International Communist Party

Rassegna Comunista 13

Chiudendo la “questione italiana”

di A. B.

Nel N. 5 della nostra Rassegna, alla vigilia del Congresso di Mosca scrivevamo sulla questione italiana un articolo inteso a dimostrare che la scissione verificatasi al Congresso di Livorno non era dovuta all’intervento dell’Esecutivo dell’Internazionale, ma era stata il logico scioglimento dello sviluppo delle tendenze nel partito socialista italiano, quale si era determinato nel corso di molti anni.

Ci auguravamo in quell’articolo che il III Congresso della Internazionale Comunista, chiamato a giudicare, da una parte sulla condotta dell’Esecutivo a Livorno, dall’altra su di un sedicente appello del partito socialista italiano contro la decisione del primo di escluderlo dalla Internazionale, si rendesse conto di questo valore definitivo della scissione avvenuta nel partito socialista.

Le tesi che a parer nostro il congresso avrebbe dovuto evitare di far sue erano le seguenti: a Livorno erano in presenza due frazioni di comunisti ed una di socialdemocratici; delle due prime l’una esigeva la espulsione della terza, poggiandosi sulle ventuno condizioni d’ammissione del Secondo congresso mondiale; l’altra si rifiutava di porsi su questo terreno nella speranza che l’Internazionale non avrebbe fatto della esclusione dei riformisti un casus belli. L’Esecutivo fece bene a porre l’ultimatum nel senso della esclusione immediata di questi ultimi, ora la conferma di questo ultimatum da parte del congresso farà sì che, se non tutti, una gran parte dei comunisti “unitari” comprenderanno che si deve scegliere definitivamente tra Mosca e la destra del partito, e si staccheranno da questa.

Invece proprio da questo punto di vista si è posto il Terzo congresso. Esso ha scartato le obiezioni dei Levi secondo cui era preferibile non imporre in modo tanto crudo a Livorno la esclusione dei riformisti, e in ogni caso non fare uscire dal partito i comunisti, ma restarvi per continuare la campagna contro la destra. Ma in fondo questo punto di vista di destra non mancava di logica: esso veniva a dire che il compito dei comunisti nella situazione italiana era ancora compito di frazione e non di partito, tesi errata, ma da cui usciva una tattica conseguenziale – mentre se all’opposto si riconosce che a Livorno cominciava la funzione di partito del comunismo in Italia, occorre rassegnarsi a concludere che dopo Livorno nessuna frazione comunista era rimasta nel partito socialista.

In realtà il Terzo congresso ha gravitato intorno al problema dibattuto a Livorno: dimostrare che la frazione di concentrazione socialista, di cui a Livorno la mozione comunista e le dichiarazioni di Kabaceff intimavano la espulsione, non era e non è una frazione comunista e non può stare nella Terza Internazionale, come i serratiani unitari sostenevano.

Ribadire questa affermazione era poco, e voleva dire non applicare le ventuno condizioni del Terzo congresso nel loro valore, che non è nella lettera del formulario, ma è nel loro contenuto marxisticamente dialettico. La esclusione dei turatiani che noi chiedemmo a Livorno, non era solo il mezzo di processare e giudicare i turatiani, ma era il saggio, l’experimentum crucis di tutto il partito italiano. Il problema non era tanto nel liberarsi dai riformisti, ma esso si esplicava in un gioco molto più complesso, traducendo il valore delle ventuno condizioni di ammissione, per la prima volta applicate al partito italiano, nella indicazione che “chiunque non è per l’espulsione dei turatiani, chiunque non capisce che bisogna romperla con Turati, è fuori e deve essere escluso dalla Internazionale comunista“. E dicendo chiunque non intendiamo fare casi di singole persone, nè contestare che vi possano essere numerosissimi membri del partito che si pronunziano sotto l’influenza dell’abile opportunismo dei capi, ma indicare che la frazione, il gruppo organizzato, che fa sua la piattaforma: “i riformisti possono stare nell’Internazionale”, da avvocato si trasforma in imputato, e, se l’applicazione dei deliberati del Secondo congresso ha veramente un valore reale, ossia si viene ad incontrare con quelle crisi dei partiti che la evoluzione storica ha maturate, deve esso stesso, questo gruppo unitario, essere giudicato incompatibile, essere escluso non perchè sia in gioco un ripicco da una parte e dall’altra, ma perchè quel suo atteggiamento smentisce tutte le altre sue dichiarazioni esteriormente comuniste, lo dimostra non comunista, malgrado che esso dichiari di non voler rompere coll’Internazionale, e si dia all’ipocrisia degli “appelli”.

La questione italiana deve invece avere il suo punto centrale nell’esame della frazione unitaria serratiana e della sua compatibilità o meno colla Internazionale comunista, e noi vogliamo assumere che lo svolgimento dei fatti posteriori al Congresso di Livorno, e soprattutto il Congresso di Milano che li ha suggellati nel modo che noi con sicurezza matematica ci attendevamo, dimostrano che questa frazione “in sè stessa” non è comunista e doveva essere eliminata dal seno dell’Internazionale.

Questa dimostrazione noi l’avevamo già data in tutta la nostra polemica tra il Congresso di Mosca e quello di Livorno, e sulla base dei fatti che metteva a nostra disposizione tutta la storia del partito italiano durante la guerra e dopo la guerra. La nostra relazione al Congresso di Livorno, consisteva nel processo alla frazione “comunista o massimalista unitaria”: il processo alla frazione Turati lo ritenevamo fatto da tempo, prima della guerra, durante la guerra, e al Congresso di Bologna. Ma la vittoria del massimalismo a questo congresso, che adottava a grande maggioranza il programma comunista, e aderiva alla Internazionale di Mosca, questa vittoria era il colosso dai piedi d’argilla di cui fin dal primo momento gli elementi comunisti intesero e denunziarono le deficienze. L’indice esteriore più evidente, il sintomo più specifico della malattia era la mancata esclusione dei socialdemocratici, ma la malattia era ben più complessa: il massimalismo elettoralesco di Bologna non era il comunismo, da esso si discostava sul terreno della dottrina e dell’azione, in tutti i campi. E’ certo che se il massimalismo serratiano fosse stato il comunismo, il problema della destra riformista sarebbe caduto, perchè i turatiani se ne sarebbero andati da sè. La loro permanenza era in ragione del fatto che il partito – lasciando da parte il valore della democrazia congressuale delle sue maggioranze – nella sua struttura organizzativa e nella sua funzione nella vita politica e sociale    non era comunista, malgrado il fiammeggiare delle sue etichette di occasione.

L’argomento di non aver escluso i riformisti non era che una delle prove che non si aveva a che fare con un partito comunista, come tante altre prove si avevano nelle dichiarazioni programmatiche, nella propaganda, nella azione parlamentare, sindacale, nella preparazione, o non preparazione, alla lotta rivoluzionaria. Questa reale situazione italiana, e la via per trarne efficacemente lo sviluppo di un movimento effettivamente comunista, si rispecchiarono benissimo nelle tesi sulle condizioni di ammissione del Secondo congresso mondiale. E’ giusto dire che queste si riducono a una sola; essere comunisti; ma che cosa vuol dire questo se non che chi non accetta uno degli aspetti dell’azione comunista, ossia anche uno solo dei calunniati ventun punti, non ne accetta in realtà nessuno, e rivela che la sua adesione agli altri è falsa ed opportunistica? In realtà il Secondo congresso costrusse per la Internazionale un ottimo apparato per il suo stesso processo di formazione, o piuttosto esso ebbe la visione esatta della forza storica di questo processo di formazione, e ne fissò in modo mirabile i termini fondamentali.

Abbiamo detto come al momento del Congresso di Livorno la nostra critica della composizione e della funzione del partito socialista italiano conduceva a giudicare non comunista la sua maggioranza, ossia quella sua parte che numericamente nei congressi costituiva la base delle frazioni di destra e del centro. Questa concezione non concordava con quella di molti compagni esteri, che invece ritenevano che il partito italiano non avesse che dei difetti secondari, che le ventuno condizioni ne avrebbero determinata una utile “riforma” e non la condanna. Su di essi influiva la nozione dei precedenti del partito, e della sua lotta contro il riformismo collaborazionista prima della guerra, e contro il socialpatriottismo durante questa; mentre in realtà la più interessante esperienza che la storia del movimento italiano pone a disposizione dell’Internazionale è che quelle condizioni sono state tutt’altro che favorevoli alla formazione di un movimento comunista che innestasse alla situazione del dopoguerra il ritorno alle potenti tesi rivoluzionarie del marxismo tratte dalla rivoluzione di Russia sulla scena della storia.

Ma siccome la nostra critica che concludeva in quel modo così pessimista in riguardo al partito italiano poteva allora sembrare dettata da eccessivo dottrinarismo, è ora interessante trarne dagli avvenimenti successivi, e soprattutto dall’andamento del Congresso di Milano, una incontrovertibile conferma “a posteriori”.

