Ancora America
L’atmosfera dell’Europa, greve e torbida ancora dei fumi della guerra, è piena della polemica sull’America, sugli aiuti dell’America, sulle intenzioni dell’America. Le stragi belliche non hanno disaffollato gli stomaci nella parte del pianeta di popolazione più addensata e più antica; la vecchia Europa ha fame, non ha abbastanza da mangiare, non produce più viveri a sufficienza, non ha più la forza di una volta per andarne a predare nelle altre quattro parti del mondo.
Ed ecco che la ricca America anticipa, e pianifica l’ulteriore anticipazione. Si tratta di oro, di valuta, di titoli di credito, di tutte le altre stregonerie geniali ed idiote del mercantilismo? Si tratta in sostanza di sussistenze, nel senso più lato, non essendo sussistenza solo ciò che entra per la bocca.
Queste sovvenzioni in viveri rappresenterebbero l’apice di generosità di cui è capace il capitalismo. Si partì dal regime del cash and carry, paga e porta via, o, se vuoi mangiare, paga il conto prima di essere servito. Poi si passò alla legge di affitto e prestito, ossia, con un senso di larga fiducia, si consegnarono le merci facendo credito al compratore.
L’oste di oltre Atlantico ci faceva un abbonamento ai pasti. In fine è venuta l’UNRRA, ossia si regala senza nemmeno annotare il debito, il ricco trattore fa pranzare l’affamato per amor di Dio.
Chi conosce appena gli elementi della visione marxista dell’economia sa da tempo che la graduazione di merito va fatta alla rovescia. I tre metodi presentano successivamente un grado maggiore di sopraffazione e di sfruttamento che il ricco esercita sul povero.
L’Europa nella devastazione dei suoi impianti produttivi conserva crescente una sola delle forze della produzione, la massa lavoratrice.
L’America non ha subìto distruzioni, le industrie ed ogni altro impianto sono intatti, tutto il suo capitale costante è integro.
Il capitale costante rappresenta l’eredità che le generazioni passate col cumulo secolare dei loro sforzi di lavoro tramandano alle successive. Sulla strada di questa successione si accampa il privilegio di classe, poiché i miliardi di giornate-lavoro lasciate dai morti non appartengono a tutti i vivi ma ad una piccola minoranza.
Tale rapporto giuridico servirebbe poco ai satrapi del capitale ove essi disponessero del solo capitale costante: ben potrebbero contemplare le foreste di macchine immote e di spente ciminiere, non sfuggirebbero essi stessi alla morte per fame.
Il capitale costante deve integrarsi, perché si generi il profitto e si continui l’accumulazione della ricchezza, di capitale variabile, ossia di lavoro umano, in quanto l’ingranaggio economico consente ai monopolizzatori degli impianti di anticipare le sussistenze dei lavoratori rimanendo beneficiari di tutto il prodotto della combinazione tra impianti e lavoro.
Fin quando nel classico capitalismo delle libere aziende tutto questo si svolge in tante isole economiche, il padrone del capitale costante non solo non ha bisogno di anticipare le sussistenze, ma sono gli operai che gli anticipano una settimana o una quindicina di lavoro. Se essi potessero senza crepare anticiparne un anno o quanto occorre per l’intiero ciclo di trasformazione delle materie prime, nei casi in cui è periodico, la legge e la morale borghese avrebbero sancito volentieri questo rapporto.
L’evolversi del capitalismo ha condotto le aziende a divenire sempre più interdipendenti, ed il problema della fecondazione del capitale fisso da parte del capitale salari viene pianificato dalla borghesia su scala mondiale.
La guerra attuale ha in certo modo allontanati tra loro i due generatori del profitto capitalistico e per riavvicinarli, sola condizione che permetterà di riportare al massimo di giri le ruote della macchina dello sfruttamento, occorrono imprecisabili intervalli di attesa.
Per superarli senza che la massa delle braccia produttrici si assottigli e si disperda il capitalismo costruisce un apparato che anticipa sussistenze alle popolazioni affamate.
Tale anticipo presentato come un dono, appunto perché la parte che veramente produce profitto è il capitale sussistenze, verrà ritirato a condizioni dieci volte più strozzinesche di quelle che corrispondevano al caso di pagamento per contanti, e a quello successivo dell’accensione di un regolare conto a debito del vacillante capitale europeo.
La letteratura del nascente tempo borghese inorridiva di Shylok che convertiva il suo effetto di credito contro il nullatenente nel diritto di tagliargli dalla persona un pezzo di carne, ma oggi l’intelligente capitalismo lo tiene invece in piedi con una scatoletta di meat and vegetable. Così l’afflato della cristiana e illuminata civiltà mercantile che, scorrendo i mari, mosse dai nostri lidi alla conquista del mondo, ci ritorna ingentilito dal Far West.
Dopo l’altra guerra perduta dalla Germania chi percorreva quel paese militarmente prostrato nelle battaglie combattute sui territori altrui restava stupito dalla integrità dei possenti impianti moderni che una acceleratissima industrializzazione aveva attuato in pochi decenni. La foresta di ferro e di cemento armato piantata nel suolo rappresenta il capitale costante in cui si cristallizza il lavoro delle generazioni, è una riserva come il carbone fossile delle foreste vegetali sepolte nei millenni geologici. Se lo Spartaco proletario, anziché cadere sgozzato ad opera di quelli che si erano dati a fare della Germania una perfetta democrazia, a simiglianza dei marxisti rinnegati di oggi, avesse potuto afferrarla nelle tenaglie della rossa dittatura, sorella a quella di Russia, forse l’imperialismo non avrebbe potuto trascinare il mondo in un altro bagno di sangue.
I conquistatori della Germania, che erano in realtà i conquistatori dell’Europa, si sono ben guardati dal proclamare il V day, il giorno della vittoria, prima di avere percorso tutto il territorio del vinto, già straziato dai bombardamenti, tanto per controllarne la residua consistenza di impianti produttivi che per impedire le convulsioni rivoluzionarie nelle masse sacrificate.
Ma non è solo capitale costante tedesco quello che è stato spiantato. Il rapporto di forze economiche e quindi di dominazione politica sorge nello stesso modo per i paesi che hanno bruciata la loro attrezzatura tecnica nel combattere contro la Germania, come l’Inghilterra e la Russia. Le masse di questi paesi dovranno lavorare follemente per ricolmare il vuoto prodotto in ciò che i borghesi chiamano ricchezza nazionale. In questo investimento grandioso di capitale variabile si genereranno per il capitale ricostruttore profitti giganteschi. Ma il ciclo non si può avviare senza anticipi e per ora non abbiamo uno spettacolo di intenso lavoro, ma di disoccupazione e di fame. Chi con la forza del proprio attrezzamento intatto può anticipare i dollari e le scatolette diventa il padrone e lo sfruttatore delle masse europee schiavizzate.
La campagna contro l’America, ossia contro il mostro statale plutocratico che tiene anche i nostri compagni proletari di America, vittime non ultime della tremenda crisi, sotto il suo classico tallone di ferro, non potrebbe essere condotta con speranza di successo contro la mobilitazione proteiforme di mezzi di ogni genere, che riempirà spettacolosamente di sé gli anni che stiamo per vivere, se non da un movimento e da un partito rivoluzionario coerente. Da un partito internazionale che non avesse spezzato la cordata della teoria della organizzazione e della tattica che doveva direttamente ascendere verso la rivoluzione totalitaria.
Male potranno i liquidatori di Internazionali riaccendere da comitati di provincia la fiamma della lotta operaia contro l’imperialismo, la cui centrale mondiale agisce oramai fuori di Europa.
Per poter contrapporre a questo strapotere mondiale una resistenza paragonabile con le sue spietate risorse, bisognava non aver pascolato per tutti gli anni di guerra col gregge della imbecillità borghese d’Europa invocante dalla forza industriale e militare di America la salvezza suprema.
Bisognava non aver avuto della lotta proletaria una concezione che ammettesse in un primo periodo l’alleanza con il nazismo al fine di fare alcuni passi nell’Europa orientale, e in un secondo la guerra contro quello e la non meno disonorante alleanza con le democrazie capitalistiche nella illusione di fare altri passi fino a Berlino.
Se si trattasse non di una conquista di marescialli ma dell’incendio della rivoluzione si saprebbe che questo deve attaccare nello stesso tempo tutte le strutture, in ogni paese, del potere della borghesia.
Quindi la campagna internazionale antiamerica che si inscena con accorti passi – inguaribilmente progressivi – dagli ex comunisti di Mosca parte battuta.
Essa nel suo cauto avviarsi lascia largo adito alla eventualità, non esclusa in principio, che si rifiuti il piano Marshall non perché esso è la suprema espressione della sopraffazione di classe, rispetto a cui le fanfaronate degli Hitler e dei Mussolini erano giochi da ragazzi, ma solo perché nei suoi capitoli di credito quello relativo alla Russia e paesi soggetti si cifra troppo basso.
E infatti vediamo in Italia dichiararsi, quando i delegati americani fanno presente che sarebbe la fine se si spezzasse il rosario di navicelle che cariche di grano si stendono tra i due lidi dell’Atlantico, che non si tratta di rifiutare i soccorsi.
Non vi sarebbe invece altra parola di battaglia proletaria, contro la ricostruzione di Europa secondo Marshall, che il rifiuto.
Quando nella contesa per la remunerazione del lavoro l’operaio fa ricorso allo sciopero, metodo che per qualche anno ancora i rinnegatori di tutto non hanno tuttavia liquidato, esso risponde alla elargizione di una scarsa quota di sussistenze proprio col rifiuto di quelle che gli restano.
Ma la consegna di Belgrado è di fare sabotaggio alla influenza di America anche con l’azione “governativa”, ossia dal di dentro dello Stato. Non hanno abbastanza provato i cicloni storici di questa ultima guerra che lo Stato è una potenza unitaria e non divisibile in fette! E per fare azione governativa occorre successo elettorale.
Di qui le posizione anfibie e le tattiche di graduale conversione, le quali non potranno evitare che le adesioni al cosiddetto comunismo, venute da tutta la melma delle classi medie per la convinzione che quello fosse l’erede delle funzioni camorristiche e di protezione esercitate prima dal fascismo, svaniscano al solo odore di pochi cents di dollaro, quando saremo giunti al punto decisivo.
Le tesi della Sinistra Pt.4
Prefazione
La elaborazione contenuta in questo studio, di cui iniziamo la ordinata pubblicazione, e di cui sono già apparsi due capitoli, quello sulla Russia nel n. 1, e quello sulla formazione dello Stato borghese italiano nel n. 2 di Prometeo, è il risultato del riesame compiuto da gruppi della Sinistra comunista italiana su tutte le posizioni del movimento sociale e politico, nella situazione succeduta ai seguenti fondamentali eventi:
1) La crisi della Internazionale Comunista, costituita a Mosca nel 1919, e del Partito Comunista d’Italia, fondato a Livorno nel 1921, che condusse tra l’altro all’aperta rottura, fin dal 1926, tra i dirigenti di Mosca e la corrente centrista loro rappresentante in Italia, e la tendenza di sinistra; nonché la crisi dello Stato proletario russo.
2) L’affermarsi in Italia ed altri paesi delle nuove forme totalitarie e dittatoriali del dominio borghese.
3) La seconda grande guerra mondiale e l’infeudamento dei partiti socialisti e comunisti alla propaganda bellica delle democrazie capitalistiche.
4) Lo schiacciamento militare dello Stato italiano, la caduta del regime di Mussolini, la stipulazione dell’armistizio tra il governo della coalizione antifascista e le potenze vincitrici.
Il divenire della società borghese capitalistica, le sue tendenze economiche più recenti, il significato dell’imperialismo e delle grandi guerre mondiali, il significato dei moderni regimi totalitari in rapporto alla democrazia politica borghese, e, per contrapposto, le vicende del movimento della classe proletaria, le crisi della II e III Internazionale, la sorte delle grandi battaglie rivoluzionarie sono trattati in questo riesame generale, in parte condotto mentre ancora durava la guerra contro la Germania sul territorio italiano.
In dipendenza da una restaurazione di questi valori critici, che proietti un fascio di luce nel caos dei vuoti ideologismi e delle false parole lanciate da ogni parte alle masse lavoratrici italiane, potrà determinarsi la reale tendenza a trarre da un agglomerato sociale oggi disperso, tormentato ed amorfizzato un inquadramento che serva di base ad un vittorioso affermarsi del partito politico di classe del proletariato, collegato con l’affermarsi dell’Internazionale proletaria e sulla linea delle tradizioni rivoluzionarie nel campo della dottrina e dell’azione.
Il movimento rivoluzionario operaio e la questione agraria
Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo nel campo della produzione dei manufatti sorge nella società moderna col capitalismo, quando è realizzata la condizione tecnica del lavoro associato. Il lavoratore viene espropriato del prodotto del suo lavoro, ed una parte della sua forza di lavoro gli viene sottratta per andare a costituire il profitto del padrone. Questo schema così semplice non basta a rappresentare il rapporto tra lavoratore e padrone nel campo dell’agricoltura, dove la rivoluzione finora svoltasi non ha sostanzialmente modificato la tecnica produttiva, ma quasi soltanto i rapporti giuridici tra le persone sociali. Alla base dell’economia agraria sta l’occupazione della terra, attuata all’origine grazie alla forza militare di gruppi e tribù forti o di capi guerrieri, che invadevano territori di altri popoli o si fissavano su zone libere. In verità, anche per la disposizione padronale della forza di lavoro umana si parte dalla occupazione ottenuta con la forza bruta, quando si istituisce l’economia schiavistica con l’assoggettamento dei popoli vinti. Ma nella società moderna, a cui ci siamo riferiti, anche prima del prevalere dell’economia capitalistica, l’occupazione violenta della persona umana era stata soppressa. La società feudale non ammetteva più la schiavitù.
Invece, l’occupazione della terra, conservata nel sistema feudale, di cui è anzi la base, è perfettamente ammessa e sanzionata giuridicamente in pieno regime capitalistico. Ciò significa praticamente che il proprietario di una vasta estensione di terreni agrari, pur restando inoperoso, ne trae la rendita fondiaria, senza essere stato perciò costretto ad introdurre nella tecnica produttiva la risorsa di una forma associativa dell’opera dei lavoratori che sfrutta.
Abbiamo cioè la grande proprietà ed il grande possesso, senza che necessariamente essi costituiscano una grande azienda unitaria, ossia un organismo in cui ciascun lavoratore ha mansioni specializzate. La grande azienda agraria esiste, ed ha il carattere di un’intrapresa capitalistica applicata all’agricoltura, con largo apporto di capitali industriali sulla terra, come macchine, bestiame, impianti diversi, ecc., ed impiega operai salariati (braccianti agricoli), che sono purissimi proletari. Il titolare di questa grande intrapresa può coincidere col proprietario immobiliare della terra, e può essere un grande affittuario rurale; in teoria potremmo anche avere la grande azienda industriale agraria sovrapposta al piccolo possesso, se il capitalista avesse trovato conveniente prendere in fitto un gran numero di piccole proprietà private contigue.
Tornando al grande possesso, esso può invece vivere, e vive fino ad oggi, anche in grandi paesi capitalistici, sovrapposto alla piccola azienda, quando il grande proprietario (latifondista) tiene il suo possesso diviso in piccoli lotti, su ciascuno dei quali vive e lavora con tecnica primitiva una famiglia contadina. Il lavoratore allora non è espropriato totalmente del suo prodotto come il salariato, ma ne rilascia una grossa quota allo sfruttamento padronale o in natura (colonia parziaria, mezzadria) o in denaro (affitto). Il colono, il mezzadro o affittuario può perciò essere considerato un semi-proletario. Vi è poi, sempre in regime prettamente borghese moderno, la piccola proprietà aderente alla piccola azienda.
Il contadino piccolo proprietario è un lavoratore manuale, ed osserva in generale un basso regime di vita; ma non è un proletario, perché resta padrone di tutto il prodotto del suo lavoro; non è neanche un semi-proletario, appunto perché non cede nessuna quota; però, nel giuoco delle forze economiche, sente il peso del dominio delle classi privilegiate attraverso gli alti oneri fiscali, l’indebitamento verso il capitale finanziario, e così via. La sua figura sociale ha il parallelo in quella dell’artigiano, sebbene la sua figura giuridica sia diversa, e lo accomuni teoricamente al grande proprietario. Infatti, il capitalismo, per liberarsi dalle pastoie medievali, non ha avuto la necessità di infrangere gli istituti giuridici che regolano la proprietà immobiliare, ed ha anzi pressoché testualmente adoperato l’impalcatura del diritto romano, per cui in teoria lo stesso articolo del codice disciplina il rapporto di proprietà su pochi metri quadrati e su immensi possessi.
Ciò che il capitalismo ebbe invece bisogno di infrangere fu il sistema giuridico feudale di origine soprattutto germanica, che faceva del piccolo contadino, sfruttato sul grande fondo, una figura intermedia tra lo schiavo ed il libero lavoratore.
Il “servo della gleba”, oltre a subire vere estorsioni nel rilascio delle quote al proprietario fondiario ed alle sedi ecclesiastiche, era vincolato al suo luogo di lavoro. Il capitalismo doveva liberarlo da questo suo servaggio, come doveva liberare gli immiseriti artigiani dai vincoli delle mille leggi e regolamenti sulle corporazioni di mestieri, perché l’uno e l’altro divenuti uomini liberi di vendere ovunque la propria forza di lavoro, costituissero le armate di riserva della produzione salariata.
La rottura di questi vincoli giuridici costituì la rivoluzione borghese ed è dunque chiaro che essa, come d’altra parte non abolì in teoria nemmeno l’artigiano, lasciò piena cittadinanza al principio della produzione agraria basata sull’occupazione della terra, e non consistette, dal punto di vista della legislazione, in una diversa ripartizione della proprietà privata del terreno.
Indubbiamente, tra le varie forme accennate di aziende agrarie la più simile all’industria capitalistica è la grande azienda unitaria, la più lontana è la piccola azienda, divisa giuridicamente nei due tipi della proprietà minuta e del latifondo.
