Parigi-Berlino asse della guerra fredda
Guerra e pace non sono, nella società capitalistica, modi di vita contradditori: sono funzioni alterne della dominazione di classe.
Dopo il ponte di Berlino e la guerra guerreggiata in Corea, parve necessario alla strategia generale dell’imperialismo un periodo di distensione; dopo un periodo di distensione ridiventa oggi indispensabile la fase delle scioppettate. I protagonisti delle violente manifestazioni anti-atlantiche di Parigi sono pur quegli stessi che, alla Conferenza Economica di Mosca, si sbracciavano a dimostrare che una pacifica convivenza fra i popoli era possibile; i protagonisti del blocco di radio-Berlino sono pur gli stessi che, due settimane fa, firmavano, insieme con gli accordi fra Occidente e Germania di Bonn, una «garanzia duratura di pace». Ed entrambi sono i primi attori di quanto avviene o sta per avvenire nuovamente in Corea.
Episodi di guerra gli uni e gli altri, lo sappiamo da un pezzo. Ma, per la classe dominante, il loro valore non sta lì: sta nel fatto che masse proletarie vengano lanciate in competizioni estranee, anzi contrastanti, coi loro interessi, e siano portate a battersi in difesa di qualcosa che è presentato come loro – la democrazia, la pace, la civiltà, magari il socialismo – ma che di fatto è contro di loro. Nessuno crede seriamente al «complotto» degli staliniani francesi, nessuno è disposto a prendere per buone le notizie della quarta repubblica in pericolo: ma ad atlantici e stalinisti preme, nello stesso grado, che la violenza proletaria si scarichi in episodi bellici anziché in episodi di contrasto sociale. Nessuno crede sul serio che penda sul capo di Duclos una terribile condanna: sanno, i dirigenti borghesi, che non sarà comunque troppo tardi per riportare dalla Santé a Palazzo Borbone i «martiri» dello stalinismo, allo stesso modo che gli organizzatori delle manifestazioni contro Ridgway sanno che non sarà mai troppo tardi per salutare una seconda volta come «liberatore» il «geniale microbico» di oggi. I loro occhi mirano più lontano: a rafforzare le misure di repressione antiproletarie da un lato, a legare dall’altro al partigianesimo del tempo di pace, prima che del tempo di guerra, i proletari. Non interessa Duclos: interessa che le masse si muovano non contro ma in difesa della «costituzione democratica». Il ministro degli interni francese opera sulla stessa linea dei quattro ministri degli esteri che, firmando la pace con la Germania, provvedono, prima di tutto, a garantirsi contro sovvertimenti sociali avvenire. Minaccia il pugno di ferro contro gli stalinisti: in realtà, ha tutto l’interesse a lasciare che, magari da un carcere democratico, invitino gli operai a lottare per la democrazia e per la legge «violata».
Pinay e Adenauer sono, oggi, gli enfants gâtés del capitalismo occidentale. Il secondo ha salvato qualche anno fa il marco; il primo sta salvando il franco. Non ci manca che «il complotto contro la sicurezza dello stato» e la conseguente repressione, per dare a Pinay la laurea di salvatore della Quarta Repubblica: non contro lo stalinismo egli difende il potere costituito, ma contro il pericolo che lo stalinismo cessi di esercitare la sua influenza controrivoluzionaria sulle masse. Lo stesso ragionamento, in senso inverso, devono aver fatto i russi epurando il partito «comunista» romeno. Di là dalle cortine di ferro, i dominanti occidentali ed orientali si danno la mano: la stabilità – cioè il dollaro, cioè il rublo – avanti tutto! Ciò significa, in altri termini, un più stretto controllo militare americano e moscovita sui rispettivi Paesi, e una più intensa opera di imbonimento democratico delle masse nelle due opposte aree.
Riusciranno le due forze che tengono avvinghiato il proletariato, a svolgere ancora a lungo questo gioco apparentemente contrastante, in realtà unitario, che ha per effetto convergente la ribadita oppressione di classe? Noi abbiamo la certezza che, per tenace e implacabile che sia l’opera di repressione e di sviamento, la classe operaia ritroverà la forza di marciare contro Pinay e contro Duclos, contro Truman e contro Stalin, contro epuratori ed epurati, la forza di disubbidire ai comandanti militari di occidente e di oriente e di mandare all’aria il castello dei prestiti legati all’oro di Napoleone e dei prestiti legati allo sforzo produttivo di Stakhanov.
Sarà il giorno in cui pace e guerra avranno cessato di rappresentare agli occhi dei proletari, e nelle mani dei capitalisti, l’alternativa della rivoluzione proletaria, e il proletariato non si commuoverà più né per Ridgway né per Duclos né per Marianna, perché avrà riconosciuto in questi specchietti per allodole il fucile puntato del nemico di classe.
Esperimenti in corpore vili
Se la Corea era destinata a fungere da campo sperimentale agli eserciti più moderni, doveva far parte di questo esperimento in corpore vili anche l’assedio a… un campo di prigionieri, con tanto di carri armati ed aerei a reazione.
Perché no? La guerra futura si farà contro giganteschi campi di prigionieri, le popolazioni inermi di tutti i Paesi. Sarà una guerra di polizia, di «igiene sociale», contro il grande prigioniero che osa ribellarsi.
Per noi, la lezione è comunque un’altra. I disfattisti del movimento proletario dicono: «impossibile, nell’epoca delle armi ultramoderne, la lotta rivoluzionaria e violenta del proletariato». I prigionieri di Koje non sono dei rivoluzionari, ma sono certo degli inermi: eppure, per tentar di domarli, i rappresentanti del più poderoso ed atomico esercito del mondo sono stati costretti a qualcosa di simile ad una grande offensiva. L’elefante fatica ad uccidere la pulce.
I proletari prigionieri di tutto il mondo sapranno, quando la loro ora sarà suonata, tenere in scacco le armi ultrapotenti che, in rapporti di forza ben più sfavorevoli, i prigionieri di un piccolo campo coreano hanno paralizzate.
La rivoluzione della carta straccia
Non dedicheremo troppo spazio alla interpretazione dei risultati delle elezioni (non ancora noti al momento in cui uscì il numero precedente) non perché l’argomento abbia perso di attualità, ma solo per la scarsa importanza che annettiamo alle campagne elettorali, considerate in quanto strumento di risoluzione delle polemiche interne della stessa classe dominante. In quanto strumento di risoluzione della lotta tra le classi, da un secolo il marxismo rivoluzionario non attribuisce ad esso nessuna importanza, anzi solo la funzione di soffocare gli impulsi sovversivi delle masse. Intendiamo dire che neppure sul piano della lotta tra i partiti, in cui si schiera la stessa classe borghese, le consultazioni elettorali hanno potere determinante. In realtà, il cosiddetto responso delle urne è solo la registrazione materiale di avvenimenti già accaduti nel corpo sociale, la «pubblicazione» di modifiche dello schieramento politico che, specialmente nei nostri tempi di concentrazione totalitaria del potere, la classe dominante borghese ha già apportato nel proprio seno, non certamente per libera scelta e senza contrasti, ma sibbene per le obiettive necessità della propria conservazione e attraverso polemiche e scontri di posizioni.
