Presentazione
Nel 1952 eventi, che definimmo allora “al livello delle galline”, ci strapparono di mano la rivista Prometeo e il giornale Battaglia Comunista, che erano stati le bandiere della Sinistra. Dovemmo concentrare tutti i nostri sforzi sul giornale che si trasformava in giornale-rivista: Il Programma Comunista.
Successivi e più recenti accadimenti, non meno gallinacei ma più carogneschi, ci hanno tolto di mano anche Programma, che per vent’anni aveva rappresentato la continuità programmatica e teorica della Sinistra. In questi vent’anni un lavoro colossale per quantità e qualità è stato compiuto dal piccolo partito, sì da essere paragonato, con giusto orgoglio comunista, a quello svolto dai bolscevichi. Con un altro organo di stampa, il Partito Comunista, e con più ridotte forze, si è dovuto continuare la battaglia di sempre su tutti i fronti, con lo specifico intento di mantenere la rotta rivoluzionaria al piccolo partito, divenuto ancora più piccolo con la “scissione sporca”, per dirla con Lenin, del novembre 1973.
La rivista si è resa necessaria per potenziare e dare maggior respiro al lavoro teorico, sinora svolto nel giornale. Così le tre funzioni principali, politica, economico-sindacale, teorica vengono da oggi rappresentate da tre organi di stampa specifici: Il Partito Comunista, Per il Sindacato Rosso, Comunismo.
Ci sembra opportuno ribadire che anche la rivista, come gli altri due organi, non ospiterà articoli e testi “firmati”, secondo la moda borghese. Anche la ripubblicazione, necessaria, di nostri antichi e più recenti testi di partito, non soddisferà questi pruriti, che altri han creduto opportuno di grattarsi.
Anche i nemici del comunismo, e primi fra tutti i partiti traditori, che credevano di essersi liberati dal bisogno della teoria, devono fare i conti con principi, finalità e programma, per negarli. Riteniamo una vittoria comunista nel campo teorico e dottrinale che i partitacci, che si fregiano abusivamente dei nomi gloriosi di comunista e socialista, siano costretti ad abbandonare persino il lessico marxista e ad esprimersi col vocabolario immediatista volgare e sguaiato delle classi borghesi, segnatamente di quelle piccolo-borghesi della ”intellettualità” universitaria ed accademica, ridotta allo scetticismo e al possibilismo, con cui tradisce la perenne disponibilità ad affittarsi al più forte del momento.
Rivendichiamo come una vittoria della nostra scuola rivoluzionaria che le forze squisitamente “oscurantiste” di questa società capitalistica, come la Chiesa cattolica, sotto l’incalzare ineluttabile delle contraddizioni economiche sociali e politiche, veri e potenti acceleratori della dissoluzione della presente società, in vista del risorgere delle condizioni per un nuovo assalto rivoluzionario del proletariato internazionale, debbano ribadire con intransigente determinazione e volontà le loro dottrine antiproletarie, anticomuniste e arivoluzionarie, come monito delle classi possidenti a difendere i “valori” dietro cui celano i loro interessi materiali di classi privilegiate.
Ma la teoria è un’arma. Ed è un’arma anche per i nostri nemici: è mezzo di guerra, non di pace tra le classi.
Il marxismo rivoluzionario è dottrina del proletariato, non di altre classi né dell’umanità indifferenziata. È una dottrina speciale, al tempo stesso passione e scienza. È l’ieri l’oggi il domani dell’umanità lavoratrice. È COMUNISMO!
Il nostro antiparlamentarismo
Non in ossequio alla insignificante “attualità” del fradicio mondo borghese ancora una volta svergogniamo il feticcio democratico di borghesi ed opportunisti: elezioni, parlamento. Non sprechiamo tempo e spazio per parlare di congiure di corridoio, di effimere alleanze, di spartizioni ministeriali e di poltrone, disgustoso andazzo cui ci hanno abituati i corrotti politicanti di mestiere. Non ci interessano, come mai ci hanno interessato, evoluzioni, involuzioni, accordi, scodinzolamenti dei vari Andreotti, Berlinguer, Craxi, ché da sempre il loro fine, che li accomuna in un sol fronte compatto, è il rimbambimento e l’aggiogamento della classe operaia.
È la ferrea consegna ricevuta da generazioni di rivoluzionari, in perfetta continuità di schieramento per la causa dell’emancipazione del proletariato, che ci spinge ancora una volta a ribattere i “vecchi chiodi”, i cardini della teoria e dell’azione rivoluzionaria.
Dopo l’immane macello della prima guerra mondiale, e nonostante il tradimento dei partiti della Seconda Internazionale, lo scenario sociale della vecchia Europa si presentava quanto mai esplosivo. In Russia la classe operaia guidata dai bolscevichi di Lenin aveva conquistato il potere fondando il primo Stato Operaio della storia; nel resto del continente le ali sinistre, rivoluzionarie, dei vecchi partiti socialisti stavano prendendo influenza negli strati più combattivi del proletariato. La soluzione rivoluzionaria sembrava ogni giorno più vicina.
In Italia, come negli altri paesi europei, si pose al movimento operaio il problema di come agire praticamente per raggiungere lo scopo della conquista del potere. Un gruppo avanzato dei socialisti italiani sostenne al congresso di Bologna del 1919 che ormai si era aperta una antitesi, una incompatibilità fra lotta per la rivoluzione ed attività elettorale. Prendere la via delle elezioni voleva dire chiudersi quella della rivoluzione.
Le ragioni tattiche di questa posizione della Sinistra erano, e sono, chiare: essendo ormai storicamente dimostrato che attraverso il parlamento nessun potere è raggiungibile da parte della classe operaia, partecipare alle elezioni avrebbe solo significato dare credibilità ad una istituzione verso la quale il proletariato occidentale già cominciava a mostrare indifferenza, distogliendo su inutili pettegole vittorie schedaiole l’interesse che i proletari di tutto il mondo mostravano verso la vittoria sovietica e l’esempio che stava impartendo. Altra ragione, e non secondaria, era il dispendio di forze e di mezzi anche finanziari che una campagna elettorale richiedeva. La visione della Sinistra era semplice: tagliamo i ponti legalitari e democratici alle nostre spalle, e la classe operaia si troverà a dover indirizzare tutte le sue energie in avanti, verso l’insurrezione armata, a distruggere lo Stato con tutte le sue propaggini, delle quali il parlamento è certo la più fetida.
La questione fu portata al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, che si svolse a Mosca nel 1920. In quella storica assise si ritenne che i partiti comunisti dell’Internazionale potessero utilmente sfruttare l’azione parlamentare allo scopo, beninteso, della distruzione rivoluzionaria del parlamento stesso e dello Stato.
Lenin, occupato a combattere le tendenze di destra e di estrema sinistra, entrambe egualmente pericolose e da noi al pari di Lenin condannate e combattute, non valutò a pieno la portata tattica dell’astensionismo propugnato dalla Sinistra, confondendolo con un timore purista di essere contaminati dalla borghesia una volta entrati in contatto con essa. In realtà l’osservatorio dal quale la Sinistra aveva tratto le logiche conseguenze tattiche era, per questo argomento, molto più favorevole di quello dei bolscevichi, che si erano sempre trovati a lavorare in uno Stato autoritario, feudale, nel quale il proletariato non aveva avuto il tempo di essere avvelenato dalla stolida prassi elezionistica, data la breve ed impopolare vita del governo borghese democratico di Kerensky.
Ma ben altre questioni fondamentali dovettero essere messe in chiaro in quel fondamentale congresso, e tutte ci trovarono sullo stesso fronte di ortodossia marxista difeso da Lenin. Difficile era invece porre la questione dell’astensionismo troppo in generale, data l’esperienza maturata fino a quel momento dal movimento operaio, e i comunisti italiani si rimisero alla decisione del congresso essendo chiara la soluzione: in principio tutti contro il parlamentarismo; in tattica, non stabilire né la partecipazione sempre e ovunque, né il boicottaggio sempre e ovunque.
Noi ci sottomettemmo anche perché eravamo certi che un eventuale assalto rivoluzionario, che quella Europa infuocata dalla lotta di classe faceva presentire imminente, avrebbe spazzato via per sempre i parlamenti ed i dubbi sul loro utilizzo. Ma eravamo anche coscienti che il pericolo sarebbe esistito se e quando l’ondata rivoluzionaria fosse rifluita, cioè il pericolo che la lotta parlamentare invischiasse il partito a tal punto da denaturarne le caratteristiche di classe, fino a ripetere il vecchio schema dei partiti socialdemocratici della Seconda Internazionale, nei quali le immense strutture di partito erano diventate delle macchine elettorali, e solo elettorali, sulle quali gravava il peso frenante dei gruppi parlamentari, che immancabilmente costituivano ovunque le ali più destre dei partiti stessi.
La rivoluzione in Europa non fu, ed i nostri timori, sempre apertamente espressi, si rivelarono profezie. Dalla distruzione del parlamento e degli altri ingranaggi statali si passò alla utilizzazione del parlamento per accelerare l’insurrezione. Poi si ricadde all’utilizzazione del parlamento come mezzo per arrivare con la maggioranza dei voti al potere della classe operaia (poi del popolo). Ed infine, e siamo alla Resistenza ed al P.C.I firmatario della Costituzione repubblicana, si passò dal parlamento mezzo al parlamento fine. Si era così arrivati alla fine del ciclo: non più il parlamento per la causa proletaria, ma il proletariato per la causa del parlamento.
Il parlamentarismo è la forma di rappresentanza politica propria del regime borghese. Creato dalla borghesia rivoluzionaria secoli addietro, è stato da questa sempre utilizzato per avallare lo sfruttamento capitalistico della classe operaia occidentale e la politica militaresca coloniale e post-coloniale di sfruttamento delle classi povere del Terzo Mondo. Questa funzione non è certo cambiata con la “conquista” di seggi da parte di rappresentanti del movimento operaio, iniziatasi già all’inizio di questo secolo. Al contrario, tale partecipazione ha reso più accettabili ai proletari le misure antioperaie che venivano prese da questo organo padronale. Già nel 1919 Lenin così lo descriveva, nella famosa “Lettera agli operai d’Europa e d’America”:
«Il parlamento borghese, sia pure il più democratico nella repubblica più democratica, nella quale permanga la proprietà dei capitalisti e il loro potere, è la macchina di cui un pugno di sfruttatori si serve per schiacciare milioni di lavoratori. I socialisti, lottando per emancipare i lavoratori dallo sfruttamento, hanno dovuto utilizzare i parlamenti borghesi, come una tribuna, come una delle basi per la propaganda, per l’agitazione, per l’organizzazione, fino a che la nostra lotta è rimasta entro i limiti del regime borghese. Ma oggi la storia mondiale ha posto all’ordine del giorno il compito di distruggere tutto questo regime, di abbattere e schiacciare gli sfruttatori, di passare dal capitalismo al socialismo, oggi, limitarsi al parlamentarismo borghese, alla democrazia borghese, abbellire questa democrazia come “democrazia” in generale, celarne il carattere borghese, dimenticare che il suffragio universale, fino a che perdura la proprietà dei capitalisti, è solo una delle armi dello Stato borghese, significa tradire vergognosamente il proletariato, passare dalla parte del suo nemico di classe, dalla parte della borghesia, significa essere un traditore e un rinnegato».
Così sessanta anni fa, quando ancora la partecipazione delle grandi masse lavoratrici alle elezioni era una novità ma della quale già a sufficienza si erano visti gli effetti, il grande Lenin bollava il meschino Berlinguer, che doveva ancora nascere, di traditore e rinnegato, a dimostrare quanto antiche e stantie siano le moderne “Terze vie”, i “Compromessi storici” in cui si cimentano gli odierni carognoni, inferiori ai Kautsky, Noske, Mac Donald e Stalin nella levatura individuale, ma non nella virulenza controrivoluzionaria.
In realtà il parlamento mantenne il reale potere politico per breve tempo, presto esautorato dall’esecutivo, più facilmente manovrabile e influenzabile dai grandi capitalisti e dalle banche, in modo mascherato o palese. Nel secondo caso si ricordano le dittature di Cromwell, Napoleone III, Mussolini, Hitler, ecc. durante le quali la borghesia, rinunciando al paravento democratico, esercitava apertamente la sua dittatura politica ed economica. A questo campo da tempo il nostro movimento ha associato le dittature del capitalismo di Statale nei paesi cosiddetti socialisti.
Preferita comunque dalla borghesia moderna è la prima forma, quella meno manifesta, di controllo del potere politico, alla quale ricorre tutte le volte che le è possibile. In essa, mentre periodicamente i cittadini vengono chiamati ad esercitare il sacro diritto-dovere del voto, la borghesia esercita il suo potere in modo altrettanto assoluto che nella forma fascista in quanto sa di avere in mano saldamente esercito, polizia, tribunali ed un’infinità di sottostrutture facilmente controllabili, cominciando dal clero per finire con scuola, enti assistenziali, mezzi d’informazione, ecc. Ma il sostegno più sicuro della borghesia è proprio quello strato di mantenuti che gli operai hanno ingenuamente mandato in parlamento con i loro voti, che il partito bollò come “opportunisti”.
Chiunque sieda in parlamento, o sul seggio di ministro, sa che tali strutture statali o filo-statali sono costruite per funzionare in un solo modo, non le può modificare nella loro essenza né dominare, ma ne è invece dominato. Gli ordini vengono dai grandi trusts multinazionali, dalla Confindustria, dalle banche, dai proprietari terrieri, e governo e parlamento possono solo prenderne gli ordini e trarne le conseguenze legislative. Il parlamento in particolare vede sempre più ridotta la sua funzione alla ratifica dei vari decreti presidenziali, governativi e ministeriali, e questa tendenza non può certo essere rovesciata dalle imbelli strida di buffoni come Pannella e soci. In questo senso ben poco è rimasto del vecchio sistema parlamentare ottocentesco, avendo la moderna repubblica borghese recuperato ed utilizzato gli strumenti di dominio dittatoriale messi a punto dal quotidianamente esecrato fascismo.
Mentre il potere borghese è sempre più dittatoriale nei fatti, nelle apparenze ostenta sempre più democrazia, tolleranza, aperture a “nuove vie”. Così in coincidenza con l’approfondirsi della nuova crisi mondiale le ubriacature elettorali si susseguono a ritmo frenetico; per limitarci all’Italia, negli ultimi anni si sono avute elezioni di tutti i tipi e ad ogni stormir di fronda: politiche, amministrative, referendum, per la scuola, per il quartiere, presto per la suprema buffonata, il parlamento europeo.
Errata lezione trarrebbero coloro che da queste constatazioni storiche si proponessero di riportare il parlamento al suo antico ruolo, perché esso, come già detto, è sempre stato organo di oppressione borghese e nessuna funzione progressiva può ad esso essere oggi attribuita. Esso è ed è sempre stato il simbolo di un’era storica, quella del modo di produzione capitalistico, il quale è esso stesso superato, e sopravvive ormai a sé stesso in attesa che una possente spallata del proletariato rivoluzionario lo cancelli dalla faccia della terra. Tale sopravvivenza è stata resa possibile dal formarsi di organizzazioni opportunistiche che proprio grazie al mito elezionistico hanno inculcato nella classe operaia il miraggio di una conquista del potere indolore, graduale, che si sarebbe verificata il giorno in cui il numero di schede nelle urne fosse contato di una superiore a quelle del nemico. La storia ha ampiamente dimostrato, nei pochi casi in cui ciò è avvenuto, che la borghesia non esita a confutare col ferro e col fuoco la “volontà popolare” democraticamente espressa, e quindi coloro che difendono tale visione della lotta di classe sono solo da considerarsi traditori e rinnegati al soldo dei padroni.
La storia ha al contrario dimostrato la classica visione rivoluzionaria propria di Marx, di Lenin e della Sinistra Comunista, secondo la quale unica via alla conquista del potere da parte della classe operaia è l’insurrezione armata, guidata dal Partito Comunista Internazionale, il più possibile estesa internazionalmente, cui segua un periodo di dittatura rivoluzionaria del proletariato, che distrugga tutte le strutture del potere borghese e vi sostituisca le sue proprie, le sole adatte a porre le basi della nuova società senza classi.
Compito dei proletari non è quindi quello di “scegliere” il miglior partito o, peggio, la migliore persona che rappresenti le loro necessità in una assise che ogni giorno si ingegna a trovare mezzi sempre più raffinati di sfruttamento dei lavoratori, ma è di intensificare le loro lotte contro l’oppressione economica della borghesia con azioni sempre più dure, compatte, incuranti del bene della “economia nazionale”, denunciando apertamente opportunisti politici e sindacali che si frappongono fra loro ed il nemico diretto.
Che gli operai si stringano intorno al loro partito politico di classe, il Partito Comunista Internazionale, e sostituiscano alla parola d’ordine “Preparazione elettorale” quella che la storia ci indica a chiare lettere, di “Preparazione rivoluzionaria” all’abbattimento violento del regime capitalistico.
L’agonia del capitalismo nelle crisi delle produzioni e delle monete
Rapporti esposti alle riunioni di maggio e settembre 1978 e gennaio 1979 [RG11, RG12, RG13].
Nel primo numero del 1968 dell’allora nostro organo di stampa, il Programma Comunista, titolavamo con ostinata scientifica caparbietà: Crisi monetaria – crisi capitalistica mondiale, e nel maggio dello stesso anno: Crollano i miti borghesi del benessere. L’esperienza del decennio successivo ha confermato quella diagnosi. L’avvicendarsi ciclico di sempre dell’accumulazione capitalistica, di fasi di maggior slancio a periodi di stagnazione delle produzioni e dei traffici, si è ripetuto in questi anni nei diversi paesi industrializzati marcando però crisi più profonde, maggiori recessioni nei volumi prodotti e riprese di breve durata con oscillazioni intorno ad una tendenza media di rallentamento fin quasi all’arresto della crescita della massa del capitale in funzione.
È definitivamente chiuso un periodo di sviluppo travolgente dell’imperialismo: dalla fine della guerra, e proprio grazie alle immani distruzioni di questa, fino alla crisi del 1975 il mostro capitalistico ha goduto di tre decenni nei quali la macchina dell’industria si è ingigantita, ha schiacciato nazioni già coloniali e ha corrotto il proletariato occidentale. La massa dei prodotti è cresciuta, di 4,6 volte in Germania seppure dimezzata, in America idem, in Giappone addirittura di 11 volte. Si è ripetuto, a scala ingigantita, lo slancio espansivo capitalistico, con robuste e prolungate riprese produttive e con rallentamenti appena accennati, come l’Europa conobbe dalla guerra franco-tedesca del ’70 fino alla crisi dei primi anni del secolo, anche allora tre decenni di accumulazione, di arricchimento borghese, senza guerre in patria, di corruzione della classe operaia e di influenza opportunista sul partito e sull’organizzazione proletaria.
Oggi questa fase di capitalismo “opulento”, nella quale è possibile far penetrare nel proletariato le ideologie nemiche del pacifismo sociale, del riformismo, della collaborazione fra le classi, del gradualismo e del progressismo arivoluzionario, è irreversibilmente chiusa né riusciranno a resuscitare l’esaurito slancio capitalistico la demagogia degli ideologi ufficiali del regime né degli osceni rattoppi della propaganda opportunista a base di pianificazione e partecipazione.
Il capitalismo imperialistico mondiale accede al periodo delle crisi, nel quale si sconta la caduta ineliminabile del saggio del profitto e la sproporzione accumulata fra produzione e consumo. A distanza di 70 anni il capitale è giunto di nuovo alla sua “massa critica”, è troppo ingigantito per poter impiegarsi con profitto nella sua metamorfosi produttiva, la forma mercantile-proprietaria della ricchezza non riesce a soddisfare nemmeno nella misura precedentemente raggiunta i bisogni sociali, anzi necessita per la futura ripresa della produzione la distruzione violenta, al di fuori del circuito e delle leggi del mercato e del capitale, dell’ingombrante eccedenza di merci invendute, di capitale monetario e di mezzi di produzione inutilizzati.
Capitale è miseria e distruzione
L’impossibilità per il capitalismo di uno sviluppo non traumatico e continuo, l’assurdo, dimostrato in teoria dalla nostra scuola e verificato dall’esperienza storica, del perpetuarsi del processo di accumulazione deriva dalla contraddizione intima propria della natura duplice delle merci, contraddizione resa allo stato puro e generalizzata fino all’esplodere critico del modo capitalistico di produrle socialmente.
Mentre la produzione del profitto è per sua natura senza misura e tendente ad accrescersi in modo autonomo dalla quantità e qualità dei bisogni sociali, la scala del consumo sociale in grado di compensare il valore dei beni si contrae sempre più proprio per effetto e parallelamente alla maggior scala della produzione delle merci. Da un lato un’industria grandeggiante cresce secondo leggi e ritmi suoi propri e privi di qualsiasi possibilità di controllo e di pianificazione, dall’altro l’estendersi della proletarizzazione di tutti gli strati sociali, con il ridursi inesorabilmente del rapporto fra consumi finali e massa del capitale in movimento. Anche se la dimensione del consumo tende storicamente ad aumentare, seppure lentamente, enorme è il capitale morto che incombe sulla società. E con il crescere e il concentrarsi del capitale e con il suo svincolarsi nelle forme anonime, si gonfia mostruoso il suo apparato statale di gestione politica, affiancato dai massimi rappresentanti delle grandi industrie e della grande finanza.
L’apparente benessere dei decenni trascorsi è stato manifestazione fugace, ben sfruttata dagli incensatori del regime, propria soltanto di una fase del ciclo, pagata con l’enorme aumento della produttività e durata del lavoro nelle fabbriche e con la rapina sistematica e la morte lenta per fame delle popolazioni di interi continenti ad opera delle centrali imperialistiche.
Ma nemmeno la “società dei consumi” ha potuto e potrà mai realizzare il valore in fantastico crescendo delle merci vomitate sul mercato. È utopia reazionaria pretendere di far sopravvivere il capitale estendendo i consumi. La produzione e la vendita, procedenti al massimo ritmo, continuano in tutte le sfere produttive e su tutte le piazze quando già il mercato al dettaglio non è più in grado di assorbire nuove merci. A questo punto si innesca la crisi commerciale, il panico nella classe borghese, il crollo dei prezzi e il blocco della riproduzione. Il ristretto consumo individuale, ulteriormente ridotto per la diminuzione dei salari e dell’occupazione e per i minori redditi delle classi borghesi, piccolo-borghesi, professionali e intellettuali, mai potrebbe assorbire la crescita esponenziale della produzione.
Del resto quote ingenti e crescenti della produzione capitalistica dei paesi più industrializzati non trova consumo finale in patria bensì sul mercato mondiale, sensibilissimo alle variazioni di prezzi e di congiuntura economica. Al termine del periodo del benessere il capitale ha riempito al massimo tutti i pori del “consumo solvibile”.
Per sua legge interna la composizione organica del capitale cresce insieme all’aumento della sua massa totale: la miglioria tecnica del processo produttivo implica l’aumento della massa e del valore delle macchine ed impianti, come quello della materia prima trattata, e si riduce la massa del lavoro necessario per metterle in moto. Il valore del salario, del resto, si riduce per la riduzione del valore dei mezzi di sostentamento del proletariato a causa dell’aumento della produttività nei settori che li producono. La massa dei salari complessivamente pagati, il capitale variabile, diventa una frazione decrescente del capitale totale. L’aumento dello sfruttamento del proletariato, necessariamente limitato alla durata naturale della giornata lavorativa, non compensa al capitale l’enorme e potenzialmente infinito aumento della sua composizione organica, i giganteschi apparati messi in moto dal singolo operaio. Ne consegue la riduzione dal saggio del profitto, già negata da schiere di teorici universitari ben pagati, e che oggi si impone con la evidente drammaticità delle crisi.