Non è esatto dire il latifondo una sopravvivenza del regime feudale, poiché esso esiste anche dopo l’abolizione radicale e violenta di tutti i vincoli feudalistici. Può tendere o meno a spezzettarsi, come la proprietà spezzettata può tendere o meno ad essere riassorbita in grandi tenimenti o in aziende unitarie moderne; ma tali fenomeni si svolgono nel quadro del moderno regime borghese per effetto di ragioni tecniche e di congiunture economiche.
Nella chiara condanna del capitalismo industriale nello schema storico comunista, per cui lo sfruttamento della forza-lavoro verrà soppresso con la conquista della direzione della società da parte dei lavoratori, quale posto prende il ciclo di trasformazione della produzione rurale?
Per quanto riguarda la grande azienda moderna, essa è pronta a subire la sorte dell’industria per il fatto stesso di essere basata sulla tecnica del lavoro associativo.
I salariati agricoli di essa, pur avendo lo svantaggio sociale e politico di non essere riuniti nei grandi agglomerati urbani moderni, procedono di pari passo al proletariato industriale nel formarsi del potenziale di classe rivoluzionario.
I semi-proletari, ossia i coloni e i mezzadri, mentre non possono avere una parallela coscienza di classe, possono attendersi dalla rivoluzione proletaria industriale un grande vantaggio sociale, poiché questa, pur favorendo in ogni fase il prevalere delle forme associate di lavoro e la concentrazione delle piccole aziende in aziende più vaste, sarà la sola che potrà, contemporaneamente alla abolizione dello sfruttamento padronale, abolire radicalmente e per la prima volta nella storia il sistema dell’occupazione privata della terra.
Ciò vuole dire che il piccolo affittuario o mezzadro sarà non reso padrone della terra che coltiva, ma liberato dall’onere di pagare il tributo della sua forza di lavoro costituito dal canone in danaro o in natura, che prima percepiva il proprietario fondiario. In altri termini, la rivoluzione proletaria industriale potrà immediatamente sopprimere il principio della rendita fondiaria; anzi, per uno dei tanti rapporti dialettici nel giuoco delle forme sociali e storiche, potrà sopprimere molto più rapidamente e generalmente il principio della rendita fondiaria che quello del profitto del capitale industriale.
Venendo al piccolo proprietario, teoricamente la questione è diversissima in quanto la rendita fondiaria del suo campo va già oggi a suo beneficio e non si distingue amministrativamente dal frutto della sua forza di lavoro. Indubbiamente non avverrà in questo campo una rivoluzione se non in uno stadio ulteriore, in quanto tutte le piccole aziende o prima gestite da affittuari o coloni parziari ovvero da piccoli possessori, passeranno più rapidamente che non potessero farlo nell’ambiente dell’economia borghese a raggrupparsi in grandi intraprese agricole unitarie socializzate.
In nessun caso, quindi, si può presentare il riflesso agrario della rivoluzione proletaria come un episodio di ripartizione o di nuova occupazione della terra, e come la conquista di terra da parte dei contadini. La parola “piccola proprietà al posto della grande proprietà” non ha alcun senso, la parola “piccola azienda agraria al posto di grande azienda agraria” è prettamente reazionaria. Su questo punto va chiarito quali svolgimenti del ciclo possano avere realizzazione prima della caduta del potere borghese. È un errore classico dell’opportunismo il presentare come possibile alle masse rurali l’abolizione della rendita fondiaria da parte di un regime industriale capitalistico, sia pure il più avanzato. Rendita terriera e profitto industriale non sono propri di due diverse e contrastanti epoche storiche. Essi hanno una perfetta simbiosi non solo nella classica impalcatura giuridica borghese, ma nei processi economici dell’accumulazione del capitale finanziario. Nonostante le sostanziali differenze fin qui dimostrate nei due campi della produzione, essi hanno un ceppo comune nel principio della sottrazione al lavoratore di una parte della sua forza-lavoro, e nel carattere mercantile della distribuzione dei prodotti, comuni a quelli dell’industria e a quelli dell’agricoltura. Quindi la parola della socializzazione della rendita fondiaria senza una rivoluzione delle classi operaie è un’idiozia, che può degnamente appaiarsi a quella della socializzazione del capitale monopolistico nell’ambiente dell’economia dell’intrapresa privata.
Un’altra delle posizioni dell’opportunismo è poi quella che si debba attendere la concentrazione in grandi aziende dell’economia agraria prima di parlare di una rivoluzione socializzatrice sia dell’industria che dell’agricoltura. Tale concetto è disfattistico, in quanto la stessa natura mercantilistica dell’economia borghese ed il suo evolversi verso forme sempre più speculative ed affaristiche lasciano prevedere che il capitale privato non si trasporterà con vasto respiro nelle intraprese di miglioramento fondiario che offrono pochi profitti a troppo lunghe attese alla remunerazione in confronto ai colossali affari industriali e bancari.
Ora la sostituzione della grande azienda alla piccola azienda, sia essa libera che stretta nei latifondi, non può avvenire senza radicali trasformazioni della tecnica, e ritarda dove queste, per ragioni naturali, sono troppo costose (altimetria irregolare, malsania idraulica, poca feracità dei terreni, ecc.) e solo un’economia a carattere altamente sociale potrà dislocare le enormi masse di forze produttive necessarie alla trasformazione.
Infine, la parola della distribuzione dei latifondi ai contadini in regime borghese è anche priva di senso, in quanto voglia promettere una espropriazione senza indennità contraria agli istituti dello Stato borghese, ed è puramente demagogica in periodi nei quali né lo Stato, né la classe capitalistica possono disporre di capitali mobili e della mobilitazione di risorse produttive necessarie ad eliminare alcuni caratteri tecnici delle peggiori forme di latifondo, come la mancanza di case, di vie, di canalizzazioni, di acqua potabile, l’imperversare della malaria, ecc.
Indubbiamente, farà parte del programma agrario della rivoluzione operaia, insieme alla soppressione di ogni rendita fondiaria, una transitoria ridistribuzione in gestione delle terre agrarie, nel senso di dare possibilità di uniforme applicazione alla forza lavorativa della classe contadina per quella parte che non potrà essere messa sul piano sociale dei lavoratori di aziende collettive.
Comunque, questa diversa ripartizione non della proprietà, ma della consegna in gestione della superficie terriera non potrà avere nei paesi capitalistici moderni la portata sociale e storica che ebbe nella Russia del 1917, nella quale la conquista del potere da parte del proletariato industriale compì non solo la prima soppressione del principio del padronato fondiario, ma anche quella del regime terriero feudale, rimasto praticamente in vigore nell’impero zarista anche dopo l’abolizione giuridica della servitù della gleba, promulgata nel 1861.
Nei paesi prettamente capitalistici, la classe operaia industriale rivoluzionaria comprende senz’altro il bracciantato agrario delle grandi aziende, e cerca di evitare il ricadere del bracciante nella figura del piccolo contadino; può considerare come alleati i semi-proletari del piccolo affitto e della colonia parziaria, tollerando che questi aspirino alla disposizione libera della loro terra, che solo la rivoluzione può attuare; solo con grandi riserve e transitoriamente potrà attendersi un appoggio positivo da parte dei contadini piccoli proprietari non ancora rovinati e proletarizzati dal capitalismo, ed anzi, in periodi di crisi delle impalcature industriali dovute alla guerra ed alla sconfitta, dovrà attendersi che, nella loro maggioranza, i piccoli proprietari rurali, sfruttando per l’alto prezzo dei prodotti agricoli la crisi economica e vedendo divenire meno instabile la loro posizione sociale, data anche la loro incapacità come classe ad intravedere cicli storici di lungo respiro, alimentino la politica dei partiti conservatori.
La tattica del Comintern dal 1926 al 1940 Pt.6
La guerra di Spagna, premessa alla seconda guerra imperialistica mondiale (1936-1940)
La fase della degenerazione progressiva dello stato sovietico e dei partiti comunisti doveva inevitabilmente concludersi con una partecipazione di prima linea al massacro imperialista, localizzatosi dapprima in Spagna (1936-39), estesosi in seguito al mondo intero (1939-45). Questo processo degenerativo ha inizio, come abbiamo visto, nel 1926 con la costituzione del Comitato anglo-russo, e fu Bukharin ad esprimere chiaramente il sostanziale e radicale cambiamento intervenuto nei termini programmatici della politica dello stato russo e dell’Internazionale.
Tra fronte unico e Comitato anglo-russo la soluzione di continuità è inequivocabile, brutale. Il primo è inquadrato nei termini classici dell’antagonismo capitalismo-proletariato (il proletariato agendo attraverso il partito di classe e lo stato rivoluzionario), e la divergenza fra le opposizioni francese, austriaca, tedesca, ma particolarmente fra la sinistra italiana e la direzione dell’Internazionale resta nei quadri del problema della tattica da seguire per favorire lo sviluppo dell’azione di classe e del Partito. Il secondo, il Comitato anglo-russo, è inquadrato nella formula di Bukharin il quale dichiara che la sua giustificazione si trova nella difesa degli interessi diplomatici dello stato russo. Diplomatici, giacché non si tratta di una battaglia militare limitata ad avvenimenti determinati, ma di tutto un processo politico. L’impostazione programmatica non è più nel quadro “capitalismo-proletariato”, ma nel quadro “stato capitalista-stato sovietico” Questa nuova contrapposizione non è evidentemente, né poteva essere, una semplice modificazione di formulazioni che esprimano tuttavia una sostanza analoga alla precedente. I criteri stessi della definizione dello stato capitalista e dello stato proletario non sono più quelli marxisti, ma gli altri, positivisti e razionalisti, imposti dall’evolvere della situazione.
Precedentemente le nozioni di classe e di stato capitalista erano unitarie, sintetiche e discendevano dall’analisi dei rapporti di produzione. A partire dal 1926 il Comintern procede ad una dissociazione della nozione della classe ed il problema non consiste più in un azione tendente alla distruzione dello stato che ne impersona il dominio, ma in un’azione tendente ad appoggiare od a scalzare una determinata forza capitalista (qualificata capitalismo per antonomasia). E quale forza capitalista? Quella che entra in conflitto con gli interessi “diplomatici” dello stato sovietico nel momento particolare dell’evoluzione internazionale.
All’epoca del Comitato anglo-russo i contorni di questa politica radicalmente opposta alla precedente non sono ancora bene definiti, ma il problema è già chiaro: abbiamo una divergenza fra la difesa degli interessi del proletariato inglese, impegnato in una grande battaglia di classe, e gli interessi dello stato russo che punta sull’Inghilterra per rafforzare le sue deboli posizioni nell’evoluzione antagonica degli stati sul campo internazionale. Se l’avallo dato ai tradunionisti, presentati ai proletari inglesi come i capi del loro sciopero ed i difensori dei loro interessi, si risolve poi in un risultato opposto a quello previsto, giacché il Governo inglese passa alla lotta contro il Governo russo, ciò non modifica in nulla l’alterazione fondamentale intervenuta nella politica del Comintern e che si precisa nel periodo del “social-fascismo” quando si passa alla lotta contro la socialdemocrazia come forza a sé stante. Non si muove più dagli obiettivi di classe del proletariato tedesco per dedurne una tattica di lotta simultanea contro socialdemocrazia e fascismo, ma poiché la prima è elevata al rango di nemico numero uno, si scivola in una posizione di fiancheggiamento della manovra di Hitler per il legalitario smantellamento delle posizioni detenute nello stato capitalista tedesco da democratici e socialdemocratici. In questo caso i benefici “diplomatici” non mancarono allo stato russo e la crudele disfatta del proletariato tedesco si accompagnò con un netto miglioramento dei rapporti economici fra Russia e Germania.
Dopo il social-fascismo, il Fronte Popolare e la guerra di Spagna prima, la guerra mondiale in seguito. Il processo di inversione subito dai partiti comunisti e dallo stato sovietico va ancora oltre i limiti raggiunti con la tattica del social-fascismo, giacché si tratta ora di ricollegare i lavoratori con l’apparato dello stato capitalista, pacificamente in Francia, con le armi in Spagna prima, in tutti i paesi poi.
La nuova politica si presenta non sotto l’aspetto coerente di lotta contro la forza politica capitalista, espressione della classe borghese nel suo insieme, ma sulla linea contraddittoria che solleva, volta a volta, al rango di nemico numero uno la socialdemocrazia od il fascismo, secondo le necessità dell’evoluzione dello stato sovietico nelle determinate situazioni internazionali.
Modificazione dapprima, falsificazione ed inversione in seguito, non si limitano alla caratterizzazione della classe capitalista ma investono anche quella dello stato proletario nel nuovo binomio, cui abbiamo accennato, di stato capitalista-stato proletario, e che, a partire dal 1926, sostituisce quello di capitalismo-proletariato. Lo stato proletario non è più quello che identifica la sua sorte con quella del proletariato mondiale, ma quello in cui si personifica la difesa dei lavoratori di tutti i paesi. Fino al 1939 i proletari di ogni paese vedono i loro interessi accomunarsi con i successi diplomatici dello stato russo, dal 1939 al 1945 i proletari dànno la loro vita per i successi militari di questo stato. Quanto alla situazione dei proletari russi essa è altrettanto tragica: prima l’intensivo sfruttamento in nome del socialismo, poi il loro massacro sotto la stessa bandiera. In definitiva quindi il bilancio degli avvenimenti di cui abbiamo trattato deve sollevarsi ad un piano ben più alto di quello limitato alla tattica dei partiti comunisti, e deve vertere non sull’aspetto formale ed organizzativo dei rapporti fra stato proletario e partito di classe, ma sul tipo concreto di questi rapporti che la storia ha presentato, per la prima volta, con la vittoria dell’ottobre 1917 in Russia. Stato proletario e partito di classe sono strumenti convergenti della lotta del proletariato rivoluzionario ed è da respingere come reazionaria l’ipotesi della loro separazione. Solamente è necessario trarre dalla formidabile esperienza russa gli insegnamenti per stabilire la loro organica convergenza in vista della futura rivoluzione. Questo è il problema centrale cui pensiamo dovrà dedicarsi la nostra rivista prendendo le mosse dalla politica seguita dallo stato russo anche nel periodo eroico, quando Lenin si trovava al suo timone, giacché la nostra illuminata ammirazione per il grande rivoluzionario non ci impedisce di affermare categoricamente che la sorgente della degenerazione ed inversione della rivoluzione russa si trova nell’insufficiente soluzione data al problema dei rapporti organici fra stato rivoluzionario e partito di classe in altri termini al problema della politica dello stato proletario su scala nazionale ed internazionale, insufficienza legata a sua volta in modo ineluttabile al fatto che la questione sorgeva per la prima volta nell’ottobre 1917.
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Per comprendere gli avvenimenti spagnoli occorre rifarsi innanzi tutto all’elemento fondamentale della concezione marxista, al punto vitale di quella che i francesi chiamano “démarche” del pensiero. Sceverare l’essenziale dall’accessorio.
È forse perché nel campo repubblicano ed antifascista si ciancia di socialismo perché centinaia di migliaia di proletari impugnano le armi in nome del socialismo, che si può affermare la esistenza delle condizioni reali per questa lotta? Nella nostra premessa abbiamo indicato che la lotta fra le classi fondamentali, fra il capitalismo ed il proletariato, si svolge, a partire dall’ottobre 1917, su un piano più elevato del precedente ed impone al proletariato di impiegare il suo stato rivoluzionario: questo è portato ad accentrare sul fronte proletario i movimenti sociali che si svolgono anche al di fuori delle sue frontiere geografiche; ma nella fase della sua degenerazione può procedere ad un analogo accentramento solo grazie ad una radicale modificazione che lo riporti alla sua posizione originaria. In caso contrario essa diventa il polo della politica della controrivoluzione, come avvenne prima nella zona antifascista della Spagna, poi nei paesi democratici quando sorse il movimento dei partigiani nel corso della seconda guerra imperialista.
Il ruolo essenziale nel settore antifascista della Spagna è stato giocato dallo stato russo, non dal quasi inesistente partito comunista spagnolo.
La nostra analisi degli avvenimenti dimostrerà che unicamente sul fatto centrale imposto dagli avvenimenti – la guerra – era possibile procedere alla discriminazione di classe e determinare in conseguenza la posizione del proletariato rivoluzionario, mentre questa discriminazione era impossibile sul fronte dei fenomeni accessori, quali quelli della eliminazione del padrone dalle fabbriche, dei partiti classici della borghesia dal governo e persino, nei giorni del più acceso tumulto sociale, dell’eliminazione dello stesso governo.
Se noi presentiamo succintamente il film degli avvenimenti spagnoli, con questo non intendiamo ammettere l’ipotesi che una diversa tattica del Partito Comunista o di qualsiasi altra formazione politica avrebbe potuto determinare un differente sbocco delle situazioni, ma lo facciamo unicamente per dimostrare in primo luogo che tutte le “iniziative operaie” erano in definitiva la sola forma attraverso la quale poteva sussistere – in quelle determinate circostanze – la classe capitalista (ed essa sussisteva politicamente e storicamente anche se fisicamente assente nelle fabbriche od abilmente dissimulata nel governo antifascista, perché raggiungeva il suo obiettivo fondamentale di impedire l’affermazione della classe proletaria sul problema della guerra e dello stato), in secondo luogo per mettere in evidenza gli elementi di un’evoluzione che – sia pure in forme meno accentuate – si è estesa negli altri paesi dopo la guerra mondiale e che si è espressa nella liquidazione del padronato dalle industrie nazionalizzate, provvisoriamente o definitivamente.
Il fatto che la sinistra italiana sia la sola corrente restata superstite dopo la crudele ecatombe che, dopo la prova generale della Spagna nel 1936-39, si estese poi al mondo intero nel 1939-45 non è dovuto a circostanze fortuite. Partiti socialisti e comunisti non potevano che esercitare un ruolo ferocemente controrivoluzionario man mano che le situazioni giungevano al punto termine della loro evoluzione. Ma la Spagna ha anche rappresentato la tomba del trotzkismo e delle variopinte scuole dell’anarchismo e del sindacalismo.
