La truffa dei patti agrari
Abbiamo atteso con sicura fiducia che i registi della indecente speculazione elettoralistica sui contratti agrari tirassero fuori dai tarlati armadi la sciagurata bandiera della lotta antifeudale. Il socialstalinismo non poteva mancare all’appuntamento. Eccolo ora in armi contro le sopravvivenze feudali nelle campagne! La dichiarazione di guerra, la ennesima, è stata lanciata nell’assemblea del direttivo della Federmezzadri tenutasi alla fine di febbraio a Firenze.
Se si trattasse di una mera professione di principii ideologici non connessi alla effettiva lotta sociale, potremmo farci sopra una omerica risata. Ma nelle mani dei disfattisti la elevazione dei mezzadri e affittuari a paladini, della «lotta antifeudale » nelle campagne serve a giustificare la innaturale assurda alleanza tra mezzadri e affittuari, da una parte, e braccianti (proletari) agricoli dall’altra. È chiaro allora che lo sbandieramento dello spettro feudale nelle campagne mira ancora una volta ad ingannare il proletariato e trascinarlo in agitazioni, più fittizie che reali, che non escono di un pelo dal quadro del riformismo borghese.
Quale è la tesi del social-stalinismo in materia di patti agrari?
In un precedente articolo abbiamo insistito sul punto che la verbale opposizione ai privilegi dei proprietari fondiari non comporta affatto nella posizione socialcomunista il disconoscimento del diritto di proprietà privata della terra. Gli idrofobi antiproprietaristici che suscitano tempeste oratorie a Montecitorio mai, in nessuna circostanza, si sono lasciati sfuggire di bocca una sola parola che suonasse condanna del diritto della proprietà privata. Da Di Vittorio all’ultimo attivista della C.G.LL., mai abbiamo sentito proclamare la tesi dell’esproprio dei possessori privati della terra che pure fu sostenuto in memorabili lotte dai socialisti riformisti di cinquant’anni fa. E chi non chiede la nazionalizzazione della terra, che, si badi bene, non è affatto il minimo del socialismo nelle campagne ma il massimo del riformismo borghese, con ciò stesso non acconsente alla conservazione della proprietà privata della terra?
Allineandosi agli altri partiti borghesi, l’opposizione parlamentare social-stalinista accetta la conservazione dei due termini della antitesi che divide gli strati intermedi delle campagne. Accetta, cioè, la perpetuazione della proprietà terriera, da una parte, e del capitale imprenditore dall’altra. Ben più coerenti alle loro proposizioni riformistiche, i socialisti del primo anteguerra arrivavano, una volta scesi allato del mezzadro, a chiedere l’abolizione dell’istituto della mezzadria, cioè il passaggio dei titoli di proprietà della terra al mezzadro. I socialisti riformisti, il cui socialismo non andava oltre l’odio antiproprietaristico, osavano chiedere, in odio agli agrari, che si trasformasse il mezzadro e l’affittuario in possessori della terra da loro gestita. I social-stalinisti dei nostri giorni non stanno neppure | all’altezza dei riformisti di cinquant’anni fa, ma guazzano in un mare di contraddizioni che sì spiegano solo con la maledetta fregola elettorale che impedisce di rompere apertamente con qualsiasi strato dell’elettorato attivo.
I riformisti a scartamento ridotto che spadroneggiano sul proletariato italiano definiscono, con ridicola sicumera intellettuale, una «sopravvivenza feudale» istituti che si reggono completamente su basi economiche capitalistiche, quali appunto la mezzadria e l’affittanza. Chiamano alla lotta non solo le categorie interessate, ma anche i proletari dell’industria e dell’agricoltura e, se occorre, l’«intera nazione», contro i «vecchi rapporti feudali tra agrari e lavoratori» come ha osato affermare alla summenzionata riunione del C.D. della Federmezzadri il segretario Borghi — ma si guardano bene, i futuri candidati, dal sostenere la tesi della soppressione del diritto di proprietà e quindi l’abolizione della mezzadria e dell’affittanza.
Quale è dunque, ripetiamo, la posizione dei social-comunisti in materia di patti agrari? Che vogliono codesti feroci mangia-proprietari? Riferiamo, per saperlo, qualche brano della dichiarazione del segretario della Federmezzadri, magari premunendoci preventivamente contro il vomito.
Dopo aver rifatto la storia ad usum delphini delle lotte passate tra proprietari terrieri e coltivatori, tacendo però che il blocco delle disdette, vanto della democrazia antifascista, fu predisposta dall’odiato fascismo fin dal 1939, il povero Borghi se ne usciva a dire testualmente:
«La lotta che ora raggiunge il suo acme interessa non solo un milione e più di famiglie contadine, e tra queste principalmente le 530 mila famiglie di coloni e mezzadri (cioè 4 milioni di persone), ma anche l’intera classe lavoratrice italiana che oggi è schierata in difesa del posto di lavoro e delle libertà». Alludendo poi alle deliberazioni prese dal Consiglio dei Ministri dell’11 febbraio che si fondano, come è noto, sul principio della temporaneità della «giusta causa» e dell’indennizzo che il proprietario dovrebbe pagare alla famiglia colonica disdettata, il segretario giacobinoide della Federmezzadri, affermava testualmente: «La posizione nostra non può essere quindi soltanto quella di respingere il progetto governativo. Noi chiamiamo alla lotta decisa tutta la categoria dei coloni e dei mezzadri per salvare la stabilità sul fondo e la «giusta causa», e perché sia posto fine ad ogni indugio o rinvio all’approvazione della legge Segni. Facciamo anche appello ai lavoratori delle altre categorie agricole, ai braccianti, agli operai, perché sostengano questa lotta, che è di tutti i lavoratori».
Se voialtri che leggete foste, per ipotesi, dei proprietari terrieri, vi sentireste minacciati nei vostri diritti di proprietà dalla crociata bandita dalla Federmezzadri, e per essa dai partiti socialista e comunista? Se lo fossimo noi dormiremmo tranquilli i nostri sonni «feudali». Sembra davvero di sognare leggendo le indecenti dichiarazioni dei pezzi grossi del social-comunismo, che certamente sono più disgustose delle esercitazioni verbali dei partiti concorrenti, i quali almeno non ‘tirano in ballo il feudalesimo. Si parte dal definire la mezzadria e l’affittanza alla stregua di «rapporti feudali», si chiamano alla lotta non solo le categorie interessate, ma tutto quanto il mondo del lavoro salariato, cioè i braccianti agricoli e gli operai industriali, per ottenere che cosa? Le abbiamo sottolineate le richieste fatte dalla Federmezzadri: stabilità sul fondo e «giusta causa». Non più. La guerra per una secchia rapita dai modenesi ai bolognesi aveva uno scopo certamente meno evanescente che le «istanze » e le «rivendicazioni» inventate dai buffoneschi campioni della demagogia fabbricavoti, tra i quali i dirigenti della Federmezzadri e per essa, della C.G.I.L. figurano in primissimo piano.
La lotta (a chiacchiere) dichiarata dal social-comunismo ai proprietari terrieri, ai famigerati agrari, non verte, dunque, sul loro diritto di proprietà, ma sulla facoltà di disdetta. Nella guappesca dichiarazione del segretario della Federmezzadri non si trova, infatti, una sola parola che possa essere interpretata come un lontano accenno alla tesi della espropriazione così cara ai socialisti riformisti alla Prampolini e alla Massarenti. Quello che la Federmezzadri chiede agli agrari non è affatto di scomparire come strato sociale, ma di usare un trattamento migliore ai mezzadri e agrari, che non certamente a caso il codice civile italiano considera «soci» del proprietario, come ha tenuto a ricordare Pietro Ingrao sull’Unità. Ma ciò significa conservare la proprietà privata della terra, significa allungare la vita sociale dei proprietari agrari. Dove va a finire, dunque, la campagna contro gli agrari?
