Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Il Partito Comunista 24

Il potente movimento di scioperi dei proletari di Polonia preannuncia la ripresa generale del moto di classe

Venerdì 25 giugno gli operai polacchi si sono ribellati, con un potente sciopero generale, ai provvedimenti di rialzo dei prezzi dei generi alimentari, disposti dal governo «popolare e socialista». Il movimento di sciopero, iniziato nella fabbrica di trattori URSUS e nella fabbrica di armi «Generale Walter» di Radom, città a 200 chilometri a Sud di Varsavia, si è esteso in un batter d’occhio a tutto il paese. Il governo ha circondato con la milizia popolare alcune fabbriche e a Radom due operai sono caduti sotto la mitraglia statale, altri sono stati feriti in violenti e sanguinosi scontri con i poliziotti, i quali hanno avuto molti feriti. Arresti e condanne sommarie hanno colpito circa trecento operai. La repressione statale continua contro i «provocatori e teppisti», secondo l’espressione ormai in uso presso gli spregevoli gerarchi del regime polacco.

BALTICO – DICEMBRE 1970

Al grido di «Pane!» gli operai dei cantieri navali e delle fabbriche delle città baltiche di Danzica, Stettino, Gdynia, Sopot e Sinpsk, entrarono in sciopero. Anche allora la causa fu l’aumento del 30 per cento dei prezzi dei generi di prima necessità. La risposta del falso Stato socialista furono i carri armati, la mitraglia, la repressione sanguinosa, la persecuzione poliziesca. Ma la repressione non vinse. Il governo dovette annullare gli aumenti dei prezzi. I massimi dirigenti del regime, tra cui il «destalinizzatore» Gomulka, furono liquidati e sostituiti da nuovi carognoni, tra cui l’attuale Gierek, nel tentativo di riacquistare una certa rispettabilità presso gli operai. La rivolta fu domata, ma il governo dovette abbandonare l’offensiva economica. Anzi, i salari furono lievemente migliorati, sebbene alle richieste dei «Comitati di agitazione» operai delle fabbriche in lotta di ridurre le distanze tra i salari e gli stipendi dei dirigenti, il governo rispondesse che tale rivendicazione era «illusoria, demagogica, irreale, sconfinante nell’egualitarismo anarcoide». Il falso partito operaio polacco dichiarò che «l’economia polacca ha bisogno di rapidi effetti economici, realizzabili solo attraverso un miglior lavoro ed aumentando la produttività. È’ indispensabile – sosteneva già allora il signor Gierek – quindi, nelle fabbriche l’ordine, la disciplina, la calma, da mantenere a tutti i costi. Bisogna finirla con la politica del guanto di velluto», mentre si prometteva di eliminare le cause politiche, che venivano ricondotte alla incapacità dei dirigenti politici destituiti, di potenziare i collegamenti democratici con il popolo.

CONDIZIONI ECONOMICHE E SOCIALI

Un comunicato del governo ha tentato di spiegare e giustificare la «indispensabile necessità» dei provvedimenti economici nel fatto che «la produzione agricola non ha seguito l’aumento della domanda» e che la «decisione è stata presa dal governo per ottenere un necessario adattamento della domanda dell’approvvigionamento di prodotti alimentari, soprattutto della carne, alle possibilità reali del mercato, come pure alla necessità di adattare la scala dei prezzi al dettaglio e quindi la struttura del consumo alle esigenze di sviluppo della nostra economia. Finora – continua il comunicato – i prezzi di una grande quantità di prodotti alimentari non coprivano i loro costi di produzione e perfino in certi casi l’acquisto di fertilizzanti. Di conseguenza, l’equilibrio doveva essere ristabilito per mezzo di sovvenzioni dello Stato. Le somme intese a colmare questo deficit erano sottratte allo sviluppo dell’economia polacca alla sua modernizzazione».

Come risultato del lungo periodo di «destalinizzazione» non c’è male: vengono ripetute le stesse ragioni con le stesse parole del 1970. Anzi, per le canaglie di Rinascita (2 luglio ‘76) il «popolo» polacco vivrebbe «al di sopra dei propri mezzi», come dire che gli operai polacchi guadagnerebbero troppo e che bisogna ritornare alla «realtà»! Guarda caso è la stessa solfa che viene intonata dai pagliacci italiani ogni volta che gli operai si approsimano alle scadenze contrattuali. Che l’economia polacca sia «arretrata» rispetto ai paesi superindustrializzati, che soffra, tra l’altro, di una conduzione della terra particolarmente parcellizzata, non spiega i bassi salari degli operai industriali, né lo schiacciamento delle condizioni vitali del proletariato polacco, come, se potesse esistere una più potente struttura industriale, gli operai godrebbero un trattamento migliore. A questo argomento tipicamente grande-borghese la risposta più persuasiva la danno gli scioperi e le lotte operaie negli stati industrializzati, prima che i partiti opportunisti sostenessero e condividessero i singoli paesi capitalistici il potere e ciò, malgrado, non mancano esempi frequenti, come nella esemplare Inghilterra, di importanti scioperi. Meraviglia, semmai, che in Polonia, sotto il dominio del partito socialtraditore, lo Stato debba comprimere la condizione operaia e ricorrere alla violenza per «convincere» i proletari. Meraviglia, semmai, che la dittatura proclamandosi «socialista» e «popolare», instauratasi in nome del popolo, come forma del «socialismo in un solo paese», non sia riuscita a soddisfare i bisogni elementari dei lavoratori, dopo trent’anni di gestione del potere!

Tutti gli Stati mirano a costruire un «socialismo nazionale», e Hitler non esitò, capita la lezione stalinista, a denominare il regime tedesco della sua epoca «nazionalsocialismo»; anche la borghesia francese denominò il suo governo di «Fronte popolare», e quella italiana etichettò il suo regime «Repubblica sociale», quella di Salò. Questo «nazionalsocialismo», nelle diverse forme, che per la borghesia grande e piccola significa potere senza scosse, controllo sulla propria porzione nazionale di lavoro «sociale» e quindi di profitto, da un lato è l’illusione delle semiclassi che sognano di godersi tranquillamente la ricchezza prodotta dal lavoro salariato, senza che nessuno osi attentarne la sicurezza, dall’altro è la condizione ideale per sfruttare e comprimere la classe operaia «nazionale». A questo «ideale» nazionale, che in tempi normali ogni Stato si guarda bene di manifestare inneggiando all’«internazionalismo», al commercio «senza frontiere», alle varie e effimere «comunità» regionali, ecc., si sovrappone l’«ideale» internazionale di un consesso di Stati in cui ciascuno sia libero di amministrare il proprio proletariato, senza che altri ne alteri l’efficienza e che tutti solidarizzino in questa «storica» missione mi senza farsi sgambetti. Il fatto gli è che il regime capitalista, che informa, le economie di tutti i paesi «civili», è il regime in cui le contraddizioni sociali sono portate alla massima acutezza e in cui gli interessi delle classi superiori avrebbero, invece, bisogno per il maggior sfruttamento del lavoro salariato che queste contraddizioni tacessero o almeno fossero attenuate.

Lo Stato polacco è costretto a vegliare su un paese in cui i contadini non solo costituiscono un terzo della popolazione ma detengono il monopolio dell’economia agraria. Dopo trent’anni di riforma agraria, lo Stato è costretto a sovvenzionare le aziende contadine, allo stesso modo della incomparabilmente più potente agricoltura USA o della RTF. Ciò significa che, per grande che possa essere lo sviluppo produttivo e tecnico, cioè capitalistico, le forme capitalistiche sono incompatibili con lo sviluppo sociale. Questo smaschera la pretesa che più capitalismo significhi più benessere. Infatti, nei paesi industrialmente più evoluti i prezzi delle derrate alimentari sono alle stelle e la classe operaia è obbligata a consumare tutto il suo salario per la sussistenza, allo stesso modo che nei paesi meno evoluti. Ma questo significa anche che i contadini vedono nello Stato il loro protettore. Infatti, sia durante la rivolta del ‘70, che in quella del giugno ‘76, i contadini sono stati dalla parte della repressione antioperaia assieme alla piccola borghesia urbana.

Per procedere verso una industrializzazione accelerata lo Stato polacco ha dovuto attingere capitali fuori del «socialismo» del proprio paese e segnatamente dal capitalismo dei paesi finanziari più forti, soprattutto dall’«odiata» Germania ovest. Si calcola a 6000 milioni di dollari il debito estero dello Stato polacco. Così la fanfaluca dei due semi-mercati mondiali inventati da Stalin, quello «socialista» e quello capitalista, viene spazzata via assieme a quella del «socialismo» polacco.

Oltre all’imbecillità criminale di Rinascita, sopra citata, l’Unità del 2-7 riporta alcuni passi di un’intervista di Papeska, vice-presidente dell’Ufficio di pianificazione, che, dopo aver ammesso l’indebitamento «con l’Occidente», l’influenza congiunturalmente determinante della «crisi capitalistica» e le due ultime annate di scarsi raccolti, ci racconta che «è aumentato di 17 chili in cinque anni il consumo della carne pro-capite», qualcosa come 50 grammi scarsi al giorno a testa, ignorando questo socialista dei nostri stivali che la capacità d’acquisto del salario è di gran lunga inferiore a quella delle altre classi. Papeska confessa finalmente che «in cinque anni siamo passati da 20 miliardi di zloty a 100 miliardi» di sovvenzioni ai contadini, ma che, tuttavia, «sono calati anche gli investimenti privati nelle campagne e vi è stato un fenomeno di fuga». In parole spicciole, alcuni contadini non hanno seminato ed altri hanno addirittura abbandonato la terra. Non risulta che per questo i contadini siano stati mitragliati o incarcerati. Ma al solito il funzionario polacco fa di ogni erba un fascio e non riesce a distinguere tra contadini poveri e senza o con poca terra a scarsa fertilità e contadini medi e ricchi. E non distingue perché sarebbe costretto ad ammettere la natura di classe del regime polacco, che poggia appunto su una economia di mercato di tipo capitalistico sulla quale fioriscono interessi di classi non proletarie. Parlare di contadini in generale significa nascondere la reale struttura delle campagne. Lenin e noi, giustamente, discriminiamo tra contadini e contadini e per quanto riguarda le famose sovvenzioni questa differenziazione è di capitale importanza. Le aziende contadine con terre più fertili producono a costi più bassi e incamerano una differenza attiva maggiore delle aziende a più bassa fertilità. Lo stesso si verifica per le aziende con superficie più grande a parità di fertilità. Siccome le sovvenzioni statali non tengono conto dei costi individuali, per azienda, ma delle quantità di derrate prodotte, ciascuna azienda riceverà in relazione al prodotto e riceverà, tanto più quanto più è la quantità prodotta. Le grandi aziende ne beneficeranno più delle piccole. Così si spiega che le aziende «povere» diventano sempre più povere perché i contadini sono costretti ad abbandonarle, e quelle ricche potenziano la loro capacità nei confronti dello Stato. Così il funzionario Papeska spiega le ragioni del provvedimento governativo del rialzo dei prezzi dei generi alimentari: «Il deficit con l’estero del bilancio impediva di aumentare le sovvenzioni e l’unica strada rimasta era quella di riequilibrare il mercato ristabilendo i prezzi ad un livello reale, tenuto conto anche che il tenore di vita dei lavoratori si era nel frattempo elevato sensibilmente». Il problema, cioè, che angoscia lo Stato polacco non è la condizione operaia ma in quale modo proteggere i redditi dei contadini. Non potendo fare più debiti con l’estero, non resta che riportare i prezzi al loro livello «reale», vale a dire farli crescere sinché non consentano un profitto alle aziende agricole. Per la classe operaia significa pagare le derrate alimentari molto di più, circa il 60%, come aveva deciso il governo «popolare» e contadino, riducendosi il potere reale del salario. Continua l’intervista: «Questa decisione renderà così possibile il rialzo dei prezzi di acquisto ai contadini (come volevasi dimostrare!) per i prodotti agricolo-alimentari e ci permetterà di continuare sulla strada dello sviluppo economico deciso nel 1970 che, altrimenti, avrebbe rischiato di venire completamente arrestato. Non è un caso che le campagne erano favorevoli agli aumenti!» (sottolineato da noi). Chi paga l’industrializzazione, il piano, il «socialismo»? Ce lo dice in traduzione piana il funzionario: dobbiamo pagare di più i prodotti dei contadini, altrimenti non seminano. Siccome i quattrini li abbiamo finiti ce li facciamo dare dagli operai aumentando i prezzi dei prodotti alimentari. Il problema è così bell’e risolto, alla moda occidentale, guarda caso. Da Occidente vengono i prestiti e le tecnologie industriali, da Occidente vengono anche i «buoni consigli» e le tecniche di sfruttamento degli operai, per mettere «ordine» nell’economia, dopo aver messo «ordine» nella società: schiacciare le condizioni economiche e sociali dei proletari polacchi. Papeska commenta trionfante che «Le campagne erano favorevoli agli aumenti»! Belle forze, anche gli operai sarebbero stati favorevoli ad un aumento dei salari!

L’ORDINE REGNA IN POLONIA

L’aumento dei prezzi, quindi, ci sarà, con o senza repressione degli operai. È’ questo il chiaro proposito della banda borghese travestita da «socialista». È’ un imperativo categorico dettato dal capitale finanziario internazionale al quale il governo polacco deve garantire la restituzione dei dollari prestati e il pagamento dei milioni di dollari di interessi, spolpando i lavoratori. È’ un imperativo categorico imposto dagli interessi delle classi borghesi, in particolare dai contadini e dalla accumulazione capitalistica.

A questo serve l’ordine e l’ordine ad ogni costo. L’interprete ufficiale del ristabilimento dell’ordine borghese non poteva essere che il sindaco di Radom, la città in cui gli operai hanno lasciato sul terreno due morti e decine di feriti, ma che hanno anche dato una solenne lezione alla «milizia popolare», incendiata la sede locale del partito. Questo signore ha denunciato che gli incendi e le devastazioni sono da attribuire a << donne isteriche e teppisti in stato di ubriachezza » i quali << non hanno più posto nella società di Radom » e dichiarato che già una parte degli operai arrestati è stata condannata e che le pene saranno severe ed esemplari. Nella stampa polacca e nelle affrettate riunioni pubbliche e di partito si ribadiscono queste accuse e si parla di « operai traviati e terrorizzati da provocatori ». E’ il classico linguaggio della repressione, che prepara il linciaggio fisico e morale dei magnifici protagonisti del movimento di sciopero, che ne giustifica il licenziamento e la miseria. E’ il classico linguaggio di ogni paese capitalista quando gli operai escono dalle norme rituali della legalità per difendere il pezzo di pane. Anzi, proprio in Occidente non è necessario il grande e potente sciopero, basta che gli operai della Fiat facciano «saltare la scocca», che subito inizia la caccia al «provocatore»; basta che gli affari dei padroni non vadano al cento per cento per sentire la stampa democratica invocare l’ordine e la disciplina. Quella stampa e quei partiti «operai» che, «solidali» ad ogni piè sospinto con africani e asiatici in rivolta (solidarietà di parole, s’intende!), non hanno avuto una parola di solidarietà con gli operai polacchi; pronti allo sciopero per il magistrato borghese ucciso dai fascisti, i sindacati <« operai >> hanno completamente ignorato i morti e i feriti per mano della polizia statale polacca; come d’altronde assistono indifferenti allo sterminio dei palestinesi trucidati dai carri armati degli Stati <<<< popolari >> del Medio Oriente, con la benedizione e l’assenso delle grandi potenze imperiali, URSS compresa.

UNA LEZIONE PER L’OCCIDENTE: APPESTATO DI DEMOCRAZIA

Le cronache scarse e per lo più scandalistiche della stampa nostrana non consentono un esame approfondito dello sciopero del 25 giugno. Tutti i giornali, soprattutto quelli opportunisti, alla fine «comprendono» le buone ragioni dei governanti polacchi nel richiedere al proletariato maggiori sacrifici e più lavoro per meno salario. Questa volta non si scandalizzano nemmeno della repressione armata, dei lavoratori morti e feriti. Rimproverano, invece, da colleghi a colleghi, i dirigenti polacchi di non aver ben condotto l’economia, di non aver «sufficientemente consultato» il popolo, di non aver usato il «linguaggio» adatto, in breve di non essere stati democratici o abili democratici. Ma alcuni non hanno potuto nascondere il pericolo che il regime capitalistico corre ogni volta che si verificano tali esplosioni. La Germania superconcentrata di capitalismo e di proletariato è a un passo e molti operai polacchi vi lavorano come emigranti. Il Centro Europa è una polveriera. Anche che un innesco periferico può farla saltare.

Malgrado la voluta disinformazione, dunque, della stampa democratica, appare chiaro che il millantato «socialismo» nazionale polacco si ispira al deprecato capitalismo occidentale. Non nuove leggi economiche ha scoperto per un fantomatico «nuovo modo» di produrre, come cianciano altresì i fanfaroni nostrani, i quali pretendono di manipolare a loro piacimento le categorie economiche del capitalismo per instaurare un regime sociale diverso, per negare l’ineluttabile necessità del contrario, che comporta azione e processo rivoluzionari e non democratici. Soltanto in un regime di Dittatura rivoluzionaria del proletariato, la fase di transizione dal capitalismo al socialismo sarà caratterizzata dal progressivo e «riformistico» svuotamento delle leggi economiche capitaliste. Questo processo è possibile e vittorioso, stante la premessa della direzione unica dell’unico partito comunista sullo Stato proletario, alla condizione che l’area rivoluzionaria comunista oltrepassi i limiti di «un solo paese» o che comunque presupponga questi limiti nazionali come una jattura temporanea e pur sempre foriera di strangolamento della rivoluzione, e concepisca il suo sviluppo positivo nel lo sviluppo della rivoluzione internazionale. Questo processo non solo è negato dai fatti, ma è oltremodo contrastato dagli Stati e dai partiti che si atteggiando a «socialisti», sino a farne una condizione irrinunciabile della loro esistenza, proclamando solennemente la «non interferenza negli affari degli altri paesi», quando è assioma elementare della rivoluzione proletaria il suo internazionalismo e il suo totalitarismo, genialmente preannunciato dal Manifesto del 1848 nel grido di battaglia «Proletari di tutti i paesi unitevi», che le carogne, al contrario, hanno stravolto in «popoli di ogni paese pensate ai fatti vostri», assioma, questo, della mistificazione democratica e del tradimento.

Le imposizioni strangolatrici dell’infame governo di Varsavia sugli operai polacchi, sono lì a testimoniare che gli interessi, tutti e in particolare quelli economici immediati degli operai sono in stridente e irriducibile contrapposizione con quelli dell’economia nazionale, che è nazionale solo di nome perché di fatto è legata alle sorti del mercato mondiale, è determinata da leggi anonime e impersonali, come la legge di gravità non è polacca o italiana, né occidentale o orientale.

Per tali ragioni gli operai polacchi sono scattati come un sol uomo dinanzi alla prepotenza statale. Nessuna organizzazione, per quanto perfetta, addestrata e sincronizzata, avrebbe potuto far eseguire contemporaneamente un ordine a operai di fabbriche dislocate a centinaia di chilometri di distanza le une dalle altre. L’ordine di sciopero era implicito nell’attacco statale, era peculiare alla difesa operaia, inciso nella memoria di classe, segnato dalla rivolta del dicembre ’70. È’ indubbio che i Consigli degli operai, organi dello sciopero-rivolta del ’70, pur privati dei migliori combattenti, uccisi e imprigionati, hanno costituito il tessuto connettivo dello sciopero del giugno che ha permesso di tenere vivo e operante tra le file proletarie lo spirito di classe, lo spirito di lotta delle giornate del Baltico. Le giornate di giugno hanno visto l’estendersi del movimento di sciopero alle principali città dell’intero paese, tant’è vero che il governo non solo ha dovuto revocare immantinente gli infami decreti, ma ha anche dovuto limitare l’intervento armato alla sola Radom. Il 25 giugno è stato una vittoria della lotta difensiva economica della classe operaia sul capitalismo polacco. Una vittoria della spontaneità operaia e come tale consumatasi nella spontaneità stessa. Ma i suoi abbaglianti riflessi varcano Radom, Stettino e Danzica, per illuminare la via dell’emancipazione del proletariato. Una via che passa per l’azione diretta, per l’organizzazione di classe autonoma e indipendente della classe operaia, per la lotta senza esclusione di mezzi e di colpi in difesa delle condizioni economiche dei salariati. La lotta degli operai polacchi prepara il fertile terreno alla predicazione del comunismo rivoluzionario e alla ricostruzione del partito politico di classe.