Si esaspera la concorrenza fra capitali, porzioni crescenti del capitale non possono investirsi con profitto in mezzi di produzione e in forza-lavoro, non riescono a proseguire la loro metamorfosi e in forma monetaria, vagano per i mercati finanziari del mondo intero, sospinti qua e là anche da minimi differenziali nei tassi di cambio, nei tassi di interesse, manovrati dalla speculazione. C’è sovrapproduzione di capitale, prima che di merci.
Ma il capitale può riprodursi mantenendo costante la massa del profitto, intensificando lo sfruttamento del proletariato con l’applicazione della scienza alla produzione materiale, solo se può estendere la scala della sua riproduzione a tutti i rami ed a tutti i continenti. La contrazione produttiva non è quindi pianificabile e contenibile nella continuità del regime economico, non può sottostare alle medesime leggi dell’accumulazione generale, non può manifestarsi che in modo catastrofico inducendo un regresso generale della società, una moderna imposta barbarie artificiale e temporanea, ove i miti contrabbandati infino ad ieri come eterni vengono improvvisamente capovolti nel loro contrario.
Nella attuale fase imperialistica del decrepito capitalismo, quando tutte le regioni del globo sono state sottomesse alla rapina di pochi paesi ricchi, tutti i mercati sono colmi di merci ed ogni capitalismo nazionale cerca di esportare la propria sovrapproduzione di merci, di disoccupazione, di inflazione sugli altri, l’esito non può che essere lo scioglimento violento, con confronto diretto delle forze militari, dei non altrimenti sanabili contrasti di interessi. Solo dalla guerra, come già al culmine del periodo di stagnazione capitalistica fra i due scontri mondiali, dopo la crisi del 1929-33, con la distruzione di grande parte del capitale sociale accumulato, di mezzi di produzione, e con i nuovi bisogni che le distruzioni impongono, può rigenerarsi diabolicamente lo slancio verso una nuova spartizione delle zone di influenza, verso lo svecchiamento generale del capitale fisso, verso nuova accumulazione, nuova occupazione e super-sfruttamento, nuove ondate migratorie, consumi, “benessere”.
Scosse premonitrici
La concordanza internazionale dell’andamento della produzione nell’ultimo decennio è evidentissima, tanto che è possibile descrivere in un unico alternarsi i diversi momenti della stagnazione capitalistica in tutto il mondo.
A grandi linee la curva oscillante della produzione industriale segna tre marcate e comuni depressioni: nell’inverno del 1970-71, nell’inverno del 1974-75 ed in quello 1977-78. Si riscontra concordanza internazionale negli spasimi dell’accumulazione non solo in termini di sincronismo temporale del ciclo, ma anche come ampiezza delle perturbazioni: la prima delle tre recessioni, misurata come regresso sulla base media dell’anno solare, marca una recessione negli USA ma solo un brusco e netto rallentamento nei capitalismi europei ed in Giappone. Troviamo valori negativi dei tassi di incremento trimestrali su base annua, con minimo variabile dal -6% degli Stati Uniti al +3% della Francia.
Ben più improvvisa e profonda per tutti i capitalismi è la crisi del 1975 che ha distrutto i miti dello sviluppo indefinito ed ha richiamato ad economisti e a borghesi lo spettro del 1929. Nel primo trimestre del 1975 il Giappone contrae la sua produzione industriale del 20%, che comporta -10% su media annua, che segue un altro -4% del 1974. Il fermo della produzione interviene con relativa velocità: si passa da ritmi di accumulazione del 16% al valore minimo predetto nell’arco di 16 mesi. La stagnazione su tale bassa dimensione produttiva si protrae per un anno circa, cominciandosi a manifestare la ripresa dal fondo solo all’inizio del 1976. Andamento produttivo pressoché uguale hanno mantenuto gli Stati Uniti, limitando il minimo trimestrale della recessione a -11%, dimostrando che nella crisi capitalistica crolla più a fondo chi maggiormente ha accumulato e sovraprodotto: è crisi di troppo industrialismo capitalista, non di scarsi “investimenti produttivi” o di “arretratezze strutturali”, né di “lacci” alla libertà di intrapresa. I capitalismi europei presentano i medesimi tempi ed analoghe dimensioni nei regressi.
Lo svolgimento successivo ha segnato ovunque ripresa. Ma, mentre il capitalismo statunitense riusciva a stabilizzare la sua crescita ad un ritmo annuo intorno al 5% (il che ci fa ivi prevedere la prossima crisi più profonda), la recessione tornava a frenare l’accumulazione in Europa ed in Giappone ove i valori trimestrali scendono a -1% nel Giappone, nel settembre 1977, a -8% in Italia a metà inverno ed a valori intorno allo zero per gli altri industrialismi, nella successiva primavera.
Emerge quindi una riduzione della durata del ciclo industriale. Più di un secolo di capitalismo americano dimostrano il ripetersi costante di due serie di cicli fra loro sovrapposti. Negli Stati Uniti dal 1873 al 1970 è ben marcato, con otto periodi regolari di ampiezza compresa fra 10 e 14 anni, il ciclo circa decennale già riconosciuto da Marx ed Engels. A questi si inframmezzano altre recessioni periodiche, più frequenti, distanziate di circa quattro anni e che di regola si manifestano due volte per ogni ciclo decennale.
Simile tendenza ad alterno andamento è dimostrabile nell’accumulazione degli altri capitalismi nazionali, anche se la coerenza temporale dei cicli si verifica soltanto negli svolti storici di crisi generale del regime. Uno di questi fu l’immediato dopoguerra con le crisi mondiali del 1919 e 1921, altro famoso dal 1929 al 1933. In questo dopoguerra non sono mancate le stagnazioni ed anche le recessioni produttive ma di breve durata e si sono sempre prodotte sfasate temporalmente da un paese all’altro sicché è sempre stato possibile per il capitalismo mondiale nel suo complesso attenuare l’impatto della recessione compensando gli squilibri sul mercato mondiale delle merci, dei capitali e della forza lavoro. Oggi la ciclicità è in concordanza di fase ovunque, proprio per il trentennale assestarsi dei flussi di capitali, e l’interesse di ogni capitale nazionale non si integra ma urta e contende lo spazio all’altro.
Negli ultimi mesi la produzione industriale in tutti i paesi capitalisticamente maturi ha teso ad aumentare, riuscendo a superare i massimi del 1973-74: in quattro cinque anni il sorpasso di se stessi è soltanto del 4-5% per i capitali europei, tranne l’inglese che staziona, e per il Giappone, 13% invece per gli USA.
Gli indici più recenti della produzione starebbero ad indicare che un nuovo massimo nella velocità espansiva capitalistica è con questi valori già stato raggiunto e significherebbe che il 1979 porterebbe un nuovo periodo di decelerazione. La produzione industriale giapponese ha accusato infatti in gennaio il tasso di incremento più basso verificatosi dall’agosto scorso, in Italia i ritmi annui misurati a dicembre e gennaio sono la metà di quelli dei mesi precedenti mentre la Repubblica Federale Tedesca annuncia crescita nulla nel gennaio rispetto all’anno innanzi ed è da dimostrare quanto vi concorra lo sciopero dei siderurgici.
L’inflazione castiga il dirigismo
L’innalzarsi del saggio di inflazione nettamente al di sopra dei valori medi mantenuti per tutto questo dopoguerra risale ai primi anni ’70, precede quindi e non segue l’aumento del prezzo del petrolio avvenuto nella misura del 120% nell’autunno 1973 e per una ulteriore triplicazione il primo gennaio 1974. L’ascesa dei prezzi al consumo era già iniziata nel marzo 1973 in Francia, già dal 1970 nella Repubblica Federale, dall’aprile 1972 in Italia. L’aumento del greggio è quindi da considerare piuttosto come reazione al deprezzamento del dollaro sul mercato mondiale, mirante a difendere la retribuzione del valore in termini reali ai paesi produttori. Da allora il prezzo è stato mantenuto costante in termini reali fino al 1976 per poi diminuire leggermente a causa della declinante domanda dei paesi consumatori.
L’inflazione galoppò a più del 20% l’anno al dettaglio in Giappone, Gran Bretagna ed Italia, a più del 10% negli USA ed in Francia. Forti inflazioni permangono fino al precipitare della crisi 1975. Generalmente, infatti, in tutti i paesi la recessione produttiva è seguita da un rientro dell’inflazione ma non esiste una correlazione diretta fra livello produttivo ed inflazione. Nell’anno appena trascorso le maggiori monete mondiali hanno conosciuto una stabilizzazione nei ritmi di deprezzamento ma assestandosi su velocità inflattive molto diverse fra loro: dal 12% annuo dell’Italia fino al minimo tedesco col 2%. Tale stazionarietà relativa dell’inflazione è però smentita dalle più recenti misurazioni dei prezzi che indicherebbero un inizio di ripresa all’insù nelle variazioni: il dato di febbraio degli Stati Uniti, Gran Bretagna e più marcatamente dell’Italia ed i dati di dicembre e gennaio della RFT segnano una tendenza al rialzo.
L’eccesso inflattivo dell’ultimo decennio si spiega con l’emissione di carta moneta da parte di governi impegnati al sostegno interventista di una economia tendenzialmente in declino: l’inflazione è la reazione del sistema economico alla forzatura che gli si vorrebbe imporre, reazione con la quale ritornano a farsi valere le leggi del mercato.
Nel Capitale di Marx è compiutamente inquadrato il fenomeno della variazione dei prezzi, non dipendente da variazioni nel valore delle merci o da oscillazioni accidentali nel rapporto fra domanda ed offerta, in regime monetario a corso forzoso, con un automatico adeguarsi del valore socialmente convenzionale della massa di moneta cartacea circolante in un mercato alla somma di valore effettivamente richiesta ed accettata per compensare le transazioni ed i pagamenti e che realmente come tale è in funzione: la massa di valore scambiato definisce il valore della massa del circolante cartaceo; l’unica sua misura è l’effettivo riconoscimento di valore che si effettua per la circolazione e nella circolazione. A differenza della moneta d’oro, o scambiabile con l’oro in proporzione fissa, merce questa prima che moneta, la carta di Stato è merce solo e nella esatta misura in cui è riconosciuta e funziona come tale. Se una contrazione generale dei traffici o un loro più lento procedere, ovvero un funzionamento troppo allegro dei torchi, altera il rapporto numerico fra portatori di carta e portatori di merci è il mercato stesso che ristabilisce l’eguaglianza con una alterazione generale della scala dei prezzi.
Sul mercato capitalistico si scambiano non soltanto merci destinate al consumo contro reddito in forma monetaria ma, in parte preponderante, mezzi di produzione contro capitale in forma monetaria. La crisi influenza l’inflazione in due sensi opposti: da un lato si gonfia la massa del capitale monetario in forma cartacea e non tesaurizzabile senza grave rischio per il capitalista monetario, mentre crolla la circolazione delle merci e la velocità dei passaggi di mano del denaro; dall’altro l’offerta eccedente di merci invendute tende a produrre un crollo dei prezzi per effetto della concorrenza. Nelle crisi di questo decennio i mercati non sono ancora arrivati ad essere così ingolfati di merce invendibile da far prevalere la tendenza alla deflazione. In tal caso la merce di riferimento non può che essere l’oro: se il prezzo delle merci rimane costante in rapporto all’oro ci troviamo evidentemente, com’è il caso recente, in presenza di inflazione per alterazione della scala dei prezzi, per variazione dei soli segni cartacei; quando invece il prezzo dell’oro crescerà accanto a deflazione generale sarà il tempo quello della più generale crisi di sfiducia, traumatica precipitazione della crisi di sovrapproduzione.
Oggi la massa dei capitali vaganti in cerca di investimento a tassi remunerativi aumenta a ritmo velocissimo con spiccata accelerazione nel 1978: la dimensione dei capitali in prestito sull’euromercato è passata da 63 miliardi di dollari nel 1976 a 69 nel 1977 fino a 51 miliardi nel solo primo trimestre del 1978. Tali enormi masse di denaro provengono per gran parte dal deficit della bilancia commerciale americana che dall’inverno del 1976 all’estate del 1978 è passata da uno stato di eccedenza su base annua di 10 miliardi ad un deficit di 33. È il segno della fine del predominio americano come potenza commerciale, incalzata da vicino dalle più produttive concorrenti giapponesi e tedesca. L’imperialismo statunitense compensa l’ammanco commerciale con le esportazioni massicce della propria verde moneta. Anche se, rapportato al prodotto interno americano, tale ammanco non rappresenta che poche unità percentuali l’effetto inflazionistico sui mercati mondiali è determinante.
Nuovi concorrenti si affacciano per il capitale USA: il mese scorso per la prima volta nella storia le esportazioni tedesche hanno superato in quantità quelle americane, avvenimento da tempo dal partito previsto, significando le grandi capacità espansive del capitale della dimezzata Germania. Per quanto riguarda le esportazioni di capitali è invece il Giappone che aumenta come parte sul tutto, a spese della quota USA, mentre cresce la parte dei capitali europei che si investono in USA e del Giappone che già investe in America un terzo dei suoi capitali all’estero, facendo produrre così direttamente sul posto quelle merci che barriere protezionistiche gli impedirebbero di esportarvi.
L’insicurezza dei capitalisti monetari ad investire per il rischio di profitti nulli o addirittura per la perdita del capitale che la crisi comporta è tale che mentre tutti cercano di investire i loro capitali, magari a basso saggio, ma a breve termine, l’offerta di prestiti a lunga scadenza si va rarefacendo e gli stessi Stati-imprenditori trovano difficoltà ad investire i loro “residui passivi” in progetti a rotazione decennale. L’intermediazione bancaria si trova quindi, come in tutti i periodi di crisi, compresa quella del 1929 classica, a raccogliere capitali a breve scadenza mentre i suoi capitali sono già vincolati per molti anni. Si viene a creare uno stato di grande rigidità che, se in un primo momento è la risorsa del capitalismo per “inventare” una volontà ad investire, in realtà inesistente e non giustificata dalle previsioni più ragionevoli e ritardare così la recessione, poi, quando la realtà dell’esubero di capitale si impone, è l’innesco ed amplificazione del tracollo bancario, del crac della finanza. Attendiamo il fenomeno, non attenuato ma generalizzato dalla sempre più stretta connessione e centralizzazione degli istituti di credito fra loro e con gli istituti di emissione e col tesoro dei governi.
Fluttuazione nei cambi come bollettini nella guerra commerciale
Il riflesso della eterogeneità dello sviluppo o del regresso dei vari capitalismi nazionali si legge nell’incoercibile oscillare dei tassi di cambio delle monete. In parte il fenomeno è dovuto al raccordo di sistemi monetari con ritmi di inflazione diversi per cui la variazione di cambio non fa che riflettere il reale deprezzamento di una moneta rispetto all’altra, misurata sulla base di una serie di medesime merci. Sta di fatto però che il tasso di cambio è influenzato non solo dal movimento delle merci ma anche dai flussi di capitali, dai diversi saggi del profitto da un paese all’altro, cioè dal diverso grado di sviluppo delle forze produttive e dalla diversa sottomissione del proletariato allo sfruttamento. Il cambio può essere anche volontariamente alterato con lo spostamento massiccio di una massa monetaria da una piazza all’altra e per la amplificazione psicologica che ne deriva.
Tutte le epoche di crisi capitalistica segnano anche l’alterazione delle vecchie parità monetarie. Sul mercato mondiale l’uso della moneta d’oro è proseguito ben più a lungo che all’interno dei singoli mercati nazionali, addirittura ancora permane per il saldo degli scambi con i paesi dell’Est. L’oro è stato infatti per lungo tempo l’unica autorità superiore a quella dei singoli Stati e riconosciuta da capitalisti e mercanti: l’oro è merce e come tale ha valore in sé. È risultato della maturazione imperialistica l’affermarsi della moneta del capitalismo dominante anche nei traffici internazionali. E con la vittoria militare e con la preponderanza economica e politica americana il dollaro può sostituire sui mercati la già padrona sterlina inglese: la base dell’autorità del dollaro sono le riserve auree del tesoro ma anche la potenza della sua marina e del suo esercito.
Il processo di corrosione del valore del dollaro è però contemporaneo al suo dominio sui mercati e si manifesta apertamente con la fine del regime dei cambi fissi: è processo continuo, accelerato negli ultimi dieci anni. La velocità di deprezzamento della moneta americana esorbita il naturale differenziale fra la inflazione interna e la media delle devalorizzazioni nei paesi concorrenti. Ne consegue:
1) un continuo deprezzamento delle merci esportate dagli USA ed un rincaro di quelle importate;
2) una svalutazione degli ingenti debiti americani: di fatto gli USA ottengono da tutto il mondo prestiti a tasso negativo, restituendo al momento del pagamento carta svalutata.
Come prima reazione a questi fenomeni il dollaro ha perso di autorità ove è indispensabile la permanenza del valore rappresentato, cioè come moneta di riserva. Le riserve in oro delle banche centrali sono tutt’ora notevoli (75% in Francia, 40% nella RFT). Ma come mezzo di pagamento il dollaro resta la moneta assolutamente dominante: la moneta cattiva, infatti caccia la buona, tutti i detentori di denaro cercando di disfarsi di dollari, piuttosto che di marchi, yen od oro.
L’utopia dell’ultramoneta
La necessità capitalistica della continua espansione degli scambi sul mercato mondiale, in un regime di (oggi impossibile) circolazione monetaria stabile, ha indotto la ricerca da parte dei minori capitalismi di una alternativa monetaria al declinante dollaro, una unità più “neutrale”, che evitasse le turbative indotte dall’oscillante corso del dollaro e dai suoi flussi speculativi manovrati dalle finanziarie americane. Gli altri imperialismi, nell’impotenza e nel disaccordo reciproco circa l’imposizione di una seconda moneta sul mercato mondiale, hanno avviato a più riprese negoziati multilaterali, regionali, e dato il via ad esperimenti per la emissione e controllo comune di mezzi di pagamento convenzionali. Avrebbero dovuto essere tali istituti comuni il coronamento monetario della filosofia ultraimperialistica della coesistenza pacifica fra capitalismi concorrenti, mito reazionario ed utopistico che si dimostrerà definitivamente tale con l’acuirsi dello scontro fra capitali, con la chiusura dei mercati, con il protezionismo, ma che il consesso delle borghesie mondiali non è riuscito ad avviare nemmeno in periodo di floridezza.
La crisi monetaria è solo un aspetto della crisi dell’accumulazione e delle tensioni che si generano fra le diverse partizioni del capitale mondiale. Qualsiasi accordo monetario è destinato a vita quanto mai effimera per il continuo ribollire caotico delle produzioni e degli scambi, per il capovolgersi di interessi e di flussi di merci e di capitali.
La prima formulazione di accordo monetario fu quello del Fondo Monetario Internazionale che emise i “Diritti Speciali di Prelievo”. Dopo l’abolizione ufficiale del prezzo dell’oro i DSP hanno una quotazione quotidiana risultante da una media ponderata dei cambi delle 16 principali monete pesate secondo la loro partecipazione al commercio mondiale. All’origine l’autorità della nuova “unità di conto” derivava dalle riserve auree del Fondo conferitegli dai diversi paesi partecipanti alla convenzione. Tale garanzia reale ha fatto sì che i DSP abbiano svolto la funzione di moneta e anche di riserva, sebbene nella modesta proporzione del 3% sul totale e siano ancora molto lontani dal sostituire i dollari come mezzo di pagamento e nemmeno come unità di conto per i prezzi. Il fallimento del progetto è da far risalire al sabotaggio da parte degli Stati Uniti che vedono di mal occhio un concorrente alla loro moneta. Il dilagare dei dollari sui mercati europei e giapponesi, divisa imposta ai debitori degli USA, ha ulteriormente ridotto lo spazio per i DSP.
Più recentemente, su pressione dell’America, il FMI ha addirittura proceduto alla vendita dell’oro in suo possesso, affinché se ne abbassasse il prezzo rispetto al dollaro ma ufficialmente nel nome del superamento definitivo dell’antico metallo giallo come strumento monetario. È impensabile che la massima potenza imperialistica acconsenta a che la sua moneta venga detronizzata, favorendo anzi il nascere di altra divisa artificiale, consensuale, a corso medio matematico e a gestione “collegiale” rinunciando così a tale leva per il controllo sui flussi finanziari e per il ricatto dei concorrenti. Gli USA si sono guadagnati il predominio brigantesco sul mondo con le armi in una guerra mondiale vinta, contro appunto Giappone e Germania, e dimostrando il sorpasso dell’alleata Gran Bretagna da parte della vecchia colonia. Il sistema imperialistico in crisi non troverà pacificamente un nuovo assetto monetario, come non raggiungerà una stabile struttura commerciale attraverso accordi diplomatici. L’esaurirsi del ciclo capitalistico richiede, con l’eliminazione dell’eccesso di ricchezza che ingolfa, un confronto delle forze degli imperialismi concorrenti per la sopravvivenza, dall’esito del quale si possano ridefinire i rapporti di potere mondiali.
Il più recente episodio della guerra monetaria è il tentativo di accordo per il “Sistema Monetario Europeo” che, dopo difficili trattative, è entrato formalmente in vigore fra i paesi della comunità economica con l’esclusione della Gran Bretagna. A parte la vuota fraseologia sui “valori ideali” dell’europeismo, cui con Lenin attribuiamo segno borghese e reazionario, l’accordo è, almeno fino a che potrà essere rispettato, un successo della diplomazia del capitalismo tedesco contro gli interessi americani. Per la continua svalutazione del dollaro il commercio tedesco si è trovato progressivamente svantaggiato sul mercato mondiale e solo per la maggiore produttività della macchina produttiva germanica permane il vistoso surplus commerciale. Se la RFT trova a miglior prezzo l’acquisto all’estero delle materie prime di cui ha bisogno (petrolio), subisce maggiormente la concorrenza dei prodotti stranieri, sia sul mercato interno sia su quelli terzi. La RFT, maggiore potenza capitalistica d’Europa, maggiore commerciale del mondo, paese con le maggiori riserve valutarie e con la moneta più forte e commercialmente in attivo perfino con i paesi esportatori di petrolio, è paese anche molto dipendente dall’esportazione e molto vulnerabile da variazioni dei tassi di cambio, attualmente orchestrati intorno alla divisa USA. È quindi espressione della forza e della maturità del capitale tedesco la necessità di imporre la propria moneta nelle transazioni internazionali.
La debolezza politica della RFT, nazione distrutta e smembrata, fu esplicitamente imposta dai vincitori che le vietarono la ricostruzione di un proprio esercito. A differenza della Germania dell’interguerra ci troviamo oggi davanti alla stessa mostruosa macchina produttiva, alla medesima (solo formalmente diversa) sottomissione del proletariato e delle sue organizzazioni agli interessi nazionali, ospitata in un territorio limitato, stretto fra nazioni capitalistiche antiche e concorrenti, privo di territori da cui ricavare materie prime e privo di sbocchi commerciali per la produzione eccedente. L’offensiva espansiva intrapresa dalla Germania degli anni ’30 con l’impiego della forza militare e diplomatica oggi si tenta con la penetrazione commerciale, coi bassi prezzi delle merci e con l’autorità di una moneta forte.
Una “zona del marco” già esiste, del resto, comprendente in un unico mercato monetario e finanziario Olanda, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Norvegia ed Austria, paesi le cui monete già precedentemente alle trattative per lo SME erano collegate a cambi vincolati. Il marco inoltre si è guadagnata fiducia come moneta di riserva che già nel 1972 superava la sterlina inglese nei tesori delle banche centrali e che nel 1978, presente in 40 miliardi, costituiva il 7-8% delle riserve mondiali. Anche come mezzo di circolazione la moneta tedesca si è imposta costituendo il 10% del circolante, dove l’80% è del dollaro.