Che fine fanno le famose «riforme di struttura»? Anche se fossero votate a Montecitorio le richieste dell’opposizione socialcomunista, contenute non a caso nel vecchio progetto di legge del democristiano Segni e riverniciate dall’on. Sampietro, anche in questo caso, nelle campagne italiane continuerebbe a sussistere la terna: proprietà, capitale, lavoro. Un radicale provvedimento riformistico sarebbe la soppressione del primo elemento: la proprietà, che fu invocato, non solo dai ricordati socialisti riformisti del primo anteguerra, ma addirittura dalla scuola fondata dall’economista borghese Ricardo. Ma da questo orecchio i deputati, e futuri candidati, socialcomunisti non ci sentono affatto, e il perché è intuitivo. Essi non amano passare per «rivoluzionari» (è così che il reazionario vede i riformisti), essi vogliono essere ammirati politicamente da tutti, per ottenere voti da tutti. Per la stessa ragione ottengono tutto lo schifo possibile da parte dei proletari coscienti.
La boiata del feudalesimo disdettatore
Dunque, stabilità sul fondo e «giusta causa»: ecco le richieste della Federmezzadri e, per essa, dei partiti socialista e comunista.
Ma chiunque abbia una visione non giuridica del mondo borghese, e della lotta di classe che vi si svolge, sa bene che, conservando l’istituto della proprietà privata della terra e quindi la classe di proprietari fondiari, tali rivendicazioni sono destinate a rimanere pii desideri. Perché? Per la ragione che il potere giudiziario non è affatto autonomo e neutrale nella lotta di classe, ma, al contrario, è un potere di classe, asservito cioè alla classe dominante e allo Stato.
È quindi assolutamente sciocco, trattandosi di deputati, truffaldino, compilare una serie di «casi» in cui la disdetta intimata dal proprietario sia legalmente giusta, cioè appunto una casistica di «giuste cause» che il proprietario possa invocare per motivare lo sfratto dato al mezzadro o all’affittuario.
Essendo delegato alla magistratura il compito di assodare se esista, nella vertenza accesa dal proprietario, una «giusta causa» la classe proprietaria parte con assoluto vantaggio, innanzitutto perchè è in grado di sostenere le esorbitanti spese giudiziarie che il piccolo colono tramortito di miseria non può assolutamente affrontare, e in secondo luogo perché la classe proprietaria, specie nelle campagne, è carne della stessa carne della magistratura.
I pagliacceschi paladini della lotta antifeudale nelle campagne! Per snidare i signori feudali dalle campagne, ove veramente imperavano (il che non avviene da secoli nelle campagne italiane) gente ben più salda che i nostri Pajetta, dovette erigere la ghigliottina. La Federmezzadri crede invece che basti qualche insonnolito pretore per mettere a posto gli agrari italiani, i quali di feudale non hanno, in qualche caso, che il cognome tramandato da principesche famiglie le quali si sono trasformate da tempo in proprietari borghesi del suolo.
E a questo punto il discorso cade necessariamente sulla balorda e bestiale confusione che gli strateghi di via Botteghe Oscure e i subalterni della Federmezzadri fanno tra le tipiche rivendicazioni di mezzadri e affittuari e gli obiettivi storici della lotta antifeudale, cioè della rivoluzione borghese nelle campagne.
Essi gabellano per «lotta antifeudale» l’agitazione cronica condotta e ispirata dai mezzadri e gli affittuari per ottenere di rimanere il più a lungo possibile sulla terra concessa in affitto dal proprietario, ma spacciando tale falso ideologico riescono soltanto a palesare la loro grassa ignoranza e malafede politica. Infatti, nessun regime di dominazione sulla terra tenne stabilmente legati alla terra i lavoratori| agricoli come riuscì a fare l’odiato feudalesimo. Forse che i servi della gleba sono creazioni sociali di altre società storiche oltre quella feudale? Pure gli scolari di quinta classe elementare lo sanno: i lavoratori della terra erano così «stabilmente» legati alle zolle natie del feudo che qualsiasi tentativo di evaderne era passibile di arresto e di tortura. Il signore feudale non «disdettava» i suoi servi, al contrario, somministrava fustigazioni e impiccagioni ai contadini che tentavano di sottrarsi al giogo. Quello che lo stato maggiore (da operetta) della Federmezzadri non sa è che la rivoluzione borghese, cioè appunto la rivoluzione antifeudale, si presentò ai servi della gleba come la «grande liberatrice», perché li rese «liberi» di abbandonare la terra e di emigrare nelle città ove si andavano formando gli eserciti industriali. Quello che i sullodati profeti della «lotta antifeudale» anno 1955 non sanno è che il diritto feudale non verteva sulla terra che il signore feudale riceveva in «investitura» dal sovrano, ma sibbene sulle persone dei servi che erano obbligati a lavorare gratuitamente la terra del signore o di versare ad esso una aliquota del prodotto. Fu la rivoluzione borghese, al contrario, a trasformare la terra arabile in merce negoziabile, soggetta a compravendita come una partita di scarpe o una manifattura, cosa completamente ignota al diritto feudale. La liberazione dei servi feudali dai ceppi che lo legavano al signore servì appunto ad allontanarli dalla terra che diveniva proprietà privata del borghese capitalista, il quale non stava più, nei confronti del lavoratore agricolo, nella posizione di «signore», ma in quella enormemente più ipocrita e feroce di proprietario della forza-lavoro del bracciante agricolo, che, insieme con la terra, era diventata anch’essa merce, Come si può allora pretendere di combattere contro le «sopravvivenze feudali» nelle campagne e propugnare contemporaneamente il blocco delle disdette? Somari e porci che siete, se volete l’abolizione del feudalesimo, e quindi la instaurazione di rapporti capitalistici nelle campagne, non potete volere che il regime delle disdette.
Perché? Ma per la ragione che fu appunto la rivoluzione dei borghesi a «disdettare» i servi della gleba, a scioglierli cioè dall’obbligo di rimanere legati alla terra. Il signore feudale che per ipotesi assurda avesse sfrattato i suoi servi, non avrebbe potuto rimpiazzarli con altri lavoratori, per la semplice ragione che, sotto il feudalesimo, non esisteva il bracciante agricolo, cioè il lavoratore agricolo che va in giro offrendosi penosamente di lavorare nell’azienda del grasso mezzadro (proprio lui) o del fittavolo capitalista che non è meno sfruttatore e succhiasangue dell’imprenditore industriale. Chi accampa diritti sulla terra e ha facoltà di «disdettare », cioè di licenziare il piccolo colono è il compartecipante e rimpiazzarlo con un altro, a condizioni strozzinesche, non è affatto uno spettro del feudalesimo, un sopravvissuto del medioevo: quello è un porco borghese che avendo comprato terra agraria preferisce non coltivarla da sé e l’affitta ad altri.