La borghesia non si compiaccia, ed in effetti non ride, dello smacco del regime politico polacco. La borghesia non ride perché ha constatato che non si può impunemente superare il limite di guardia delle precarie condizioni degli operai. Ha rivisto, anche se per un solo giorno, che lo «spettro» del comunismo incarnato nella «teppaglia proletaria» non può essere esorcizzato nemmeno dai suoi manutengoli opportunisti. Anzi, ha dovuto riprendere essa stessa una lezione, che per noi è sempre viva e presente, e cioè che nemmeno i partiti «socialisti» sono in grado di impedire la lotta di classe e che l’opportunismo all’«opposizione» può diventare fascismo al «potere», allorché le determinazioni economiche sconvolgono i rapporti di classe.

Gli organi delle esaltanti lotte di classe del dicembre ‘70 e del giugno ‘76 sono stati i Consigli di fabbrica, che la stampa ufficiale a volte denomina Comitati di fabbrica o Comitati di agitazione. Ma non sono i nomi quelli che contano, sebbene la natura e le funzioni di questi organi schiettamente operai, sorti nelle fabbriche e di fatto in contrapposizione con i sindacati ufficiali, per la difesa della condizione operaia. Non è dato sapere se parallelamente siano sorti nuclei politici con programma di partito, ma è dato constatare che gli organi operai di fabbrica hanno obbedito a tutte le necessità imposte dalle circostanze economiche, sino a quelle della più evoluta spontaneità, cioè la difesa armata. Non è questa una una novità. Infatti è ormai tradizione dei minatori boliviani il possesso delle armi e il periodico uso contro l’esercito statale comandato ad intervenire per reprimere gli scioperi dei valorosi operai di Bolivia. La constatazione, quindi, che gli operai siano in grado di creare organismi di classe di difesa economica, quale che sia la loro occasionale denominazione, che sono in grado di difendere il pezzo di pane anche a mano armata dalla pressione economica capitalistica, che gli operai possono compiere queste funzioni anche senza la presenza e la guida del partito politico di classe, conferma ancora una volta i seguenti dati fondamentali della esperienza storica del proletariato internazionale, e cioè:

1 – ineluttabilità e limiti del movimento spontaneo delle masse proletarie;

2 – indispensabilità del partito politico di classe.

Il movimento di sciopero è cessato appena il Governo si è rimangiato i decreti oppressivi. Dopo tre ore dal ritiro dei decreti sui prezzi, lo sciopero è cessato con lo stesso automatismo con il quale era iniziato. L’incendio della sede del partito al potere, la distruzione delle auto, l’occupazione della ferrovia, gli scontri con la polizia, indicano che gli operai riescono a individuare alcuni elementi in cui si materializza il potere e ad esprimere odio contro le classi superiori, ma indicano al tempo stesso che gli operai non sanno come si combatte vittoriosamente il potere politico del nemico, e che, capaci di azioni difensive formidabili, sono incapaci di offensiva, cioè di trasformare la difesa in offesa. Questa attitudine della classe operaia è realizzabile alla sola condizione di presupporre un piano di azione tattica, che solo il partito politico di classe possiede.

Il proletariato di Polonia ha il grande merito di aver posto le premesse per l’azione del partito comunista rivoluzionario, d’aver, cioè, risposto all’attacco capitalistico in maniera coerente alla sua natura e posizione di classe, disponendosi così ad assimilare e seguire le direttive del suo organo combattente di direzione politica. Perché il partito rafforza ed estende la sua organizzazione militante e la sua influenza nella classe quando le masse proletarie entrano in azione. E’ su questo terreno che il partito cresce e grandeggia, alla condizione previa che non abbia mai deviato dal suo programma nella fase precedente, quella del forzato «isolamento» temporaneo, durante il quale il partito ha lavorato, lottato, selezionato organicamente le sue forze, per mantenere intatte tutte le sue prerogative e funzioni.

Puri organi proletari di fabbrica, quindi, i Consigli o i Comitati operai, non influenzati da democratici imbastardimenti, come lo attestano le lotte sinora combattute, alle quali non hanno aderito né la piccola borghesia intellettuale e bottegaia, né i contadini, né gli sciancati politici che qui sono chiamati «extraparlamentari».

In Polonia, e in genere in tutti i paesi di «democrazia popolare», il «patto sociale», cioè l’accordo politico-formale tra le «parti sociali», i partiti, i sindacati operai e lo Stato, al fine di programmare meglio e unitariamente il controllo sulla classe operaia, è in atto da trent’anni. La complessa rete degli interessi capitalistici è l’unica che si sia avvantaggiata di questa pianificazione del controllo sui salari, sulle condizioni tutte dei proletari, tant’è che il tanto decantato sviluppo industriale ed economico di questi paesi si è realizzato sulla pelle dei lavoratori, nello schiacciamento e nella espulsione dalle campagne dei contadini più poveri, con poca terra o senza. E’ certo vero che la forza e la determinazione degli operai polacchi hanno costretto il governo a concedere aumenti salariali probabilmente superiori negli ultimi cinque anni all’aumento nominale dei prezzi — fermo restando sempre che ciò testimonia di salari a livello di sussistenza o quasi. La resistenza economica degli operai, assieme al forte indebitamento dello Stato con l’estero, compresa la stessa Russia, e assieme alla massiccia e prolungata emorragia delle sovvenzioni ai contadini per sostenere il reddito, hanno fatto sì che il processo di proletarizzazione delle campagne e di inurbamento, con conseguente pressione sugli operai occupati, sui salari e sui prezzi, si siano accentuati ad un punto imprevisto tale che l’ultimo fattore, la crisi mondiale, ha posto perentoriamente il problema della riduzione drastica dei salari reali. Questo procedimento è caratteristico della economia capitalistica e tutti i paesi del mondo ne sono sottomessi. Tutti i paesi capitalistici sono alle prese col problema dei problemi, quello della compressione dei salari per garantire al sistema economico la produzione di plusvalore. E in tutti i paesi del mondo di fatto viene attuato il «patto sociale» che nelle «democrazie popolari» è istituzionalizzato. Solo in questo si differenziano i regimi politici, nel modo cioè di aver formalizzato lo strangolamento della classe operaia. Il congiungimento dell’opportunismo socialdemocratico o comunedemocratico con il potere ha facilitato il raggiungimento dello scopo. E’ per questo che in Occidente l’Inghilterra ha inaugurato per prima la forma di «patto sociale», per la sua lunga tradizione laburista, con la quale il capitalismo britannico ha tenuto vincolato sinora il proletariato allo Stato.

Questi sono i risultati economici, sociali e politici per la classe operaia, il più importante dei quali è certamente l’inginocchiamento dei lavoratori sotto la sferza borghese-opportunista. Ma il fatto stesso che questi meccanismi di << patto >> e di « pace sociale >>> siano serviti, e non poteva essere diversamente, a potenziare il regime di sfruttamento del lavoro salariato, comprovano dialetticamente che questo regime, quale che sia la forma politica di cui si riveste, non ha scampo e che si procaccia con le sue stesse mani le condizioni di un arrovesciamento dei rapporti di forza a favore del proletariato.

L’azione dei proletari polacchi dimostra esattamente che il « patto sociale >> può saltare e salterà con il concorso determinante del capitalismo stesso, quando non ha altra manovra nel suo piano tattico anti-operaio che di rompere questo patto passando all’offensiva economica diretta e generale, impiegando anche mezzi violenti. Cosicché i lavoratori, per difendersi hanno dovuto scendere sul terreno della azione diretta, passare sopra tutti i patti vergognosamente sanciti dai loro falsi rappresentanti. Il proletariato di fabbrica di Polonia, con lo scontro del dicembre e del giugno, ha svelato il contenuto conservatore e antioperaio del << patto sociale >> obbligando il regime politico a togliersi la maschera del << patto sociale » obbligando il regime politico a togliersi la maschera democratico-popolare, a svelare la natura e la funzione capitalistiche delle forze politiche che gli avevano profferto quello stesso << compromesso storico», che qui si fa passare come una invenzione italiana. Quando il Governo ha lanciato l’attacco, nessuno ha detto una parola, ha alzato un dito per solidarizzare con gli operai. Il falso partito << operaio », al contrario, e i falsi sindacati operai, si sono stretti attorno al potere statale, lo hanno sollecitato ad intervenire contro gli scioperanti. Quando si arriva alla lotta diretta, seppure non assume i toni violenti e sanguinosi degli scontri di piazza, come per incanto si assiste alla coagulazione delle forze in gioco ai due opposti poli: ad un polo, il solo proletariato, all’altro lo Stato, il governo, i partiti, i sindacati traditori, la polizia, la magistratura, con l’appoggio della canea piccolo-borghese. Attorno agli operai in lotta, il vuoto: immagine emblematica del reale schieramento delle classi. Per un momento, sono saltati i ponti tra le classi, faticosamente costruiti e ricostruiti ad opera dei falsi rappresentanti operai; e il proletariato, interrottosi questo collegamento, recupera tutta la sua energia di classe, ritrova d’un tratto la forza invincibile della solidarietà, non teme più il funzionario, il poliziotto, il sindacalista, il politicante, che poco prima lo lusingavano come <<<pilastro >> dello Stato. Ritrovata così la distanza tra le classi, si ristabilisce la giusta prospettiva: l’operaio può finalmente distinguere nel magma popolaresco le classi privilegiate, i loro organi e strumenti di oppressione.

I comunisti rivoluzionari esultano per lo sciopero del 25 giugno, come esultarono per lo sciopero-rivolta del dicembre ’70. Additano agli operai l’esempio dei proletari polacchi.

Ma questo sarebbe mera convenzione, se la solidarietà non si esprimesse in un indirizzo pratico di lotta contro il fronte anti operaio che passa per ogni paese. La Polonia è qui. La compressione e la repressione «alla polacca» contro i lavoratori è qui, dovunque esiste la classe operaia. Questo indirizzo di lotta consiste innanzitutto nella difesa della condizione operaia, del salario, del posto di lavoro, senza esclusione di colpi. Gli operai polacchi non si sono baloccati con i << comitati per l’autoriduzione delle tariffe », con i < mercatini rossi », con <i referendum »; non hanno contrapposto incontri, tavole rotonde, e simili vergognose pagliacciate; non si sono rifugiati nel pretesto che lo Stato è onnipossente: hanno semplicemente e direttamente detto no, all’azione economica statale, hanno risposto che « il salario non si tocca», hanno saltato a pié pari partito e sindacati traditori, fondendosi in un fronte di lotta.  In tal modo, se da un lato hanno inasprito l’odio dei sindacati, del partito, dello Stato e delle classi contro i loro Consigli di fabbrica, dall’altro hanno rafforzato il prestigio e l’autoritàrità dei loro organismi di classe tra i lavoratori. Uno degli obbiettivi principali della repressione politica è quello di sottomettere i consigli operai, imprigionandone gli operai più combattivi, terrorizzando la classe con processi e condanne << esemplari», imponendogli una direzione fedele al regime. Questo tentativo fu già fatto dopo il dicembre. Ma alla prova dei fatti del giugno i Consigli hanno saputo resistere e gli operai hanno saputo proteggere i loro organi dalle pressioni e dalle influenze dei sindacati statali e dal partito al potere.

Tuttavia, la corruzione democratica aumenta di consistenza e d’intensità. Vengono fatte circolare << mozioni », <<< ordini del giorno >>, dalle università, dagli studenti invocanti la « democratizzazione » del regime polacco; dalle <<< fabbriche », dai << sindacati », dalle sezioni del << partito >>, per riconoscere la giustezza dei provvedimenti governativi, per richiedere un « dibattito >> nel << popolo ->> e una « partecipazione popolare », più ampia e « articolata », alla << formazione della politica economica >> del paese. E’ questo il pericolo maggiore che la classe operaia corre, più deleterio della stessa repressione, più velenoso della concussione ideologica e del totalitarismo statale. Questa volta viene dall’Occidente, pestilenzialmente superdemocratico, una lezione per gli operai polacchi e dell’Oriente: invischiare i proletari, diluire le loro energie classiste nell’illusione della uguaglianza delle classi nello Stato popolare, nello << Stato di tutti i cittadini », nella << economia nazionale ». Gli operai polacchi e gli operai tutti hanno una sola strada, per difendersi da questa mortale infezione che serpeggia tra le loro file, che i lavoratori di Polonia

hanno sinora perseguita: la lotta diretta per i loro interessi economici, per difendere l’autonomia e l’indipendenza dei loro organi di fabbrica, per respingere la repressione già in atto. L’infezione democratico-popolare si è diffusa e per suo mezzo si potenzia il totalitarismo statale. Contro questi due strumenti del capitalismo gli operai hanno dovuto combattere smentendo tutte le demagogiche propagande che soltanto con mezzi pacifici e riformistici la classe operaia può emanciparsi e che lo scontro con lo Stato si risolverebbe a svantaggio dei proletari. Le lotte di classe in Polonia dimostrano la giustezza dell’indirizzo del partito comunista rivoluzionario, che la difesa del pezzo di pane, del posto di lavoro, delle condizioni economiche del proletariato si scontrano inesorabilmente con le direzioni traditrici dei sindacati ufficiali, con falsi partiti operai, con lo Stato politico del capitale che sintetizza tutti gli interessi delle classi non proletarie. Questa preziosa conferma e testimonianza la riproponiamo ai lavoratori di tutti i paesi perché traggano la necessaria forza e convinzione che il nemico di classe non è invincibile; al contrario, si trova impotente e disarmato di fronte alla massa operaia decisa a lottare senza quartiere. Ma va anche ribadito che queste esperienze di classe per servire alla reale e irreversibile emancipazione dei lavoratori dallo sfruttamento del lavoro salariato da parte delle classi possidenti, devono sintetizzarsi e fondersi nell’organo specifico della classe operaia, opposto a quello delle altre classi, nell’organo indispensabile per dirigere questi sforzi, per indirizzare le lotte, che il bestiale sfruttamento capitalistico solleva; il partito rivoluzionario di classe.

Bestiali condanne degli eroici operai di Radom e Ursus

Al momento di andare in macchina ci giungono le prime scarne notizie sui processi e le condanne ai valorosi operai polacchi. Il 19 luglio il tribunale di Radom ha condannato sei scioperanti con pene detentive tra i sei e i dieci anni. Il 20 il tribunale di Ursus ha condannato sette scioperanti con il carcere da tre a cinque anni. Altri dodici verranno processati nei prossimi giorni. Di più non è dato sapere.

L’«Unità» informa di una «nota» del PCI al partito polacco, nella quale si auspica «moderazione e anche clemenza». La segreteria della FLM protesta per le «repressioni» che «contrastano con la necessità di risolvere i problemi che emergono nella classe operaia attraverso il dibattito, la partecipazione e la presenza effettiva ed autonoma del sindacato». Un commento adeguato a questi vergognosi atteggiamenti del partitico tricolore sono già contenuti, perché previsti, nel testo a fianco. Resta da aggiungere, o meglio da ribadire ancora,

che non solo gli operai di Polonia ma gli operai di tutti i paesi, quando sono costretti dalla pressione capitalistica a difendersi con le armi che sono loro proprie, lo sciopero e la rottura della legalità statale, non possono contare che su le loro forze, e che le bonzerie sindacali e partiti del tradimento non alzano un dito in loro difesa e li consegnano alle forze repressive dello Stato, polizia e magistratura. Gli operai italiani non si illudono: i giornali dei loro partiti e dei loro sindacati ufficiali hanno riempito pagine e pagine per giorni e giorni e proclamato persino scioperi per gli assassinii di funzionari dello Stato borghese. Per gli operai polacchi caduti, feriti, arrestati e condannati a condanne dure come se fossero dei ladri, dei banditi; per le masse sfruttate palestinesi e libanesi, per i mille proletari che ogni giorno cadono sul lavoro nelle fabbriche, nei cantieri, sui posti di lavoro, vittime dello sfruttamento capitalistico, nemmeno un minuto di raccoglimento, come si è usi fare nelle manifestazioni pubbliche.

I comunisti rivoluzionari, gli operai comunisti per le loro debolissime forze non sono in grado di effettuare alcuna mobilitazione ma, mentre inneggiano al poderoso movimento di sciopero dei proletari polacchi, solidarizzano con le loro lotte e con quelle degli eroici combattenti e delle masse sfruttate del Medio Oriente, additano agli operai occidentali il loro esemplare comportamento di figli del lavoro perché, se oggi sono ancora nella impossibilità di seguirlo per il tradimento dei loro capi venduti allo Stato capitalista, se ne imprimano nella memoria l’alto significato di classe e lo facciano proprio domani quando per loro suonerà l’ora

della ripresa della lotta contro il padronato, lo Stato, i traditori, i falsi partiti e i sindacati operai.

Feroce repressione sulle masse sfruttate arabe da parte della coalizione: Stati arabi-Israele-Imperialismo

«Al ritmo di più di mille morti al giorno», come cinicamente riportano i frigidi corrispondenti dal Libano delle varie agenzie di stampa, le ultime posizioni fortificate palestino-libanesi stanno per essere smantellate; ormai anche il campo di Tell Zaatar, che dal 22 giugno i rivoluzionari stanno difendendo con le unghie e con i denti dalla strapotenza militare delle milizie bianche della destra libanese e dell’armata siriana, sta per cadere.

Quelli che stanno subendo un proditorio sterminio sono tutti proletari, sono operai, sono contadini poveri, sottoproletari dei campi profughi e delle bidonvilles di Beirut; non vi sono differenze tra palestinesi e libanesi, l’appartenenza alla stessa classe li accomuna. Sono nostri compagni perché muoiono con la fame in corpo, scaricando le ultime pallottole dei loro caricatori contro gli sgherri delle classi reazionarie libanesi, siriane, israeliane; sono nostri compagni perché lottano contro tutto un mondo nemico.

Indubbiamente la loro sconfitta è una sconfitta per tutto il movimento proletario internazionale. È una vittoria per la borghesia internazionale che ha riconfermato due aspetti della sua potenza: 1) l’alleanza di tutti gli Stati borghesi, anche se schierati su diverse posizioni ideologiche o addirittura in conflitto tra di loro, contro le masse sfruttate, contro il proletariato; 2) la potenza dei regimi borghesi occidentali che riescono ancora, nonostante la crisi economica che li attenaglia, a tenere fermo il proletariato, a tenerlo legato alle loro prospettive, a fare in modo che stia a guardare i suoi fratelli palestinesi e libanesi crepare, senza muovere un dito. Soprattutto per questo gli avvenimenti del Libano rappresentano una grave sconfitta, perché hanno dato nuova forza ad una classe ormai in dissoluzione ed hanno aggiunto un nuovo anello alla catena che tiene legato il proletariato a questo marcio regime.

Il proletariato europeo infatti, dinanzi alla tragedia di migliaia e migliaia di proletari massacrati, dinanzi al genocidio spietatamente perpetrato di un popolo intero, sta a vedere imbambolato dai discorsi di quattro pagliacci superpagati, disposti a vendere l’anima (e non solo quella) per uno scranno nella putrescente aula parlamentare.

È un dato storico: da una parte le masse sfruttate del terzo mondo che, pur combattendo col fucile in mano, subiscono la direzione politica della piccola e media borghesia che tende a dirottare la loro lotta verso l’unico obiettivo dell’indipendenza nazionale, trascura il problema della soluzione della questione agraria a favore dei contadini poveri e senza terra e più in generale quello della fine dello sfruttamento; dall’altra il proletariato occidentale, comprato e corrotto in buona parte dall’imperialismo proprio con i profitti che questo ricava dal supersfruttamento dei popoli del terzo mondo, un proletariato ancora illuso di pacifismo, di progressismo, di coesistenza, di democrazia.