Trotzky, il gigante del “manovrismo”, aveva dato perfino una giustificazione teorica della possibilità per il proletariato di incunearsi nell’antagonismo democrazia-fascismo, affermando che dall’inettitudine storica della democrazia a difendersi dal fascismo e dalla necessità sempre storica di opporsi ad esso, poteva nascere la condizione per un intervento del proletariato, sola classe capace di portare alla sua conclusione rivoluzionaria la lotta antifascista. Era perciò inevitabile che Trotzky prendesse un posto di prima linea nella difesa e nell’incremento delle “realizzazioni rivoluzionarie”, ottenute nelle fabbriche e nei campi o nell’organizzazione dell’esercito combattente.
Gli anarchici, dal canto loro, se nei primi giorni poterono evitare di compromettere la loro “purezza antistatale”, dovevano trovare in questi avvenimenti la terra di elezione per i loro esperimenti di “comuni liberi”, di “cooperative libere”, di “esercito libero”. Tutte queste “libertà” si concludevano nell’altra “libertà”, la fondamentale: quella di fare la guerra antifascista.
La fondazione del Partito in Italia si accompagno con una chiara presa di posizione non solamente sui problemi fondamentali dell’epoca, ma anche su quello che sorgeva come riflesso dello sviluppo dell’offensiva fascista: il dilemma democrazia-fascismo – disse il Partito – cade nei quadri della classe borghese e l’opposizione della classe proletaria non può svilupparsi che in funzione dei suoi obiettivi specifici. La lotta per questi obiettivi, anche nel momento dell’attacco legalitario od extra-legalitario del fascismo, impone la simultaneità della lotta contro la democrazia e contro il fascismo. La ferma posizione della nostra corrente fu confermata da tutto lo sviluppo degli avvenimenti spagnoli i quali videro nella lunga ed estenuante guerra di circa tre anni l’opposizione di due eserciti inquadrati nei rispettivi apparati statali entrambi capitalisti: quello di Franco appoggiantesi sulla struttura classica dello stato borghese, l’altro madrileno e catalano le cui ardite iniziative periferiche nel campo economico e sociale non potevano che incastrarsi in un’evoluzione contro-rivoluzionaria perché in nessun momento era stato posto il problema della creazione di una dittatura rivoluzionaria. Non poche furono le occasioni presentate dagli avvenimenti spagnoli per smentire le posizioni difese da Trotzky: dalle stesse battaglie militari vinte dal Governo antifascista risultava infatti non una situazione favorevole all’affermazione autonoma del proletariato ma una condizione per rafforzare il suo legame allo stato capitalista antifascista, giacché solo dalla efficienza di questo poteva esser garantito il successo contro Franco; argomento inconfutabile, dal momento che si ammette la partecipazione alla guerra.
La conferma della posizione marxista contro tutte le scuole anarchiche e sindacaliste non poteva essere più luminosa. In effetti, soprattutto nel primo periodo degli avvenimenti successivi allo stabilimento dei fronti militari, dall’agosto 1936 al maggio 1937, le condizioni erano le più favorevoli alla realizzazione dei postulati anarchici. Di fronte al disfacimento dell’apparato statale, particolarmente in Catalogna, alla fuga ed all’eliminazione dei padroni, tutte le iniziative spontanee ebbero libero corso. E gli anarchici erano in grande maggioranza alla testa dell’esercito, dei sindacati, delle cooperative agricole ed industriali, della stessa rete statale embrionale di Barcellona. Il fallimento non può quindi essere imputato ad un’incompiutezza delle condizioni obiettive, mentre il pretesto sempre invocato per giustificare l’insuccesso, e cioè l’appoggio dato a Franco da Mussolini ed Hitler, non può essere invocato dagli anarchici, giacché essi chiedevano, in replica all’intervento fascista in Spagna, non una lotta del proletariato degli altri paesi contro i loro rispettivi governi democratici, ma una pressione di questi proletariati per determinare l’intervento armato dei governi capitalisti in favore della Spagna repubblicana od almeno l’invio di armi per il successo della guerra antifascista.
Come abbiamo detto, la discriminazione di classe non poteva farsi che in funzione del problema centrale: quello della guerra. Questo fece la nostra corrente e quando, nell’agosto 1936, ad una riunione del Comitato Centrale del P.O.U.M. (Partito Operalo di Unificazione Marxista) – partito dell’estrema sinistra di Catalogna – il nostro delegato, che era presente in qualità di osservatore, espresse la sua opinione che si dovesse propagare non l’idea del massacro dei lavoratori irregimentati da Franco, ma l’opposta idea della fraternizzazione, i dirigenti di quest’organismo “marxista” affermarono categoricamente che simile propaganda meritava la pena di morte.
Come qualificare imperialista la guerra antifascista di Spagna, quando per sovrappiù era non solamente impossibile, ma inconcepibile determinare gli interessi imperialistici in antagonismo poiché si trattava di due eserciti dello stesso paese? È indiscutibile che gli avvenimenti spagnoli ponevano, per quanto concerne la caratterizzazione della guerra che vi si sviluppava, un problema inedito ai marxisti. Ma se precedenti storici calzanti non potevano essere trovati, il metodo di analisi marxista permetteva tuttavia di affermare che, per quanto fosse vero che contrastanti interessi specifici ed imperialistici non potevano essere individuati nel duello Franco-Frente Popular, il carattere imperialista sia della guerra di Franco, sia di quella del Frente Popular risultava in modo indiscutibile dal fatto che né l’una né l’altra si appoggiava sull’organizzazione dittatoriale e rivoluzionaria dello stato proletario. La cosa era analoga per quanto concerne la Catalogna dell’autunno 1936: il deperimento dello stato catalano precedente, non essendo superato dall’istituzione dello stato proletario, non poteva che conoscere una fase (d’altronde transitoria) nel corso della quale la persistenza della classe borghese al potere si affermava non fisicamente e direttamente, ma grazie all’inesistenza di una lotta proletaria diretta alla fondazione dello stato proletario.
Nei due casi, della caratterizzazione della guerra e dello stato catalano, la natura imperialista della prima, capitalista del secondo non risulta dagli elementi esteriori (la posta della guerra, l’apparato di costrizione dello stato), ma dagli elementi sostanziali che si condensano nell’inesistenza dell’affermazione della classe proletaria, la quale in Spagna non è in grado – nemmeno attraverso una sua sparuta minoranza – di porre il problema del potere. Si è già detto che il proletariato deriva dalla negazione della negazione del capitalismo, da una negazione che contiene cioè implicitamente l’affermazione dell’opposto.Il Frente Popular resta allo stato di semplice negazione di Franco ed occorreva impostare la negazione dello stesso Frente Popular perché potesse affermarsi la classe proletaria. Questo processo di negazioni non si imposta evidentemente sul piano formale e formalista, razionale e razionalista, ma risulta dialetticamente dalla precisazione teorica e politica della classe proletaria. Solo la fissazione degli obiettivi di questa classe pone il corso della lotta rivoluzionaria contro lo stato di Franco, contro quello di Barcellona e Madrid e contro il capitalismo mondiale. È d’altronde su questo piano che si situa lo sciopero generale scoppiato in replica all’attacco di Franco.
Passiamo ora ad una succinta esposizione dei fatti più importanti.
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A differenza degli altri paesi la Spagna non conosce la rivoluzione borghese. L’organizzazione feudale della società spagnola si annette importantissimi territori d’oltre mare fornendo così la possibilità al clero ed alla nobiltà di accumulare ricchezze enormi. Il modo capitalista di produzione che si stabilisce nei centri minerari ed industriali del paese non determina la caduta delle caste feudali dominanti ma – contrariamente alla Russia dove lo stato czarista e la borghesia non si confondono e restano distinti anche se non in opposizione – nella Spagna tali caste e lo stato si adattano alle esigenze dell’economia industrializzata, localizzata solamente in alcuni centri. Quando poi, sulla fine del secolo scorso, scocca l’ora dell’avviamento verso l’industrializzazione delle vecchie colonie spagnole, i legami si spezzano e l’impero si sfascia.
D’altra parte, a differenza dell’Inghilterra, la Spagna non procede ad una intensa industrializzazione del paese in connessione con le possibilità offerte dal possesso delle colonie sicché, quando in Europa abbiamo la formazione dei possenti stati capitalisti, la borghesia spagnola è privata di ogni possibilità di affermazione nel campo delle competizioni internazionali.
Nobiltà e clero non solo restano i detentori delle proprietà terriere ma diventano anche proprietari di compagnie minerarie, di banche e di imprese industriali e commerciali, mentre i settori a più alto sviluppo industriale, la Catalogna e le Asturie, passano in gran parte sotto il controllo del capitale estero prevalentemente inglese.
Questi precedenti storici determinano un congegno particolare della società borghese spagnola in cui lo sviluppo dell’industrializzazione è arrestato dalla persistenza dei legami feudali. Il movimento operaio, in cui tanto all’epoca della Prima Internazionale, quanto ai nostri giorni, predominano gli anarchici, ne risente al punto che fino ad oggi non si sono presentate le condizioni per la costituzione di un partito fondato sulle concezioni marxiste. I sussulti sociali che vi si sono verificati trovano nelle dette condizioni obiettive la premessa per attingere un alto clima di lotta, ma l’impossibilità di una radicale modificazione dell’arcaica struttura sociale della borghesia condanna il proletariato a rimanere al di qua di un’affermazione specifica della sua classe. Marx già nel 1845 notava che una rivoluzione che richiedesse tre giorni in un altro paese d’Europa, domanderebbe nove anni in Spagna. Trotzky dal canto suo spiegava l’intervento dell’esercito nel campo sociale come risultante dal fatto che esso – al pari del clero e della nobiltà – tendeva a conquistare, senza mai, d’altronde, potervi giungere, una posizione di predominio sociale a lato delle altre due caste esistenti. In una parola dunque l’inesistenza delle condizioni storiche per la lotta borghesia-feudalesimo determina l’inesistenza storica delle condizioni per una lotta autonoma e specifica della classe proletaria ed esclude l’ipotesi che la Spagna possa giocare il ruolo di epicentro degli sconvolgimenti rivoluzionari internazionali.
Nel 1923, in relazione ai disastri della campagna del Marocco, Primo de Rivera prende il potere ed il regime che egli instaura è erroneamente qualificato fascista. Nessuna minaccia rivoluzionaria giustificava l’istituzione di una dittatura a tipo fascista e, in effetti, l’inquadramento corporativista comporta la partecipazione dei socialisti agli organi consultivi, alle Commissioni paritarie istituite per il regolamento dei conflitti di lavoro, e Largo Caballero, segretario dell’Unione Generale dei Lavoratori sotto controllo socialista, è persino nominato Consigliere di Stato. Sotto De Rivera la borghesia spagnola cerca invano di procedere ad una riorganizzazione dello stato su basi centralizzate del tipo degli altri stati borghesi. Questo tentativo fallisce e, nel folto della grande crisi economica mondiale scoppiata nel 1929, il capitalismo si trova a dovere fronteggiare una situazione sociale difficile e complessa. Lo stato del tipo De Rivera non conviene più giacché la situazione non consente la soluzione arbitrale dei conflitti del lavoro, e possenti movimenti di massa sono inevitabili. La conversione che allora si opera e che risponde agli interessi di dominio del capitalismo, è giudicata da tutte le formazioni politiche, ad eccezione della nostra, come l’avvento di un nuovo regime imposto dalla maturazione rivoluzionaria delle masse.
Nel gennaio 1930 De Rivera è liquidato. Un altro generale, Bérenguer, ne prende il posto per assicurare il trapasso verso il nuovo governo. A S. Sebastiano, nell’agosto del 1930, è concluso il patto fra i successori e, dopo le elezioni municipali che danno la maggioranza ai repubblicani in 46 capoluoghi su 50, quando si presenta la prima minaccia di un movimento operaio (lo sciopero dei ferrovieri), nel febbraio 1931, il monarchico Guerra prende l’iniziativa di organizzare la partenza del re Alfonso XII.
È, come abbiamo detto, un periodo di intensi conflitti sociali che si apre. Questi conflitti sono inevitabili a causa dell’estrema debolezza della borghesia spagnola allo scoppio della crisi economica mondiale. Ma la borghesia, incapace di evitare questi conflitti, dimostra una grande sagacia nell’impedirne gli sviluppi rivoluzionari. La proclamazione della repubblica non è sufficiente ad evitare l’immediato scoppio dello sciopero telefonico in Andalusia, a Barcellona, a Valenza. Il movimento dei contadini di Siviglia prende forme violente: il governo di sinistra massacra trenta contadini ed il reazionario Maura, ministro degli Interni, felicita i socialisti per il contegno assunto in difesa dell’ordine e della repubblica. Accanto all’U.G.T. (l’organizzazione sindacale controllata dai socialisti), la C.N.T. (Confederazione Nazionale Lavoratori controllata in forma monopolistica dagli anarchici) circoscrive nel campo strettamente salariale e rivendicativo questi movimenti i quali non avrebbero potuto trovare uno sbocco che sul piano politico della lotta contro lo stato repubblicano.
Nel giugno 1931 le elezioni danno una stragrande maggioranza ai partiti di sinistra e Zamora cede li posto ad Azaña, il quale esclude la destra dal governo. Parallelamente ad un aggravarsi della tensione sociale si ha da una parte lo spostamento sempre più a sinistra del Governo, dall’altra l’accentuarsi della repressione dei movimenti. Il 20 ottobre 1931 il?Ministero Azaña-Caballero sentenzia che la giovane repubblica è in pericolo e fa votare la legge di difesa che, nel capitolo consacrato all’arbitraggio obbligatorio, contiene la messa fuori legge di quei sindacati che non diano due giorni di preavviso prima di proclamare lo sciopero. La U.G.T., che è al governo, prende posizione aperta contro gli scioperi “anti-repubblicani”, la C.N.T. mantiene il suo agnosticismo di fronte all’azione violenta e terrorista del Governo di sinistra e i due giorni di cui parla la legge non bastano ai dirigenti sindacali per evitare lo scoppio dei moti di rivolta. La C.N.T. riesce però a mantenere sotto il suo controllo tutti gli scioperi e si limita a non assumere la paternità di quelli che escono dai quadri della legalità repubblicana.
Dopo che, all’inizio del 1932, il governo a partecipazione socialista ottiene alle Cortès la unanime fiducia per il modo come combatte gli scioperi, si assiste nell’agosto 1932 al primo raggrupparsi delle forze di destra. Ma il momento non è ancora propizio, l’atmosfera è ancora troppo carica di esplosivi sociali e il colpo di mano di Sanjurjo per impadronirsi del potere fallisce.
Nel settembre 1932 è infine votata la riforma agraria. Le condizioni fatte ai contadini che diventano “proprietari” sono tali che essi dovranno attendere 17 secoli prima di liberarsi dagli impegni contenuti nell’atto di acquisto. Nel gennaio 1933 l’azione repressiva del governo raggiunge l’apice: gli operai scioperanti sono massacrati a Malaga, Bilbao, Saragozza. Dopo queste imprese, e quando una certa stanchezza si manifesta fra le masse, si presentano le condizioni per un nuovo cambio del personale di governo: l’8 settembre 1933 Azaña dà le dimissioni, le nuove elezioni del 19 novembre 1933 danno la maggioranza ai partiti di destra, e si forma il governo Lerroux-Gil Roblès sotto influenza dei ceti agrari. Quando, nell’ottobre 1934, scoppia l’insurrezione delle Asturie, il governo di destra non fa che seguire le orme dei predecessori di sinistra e il movimento è soffocato nel sangue. I socialisti avevano declinato ogni responsabilità per questa forma “selvaggia” di lotta e gli stessi anarchici avevano ordinato la ripresa del lavoro.
Nel corso della pausa di tensione sociale (tragicamente interrotta dall’insurrezione delle Asturie) che va dal settembre 1934 al febbraio 1936 sono i governi di destra al timone dello stato borghese e la repressione si esercita soprattutto sul piano legalitario: al momento delle elezioni del 16 febbraio 1936, 30.000 sono i prigionieri politici.
In connessione con l’atmosfera internazionale che conoscerà ben presto i grandiosi movimenti di Francia e del Belgio, si apre in Spagna un periodo di tensione sociale ancor più alta di quella del 1931-33, e di conseguenza la borghesia spagnola richiama al potere i suoi servi di sinistra. In questo clima sociale più arroventato, gli stessi anarchici si allineano alle necessità della nuova situazione: i feroci astensionisti di ieri, in un comizio a Saragozza, dopo aver solennemente riaffermato l’apoliticità della C.N.T., lasciano liberi di votare i loro membri mentre il Comitato regionale di Barcellona, due giorni prima delle elezioni, fa aperta propaganda a favore delle liste del Frente Popular sotto il pretesto che propugna l’amnistia.
Le elezioni del 16 febbraio 1936 segnano un successo schiacciante per il Frente Popular che ottiene la maggioranza assoluta alle Cortès. Esso è composto della sinistra repubblicana di Azaña, dei radicali dissidenti di Martinez Barrios, del Partito Socialista, del Partito Comunista, del Partito sindacalista, di Pestaña e del Partito di unificazione marxista (il Poum, risultante dalla fusione del vecchio blocco “operaio e contadino” di Barcellona diretto da Maurin, che aveva sempre occupato una posizione di destra nell’Internazionale, e della tendenza trotzkista diretta in quel momento da Andrea Nin). Il programma elettorale contiene: amnistia generale, abrogazione delle leggi regressive, diminuzione delle imposte, politica di crediti agrari.
