Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Spartaco 1962/I/3

Al "vertice", come prima e peggio di prima…

La pausa estiva, ottimo pretesto per mandare in vacanza le lotte di classe, non ha causato nessun mutamento (e come avrebbe potuto?) nell’impostazione che la CGIL e, ovviamente, gli altri sindacati, che noi non consideriamo neppure sindacati operai, davano e danno alle agitazioni economiche, prima fra tutte quella, ormai vecchia di mesi, dei metalmeccanici.

In un volantino diffuso alla fine di agosto, noi denunciammo il fatto che, in tutto lo svolgersi della lunga ma frammentata agitazione, il tradizionale sindacato unitario, la CGIL (e per essa la FIOM), non solo non aveva preso né teneva in pugno l’iniziativa, ma aveva subito e subiva passivamente quella di sindacati come la CISL, l’UIL ecc., di origini tradizioni e natura apertamente controrivoluzionarie. La ”ripresa” di settembre ha visto di nuovo la CISL lanciare la parola d’ordine delle ”azioni massicce” (!!!), la FIOM arrivare ultima sulla falsariga dettata dalla prima. Che cosa distingue, allora, il sindacato ”rosso” da quelli gialli e bianchi?

Denunciammo come falsa e menzognera l'”unità sindacale” realizzata non nel vivo della lotta fra operai, ma al vertice o a tavolino con organizzazioni spurie o addirittura padronali. Ancora una volta, in questi giorni, si è sacrificata l’autonomia dell’azione di classe se mai esisteva a un’unità bugiarda che vede la CISL e l’UIL accettare la sospensione dello sciopero alla Olivetti, e la UIL invitare apertamente gli operai della FIAT alla diserzione ed al crumiraggio. E tuttavia, con questi sindacati negrieri, in nome del centro-sinistra, la CGIL ”combatte” e negozia!

Denunciammo come mistificatrice la pretesa che il nuovo turno di lotte rivendicative sarebbe stato come predichiamo noi, come hanno sempre predicato e predicheranno i marxisti generale e unitario. Non lo è quando tutto il settore ”pubblico” viene escluso dalla comune battaglia sotto pretesto di trattative che non approdano mai, e sul cui contenuto noi facciamo ogni riserva; non lo è quando si sciopera alla FIAT dichiarando che, a sciopero concluso, si riprenderà a negoziare un accordo separato con la forcaiola direzione vallettiana e preparando (come all’Olivetti) il terreno all’esclusione di complessi industriali imponenti dallo sciopero del settore privato; non lo è quando non si fa neppure il tentativo di saldare l’agitazione dei metalmeccanici a quelle, tuttavia in corso, dei braccianti, dei tessili, e di categorie diverse. Non è generale e unitaria una lotta già frantumata per settori arbitrari, e ulteriormente indebolita dalla proclamata decisione di stemperarla in una catena di sospensioni del lavoro per tre giorni seguiti da settimane di abbandono della lotta. Non è un giorno di più che cambi l’essenza di uno sciopero: esso è sciopero soltanto se non ha limiti di tempo prestabiliti, né confini geografici.

Dicemmo e ripetiamo che una sola dovrebbe essere la rivendicazione di un’organizzazione sindacale fedele alla sua natura classista, la parola d’ordine capace di mobilitare in un blocco solo e cementare in un’unica volontà di combattimento tutti i lavoratori: L’AUMENTO GENERALE DEL SALARIO-BASE in misura tale da spianare almeno il terreno all’abolizione integrale dei premi di produzione, degli incentivi, dei cottimi ed altre forme di remunerazione che legano l’operaio al padrone e creano disparità di interessi fra proletari delle diverse categorie e delle diverse aziende, CON PERCENTUALI DI INCREMENTO MAGGIORI PER I LAVORATORI MENO RETRIBUITI e con UNA DIMINUZIONE DELLA GIORNATA LAVORATIVA A PARITÀ DI MERCEDE, tale da consentire l’abolizione generale del lavoro straordinario.

La politica dei sindacati che si professano apolitici è invece né può essere diversamente, per sindacati patriottici, democratici e legalitari l’esaltazione di premi di rendimento e di incentivi aziendali che frantumano la classe lavoratrice e preparano morbidi letti alla peste dell’aristocrazia operaia, classica incubatrice del peggiore opportunismo.