La cosiddetta sorpresa delle scorse elezioni amministrative, che per buona pace di qualcuno hanno assunto carattere politico ovunque, è stata lo strepitoso successo della destra monarchico-fascista, che conquistava quasi tutti i capoluoghi della Campania (Napoli, Salerno, Benevento, Avellino) oltre Bari e Foggia. La fetta dei voti dei monarco-fascisti era tagliata abbondantemente dalla torta democristiana. Il fronte stalin-socialista in questo senso poteva ritenersi più che soddisfatto: sommando le perdite in voti subiti dal partito democristiano l’anno scorso, nell’Italia del Nord, a quelle registrate nel Sud, gli specialisti dell’algebra elettorale hanno dimostrato concordemente, tranne naturalmente Scelba, che il famoso «monopolio politico» della Democrazia Cristiana, contro cui il P.C.I. si è battuto da leone e da volpe durante cinque anni, è finalmente spezzato. Le amministrative hanno provato che la somma di voti raccolti dalla Democrazia Cristiana non sono più sufficienti per assicurare ad essa, nelle politiche del 1953, la maggioranza assoluta in Parlamento. Ma a chi è andata l’eredità? I compilatori dei bollettini di vittoria del P.C.I. e del P.S.I. parlano solo dello incremento di voti, tutt’altro che travolgente, innegabilmente segnato dalle liste apparentate di sinistra. Ma il dato di fatto cardinale è che la frana democristiana non si è riversata affatto nel campo stalinista. Il monopolio della Democrazia Cristiana, a distruggere il quale si sono condotti gli operai a votare per i borghesi inclusi nelle liste social-comuniste, appare, se non intervengono grossi avvenimenti imprevedibili, sicuramente spezzato, sicché l’anno venturo la Democrazia Cristiana dovrà assoggettarsi, per governare, ai compromessi e ai ricatti da parte dei partiti minori o addirittura dei suffragi della Destra. Come accade in Francia al Ministero Pinay. Tutto ciò è un fatto compiuto. Ma a chi ha giovato? Lo schieramento parlamentare dell’anno venturo, a meno che le organizzazioni chiesastiche non riceveranno l’ordine… di votare per Togliatti, rimarrà, sia pure attraverso l’alchimia parlamentare, sicuramente orientato verso il centro americano a meno che non si verifichino giganteschi rivolgimenti internazionali. Già, il P.N.M. di Lauro ha fatto sapere, dandoci molta pubblicità, che esso rimane fedele al Patto Atlantico e all’amicizia con l’America. Anzi, sulla stampa monarchica si scrive apertamente che le amministrazioni comunali delle basi americane di Napoli, Foggia e Bari sapranno assicurare, meglio degli spodestati assessori democristiani, l’ordine e la sicurezza dietro il fronte, che sta tanto a cuore ai generali americani!…
Meno democristiani, più monarchici e missini, il conto per la borghesia italiana e per gli imperialisti americani torna esattamente. Ma, ovviamente, il successo della Destra non si spiega solo con gli orientamenti di politica estera predominanti nella classe borghese italiana.
La stampa americana ha duramente reagito ai risultati degli scruttini, biasimando lo sgretolamento del masso democristiano, su cui la stabilità del governo riposa. I padroni di oltre-oceano temono che il loro possedimento d’Italia debba cadere nelle condizioni di Francia, ove i ministeri sono soggetti a franare ad ogni benché piccolo spostamento di forze nello schieramento parlamentare. Le accese polemiche scoppiate tra democristiani e monarchico-fascisti, con il relativo corollario di apparentati, di giornalisti, di galoppini, erano e sono motivate dallo stesso timore. Ma, e ciò prova che la stessa classe dominante non sfugge a rigide esigenze obiettive, il colpo alla stabilità parlamentare del governo è venuto, e abbastanza demolitore. Vuol dire che esso è il minore di due mali reciprocamente escludentisi. Il male maggiore che la borghesia italiana ha evitato, proliferando dal proprio seno la destra monarchico-fascista, era l’assenza di una diga al dilagare del malcontento, della disperazione, del ribellismo che quattro anni di deludente governo democristiano hanno accumulato negli strati della piccola borghesia urbana ridotta allo stremo delle forze e della rassegnazione. Non da ieri la classe dominante aveva apprestato il bacino collettore di tutte le delusioni, le gelosie bottegaie, le ambizioni mancate che fermentano nei ceti medi e plebei specialmente del Meridione, e vogliamo alludere al P.N.M. e al M.S.I. che si sono innegabilmente serviti, da un lato, dei finanziamenti di industriali e di agrari, dall’altro della complicità passiva degli organi governativi. Perciò dicevamo che le elezioni registrano meccanicamente redistribuzioni di forze già compiute ed operanti nell’ambito della classe dominante. La classe operaia è chiamata a rendersene conto con lo spoglio delle schede. Chiunque ha seguito gli avvenimenti dell’ultimo quadriennio sapeva, ancora prima delle elezioni, che le forze del P.N.M. e del M.S.I. erano in evidente fase di incremento.
Se fosse obbligata a mantenere le sue promesse, la borghesia italiana non potrebbe esistere più di un attimo. Ma alla sistematica e immutabile pratica di governo basata sullo spergiuro sfrontato e l’inganno demagogico, rimedia sacrificando e cambiando i promettitori. Ieri, fece appendere per i piedi Mussolini. Oggi toglie il monopolio a De Gasperi, mettendo a parte del governo e, quindi, del compito di promettere e di turlupinare il popolo, le forze della Destra, che essa stessa ha evocato. Dopo di ciò, tipi come Togliatti e Nenni si alzano a cantare vittoria. Vittoria su chi? La borghesia non cesserà certamente di governare e opprimere il proletariato, se, l’anno venturo, i monarchici otterranno un congruo numero di seggi in Parlamento, a danno della D.C. Per il solo fatto che il P.C.I. e il P.S.I. hanno impostato la loro azione politica mirante a convogliare le masse illuse nella disperata lotta contro il monopolio politico del potere, attribuito ad un partito, la Democrazia Cristiana, mentre la realtà urlante dello sfruttamento sociale mostra che esso è saldamente nelle mani di una classe, la borghesia capitalistica, per questo solo fatto i pretesi partiti della classe operaia hanno vigliaccamente tradito il proletariato, il quale, dopo una mezza dozzina di rivoluzioni di carta straccia, deve constatare che i partiti borghesi sorgono e tramontano, ma la borghesia rimane. Rimane perché i partiti del tradimento e dell’opportunismo conducono le masse a lottare, volta a volta, contro le forme transitorie del potere borghese, ieri il fascismo, oggi il democristianesimo, perseguendo alleanze e blocchi con altre forze prettamente borghesi, con De Gasperi insieme con liberali e repubblicani nel C.L.N. contro Mussolini, con Nitti, Labriola, Mole contro De Gasperi e Lauro. Dopodomani, se per ipotesi astratta i monarchici di Lauro dovessero costituire un grave pericolo per le cosiddette libertà repubblicane, non esiterebbero a riabbracciare De Gasperi e Scelba, come già lasciano intendere…
La democrazia del dollaro
Recentemente Stampa Sera ha pubblicato una corrispondenza da New York, in cui erano messi in rilievo i rapporti fra la finanza e le elezioni. Vi si leggeva: «Il senatore Kerr è straricco, tanto da esser ritenuto uno dei re del petrolio, quindi avrà un compito facile. Per « Ike », cioè Eisenhower, pensano, con molto larghi mezzi, raccolti dall’infaticabile senatore Lodge, le borse di molti industriali e banchieri, convinti sostenitori del generale. Stassen neppure è ricco ma può contare sull’appoggio dei grandi conservieri degli Stati agricoli del Middle-West. Non parliamo di Harriman che può disporre di oltre cento milioni di dollari, costituenti la sua fortuna personale, cui si aggiungeranno le ricchezze della moglie. La posizione di Taft che è quello che fa più scalpore e va più spendendo per le elezioni, è curiosa. Di suo ha poco o nulla (poveretto!) però i parenti vicini e lontani, tutti nella grande industria e negli affari, godono di larghissime possibilità finanziarie e di molta influenza in varie città e Stati. Un cugino è proprietario di un grande quotidiano dell’Ohio, un cognato è direttore di una importante società di trasporti aerei, un fratello è interessato in varie fabbriche di Cincinnati…
«Taft attende solo di poter riuscire alla convenzione repubblicana in luglio contro Eisenhower e gli altri avversari, perché allora la potente cassa del partito dovrà, nolente o volente, mettere a sua disposizione tutto il denaro occorrente alla continuazione della battaglia elettorale sino a novembre; allora non vi sarà più bisogno di umiliarsi e piegarsi davanti a parenti riottosi e tutto sarà più facile. Del solo Kefauver si ignorano le fonti finanziarie, ma non tarderanno neppure esse ad essere scoperte e discusse come le altre».