L’esame della funzione della frazione di destra è interessante per il riflesso che ne viene sull’attitudine del centro serratiano. La destra di Bologna (Turati e Lazzari) mostrava di porsi (ed era per Lazzari posizione sincera, per gli altri manovra politica) su quel terreno su cui era già venuta prima della guerra la maggioranza del partito: ossia sulla “punta” sinistra della dottrina e della pratica socialdemocratica.

La destra di Bologna non sosteneva la collaborazione politica colla borghesia, e rivendicava tutta l’intransigenza parlamentare e soprattutto la tradizione della condanna al socialpatriottismo. Essa si rifiutava però di seguire la maggioranza “massimalista” nella modificazione del programma vecchio del partito, nella accettazione teorica della dittatura del proletariato e dell’uso della violenza.

Noi dicemmo allora in pochi, e ripetemmo in maggior numero a Mosca e a Livorno, che bastava quell’atteggiamento per essere esclusi dalla Internazionale, per la lapalissiana pecca di “non-comunismo”.

A Bologna e a Livorno la frazione di centro ci contrappose una tesi speciosa, la cui inconsistenza è tale, da far risaltare la inconsistenza teorica e pratica della frazione stessa dal punto di vista comunista. Si pretese che i socialdemocratici che costituiscono l’antitesi del comunismo e della Terza Internazionale sono i socialpatrioti e i collaborazionisti ministeriali di cui la guerra aveva moltiplicati i saggi nei partiti esteri, e che quindi essi non erano rappresentati nel seno del partito socialista italiano, che in materia poteva dare lezioni all’estero poichè fin dal 1912 aveva espulsi i Bissolati, fin dal 1914 i Mussolini.

La frazione di centro del Congresso di Bologna e di quello di Livorno non aveva la sensazione di quello che fosse il “centrismo” o socialdemocrazia di sinistra – il nemico più pericoloso del movimento comunista, quanto più accumula pretesi attestati di benemerenza sinistreggiante – e non lo intendeva non perchè dovesse ricevere le ultime lezioni di comunismo e bastasse l’ammonimento di Mosca o la disciplina internazionale a farla convinta di quella elementare distinzione: non lo comprendeva per una ragione ben più grave: perchè questa frazione era essa stessa il centrismo, in uno dei più schifosi esemplari da porre nel museo della storia.

A Livorno si ripetettero le dichiarazioni comuniste, si promise di accettare tutte le condizioni di ammissione, si disse non che si respingeva il punto settimo per la rottura coi centristi, ma che in Italia non vi era luogo ad applicarlo perchè in Italia non vi erano “riformisti”. Queste sconclusionate affermazioni celavano in realtà una sempre più profonda ostilità alle posizioni di dottrina e di tattica del comunismo.

Non vogliamo, abbiamo detto, ripetere la dimostrazione “a priori” di questa affermazione, servendoci di scritti, di deliberati, di discorsi e    quel che più conta di atti    per dimostrare come i serratiani non fossero comunisti ma socialdemocratici della specie più pericolosa, perchè più dissimulata sotto paludamenti estremisti. Basterebbe per questo – rimandiamo il lettore che si interessi alla questione alle paginette della nostra relazione di Livorno – passare in rassegna i loro ridicoli argomenti contro la scissione e per la cosiddetta “unità del partito”.

L’argomento fondamentale, quello “i nostri destri non sono riformisti; la frazione di concentrazione di Reggio non è riformista” era maneggiato in modo tale da dimostrare la sua artificialità, la sua funzione di maschera del vero argomento; “siamo troppo vicini ai destri per separarci da loro, sentiamo di potere e volere agire sul loro stesso piano”. Se così non fosse, il fatto che i riformisti italiani hanno dimostrato di essere collaborazionisti aperti, nel periodo posteriore a Livorno, avrebbe dovuto indurre i serratiano ad accettarne la espulsione senza ulteriormente discutere, ravvisando in essi quei socialdemocratici di destra che indiscutibilmente sono l’antitesi del comunismo. Ma questo non è avvenuto, perchè la semplicissima verità – messa fin che si vuole in forma schematica – era un’altra: il centro serratiano è sempre stato una frazione socialdemocratica di sinistra che non ha nessuna ragione di romperla con la frazione socialdemocratica di destra, per la fondamentale affinità di programma e di tradizionale funzione storica.

Basti ricordare il discorso del “teorico” centrista Baratono a Livorno, vuota, inconcludente chiacchierata saltellante senza criterio tra le più curiose affermazioni (colpa forse anche un pochino di una tempestosissima accoglienza comunista) ma da cui è dato cogliere questa esplicita dichiarazione: “Di fronte a questa domanda: esiste il collaborazionismo come frazione nel partito italiano? -, noi avremo errato, la storia dirà poi la sua sentenza ultima da qui a qualche anno, nessuno è profeta nel mondo, ma insomma noi non crediamo di poter definire i nostri destri come frazione collaborazionista, la quale porti ciò come suo programma e cerchi di attuare nella sua attività di partito questa tendenza a collaborare con la borghesia“.

Non è tanto grave il fatto di non prevedere o di fingere di non prevedere che la frazione Turati si volgerà all’aperto collaborazionismo, quanto quello di non capire che la condizione negativa, la condizione che basta ad essere incompatibili colla Internazionale, non è il collaborazionismo, ma una attitudine che sta più a sinistra del collaborazionismo. Perchè Baratono non capiva questo? Perchè non sentiva dove veramente passa la frontiera politica di demarcazione tra chi è e chi non è comunista? Per il fatto elementare che egli stesso era a destra di questa linea, che egli stesso è l’esemplare di quella tendenza che sta tra il collaborazionismo socialdemocratico e il comunismo; ma che quando la rottura programmatica avviene logicamente rimane col collaborazionismo e non col comunismo.

Infatti dopo il Congresso di Livorno, sebbene il partito socialista resti diretto da questa tendenza di sinistra rispetto ai turatiani, la sua politica, che in queste pagine abbiamo fedelmente seguita, si dimostra palesemente socialdemocratica e antirivoluzionaria nel campo sindacale, parlamentare, nell’azione verso il fascismo, etc. E nemmeno su questo ritorneremo.

Nel campo internazionale il Terzo congresso fa propria quella posizione da noi indicata in principio, di ribadire la incompatibilità della destra turatiana, della frazione di concentrazione di Reggio Emilia, e confermare che essa deve essere ultimativamente allontanata da un partito che vuole stare nella Internazionale comunista. Ma il Terzo congresso non giunge a constatare che la scissione di Livorno non è stata dovuta all’incidentale dissenso su questo punto del trattamento da fare ai turatiani, bensì dall’antitesi inconciliabile tra i comunisti e i non comunisti di ogni sfumatura. Il Terzo congresso si mostra convinto che purchè si faccia presente al grosso della frazione serratiana che il sacrificio dei turatiani non era una pretesa personale di Kabaceff o di Bordiga, ma la effettiva richiesta in cui tutti i comunisti non possono non essere solidali, la linea di frattura tra movimento socialdemocratico e comunista in Italia si modificherà attraverso una nuova scissione del partito socialista, ed unificazione della sinistra col partito comunista.

Questa visione della situazione e il programma che ne è scaturito sono risultati errati, sebbene l’ultimatum del Terzo congresso abbia ricevuto il potente appoggio della aperta conversione dei destri sulla richiesta di collaborare al governo borghese.

Quale situazione più propizia se le premesse fossero state esatte? Il centro si stacca dal comunismo solo perchè è vittima di una illusione unitaria, perchè crede che per aversi la incompatibilità coll’Internazionale occorra il peccato collaborazionista: i destri del partito italiano si palesano tali, la rottura si determinerà. Ma disgraziatamente la premessa è inesatta: il centro, coi suoi baratoni, non è su una piattaforma comunista. Chi non intende che bisogna romperla col socialdemocratico “che non collabora” non la romperà neppure con quello che collabora; poichè, ripetiamo il “socialdemocratico che non collabora” è proprio lui, questo centrista serratiano o baratoniano destinato alle funzioni di complice della collaborazione attraverso gli imbrogli della demagogia.

Ed infatti i baratoni di Milano non si sono affatto commossi del crollo della loro fondamentale ipotesi di Livorno e hanno dimostrato che non erano disposti a sacrificare alla Internazionale Comunista la loro unione colla destra, non perchè questa avesse speciali meriti di sinistra, come avevano su tutti i toni ripetuto per i gonzi, ma perchè il loro posto è più con quella destra che con il comunismo, perchè essi sono per loro propria intrinseca virtù al di fuori delle frontiere che al movimento della Internazionale tracciavano le ventun condizioni, e prima di esse lo sviluppo storico del movimento del proletariato, in Italia come nell’Internazionale.