Ma per i marchi accedere al mercato mondiale (come per lo yen giapponese, nella sua “area”) significa scontrarsi con il capitale USA. È per un fronte unito europeo intorno alla RFT e in funzione di argine allo strapotere finanziario americano che Schmidt chiama nello SME i minori capitalismi, invitati a scegliere fra la protezione del dollaro e quella del marco, con l’obiettivo immediato di frenare la rivalutazione della moneta tedesca fornendo alla politica monetaria europea la forza dell’unione. Come si sa questo progetto, in sé di respiro modesto e ben poco vincolante per i partecipanti, ha trovato, né poteva essere diversamente, molte difficoltà nella sua elaborazione per i tanti e così profondi contrasti che dividono anche i capitalismi europei contigui. Una solidarietà monetaria con il DM significa per i paesi a moneta debole come l’Italia e la Gran Bretagna privarsi dei vantaggi commerciali delle continue svalutazioni, nonché alienarsi i buoni rapporti con il gigante d’oltre oceano. La Gran Bretagna ha infatti preferito mantenere rapporti privilegiati con gli USA. L’Italia, dopo i tradizionali giri di valzer e per la promessa dei prestiti del fondo regionale, ha aderito al Sistema.
Per tutti i capitalismi, RFT per prima, sussiste inoltre la palla al piede di un arretrato mondo contadino con il problema irrisolto dell’alimentazione a prezzi ragionevoli delle città, settore di relativa barbarie anche nelle società più industrializzate per la scarsa produttività, e fonte di contraddizioni insanabili non solo fra nazioni diverse ma all’interno delle singole società ove la conservazione della struttura contadina richiede alti prezzi dei prodotti agricoli, prezzi artificialmente imposti dall’autorità statale, pagati col maggior sfruttamento del proletariato urbano e rurale. La gestione della struttura reazionaria dei Montanti Compensativi, che tendono a impedire la formazione di un unico mercato agricolo, che provocherebbe un sovvertimento insostenibile nelle campagne di tutti i paesi, è quindi capitalisticamente ineliminabile e origine di crescenti tensioni.
I cambi dei paesi aderenti al Sistema si sono mantenuti fin dal primo gennaio all’interno dei limiti previsti dall’accordo. Si è attraversato però un periodo di relativa stabilità generale dei cambi per cui non ha comportato sacrificio per alcun paese rispettare l’accordo. La nostra previsione è che qualora si verificasse una alterazione sensibile nella quotazione del dollaro rispetto al marco tedesco si ingenererà una irresistibile tendenza centrifuga all’interno dello SME, ove tutti i capitalismi minori esportatori negli USA preferiranno di nuovo collocarsi in una posizione intermedia con la loro moneta.
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Le convulsioni dell’industria e della finanza capitalistica nel mondo intero sono segno ed anticipazione di prossime crisi ben più gravi per estensione, profondità e durata di quelle appena trascorse. Le classi ricche difenderanno i loro privilegi, il loro ozio dorato, il loro lusso decadente con tutti i mezzi, anche e maggiormente quando la crisi intaccherà le loro prebende e quando milioni di proletari vedranno drammaticamente crollare le false garanzie che questa società decrepita e marcia aveva loro promesso: lavoro, salario, un tetto. La classe operaia, fino ad oggi annebbiata, dispersa e abbrutita dal duplice schieramento di carcerieri borghesi ed ex comunisti, dà segni di rivolta, ancora sporadici ma coi tratti inconfondibili della generosa tradizione di classe. Si potenzi, colleghi, si raccordi con l’indirizzo rivoluzionario la gigantesca armata internazionale del lavoro, promessa luminosa del futuro nell’odierno fetido ammorbare del capitalismo morente.
Evolution and dynamic of the union form
Reports presented at the meetings of May 1978, September 1978, and January 1979 [GM11, GM12, GM13].
Within the successive great historical cycles that have followed the victorious assertion of the bourgeoisie after the 1789 revolution, the proletariat’s economic forms of association have undergone considerable vicissitudes, passing from their open negation on the part of the bourgeois State, to their legal recognition and the attempt to conquer them from the inside, and on to the one State union, restricted and compulsory.
The unfolding of this dynamic of union forms has led to diverse and sometimes contradictory results depending on the era, thus, the same organizations which in 1914 were utilized by the bourgeoisie to lead the proletariat to war, would afterwards serve the proletariat itself in its anti-capitalist mobilization, becoming in many cases veritable red citadels.
The history of the union movement must therefore be read in a dynamic and non-formalist way, because the succession of diverse forms of workers’ organizations cannot be attributed to a ’spontaneous evolution’ in any way whatsoever.
It is the outcome of class struggle, favourable or otherwise, which has caused one or another type of union framework to prevail, the latter being only one aspect of the struggle between proletariat and bourgeoisie. The bourgeoisie in the period after the First World War, managed to impose its own forms of union organization linked to national solidarity, but only after the defeat of the revolutionary assault in the west, the destruction of the glorious worker’s associations and the degeneration of the 3rd International.
According to our traditional scheme, we study the succession, in the great geopolitical areas, of historical cycles – which allow for no return to the past, in which the confrontation between classes translates itself into lines and tendencies which are determined by the productive forces, by the outcome of the preceding battles and of the fore relations between the two classes.
1848-1871. Liberal phase: prohibition
With national wars completed in western Europe, the proletariat, formerly involved in the bourgeois anti-feudal front, shows itself for the first time as an autonomous class, distinct from both the bourgeoisie and the petit-bourgeoisie, with its own demands and its own organizations. It is the liberal epoch where the bourgeoisie, still divided between its diverse components – Landed proprietors, industrial and financial bourgeoisie – resolves its internal antagonisms in parliament, this still being the essential organ for the functioning of the State machine.
Strikes and worker’s organizations are forbidden by law, and this gives to economic struggles an immediate political character, for it is impossible to defend one’s bread without coming face to face with the apparatus of the bourgeois State. For the same reason, the rise of the worker’s economic organisms goes hand in hand with the development of the class party – the first International – with a thousand ties between one and the other. The end of this cycle is the repression of the Parisian proletariat, the work of both the French and Prussian Bourgeoisie, marking the end in Western Europe of national wars. After the Paris Commune, there will be also the definitive separation of the Anarchist tendency from the Marxist one the both of which, up until then, had coexisted in the 1st International, and also, the separation of the latter from the powerful English Trade Unions which already show a tendency towards a rigid corporative system and subordination to bourgeois conservative politics.
The cycle of events is completed with a definitively established result for the European proletariat: the economic movement and organization of the workers appears henceforth unavoidable even to the bourgeoisie itself, which tries henceforth not to destroy them, but to influence them and to separate them from their revolutionary aim.
1871-1914. Period of expansion: subjugation
This is the period of “peaceful” development of the bourgeoisie and of the extension of the capitalist mode of production on a world scale. The economic expansion involves the numerical growth, and the ever greater concentration of the proletariat, whose organizations extend and gather strength. The development of worker’s organizations is accompanied by the growth of the class party – the Second International – which encourages and strengthens them. In Italy in particular, this process is retarded compared with other countries, and the birth of the proletarian leagues at the beginning of the 20th century is closely linked to the development of the Socialist Party with which they maintain ever closer ties.
The bourgeoisie cannot henceforth attempt to physically destroy proletarian organizations, and is constrained to admit their existence, thereby contradicting its own liberal doctrine. It creates nevertheless its own white and yellow unions in opposition to the red unions, which are linked to the party. At the same time it attempts to influence workers organizations from within through the subterfuge of reformist and revisionist tendencies.
These tendencies find their material base in the strata of the workers aristocracy which capitalism created thanks to the colonial conquests and the bestial exploitation of the proletariat and the peasants of Asia, Africa and Latin America. With a few scraps derived from the revenues of this exploitation, capital has been able to corrupt vast layers of the European proletariat, reinforcing pacifist, legalitarian and revisionist tendencies. A long period of increasing economic expansion appears to have postponed for ever the economic and social catastrophe, endorsing the theses of the revisers and deniers of the Marxist doctrine.
In the midst of the unions, such tendencies become evident through the demand for union neutrality that is, independence in relation to the class party, and the so called autonomy of union organizations – meaning nothing other than removing themselves from the influence of the party in order to yield to the orders of the bourgeoisie.
The revisionist and reformist tendencies – fought always by revolutionary Marxism – develop progressively, until they become finally, on the eve of the war, dominant in all the parties of the 2nd International.
The outbreak of the war precipitates the situation: all over Europe, the parties of the 2nd International – excepting the Socialist Party of Italy, which maintains the ambiguous formula of “neither support or sabotage” – pass directly into the bourgeois camp, and it is only thanks to their help that the bourgeoisie manages to draw the proletariat of all countries into massacring each other on the war fronts. With the total “guardianship” of the central unions by the respective national bourgeoisies, and with their utilization for the patriotic mobilization of the workers, things have now gone a full circle. It is a great victory for the bourgeoisie.
1914-1926. The arc of revolution: the transmission belt
Only tiny minorities inside the Socialist parties remain true to coherent revolutionary positions. In all countries, the first two years of the war are characterized by the absence of proletarian struggles. But the conditions of life created by the war, the suffering, the massacres and the privations, bring the proletariat back into the foreground. There are the first demonstrations against the war – behind the lines just as much as at the front – calling for peace and for bread. The pressure of economic conditions reunites with the energy of a recent tradition of class struggle, which the betrayal of Social-Democracy has been able only to tarnish but not obliterate.
Russia’s 1917 reinforces and enormously stimulates the struggles of the proletariat in Western Europe, whilst giving new life to the revolutionary wings inside the old parties. At the end of the war and in its latter days, the impetus of the European proletariat is enormous, and the struggles are not restricted to economic defence, but arrive at a point which will culminate in organization and armed struggle against the State. After the October Revolution, the various bourgeoisies are forced to conclude a hasty peace to avoid the revolutionary wave extending and following the Russian example. In Germany, at the end of the war, the Soviet movement and the insurrections succeed one another, yet they fail to find a party with coherent revolutionary politics, and are crushed in January 1919 in a bloody defeat.
After the end of the war in 1919-20, the repression of the proletarian masses attains its maximum intensity throughout the whole of Europe. In the economic crisis which follows the war years in all countries, the workers respond immediately by struggle. Formidable strikes follow one after the other in all sectors. To conduct this struggle for the defence of material existence, the old unions show that they are still useful, even if their orientation is still in the hands of reformists. In Italy, the membership of the CGL grows considerably, increasing between 1918 and 1920 from 249,039 to 2,150,000, whilst at the same time, the factory councils are born out of the necessities of the immediate struggle. The entry of these enormous numbers into the old unions which still maintain a worker’s perspective, give them a tremendous injection of class enthusiasm, of healthy hatred against the bosses and their institutions, transforming them in many cases into real red citadels once again. The ever watchful bourgeoisie, relies on the work of the reformists whilst the petty-bourgeoisie is frightened and leans slightly in the direction of the proletariat: It is indicative that during the strikes, the shopkeepers bring the keys of their shops to the worker’s associations and give unlimited credit to the strikers as long as the strikes last. Force is on the side of the workers and thus the “support of public opinion” is in abundance: it is a lesson that shouldn’t be forgotten.
Meanwhile a fierce battle ensues inside the unions against their opportunist orientation and the opportunist leaders who try and find every means, to limit the possibilities open to the union organizations, and who break strikes so as to keep them within the limits of bourgeois order.
The Communists have their role in this battle; to the proletariat, they denounce as defeatist the work of the leaders of the confederation and mount an assault on the leadership of the unions in order to get rid of the traitorous chiefs.
In 1920, at the 2nd congress of the Communist International, the theses “On the Unions and Factory Councils” are read, in which two distorted visions are combated:
1) The Kapdist negation of the union, according to which the revolutionary workers must detach themselves and organize separately from the great majority of the proletariat, and
2) Councilism, which sees in the factory councils, contingent instruments of struggle, the finally discovered form which is to substitute for the old unions.
The theses establish that Communists have the duty to go inside worker’s organizations so as to be able to take over the leadership in order to demonstrate that the practical directives of the party are the most effective method of fighting for bread and becoming transmission belts between the party and the proletarian masses for revolutionary directives.
Throughout Western Europe, Marxist revolutionaries break forever from social democrats. Communist parties arise as sections of the 3rd International, often feeble and with deficiencies, but with a widespread influence on the proletariat. To the yellow union centrale of Amsterdam, is opposed the Red Unions International of Moscow, which declares war on the rich classes and calls the proletariat of all countries to an uncompromising class struggle.
To the revolutionary tide of the period after the First World War, the capitalism of Italy and Germany reply with fascist reaction and betrayal by the reformist leaders, meanwhile fascist gangs and the regular forces of the State attack the Chambres du Travail and persecute the most determined proletarians, coming across effective resistance only in the worker’s militias organized by the Communist Party of Italy; meanwhile the leaders of the PSI and the CGL disarm the proletarians preventing them from reacting by breaking strikes and trying to bring them onto the terrain of national solidarity and away from that of the class struggle. Without this act of betrayal by the Social-democrats, the fascist gangs would never have had the power to attack the red organizations and the workers, who even semi disarmed, rise up and inflict memorable lessons. The Communist Party alone put all its energies into the defence of the class organizations which, even if led by agents of the bourgeoisie, are still a valid instrument for the proletarian masses. The last episode of the class reaction takes place with the general strike of 1922, set in motion by the Alleanza del Lavoro (the latter arisen thanks to the Communist initiative, would have to constitute a front of proletarian forces against the bourgeoisie). The strike was sabotaged by the reformist leaders, and the anarchist leaders of the USI (the anarchist union federation) who, at the height of the action, give the order to retreat. After this defeat, the bourgeois forces more or less have a clear road, and gain the upper hand, but not without being fought at all times by the forces of the Communist Party who would try and salvage the salvageable, not conceding an inch of terrain without a fight. However, there will be a chance for the traitors to deal the proletariat another blow: In 1926, the leaders of the CGL will declare its dissolution, demoralizing those proletarians who still fought within the red unions.
Meanwhile, in the International, following the defeat of the revolution in the West, it is the forces of the counter-revolution who gain the upper hand, i.e. stalinism. Starting with deviations on the tactical level (in the hope of reversing the henceforth unfavourable balance), it precedes to cast doubt on the principles and the finality of the World Communist party, which ends up as an instrument of the Russian State. Only the Italian Left and the Russian opposition guided by Trotski will oppose the stalinist degeneration. The same process takes place in all countries, with all the so-called Communist parties linked to Moscow remaining apparently the same, but passing over to the enemy camp, abandoning the revolutionary programme to put themselves at the service of various national interests.
Period of State totalitarianism: State unions
a) 1926-1945: the fascist period
The crisis of 1929 takes place without the occurrence of a revolutionary wave, and the bourgeoisie is able to resolve its contradictions with the Second World War, massacring millions of proletarians, who witness the glorious ex-soviet republic allying itself at first with German imperialism and then with American imperialism in the name of democracy.
The attitude of genuine Communists in the first world conflict had been entirely different: war on war, no to national solidarity, transformation of the imperialist war into a revolutionary class war!
With the passing of the revolutionary tide, and with the Communist Party destroyed, the bourgeoisie was able, unobstructed, to realise its scheme of a union framework for the workers: The latter no longer have their party, and no longer consider themselves as a class with international dimensions, opposed to all other classes, but as a ’factor of production’, a constituent part of ’the people’, of the nation, which, with capital, contributes to the well-being and prosperity of the country. In the fascist conception, wages should be defended but not if it is harmful to the national economy; conflicts can exist, but over and above them prevails the imperative of the national economy. Unified in its fascist party, the bourgeoisie will attempt to realise in deeds its reformist programme.
The entire proletariat sees itself compulsorily dragooned into unions which are all genuine State-organs: the bourgeoisie cannot tolerate the existence of free unions any more, even under non-revolutionary leadership. The Chamber of Corporations reunites the representatives of the various “factors of production” [like ACAS in England, ed.]: with industrialists and so-called workers representatives, settling potential disputes under the supervision of the State.
Parallel to this, the State imposes from on high a series of relief and providential measures, conceived in order to discipline the exploitation of the labourer, to guarantee production and to prevent class activity: these measures are nothing other than reforms – the Trojan horse of social-democracy.
At the same time, the State evolves in a totalitarian way. The bourgeoisie no longer requires parliament and eliminates the forms of elective democracy, perfecting its State machine which asserts itself ever more as a gigantic administrative/bureaucratic/military apparatus exerting its hold over all sectors of society, including the legislature and the judiciary: maximum centralization, one party, absolute domination of the executive, and attempted planning and regimentation of all areas of social and economic life.
This process corresponds to the evolution of the economy in a monopolist sense. The conflict between the various bourgeois factions has been resolved in a definitive way for a long time in favour of finance capital which, nowadays, dominates in an uncontested fashion. The whole economy is in the hands of huge financial holdings which, in all areas of production, work within the regime of monopoly. The State itself intervenes to a massive degree in the economy, and, in Italy in particular, is the strongest capitalist of all.
The iron-master of the nineteenth century progressively gives way to the bureaucratized president – employee de-luxe – to the financier, and to the anonymous joint stock company.
Monopolist capital needs a rigid control of the labour market, uniform conditions throughout the national territory and national work contracts which are valid and respected everywhere. Why? Because it has to bury class unionism and organize the wage-earning labourers in State unions.
This process is brought about peacefully in some of the stronger capitalist countries like France, England, and the U.S.A. where there has never been a strong revolutionary party, and the bourgeoisie is able to keep the forms of elective democracy and unions with a formally free and voluntary membership. The same process therefore occurs: concentration of the State machine, and submission of the proletariat to national solidarity – without which it must have recourse to open dictatorship. All political forces submit themselves spontaneously to the State; the working class, corrupted by assistance measures of the American New Deal variety (revived again, from fascism) lets itself be led tranquilly to war, during which the tradition of a unionism that is disposed to sacrifice all to the defence of the regime’s institutions proves itself, subscribing to an eternal peace between capital and labour as in Switzerland. It is masked fascist syndicalism which will assert itself in Italy, as in Germany, in the second postwar period and which our party will define as: “tricolore unionism” or “nationalist unionism”.
b) 1945. Post fascist period: Nationalist unionism
The war won, the allies – after having dragged the working class into massacring itself in the name of democracy and “liberty” against the fascist dictatorship – impose on defeated Italy and Germany the re-establishment of democratic forms, i.e. free elections and parliament. On a par with the unions, the parties, already united previously in the committee of national liberation, constitute from above a central union called the Italian General Confederation of Labour (CGIL). But the tendencies which had induced the affirmation of fascism as a method of government of the bourgeois State machine not only persist, but become ever more accentuated, i.e., huge financial empires, massive interventions by the State and attempts to plan the economy, reinforcement of the apparatus of State repression, and absolute domination of the executive over the legislature. Parliament is henceforth reduced to being an elaborate booby-trap: it serves only in having the workers believe that the State is still their State as long as they are free to elect their own representatives. It is today’s opportunists themselves who implicitly confirm these facts when they lament the almost exclusive resource to laws of decree, the permanence of the fascist laws, etc.
The so-called anti-fascist parties are in reality one party only, as long as they are all in submission to the State which, appropriately enough, finances them these days. The unions that are formally free, formed in the second post-war period, are the continuation of the fascist State unions, and are “cut from the same cloth” as Mussolini’s. Their function is in point of fact to keep the working class tied to national solidarity, to prevent them moving onto a class terrain, to make it such that the workers don’t feel they are a separate class, but rather just a “component of the nation”. This is the unionism which the party has called “nationalist” characterized by an ineluctable tendency towards being openly incorporated into the State apparatus. The law of the State provides de facto juridical recognition of the unions, that is, for their institutionalization, and they have progressed a long way down this path, for instance: the institution of delegation, i.e. the method of stifling demands for money, by the intermediary of bosses and State services [again, ACAS -ed.] (the way of an organization which has carried the social peace into effect and has definitively renounced the class struggle) and practice increasingly governed by resolution of conflicts around the conference table under the exalted patronage of the State, setting out not from the demands of the workers but from those of the national economy. Thanks to the nationalist unions, the Italian bourgeoisie could reconstruct on the shoulders of the proletariat its productive apparatus that had been destroyed in the war, get itself back into the world market thereby realising immense profits, and enriching itself to an incredible degree through bestial exploitation of labour. What had the working class got out of it all? Ten years of crumbs, of ephemeral well-being, and – with the crisis – fresh unemployment, hunger and sacrifices.
The nationalist unions are forced into leading strikes under pressure from the workers, but they are of such a type that they manifest as simple demonstrations, of formalised protests and never as genuine class battles. They sabotage every demand, every struggle which puts the capitalist order in danger. Like the fascist unions, they march along playing patriotic variations of the national theme, their specific function being to “snatch from the future revolutionary movements of the class the solid foundation of a truly autonomous union framework”.
In 1921, the General Confederation of Labour, even led by reformists was first and foremost, an anti-capitalist workers union that had emerged out of struggle and which the proletariat could use for its own defence against the employers and against the traitorous leaders themselves. In the statutes one can read:
«Art. 1: The General Confederation of Labour constitutes itself in Italy in order to organize and discipline the struggle of the labouring class against the capitalist regime of production and work (….)
«Art. 2: The Confederation is constituted: a) of all the national federations of industries and trades which have a function of resistance, and which are on positions of class struggle (…); b) of all workers associations that conform to the general and unifying duties that are positions of class struggle (….)».
Article 3 establishes the functions of the Confederation:
«(….) The general direction of the proletarian movement, industrial and peasant, above all political distinction (….) so as to resolve all partial disagreement between capital and labour in the way most favourable to the labouring class, and in order that all general movements, determined by the sharpening of the class struggle, be directed towards practical results».
In the fascist “Work Charter” one can read:
«The welfare of the State has to be put before that of the isolated individuals or of the groups of individuals which make up the Italian State. This rule must govern not only the work charter, but all fascist politics (….)
«The professional or union organization is free. But only a union which is legally recognized and in submission to the State has the right to legally represent the entire category of employers or workers for which it is constituted; to represent, opposite the State and other professional associations, its interests; to negotiate collective work, obligatory for all members of the category, to impose its prescriptions such as make them pay, by law, the fees due and to exercise, towards them the function of delegates of the public interest (….)
«In the collective work contract, the solidarity between the various factors of production finds its concrete expression, thanks to the reconciliation of opposed interests between employers and workers, and thanks to their subordination to the higher interests of production. This disposition eliminates all reason for hatred between workers and owners, whom, in their relations, don’t consider themselves as enemies any more but as cordial collaborators with the common intention of improving production».
Article 1. of the Statutes of the Italian General Confederation of Labour affirms that:
«The Italian General Confederation of Labour (CGIL) is a national organisation of workers. It organizes those workers who – independently of all political opinion, ideological conviction, or religious faith, and belonging to no matter what ethnic group – accept and put into practice the principles of the statutes, considering faithfulness to liberty and democracy as the permanent foundations of union activity (….)
«The CGIL bases its programme and its action on the Constitution of the Italian Republic and works towards its complete application, particularly as regards the rights which are therein proclaimed and the economic and social reforms which are there dictated».
And in the State Constitution one reads accordingly:
«39. The union organization is free. Obligations other than their registration together with local and central authorities in the standard legal way, cannot be imposed on unions. In order to be registered, the statutes of the unions must subscribe to an internal functioning that is ordered on a democratic basis. Unions so registered are legal entities. They can, represented unitarily by their members, negotiate collective work contracts with obligatory application for all members of the categories to which the contract refers.