Dal che si desume che la democrazia bipartitica del libero paese del dollaro è democrazia, proprio perché non ha ritegno a sbandierare pubblicamente di essere il governo dei ricchi. Innanzitutto, si muovono masse imponenti di dollari, seguendo il gioco degli umori e dei ripicchi delle camarille elettorali in cui ama dividersi l’aristocrazia finanziaria ed industriale. Allorché la battaglia di dollari, cui sono interessate le gigantesche agenzie elettorali che sono i partiti repubblicano e democratico, avrà sortito i suoi risultati, che consisteranno nell’attribuzione della candidatura a Eisenhower, o Taft o Stassen od Harriman, solo allora il «popolo sovrano» sarà chiamato ad eleggere il Presidente degli Stati Uniti. Il candidato che ottiene la maggioranza allo spoglio delle schede ha ricevuto, però, un po’ prima, dai Domineddio della finanza, il mandato di rappresentare, non più il gruppo sostenitore, ma l’intera classe borghese. La minoranza perdente non si piega affatto al «responso delle urne», ma sta al gioco, constatando di non avere sufficienti seguaci nella classe dominante. La democrazia, in fondo, è la dominazione della classe borghese che, discutendo i propri affari, riesce in opposte soluzioni, miranti tutte beninteso, a conservare lo sfruttamento e l’oppressione sociale. Per il resto del mondo, vedi United States of America. Fatte le debite proporzioni.
Il giorno 27 dei governi atlantici
Negli ultimi giorni di maggio, il Senato americano, nella veste di Elemosiniere di Corte dell’alleanza atlantica, procedeva all’approvazione del progetto di legge per gli aiuti all’estero, presentato dal Governo. Complessivamente gli aiuti all’estero chiesti dal Governo venivano ridotti del 15 per cento, sicché la cifra definitiva risultava di 6 miliardi e 700.000.000. Sei miliardi e settecento milioni di dollari. Divertitevi a tradurre in lire italiane secondo il rapporto 1 dollaro uguale 650 lire, e avrete un’idea più precisa del mastodontico stock di dollari distribuito ai satelliti di Wall-Street. Sono quattro milioni e trecentocinquanta miliardi di lire ovvero, attenti al capogiro, quattromilatrecentocinquantacinque miliardi di lire. La manna, che Jehovah fece cadere dal cielo per nutrire il popolo ebreo smarrito nel deserto, aveva la millesima parte del valore commerciale degli «aiuti» sborsati dalle Banche americane?
La ripartizione geografica dell’enorme somma sta a dimostrare come i cosiddetti aiuti siano il soldo che il mostro statale di Washington paga ai suoi mercenari, ai quali viene corrisposto in misura dell’importanza militare. Alla sola Europa sono stati assegnati 3.515.295.500 dollari in aiuti militari diretti, cioè in armi, attrezzature belliche ecc. fabbricati in U.S.A. e 1.542.866.000 dollari per aiuti economici o connessi con il riarmo. In totale, i governi europei, che facevano pazientemente la fila davanti agli sportelli delle Banche statunitensi, si sono visti aggiudicare 5 miliardi 058.161.500 dollari, cioè circa il 73 per cento della somma totale stanziata. Il resto andava così ripartito: per il Medio Oriente e l’Africa: 86.590.000 dollari in aiuti militari diretti e 166.277.500 dollari in aiuti economici (compresi 55.126.000 per i profughi di Israele). Gli altri fondi stanziati erano destinati all’Asia, alla zona del Pacifico e all’America Latina.
Scoccava finalmente il «giorno 27» dei governi impiegati dal Super-Stato americano. I pagamenti sono aperti. Meglio non potrebbero apparire – in un mondo economico in cui il denaro assume le funzioni che le vecchie religioni attribuivano alla Divinità nel mondo cosmico, con la differenza che il denaro è strumento non astratto e irreale di dominazione e di assoggettamento sociale – i rapporti di assoluta dipendenza della vecchia Europa e degli altri continenti del mondo dalla terribile concentrazione di potere economico e militare che due guerre mondiali vittoriose hanno attuato sul territorio degli Stati Uniti. L’Europa e il resto del mondo ricevono in dollari solo irrisori rimborsi degli enormi sacrifici di sangue e di beni, delle montagne altissime di cadaveri, su cui Wall-Street, la Cartagine del capitalismo mondiale, ha eretto il proprio impero mondiale. Vanamente lo stalinismo internazionale, che più di altri ha lavorato a procacciare carne da cannone agli imperialisti americani cerca di suscitare nella decadente borghesia europea la vergogna e la ribellione alle sue condizioni di padrona serva, facendosi banditore del nazionalismo antiamericano. L’indipendenza politica è servita alla borghesia, nelle epoche di transizione dal feudalismo all’industrialismo capitalista, proprio per combattere con il mito della Nazione le resistenze reazionarie delle forze sociali legate a forme locali di produzione e di consumo. Serve ancora perché la struttura e la dinamica economica capitalistica impediscono alla borghesia di superare le barriere nazionali e la cronaca quotidiana documenta immancabilmente l’indistruttibilità degli antagonismi internazionali. Il predominio schiacciante degli Stati Uniti sta appunto a dimostrare che le unità nazionali e statali borghesi non possono rapportarsi le une alle altre che sul piano dei rapporti di forza materiale. Non può l’Europa borghese, che dall’America attinge la forza economica e militare necessaria a conservare il proprio dominio sulle masse lavoratrici, rivolgerglisi contro. Due guerre mondiali hanno segnato il fallimento del supremo tentativo della vecchia Europa di conservare in sé il centro mondiale del capitalismo, e la vittoriosa Inghilterra, non meno della vinta Germania, ha dovuto farsi prenotare nelle liste dei beneficiati dall’America.
Il ruolo controrivoluzionario dei partiti stalinisti si appalesa proprio nel fatto che pretendono di battere l’America facendo leva sulla borghesia europea cui rivolgono ripetuti appelli mentre l’America è battibile solo da parte del proletariato mondiale in lotta rivoluzionaria, sul piano locale e internazionale, contro il capitalismo.