Allora la lotta contro i proprietari fondiari, contro i famosi agrari, non è affatto un aspetto della lotta antifeudale che giustifichi la alleanza dei proletari con la piccola borghesia. Essa è, al contrario, un aspetto fondamentale della lotta di classe del proletariato contro il capitalismo. E la lotta contro il capitalismo non si combatte, alla faccia di tutti i Di Vittorio e i Borghi di questo mondo, alleandosi con la borghesia. E’ qui che casca l’asino opportunista; è qui che si comprende perché i riformisti debosciati del social-comunismo, che neppure riformisti sono, tirano fuori la cretina crociata contro le «sopravvivenze feudali».
Essi hanno bisogno di truccare i proprietari fondiari da feudali, cioè da nemici reazionari del capitalismo, per giustificare le pastette parlamentari e gli intrallazzi ministeriali che combinano con i partiti borghesi. come fu il caso ieri della Esarchia e del Tripartito cattolico-social-stalinista. Forse che oggi la spudorata speculazione sui patti agrari non serve al P.C.I. e al P.S.I. per fare l’occhio di triglia alla smidollata sinistra democristiana e riproporre l’apertura a sinistra?!
Nell’agricoltura italiana che, prima ancora degli altri paesi capitalisti si sganciò dal feudalesimo e che, sicuramente, allo stato odierno nulla ingloba in sé che non sia capitalistico e borghese, una sola lotta di classe è reale: la lotta contro il capitalismo; e una sola rivoluzione è possibile: la rivoluzione anticapitalistica. Ma la lotta di classe diretta contro la dominazione borghese non si combatte ponendo in prima linea gli strati sociali la cui tendenza incoercibile è di sollevare se stessi al livello dei borghesi capitalisti. Non si combatte mobilitando gli interessi particolaristici di masse estremamente eterogenee e composite, quali sono nelle campagne, i mezzadri, gli affittuari, i coloni. Innanzi tutto, costoro non costituiscono una classe sociale, perché la loro natura sociale partecipa ibridamente alle tre classi fondamentali della società borghese: proprietari, imprenditori, salariati. Il piccolo colono coltivatore diretto che conduce la sua misera azienda impiegando la forza lavoro sua e della famiglia, per tenore di vita, si quota economicamente al di sotto delle categorie superiori del salariato industriale, ma non è esso stesso un salariato, di fronte al proprietario che gli concede strozzinescamente l’uso della terra. D’altra parte, non esiste una netta delimitazione giuridica e sociale tra il proprietario ed il grande mezzadro. perchè spesso sono – entrambi interessati nel capitale di esercizio dell’azienda tenuta a mezzadria. Sicuramente, poi, il proprietario e il fittavolo capitalista sono alleati contro il bracciante agricolo dal cui lavoro scaturisce il plusvalore che viene ripartito nella quota-profitto intascata dai fittavolo, versione agraria dell’imprenditore capitalista, e nella quota-rendita che viene trasmessa al proprietario del fondo.
È chiaro che, in barba a tutte le ideologie idiote che pretendono di scoprire residui feudali nelle campagne italiche, i proprietari di terra costituiscono la borghesia possidente delle campagne; ma non meno borghesi sono i grandi mezzadri e i fittavoli capitalisti i quali fanno lavorare la terra che gestiscono ai braccianti agricoli retribuendoli con salario: sono essi i capitalisti delle campagne, gli sfruttatori del lavoro salariato dei braccianti. Perché mai allora i braccianti agricoli dovrebbero allearsi con i loro sfruttatori, come pretendono i capi traditori della C.G.I.L.?
Una riuscita agitazione mezzadrile che danneggiasse i proprietari non si risolverebbe certamente in un miglioramento delle condizioni del bracciantato, ma sibbene rafforzerebbe il potere del capitale imprenditoriale agricolo. Per tale motivo, i mezzadri e gli affittuari richiedono l’aiuto e l’appoggio delle masse ‘bracciantili. Ma allorché il proletariato agricolo insorgesse contro i rapporti capitalistici, e quindi contro l’istituto del salariato, i borghesi della terra, i grossi mezzadri e i fittavoli capitalisti, automaticamente farebbero fronte unico con i proprietari fondiari e i capitalisti industriali delle città.
Al contrario i piccoli coloni parziari seguirebbero, in un generale movimento rivoluzionario del proletariato urbano e agricolo, il partito rivoluzionario, sebbene impiegherebbero del tempo per liberarsi della mentalità loro propria che li porta ad aspirare al possesso privato della terra.
Neppure la scusa di migliorare le condizioni di lavoro e di esistenza dei piccoli coloni vale a cancellare l’operato apertamente disfattista e controrivoluzionario dei capi socialcomunisti in materia di patti agrari. Non è la instabilità del rapporto di lavoro che fa l’infelicità del piccolo colono, benchè sia indiscutibile che il proprietario fondiario, manovrando l’arma della disdetta, riesce ad elevare la rendita affittando ad un nuovo colono la terra che il lavoro del colono disdettato avrà migliorato. Quello che immiserisce e abbrutisce il piccolo colono è la sua stessa condizione sociale che lo fa capitalista di se stesso su una misera briciola di terra, mentre le magre entrate che gli concede l’ésosità del proprietario lo mantengono spietatamente al livello di miseria del bracciante. La «giusta causa», sia pure quella a tempo indeterminato agognata dai demagoghi socialstalinisti non modifica affatto la sua condizione sociale, perché non abolisce certamente la maledizione del piccolo esercizio agrario ma soltanto gli dà l’illusione, destinata a ben presto dileguarsi, di essere tutelato dalla legge, dalla legge che la magistratura borghese dovrà applicare, contro gli arbitri del proprietario fondiario, che è lui stesso, insieme col capitalista imprenditore, la classe che «fa» e amministra la legge!
Il piccolo colono parziario, il compartecipante, possono liberarsi soltanto seguendo il moto rivoluzionario dei proletari delle città e delle campagne, che tenderà a spezzare le leggi mercantili e monetarie, cioè le leggi economiche capitalistiche, che imperano nell’agricoltura e vi creano la miseria e lo sfruttamento. Ma il proletariato non potrà assumere la sua funzione di guida rivoluzionaria finché si lascerà trascinare dal social-stalinismo in mostruose alleanze con la borghesia agraria, contro lo spettro ingannevole del feudalismo.
Russia e rivoluzione nella teoria marxista Pt.8
Parte II – Partito proletario di classe e attesa della duplice rivoluzione
L’avanzata del Capitale
Siamo al momento in cui i personaggi tradizionali devono aumentare di numero. Fino all’aprirsi dell’ottocento sono stati quelli di cui abbiamo tanto parlato, in un modello temario: nobiltà terriera, contadini servi, Stato dispotico. Modello diverso da quello del precapitalismo occidentale, che molti secoli prima aveva ammainato bandiera, e che si può dire, binario: aristocrazia e contadiname servo, con lo Stato politico e una amministrazione centrale assente. Quando questo si forma nettamente (già nel mille come Comune, mezzo millennio dopo come Nazione) gli è che è entrato in scena un altro personaggio sociale, la classe borghese, oppressa tuttavia, ed estremamente rivoluzionaria.
In Russia (ad ogni ripresa ci si vorranno perdonare le deliberate ripetizioni) quando la borghesia era ancora inesistente, era ben presente lo Stato centrale, come amministrazione finanziaria, militare, poliziesca, e come apparato economico e sociale agente nella produzione terriera. Questo il punto messo a fuoco, che abbiamo tentato di ridurre a fattori materialistici, stabilendo la tesi: in Russia abbiamo fattori originali, è certo, ma ciò non imbarazza il materialismo storico che tanti di tali rapporti ha chiarito nelle sue proprie luminose linee. Ad esempio la forma dello Stato comunale politico-artigiano non è stata conosciuta dalla Gran Bretagna, e fu anche quasi ignota alla Francia, mentre allignò potentemente in Italia, Fiandre, Germania occidentale; parimenti si è svolta una strada verso la generale odierna forma di produzione capitalistica. E – fermamente per noi – come strada al socialismo.