È un cerchio la cui saldatura è costituita dall’opportunismo internazionale, dallo stalinismo; è il cerchio che impedisce il collegamento in una lotta rivoluzionaria comune del proletariato occidentale e delle masse sfruttate d’oriente. È infatti proprio lo stalinismo che nella sua variante «cinese-terzomondista» teorizza l’alleanza di tutte le classi sociali in un unico fronte antimperialista, opponendosi a qualsiasi organizzazione autonoma delle sole classi sfruttate, del proletariato e dei contadini poveri e senza terra; questa concezione piccolo borghese si illude di trovare alleati nelle varie nazioni progressiste e «socialiste» perché così sarebbe, in effetti, se la lotta delle masse diseredate si fermasse alla risoluzione del solo problema nazionale non affrontando il problema di classe. È questa direzione politica che portò le masse giordano-palestinesi a subire il massacro del 1970 da parte delle truppe giordane e che ha portato oggi le masse libano-palestinesi a subire questo nuovo genocidio; sono gli attuali capi dell’OLP, la direzione politica di Al Fatah ad essere responsabili della sconfitta del movimento rivoluzionario delle masse palestinesi; per vincere contro l’alleanza reazionaria libano-siriana il primo da fucilare è proprio Arafat. I capi traditori della resistenza palestinese hanno avuto il coraggio, di fronte al comportamento apertamente controrivoluzionario e filoimperialista della Lega Araba che ha dimostrato con tutte le sue risoluzioni soltanto i legami indissolubili che legano le varie cricche di potere arabe all’imperialismo, hanno avuto il coraggio di parlare di «mancanza di serietà» da parte dei membri della Lega, dimostrando con la loro moderazione che né essi, né le classi di cui sono l’espressione stanno lasciando il loro sangue sul suolo libanese.

È lo stalinismo, sono i vari partiti comunisti nazionali che in Occidente, basandosi sulle piccole riserve di cui il proletariato occidentale ha indubbiamente goduto in questi anni, inculcano nella classe l’idea che ci si possa liberare dallo sfruttamento pacificamente, senza uso di violenza, democraticamente e fanno di tutto per togliere al proletariato qualsiasi arma per l’offensiva violenta contro la borghesia; gli scioperi vengono trasformati da forme di lotta senza quartiere contro i padroni, in pacifiche manifestazioni di protesta che non devono turbare né la produzione, né l’ordine; i sindacati da organizzazioni di combattimento contro lo sfruttamento del lavoro si sono trasformati in uffici di consulenza per padroni e Stato ed aspirano ad essere direttamente partecipi del potere borghese; lo stesso partito comunista è ridotto ad un partito d’opinione di cui fanno parte tutti, dai preti ai generali e la cui massima aspirazione è quella di andare al governo per salvare, finché è possibile, lo Stato borghese.

In questo modo, tolto ogni strumento alla difesa proletaria, questi partiti permettono alla borghesia di usare a piacimento tutti i suoi strumenti per l’oppressione violenta e spietata del proletariato e delle masse sfruttate del mondo. È questo cerchio che va spezzato. Le masse sfruttate d’Oriente, e la storia degli ultimi anni lo ha dimostrato a costo di spaventose carneficine, avranno possibilità di vittoria contro l’imperialismo e le classi reazionarie solo se combatteranno in stretta unione col proletariato delle metropoli imperialistiche: solo l’attacco coordinato al centro e alla periferia dello schieramento imperialistico può avere speranza di duraturo successo. Per arrivare a questo risultato il proletariato e le masse sfruttate in lotta rivoluzionaria dovranno sbarazzarsi dei Berlinguer come dei Marchais o dei Carrillo, degli Arafat, come dei Neto o dei Mao.

Vi sono stati dei primi tentativi di stabilire questa alleanza rivoluzionaria ed hanno dimostrato tutta la loro potenza: l’alleanza tra masse sfruttate palestinesi e libanesi ha tenuto in scacco per quasi un anno le pur superarmate milizie delle classi reazionarie e solo l’intervento diretto dell’esercito siriano ha loro tolto la vittoria militare. Va esaltato il gesto eroico di quei soldati siriani che si sono rifiutati, a costo della vita, per amore della loro classe di combattere contro i loro compagni palestinesi e libanesi. Nessuno commemorerà i nove piloti siriani fucilati come traditori dagli scherani del boia Assad. ONORE A LORO!

Questi episodi sono un sicuro segno della debolezza interna del regime siriano e di tutti i regimi arabi che basano la loro esistenza sul disumano sfruttamento di larghe masse di contadini poveri e senza terra come di un misero proletariato supersfruttato. Mai come in questo momento di sconfitta siamo stati tanto orgogliosi di essere comunisti rivoluzionari, di essere cioè i nemici irriducibili di questa società sporca, di essere fuori della sua ipocrita legge di classe, di essere gli unici a volerla distruggere pezzo per pezzo.

Ci fanno schifo gli uomini politici che, dinanzi alla tragedia, pensano solo alle loro poltrone, al «politicantismo personale ed elettoralesco»; ci fanno schifo gli attuali dirigenti sindacali, burocrati pieni di tronfio trionfalismo e di demagogia, capaci di indire uno sciopero per l’uccisione di un rappresentante del potere borghese qual è un magistrato, ma incapaci di muovere un dito di fronte al massacro di migliaia di compagni soltanto perché il loro sangue scorre un migliaio di chilometri lontano; ci fa schifo la cultura borghese e piccolo borghese, intrisa di pacifismo e di populismo da quattro soldi, pronta a scandalizzarsi di fronte al terrorismo dei disperati, ma pronta anche ad esaltare il terrorismo di quattro gangster in divisa da parà e supergonfiati di dollari e di droghe; ci fanno schifo gli intellettuali di «sinistra» che vogliono valutare tutto secondo giustizia ed equamente.

Oggi, ed anche questo è un dato storico, i comunisti rivoluzionari non sono un grande partito, con stretti legami tra la classe, non sono alla testa di potenti organizzazioni operaie, non hanno «guardia rossa» né mitragliatrici né cannoni da scaricare sull’avversario, non hanno nulla di tutto questo. Perciò debbono stare a veder impotenti la carneficina che si compie e possono solo scrivere su un piccolo giornale quello che hanno nel cuore e nel cervello. Di una sola cosa i comunisti rivoluzionari sono ricchi, dell’unica ricchezza che è concessa ai proletari: l’odio verso questa società, verso chiunque la difende, verso tutti i suoi preti, verso tutti i suoi sgherri e servi opportunisti.

IN LIBANO STA ATTUANDOSI UN NUOVO SPIETATO ATTACCO CONTRO IL POPOLO PALESTINESE; SI STA TENTANDO DI PERPETRARE UN NUOVO MASSACRO FORSE ANCORA PIÙ SANGUINOSO DI QUELLO ATTUATO APPENA SEI ANNI FA, NEL SETTEMBRE 1970, AD OPERA DELL’ESERCITO GIORDANO.

IL POPOLO PALESTINESE

Quello che viene chiamato comunemente «popolo palestinese» è il popolo che fino al maggio del 1948 abitava la Palestina, il territorio attualmente occupato dagli israeliani: un popolo costituito prevalentemente da piccoli contadini, da contadini poveri, da uno scarso proletariato supersfruttato e discriminato nei confronti di quello ebreo, da una netta minoranza di proprietari fondiari e imprenditori capitalisti. Quando gli israeliani occuparono militarmente la Palestina espellendone i suoi primigenii abitanti arabi ed impossessandosi con la forza e col terrore delle loro terre, colpirono naturalmente gli interessi dei contadini poveri che da un giorno all’altro si videro costretti a lasciare ogni loro avere e a fuggire nei paesi arabi confinanti, colpirono il proletariato palestinese costretto a lasciare il lavoro, la casa, per essere ammassato nei campi profughi in condizioni di vita miserevoli. La grande borghesia, i proprietari fondiari palestinesi anche quando sono stati costretti a fuggire hanno potuto, grazie ai loro capitali, integrarsi ben presto nelle economie dei vari paesi arabi e continuare a fare i loro affari; interessante a questo proposito quanto dice un opuscoletto a cura della Lega degli Stati Arabi: «Nei vari paesi arabi (…) uomini d’affari palestinesi sono preminenti in campo bancario, amministrativo ed in numero sempre crescente anche in quello delle ricerche di mercato e come consiglieri direzionali… In Libano il settore bancario e quello edilizio hanno beneficiato dell’apporto delle innovazioni e del lavoro palestinesi». Ecco quindi che, mentre i contadini a cui è stata rubata la terra dai sionisti, a cui non è stata lasciata neppure la terra su cui crepare di fame, sono costretti a vivere nelle tendopoli e a condurre la loro misera esistenza vendendo saltuariamente la loro forza lavoro nei vari paesi arabi o sopravvivendo con i sussidi UNRWA, i borghesi palestinesi, l’intellettualità, i grossi commercianti, i proprietari fondiari continuano a condurre la loro esistenza privilegiata. Queste differenze di classe si riflettono naturalmente a livello politico in seno all’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina), infatti mentre per le classi privilegiate palestinesi esiste esclusivamente il problema nazionale di riconquistare la loro patria, il loro territorio ove fondare un loro Stato che difenda gli interessi dell’economia palestinese nei confronti di quella degli altri Stati, uno Stato in cui il proprietario fondiario palestinese possa sfruttare liberamente i suoi contadini palestinesi ed il borghese palestinese i suoi operai palestinesi, per le masse diseredate se esiste il problema della costituzione di uno Stato nazionale, esso è però indissolubilmente legato al problema di classe, queste masse lottano cioè per ottenere la terra per sé, esse lottano per riprendere la loro terra agli israeliani ma anche per strapparla ai proprietari fondiari palestinesi, per una radicale riforma agraria insomma.

Queste tendenze sono rappresentate all’interno dell’OLP e rappresentano le due «anime» del movimento: L’anima borghese che lotta per la soluzione della questione nazionale, cioè per una Palestina libera e democratica, è reazionaria sul piano di classe e ben decisa a difendere i propri privilegi nei confronti del proletariato e delle masse sfruttate palestinesi e tende quindi ad accordarsi con i regimi arabi in cui sa di avere dei sicuri alleati nella lotta contro Israele, e l’anima proletaria, che rappresenta l’ala più radicale, più combattiva, meno propensa al compromesso e che non ha nulla da sperare nei regimi arabi per la soluzione del suo problema di classe ma che, al contrario, costituisce, proprio per questi regimi, il più terribile dei nemici poiché anche l’economia di questi Stati si basa sullo sfruttamento disumano di grandi masse di contadini poveri, di proletari, di sottoproletari, costretti a condurre la loro esistenza se non nei campi profughi, nelle bidonvilles che assediano le grandi città del Medio Oriente. Queste masse sono gli alleati naturali delle masse sfruttate palestinesi, la lotta delle masse palestinesi è la loro lotta. È per queste ragioni oggettive che i tre milioni e mezzo di palestinesi, un numero non indifferente nei poco popolosi paesi arabi, dispersi per tutta l’area medio orientale, da Israele alla Giordania, dal Libano alla Siria, al Kuwait, sono una vera e propria MINA VAGANTE nella regione. Ecco perché il cerchio d’acciaio dell’imperialismo e della reazione araba si è stretto attorno a questo popolo.

LA NON INGERENZA

La lotta del popolo palestinese finora è stata condotta soprattutto contro Israele mantenendo verso gli Stati Arabi una posizione di «non ingerenza nei loro affari interni». Questa politica è ispirata e voluta dalla direzione borghese dell’OLP, rappresentata, in primo luogo, dal movimento di Al Fatah e dal suo dirigente Arafat. Direzione che, come abbiamo tentato di spiegare, tende al compromesso, al pateracchio con i vari regimi arabi e con l’imperialismo internazionale per vedere di arrivare, con questi metodi rinunciatari, fornite tutte le garanzie di lealtà alle varie potenze interessate, ad avere anch’essa il suo pezzo di terra ove sfruttare liberamente i suoi contadini ed i suoi proletari.

Ma se la direzione del movimento è in mano alle classi privilegiate del popolo palestinese, chi tiene il fucile in mano, chi crepa sul campo di battaglia, chi si batte con indomabile eroismo sono le masse sfruttate, i contadini, i proletari e questi strati si stanno accorgendo nella lotta, a costo di brucianti sconfitte, che la politica di «non ingerenza negli affari interni degli stati arabi» è una politica sbagliata, un vicolo cieco, un vero e proprio tradimento della loro lotta rivoluzionaria.

Non è vero infatti che i palestinesi possono vincere da soli contro Israele, come non è vero che le masse sfruttate palestinesi possono risolvere da sole il problema della terra. Questo è dimostrato dal comportamento degli Stati arabi quando, più per situazioni oggettive, per un moto spontaneo che per una precisa volontà del movimento di resistenza, l’isolamento delle masse palestinesi si è rotto ed esse sono venute a contatto col proletariato e le masse sfruttate degli altri Stati arabi.

IL SETTEMBRE NERO

Un esempio di questo «comportamento» si è avuto in Giordania nel 1970. La monarchia hascemita, intimorita dai legami sempre più stretti che la resistenza palestinese andava stringendo col movimento operaio e popolare giordano, legami che gettavano le basi per il rovesciamento violento del corrotto regime di Hussein, attaccò con ingenti forze i campi palestinesi col preciso scopo di liquidare tutti i covi guerriglieri per schiacciare la testa di punta del movimento rivoluzionario palestinese e quindi anche giordano e costringere le masse palestinesi ad abbandonare la zona di Amman e Zarqa e a stabilire i campi profughi alla periferia del regno, lungo la linea del fiume Giordano, tagliandone così i contatti con le masse diseredate di Giordania. In quella occasione, di fronte ai carri armati, agli obici, agli aerei del sanguinario boia Hussein che rasero al suolo Amman, Zarqa e altre città giordane, massacrando più di ventimila persone tra combattenti e civili inermi, tra palestinesi e giordani, anche i più «progressisti» tra i paesi arabi (era ancora vivo il «campione dell’arabismo» Nasser) lasciarono che la strage si compisse e solo la Siria fece il gesto «esemplare» di inviare una divisione corazzata in Giordania, che però, nonostante i successi riportati, fu ritirata pochi giorni dopo. Nemmeno da parlare poi dell’atteggiamento delle grandi potenze imperialistiche: gli USA restano a vedere dalla VI flotta incrociante nel Mediterraneo, il cane hascemita, forte delle sue fedeli tribù beduine, perpetrare la strage; l’URSS, con impareggiabile cinismo, invita i combattenti a «cessare la guerra fratricida» e da parte sua la Cina si limita a ribadire il suo appoggio alla lotta nazionale del popolo palestinese. Bisogna notare che, nonostante l’esistenza di movimenti «marxisti-leninisti» all’interno dell’OLP, la Cina ha sempre sostenuto Al Fatah, cioè l’ala destra del movimento, contribuendo quindi ad impedire la separazione tra elemento nazionale ed elemento di classe all’interno dell’OLP e a mantenere quindi l’organizzazione in posizione difensiva nei confronti dei regimi arabi.

IL LIBANO

Un altro esempio, che ha le stesse caratteristiche del primo, è quanto sta oggi accadendo in Libano. La destra libanese è cosciente del pericolo rappresentato dalla presenza sul suo territorio di 400.000 palestinesi, data la situazione sociale estremamente critica del paese, che vede da una parte ammassate ingenti ricchezze nelle mani della minoranza cristiana maronita cioè della grande borghesia commerciale e finanziaria, dei proprietari fondiari, della casta politica e militare, dall’altra le immense bidonvilles di Beirut ove è raccolta poco meno di un terzo della popolazione del Libano, popolate da contadini espulsi dalle campagne, da disoccupati, da sottoproletari. Ha tentato più volte di disfarsi del problema palestinese, cosciente del terribile potenziale rivoluzionario che sarebbe rappresentato dall’unione delle masse sfruttate libanesi con quelle palestinesi.

Nel gennaio 1975 P. Gemayel, capo del partito falangista libanese (Organizzazione armata della destra cristiana), denuncia la presenza dei fedayn nel Sud del Libano e chiede che venga fatto un referendum per decidere se i fedayn debbano o meno restare nel paese. Il 13 aprile un autobus di palestinesi e libanesi viene attaccato dai falangisti alla periferia di Beirut e 27 passeggeri, di cui 18 fedayn, vengono uccisi. Inizia da questo episodio la lotta aperta tra organizzazioni della Resistenza palestinese e le agguerrite milizie della destra cristiano maronita. I combattimenti provocano una grave crisi di governo e con la mediazione della Siria si giunge alla formazione di un «governo di salvezza nazionale» che annunzia un programma di riforme socio-economiche e riesce a mantenere la calma per due mesi (luglio e agosto 1975). Alla fine di agosto gravi incidenti scoppiano nella piana di Bekaa (Libano orientale) tra cristiani, che abbiamo detto si identificano con le classi privilegiate libanesi, e musulmani che costituiscono le classi sfruttate, contadini poveri, piccola borghesia, proletariato, braccianti agricoli palestinesi che sono impiegati in gran numero nella zona. Gli incidenti si estendono anche al Nord del Libano e si svolgono con estrema durezza, culminando a Beirut nella strage di duecento civili musulmani da parte di miliziani cristiani. L’intervento diplomatico della Siria riesce peraltro, nel mese di dicembre, a far cessare i combattimenti. Queste tregue naturalmente non servono ad un bel niente poiché non rimuovono le cause che hanno determinato gli scontri; esse servono soltanto alle organizzazioni della destra, ben decise sul da farsi, per riorganizzare le loro forze e procedere a nuovi attacchi.

Infatti nel gennaio 1976 i falangisti organizzano il blocco del campo palestinese di Teel Zaatar, alla periferia di Beirut. Il 14 gennaio la destra cristiana si impadronisce del campo palestinese di Dbaye (a nord di Beirut) e attacca la bidonville libano-palestinese della «Quarantena» a Beirut. Le masse palestinesi e libanesi unite contrattaccano e inizia la carneficina. L’intervento, in alcune occasioni, dell’esercito libanese a fianco della destra cristiana, provoca una ribellione nell’armata, le cui gerarchie superiori sono composte essenzialmente da cristiani maroniti, mentre gli ufficiali di rango inferiore e i soldati sono in gran parte di estrazione popolare e musulmana. La ribellione, sotto la guida del tenente Khatib si estende a macchia d’olio tra le guarnigioni del paese e viene costituita dai rivoltosi l’Armata del Libano Arabo che si schiera a fianco delle organizzazioni di combattimento palestino-libanesi.

In seguito a questa rivolta il generale Ahdab, comandante della piazza di Beirut, si proclama governatore del Libano e chiede al presidente in carica, S. Frangié, di dimettersi. Evidentemente si tratta del tentativo della destra di evitare il peggio, visto che la situazione sul piano militare le è sfavorevole, provocando un cambiamento di governo «dall’alto» che freni lo slancio combattivo delle masse. Il presidente Frangié rifiuta di dimettersi ed il tentativo delle forze ribelli libanesi di provocarne le dimissioni con la forza è impedito dalle forze armate siriane, intervenute in Libano sotto l’egida della Saika e dell’ALP (organizzazioni composte da soldati palestinesi ma sotto la guida di ufficiali siriani). Dopo un susseguirsi continuo di tregue e di scontri sempre più sanguinosi, l’8 Maggio, nonostante Frangié persista nel non dimettersi, viene eletto il nuovo presidente della Repubblica. L’eletto è E. Sarkis. Viene eletto con i voti della destra cristiana maronita e degli strati musulmani più conservatori con l’appoggio diretto, politico e militare delle truppe siriane. Le organizzazioni della sinistra libanese, che avevano tentato di impedire con la forza l’elezione di Sarkis, proponendo la candidatura di R. Eddé, si trovano sole a combattere contro le forze siriane poiché Arafat, capo dell’OLP, si era accordato col presidente Assad per non intervenire nei combattimenti. È una nuova prova del tradimento dei capi borghesi del movimento di resistenza, nei confronti delle masse rivoluzionarie, è una prova della cecità politica a cui sono portati dalla loro ricerca del compromesso. Da notare però che alcune organizzazioni dell’OLP si sono schierate con le sinistre libanesi contro i siriani. Ai primi di giugno la Siria interviene direttamente nel conflitto, spinta dalle continue sconfitte subite dalla destra cristiana nonostante l’aiuto della SAIKA. Truppe corazzate siriane hanno invaso il Libano schierandosi apertamente dalla parte delle classi reazionarie libanesi ed impegnando in durissimi combattimenti le organizzazioni di resistenza libano-palestinesi. Esse hanno sottoposto ad uno stretto assedio i quartieri di Beirut sotto controllo delle forze rivoluzionarie ed hanno aperto un nuovo fronte nel Sud del paese, dimostrando con i fatti quale tipo di «pacificazione» intendano stabilire.

