International Communist Party

Battaglia Comunista 1945/I/2

Il centrismo partito di conciliazione

Pare che il sipario sia anche questa volta calato sul moto di Puglia e che si debba proprio ad un ministro del centrismo il merito maggiore di aver risolto sul piano della pacificazione nazionale questa fase dolorosa della lotta agraria.

A sentire la stampa ufficiale, quella dei C.L.N., in un primo tempo quasi tutti i partiti erano d’accordo nel considerare i moti scoppiati improvvisi nelle Murge come una manifestazione che non rientrava davvero nelle loro previsioni politiche perché in contrasto stridente con i loro interessi, al di fuori, insomma, del campo delle loro abituali manovre. Si riconosceva, è vero, uno stato di vaga seppure permanente insoddisfazione economica degli operai avventizi del Mezzogiorno, i quali avevano da poco osservato assai meravigliati come il passaggio del potere politico dal regime fascista a quello dei C.L.N. non avesse in nulla modificato le loro condizioni economiche e sociali, ma si era propensi a vedere in tale sollevazione un tentativo reazionario monarchico-fascista mirante a convincere gli alleati a non abbandonare il paese che sarebbe senza di loro piombato da un momento all’altro nel disordine e nell’anarchia turbando così, profondamente, l’equilibrio della pace democratica.

Da qui un evidente e risentito stato d’animo di fronda anche da parte dei giornali cosiddetti proletari «Avanti!» e «Unità» contro quest’ondata di sovversivismo agrario che, inascoltato nelle sue rivendicazioni, era costretto a dare la parola ai mitragliatori delle sue formazioni militari perché parlassero un loro più rude e convincente linguaggio.

A noi, tuttavia, il conflitto di classe interessa più nelle ragioni, che l’hanno determinato che nei suoi episodi esteriori anche se di alta drammaticità; riconosciamo che bisogna essere accecati da interessi e prevenzioni di classe per non accorgersi delle ragioni obiettive che sono alla base di tutte queste agitazioni agrarie che vanno scoppiando con un crescendo davvero sintomatico e ammonitore ora in questa ora in quella regione dell’Italia meridionale.

Nel Mezzogiorno dominano in genere i grandi e grandissimi proprietari terrieri che, se da un lato rappresentano solo lo 0,7% del numero complessivo dei proprietari, posseggono di fatto il 52% del territorio coltivabile. Quest’enorme proprietà controllata da autentici feudatari della terra, crea le condizioni favorevoli per l’esistenza di un esercito cencioso e affamato di operai avventizi che sono tuttora al centro dell’insoluta questione sociale del Mezzogiorno.

Questi operai avventizi, che costituiscono più dei 3/4 della popolazione totale, vivono nei grossi centri rurali, mentre non vi è quasi popolazione sparsa nelle campagne; le loro possibilità di impiego sono modestissime e non vanno oltre ai due o tre mesi lavorativi all’anno; poi debbono arrangiarsi adattandosi a ogni ripiego e furberia e frode per vivere e far vivere le loro famiglie. Vengono ingaggiati, nel periodo del lavoro stagionale, nel modo più strano e strozzinesco; essi si affollano nelle piazze dei loro paesi armati degli attrezzi del lavoro, in attesa degli ingaggiatori, scherani al soldo del grande proprietario terriero, maestri insuperabili nell’arte di reclutare forza-lavoro più efficiente e sfruttabile ad un salario più basso possibile, di fame.

In tale ambiente, la lotta e i conflitti sociali non possono che assumere carattere endemico; la storia di queste lotte, assai spesso cruenti, è perciò la storia delle zone a grande cultura estensiva dove predomina di fatto questa popolazione avventizia con la sua povertà e le sue malattie ormai ereditarie, coi suoi odi e i suoi scatti di violenza generosa.

Quando le plebi di Puglia si sollevano, colpiscono, distruggono e bruciano gli istituti dello Stato perché in essi individuano la forza tradizionale posta lì a difendere gli interessi del latifondista. Non diversamente è avvenuto in questi giorni; soltanto che a presidiare questi odiati istituti, sono questa volta e gli uomini e partiti e le armi del C.L.N., i sovversivi di ieri e i conservatori di oggi non meno intelligenti in verità e non meno feroci dei conservatori di ieri in camicia nera.