Denunciammo e denunciamo un’impostazione di lotta centrata sull’ottenimento del principio della contrattazione articolata per azienda. Sul piano anche puramente rivendicativo, il proletariato ha bisogno di chiari e omogenei contratti nazionali, imposti e difesi da sindacati unitari: deve respingere una politica che chiude il sindacato nei limiti angusti dell’azienda per negoziare col padrone proprio quelle forme piratesche di sfruttamento del lavoro che sono i premi, i cottimi, i superminimi, che il sindacato operaio dovrebbe almeno tendere ad abolire o, in ogni caso, a disciplinare in modo uniforme per tutte le aziende e tutte le categorie. Il ”potere contrattuale” del sindacato non è una questione di diritto, è una questione di forza. Il sindacato può risolvere anche i problemi particolari di azienda alla sola condizione di essere una forza extra-aziendale, abbracciante nella sua struttura confederale nazionale e nelle Camere del Lavoro locali tutte le categorie proletarie. Ponete il problema delle contrattazioni particolari e delle lotte articolate: seminerete il crumiraggio dei complessi maggiori e, non limitandovi a subirlo, lo legalizzerete.

C’è una sola via di scampo da questo vicolo cieco, ed è il ritorno ai metodi e principi tradizionali della lotta di classe: SCIOPERO GENERALE SENZA LIMITI DI TEMPO, RIVENDICAZIONI COMUNI A TUTTI GLI OPERAI, COLLEGAMENTO DI OGNI QUESTIONE PARTICOLARE AGLI INTERESSI GENERALI DELLA CLASSE LAVORATRICE, LOTTA PER STRAPPARE LA DIREZIONE DEL SINDACATO UNITARIO ALLE MANI DELL’OPPORTUNISMO.

Proletari, è la nostra battaglia: MA È SOPRATTUTTO LA VOSTRA!

.. Nel sottofondo, le ardenti fiammate dei Torino e Bari proletarie

Non tutte le ciambelle, nemmeno per gli esperti del superopportunismo, riescono col buco.

Volevano la lotta aziendale, articolata, pacificamente legalitaria: in poderosi scrolloni, il gigante operaio si è levato a proclamarsi ben vivo. Torino proletaria in luglio, Bari proletaria in agosto, hanno ritrovato d’istinto, con una spontaneità che tuttavia aveva alle spalle un secolo e mezzo di addestramento alle scuole di guerra della classe lavoratrice, la via maestra dello sciopero generale sfociante nell’azione di piazza e di strada, non vincolato da confini di settore, da pregiudizi di legge, da norme di galateo. È stata, sia pure per pochi giorni, una dichiarazione di guerra sociale aperta, LA SFIDA ORGOGLIOSA DI CHI NON HA NULLA DA PERDERE SALVO LE PROPRIE CATENE.

Vivano nella memoria collettiva della classe, questi che la canea borghese ed opportunista ha chiamato – cosa di cui essi andranno fieri, come i sanculotti si inorgoglivano dell’appellativo ”canaglia” – col nome di TEPPISTI O, quando si volle smorzare i toni, PROVOCATORI!

I giovani avventizi supersfruttati della capitale automobilistica italiana, i lavoratori edili di imprese volanti (e appunto perciò mille volte più succhione) di una Puglia sacra a decenni e decenni di eroiche battaglie proletarie, hanno superato di un balzo i pali di confine di cui l’opportunismo pretenderebbe circondare nel tempo e nello spazio le lotte operaie: come un fiume che rompe gli argini hanno invaso le piazze e le strade, dove e soltanto dove tutti i proletari, di ogni origine sociale, di ogni affiliazione politica, di ogni casella anagrafica, di ogni suddivisione per mestiere, si fondono e si ritrovano; dove e soltanto dove trascinano con sé gli amorfi sfruttati del capitale e accendono una fiamma che ha un solo colore: il rosso sanguigno della bandiera dei senza-patria e dei senza-riserve.

Essi hanno infranto le muraglie cinesi della categoria e dell’azienda, oscuramente ma gagliardamente consapevoli che il nemico numero uno siede non dietro il banco esoso della direzione aziendale, ma nelle cittadelle dorate e blindate del potere politico di classe, e che bisogna affrontarlo a viso aperto, in tutto il suo schieramento di difesa, inseparabilmente composto da preti, pompieri politici e ”sindacali”, bottegai aguzzini, poliziotti armati dei più persuasivi strumenti di proclamazione delle libertà democratiche.