Di fronte a questa vigliacca aggressione, nessuno ha mosso un dito e da dietro gli appelli alla pace, traspare la malcelata gioia di tutti i paesi interessati alla questione medio orientale, per una soluzione «definitiva» dello scottante problema palestinese. Kossyghin, primo ministro sovietico, era a Damasco quando le divisioni corazzate siriane, armate con carri T-62 di fabbricazione sovietica, passavano il confine libanese; gli USA sono stati «stranamente» silenziosi nonostante i loro ripetuti appelli per evitare un intervento straniero in Libano e lasciano fare; la stessa posizione viene mantenuta da Israele anche se può sembrare strano che questo stato permetta al suo acerrimo nemico siriano di aggirarlo dal Nord; la Francia appoggia incondizionatamente l’azione «pacificatrice» della Siria e così fa anche la Giordania per bocca del suo monarca Hussein, che proprio in quei giorni è a Mosca per contrattare l’acquisto di un grosso quantitativo di armi; la Lega araba, «dispiaciuta» per gli avvenimenti libanesi, riesce perfino ad indire una «riunione straordinaria»!

Si sono mossi tutti per cercare di arrivare ad un accordo solo quando le forze rivoluzionarie palestino-libanesi, nonostante i duri combattimenti a cui sono sottoposte da un intero anno, hanno dimostrato di essere un osso più duro di quel che si credeva, trovando la forza di resistere alle divisioni corazzate siriane, giungendo in alcuni casi a distruggere o addirittura a conquistare buon numero di mezzi nemici. È un fatto molto importante d’altronde che alcune unità della Saika, evidentemente non volendo combattere al servizio del regime reazionario siriano, si siano addirittura dissolte nei combattimenti, passando dalla parte delle sinistre. Per questo si vuole arrivare alle trattative, per ottenere brogliando ciò che non si è riusciti ad ottenere con la spada. Queste trattative a cui aspirano i capi borghesi dell’OLP, a cominciare da Arafat, non hanno altro scopo che di tentare con vacue promesse (come quella dell’invio in Libano di un «corpo di pace» costituito da truppe dei vari Stati Arabi) di indebolire le posizioni della resistenza, delle masse palestino-libanesi, di tentare probabilmente di spezzare la loro unità, di arrivare ad un compromesso con i capi moderati del movimento, isolando le frange più radicali. Ottenuti questi risultati, sottoscritto dalle parti un bel piano di pace, riprenderà la guerra, stavolta con posizioni di netto vantaggio per le classi reazionarie libanesi e per l’armata siriana ed allora non vi saranno tregue finché la testa armata della resistenza, i suoi figli migliori, i combattenti più audaci non saranno massacrati ed il popolo palestinese, ormai senza difesa, costretto a condurre una miserevole esistenza nei ghetti per lui predisposti dai caritatevoli Stati arabi.

STATI PROGRESSISTI E STATI REAZIONARI

Sia nel Settembre nero 1970 in Giordania che nel giugno 1976 in Libano si è svolto quindi lo stesso processo. Si è trattato, da parte dell’unione reazionaria tra Stati Arabi e imperialismo internazionale, di reprimere con qualsiasi mezzo, l’unico movimento rivoluzionario non comunista che esiste nell’area mediterranea, di spezzare ogni suo contatto con le masse sfruttate dei paesi arabi. Finché la funzione del boia era svolta dalla Giordania, notorio Stato reazionario legato all’Inghilterra e agli USA e dominato da una monarchia corrotta e sanguinaria, i conti tornavano, questi conti non tornano più per tanti pretesi sinistri e comunisti, quando la parte del boia viene svolta da un paese come la Siria, notoriamente progressista, notoriamente filo russo, con al potere un partito, il Baas, che si dichiara addirittura «socialista»! La soluzione per noi comunisti è semplice: in verità non esistono Stati progressisti come non esistono governi progressisti nell’epoca imperialistica; se è vero infatti che gli Stati in cui dominano ancora ristrette caste feudali sono reazionari, non meno reazionari sono, nei confronti delle classi sfruttate, quei paesi in cui è giunta al potere la borghesia, spesso a forza di compromessi con le classi feudali e l’imperialismo, più che col fucile in mano. Nel momento stesso in cui la borghesia prende il potere essa diventa reazionaria poiché il suo regime si basa sullo sfruttamento di un’altra classe, il proletariato, che tende a liberarsi dal suo dominio per fondare la società senza classi, il comunismo. La politica di questi Stati non può quindi essere dettata da nessuno spirito progressista ma soltanto dagli interessi di conservazione del potere statale borghese e della sua economia. Nei paesi dell’area medio orientale, si deve poi rilevare come, essendo poco rilevanti per territorio e numero di abitanti, neppure questo è concesso, poiché, data la loro debolezza, non possono sfuggire al cappio dell’imperialismo. L’unica cosa che possono fare, e non sempre, è scegliere il padrone da cui dipendere. Così uno Stato viene definito progressista se accetta la «protezione» del blocco orientale e reazionario se accetta quella del blocco occidentale. Le capriole dell’Egitto che passava da progressista a reazionario ogni volta che cambiava i prestiti in rubli con quelli in dollari ne sono una dimostrazione e abbiamo visto in cosa è sempre consistita la politica «socialista» dell’Egitto, anche al tempo di Nasser: supersfruttamento dei fellah, dei contadini poveri e repressione spietata verso il movimento operaio. Potremmo fare l’esempio dell’Iraq, che oggi si dichiara fratello del popolo palestinese e il cui ambasciatore a Parigi si rifiuta di stringere la mano insanguinata di Assad ma che appena un anno fa, risolse con gli stessi metodi, cioè col genocidio, la questione della minoranza curda; potremmo continuare con Algeria, Libia, Eritrea, Sudan ecc.

STRANE ALLEANZE

C’è un’altra questione da notare sulla vera e propria guerra che si sta svolgendo in Libano. La Siria, oltre ad essere considerata uno stato progressista è anche considerata la più agguerrita nemica di Israele. Gli israeliani occupano le alture del Golan, da una parte e dall’altra della sottile linea ove stazionano ancora i caschi blu dell’ONU, non si perde occasione per rafforzare le rispettive posizioni in vista di un nuovo conflitto. Perché, ci si potrebbe chiedere allora, Israele non si è opposto all’invasione siriana in Libano?

Perché dopo aver fissato nella linea del fiume Litani, nel sud del Libano, la sua linea di sicurezza, diffidando i siriani a superarla, in un secondo tempo ha fatto capire che non si opporrebbe nel caso di un eventuale suo superamento? Le ragioni sono le stesse per cui gli aerei Israeliani nel 1970 bombardavano i campi profughi palestinesi mentre i carri armati giordani li attaccavano dalla terra. La borghesia di tutto il mondo, tutte le classi reazionarie sono alleate contro il proletariato, contro le masse sfruttate in lotta per la loro emancipazione. Nel 1871, durante la guerra franco-prussiana il proletariato parigino diede il segnale della lotta rivoluzionaria contro la borghesia; ebbene i due eserciti in guerra, firmato l’armistizio, marciarono insieme su Parigi e furono proprio le truppe francesi a massacrare i proletari che avevano osato l’assalto al cielo. Gli esempi sono, dopo questo, innumerevoli: dalla santa alleanza delle borghesie di tutto il mondo, fin allora in guerra tra di loro, contro la Russia Sovietica nel 1918-’23, all’arresto dell’armata russa (ma non rossa) di Stalin dinanzi a Varsavia, nella II guerra mondiale, per permettere ai tedeschi di liquidarne l’eroica insurrezione proletaria, alla alleanza dei blocchi occidentale e orientale nella repressione della Comune di Berlino nel 1953. Niente da stupirsi dunque, le classi al potere in Israele come in Siria, in Giordania, in Egitto, in Arabia Saudita, in Iraq o in Libano sanno che di tutti i nemici il peggiore, il più pericoloso è il nemico di classe, sono le masse oppresse, è il proletariato. Prima va ridotto all’impotenza questo nemico, poi si risolveranno le questioni tra i vari Stati. Quindi prima vanno liquidate le organizzazioni di lotta delle masse diseredate palestinesi, poi si risolverà la questione del Golan, della Cisgiordania o del Sinai. Le lezioni da trarre da queste semplici constatazioni sono queste: Le masse diseredate palestinesi non devono aspettarsi alcun aiuto dai paesi arabi, né tantomeno devono aspettarsi alcun aiuto dai grandi paesi imperialistici. Questi paesi sono stretti in una santa alleanza contro il popolo palestinese e lo saranno sempre finché i loro regimi reazionari non saranno rovesciati. Chi illude i combattenti palestinesi su questa realtà, chi cerca l’accordo e il compromesso con quei regimi è un traditore della causa rivoluzionaria del popolo palestinese e non fa che contribuire al suo indebolimento politico e militare. Le masse sfruttate palestinesi che lottano col fucile in mano, spinte dalle terribili condizioni di esistenza in cui sono costrette dall’imperialismo, hanno un solo alleato e cioè le masse che, come loro, sono sfruttate e schiacciate; i contadini poveri della valle del Nilo, come quelli giordani, siriani o israeliani; i proletari del Cairo, come quelli di Amman, di Beirut, di Damasco, di Tel Aviv o di Gerusalemme; i proletari arabi come quelli israeliani. È su queste forze che essi devono basarsi per continuare la loro lotta. Non è vero che il popolo palestinese deve contare solo sulle proprie forze; è vero invece che le masse sfruttate palestinesi potranno vincere solo se riusciranno ad estendere la loro lotta ai loro fratelli di classe nei vari paesi arabi. Come andrebbero le cose ad Assad se, mentre le sue colonne corazzate sono in Libano, i contadini, i proletari, le masse sfruttate siriane si ribellassero al loro sfruttamento ed attaccassero il regime baasista al cuore? Certo non è una prospettiva a breve scadenza questa, anche se gli avvenimenti libanesi, l’alleanza cioè delle masse proletarie libanesi contro il comune nemico è un fatto importante ed esaltante, ma certo questa prospettiva è l’unica che ha possibilità di risultare vittoriosa. Il popolo palestinese se non vorrà che la sua lotta finisca in un bagno di sangue, in uno scontro eroico sì, ma che lo veda isolato contro l’imperialismo mondiale, dovrà sempre di più aumentare i suoi sforzi, dedicare sempre più energie a legarsi con le masse sfruttate dei paesi arabi, a minare le basi di quei regimi reazionari.

Il proletariato palestinese all’interno di Israele dovrà fare tutti gli sforzi per legarsi al proletariato israeliano, per portarlo alla lotta contro la propria borghesia. L’imperialismo israeliano non sarà abbattuto finché potrà contare sulla collaborazione della sua classe operaia, ma questa collaborazione non durerà a lungo perché anche i privilegi dell’operaio israeliano nei confronti di quello palestinese vanno sciogliendosi come neve al sole di fronte alla inflazione galoppante, alla crisi economica mondiale del capitalismo e su queste basi nascerà l’alleanza di classe, l’alleanza rivoluzionaria tra masse sfruttate palestinesi, arabe e proletariato israeliano.

VIVA LA LOTTA DELLE MASSE DISEREDATE PALESTINESI CONTRO L’IMPERIALISMO E LE CLASSI DOMINANTI ARABE!

Le questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della Sinistra Pt.12

Oggi, come non mai, la realizzazione pratica della «piattaforma» tattica del partito, ripetiamo, si sintetizza sostanzialmente nel «fronte unico sindacale del proletariato, opposizione politica incessante verso il governo borghese e tutti i partiti legali», nel cui novero, ribadiamo, stanno anche coloro che predicano violenza ma non Dittatura rivoluzionaria proletaria sotto la direzione del solo ed unico Partito Comunista; oggi come non mai questa realizzazione si manifesta impossibile senza infrangere la «legalità» sindacale e costituzionale, cioè senza lo scontro violento con le strutture legali del regime attuale.

NATURA ANTILEGALITARIA E ANTIDEMOCRATICA DELLA TATTICA COMUNISTA

Nel quinto articolo del testo già citato, «La tattica dell’Internazionale Comunista», del gennaio 1922, queste caratteristiche peculiari della tattica comunista vengono impostate e svolte alla luce delle condizioni storiche oggettive dell’epoca, diverse formalmente da quelle odierne, ma non per questo meno istruttive e preziose per la lotta rivoluzionaria.

Il testo ribadisce che il Partito Comunista, unica «avanguardia» del proletariato, è «un organo collettivo», al tempo stesso «scuola (nel senso di una tendenza teorica)» ed «esercito con adatta gerarchia e adeguato allenamento di esercitazione», e come tale la sua azione non può prescindere «dalle influenze che ha su queste forze lo svolgimento stesso dell’azione e il metodo scelto per condurla innanzi». Segue un passo, ormai celebre nella polemica che posteriormente la Sinistra fu costretta a condurre contro la degenerazione dell’IC e che culminò a Lione e a Mosca, al 3° Congresso del PCdI, e al VI Esecutivo Allargato dell’IC: «Perché il Partito non è il ”soggetto” invariabile e incommistibile delle astruserie filosofiche, ma a sua volta un elemento oggettivo della situazione. La soluzione del problema difficilissimo della tattica del Partito non è ancora analoga a quella dei problemi dell’arte militare; in politica si può correggere, ma non manipolare a piacere la situazione: i dati del problema non sono il nostro esercito e quello avversario, ma la formazione dell’esercito a spese di strati indifferenti e delle stesse schiere nemiche si attua – e può attuarsi tanto da una parte come dall’altra – mentre si svolgono le ostilità».

Poi vengono esposti i dati oggettivi su cui il partito deve operare: «Una ottima utilizzazione delle condizioni oggettive rivoluzionarie senza alcun pericolo di menomare quelle soggettive, anzi con la certezza di svilupparle brillantemente è data dalla partecipazione e dal suscitamento delle azioni di masse per le rivendicazioni economiche difensive che solleva nell’attuale momento della crisi capitalistica l’offensiva padronale, come già abbiamo detto. Per tal modo spingendo le masse a seguire impulsi che esse già chiaramente e potentemente sentono, le conduciamo sulla via rivoluzionaria da noi tracciata, sicuri che lungo questa le condizioni soggettive a noi contrarie saranno superate e le masse si troveranno dinanzi alla necessità della lotta per la rivoluzione integrale per la quale il nostro partito darà loro una attrezzatura teorica e tecnica che la lotta avrà migliorata e potenziata. La indipendente posizione politica del nostro partito gli avrà permesso di svolgere nel corso dell’azione la preparazione rivoluzionaria ideale e materiale che è mancata in altre situazioni, che pure spingevano le masse alla lotta, perché tra gli altri motivi si verificava l’assenza di una minoranza differenziata in quanto a coscienza rivoluzionaria e a preparazione alle decisive forme di lotta».

Il terreno delle lotte economiche, ancora una volta definito come «terreno» principale in cui «si fa l’agitazione e la preparazione rivoluzionaria», reso incandescente dall’offensiva borghese sulle condizioni materiali delle masse salariate, è il campo di reclutamento dell’esercito proletario sotto la bandiera del comunismo, «a spese» degli altri partiti e del nemico. Questa offensiva tattica della borghesia è la forma che assume la difesa strategica del regime capitalistico con la quale «si prefigge di contrapporre alla rivoluzione proletaria delle controcondizioni soggettive, di compensare la pressione rivoluzionaria oggettiva nascente dalle asprezze e dalle strette della crisi mondiale colle risorse di un monopolio politico e ideologico dell’attività del proletariato, per il quale la classe dominante tenta di mobilitare le gerarchie dei capi proletari».

«Una vasta parte del proletariato, attraverso le organizzazioni dei partiti socialdemocratici, è inceppata dalla ideologia borghese e dalla mancanza di una ideologia rivoluzionaria, e qui più che alla concezione ideologica nel senso individuale bisogna pensare alla attitudine a muoversi collettivamente con un indirizzo sicuro ed una organizzazione di lotta nel campo politico».

L’opportunismo, ieri socialdemocratico e oggi comunsocialdemocratico, è il canale per il quale passa il veleno borghese nel proletariato. Infatti: «La borghesia e i suoi alleati lavorano a diffondere nel proletariato la persuasione che per la sua lotta di miglioramento non è necessario servirsi di mezzi violenti e che le armi di essa si trovano nel pacifico impiego dell’apparecchio democratico rappresentativo e nell’orbita delle istituzioni legali».

È storia di oggi! Il capitalismo è riuscito a imbevere il proletariato di droga democratica, pacifista e legalitaria al punto di rinunciare persino a difendere direttamente il salario e il posto di lavoro, rimettendo le sue sorti nelle mani dello Stato. Il nostro antico odio per la democrazia, anche quando la difendemmo, puntellando la borghesia rivoluzionaria sempre disposta al tradimento, contro i rigurgiti reazionari delle classi del vecchio regime, non discende, come si vede, da pregiudizi o apriorismi dottrinari, ma da considerazioni pratiche. Per questo abbiamo indicato ed indichiamo al proletariato di disertare ogni forma elettoralistica, quale che sia la posta dell’elezione o del referendum, sul divorzio ieri, sull’aborto domani. Ma il testo approfondisce la dimostrazione: «Queste illusioni sono oltremodo pericolose per le sorti della rivoluzione, perché è certo che esse ad un certo momento cadranno, ma in quello stesso momento non si realizzerà per la caduta di esse l’attitudine delle masse a sostenere la lotta contro l’apparecchio legale e statale borghese coi mezzi della guerra rivoluzionaria né a proclamare e sorreggere la dittatura di classe, solo mezzo per soffocare la classe avversaria. La riluttanza e la inesperienza del proletariato ad usare queste armi risolutive tornerebbero a tutto vantaggio della borghesia: distruggere nel più gran numero possibile di proletari questa ripugnanza soggettiva a dare all’avversario i colpi decisivi e prepararlo alle esigenze di una tale azione, è per contrapposto compito del Partito Comunista. Illusorio è perseguire tal fine colla preparazione della ideologia e della esercitazione alla guerra di classe fin dell’ultimo proletario; indispensabile è garantirlo con la formazione e il consolidamento di un organismo collettivo la cui opera e attitudine in tale campo costituiscano il richiamo della più gran parte possibile di lavoratori, perché possedendo un punto di riferimento e di appoggio la immancabile delusione che disperderà domani le menzogne democratiche sia seguita da una utile conversione sui metodi di lotta rivoluzionari. Non possiamo vincere in questo senso la maggioranza del proletariato, ossia mentre la maggioranza del proletariato si trova ancora sulla piattaforma politica della legalità e della socialdemocrazia, ha detto il Terzo Congresso dell’IC, ed ha avuto ragione; ma appunto per questo dobbiamo preoccuparci di adoperare tale tattica, che, nei movimenti delle grandi masse, che le oggettive condizioni economiche suscitano, vada progressivamente crescendo l’effettivo di quella minoranza che, avendo a nucleo il partito comunista, ha impostato la sua azione e la sua preparazione sul terreno della lotta antilegalitaria».

