International Communist Party

Il Comunista 1922-02-21

I risultati del Convegno per la costituzione dell’Alleanza del Lavoro

Bassa diplomazia

Il «Sindacato rosso», organo sindacale del nostro Partito, pubblica una interessante documentazione sul contegno tenuto dal nostro Comitato sindacale e dai dirigenti la Confederazione riguardo al Convegno convocato per costituire l’«Alleanza del lavoro». Come è noto, questo Convegno è stato convocato per iniziativa dei dirigenti il Sindacato Ferrovieri e sugli scopi di esso e sul valore effettivo della proposta abbiamo già avuto modo di esprimere il nostro parere sviluppando la nostra concezione del fronte unico sindacale.

Quantunque in base a questa concezione noi siamo ben lontani dal giustificare e dal valorizzare gli equivoci tentativi dei capi sindacali per raggiungere l’«unità», il nostro Comitato Esecutivo Sindacale ritenne utile e appunto per ottenere che nel convegno fossero esposte e sviluppate le nostre idee, le quali sono condivise da 500 mila organizzati della Confederazione generale del lavoro, inviare alla Confederazione la seguente lettera:

Milano, 11 febbraio 1922

Alla Confederazione Generale del Lavoro

Milano.

Sappiamo che per il 15 febbraio è indetta a Genova una riunione delle grandi organizzazioni sindacali italiane per costituire una alleanza nella lotta contro l’offensiva del padronato.

Vi domandiamo se ad una riunione così importante e dalla quale deve uscire una effettiva intesa per l’azione comune di tutte le organizzazioni affiliate alle centrali sindacali, non crediate opportuno invitare una rappresentanza molto larga e nominata sulla base proporzionale rispetto alle frazioni esistenti nel seno della Confederazione. Non dubitiamo che aderirete a questo concetto e vi domandiamo ufficialmente di demandarci la nomina dei delegati per la minoranza che fa capo al nostro Comitato e che si affermò al Consiglio Nazionale di Verona sulle nostre proposte, sicuri che non troverete ingiustificata una simile richiesta.

F.to: Nicola Cilla.

Urgentemente dopo tre giorni la Confederazione rispose in questi termini:

CONFEDERAZIONE GENERALE DEL LAVORO

Milano, 14 febb. 1922

Al Partito Comunista d’Italia

Milano

Lo statuto della Confederazione Generale del lavoro stabilisce quali sono gli organismi che la rappresentano. Non è possibile dare ad un Comitato politico il diritto di nominare i rappresentanti della Confederazione. Se ciò consentissimo per voi dovremmo consentirlo anche per tutti gli altri Comitati politici che si sono costituiti o che si vorranno costituire, annullando così ogni autorità e possibilità di funzionamento degli organi responsabili.

Al Consiglio Nazionale di Verona vi furono rappresentanti di Camere del lavoro e Federazioni nazionali, che votarono pro e contro l’attuale indirizzo confederale; nessun Comitato vi ha potuto partecipare e votare non essendo ciò consentito dallo Statuto.

I rappresentanti della Confederazione non possono essere nominati che dagli organi responsabili stabiliti dallo Statuto.

F.to: D’Aragona.

Questa lettera è un documento di ipocrisia.

Rileviamo innanzi tutto come il segretario confederale confonda ed alteri i veri termini della questione. Non è stato un Comitato politico che si è rivolto alla Confederazione del lavoro, ma un Comitato sindacale il quale agisce sul terreno sindacale, come gliene dà ampio diritto lo Statuto della Confederazione; e su questo terreno ha saputo raccogliere, al Consiglio Nazionale di Verona, circa mezzo milione di aderenti.

Il tentativo di sfuggire alle proprie responsabilità trincerandosi dietro la scusa di un Comitato politico, cade, quindi, nel vuoto.