Li hanno, da destra e da sinistra, chiamati teppisti o teddy-boys: si fosse trattato di difendere Montecitorio o, un secolo e mezzo fa, di instaurare il regime borghese, sarebbero stati ”l’eroica canaglia” cantata dai poeti. Sì, egregi signori, la rivoluzione proletaria sarà fatta dagli incolti, dai rozzi, dai non-gentiluomini, perché sarà la rivolta degli SFRUTTATI nel corpo e nella mente contro l’immondo, ipocrita regno degli SFRUTTATORI!

Contro la suddivisione degli operai in zone di salario differenziate e per l’aumento generale del salario-base con percentuali d’incremento maggiori per le categorie peggio retribuite

«Indipendentemente dai loro scopi originari, i sindacati devono imparare ad agire coscientemente come punti focali dell’organizzazione della classe operaia nel grande interesse della sua emancipazione completa. Devono appoggiare ogni movimento politico e sociale che tenda a questa meta. Considerandosi come avanguardie e rappresentanti dell’intera classe, e agendo come tali, devono riuscire ad attrarre a sé gli elementi che stanno fuori delle federazioni di mestiere. Devono prendersi a cuore gli interessi degli strati operai peggio retribuiti, la cui forza di resistenza è minata da condizioni sfavorevoli di vita e di lavoro. Devono portare tutti alla convinzione che i loro sforzi, lungi dall’essere angusti ed egoistici, hanno come obiettivo l’emancipazione delle masse calpestate ed oppresse».

(Marx, Salari, prezzi e profitti)

Nessuno meglio di Marx poteva condensare in poche righe uno dei punti-chiave del programma rivoluzionario nel campo pur limitato delle lotte rivendicative. Per esso non esistono questioni ”particolari” e ”contingenti” che non siano inseparabilmente legate alle questioni ”generali” e ”finali” della classe operaia: al contrario, ogni rivendicazione e ogni lotta parziale rispecchia e deve sempre rispecchiare e proclamare gli interessi comuni e permanenti della classe. Soprattutto, non v’è parola d’ordine e battaglia proletaria che non abbiano come motivo centrale la realizzazione di una crescente solidarietà tra gli sfruttati.

La concorrenza divide gli operai mettendoli gli uni contro gli altri: la lotta contro quest’arma omicida dev’essere al centro della guerra di classe contro il capitale. Ma uno degli aspetti della ”concorrenza reciproca fra lavoratori” è la differenziazione salariale, sancita dagli stessi contratti firmati dalle organizzazioni ”operaie” e oggi tendenzialmente crescente. UNO DEI PUNTI DELLA NOSTRA PIATTAFORMA RIVENDICATIVA È LA LOTTA SENZA QUARTIERE CONTRO QUESTO STRUMENTO DI DISGREGAZIONE DEL PROLETARIATO E DI CONSERVAZIONE DELL’ORDINE CAPITALISTICO.

Prendiamo il contratto collettivo nazionale di lavoro per gli operai addetti alle industrie del legno, in vigore dal 1° gennaio 1962, non perché la situazione in questo settore sia più grave che in altri, ma perché riguarda una categoria delle più inermi, delle più sfruttate e in più rapido aumento in quelle ”aree depresse” del Sud e del Nord (per es. il Friuli) in cui l’ex-lavoratore della terra fuggito dai campi si ammassa nelle nuovissime galere aziendali spuntate come funghi ai margini degli aggregati urbani.

In tale industria gli operai sono divisi: 1) in quattro settori merceologici, a loro volta distinti in ”uomini” e ”donne”; 2) ogni settore merceologico in quattro categorie per gli uomini (specializzato, qualificato, manovale specializzato, manovale comune) e in tre per le donne; 3) ogni categoria in settori di età che sono 3 per gli specializzati e 4 per gli altri; 4) tutte le categorie e tutti i settori in 6 zone a loro volta suddivise per province o per ”situazioni extra”, cosicché, nel gruppo merceologico ”A”, si riscontrano un complesso di ben 16 ripartizioni geografiche!