«40. The right to strike is to be exercised within the framework of the laws which govern this right».
Thus, nationalist unionism and the politics of fascist unionism are indistinguishable.
The unions of the second post war period are not however organs of the State, whilst having an inevitable tendency to become so, and in this respect they have already made the first steps, namely the introduction of delegation.
In 1945, the re-establishment of formally free and voluntary membership in the unions, meant that the bourgeoisie, thanks to the PCI and the PSI, could bind the exploited masses without the necessity of having recourse to the restraints of the State union.
Drawing support from a usurped tradition and the corruption of a large worker’s aristocracy, the opportunists succeeded in linking the exploited masses to the cart of the bourgeois economy, and today after ten ’boom’ years, it is in the process of pushing them anew into the same misery as the period after the First World War.
But, in the same way that the tendency of the bourgeoisie is to imprison workers in State unions, similarly the crisis is irreversible which will result in the ruin of the capitalist economy, and along with it, all of the conquests which some thought eternal, of the democratic lies and pacifist illusions.
There will remain to the exploited masses nothing else but the struggle for the defence of their own conditions of existence. In this struggle, which will oppose itself to all the principal nationalist unions, to all parties, to the entire State apparatus, the class union is bound to rise again.
Nationalist union and class union are two antithetical terms; the one excludes the other, the workers must smash the apparatus that today links their conditions of existence to the smooth running of the economy of profit, in order to assert by force their right to live and to work, even when the profits of the businesses diminish.
This is why the rebirth of the class union will come into being opposed to the politics and the structure of present day unions, against national solidarity and for solidarity amongst all the exploited against the dominant classes.
[from “Comunismo”, n.1, 1989].
Questione militare 1) VERSO LA TERZA GUERRA MONDIALE
a) Caratteri permanenti dell’imperialismo
Capitolo esposto alla riunione generale del 6-7 gennaio 1979 [RG12-13]
«Allorché Marx, mezzo secolo fa, scriveva il Capitale, la grande maggioranza degli economisti considerava la libertà di commercio una legge naturale. La scienza ufficiale ha tentato di seppellire con la congiura del silenzio l’opera di Marx, che, mediante l’analisi teorica e storica del capitalismo, ha dimostrato come la libera concorrenza determini la concentrazione della produzione, conduca al monopolio. Oggi il monopolio è una realtà. Gli economisti scrivono montagne di libri per descrivere le diverse manifestazioni di monopolio e nondimeno proclamano in coro che “il marxismo è confutato”. Ma i fatti sono ostinati (…) e con essi, volere o no, bisogna fare i conti. I fatti provano (…) che il sorgere dei monopoli, per effetto del processo di concentrazione, è in linea generale, legge universale e fondamentale dell’odierno stadio di sviluppo del capitalismo» (Lenin, L’imperialismo…).
Rivendicata così totalmente l’analisi già fatta da Marx nel modo di produzione capitalistico, Lenin individua nell’imperialismo uno stadio particolare della sua evoluzione, caratterizzato dalla concentrazione dei capitali e in particolare dalla centralizzazione finanziaria.
Rilevando i dati dell’epoca da “Annales des Deutschen Reichs” per la Germania e da “Statistical Abstract of the United States” per gli Stati Uniti, Lenin esclama che: «quasi la metà dell’intera produzione di tutte le imprese del paese è nelle mani di una centesima parte del numero complessivo delle aziende». Oggi potremmo sicuramente dire che è nelle mani della millesima parte.
La tendenza ad una continua concentrazione di capitali e centralizzazione finanziaria è dunque una tendenza intrinseca dello stesso modo di produzione capitalistico in quanto tale. Storicamente possiamo – con Lenin – schematizzare i periodi di evoluzione del capitalismo come segue: decennio 1860-70, apogeo della libera concorrenza; i monopoli sono soltanto in embrione. Crisi economica del 1873 e successivo e conseguente sviluppo dei cartelli, che tuttavia restano ancora l’eccezione. Dopo la crisi del 1900-1903 abbiamo una costante ascesa degli affari e i cartelli e i monopoli diventano la base di tutta la vita economica. Tale tendenza fu notata già chiaramente da Marx, in un’epoca in cui il capitalismo era più concorrenziale che monopolistico, a scorno degli attuali sostenitori che il “povero” Marx non poteva prevedere “gli sviluppi futuri”, e a conferma viceversa della essenzialità della natura del capitalismo contenuta in tutte le posizioni del marxismo rivoluzionario da Marx in poi. Marx scrive:
«Questo frazionamento dell’intero capitale sociale in parecchi capitali individuali e la repulsione reciproca delle sue frazioni si contrappongono alla loro attrazione. Non è più una semplice concentrazione dei mezzi di produzione e di forza lavoro, identica all’accumulazione. È una concentrazione di capitali già costituiti, è l’annullamento della loro autonomia individuale, l’espropriazione del capitalista da parte del capitalista, la trasformazione di parecchi capitali più piccoli in pochi capitali più grossi (…) Il capitale qui in una mano sola diviene una grande massa, mentre lì in molte mani va perduto. È la vera e propria centralizzazione, a differenza dell’accumulazione e della concentrazione» (Marx, Il Capitale, I, cap. XXIII, 2).
Oggi i dati delle statistiche ufficiali forniscono il seguente quadro della produzione industriale: negli USA 200 imprese ne forniscono il 52%; nel Giappone 358 imprese ne forniscono il 37%; nella Francia 235 imprese ne forniscono il 45%. Ed altrettanto possiamo dire della centralizzazione finanziaria.
Commentando i dati dell’epoca Lenin afferma che ormai il capitale finanziario è il dominatore dell’economia mondiale e che tale dominio è saldamente in mano delle banche. Oggi i meccanismi di controllo in possesso delle banche non possono che essersi perfezionati:
«Queste semplici cifre sono sufficienti – sostiene Lenin – più di qualsiasi considerazione, a mostrare come dalla concentrazione del capitale e dall’aumentato giro d’affari sia stato modificata radicalmente l’importanza delle banche. La banca, tenendo il conto corrente di parecchi capitalisti, compie apparentemente una funzione puramente tecnica, esclusivamente ausiliaria. Ma non appena questa operazione ha assunto dimensioni gigantesche, ne risulta che un pugno di monopolizzatori si assoggettano le operazioni industriali e commerciali dell’intera società capitalista, giacché, mediante i loro rapporti bancari, conti correnti ed altre operazioni finanziarie, conseguono la possibilità anzitutto di essere esattamente informati sull’andamento degli affari dei singoli capitalisti, quindi di controllarli, di influire su di loro, allargando o restringendo il credito, facilitandolo od ostacolandolo o infine di deciderne completamente la sorte, di fissare la loro redditività, di sottrarre loro il capitale o di dar loro la possibilità di aumentarlo rapidamente e in enormi proporzioni, e così via».
Dunque, i caratteri fondamentali dell’imperialismo, cioè del sistema basato sul potere economico dei tagliatori di cedole, e quindi inteso come fase storica dello sviluppo del modo di produzione capitalistico, e precisamente dei suoi connotati essenziali, debbono individuarsi esclusivamente nella loro necessità economica. Siamo le mille miglia lontani dall’interpretazione di Kautsky (e di molti inconsapevoli e minimi kautskyani moderni) secondo la quale l’imperialismo non sarebbe che “la politica preferita del capitale finanziario”. La differenza, soprattutto allora, poteva sembrare sottile, ma proprio per questo la polemica contro Kautsky doveva essere, come fu, ferocissima, poiché nelle posizioni ideologiche di Kautsky viveva e prendeva corpo la rovinosa influenza dell’opportunismo sulla classe operaia (oggi mille volte più fetida), tanto peggiore quanto più si tingeva di rosso.
Secondo Lenin «l’imperialismo sorse dall’evoluzione e in diretta continuazione delle qualità fondamentali del capitalismo in generale». Le principali caratteristiche dell’epoca imperialistica, che dura tuttora, possono dunque essere così sintetizzate:
– concentrazione della produzione e del capitale;
– fusione e controllo del capitale bancario sul capitale industriale dando origine al capitale finanziario;
– grande importanza, alla scala mondiale, dell’esportazione dei capitali superiore alla stessa esportazione di merci;
– esistenza di associazioni monopolistiche internazionali che sono in grado di ripartirsi il mondo in zone di influenza.
Kautsky sosteneva, al contrario, che si dovesse intendere per imperialismo semplicemente «il prodotto del capitalismo industriale, altamente sviluppato. Esso consiste nella tendenza di ciascuna nazione capitalistica industriale ad assoggettarsi e ad annettersi un sempre più vasto territorio agrario senza preoccupazioni delle nazioni che lo abitano» (K. Kautsky citato da Lenin).
Quanti oggi, e perfino tra i più sinistri!, si riconoscono, magari inconsapevolmente, in questa definizione! Lenin, commentandola, dice viceversa che è arbitraria, perché individua solo la questione nazionale e non spiega la tendenza dell’imperialismo a sottomettersi anche i paesi industrializzati; inoltre Kautsky parla solo del capitale industriale, senza mettere in evidenza la sua trasformazione in capitale finanziario.
«L’essenziale – commenta Lenin – è che Kautsky separa la politica dell’imperialismo dalla sua economia, interpretando le annessioni come la politica preferita del capitale finanziario, e contrapponendo ad essa un’altra politica borghese, senza annessioni, che sarebbe, secondo lui, possibile sulla stessa base del capitale finanziario».
Kautsky si dimentica del reale motivo che sta alla base della lotta tra i paesi imperialisti, quello della necessità di realizzare un soddisfacente saggio del profitto. Di conseguenza Kautsky lo nasconde agli occhi del proletariato diventando di fatto un prezioso servitore degli interessi dell’imperialismo stesso.
«I capitalisti si spartiscono il mondo – ecco la vera ragione della loro lotta – non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie “proporzionalmente” al Capitale, “in proporzione alla forza” poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione.
«[Secondo Kautsky, al contrario,] si avrebbe che i monopoli nella vita economica sarebbero compatibili con una politica non monopolistica, senza violenza, non annessionistica; che la ripartizione territoriale del mondo, ultimata appunto nell’epoca del capitale finanziario e costituente la base della originalità delle odierne forme di gara tra i maggiori Stati capitalistici, sarebbe compatibile con una politica non imperialista. In tal guisa si velano e si attutiscono i fondamentali contrasti che esistono in seno al recentissimo stadio del capitalismo, in luogo di svelarne la profondità. Invece del marxismo si ha del riformismo borghese».
Se negli anni seguenti allo scoppio della prima guerra mondiale la politica kautskyana era “riformismo borghese”, lo è oggi ed a maggior ragione, nella misura in cui si sostengono dai partitacci ufficiali le stesse posizioni. Anzi, essendosi accentuato il carattere imperialistico dell’economia mondiale, come i dati dimostrano abbondantemente, sostenere le stesse posizioni significa andare oltre “il riformismo” anche se solo borghese; significa assumersi in prima persona le stesse responsabilità dell’imperialismo mondiale, significa assumerne la carica di difensori di ufficio; e farlo, magari in campo operaio e pretendendo di stare sulla stessa linea di Lenin, diventa inqualificabile. È la pretesa dell’attuale “euro-comunista” in capo, secondo il quale addirittura «si potrebbe anche rendere realistica l’ipotesi di un “governo mondiale” che sia espressione del consenso e del libero concorso di tutti i paesi» (dalla relazione di Berlinguer al Congresso del PCI, L’Unità, del 19 marzo 1975).
In definitiva, secondo questi traditori del proletariato (peggio Berlinguer di Kautsky, naturalmente!), non si può escludere che, dopo la fase imperialistica, vi possa essere una nuova fase, quella dell’ultra-imperialismo, come la chiamava Kautsky, o della coesistenza pacifica, come la si chiama oggi, che consisterebbe «nello spostamento della politica dei cartelli dall’economia alla politica estera»; sarebbe l’unione degli imperialismi di tutto il mondo e non la guerra tra di loro; sarebbe la fase della fine della guerra in regime capitalistico, dello sfruttamento del mondo ad opera del capitale finanziario internazionalmente coalizzato. Le reazioni di Lenin erano furibonde di fronte a tali “chiacchiere”; e quante se ne sono fatte – e di peggiori – dall’epoca delle famigerate marce della pace, dopo la vittoria di Santa Democrazia sul Fascismo! Ne riportiamo solo un minimo stralcio:
«Le chiacchiere di Kautsky favoriscono un’idea profondamente falsa e atta soltanto a portare acqua al mulino degli apologeti dell’imperialismo, cioè la concezione secondo cui il dominio del capitale finanziario attutirebbe le sperequazioni e le contraddizioni in seno all’economia mondiale, mentre in realtà le acuisce (…) Kautsky ha rotto definitivamente ogni legame col marxismo difendendo per l’epoca del capitale finanziario un ‘ideale reazionario’, la pacifica democrazia, il semplice peso dei fattori economici, giacché simile idea obiettivamente, ci ricaccia indietro, dal capitalismo monopolistico al capitalismo non monopolistico, ed è una frode riformista (…) Quali che potessero essere i pii desideri dei pretucoli inglesi e del sentimentale Kautsky, il senso obiettivo, vale a dire reale, sociale, della sua “teoria” è uno solo: consolare nel modo più reazionario le masse, con la speranza della possibilità di una pace permanente in regime capitalistico (…) Inganno delle masse: all’infuori di questo non vi è assolutamente nulla nella “teoria marxista” di Kautsky».
Purtroppo l’ideologia imperialista, allora come oggi – ed anzi oggi molto più radicalmente di allora – si fa strada nella stessa classe operaia, in quanto non è separata dalle altre classi da una muraglia cinese. È il fenomeno dell’opportunismo, contro cui il movimento proletario rivoluzionario deve indirizzare i suoi strali più feroci, perché la sua prospettiva diventi una prospettiva reale. Bene lo condanna Lenin:
«Dov’è la base economica di questo fenomeno [l’opportunismo] di portata storica mondiale? Precisamente nel parassitismo e nella putrefazione del capitalismo che sono propri della sua fase storica culminante: l’imperialismo. Il presente libro dimostra come il capitalismo abbia espresso un pugno (…) di Stati particolarmente ricchi e potenti che saccheggiano tutto il mondo col semplice taglio delle cedole (…)
«Ben si comprende che da questo gigantesco sopraprofitto – così chiamato perché si realizza all’infuori e al di sopra del profitto che i capitalisti estorcono agli operai del proprio paese – c’è da trarre quanto basta per corrompere i capi operai e lo strato superiore dell’aristocrazia operaia. E i capitalisti dei paesi “più progrediti” operano così: corrompono questa aristocrazia operaia in mille modi, diretti e indiretti, aperti e mascherati. E questo strato di operai imborghesiti di ‘aristocrazia operaia’ completamente piccolo-borghese per il suo modo di vita, per i salari percepiti, per la sua filosofia della vita, costituisce il puntello principale della Seconda Internazionale; e ai nostri giorni costituisce il principale puntello sociale (non militare) della borghesia. Questi operai sono dei veri e propri agenti della borghesia nel movimento operaio, veri propagatori di riformismo e di sciovinismo, che durante la guerra civile del proletariato contro la borghesia si pongono necessariamente e in numero non esiguo, a lato della borghesia, a lato dei “versagliesi” contro i comunardi. Se non si comprendono le radici economiche del fenomeno, se non se ne valuta l’importanza politica e sociale, non è possibile fare nemmeno un passo verso la soluzione dei problemi pratici del movimento comunista e della futura rivoluzione sociale».
Passo, quest’ultimo, che sembra scritto non nel 1916, ma nella merdosa attualità presente, in cui l’opportunismo è non solo dilagante, ma apparentemente perfino invincibile. Ma “i fatti sono – e saranno – ostinati”, secondo la stessa espressione di Lenin; le basi economiche della corruzione di ampi strati di aristocrazia operaia incominciano a venir meno: il verificarsi delle previsioni fatte già da Marx oltre un secolo fa non tarderà a porre nuovamente sulla scena storica la questione della rivoluzione comunista.
«La contraddizione esistente nel modo capitalistico di produzione consiste proprio nella sua tendenza allo sviluppo assoluto delle forze produttive, che vengono continuamente a trovarsi in conflitto con le specifiche condizioni di produzione, entro le quali il capitale si muove e può solo muoversi.
«Non vengono prodotti troppi mezzi di sussistenza in rapporto alla popolazione esistente. Al contrario, se ne producono troppo pochi per poter soddisfare in modo conveniente ed umano la massa della popolazione.
«Non vengono prodotti troppi mezzi di produzione, per poter occupare la parte di popolazione capace di lavorare. Al contrario. Si crea innanzitutto una parte troppo grande di popolazione che effettivamente non è atta al lavoro, ed è costretta dalle sue particolari condizioni a sfruttare il lavoro altrui o ad eseguire dei lavori che possono essere considerati tali solo in un modo di produzione assolutamente miserabile. In secondo luogo, non si producono sufficienti mezzi di produzione, perché tutta quanta la popolazione capace di lavorare possa farlo nelle circostanze più produttive, in modo che il suo tempo di lavoro assoluto venga ridotto dalla massa e dall’efficienza del capitale costante impiegato durante il tempo di lavoro.
«Ma vengono periodicamente prodotti troppi mezzi di lavoro e di sussistenza, perché possano essere impiegati come mezzi di sfruttamento degli operai a un determinato saggio del profitto. Vengono prodotte troppe merci, perché il valore e il plusvalore che esse contengono possano essere realizzati e riconvertiti in nuovo capitale, e nei rapporti di distribuzione e di consumo inerenti alla produzione capitalistica, ossia perché questo processo possa compiersi senza che si verifichino continue esplosioni.
«Non viene prodotto troppa ricchezza. Ma periodicamente viene prodotta troppa ricchezza nelle sue forme capitalistiche che hanno un carattere antagonistico.
«Il limite del modo di produzione capitalistico si manifesta nei fatti seguenti:
1) Lo sviluppo della forza produttiva del lavoro, determinando la caduta del saggio di profitto, genera una legge che, ad un dato momento, si oppone inconciliabilmente al suo ulteriore sviluppo e che deve quindi di continuo essere superata per mezzo di crisi.
2) L’estensione o la riduzione della produzione non viene decisa in base al rapporto fra la produzione ed i bisogni sociali (…) ma in base al livello del saggio di profitto (…) Si arresta non quando i bisogni sono soddisfatti, ma quando la produzione e la realizzazione del profitto impongono questo arresto» (Marx, Il Capitale, III, cap. XV, 3).
«L’enorme capacità di espansione a grandi sbalzi del sistema di fabbrica, e la sua dipendenza dal mercato mondiale, hanno per effetto necessario una produzione febbrile e quindi una congestione dei mercati, con la contrazione dei quali subentra una paralisi. La vita dell’industria si trasforma in una successione di periodi di vitalità media, prosperità, sovrapproduzione, crisi e ristagno. L’insicurezza e l’instabilità, alle quali il sistema di macchine condanna l’occupazione e quindi le condizioni di esistenza dell’operaio, diventano normali con questa variazione periodica del ciclo industriale». (Marx, Il Capitale, I, cap. XIII, 7).
Ecco le origini, ineliminabili, della inevitabilità della guerra in regime capitalistico.
(Fine della prima parte)
La teoria marxista della catastrofe
Rapporto alla riunione generale del 6-7 gennaio 1979 [RG13]
Si pretende di presentare il gran torneo ideologico in corso tra le grandi chiese dell’opportunismo come l’espressione più aggiornata della libertà di ricerca nella cultura e nella filosofia.
La crisi dell’imperialismo capitalistico intanto si fa sempre più profonda, sempre meno “congiunturale” e sempre più “strutturale”.
Le giustificazioni che vengono portate di fronte al collasso delle aspettative crescenti, seminate a piene mani al tempo delle vacche grasse, tendono a nascondere l’effettiva natura della crisi; né, secondo il nostro metodo, noi staremo a sostenere la tesi illuministica del “cosciente inganno” dei capi-ideologi, gli “astuti sacerdoti”, giacché la stessa rappresentazione dell’ideologia, necessariamente fantastica perché sublimazione di uno stato di cose storicamente caduco, si impone come programma e necessaria sovrastruttura di fattori e trapassi sociali necessari. Dietro alle idee ci sono le classi sociali e il loro antagonismo: le rappresentazioni ideologiche di esse non sono dunque false, secondo un facile schema di logica formale vero-falso, ma sono “mistificate e capovolte”.
D’altronde lo sforzo più cospicuo, necessariamente, dell’opportunismo dilagante non si può limitare a ritoccare aspetti marginali della teoria rivoluzionaria, ma a respingere i fondamenti di essa. Rifulge in questo modo la rivendicazione che ci ha sempre contraddistinto della difesa integrale del marxismo, pur sapendo le sue origini antidogmatiche ed antimetafisiche.
«Si adopera l’espressione “marxismo” non nel senso di una dottrina scoperta o introdotta da Carlo Marx persona, ma per rifarsi alla dottrina che sorge col moderno proletariato industriale e lo “accompagna” in tutto il corso di una rivoluzione sociale – e conserviamo il termine “marxismo” malgrado il vasto campo di speculazione e di sfruttamento di esso da parte di una serie di movimenti antirivoluzionari» (da “La ’invarianza’ storica del marxismo”, riunione di partito del 7 settembre 1952). La difesa della dottrina dunque da parte del partito comunista è la salvaguardia della suprema guida per l’azione e niente altro, ben sapendo che «la contrapposizione del marxismo alle ideologie che si sono succedute nel passato e che oggi ancora in varia misura tengono il campo è rigorosamente storica e dialettica, il che non esclude, ed al contrario implica, che la scienza globale con cui esso si identifica, possa essa sola ricostruire i reali processi sottostanti all’incastellatura ideologica, svelando come l’ideologia mistifichi la realtà sussistente a prescindere da ogni “conoscenza” individuale e collettiva» (Da “Partito e Classe”, appendice).
Se dunque il grande opportunismo sente la necessità di gridare ai quattro venti il fallimento del marxismo e delle sue presunte “profezie” o di invalidarne le previsioni in nome di un più aggiornato modo di leggere “scientificamente” la realtà sociale, a maggior ragione il partito di classe deve gridare dall’alto dei tetti il suo programma storico. Infatti
«la storia della Sinistra marxista, del marxismo radicale, e più esattamente del marxismo, consiste nelle successive resistenze a tutte le “ondate” del revisionismo che hanno attaccato vari lati della dottrina e del metodo, a partire dall’organica monolitica formazione che si può far collimare col Manifesto del 1848 (…) Questa dura e lunga lotta perderebbe collegamento con la futura ripresa se invece di trarne l’insegnamento della “invarianza”, si accettasse la banale idea che il marxismo è una teoria in “continua elaborazione storica” e che si modifica col corso e la lezione degli eventi. Invariabilmente è questa la giustificazione di tutti i tradimenti le cui esperienze si sono accumulate, e di tutte le disfatte rivoluzionarie».
Tutto ciò
«proprio in quanto il marxismo esclude ogni senso della ricerca di “verità assoluta” e vede nella dottrina non un dato dello spirito sempiterno o dell’astratta ragione, ma uno “strumento” di lavoro ed un’ “arma” di combattimento, esso postula che nel pieno dello sforzo e nel colmo della battaglia non si abbandona per “ripararlo” né lo strumento né l’arma, ma si vince in pace e in guerra essendo partiti brandendo utensili e armi buone».