Rileviamo del pari l’ammissione che a Verona ci fu una minoranza contraria all’attuale indirizzo confederale. Ora, se è giusto che gli organi responsabili scelgano i rappresentanti della maggioranza, è altrettanto giusto che il Comitato che esprime il pensiero della minoranza scelga, proporzionalmente alla forza numerica rappresentata, i rappresentanti propri. Speriamo che non si voglia giungere all’assurdo che la maggioranza abbia pure il diritto di scegliere i rappresentanti di minoranza! Ammenoché non si paventi il controllo di coloro che non condividono il pensiero degli alti papaveri e non si intenda di chiudere le orecchie alla voce delle masse.

Ed è appunto questo che vogliono i funzionari della Confederazione del lavoro.

Le presunte disposizioni statutarie non sono che un volgarissimo pretesto, per sfuggire il dibattito, giacché quando loro fece comodo, non solo essi vi passarono sopra, ma si misero sotto i tacchi delle scarpe perfino dei precisi deliberati di Congressi.

La richiesta del Comitato Sindacale Comunista tendeva a dare un carattere di serietà e di consistenza effettiva alla riunione intersindacale. Siccome i deliberati di quella riunione interesseranno non solo la maggioranza, ma dovranno essere subiti pure dalla minoranza, era doveroso, era onesto il sentire anche il pensiero di questa.

I funzionari sindacali introducono, invece, in seno alle organizzazioni operaie i sistemi più dispotici: vogliono, cioè, costringere una grandissima parte dei lavoratori a sopportare le conseguenze dei loro deliberati senza neppure intenderne le ragioni. Ma si trattasse almeno di genuini rappresentanti della maggioranza! Nossignori; si tratta solo di funzionari stipendiati i quali scelgono a rappresentanti della Confederazione chi a loro pare e piace.

Questi chiarissimi fatti, se servono a lumeggiare una volta di più che valore abbia, in bocca ai funzionari, la fraseologia democratica, dimostrano ancor meglio quale significato possa avere per essi la cosiddetta «Alleanza del lavoro». Chiuse fuori della porta le masse, tappatisi fra quattro muri, cautelatisi contro ogni opposizione, essi dimostrano di voler ridurre il fenomeno grandioso del fronte unico proletario ad un mero espediente di bassa diplomazia. Nessuna azione in favore del proletariato potrà uscire da simile conciliazione. Quali possano essere le deliberazioni che verranno scritte su di un ampolloso ordine del giorno, egli è certo che non sarà mosso un dito per stroncare l’offensiva del padronato e preparare alla classe lavoratrice il terreno adatto alla riscossa.

Ciò però non deve assolutamente indurre i compagni a rallentare la battaglia iniziata. La richiesta del Comitato Sindacale, ha messo gli uomini della Confederazione con le spalle al muro: essa è valsa a dimostrare indirettamente di quanto odio sia permeata la casta dei funzionari contro tutte le masse che intendono discutere i propri problemi e non delegarne ad altri la risoluzione; ha dimostrato come tra funzionari e organizzati si vada scavando sempre più profondo l’abisso e come sia necessario infrangere la potenza dei primi se si vuole che i sindacati divengano realmente strumenti di vittoria nelle mani del proletariato e non nuclei di reazione alle dipendenze del capitale.

Una dichiarazione dei delegati dell’U.S.I.

Le riunioni per la costituzione dell’Alleanza del Lavoro hanno avuto luogo nei giorni di sabato e domenica, alla sede della Federazione del Libro.

Non si conoscono ancora i particolari delle discussioni: risulta però, da quanto pubblica Umanità Nova che i rappresentanti dell’Unione sindacale italiana hanno precisato il loro punto di vista ed il loro atteggiamento pratico su la seguente dichiarazione:

«La Commissione dell’U.S.I. incaricata di incontrarsi con le rappresentanze delle altre organizzazioni operaie, allo scopo di esaminare la proposta del Sindacato Ferrovieri per la costituzione di una Alleanza del Lavoro per la difesa comune dei diritti operai;

conformemente alle istruzioni ricevute dal C.E. dell’U.S.I. che le ha conferito l’incarico delibera di informare la propria linea di condotta alle seguenti considerazioni:

1: L’U.S.I. mentre si dichiara lieta che le rappresentanze di alcuni partiti politici si siano incontrati precedentemente, manifestando in tal modo il proprio intendimento di contribuire al necessario disarmo degli odi fra tutte le frazioni proletarie, aderendo al Convegno dell’A.d.L., ubbidisce unicamente ai propri precedenti in materia di accordi proletari per l’azione: precedenti che vanno dalle del ….. l’U.S.I. fatte al primo convegno per l’unità a Roma nel 1919 (e cioè di costituire un’alleanza per l’azione che allora si prospettava di attacco e vittorioso) alla risposta data al Comitato Sindacale Comunista quando nell’agosto scorso ventilò la proposta di un fronte unico sindacale, infine ad una proposta recentissima che l’U.S.I. ha rivolto a tutti gli organismi proletari in seguito alle feroci condanne inflitte ai valorosi difensori delle fabbriche nell’occupazione del settembre 1920.

2. L’U.S.I. aderendo alla A.d.L. non intende con ciò risolvere né pregiudicare o annullare nessuna delle ragioni di principio e di critica per le quali essa ha considerato i problemi della lotta proletaria nelle tragiche situazioni seguitesi dopo il 1914 (guerra, attacco rivoluzionario, fascismo) attraverso un suo angolo visuale distinto, classista e rivoluzionario.

3. L’U.S.I. rileva il contegno contraddittorio dei dirigenti il Partito comunista, i quali mentre si pretendono a monopolizzatori dell’unità proletaria attribuendo atteggiamenti disunitari a coloro che come l’U.S.I. intendono l’unità nell’azione e nella indipendenza da ogni egemonia di partito, squalificano poi i tentativi di attuazione di un accordo di azione sol perché non subordinato alla dirigenza del loro partito, prendendo pretesto dall’incontro di circostanze politiche parlamentari quale le attuali. Non pertanto l’U.S.I. dichiara di dare alla propria adesione alla A.d.L. esclusivamente il carattere che ha dato o darebbe, in qualunque altro momento, ad una tale coalizione: quello di rendere possibile un proletariato forte E NON UN GOVERNO FORTE; valorizzando i metodi di azione diretta del proletariato per la difesa di tutte le libertà proletarie che nessuna frazione della borghesia può mai seriamente voler difendere.

L’Unione Sindacale Italiana tuttavia dichiara di non pretendere che le altre frazioni ed organizzazioni chiamate a costituire l’A.d.L. aderiscano con le stesse idee, né reclama da esse la rinuncia per conto loro e per ciò che le riguarda, ai loro particolari metodi di azione; ma di voler concordare con esse in ciò che può unire le forze del proletariato per riprendere con possibilità di adeguata difesa oggi e di offesa domani la via ascendente che conduce alla emancipazione prioletaria».

Armando Borghi – Riccardo Sacconi – Pauselli Giuseppe – Sbrana Angelo.

I risultati del Convegno

Sui risultati del Convegno è poi stato diramato il comunicato che segue:

Per iniziativa del Sindacato ferrovieri, che si era preventivamente assicurato l’appoggio dei partiti politici che hanno influenza sul movimento sindacale, si sono incontrate a Roma, nei giorni 19, 20, 21 febbraio, le rappresentanze delle organizzazioni operaie che agiscono sul terreno della lotta di classe allo scopo di gettare le basi di un piano comune di azione difensiva delle libertà politiche e sindacali straziate dalla infuriante violenza reazionaria.

Al Convegno hanno partecipato: Carlo Azimonti, anche in rappresentanza degli on. D’Aragona e Baldesi impegnati nei lavori di altre Commissioni, per la Confederazione del lavoro; per la Unione Sindacale Italiana: Borghi, Sacconi, Sbrana e Pauselli; per la Unione Italiana del Lavoro: Galbiati, Bartolini, Dorico; per il Sindacato dei Ferrovieri: Giusti, Mosca, Borghesi; per la Federazione nazionale dei lavoratori dei porti: Corradetti, Tenerani e Gagliardi.

