capitalista spende in più: A’ + H’. Spende però in meno: w’gv.

Egli troverà convenienza ad applicare la macchina non appena si avrà:

w’gv > A’ + H’

Anche quando vi sia pareggio tra le due partite ed il capitalista non è ancora spinto ad introdurre la macchina, vi sarebbe beneficio sociale ad adoperarla. Infatti, mentre la partita w’gv rappresenta salari pagati ossia valore di forze lavoro, la partita A’ + H’ rappresenta prezzo pagato sul mercato ossia valore corrispondente al lavoro totalmente pagato (lavoro necessario pagato ad operai e pluslavoro usufruito dall’altro capitalista produttore di macchine ecc.). Socialmente converrebbe la sostituzione perché nelle macchine e materie ausiliarie sono state investite assai meno giornate di lavoro delle w’g risparmiate, a parità di prodotto.

Vediamo ora che cosa accade del plusvalore. Ammesso anche che il capitalista introduca la macchina in puro pareggio di spese, il capitale variabile sarà disceso da wgv a (ww’)gv.

Il saggio del plusvalore sarà dunque cresciuto da P/ wgv a P/( (w-w’)gv) per es.: se gli operai da 100 sono diventati 50, il saggio del plusvalore sarà raddoppiato.

Abbiamo quindi plusvalore relativo, ossia plusvalore aumentato (per ora solo nel saggio) senza prolungare la giornata di lavoro.

Può sembrare che ciò non interessi nulla al capitalista una volta che egli ha soltanto spostato parte dei suoi investimenti da capitale variabile a capitale costante senza che (per ora) crescesse il profitto. Ma ciò non è che apparenza, e a parte il completo confronto tra l’analisi marxista e il sistema di contabilità capitalistico riservato da Marx al Terzo Libro e che noi cercheremo più in là di ridurre a qualche formuletta, la somma di capitale costante A’ + H’ che il nostro capitalista, restando immutata la massa del plusvalore P, ha sostituito da una eguale spesa salario, è a sua volta prodotto di lavoro, che prima non veniva eseguito (prima cioè che occorressero le macchine ed il carbone). Su tale somma di prodotto altro capitale (altro come possessore, ma in realtà lo stesso che prima si investiva nel salario degli w’ operai) ha realizzato altro plusvalore, quindi il plusvalore totale è aumentato.

Consideriamo adesso che vi sia un largo beneficio nella sostituzione della spesa macchine e parte della spesa salari, come corrisponde in realtà al diffondersi del macchinismo. Il profitto P, se rimanesse lo stesso il prezzo dei prodotti venduti, salirebbe grandemente, e il saggio del plusvalore (profitto diviso spesa salari) crescerà per due motivi, per l’aumento del dividendo e per la diminuzione del divisore.

In realtà effetto del macchinismo, quando esso sia sufficientemente generalizzato, è di far produrre le merci a minor costo, ossia con minor somma di lavoro. Ed infatti, raggiunto l’equilibrio e ritornati nelle condizioni generali della nostra ipotesi l’indagine che sul mercato si paghi tutto al giusto valore generato da tempo di lavoro, i prodotti dell’azienda in esame scenderanno di prezzo in proporzione al minor lavoro che essi contengono. Dovranno scendere obbligatoriamente non certo perché tale fosse lo scopo del capitalista, ma perché la concorrenza ve lo obbligherà. Egli non avrà tuttavia a pentirsi dell’innovazione, ed ecco perché. Nel prodotto figurava del lavoro che ora è diminuito di w’g giornate lavorative. È vero che vi figurano le giornate lavorative contenute in A’ + H’, ma queste sono molto meno, a) per effetto del pluslavoro che figura in A’ + H’ ; b) perché abbiamo supposto questa inferiore a w’g. Adunque il prodotto si pagherà ad un prezzo inferiore; il diminuito costo di produzione farà ribassare il prezzo nel rapporto:

(A+H+M+A’ +H’+(w-w’)gv ) /(A+H+M+wgv) = nuovo costo di produzione / costo di produzione anteriore

Sembrerebbe dunque che il profitto anche nel secondo caso ridiscenda al valore P.