Dopo le elezioni si forma il governo di Azaña con soli rappresentanti della sinistra. Ma nella indicata situazione di aggravamento della tensione sociale, la borghesia non può limitarsi alla concentrazione in un solo governo; le altre sue forze restano in attesa e già nell’aprile del 1936, in occasione della commemorazione della fondazione della Repubblica, i partiti di destra organizzano una contro-manifestazione che viene qualificata di “rivolta”. Alla seduta delle Cortès, Azaña dichiara:
“il governo ha preso una serie di misure, ha allontanato o trasferito i fascisti che si trovavano nell’amministrazione. Le destre sono prese dal panico, ma non oseranno più rialzare la testa”. Si è a meno di tre mesi dall’“insurrezione del fazioso Franco”: il Partito Comunista, entusiasta delle dichiarazioni di Azaña, vota la fiducia al Governo.
Nei primi giorni del luglio 1936, è assassinato il luogotenente Castillo aderente al Frente Popular e, per rappresaglia, il capo monarchico Sotelo è a sua volta ucciso. Il Frente Popular e tutti i partiti che lo compongono esprimono un sacro sdegno per l’accusa lanciata dalla destra di esserne responsabile, il Presidente del Consiglio Quiroga deve dar le dimissioni perché una frase del suo discorso aveva potuto essere interpretata come di incoraggiamento agli autori dell’assassinio.
Dal Marocco Franco lancia la sua offensiva, i cui obiettivi iniziali sono Siviglia e Burgos: due centri agrari, il primo dei quali, per avere conosciuto le più violente ma inconcludenti sommosse contadine, offre le condizioni migliori per il successo del colpo di mano.
È dunque nel seno stesso di un apparato statale sotto il controllo completo del Frente Popular che può essere minuziosamente organizzata l’impresa di Franco, i cui preparativi non potevano sfuggire agli stessi ministri di sinistra e di estrema sinistra. Di più, la prima reazione di questi partiti è manifestamente conciliante. Il radicale Barrios, che aveva già presieduto nel 1933 alla conversione del governo dalla sinistra alla destra, cerca di ripetere l’operazione in senso inverso e se essa non riesce non è perché il compromesso sia escluso in linea di principio, ma perché l’atmosfera sociale non lo consente.
In risposta all’attacco di Franco si scatena il 16 luglio lo sciopero generale che ha un successo completo soprattutto a Barcellona, Madrid, Valenza, nelle Asturie, mentre i due punti di appoggio di Franco, Siviglia e Burgos, sono saldamente tenuti dai rivoltosi.
Un nostro contraddittore non ha avuto torto di chiederci: ma infine, per voi tutti gli avvenimenti precedenti e successivi allo sciopero generale non contano nulla, mentre lo stesso sciopero generale non sarebbe stato che un’infezione momentanea di morbillo? In realtà, per quanto concerne il movimento proletario, lo sciopero generale non rappresentò che un’esplosione fulminea della coscienza di classe del proletariato spagnolo: solo in quei pochi giorni si assisté non ad una lotta armata fra due eserciti borghesi ma ad una fraternizzazione degli scioperanti coi proletari irregimentati nell’esercito, i quali, facendo causa comune coi proletari insorti, disarmano immobilizzano od eliminano il corpo dirigente dell’esercito stesso.
Immediatamente lo stato democratico e antifascista riprende in mano la situazione: a Madrid la gerarchia si stabilisce attraverso gli “Uffici di arruolamento” controllati dallo stato, a Barcellona in modo meno immediato: Companys (capo della sinistra catalana) dichiara, d’accordo coi dirigenti della C.N.T., che “la macchina statale non deve essere toccata perché può essere di una certa utilità per la classe operaia” e sono immediatamente creati i due organismi destinati ad assicurare il primo controllo statale; nel campo militare il “Comitato Centrale delle Milizie”, nel campo economico il “Consiglio Centrale dell’Economia”. Il C. C. delle Milizie comprende 3 delegati della C.N.T., 2 delegati della F.A.I. (Federazione Anarchica Iberica), 1 delegato della sinistra repubblicana, 2 socialisti, 1 delegato della Lega dei “Rabasseres” (piccoli affittuari sotto il controllo della sinistra catalana), 1 della coalizione dei Partiti repubblicani, 1 del Poum e 4 rappresentanti della Generalidad di Barcellona (il consigliere della difesa il commissario generale dell’ordine pubblico e due delegati della Generalidad senza incarico statale fisso). Tutte le menzionate formazioni politiche assicurano la continuità dello stato capitalista in Catalogna dal luglio 1936 al maggio 1937 ed è superfluo aggiungere che la schiacciante maggioranza detenuta dalle organizzazioni operaie viene presentata come garanzia di assoggettamento della classe borghese alle esigenze del movimento proletario.
Frattanto, fin dal principio degli avvenimenti, Saragozza cade nelle mani di Franco e la prossimità di questo centro militare permette a Barcellona di presentare la necessità della vittoria militare contro il “fascismo” come comandamento supremo dell’ora, cui tutto deve essere perciò subordinato.
Il Partito Comunista spagnolo, il quale prende una posizione di prima linea nella guerra antifascista, non può tollerare equivoci, ed è a Mosca che la sua funzione di punta controrivoluzionaria è brutalmente svelata. Ecco che cosa dice il seguente infame comunicato: “L’Ufficio del Comitato Esecutivo dell’U.R.S.S. ha respinto il ricorso di grazia dei condannati alla pena capitale in data 24 agosto dal Collegio militare dell’U.R.S.S., nel processo del centro trockista-zinovievista unificato. Il verdetto nei confronti dei sedici condannati è stato eseguito”. L’“Humanité”, nel suo numero del 28-8-36, commenta: “Quando gli accusati approvarono la requisitoria di Viscinsky domandando di essere fucilati, non fecero che esprimere la loro convinzione di non potersi più attendere nessuna pietà. Essi ragionarono freddamente: noi volevamo assassinarvi, voi ci uccidete: è giusto. Questi sedici assassini sono dunque rimasti fino all’ultimo nemici accaniti del partito comunista, dello Stato e del popolo sovietico, e la loro morte ha epurato l’atmosfera del paese del socialismo che appestavano con la loro presenza”. Dal canto suo il procuratore Viscinsky concludeva così la sua requisitoria: “domando che questi cani arrabbiati siano fucilati fino all’ultimo”.
Sono questi stessi assassini dei proletari russi che si mettono all’avanguardia della guerra antifascista e scatenano l’offensiva per rispondere all’intervento di Hitler e Mussolini in favore di Franco con un analogo intervento degli altri paesi a favore del governo “legale repubblicano”.
Nel pieno degli avvenimenti spagnoli, quando ancora non era cessato lo sciopero generale, e d’altra parte si sviluppava lo sciopero in Francia, il capo del governo del Fronte Popolare francese, Leon Blum, considerando che l’apertura della frontiera dei Pirenei può stabilire un pericoloso contatto fra gli scioperanti dei due paesi, decide di chiuderla. Nell’agosto 1936, è lo stesso Blum che prende l’iniziativa della costituzione del “Comitato di non intervento in Spagna”, con sede a Londra e rappresentanti dei governi di tutti i paesi, fascisti e democratici, non esclusa la stessa Russia.
Il ruolo di questo “Comitato di non intervento” fu quello di evitare complicazioni internazionali, mentre ogni “Alta Parte Contraente” industrializzava i cadaveri dei proletari caduti in Spagna per farli servire al successo della controrivoluzione mondiale: in Russia per massacrare gli artefici della rivoluzione d’ottobre, nei paesi fascisti per preparare il clima alla guerra mondiale, in Francia per far divergere i movimenti operai dai loro obiettivi di classe. È noto infatti che la parola d’ordine centrale lanciata dai Partiti comunisti e dalla sinistra socialista fu: “aeroplani per la Spagna”.
Le vicende militari conoscono in Spagna alterne vicende. Tanto le sconfitte quanto le vittorie militari nella guerra antifascista sono utilizzate sul piano della progressiva eliminazione di tutte le iniziative extra-legali e della ricostruzione della gerarchia classica dello stato antifascista. Le sconfitte perché presentate come derivanti dalla mancanza di una stretta disciplina militare intorno al centro dirigente, le vittorie perché presentate come conferma dell’utilità di una ferma centralizzazione intorno allo stato maggiore militare.
Quanto agli anarchici, essi abbandonano, brandello per brandello, il loro programma. Dapprincipio, immediatamente dopo la conclusione dello sciopero generale del luglio 1936, essi rispondono ai primi tentativi di incorporazione dei lavoratori in forma organica nelle Milizie controllate dalla Generalidad con la parola “militi si, soldati no”, ma abbandonano bentosto questa posizione, di fronte alle necessità della lotta militare, per sloggiare i fascisti da Saragozza. Rinunciano poi all’opposizione al programma essenziale del Governo di estrema sinistra presieduto da Caballero: la costituzione del Comando unico esteso a tutto il territorio del settore antifascista coi capoluoghi di Madrid, Valenza e Barcellona. Le esigenze della lotta militare giustificavano pienamente sul piano strategico la necessità della centralizzazione nel comando unico, e gli anarchici giunsero fino alla partecipazione, attraverso i loro rappresentanti divenuti ministri, al governo Caballero. Questi – le parole tollerano ogni ingiuria – viene presentato come il Lenin spagnolo: lo stesso Caballero rimasto nel 1936-37 perfettamente coerente alla posizione che gli aveva valso la nomina a Consigliere di Stato sotto il regime di De Rivera!
Come abbiamo detto, nel periodo che va dalla liquidazione dello sciopero generale del luglio 1936 fino al maggio 1937, mentre lo stato madrileno può permettersi di mantenere persino il precedente apparato poliziesco delle “Guardie Civili”, in Catalogna l’apparato statale classico della borghesia conosce una fase di “vacanza” nel corso della quale il controllo sulle masse si stabilisce indirettamente attraverso il “Comitato Centrale delle Milizie” ed il “Consiglio dell’economia”. A questa fase di transizione succede l’altra dell’eliminazione di ogni elemento anche periferico che disturbi il regolare funzionamento dello stato capitalista antifascista. Nell’ottobre 1936, Caballero lancia il decreto per la militarizzazione delle milizie e la C.N.T., nella sua deliberazione del 14 ottobre, prescrive che non si potrà esigere il rispetto delle condizioni di lavoro né per quanto concerne il tempo di lavoro, né per i salari, né per le ore supplementari, in tutte le industrie collegate direttamente o indirettamente con la guerra antifascista, il che praticamente significa in tutte le imprese industriali.
Ci si avvia così al maggio 1937. Il 4 di questo mese, sotto pressione dello staliniano Comorera capo del P.S.U.C. (Partito Socialista Unificazione Catalana), la Generalidad di Barcellona decide di riprendere il controllo diretto della Compagnia dei Telefoni: è il segnale di un’azione generale tendente alla eliminazione di tutte le gestioni non direttamente inquadrate nello stato antifascista. Uno sciopero generale scoppia spontaneamente: tutte le formazioni politiche proclamano la loro innocenza da questo “delitto”, ed è col piombo e con la mitraglia che si reprime nel sangue il movimento. È suggestivo il fatto che Franco, benché gruppi importanti di proletari abbiano abbandonato il fronte e siano scesi a Barcellona, non approfitti dell’occasione per scatenare un’offensiva militare: lascia fare i suoi compari antifascisti perché dal loro successo dipende anche il suo. L’operazione riesce in pieno: tutte le iniziative periferiche sono eliminate dopo la violenta repressione del movimento di sciopero del maggio 1937. Si costituisce poi il Governo Negrin della resistenza “jusqu’au bout” nel quale sono riposte le ultime speranze di tutti i settori dell’antifascismo, ed è questo Governo che, dopo avere abbandonato Madrid, e dopo la tappa intermedia di Valenza, si trasferisce prima a Barcellona poi a Parigi, lasciando al socialista Besteiro il compito di trattare con Franco per la conclusione della guerra nel corso della primavera del 1939.
È da notare che, con la sua abilità ed il suo consueto cinismo, la borghesia spagnola procede, dopo lo sciopero del maggio 1937, alla liquidazione di alcuni degli elementi che erano stati al suo servizio nel momento critico del luglio 1936. È il caso di Andrea Nin, Ministro della Giustizia nel primo governo antifascista di Barcellona. Questi, trasferito a Madrid, è poi prelevato da elementi “irregolari” (leggi staliniani) per essere assassinato in circostanze che non sono mai più state chiarite. È anche il caso dell’anarchico Berneri, arrestato dalla polizia di Barcellona, la quale seguendo la tecnica delle spedizioni punitive fasciste aveva precedentemente fatto una visita domiciliare per assicurarsi che la vittima era disarmata. Invece di essere condotto in prigione, Berneri è assassinato; gli anarchici protestano ma non sognano nemmeno di rompere la solidarietà che li lega al governo antifascista.Abbiamo parlato del Comitato Internazionale di non-intervento. Esso era pienamente riuscito ad evitare sia le possibili complicazioni internazionali derivanti dalla guerra spagnola, sia l’eventualità di un intervento autonomo del proletariato internazionale e spagnolo nel corso di questi avvenimenti. Vogliamo osservare che la Russia, la quale lasciava ai partiti comunisti il compito di protestare contro la politica di quello stesso comitato al quale partecipava, non prese un’iniziativa di aperto intervento armato in Spagna se non dopo che la caduta di Irun, il 1 settembre 1936, e le sue conseguenze (costituzione del governo a tendenza centralizzata presieduto dal “sinistro” Caballero) le ebbero dato le necessarie garanzie. Il decreto sulla militarizzazione delle milizie e le “consegne sindacali” della C.N.T. per la totale e totalitaria disciplina alla guerra antifascista sono del 14 ottobre 1936, ed è alla stessa data che la nave sovietica “Zanianine” approda a Barcellona. Inutile dire che, da un lato tutte le misure per assicurare lo stroncamento del successivo sciopero del maggio 1937, erano già realizzate e, dall’altro, l’intervento aperto della Russia nella guerra spagnola era ancora più interessato di quello di Hitler e Mussolini, poiché tutte le armi dovevano essere pagate in oro dal Governo antifascista di Caballero prima, di Negrin poi.
La tragedia spagnola si conclude nella primavera del 1939 con la vittoria totale di Franco. Qualche mese dopo, il 3 settembre, scoppia la seconda guerra imperialista mondiale.
Gli avvenimenti che la precedono sono:
il compromesso di Monaco del settembre 1938;
il patto russo-tedesco dell’agosto 1939.
Dopo la rimilitarizzazione della riva occidentale del Reno di cui abbiamo parlato nel capitolo 5° e l’assorbimento dell’Austria nell’inverno del 1938, era venuta la volta dello smembramento della Cecoslovacchia. Hitler prende la difesa e la direzione del movimento irredentista dei Sudeti che occupano la zona tedesca della Cecoslovacchia. L’Inghilterra invia un suo delegato, Runciman, per l’esame della questione ed il rapporto che questi stende è favorevole alle rivendicazioni dei Sudeti. La Francia, legata da un patto di mutua assistenza con la Cecoslovacchia, prende dapprima una posizione ostile al movimento dei Sudeti, ma si rassegna poi a partecipare alle Conferenze di Godesberg e di Monaco, dove i quattro Grandi dell’epoca (Germania, Italia, Francia, Inghilterra) sanciscono il compromesso che dà soddisfazione a Hitler.
Non sono ancora spente oggi le polemiche intorno a “Monaco”. La Russia, e con essa i Partiti comunisti, sostengono che Monaco rappresentò la conclusione della politica degli stati imperialisti dell’isolamento del “paese del socialismo”. Le personalità politiche francesi ed inglesi partecipanti all’accordo di Monaco, Daladier e Chamberlain, sostengono invece che questo compromesso permise di guadagnare un anno e di preparare così la guerra contro Hitler. Questi, dal canto suo, proclama che l’accordo rientrava nel piano della sua politica di riparazione “pacifica” e non bellica delle ingiustizie consacrate dal Trattato di Versailles.
Se si tiene conto degli avvenimenti ulteriori è indiscutibile che la tesi della messa a profitto di un anno per la migliore preparazione della guerra franco-inglese non regge, poiché nel 1940, quando, dopo la campagna di Polonia, Hitler lanciò il Blitz-Krieg contro l’Ovest, nessun ostacolo si oppose alla sua clamorosa vittoria. Analogamente non è confermata la tesi della Russia e dei Partiti Comunisti giacché il compromesso di Monaco non determinò affatto l’isolamento della Russia. Questa mantiene rapporti diplomatici in vista di un’alleanza militare con Francia e Inghilterra fino all’agosto 1939; in questo stesso agosto è essa che rompe di sua iniziativa tali trattative e, quando ancora i delegati alleati sono a Mosca, stabilisce l’accordo economico e militare con la Germania. Nel giugno 1941 si stringe l’alleanza militare con Francia, Inghilterra ed America che resta in vigore fino alla fine delle operazioni militari nel luglio 1945.
Il compromesso di Monaco va spiegato in forza di considerazioni diverse da quelle sostenute dagl’imperialismi che dovevano poi passare allo scatenamento della guerra. Sul piano europeo è certo che esso risponde alle esigenze dell’inevitabile predominio tedesco nel quadro dell’incrocio dei due bacini industriale ed agrario (quello germanico, questo balcanico) corrispondenti a loro volta all’allacciamento delle due grandi vie fluviali del Reno e del Danubio. Sul piano di un’eventuale costruzione dell’economia europea il compromesso di Monaco rappresenta una soluzione razionale che il capitalismo tende a dare alle esigenze naturali della struttura di questo continente. Sul piano poi dell’antagonico sviluppo degli stati borghesi di Europa e dei suoi riflessi sullo scacchiere internazionale, il compromesso doveva urtare contro ostacoli insormontabili perché né la Russia poteva adattarsi ad essere definitivamente eliminata dall’Europa, né gli Stati Uniti potevano tollerare l’istituzione di un’egemonia tedesca la quale avrebbe così potuto minacciare le sue posizioni non solo in Europa ma anche negli altri continenti.
Dopo avere realizzato a Monaco la soluzione del problema danubiano, la Germania si orienta verso un’analoga soluzione del problema polacco. Nel frattempo, Francia ed Inghilterra inviano in Russia le loro missioni militari in vista di concludere un’alleanza militare. Come abbiamo detto, queste missioni sono ancora a Mosca quando scoppia la bomba del trattato russo-tedesco.