Il partito, quindi, pur operando anche e per quanto gli sia possibile con mezzi legali, come per es. la stampa legale, predica, e nei limiti della sua forza fisica, aziona, la preparazione rivoluzionaria del proletariato, dimostra l’inconsistenza delle «conquiste» in regime borghese e si sforza di organizzare attorno a sé una «minoranza» che faccia proprie le sue direttive antilegalitarie. Oggi ciò è quasi invisibile e lo Stato non accenna ancora a mettere fuori della legalità repubblicana borghese il nostro partito, sebbene predichi insieme a tutti i partiti costituzionali, compresi quelli cosiddetti «operai», di essere contro «qualsiasi violenza, da qualunque parte provenga», ad eccezione, ovviamente, della violenza praticata dallo Stato stesso e dai governi che se ne alternano alla direzione. Basta pensare però alla canagliesca vigilanza poliziesca dei bonzi sindacali per reprimere gli operai ribelli ai loro ordini infami, mettendoli fuori della legalità sindacale, per constatare che i lavoratori, comunisti o no, per difendere se stessi, il loro lavoro e il loro salario, vengono costretti a rompere la disciplina organizzativa. Per questo della delega si fa una questione di principio, sia da parte dei vertici sindacali che da parte del nostro partito. E i comunisti, «nucleo che ha impostato la sua azione e la sua preparazione sul terreno della lotta antilegalitaria» devono respingere la delega e invitare i proletari a seguire il loro esempio.

Questo aspetto della guerra di classe odierna ci riporta agli inizi del movimento operaio, quando i proletari dovettero conquistare la «libertà e il diritto di associazione» a prezzo di lotte feroci e spesso cruente contro lo Stato borghese, cioè con mezzi violenti e rivoluzionari. Oggi il problema si pone in questi termini: la conquista dell’organizzazione di classe, infeudata allo Stato per mezzo della politica traditrice di una schiera di funzionari corrotti dalla borghesia e sostenuta dai partiti popolari e falsi operai, passa attraverso la ribellione del proletariato a tutti gli attuali sindacati nazionali, piccoli e grandi che siano, si attua per mezzo della lotta senza quartiere contro le direttive conciliazioniste della gerarchia tricolore, esattamente come ieri si attuava «colla critica incessante dei partiti socialdemocratici e la lotta contro di essi nell’interno dei sindacati». Questa azione difficile e complessa è un aspetto della preparazione rivoluzionaria del proletariato che costituisce la funzione principale del partito comunista. Come si vede il campo dell’azione legale del proletariato, anche quando intenda soltanto far valere i suoi interessi contingenti, da allora si è ristretto a tal punto che quasi è scomparso.

La questione era già chiara alla Sinistra sin dal 1922, ed il testo anticipa: «Nulla si oppone dal punto di vista critico e da quello delle reali esperienze pratiche che possediamo, ad un passaggio dall’azione del fronte delle grandi masse per rivendicazioni che il capitalismo non può né vuole concedere e contro le quali adopera la reazione aperta di forze regolari e irregolari, all’azione per l’emancipazione integrale dei lavoratori, perché come questa così quelle sono divenute impossibili senza lo spezzamento della macchina borghese di dominio politico-militare, contro la quale i lavoratori sono condotti, mentre già per la lotta contro di essa si era organizzato il partito comunista, inquadrante una parte delle masse, che non hanno mai nel corso delle lotte nascosto che si doveva lottare contro forze di tal natura, e hanno preso su di sé la prima fase della battaglia nei suoi aspetti di azione diretta di guerriglia di classe, di cospirazione rivoluzionaria».

«Tutto, invece, ci conduce a condannare come cosa affatto diversa e di effetto contrario il tentativo di un passaggio del fronte delle grandi masse ad un’azione che, se pure ha per obiettivo rivendicazioni immediate e accettabili alla massa, si svolge sulla piattaforma politica della democrazia legale, ad un’azione antilegalitaria e per la dittatura proletaria. Qui non si tratta più di mutamenti di obiettivi, ma di mutamenti del piano di azione, dei suoi schieramenti, dei suoi metodi, e la conversione tattica è possibile, a nostro credere, solo nei piani di condottieri che abbiano dimenticato l’equilibrio della dialettica marxista e immaginino di operare con un esercito giunto al perfetto automatismo delle armate inquadrate e allenate da tempo anziché colle tendenze e le capacità in via di formazione di elementi da organizzare ma sempre pronti a ricadere nelle incoerenze delle azioni individuali e decentrate».

Il testo ci riporta allo sforzo formidabile compiuto dalla Sinistra per tenere vincolata l’IC ad una tattica rivoluzionaria rigorosa e coerente. La lunga trattazione vuol dimostrare appunto che non si può agire «a piacere» in «politica» e che le «diversioni» tattiche sono estremamente pericolose anche per un partito rivoluzionario che non dispone di un esercito da tempo allenato e saldamente inquadrato, ma di un esercito «colle tendenze e le capacità in via di formazione di elementi da organizzare ma sempre pronti a ricadere nelle incoerenze delle azioni individuali e decentrate».

Questo assunto fu verificato essere tragicamente vero in più occasioni, dall’Ottobre tedesco 1923 quasi ininterrottamente di sconfitta in sconfitta e di sbandamento in sbandamento sino al crollo dell’IC. Oggi la verifica è ancora più facile e scoperti gli effetti. I PC ufficiali stanno al di sotto persino dei partiti radicali borghesi di allora. Le uniche «diversioni» tattiche che questi partitacci sono in grado di concepire consistono nel passare alternativamente da una opposizione «leale» al governo legale dello Stato borghese e viceversa. Allora, invece, si trattava di saltare dall’uso di mezzi democratici e legali a quello di mezzi antidemocratici e rivoluzionari, con audacia sprovvista di condizioni soggettive adeguate e soprattutto dell’«equilibrio della dialettica marxista». Il passaggio anche dei PC ufficiali nel campo della controrivoluzione e il crescente dilatarsi e giganteggiare del potere statale, per sua natura dittatoriale e totalitario, hanno ristretto vieppiù le possibilità oggettive di utilizzo dei mezzi legali, sempre in senso dialettico rivoluzionario, da parte del partito comunista rivoluzionario. Cosicché viene a confermarsi che la democrazia e la legalità sono una piovra che stritola chiunque se ne lasci afferrare.

Il testo, infatti, ammonisce che «La via della rivoluzione diviene un vicolo cieco se il proletariato, per constatare che il sipario variopinto della democrazia liberalesca e popolaresca nasconde i ferrei bastioni dello Stato di classe, dovrà procedere fino in fondo senza pensare a munirsi di mezzi atti a sventare l’ultimo e decisivo ostacolo, se non nel momento in cui dalla fortezza del dominio borghese usciranno per precipitarsi su di lui, armate di tutto punto, le schiere feroci della reazione». Perché la reazione feroce e cruenta della borghesia non mancherà quando gli operai saranno costretti a passare oltre i legalismi e le pastoie democratiche per difendere i loro interessi materiali immediati, e sarà vittoriosa se il proletariato avrà creduto di allontanarla con il suo precedente contegno passivo. Per queste ragioni «IL PARTITO È NECESSARIO ALLA VITTORIA RIVOLUZIONARIA IN QUANTO È NECESSARIO CHE MOLTO PRIMA UNA MINORANZA DEL PROLETARIATO COMINCI A GRIDARE INCESSANTEMENTE AL RIMANENTE CHE OCCORRE ARMARSI PER L’URTO SUPREMO ARMANDOSI ESSA STESSA E ISTRUENDOSI ALLA LOTTA CHE SARÀ INEVITABILE».

Proprio per questo il partito deve incitare il proletariato in generale e la minoranza che lo segue a non «addormentarsi nell’illusione democratica» e ad infrangere ogni legalità quando sia di ostacolo all’armamento rivoluzionario delle masse operaie.

Per tale ragione, quindi, e al fine di preparare il proletariato all’azione rivoluzionaria «l’azione delle grandi masse non può dunque realizzarsi che nel campo dell’azione diretta» e dell’affasciamento di tutte le forze proletarie, tenendo conto oggi ancor più di ieri che «l’iniziativa di questa agitazione spetta al Partito comunista, poiché gli altri partiti, sostenendo l’inazione delle masse dinanzi alle provocazioni della classe dominante sfruttatrice, e la diversione sul terreno della legalità statale e democratica, dimostrano di disertare la causa proletaria e ci permettono di spingere al massimo la lotta per condurre il proletariato all’azione con la direttiva e coi metodi comunisti».

In Svezia con la partecipazione invitano gli operai ad autolicenziarsi

In Svezia, summa patria democratica dei re in bicicletta, si sta realizzando il sogno borghese della partecipazione operaia. Gli sforzi degli epigoni del nostrano Benito trovano finalmente la loro realizzazione. È stata infatti varata il 2 giugno la nuova legge «sociale» attraverso la quale i lavoratori saranno cooptati alla codirezione dell’economia nazionale. Migliore dimostrazione della vittoria alla scala sociale del fascismo, presunto barbaro infedele abbattuto sul terreno di battaglia, non potrebbe esservi. Il corporativismo statale è finalmente realizzato e la Svezia può ben vantarsi di questo al consesso internazionale borghese.

In pratica agli operai viene, con la nuova legge, riconosciuta la «compartecipazione decisionale sulla guida del lavoro e delle aziende»; i bonzi nostrani sono tutto un dar di gomito ed uno sbatter di ciglia, ma cosa rappresenta per gli operai in realtà tutto questo? Noi marxisti diciamo che si può produrre soltanto in modo capitalista o, in questa società, non si produce, da ciò la negazione assoluta di un qualsivoglia passaggio graduale a socialismi da spartirsi al 50% con la borghesia, parto, o meglio aborto, di socialdemocratici di altri tempi, che la spudoratezza di quelli dell’oggi non fa più testo. E non infatti di socialismo, ma di socialità, perniciosa attività da buoni samaritani, parla, o meglio blatera, il lercetto socialdemocratico Fagerlund, quando afferma «Oltre ad aumentare la soddisfazione offerta dal proprio lavoro, aumenteranno anche le possibilità di gestire le aziende con concetti più umanitari, grazie all’intervento dei dipendenti». No comment per la parte, «sagra del buono», su una pretesa maggior soddisfazione del lavoro: ricordiamo ai proletari, e sbattiamo sul muso di questi sciacalli, che nella società del capitale il lavoro risulta sempre estraneo alla natura del lavoratore, di più, si oppone ad esso attraverso il meccanismo economico che fa il proletariato tanto più povero quanto maggiore è la ricchezza che questi produce, sino a mettere in pericolo la sua stessa esistenza fisica, vedi aumento dei prezzi, aumento dei ritmi lavorativi con la naturale conseguenza di un sempre maggior numero di omicidi bianchi, abbassamento rapido del salario reale e così via, tutti parametri questi non condizionati dalla singola volontà del capitalista o tanto meno del singolo operaio, quanto dalle leggi economiche mondiali del capitale.

Se pure le parole risultano false, servono ben a mascherare il tranello tanto a lungo progettato: classe borghese e classe proletaria saldamente unite nel rafforzamento e per un eventuale allargamento della sfera di influenza dell’economia nazionale, che altro non è che l’economia della classe dirigente, della borghesia dunque. Ultime pennellate e il quadro corporativo tanto a lungo compulsato, o ponzato, dalla borghesia è «bell’e pronto». A giusta ragione il liberale Eriksson si compiace di questo allargamento della democrazia sui posti di lavoro, è proprio questa che lo grazia dai calci dei proletari ed è ancora questa che dipinge di rosa (anche se di questi tempi di mani di vernice ce ne vogliono diverse) un futuro che altrimenti, grazie ai toni cupi potrebbe far accigliare troppo seriamente la classe operaia. Mentre la borghesia svedese dà un «fulgido esempio» alle sue colleghe europee, il partito dimostra e denuncia a tutti i proletari che il vero interesse borghese è quello di eliminare il più possibile i contrasti di classe tra sfruttati e sfruttatori gettando nello stesso calderone da corporazione fascista gli interessi contrastanti delle classi storicamente nemiche, castrando ogni sforzo ribelle e costringendo il proletariato a continuare a dare le sue forze e le sue energie per questa società che vive unicamente per i loro sforzi e la loro fatica.

Al punto 3 dell’accordo leggiamo: «Ai datori di lavoro viene addossato il cosiddetto obbligo primario di trattativa. Essi devono cioè di propria iniziativa trattare con il sindacato prima di prendere importanti decisioni riguardanti cambiamenti quali ad esempio la cessione dell’azienda, la diversificazione della produzione, la riorganizzazione aziendale, o lo spostamento della manodopera ad altre mansioni o ad altri siti». Miglior modo, da parte sindacale di avocare a sé ogni decisione in merito al modo di spremere forza lavoro, non poteva esservi. Non più dunque discutibile il licenziamento (di sciopero non si parla nemmeno): se alcune migliaia di operai dovranno essere espulsi dal circuito produttivo si invocherà la santa causa dell’economia nazionale di cui tutti dovranno essere compartecipi; per impedire che qualche testa calda perda la pazienza i sussidi in una mano un ben più sostanzioso manganello nell’altra. Si chiede insomma al proletariato, e tutto questo dovrebbe risuonare alle orecchie degli operai di casa nostra, di autolicenziarsi o di autoaumentarsi i ritmi di lavoro, il tutto attraverso beninteso le boccucce di rosa dei loro dirigenti sindacali.

Al punto 6 si dice: «Nel settore pubblico, i dipendenti hanno il diritto di trattare tutto ciò che riguarda il settore decisionale degli uomini politici. Ma non è consentito mortificare le intenzioni degli elettori…». Con questo ottimo saggio di imperitura idiozia si chiarisce più ampiamente a tutta la classe operaia che la situazione che verrà a crearsi non si discosterà per niente da quella che oggi essa sta vivendo, se non nel rendere ancor più saldamente operante il famoso detto «o mangi questa minestra o salti quella finestra» che più semplicemente si può riassumere nell’assunzione da parte statale delle dirigenze sindacali come vere e proprie forze di polizia all’interno della classe operaia; dunque loro diretta programmazione non tanto del 50% dell’economia (!), ma programmazione della pace sociale che sbarrando la strada alla ribellione proletaria inviti, con le buone o con le cattive, chi è scontento della attuale situazione ad autoconvincersi che la violenza non serve a niente e che è giusto che tutto si svolga nel quadro parlamentare e democratico, senza lasciarsi trasportare da «eccessi estremistici».

Ebbene noi diciamo a questi logori pastrani che è l’ora che si tolgano di mezzo, perché i santi della «chiesa democratica» potrebbero improvvisamente cessare di far grazie, ed essi si troverebbero con il fondo schiena fin troppo pieno di lividi. La classe operaia contro le false lusinghe di «nuove» responsabilità, deve opporre la sua forza per difendere se stessa ed i suoi interessi, buttando a mare i vincoli che la vorrebbero ancorata agli interessi ed alla economia del nemico. Se sindacati traditori, dalle bionde capigliature o meno non interessa, tentano di far inginocchiare il proletariato dinanzi alla carota di un benessere che mai, e tantomeno oggi in tempo di crisi, può esistere, questo deve far leva sulla sua unità e sulla sua compattezza per impedire con la lotta di classe di continuare sempre in maggior misura a pagare la crisi della classe padronale; i lavoratori devono ritrovare, come già oggi comincia ad accadere, lo stimolo e la forza per una lotta che non li veda sconfitti per viltà ma che al contrario sia senza quartiere, non escludendo nessun mezzo nella difesa del salario, del posto di lavoro. Questa strada dimostrerà facilmente nella pratica quanto siano demagogiche ed antioperaie le parole d’ordine di collaborazione e compartecipazione alla gestione dell’economia dello Stato borghese.

Delle crisi delle economie nazionali non deve importare a quegli operai che vogliano difendere i loro interessi di classe. La crisi del sistema capitalistico dovrà essere la classe degli sfruttatori a pagarla non quella degli sfruttati.

Il patto sociale dei bonzi lo inventò il fascismo

«Nel contratto collettivo di lavoro trova espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione».

Questo testuale il punto IV della Carta del Lavoro fascista, parte prima, il quale 50 anni fa anticipava in maniera cristallina tutti i patti e le tregue sociali che oggi vengono sbandierati con ostentatezza dai duci sindacali. Una, fra le tante, è stata l’intervista concessa da Lama e Storti al confindustriale Il Sole 24 ore, 5-6 luglio, sul tema dei compiti del sindacato di fronte all’attuale situazione politica che reclama un patto sociale fra lavoro e capitale.

Unica distinzione fra i due è una timida richiesta da parte di Lama di un governo di vasto consenso popolare in cui tutte le forze sociali siano rappresentate (chiaramente il PCI al governo), dopodiché salta agli occhi una perfetta identità di intenzioni di puntellare il regime borghese quale che sia la sua formula; e così anche chi si immaginava un braccio di ferro della CGIL per il PCI al governo è bell’e deluso: l’importante è far rimanere tutto come prima: bloccare le rivendicazioni operaie e restituire alle imprese competitività e profitti:

Storti: «Ripeto non è obbligatorio stringere un patto sociale, quindi non parliamone sul piano istituzionale. Il patto sociale può invece nascere senza titoli o simbolismi, da un raffronto dal quale deve scaturire un accordo e quindi un impegno su alcune cose da fare… Il sindacato si è sempre fatto carico in passato della gravità della situazione; in questo momento deve accrescere, se possibile, il suo grado di responsabilità nei confronti della società e delle istituzioni prima che qualsiasi formula o formuletta venga fuori».

Lama: «Noi pensiamo ad impegni precisi nei comportamenti finalizzati in un programma generale di politica economica nella quale tutti debbono avere e rispettare un ruolo… Ci siamo autolimitati, tanto per fare un esempio, le rivendicazioni salariali nonostante non avessimo davanti programmi di investimenti e di occupazione, in polemica con un governo che non faceva quello che doveva fare nel settore della politica economica… La politica salariale è una componente importante, anche se non la sola.

Le componenti di ben altro calibro sono diverse e riguardano il modo come si organizza il credito, gli incentivi, le scelte settoriali e territoriali per gli investimenti e tanti altri aspetti del gioco della vita di un’impresa in un sistema economico. Bisogna creare insomma, nell’insieme, un quadro di convenienze. Non c’è nessuna azienda che possa ragionevolmente rischiare capitale rinunciando ad un profitto immediato e futuro. Ecco perché una delle condizioni essenziali è quella di consentire un ragionevole profitto imprenditoriale».

Queste le enunciazioni dei due segretari sindacali che con premura hanno rassicurato gli imprenditori che il loro profitto non è in pericolo, anzi, loro ne sono i più solerti difensori giusta la tesi cara all’opportunismo di ieri e di oggi che se il capitale va in malora vanno in malora anche gli operai. Soluzione comunista è la distruzione del modo di produzione capitalistico, il socialismo, in cui non andrà in malora la forza lavoro in quanto non esisterà il capitale con la sua sanguinosa accumulazione.

Ritornando al sindacalismo fascista e precisamente questa volta al Patto di Palazzo Chigi del 21-12-1923: «La Confederazione Generale dell’Industria Italiana e la Confederazione Generale delle Corporazioni Fasciste… dichiara che la ricchezza del Paese, condizione prima della sua forza politica, può rapidamente accrescersi e che i lavoratori delle aziende possono evitare i danni e le perdite delle interruzioni lavorative, quando la concordia tra i vari elementi della produzione assicuri la continuità e la tranquillità dello sviluppo industriale; affermano il principio che l’organizzazione sindacale non deve basarsi sul criterio dell’irriducibile contrasto di interessi tra industriale ed operaio, ma ispirarsi alla necessità di stringere sempre più cordiali rapporti tra i singoli datori di lavoro e lavoratori, e fra le loro organizzazioni sindacali, cercando di assicurare a ciascuno degli elementi produttivi le migliori condizioni per lo sviluppo delle rispettive funzioni, ed i più equi compensi per l’opera loro, il che rispecchia, anche nella stipulazione di contratti di lavoro, lo spirito del sindacalismo nazionale…».

Abbiamo allineato questa serie di citazioni per mostrare la coincidenza delle posizioni del sindacalismo tricolore con quello corporativo; in ambedue la forza-lavoro non è elemento antagonistico al Capitale e al suo ciclo produttivo, ma una sua componente necessaria, naturale alla stessa stregua dei capitali fissi anticipati dal borghese; all’operaio va il salario al capitalista va il profitto e tutti son pari.