Il nuovo personaggio che viene sulla scena russa non lo possiamo definire come classe borghese, di una vitalità comparabile a quella dell’occidente, ed è più esatto definirlo come Capitalismo. Ineluttabilmente viene con esso sulla scena il suo contrapposto: il proletariato salariato.
Da ben più di un secolo è aperta una questione ardente. Ove la classe borghese non giunga ad essere quel protagonista della storia che è stata in Europa e in tutti i paesi poi occupati dalla razza bianca, a condurre le memorabili lotte sociali vittoriose che vanno dalle libertà comunali alle grandi rivoluzioni nazionali e alle grandi guerre di sistemazione dell’Europa, che non meno di quella americana furono vere guerre civili, creando fino al 1870 la platea mondiale del trionfante ordine capitalistico; ove questo atto del dramma non sia rappresentato, che ne sarà del compito storico della classe operaia (in essa compresi i salariati della agricoltura)?
Verrà questa ad una missione di primissimo piano senza il suo storico buttafuori borghese, che dalla nascita odierà e amerà, cui in tremende alternative ripeterà il disperato appello: nec tecum nec sine te vivere possum? Non posso, o borghesia, avanzare per altra via che per quella del solco fiammeggiante da te aperto nelle guerre civili che squarciarono il ventre della sacra Europa e nelle invasioni conquistatrici del pianeta, respirare senza la tua cultura e la tua tecnica; ma vivere non posso e crescere a vita vera senza smascherare la tua natura negriera, convellermi contro il tuo sfruttamento, ed infine travolgere le tue istituzioni e il tuo ordine, al cui avvento dedicai la vita di milioni di combattenti; e ciò dopo aver bruciato nell’agone teorico uno per uno i tuoi miti ed idoli, di cui bevvi con inesausta sete le suggestioni antiche.
Ancora modernissimi scritti osano contestare a Marx di avere visto a torto come solo costruttore della nuova storia il proletariato, e come portatore universale della fiaccola delle rivoluzioni moderne; e pretendono che un simile potenziale abbia, soprattutto nella zona orientale, la classe dei piccoli contadini. Appaiando a questa tesi storica quella economica che la linea della dottrina agraria di Marx sia stata smentita dal mancato concentrarsi del possesso della terra, laddove in Marx (se i lettori rammentano la nostra riesposizione ortodossa) questo compito, cui l’ordine borghese è impotente, si riserva al socialismo industriale, alla rivoluzione che fonderà in crogiuolo unico tutto lo sviluppato aziendismo (anche della terra), che tuttavia in nessun paese domina totalitariamente l’economia.
Gloria di Ottobre
Anche pervenendo alla tesi che il grande proletariato di Russia è fallito (perché a tanto è fallito il proletariato internazionale) al risultato di erigere la produzione e distribuzione socialista al posto della produzione e distribuzione di merci storicamente già instaurata dal capitale, la nostra tesi resterà che la rivoluzione di ottobre è stata una rivoluzione proletaria e non contadina o, con la detestata espressione, popolare. Molto oltre una vittoriosa definitiva rivoluzione del popolo sta una storicamente sconfitta rivoluzione della classe operaia; e questo fu per noi l’Ottobre. Rivoluzione condotta dalla classe operaia e quindi proletaria, e quindi socialista. Non chiamiamo solo rivoluzione socialista quella che fonda il socialistico modo di produzione, ma anche quella nella quale il proletariato, dopo avere abbattuti tutti gli alleati extraclassisti di precedenti fasi, conduce da solo e contro tutti la guerra civile: allo stesso titolo furono socialiste le rivoluzioni: del giugno 1848 in Francia, quando il proletariato tentò di strappare il potere a borghesi e piccolo-borghesi, e cadde nell’assalto disperato – del marzo 1871, quando quello stesso proletariato tolse il potere ai repubblicani demopopolari, per tenerlo tanto brevemente da non poter attuare la trasformazione economica, soccombendo alla confederazione controrivoluzionaria di tutti gli Stati e gli eserciti – dell’ottobre 1917, in quanto tutta la gamma dei partiti semiclassisti fu liquidata in un cielo quasi apocalittico, anche se l’esitare su questa strada del movimento internazionale aiutò il capitalismo internazionale a salvarsi, e così condannò il potere stabilito in Russia al triste destino di costruirvi il capitalista, non il socialista modo di produzione.
Anche in questo senso – come nell’altro egualmente basilare dello stroncamento della prima guerra imperialista e di tutte le alleanze imperialiste – siamo con Lenin. «Anche in questo caso, il peggiore tra tutti (che cioè l’imperialismo schiacciasse il potere sovietico russo, ha premesso Lenin, ed era allora il peggiore sicuramente perché il proletariato europeo combatteva ancora) la posizione bolscevica (di liquidare la guerra) sarebbe stata di grandissima utilità per il socialismo ed avrebbe promosso lo sviluppo della invincibile rivoluzione mondiale».
Sciaguratamente (ma logicamente per il materialismo storico) spogliati della possibilità di procedere verso l’economia comunista, la lotta per l’Ottobre e l’Ottobre restano la più grande vittoria e la fase più gloriosa della Rivoluzione Comunista Mondiale.
Lo sviluppo industriale
Abbiamo ad un richiamo di tesi già allineate fatto seguire una anticipazione delle conclusioni di arrivo, ed ora ci riportiamo in riga. Non è del resto la prima volta che facciamo il punto su un errore affiorato da qualche parte: dato che in Russia classe e partito proletario dovevano preoccuparsi della completa interferenza di due rivoluzioni sociali, e dato che di questa una sola, la capitalista, ha avuto svolgimento completo, deve dirsi che la vittoria del 1917 non fu vittoria comunista? Si dava così un sostegno a certe tesi, secondo cui Lenin, mente positiva sopra ogni altra abbia (con intenti di comunista) lavorato ad una vittoria demoborghese, ed a questa per lunghi anni mirato. La nostra assunzione è un poco complessa: il marxismo europeo ha visto bene la prospettiva russa – il marxismo russo l’ha vista altrettanto bene, lungo tutta la lotta dei bolscevichi, ha preso posizioni politiche giuste, sulla base di una giusta teoria: quanto oggi avviene ha condotto alla totale deviazione della dirigenza di quello che fu il partito bolscevico e ciò per conseguenza delle forze in gioco nei rapporti internazionali di classe, non perché la linea di prima del 1917 non fosse quella veramente rivoluzionaria. La visione di Lenin fino alla sua morte sulla dottrina della Rivoluzione russa nei rapporti con quella internazionale è la stessa del marxismo generale, ed è da noi accettata in pieno, seguita in questa trattazione e nell’ulteriore sugli sviluppi in Russia dal 1917 ad oggi.
Altra questione è quella della politica rivoluzionaria in Europa e nel mondo dopo la rivoluzione russa del 1917, quella che correntemente si chiama questione di tattica, e soprattutto in riferimento ai paesi di stabilito ordine capitalistico; sul quale argomento la divergenza della «sinistra italiana» prese a stabilirsi fin dal 1919, Lenin vivente. Vanno tuttavia su questo punto integrate bene le questioni di principio e il succedersi delle valutazioni sulla congiuntura …
E veniamo sul serio a bomba.