La mistificazione dell’opportunismo in campo ideologico consiste al contrario nel sempre più sbracato tentativo di presentare l’ideologia come libera organizzazione delle idee sulla società e nel mondo, apporto delle varie correnti ideali, comprese quelle borghesi, per meglio comunicare e insieme realizzare un’umanità migliore. L’apporto della
«tesi marxista dice: non è possibile che la coscienza del cammino storico appaia anticipata in una singola testa umana, per due motivi: il primo è che la coscienza non precede ma segue l’essere, ossia le condizioni materiali che circondano il soggetto della coscienza stessa. Il secondo è che tutte le forme della coscienza sociale vengono – con una data fase ritardate perché vi sia il tempo della generale determinazione – da circostanze analoghe e parallele di rapporti economici in cui si trovano masse di singoli che formano quindi una classe sociale. Questi sono condotti ad “agire insieme” storicamente molto prima che possano “pensare insieme”. La teoria di questo rapporto tra le condizioni di classe, e l’azione di classe col suo futuro punto d’arrivo, non è chiesta a persone, nel senso che non è chiesta ad un singolo autore o capo, e nemmeno è chiesta a “tutta la classe” come bruta momentanea somma di individui in un dato paese o momento, e tanto meno poi la si dedurrebbe da una borghesissima “consultazione” all’interno della classe».
Scrivono Marx ed Engels ne L’Ideologia tedesca, 1846, I, A:
«La coscienza non può mai essere qualcosa di diverso dall’essere cosciente, e l’essere degli uomini è il processo reale della loro vita. Se nell’intera ideologia gli uomini e i loro rapporti appaiono capovolti come in una camera oscura, questo fenomeno deriva dal processo storico della loro vita, proprio come il capovolgimento degli oggetti sulla retina deriva dal loro immediato processo fisico. Esattamente all’opposto di quanto accade nella filosofia tedesca, che discende dal cielo sulla terra, qui si sale dalla terra al cielo. Cioè, non si parte da ciò che gli uomini dicono, si immaginano, si rappresentano, né da ciò che si dice, si pensa, si immagina, si rappresenta che siano, per arrivare da qui agli uomini vivi, ma si parte dagli uomini realmente operanti, e sulla base del processo reale della loro vita si spiega anche lo sviluppo dei riflessi e degli echi ideologici di questo processo di vita. Anche le immagini nebulose che si formano nel cervello dell’uomo sono necessarie sublimazioni del processo materiale della loro vita, empiricamente constatabile e legato a presupposti materiali.
«Di conseguenza la morale, la religione, la metafisica e ogni altra forma ideologica, e le forme di coscienza che ad esse corrispondono, non conservano oltre la parvenza dell’autonomia. Esse non hanno storia, non hanno sviluppo, ma gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza. Nel primo modo di giudicare si parte dalla coscienza come individuo vivente; nel secondo, che corrisponde alla vita reale, si parte dagli stessi individui reali viventi e si considera la coscienza soltanto come la loro coscienza. Questo modo di giudicare non è privo di presupposti. Esso muove dai presupposti reali e non se ne scosta per un solo istante. I suoi presupposti sono gli uomini, non in qualche modo isolati e fissati fantasticamente, ma nel loro processo di sviluppo, reale ed empiricamente constatabile, sotto condizioni determinate. Non appena viene rappresentato questo processo di vita attivo, la storia cessa di essere una raccolta di fatti morti, come negli empiristi che sono anch’essi astratti, o un’azione immaginaria di soggetti immaginari, com’è negli idealisti».
La nostra lettura storica e dialettica dell’ideologia e della filosofia non ci impedisce dunque di comprendere come: «la critica, il dubbio e la messa in forse di tutte le vecchie posizioni bene assodate furono elementi decisivi della grande rivoluzione borghese moderna che con gigantesche ondate investì le scienze naturali, l’ordinamento sociale e i poteri politici e militari, avanzandosi poi e affacciandosi con molto minore slancio iconoclastico alle scienze della società umana e del corso storico. Appunto questo fu il portato di un’epoca di sommovimento dal profondo che si pose a cavallo tra il medioevo feudale e terriero e la modernità industriale e capitalista. La critica fu l’effetto e non il motore dell’immensa e complessa lotta. Il dubbio e il controllo della coscienza individuale sono espressione della riforma borghese contro la compatta tradizione ed autorità della chiesa cristiana, e si tradussero nel più ipocrita puritanesimo che con la bandiera della conformità borghese alla morale religiosa o al diritto individuale vararono e protessero il nuovo dominio di classe e la nuova forma di soggezione delle masse.
«Opposta è la via della rivoluzione proletaria in cui la coscienza individuale è nulla e la direzione concorde della azione collettiva è tutto. Quando Marx disse nelle famose tesi su Feuerbach che abbastanza i filosofi avevano interpretato il mondo e si trattava ora di trasformarlo, non volle dire che la volontà di trasformare condiziona il fatto della trasformazione, ma che viene prima la trasformazione determinata dall’urto di forze collettive, e solo dopo la critica coscienza di essa nei singoli soggetti. Sì che questi non agiscono per decisione da ciascuno maturata ma per influenze che precedono scienza e coscienza. E il passare dall’arma della critica alla critica con le armi sposta appunto il tutto dal soggetto pensante alla massa militante, in modo che arma siano non solo fucili e cannoni, ma soprattutto quel reale strumento che è la comune uniforme, monolitica, costante dottrina di partito, cui tutti ci siamo subordinati e legati, chiudendo il discutere pettegolo e saputello».
Dunque la nostra interpretazione storica dialettica delle ideologie non ci impedisce di riconoscere che «l’ideologia borghese si fonda sull’effettiva conquistata libertà dei lavoratori dai vincoli giuridici e microproprietari feudali, né la borghesia può ripudiarla, perché con ciò ripudierebbe se stessa». Anche quando, nelle necessità storiche della fase imperialistica, la borghesia è ricorsa al dispiego della violenza più brutale, la Sinistra Comunista non ha mai riconosciuto ai vari fascismi e nazismi, come invece sono andati lamentandosi gli opportunisti di varia estrazione, di aver distrutto la democrazia, ma di averla imbalsamata per riconsegnarla rivitalizzata alla classe borghese al momento del bisogno. D’altronde come spiegare la grande preoccupazione del fascismo di entrare “democraticamente” nella stanza dei bottoni, pur di non rompere la continuità dello Stato e della sua natura di classe?
Solo il proletariato ha il ruolo storico di eliminare sé stesso con tutte le altre classi. La sua pertanto non è ideologia, che possa assumere carattere riformistico e conformistico, dando luogo ad una fissazione storica del suo dominio, ma scienza rivoluzionaria, ed anzi già scienza dell’avvenire. Ma perché questo possa avvenire non potrà non dar luogo ad una società di specie, priva di classi e relativi conflitti, salto di qualità dalla preistoria classista alla piena storia umana.
Non solo, ma ci permette di riandare ai miti antichi.
«Il principio della invarianza storica delle dottrine che riflettono il compito delle classi protagoniste, ed anche dei potenti ritorni alle tavole di partenza, opposto al pettegolo supporre ogni generazione ed ogni stagione della moda intellettuale più potente della precedente, allo sciocco film del procedere incessante del civile progresso, ed altre simili borghesi ubbìe da cui pochi di quelli che si affibbiano l’aggettivo di marxista sono davvero scevri, si applica a tutti i grandi corsi storici. Tutti i miti esprimono questo, e soprattutto quelli dei mezzi-dèi e mezzi uomini, o dei sapienti che ebbero una intervista con l’Ente supremo. Di tali figurazioni è insensato ridere, e solo il marxismo ne ha fatto trovare le reali e materiali sottostrutture. Rama, Mosè, Cristo, Maometto, tutti i profeti ed Eroi che aprono secoli di storia dei vari popoli, sono espressioni diverse di questo fatto reale, che corrisponde ad un balzo enorme nel “modo di produzione”. Nel mito pagano la sapienza, ossia Minerva, esce dal cervello di Giove non per dettatura a flaccidi scribi di interi volumi, ma per la martellata del Dio-operaio Vulcano, chiamato a sedare una irrefrenabile emicrania. All’altro estremo della storia e dinnanzi alla illuminata dottrina della nuova Dea Ragione, si leverà gigante Gracco Babeuf, rozzo nella presentazione teoretica, per dire che la fisica forza materiale conduce avanti più della ragione e del sapere».
* * *
E chi potrà sedare le moderne emicranie dei principi filosofi, impazziti a spiegare come l’Idea si fa mondo e il mondo autocoscienza, se non la forza materiale del proletariato armato della sua teoria di classe che ha chiuso il ciclo infernale della dialettica triadica d’ogni ideologia precedente espressa dallo schema dato per insuperabile antiformismo-riformismo-conformismo? Se siamo capaci di riconoscere il valore materiale del mito figuriamoci che impressione può farci l’attuale gracidio di filosofi di regime che hanno dato la stura alle loro polemiche, riandando a Parmenide, ad Aristotele, per stabilire una volta tanto quel che è scienza e quel che è ideologia?
E pensare quanta ironia era stata versata sulla nostra pretesa di abbracciare nel nostro arco storico in un sol colpo l’uomo armato di clava e il moderno proletario per ricongiungerli fratelli nell’uomo-specie! Ma i grossi calibri del sapere filosofico trascinati fuori dai loro hangar neanche con le martellate riescono a giustificare un nuovo “modo di produzione”.
Oggetto della diatriba è il principio di non contraddizione e la concezione scientifica della realtà. Poiché il materialismo dialettico sostiene d’essere una concezione scientifica della realtà è evidente che sia sul banco degli imputati. L’errore del marxismo consisterebbe, secondo Colletti, ad esempio, nel parlare continuamente di contraddizioni che esisterebbero nella natura e nella società. Per la scienza invece le contraddizioni sono sempre e soltanto “errori soggettivi” da eliminare. Solo le “teorie” dunque possono incorrere in contraddizioni, non la realtà oggettiva. Invocando la dialettica di origine hegeliana dunque il marxismo non farebbe altro che utilizzare e fraintendere la stessa “dialettica della materia” di Hegel.
Il signor Colletti confessa poi che fino al 1969 attribuiva questo errore al materialismo dialettico dei “filosofi sovietici”, meglio noto come “Dialekticher Materialismus” (Diamat), e di aver poi scoperto che tutti gli errori risalgono a Marx. «Rileggendo le sue pagine sulla crisi delle “teorie del plusvalore” mi ero accorto – dice Colletti – che anche Marx considerava i contrasti e i conflitti di forze esistenti nel capitalismo come “contraddizioni dialettiche”. A questo punto, l’inconciliabilità tra scienza e dialettica non poteva non investire anche il “Capitale”. Marx si era proposto di dare, in quest’opera, un’analisi “scientifica” della società moderna. Il suo uso della logica dialettica apriva interrogativi di fondo circa la possibilità che quel proposito potesse essersi realizzato».
Prima di opporre la nostra “verità scientifica” facciamo notare, seppur ce ne fosse bisogno, che cosa comporta il pluralismo in dottrina. Che cos’è il materialismo dialettico? Il marxismo di Marx, quello di Lenin, il Diamat, le letture revisionistiche?. La risposta di questi fantocci: tutto questo e niente di questo nello stesso tempo; in ogni caso la libera ricerca “scientifica”, quella che non cade in contraddizione per la comoda ragione che non crede alla contraddizione dialettica!
Abbiamo già ricordato che nella tradizione della Sinistra marxista, e più esattamente del “marxismo”, quest’ultima espressione si usa per riferirsi alla dottrina che sorge col moderno proletariato industriale e lo accompagna in tutto il corso della rivoluzione sociale; abbiamo anche ricordato che conserviamo il termine malgrado il vasto campo di speculazione e sfruttamento di esso da parte di una serie di movimenti antirivoluzionari.
Siamo quelli che rivendicano in blocco la dottrina, che la definiscono nata come un blocco d’acciaio, non per la martellata del dio-operaio Vulcano del mito ma di quella del proletariato industriale armato di un martello pneumatico sociale di gran lunga più reale e più potente di quello di Vulcano, che non riconoscono nessun Diamat ed abbreviazioni simili perché la lettura della rivoluzione sociale non l’abbiamo mai delegata né a Marx persona né a Lenin, né tanto meno ai filosofi sovietici di Stalin o, peggio che peggio, ad accademici della crusca tipo Colletti. E tutto ciò non perché non sappiamo che i Colletti e compagni conoscono da eruditi perfino bizantini il cosiddetto marxismo, ma perché, per loro stessa ammissione, non riconoscono il fondamento della teoria marxista, e cioè il fatto che è detenuta dal partito di classe e solo da esso, in tutta la sua storia, di vittorie e di sconfitte, secondo una considerazione della filosofia e della cultura che è tutta sua e che nessuna chiosa è in grado di contraddire.
Perché il partito di classe, nella tradizione del marxismo vero, non ha mai preteso di enunciare una dottrina scientifica che non contraddicesse le altre dottrine sociali, fossero esse ascrivibili al mondo feudale o borghese, o attribuibili a tronconi ideologici che si richiamino ad un loro marxismo di comodo, il che è molto poco probabile, anzi noi lo neghiamo recisamente. Non per niente abbiamo scritto che «una nuova dottrina non può apparire in qualunque momento storico, ma vi sono date e ben caratteristiche – ed anche rarissime – epoche della storia in cui essa può apparire come un fascio di abbagliante luce, e se non si è ravvisato il momento cruciale ed affissata la terribile luce, vano è ricorrere ai moccoletti, con cui si apre la via il pedante accademico o il lottatore di scarsa fede».
Dunque non ci riguarda proprio il pedante accademico Colletti, e se polemizziamo non lo facciamo con lui persona ma, come abbiamo sempre fatto, contro tutte le ondate del revisionismo, quello dei negatori, dei falsificatori, degli aggiornatori, i peggiori, questi ultimi della specie e non per niente i più “attuali”.
Il partito di classe dunque passa indenne sotto le presunte forche caudine del rigor scientifico degli accademici pedanti per dei motivi veramente elementari:
1) non ha mai negato che la sua interpretazione della rivoluzione sociale e della realtà sociale e naturale moderna è una teoria di classe, al servizio della classe, e dunque non di tutto il popolo e dell’umanità; come al contrario i filantropi formato 1979;
2) è dunque cosciente che la teoria rivoluzionaria è anch’essa ideologia, seppur del tutto peculiare, nel senso ricordato che non può assumere, per definizione, carattere riformistico e conformistico, e che pertanto è scienza rivoluzionaria ed anzi già scienza di specie, non solo perché il proletariato (come in passato altre classi) rappresenta l’avvenire, ma perché questo avvenire non potrà non dar luogo ad una società di specie, priva di classi e relativi conflitti – salto di qualità dalla preistoria classista alla piena storia.
Si consolino dunque gli scettici accenditori di moccoletti: non siamo di quelli che confondono le “opposizioni reali” con le contraddizioni, i cavalli con i somari. Sappiamo bene che chi afferma che “tutti i cavalli sono mammiferi” e insieme che “qualche cavallo non è mammifero” cadrebbe in contraddizione mentre nulla vieta che nella realtà coesistano senza contraddizione mammiferi e non mammiferi. Purché questa verità scientifica non serva a giustificare, gabellandola per scienza oggettiva, che il capitalismo coesiste col socialismo senza contraddizione. I modi di produzione ed i regimi sociali, che il marxismo studia e legge nelle loro leggi oggettive, non sono “natura” del tipo mammiferi e non mammiferi, ma storia umana, storia che passa dal comunismo primitivo ai moderni modi di produzione, all’avvenire preconizzato dal marxismo della società senza classi.
Ci si domanderà dai pedanti – che già al tempo di Leone Trotski chiedevano quanti bottoni avrebbe portato nel panciotto l’uomo comunista e che già al modo del Dottor Grün chiedevano ad Hegel di stabilire il ruolo della sua penna nella sua dialettica generale! – se nella società comunista i cavalli saranno ancora mammiferi o no. Rispondiamo una volta tanto con la saccenteria del Prof. Hegel!: non abbiamo tempo da perdere con la penna del Dott. Grün!
Il preteso oggettivismo dei vari Colletti ha uno scopo ben preciso, quello di affogare le contraddizioni sociali nelle opposizioni reali senza contraddizione, naturali e beote, allo stesso modo del fatto che il somaro non soffre di non essere un cavallo!
«L’oggettivista – scriveva in proposito Lenin – parla della necessità di un determinato processo storico; il materialista constata con precisione che esistono una determinata formazione economico-sociale e i rapporti antagonistici che essa genera. L’oggettivista, volendo dimostrare la necessità di una determinata successione di fatti, rischia sempre di cadere sul terreno dell’apologetica di questi fatti; il materialista mette in luce gli antagonismi di classe e in questo modo definisce la sua concezione. L’oggettivista parla di “irresistibili tendenze storiche”; il materialista parla della classe che “gestisce” un determinato ordinamento economico, creando certe forme di resistenza da parte di altre classi. In questo modo il materialista, da un lato è più coerente dell’oggettivista e applica il suo oggettivismo in modo più approfondito e completo. Egli non si limita a indicare la necessità del processo, ma chiarisce con precisione quale formazione economico-sociale dà il contenuto a questo processo, quale classe precisamente determina questa necessità. In questo caso, per esempio, il materialista non si sarebbe accontentato di constatare le “irresistibili tendenze storiche” ma avrebbe indicato l’esistenza di date classi, che determinano il contenuto degli ordinamenti esistenti ed escludono la possibilità di una via di uscita al di fuori dell’azione dei produttori stessi. D’altro lato il materialismo racchiude in sé, per così dire, la partiticità, imponendo, nella valutazione di ogni avvenimento l’accettazione diretta ed aperta del punto di vista d’un determinato gruppo sociale» (Lenin, “Il contenuto economico del populismo”).
E l’oggettivismo degli aggiornatori, che pretende di smentire la dialettica materialistica, che cosa ha da invidiare agli apocalittici con i quali polemizza, dal momento che in nome della “scienza” senza contraddizioni, la nuova teologia camuffata della società borghese nella sua fase imperialistica, non si preoccupa, anzi fa di tutto per affogare le classi e il partito di classe nel mare magnum del Popolo, della Nazione, dello Stato, o peggio ancora, dell’Umanità senza aggettivi?
Noi sapevamo da tempo che il modo di vedere e di sentire armonico dei Greci è proprio di un modo di vita produttivo e sociale in cui le lotte sociali non sono certamente quelle delle moderne classi, ma non ce la sentiamo di certo di sostenere che cristianesimo e anticristianesimo, capitale e proletariato, assolutismo e democrazia, religione e ateismo, non sono che variazioni all’unico dramma della solare filosofia dell’essere parmenideo, in cui l’essere è sempre sé stesso contro la follia della contraddizione, cioè pensare e dire che le cose sono e non sono. Il recupero d’una visione armonica e di specie dell’essere non passa certamente per il nascondimento della verità delle contraddizioni sociali, per la riproposizione dei kantiani eterni valori, non per caso riportati in auge dal principe dei revisionisti, Bernstein.
Contro i teorici dell’Apocalisse e degli oggettivisti alla Colletti ribadiamo la verità di classe della legge del plusvalore, la verità di classe dell’antagonismo profondo e inevitabile della società divisa in classi, la negazione di falsi schemi ideologici delle classi nemiche del proletariato, da quello assoluto e già monolitico trascendentista-autoritario, a quello demoliberale, a quello piccolo-borghese e corporativo volontaristico-immediatistico, a quello dei falsificatori staliniani, a quello fascista.
Alla lettura gradualista, senza contraddizioni, della crisi imperialistica, secondo la quale
«il capitalismo è nel ramo discendente e non può risalire, e che contiene i due errori del fatalismo e del gradualismo, opponiamo la nostra:
1) il socialismo non verrà di per sé senza agitazioni, lotte e scontri armati, senza preparazione di partito;
2) il socialismo non si immette a piccole dosi nel tessuto capitalistico sperando in una progressiva compenetrazione;
3) Marx e noi con lui abbiamo prospettato non un salire e poi declinare del capitalismo, ma il contemporaneo e dialettico esaltarsi della massa di forze produttive che il capitalismo controlla, della loro accumulazione e concentrazione illimitata, e al tempo stesso della reazione antagonistica, costituita da quella delle forze dominate che è la classe proletaria. Il potenziale produttivo ed economico generale sale sempre finché l’equilibrio non è rotto, e si ha una fase esplosiva rivoluzionaria, nella quale in un brevissimo periodo precipitoso, col rompersi delle forme di produzione antiche, le forze di produzione ricadono per darsi un nuovo assetto e riprendere una più potente ascesa».
In questo nostro schema si nega recisamente che la possibilità di far fronte alla crisi dell’imperialismo capitalistico possa far leva sulla capacità di reazione dei singoli individui, sulla capacità di pentimento dei dominatori, sul senso di collaborazione dei poveri, sulla cooperazione dei popoli, sulla coesistenza pacifica delle nazioni.
«Nel singolo individuo (e quindi anche nel singolo proletario), non è la coscienza teorica a determinare la volontà di agire sull’ambiente esterno, ma avviene l’opposto, la spinta del bisogno fisico determina, attraverso l’interesse economico, un’azione non cosciente, e solo molto dopo l’azione ne avviene la critica e la teoria per intervento di altri fattori. L’insieme dei singoli si comporta analogamente, ma la concomitanza di stimoli e di reazioni crea la premessa per una più chiara volontà e poi coscienza.
«Queste si precisano solo nel partito di classe, che raccoglie una parte dei componenti di questa ma elabora, analizza e potenzia l’esperienza vastissima di tutte le spinte, stimoli, reazioni. È solo il partito che riesce a capovolgere il senso della prassi. Esso possiede una teoria ed ha quindi conoscenza dello sviluppo degli eventi; entro dati limiti, secondo le situazioni e i rapporti di forza, il partito può esercitare decisioni ed iniziative e influire sull’andamento della lotta. Il rapporto dialettico sta nel fatto che in tanto il partito rivoluzionario è un fattore cosciente e volontario degli eventi in quanto è anche un risultato di essi e del conflitto che essi contengono tra antiche forme di produzione e nuove forze produttive. Tale funzione teorica e attiva del partito cadrebbe però se si troncassero i suoi legami materiali con l’apporto dell’ambiente sociale, della primordiale, materiale e fisica lotta di classe».
La teoria di questo rapporto tra le condizioni di classe e l’azione di classe col suo futuro punto di arrivo non è chiesta a persone, nel senso che non è chiesta a un singolo autore o capo, e nemmeno è chiesta a “tutta la classe” come bruta momentanea somma di individui in un dato paese o momento, e tanto meno poi la si dedurrebbe da una borghesissima “consultazione” all’interno della classe.
A maggior ragione non può nascere dall’aggiornamento di un pedante accademico o d’un pletorico e insulso Comitato Centrale.
La dittatura del proletariato non è una democrazia consultiva portata all’interno del proletariato, ma una forza organizzata che ad un dato momento, seguita da una parte del proletariato e anche non dalla maggiore, esprime la previsione materiale che fa saltare il vecchio modo di produzione borghese e aprire la via al nuovo comunista. Per la curiosità e soddisfazione dei pedanti anticipiamo che, mentre lasciamo a loro già adesso di stabilire fino a che punto l’ornitorinco è un mammifero o rettile con la loro teoria scientifica della non-contraddizione, per l’uomo-specie i somari non potranno mai essere cavalli, mentre la stessa contraddizione non consente loro di passare per la cruna d’ago della adesione al Partito di classe, non per mancanza di scienza, ma per troppa e fasulla, ma soprattutto per l’abbandono di quella cieca fede necessaria, quando occorre, nel difendere l’invariabile teoria e la rigida organizzazione di classe.