Lama dice di consentire un ragionevole profitto agli imprenditori. E la difesa delle condizioni del proletariato? Viene dopo, post festum, e se il capitale può permettersi di elargire ai suoi schiavi le briciole che avanzano dal suo lauto banchetto.

Sindacalismo tricolore, ecco l’espressione con la quale il partito ha definito l’assoggettamento del sindacato «uscito dalla Resistenza» agli interessi del padronato e dello Stato borghese, sindacalismo tricolore che tende a inglobare pacificamente, e questo è il peggio, le organizzazioni sindacali nella struttura dello Stato borghese, cosa che il fascismo realizzò frantumando violentemente i sindacati operai e incendiando le gloriose Camere del Lavoro.

Il sindacato per il quale i comunisti indefessamente lottano, lo abbiamo costantemente enunciato fin dal 1945 quando si ricostruì una piccola rete di partito, è di classe, è un sindacato autonomo dallo Stato e dai suoi uffici, agisce con i metodi della lotta di classe e dell’azione diretta e si fa carico dei soli interessi della classe lavoratrice.

Per noi il sindacato è scuola di guerra del proletariato contro il padronato e il nostro lavoro tende a prenderne la testa, consci che la funzione sindacale si completa e si integra alla sola condizione che alla testa delle organizzazioni economiche vi sia il partito di classe, che ogni altro indirizzo le rende sterili ed incapaci agli stessi fini della difesa e del miglioramento delle condizioni economiche immediate dei lavoratori, condizione che l’opportunismo sacrifica sull’altare della Nazione e della Produzione.

I due citati duci sindacali non vogliono sentir parlare di patto sociale, amano trastullarsi con discorsi su «impegni su alcune cose da fare» (Storti) e su «impegni precisi nei comportamenti finalizzati in un programma generale…» (Lama) ma che differenza c’è fra loro e il sindacalismo fascista che voleva «assicurare a ciascuno degli elementi produttivi le migliori condizioni per lo sviluppo delle rispettive funzioni»?

Evidentemente non c’è nessuna differenza e possiamo benissimo così parafrasare Storti: «è inutile parlare di Patti Sociali e di Compromessi Storici, è da trenta anni che sia l’uno che l’altro esistono nelle cose»; «il sindacato si è sempre fatto carico in passato della gravità della situazione» dice Storti, certo siamo d’accordo è stato il miglior puntello di questa fragile Repubblichetta e di questo dovete tutti essere riconoscenti all’opportunismo.

«Le aziende non devono rischiare invano il loro capitale», tuona Lama ecco perché la classe lavoratrice deve mettersi in testa di cominciare a fare sacrifici; nessun sacrificio della classe lavoratrice per il regime borghese diciamo noi, ma generale e incessante lotta di classe del proletariato per il suo compito storico di abbattere questa società.

Enti locali - una piattaforma dettata dallo Stato

Il contratto dei dipendenti degli enti locali è scaduto dal 30 giugno ma i sindacati sono tutt’altro che intenzionati a condurre in modo efficace la vertenza. Nonostante il «senso di impazienza dei lavoratori», come ammettono nelle loro stesse relazioni, continuano a prendere tempo sperando solo che i «manifesti e giustificati segni» di malumore non si tramutino in una opposizione sistematica della base alle direttive delatorie.

Solo nei primi giorni di luglio, alla vigilia delle ferie, sono stati costretti a convocare le assemblee provinciali riservate ai delegati, nelle quali però si è presentata alla discussione non l’attesa piattaforma, la discussione della quale è rimandata «entro il 30 settembre», bensì l’ipotesi di contratto per i lavoratori delle Regioni. Evidente quindi che scopo di quella riunione era di rimandare ogni decisione mentre di lottare ancora non se ne parla nemmeno.

Tuttavia, dato che l’infame impostazione generale delle rivendicazioni è prevista essere la medesima per tutto il pubblico impiego, coerente con l’obiettivo di far sopportare ai lavoratori di tutte le categorie il peso della crisi capitalistica, e che alla piattaforma dei regionali dicesi che dovrà adeguarsi quella degli enti locali, possiamo agevolmente condannarne in anticipo i contenuti come del tutto contrari agli interessi dei lavoratori; non si tratta neppure di vere e proprie rivendicazioni sindacali essendo tutte incentrate sulla ormai fantomatica «riforma della pubblica amministrazione», obiettivo che se riguarda la lotta dei lavoratori è certo nel senso contrario a quello che le viene dato: il sindacato dovrebbe tutelare la categoria dai peggioramenti nel lavoro e nel salario derivanti da ogni eventuale ristrutturazione dell’organizzazione statale centrale o periferica. Sono i bonzi invece che si dilungano (sempre dall’ipotesi…) in vuoti discorsi sulla «ristrutturazione della pubblica amministrazione in termini di efficienza», per una «organizzazione dei servizi snella, senza pensare ad organici pletorici» e, per chi non avesse capito cosa dovrebbe essere la ristrutturazione del pubblico impiego, si parla ancora di «trasferimento di personale onde evitare rigonfiamento degli organici della Regione e consentire invece il razionale utilizzo del personale».

Viene ribadita, e anche questa sarebbe una conquista per cui lottare, la mobilità del personale, «sia interna che esterna», in modo che i lavoratori abbiano il diritto di essere trasferiti qua e là (nella provincia? nella regione? nella penisola intera? nessuno è mai riuscito a saperlo) a piacere dei padroni-amministratori.

Dopo siffatte enunciazioni di principio si passa alle rivendicazioni, se si possono chiamare così. Si sostiene la cosiddetta «omnicomprensività del trattamento economico» con il quale parolone, come i lavoratori degli enti locali già sanno, si intende una effettiva contrazione degli stipendi per l’annullamento di ogni voce attiva oltre lo stipendio base, mascherata come provvedimento mirante ad uniformare i diversi trattamenti, sì, ma all’incontrario, invece di aumentare quelli più bassi si diminuiscono i meno miserevoli (con tanti ringraziamenti da parte delle amministrazioni).

Si prevedono, come per gli e.l., 150 ore di straordinario mentre non si afferma esplicitamente il carattere volontario della prestazione. «L’orario di lavoro deve corrispondere alle esigenze del servizio e può pertanto avere articolazioni diverse all’interno dello stesso Ente (unico, spezzato, turnificato, ecc.)». Chiedere questo è peggio che chieder niente, come dire: fate fare l’orario come volete, che le «esigenze del servizio», lo sappiamo, sono infinite. Non è venuto in mente ai grandi gerarchi che per assicurare il servizio (visto che pare ci tengano molto) senza torchiare i lavoratori basterebbe che fosse assunto personale, almeno fino a completare gli organici? Non si sono accorti della politica di blocco delle assunzioni di fatto intrapresa dalle amministrazioni? Per mezzo di straordinari, doppi e tripli turni ed orari spezzati si vuole estorcere più lavoro dallo stesso numero di dipendenti facendo risparmiare miliardi all’apparato statale sulle spalle dei proletari.

La richiesta economica prevede un aumento lordo differenziato variante dalle 20.000 alle 35.000 lire. Va notata innanzi tutto la pratica infame, che apparentemente sembra solo formale, della determinazione, prima di formulare le richieste salariali, dell’«onere contrattuale». In parole povere, i sindacalisti, invece di iniziare la lotta chiedendo ciò di cui i lavoratori hanno bisogno e nella misura che la loro forza sindacale permette di ottenere, prima di tutto si recano dai ministri economici dello Stato borghese e vengono informati di quanti miliardi l’economia capitalista è disposta a concedere; data la crisi, data la «produttività del settore», ecc. Ubbidienti i bonzi si inchinano e, tornati davanti alle assemblee si limitano a fare una divisione: quei miliardi, di fatto già concessi, divisi fra il numero dei lavoratori ed ecco il «costo medio individuale», prendere o lasciare, di qui non s’esce, se si vuole dare qualche lira in più ad una qualifica si deve togliere all’altra: lo Stato di più non scuce. Intanto a sedere sul coperchio della cassa del tesoro statale ci sono anche loro, i bonzi, pronti a difenderlo da eventuali «richieste corporative». Inutile dire che un vero sindacato di classe si comporterebbe inversamente, definiti i bisogni dei lavoratori, e non è difficile visto il crollo del potere d’acquisto della moneta, lascerebbe al padrone di fare la moltiplicazione per calcolarsi quanto gli costa.

L’entità delle richieste avanzate pei regionali sono troppo modeste, come è stato anche per tutte le altre categorie operaie. Ma per quanto riguarda gli enti locali c’è da prevedere che, se la categoria non riuscirà ad imporre ai dirigenti di essere mobilitata e se gli scioperi verranno rimandati a chissà quando, i lavoratori non potranno sperare che le richieste vengano soddisfatte, seppur ridotte nella trattativa, prima del 1977 inoltrato, quando la svalutazione avrà vanificato qualsiasi aumento. Ogni richiesta è irrealizzabile senza la lotta a scala nazionale dei lavoratori della categoria. Anche se la piattaforma rispondesse a ciò che i lavoratori si aspettano (e ciò non è) la volontà dei dirigenti di dilazionare, di ammorbidire le lotte, mantenendo la continuità dei servizi, ecc. non ne imporrebbe l’accettazione alle rappresentanze degli enti. Solo costringendo all’azione i dirigenti corrotti si può sperare di difendere le nostre condizioni: i nostri compagni nella categoria stanno incitando i lavoratori a manifestare collettivamente la loro sfiducia nelle gerarchie, a cercare collegamenti con compagni di lavoro combattivi in enti diversi dal proprio ed in diverse città, a vedere nel sindacalista il primo ostacolo nella lotta contro il padrone.

Il volantino del partito diffuso fra i tessili per il rifiuto del contratto

In occasione dell’uscita della parte «politica» dell’accordo sui tessili, circa un mese fa, diffondemmo il seguente volantino tra i lavoratori.

Ora, dopo un’ennesima «battaglia» in notturna (pare che i contratti vengano bene solo di notte, chissà, forse bonzi e padroni hanno il buon gusto di fare le loro porcherie al buio) si è addivenuti, con reciproca soddisfazione, alla completa stesura del contratto. Come al solito la soddisfazione è negata agli operai, i quali vedono il loro stipendio aumentare di sole 25.000 lire, le quali per di più sono considerate «Elemento distinto della retribuzione», e quindi non se ne troverà traccia né sulla tredicesima, né sulla liquidazione.

Grazie a questa «vittoria» la paga base minima sarà di 102.000 lire, la massima di 192.250: non c’è male per coloro che dicono di voler combattere la sperequazione salariale!

Fortunatamente «ben presto» l’aumento sarà conglobato nella paga base; per ben presto qui si intende il 1979, data la quale, oltre ad essere lontanissima, è anche quella dei prossimi rinnovi contrattuali; e per allora la cosca-padroni-bonzi sarà ben riuscita a trovare qualcosa per fregare gli operai, è o non è il loro mestiere?

Per il resto niente di notevole da aggiungere a quanto detto nel volantino, se non un attestato di sincerità verso i sindacati, i quali hanno fatto questa dichiarazione:

«La FULTA ritiene preminenti in questa situazione i problemi dell’occupazione e quelli derivanti dai processi di ristrutturazione, che quindi vanno privilegiati rispetto alla componente retributiva…

Di conseguenza va messa in risalto l’importanza della parte del contratto che si riferisce agli investimenti ed al decentramento… ed al lavoro esterno. Essa va inserita in una visione nazionale di sviluppo settoriale ed in una visione generale di politica economica».

Purtroppo abbiamo visto come i sindacalisti non siano riusciti, poverini, a salvaguardare l’occupazione, ma in compenso sono riusciti benissimo a deprimere la «componente retributiva», il tutto nell’ottica di una «visione generale di politica economica».

Ma agli operai non interessa la politica economica, sia essa nazionale o settoriale, perché oggi essa è in ogni caso borghese, e quindi antioperaia. Essi vogliono che questo sistema che li ha brutalmente costretti nelle fabbriche permetta loro almeno di sopravvivere.

Il Partito Comunista Internazionale sa che questo il capitalismo non lo può garantire, e mentre indica agli operai che una lotta decisa per rivendicazioni veramente di classe è l’unico modo per difendersi dagli attacchi del padronato, proclama che lo sfruttamento borghese potrà essere eliminato solo dopo una conquista rivoluzionaria, con le armi, del potere politico.


COMPAGNI TESSILI!

Ecco il contenuto della prima parte dell’accordo che, già concordata tra padroni e dirigenti sindacali, vi si vorrebbe fare accettare:

  1. occupazione: dietro il fumo di «consultazioni periodiche» e di «esami congiunti» fra padroni e sindacalisti sta il fatto che non viene messo nessun freno alla libertà dei padroni di mettere a cassa integrazione, sospendere, dare ferie forzate, licenziare; tutto questo in un momento che registra i più alti livelli di disoccupazione degli ultimi venti anni.
  2. lavoro esterno: la «vittoria» consisterebbe in questo paragrafo: «le aziende committenti lavoro presso terzi, inseriranno nel contratto di commessa apposita clausola richiedente alle imprese esecutrici l’impegno alla applicazione del CCNL di loro pertinenza e delle leggi sul lavoro»; così, con una clausoletta, si dovrebbero eliminare le terribili condizioni di lavoro degli operai che lavorano presso piccole aziende. Semmai si sarebbe dovuto porre un freno alla smobilitazione delle grandi ditte, e mettere a loro carico gli oneri relativi al rispetto del contratto, anche per gli operai che lavorano per ditte che ricevono le commissioni. In questo modo invece si ammette lo status quo e si dà alle ditte committenti un’arma che permette loro di ricattare le ditte più piccole le quali, per sopravvivere, dovranno fare prezzi ancora più bassi e quindi sfruttare ancora di più i loro operai.
  3. lavoro a domicilio: anche qui niente di fatto; non si mette in discussione questo sistema di supersfruttamento, né si tenta di ridimensionarlo, ma solo si definiscono i termini del cottimo.
  4. mobilità della mano d’opera: carta bianca per i padroni. L’unica «limitazione» nelle aziende con più di 200 dipendenti è una preventiva «informazione» dei sindacati.

Per quanto riguarda la seconda parte del contratto, non c’è bisogno di essere degli indovini per prevedere che sarà elargita la solita elemosina di 20-25.000 lire, assolutamente insufficiente per compensare gli enormi aumenti del costo della vita degli ultimi anni.

COMPAGNI TESSILI! OPERAI DI TUTTE LE CATEGORIE!

L’eroica lotta degli operai polacchi insorti contro lo schiacciamento delle loro condizioni di vita e di lavoro dimostra che il capitalismo, rosso, nero, o bianco, può essere combattuto se gli operai sono uniti ed organizzati nella difesa dei loro interessi. I compagni di Varsavia hanno mostrato alla classe operaia di tutto il mondo che gli interessi dei lavoratori sono opposti a quelli dell’economia nazionale; è per questo che sono stati additati come «provocatori» dagli opportunisti di tutto il mondo, ma essi lo sono come lo sono quegli operai che nelle fabbriche, con sempre maggiore frequenza, rifiutano gli accordi che i traditori degli attuali sindacati portano loro dopo aver ceduto davanti alla voce del padrone, come lo sono quegli operai che si organizzano contro le direttive degli attuali sindacati ed indicono scioperi selvaggi, come quegli operai che vogliono lottare fregandosene di «uscire dalla crisi».

COMPAGNI TESSILI! OPERAI DI TUTTE LE CATEGORIE!

I governi che verranno dopo la farsa elettorale del 20 giugno, con o senza il PCI, avranno un unico scopo: quello di farvi accettare le imposizioni del padronato, le quali comporteranno un abbassamento dei salari reali, aumento dei ritmi, peggioramento delle vostre condizioni di lavoro, forte disoccupazione.

L’unico modo per non farsi schiacciare è quello di rifiutare i contratti capestro che i bonzi sindacali ci vogliono fare accettare, e di organizzarsi, dentro o fuori dei sindacati, affinché si formi un’opposizione sindacale di classe che porti avanti le reali rivendicazioni di tutti i lavoratori, fino alla rinascita, a scala nazionale e internazionale, dei sindacati di classe, contro la politica di tradimento dei vertici sindacali tricolori.

CONTRO IL CORPORATIVISMO DELLE CENTRALI SINDACALI! PER LA RINASCITA DEL SINDACATO DI CLASSE!

Il Partito Comunista Internazionale

Manovre fra sindacati e governi per prevenire la rivolta dei lavoratori emigrati Pt.2

Dopo aver dimostrata la politica di collaborazione di tutti gli organismi che pretendono rappresentare gli emigrati, sia di emanazione statale sia ispirati dai partiti e sindacati opportunisti, prosegue qui la documentazione relativa alle Colonie Libere Italiane.

Da parte delle CLI notiamo la costante ricerca di appoggi dalle autorità italiane e dai partiti, ritenendo che «ricorrendo ai canali ufficiali, l’azione della CLI si sarebbe posta su un piano legalitario che avrebbe offerto sufficienti garanzie alle autorità svizzere». Ovviamente, nonostante la scelta delle «vie legali» tutte le organizzazioni operaie erano sotto il controllo poliziesco anche delle autorità locali.

Ma al XXI Congresso tenutosi a Losanna il 20-3-1965, «…l’impressione generale che si ricava da questo Congresso è di un maggiore coraggio. Si è superata la paura di pronunciare la parola ”politica”, quando per politica s’intende la pratica che la Federazione deve svolgere in considerazione delle cose inerenti alla emigrazione italiana. Il Congresso d’altra parte riuscì a rassicurare anche le autorità svizzere poiché aprì un periodo di distensione durante il quale le CLI furono guardate con tolleranza se non addirittura con benevolenza. L’interesse da parte svizzera di appianare i contrasti e di cercare delle soluzioni che non acuissero le tensioni coincideva con la linea della CLI. Il fatto che la più grossa associazione di immigrati si dichiarasse favorevole alla collaborazione e alla discussione, anziché alla protesta violenta, non poteva che essere considerato un fatto positivo» (Gli immigrati italiani in Svizzera e il ruolo delle Colonie Libere).

In questo Congresso fu respinta la concezione del sindacato come cinghia di trasmissione dei partiti e se ne auspicò invece l’autonomia più piena e completa.

Non è casuale che la svolta, il riconoscimento e la concessione delle garanzie richieste dagli Stati borghesi avviene negli anni 1965-1970, quando in Italia si vara il pateracchio dell’unità sindacale fra CGIL, CISL, UIL, e della «nuova» impostazione sindacale, «estendendola ai problemi dello sviluppo economico, e per profonde trasformazioni sociali ed economiche».

In questo periodo assistiamo a tre avvenimenti importanti per il rafforzamento del cerchio opportunista dei sindacati degli emigranti, e per una efficiente relazione e collaborazione bonzesca tra i sindacati degli altri paesi:

In Italia: la Conferenza nazionale dell’emigrazione, proposta unitariamente da CGIL, CISL, UIL sin dal 1968-69, che il governo si era impegnato a tenere entro la fine del 1974.

In Europa: il perfezionamento e l’applicazione dei regolamenti comunitari sulla manodopera, compresa la discussione e l’attuazione a breve scadenza di un vero e proprio programma sociale, su tutti i problemi dei lavoratori, emigrati e no, con il contributo, un impegno unitario e una vera contrattazione dei sindacati e della nuova Confederazione Europea Sindacale, di cui dal luglio 1974 fa parte anche la CGIL.

A livello internazionale: l’elaborazione e discussione di una nuova Convenzione e Raccomandazione sui lavoratori migranti per adeguare le norme nazionali ed internazionali alla nuova situazione; l’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) porterà a termine questo lavoro nel giugno 1975, con la partecipazione di tutto il mondo.