La situazione politica italiana e quella del movimento sindacale vennero esaminate ampiamente. La discussione, iniziatasi in forma cordialissima, si svolse costantemente in una atmosfera di serenità e di obiettività.

Dopo maturato esame di tutti i particolari, i convenuti si affermarono unanimemente sul seguente ordine del giorno:

«I rappresentanti delle organizzazioni operaie che agiscono sul terreno della lotta di classe (Confederazione generale del lavoro, Unione Sindacale Italiana, Unione Italiana del Lavoro, Sindacato dei Ferrovieri e Federazione nazionale dei lavoratori dei porti);

Premesso che l’unione delle forze del lavoro nella lotta contro il capitalismo è condizione essenziale per il raggiungimento dell’emancipazione proletaria;

Considerato che detta unione maggiormente si impone nei momenti (quale è quello che attraversiamo) in cui la violenza organizzata delle forze reazionarie si abbatte ciecamente sulle organizzazioni dei lavoratori allo scopo di distruggerle, privando così il proletariato dello strumento della propria difesa e della propria conquista;

Deliberano di opporre alle forze coalizzate della reazione l’alleanza delle forze proletarie, avendo di mira la restaurazione delle pubbliche libertà e del diritto comune, unitamente alla difesa delle conquiste di carattere generale della classe lavoratrice tanto sul terreno economico che su quello morale».

Per il raggiungimento degli scopi di cui sopra, i convenuti reputano opportuno di addivenire alla costituzione di un Comitato nazionale composto di rappresentanti di tutte le organizzazioni alleate col preciso incarico di attendere al coordinamento e alla disciplina dell’azione difensiva della classe lavoratrice.

Il Comitato nazionale inizierà il suo funzionamento con la compilazione di un programma pratico di attività (senza esclusione di alcun mezzo di lotta sindacale compreso lo sciopero generale) che valga a risollevare le depresse energie del proletariato e a trasfondere in esso la persuasione che, mediante l’unione combinata dei propri sforzi, si renderà prontamente possibile la ripresa del libero esercizio delle proprie funzioni sindacali e politiche.

Il Comitato sarà composto di due rappresentanti per ciascuna organizzazione alleata, fatta eccezione per la Confederazione generale del lavoro che ne nominerà cinque, tenuto conto della entità numerica dei propri aderenti e della necessità di far posto nel Comitato stesso alle rappresentanze delle più importanti categorie confederate.

I rappresentanti saranno nominati dalle rispettive organizzazioni.

Le deliberazioni del Comitato, quando siano prese coll’unanime consenso dei delegati, impegnano tutte le organizzazioni alleate.

Le organizzazioni comunicheranno con la massima sollecitudine i nomi dei propri rappresentanti al Sindacato ferrovieri con sede a Bologna il quale provvederà alla convocazione della prima seduta del Comitato nazionale.

Sulla tattica del Partito

Non vi è una larga discussione sui nostri giornali in vista del congresso, e quella dei congressi federali e delle sezioni è stata sobria e succinta. Pubblichiamo un articolo del compagno Presutti perché giustamente esso incita chi avesse da muovere obiezioni alle tesi del C.C. a farlo liberamente. Non vogliamo, per quanto riguarda poi le obiezioni che il compagno Presutti personalmente muove, adottare il sistema della immediata replica: solo non possiamo non osservare questo, che nella foga dello scrivere egli difende con calore, come in contrasto con le tesi sulla tattica, opinioni che vi sono testualmente difese dai relatori, come quella che la conquista delle masse non si realizzi colla sola propaganda, ma con l’azione, e quella che le masse si mettono in moto per obiettivi che possono anche non esser quelli del Partito comunista. E parla anche di condizioni frapposte alla conquista rivoluzionaria del potere che assolutamente nelle tesi non sono formulate come lui dice. In ogni modo la discussione cordiale non è inutile, e non sarebbe inutile che anche i compagni che concordano con le tesi scrivessero in materia, per sempre meglio chiarire e divulgare quei punti che varrebbero ad eliminare anche i dubbi del genere di quelli affacciati dal Presutti, e che altri compagni, come lui suppone, forse condividono senza spingersi a formularli.