Al congresso milanese vi è stata una timida formulazione della abbandonata tesi baratoniana livornese da parte della esigua sinistra Lazzari-Maffi-Riboldi. In essa la tradizionale intransigenza di Lazzari è perfettamente a posto. Il cardine della posizione di questo gruppo non è il riconoscimento che sia stato un errore non romperla coi riformisti a Livorno; allora si è fatto bene perchè “non erano collaborazionisti”. Ora sì che bisogna espellerli perchè essi sono collaborazionisti. Si tratta di una riesumazione non riuscita delle direttive dell’anteguerra in cui la incompatibilità si tracciava, tra destri e sinistri, sul problema della collaborazione, mentre oggi non questo è l’indice decisivo, bensì quello della accettazione del metodo comunista e della lotta rivoluzionaria per la dittatura del proletariato.

A poco a poco schiere sempre più estese del partito socialista, specie tra i gregari e i lavoratori, intenderanno questo, per la pratica esperienza della azione del partito, e comprendendo la inanità di ogni opera di frazione contro la fatale marcia a destra di quel partito, passeranno alle file dell’Internazionale, nel solo modo utile, che è oggi l’unico possibile: l’adesione al partito comunista.

Questa nostra classificazione delle varie categorie di opportunisti parrà schematica, e lo è senza contrasto, poichè senza schemi non vi sarebbero classificazioni, e non vi sarebbero criteri generali di critica e perciò stesso di azione. Ma noi ci atteniamo a tale metodo con fiducia, non solo perchè lo abbiamo saggiato al confronto di una mole enorme di fatti e di esperienze concrete della nostra milizia di partito, ma perchè finora ne abbiamo tratta una chiara visione della via che si percorreva, ed esso ci ha condotti a felici conferme dei nostri atteggiamenti da parte degli avvenimenti.

Il Partito Comunista d’Italia procede con slancio, con decisione e, fino a prova del contrario, con razionale chiaroveggenza sulla via che ha presa nella battaglia che ha condotto alla scissione di Livorno, e la sua piattaforma saldissima è la affermazione che il divenire dell’urto tra le frazioni nel vecchio partito socialista ha condotto alla costituzione del partito comunista, segnandone felicemente il momento decisivo nella violenta rottura colla quale la pericolosa falsificazione del massimalismo opportunista veniva smascherata come una delle molteplici manifestazioni della tabe controrivoluzionaria, la più temibile perchè la meno evidente.

Il bisturi di Livorno non ha tagliato troppo poichè Milano ha dimostrato che esso ci ha divisi da un cadavere putrescente. Russi, bulgari o italiani, quelli che a Livorno collaborarono a questa soluzione non hanno nulla da rimproverarsi, e non domandano nemmeno speciali attestati di benemerenza, sapendo troppo bene di non essere stati che gli assistenti di un operatore che non fallisce: la storia.

Il 3° Congresso dell'Internazionale Comunista Pt.6

La tattica del PC Russo

Il discorso di Lenin

Per motivare la tattica del nostro partito è necessario innanzi tutto esaminare la situazione internazionale. È evidente che dal punto di vista della lotta militare un equilibrio, sia pure in senso limitato, si è stabilito. Ma tale equilibrio è del tutto instabile e relativo. È facile che delle grandi lotte e delle rivoluzioni esplodano tosto o tardi, sia nei paesi capitalisti che in quelli coloniali e semicoloniali.

In questi ultimi anni noi abbiamo visto quale lotta la borghesia mondiale abbia condotto contro la Russia dei soviet. Tutta la politica mondiale era concentrata su questo punto, ed è in questa politica che noi constatiamo un cambiamento. Certo noi comprendiamo assai bene che la borghesia internazionale è molto più potente della nostra Repubblica e che solo una quantità di condizioni e di circostanze speciali le impediscono di continuare la guerra contro di noi. Non v’è alcun dubbio che nuovi tentativi di aggressioni avranno luogo; una lotta militare può esserci imposta da un momento all’altro. Oggi come ieri l’organizzazione ed il rafforzamento dell’esercito rosso rimane uno dei nostri grandi compiti. Data la situazione internazionale non possiamo prendere altra via; ma in riguardo alla nostra politica pratica, il fatto che un certo equilibrio si è stabilito nella situazione internazionale ci dimostra che il movimento rivoluzionario, pur avendo fatto dei progressi, non ha seguito in questi ultimi anni quella linea diritta che noi avevamo sperato.

Quando noi iniziammo la rivoluzione internazionale sapevamo benissimo che senza l’appoggio della rivoluzione mondiale, la vittoria della rivoluzione proletaria era impossibile. Malgrado che il movimento rivoluzionario non abbia risposto alle nostre speranze, noi facemmo di tutto per mantenere il sistema soviettista, poiché sapevamo che non lavoravamo soltanto per noi ma anche per la rivoluzione internazionale. Ed oggi possiamo constatare con soddisfazione che essa si sviluppa nel mondo intero. D’altronde è questa la sola ragione per cui la borghesia internazionale, per quanto economicamente e politicamente assai più potente di noi, non è stata capace di schiacciarci.

Qual è il nostro compito oggi? Il nostro compito è di preparare fondamentalmente la rivoluzione e studiare giornalmente il suo sviluppo concreto nei paesi capitalisti più sviluppati. Questo è il primo insegnamento che dobbiamo trarre dalla situazione internazionale. Quanto alla nostra Repubblica russa noi dobbiamo cercare di adattare la nostra tattica a questo zig zag della storia. Politicamente questo equilibrio è assai importante perché esso ci dimostra come nei paesi capitalisti dell’Europa occidentale, dove la grande massa della classe operaia è organizzata, sono le organizzazioni affiliate alla Seconda Internazionale ed alla Internazionale 2 ½ che costituiscono il principale appoggio della borghesia. Delle questioni tattiche che derivano da questa situazione, ricorderò qui soltanto due punti: la necessità della conquista della maggioranza del proletariato ed il fatto che l’appoggio delle organizzazioni suaccennate la borghesia internazionale non saprebbe reggersi più oltre.

Occorre inoltre mettere in rilievo il significato del movimento coloniale. Nei partiti operai borghesi e piccolo-borghesi della Seconda Internazionale e della Internazionale 2 ½ si considera ancora il movimento coloniale come un piccolo movimento nazionale pacifico. Ciò è errato. Fin dall’inizio del XX secolo un grande cambiamento si è prodotto in questo campo: milioni, centinaia di milioni di operai, l’immensa maggioranza della popolazione della Terra è divenuta un attivo fattore rivoluzionario. È evidente che nelle prossime lotte decisive della rivoluzione mondiale, il movimento che tende all’emancipazione nazionale contro l’imperialismo avrà una funzione rivoluzionaria assai più importante di quello che noi pensiamo. Per la prima volta nella nostra Internazionale abbiamo iniziato i preparativi in vista di queste lotte. Indubbiamente in questo campo le difficoltà sono assai grandi, ma comunque il movimento progredisce; le masse operaie e contadine dei paesi coloniali, per quanto assai arretrate, svolgeranno nelle fasi successive della rivoluzione mondiale un grande compito rivoluzionario.

I rapporti di classe in Russia

Per quanto si riferisce alla situazione interna della nostra Repubblica, bisogna studiare con esattezza i rapporti di classe attualmente esistenti. Contro di noi si trovano in prima fila i grandi capitalisti ed i grandi proprietari fondiari. Dopo che respingemmo l’attacco della controrivoluzione internazionale, si è formata all’estero un’organizzazione della borghesia russa e di tutti i partiti controrivoluzionari. Essi hanno una stampa propria e sono in stretto contatto con gli elementi borghesi stranieri. Fra di essi troviamo tutti i nostri partiti politici d’un tempo, dai monarchici più reazionari ai menscevichi. Tutti difendono nei loro giornali la grande proprietà. Da una parte ciò facilita il nostro compito poiché noi possiamo osservare con facilità le forze del nemico, la sua organizzazione e le tendenze politiche che si manifestano nel suo seno, dall’altra però ciò complica il nostro lavoro, perché questi emigrati russi impiegano ogni mezzo per preparare la lotta contro di noi.

La borghesia russa, che al momento del nostro avvento al potere non era organizzata né politicamente sviluppata, oggi è al livello delle borghesie più sviluppate dell’Europa occidentale moderna. Essa ha molto imparato dalla sua disfatta, il suo sentimento di classe è ancora assai potente, più potente di quello che non sia il sentimento di classe del proletariato oppresso. Noi dobbiamo tener presente questo fatto, per migliorare i nostri metodi di lotta e le nostre organizzazioni.

Oltre questa classe sfruttatrice, v’è una classe di piccoli produttori e di piccoli coltivatori in quasi tutti i paesi capitalisti.

L’importanza ed il significato del periodo al quale andiamo incontro sta appunto nel fatto che noi dobbiamo risolvere praticamente il problema dei rapporti del proletariato con l’ultima classe capitalista esistente in Russia. Per la prima volta nella storia non vi sono in uno Stato che queste due classi: il proletariato ed i contadini. I contadini costituiscono l’immensa maggioranza della popolazione, ma sono naturalmente molto arretrati.

Quali forme assumono in pratica, nel corso dello sviluppo della rivoluzione, i rapporti fra il proletariato che detiene il potere ed i contadini?