Dall’Archivio della Sinistra: VI Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista (febbraio-marzo 1926): Rapporto della Sinistra, V Seduta: 23 febbraio.
V Seduta
23 febbraio 1926
Rapporto in sede di discussione sul rapporto dell’Esecutivo
Relatore: – Compagni, abbiamo davanti a noi un progetto di Tesi ed un rapporto dell’Esecutivo, ma io credo che sia assolutamente impossibile limitare ad essi la nostra discussione.
In anni precedenti, nelle diverse sessioni dell’I.C., ho avuto occasione di appoggiare tesi e dichiarazioni che erano, all’epoca, ottime, soddisfacenti; ma non sempre, nello sviluppo dell’attività dell’Internazionale, i fatti hanno corrisposto alle speranze che queste dichiarazioni avevano suscitato in noi. Perciò è necessario discutere e sottoporre a esame critico lo sviluppo dell’Internazionale dal punto di vista degli avvenimenti che si sono verificati dopo l’ultimo congresso, delle prospettive dell’I.C. e dei compiti che essa deve porsi.
Devo dichiarare che la situazione in cui l’Internazionale si trova non può essere ritenuta soddisfacente. In un certo senso ci troviamo di fronte ad una crisi. Questa crisi non ha avuto inizio oggi, ma esiste da molto tempo. Questa affermazione non viene soltanto da noi e da alcuni gruppi di compagni di estrema sinistra. I fatti provano che l’esistenza di questa crisi è riconosciuta da tutti. Molto spesso – specialmente nei momenti critici della nostra attività generale – vengono lanciate parole d’ordine nelle quali è in fondo contenuta l’ammissione che un mutamento radicale dei nostri metodi di lavoro è necessario. È vero che, in questo momento, si dichiara che non si tratta di procedere ad una revisione, che nulla ha bisogno di essere cambiato. Ma v’è in ciò una evidente contraddizione. E, per mostrare che l’esistenza di deviazioni e di una crisi nell’Internazionale è qui riconosciuta da tutti e non solo dagli scontenti ultra sinistri, vogliamo ripercorrere a volo d’uccello la storia della nostra Internazionale e delle sue diverse tappe.
La fondazione dell’I.C. dopo lo sfacelo della II Internazionale avvenne in base alla parola d’ordine che il proletariato doveva crearsi dei partiti comunisti. Tutti allora erano d’accordo che i rapporti di forza oggettivi favorivano la lotta rivoluzionaria finale, ma che ci mancava l’organo per questa lotta. Si diceva: le premesse rivoluzionarie obiettive esistono e, se avessimo dei partiti comunisti veramente capaci di sviluppare un’attività rivoluzionaria, tutte le condizioni necessarie per una vittoria completa sarebbero presenti.
Al III Congresso l’Internazionale – in base alla esperienza di numerosi avvenimenti ma soprattutto in base all’esperienza dell’azione di marzo 1921 in Germania – fu costretta a constatare che la formazione di partiti comunisti da sola non è sufficiente. In quasi tutti i paesi importanti erano sorte sezioni abbastanza forti dell’I.C.; ma il problema dell’azione rivoluzionaria non era tuttavia stato risolto. Il partito tedesco aveva creduto possibile scendere in lotta e aprire un’offensiva contro il nemico, ma aveva subìto una sconfitta. Il III Congresso, posto di fronte a questo problema, dovette constatare che la presenza di partiti comunisti non basta quando mancano le condizioni obiettive per la lotta. Non si era tenuto conto che, quando si passa ad una tale offensiva, bisogna essersi prima assicurati grandi masse. Neppure il più forte partito comunista è in grado, in una situazione in generale rivoluzionaria, di creare per un puro atto di volontà le condizioni e i fattori necessari per una insurrezione, se non ha saputo raccogliere delle grandi masse intorno a sé.
Fu questa, dunque, una tappa in cui l’Internazionale riconobbe che molto doveva essere cambiato. Si sostiene sempre che nei discorsi del III Congresso era già contenuta l’idea della tattica del fronte unico alla quale fu data poi formulazione nelle sedute del successivo Esecutivo Allargato in base alla situazione politica illustrata da Lenin al III Congresso. La cosa non è del tutto esatta, perché nel frattempo la situazione era cambiata. Nel periodo in cui esisteva una situazione obiettiva favorevole, noi non abbiamo saputo utilizzare al modo giusto il buon metodo dell’offensiva contro il capitalismo. Dopo il III Congresso non si trattava più di lanciare semplicemente una seconda offensiva dopo di avere preventivamente conquistato le masse. La borghesia ci aveva preceduti; era stata essa ad aprire nei paesi più importanti l’offensiva contro le organizzazioni operaie e i partiti comunisti; e questa tattica della conquista delle masse per l’offensiva, di cui si era parlato al III Congresso, si trasformò in una tattica difensiva contro l’azione scatenata dalla borghesia capitalistica. Questa tattica viene elaborata, insieme al programma da attuare, studiando il carattere dell’offensiva nemica e realizzando quel concentramento del proletariato che solo può permetterci la conquista delle masse attraverso i nostri partiti e il passaggio, in un avvenire non lontano, alla controffensiva. In questo senso fu allora concepita la tattica del fronte unico.
Non occorre dire che io non ho nulla da obiettare contro le tesi del III Congresso sulla necessità della solidarietà delle masse: se cito questa questione, è solo per mostrare che l’Internazionale fu ancora una volta costretta a riconoscere di non essere ancora abbastanza matura per dirigere la lotta del proletariato mondiale.
L’applicazione della tattica del fronte unico portò ad errori di destra, e questi errori divennero sempre più chiari dopo il III Congresso e soprattutto dopo il IV. Questa tattica, che può essere applicata solo in un periodo di difensiva, cioè in un’epoca in cui la crisi di decomposizione del capitalismo non è più così acuta, questa tattica da noi impiegata degenerò gravemente. A nostro avviso, essa è stata accettata senza volerne chiarire esattamente il significato. Non si è saputo assicurare il mantenimento del carattere specifico del partito comunista. Non intendo ripetere qui la critica che noi abbiamo svolto della tattica del fronte unico come era applicata dalla maggioranza dell’Internazionale comunista. Noi non avevamo nulla da eccepire finché si trattava di mettere alla base della nostra azione le rivendicazioni economiche immediate del proletariato, perfino quelle più elementari, che l’offensiva del nemico sollevava. Ma quando, sotto il pretesto che si trattava soltanto di un ponte per il proseguimento del nostro cammino verso la dittatura proletaria, si misero a base del fronte unico nuovi principi, che riguardavano direttamente il potere centrale dello Stato e il Governo operaio, noi ci siamo opposti e abbiamo detto: qui noi varchiamo i confini della buona tattica rivoluzionaria.
Noi comunisti sappiamo molto bene che lo sviluppo storico della classe operaia deve portare alla dittatura del proletariato; ma si tratta di un’azione che deve influenzare le grandi masse, e per raggiungere queste non basta una pura e semplice propaganda ideologica. Nei limiti in cui possiamo contribuire alla formazione della coscienza rivoluzionaria delle masse, noi vi riusciremo mediante la forza della nostra concezione e del nostro comportamento in ogni fase dello sviluppo degli eventi. Ne segue che questo comportamento non può essere in contraddizione con la nostra posizione di fronte alla lotta finale, cioè allo scopo per il quale il nostro partito è specificamente creato. Un’agitazione sulla base di una parola d’ordine come quella del governo operaio, non può non produrre confusione nella coscienza delle masse; e perfino del partito e del suo stato maggiore.
Noi abbiamo criticato a priori tutto ciò, e qui mi limito soltanto a ricordare nelle sue linee generali il giudizio che allora formulammo. Quando poi ci trovammo di fronte agli errori ai quali questa tattica aveva portato, quando soprattutto intervenne la sconfitta dell’ottobre 1923 in Germania, l’Internazionale riconobbe di essersi sbagliata. Non si trattava di un piccolo accidente; si trattava di un errore che noi dovemmo pagare con la speranza di conquistare, dopo il primo paese acquisito alla rivoluzione proletaria, un altro grande paese, cosa che, dal punto di vista della rivoluzione mondiale, avrebbe avuto un’importanza enorme.
Purtroppo, ci si limitò a dire: non si tratta di rivedere in modo radicale i deliberati del IV Congresso, è solo necessario allontanare certi compagni che si sono sbagliati nell’applicazione della tattica del fronte unico; è necessario trovare i responsabili. Li si trovò nell’ala destra del partito tedesco, non si volle ammettere che la responsabilità ricadeva su tutta l’Internazionale. Comunque, si sottoposero le tesi ad una revisione e si diede una formulazione affatto diversa del governo operaio.
Perché noi non siamo d’accordo con le tesi del V Congresso? Perché, a nostro parere, la revisione non basta; si sarebbero dovute chiarire meglio le singole formule: ma, se noi fummo contro le decisioni del V Congresso è soprattutto perché esse non eliminavano i gravi errori e perché, a nostro avviso, non è bene limitare la questione ad un processo contro persone singole mentre quello che è necessario è un cambiamento nella stessa Internazionale. Non si volle prendere questa via sana e coraggiosa. Noi abbiamo ripetutamente criticato il fatto che in noi, nell’ambiente in cui lavoriamo, si alimenti uno spirito parlamentare e diplomatico. Le Tesi sono molto a sinistra, i discorsi sono molto a sinistra, perfino coloro contro i quali essi sono diretti li votano, perché credono, in tal modo, di immunizzarsi. Ma noi non ci siamo tenuti unicamente alla lettera; noi abbiamo previsto ciò che sarebbe avvenuto dopo il V Congresso, non potevamo quindi esserne soddisfatti.
Vorrei qui constatare che si è stati più volte costretti a riconoscere che la linea doveva essere radicalmente cambiata. La prima volta, non si era capita la questione della conquista delle masse. La seconda volta, si trattava della questione della tattica del fronte unico, ed al III Congresso fu fatta una revisione completa della linea seguita fino ad allora. Ma non è tutto, al V Congresso ed all’E.A. del marzo 1925 si constata nuovamente che tutto va male; si dice: dalla fondazione dell’Internazionale sono trascorsi sei anni, ma nessuno dei suoi partiti è riuscito a fare la rivoluzione. La situazione, è vero è divenuta più sfavorevole: ci troviamo ora di fronte ad una certa stabilizzazione del capitalismo. Ciò malgrado si dichiara che, nell’attività dell’Internazionale, molte cose devono essere cambiate. Non si è ancora capito che cosa si deve fare, e si lancia la parola d’ordine della bolscevizzazione. Incredibile ma vero: dalla vittoria dei bolscevichi russi sono passati 8 anni, ed ora si deve constatare che gli altri partiti non sono bolscevichi! Che è necessario un cambiamento radicale per portarli all’altezza dei partiti bolscevichi! Nessuno, dunque, se ne era accorto prima?
Ci si obietta: Perché non avete, immediatamente al V Congresso, protestato contro la parola d’ordine della bolscevizzazione? Perché, quando si diceva che gli altri partiti devono acquisire la capacità rivoluzionaria che ha permesso la vittoria al partito bolscevico, nessuno poteva avere nulla da eccepire. Ma ora non si tratta più di una semplice parola d’ordine, di un semplice slogan. Ora ci troviamo di fronte a fatti ed esperienze. Ora è necessario fare il bilancio della bolscevizzazione e vedere in che cosa essa è consistita.
Io sostengo che questo bilancio è negativo sotto diversi punti di vista. Non si è risolto il problema che si trattava di risolvere, nessun progresso è stato fatto con l’applicazione dei metodi di bolscevizzazione a tutti i partiti.
Devo affrontare il problema da diversi punti di vista e, prima di tutto, dal punto di vista storico.
C’è un solo partito che abbia ottenuto la vittoria rivoluzionaria: il partito bolscevico russo. È per noi d’importanza capitale seguire la stessa via che il partito russo ha scelto per giungere alla vittoria. È verissimo: ma non basta. È innegabile che la via storica scelta dal partito russo non può mostrare tutti gli aspetti dello sviluppo storico che sta dinanzi agli altri partiti. Il partito russo lottava in un paese in cui la rivoluzione liberale borghese non era ancora compiuta; il partito russo – è un fatto – combatteva in condizioni particolari, cioè in un paese in cui l’autocrazia feudale non era ancora stata abbattuta dalla borghesia capitalistica. Fra l’abbattimento dell’autocrazia feudale e la conquista del potere da parte del proletariato vi fu un periodo troppo breve perché questo sviluppo potesse essere paragonato a quello che la rivoluzione proletaria dovrà percorrere nei rimanenti paesi. Non ci fu il tempo sufficiente per fare sorgere sulle rovine dell’apparato statale zarista e feudale un apparato statale borghese. Lo sviluppo in Russia non ci dà quindi l’esperienza di importanza fondamentale sul modo in cui il proletariato dovrà abbattere il moderno Stato capitalista, liberale, parlamentare, che esiste da molti e molti anni e possiede la capacità di difendersi.
Date queste differenze, il fatto che la rivoluzione russa abbia confermato la nostra dottrina, il nostro programma, la nostra concezione del ruolo della classe lavoratrice nello sviluppo storico, è dal punto di vista teorico tanto più importante, in quanto la rivoluzione russa, pur in queste condizioni particolari, ha portato alla conquista del potere e alla dittatura del proletariato realizzata dal partito comunista. In ciò la teoria del marxismo rivoluzionario ha trovato la sua più grandiosa conferma storica.
Dal punto di vista ideologico, ciò è di un’importanza decisiva; ma, per quanto riguarda la tattica non è sufficiente. Noi dobbiamo sapere come si attacca e si conquista il moderno Stato borghese, uno Stato che nella lotta armata si difende ancor più efficacemente di quanto non abbia saputo difendersi l’autocrazia zarista e che, per giunta, si difende anche con l’aiuto della mobilitazione ideologica e l’educazione in senso disfattista del proletariato ad opera della borghesia. Questo problema, nella storia del partito comunista russo, non si presenta, e se si interpreta la bolscevizzazione nel senso che si possa chiedere alla rivoluzione del partito russo la soluzione di tutti i problemi di strategia della lotta rivoluzionaria, un simile concetto della bolscevizzazione è insufficiente. L’Internazionale deve costruirsi una concezione più vasta, deve trovare per i problemi strategici delle soluzioni che stanno fuori dal raggio dell’esperienza russa. Questa deve essere utilizzata in pieno, nulla in essa va respinto, bisogna sempre tenerla davanti agli occhi; ma noi abbiamo anche bisogno di elementi integrativi, tratti dall’esperienza che la classe operaia fa nell’Occidente. È questo che si deve dire, dal punto di vista storico e tattico, sulla bolscevizzazione. L’esperienza della tattica in Russia non ci ha mostrato come dobbiamo procedere nella lotta contro la democrazia borghese: essa non ci dà nessuna idea delle difficoltà e dei compiti che lo sviluppo della lotta proletaria nei nostri paesi porterà in luce.
Un altro lato del problema della bolscevizzazione è la questione della riorganizzazione del partito. Nel 1925, improvvisamente, si dichiara: L’intera organizzazione delle sezioni dell’Internazionale è sbagliata. Non si è ancora applicato l’ABC dell’organizzazione. Ci si è posti già tutti i problemi, ma non si è ancora fatto l’essenziale, cioè non si è risolto il problema della nostra organizzazione interna. Si riconosce dunque che si è marciato in una direzione completamente sbagliata. Ora io so molto bene che non si vuole limitare la parola d’ordine della bolscevizzazione ad un problema di organizzazione. Ma questo problema ha un lato organizzativo, e qui si è sottolineato il fatto che questo è il più importante. I partiti non sono organizzati come era ed è organizzato il partito bolscevico russo, perché la loro organizzazione non si basa sul principio del posto di lavoro, perché essi conservano il tipo dell’organizzazione territoriale, che sarebbe assolutamente inconciliabile con i compiti di un partito rivoluzionario, che sarebbe un tipo caratteristico dei partiti parlamentari socialdemocratici. Se si ritiene necessario trasformare in questo senso l’organizzazione dei nostri partiti, e se questa trasformazione viene presentata non come misura pratica adatta per diversi paesi in date condizioni, ma come misura generale e fondamentale per tutta l’Internazionale, come correzione di un errore di fondo, come premessa necessaria allo sviluppo dei nostri partiti in partiti veramente comunisti – allora noi non possiamo essere d’accordo. È ben strano, dopo tutto, che non se ne abbia avuto coscienza fino ad ora. Si sostiene che il passaggio alle cellule d’azienda era già contenuto nelle tesi del III Congresso. Ma allora è ben strano che si sia aspettato dal 1921 al 1925 per passare all’esecuzione.
La tesi che un partito comunista debba essere incondizionatamente costruito sulla base del posto di lavoro è teoricamente sbagliata. Secondo Marx e Lenin, in forza di un principio noto e formulato in modo ben preciso, la rivoluzione non è una questione di forma di organizzazione. Per risolvere il problema della rivoluzione non basta trovare una formula organizzativa. I problemi che ci stanno dinanzi sono problemi di forza, non di forma. I marxisti hanno sempre combattuto le scuole sindacaliste e semiutopistiche che dicevano: si raggruppi la classe in una certa organizzazione, sindacato, cooperativa ecc., e la rivoluzione sarà fatta. Oggi si dice, o almeno si conduce una campagna in questo senso: si deve erigere l’organizzazione sulla base delle cellule di azienda, e tutti i problemi della rivoluzione saranno risolti. Si aggiunge: il partito russo ha potuto fare la rivoluzione, perché era costruito su questa base.
Si dirà certo che io esagero; ma diversi compagni potranno confermare che la campagna è stata condotta in base a tesi simili. Quello che ci interessa è l’impressione che queste parole d’ordine lasciano nella classe operaia e negli iscritti al nostro partito. Per quanto riguarda il lavoro di cellula, si è suscitata l’impressione che questa sia la ricetta infallibile del vero comunismo e della rivoluzione. Ora io contesto che il partito comunista debba necessariamente essere costruito sulla base delle cellule di azienda. Nelle stesse tesi sulla organizzazione presentate da Lenin al III Congresso, è ripetutamente sottolineato il fatto che, nelle questioni di organizzazione, non può esistere una soluzione di principio valida per tutti i paesi e per tutti i tempi. Noi non contestiamo che le cellule d’azienda come base dell’organizzazione di partito abbiano dato buoni risultati nella situazione della Russia. Non voglio soffermarmi troppo a lungo su questa questione; nell’esauriente discussione prima del Congresso italiano, abbiamo già detto che in Russia, esistevano diverse cause storiche che militavano a favore dell’organizzazione su questa base.
Perché siamo del parere che la cellula di azienda in altri paesi comporti degli svantaggi in confronto alla situazione in Russia? Prima di tutto, perché gli operai organizzati nella cellula non sono mai in condizione di discutere tutte le questioni politiche. Nello stesso rapporto dell’Esecutivo dell’I.C. a questo Plenum si constata che in quasi nessun paese le cellule di azienda sono riuscite ad occuparsi di problemi politici. Si dice che si è esagerato, che si è proceduto frettolosamente nella riorganizzazione dei partiti; ma che si tratta solo di un errore pratico, secondario. Non si potrà tuttavia contestare che non è soltanto una piccolezza il fatto che il partito sia stato privato della sua organizzazione fondamentale, una organizzazione capace di discutere i problemi politici, e che la nuova organizzazione, dopo un anno di esistenza, non assolva ancora a questa sua funzione vitale. Se si arriva ad un risultato simile, non ci si trova di fronte a singoli errori, ma ad una impostazione sbagliata dell’intero problema. E questa non è una cosa da prendersi alla leggera. La questione è molto importante. Secondo noi, non è un caso che le cellule di azienda non discutano i problemi politici, perché in un paese capitalista gli operai raggruppati nella piccola e ristretta cerchia della loro azienda non hanno la possibilità di porsi di fronte a problemi generali e di collegare le rivendicazioni immediate col fine ultimo del comunismo. In una assemblea di operai interessati agli stessi piccoli problemi immediati e non appartenenti a diverse categorie professionali, si possono bensì discutere i problemi di queste rivendicazioni immediate, ma in questa assemblea non si può trovare alcuna base per una discussione sui problemi generali, sui problemi che riguardano l’intera classe lavoratrice, cioè non vi si può svolgere un lavoro politico di classe come si addice ad un partito comunista.
Ci si dirà: quello che voi chiedete, lo chiedono tutti gli elementi di destra; voi volete le organizzazioni territoriali nelle cui assemblee gli intellettuali dominano con i loro lunghi discorsi l’intera discussione. Ma questo pericolo della demagogia e dell’inganno da parte dei capi esisterà sempre, esiste da quando esiste un partito proletario; eppure né Marx né Lenin, che si sono occupati a fondo di questo problema, hanno mai pensato di risolverlo mediante un boicottaggio degli intellettuali o dei non-proletari. Hanno anzi sottolineato ripetutamente il ruolo storicamente necessario dei disertori della classe dominante nella rivoluzione. È noto che, in generale, l’opportunismo e il tradimento penetrano nel partito e nelle masse attraverso certi capi; ma la lotta contro questo pericolo deve essere condotta in altro modo. Se anche la classe operaia potesse fare a meno di intellettuali ex borghesi, non potrebbe tuttavia fare a meno dei capi, agitatori, giornalisti, ecc., e non le resterebbe altro che andarli a cercare nelle file degli operai. Ma il pericolo della corruzione e della demagogia di questi operai divenuti capi non si distingue da quello della corruzione e della demagogia degli intellettuali. In certi casi, sono stati proprio degli ex operai che hanno recitato il ruolo più sporco nel movimento operaio, è un fatto universalmente noto. E infine, il ruolo degli intellettuali è forse eliminato dall’organizzazione per cellule d’azienda come è praticata oggi? È vero il contrario. Sono gli intellettuali che, insieme con ex operai, compongono l’apparato di partito. Il ruolo di questi elementi sociali non è cambiato; anzi, è divenuto ancora più pericoloso. Se ammettiamo che questi elementi possano essere corrotti dalla loro posizione di funzionari, questa difficoltà sussiste, perché abbiamo conferito loro una posizione di gran lunga più responsabile che in passato: infatti, nelle piccole riunioni di cellula di azienda, gli operai non hanno in pratica alcuna libertà di movimento, non hanno una base sufficiente per influire sul partito con il loro istinto di classe.
Il pericolo contro il quale noi mettiamo in guardia risiede dunque non nella diminuzione dell’influenza degli intellettuali, ma, al contrario nel fatto che gli operai non si interessano che dei bisogni immediati della loro azienda e non vedono i grandi problemi dello sviluppo rivoluzionario generale della loro classe. La nuova forma di organizzazione è quindi meno adatta per la lotta di classe proletaria nel significato più serio e più vasto del termine.
In Russia, i grandi problemi generali dello sviluppo rivoluzionario, il problema dello Stato, della conquista del potere, erano in ogni momento all’ordine del giorno, perché l’apparato statale feudale e zarista era irrimediabilmente condannato e perché ogni singolo gruppo di operai era posto in ogni momento, dalla sua posizione nella vita sociale e dalla pressione amministrativa, di fronte a questi problemi. Le deviazioni opportunistiche non costituivano in Russia un problema particolare, perché mancavano le basi per una corruzione del movimento proletario ad opera dello Stato capitalista, abile come esso è nell’esercizio dell’arma delle concessioni democratiche e delle illusioni collaborazioniste.
V’è inoltre una differenza di natura pratica.