Sicuro, le agitazioni, quando non sono controllate dai partiti del C.L.N. e non rientrano nel quadro della solita manovretta ricattatoria condotta nell’interesse esclusivo della loro politica di parte, rompono l’equilibrio a quella pace sociale così cara ai cuori di questa nuova, numerosa e ben nutrita classe di funzionari della democrazia progressiva.

Esemplare non trascurabile di questa nuova classe è apparso il compagno ministro Scoccimarro, il pacificatore delle Murge.

Mentre gli operai avventizi pugliesi, che han creduto, illudendosi, cambiato in loro favore il clima sociale e politico ed hanno chiesto la soluzione del secolare problema della terra e la loro liberazione dallo sfruttamento dello schiavismo agrario, il ministro Scoccimarro si vale del suo ascendente politico quale esponente del partito comunista per mettere in esecuzione la volontà del suo governo borghese il quale esige che il possesso della terra così com’è sia ancora considerato sacro e inviolabile per i superiori interessi della concordia nazionale.

Mentre gli operai avventizi di Puglia han tratto profitto della guerra anti-nazifascista per addestrare ed armare le loro formazioni di combattimento nella speranza, anch’essa illusoria, di fare di questa loro forza un mezzo della propria difesa di classe, ecco il ministro Scoccimarro arrivare nelle Murge in piena rivolta con gli obiettivi prefissi di:

  • 1) far cessare ogni esistenza di squadre armate;
  • 2) porre il problema del disarmo;
  • 3) stabilire l’ordine e il prestigio delle autorità governative, quelle del C.L.N. E per dar senso di convalida e di concretezza alla sua opera, il ministro del comunismo centrista, accompagnato dal dirigente la sezione comunista e dai membri del C.L.N., si recava alla tenenza dei carabinieri reali, dove elogiava la funzione svolta, nel pubblico interesse, dagli organi di polizia.

Già, erano gli stessi carabinieri che avevano poco prima sparato sulla folla. Accanto a questi tutori dell’ordine, la cronaca riferisce la presenza di fascisti armati, gli stessi delle vecchie formazioni di brigate nere. Gli uccisi erano comunisti, quelli in buona fede, i soliti stracci.

Laggiù in Puglia, come qui, del resto; per i partigiani il disarmo, nello stesso tempo che le formazioni fasciste sono sempre ben armate e operano.

E’ proprio una grande e geniale istituzione la democrazia progressiva del centrismo!

Costituente, Repubblica e altre scappatoie

In tutti i periodi critici della storia, quando le brusche svolte del divenire sociale ponevano in termini di estrema crudezza il dilemma «dittatura della borghesia o dittatura del proletariato», il giuoco della classe dominante è sempre stato di gettare in pasto alla fame di vendetta dei dominati un povero capro espiatorio e, per converso, presentare ai loro occhi ansiosi la visione mirifica e consolante di qualche «profonda» riforma istituzionale. Scopo di questa frusta ma sempre efficace manovra è sempre stato di distrarre il proletariato dai problemi essenziali e permanenti della sua lotta e di farlo arenare nelle sabbie della legalità, dell’unione nazionale e degli interessi superiori: della patria.

Una funzione del genere ha esercitato in diversi paesi la pregiudiziale antimonarchica, la sempre affascinante parola d’ordine della Repubblica contrapposta come il palladio del popolo al facile zimbello della monarchia, quasi che la III Repubblica francese, per citare solo un esempio, abbia meno favorito l’espansione del grande capitalismo finanziario, corrotto e corruttore, che la Germania monarchica degli Hohenzollern o la Russia feudale degli zar, o come se il fascismo non abbia potuto mettere egualmente radici nel Reich repubblicano e nell’Italia vittorina. Una funzione analoga esercitò, nel precipitare della situazione russa nell’autunno del ’17, Ia formula della Costituente, che tendeva a spostare il centro della lotta politica dai soviet e dall’iniziativa bolscevica al parlamento borghese e all’iniziativa dei partiti opportunisti a ricondurre nella legalità il dilagante fermento rivoluzionario delle masse operaie e contadine. La stessa funzione esercitano oggi le molteplici parole d’ordine di cui va ogni giorno più pascendosi la vita politica italiana in clima di libertà riconquistata.