Il crepuscolo degli dèi gollisti in Francia
(Ovvero date all’America quel che è dell’America)
L’enuclearsi della cosiddetta Destra dallo schieramento borghese in Italia è coinciso con lo sfaldamento inglorioso dell’opposizione degaullista in Francia. È successo, infatti, proprio in concomitanza con il clamoroso gesto di forza del Governo Pinay contro il Partito comunista, culminato nell’arresto di Duclos, che un numeroso stuolo di membri del gruppo parlamentare gollista si riunisse, a Parigi, per discutere sui dissensi sorti in seno al «Rassemblement». Dalla riunione usciva riconfermata, salvo poche eccezioni, una lettera indirizzata da numerosi deputati gollisti al gen. De Gaulle, nella quale si prendeva netta posizione contro la intransigente opposizione al Governo, e in genere all’odierno regime democratico dei partiti, propugnata tradizionalmente dal movimento. È noto che il movimento gaullista sorse, pochi anni fa, in aperta opposizione agli attuali ordinamenti costituzionali della Francia, subordinando la sua ascesa alla direzione del governo, alla riforma della Costituzione dello Stato, mirando in sostanza a limitare fortemente i diritti del Parlamento e del regime multipartitico. Praticamente, i degaullisti, anche se formalmente fedeli al metodo democratico, siccome dicono di essere in Italia il MSI e il PNM, uscivano sul palcoscenico della IV Repubblica esternando clamorosamente, e con truculento linguaggio, un’indefettibile avversione alla democrazia parlamentare, che non risparmiava neppure i partiti cosiddetti di centro e cioè i radicali, i democristiani, i socialdemocratici, ecc.
Le manifeste tendenze totalitarie del gollismo hanno indotto, e inducono, i comunisti francesi a classificare il movimento dell’aristocratico generalone sotto l’etichetta di fascismo. Ma se la classificazione in tale senso ha una ragione di essere, ad esempio per il MSI, in Italia, i cui dirigenti e propagandisti si richiamano arrogantemente al defunto regime di Mussolini e alla mercenaria Repubblica di Salò, per il degaullismo assume un tono particolarmente ironico, giacché è a tutti noto che De Gaulle e i suoi seguaci, sia nell’emigrazione in Inghilterra, sia nel movimento partigiano in Francia contro gli occupanti nazisti, furono intransigenti nemici del Governo collaborazionista del maresciallo Pétain, sostenuto e protetto dalle baionette tedesche. I dirigenti stalinisti, che sotto l’occupazione tedesca parteciparono alla Resistenza a fianco dei gollisti, i quali rinfacciano oggi a Thorez e Duclos di avere solidarizzato con il nazismo all’epoca dell’alleanza tra la Russia e la Germania hitleriana, male fanno a considerare fascista il movimento del gen. De Gaulle. Con ciò stesso provano che, come noi sosteniamo, la forma di governo totalitaria è propria e dei movimenti richiamantisi al nazifascismo di Mussolini, Hitler, Franco, Horthy, ecc. e dei movimenti cosiddetti antifascisti. Pur richiamandosi alla democrazia e all’antifascismo, il movimento gollista propugna praticamente gli stessi metodi politici, le stesse ideologie scioviniste, lo stesso feticismo militarista che, sotto diversi simboli e giustificazioni, costituivano il contenuto dell’azione politica del governo pétainista di Vichy. Allora, come si spiegano tali contraddizioni, che fanno scimunire gli interpreti metafisici degli avvenimenti politici? Si spiegano perfettamente, partendo dall’assunto inconfutabile che democrazia e fascismo, o se volete, partitismo parlamentare e unipartitismo, sono forme di governo convergenti, in quanto espressione dell’unitaria classe borghese. Pétain si faceva interprete degli interessi del capitalismo francese mandando a morte la democrazia parlamentare; il regime democratico della IV Repubblica svolge la medesima funzione; se De Gaulle andasse al potere, e mettesse fuori legge e gli stalinisti e i partiti di centro, e i nostalgici della Repubblica di Vichy, egualmente servirebbe la conservazione borghese. Fascismo = democrazia = gollismo, in politica interna.
Ma la scalata al potere del gollismo non sarebbe indifferente agli effetti delle conseguenze di politica estera. Qui risiedono i motivi del crepuscolo degli dèi gollisti. Il gollismo è l’espressione dell’esasperato nazionalismo che cova nella borghesia francese, mal rassegnata a scomparire dalla scena internazionale come potenza di primo piano, profondamente umiliata dallo spettacolo della propria impotenza a tamponare le falle che le forze borghesi indigene aprono paurosamente nel suo impero coloniale (Indocina, Tunisia, ecc.), rosa da grottesca gelosia verso la schiacciante predominanza americana, che le impone persino di accettare il risorgere della potenza militare e politica dell’odiato nemico tedesco. Ma l’antigollismo dei partiti di centro è, al contrario, l’espressione della consapevolezza della stessa classe dominante francese della storica impossibilità di invertire la linea della decadenza e, quindi, della necessità di soggiacere alla tutela americana per il fine supremo della conservazione del suo potere di classe. Spaventa soprattutto la maggioranza della borghesia capitalistica francese, ammaestrata dalle conseguenze di due guerre che dovevano mandare in frantumi l’impalcatura statale, la prospettiva di dover contare solo su se stessa. Perciò, il gollismo, nemico di Mosca benché sia toccato a suo tempo al Governo presieduto da De Gaulle stipulare la nuova edizione del patto di alleanza franco-russo, oppositore «costituzionale» della politica estera americana, specialmente della politica del Patto Atlantico, che De Gaulle vorrebbe girasse sul perno francese, assertore di una megalomania nazionalistica sorpassata ed utopistica, doveva franare.
Oggi, il gollismo appare scisso profondamente. Parte del gruppo parlamentare gollista votò, a suo tempo, la fiducia al Governo Pinay, permettendone l’esperienza. Da solo il fatto già testimoniava della avvenuta scissione interna. Era, infatti, infranto il dogma dell’incompatibilità dell’assunzione di responsabilità di governo, sia pure indiretta, da parte dei gollisti e il mantenimento dell’attuale Costituzione. Nella lettera inviata al gen. De Gaulle, i dissidenti giungono ad affermare che «si può veramente influenzare un regime e migliorarlo solo operando dal di dentro», deplorando la «sistematica, sterile ed impopolare opposizione cui si ispira la politica del Rassemblement» (partito gollista). Evidentemente, i deputati dissidenti gollisti stimano non essere igienico guadagnarsi i milioni secondo il sistema del loro collega De Récy, recentemente condannato a 10 anni di lavori forzati per furto di buoni del tesoro, né si rassegnano a vivere nello sdegnoso isolamento di nume corrucciato professato dal lugubre generale loro capo. Risultato: tirano fuori la non peregrina teoria, certamente imparata dagli staliniani, che il governo si conquista dal di dentro… Quale vergognosa fine! Avevano incominciato schifando tutti, finiscono mendicando poltrone ministeriali anche di secondaria importanza. Erano i profeti della rinascita miracolosa della «France immortelle», i vati della «politique de grandeur». Ora tendono la mano a Pinay, cioè all’uomo di fiducia di Washington.
In mancanza di una minaccia all’ordinamento sociale, inesistente per l’imprigionamento delle masse nelle maglie dell’opportunismo, o di seri pericoli di guerra, il totalitarismo gollista non è attuale, anzi rappresenta una minaccia di turbamento nel campo atlantico. Perciò, De Gaulle ha mancato il bersaglio e i gollisti sono invitati a partecipare, senza pregiudiziali, al banchetto ministeriale, dando all’America quel che è dell’America. La lezione va, inutile dirlo, anche ai feroci nazionalisti da operetta del MSI e del PNM.