Orbene, a queste caselle corrispondono differenziazioni salariali distese su un largo ventaglio:

Considerando il gruppo merceologico ”A”, sensibili differenze fra specializzati, qualificati, manovali spec., manovali comuni: prendendo gli operai maschi al disopra dei 20 anni nella sola zona 0, che è quella a salario più alto, si passa, per Milano e per Torino, dalle 250 lire per i primi, alle 224 per i secondi, alle 212 per i terzi, alle 199 per i quarti. V’è quindi una netta contrapposizione fra operai specializzati e manovali comuni e fra ognuna delle quattro categorie e l’altra: e sorvoliamo sul fatto che gli ”specializzati” sono spesso soltanto i ”raccomandati” del padrone o della parrocchia, i tecnici del crumiraggio. SE UNA LOTTA VA IMPOSTATA SUL PIANO RIVENDICATIVO, ESSA DUNQUE È PER UN AUMENTO GENERALE DEL SALARIO BASATO SU UN INCREMENTO MAGGIORE PER GLI OPERAI PEGGIO RETRIBUITI, E PER UNA CONSEGUENTE RIDUZIONE DELLA ”FORBICE” FRA CATEGORIE.

Nello stesso gruppo merceologico, differenze molto accentuate per età: lo specializzato da 18-20 anni percepisce a Torino e Milano 243 lire, quello di 16-18 anni 215; passate al manovale comune e troverete 186 e 147 lire e, per quelli inferiori ai 16 anni, 103, sebbene notoriamente il ”piccino” o ”picciotto” eseguisca lavori più gravosi sia in assoluto che relativamente alle sue forze. BISOGNA LOTTARE CONTRO QUESTA INDEGNA, FORCAIOLA SPEREQUAZIONE!

Sempre nel settore merceologico ”A”, abissi di remunerazione del lavoro fra uomini e donne: a Milano e Torino, si va da un massimo di 203 nella 1ª categoria per i 20 anni e in su, a 193 per la 2ª e a 178 per la 3ª, che diventano 173, 165, 152 per le donne da 18 a 20 anni, 164, 148 e 137 per quelle da 16 a 18, 147, 123 e 103 per le inferiori a 16 anni. LOTTA A FONDO, DUNQUE, CONTRO LA SPEREQUAZIONE DI TRATTAMENTO FRA I DUE SESSI!

Infine, incredibili sperequazioni fra zona e zona ”giustificate” con presunte diversità nel costo della vita (d’altronde ”compensate” in ogni caso dall’inferiorità ambientale di vita, di lavoro e di lotta, nelle zone ”depresse”): per gli anziani specializzati, si scende da 250 nella zona 0 a 242 nella zona 1, a 238 nella zona 2, a 232 in parte della zona 3, a 225 in parte della zona 4, a 217 in parte della zona 5, a 206 in tutta la zona 5, con netto svantaggio delle regioni meridionali, ed anche di zone dell’Italia Centrale e perfino Settentrionale (Friuli: zona 4). Inutile dire che il salario del manovale comune scende da un massimo di 199 a un minimo di 159 se si tratta di lavoratore anziano (donna di categoria 3, da 178 a 142), da 103 a 83 se ha meno di 16 anni, maschio o femmina che sia. E si potrebbe continuare all’infinito. LOTTA DUNQUE PER L’ELIMINAZIONE DELLE DIFFERENZE ZONALI, VERE E PROPRIE INCUBATRICI DI RAZZISMO PROLETARIO!

I sindacati vigenti ”lottano”, proprio all’opposto, per un aumento delle qualifiche, per il collegamento del salario alla produttività, per centomila altre rivendicazioni apparentemente operaie, in realtà forcaiole appunto perché elevano le barriere fra operaio ed operaio:

NOI CI BATTIAMO E CI BATTEREMO PER L’AUMENTO DEL SALARIO-BASE DI TUTTE LE CATEGORIE, A ORARIO DI LAVORO RIDOTTO, CON MAGGIORI INCREMENTI PER LE CATEGORIE MENO FAVORITE. È QUESTO IL PRIMO ELEMENTARE DOVERE DI UNA ORGANIZZAZIONE OPERAIA BASATA SUL PRINCIPIO CHE ”NELLE CONDIZIONI DI LOTTA DELLA CLASSE LAVORATRICE, MOVIMENTO ECONOMICO E ATTIVITÀ POLITICA SONO INSCINDIBILMENTE LEGATI” (Risoluzione della conferenza di Londra della I Internazionale, 17-23 settembre 1871).

Il ferroviere parla al suo compagno di lavoro

Ricordi che cosa ti dissi quando la ”nostra” Tribuna dei Ferrovieri (nr. 7 di quest’anno) ebbe la faccia di proclamare che ”la linea di condotta del S.F.I. considera inscindibili anche se non subordinati gli interessi dei ferrovieri e quelli dell’Azienda”? Dissi che, in regime borghese, ammettere che gli interessi del prestatore d’opera e quelli del datore di lavoro siano ”inscindibili”, significa in realtà accettare che quelli del primo siano subordinati a quelli del secondo, e che perciò della presunta armonia di interessi fra noi e l’Azienda le spese le avremmo fatte noi, come ogni categoria proletaria guidata sui falsi binari della coesistenza pacifica con Sua Altezza Serenissima il capitale, privato, parastatale o statale che sia.