La prima forma è quella di un’alleanza. È questo un compito assai difficile, ma tuttavia economicamente e politicamente possibile. Questa alleanza significa che il proletariato libera i contadini dallo sfruttamento borghese, li libera dall’influenza e dalla direzione borghese, li attira verso di sé allo scopo di vincere insieme gli sfruttatori.

I menscevichi dicono: «I contadini sono la maggioranza, è questa che decide. Noi che sosteniamo ciò siamo dei puri democratici». Ma poiché i contadini non possono essere autonomi, questa teoria conduce alla restaurazione del capitalismo.

Noi stabilimmo coi contadini un’alleanza di guerra contro la borghesia, sulla base di un’alleanza economica. Il contadino otteneva da noi la terra e l’appoggio contro i grandi proprietari fondiari, e noi dovevamo ricevere in cambio dei viveri. Questa alleanza è indubbiamente caratteristica, poiché essa prescinde dai rapporti normali fra produttori e consumatori.

I contadini comprendevano ciò e dicevano: Questi bolscevichi sono dei capi molto duri, ma comunque sono dei nostri. In tal modo noi potemmo creare le basi per una nuova alleanza economica.

I contadini dettero all’esercito rosso i loro prodotti ed in cambio ebbero la difesa della terra posseduta.

Dopo la guerra civile il nostro compito cambiò. Se il paese non fosse stato rovinato dai sette anni di guerra, il passaggio ad una nuova forma d’alleanza fra il proletariato ed i contadini sarebbe stato molto facile. Ma la situazione già difficile si aggravò per il cattivo raccolto, per la mancanza di foraggio, ecc.. Le privazioni dei contadini divennero insopportabili. Noi dovevamo dimostrare chiaramente, che non rimanevamo indifferenti di fronte alla loro intollerabile situazione.

Il cambiamento della politica economica.

Così fummo condotti a cambiare la nostra politica economica ed a sostituire le requisizioni con l’imposta in natura.

La crisi economica nella primavera del 1921, in causa del cattivo raccolto assunse proporzioni veramente gigantesche. Questa era la conseguenza di tre anni di guerra civile. Oggi noi dobbiamo mostrare ai contadini che siamo capaci di cambiare la nostra politica e che vogliamo fare ciò per migliorare la loro situazione.

Fin dal secondo congresso si è detto che la rivoluzione esige dei grandi sacrifici ed oggi lo ripetiamo ancora. Vi sono dei compagni che si dichiarano pronti per la rivoluzione, purché questa non presenti troppe difficoltà. Questa concezione non è né comunista né rivoluzionaria. Ogni rivoluzione richiede dei sacrifici non soltanto dalle persone, ma anche dalla classe che la compie. La dittatura del proletariato in Russia ha imposto alla classe dominante, al proletariato, delle privazioni quali la storia non ne ha mai conosciute ed è presumibile che altrettanto avverrà negli altri paesi.

La questione attuale è di sapere come dobbiamo ripartire queste privazioni. A quale principio informeremo la nostra azione, a quello della giustizia o della maggioranza? No, noi dobbiamo agire in modo pratico, cioè dobbiamo compiere questa ripartizione in modo da mantenere il potere del proletariato. All’inizio della rivoluzione il proletariato ha dovuto subire enormi privazioni; i contadini russi hanno guadagnato dalla rivoluzione assai più degli operai. D aun punto di vista generale è indiscutibile che un certo miglioramento si è prodotto nella situazione dei contadini, mentre le più gravi privazioni sono addossate alla classe operaia appunto perché questa classe esercita la dittatura.

Nella primavera del 1921, per la deficienza del raccolto, una spaventevole miseria s’abbatté sui contadini. Questi costituiscono la maggioranza della popolazione; senza vivere in buoni rapporti con essi il proletariato non può mantenere il potere. Noi dovevamo dunque aiutare immediatamente i contadini. La situazione degli operai è terribilmente dura, ma fra di essi si trovano gli elementi politicamente più sviluppati, i quali comprendono che nell’interesse della dittatura della classe operaia bisogna a qualunque costo aiutare i contadini. Ma ci furono delle frazioni del proletariato che non compresero ciò e ci accusarono di «opportunismo». In realtà noi aiutiamo i contadini perché senza la loro alleanza il potere politico del proletariato è impossibile. Queste la cause determinanti per noi e non quelle della ripartizione più giusta. Mantenere l’alleanza degli operai con i contadini affinché il proletariato possa conservare il potere e la funzione dirigente nello Stato: questo è il più alto principio della dittatura.

L’imposta in natura, la libertà di commercio e le concessioni.

Il solo mezzo che noi abbiamo trovato per tale scopo è l’imposta in natura. Noi dobbiamo passare dall’alleanza militare a quella economica. Teoricamente la sola base possibile di questa alleanza è l’istituzione dell’imposta in natura, che è la sola possibilità teorica d’arrivare ad una base economica realmente solida della società. L’officina socializzata dà i suoi prodotti ai contadini e questi danno in cambio i loro cereali. È questa la sola forma possibile per l’esistenza dell’ordine socialista, è il solo regime possibile in un paese in cui il piccolo contadino forma la maggioranza.

Ma l’imposta in natura significa libertà di commercio. Il contadino dà una parte dei suoi cereali come pagamento dell’imposta e l’altra può scambiarla liberamente con i prodotti dell’officina. Questa libertà di scambio significa libertà del capitalismo, ma si tratta di una nuova forma di capitalismo: il capitalismo di Stato. Il suo significato però è diverso a seconda che si tratti di una società in cui il potere dello Stato è tenuto dai capitalisti o dal proletariato. In uno Stato capitalista, il capitalismo di Stato significa che il capitalismo è riconosciuto dallo Stato, è controllato dallo Stato a beneficio della borghesia contro il proletariato. In uno Stato proletario tutto ciò è a beneficio del proletariato, affinché questi possa mantenersi contro una borghesia ancora troppo forte e possa continuare a combatterla. Quindi dobbiamo fare delle concessioni anche alla borghesia straniera, al capitale straniero. Noi diamo delle miniere, delle foreste, dei pozzi di nafta ai capitalisti stranieri, però senza snazionalizzarli, per ottenere da essi dei prodotti industriali, delle macchine, ecc. che ci consentono di ricostruire le nostre industrie.

L’elettrificazione della Russia.

È fuori di dubbio che l’unica base economica possibile è la grande industria moderna. Questo è il solo mezzo per salvare i contadini dalla miseria e dalla fame. Ma la ricostruzione della vecchia industria richiede troppo tempo e troppo lavoro, perciò noi ricorriamo all’elettrificazione, che in un tempo assai minore ci consente di creare un’industria veramente moderna. Più di duecento specialisti, quantunque non comunisti, vi hanno lavorato con interesse perché hanno riconosciuto che dal punto di vista tecnico questa era l’unica via possibile. Naturalmente occorre del tempo per realizzare questi progetti; gli specialisti più prudenti e più previdenti dicono che la prima serie di lavori richiede per lo meno una decina d’anni.

Nelle mie tesi io cito delle cifre reali affinché voi comprendiate quanto poco si è fatto in questo campo. Queste cifre sono così modeste, che ci si accorge subito che esse, più che uno scopo scientifico, hanno uno scopo di propaganda.

Ed è dalla propaganda che noi dobbiamo incominciare. Il contadino russo che ha partecipato alla guerra mondiale e che ha vissuto parecchi anni in Germania, ha visto come si svolge la vita economica moderna e come si deve agire per vincere la miseria. Egli vede ora che anche da noi bisogna fare qualche cosa di nuovo, egli comprende che tutti debbono portare il proprio contributo a questo lavoro e che ogni singolo non deve lavorare soltanto per sé. E noi conquisteremo al comunismo anche gli specialisti, ingegneri ecc.. Questi verranno a noi, quando avremo loro dimostrato che le forze produttive del paese si saranno elevate.

Con questi elementi non è sufficiente la dimostrazione teorica della bontà delle nostre idee; noi dobbiamo convincerli con la realtà dei fatti.

La «democrazia pura»

Ed ora, per concludere, poche parole sulla «democrazia pura».

Lasciando da parte la questione teorica, qual è la realtà di fronte alla quale noi ci troviamo? Tutte le forze reazionarie non solo borghesi ma anche feudali, si stringono intorno a questa bandiera: «democrazia pura».

La condotta dei socialisti rivoluzionari e dei menscevichi nella nostra rivoluzione, è la dimostrazione classica dello spirito piccolo-borghese di questa democrazia. I capi più avveduti della grande borghesia, quando hanno visto che non potevano vincerci, hanno lanciato questa parola d’ordine: «i Soviet senza i bolscevichi». Il capo dei cadetti Miliukof difese il sistema soviettista contro i socialisti rivoluzionari. Questo è un indice veramente interessante. I cadetti difendono i soviet senza i bolscevichi perché comprendono molto bene la situazione: essi sperano di sedurre una parte della popolazione.

La parola d’ordine oggi è: lotta senza quartiere contro i bolscevichi. Tutta la borghesia aiuta i socialisti rivoluzionari ed i menscevichi, che costituiscono l’avanguardia della reazione.