Fino a questo momento, il 23 agosto 1939, la Russia preconizza in campo diplomatico misure punitive contro “l’aggressore” ed è Litvinov che definisce l’aggressore come quegli che, violando gli impegni contrattuali, invada un altro paese. L’aggredito – specifica Litvinov – deve beneficiare dell’appoggio economico e militare automatico della Società delle Nazioni. Ed è evidente che Hitler, col suo attacco contro la Polonia, si trovava nelle condizioni specifiche contemplate dalla diplomazia sovietica.
Ma, di colpo, la dottrina dell’aggressore è completamente abbandonata, la Russia si impegna a non fornire alcun appoggio alla Polonia, che sarà invasa qualche giorno dopo, e riceve in contropartita non solo una parte della Polonia, che si affretterà ad occupare alla fine di settembre, ma anche i paesi baltici e la Bessarabia.
L’accordo russo-tedesco ha la stessa sorte del compromesso di Monaco. Circa due anni dopo, il 21 giugno 1941, esso è lacerato dagli avvenimenti: Hitler invade la Russia. Ancora una volta, per spiegare questo avvenimento, non bastano le interpretazioni dei contendenti. Non quella dei Russi di avere così guadagnato due anni per prepararsi alla guerra, giacché il Blitz-Krieg fu altrettanto violento e rapido in Russia quanto lo era stato nel maggio-giugno 1940 nella campagna dell’Ovest, e d’altra parte meglio sarebbe valso affrontare la Germania nel 1939 quando esisteva ancora la minaccia franco-inglese e la Polonia non era ancora stata eliminata. Nemmeno regge la tesi tedesca giacché era manifesto – e gli avvenimenti attuali lo confermano – che se un compromesso era possibile con Francia e Inghilterra per uno straripamento della potenza tedesca verso l’est, questo compromesso era assolutamente impossibile con la Russia a causa dei suoi secolari interessi nell’Est europeo.
Su un altro piano il trattato russo-tedesco ha i suoi pieni effetti: nei paesi dell’Asse, in Germania ed in Italia, esso rafforza il fronte dell’inganno fascista per la guerra contro la plutocrazia internazionale, nei paesi democratici e soprattutto in Francia determina la frattura politica che doveva facilitare dapprima le vittorie militari tedesche, in seguito l’istituzione del regime d’occupazione militare.
Il Partito Comunista francese, che fino al settembre 1938 aveva bloccato col Governo per la difesa della patria in nome della lotta contro hitlerismo e fascismo, che era passato poi ad una opposizione violenta contro il compromesso di Monaco presentato come il “premio all’aggressore”, cambia radicalmente di tono, mette in evidenza gli obiettivi imperialistici della Francia e dell’Inghilterra, ma non parla né degli obiettivi altrettanto imperialistici della Germania e dell’Italia, né del significato imperialista della guerra che frattanto si sviluppa.
Il capo del Partito Comunista francese, Maurice Thorez, diserta, e può raggiungere la Russia grazie all’appoggio delle autorità tedesche che facilitano il suo passaggio, ed i Partiti Comunisti francese e belga domandano alle autorità tedesche di occupazione la autorizzazione di pubblicare i loro giornali. Gli avvenimenti precipitano, Hitler invade la Russia il 21 giugno 1941 e si assiste di conseguenza a un nuovo radicale mutamento della politica dei partiti comunisti. Questi passano oramai all’organizzazione dei movimenti della Resistenza e del partigianismo.
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La borghesia italiana dette il fascismo al proletariato in compenso della sua rinuncia alla lotta rivoluzionaria durante la prima guerra mondiale. Questa stessa borghesia, in compenso della frenetica partecipazione degli operai al secondo conflitto imperialista, ha dato al proletariato italiano un regime che aggrava le condizioni di sfruttamento imposte dallo stesso fascismo.
L’aperto tradimento dei partiti comunisti, che hanno partecipato alla guerra antifascista, può oggi valersi dell’appoggio di uno dei più potenti stati imperialisti del mondo per ostacolare la rinascita del movimento proletario, ma questo tradimento non ha potuto eliminare gli antagonismi su cui è basata la società capitalista. Questi antagonismi non solo sussistono ma tendono ad aggravarsi e la Sinistra Italiana può serenamente guardare al suo passato di lotta contro il capitalismo e contro l’opportunismo: essa che ha levato per prima la voce contro le deviazioni dell’Internazionale, che ha seguito tutta la tormenta degli avvenimenti senza mai deflettere, riprende la bandiera dell’internazionalismo e della lotta di classe per proseguire la sua lotta, quali che siano le difficoltà da superare e il cammino che dovrà essere percorso per giungere alla vittoria finale.
Forza violenza e dittatura nella lotta di classe Pt.4
Lotta proletaria e violenza
Col titolo « Forza violenza dittatura nella lotta di classe » Prometeo ha pubblicato tre articoli nei numeri 2, 4 e 5. Essi si riferivano per rapidi accenni allo svolgimento delle lotte di classe che ci ha presentato la storia fino all’avvento della presente società borghese; si rifacevano alla visione che del problema il socialismo marxista ha dato già da gran tempo, ma che di continuo è oggetto di deviazione e confusione.
Per una chiara presentazione si è applicata la fondamentale distinzione tra energia allo stato potenziale o virtuale, ossia suscettibile di entrare in azione ma non ancora esplicantesi, ed energia allo stato attuale o cinetico, ossia posta già in movimento e determinante i suoi svariati effetti, ricordandone il senso nel mondo fisico, ed estendendo la distinzione in modo assai semplice ai fatti della vita organica e della società umana.
Si è quindi posto il problema del riconoscimento della violenza e della forza coattiva nei fatti sociali, insistendo sul criterio che essa non va riconosciuta solo quando si ha la brutale azione fisica sull’organismo dell’uomo, con il vincolo, la percossa e la uccisione, ma in tutto il campo assai più vasto in cui le azioni dei singoli sono rese coatte dalla semplice minaccia e sanzione degli atti di forza. Tale coazione sorge inseparabilmente dalle prime forme di attività produttiva associata e quindi di società cosiddetta civile e politica; essa è un fatto indispensabile nello svolgimento di tutto il corso della storia e dell’avvicendarsi delle istituzioni e delle classi. Si tratta non di esaltarla o condannarla ma di riconoscerla e valutarla nel trascorrere dei tempi e nelle varie situazioni.
Il secondo di quegli articoli era un confronto tra la società feudale e quella borghese capitalistica ed era dedicato alla dimostrazione della tesi (non certo nuova) che il trapasso, fondamentale nella evoluzione della tecnica produttiva e della economia, non si accompagnò ad un minore grado di impiego di forza, di violenza, di sopraffazione sociale.
Il tipo capitalistico di economia e di società è per Marx il più antagonistico che la storia abbia fin qui presentato; nel formarsi, nello svilupparsi, nel resistere alla sua sparizione esso determina un massimo prima ignorato di sfruttamento, di persecuzione, di sofferenza umana. Il massimo è tale in qualità e in quantità, in potenziale e in massa, in acutezza e in estensione e, per tradurre nei termini etico-letterarii che non sono i nostri, in ferocia e in vastità di applicazione, che ha raggiunto le masse, i popoli, le razze di ogni angolo della terra.
L’ultimo articolo ha trattato poi il confronto tra le forme liberal-democratiche e quelle fasciste-totalitarie del dominio borghese, mostrando la illusione che le prime abbiano carattere meno oppressivo e più tollerante. Quando alla considerazione banale della violenza palesemente in atto si sostituisce quella dell’effettivo potenziale dei moderni apparati di Stato, ossia della loro attitudine e capacità a resistere ad ogni assalto rivoluzionario antagonista, è facile sostituire alla cieca volgare opinione odierna che tripudia poiché due guerre mondiali avrebbero respinte indietro forze di reazione e tirannia, la constatazione evidente che il sistema capitalistico ha più che raddoppiata la sua possanza, concentrata nei grandi mostri statali e nella costruzione in corso del Leviathan mondiale del dominio di classe. Constatazione che si deve chiedere non all’esame degli istrionismi giuridici pennaioleschi o oratorii, più rivoltanti ora che presso i battuti regimi del Tripartito, ma alla calcolazione scientifica delle forze finanziarie, militari, di polizia, alla misura della accumulazione e concentrazione vertiginosa del capitale privato opubblico, sempre borghese.
Rispettò al 1914,al 1919, al 1922, al 1933, al 1943, il regime capitalistico del 1947 è più pesante, sempre più pesante, nello sfruttamento economico e nella oppressione politica sulle masse che lavorano e su chiunque e qualunque cosa gli traversi la strada. Questo è vero per i «grandi», dopo la soppressione totalitaria degli organismi statali di Germania e Giappone. E’ perfino, e non meno, vero per lo stesso Stato italiano, battuto, deriso, vassallo, vendibile e venduto in ogni direzione, tuttavia più attrezzato di polizie e più forcaiolo oggi che sotto Giolitti e Mussolini, più eventualmente forcaiolo se dalle mani di De Gasperi passasse a quelle dei gruppi di sinistra.
Ricordato in sommario tutto questo, va ora trattato il problema dell’impiego della forza e della violenza nella lotta sociale, quando ad impugnare tali mezzi di azione è la classe rivoluzionaria dell’epoca di oggi, il moderno proletariato.
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Il metodo della lotta di classe è stato nel corso di circa un secolo accettato a parole da tanti e così diversi movimenti e scuole, che le più opposte interpretazioni si sono scontrate in violente polemiche, riflesso delle vicende e degli svolti della storia del capitalismo e degli antagonismi da esso suscitati.
La polemica si chiarificò in modo classico a cavallo della prima guerra mondiale e della rivoluzione russa: Lenin, Trotzky, i gruppi di sinistra che confluirono nella Internazionale di Mosca sistemarono in modo che deve ritenersi definitivo per il campo teoretico e programmatico le quistioni sulla forza, la violenza, la conquista del potere, lo Stato e la dittatura.
Dal lato opposto si ponevano le innumeri deformazioni dell’opportunismo socialdemocratico, di cui non occorre ripetere la confutazione, ma è utile solo ricordare qualche punto che vale a chiarire nostri concetti distintivi. D’altra parte molte di quelle false posizioni battute allora in breccia e che sembrarono disperse per sempre ricompaiono sotto forme quasi identiche nella odierna situazione delmovimento operaio.
Pretese il revisionismo di mostrare come parte caduca del sistema marxista tutta la previsione di un urto rivoluzionario tra la classe operaia e le difese del potere borghese, e, falsificando e sfruttando i testi, una prefazione e una lettera famose di Engels, assunse che, da una parte, dati i progressi della tecnica militare, andava esclusa ogni prospettiva di insurrezione vittoriosa armata, dall’altra che il progredire della organizzazione dei sindacati operai e dei partiti politici parlamentari consentiva di prevedere un sicuro prossimo arrivo al potere con mezzi legali e incruenti.
Si volle diffondere nelle file della classe operaia la convinzione che NON SI POTEVA abbattere con la forza il potere della classe capitalistica, e che d’altra parte SI POTEVA attuare il socialismo dopo aver conquistato, con la maggioranza degli istituti rappresentativi, gli organi esecutivi dello Stato.
Si accusarono i marxisti di sinistra di un culto della violenza che la elevava da mezzo a fine e la invocava quasi sadicamente anche laddove si poteva risparmiarla e raggiungere lo stesso risultato per via pacifica.
Ma dinanzi alla eloquenza degli sviluppi storici tale polemica svelò presto il suo contenuto, che era quello di una mistica non tanto dell’antiviolenza quanto proprio dei principii apologetici dell’ordine borghese.
Avendo la rivoluzione armata trionfato a Leningrado delle resistenze così dell’ordinamento zarista che della classe borghese russa, l’argomento che colle armi NON SI POTEVA conquistare il potere si trasformò nell’argomento che NON SI DOVEVA, anche potendo. Ciò si innestava alla predicazione idiota di un generico umanitarismo e pacifismo sociale, il quale ripudiava sì la violenza usata per la vittoria della rivoluzione operaia, ma non rinnegava la violenza usata dalla borghesia per le sue rivoluzioni storiche, nemmeno nelle estreme manifestazioni terroristiche. Non solo, ma in tutte le decisioni controverse, in situazioni storiche decisive per il movimento socialista, la destra, nel contrastare le proposte di azione diretta, ammise che per altri obiettivi avrebbe condiviso il ricorso all’insurrezione. Ad esempio i socialisti riformisti italiani nel maggio 1915 si opposero alla proposta di sciopero generale al momento della mobilitazione con argomenti ideologici e politici, oltre che di valutazione tattica delle forze in gioco, ma ammisero che nel caso di un intervento in guerra a fianco dell’Austria e della Germania avrebbero chiamato il popolo all’insurrezione…
Così pure i teorizzatori della « utilizzazione » delle vie legali e democratiche sono pronti ad ammettere che invece la violenza popolare è legittima e necessaria quando dall’alto si attui il tentativo di abolire le garenzie costituzionali. Come poi si spieghi che in tal caso il progresso dei mezzi tecnici militari in mano allo Stato non è più un insormontabile ostacolo, come si possa prevedere che nel caso di un raggiungimento pacifico della maggioranza la classe al potere non faccia ricorso a quei mezzi per conservarlo, e come possa il proletariato usare vittoriosamente la violenza deprecata e condannata come mezzo di classe, in tutte queste situazioni, i socialdemocratici non sanno dirlo, poiché dovrebbero confessare di essere puramente e semplicemente i manutengoli della conservazione borghese.
Un sistema come il loro di parole d’ordine tattiche si può infatti conciliare solo con una apologetica nettamente antimarxistica della civiltà borghese, quale è di fatti al fondo di tutta la politica dei partiti sorti sul troncone deforme dell’antifascismo.
Tale tesi dice che l’ultimo ricorso storico alla violenza ed alle forme della guerra civile è stato quello appunto che ha permesso all’ordine borghese di sorgere sulle rovine dei vecchi regimi feudali e dispotici. Con la conquista delle libertà politiche si apre un’èra di lotte civili e pacifiche, che consentiranno senza ulteriori urti cruenti tutte le altre conquiste, e così quella della eguaglianza economica e sociale.
Il movimento storico del moderno proletariato ed il socialismo non si presentano più, in questa ignobile falsificazione, come la battaglia più radicale della storia, come la eversione fin dalle fondamenta di tutto un mondo, nella sua impalcatura economica e nei suoi ordinamenti legali e politici, come nelle sue ideologie ancora pregne di tutte le menzogne tramandate dalle forme di oppressione che fin qui si sono avvicendate e che tuttora ammorbano la stessa aria che respiriamo.
Il socialismo si riduce ad una sciocca ed esitante integrazione di pretese conquiste giuridiche e costituzionali, di cui la forma capitalistica avrebbe arricchita e illuminata la società, con vaghi postulati sociali innestabili e trapiantabili sul tronco del sistema borghese.
La formidabile prospettiva antagonistica di Marx che misurava nel sottosuolo sociale le pressioni irresistibili e crescenti, che dovranno far saltare l’involucro delle forme borghesi di produzione come i cataclismi geologici infrangono la crosta del pianeta, è sostituita con gli spregevoli inganni di un Roosevelt, che infila nel bolso elenco delle libertà borghesi quelle dal timore e dal bisogno, odi un Pacelli che, ribenedetto nella moderna forma capitalistica l’eterno principio della proprietà, mostra di piangere per l’abisso che separa l’indigenza delle moltitudini dalle mostruose accumulazioni della ricchezza.
Nella ricostruzione leninista la definizione dello Stato è rimessa a posto come quella di una macchina che una classe sociale adopera per opprimerne altre, e tale definizione vige in pieno e sopratutto per il moderno Stato borghese, democratico e parlamentare. Resta pure chiarito, a coronamento della storica polemica, che la forza proletaria di classe non può penetrare in questa macchina e adoperarla per i propri sviluppi, ma deve, più che conquistarla, infrangerla e disperderla in frantumi.
La lotta proletaria non è lotta nell’interno dello Stato e dei suoi organismi, ma lotta dall’esterno dello Stato contro di esso e contro tutte le sue manifestazioni e forme.
La lotta proletaria non si prefigge di prendere o di conquistare lo Stato, come una piazzaforte in cui voglia sistemarsi a presidio l’esercito vincitore, ma si propone di distruggerlo radendo al suolo le difese e le fortificazioni superate.
Tuttavia dopo questa distruzione una forma di Stato politico si rende necessaria, ed è la forma nuova in cui si organizza il potere di classe del proletariato, per la necessità di dirigere l’impiego di un’organica violenza con cui si estirpano i privilegi del capitale e si consente la organizzazione delle svincolate forze produttive nelle nuovi forme comunistiche, non private, non mercantili.
Si parla perciò esattamente di conquista del potere, intendendo conquista non legale e pacifica, ma violenta, armata, rivoluzionaria. Si parla correttamente di passaggio del potere dalle mani della borghesia a quelle del proletariato, appunto perché nella nostra dottrina chiamiamo potere non solo la statica dell’autorità e della legge posata sulle pesanti tradizioni del passato, ma anche la dinamica della forza e della violenza spinta verso l’avvenire e travolgente le dighe e gli ostacoli delle istituzioni. Non esatto sarebbe parlare di conquista dello Stato o di passaggio dello Stato dalla gestione di una classe a quella di un’altra, poiché appunto lo Stato di una classe deve perire ed essere infranto, come condizione della vittoria della classe prima dominata. Trasgredire questo punto essenziale del marxismo, o fare su esso la minima concessione, come quella che il trapasso del potere possa inquadrarsi in una vicenda parlamentare, sia pure fiancheggiata da azioni e combattimenti di piazza e da vicende di guerra fra gli stati, conduce direttamente all’estremo conservatorismo, poiché significa concedere che la impalcatura dello Stato sia una forma aperta a contenuti sociali opposti, e sia quindi superiore alle opposte classi e al loro urto storico, il che si risolve nel timore reverenziale della legalità e nella volgare apologetica dell’ordine costituito.