Da quel giorno son passati alcuni mesi, c’è stato il solito annuncio di sciopero ritirato all’ultimo momento per evitare ”pasticci” e c’è stato il solito pateracchio fra sindacati e Azienda in nome degli ”inscindibili” interessi dei proletari e della Patria. Morale: le rivendicazioni salariali della CGIL sono state abbandonate a favore degli aumenti proposti dalla CISL e dall’UIL sulle voci della paga-base legate al rendimento (sgobba, ronzino, che ti daremo un po’ più di biada!) in cambio di questa concessione, si sono accettate norme che peggiorano le condizioni di vita e di lavoro già in atto, permettendo che il limite di età di 58 anni richiesto per andare in pensione sia aumentato, dietro ”libera domanda” (si sa che cosa significa la libertà del galeotto: può chiedere quello che fa comodo al capocomma!), accettando che uno dei due macchinisti scompaia dalle locomotive di manovra con conseguente aggravio dello sforzo fisico e del ritmo di lavoro dell’altro, e così via.

Perché? Perché così vogliono le esigenze (inscindibili dagli interessi operai!) di ”riclassamento e ammodernamento della rete ferroviaria”, che impongono maggior lavoro, maggior fatica muscolare e nervosa e un’ancor più ossequiosa accettazione della carota in accompagnamento del bastone. Così avviene ogni qual volta si abbandona la strada maestra della lotta di classe per imboccare quella della conciliazione nazionale e del pacifismo interclassista. È una dura lezione: posso solo augurarmi che serva ad aprire gli occhi a te, come agli altri compagni di lavoro.

Un galeotto delle FF. SS

L’emigrante parla all’emigrante Pt.2

Nella lettera precedente avevo promesso di spiegarti quale situazione ti aspetta nei ”paradisi” di non-sfruttamento e di ”benessere” verso i quali la ”madre” patria ti avvia, e mi ero intanto soffermato sulla difficoltà, per l’emigrante privo di qualifica professionale, di risolvere con un salario inevitabilmente basso il problema della propria vita e dell’aiuto alla famiglia.

È un punto che presenta caratteristiche permanenti e generali nella emigrazione italiana, giacché è ad essa che toccano, in tutti i paesi, i lavori più bassi, malsani, gravosi, e quindi peggio retribuiti. In Svizzera, negli ultimi 16 anni, la manodopera, in gran parte venuta dal contado, ha talmente modificato, attraverso un rapido processo di qualificazione professionale, le sue caratteristiche montanare, che non si trova più un giovane senza qualifica dovuta a regolare tirocinio come apprendista, e tutti i lavori ”vili” sono eseguiti dalla manodopera straniera, in prevalenza italiana. Ciò determina pure un complesso di inferiorità razziale e nazionale di cui sono un prodotto quei rapporti di attrito e perfino di inimicizia fra lavoratori locali ed immigrati, quei risentimenti a sfondo nazionalistico che esplosero clamorosamente nei giorni delle dichiarazioni del ministro Sullo e che si ripercuotono a danno del lavoro non-qualificato riservato all’operaio straniero. Questi, vincolato com’è, non ha nessuna voce in capitolo sull’aumento dei minimi salariali che ha accettato o subito come dati di fatto, al momento dell’ingaggio.

Ma, dirai tu, e le organizzazioni sindacali che fanno? Ebbene, all’estero come in Italia, ai classici ”angeli custodi” dell’ordine, o meglio del disordine borghese, cioè lo sbirro e il prete, si è via via aggiunto un nuovo personaggio: il moderno organizzatore sindacale; e insieme ai due primi è nata, come succedaneo della ”trinità divina”, una nuova e radiosa ”trinità terrena”. Non v’è partito borghese o piccolo-borghese, non v’è parrocchia che nell’armamentario di sonniferi per la classe operaia non contempli lo strumento sindacale ”a vantaggio” del popolo lavoratore e in vista della ”soluzione” del tanto discusso problema sociale.