Contro questi elementi noi dobbiamo condurre una guerra spietata. La borghesia internazionale non può oggi riprendere apertamente la guerra contro di noi perché le masse operaie, per quanto non siano ancora in maggioranza comuniste, sono però abbastanza avanzate da impedire l’intervento. Ma finché il risultato finale non è raggiunto, lo stato di guerra persiste, perciò noi diciamo: «à la guerre comme à la guerre». Noi non promettiamo né libertà né democrazia, ma diciamo apertamente ai contadini che essi debbono scegliere: o il potere dei bolscevichi o il potere della borghesia. Tutto il resto è assurdità e pura demagogia. E con essi noi andremo fino all’estremo limite possibile delle concessioni per mantenere il potere e condurli poscia al socialismo. Per il momento il nostro punto di vista è questo: fare le più larghe concessioni, agire con la massima prudenza perché si è stabilito un certo equilibrio, perché noi siamo più deboli dei nostri avversari coalizzati, perché la nostra base economica e troppo precaria e dobbiamo consolidarla.

La discussione

Ha per primo la parola Sachs del K.A.P.D..

Noi comprendiamo – dice l’oratore – in quale penosa situazione si trovi la Russia soviettista. Lenin ha detto che il proletariato russo paga un tributo al capitalismo occidentale ed è costretto a farlo fino al giorno della rivoluzione sociale in Europa. Pertanto c’è da temere che questa politica muti le basi economica della dittatura proletaria in Russia, mentre non vi sono garanzie che ci assicurino che il partito comunista russo rimanga quello che è oggi. Quanto ai trattati diplomatici conclusi dalla Russia, o non saranno eseguiti ed allora non hanno alcun valore o, come ha detto Lenin, saranno attuati ed allora essi rafforzeranno il capitalismo occidentale a danno del movimento rivoluzionario. Durante lo sciopero dei minatori in Inghilterra i capitalisti affermavano che esso era dannoso per la Russia dei Soviet. Questo è un argomento di cui la borghesia si servirà per mascherare la vera situazione ed ostacolare lo sviluppo della lotta del proletariato.

In risposta all’oratore precedente, prende la parola il compagno Radek.

Egli dice che non si tratta di vedere se la Russia comperando delle merci in Occidente ritardi o meno la crisi dell’imperialismo in tutto il mondo; bensì se il Partito Comunista russo avesse potuto seguire una politica diversa da quella che ha seguito. È inutile ripetere – continua Radek – che ogni altra politica è impossibile in un paese agricolo.

E poiché si riconosce che la Russia soviettista è l’avanguardia della rivoluzione mondiale e che la nostra politica è una necessità per la rivoluzione, bisogna che l’Internazionale ne accetti la responsabilità. Questa politica è chiara e nel rapporto attuale delle forze sociali essa è indispensabile non soltanto per la Russia, ma anche per il proletariato universale.

Indubbiamente essa presenta un grande pericolo. Nelle sue tesi Lenin afferma che un governo proletario non può esistere isolato per un tempo troppo lungo. Contro questo pericolo non v’è che un rimedio: la rivoluzione mondiale al più presto. La parola d’ordine dell’Internazionale deve essere la seguente: guadagnar tempo per preparare la vittoria ed organizzarsi, approfittando degli insegnamenti delle lotte precedenti. La nostra politica consiste nel mobilitare i partiti, nel renderli capaci di affrontare la lotta, ma non nell’invitarli ad ingaggiare tale lotta senza avere delle buone probabilità di trionfare.

Segue la comp. Kollontay, che parla a nome di una piccola minoranza d’opposizione del partito comunista russo.

Il discorso di Lenin – essa dice – suscita una questione essenziale: Crediamo noi che il cambiamento della politica economica fortificherà il sistema comunista di produzione? Il sistema capitalista è in sfacelo nel mondo intero e la rivoluzione è inevitabile. Perciò noi poniamo il problema: il cambiamento attuale non è il ritorno all’antico sistema capitalista? Vi sono in Russia tre forze sociali: la prima, la classe di contadini che compone la maggioranza ed è permeata di spirito piccolo-borghese; la seconda, la burocrazia, gli «specialisti» che sono moralmente legati ai capitalisti stranieri; la terza, il proletariato. Quale è fra queste forze quella che esercita l’influenza predominante sulla politica del potere dei soviet? Lenin dichiara che grazie al nostro nuovo orientamento economico, noi possiamo guadagnar tempo in attesa della rivoluzione mondiale. Ma questa attesa è possibile solo se non si causa un danno essenziale alla base del nostro regime soviettista. In realtà la classe dei contadini, grazie alla nuova politica diverrà economicamente più forte. Il proletariato invece perderà la fiducia nelle sue forze. Se noi andremo ancora più lungi nella politica delle concessioni, il proletariato s’indebolirà e si disorganizzerà. Una nuova rivoluzione si renderà inevitabile ed il proletariato non avrà più la forza di compierla.

Lenin ha parlato lungamente delle forze meccaniche, dell’elettrificazione, ma non ha detto una sola parola delle energie creatrici del proletariato. Invece di cercare una d’uscita in noi stessi, invece di risvegliare l’iniziativa delle masse, noi domandiamo soccorso e ci appoggiamo alle forze straniere. In realtà il solo mezzo per risollevare l’industria è quello di suscitare l’iniziativa creatrice delle masse proletarie.

Ha la parola il comp. Trotzki.

Dopo aver dichiarato non essere affatto rispondente a verità quanto afferma la stampa capitalista circa la sua appartenenza al gruppo d’opposizione, l’oratore rileva che i pericoli affacciati dalla Kollontay furono a suo tempo esaminati dalla Commissione Economica. Uno dei membri – dice Trotzki – ha cercato di provare che il capitalismo ritroverebbe la sua salute nelle steppe della Russia. Ma se, data la nostra rete ferroviaria, la nostra superficie e lo stato generale della nostra industria, il capitalismo può ristabilire rapidamente il suo equilibrio mondiale, ciò significa confessare che dal punto di vista economico la nostra potenza è tale che non vi sarebbe alcun bisogno di rivolgerci a questo capitalismo. Disgraziatamente la realtà è ben diversa. Noi siamo costretti a chiedere aiuto alla tecnica capitalistica, ma, d’altra parte, la nostra debolezza non consentirà al capitalismo di rimarginare le sue ferite. Inoltre il potere è nelle mani del proletariato e questi non fa delle concessioni se non quanto le ritiene utili e necessarie.

Kollontay – continua Trotzki – dice che il sistema capitalista è in sfacelo, perciò nulla di buono noi possiamo trarre da esso.

Questo è un postulato quasi metafisico. In tal caso se un esercito francese od inglese invadesse il nostro territorio, noi dovremmo dire: il capitalismo ha fatto il suo tempo, perciò noi possiamo tranquillamente incrociare le braccia. Ben presto ci accorgeremmo che il capitalismo è ancora forte. Prendiamo la tecnica capitalista.

Secondo i principii della Kollontay potremmo noi acquistare una buona locomotiva tedesca, ad esempio, che porti la marca capitalista? Forse sì, ma per fare ciò ci occorre dell’oro e poiché non ne avremo mai abbastanza, bisognerà dare in cambio qualcosa altro, poniamo del legname. Per ciò ci occorrono delle seghe e degli altri accessori. Allora noi diciamo: in questa foresta il capitalista può trovare il legname di cui ha bisogno, lasciamolo dunque portare le sue seghe ed i suoi apparecchi e prendere il legname in cambio della locomotiva. Dove comincia e dove finisce l’opposizione di principio della Kollontay, nel momento dell’acquisto della locomotiva od in quello del pagamento per mezzo del legname?

Kollontay dice ancora che noi sostituiamo la forza operaia con quella dei tecnici e dei contadini. Certamente noi abbiamo grande fiducia nell’iniziativa del proletariato, ma non abbiamo mai detto che esso possiede tutte le qualità necessarie all’esistenza nella società. Egli può concentrare il potere nelle sue mani, ma in seguito egli deve chiamare a sé tutte le forze capaci di sviluppare l’organismo sociale. Dire che tale politica significa non aver fiducia nella classe operaia, significa non aver nulla di comune col marxismo.

Se nella guerra noi non ci fossimo appoggiati alle capacità tecniche estranee alla classe operaia, da molto tempo non esisteremmo più. L’enorme iniziativa della classe operaia consiste appunto nel fatto che essa ha saputo mettere al suo servizio, con la forza e con la propaganda, gli antichi ufficiali. La stessa cosa avviene nel campo della tecnica.

Entrando in relazione con i capitalisti stranieri – conclude Trotzki – noi rimarremo quelli che siamo; se v’è qualcosa che dimostra di non aver fiducia nella classe operaia questi è il piccolo gruppo in nome del quale ha parlato la Kollontay.

Parlano ancora diversi roatori.