Ho seguito attentamente sulla stampa del Partito le relazioni dei congressi provinciali. Opposizioni serie non si sono dimostrate contro le tesi dei relatori. Solo, qua e là, qualche timida voce si è limitata a chiedere spiegazioni ai vari rappresentanti del Comitato Centrale sulla ragione di alcuni atteggiamenti presi dall’Esecutivo di fronte, in special modo, alle questioni degli Arditi del Popolo e dei Comitati di difesa proletaria.

Il compagno Bombacci, nel congresso comunista laziale, pur dichiarandosi d’accordo con le tesi, ha tenuto a dimostrare un certo suo dissenso, che secondo la sua espressione, verteva su questioni di «tatto». Cosa siano queste questioni di «tatto» non sappiamo. Qualche altro ha dimostrato di non condividere l’atteggiamento tenuto dal Partito di fronte al Congresso socialista di Milano, per quanto riguardava la frazione cosiddetta terzinternazionalista, Maffi-Lazzari. Secondo questo compagno, con un contegno meno aggressivo e sprezzante si sarebbe forse riusciti ad attrarre in questa frazione maggior numero di operai che, pur aderendo al P.S.I., sono sinceramente rivoluzionari, e nello stesso tempo si sarebbe incoraggiata ad una lotta più a fondo. Qualche voce s’è anche affacciata circa la tattica sindacale, per richiedere un «minor rigidismo». Sarebbe stato desiderabile che questi compagni, se anche isolati, avessero trattato il loro dissenso, se non dissenso la loro non perfetta concomitanza di pensiero con le tesi dei relatori, sulla stampa. Può darsi che un numero ragguardevole di compagni, condividano le loro critiche, i loro punti di vista, totalmente o parzialmente, ma che resi timidi dalla loro modestia intellettuale, e nel medesimo tempo titubanti dalla complessità del problema, preferiscano tacere e attendere che gli avvenimenti, chiarendo le situazioni e ammaestrando, gli diano ragione o torto. Il pericolo di un tal fatto è stato denunziato dal compagno Ruggeri, sulle colonne del Sindacato Rossi, nel suo articolo «Osservazioni sulla tesi agraria». Egli dice giustamente: «Se questa ultima supposizione fosse vera – cioè il timore da parte dei compagni di esprimere delle idee divergenti da quelle del Comitato Centrale – costituirebbe un gravissimo pericolo pel nostro movimento in quanto impedirebbe ai compagni che occupano posti di responsabilità di conoscere ad ogni istante quello che è il pensiero della massa degli iscritti e permetterebbe il lento formarsi di differenziazioni che affacciandosi repentinamente alla superficie potrebbero condurre a delle conseguenze tutt’altro che desiderabili». Nella ricerca di una sicura e opportuna – cioè conforme alle situazioni mutate – via di azione, della tattica cioè, concorre l’esperienza vissuta della classe. Anche nel ristretto cerchio mentale del più modesto compagno, questa esperienza si realizza. Dalla somma di queste numerose esperienze individuali può soltanto scaturire la via giusta. Il Partito quindi, anche dalla voce dei più umili, ha da guadagnare come esperienza; la sua forza deriva dal flusso e riflusso ininterrotto di pensiero dall’alto in basso e dal basso in alto della sua gerarchia, la sua potenza dal fervore che tutti, grandi e meschini, mettono nella elaborazione della dottrina e nella ricerca del metodo.