In tutti i classici testi sulle vicende russe, sia dovuti ai marxisti della russa età «aurea», sia ai successivi capi dello stato sovietico, vi sono ampi riferimenti agli indici che dimostrano l’avanzare, e in certe fasi l’irrompere, delle forme capitalistiche in Russia. La stranissima illusione dei fautori dell’eccezionalità e originalità della storia russa, che la produzione industriale moderna in massa potesse rimanere fuori dell’uscio, fu smentita tanto, che allo «sfondamento» della barriera la storia forzò a lavorare e zaristi e «comunisti».
Sono quindi di uso corrente le serie di cifre progressive che stanno a indicare (tenuto giusto conto delle varianti cifre di popolazione, e badando bene che spesso in tempi diversi si considerano territori diversi nell’enorme complesso dell’euroasiatico stato politico russo) l’aumento del bilancio statale, dell’aliquota di esso concernente le spese militari, della produzione industriale e delle popolazioni all’industria addetta, della lunghezza delle ferrovie. Ed altresì del debito statale interno ed estero, della bilancia commerciale, e così via.
Questi indici nella loro seriazione indicano che lo sviluppo è ingente e continuo, ma per intenderli va tenuto conto che essi non possono esprimere in modo diretto la maggiore o minore distanza «storica» da una completa forma borghese. Ad esempio la Russia zarista costruì una imponente lunghezza di ferrovie, e tuttavia Francia ed Inghilterra erano già compiutamente uscite dalla rivoluzione borghese quando non avevano ancora il primo chilometro di binari.
Le forme tecniche della produzione si diffondono prima delle forme politiche e giuridiche, e la Russia, paese in ritardo con l’uscita dal medioevo, non poteva, pure serbando rapporti giuridici e politici immutati, non risentire della evoluzione subita dalla produzione manifatturiera e dagli scambi nella vicina Europa. Prima ancora di allacciarsi ai paesi vicini collo scambio, un paese con diversa organizzazione sociale, ma che sia una grande potenza, si incrocia con essi ai fini degli stessi conflitti politici e militari. Lungo una immensa frontiera l’esercito zarista sarebbe stato messo in condizioni di inferiorità non solo per tutta la tecnica dell’armamento, ma soprattutto per i mezzi di dislocazione e le reti di trasporto alle proprie spalle; ed è noto che furono le guerre coi vicini a costringere gli zar a rinnovare la attrezzatura militare e a integrare la forza numerica delle loro armate con una adatta rete di ferrovie parallele e trasversali ai classici fronti di guerra a nord-ovest, ovest e sud-ovest. Se la classica strategia della terra bruciata che sarebbe stata, secondo la storia banale, la causa del declino di Napoleone, fu allora utile, in realtà essa era controproducente in un paese che aveva sì un territorio sconfinato, ma di questo la parte più ricca e produttiva proprio nella fascia a contatto col nemico.
Poche cifre essenziali
Furono dunque gli zar a far sorgere, in primo tempo attorno a Mosca, le prime industrie militari, e, prima che quelle metallurgiche quelle tessili che provvedevano le divise per la truppa. Sicché la prima industria non sorse come in occidente da un artigianato efficiente che a poco a poco concentrava gli operatori in gruppi organizzati da un privato gestore capitalista, in genere anche lui artigiano arricchito ovvero mercante e banchiere, bensì con investimento di danaro dello stato, che questo poteva accumulare non solo per le ordinarie vie fiscali, ma soprattutto dal margine della produzione agraria, dalla vera e propria rendita che gli proveniva dalla sua titolarità su circa metà delle terre date al lavoro dei servi e delle comunità locali tributarie.
Nella via classica dell’accumulazione capitalistica che Marx trasse dal modello inglese, le prime concentrazioni di capitale si fanno dal fittavolo rurale che coltiva le terre della nobiltà e poi del gran possesso borghese con mano d’opera di salariati, di agricoltori senza terra; e in genere dopo, questo capitale si investe nelle manifatture urbane.
In Russia una tale via non è assente, ma è in grande ritardo, dato che solo dopo la riforma del 1861 comincia timidamente a nascere una borghesia delle campagne, appaiono i contadini ricchi, i kulaki, che hanno parecchia terra ma solo in poche province più fertili sono alla testa di vere aziende che impiegano braccianti. I loro metodi di sfruttarnento dei contadini poveri e poverissimi sono esosi ma primitivi e in genere si adagiano sulla coltura parcellare, in piccoli affitti e in piccole mezzadrie con patti leonini.
È quindi lo stato che viene a capitanare l’accumulazione, come avrebbe potuto fare in Gran Bretagna un grande landlord (i casi non mancarono) che avesse fatto cassa coi suoi privilegi fondiarii investendo il denaro nelle industrie.
Le prime cifre che interessano riguardano quindi lo Stato. Nell’apposito paragrafo di questa seconda parte abbiamo dato cenno delle cifre dei bilanci, e dei debiti pubblici.
La progressione infatti di tutti questi indici, come già rilevato, tra il 1880 e il 1910 è impressionante, e fa sì che lo stato politicamente non capitalistico russo si metta in linea tra le potenze borghesi quanto a volume della finanza statale, del commercio estero, con cifre che, anche se riferite alla popolazione enorme, tuttavia non sfigurano.
A questo si è giunti con lo sviluppo della produzione industriale favorito dall’alto con tutti i mezzi fino alla vigilia della prima guerra imperialista. La Russia è uno dei paesi meno meccanizzati, ma il suo stato è uno dei più ricchi, come del resto il suo sottosuolo, che può esportare nel mondo ferro e carbone; come la sua agricoltura esporta grano. La riserva aurea dello Stato sorpassa prima della guerra i due miliardi di rubli oro, ossia oltre i mille miliardi di lire odierne, almeno.
Indici ferroviari
Nicola I già favoriva il sorgere di industrie con la liberazione di servi dei fabbricanti non nobili: nel 1837 si costruisce la prima ferrovia, e tra il ’43 e il ’51 la Pietroburgo-Mosca. La prima italiana è fatta dai Borboni nel ’39.
Dal 1881 al 1891 le ferrovie vanno da 21 mila a 31 mila verste (la versta è un chilometro e 66 metri). La grande industria conta già un milione di operai. A detta della storia ufficiale dell’attuale partito bolscevico l’industria in genere, che aveva 700 mila lavoratori nel 1865, raggiunse nel 1890, il doppio. Il commercio estero da 276 milioni di rubli del 1855 aveva raggiunto i mille. Con i 113 milioni di abitanti, il bilancio statale era nel ’92 verso il miliardo. Dal 1894 con lo zar Nicola II (ultimo) e il ministro de Witte l’ascesa continua, con un fermo indirizzo di economia di Stato. Nel 1899 è ultimata la transiberiana, e nel 1905 la rete è di 56 mila verste. Fu favorita la penetrazione di capitali stranieri, specie francesi e belgi, che esaltarono la resa della industria mineraria specie nel sud (Donetz). Nel 1899 la Russia prendeva il quarto posto mondiale nella produzione dei metalli ferrosi.