Keron, delegato britannico, riconosce la necessità della politica seguita dal partito comunista russo ed afferma essere dovere dei comunisti di aiutare la Russia inviando degli operai specializzati. Hempel, del K.A.P.D., rispondendo al quesito posto da Radek, dice che date le condizioni della Russia non si può non approvare la politica economica adottata dai comunisti. Egli ritiene dannoso allo sviluppo della rivoluzione l’invio in Russia dell’élite degli operai dei singoli paesi. Rileva inoltre che nel discorso della Kollontay v’è un punto che merita d’essere preso in considerazione, e cioè l’impulso da darsi all’iniziativa degli operai russi. Termina affermando l’esistenza del pericolo che una certa corruzione penetri in Russia ad opera del capitale straniero. Rolland-Holst, dice che il proletariato russo ha dato un esempio meraviglioso di iniziativa proletaria, rileva l’insussistenza dei timori espressi da alcuni oratori, poiché la Russia non è interessata alla conservazione dell’equilibrio, bensì alla rivoluzione mondiale.

Ha quindi la parola il compagno Bucharin.

Si è detto che le concessioni ed i trattati di commercio fortificano il capitale internazionale. A ciò io rispondo:

1. – La Russia riceve le importazioni da tutti i paesi; le sue esportazioni al contrario si disperdono in diversi Stati.

2. – L’importanza di queste importazioni aumenta ancora di più allorché si considera, oltre il loro valore assoluto, quello che esse hanno in rapporto all’economia attuale della Russia e se inversamente si pensa a ciò che rappresentano, ad esempio, le nostre esportazioni di nafta nell’economia inglese.

3. – Le concessioni russe suscitano una concorrenza politica fra gli Stati capitalisti.

4. – Kollontay ha delle reminiscenze di menscevismo. Essa ha detto che si costituisce in Russia una nuova borghesia dominante con gli specialisti, la burocrazia e gli antichi avanzi della borghesia. Anche i menscevichi dicono che il proletariato russo sarà costretto a fare una terza rivoluzione per prendere veramente il potere. Ma per essi la rivoluzione d’ottobre è una controrivoluzione. Il loro sistema è logico, ma non lo è quello della Kollontay.

La Kollontay si lamenta delle concessioni fatte ai contadini. Ma queste concessioni non significano che il potere sia passato dal proletariato ai contadini. Il fabbricante che fa delle concessioni all’operaio non cessa per ciò di essere un capitalista. Durante la guerra gli Stati borghesi hanno fatto delle concessioni alla classe operaia, ma essi non hanno abbandonato per ciò la dittatura borghese.

La Kollontay ci presenta ancora lo spavento del capitalismo di Stato. Ma Lenin ha impiegato questo termine solo in mancanza di altri. Il capitalismo di Stato in occidente ha un significato ben diverso da quello che esso presso di noi. Nei paesi capitalisti il possessore di tutti i mezzi di produzione è la borghesia nella persona dello Stato; presso di noi sarà il proletariato che assegnerà tale e tal’altra impresa ai capitalisti. Kollontay ha paura, ma la paura è cattiva consigliera. Al di fuori di questa paura non si trova altro argomento nel suo discorso.

Gorter, il teorico del gruppo col quale solidarizza qui la Kollontay, ha scritto che la rivoluzione muore perché noi non comprendiamo il materialismo storico. Ora incomincio a comprendere di quale materialismo storico si tratti. È l’iniziativa delle masse operaie, lo slancio rivoluzionario ed altre cose eccellenti con le quali ha operato Kollontay, sputando sulle spregevoli condizioni economiche e sulle vili forze meccaniche di Lenin.

Noi siamo d’accordo che bisogna sviluppare l’iniziativa della classe operaia, ma né Hempel, né la Kollontay hanno detto come bisogna farlo. Quanto ai pericoli esistenti nella nostra politica, nessuno meglio del partito comunista di Russia se ne rende conto. Non soltanto esso non li nasconde, ma anzi li mostra a tutti coloro che sono interessati alla vittoria finale della rivoluzione sociale.

Chiusa la discussione, viene votata una mozione con la quale si approva la politica del partito comunista di Russia.

La questione d’oriente

Tom Mann (Inghilterra) ha per primo la parola. Egli si diffonde a parlare della libertà di cui godono i cittadini inglesi in tutti i campi tranne che in quello specificamente rivoluzionario; contrappone questo stato di libertà di cui gode la popolazione del Regno Unito allo stato di asservimento completo in cui si trovano 200 milioni d’indiani a vantaggio di un piccolo gruppo di capitalisti inglesi. Nelle Indie la dittatura su quelle popolazioni si esercita nel modo più crudo per poter spillare dal sangue dei lavoratori indiani i larghi profitti di cui gode la borghesia inglese. Ebbene se la tirannia esercitata contro di noi – esclama l’oratore – cittadini del Regno Unito, ci spinge alla rivolta, a maggior ragione ciò avverrà per coloro che sono costretti a subire le razze straniere. E quelli che si dice dell’India può dirsi dell’Egitto, dove un popolo di civiltà antica, più che secolare, e desideroso di regolare da sé i propri affari, è costretto a subire la dominazione inglese mantenuta con cannoni e soldati.

Lo sfruttamento delle colonie da parte dell’Inghilterra è inaudito. L’India è addirittura spremuta senza pietà; ma i profitti che vengono dalle colonie vanno ad avvantaggiare soltanto i capitalisti; i lavoratori inglesi non beneficiano di nessuna parte di essi. Noi comunisti inglesi, mentre lavoriamo energicamente all’emancipazione del proletariato inglese, non trascuriamo di lavorare a favore dei popoli coloniali asserviti. Ma un movimento puramente nazionale non sarebbe mai abbastanza forte e noi miriamo ad incoraggiare un movimento rivoluzionario nelle colonie che costituisca un nuovo anello del movimento rivoluzionario mondiale.

Il compagno Sulaimann-Nuri, del Partito Comunista Turco, svolge un rapporto sul partito del proprio paese e sul movimento nazionale in Anatolia ed in Turchia. Parla delle ripercussioni della guerra mondiale in Turchia e spiega come i numerosi prigionieri turchi per la loro prigionia trascorsa in Russia e nell’Europa occidentale, ritornarono in patria a diffondere lo spirito socialista e comunista. Spiega il movimento rivoluzionario in Anatolia e dimostra come la funzione che svolge attualmente il governo di Kemal Pascià, è identica a quella che esso svolgeva sotto l’antico governo turco. Il governo di Angora mentre combatte contro l’Intesa, lotta anche contro ogni movimento comunista. Cita a questo proposito le numerose persecuzioni di cui sono oggetto i compagni da parte di quel governo. Avverte il congresso che il partito comunista creato da Kemal Pascià è stato organizzato con lo scopo precipuo di lottare contro i comunisti e di far perdere loro ogni influenza sulle masse e che il Partito Comunista operaio non ha niente di comune con quel partito.

I comunisti e gli operai di Anatolia hanno compreso però che durante lo svolgersi del movimento nazionale occorre appoggiare questo movimento, poiché la caduta dell’Intesa significherà l’inizio della Rivoluzione mondiale. Ove Kemal Pascià cessasse di lottare contro gli alleati e si accordasse con essi, gli operai e i contadini di Anatolia si leverebbero come un solo uomo per lottare contro di lui per l’emancipazione delle nazionalità di Oriente. Termina augurando la rivoluzione mondiale liberatrice di tutti i popoli oppressi.

Dimitratos (Grecia) parla del movimento comunista in Grecia. Egli rileva come da decine di anni il popolo greco, sia costretto ad una guerra ininterrotta, guerra che continua tuttora in Asia Minore. Il proletariato greco comprende che esso combatte per il dominio del capitale inglese in Anatolia e che la sua condizione è peggiore di quella dei popoli coloniali, perché esso versa in fiumi di sangue l’imposta dovuta al capitalismo mondiale.

Queste guerre continue intanto rovinano l’economia del paese, e qui l’oratore si sofferma ad illustrare con dati statistici la situazione economica della Grecia. Il malcontento è generale, ed a riprova di quanto afferma, l’oratore cita le statistiche che danno il 50% di disertori sugli effettivi totali dell’esercito. I lavoratori greci hanno cercato più volte di protestare contro questa politica disastrosa, e il Partito Comunista greco ha fatto sempre il suo dovere attirando in tal modo sui suoi migliori militi le feroci persecuzioni dei governanti. Il Partito Comunista greco non si avvilisce per questo e continua a battersi per la fraternizzazione con gli operai e contadini di Turchia non solo, ma per l’unione fraterna di tutto il proletariato della Balcania. I comunisti greci agiscono in tal modo poiché essi sono convinti che solo l’unione stretta dei comunisti di Oriente potrà rovesciare il potere del capitalismo, mettere fine ai continui massacri e liberare i popoli d’Oriente.