Il terremoto nello stalinismo romeno
Lo stalinismo rumeno era l’unico regime dei paesi satelliti di Mosca che si fosse tenuto sinora immune dalla contaminazione del morbo «deviazionista» che divora il blocco orientale. Perciò era additato al mondo cominformista e non come insuperato esempio di fedeltà al Cominform e come modello da imitare. La giustificazione era la solita, e cioè che un mondo che si avvia verso l’abolizione delle classi, in cui il potere dei capitalisti e degli agrari è morto, doveva essere libero di lotte e di contrasti interni. Ora, anche il mito rumeno è crollato. Una drastica epurazione è in atto nelle supreme sfere del Governo e del Politburo bucarestino, né si esclude che tra non molto sentiremo parlare di fucilazioni e di impiccagioni a pena di reati di tradimento e di spionaggio.
I principali incriminati sono Vasile Luca, vice-presidente del Consiglio dei Ministri e ministro delle Finanze, e Teohari Georgescu, Ministro dell’Interno i quali sono stati spogliati delle loro cariche ed assoggettati ad un fiero biasimo del Comitato Centrale del Partito Operaio Rumeno, riunitosi il 26 e 27 maggio. Secondo quanto riferisce l’Unità (6-6-52), che a sua volta cita l’organo staliniano di Bucarest, Scînteia, «nel Ministero delle Finanze, nella Banca della Repubblica Popolare Rumena, nella Banca di Credito per gli investimenti e così pure nella Cooperazione sono stati mantenuti ed inquadrati un gran numero di elementi ostili, che si sono raggruppati attorno a Vasile Luca e che hanno condotto una attività ostile di sfaldamento alla base del regime popolare…». Dal che risulta evidente che non si tratta di una silenziosa rimozione di funzionari incapaci e corrotti, ma al contrario della repressione violenta di un movimento organizzato di opposizione al regime dato che Vasile Luca e Teohari Georgescu sono accusati di aver fatto da polo ad un «gran numero di elementi ostili» la cui attività viene definita come svolgentesi «alla base del regime popolare». Quali fossero gli obiettivi e l’azione di queste forze non è dato sapere, per ovvie ragioni. Il comunicato del Comitato Centrale del partito stalinista rumeno recava questa incriminazione: «Lo scopo perseguito (dai deviazionisti) era quello di creare le condizioni per il ristabilimento del capitalismo nel nostro paese». Se questo è il reato ascritto a Luca Vasile, egli è senz’altro riconosciuto innocente dagli operai che hanno capito i trucchi di Mosca. Luca è accusato di aver eseguito male la riforma monetaria, giovando ai capitalisti delle città e delle campagne. Ma il capitalismo non comincia veramente a morire nella misura in cui, non già si riforma il sistema monetario, ma si comincia a distruggerlo? Si potrebbe accusare Vasile Luca di aver voluto favorire la restaurazione del capitalismo se gli stalinisti potessero provare che in Romania la moneta sarebbe in via di eliminazione. Ma tutti i fogli staliniani non fanno che parlare della stabilità delle monete delle democrazie popolari ancorate al rublo, e biasimano ferocemente i ministri borghesi perché non riescono a stabilizzare le monete europee… Evidentemente, altri sono i reati di Vasile Luca e del suo complice Georgescu. Ufficialmente la incriminazione suona così: deviazione opportunistica di destra. Ma che significa per un partito, come quello staliniano, una siffatta accusa? Forse che i membri spodestati del Governo non hanno condotto con sufficiente energia la politica di associazione forzata dei contadini nell’ambito delle cooperative di tipo kolcosiano, favorendo la conservazione della piccola proprietà e della conduzione diretta o con salariati? In ogni modo, il sistema dei kolcos non rappresenta affatto un tipo di agricoltura collettiva in quanto la distribuzione dei prodotti, che solo in parte del resto sono ricavati con lavoro associato, rimane nelle forme tradizionali dell’agricoltura borghese, essendo ogni membro del kolcos libero di vendere la propria quota parte di prodotti al mercato, ricavandone un equivalente in moneta. Evidentemente, il sistema delle cooperative kolcosiane rappresenta una misura drastica per allargare il mercato interno dei prodotti industriali moderni per l’agricoltura e insieme una necessità tecnica per l’impiego di essi. Si capisce che Mosca, nella affannosa lotta per portare le zone arretrate al livello dei moderni paesi industriali, debba imporre mezzi tecnici ed organizzativi i più moderni, essendo assurdo rifare tutta l’evoluzione cominciando dall’aratro di legno. Quindi, se i reati sono questi (facciamo solo un’ipotesi molto verosimile, non essendo in possesso di altri dati) i peccati commessi da Vasile Luca sono a danno, non già della costruzione del socialismo, ma della costruzione del capitalismo, che Mosca vuole marciante a passi da gigante, stroncando chiunque ne ostacoli il cammino.
Il lato sensazionale dell’affare è dato dall’accusa di correità mossa ad Anna Pauker. È il caso di commentare: «Quoque tu, fili mi». La dichiarazione del C.C. parla chiaro: «La sessione plenaria ha appurato che la compagna Anna Pauker ha avuto una posizione di sostegno della deviazione di destra di Vasile Luca e che ella stessa ha deviato dalla linea del partito, per ciò che concerne i problemi dell’agricoltura e dell’ammasso dei cereali, di cui ella era responsabile al Comitato Centrale del partito e del governo». Però il C.C. è stato molto indulgente nei riguardi della Pauker, la quale conserva la carica di Ministro degli Esteri, ma risulta esclusa dalla Segreteria del Partito, mentre Vasile Luca e Teohari Georgescu erano estromessi dalle cariche detenute nel governo e nel partito.
Il franamento interno del regime staliniano rumeno ha il suo immediato precedente nella crisi politica che sconvolse, nel dicembre dello scorso anno, la «democrazia popolare» di Cecoslovacchia, culminata con l’arresto di Rudolf Slánský, ex segretario generale del partito comunista ed ex vice-presidente del Consiglio dei Ministri. L’istruttoria contro il decaduto gerarca ceco veniva abbinata a quella intestata a Sling e Švermová e soci, anch’essi investiti di alte cariche di partito e successivamente accusati di spionaggio e tradimento.
Ormai, non c’è satellite su cui la pesante mano di Mosca non abbia dovuto abbattersi per spazzare via, con spietata energia, le opposizioni organizzate ai regimi vigenti. Ieri si colpì Gomułka in Polonia, si impiccò Rajk in Ungheria, si eliminò Kostov in Bulgaria, si fece sparire dalla circolazione Markos dell’emigrazione greca. Ovviamente, dietro ogni nome si allineava un movimento organizzato, e più o meno clandestino.
Il blocco imperialistico orientale, come quello occidentale, non è privo di contrasti e di convulsioni interne, siccome la propaganda aulica dell’Unità pretende. Ormai, le quinte colonne, destinate ad alimentare la guerra partigiana dietro il fronte sono ovunque presenti, e ciò serve alla controrivoluzione mondiale, che male potrebbe altrimenti convogliare verso la guerra movimenti di rivolta all’ordine costituito.