Non abbiamo bisogno di dare le cifre progressive della produzione di ghisa ferro ed acciaio, e poi di carbone e nafta. Le ferrovie sono alla fine del 1910 verste 61.600; al 1913, 63.000; nel 1917, all’inizio della rivoluzione ne erano in preparazione altre 14 mila verste, andando alle 77 mila.
La rete russa nel 1947 aveva raggiunto i 114.000 chilometri, che altra volta avemmo a citare per l’indice che ragguaglia i chilometri di ferrovia a cento chilometri quadri di territorio, uno scacco di dieci per dieci.
Un tale indice, che (da uno spunto preso da Engels) può dare una certa idea dello sviluppo capitalistico moderno, è per l’Europa di quattro chilometri: ma risulta di otto se dall’Europa togliamo la Russia europea. È di dieci in Inghilterra, di quindici in Germania. Negli Stati Uniti, per l’immensità del territorio, è di soli cinque chilometri (se lo riferiamo invece alla popolazione, abbiamo il massimo di 27 chilometri ogni diecimila abitanti, laddove in Germania sarebbero, con duecento abitanti per chilometro quadro, e ventimila sul nostro scacco di 100 kmq., solo sette e mezzo per diecimila abitanti).
Su tutto il territorio russo di ventidue milioni di chilometri quadri, i detti odierni circa 120 mila chilometri danno l’indice di 550 metri, poco più di mezzo chilometro: la Cina, dicevamo allora, ha, sebbene densissima, soli 150 metri.
Dato che circa 80 mila chilometri sono nei circa cinque milioni di chilometri quadri della Russia europea, deducevamo l’indice di circa un chilometro e mezzo, tuttora molto basso rispetto a quello medio europeo di otto. Se tuttavia teniamo conto delle popolazioni, l’indice russo in chilometri per diecimila abitanti verrà intorno a cinque chilometri (densità 30 ab. p. kmq.); mentre quello europeo, con densità 80, e 8000 abitanti sui cento chilometri quadri, che hanno otto chilometri ferrati, è di dieci chilometri per diecimila abitanti.
Oggi dunque lo sviluppo in Russia sarebbe la metà di quello medio del resto di Europa, mentre secondo il territorio ne sarebbe la quinta parte, se si parte dall’infittimento della rete di ferrovie.
Da questo confronto è facile risalire a quello con la Russia in fine dello zarismo, ossia prima della grande rivoluzione. Contiamo per metà le ferrovie in costruzione e avremo circa 70 mila chilometri in tutto lo Stato. In proporzione erano circa 50 mila nella parte europea, con l’indice per superficie di un chilometro e l’indice per popolazione (assunta di 125 milioni) di quattro chilometri.
Quale grado di sviluppo moderno, alla stregua di questo schematico dato, aveva dunque allora raggiunto la Russia zarista? Esso era pari al 40 per cento di quello occidentale, con l’indice per popolazione, e a solo un ottavo in rispetto al territorio.
Vogliamo fare un tale confronto con l’Italia a dati attuali.
Col territorio di circa 300.000 kmq. l’Italia ha oramai 48 milioni di abitanti, colla densità 160. Le ferrovie sono 22 mila chilometri. Abbiamo dunque 7,3 chilometri di ferrovia ogni cento chilometri quadri. Indice poco sotto l’Europa non russa.
Per ogni diecimila abitanti abbiamo chilometri 4,6. Esso è notevolmente al di sotto di quello europeo odierno di dieci.
Se quindi vogliamo dare peso all’indice di secondo tipo avremo che esso, in un paese di avanzato capitalismo (Stati Uniti), raggiunge 27.
Nella Europa centroccidentale è 10.
Nella attuale Russia Europea è 5.
In Italia è 4,6.
Nella Russia europea al momento della rivoluzione era 4.
Sotto questo sommario punto di vista, lo sviluppo economico della Russia nel senso capitalistico equivaleva, alla caduta degli zar, quasi quello dell’Italia attuale e probabilmente quello dell’Italia della medesima epoca.
Molto più sfavorevole sarebbe alla Russia sarebbe il confronto se si prendesse il primo indice, ferroviario-territoriale.
In effetti un paese più esteso ha bisogno, a parità di dinamica dei trasporti, di maggiore lunghezza ferroviaria: a parità di tonnellate prodotte e trasportate dalla produzione al consumo, avrà bisogno di impiegare più tonnellate-chilometri, ossia di spendere di più per carbone ed altro. (In effetti il carbone costa in Russia meno che in Italia, e così la nafta, facendo il pari della forza elettrica).
Ma anche l’Italia è un paese lungo, se non spazioso, ed entrerebbe in gioco la configurazione complessiva.
Non filosoferemo dunque più su questo aspetto del confronto, limitandoci a dire che il capitalismo era palesemente penetrato in Russia, a dispetto di quelli che pensavano potesse restare estraneo, almeno tanto, quanto è fra noi a deliziarci in questa borghese vezzosa Italia.
Volumi della produzione
Ripetiamo che non è il caso di addentrarsi nel mare di cifre che cercano la temperatura, il potenziale industriale nella quantità di merci prodotte, nel loro valore, e nelle aliquote di tali grandezze date in ragione del numero degli abitanti, anno per anno, in lunghi periodi. Ai paragoni tra tali dati, anche in testi accurati, fanno anche ostacolo le esatte relazioni tra unità di misura, da cui vengono talvolta grossi equivoci, soprattutto per la diversa importanza della moneta non solo da luogo a luogo ma nel corso del tempo.
Si sogliono considerare indici decisivi le quantità della produzione di ghisa-acciaio, di carbone, di petrolio, il numero di fusi delle industrie tessili e così via.
Nel caso russo non abbiamo un’industria che per essere proprio giovanissima, ha dovuto rincorrere quella di altri paesi. Tale è stato ad esempio quello del Giappone. L’industria russa, specie estrattiva, è antica, ha proceduto a rilento, è stata sopravanzata dalle altre dei paesi avanzati del mondo, e a un certo tempo ha preso la rincorsa.
Ad esempio nel 1725 la Russia produceva più ghisa che l’Inghilterra, sebbene in questa le industrie manifatturiere, soprattutto la tessile, fossero in pieno rigoglio. Sotto Caterina II nel 1795 la Russia era avanti a tutto il mondo per la produzione di ghisa, ferro, rame. Tuttavia le quantità di quei tempi erano basse: 150.000 tonnellate di ghisa nel 1767, che crescevano lentamente, tanto che dopo un secolo, nel 1865, secondo certi dati, erano solo raddoppiate. Ma poi la corsa si accelera: nel 1896 eravamo a circa un milione e mezzo di tonnellate; nel 1905 a 2 milioni e mezzo. (È bene avvertire il lettore che consulti il «1905» di Trotsky nella edizione I.E.I. di Milano, che le cifre date in milioni di libbre derivano da errore nella traduzione dell’unità di misura: la libbra inglese ammessa in Russia è gr. 0,454, e questi dati vanno moltiplicati circa per 30). Ma già a questo punto il primato se n’è andato da tempo: nel 1906 la Russia è a circa 3 milioni di tonnellate, ma l’America è a 14, l’impero britannico a 9, l’Europa centrale a 15. Tuttavia l’ascesa continua: nel 1913 la Russia dà 4 milioni e mezzo.
Si stima ad esempio che oggi la Russia produca oltre 300 milioni di tonnellate di carbone contro il doppio degli Stati Uniti, poco meno in Inghilterra, 150 mila circa nella Germania ovest.