Anche i più incarogniti forcaioli si affannano a mostrarti come abbiano a cuore il tuo presente ed avvenire; tutti, memori dell’insegnamento di Adolfo e di Benito, ti offrono un loro ”sindacato”, o associazione consimile. Nel paese classico della democrazia bottegaia, la Svizzera, in cui il flusso immigratorio dall’Italia si aggira sul mezzo milione, tu vedi sorgere e moltiplicarsi come i funghi circoli e società emananti dalle missioni cattoliche italiane… recentemente arricchitesi di un nugolo di giovani e gagliardi preti motorizzati, che battono l’intero territorio elvetico per diffondere il verbo del …sindacalismo e della pietà cristiana. Quanti nostri connazionali siano ingenuamente caduti nella rete ”sindacale” di costoro non sappiamo di preciso; ma crediamo di non sbagliare dicendo che, per buona sorte, i risultati non corrispondono al lavoro svolto e alle aspettative della curia. Senonché il sindacalismo cristiano non è che un aspetto della grande campagna di accalappiamento dell’emigrante e di salvazione della sua anima; che è quanto dire dell’ordine costituito. Il ”sindacalismo” socialdemocratico non gli sta affatto indietro, come ti spiegherò un’altra volta.

Un vecchio emigrato.

Saluto ad una Camera del Lavoro

Quando, in febbraio, i nostri compagni aprirono la Camera del Lavoro mandamentale di Palmanova in una plaga caratterizzata dalla nascita di una fungaia di piccoli e medi stabilimenti industriali e dalla fuga dalle campagne verso di essi, sapevano molto bene che la loro permanenza alla sua direzione sarebbe durata solo fin tanto che il favorevole rapporto di forze locale non sarebbe stato soverchiato da un rapporto di forze nazionale ed anzi mondiale spaventosamente negativo.

Ora e non avrebbe tardato ad apparire uno scandalo, che i ”dirigenti” di una piccola C.d.L. si degnassero, con pazienza tutta rivoluzionaria, di insegnare l’abicì della lotta e dell’organizzazione di classe ad ex-coltivatori improvvisamente divenuti salariati dell’industria e della campagna; che quella sede non fosse un semplice luogo di registrazione statistica di individui, di ”assistenza caritatevole” o di raccolta di quote, ma operasse come centro di riunione di tutti gli iscritti, chiamati ogni settimana a discutere problemi, interessi, metodi di lotta comuni e a sentire e manifestare la loro solidarietà di classe con gli sfruttati di Ceccano, di Torino, o delle Asturie; che da questi incontri uscissero rudi ma inequivocabili mozioni di battaglia, invocanti la generalizzazione degli scioperi, la rivendicazione di salari aumentati per tutti, ma per le categorie ”inferiori” in ispecie, di una giornata di lavoro effettivamente ridotta, della fine delle discriminazioni zonali del salario, e così via. Ancor più scandaloso era che la C.d.L. divenisse una postazione di artiglieria bombardante con gli obici di mozioni squisitamente politiche anche se apparentemente solo sindacali le consorelle di tutto il Friuli, le maestranze di tutta la plaga, e chissà, le risvegliasse dal sonno. Il Friuli ha altro da pensare: lo attende la gloria d’essere elevato a regione, e questa gloria deve irradiare le mense dei ricchi come il desco dei poveri, e condire di vitaminici sapori il pallido sugo della quotidiana polenta del buon dio…

Lo scandalo scoppiò, come doveva scoppiare. Anche questo i nostri compagni sapevano: che di fronte al concilio ecumenico dei bonzi provinciali, piovuti a insinuare la possibilità di conciliare le loro mozioni intemperanti coi principii della pacifica via al socialismo, sarebbe stato vano pretendere dai proletari che istintivamente si erano schierati con noi, quell’inflessibile capacità di resistenza alle melliflue suggestioni di potenti sirene, quella forza testarda di rispondere ”NO”, che solo il militante di partito può mostrare – e non sempre anche lui ci riesce. Avvenne, come doveva avvenire, la diserzione.

I bonzi possono considerarla una vittoria: se la tengano! I nostri compagni sanno che, per ritrovare la loro strada (e la ritroveranno), i proletari devono, oggi, per legge storica, consumare la dura e purtroppo sanguinosa esperienza della strada contraria. Ritorneranno: la strada della guerra di classe sarà divenuta carne della loro carne.

A Palmanova o altrove, il nostro non è dunque un ”addio” a una Camera del Lavoro tornata ad essere se stessa: è un caldo e appassionato ”arrivederci!”.