Naturalmente noi dobbiamo dare all’organizzazione del nostro partito la forma che meglio si presta a opporre resistenza alle rappresaglie. Dobbiamo proteggerci contro i tentativi della polizia di disgregare il nostro partito. In Russia, l’organizzazione per cellule di azienda era la forma più adatta a questo scopo, perché nelle strade, nelle città, nella vita pubblica, il movimento operaio era reso impossibile da misure poliziesche estremamente severe. Era quindi materialmente impossibile organizzarsi fuori dell’azienda. Solo nell’azienda gli operai potevano riunirsi per discutere, senza essere sorvegliati, i loro problemi. Inoltre, era solo nell’azienda che i problemi di classe erano posti sul terreno dell’antagonismo fra capitale e lavoro. Le piccole questioni economiche riguardanti l’azienda, per esempio il problema sollevato da Lenin delle multe, rappresentavano dal punto di vista storico, in confronto alle rivendicazioni liberali che i lavoratori e la borghesia agitavano insieme contro l’autocrazia, delle rivendicazioni progressiste; ma, in rapporto alla questione della presa del potere nella lotta contro la democrazia borghese come nuova forma di Stato, le rivendicazioni immediate proletarie sono problemi di importanza subordinata. Poiché questa questione della presa del potere poteva essere posta soltanto dopo la caduta dello zarismo, era necessario spostare il centro della lotta nell’azienda poiché l’azienda era l’unico terreno sul quale il partito proletario autonomo poteva manifestarsi.
Se in Russia la borghesia e i capitalisti erano gli alleati dello zar, erano però nello stesso tempo quelli che dovevano abbatterlo, quelli che rappresentavano la premessa della caduta del potere autocratico. Perciò non vi è stata in Russia una solidarietà così completa fra gli industriali e lo Stato, come nei moderni paesi capitalistici. In questi paesi esiste una solidarietà assoluta fra l’apparato statale e gli imprenditori; esso è il loro Stato, il loro apparato politico. Ed è l’apparato statale che si dimostra storicamente strumento del capitalismo e che crea gli organi adatti e li mette a disposizione dei datori di lavoro. Se un operaio tenta di organizzare nell’azienda altri operai, l’imprenditore ricorre alla polizia, allo spionaggio, ecc. Perciò negli Stati capitalistici moderni il lavoro di partito nelle fabbriche è molto più pericoloso. È facile alla borghesia scoprire il lavoro di partito nelle aziende. Ed è per questa ragione che noi proponiamo di spostare l’organizzazione fondamentale del partito non nelle aziende, ma fuori. Voglio qui citare solo un fatterello. In Italia, vengono oggi arruolati nuovi agenti di polizia. Le condizioni di ammissione sono molto severe. Ma a coloro che hanno una professione e possono lavorare in fabbrica è facilitato l’accesso. Ciò dimostra che la polizia cerca persone capaci di lavorare nelle diverse industrie per potersene servire allo scopo di scoprire il lavoro rivoluzionario nelle aziende.
Inoltre, abbiamo appreso che una associazione internazionale antibolscevica ha deciso di organizzarsi sulla base delle cellule per fare contrappeso al movimento comunista.
Un altro argomento. Qui è stato detto che si è manifestato un altro pericolo, il pericolo dell’aristocrazia operaia. È chiaro che questo pericolo è caratteristico di periodi in cui siamo minacciati dall’opportunismo e dal ruolo che esso mira ad esercitare nella corruzione del movimento operaio. Ma la via più semplice per l’infiltrazione dell’influenza della aristocrazia operaia nelle nostre file è senza dubbio quella dell’organizzazione basata sulle cellule di azienda, perché nell’azienda è inevitabile che predomini l’influsso dell’operaio che occupa un posto più alto nella gerarchia tecnica del lavoro.
Per tutte queste ragioni, e senza farne una questione di principio, noi chiediamo che l’organizzazione-base del partito, per ragioni politiche e tecniche, rimanga l’organizzazione territoriale.
Vogliamo forse, per questo, trascurare il lavoro di partito nelle aziende? Neghiamo noi forse che il lavoro comunista nelle aziende sia una base importante per il collegamento con le masse? assolutamente no. Il partito deve avere nella fabbrica una sua organizzazione, ma questa non deve costituire la base del partito. Devono esserci nelle fabbriche delle organizzazioni di partito che soggiacciono alla direzione politica del partito. È impossibile ottenere un collegamento con la classe operaia, se non si ha un’organizzazione nell’azienda; ma questa organizzazione deve essere la frazione comunista. Per rafforzare la mia tesi, dirò quanto segue. In Italia, ai tempi in cui non esisteva ancora il fascismo, noi abbiamo creato una tale rete di frazioni, e abbiamo considerato questa attività come la più importante per noi. In pratica, sono le frazioni comuniste nelle aziende e nei sindacati, quelle che hanno sempre risposto al compito specifico di avvicinarci alle masse. Il legame con il partito fornisce a questi organi di lavoro gli elementi politici e di classe nel senso più vasto della parola, che ricevono il loro impulso non soltanto dalla cerchia angusta della professione e della fabbrica. Siamo quindi per una rete di organizzazioni comuniste nelle fabbriche; ma, a nostro avviso, il lavoro politico deve essere svolto in organizzazioni territoriali.
Non posso qui trattenermi sulle deduzioni che, durante la discussione in Italia, si sono tratte dal nostro comportamento in questa questione. Al congresso e nelle nostre tesi, noi abbiamo svolto in modo esauriente la questione teorica della natura del partito. Si è sostenuto che il nostro punto di vista non è un punto di vista di classe; noi avremmo preteso che il partito lasciasse sviluppare ad elementi eterogenei, come per esempio gli intellettuali, una maggiore attività. Non è vero. Noi non combattiamo l’organizzazione basata esclusivamente sulle cellule di azienda perché in tal modo il partito risulterebbe composto esclusivamente di operai. Ciò che ci spaventa è il pericolo del laburismo e dell’operaismo, che è il peggiore pericolo antimarxista. Il partito è proletario perché si trova sul cammino storico della rivoluzione, della lotta per i fini ultimi ai quali soltanto la classe lavoratrice aspira. È questo che fa di un partito un partito proletario, non il criterio automatico della sua composizione sociale.
Il carattere del partito non è compromesso dalla partecipazione attiva di tutti coloro che partecipano al suo lavoro, che accettano la sua dottrina e vogliono lottare per i fini della classe operaia.
Tutto ciò che si può dire su questo terreno a favore delle cellule di azienda è volgare demagogia, che poggia bensì sulla parola d’ordine della bolscevizzazione, ma ci porta direttamente a rinnegare la lotta del marxismo e del leninismo contro le banali concezioni meccaniche e disfattiste dell’opportunismo e del menscevismo.
[Contro il terrorismo ideologico all’interno del Partito]
E vengo a un altro aspetto della bolscevizzazione: quello del regime interno vigente nel partito e nell’Internazionale comunista.
Si è fatta qui una nuova scoperta: quello che manca a tutte le sezioni è la ferrea disciplina bolscevica, di cui ci dà esempio il partito russo. Si emana un divieto assoluto delle frazioni e si statuisce l’obbligo per tutti i militanti, qualunque sia la loro opinione, di partecipare al lavoro comune. Io sono dell’avviso che, anche in questo campo, la questione della bolscevizzazione sia stata posta in modo molto demagogico.
Quando si pone il problema nella forma: Si può concedere a x o y di costituire una frazione?, ogni comunista risponderà di no. Ma il problema non può essere posto in questa forma. Esistono già dei risultati che provano come i metodi ai quali si è ricorsi non giovano né al partito né all’Internazionale. Questa questione della disciplina interna e delle frazioni va posta, dal punto di vista marxista, in un modo molto diverso e molto più complesso. Ci si chiede: Che cosa volete? Forse che il partito assomigli a un parlamento in cui ciascuno ha il diritto democratico di lottare per il potere e di conquistare la maggioranza? Ma porre così la questione è sbagliato; posta così, non è possibile che una risposta: Naturalmente, noi siamo contro un sistema così ridicolo, è un fatto che noi dobbiamo avere un partito assolutamente omogeneo, senza divergenze di idee e senza raggruppamenti diversi nel suo seno. Ma questo non è un dogma, non è un principio a priori; è un fine per il quale si deve e si può combattere nel corso dello sviluppo che porta alla formazione di un vero partito comunista, alla condizione che tutte le questioni ideologiche, tattiche ed organizzative siano poste e risolte correttamente.
All’interno della classe operaia, le azioni e le iniziative nella lotta di classe sono determinate dai rapporti economici in cui i diversi raggruppamenti vivono. Al partito politico spetta il compito di affasciare e unificare tutto ciò che queste azioni hanno di comune dal punto di vista degli obiettivi rivoluzionari del proletariato in tutto il mondo. L’unità al suo interno, la cessazione delle divergenze, la scomparsa delle lotte di frazione, dimostreranno che esso è sulla via migliore per assolvere il suo compito nel modo giusto. Ma quando delle divergenze insorgono, ciò significa che la politica del partito è caduta in errori, che esso non possiede la capacità di combattere vittoriosamente quelle tendenze deviazionistiche del movimento operaio che, in dati svolti della situazione generale, sogliono prodursi. Quando si verificano casi di indisciplina, essi rappresentano un sintomo che il partito non ha ancora raggiunto tale capacità. La disciplina è quindi un punto di arrivo, non un punto di partenza, non una piattaforma che si possa ritenere incrollabile. Ciò si ricollega, del resto, al carattere volontario della adesione alla nostra organizzazione di partito. Non è dunque in una specie di codice penale del partito che si può cercare un rimedio ai casi frequenti di indisciplina.
Ora, negli ultimi tempi si è instaurato nei nostri partiti un regime di terrore, una specie di sport che consiste nell’intervenire, punire, reprimere, annientare, e questo con un gusto tutto particolare come se si trattasse dell’ideale di vita del partito. Gli eroi di queste brillanti operazioni sembrano addirittura credere che esse siano una prova di capacità ed energia rivoluzionaria. Io invece ritengo che i veri, i buoni rivoluzionari siano, in generale, quei compagni che di tali misure di eccezione formano oggetto e che le sopportano pazientemente per non buttare all’aria il partito. Penso che questo dispendio di energie, questo sport, questa lotta all’interno del partito, non abbiano nulla a che vedere col lavoro rivoluzionario che dobbiamo compiere. Verrà giorno che si tratterà di colpire e annientare il capitalismo: è su questo terreno che il nostro partito darà la prova della sua energia rivoluzionaria. Non vogliamo nel partito nessuna anarchia, ma non vogliamo neppure un regime di rappresaglie permanenti, che non è se non la negazione della sua unità e compattezza.
Oggi il punto di vista ufficiale è il seguente: la Centrale attuale è eterna, essa può fare tutto ciò che vuole perché, quando prende provvedimenti contro chi le resiste, quando sventa intrighi e sbaraglia opposizioni, ha sempre ragione. Ma il merito non consiste nello schiacciare le rivolte; l’importante è che non si verifichino rivolte. L’unità del partito si riconosce dai risultati ottenuti, non da un regime di minacce e di terrore. Che nei nostri statuti siano necessarie delle sanzioni, è chiaro: ma esse vanno applicate solo in casi eccezionali e non devono assurgere a procedimenti normali e permanenti all’interno del partito. Quando vi sono elementi che lasciano palesemente il cammino comune, è chiaro che bisogna prendere delle misure contro di essi. Ma, quando in una società il ricorso al codice penale diventa la regola ciò significa che quella società non è delle più perfette. Le sanzioni devono colpire i casi di eccezione, non diventare la norma, un genere di sport, l’ideale dei dirigenti del partito. Ecco che cosa bisogna cambiare se vogliamo costruire un blocco solido nel vero senso del termine.
Le tesi qui presentate contengono dei buoni spunti in materia. Ci si propone di concedere un po’ più di libertà. Forse è un po’ tardi. Forse si pensa di poter concedere un po’ più di libertà ai “vinti” che non possono più rialzarsi.
Ma lasciamo le tesi e consideriamo i fatti. Si è sempre detto che i nostri partiti devono essere costruiti sulla base del centralismo democratico. Forse sarebbe bene cercare, al posto di democrazia, un’altra espressione; comunque, tale è la formula di Lenin. Come si realizza il centralismo democratico? Mediante l’eleggibilità dei compagni, la consultazione della massa del partito per la soluzione di determinati problemi. Naturalmente, per un partito rivoluzionario, una regola simile può comportare delle eccezioni. È opportuno per il regime di partito che, a volte, una Centrale dica: Compagni, di norma il partito dovrebbe consultarvi; ma poiché la lotta contro il nemico attraversa un momento pericoloso, poiché non c’è un minuto da perdere, noi agiamo senza consultarvi. Ma quello che è pericoloso è di suscitare l’apparenza di una consultazione quando invece si tratta di procedere dall’alto; di sfruttare la circostanza che la Centrale tiene in pugno l’intero apparato e la stampa del partito. In Italia abbiamo detto che riconosciamo la dittatura, ma odiamo questi metodi alla Giolitti. Non è infatti la democrazia borghese un mezzo d’inganno? Ed è forse questa la democrazia che vi proponete di concederci e di realizzare nel partito? Sarebbe allora preferibile una dittatura che avesse il coraggio di non mettersi una maschera ipocrita. O si introduce nel partito una vera forma democratica, cioè una democrazia che permetta alla Centrale di utilizzare al modo giusto l’apparato, o sarà inevitabile che, soprattutto fra gli operai, si diffondano stati d’animo di insoddisfazione e di malessere.
Abbiamo bisogno di un regime interno più sano. È assolutamente necessario dare al partito la possibilità di formarsi un’opinione e di esprimerla e sostenerla con franchezza. Al congresso del partito italiano ho detto che l’errore è stato di non fare, all’interno del partito, una chiara distinzione fra agitazione e propaganda. L’agitazione viene condotta fra una grande massa di persone per chiarire un certo numero di idee molto semplici; la propaganda, invece, tocca uno strato relativamente ristretto di compagni ai quali si illustra un numero maggiore di idee complesse. L’errore in cui si è incorsi è di limitarsi all’agitazione entro il partito; di considerare la massa degli iscritti come, in principio, dei minorati; di trattarli come elementi che si possono mettere in moto, non come un fattore operante di lavoro comune. Un’agitazione in base a formule imparate a memoria è fino a un certo punto concepibile quando si tratta di ottenere i più grandi effetti con il minimo dispendio di forza, quando si vuole mettere in movimento grandi masse dove il fattore della volontà e della coscienza gioca solo un ruolo secondario. Ma, nel partito, le cose stanno in tutt’altro modo. Noi chiediamo che, nel suo seno, questi metodi di agitazione abbiano fine. Il partito deve riunire intorno a sé quella parte della classe operaia che possiede e in cui prevale la coscienza di classe – a meno che voi non propugniate appunto quella teoria degli eletti che un tempo servì di accusa (e accusa infondata) contro di noi. Bisogna che la massa degli iscritti al partito elabori una coscienza politica collettiva, che studi a fondo i problemi di fronte ai quali il partito comunista si trova. In questo senso, è della massima urgenza cambiare il regime interno del partito.
E vengo alle frazioni. A mio parere, la questione delle frazioni non va posta dal punto di vista della morale, dal punto di vista del codice penale. V’è nella storia un solo esempio che un compagno abbia organizzato una frazione per divertirsi? No, un caso simile non è mai avvenuto. V’è un solo esempio nella storia che l’opportunismo si sia infiltrato nel partito per via di una frazione, che l’organizzazione di frazioni sia servita di base alla mobilitazione della classe operaia e il partito rivoluzionario si sia salvato grazie all’intervento degli uccisori delle frazioni? No, l’esperienza prova che l’opportunismo penetra nelle nostre file sempre dietro la maschera dell’unità. È nel suo interesse di influenzare la massa più grande possibile, ed è quindi dietro lo schermo dell’unità che esso avanza le sue proposte insidiose. La storia delle frazioni mostra, in generale, che esse non fanno onore ai partiti entro i quali esse si formano, ma fanno onore ai compagni che le creano. La storia delle frazioni è la storia di Lenin; è la storia non degli attentati all’esistenza dei partiti rivoluzionari, ma della loro cristallizzazione e della loro difesa contro le influenze opportunistiche.
Quando si cerca di organizzare una frazione, per poter dire che si tratta, direttamente o indirettamente, di una manovra borghese per infiltrarsi nel partito bisogna averne le prove. Io non credo che, in generale, questa manovra prenda una simile forma. Al congresso del partito italiano, la questione è stata posta da noi in rapporto alla sinistra del nostro partito. Tutti conosciamo la storia dell’opportunismo. Quando un gruppo diventa il rappresentante di influenze borghesi in seno a un partito proletario? In genere, gruppi simili hanno trovato un fertile terreno tra i funzionari sindacali o i rappresentanti del partito in parlamento, ovvero fra compagni che, nelle questioni di strategia e di tattica del partito, si facevano i portavoce della collaborazione di classe, dell’alleanza con altri schieramenti sociali e politici. Prima di parlare di frazioni che devono essere schiacciate, bisognerebbe almeno poter fornire la prova che esse sono in collegamento con la borghesia o con circoli e ambienti borghesi o che poggiano sulla base di rapporti personali con essi. Se questa analisi non è possibile, allora bisogna cercare le cause storiche dell’origine della frazione, invece di condannarla a priori.
La genesi di una frazione indica che c’è nel partito qualcosa che non va. Per rimediare al male bisogna risalire alle cause storiche che l’hanno prodotto, che hanno determinato la nascita della frazione o la tendenza a costituirla; e queste cause risiedono in errori ideologici e politici del partito. Le frazioni non sono la malattia, sono un sintomo e, se si vuole combattere l’organismo malato, bisogna non già combattere i sintomi, ma cercare di stabilire le cause del male. D’altronde, nella maggioranza dei casi, ci si trova di fronte a gruppi di compagni che non hanno affatto cercato di creare una organizzazione a se stante o che di simile; a punti di vista, a tendenze, che cercavano di farsi strada per la via del normale, regolare e collettivo lavoro di partito. Col metodo della caccia alle frazioni, delle campagne scandalistiche, della sorveglianza poliziesca e della diffidenza verso i compagni – metodo che costituisce in realtà il peggior frazionismo dilagante negli strati superiori del partito – si sono soltanto peggiorate le condizioni del nostro movimento e si è spinto ogni critica obiettiva sulla via del frazionismo.
Non è con questi metodi che si può creare l’unità nel partito: con essi si instaura soltanto un regime che lo rende inetto ed impotente. È assolutamente necessaria una trasformazione radicale nei metodi di lavoro. Le conseguenze, in caso contrario, saranno di una gravità estrema.
Ce ne offre un esempio la crisi del partito francese. Come si è proceduto, nel partito francese, contro le frazioni? Malissimo – per esempio nella questione della nascente frazione sindacalista. Compagni espulsi dal partito sono tornati ai loro antichi amori, e pubblicano un giornale in cui svolgono le loro idee. Che sbaglino è chiaro. Ma le cause di questa grave deviazione ideologica non vanno cercate nei capricci dei ragazzacci Rosmer e Monatte: sono piuttosto da cercare negli errori del partito francese e di tutta l’Internazionale.
Scesi in lotta sul terreno ideologico contro gli errori sindacalisti, noi siamo riusciti a strappare larghi strati operai all’influsso di elementi sindacalisti e anarchici. Ora queste concezioni riaffiorano. Perché? Anche perché il regime interno del partito, il suo esagerato machiavellismo, ha fatto alla classe operaia una cattiva impressione e reso possibile il risorgere di quelle teorie, come pure del preconcetto che il partito politico sia in sé qualcosa di sporco e che solo la lotta economica possa salvare la classe proletaria. Questi errori di fondo minacciano di riapparire nel proletariato perché l’Internazionale e i partiti comunisti non hanno saputo dimostrare coi fatti e con dichiarazioni teoriche semplici quale differenza essenziale esista fra una politica in senso rivoluzionario e leninista e la politica dei vecchi partiti socialdemocratici, la cui degenerazione prima della guerra aveva provocato come reazione il sindacalismo.
Se nel proletariato francese le vecchie teorie dell’azione economica e dell’opposizione ad ogni attività politica hanno potuto registrare alcuni successi, lo si deve al fatto che, nella linea politica del partito comunista, si è lasciato che si commettesse tutta una serie di errori.
Semard: – Voi dite che le frazioni hanno le loro cause negli errori della direzione del partito. Ma la frazione di destra in Francia si è formata proprio nel momento in cui la Centrale riconosceva e correggeva i suoi errori.
Relatore: – Compagno Semard, se volete presentarvi al Buon Dio con il solo merito di aver riconosciuto i vostri errori, avrete fatto troppo poco per la salvezza della vostra anima.
Io credo, compagni, che sia necessario dimostrare con la nostra strategia e con la nostra tattica proletaria gli errori che questi elementi anarco-sindacalisti commettono. Nella classe operaia si è ora creata l’impressione che nel partito comunista vi siano le stesse deficienze che negli altri partiti politici, ed è perciò che essa nutre una certa diffidenza verso il nostro partito. Questa diffidenza ha origine nei metodi e nelle manovre che trovano impiego nelle nostre file. Si direbbe che noi agiamo non solo verso il mondo esterno, ma anche nella vita politica interna di partito come se la buona “politica” fosse un’arte, una tecnica comune a tutti i partiti. Come se si lavorasse avendo in tasca un prontuario machiavellico di abilità politica. Ma il partito della classe operaia ha il compito di introdurre una nuova forma di politica, che non ha nulla in comune con i metodi bassi ed insidiosi del parlamentarismo borghese. Se non si dimostra questo al proletariato, non riusciremo mai a guadagnare su di esso un’influenza utile e vigorosa e gli anarco-sindacalisti avranno partita vinta.
Quanto alla frazione di destra in Francia, non esito a dire che la considero in generale come un fenomeno sano e non come una prova di infiltrazione nel partito di elementi piccolo-borghesi. La teoria e la tattica che essa propugna sono sbagliate, ma essa è in parte un’utilissima reazione agli errori politici e al cattivo regime della direzione del partito. Ma la responsabilità di questi errori non ricade unicamente sulla centrale del partito francese. È la linea generale dell’Internazionale che provoca la costituzione di frazioni. Certo, nella questione del fronte unico, io sono in antitesi completa con il punto di vista della destra francese, ma ritengo che sia giusto quando si dice che i deliberati del V Congresso non sono affatto chiari, che sono del tutto insoddisfacenti. Da un lato, in molti casi si ammette il fronte unico dall’alto; dall’altro si aggiunge che la socialdemocrazia è l’ala sinistra della borghesia e che bisogna porsi l’obiettivo di smascherarne i capi. È questa, una posizione insostenibile. Gli operai francesi sono stanchi di un’applicazione del fronte unico quale è stata praticata in Francia. Naturalmente, diversi capi dell’opposizione francese sono su una strada sbagliata e diametralmente opposta alla via veramente rivoluzionaria quando tirano le loro conclusioni nel senso di un fronte unico “leale” e di una coalizione con la socialdemocrazia.
E’ ovvio che, se si limita il problema delle destre alla domanda se sia lecito collaborare ad una rivista che è fuori del controllo del partito, la risposta non può essere che una. Ma non è questo il modo di uscirne. Bisogna cercare di correggere gli errori e di sottoporre ad esame coscienzioso la linea politica del partito francese e, in molte questioni, anche dell’Internazionale. Non si risolve il problema applicando contro l’opposizione, contro Lariot ecc., le regole di un piccolo catechismo sul comportamento personale. Per correggere gli errori non basta tagliar delle teste; bisogna anche cercar di scoprire gli errori di partenza che causano e favoriscono la formazione delle frazioni.