Ma se noi facciamo l’ipotesi di un equilibrio generale succeduto alla diffusione del macchinismo, abbiamo per conseguenza che gli stessi fenomeni considerati per il ramo d’azienda che ci occupa sono avvenuti in tutti gli altri con conseguente riduzione anche del prezzo non solo dei nuovi prodotti A’ (macchina) H’ (carbone) ma anche dei vecchi acquisti per A ed H e altresì nei mezzi di sussistenza e quindi nei salari v. Per effetto di tale compenso generale la discesa dei prezzi si farà senza diminuire il profitto e l’aumento ad esso apportato dal fatto dell’introduzione delle macchine. La massa di plusvalore resterà dunque accresciuta malgrado la diminuzione del prezzo dei prodotti, il saggio del plusvalore sarà anche aumentato e la produzione di plusvalore relativo avrà raggiunto il suo apice.

Tutto ciò senza ancora considerare gli effetti storico sociali del macchinismo, nell’aumento generale della massa dei consumi e in quello del numero dei lavoratori assorbiti dall’industria.

Effetti secondari della macchina, tutti concorrenti ad accrescere il plusvalore, sono: a) la possibilità di utilizzare il lavoro delle donne e dei ragazzi; b) la possibilità di prolungare la giornata di lavoro esigendo il lavoro stesso meno sforzi e meno attenzioni; c) la intensificazione del lavoro ossia l’aumentato suo rendimento a parità di forza di impegno dell’operaio, cosa che può anche compensare la forzata riduzione delle ore di lavoro giornaliere.

Note:

  1. Poiché il plusvalore accumulato diviene nuovo capitale, ed il plusvalore sorge da capitale investito in lavoro, vi è un limite alla accumulazione dato dalla potenzialità di tutta la popolazione lavoratrice, che tende a salire col numero degli abitanti della terra, la parte di essa in cui è diffusa la “civiltà” capitalistica, e la proporzione di proletari sui cittadini data dalla progressiva espropriazione delle classi medie.
    Ma non può sembrare che l’enorme massa dei capitali costanti, ossia capitali dati da impianti e da riserve di merci (prodotti), sia nel mondo moderno cresciuta in modo più imponente ancora della massa di giornate lavorative a disposizione? E ciò non contraddice alla costruzione marxista?
    Non vogliamo ora rispondere certo ad un tale quesito, dovendosi prima esporre ad intendere tutta la dottrina dell’accumulazione (sezione VII) e oltre ancora la dottrina della scuola marxista sull’imperialismo.
    Ma è interessante considerare come una soluzione “conservatrice”, che cioè prolunghi i tempi del ciclo capitalistico, consiste nella “distruzione” del capitale costante prodotto, ossia impianti e scorte, e nella riduzione di paesi già ricchi, e progrediti nel senso industriale a paesi disattrezzati, col devastarne gli impianti (fabbriche, ferrovie, navi, macchinari, costruzioni d’ogni genere, etc.).
    Così la ricostituzione di quell’enorme massa di capitale morto consente una ulteriore folle rincorsa all’investimento di capitale variabile ossia di vivente lavoro umano sfruttato.
    Le guerre attuano quell’eliminazione d’impianti e di scorte di merci mentre la distruzione di braccia lavorative non raggiunge la loro proporzione per l’incremento del prolifico animale uomo.
    Si campa poi nella civilissima ricostruzione (il più grande affare del secolo, per i borghesi: un aspetto ancora più criminale della barbarie capitalistica che non sia la stessa distruzione bellica, per noi allievi di Marx) sulla insaziata generazione di nuovo plusvalore. ↩︎
  2. Abbiamo preferito alla parola italiana cooperazione, che poteva far equivocare con le organizzazioni cooperative di produzione – fenomeni più che secondari in mezzo alle innumerevoli aziende capitalistiche private – la parola collaborazione, sperando che non si equivochi ancora col significato della nota espressione di collaborazione di classe. ↩︎