Non si tratta soltanto di un errore scientifico di valutazione, ma di un reale processo storico degenerativo che si è svolto sotto i nostri occhi, e che ha condotto i partiti ex comunisti giù per la china, che volgendo le terga alle tesi di Lenin arriva alla coalizione coi traditori social-democratici, al « governo operaio », al governo democratico ossia in collaborazione diretta con la borghesia ed al servizio di questa.
Con la tesi chiarissima della distruzione dello Stato, Lenin ristabiliva quella della formazione dello Stato proletario non gradita agli anarchici, i quali, pure avendo il merito di propugnare la prima, perseguivano la illusione che subito dopo infranto il potere borghese la società potesse fare a meno di ogni forma di potere organizzato e quindi di Stato politico, ossia di un sistema di violenza sociale. Non potendo essere istantanea la trasformazione della economia da privata a socialistica non può essere istantanea la soppressione della classe non lavoratrice e non si può attuarla con la fisica soppressione dei suoi membri. Per il tempo non breve in cui le forme economiche capitalistiche persistono, subendo una incessante riduzione, lo Stato rivoluzionario organizzato deve funzionare, il che significa, come Lenin disse senza ipocrisie, tenere soldati, forze di polizia e carceri. Riducendosi progressivamente il campo della economia ancora organizzata in forme private si riduce di pari passo il campo in cui è necessario applicare la coazione politica, e lo Stato tende alla sua progressiva sparizione.
I punti qui ricordati in forma schematica bastano a mostrare come non tanto una meravigliosa campagna polemica che ridicolizzò e stritolò i contradditori, ma sopratutto la più grandiosa vicenda che abbia fin qui presentato la storia della lotta di classe, fecero risplendere in assoluta chiarezza le classiche tesi di Marx e di Engels, del Manifesto dei Comunisti, delle conclusioni che si traevano dalla sconfitta della Comune, quali la conquista del potere politico, la dittatura del proletariato, l’intervento dispotico nei rapporti borghesi di produzione, il finale sgonfiamento dello Stato. Il buon diritto a parlare di conferme storiche parallele alla geniale impostazione teorica sembra cessare quando si giunge a quest’ultima fase, in quanto non abbiamo ancora assistito — in Russia o altrove — al processo di sgonfiamento, di svuotamento, di dissolvimento (Auflösung in Engels) dello Stato. La quistione è importante e difficile, dato che per la sana dialettica nulla può essere sicuramente dimostrato dal succedersi più o meno brillante di parole dette o scritte, ma le conclusioni si fondano soltanto sui fatti.
Gli Stati borghesi, sotto tutti i climi meteorici e ideologici, si vanno spaventosamente gonfiando davanti ai nostri occhi, e l’unico Stato che una possente propaganda presenta come operaio a sua volta dilata la sua organizzazione e la sua funzione nel campo burocratico, giudiziario, poliziesco, militare, oltre ogni limite.
Non stupisce dunque che un diffuso scetticismo accolga la previsione del contrarsi e dell’eliminarsi dello Stato dopo l’espletamento della sua parte decisiva nella lotta delle classi.
L’opinione volgare sembra dirci: « avrete un bell’aspettare voi teorizzatori e realizzatori di dittature anche rosse; l’organismo statale, come un tumore nel corpo della società, si guarderà bene dal regredire e ne invaderà tutti i tessuti e tutti i meandri fino a soffocarla. Da questa corrente valutazione traggon coraggio tutti gli ideologismi individualistici, liberali, anarchici, ed infine i vecchi e nuovi deformi ibridismi tra il metodo classista e il liberale, che ci propinano socialismi basati nientemeno che sulla personalità e la pienezza del suo manifestarsi.
E’ molto notevole che anche gli scarsi gruppi che nel campo comunista hanno reagito alla degenerazione opportunista dei partiti della disciolta internazionale di Mosca tendano a mostrare delle esitazioni su questo punto; preoccupati di lottare contro la soffocante centralizzazione della burocrazia staliniana, sono condotti a revocare in dubbio le posizioni di principio del marxismo ristabilite da Lenin e mostrano di credere che questi — e con lui tutti i comunisti rivoluzionari nel glorioso periodo 1917-1920 — abbia errato in senso statolatra.
Vada fortemente chiarito che la corrente della sinistra marxista italiana, a cui si collega questa rivista, non ha in materia il minimo tentennamento o pentimento, respinge ogni revisione del principio fondamentale di Marx e di Lenin secondo cui la rivoluzione, come è per eccellenza un processo violento, così è sommamente un fatto autoritario, totalitario e centralizzatore.
La condanna dell’indirizzo stalinista non si fonda sull’accusa astratta, scolastica e costituzionalistica di avere peccato abusando di burocratismo, di dirigismo e di dispotica autorità, ma su ben altre valutazioni dello sviluppo economico, sociale, politico in Russia e nel mondo, di cui l’enfiamento mostruoso della macchina statale non è la causa peccaminosa, ma la inevitabile conseguenza.
Il dubbio sull’accettazione e l’aperta difesa della dittatura, oltre che risalire a vaghi e stupidi moralismi sul preteso diritto dell’individuo o dell’aggruppamento a non essere compresso o piegato da una forza più vasta, risale alla distinzione — senza dubbio importantissima — tra il concetto di dittatura di classe contro classe e quello dei rapporti di organizzazione e di potere con cui lo Stato rivoluzionario si costruisce e si configura entro la vincitrice classe operaia. E’ questo il punto d’arrivo della presente trattazione che, rimessi nei loro termini i dati fondamentali, non pretenderà certo di avere esaurito queste quistioni che solo la storia esaurisce (come noi assumiamo abbia esaurita quella della necessità della violenza per la conquista del potere) mentre il compito della scuola teorica e della milizia di partito è l’evitare che se ne cerchi lo sbocco usando, senza accorgersene, argomenti dettati e influenzati dalle ideologie nemiche e quindi dagli opposti interessi di classe.
Dittatura è dunque il secondo e dialettico aspetto della forza rivoluzionaria. Questa, nella prima fase della conquista del potere, agisce dal basso e fa confluire mille sforzi nel tentativo di spezzare la forma statale da tempo costituita. Questa stessa forza di classe, dopo il successo di tale tentativo, seguita ad agire in senso capovolto, dall’alto, nell’esercizio del potere affidato ad un organismo statale ricostituito nel tutto e nelle parti e ancora più robusto, deciso e, se occorre, spietato e terroristico di quello sconfitto.
Le strida contro la rivendicazione della dittatura, oggi dissimulata ipocritamente dagli stessi rappresentanti del regime di ferro moscovita, e le grida di allarme contro la pretesa impossibilità di frenare la corsa alla libidine di potere, e quindi di privilegio materiale, da parte del personale burocratico cristallizzato in nuova classe o casta dominante, ben si conciliano con la posizione inferiore e metafisica di chi tratta della società e dello Stato come enti astratti, e non sa trovare le chiavi dei problemi nell’indagine sui fatti della produzione e nei rivolgimenti di ogni rapporto che scaturiscono dagli urti delle classi.
Banale è quindi la confusione tra il concetto di dittatura invocato da noi marxisti e quello volgare di tirannide, dispotismo ed autocrazia.
Si confonde così la dittatura del proletariato col potere personale e si grida il crucifige in base alle stesse stupidità contro Lenin, come contro Hitler, Mussolini o Stalin.
Va ricordato che l’analisi marxista disconosce in pieno l’affermazione che le macchine statali agiscano sotto l’azione della volontà di questi Duci contemporanei. Essi sono dei pezzi simbolicamente notevoli, mossi da forze cui non possono sottrarsi sullo scacchiere della storia.
Tante volte abbiamo stabilito, d’altra parte, che gli stessi ideologi borghesi non hanno il diritto di scandalizzarsi di un Franco o di un Tito o dei metodi energici di quegli Stati che li presentano come capi, quando non rifuggono dall’apologia della dittatura e del terrore cui la borghesia è ricorsa appunto nella fase successiva alla conquista del potere. Così nessuno storico ben pensante classifica il dittatore di Napoli nel 1860, Giuseppe Garibaldi, come un criminale politico, ma lo esalta come puro campione della umanità.
La dittatura del proletariato non si estrinseca dunque nel potere di un uomo, sia pure di eccelse qualità personali.
Essa ha allora per soggetto operante un partito politico, il quale agisce in nome e per conto della classe operaia? A tale interrogativo, oggi come trenta anni addietro, la risposta della nostra corrente è incondizionatamente: sì.
Poiché è innegabile che i partiti che invocavano di rappresentare la classe proletaria hanno subìto crisi profonde e si sono ripetutamente spezzati e sdoppiati, segue alla nostra recisa affermativa la domanda se e con quale criterio si debba stabilire quale partito abbia in effetti tale rivoluzionaria prerogativa, e si porta quindi la quistione sull’esame del collegamento che passa tra la base ampia della classe e l’organismo più ristretto e ben definito del partito.
Nel rispondere ai quesiti su questo punto non va perduto di vista il carattere distintivo della dittatura che, come sempre nel nostro metodo, prima di svelare nella concretezza storica i suoi aspetti positivi, si lascia definire dal suo aspetto negativo.
E’ dittatura quel regime in cui la classe sconfitta pure esistendo fisicamente e costituendo in linea statistica una parte notevole dell’agglomerato sociale, viene tenuta con la forza fuori dallo stato. E viene, altresì, tenuta in condizioni di non poter tentare la riconquista del potere, essendole vietata l’associazione, la propaganda, la stampa.
Chi sia a tenerla in questo deciso stato di soggezione non è necessario definirlo in partenza, lo insegnerà l’effettuarsi stesso della lotta storica. Purché la classe che combattiamo sia ridotta in questo stato di minorità sociale, subisca questa morte civile in attesa di quella statistica, noi ammetteremo per un momento che il soggetto operante possa essere o tutta la maggioranza sociale vincitrice, (ipotesi assoluta irrealizzabile), o una parte di essa, o un solido gruppo di avanguardia (sia pure statisticamente minoritario) o infine in una breve crisi perfino un uomo solo (altra ipotesi estrema sul mezzo, che è stata prossima ad attuarsi in un solo esempio storico, quello di Lenin che nell’aprile 1917, solo contro tutto il comitato centrale e i vecchi bolscevichi, scopre nel divenire degli eventi e incide nelle sue tesi le nuove linee della storia del partito e della rivoluzione, come nel novembre fa disperdere dai fucilieri rossi l’assemblea costituente).
Non essendo il metodo marxista né rivelazione, né profezia, né scolastica, esso conquista anzitutto la cognizione del senso in cui agiscono le forze storiche stabilendo i loro rapporti e i loro scontri. In tempi successivi, accompagnandosi l’indagine e la lotta, esso determina i caratteri delle manifestazioni e la configurazione dei mezzi.
La Comune di Parigi confermò che la forza proletaria doveva spezzare il vecchio Stato e non penetrarlo, e che il mezzo doveva essere non la legalità ma l’insurrezione.
La stessa sconfitta in questo scontro di classe e la vittoria di ottobre a Leningrado mostrarono che occorre organare una nuova forma di Stato armato il cui « segreto » sta in questo: che esso nega sopravvivenza politica ai componenti la classe sconfitta e a tutti i multiformi suoi partiti.
Carpito alla storia (consentiamoci per facilità espositiva di civettare con questa espressione) questo decisivo segreto non abbiamo con ciò ancora chiarita e studiata tutta la fisiologia e la dinamica del nuovo organismo generatosi, e purtroppo ci resta ancora aperto un campo difficilissimo: quello della sua patologia.
Anzitutto il carattere negativo determinante, ossia la esclusione dall’organo statale (abbia esso o meno impalcature multiple rappresentative, esecutive, giudiziarie, burocratiche) della classe detronizzata, distingue radicalmente il nostro Stato da quello borghese che pretendeva accogliere nei suoi organamenti tutti gli strati sociali.
La novità non può però sembrare assurda alla sopraffatta borghesia. Quando essa riuscì a far saltare il vecchio Stato fondato sui due ordini della nobiltà e del clero, capì che sbagliava a chiedere soltanto di entrare come terzo ordine nell’organismo statale (il termine francese di terzo stato può indurre ad equivoco formale con lo Stato unico; lo sostituiamo con ordine). Nella Convenzione e nel Terrore essa cacciò gli « ex » fuori dello stato, e le fu facile chiudere storicamente la fase dittatoriale in quanto poté rapidamente distruggere i privilegi dei due ordini fondati su prerogative giuridiche più che sulla organizzazione produttiva, riducendo rapidamente anche il prete e il nobile a semplice indistinto cittadino.
Procederemo ora nella successiva parte del presente studio, stabilito il cardine distintivo che definisce la forma storica della dittatura del proletariato, ad esaminare i rapporti tra i vari organismi ed istituti in cui questa si esplica: Partito di classe, consigli operai, sindacati, consigli di azienda.
Discuteremo in altri termini a conclusione il problema della così detta democrazia proletaria (espressione ospitata in testi della Terza Internazionale, ma che sarebbe bene liquidare) che dovrebbe istituirsi dopo che la dittatura ha storicamente sepolto la democrazia borghese.
Elementi di economia marxista Pt.4
L’intervallo fra la pubblicazione dei vari numeri della rivista rende meno agevole ai compagni seguire la linea della presente esposizione, la cui finalità era invece proprio quella di dare al procedimento del CAPITALE di Marx un andamento privo di disgressioni e con sviluppo continuo.
Il lavoro può essere utilizzato a condizione che lo si ricolleghi alle puntate precedenti apparese, il che è consigliabile fare con letture o esposizioni collettive.
Nel n.5 è stata pubblicata la prima puntata che riassume la materia della prima sezione: Merce e moneta.
Nel n.6 abbiamo dato la parte relativa alla II sezione: trasformazione del denaro in Capitale; ed iniziata la Sezione III: il Plusvalore.
I titoli dell’opera originale sono invece: La produzione del plusvalore assoluto, la produzione del plusvalore relativo.
Le nuove dizioni rispondono al tentativo di rendere più chiari i concetti. Ma la chiarificazione non può andare a scapito del rigore, e quindi facciamo più uso di formolette matematiche che non l’originale. Non si tratta infatti solo di fare afferrare le tesi di Marx con fatica minore, ma sopratutto di ristabilirne, in modo inoppugnabile dai falsificatori e dagli avversari, l’esatto significato. Nel testo solo con grande perizia si perviene a ben intendere quando si trattano scientificamente modelli necessariamente teoretici del fenomeno, e quando si viene ad ampie esposizioni storico-narrative.
Nell’ultima puntata sono occorsi alcuni errori che lasciamo al lettore di rettificare, anche nelle formoline e nelle note. Precisiamo solo che il par. 20 tratta il calcolo dell’azienda riunita di cui al n.18, mentre è stato stampato per sbaglio, «di cui al par. 19 ».
Durata della giornata di lavoro
La durata della giornata di lavoro è variabile. Essa ha un minimo che in regime capitalistico non raggiungerà mai il tempo di lavoro necessario, ed ha un massimo che dipende dai limiti fisici della resistenza del lavoratore. Ponendosi pienamente sul terreno della economia capitalistica, di considerare la forza lavoro come una merce ed il salario come il suo equo prezzo, il lavoratore come ogni altro venditore ha diritto di essere tutelato dalle legge nello stabilire la quantità della merce che vende, ossia il tempo che si impegna a lavorare nella giornata. Se così non fosse non solo sarebbe violato il canone di eguaglianza giuridica tra coloro che scendono sul mercato, ma menomandosi l’organismo dell’operaio diminuirebbe il numero degli anni nei quali avrà la forza di lavorare, sottraendogli così larga parte dell’unica sua proprietà privata: la forza lavoro. Menomando fisicamente la classe operaia ciò ritornerebbe inoltre a lunga scadenza a danno degli stessi capitalisti, sebbene ogni singolo imprenditore non scorga altro che la caccia al massimo di tempo di lavoro.
Di qui una lotta per la limitazione legale della giornata di lavoro, largamente descritta da Marx in capitoli che più che riassumere occorrerebbe aggiornare all’epoca attuale.
Piuttosto è interessante vedere a quali conclusioni teoriche perviene una tale esposizione. Lungi dal conchiudere nell’apologia della legge sociale Marx ironizza la riduzione del pomposo catalogo dei diritti dell’uomo al meschino risultato, per il lavoratore, di sapere per quanto tempo si è “liberamente” venduto, e quanto tempo residuo gli appartiene.
Ma questo risultato, se impedisce l’annientamento fisico della classe operaia, non toglie che, come sappiamo, anche nel tempo legalmente venduto, una larga parte (il pluslavoro) sia tempo non pagato.
Ciò che occorre agli operai (Cap. VIII/7) non è di sapere un limite della giornata di lavoro ma «di innalzare come classe una potente barriera che impedisca loro di vendere se stessi a le loro progenie in morte e schiavitù mediante un volontario contratto col capitale». Queste parole non s’interpretano nel senso banale dell’introduzione della giornata legale di lavoro o del contratto collettivo e magari del salario fissato per legge, ma nel senso della abolizione storica del principio che fa del lavoro una merce, e della possibilità di vendere liberamente anche un’ora sola di lavoro, ossia della abolizione del capitalismo.
Sopralavoro e capitalismo
Abbiamo detto che la produzione di plusvalore appare col regime capitalistico nel senso preciso in cui plusvalore è differenza di un valore di merci che compare dopo una serie di scambi sul mercato.