Ci si dice: per trovare gli errori nella nostra macchina della bolscevizzazione c’è l’Internazionale; è la maggioranza dell’Internazionale che deve intervenire quando una centrale di partito incorre in gravi errori; è questa la garanzia contro le deviazioni in seno alle sezioni nazionali. Ma, nella pratica, questo sistema è fallito. La Germania ci offre un esempio di questo genere di intervento dell’Internazionale. La centrale del KPD era diventata onnipotente e rendeva impossibile ogni opposizione nel partito: eppure c’è stato qualcuno al di sopra di essa che, ad un certo punto, ha condannato tutti i delitti e gli errori commessi da questa centrale: l’Esecutivo di Mosca con la sua Lettera aperta. È un buon metodo, questo? No, certo che non lo è. Quali riflessi ha una simile azione? Ne abbiamo avuto un esempio noi, in Italia, durante la discussione per il congresso del partito. Un buon compagno, letteralmente ortodosso, viene delegato al congresso del partito tedesco. Vede che tutto va a meraviglia, che la schiacciante maggioranza vota per le tesi dell’Internazionale, e che la nuova centrale è eletta in pieno accordo con l’eccezione di una minoranza trascurabile. Il delegato italiano torna e presenta un rapporto molto favorevole al partito tedesco. Scrive un articolo in cui lo raffigura, agli occhi dei compagni italiani della sinistra, come un modello di partito bolscevico. Può darsi che, in seguito a ciò, diversi compagni della nostra opposizione siano divenuti partigiani della bolscevizzazione. Sennonchè, due settimane dopo, arriva la Lettera aperta dell’Esecutivo… Vi si dichiara che la vita interna del partito tedesco è pessima, che vi esiste una dittatura, che l’intera tattica è completamente sbagliata, che si sono commessi gravi errori, che sono avvenute forti deviazioni, che l’ideologia non è leninista. Si dimentica che, al V Congresso, la sinistra tedesca era stata proclamata come la Centrale più completamente bolscevica, e la si ribalta senza pietà applicando ad essa gli stessi metodi che prima si erano usati nei confronti della destra. Al V Congresso la parola d’ordine era: “È tutta colpa di Brandler!”; ora si dice: “È tutta colpa di Ruth Fischer!”. Io sostengo che in questo modo non ci si può attirare la simpatia della classe operaia. Non si può dire che la colpa degli errori commessi sia di un paio di compagni. L’Internazionale era pur lì a seguire lo sviluppo degli avvenimenti, ed essa non poteva né doveva ignorare sia le capacità dei dirigenti, sia le loro azioni politiche. Adesso si dirà che io difendo la sinistra tedesca come, al V Congresso, si disse che difendevo la destra. Ma io non solidarizzo politicamente né con l’una né con l’altra; sono soltanto dell’avviso che, in entrambi i casi, l’Internazionale deve assumersi la responsabilità degli errori commessi; l’Internazionale che aveva pienamente solidarizzato con questi gruppi, che li aveva presentati come la direzione migliore, che aveva affidato loro il partito.
L’intervento dell’Esecutivo dell’I.C. contro le centrali di partito è stato dunque, in vario modo, poco felice. La questione è: Come lavora l’Internazionale, quali sono i suoi rapporti con le sezioni nazionali, e come vengono eletti i suoi organi direttivi?
Già nell’ultimo Congresso ho criticato i nostri metodi di lavoro. Nei nostri organi superiori e nei nostri congressi manca una collaborazione collettiva. L’organo supremo sembra qualcosa di estraneo alle sezioni, che discute con esse e sceglie in mezzo a ciascuna una frazione cui dà il suo appoggio. Questo centro è, in ogni questione, appoggiato da tutte le sezioni rimanenti, che sperano così di assicurarsi un trattamento migliore quando verrà il loro turno. A volte quelli che si mettono sul piano di questo “mercato delle vacche” sono addirittura dei gruppi puramente personali di leader.
Ci si dice: la direzione internazionale ci è fornita dall’egemonia del partito russo, perché è esso che ha fatto la rivoluzione, perché è in questo partito che si trova la sede dell’Internazionale; è quindi giusto che si attribuisca un’importanza determinante alle risoluzioni ispirate dal partito russo. Ma qui sorge il problema: come vengono risolte dal partito russo le questioni internazionali? È la domanda che tutti abbiamo il diritto di fare.
Dopo gli ultimi avvenimenti, dopo l’ultima discussione, questo punto di appoggio dell’intero sistema non è più sufficiente. Nell’ultima discussione del partito russo, abbiamo visto compagni che si appellavano alla stessa conoscenza del leninismo, che avevano lo stesso indiscutibile diritto di parlare in nome della tradizione rivoluzionaria bolscevica, discutere fra loro, e in questo processo servirsi l’uno contro l’altro di citazioni da Lenin e interpretare a suo favore l’esperienza russa. Senza entrare nel merito della discussione, voglio stabilire questo fatto incontrovertibile.
Chi, in questa situazione, deciderà in ultima istanza sui problemi internazionali? Non si può rispondere: la vecchia guardia bolscevica, perché in pratica questa risposta lascia insolute le questioni. È questo il primo punto di appoggio del sistema che si sottrae alla nostra indagine obiettiva. Ma ne consegue che la soluzione dev’essere completamente diversa. Noi possiamo paragonare la nostra organizzazione internazionale ad una piramide. Questa piramide deve avere un vertice, e linee rette che tendano verso questo vertice. È così che si producono l’unità e la necessaria centralizzazione. Ma oggi, a causa della nostra tattica, questa piramide poggia pericolosamente sul suo vertice. Bisogna quindi capovolgerla; ciò che ora è sotto deve diventare sopra, bisogna mettere la piramide sulla sua base affinché stia in equilibrio. La conclusione ultima alla quale giungiamo nella questione della bolscevizzazione è dunque che non si tratta di introdurre semplici modificazioni d’ordine secondario, ma che l’intero sistema va modificato da cima a fondo.
Fatto così il bilancio dell’azione passata dell’Internazionale, passo all’esame della situazione attuale e dei compiti del futuro. Noi siamo tutti d’accordo su ciò che è stato detto in generale circa la stabilizzazione; non è dunque necessario ritornarvi sopra. La decomposizione del capitalismo si trova ora in una fase meno acuta. La congiuntura ha subìto, nel quadro della crisi generale del capitalismo, alcune oscillazioni. Abbiamo sempre davanti a noi la prospettiva del crollo finale del capitalismo, ma nel porre la questione della prospettiva, si commette, a mio parere, un errore di valutazione. Ci sono diversi modi di affrontare il problema della prospettiva. Il compagno Zinoviev ci ha ricordato qui delle cose molto utili quando ha parlato della doppia prospettiva di Lenin.
Se noi fossimo una società scientifica per lo studio degli avvenimenti sociali, potremmo giungere a conclusioni più o meno ottimistiche senza approfondire ulteriormente i dati di fatto. Ma una prospettiva puramente scientifica non basta per un partito rivoluzionario che partecipa a tutti gli avvenimenti, che è esso stesso uno dei loro fattori e che non può esprimere in modo metafisico la sua funzione: da un lato nella conoscenza esatta dei fenomeni e della sua funzione in essi, dall’altro nella volontà e nell’azione. Perciò il nostro partito deve sempre rimanere legato direttamente ai suoi fini ultimi. Anche quando il giudizio scientifico ci costringe a trarre conclusioni pessimistiche è necessario per noi avere sempre davanti agli occhi la prospettiva rivoluzionaria. Non è una banale questione di errore scientifico il fatto che Marx si aspettò la rivoluzione nel 1848, 1859 e 1870, e che Lenin, dopo il 1901, la profetizzò per il 1907, cioè dieci anni prima del suo trionfo. Ciò prova al contrario, l’acume di visione rivoluzionaria di questi grandi capi. Non si tratta neppure della esagerazione infantile per cui si sente sempre battere la rivoluzione alla porta; si tratta della vera capacità rivoluzionaria, che rimane intatta malgrado tutte le difficoltà dello sviluppo storico. La questione della prospettiva riveste per i nostri partiti un interesse enorme; bisognerebbe sapere andarle a fondo. Ora ritengo insufficiente che si dica: la congiuntura si è modificata in un certo senso a noi sfavorevole; non abbiamo più la situazione del 1920, e ciò spiega e giustifica la crisi interna in diverse sezioni e nell’Internazionale. No, questo può aiutarci a spiegare le cause di certi errori ma non li giustifica. Dal punto di vista politico, esso non ci basta. Noi non possiamo, non dobbiamo rassegnarci a considerare immodificabile l’attuale regime difettoso nei nostri partiti perché la congiuntura esterna ci è sfavorevole. La questione, così è posta male. È chiaro che, se il nostro partito è un fattore degli avvenimenti, è però nello stesso tempo un loro prodotto; anche se ci riesce di realizzare un partito mondiale veramente rivoluzionario. Ora, in quale senso gli avvenimenti si riflettono in questo partito? Nel senso che il numero dei nostri iscritti aumenta e la nostra influenza sulle masse cresce quando la crisi del capitalismo genera una situazione a noi favorevole. Se invece, in un certo momento, la congiuntura ci diventa sfavorevole, è possibile che le nostre forze si riducano numericamente; ma noi non dobbiamo permettere che la nostra ideologia ne soffra; non solo la nostra tradizione e la nostra organizzazione, ma anche la nostra linea politica deve rimanere intatta.
Se noi crediamo che, per preparare i partiti al loro compito rivoluzionario, dobbiamo sfruttare la situazione di crisi progredente del capitalismo, ci creeremmo uno schema di prospettive completamente sbagliate, perché allora riterremmo necessario per il consolidamento del nostro partito un periodo di lunga e progressiva crisi del capitalismo, e in questo caso la situazione economica dovrebbe farci il piacere di rimanere ulteriormente rivoluzionaria affinché noi possiamo passare all’azione. Se, dopo un periodo di congiuntura incerta, la crisi improvvisamente si acuisce, noi saremo incapaci di sfruttarla, perché, a causa di questo modo sbagliato di vedere le cose, i nostri partiti si troveranno inevitabilmente, in uno stato di smarrimento e di impotenza. Ciò prova che non si sa mettere a profitto l’esperienza dell’opportunismo nella II Internazionale. Non si può negare che, prima della guerra mondiale, vi è stato un periodo di fioritura del capitalismo e che questo godeva di una congiuntura favorevole. Ma, se ciò spiega in un certo senso la decomposizione opportunistica della II Internazionale non giustifica l’opportunismo. Noi abbiamo combattuto questa idea e ci siamo rifiutati di credere che l’opportunismo fosse un fatto necessario e storicamente imposto dagli avvenimenti. Abbiamo sostenuto la tesi che il movimento doveva resistervi, e la sinistra marxista ha combattuto l’opportunismo ancora prima del 1914 invocando la costituzione di partiti proletari sani e rivoluzionari.
La questione va dunque posta in altro modo. Anche se la congiuntura e le prospettive ci sono sfavorevoli o relativamente sfavorevoli, non si devono accettare rassegnatamente le deviazioni opportunistiche e giustificarle con il pretesto che le loro cause vanno cercate nella situazione obiettiva. E se, malgrado tutto, una crisi interna si verifica, le sue cause e i mezzi per sanarla devono essere cercati altrove, cioè nel lavoro e nella linea politica del partito, che non sono state oggi quali avrebbero dovuto essere. Ciò si riferisce anche alla questione dei capi, che il compagno Trotski solleva nella prefazione al suo libro “1917”, nella sua analisi delle cause delle nostre sconfitte e con la cui soluzione io solidarizzo pienamente. Trotski non parla dei capi nel senso che noi abbiamo bisogno di uomini delegati a questo scopo dal cielo. No, egli pone il problema ben diversamente. Anche i capi sono un prodotto dell’attività del partito, dei metodi di lavoro del partito e della fiducia che il partito ha saputo attirarsi. Se il partito, malgrado la situazione variabile e spesso sfavorevole, segue la linea rivoluzionaria e combatte le deviazioni opportunistiche, la selezione dei capi, la formazione di uno stato maggiore avvengono in modo favorevole, e nel periodo della lotta finale noi riusciremo non certo ad avere sempre un Lenin, ma una direzione solida e coraggiosa – cosa che oggi, nello stato attuale delle nostre organizzazioni, si può ben poco sperare.
[Contro il fronte unico con la sinistra borghese]
Vi è pure un altro schema di prospettive che va combattuto e di cui dobbiamo occuparci nel passaggio da un’analisi puramente economica all’analisi delle forze sociali e politiche. In generale, si è dell’avviso che si debba ritenere favorevole per la nostra lotta la situazione data da un governo di sinistra piccolo borghese. Questo schema errato è prima di tutto in contraddizione col primo, perché generalmente, in un periodo di crisi economica la borghesia sceglie un governo di partiti di destra per poter condurre un’offensiva reazionaria, cioè le condizioni oggettive ridiventano per noi sfavorevoli. Per giungere ad una soluzione marxista del problema, è necessario abbandonare questi luoghi comuni.
Non è giusto, in generale, che un governo della sinistra borghese ci sia sempre favorevole; casomai può essere il contrario. Gli esempi storici ci mostrano come sia stolto immaginarsi che, per facilitarci il compito, debba costituirsi un governo delle cosiddette classi medie, con un programma liberale che ci permetta di organizzare la lotta contro un apparato statale indebolito.
Anche qui ci troviamo di fronte all’influenza di un’interpretazione sbagliata dell’esperienza russa. Nella rivoluzione di febbraio 1917, caduto l’apparato statale precedente, si è costituito un governo poggiante sui partiti della borghesia e piccola borghesia liberale. Ma non è sorto un solido apparato statale che sostituisse alla autocrazia zarista il dominio economico del capitale e una moderna rappresentanza parlamentare. Prima che un tale apparato potesse organizzarsi, il proletariato diretto dal partito comunista è riuscito ad attaccare il governo con successo e prendere il potere. Ora, si potrebbe credere che le cose seguiranno in altri paesi lo stesso corso, che un bel giorno il governo passerà dalle mani dei partiti borghesi in quelle dei partiti intermedi, che in tale modo l’apparato statale si indebolisca e che, di conseguenza, debba riuscire facile al proletariato di abbatterlo. Ma questa prospettiva semplificata è completamente falsa. Come si presenta la situazione negli altri paesi? Si può paragonare un cambiamento di governo, mediante il quale un governo di sinistra prenda il posto di un governo di destra (per esempio il cartello delle sinistre in Francia invece del blocco nazionale), con un cambiamento storico delle fondamenta dello Stato? È possibile che il proletariato sfrutti questo periodo per rafforzare le sue posizioni. Ma, se abbiamo a che fare col puro e semplice passaggio da un governo di destra ad un governo di sinistra, allora la situazione, favorevole al comunismo, di uno sfacelo generale dell’apparato statale non è presente. Disponiamo di esempi storici concreti a riprova del preteso sviluppo in base al quale un governo di sinistra spianerebbe la strada alla rivoluzione proletaria? No, non ne disponiamo.
Nel 1919, in Germania, una sinistra borghese salì al governo. Vi fu anzi un’epoca in cui era al potere la socialdemocrazia. Malgrado la sconfitta militare della Germania, malgrado la gravissima crisi, l’apparato statale non subì nessuna trasformazione sostanziale che facilitasse al proletariato la vittoria, e non solo la rivoluzione comunista è fallita, ma i socialdemocratici si sono dimostrati i suoi carnefici.
Se con la nostra tattica avremo contribuito alla ascesa al potere di un governo di sinistra, si avrà allora una situazione a noi favorevole? No, assolutamente no. È una concezione menscevica quella secondo cui le classi medie possono creare un apparato statale diverso da quello della borghesia, e che si possa considerare questo periodo come una fase di trapasso verso la conquista del potere ad opera del proletariato.
Certi partiti della borghesia hanno un programma e pongono rivendicazioni che mirano allo scopo di conquistare le classi medie. In generale, ci troviamo qui di fronte non al passaggio del potere da un gruppo sociale all’altro ma solo ad un nuovo metodo di lotta della borghesia contro di noi; e quando un simile cambiamento avviene noi non possiamo dire che esso sia il momento più favorevole per il nostro intervento. Noi possiamo sfruttarlo, certo, ma solo alla condizione che le nostre prese di posizione precedenti siano state assolutamente chiare e che non abbiamo invocato un governo di sinistra.
Per esempio: in Italia, il fascismo deve essere considerato come una vittoria della destra borghese sulla sinistra borghese? NO, il fascismo è qualcosa di più: è la sintesi di due mezzi di difesa della classe borghese. Gli ultimi provvedimenti del governo fascista hanno provato che la composizione sociale piccolo-borghese e semi-borghese del fascismo non lo rende meno un agente diretto del capitalismo. Come organizzazione di massa (l’organizzazione fascista conta un milione di iscritti) esso cerca – mentre nello stesso tempo regna la più rabbiosa reazione contro tutti gli avversari che osano attaccare l’apparato statale – di realizzare la mobilitazione di grandi masse con l’aiuto di metodi socialdemocratici.
Il fascismo ha su questo terreno subìto delle sconfitte. Ciò conferma la nostra visione della lotta fra le classi. Ma ciò che ne risulta in piena luce è l’assoluta impotenza delle classi medie. Negli ultimi anni esse hanno compiuto tre evoluzioni: nel 1919/20, affluivano in massa alle nostre riunioni e comizi rivoluzionari; nel 1921-22, fornivano i quadri delle camicie nere; nel 1924, dopo il delitto Matteotti, passarono all’opposizione, oggi si schierano di nuovo con il fascismo. Esse stanno sempre dalla parte del più forte.
Va segnalato un altro fatto. Nei programmi di quasi tutti i partiti e i governi di sinistra si trova il principio che, sebbene si debbano dare a tutti le fondamentali “garanzie” liberali, è necessario fare un’eccezione per quei partiti che perseguono lo scopo di abbattere le istituzioni statali, cioè per i partiti comunisti.
La falsa prospettiva dei vantaggi che può dare a noi un governo di sinistra corrisponde alla supposizione che le classi medie siano capaci di trovare una soluzione indipendente del problema del potere. A mio avviso, la cosiddetta nuova tattica che si è impiegata in Germania e in Francia, e in base alla quale in Italia il partito comunista ha fatto all’opposizione antifascista dell’Aventino la proposta dell’antiparlamento, poggia su un grave errore. Non posso capire come un partito così ricco di tradizioni rivoluzionarie come il nostro partito tedesco possa prendere sul serio il rimprovero socialdemocratico che, avanzando una candidatura propria, esso faccia il gioco di Hindenburg. In generale, il piano della borghesia per la mobilitazione controrivoluzionaria delle masse consiste nel mettere un dualismo politico e storico al posto del contrasto di classe fra borghesia e proletariato, mentre il partito comunista insiste appunto su questo dualismo di classe non perché esso sia l’unico dualismo possibile nella prospettiva sociale e sul terreno dei cambiamenti di potere parlamentare, ma perché è l’unico dualismo storicamente capace di portare all’abbattimento rivoluzionario dell’apparato statale di classe e alla formazione di un nuovo Stato. Ora, questo dualismo noi possiamo portarlo alla coscienza delle grandi masse non con dichiarazioni ideologiche e con una propaganda astratta, ma con il linguaggio dei nostri atti e con la chiarezza della nostra concezione politica. Quando in Italia si propose agli antifascisti borghesi di costituirsi in un antiparlamento al quale partecipassero i comunisti, anche se nella nostra stampa si scriveva che non si poteva avere assolutamente alcuna fiducia in quei partiti, anche se si pretendeva con questo mezzo di smascherarli, si è contribuito in pratica a far sì che le grandi masse si attendessero il crollo del fascismo dai partiti dell’Aventino, e credessero possibile una lotta rivoluzionaria e la formazione di un anti-Stato non su una base di classe, ma sulla base della collaborazione con elementi piccolo-borghesi e perfino con gruppi capitalistici. Con questa manovra, non si è riusciti a riunire grandi masse sul fronte di classe. L’intera “nuova tattica” non solo non si basa sui deliberati del V Congresso, ma, a mio parere, è in contraddizione con i principi e il programma del comunismo.
[La degenerazione incombente]
Quali sono i nostri compiti per l’avvenire? Questa assemblea non potrebbe occuparsi seriamente di questo problema senza porsi il problema fondamentale dei rapporti storici fra la Russia sovietica e il mondo capitalista in tutta la sua ampiezza e gravità. Accanto al problema della strategia rivoluzionaria del proletariato, del movimento internazionale dei contadini e dei popoli coloniali e oppressi, la questione della politica statale del partito comunista in Russia è oggi per noi la questione più importante. Si tratta di dare una buona soluzione al problema dei rapporti interni di classe in Russia, si tratta di applicare le necessarie misure in relazione all’influenza dei contadini e degli strati piccolo-borghesi che vanno sorgendo, si tratta di lottare contro la pressione esterna, che oggi è puramente economica e diplomatica e che forse domani sarà militare. Poiché negli altri paesi non si sono ancora verificati sommovimenti rivoluzionari, è necessario collegare nel modo più stretto l’intera politica russa alla politica generale rivoluzionaria del proletariato. Non intendo approfondire qui tale questione, ma affermo che il punto di appoggio per questa lotta si trova certo in prima linea nella classe lavoratrice russa e nel suo partito comunista, ma che è d’importanza fondamentale basarsi anche sul proletariato degli Stati capitalisti. Il problema della politica russa non può essere risolto entro il perimetro chiuso del movimento russo: è anche assolutamente necessaria la collaborazione diretta di tutta l’Internazionale comunista.
Se manca questa vera collaborazione sorgeranno pericoli non soltanto per la strategia rivoluzionaria in Russia, ma anche per la nostra politica negli Stati capitalisti. Potrebbero sorgere tendenze orientate verso un indebolimento del ruolo dei partiti comunisti. Su questo terreno noi siamo già attaccati, naturalmente non dall’interno delle nostre file, ma dai socialdemocratici e dagli opportunisti in genere, in rapporto alle nostre manovre a favore dell’unità sindacale internazionale e al nostro atteggiamento verso la II Internazionale. Noi qui siamo tutti d’accordo che i partiti comunisti debbono incondizionatamente mantenere la loro indipendenza rivoluzionaria; ma è necessario mettere in guardia contro la possibilità di una tendenza che vorrebbe sostituire i partiti comunisti con organi di un carattere meno chiaro ed esplicito, non poggianti sul terreno della lotta di classe ed esercitanti una funzione di indebolimento e di neutralizzazione politica. Nella situazione attuale, la difesa del carattere della nostra organizzazione internazionale e comunista di partito contro qualunque tendenza liquidatrice è un indiscutibile compito comune.
Possiamo, dopo la critica da noi rivolta alla linea generale, considerare l’Internazionale, così come è oggi, sufficientemente preparata a questo doppio compito della strategia in Russia e negli altri paesi? Possiamo noi esigere l’immediata discussione di tutti i problemi russi da parte di questa assemblea? Purtroppo, a queste domande si deve rispondere: No! Una seria revisione del nostro regime interno è assolutamente necessaria; è inoltre necessario porre all’ordine del giorno dei nostri partiti i problemi della tattica in tutto il mondo e i problemi della politica dello Stato russo; ma ciò deve avvenire mediante un nuovo corso e metodi completamente cambiati.
Nel rapporto e nelle Tesi proposte noi non troviamo alcuna garanzia sufficiente a tale fine. Non di un ottimismo ufficiale abbiamo bisogno. Dobbiamo capire che non è con metodi così meschini come quelli che vediamo troppo spesso impiegati qui che possiamo prepararci ad assolvere i compiti importanti di fronte ai quali lo Stato maggiore della rivoluzione mondiale si trova.
(Protocollo tedesco, pp. 122-144).