Agazad, rappresentante del Partito Comunista di Persia, riconosce che le tesi sulla questione coloniale adottate dal II congresso sono decisive. Si sofferma a mostrare i risultati di un anno di lavoro compiuto secondo le direttive stabilite nelle risoluzioni del II congresso. Espone la situazione del suo paese e dello sviluppo del movimento comunista. L’esperienza di un anno ci ha convinti, egli dice, che anche la rivoluzione democratica e borghese è impossibile in Persia senza liberare i contadini da tutta una serie di residui feudali e senza alleggerirli dei tributi dei proprietari fondiari. Nel nostro programma minimo noi ci assegniamo come compito immediato non solo la espulsione degli inglesi e il rovesciamento del governo dello Sha, ma anche la convocazione di una assemblea costituente che abolisca le sopravvivenze feudali e rompa le catene che impediscono la libera espansione delle forze produttive del paese.

Pur sostenendo il movimento nazionale, il nostro partito si sforza di trascinare nell’orbita della lotta rivoluzionaria le grandi masse, per condurle alla lotta che seguirà immediatamente alla vittoria della rivoluzione borghese. La presa del potere nel nostro paese da parte degli operai è molto lontana: in ogni modo essa è legata intimamente alla vittoria della rivoluzione proletaria nei paesi di Europa.

Ha la parola il comp. Lassian del Partito Comunista armeno.

Il popolo armeno è il popolo che ha la storia più tragica; esso è stato sempre vittima degli odi di razza sostenuti e sfruttati dal vecchio dispotismo turco. Invano ha lanciato appelli ai popoli così detti «civili». Ne sono risultati sempre nuovi massacri. Ma ultimamente il popolo armeno ha volto gli occhi verso la Russia, si è inspirato all’esempio del proletariato russo e, sollevandosi contro la borghesia e i social patrioti, ha proclamato la Repubblica Soviettista di Armenia. L’oratore illustra le atrocità e le infamie che sono state ultimamente commesse in Armenia sotto il governo dei social democratici, che, servitore fedele dell’Intesa, manteneva il paese in guerra continua con i paesi vicini e rinfocolava gli odi di razza. La proclamazione del potere soviettista ha messo fine ai conflitti di razza, ed armeni e mussulmani hanno incominciato a vivere fraternamente, dimentichi degli odi passati. Ma il paese è completamente rovinato dalle guerre e dalla politica dei governi passati e il potere dei soviet non può con le sole risorse del paese soddisfare i bisogni pressanti della popolazione. In verità i partiti controrivoluzionari, profittando anche delle nostre debolezze, tentarono di riprendere il potere, ma noi riuscimmo a respingerli. Ora la nostra situazione si è consolidata per il colpo di stato sopravvenuto in Georgia e per l’allontanamento dei turchi. Attualmente l’unico pericolo che ci minaccia sono le mire imperialiste della Turchia. Se la Turchia ci minaccia, quando gli operai ed i contadini armeni prederanno le armi per difendere la loto libertà, assicurateci o compagni – conclude l’oratore – che non ci mancherà l’aiuto della grande Russia dei soviet.

Tashakaia, del Partito Socialista georgiano.

L’oratore segnala l’opera di tradimento dei menscevichi georgiani dopo la rivoluzione del 1905, la cui funzione nefasta si è manifestata principalmente dopo la rivoluzione di ottobre. Descrive la situazione politica ed economica del paese alla vigilia del colpo di stato febbraio-marzo 1921, lo sviluppo della guerra civile e la conseguente presa di potere da parte del proletariato georgiano. Si sofferma ad illustrare l’azione bassa e vile compiuta dai menscevichi dopo l’instaurazione del potere dei soviet, azione che ha provocato contro di loro il disprezzo e l’odio di tutta la popolazione della Georgia. Conclude auspicando all’unione di tutte le repubbliche soviettiste sotto le bandiere della III Internazionale.

Avilov, del P.C. d’Azerbeidjan, prende la parola.

Con rapidi cenni egli espone la situazione sociale del suo paese e lo sviluppo del movimento comunista, che ha portato il proletariato alla cacciata degli inglesi e all’instaurazione del potere dei soviet. Tratteggia il compito che è destinato ad assolvere l’Azerbeidjan comunista e termina inneggiando alla III Internazionale.

Manebendra Nath Roy, delegato indiano, solleva una vivace protesta per il modo come è trattata la questione d’Oriente al congresso; propone di nominare una regolare commissione che tratti la questione come la sua importanza richiede.

Chang-Tai-Hai, delegato cinese, svolge riassuntivamente una relazione del movimento comunista in Cina, e spiega l’importanza per la rivoluzione mondiale del movimento nell’Estremo Oriente.

Si sofferma a parlare dell’imperialismo giapponese e la funzione che esso è destinato a svolgere nell’Estremo Oriente, domanda perciò che l’Internazionale e i Partiti Comunisti occidentali accordino una maggiore attenzione e appoggino più efficacemente il movimento dell’Estremo Oriente. La distruzione dell’imperialismo giapponese significherà il rovesciamento di uno dei tre pilastri del capitalismo mondiale. Illustra brevemente l’attuale momento politico sociale in Cina e termina dicendo che bisogna risolvere la questione se le risorse naturali e le considerevoli forze umane della Cina saranno utilizzate dal capitalismo contro il proletariato o dal proletariato contro il capitalismo.

Un rappresentante della Corea, illustra la situazione di quel paese e lo sfruttamento esoso a cui esso è sottoposto da parte del capitalismo giapponese, che impedisce con ferocia mai conosciuta ogni azione di liberazione di quel proletariato. Illustra la rivolta che si è iniziata nel 1919 contro il Giappone e la repressione sanguinosa che ne è seguita. Malgrado ogni sorta di atrocità, malgrado le mille torture, egli dice, le masse coreane continuano la loro lotta, guardano con fiducia e con entusiasmo alla rivoluzione proletaria russa, e si sono poste la parola d’ordine: o la vittoria finale o la morte. La tragedia degli operai e contadini coreani consiste in ciò che, abbandonati a sé stessi, sono votati allo sterminio progressivo od a perire in una lotta ineguale. Non vi è via di mezzo, le masse lavoratrici coreane – esclama l’oratore – aspettano la loro liberazione dalla rivoluzione sociale mondiale.

Taro Yoshihara, del Partito Comunista giapponese, porta il saluto del suo partito che è appena agli inizi della sua organizzazione. Espone le difficoltà di questo lavoro d’organizzazione, che si svolge in un paese riconosciuto come il più reazionario del mondo. Dimostra la parte importante che ha preso il Giappone in tutte le manovre diplomatiche e belliche contro la Russia dei soviet. Illustra la situazione determinata dalla guerra mondiale ed accenna all’urto grandioso che si approssima fra l’imperialismo americano e giapponese. Esamina la situazione economica del paese ed afferma che essa presenta un terreno eccellente per la propaganda comunista, ma che il movimento rivoluzionario si trova a combattere contro una borghesia potentissima, per cui occorre che esso sia aiutato dall’Internazionale e dai partiti comunisti europei. Termina inneggiando all’Internazionale.

Kara-Gadief, del Turkestan.

Compagni, egli dice, voi avete udito la lunga serie di orrori da cui sono oppressi i compagni di Corea. Un altro oratore vi ha rappresentato l’oppressione inglese nell’India, ancora più terribile. Guardate in Africa l’opera svolta dagli imperialisti francesi ed italiani, guardate l’opera sistematica di sterminio che svolgono gli americani nel loro paese. Io non mi soffermerò sul passato; ricercherò soltanto la radice del male. Se in Europa vi è una questione d’Oriente, noi in Oriente abbiamo una questione inglese. Gli imperialisti inglesi sono i veri provocatori: qui sta la radice del male. Bisogna risolvere questa questione per risolvere la questione d’Oriente. Molti compagni hanno detto che occorre prudenza, che bisogna prepararsi accuratamente e tante altre belle cose. Tutto ciò che posso dire è che i popoli orientali hanno il loro modo di risolvere le questioni, la tattica loro è quella si Souvorof. C’è bisogno di ragionar tanto, per rovesciare in un giorno solo il regime capitalista, per tutto distruggere? Bisogna utilizzare perciò la via dell’India attraverso la Persia, attraverso l’Afganistan ed il Turkestan cinese. Bisogna costringere gli inglesi a ritornare in Europa, quando ciò sarà fatto, avremo la rivoluzione in Europa. L’oratore espone la situazione del vicino Oriente ed afferma che ivi occorre principalmente combattere contro le superstizioni religiose. Termina inneggiando alla rivoluzione emancipatrice.