Ma anche prima che la forza lavoro fosse trattata come merce sui mercati (liberi), il lavoratore era costretto in forme diverse a fornire larghe parti del suo tempo gratuitamente (sopralavoro). Così nel caso dell’economia schiavistica, terriera, ecc., ecc. Però osserva Marx che quando la forma di una società non mercantile o lo è scarsamente, ossia le merci interessano più per il valore di uso che per quello di scambio, l’ordinamento sociale non dà luogo ad eccessiva fame di sopralavoro. Il proprietario di schiavi non ha interesse a farli lavorare al di là di un certo limite, perché in generale consuma e non vende prodotti dello schiavo, mentre dovrebbe pagare in denaro un nuovo schiavo se il primo muore o diviene invalido. Il proprietario feudale fa lavorare gratuitamente sul proprio fondo il contadino nei giorni di comandata; per quanto questo sistema appaia inumano pure esso produce un saggio del sopralavoro inferiore a quello del moderno capitalismo (Cap. VIII, 2).
Capitale e plusvalore
Fino a questo punto l’analisi si fa immaginando che il capitalista paghi sempre allo stesso prezzo la forza lavoro (salario costante), e che questo prezzo ne esprima esattamente il valore.
A queste condizioni, ossia restando fermo il tempo di lavoro necessario, il capitale, per soddisfare al suo bisogno di ottenere il massimo plusvalore, poiché questa è data da: Capitale variabile x Saggio del plusvalore, non può che seguire una di queste vie:
1. accrescere il saggio del plusvalore, ossia il pluslavoro, ossia la giornata di lavoro – ma abbiamo già visto che storicamente si tende alla diminuzione;
2. aumentare il capitale variabile, e ciò si può fare aumentando il numero degli operai. In questo senso il capitale fa sempre nuovi passi innanzi trasformando in operai gli artigiani, i piccoli proprietari, ecc. sfruttando l’aumento della popolazione, l’urbanesimo, la colonizzazione. Tuttavia malgrado questa tendenza dell’aumento della massa del capitale variabile, solo mezzo per aumentare la massa del plusvalore, si vede che il capitale è sempre più costretto a prendere nella produzione moderna in larga parte la forma di capitale costante. Ma la ulteriore analisi mostrerà che la contraddizione con la legge della dipendenza tra capitale variabile e plusvalore non è che apparente1.
Fermo restando che la formazione di plusvalore è la caratteristica del capitalismo, va fatta qualche altra osservazione sulle condizioni iniziali perché appaia il fenomeno capitalistico. Il neo-padrone deve avere mezzi finanziari bastevoli per occupare un numero minimo di operai, tali da garentirgli un plusvalore sufficiente non solo a migliorare il suo tenore personale di vita ma anche a porre da parte un margine di danaro da trasformare ulteriormente in capitale.
Tali minimi sono molto variabili a seconda delle condizioni sociali; abbiamo qui un esempio di distinzione puramente quantitativa che dà luogo ad una differenza qualitativa (tra artigiano o maestro di bottega, e capitalista).
Non è però condizione indispensabile allo stabilirsi di rapporti di tipo capitalistico la trasformazione tecnica dei procedimenti di produzione. Il capitalismo è sorto utilizzando agli inizi la tecnica tradizionale. Più oltre sono venute le rivoluzioni nel campo della tecnica, il macchinismo e l’impiego delle forze meccaniche. Tali innovazioni, per noi, da una parte risultano suscitate con ritmo sempre più accelerato dalle necessità del capitalismo, d’altra parte significano le condizioni che rendono tecnicamente ed economicamente possibile l’abolizione di esso.
Sezione IV
Capitalismo e potenziamento del lavoro
Il plusvalore relativo
In ogni scienza, a scopo d’analisi di un fenomeno, poiché questo presenta in genere più grandezza variabili, si semplifica dapprima il problema facendone variare solamente alcune, e considerando le altre costanti. Così per es. la legge della caduta dei gravi assume una forma più semplice quando si supponga costante l’accelerazione della gravità, ossia l’intensità dell’attrazione terrestre. Ma facendo un passo innanzi, che diverrebbe indispensabile per l’esattezza ove il grave anziché cadere da piccola altezza partisse, poniamo, dall’orbita lunare, si deve osservare che mutando nella caduta la distanza tra il grave e il centro della terra, la forza attrattiva e l’accelerazione vanno crescendo. Poiché si sa con quale legge, ossia inversamente ai quadrati delle distanze, si sa studiare anche la caduta ad accelerazione variabile come quella ad accelerazione costante, solo che i risultati saranno complicati. In modo perfettamente analogo, mentre noi abbiamo studiato finora la produzione di plusvalore nella ipotesi semplificatrice della costanza di tutti i valori, ossia delle merci, del denaro, della forza lavoro (e ciò significa che noi immaginavamo immutato il quantum di lavoro medio occorrente a produrre le singole merci, l’oro, e i mezzi di sussistenza) ora ci spingeremo più innanzi e supporremo che possa variare il valore di scambio dei mezzi di sussistenza necessari al lavoratore, dunque il valore della forza lavoro ed il salario.
Nell’analisi precedente erano variabili la quantità del capitale, il numero degli operai, la durata della giornata di lavoro, ed il tempo di pluslavoro, restando invariabile il lavoro necessario. Abbiamo visto che il saggio del plusvalore poteva crescere solo crescendo la giornata di lavoro, e la sua massa solo crescendo il saggio stesso o la massa del capitale salari, cosa possibile solo accrescendo il numero degli operai. Il plusvalore prodotto sotto tali ipotesi venne detto da Marx plusvalore assoluto.
Ora supporremo che possa variare, col valore di scambio dei mezzi di sussistenza, il salario quindi il tempo di lavoro necessario. Chiameremo plusvalore relativo quello che trae origine non più dal semplice prolungamento della giornata di lavoro, ma dalla diminuzione del salario e del tempo di lavoro necessario.
Non si fa ancora qui l’ipotesi della riduzione del salario imposta fermo restando il valore della forza lavoro, fatto non raro ma che presenta tuttavia carattere d’eccezione rispetto alla generalità della nostra indagine. Parliamo di una diminuzione di salario a parità di consumi del lavoratore, per diminuito costo (valore) di quanto egli consuma. Ciò può accadere soltanto se aumenta la produttività del lavoro per quelle aziende che producono i mezzi di sussistenza. Perché sorga plusvalore relativo è dunque necessario che venga accresciuta la produttività del lavoro non di merci qualsiasi, ma delle merci che entrano nella sussistenza.
Sebbene il valore della merce lavorata nell’azienda capitalistica per essere venduta sia tuttora trattato da noi come una costante, poniamoci l’obiezione: come si spiega che il capitalista che può introdurre una innovazione aumentante la produttività del lavoro, pur restando inalterato il salario e ogni tempo di lavoro, realizza un più alto profitto?
In tal caso per un certo tempo il capitalista potrà vendere al vecchio prezzo più alto, o a poco meno, in quanto riuscendo a produrre di più e dovendo accaparrarsi un mercato più esteso dovrà eliminarne altri produttori con una relativa diminuzione di prezzi. Ma tale beneficio sarà transitorio perché ben presto la concorrenza costringerà i suoi rivali ad introdurre il nuovo metodo di produzione e costringerà lui ad adottare un prezzo diminuito. Perché possa abbreviare il tempo di lavoro necessario, l’aumento di produttività dovrà investire quelle merci che fanno parte dei mezzi di sussistenza del lavoratore, avendosi allora un aumento definitivo del plusvalore. Ciò a meno che la classe operaia non pervenga ad elevare il suo tenore di vita, ossia la massa dei suoi consumi, altra variazione di grandezze ancora estranea al nostro esame.
In ogni modo, nel nostro caso del capitalista che ha trasformato la sua tecnica, anche nel periodo transitorio egli non ha fatto che elevare il valore “di uso” della forza lavoro dei suoi operai rispetto alla media sociale; essi gli danno non lavoro semplice ma complesso, quindi valore maggiore per ogni ora di applicazione. Ecco come senza cambiare il salario si è diminuito il tempo di lavoro necessario, che sarebbe quello in cui il lavoratore riprodurrebbe il suo salario se potesse vendere lui i prodotti ricevendo il beneficio dell’avvenuto perfezionamento (dedotte s’intende le quote di capitale costante). Perciò anche in quel periodo transitorio il maggiore plusvalore discende da maggiore pluslavoro.
Collaborazione2
Le tappe attraverso le quali il capitalismo realizza sempre maggiore plusvalore relativo aumentando la produttività del lavoro oltre il limite che poteva raggiungere il lavoratore indipendente artigiano si possono ridurre alle seguenti: collaborazione degli operai, manifattura, macchinismo.
Prendendo i mestieri così come sono in regime di produzione artigiana, con la stessa ripartizione e con le stesse capacità lavorative e strumenti o utensili del lavoratore di ciascun mestiere, si può tuttavia realizzare un aumento di produttività con l’affiancare durante il tempo di lavoro gran numero di operai. Per tal modo non solo si compensano gli scarti individuali in più e in meno dalla media potenzialità lavorativa, ma si permette effettivamente di eseguire le stesse operazioni in una somma minore di tempi.
Abbiamo così la semplice collaborazione, la quale accetta senza ancora modificarla la stessa divisione tecnica del lavoro raggiunta in regime artigiano. Tuttavia per il fatto della collaborazione viene innalzato il rendimento medio del lavoro umano: questo è un beneficio sociale, il primo di cui bisogna attribuire il merito storico al capitalismo: esso però non realizza la collaborazione sotto questo impulso sociale, ma solo allo scopo di intensificare la produzione di plusvalore.
D’altra parte non bisogna credere che sia indispensabile l’ordinamento capitalistico alla società che intenda godere dei benefici della collaborazione. Esempi di collaborazione su vasta scala hanno dato antichi regimi in cui capi militari dinastici o sacerdoti potevano disporre di grandi masse di forze lavoro (Assiri, Egizi, ecc.). Analogamente devesi presumere che se non può prodursi plusvalore senza collaborazione, si potrà conservare la conquista sociale della collaborazione anche superando lo stadio della produzione di plusvalore.
Manifattura
Quando si passa alla manifattura, si constata un cambiamento radicale: la tecnica produttiva degli artigiani non è sostanzialmente cambiata, ma viene rivoluzionata, nel senso di una più grande produttività, la vecchia divisione del lavoro.
La manifattura realizza questo in due modi. 1) Per produrre oggetti a cui debbono lavorare operai di diversi mestieri (esempio della carrozza cui occorre il fabbro, il falegname, il sarto, il pittore ecc.) questi operai vengono tutti riuniti nello stesso laboratorio ove eserciteranno sempre non tutto il loro mestiere ma solo quella particolare attività che occorre per l’oggetto in questione. In questo primo caso la manifattura riunisce vari mestieri separati restringendo grandemente però la sfera di applicazione di ognuno. Ciascun operaio acquista così maggiore abilità e produttività nella speciale funzione su cui si concentra. 2) Per produrre un oggetto che prima abbisognava dell’opera di un solo mestiere, (es. dello spillo) la manifattura fraziona le singole operazioni successive di tale mestiere affidandole ad operai che in quella sola cosa si specializzano. Così un mestiere viene spezzettato in tanti altri.
Nell’uno e nell’altro caso, parallelamente alla specializzazione dell’operaio, si specializza l’utensile che dovendo servire ad una sola operazione assume la forma che permette di compierla più rapidamente.
Queste due forme si chiamano forma eterogenea e forma organica della manifattura.
Oltre a diminuire il tempo di lavoro necessario per ragioni già dette, la manifattura lo diminuisce anche perché crea una distinzione che il regime artigiano medioevale tentava di respingere: quella tra operai specializzati ed operai manovali, che compiono meccanicamente sempre gli stessi gesti. Per questa seconda categoria, eliminandosi o diminuendosi le spese per il periodo d’apprendistato, si ha una diminuzione del valore della forza lavoro e un aumento di plusvalore.
La manifattura rappresenta un passo innanzi nella divisione del lavoro. Ma questo è un processo cominciato assai prima e che si può esaminare in riguardo al complesso della società.
La base fondamentale di una divisione sociale del lavoro, accompagnata necessariamente dallo scambio delle merci, è il fatto fondamentale della separazione tra città e campagna. Tale fatto è già avanzato nell’economia feudale: mentre i contadini restano disseminati nel territorio in cui è arbitro il feudatario, gli artigiani si concentrano nelle città con ben altro sistema di vita materiale intellettuale e politica.
Mentre questa divisione del lavoro artigiano suppone una grande disseminazione dei mezzi produttivi tra moltissimi produttori-mercanti indipendenti, la divisione del lavoro di tipo manifatturiero esige la concentrazione di molti mezzi di produzione nelle mani di singoli capitalisti.
Non sarebbe possibile conciliare il gran vantaggio della divisione sociale del lavoro con una organizzazione sociale generale senza capitalismo? Non solo questo è possibile come programma per l’avvenire, ma vi sono esempi nel passato di comunità viventi sulla base di una divisione del lavoro organizzata tra i mestieri e del possesso comune della terra (India antica, ecc.).
Perciò dice Marx che, mentre la divisione sociale del lavoro trovasi nelle forme più differenti di società, quella manifatturiera è creazione del capitalismo, ma i suoi benefizi reali sopravvivranno al capitalismo stesso.
Gli antichi scrittori d’economia esaltano la divisione sociale del lavoro perché aumenta il rendimento dell’attività umana: essi hanno più in vista la qualità e il valore d’uso che la quantità e il valore di scambio.
Con l’epoca manifatturiera appare l’economia politica come scienza speciale.
I suoi scrittori vedono le questioni sotto l’angolo visuale capitalistico, ossia considerano la divisione del lavoro come un mezzo per produrre di più, aumentare il plusvalore e l’accumulazione del capitale, ciò che chiamano elevamento della ricchezza nazionale.
Macchinismo
La manifattura, sorta sulla ristretta base dei vecchi mestieri, riesce ben presto insufficiente e si ha il trapasso alla tappa del macchinismo la quale s’inizia col sorgere di opifici meccanici ove si impiegano gli utensili e i primi apparecchi più complessi già adottati in singole manifatture.
L’introduzione della macchina mentre a sua volta (come le altre due prime tappe: collaborazione e manifattura) rappresenta un decisivo passo innanzi per il rendimento del lavoro umano, sociale, si determina sotto la spinta della tendenza capitalistica a diminuire il prezzo delle merci e a produrre altro plusvalore relativo.
Per macchina nel senso economico non si può intendere ciò che è macchina in meccanica e in fisica, cioè ogni dispositivo che modifica la intensità, la direzione o il punto di applicazione della forza che vi agisce. Il cuneo, la leva, ecc. sono fisicamente macchine ma economicamente semplici utensili. Neppure si può definire macchina solo un apparecchio mosso dall’uomo ma da altri agenti: l’animale, l’acqua, il vapore, ecc. Parlando di macchine distingueremo tra macchine utensili e macchine motrici. Queste forniscono a mezzo di agenti meccanici e di energia calorifica, chimica, elettrica ecc. un dato movimento che trasmesso opportunamente fa agire la macchina utensile o operatrice in modo che questa esegua atti e movimenti affidati alla mano dell’uomo, munita di utensile relativamente semplice.
Ma anche macchine utensili che hanno come forza motrice quella umana meritano economicamente il nome di macchine in quanto l’uomo compie un movimento semplice e continuo.
Qui l’intervento umano diviene puramente accidentale potendo essere sostituito da un motore meccanico, come si può ad una macchina per cucire applicare un motorino elettrico.
S’intende bene che, a secondo dei casi, l’operaio interviene sempre o per guidare e rettificare il moto della macchina utensile o per dirigere quella motrice, come guidando la stoffa da cucire sotto l’ago della macchina o azionando l’interruttore del motorino.
Le prime macchine sono operatrici e l’operaio doveva fornire l’energia fisica per muoverle; si cominciò a sostituire all’uomo la bestia, si seguitò la antichissima pratica di attingere l’energia dai corsi d’acqua e dal vento, ma la vera rivoluzione meccanica si realizzò con l’invenzione della macchina a vapore, capace di azionare contemporaneamente gran numero di macchine utensili. È seguita poi l’applicazione industriale dell’elettricità che permette di utilizzare a distanza l’energia idrica.
Si pone la questione se la nostra teoria del valore, effetto di lavoro, e plusvalore, effetto di pluslavoro, si presenti a tradurre bene il fatto economico dell’impiego di macchine e se spieghi come esso sia una fonte di plusvalore relativo.
La macchina prende posto tra gli elementi del capitale costante. Ossia essa trasmette al prodotto una parte del valore suo proprio tanto più piccola quanto maggiore è la sua resistenza al logorio e durata, e tanto maggiore quanto più essa consuma combustibile, lubrificante, ecc., valore che però noi computeremo tra quelli delle materie prime (indirette) che pure come capitale costante vanno ad incorporarsi nel prodotto. Adunque la macchina sembrerebbe aggiungere qualche cosa al valore e al prezzo del prodotto.
Il valore della macchia dipende per noi dal lavoro sociale medio occorso nella sua produzione. Meno costosa è la macchina, meno consuma a parità d’energia, più essa risulta produttiva nel senso che meno si aggiunge per tale quota al valore del prodotto.
È indubitato che la macchina contiene più lavoro ed è assai più costosa dei semplici utensili dell’artigiano o anche della manifattura.
Quindi nel macchinismo il mezzo di lavoro sembrerebbe apportare maggior valore alla formazione del valore del prodotto. In compenso però di questo fatto si verifica che, la macchina sostituendo a parità di prodotto un numero elevato di lavoratori, diminuisce la spesa salari, cosicché nel complesso si può avere diminuzione del valore prodotto. Quindi, sebbene gli impianti produttivi del meccanismo importino una spesa maggiore di quelli della manifattura in rapporto allo stesso valore di prodotti, se il rendimento del macchinismo è tale che il valore (somma di lavoro occorrente) dei prodotti risulti diminuito, l’onere degli impianti meccanici calcolato in valore assoluto potrà divenire minore.
Sostituzione di macchine ad operai
Si tratta di domandarsi se la macchina faccia risparmiare spese-lavoro in proporzione maggiore di quanto aumenti la spesa per conservazione degli impianti. Questo benefizio può aversi anche se, come avviene sempre, la macchina costa assai più dell’utensile.