Non è quindi senza una timidezza, che, tra l’unanimità possiamo affermare assoluta – le fioche voci di dissenso sono affatto insignificanti – del consenso dei compagni sulle tesi dei relatori, affaccio queste mie osservazioni, le quali non vogliono essere che un modesto contributo alla faticosa elaborazione della complessa questione, e un doveroso atto di sincerità.

Mi limito per ora unicamente alla questione generale e fondamentale, cioè allo spirito delle tesi, al loro contenuto teorico. È certamente dalla visione teorica che si ha del processo rivoluzionario che derivano tutti gli atteggiamenti d’ordine pratico, tattico, che il Partito deve assumere nella prassi quotidiana.

Qual è questa visione teorica del processo rivoluzionario secondo le tesi? La conquista del potere da parte della classe operaia sarebbe condizionata al grado di inquadramento delle masse realizzato dal Partito comunista. Parrebbe, e questa interpretazione è suffragata da tutta la letteratura del Partito in questo primo anno di vita e dai conseguenti atteggiamenti suoi assunti di fronte ai movimenti di massa non promossi dal Partito, che fin quando questo inquadramento, quasi a tipo militare non sia raggiunto, nessun serio movimento rivoluzionario della classe proletaria sia possibile e prometta una riuscita.

Senza dubbio ciò sarebbe desiderabile, sarebbe l’ideale: poter a un certo giorno dire: noi possiamo raccogliere il frutto del nostro lavoro, ora che tutta la massa è inquadrata, compagnia per compagnia, sotto la direzione del Partito comunista, avanti … march, muoviamo all’assalto del potere borghese, per l’instaurazione della dittatura proletaria.

Bisognerebbe immaginare però un lavoro senza ostacoli, e uno svolgimento storico, senza imprevisti, che venissero a rompere le scatole: così il magnifico progetto fochiano potrebbe realizzarsi. Ma è possibile ciò? Quanti anni e quanti secoli sarebbero necessari a che il Partito comunista, pacificamente, realizzasse la costituzione di questo immenso esercito di assalto, disciplinato e obbediente, in attesa di aver raggiunto il numero e l’attrezzatura per dichiararsi capace di vincere, in un urto unico e immediato, lo Stato borghese?

Concezione dunque troppo meccanica del processo rivoluzionario, concezione fantastica, che fa quasi credere che i compagni relatori pensino che siamo noi a dominare gli avvenimenti e non gli avvenimenti noi.

E concezione anche pericolosa, in quanto contiene i germi, facilmente sfruttabili, di un pericoloso opportunismo, ch’io non oso chiamare né di destra, né di sinistra, l’opportunismo dell’inazione. Perché si può sempre, con molto disinvoltura sostenere, al presentarsi di avvenimenti imprevisti che mettano in moto le masse, che non è il momento di spingere l’azione sull’aperto terreno rivoluzionario, non avendo il Partito ancora realizzato l’inquadramento necessario.

Da questa posizione teorica è facilmente spiegabile l’orrore del Partito per tutte le altre correnti di pensiero rivoluzionario non comuniste, che i nostri avversari chiamano «purismo», e che contrasta così tanto dalle tesi del I Congresso dell’Internazionale comunista, che auspicavano ad una fraterna e sempre più stretta intesa del movimento comunista con gli altri elementi rivoluzionari della classe lavoratrice, sindacalisti e anarchici. Le tesi del I Congresso della III Internazionale facevano rilevare, come sotto lo sprone degli avvenimenti, tutti questi elementi, e certamente non si alludeva ai capi imperterriti della stratificazione dogmatica, ma alle masse nel più largo senso della parola, pur conservando in parte le loro riserve «teoriche», si sarebbero sempre più accostati a noi, adottando senz’altro sul terreno della realtà i nostri stessi metodi, consapevolmente o inconsapevolmente, riconoscendoli i soli possibili ed adeguati a vincere la borghesia e a conservare le conquiste della rivoluzione. Queste tesi risentivano, evidentemente, della esperienza fatta dai compagni russi durante la loro rivoluzione; ma partivano anche dal concetto che in linea teorica, con la sola propaganda, non è possibile sfatare dalla mente degli uomini i pregiudizi e i vizi mentali da cui sono dominati, ma che è necessario un ben altro purgatorio: «la lezione delle cose». Del resto di questo fenomeno anche noi in Italia ne abbiamo avuto la nostra esperienza, e precisamente durante le giornate di caro-viveri, in cui vedemmo operai, anarchici e sindacalisti libertari, partecipare alle commissioni operaie, assumendo, magnifica contraddizione, come noi poveri e deprecati autoritari, il titolo di commissari; e nelle gloriose giornate della occupazione delle fabbriche, e ultimamente nel noto movimento popolare degli Arditi del Popolo, organizzazione squisitamente autoritaria e centralista, alla quale giovani operai libertari dimenticando i sermoni antiautoritari e anticentralisti di Errico Malatesta o di un g.d. qualunque, sono corsi ad inquadrarsi.