Ivan Jones, del Sud-Africa, comincia spiegando il fatto strano che a rappresentare le popolazioni nere del Sud-Africa vi siano dei delegati di razza bianca; prosegue affermando che le tesi sulla questione coloniale votate al II congresso hanno risolto completamente la questione in modo che non v’è più niente da dire, si dichiara stupefatto, anzi, di aver constatato come gli autori delle tesi avessero compreso così bene la questione coloniale senza essere a contatto con i fatti e con la realtà. Occorre ora applicare queste tesi, necessita perciò l’azione diretta dell’Internazionale. Illustra la situazione del Sud-Africa dove, egli dice, si ha in miniatura tutto l’aspetto del problema mondiale. Nella stessa proporzione che nel mondo intero, abbiamo laggiù una massa di lavoratori indigeni a fianco di una classe di lavoratori qualificati aristocratici, bianchi. Malgrado ciò nel Sud-Africa esiste il più grande Partito Comunista delle colonie inglesi. Paragona la situazione dei negri del Sud-Africa con quella dei negri nel Nord-America, ponendo in rilievo il compito di quei partiti comunisti. Parlando dell’India rileva l’esistenza di uno strato minuscolo di lavoratori bianchi che, lungi dall’esser lasciati corrompere dal capitalismo, scioperano invece a fianco dei lavoratori indigeni. C’è dunque la possibilità di formare da questi operai dei capi bianchi molto abili per le masse lavoratrici indiane nelle prime e più difficili fasi del movimento.

L’oratore conclude affermando che le masse lavoratrici africane saranno un esempio meraviglioso per il comunismo, perché in esse non si trova alcuna traccia d’istinto della proprietà né dei pregiudizi di casta. Conclude presentando una mozione nella quale pone in rilievo l’importanza del movimento dei lavoratori negri dell’Africa ed invitando l’Esecutivo a considerarlo come parte integrante della questione d’Oriente.

Julien, che ha in seguitola parola, spiega come il capitalismo in Oriente, a differenza dei paesi d’Occidente, non è che una sovrastruttura sovrapposta agli organismi già esistenti e che, nella maggior parte dei casi, tende a rispettare. Alla dominazione nazionale già esistente, si è aggiunta una dominazione straniera. Da ciò deriva il carattere quasi uniforme del problema in tutti i paesi d’Oriente. Ovunque la classe degli artigiani è quasi scomparsa, ma a differenza dell’Occidente, l’artigiano rovinato invece di diventare un proletario, ritorna alla terra; esso è un mezzo-servo a disposizione dei proprietari fondiari. Egualmente l’agricoltura ha dei caratteri propri; essa tende a mantenere la grande proprietà, però non con un sistema di sfruttamento intensivo, ma soltanto estensivo.

Tutto il problema del capitalismo assume in questi paesi una fisionomia particolare da cui risultano interessanti conclusioni non soltanto economiche ma anche politiche. C’è una serie di classi che hanno più o meno interesse ad avvicinarsi a questo capitalismo; ve ne è un’altra serie che pur avendo interessi differenti, ne ha uno comune: la lotta contro l’imperialismo. Accanto agli sfruttatori stranieri c’è una classe feudale che è interessata al regime imposto dall’imperialismo; ma vi è una borghesia intellettuale, una piccola borghesia essenzialmente democratica e quindi affatto comunista, che col piccolo artigiano rovinato e col coltivatore ha in comune l’interesse di lotta contro l’imperialismo. La guerra ha profondamente modificato il regime della economia mondiale. La trasformazione industriale dei paesi coloniali ha fatto sorgere in questi ultimi la coscienza del proprio valore e conseguentemente il bisogno di svilupparsi, d’essere indipendenti. Tutte queste forze hanno un valore dinamico inestimabile nella lotta contro l’imperialismo orientale.

Bisogna tener presente che nella lotta contro l’imperialismo le questioni nazionali hanno attualmente la prevalenza. I partiti devono svolgere azione comunista fin che è possibile, devono incoraggiare e sorvegliare le aspirazioni nazionali esistenti per poter al momento opportuno attirare il popolo, al di sopra e contro i capi nazionalisti, nella sfera d’influenza dell’Internazionale Comunista che lo guiderà verso la propria emancipazione. In tale campo bisognerà svolgere un lavoro efficace, in comunione intima col proletariato d’Occidente. In tal modo la questione d’Oriente diverrà il fattore essenziale della rivoluzione mondiale.

Con la fine della discussione su tale questione, terminano i lavori del Congresso.

Il compagno Zinoviev, rieletto all’unanimità presidente dell’Esecutivo, con un vibrato ed applauditissimo discorso, chiude il III Congresso dell’Internazionale Comunista.

Intorno alle origini del PC d’Italia (replica a G. Z., articolo di Kommunismus n° 31-32)

Nel numero 31-32 – venutoci sott’occhio soltanto oggi – di Kommunismus, il compagno G.Z. si lagna che da molte parti sia stato male interpretato quanto egli ebbe a scrivere nel numero 19-20 d.K. sulle elezioni italiane e in connessione sul P.C.I; e specialmente dichiara frutto di equivoco la interpretazione da noi data ( v. “R.C.”, n.6, pag. 301) alle sue affermazioni.

Per provare la fondatezza dell’asserzione che il P.C.I. sia ” derivato ” dall’antica frazione astensionista e dal ” Soviet ” di Napoli, in cui per la prima volta fu agitato il problema del distacco dal P.S.I. Orbene, ci permettiamo di credere che lo storico che seguisse questa via, sbaglierebbe. Egli dovrebbe prendere le mosse ben oltre, dalla posizione di sinistra che più o meno forte non mancò mai nel P.S.I. anche durante la guerra, contro gli atteggiamenti riformistici ed opportunistici dei dirigenti. Di questa posizione di sinistra facevano parte anche gli elementi che si raccoglievano intorno al ” Soviet “; ma erano ben lungi dal costituirne l’elemento preponderante, non solo ” più tardi ” ma neppure nello stadio preparatorio del distacco. Nella Conferenza di Imola, che fu liberato preparatorio del posteriore distacco di Livorno, poco mancò che nella frazione astensionista non si venisse ad una rottura. Come si può parlare, in tali condizioni, di una derivazione da essa di tutto il Partito?

Passiamo all’altra ” cattiva interpretazione “. Prendiamo atto della dichiarazione di G.Z. che quando egli disse che il P.C.I. era sorto su una base puramente dialettica, non voleva intendere che questa base fosse l’antiparlamentarismo, ma l’esclusione di riformisti. Potremo osservare a questo proposito che l’ingresso in cui è posta l’affermazione che ” il P.C.I. sorse su base puramente teoretica “, e cioè immediatamente dopo aver parlato di quelle tali ” origini astensionistiche “, nell’accompagnarsi di questo accenno alle virgolette origini teoretiche” con l’altro che ” pure sulla questione puramente teoretica come l’espulsione di riformisti ” si era compiuto distacco dell’antico partito, non erano circostanze atte perlomeno a rendere evidente che si trattasse di una sola ed identica cosa. Comunque, vogliamo fermarci alla parte sostanziale, e cioè che ” la questione dell’espulsione di riformisti allo scopo di attuare le condizioni d’ammissione alla III Internazionale ( il tondo è nostro )… era allora realmente teoretica sotto molti aspetti, specialmente per le grandi masse”. Sentiamo in queste parole l’eco di un pregiudizio, dissapore lievemente “levitico” secondo quella nostra separazione a Livorno non sarebbe stata il prodotto di un’intima necessità di sviluppo del movimento proletari italiano, ma bensì il risultato di una concezione ” teoretica”, non dettata quindi dai bisogni reali del movimento, ma dal desiderio di uniformarsi alle 21 condizioni (Levi direbbe agli ordini di Mosca).

Ora, questa concezione delle origini del nostro partito è inesatta. Il movimento, che poi portò alla separazione, preesisteva al II Congresso internazionale e alle sue tesi d’ammissione: era il malcontento degli elementi sinceramente rivoluzionari contro la politica di frasi rivoluzionarie e di atti opportunistici seguita dal P.S.I.. Per conseguenza, lo stesso motivo fondamentale, che produsse la scissione di Halle, di cui nessuno ha mai detto che sia sorta ” su base puramente teorica “. Ci pare veramente singolare che il compagno Z. Possa ritenere ” teorica ” la questione dell’espulsione dei riformisti al momento della nostra separazione, quando egli sa meglio d’ogni altro che la presenza dei riformisti aveva decisamente contribuito all’insuccesso del movimento del settembre precedente per l’occupazione delle fabbriche. Che non si trattasse di una questione puramente teorica, ma bensì di somma importanza pratica, coinvolgente e tutto l’avvenire del movimento proletari in Italia, e che come tale fosse sentita anche dalle masse, è provato, tra l’altro, dall’asprezza del dibattito sorto in seno al P.S.I. intorno all’espulsione dei riformisti durante il periodo preparatorio al Congresso di Livorno.

Noi potremmo aver commesso degli errori; per esempio, quello di esserci orientati troppo tardi e dapprima senza sufficiente determinazione verso il distacco, per cui poté parere che il distacco stesso fosse solo conseguenza delle deliberazioni del Congresso di Mosca – come pare che almeno in parte ritenga G.Z. -; altri certamente ne commettiamo attualmente e ne commetteremo in avvenire; ma ci pare che facciamo quanto sta noi per dare al movimento una base non ” puramente teoretica ” ma realistica, che possa metterci in grado – e i buoni segni non mancano – di appagare i voti fraternamente espressi dal compagno Z. sullo sviluppo e incremento del nostro Partito.