Riprendendo i simboli già noti (vedi paragrafo 20) ricordiamo il profitto dell’azienda:
P = F – (A + H + M + wgv)
ossia: le entrate (valore F del prodotto) meno le spese (ammortamento annuo degli impianti fissi A, più materie prime M, più materie ausiliarie H, più il capitale variabile V = wgv (numero w di operai per g giorni lavorativi annui per salario giornaliero v) eguale profitto totale.
Ricordiamo anche che il saggio del plusvalore da: s = P / V.
In quest’azienda si introduce una macchina con la quota annua d’ammortamento A’. Tale macchina consuma materie ausiliarie di valore H’. Essa permette di eliminare w’ operai. Il capitalista spende in più: A’ + H’. Spende però in meno: w’gv.
Egli troverà convenienza ad applicare la macchina non appena si avrà:
w’gv > A’ + H’
Anche quando vi sia pareggio tra le due partite ed il capitalista non è ancora spinto ad introdurre la macchina, vi sarebbe beneficio sociale ad adoperarla. Infatti, mentre la partita w’gv rappresenta salari pagati ossia valore di forze lavoro, la partita A’ + H’ rappresenta prezzo pagato sul mercato ossia valore corrispondente al lavoro totalmente pagato (lavoro necessario pagato ad operai e pluslavoro usufruito dall’altro capitalista produttore di macchine ecc.). Socialmente converrebbe la sostituzione perché nelle macchine e materie ausiliarie sono state investite assai meno giornate di lavoro delle w’g risparmiate, a parità di prodotto.
Vediamo ora che cosa accade del plusvalore. Ammesso anche che il capitalista introduca la macchina in puro pareggio di spese, il capitale variabile sarà disceso da wgv a (w – w’)gv.
Il saggio del plusvalore sarà dunque cresciuto da P/ wgv a P/( (w-w’)gv) per es.: se gli operai da 100 sono diventati 50, il saggio del plusvalore sarà raddoppiato.
Abbiamo quindi plusvalore relativo, ossia plusvalore aumentato (per ora solo nel saggio) senza prolungare la giornata di lavoro.
Può sembrare che ciò non interessi nulla al capitalista una volta che egli ha soltanto spostato parte dei suoi investimenti da capitale variabile a capitale costante senza che (per ora) crescesse il profitto. Ma ciò non è che apparenza, e a parte il completo confronto tra l’analisi marxista e il sistema di contabilità capitalistico riservato da Marx al Terzo Libro e che noi cercheremo più in là di ridurre a qualche formuletta, la somma di capitale costante A’ + H’ che il nostro capitalista, restando immutata la massa del plusvalore P, ha sostituito da una eguale spesa salario, è a sua volta prodotto di lavoro, che prima non veniva eseguito (prima cioè che occorressero le macchine ed il carbone). Su tale somma di prodotto altro capitale (altro come possessore, ma in realtà lo stesso che prima si investiva nel salario degli w’ operai) ha realizzato altro plusvalore, quindi il plusvalore totale è aumentato.
Consideriamo adesso che vi sia un largo beneficio nella sostituzione della spesa macchine e parte della spesa salari, come corrisponde in realtà al diffondersi del macchinismo. Il profitto P, se rimanesse lo stesso il prezzo dei prodotti venduti, salirebbe grandemente, e il saggio del plusvalore (profitto diviso spesa salari) crescerà per due motivi, per l’aumento del dividendo e per la diminuzione del divisore.
In realtà effetto del macchinismo, quando esso sia sufficientemente generalizzato, è di far produrre le merci a minor costo, ossia con minor somma di lavoro. Ed infatti, raggiunto l’equilibrio e ritornati nelle condizioni generali della nostra ipotesi l’indagine che sul mercato si paghi tutto al giusto valore generato da tempo di lavoro, i prodotti dell’azienda in esame scenderanno di prezzo in proporzione al minor lavoro che essi contengono. Dovranno scendere obbligatoriamente non certo perché tale fosse lo scopo del capitalista, ma perché la concorrenza ve lo obbligherà. Egli non avrà tuttavia a pentirsi dell’innovazione, ed ecco perché. Nel prodotto figurava del lavoro che ora è diminuito di w’g giornate lavorative. È vero che vi figurano le giornate lavorative contenute in A’ + H’, ma queste sono molto meno, a) per effetto del pluslavoro che figura in A’ + H’ ; b) perché abbiamo supposto questa inferiore a w’g. Adunque il prodotto si pagherà ad un prezzo inferiore; il diminuito costo di produzione farà ribassare il prezzo nel rapporto:
(A+H+M+A’ +H’+(w-w’)gv ) /(A+H+M+wgv) = nuovo costo di produzione / costo di produzione anteriore
Sembrerebbe dunque che il profitto anche nel secondo caso ridiscenda al valore P.
Ma se noi facciamo l’ipotesi di un equilibrio generale succeduto alla diffusione del macchinismo, abbiamo per conseguenza che gli stessi fenomeni considerati per il ramo d’azienda che ci occupa sono avvenuti in tutti gli altri con conseguente riduzione anche del prezzo non solo dei nuovi prodotti A’ (macchina) H’ (carbone) ma anche dei vecchi acquisti per A ed H e altresì nei mezzi di sussistenza e quindi nei salari v. Per effetto di tale compenso generale la discesa dei prezzi si farà senza diminuire il profitto e l’aumento ad esso apportato dal fatto dell’introduzione delle macchine. La massa di plusvalore resterà dunque accresciuta malgrado la diminuzione del prezzo dei prodotti, il saggio del plusvalore sarà anche aumentato e la produzione di plusvalore relativo avrà raggiunto il suo apice.
Tutto ciò senza ancora considerare gli effetti storico sociali del macchinismo, nell’aumento generale della massa dei consumi e in quello del numero dei lavoratori assorbiti dall’industria.
Effetti secondari della macchina, tutti concorrenti ad accrescere il plusvalore, sono: a) la possibilità di utilizzare il lavoro delle donne e dei ragazzi; b) la possibilità di prolungare la giornata di lavoro esigendo il lavoro stesso meno sforzi e meno attenzioni; c) la intensificazione del lavoro ossia l’aumentato suo rendimento a parità di forza di impegno dell’operaio, cosa che può anche compensare la forzata riduzione delle ore di lavoro giornaliere.
Note:
Ultimi esperimenti di socializzazione
La crisi economica inglese ha fatto passare in secondo piano i dibattiti parlamentari sulle nazionalizzazioni alle quali del resto gli oppositori del governo si son guardati dall’attribuire la responsabilità del disordine economico abbattutosi sul Paese, limitandosi perlopiù a consigliare di rallentarne il ritmo o di rinviare nuovi esperimenti in rapporto alla difficile situazione del bilancio dello Stato. Mette tuttavia conto di completare l’analisi precedentemente fatta (Prometeo n. 4) con alcune considerazioni sulle ultime misure nazionalizzatrici votate dal parlamento britannico, che riguardano l’industria dei trasporti e le imprese produttrici e distributrici di energia elettrica.
Le due leggi hanno di mira, più che il salvataggio di industrie pericolanti e la garanzia del profitto capitalistico degli azionisti “espropriati”, il coordinamento di due branche fondamentali dell’economia britannica attraverso l’unificazione di servizi essenziali per il rendimento massimo della compagine industriale e commerciale. Non è perciò strano che la legge sulla nazionalizzazione delle imprese di trasporto per ferrovia, per strada e per vie d’acqua (navigazione interna e costiera), implicante l’assunzione da parte dello Stato di tutti i servizi relativi, si muova sulla linea di una tradizione inaugurata da un governo liberaI-conservatore che, già nel 1919, riconosceva il principio della statizzazione delle ferrovie e cominciava ad unificare la frazionatissima rete in quattro grandi compagnie a carattere nazionale. D’altro canto, fin dall’inizio della guerra, la rete era stata affittata dallo Stato al canone annuo fisso di 43,47 milioni di sterline, cifra che, largamente coperta durante il conflitto dalle entrate, ha richiesto negli ultimi anni, nonostante il sensibile aumento delle tariffe, l’intervento del tesoro (le previsioni per il 1947 erano per un deficit di non meno 37 milioni di sterline corrispondenti allo scarto fra il canone di affitto e le entrate nette dell’esercizio, non calcolando tuttavia le forti somme richieste con carattere di urgenza dal necessario rinnovamento di tutta l’attrezzatura delle linee ferroviarie di comunicazione). Lo scopo a cui la legge tende è di risolvere l’intricato problema del coordinamento della rete dei trasporti in considerazione soprattutto del disordinato sviluppo preso negli ultimi anni dalle imprese ferroviarie e stradali, sviluppo che ha portato a continue interferenze e a doppioni antieconomici gonfiando i costi di esercizio di entrambi i rami. Nell’accanita lotta di concorrenza che ne è derivata, le ferrovie hanno avuto la peggio, e non saranno certo gli azionisti delle compagnie private a dolersi di un’espropriazione che garantisce loro un utile fisso contro gli utili ormai aleatori delle rispettive imprese, mentre accolla allo Stato le spese di riattamento della rete: maggior resistenza hanno opposto al progetto gli interessi del ramo trasporti stradali; ma è comunque chiaro che l’interesse “collettivo” del capitalismo britannico consigliava una più organica distribuzione del lavoro, un alleggerimento della macchinosa attrezzatura delle due branche con conseguente riduzione dei costi, una economia di personale e, per concludere, una razionale organizzazione di quel vitalissimo ramo dell’economia moderna, che sono i rapporti. Tale compito poteva essere assunto solo dallo Stato; e l’opposizione parlamentare si è limitata a chiedere a favore degli azionisti un trattamento più favorevole negli indennizzi o a patrocinare modificazioni tecniche del progetto. Quanto alla classe operaia, essa ne ricaverà al massimo il beneficio di una riduzione del personale dipendente delle aziende nazionalizzate.
Più generale, per non dire unanime, è stato l’accordo sulla nazionalizzazione delle aziende produttrici e distributrici di energia elettrica, tanto più che il principio della municipalizzazione era ormai entrato nella pratica corrente, e alle autorità locali era già da tempo riconosciuto il diritto non soltanto di concedere ad imprese private il rifornimento di energia elettrica nelle rispettive zone, ma di riscattarle. Questo sistema aveva tuttavia lo svantaggio di frazionare all’estremo la distribuzione dell’energia, con conseguenti difficoltà di coordinamento e sensibili diversità tariffarie da luogo a luogo. Già un governo conservatore aveva, nel ’26, provveduto a creare un “Central Electric Board” appunto al fine di coordinare su scala nazionale l’approvvigionamento dell’energia elettrica, di eliminare gradatamente le centrali non economiche e di concentrare le concessioni in poche grandi unità aziendali ad attrezzatura tecnica moderna, mentre nel 1936 la commissione MacGowan, pur mantenendo la gestione privata delle aziende, non ne escludeva l’ulteriore statizzazione. L’attuale legge, che prevede l’indennizzo degli azionisti sulla base del corso medio delle azioni ed obbligazioni in un dato periodo d’anni (ed ‘è stato su questo punto che le critiche dell’opposizione si sono particolarmente accanite), prevede l’organizzazione regionale della distribuzione sotto la responsabilità di 14 “Area Boards” e il raggruppamento delle reti ad alta tensione e delle più importanti centrali elettriche sotto il controllo della governativa “British Electricity Authority”. Particolare curioso, per un Paese che si vanta palladio delle libertà locali: mentre per le aziende private è previsto l’indennizzo, per le imprese comunali lo Stato si assume soltanto gli obblighi inerenti a prestiti e l’ammortamento degli impianti. In altre parole, i capitalisti recupereranno in titoli di stato a reddito fisso il capitale investito: i comuni, le libere comunità popolari, sorgente dell’autogoverno ecc., se lo vedranno soffiar via.
Un efficace commento alla legge sulla nazionalizzazione delle industrie elettriche e alla sua presentazione come esempio di “realizzazione socialista” è dato del resto proprio in questi giorni dall’approvazione nella fascista Argentina del progetto di legge che dispone, per cominciare nella provincia di Buenos Aires e in seguito su scala nazionale, la deprivatizzazione di tutti gli impianti, edifici, macchine ecc. delle compagnie elettriche e la limitazione delle concessioni, da parte dello Stato, ai soli comuni e alle cooperative agricole. Se l’applicazione di misure e dì controllo e coordinazione economica ci portassero fuori ed oltre il sistema capitalistico, perché non dichiarare “socialista” anche il regime Peron, che ha d’altronde dimostrato in tutti i campi la decisione d’intervenire radicalmente nell’economia (monopolio del commercio estero, pianificazione industriale ed agricola ecc.)?
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Una curiosa “variante” è offerta dal progetto di riorganizzazione della marina mercantile francese. Esso prevede la statizzazione delle compagnie di navigazione nelle quali lo Stato era già direttamente interessato o che sovvenzionava, i cui azionisti riceveranno un indennizzo sulla base del corso medio delle azioni fra il 1944 e il 1945, col diritto legalmente riconosciuto di investire gli attivi non statizzati o le indennità riscosse in società private di nuova fondazione. Altre compagnie non statizzate dovranno stipulare convenzioni con lo Stato per il trasferimento a questo di alcune navi da trasporto. mentre accordi fra armatori provvederanno a limitare o addirittura ad escludere la concorrenza e a facilitare un coordinamento dei servizi e del materiale.
La legge, che sostanzialmente sottopone al controllo dello Stato la marina mercantile, apre tuttavia al settore libero ampie prospettive di sviluppo e salvaguardia l’iniziativa degli armatori, che potranno svolgere in questo campo una attività preziosa Davvero lo Stato non poteva essere più fascisticamente paterno!
L'eterna giovinezza dell'arte
Nel 1902, Karl Kautsky trovava fra il materiale inedito di Marx un abbozzo incompiuto di “introduzione”, datato 23 agosto 1857, ch’egli giudicò essere lo schema di “Einleitun” di cui Marx parla nella premessa alla “Critica dell’Economia Politica”. Il manoscritto, che tocca rapidamente i problemi trattati in quel libro e i rapporti fra forme economiche e sovrastrutture, si chiude bruscamente con la pagina sull’arte greca che riproduciamo e che costituisce un documento curioso dello sforzo marxista di giustificare teoricamente il fenomeno artistico nel quadro dello sviluppo storico dei rapporti sociali.
Per quanto riguarda l’arte, è noto che alcuni suoi periodi d’oro mancano di qualunque rapporto con lo sviluppo generale della società e perciò anche con le basi materiali, l’ossatura, della sua organizzazione. Per determinate forme d’arte (ed esempio l’epica) è altresì riconosciuto che non possono più essere prodotte nelle loro manifestazioni classiche, non appena subentra la vera e propria produzione, che perciò, nell’ambito della stessa arte, certe realizzazioni significative sono possibili soltanto in uno stadio non evoluto dello sviluppo storico. Se questo è il caso per il rapporto tra diverse forme artistiche nell’ambito della stessa arte, non è certo strano che il medesimo fatto si verifichi nei rapporti fra il regno dell’arte in generale e lo sviluppo complessivo della società. La difficoltà consiste unicamente nella giustificazione razionale di questi contrasti, per chiarire i quali basta specificarli.
Prendiamo ad esempio il rapporto fra l’arte greca e il mondo moderno, e fra questo e Shakespeare. E’ noto che la mitologia greca fu non soltanto l’arsenale ma l’humus dell’arte greca. Ora, la concezione della natura e dei rapporti sociali che sta alla base della fantasia e perciò dell’arte ellenica, è conciliabile col selfacting e le ferrovie e le locomotive e il telegrafo? Dove va a finire Vulcano di fronte a Roberts e Co., Giove di fronte al parafulmine e Mercurio di fronte al Credit mobilier? Ogni mitologia in quanto supera e padroneggia le forze naturali nell’immaginazione eattraverso l’immaginazione sparisce con l’effettivo dominio su di esse. Che né è della Fama, accanto a Printinghousesquare? L’arte greca presuppone la mitologia greca, cioè la natura e le forme sociali già elaborate in forma inconsciamente artistica dalla fantasia popolare. E’ questa la sua materia, non una mitologia qualsiasi. né una qualsiasi rielaborazione inconsciamente artistica della natura (includendo in questo tutto ciò che è obiettivo, e perciò anche la società). La mitologia egizia non poteva costituire l’humus, il grembo materno dell’arte greca. Ma, in ogni atteggiamento mitologizzante di fronte ad essa, che esclude ogni rapporto mitico con la natura, esige perciò dall’artista una fantasia completamente aliena da residui mitologici.
D’altra parte: E’ possibile Achille, con la polvere e il piombo? O l’Iliade con la stampa e la macchina tipografica? I canti e le saghe e la musa non sono forse destinati a sparire col torchio e, insieme ad esse, non scompaiono forse le condizioni necessarie dell’epica.
Ma la difficoltà non è nel comprendere che l’arte e l’epica greca siano connesse a determinate forme dello sviluppo sociale. La difficoltà è (nel comprendere) come possano conservare per noi gusto d’arte e, in un certo senso, valere come norma e inarrivabile modello.
Un uomo non può ritornare fanciullo se non rimbambendo. Ma ciò non toglie che l’ingenuità del fanciullo lo rallegri e ch’egli sia portato necessariamente a riprodurre la sua verità su un gradino più alto, giacché nella natura del fanciullo il suo carattere personale vive e continua a vivere nella sua verità naturale. Perché dunque l’infanzia sociale dell’umanità, nei momenti in cui è fiorita più splendida, non dovrebbe esercitare un fascino eterno, come qualcosa che non tornerà mai più? Ci sono fanciulli incolti e fanciulli saggi come vecchi. A queste due categorie appartengono molti popoli antichi. I greci erano fanciulli normali. Il fascino della loro arte su di noi non è in contrasto con lo stadio non evoluto del loro sviluppo sociale, ne è anzi l’effetto, dipende cioè strettamente dal fatto che i rapporti sociali immaturi, nei quali nacque e soltanto poteva nascere, non si riprodurranno mai più…