È avvenuto così che, mentre vive e prospera la classe che ha alimentato il fascismo che si è alimentata alle sue fonti, mentre industriali ed agrari riprendono in pugno le redini allentate del comando, i partiti a tradizione operaia scoprissero un responsabile di tutti mali, passati e presenti, qualcosa come l’untore di manzoniana memoria nel luogotenente: che, mentre, sbolliti gli entusiasmi dei primi giorni di festa, si profilava lo spettro di una gigantesca crisi e l’operaio si chiedeva come e per chi lavorare, i partiti «di massa» trovassero un magico toccasana, una panacea di tutti i malanni di cui la società soffre, nella Costituente eletta mentre ancora perdura il regime di sfruttamento capitalistico. E, poiché non si poteva parlare di ricostruzione all’operaio senza offrirgli almeno la speranza di una contropartita, si lanciavano programmi di nazionalizzazione o socializzazione dell’industria, delle banche, dell’agricoltura, come se, scartata la rivoluzione proletaria e la conquista del potere, ferme restando le basi attuali della società capitalistica e il suo meccanismo economico, «nazionalizzare» e «socializzare» non volessero dire far pagare a chi lavora – per conto dello Stato-padrone invece che per conto dell’industrialo singolo – le enormi abissali passività dei nostri complessi industriali finanziari, e i paurosi disavanzi del bilancio.

La farsa che si sta recitando ha del macabro. Non solo si crea nelle masse la doppia illusione che, perdurando un regime di effettiva e profonda disuguaglianza sociale, la consultazione elettorale possa mai dare concreta ed efficace espressione alla volontà, ai bisogni, agli interessi del proletariato (sono venticinque anni che Lenin ha fatto giustizia sommaria di questa illusione), e che le masse lavoratrici possano rendersi «padrone dei loro destini» (frase che

corre in questi giorni sulle penne di ogni giornalista «di sinistra»: che si rispetti) attraverso il bollettino di voto e l’arca santa dell’urna elettorale; non solo si rinuncia in forma esplicita alla necessaria chirurgia della rivoluzione in nome della medicina ormai condannata dall’esperienza storica delle riforme, ma, di più, si ha la sfrontatezza di promettere mari e monti da una Costituente che nascerà in regime di occupazione militare sotto il segno di condizioni di armistizio di cui è ormai facile intuire il contenuto, mentre si va consolidando il regime di controllo economico, politico, finanziario delle grandi nazioni vincitrici su tutto il mondo.

A noi, in tutta questa baldoria di frasi fatte di retorica falsamente democratica, non resta che indicare una volta di più al proletariato l’altra via, quella giusta, la sola che possa condurlo alla vittoria, la via della preparazione rivoluzionaria alla conquista del potere. E non creiamo fantocci e non ci balocchiamo nella ricerca affannosa di capri espiatori, perché la rivoluzione ho un solo fondamentale obiettivo da colpire, e quello le interessa di colpire, perché colpendolo, [testo illeggibile]: la putrefatta monarchia dei Savoia come la repubblica borghese, la reazione di destra come la falsa costituente delle cosiddette «sinistre».

Libertà sindacale e commissioni interne

La realtà della situazione politica presente si riflette nel modo più tangibile nella vita degli organismi di massa. E’ avvenuto così che il predominio di fatto dei cinque (o sei, non si capisce mai bene) partiti della coalizione democratica invadesse i sindacati, s’insinuasse nelle commissioni interne e crеаsо sua immagine e somiglianza i C. L. N. aziendali. Si parla di unitarietà dei sindacati, di democrazia interna, di “aparticità” degli organismi di massa, mentre è in atto una dittatura funzionaristica che fa capo tre partiti, sostenuti dalla tradizionale gerarchia dei mandarini. Questo fenomeno, che non siamo noi i soli rilevare, giacchè interessa logicamente tutte le minoranze operaie (e l’hanno rilevato tanto i libertari quanto il P. d. A. e il P. R. I.), assume un aspetto particolare nel caso delle Commissioni Interne, che le norme procedurali della Confederazione del Lavoro hanno trasformato, prima ancora che nascessero in clima di libertà e di post-fascismo anziché in organismi liberamente eletti dalla base in organismi creati dall’alto secondo criteri di rappresentanza proporzionale delle correnti sindacali esistenti di fatto nella fabbrica, costituiti cioè in base a puri rapporti numerici e formali fra partiti e non in base alla loro reale influenza sul posto di lavoro.