La pace dopo la tempesta fra i competitori elettorali
Dall’Unità, prima della Festa del 2 giugno: « Un limpido appello all’unità patriottica e antifascista è partito da Cuneo, in occasione della celebrazione di domani. Il P.C.I., la D. C., il P. L. I., il P.S.I., il P.S.D.I. hanno sottoscritto un manifesto nel quale ricordano che il nuovo Stato repubblicano affonda le sue radici nella spontanea, decisa insurrezione contro le forze nematrici di ogni giustizia e di ogni libertà. La città di Cuneo, che mai volle ammettere la possibilità di un urgente fascismo, si unisce oggi attorno agli ideali che già la unirono, nella dura lotta contro le forze responsabili della catastrofe nazionale ». L’Unità continuava così: « Tutte le associazioni partigiane e combattentistiche (di Cuneo) hanno in pari tempo lanciato un manifesto nel quale ricordano che gli episodi salienti della recente campagna elettorale ed i risultati stessi della competizione confermano e aggravano la minaccia che viene alla civile tranquillità del Paese dalle già sconfitte forze fasciste che tentano di rinnovare nella Nazione i germi della guerra civile. Si riuniscano dunque le forze antifasciste che nella Resistenza e nei Comitati di Liberazione Nazionale rifecero dell’Italia la patria degli italiani, e ricostituiscano uno schieramento che dia al nostro popolo la garanzia di tranquillità interna, di pace e di libertà ».
Dall’Unità, dopo la Festa di cui sopra: « In numerose località partecipavano alle celebrazioni (del 2 giugno) accanto ai partiti comunista e socialista, anche i repubblicani, i socialdemocratici e i democristiani, che hanno espresso la loro adesione con discorsi dei loro esponenti provinciali, rievocando la battaglia comune per la Repubblica e sottolineando la necessità di opporsi ad ogni tentativo di ritorno al fascismo ». Più oltre: « A Napoli hanno parlato domenica, nell’affollatissimo teatro Politeama, il sen. Arturo Labriola, l’on. Giorgio Amendola, e l’on. Francesco De Martino (democristiano) ». Ancora: « A Terni, tutti i partiti, della Democrazia Cristiana al Partito Comunista, dal P.S.I. al P.S.D.I., dai P.R.I. al P.L.I. con la sola eccezione dei monarchici e dei missini, aderivano alla celebrazione svoltasi al Politeama; parole di caloroso incitamento all’unità repubblicana ed antifascista sono state pronunciate dal sen. Fabbri per il P.S.I., dall’avv. Guidi per il P.C.I., dall’avv. Romoli per il P. R. I., dal prof. Rinaldi per la D. C. e dall’avv. Sbaraglini per il P.S.D.I., tutti acclamatissimi dal pubblico che gremiva il teatro ».
Così, la Repubblica papalina fa da alcova agli amplessi dei partiti che fino ad ieri l’altro si combattevano sulle bigonce elettorali. Cosa non nuova. Li abbiamo visti fare lo stesso nel Comitato di Liberazione Nazionale e nel Tripartito clerico-social-comunista. Allora si disse che la messa da parte della lotta di classe e la collaborazione tra i partiti borghesi e quelli autoproclantisi proletari mirava all’obiettivo di eliminare il fascismo. Ciononostante, il fascismo sta rialzando la testa. Proletari, vorreste che si ritentasse l’esperimento?
Borghesi senza proletari Pt.2
Rifacendosi ad un articolo in cui Clinton Golden propugna un preteso «superamento del capitalismo» mediante la partecipazione degli operai agli utili dell’azienda, l’articolista chiede nella prima puntata (n. 11 di «Battaglia Comunista»): anche ammesso che – a prezzo di un maggior sforzo produttivo e quindi di un maggior sfruttamento – gli operai di una certa azienda «migliorino le proprie condizioni» che ne sarà di quelli che sono stati sacrificati sull’altare della produttività?
Qui sta il busillis, magnanimo mister Golden. Voi riuscite sì, a creare uno strato di operai relativamente ben pagati, una aristocrazia operaia, ma i benefici accordati a questo ristretto strato (non tutti gli operai americani hanno la Ford, mister Golden, tutt’altro!) sono fatti pagare e duramente, innanzi tutto dalle imponenti masse di disoccupati e dei disperati viventi all’ombra della statua della Libertà, ma ancora di tutta la popolazione non capitalistica della nazione (piccoli farmers, artigiani, piccoli commercianti ecc.) ai quali tocca subire le imposizioni tiranniche della grande industria. E sta a dimostrarlo il fatto che il Governo federale è costretto ad accordare dal tempo di Roosvelt, sovvenzioni agli agricoltori, prezzi politici ecc. Il danno va pure, bisogna dirlo, ai disoccupati di oltre-Atlantico cui chiudete la porta di casa in faccia.
E’ naturale che voi, mister Golden, vi compiaciate dei miracoli dell’alta produttività: essa crea, come già detto, una aristocrazia operaia accessibile a tutte le influenze opportunistiche e controrivoluzionarie, sulle quali poggia in definitiva la stabilità dell’equilibrio sociale interno e la capacità di repressione, che si estende all’intero mondo, dello Stato americano. Voi sapete benissimo che finché la borghesia mondiale potrà disporre del potere repressivo dello Stato americano, la rivoluzione proletaria, ovunque scoppierà, avrà da combattere costà, nella vostra fortezza della controrivoluzione, la sua battaglia definitiva. Perciò, gioite insieme con i dirigenti reazionari della Federazione Americana del lavoro, del Congresso delle organizzazioni industriali ecc., della possibilità di agganciare agli interessi delle aziende capitalistiche qualche strato operaio. La automatizzazione della tecnica produttiva è arrivata al punto che nel vostro paese esistono già delle fabbriche (specialmente mulini) le quali possono andare avanti praticamente senza maestranze, con l’impiego di qualche tecnico o operaio super-specializzato. Costoro possono anche diventare «soci effettivi della azienda» come voi sostenete. E con ciò? Chi si curerà degli altri operai, di quelli che la modernizzazione della tecnica rende superflui? Si conclude logicamente che di questi, e degli altri, dovrà occuparsene necessariamente la Rivoluzione.
La pratica dimostra poi che, nonostante i trucchi montati sull’aumento della produttività, i costi di produzione americani, anziché diminuire, aumentano con spiccata tendenza. Dalla fine della guerra, infatti, il dollaro perde quota, e il fenomeno non accenna a scomparire. Voi stesso, dandovi la zappa sui piedi, riconoscete nel vostro discorso che «troppo spesso i proprietari, ignorando il fatto che gli operai sono dei possibili consumatori (e dalli!) mantengono i salari al livello più basso possibile». Ma anche se tutti i proprietari seguissero le vostre opinioni, ciò non toglierebbe, come abbiamo visto, che aumentassero le contraddizioni sociali e che si moltiplicassero le premesse e le cause della lotta di classe. Non potrete impedire, in quanto classe borghese che i mezzi della tecnica moderna diventino una maledizione nelle mani del capitalismo. Proprio quello che vi terrorizza.
«Vogliono la società attuale scartandone gli elementi che la mettono in rivoluzione e in dissoluzione» dicevano Marx ed Engels, nel Manifesto, alludendo ai vostri progenitori, mister Golden, e continuavano: «Vogliono la borghesia senza il proletariato. E’ naturale che la borghesia si figuri la società ove essa domina come la migliore di tutte. Il socialismo borghese trae da questa consolante idea un mezzo sistema o anche un sistema completo». E concludevano ferocemente: «Libero commercio, a vantaggio delle classi operaie; dazi protettori, a vantaggio delle classi operaie; carcere cellulare, a vantaggio delle classi operaie: ecco l’ultima, la sola parola seriamente pensata del socialismo borghese. Il socialismo borghese consiste tutto nel sostenere che i borghesi sono borghesi… a vantaggio delle classi operaie».