Tutto lo sforzo compiuto per giungere a questa nuova elaborazione delle proposte avanzate dai sindacati, è stato possibile solo tramite una «strutturazione e il funzionamento degli organismi preposti all’emigrazione negli anni cinquanta e sessanta. Particolarmente intensi furono in quest’ultimo periodo gli interventi sulla politica e l’azione comunitaria, gli incontri a Roma con delegazioni di emigrati, sopralluoghi ed assemblee all’estero assieme ai patronati e in collaborazione, ogni volta che era possibile, con i sindacati e sindacalisti dei paesi di immigrazione». (Il Ponte).

Il periodo del «castigo» può così terminare, si apre il ciclo delle «conquiste democratiche». In un documento del CNEL, Osservazioni e proposte, (documento approvato dalla CGIL, CISL e UIL) si legge: «È particolarmente significativo che i sindacati italiani abbiano promosso sin dagli anni 65-69 un’azione unitaria molto larga tra gli emigrati e siano riusciti ad inserire nella stessa indagine del CNEL la necessità, da essi sostenuta da tempo, non solo di potenziare l’intervento sindacale tra gli emigrati, ma anche di costituire, per superare la divisione e l’isolamento degli emigranti, dei Comitati democratici e rappresentativi d’intesa o unitari, paese per paese. L’esistenza di un Comitato unitario d’intesa o di coordinamento per ogni paese d’immigrazione – espressione democratica di una serie di analoghi comitati locali – permetterebbe anche di snellire e rendere più tempestivi e diretti i contatti con i numerosi circoli ed associazioni esistenti».

La politica seguita dal 1945 al 1970 dalle organizzazioni politiche, sindacali ufficiali nei paesi di emigrazione, dalle CLI le quali hanno scelto sempre le vie legali della collaborazione e del compromesso, dopo aver portato a termine i piani di pacificazione sociale col sindacalismo ultrariformista, riesce ad inquadrare e controllare le masse operaie emigrate. I risultati formali sono: 1) Il riconoscimento ufficiale, da parte degli Stati interessati, dei partiti opportunisti; 2) Riconoscimento ufficiale della CGIL.

Il cerchio si è completato: «A Zurigo il Congresso dei comunisti italiani in Svizzera» è il grido di «vera vittoria democratica» che l’Unità del 12-3-75 riporta: «questo Congresso della Federazione, terzo della serie, è stato il primo autorizzato ufficialmente dalle autorità elvetiche».

È dunque chiaro che la borghesia internazionale si prepara a difendere il suo avvenire di classe, e nella misura in cui la crisi avanza l’opportunismo presenta il migliore baluardo della controrivoluzione.

Non è un caso che il 1975 segna la cosiddetta «vittoria» del partitaccio, la borghesia svizzera, così democratica e larga di vedute, autorizza che convegni, dibattiti, conferenze, tavole rotonde, sezioni e federazioni, tombole e feste dell’Unità si possano tenere in ogni luogo.

Finalmente anche quel fetente di Canonica, (presidente dell’USS e deputato al parlamento del PSS), in occasione dello schieramento elettorale, diventa il migliore propagandista del partitaccio:

«…un’apertura verso sinistra che coinvolga anche il PCI … può essere salutare per l’Europa e per il mondo intero … La disponibilità del Partito Comunista Italiano verso la democrazia non è tattica ma corrisponde a una vera evoluzione … si tratta di un atteggiamento sincero, il risultato di un lungo processo di maturazione. Pertanto si creano nuove premesse anche di ordine economico che per quanto riguarda la Svizzera significano la possibilità di riattivare i suoi commerci con l’Italia. Ma vi è anche un aspetto che riguarda gli emigrati: da un lato potrebbe essere ridimensionato il problema attraverso una politica di riassorbimento in Italia, dall’altro i vostri lavoratori potrebbero trarre vantaggio da una negoziazione migliore con le autorità elvetiche» (l’Unità 25-5-76).

Il riconoscimento ufficiale della CGIL in campo internazionale mira agli stessi obiettivi del riconoscimento dei partiti opportunisti. I bonzi esprimono questa alleanza, all’interno con CISL e UIL, all’esterno con la «Confederazione europea sindacati» (sindacati liberi).

Dall’«unità organica» con CISL e UIL, il passo è breve, si passa all’«unità organica» dei sindacati liberi europei. Nel 1974 la CGIL entra a far parte di questo organismo e nel 1975, appunto al congresso della CES a Londra, è presente in veste ufficiale.

Da anni stiamo smascherando ai proletari «l’agonia della CGIL», dal punto di vista della sua entrata nel girone dei «funzionari di Stato»; nel rinnegamento di qualunque tradizione di classe, essa è passata dall’agonia alla morte.

Ne abbiamo descritto il lento ma inesorabile cammino al servizio del Capitale internazionale; bisognava assolutamente imprigionare la classe operaia in un unico organismo sindacale. Semplificando la questione si può ben dire che oltre 12 milioni di emigrati, solo nell’Europa occidentale, sono una potente forza che bisogna assolutamente tenere sotto controllo. Tutto tende a questa manovra controrivoluzionaria.

In una riunione del comitato sindacale di coordinamento nei paesi del MEC, la Federazione Sindacale Mondiale riunitasi a Differdange (Lussemburgo) nell’ottobre del ’59 si afferma che negli anni avvenire l’espansione economica nei sei paesi sarà tale da dover far ricorso ad una importazione di mano d’opera, «di cui l’Italia sarebbe il principale fornitore». (Gli emigrati, Ed. Riun).

I paesi del MEC si propongono di raggiungerla attraverso la «libera circolazione dei lavoratori» ed i sindacati eseguono ubbidienti questi compiti di fronte al fenomeno migratorio:

  1. Si presenta una piattaforma rivendicativa che dicesi corrispondente agli interessi dei lavoratori migranti.
  2. Si accetta la necessità della libera circolazione della mano d’opera, della emigrazione dei lavoratori, ed è compito delle organizzazioni sindacali di prestarvi la massima attenzione.

La CGIL è portavoce di questo piano che può essere definito «piano per la programmazione dell’emigrazione», in effetti aumenta l’interesse e l’impegno della CGIL sui problemi dell’emigrazione. Il modo è semplice basta costituire degli «uffici» che si interessano che le leggi borghesi vengano giuridicamente rispettate; a questo scopo si istituiscono gli uffici di assistenza: oggi l’Istituto nazionale confederale di assistenza, è presente in ogni centro industrializzato della Svizzera, Germania, Belgio, Francia, ecc.

La concorrenza sfrenata è solo di bottega fra: INAS-CISL; ITAL-UIL; ACLI e la forte INCA-CGIL. In realtà da tutte le Conferenze, dibattiti, convegni, tavole rotonde, Congressi nazionali e Congressi internazionali, che a ritmo sempre più sostenuto si tengono dal 1959 al 1976, scaturiscono rivendicazioni poggianti esclusivamente su un programma di assistenza sociale.

Il «trust dei poveri cervelli» dei bonzi si riunisce per studiare le misure assistenziali per vincolare la classe operaia ai destini e al buon andamento dell’economia dello Stato.

Anche l’altro incontro tenuto a Stoccarda il 20-22 maggio non ha fatto che riproporre i vecchi bilanci e le vecchie iniziative.

L’iniziativa più importante è stata ovviamente quella della «solidarietà e l’appoggio dato unanimemente alla delegazione italiana per favorire il rientro degli emigranti che intendono partecipare alle elezioni del 20-21 giugno, tutti i sindacati interverranno direttamente presso i governi e datori di lavoro per ottenere permessi dalle aziende, mezzi di trasporto ecc.». (L’Unità).

Quali iniziative prendere sembrano chiedersi i bonzi sindacali? La situazione economica si aggrava, la disoccupazione aumenta, le statistiche dei rientri degli emigranti (pur manomesse), salgono purtuttavia a 12 milioni di operai, la «fanteria leggera del capitale» preoccupa la schiera dei bonzi. Preoccupa anche il fatto che, per quanto riguarda l’Italia, mentre 100 mila emigrati all’anno partono (se trovano dove accamparsi), l’Italia conta anche 300 mila immigrati stranieri, di cui 200 mila sono lavoratori senza contratti di lavoro, provenienti dal Nord Africa e da altri paesi del Sud-Europa.

In un marasma di ipocrite rivendicazioni caritatevoli borghesi arriviamo alla «Conferenza Nazionale dell’Emigrazione», tenuta a Roma nei primi mesi del 1975; in un nostro articolo abbiamo sottolineato che «l’opportunismo ha ancora una volta confermato la sua totale sottomissione allo Stato borghese».

La grande Conferenza è stata sbandierata per anni dai bonzi come l’unica che avrebbe dovuto risolvere tutti i grandi problemi che assillavano l’emigrazione i quali invece si sono «risolti» con il rientro di migliaia e migliaia di emigrati.

La «Conferenza di Roma» era necessaria per l’opportunismo, esso è stato «impegnato» in questi anni per fare degli emigrati un patrimonio prezioso da proteggere, una massa di operai che doveva avere il suo «protettore» nella borghesia nazionale, o per essa, nei falsi rappresentanti proletari.

Si è deciso nella «Conferenza» che la contropartita da esigere da parte degli Stati interessati per queste carogne doveva essere di «democrazia diretta», risolvere cioè alcuni problemi di poltrone. Abbiamo detto che il riconoscimento ufficiale dei partiti opportunisti e dei bonzi sindacali è stata una prima mossa, la seconda, ed è la «grande vittoria», sarebbero i «Comitati Consolari di Coordinamento», «Fino ad oggi hanno amministrata la mera assistenza e l’emigrazione non li ha mai direttamente eletti. Era il Console a vedere e provvedere. Se il Console era democratico, bene; altrimenti … In Svizzera ora è aperta la vertenza per la conquista dell’elezione diretta e di nuove competenze per i comitati. È una battaglia che valica addirittura i confini europei: investe l’emigrazione italiana in tutto il mondo. Quale la linea? Cosa e come rivendicare? – I cittadini in Italia possono contare su tutta una serie di servizi che vengono dalla Regione, dalla Provincia, dal Comune – organismi questi tutti eletti democraticamente. All’estero, invece, noi emigrati non abbiamo niente di simile, pertanto il Co.Co.Co. può e deve funzionare alla stregua di un’autonomia locale. Il Comitato … può e deve, dunque, essere inteso come una specie di Consiglio comunale, i responsabili delle varie commissioni che si formeranno al suo interno come degli assessori, il presidente del Comitato medesimo come un sindaco, ecc.». (Emigrazione italiana 26-11-1975). Una specie di extraterritorialità della macchina statale contro il proletariato.

La seconda «vittoria», che rientra sempre nelle «conquiste democratiche» dell’opportunismo, è la politica regionalistica dell’emigrazione.

È dal 1973 che in un’«inchiesta parlamentare», l’opportunismo fa studi, interventi, discorsi (e quanti, perché non costano), statistiche e tavole rotonde (con pasto pagato), finché si arriva al 27-6-1973 quando, finalmente e definitivamente viene approvata la legge regionale «per la consulta dell’emigrazione e per il fondo regionale dell’emigrazione con la possibilità di dare a queste Consulte Regionali una parte importante e stabilita in un Consiglio Nazionale della Emigrazione, che dovrebbe diventare una sorta di libero Parlamento del mondo della Emigrazione, … dalla base al centro, e non viceversa; … a forme diverse di assemblee che facciano del Consiglio Nazionale un organo di democrazia diretta, in continuo rapporto sia con le Regioni, sia con gli Emigrati». (Emigrazione verso la crisi, FILEF).

Basilicata – Calabria – Emilia-Romagna – Friuli-Venezia Giulia – Lazio – Puglia – Sardegna – Trentino-Alto Adige – Umbria – Veneto e Spezzini nel Mondo, queste sono le conquiste dell’opportunismo.

Localismo, commissioni paritetiche, Consulte, Parlamentini e Comitati Consolari non sono che metodi traditori di una prassi che dura da decenni. Noi, da sempre, indichiamo alla classe proletaria che solo la violenza armata e la dittatura di classe del proletariato diretto dal partito comunista può abbattere (non riformare) questo terribile sistema ed il suo gendarme, lo Stato, democratico o autoritario che sia. Vorrebbero rispondere con le conquiste democratiche del «libero parlamento del mondo dell’emigrazione» alla crisi avanzante del modo di produzione capitalistico.

L’opportunismo affonda sempre più le sue radici nella melma, o meglio nel putrido pozzo di fogna: i suoi avvocati, professori, uomini di cultura, che si sono fatti le ossa sulla pelle di milioni di proletari, spudoratamente continuano nel loro tradizionale modo di imbrogliare e fregare gli operai.

La lotta di classe, quella vera, incoercibile, mossa da determinazioni materiali comuni a milioni di sfruttati, nei principali paesi del capitalismo, accumunando proletari autoctoni ed immigrati, rovescerà per sempre insieme al regime borghese questa infame rete internazionale di terrorismo e di menzogne.

«Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende dall'insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno!» Pt.8

Non tenendo ferma la bussola sui due termini, partito di classe ed azione di classe, si esce inevitabilmente fuori dal campo marxista, cioè dal campo rivoluzionario. Per questo continuiamo a battere questo chiodo. Battere i chiodi è per noi battaglia di primordine perché su di essi, ben ribaditi e saldi, si deve fondare il partito formale senza il quale la rivoluzione non vincerà.

Ritorniamo un attimo alla III Internazionale la quale nel suo manifesto lanciato ai proletari del mondo affermava: «L’internazionale comunista è il Partito internazionale dell’insurrezione e della dittatura proletarie. Essa non conosce fini e compiti diversi da quelli dell’intera classe lavoratrice. Le pretese arroganti delle piccole sette, ognuna delle quali vorrebbe salvare la classe lavoratrice, sono estranee e avverse allo spirito dell’Internazionale Comunista. Essa non offre ricette universali od esorcismi; si appoggia alle esperienze mondiali della classe operaia nel passato e nel presente, le purifica dai loro errori e sviamenti, ne generalizza i risultati, adotta soltanto le formule valide per l’azione di massa. Organizzazioni di mestiere, sciopero economico e politico, elezioni parlamentari e comunali, tribune parlamentari, agitazione legale ed illegale, punti d’appoggio segreti nell’esercito, lavoro nelle cooperative, barricate – l’Internazionale comunista non respinge nessuna delle forme di organizzazione generate dallo sviluppo del movimento operaio, e non ne considera nessuna presa a sé come panacea universale».

La selezione dei mezzi tattici è dunque selezione dell’esperienza storica della classe operaia che solo il partito può condurre. I mezzi di azione si selezionano e si scelgono ed alcuni (come quelli dell’agitazione elettorale e parlamentare) vanno gettati via dal partito, ma non in quanto sono belli o brutti, dolci o amari, morali o amorali, ma in quanto sono divenuti inutili e controproducenti all’azione rivoluzionaria del proletariato. La setta si distingue dal partito non per la sua estensione numerica (oggi esistono sette che sono molto più estese e numericamente forti del partito di classe, del nostro partito), ma per la loro predilezione a priori per i mezzi e per le forme, per una scelta di mezzi e di forme che non corrisponde alle reali necessità del movimento proletario, ma deriva da principi astratti, da adesione estetica, dall’essersi figurati alla piccolo borghese la rivoluzione non quale è necessariamente e materialmente, ma quale dovrebbe essere secondo le nostre idee, il movimento operaio non quale esso necessariamente si manifesta, ma quale si vorrebbe che si manifestasse. È la stessa tesi del manifesto comunista del 1848. Settanta anni di distanza fra le due formazioni di partito, ma una linea di perfetta continuità che distingue il partito comunista da tutti gli altri. Quali sono i mezzi di azione che il partito ritiene come suoi? Sono tutti i mezzi che l’esperienza storica della lotta proletaria ha selezionato come buoni ed efficienti alla conduzione della sua lotta emancipatrice. «Nessuna forma dell’azione e dell’organizzazione proletaria è respinta, nessuna è considerata una panacea universale». Tutti i mezzi sono buoni purché rispondano al fine, ma quali rispondano, oppure no, può stabilirlo soltanto il partito, cioè un organo che poggi i piedi «sulle esperienze mondiali della classe operaia nel passato e nel presente» e che abbia uno strumento efficace di lettura di queste esperienze, cioè una teoria.

Vogliamo innestare su questa magnifica citazione, non della nostra corrente, ma dei «leninisti» di allora, due dimostrazioni. La prima riguarda l’intransigenza dottrinaria, il dogmatismo del partito. La seconda riguarda la storia del partito stesso.

La teoria è un’arma, la teoria è invariante, immodificabile, non aggiornabile, non arricchibile, dogmatica. È la chiave di interpretazione e di lettura delle vicende proletarie di un secolo e passa, ed essa, o è buona in blocco, o è tutta da buttarsi e con essa il partito marxista. Se esistesse un fenomeno sociale dell’epoca contemporanea non spiegabile secondo la chiave del materialismo storico e dialettico del vecchio Carlo Marx tutta la costruzione marxista cade e va al macero con essa l’interpretazione di un secolo di fatti storici, di esperienze di classe, non il singolo fatto. Allora noi abbiamo detto sempre che fra le due categorie, di «negatori frontali» del marxismo e di «aggiornatori o revisori della dottrina» ci facevano e ci fanno più schifo i secondi dei primi. Infatti i primi hanno bisogno di contrapporre al marxismo un’altra chiave storica di lettura (l’idealismo, il fideismo, quello che volete, ma mantengono l’idea che la storia sia leggibile e comprensibile), i secondi invece attaccano alla base la stessa possibilità di lettura coerente dei fatti storici, sostenendo che la chiave interpretativa va modificata per farci rientrare i fatti: sono gli opportunisti per i quali il proletariato non dovrebbe possedere nessuna capacità di comprensione delle sue vicende e della sua storia. Valga quello che Lenin rispose nel «Che fare?» ai revisionisti di allora: «Se avessero una chiave interpretativa della storia non chiederebbero la libertà di critica nei confronti del ’dogma’ marxista. Contrapporrebbero la loro verità a quella marxista e dimostrerebbero che quest’ultima è tutta da buttar via». «Chi fosse effettivamente convinto di aver fatto progredire la scienza non rivendicherebbe per le nuove concezioni la libertà di coesistere accanto alle vecchie, ma esigerebbe la sostituzione di queste con quelle. L’odierno strillare ’Viva la libertà di critica!’ ricorda da vicino la favola della botte vuota».

Il dogmatismo del partito nel campo teorico è dunque una necessità vitale per la lotta di classe proletaria. È l’unico mezzo tramite il quale la classe ha potuto tirare le lezioni della propria mondiale e secolare esperienza e perciò forgiare dei mezzi di azione che fossero selezionati e adatti a colpire al cuore l’avversario di classe. È il mezzo principale in base al quale soltanto può esistere la coerente spiegazione di tutto quello che è accaduto, che accade e che accadrà alla classe ed in base al quale la selezione degli strumenti e dei mezzi d’azione diventa da patrimonio di una setta, patrimonio di un partito, del partito di classe in quanto è frutto non di principi astratti e filosofici, ma della selezione che la esperienza storica opera ed il partito comprende.