Contro questa concezione meccanica del processo rivoluzionario sta tutto lo svolgimento della rivoluzione in Russia. Dal marzo all’ottobre non sdegnarono, i bolscevichi, contatti di sorta, con gli altri partiti operai, appunto perché intuirono che un isolarsi sarebbe significato un estraniarsi dalla lotta, e un perdere il contatto delle masse operaie. Ai compagni bolscevichi, bastava conservare l’indipendenza del partito come partito a sé, con un corpo di dottrine e di finalità, ben distinte, dalla dottrina e dalle finalità degli altri partiti. Essi si riservavano di assumere la parte di primo attore, di protagonista della rivoluzione, quando la situazione lo avrebbe richiesto e consigliato, ben sapendo che il processo rivoluzionario, procedendo sempre avanti, avrebbe pensato da se stesso a sbarazzarsi degli altri partiti, quando gli avvenimenti avrebbero superato la «meta» e la capacità rivoluzionaria di questi partiti, ricacciandoli tra le forze controrivoluzionarie. Perché il processo rivoluzionario si presenta appunto con queste caratteristiche: le masse si mettono in moto per obiettivi che possono anche non essere quelli del Partito Comunista, sotto la guida del Partito che nel momento precedente raccoglie la sua fiducia: è solo nello sviluppo dell’azione, dalle situazioni nuove che questa viene a creare che il metodo del partito dirigente si rivela agli occhi delle masse incapaci a risolvere la situazione e ad assicurare anche quei minimi obiettivi per i quali si era scesi in lotta. D’altra parte le masse a misura che procedono nell’azione allargando le loro richieste, si radicalizzano celermente, superano la mentalità menscevica (anarchia o sindacalista) del loro partito, e si slanciano con crescente entusiasmo verso la conquista del potere (distruzione dello stato borghese) che oggi appare loro evidentemente come la condizione indispensabile della loro vittoria. Il Partito comunista, che deve seguire attentamente queste diverse fasi del processo di radicalizzazione delle masse, partecipandovi, diventa automaticamente (giornate di luglio in Russia) il solo partito capace agli occhi della massa, di guidarlo. Il Partito comunista così, sprezzando ogni fronte con con gli altri partiti, con i quali deve aver agito insieme, diventa il vero protagonista della rivoluzione. Ora soltanto, le masse si possono inquadrare sotto la sua direzione, non è quindi sul terreno della propaganda che il Partito comunista inquadra e conquista le grandi masse, ma sul terreno dell’azione.

È perciò preciso compito dei partiti comunisti, di secondare, promuovere, tutte le iniziative, da qualunque partito della classe lavoratrice parlano, che mirano a sollevare le condizioni del proletariato a mezzo dell’azione diretta, non sdegnando una diretta partecipazione negli organi dirigenti della lotta. I partiti comunisti non hanno nulla a temere da questi contatti, anzi essi vi hanno tutto da guadagnare.

SMERALDO PRESUTTI