Questo può dare una certa idea della intensità di industrializzazione dopo la rivoluzione, ove si pensi alle cifre antecedenti: circa 14 milioni nel 1898, 19 milioni nel 1905, 36 milioni nel 1913.
Osserviamo ad esempio che, per le cifre del 1905, contro 19 milioni in Russia si estraevano in America ben 250 milioni di tonnellate: quindi in mezzo secolo mentre l’America ha all’incirca raddoppiata la sua potenzialità, la Russia, pur senza raggiungerla, ha reso la propria quindici volte maggiore.
Non ci interessa ancora qui il tema della evoluzione economica russa dopo il 1917, ma quello dello sviluppo antecedente, della accelerazione con la quale il modo di produzione capitalistico invase l’impero degli zar, facendo saltare l’involucro di potenza sotto il quale i mugik avevano mille anni dormito, né da soli mai si sarebbero destati.
Confronto internazionale
Quale dunque il ritmo della progressione industriale in Russia e fuori? Nei dati aggiunti dall’economista Varga all’Imperialismo di Lenin vi è un diagramma dell’evoluzione industriale dal 1860 al 1913 molto interessante, salvo i soliti dubbi sul rigore di questi raffronti. Sono indicati gli incrementi annui percentuali della potenza industriale: la media mondiale sarebbe il 3 e mezzo per cento e quindi in cinquant’anni il capitalismo avrebbe aumentato nell’industria come da 100 a 550: il risultato ci sembra scarso.
Comunque, mentre in quel periodo le già industrializzate nazioni inglese, francese, belga, procedono a ritmo inferiore a quello mondiale, più rapide sono, ed è logico, Germania ed Italia, e poi, appaiate, America e Russia, che procedono al grado del 5 per cento annuo, superate solo da Finlandia, Canada e Svezia, paesi in materia anch’essi «inseguitori». Col 5 per cento «composto» si va da 100 a 1150.
Nel periodo successivo 1913-1928 l’incremento annuo mondiale è solo il due e mezzo per cento (ed è logico, se influisce la fase della prima guerra universale, per oltre quattro anni su quindici). In questo periodo gli Stati Uniti scendono al 3 per cento, mentre l’Inghilterra si ferma (?); fila, coll’8 per cento annuo, un poderoso nuovo arrivato: il Giappone.
E la Russia? La cosa interessante di questo audace diagramma, che crediamo non pretenda dare un’idea del ritmo dell’accumulazione (sarebbe assai controproducente ai fini della teoria di Marx, di cui Varga si assume seguace: e vedi nel rapporto nostro di Asti il confronto tra le velocità di sviluppo economico dedotte dalla nostra teoria, e da quella americana della scuola del benessere) è che, nei nuovi dati di Varga, dopo la rivoluzione tutti i quadri statistici IGNORANO LA RUSSIA. Il piccolo gracchiante economista aulico sovietico non è fesso: intento a dimostrare, coi dati del periodo successivo a Lenin, che persistono gli indici dello sviluppo imperialista del capitalismo, omette quelli russi, perché darebbero a loro volta questa precisa incontrovertibile dimostrazione.
E se teniaino conto dell’avanzata nella produzione del carbone (come dei minerali ferrosi, del petrolio e così via) possiamo indurre che in cinquant’anni la produzione è divenuta quindici volte maggiore. Questo significa salire da cento a millequattrocento, che col calcolo maccheronico rappresenta il 28 per cento annuo, e matematicamente il cinque e mezzo per cento all’anno: indice congruo a quelli – giusta Varga – del capitalismo ad acceleratore premuto.
L’industrializzazione della Russia non è dunque il primo esempio della costruzione del socialismo – che sarà l’opposto di una corsa alla catastrofe – ma un altro classico esempio di avanzata capitalistica.
Se dopo la prima guerra mondiale l’indice progressivo nel mondo capitalista è calato da tre e mezzo a due e mezzo, ciò vuol dire che la guerra ha agito come valvola di sicurezza contro la ipertensione accumulatrice.
Mentre l’Inghilterra tra il periodo «pacifico» e il «dopoguerra I» (posto che questo finisca con la crisi del 1929, e segua una altra fase, l’anteguerra II) sarebbe scesa da due e mezzo a zero (è da fare qualche riserva) – l’America è calata dal cinque al tre, ma la Russia invece è salita dallo stesso cinque al cinque e mezzo! E bisogna notare che nel cinquantennio considerato per trovare tale indice sono comprese due guerre mondiali e la rivoluzione: il vero indice è ancora piu alto se togliamo gli anni di stagnazione e ripiegamento. Come andrebbe lo stesso calcolo per gli Stati Uniti, tra il 1905 e oggi? Il carbone, appena raddoppiato o poco più, dà un tasso di incremento inferiore al due per cento, la ghisa, andata da 14 milioni di tonnellate a una sessantina, non arriva al tre per cento. In effetti l’Inghilterra dà indici assai bassi. Il Giappone ha fatto seguire ad una strepitosa avanzata una ritirata grave.
Il lettore ha indubbiamente inteso come questo indice di medio aumento da un anno al successivo non dipenda dalla popolazione. La massa della produzione russa nei vari settori non raggiunge ancora quella statunitense malgrado la maggiore popolazione (tuttavia con rapporto minore di cinquant’anni addietro). In realtà non tutta la Russia è oggi industrializzata.
Ma la conclusione resta che nel mondo odierno la Russia è al primo posto per velocità di avanzata del modo capitalistico di produzione; indice massimo per la diagnosi di imperialismo nel senso di Lenin. Questo fenomeno è, al tempo stesso, fenomeno rivoluzionario, come Lenin stesso stabilì. Ma in esso, e non nella costruzione del socialismo (il cui procedere avrà ben diversi diagrammi e indici), sta il risultato ripercosso del Grande Ottobre.
La statistica delle imprese
Questo altro indice è forse ancora più difficile da seguire, per la complicazione dello smistamento delle aziende in grandi, medie, piccole, che finiscono col disperdersi in forme semicapitaliste-semiartigiane. D’altra parte, per la legge delle concentrazioni, gli scaglioni più alti per numero di dipendenti sono poi più bassi per totale di dipendenti e quindi per totale di prodotti e loro valore.
Secondo alcuni testi la Russia del 1725 avrebbe avuto solo 233 fabbriche, secondo altri tra 100 e 200. Nel 1767, con la popolazione di appena 25 milioni, sarebbero state tra 650 e 700. Nel 1795, duemila: un terzo di esse apparteneva a nobili. Altra notevole parte allo Stato stesso: ultima ad industrializzare è la poco rilevante borghesia. Nella prima metà dell’800 è il capitale straniero che è chiamato a fondare industrie: il tedesco Knopp importò le macchine per ben 122 filature in dieci anni. Secondo altri dati, dal 1865 al 1900 le fabbriche si sarebbero quadruplicate, al 1906 più che sestuplicate (anche da queste cifre il tasso di aumento nel quarantennio risulta circa 4 e mezzo per cento).
Una statistica data da Trotsky indica, al 1905, circa 35 mila aziende, ma quelle con oltre 50 lavoratori sono soltanto 6300.
Altre cifre renderebbero forse le cose non chiare. Ma quelle che veramente interessano sono appunto le caratteristiche singolari del crescere dell’industrialismo in Russia.