E oggi, e dopo l’esperienza tragica della III Internazionale qual è il partito marxista? Quali sono le sette? È indubbio che il partito di classe deve rispondere ai requisiti che sia il Manifesto sia la III Internazionale gli attribuivano: saper spiegare l’esperienza mondiale sia passata che presente del proletariato, possedere di questa esperienza una visione unica ed omogenea nella quale si inquadrino organicamente non solo i fatti del passato, ma altresì quelli del presente e del futuro della classe. Ogni raggruppamento politico, per forte che sia, che non riesce ad essere l’espressione generale dei rapporti reali di un’attuale lotta di classi, di un movimento storico che si sta svolgendo sotto i nostri occhi, ogni organismo politico che ha avuto bisogno per spiegare anche un solo fatto dell’epoca contemporanea di «aggiornare la teoria e di revisionarla», ogni movimento che ha dovuto spiegare anche un solo avvenimento della storia proletaria ricorrendo a canoni tratti da altre teorie e da altre «filosofie» è uscito dal campo del marxismo ed ha pieno diritto al nome di setta. Questo in primo luogo! Ma è così anche del cosiddetto «campo marxista», che non esiste, ma che si vuol far esistere per forza dicendo che più raggruppamenti politici rivendicano di poggiare sull’integrale marxismo e perciò di leggere in quella chiave l’esperienza storica mondiale del proletariato. Poiché la lettura è globale e poiché essa dà dei risultati diversi che si traducono in diversa selezione dei mezzi di azione, è giocoforza ritenere che una soltanto delle tante costruzioni esistenti è valida mentre tutte le altre sono da rigettare. Perché ognuna di esse o è globalmente ed in blocco valida, o è globalmente ed in blocco fuori dal marxismo. Su questa visione noi abbiamo sempre fondato il concetto che i più pericolosi nemici del partito sono quelli che si dicono più vicini al partito stesso e che proprio contro questi si tratta di combattere. Perché non è ammissibile che l’esperienza storica del movimento proletario dia due risultati divergenti senza che l’intera lettura sia stata falsata e deformata checché si affermi di non averlo fatto. È una bella favola quella per cui oggi esisterebbero diversi raggruppamenti marxisti più o meno conseguenti, più o meno «completi». Ma adesione non conseguente ha lo stesso significato di «non adesione», perché l’oggetto della lettura non è astratto, ma è l’esperienza storica mondiale del proletariato ed il «confronto» non è fra l’adesione a idee di cui si può accettare qualcosa e non tutto il resto: si tratta di aderire o non aderire ai risultati concreti e tangibili dell’esperienza storica della classe, di un moto storico reale, di un combattimento e di una milizia fatta da uomini in carne ed ossa. Questo significa per noi che non esistono «diversi raggruppamenti marxisti», ma diversi raggruppamenti che si richiamano al marxismo per nascondere sotto la sua bandiera le loro ideucce di setta da una parte, dall’altra il partito marxista, quello unico, quello di sempre. Significa che tutti questi raggruppamenti pseudomarxisti devono essere combattuti e smascherati dal partito di classe tanto più quanto più rivendicano di «essere vicini» ad esso, cioè si coprono dei suoi colori, delle sue forme.

Nelle epoche sfavorevoli alla classe operaia sono sempre risorte nel seno del movimento proletario, come espressione della prepotente pressione nemica che mentre si opera sulle condizioni materiali di esistenza non può non operarsi anche sul cervello dei proletari, costruzioni e visioni deformi che l’esperienza mondiale e storica del movimento aveva già scontato, che erano ad essa inadeguate e che, materialmente, hanno costituito uno dei coefficienti di debolezza del movimento proletario ed uno dei coefficienti di forza della borghesia per batterlo e disperderlo. Marx preferì sciogliere la I Internazionale piuttosto che farla divenir preda di queste antistoriche correnti e tendenze, cosa che sarebbe stata inevitabile nel periodo di ritirata dopo la Comune di Parigi. Ci riferiamo in particolare ai mille rigurgiti dell’anarchismo che hanno disgraziatamente punteggiato la storia del movimento proletario: sopravvivenza di esso dopo la Comune in Italia ed in Spagna – disastro della rivoluzione spagnola del 1873 – rinascita, sotto il travestimento del sindacalismo rivoluzionario in Italia, Francia e Germania come reazione ai saturnali dell’opportunismo socialdemocratico – uno dei principali coefficienti della colossale sconfitta del proletariato mondiale nel primo dopoguerra – rinascita dell’anarchismo in Spagna e nell’America Latina dopo la catastrofe staliniana – la sconfitta del proletariato spagnolo nel 1936 va attribuita a pari merito alla bestiale politica staliniana ed alla incapacità di selezionare i mezzi di azione tipica della setta anarchica fin dal 1871.

Il partito di classe tenne sempre verso questi movimenti e rigurgiti l’attitudine più rigida nella dimostrazione della loro non adesione al campo di classe e della loro pericolosità per il positivo svolgimento del processo rivoluzionario. Sempre e comunque un atteggiamento di contrapposizione netta e completa in uno sforzo costante non solo di critica teorica, ma di azione pratica per dimostrare ai proletari la necessità di abbandonare quelle illusioni e quelle posizioni. Per intenderci, il fatto che la reazione in Italia nei primi anni del secolo alla politica legalitaria ed elettoralesca della destra socialista si esprimesse, oltre che nella selezione di una rigorosa corrente di sinistra marxista, anche nel risorgere fra i proletari di tendenze sindacaliste ed anarchiche fu dato di debolezza del movimento rivoluzionario del proletariato italiano che esso pagò con la sconfitta negli anni 1920-22 e il partito marxista fece di tutto per liberare i proletari da quelle illusioni. Lo stesso in Germania, quando «sfortuna» volle che gran numero di proletari si lasciassero trascinare sulle secche dell’operaismo pagandone uno scotto mondiale che dura fino ad oggi.

Il partito dovette tener conto nello svolgere la sua opera di contrapposizione netta e totale a tutti questi movimenti che si riuscivano, malauguratamente, a trascinare una parte della massa proletaria, cioè facevano la loro fortuna di posizioni non proletarie e non di classe, su pregiudizi e debolezze radicate nelle masse operaie e dalle quali esse andavano liberate. Non fu mai detto che l’operaismo tedesco o l’anarco sindacalismo italiano o americano appartenevano al «campo rivoluzionario» al campo della rivoluzione proletaria. Fu detto al contrario e si cercò in tutto il lavoro di dimostrare che si trattava di posizioni tipiche della piccola borghesia le quali purtroppo trascinavano dietro di sé una parte del proletariato rendendola inutilizzabile ed impotente ai fini della rivoluzione. Ai proletari anarchici, militanti nel movimento sindacale, nelle fabbriche, nelle piazze contro la reazione borghese furono dunque lanciate una serie di mille dimostrazioni intonate tutte ad uno scopo: a far loro abbandonare le posizioni anarchiche. Agli anarchici nessun ponte fu lanciato mai! Non dicemmo mai che solidarizzavamo con gli anarchici imprigionati o deportati, perché essi pur incoerentemente appartenevano al campo «rivoluzionario», dicemmo che solidarizzavamo perché essi, nonostante e malgrado le loro posizioni piccolo borghesi, appartenevano fisicamente alla nostra classe, facevano parte della classe operaia. Ma la stessa solidarietà, la demmo sempre ai proletari socialdemocratici quando anche essi venivano colpiti dalla borghesia, la demmo in generale a tutti i proletari in quanto tali e, se un’attitudine particolare l’avemmo verso i «sinistri» di allora fu proprio di tendere a dimostrar loro che, essendo operai combattivi e sinceri non potevano continuare, senza contraddirsi ad essere dei «sinistri», ma dovevano diventare dei comunisti.

Nel secondo dopoguerra ed oggi in particolare abbiamo avuto, noi partito marxista della classe operaia, una «fortuna colossale» fra le tante tragedie ed essa consiste nel fatto che il predominio totalitario dell’opportunismo sulla classe operaia impedisce qualsiasi serio movimento di essa anche sul piano puramente economico e perciò, mentre priva di qualsiasi alimento e possibilità di collegamento con le masse proletarie il partito di classe, allo stesso tempo priva della stessa possibilità che tutte le posizioni piccolo borghesi che cinquanta anni fa impestarono il movimento operaio e le riduce a cercare le loro adesioni, non molto più larghe delle nostre, in strati sociali piccolo borghesi come gli studenti, gli intellettuali scontenti ecc. La storia ci presenta per somma irrisione lo spettacolo di una classe operaia globalmente purificata, purificata dall’influenza del partito rivoluzionario, ma anche, con somma nostra gioia, dall’influenza delle mille sfumature pseudo rivoluzionarie: tutta e globalmente compenetrata di ideologia pacifista e democratica. Il partito marxista può dunque sperare che la ripresa di classe genererà fin dall’inizio una prevalenza totalitaria delle posizioni marxiste in seno alle masse proletarie e che non rinasceranno in esse mai più le illusioni e le debolezze piccolo borghesi del semi-marxismo.

Se questo avverrà o meno, se negli organismi e nelle lotte operaie dovranno o no trovare ancora una volta alimento tendenze pseudo rivoluzionarie, lo dirà la ripresa della battaglia da parte dei milioni di operai ed il risorgere delle loro organizzazioni di classe. Quello che è certo è che il partito deve approfittare di questa favorevole circostanza storica per impedire con tutti i mezzi a sua disposizione che si realizzi qualsiasi collegamento fra il movimento operaio e queste tendenze non proletarie e non comuniste, indicandole sempre ai proletari che si muovono come pericoli da evitare, travestimenti dell’influenza del nemico di classe, altre facce dell’opportunismo tradizionale ed approfittando di tutte le circostanze dell’azione pratica per svelarne e smascherarne la essenza non rivoluzionaria.

Le indicazioni di azione pratica del partito spuntano pian piano nel corso del lavoro di ribattitura dei chiodi. Ne diamo al lettore impaziente un’altra di primaria importanza: trovandosi al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane o lo difende dalla insaziabile ingordigia padronale, il partito non racconterà mai loro che «esiste un campo delle forze rivoluzionarie» comune a lui e ad altri raggruppamenti, ma approfitterà dell’azione di difesa del pezzo di pane per dimostrare materialmente ai proletari che tutti gli altri raggruppamenti stanno nel campo opportunista e controrivoluzionario per quanto adottino la mimetizzazione marxista e che, proprio per difendere coerentemente ed efficacemente il pane quotidiano gli operai devono guardarsi come dalla peste dalle illusioni di cui essi sono portatori in seno al movimento proletario.

Nessuna solidarietà, nessuna adesione, nessun appello sarà lanciato dalle forze del partito in presenza di uno sciopero di fabbrica nei confronti di nessun «comitato esterno di solidarietà con lo sciopero» formato dai raggruppamenti extrarivoluzionari. Il partito anzi indicherà il tragico pericolo che gli operai di quella fabbrica si illudano sulla «solidarietà» che può venir loro da un simile organismo e li inviterà a smascherarlo ricercando la solidarietà con la propria lotta fra i proletari delle altre fabbriche e delle altre categorie. Si fa carico, con la sua rete organizzativa, di stabilire e mantenere il collegamento fra le diverse fabbriche e dimostrerà nei fatti ai proletari che, se vogliono realmente ritrovare la solidarietà dei loro compagni, devono farlo contro ed al di sopra di tutti i raggruppamenti che falsamente si richiamano al marxismo ed al comunismo. Visto che il «comitato di solidarietà», per storica fortuna della lotta di classe, è «esterno» agli operai, il partito farà tutti i suoi sforzi per farlo rimanere tale ed impedirgli qualsiasi collegamento con essi.

E se il comitato di solidarietà fosse composto da operai di altre fabbriche che intendono sostenere i loro compagni in lotta? Allora i militanti operai del partito avrebbero il compito di entrare in esso ed il partito nel suo insieme avrebbe il compito di sostenerlo e di indirizzarlo combattendo al suo interno, cioè nella milizia e nel corso dell’azione, tutte quelle ideologie che tenderebbero a sviarlo dalla sua funzione specifica, il collegamento e la solidarietà fra operai che difendono il pezzo di pane, sia che quelle emanino dal pacifismo opportunista classico sia che siano travestite da «rivoluzionarie», anzi tanto più.

Cambia l’atteggiamento del partito nei due casi! Certo, ed è qui che la costruzione marxista si differenzia da tutte le altre. Ad un gruppo di operai che difendono la loro vita contro il padronato noi non chiediamo, per essere i loro migliori compagni di lotta, quali siano le loro idee; chiediamo loro di combattere insieme e dimostriamo loro nel corso dell’azione che, per combattere coerentemente ed efficacemente, le sole idee valide sono quelle del comunismo rivoluzionario. Ci battiamo all’interno degli organismi operai economici, cioè costituiti per la difesa delle condizioni di vita per la loro esistenza, la loro estensione, il loro potenziamento, contro l’influenza su di essi di qualunque ideologia che non sia quella del partito. Ma per impostare questa norma di azione tattica occorre essere il Partito comunista della classe operaia, cioè occorre non avere abbandonato la visione marxista della lotta di classe e sapere, anche se l’attualità schifosa sembra negarlo cento volte al giorno sconvolgendo tutte le sette piccolo borghesi, che dovrà risorgere la rete economico associativa della classe, che rinasceranno, come effetto della ripresa della lotta, gli organismi economici di classe, i quali saranno economici anche se dovranno combattere con il fucile in mano in quanto saranno caratterizzati: 1) dall’essere organismi operai; 2) dal sorgere per la difesa delle condizioni economiche.

Ad organismi di questo genere, per aderirvi e per militarvi in maniera disciplinata svolgendovi nel contempo l’opera di contrapposizione frontale fra le posizioni del partito e tutte le altre che vi fossero presenti, non si chiede quale grado di coscienza essi possiedono, perché si sa, dai tempi di Lenin, che la coscienza «può essere loro apportata solo dall’esterno, dall’esterno della lotta economica, della contrapposizione fra operai e padroni» e questo apporto dall’esterno si materializza nel fatto che il partito organizza negli organismi economici la sua rete di gruppi sindacali combattendo contemporaneamente per il potenziamento degli organismi economici e contro le ideologie politiche avversarie per la realizzazione del risultato che precede l’assalto rivoluzionario al potere capitalistico: «Alla vigilia della rivoluzione i sindacati sono uniti ed alla testa di essi sta l’unico partito comunista». Per questo abbiamo riportato all’inizio quella magnifica citazione: «L’Internazionale comunista non respinge nessuna delle forme di organizzazione generate dallo sviluppo del movimento operaio, e non ne considera nessuna presa a sé come panacea universale».

Ne riportiamo un’altra ancora più evidente: «Un altro gruppo di compagni, che riconoscono bene che chi si ritiene capace di rovesciare il mondo capitalista non deve disperare di poter abbattere anche uno dei suoi puntelli, dichiara che la vittoria sui dirigenti sindacali sarebbe bensì possibile, ma che la lotta durerebbe troppo tempo, mentre la rivoluzione richiede che la direzione dei sindacati si trovi già fin da ora nelle nostre mani. Perciò bisognerebbe provocare la scissione dei vecchi sindacati e formare colle masse che ci seguono nuove organizzazioni sindacali che diverranno il fulcro nella lotta nelle industrie e nelle categorie. Da questa idea ’che manchi il tempo’ traspare la preoccupazione per il dispendio di forze che costerebbe la lotta contro i vecchi sistemi e vecchi dirigenti e la volontà di evitare questo impiego di energie.

Abbiamo qui davanti a noi un caso di impazienza rivoluzionaria che vorrebbe fissare alla rivoluzione sul terreno sindacale una scadenza, e che dichiara di non avere il tempo di attendere il maturarsi della premessa principale di ogni rivoluzione, la volontà di lotta delle grandi masse. Creare nuovi sindacati che temprino più rapidamente questa volontà è illusorio. La rivoluzione non si anticipa di un solo giorno, per quanto io sappia non esiste un libro di medicina che fissi il periodo di gestazione della società capitalista. Insomma, il risultato di questa fretta non sarebbe altro che un aborto sindacale. E ciò per le seguenti ragioni: le masse operaie affluiscono nei sindacati a milioni, non perché sui loro locali sta scritto la parola Sindacato, ma perché esse desiderano entrare nelle grandi organizzazioni già esistenti, ritenendole organizzazioni di lotta. La scissione non attaccherebbe presso queste masse poiché esse vedrebbero con ciò sfuggire lo scopo principale della loro entrata nelle organizzazioni: l’unione. La tesi secessionista verrebbe seguita soltanto dagli operai già comunisti e noi otterremmo in questo modo organizzazioni sindacali comuniste, quindi una seconda edizione delle nostre organizzazioni politiche, organizzazioni di una piccola avanguardia rivoluzionaria, capaci di formare un nucleo di azione e di propaganda ma non un organismo di masse. Ma essendo una organizzazione economica senza una grande massa un non senso la tesi secessionista sul terreno sindacale è altrettanto reazionaria quanto fu rivoluzionaria nel campo politico. La lotta di classe sul terreno economico infuria malgrado tutte le male arti di Buozzi e C. e va trasformandosi in lotta civile. Ora si tratta di raccogliere le forze che avanzano contro il capitalismo e non di scinderle.

Qual è la via che noi dobbiamo seguire per raggiungere questo fine? Noi dobbiamo lottare nei sindacati locali senza alcuna intenzione di scissione per le azioni economiche sostanzialmente necessarie. I funzionari sindacali che si oppongono alle azioni richieste dalla massa, dando prova del loro carattere controrivoluzionario dobbiamo metterli alla porta. Non bisogna tenere alcun conto dei divieti degli organismi centrali controrivoluzionari quando si è impegnati in azioni che toccano la massa da vicino. Se la direzione provvede all’espulsione della organizzazione locale bisogna dirigerla indipendentemente e cercare un contatto con altre organizzazioni colpite dalla stessa sorte, non senza opporsi contro l’espulsione nel Congresso dell’intero sindacato. La massa vedrà in questo modo che non si tratta di antagonismi politici ’introdotti dal di fuori’, ma dell’adempimento di compiti per i quali essa ha aderito ai sindacati, ed una scissione provocata dai dirigenti li isolerà dalle masse, mentre una scissione provocata da noi determinerebbe il nostro isolamento. Una lotta energica condotta in questo modo infonderà nei sindacati un nuovo spirito, li adatterà ai nuovi compiti, educherà i nuovi dirigenti e promuoverà la lotta rivoluzionaria.

In che misura i sindacati potranno trasformarsi da organizzazioni per mestiere in organizzazioni per industria dimostrerà la pratica. La propaganda per le organizzazioni d’industria è un tentativo dottrinario di trasportare gli ’Industrial Workers of The World’ in Germania; si dimentica completamente che la causa per cui queste organizzazioni hanno in America la forma di Consigli di fabbrica, consiste nel fatto che, dato il carattere finora controrivoluzionario degli operai inglesi in America, organizzati nella Federation of Labour, gli I.W.W. comprendevano generalmente soltanto gli operai stranieri, non qualificati, e trovantisi tutti sullo stesso basso livello di salari. Finché sussisteranno le grandi differenze nella retribuzione degli operai di differenti categorie, occupati nella stessa azienda, sarà oltremodo difficile indurre gli operai a rinunciare ai loro interessi speciali di categoria ed organizzarsi in sindacati per industria. L’esempio della Russia dimostra che perfino dopo la conquista del potere gli operai non rinunciano subito ai loro interessi di categoria. Per combattere lo spirito corporativista e per raggiungere l’unione di tutti gli operai dell’azienda i sindacati, se essi sono veramente animati di spirito rivoluzionario, troveranno ben presto le forme più adatte.

Ciò non può essere opera di un partito politico che deve essere, col suo programma e la sua ossatura teorica, bensì l’anima dei sindacati ma non può avere la capacità di dettare dal tavolino verde le riforme del movimento sindacale, così complicato e dipendente dalle condizioni concrete della lotta economica».

(Radek – L’azione dei comunisti nei sindacati – Ordine Nuovo 23 maggio 1921).

In linea con le tesi successive della nostra organizzazione. Dalle «Tesi caratteristiche» del 1945:

«Punto 7 – Il partito non adotta mai il metodo di formare organizzazioni economiche parziali comprendenti i soli lavoratori che accettano i principi e la direzione del partito comunista. Ma il partito riconosce senza riserve che non solo la situazione che precede la lotta insurrezionale, ma anche ogni fase di deciso incremento dell’influenza del partito e la classe si estenda lo strato di organizzazioni a fine economico immediato e con alta partecipazione numerica, in seno alle quali vi sia una rete emanante dal partito (nuclei, gruppi e frazione comunista sindacale). Compito del partito nei periodi sfavorevoli e di passività della classe proletaria è di prevedere le forme ed incoraggiare l’apparizione delle organizzazioni a fine economico per la lotta immediata, che nell’avvenire potranno assumere anche aspetti del tutto nuovi, dopo i tipi ben noti di lega di mestiere, sindacato di industria, consiglio di azienda e così via. Il partito incoraggia sempre le forme di organizzazione che facilitano il contatto e la comune azione tra lavoratori di varie località e di varia specialità professionale, respingendo le forme chiuse».