Per il lettori americani del Manifesto un ritocco è valido. Al carcere cellulare va aggiunta la moderna sedia elettrica…
La legalité nous tue
« La legalità ci uccide » – ovvero – lo scrupolo di rispettare la legalità ci mena alla rovina. Chi lo disse, e quando? Odilon Barrot, il 29 gennaio 1849. E chi era mai? Il primo ministro francese, designato dal Presidente della Repubblica Luigi Bonaparte, che era stato eletto a suffragio universale con maggioranza schiacciante il 10 dicembre 1848. E il Barrot lo disse nel propugnare, innanzi all’Assemblea Nazionale Costituente, una serie di misure eccezionali, una vera e propria legge polivalente contro gli estremismi « di destra e di sinistra », monarchici legittimisti da una parte, socialisti estremisti dall’altra.
La frase di Barrot è riportata da Federico Engels nella sua prefazione alle Lotte di classe in Francia, di Marx, prefazione che per avere la data del 6 marzo 1895 è sempre passata per un testamento politico, e su cui i socialdemocratici posteriori hanno fatto largamente leva per tentare di far credere che Engels avesse, con quello scritto, dichiarate decadute le posizioni rivoluzionarie, di Marx e sue, dell’epoca 1848-1850.
Non è argomento nuovo, ma è… di palpitante attualità, poiché molte dimostrazioni che si possono trarre, e dal testo, vecchio di più di un secolo, e dalla prefazione, di oltre mezzo secolo, si attagliano assai bene ai nuovissimi eventi… del 1952.
Engels infatti dice che « la storia dette torto a tutti noi e a tutti coloro che la pensavano ugualmente« … ossia che « accettavano la prospettiva che la rivoluzione della minoranza avesse senz’altro a convertirsi in rivoluzione della maggioranza« . E passava a descrivere da una parte le diverse condizioni moderne tecniche e tattiche di una lotta insurrezionale tra gli operai dei grandi centri, e la polizia o l’esercito; dall’altra i grandi successi della socialdemocrazia tedesca sul terreno elettorale. Ergo, concludevano i socialpacifisti, i maestri del marxismo sostituirono, alle barricate del 1848, la conquista dei mandati legalitari.
Prima di dare ancora una volta la spiegazione del famoso testo di Engels, va ricordato che questi fa proprie nettamente le tesi fondamentali dello scritto di Marx che, si ricordi bene, è del 1850: e già parla, anche prima della lettera del 1852 che Lenin considerò fondamentale, di « dittatura della classe operaia », in luogo altra volta citato nei Fili.
Due altri passi valgono a stabilire, uno (che Engels riporta nella prefazione rilevando che abbiamo ormai « una teoria di cristallina chiarezza » mancante del tutto ai partiti operai francesi del ’48) la parte economica del marxismo; l’altro, la parte politica. Siano essi mille volte trascritti da ogni contemporaneo fessacchiotto scopritor di formule-scombiccherator di tesi!
Passo prima: « Il diritto al lavoro, questa goffa formula in cui primieramente si riassumono le rivendicazioni rivoluzionarie del proletariato… è nel senso borghese un pio desiderio… ma dietro il diritto al lavoro sta (attenti!) la presa di possesso del capitale, dietro questa (ancora attenti!) la appropriazione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento alla classe lavoratrice associata, e conseguentemente (massima attenzione!) l’abolizione del lavoro salariato, del capitale, e del loro rapporto di scambio ».
Definizione: economia comunista è quella in cui non esiste più rapporto di scambio tra capitale e lavoro. Vedi: capitalismo di stato, Russia, mercantilismo, e relativi chiodi.
Passo storico-politico: « Il proletariato va sempre più raggruppandosi intorno al socialismo rivoluzionario, al comunismo, per il quale la borghesia stessa inventò il nome di blanquismo. Questo socialismo è (primo!) la dichiarazione della rivoluzione in permanenza, (secondo!) la dittatura di classe del proletariato quale stadio di passaggio, necessario per l’abolizione delle differenze di classe in generale, (terzo!) per l’abolizione di tutte le relazioni sociali che corrispondono a questi rapporti di produzione, (quarto!) per il rovesciamento di tutte le idee che germinano da quelle relazioni sociali (la coscienza di massa, che ultima arriva!).
Ed ora, aggiornate, completate, correggete, rivedete, o mozzorecchi che dovreste funzionar solo per orecchie, e mozzarvi a metà la linguina impolpettata.
Ieri
I classici lavori di Marx sulla storia francese sono tre. Le lotte di classe, che riguardano il periodo 1848-1850, sono per Engels « il primo tentativo di spiegare colla sua concezione materialistica un periodo storico colle condizioni economiche corrispondenti« . Il secondo lavoro succede immediatamente, è Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte, e riguarda il periodo fino al 2 dicembre 1851, data famosa del colpo di Stato con cui il piccolo Napoleone si fece imperatore. Il testo è scritto di getto appena giunta la notizia dell’evento, ed Engels trentatré anni dopo nota, non solo, che la storia della Francia può servire di modello alla storia universale del mondo moderno, ma trova la riconferma nel geniale testo della legge del materialismo storico scoperta da Marx « la quale ha per la storia valore identico all’altra della trasformazione della energia per le scienze naturali« . Ghigna oggi su simili affermazioni la « filosofia della scienza » che va in gran moda, ma i conti su tali ghigni si faranno da qui a qualche secolo. La legge della conservazione dell’energia contenuta nella meccanica di Galileo impiegò quattro secoli a mettere in pensione il Creatore, e non qui si discute se le modernissime espressioni fisico-matematiche di tale legge abbiano per effetto un richiamo in servizio di tal personaggio, e del suo primo scudiero, lo Spirito.
Anche il terzo scritto di Marx è scritto nelle fiamme del presente non storico ma cronistico: è costituito dall’Indirizzo della Internazionale sulla Comune del 1871, subito dopo la sua sanguinosa caduta.
La sintesi di tali indagini definitive sta in due risultati, che per chiarezza potremmo dire di politica interna e di politica estera. Il primo dice che, per complesso che sia lo schieramento delle classi e dei partiti in una società, quando il proletariato pone la sua rivendicazione massima, tutte le altre classi e tutti i partiti si gettano contro di lui. Il secondo dice che quando in una moderna nazione o in una moderna capitale gli operai alzano il vessillo di fuoco della vittoriosa dittatura di classe, tutti gli eserciti nazionali, anche tra loro nemici, si confederano contro di lui.
Ribatté, con Lenin, ambo i punti la Comune di Pietrogrado 1917.
Ad un certo punto del racconto, Marx stesso ne dà il riassunto.
La prima Repubblica datava dal 1793, e cadde « il diciotto brumaio, quando Napoleone si era recato all’Assemblea legislativa e ne aveva letto, sia pure con voce affannosa, la sentenza di morte« . Minore già, dice Marx, del suo primo modello Oliviero Cromwell, altro « gestore » di una Grande Rivoluzione borghese, che, recatosi senza compagnia alla seduta del Lungo Parlamento, aveva cavato l’orologio di tasca perché quello non potesse vivere un minuto di più del tempo da lui fissato, e ne aveva cacciato i membri, uno per uno, fra oltraggi frizzanti di umorismo. Sì, ci sono momenti in cui la storia borghese, fatta da questa classe di salumai e di agenti di pegno, si fa pure stringere la mano; non certo è tra questi il momento in cui Benito si calca sulla testa il cappello a tuba, per la commedia insulsa del 28 ottobre.