È il potere centrale l’artefice del movimento industrializzatore. Pietro il Grande (non dunque a torto il presente regime russo si orienta alla esaltazione di antiche glorie nazionali, che sembrano costituire indirizzi tradizionali dell’economia!) nel 1720, fra altre riforme sociali che riordinano dall’alto gli strati della società rurale ed urbana, estende agli industriali il privilegio nobile di tenere servi. Analogamente erano servi i lavoratori delle fabbriche di Stato, nei monopoli (sale, potassa, resine, tabacchi) e nelle officine e arsenali militari. Principio dunque del lavoro manifatturiero coatto, della deportazione di lavoratori dalla gleba alla manifattura. Feudalismo di Stato, industrialismo di Stato. Qui forse le radici del socialismo fasullo?
I nobili possedevano, su dono degli zar, non migliaia di dessiatine, ma migliaia di servi, cui la legge vietava di possedere terra. Un favorito di Elisabetta II (1746-62) giunse ad averne 120 mila! La grande Caterina, poi, nel 1764, chiuse 242 conventi su 413, fece murare vivo un arcivescovo che protestava, e passò il milione di servi di quei conventi allo Stato. Non per niente aveva un debole per Voltaire … e andò ben oltre le leggi successive dei liberali occidentali contro le congregazioni religiose e la manomorta.
Tuttavia, sempre allo stesso fine dello sviluppo di una potenza manifatturiera si invertì poi la politica economica del lavoro forzato. Si avvicinava l’esigenza dell’emancipazione rurale, tutt’altro che uscita da una pressione di masse contadine, di cui rovinò, come sappiamo, le condizioni materiali. Nicola I nel 1832 creò una classe di onorevoli borghesi. Nel 1840, autorizzò per legge i fabbricanti non nobili che avevano operai servi ad affrancarli. Si imponeva la superiorità tecnica di usare manodopera libera.
Con tutta questa catena di provvedimenti di autorità, l’industria russa nasce come grande industria: la sua concentrazione, come Lenin e Trotsky dimostrano molte volte, non solo è pari ma molto superiore, nella seconda metà e fine dell’ottocento, a quella di paesi europei avanzati come Belgio e Germania.
Essa non sorge come in occidente inghiottendo un vasto artigianato, ma invece crea e incoraggia indirettamente nelle città una industria minima e artigiana.
Tuttavia a breve distanza dalla grande rivoluzione questo apparato produttivo, in un paese che va verso i 150 milioni di abitanti, è ancora molto indietro rispetto ai paesi del classico capitalismo «liberale».
Trotsky ci fornisce un dato sintetico, la cui analisi non è qui il luogo di ricostruire. Nel 1900 le industrie russe producevano merci per due miliardi e mezzo di rubli contro i 25 miliardi degli Stati Uniti! Eppure questi avevano allora 75 milioni di abitanti, quindi l’indice per persona era venti volte maggiore.
Pensiamo che oggi tale indice, come altri relativi al ferro, al carbone, ecc. non sia lontano, e siano al più doppi negli Stati Uniti rispetto alla Russia. Difficile dare i valori in congrue unità monetarie del totale dei manufatti in un anno: assumiamo che negli Stati Uniti sia più che doppio di allora e – forse – più che doppio che nella Russia attuale.
In altra esposizione tenteremo di sondare l’equazione: Russia 1950 uguale America 1900. Rapporto quantitativo tra analoghe qualità. Bel cambio della guardia.
Composizione della popolazione
In questa schematica presentazione del corso del capitalismo in Russia, come numero e potenza di imprese, reti dei trasporti, volume della produzione delle cosiddette industrie chiave, è tempo di venire al contropersonaggio che il capitale chiama sulla scena con sé: la classe operaia, che faticosamente si enuclea da una popolazione immensa e diversa, complessa oltre ogni dire negli ingredienti che la costituiscono sia per razza e lingua che per schieramento sociale. «5,4 milioni di chilometri quadrati in Europa, 17,5 in Asia, 150 milioni di abitanti. Su questi immensi spazi, tutte le epoche della umana civiltà: dallo stato selvaggio e primitivo delle foreste settentrionali, dove ci si nutre di pesce crudo e dove si prega davanti a un pezzo di legno, fino alle nuove condizioni sociali della vita capitalista, in cui l’operaio socialista si considera partecipante attivo alla politica mondiale e segue attentamente gli avvenimenti nei Balcani o i dibattiti al Reichstag. L’industria più concentrata di Europa, basata sulla agricoltura più arretrata. La macchina governativa più potente nel mondo, che utilizza le conquiste del progresso tecnico per ostacolare il progresso storico del suo paese …». Chi meglio di Trotsky poteva dirlo?
Le cifre che vogliono indicare la numerica potenza del proletariato sono a loro volta difficili a paragonare nei vari tempi, se si comincia da servi di offícina e si va a finire a moderni proletari, comprendendo a volte solo le grandi fabbriche, a volte le piccole aziende, a volte minuti lavoratori tra salariati e stipendiati. Ma anche qui il continuo progresso è evidentissimo.
Abbiamo già citato le cifre di 700 mila proletari nel 1865 (su forse 70 milioni di abitanti) e 1.400 mila nel 1892 (su 113 milioni). Nel 1900, con la popolazione di oltre 120 milioni, si parla (Storia del Partito bolscevico) di 2.800 mila di cui 2.200 mila nei soliti 50 governatorati della Russia d’Europa. La sintetica presentazione di Trotsky ci indica tutti i lavoratori di ambo i sessi in ben 9 milioni e più al 1897, ma di essi solo poco più di 3 milioni sono operai dell’industria grande e piccola, 1 milione lavoranti a giornata e semiartigiani, oltre due milioni domestici, portieri e garzoni, e infine quasi tre milioni agricoli o lavoratori della caccia e pesca di cui consideriamo che solo una parte minore fosse di veri salariati. Queste sono le cifre della «popolazione attiva» a cui bisogna aggiungere i componenti improduttivi delle rispettive famiglie. Occorre che la popolazione non attiva sia considerata circa quadrupla, e quindi di 38 milioni per convalidare la valutazione di Troisky (che ci pare senz’altro eccessiva, tanto più al 1897) che il proletariato sia oltre un quarto della popolazione. Più attendibile è certo il rapporto che dà Lenin per la stessa epoca, 1/6 di popolazione industriale contro 5/6 di agricola.
In tale materia le contraddizioni del resto dipendono dai criteri che vengono applicati, e nel seguito ci serviremo di una analoga analisi fatta per vari paesi all’inizio del rapport alla riunione di Asti. Nel selezionare tra la parte di popolazione che risponde al modello capitalista «puro» e la massa delle classi «spurie», ossia unendo al proletariato le bassissime cifre di datori di lavoro e proprietari fondiari non lavoratori, indicammo per l’Italia 1/3 e 2/3 circa; considerammo che il massimo in Gran Bretagna è circa metà e metà. Con le cifre che si possono avere dell’U.R.S.S. quale la si considerava dall’estero nel 1926, l’indice di purezza era molto basso, la parte industriale della popolazione solo il 15 per cento. La produzione capitalista rappresenta ancora una piccola parte della società russa.
Non solo la Russia è capitalista, ma ha ancora molto cammino davanti a sé per divenirlo non in toto, ma nella rata dell’Occidente.
Appunto per questo la sua corsa all’accumulazione tiene il massimo ritmo nel mondo capitalista di oggi. Ma la rivoluzione che veramente sia internazionale può, anche allo stato attuale delle cifre, stroncare il vecchio capitalismo in Occidente e il giovane in Oriente, impedire loro che sconciamente coesistano.
Sono i conti «politici» che tornano diversamente.