Cosi, mentre da una parte si insisteva sul criterio democratico del libero accesso di tutte le correnti sindacali, se ne precludeva di fatto il funzionamento su un piano di effettiva parità, e si creava, nello stesso ambiente di lavoro, una dittatura di tre partiti pomposamente autodichiaratisi e di “massa”.

E’ noto infatti il criterio fissato dalla C. G. L. Leggiamo i 4 primi capitoli delle disposizioni confederali in materia:

“La Confederazione generale del lavoro, riconfermando le direttive per la nomina delle Commissioni interna stabilisce:

1. L’attuale Comitato d’agitazione deve trasformarsi in Comitato elettorale e procedere alla elezione della Commissione interna. Là dove il Comitato di agitazione non comprende ancora i rappresentanti di tutte le correnti sindacali esistenti nell’officina deve ampliarsi sino a comprenderle tutte. Quando non esistesse il Comitato d’agitazione si deve procedere alla costituzione di un Comitato elettorale composto con gli stessi criteri di rappresentanza di tultte le correnti.

2. Il Comitato d’agitazione trasformato in Comitato elettorale con la rappresentanza di tutte le correnti sindacali esistenti nell’officina deve concordare una lista unica da presentare ai suffragi dei lavoratori. Questa lista unica deve essere composta dagli operai che più si sono distinti selle recenti lotte contro i tedeschi ed i fascisti per la difesa del pane dei diritti degli operai moralmente e politicamente inattaccabili, e devono essere scelti fra le varie correnti ati sindacali, in un numero proporzionato alla presente influenza di ogni tendenza, assicurando sempre la rappresentanza a tutte le correnti che nell’officina rappresentano qualche cosa. Inoltre, dovrà farsi in modo che nelle Commissioni interne siano sempre possibilmente rappresentate le donne ed i giovani; così si dica per gli uomini, dove la grande maggioranza è femminile.

3. Qualora nella composizione della lista per la nomina della Commissione interna non si raggiungesse l’accordo, fosse impossibile presentare una lista unica si dovrà adottare un sistema proporzionale di elezione che assicuri alla lista minoritaria una adeguata rapprappresentanza. II numero dei voti espressi verrà diviso per quello dei seggi: stabilito così un quoziente, ogni lista avrà diritto a tanti posti quanti sono i quozienti che sono spettati. Di ogni lista saranno eletti nell’ordine, quei candidati che avranno avuto maggior numero di voti.

4. Il Comitato d’agitazione traformato in Comitato elettorale provvederà a regolare le elezioni nel modo più conveniente, assicurando ad ognuno il diritto di votare libero e segreto: garantirà per lo scrutinio controllato dei voti dati e ne proclamerà pubblicamente i risultati, dei quali stenderà pure verbale ».

Per noi, la questione è ancor più complessa che per altre correnti sindacali. Come se non bastasse il monopolio di questa trinità di partiti (proprio così, trinità: padre, figliolo e spirito santo), ci si trova di fronte alle manovrette dei centristi, che la timidezza socialdemocratica si guarda bene dall’arginare. Avviene così che, al di fuori dei rappresentanti dei tre partiti, non esistono come candidati che dei “senza-partito” s guai ge a chi si presenta alle candidature come internazionalista.

Più cambia più è la stessa cosa, dice un proverbio francese. II partito unico di fascistica memoria si è diviso in tre solo per darsi un tono di democrazia. La storia conosce abbastanza aquile tricipiti per lasciarsi ingannare….