Nel 1815 vince la Restaurazione e torna il re Borbone legittimo; allora soltanto la borghesia perde il potere, ma non certo torna indietro la struttura sociale di Francia. Lo riconquista nella rivoluzione del Luglio 1830, ed anche in quelle giornate di insurrezione sono gli operai di Parigi che spazzano via le forze reazionarie, ma solo per spianare la via alla « monarchia di luglio », borghese costituzionale e parlamentare nelle midolla.
La storia che Marx espone si apre col 24 febbraio del 1848, data di nascita della Seconda Repubblica. Più numeroso e robusto, il proletariato di Parigi prende le armi insieme ai borghesi e li spinge inesorabilmente innanzi fino all’abbattimento della monarchia e alla proclamazione della repubblica democratica e sociale. Si apre l’orgia della retorica borghese di sinistra; liberté, égalité, fraternité, e lo spirito di Robespierre sembra aleggiare sulle scritte di fiamma. « Primo periodo. Dal 24 febbraio al 4 maggio 1848. Prologo. Frenesia di fratellanza universale« . Il 4 maggio si riunisce l’Assemblea Nazionale Costituente eletta in tutta la Francia: i borghesi repubblicani vi hanno la maggioranza. Nelle loro file si confondono per ora insieme ai legittimisti ed orleanisti, i vari interessi di industriali, banchieri, e le forze elettorali di piccoli borghesi delle città e contadini della campagna. La repubblica uscita dalla rivoluzione getta subito la maschera appena i rappresentanti dei lavoratori chiedono siano mantenuti gli impegni « sociali » presi dal governo provvisorio di febbraio. « Non è la repubblica imposta dal proletariato parigino al governo provvisorio, non la repubblica con istituzioni sociali, non il sogno che passava davanti ai combattenti sulle barricate. La repubblica proclamata dall’assemblea nazionale, la sola repubblica legittima, è la repubblica che lungi dall’essere un’arma contro l’ordinamento borghese, è invece la ricostituzione politica di questo, la restaurazione politica della società borghese, in una parola la repubblica borghese« . Il 15 maggio già scoppia il conflitto: i rappresentanti degli operai di Parigi alla testa di una massa armata, invadono l’aula dell’Assemblea. Si scatena in risposta la reazione della polizia, i capi sono arrestati. I lavoratori non possono non raccogliere la sfida e in tre tremende giornate, dal 22 giugno al 25, si battono sulle barricate, soli oramai, contro sbirri, esercito, guardia nazionale fatta da bottegai e intellettuali delle classi medie. Non gli Orléans, non i Borboni, hanno al loro attivo una così feroce repressione: « La repubblica borghese vinse. Al suo fianco stava l’alta finanza, la borghesia industriale, il medio ceto, la piccola borghesia, l’esercito, la canaglia organizzata in guardia mobile, gli intellettuali, i preti, e la popolazione della campagna« .
« Col proletariato, nessuno, all’infuori di lui stesso!« . Oltre 3000 insorti furono massacrati, 1500 deportati senza giudizio, 15 mila arrestati e poi deportati.
Il secondo periodo va: 1) dal 4 maggio al 25 giugno 1848, e culmina in questa « lotta di tutte le classi contro il proletariato ». – 2) Dal 25 giugno al 10 dicembre. Dittatura della pura borghesia repubblicana. Tale dittatura è rafforzata dalla elezione di Bonaparte a presidente il 10 dicembre. Coi voti dei contadini questi ha battuto da lontano il candidato dei repubblicani Cavaignac, ma i rapporti elettivi non divengono subito rapporti di forza. – 3) Dal 20 dicembre al 29 maggio 1849. Lotta della Costituente, col centro borghese e la malridotta sinistra, contro Bonaparte e il « partito dell’ordine » con lui coalizzato. Sconfitta dei primi colle elezioni della Assemblea legislativa.
La frase di Odilon Barrot, che riesumandolo dall’ombra in cui era caduto dal tempo di Luigi Filippo, Bonaparte aveva chiamato al potere, fu detta il 29 gennaio, allorché egli disinvoltamente propose alla Costituente di autosciogliersi. Questa chinò la testa, il governo sciolse i clubs (partiti politici), la stessa guardia mobile di cui si era servito nel giugno, cambiò 50 prefetti nei dipartimenti… Altrimenti, la legalità lo avrebbe ucciso!
Nel terzo periodo da Marx studiato, il proletariato è assente dalla scena. Si va dalla elezione della nuova assemblea, ligia oramai a Bonaparte, al colpo di stato. Ma le lotte tra le varie classi si incrociano. La piccola borghesia tenta di lottare contro la borghesia e Bonaparte, in seguito ad un’onda di dissesti economici che rovinano le piccole fortune. Il 13 giugno 1849 dopo uno sterile tentativo in piazza è battuta. Indi la borghesia, forte al parlamento, tenta di lottare contro Bonaparte. Questi si assicura il controllo dell’esercito e del potere esecutivo, che a lui fa capo come Presidente direttamente eletto. Tardivamente lo stesso partito dell’ordine si allea coi repubblicani e colla stessa Montagna, fatta di socialisti illusi, opportunisti, non rivoluzionari, che in cento passi memorabili Marx di continuo staffila. Questo blocco parlamentare per salvare la libertà non è per nulla appoggiato dalla classe borghese ed affarista, non ha la fiducia del contadiname; finalmente il neo dittatore con un procedimento subdolo che nulla ha della grandezza di un Cromwell o di un Napoleone primo, liquida con pochi arresti che non incontrano resistenza la commedia parlamentare. « Se il manto imperiale cadrà finalmente sugli omeri di Luigi Bonaparte, la statua di bronzo di Napoleone I precipiterà dall’alto della colonna Vendôme« . Così chiude nel 1852 lo scritto di Marx; tanto avvenne per ordine della Comune nel 1871.
Alla fine del suo studio sulla formazione di un potere unico, chiaro, sfacciato, totale di classe, Marx scrive il passo famoso sulla talpa rivoluzionaria che ha bene scavato. Giustifica che gli operai di Parigi siano rimasti indifferenti al colpo del 2 dicembre, e registra come risultato utile il pestaggio della menzogna democratica sotto il calcio dei fucili.
Benché, storicamente, dialetticamente, non si giunge a tanto se il proletariato non trangugia il calice del suffragio universale, l’insegnamento di centro è questo: la classe operaia avrà una forza politica quando si saprà preparare al momento inevitabile in cui la borghesia liberale, democratica, costituzionale, repubblicana, griderà che la legalità la frega, e muoverà in un fronte unito totalitario contro la rivoluzione.
Allora se il proletariato, invece di gridare: dittatura di classe contro dittatura di classe! accettando la lotta, a costo di perderla ancora come nel giugno 1848 o nel marzo 1871, griderà: democrazia costituzionale e libertà contro totalitarismo, allora tutto sarà perduto.
« Il suffragio universale aveva compiuta la sua missione. La maggioranza del popolo aveva compiuta la scuola di sviluppo, che è tutto ciò cui il suffragio universale possa servire in una epoca rivoluzionaria. O da una rivoluzione o dalla reazione esso doveva venire eliminato« .
Altro che gridare: viva la Repubblica! viva la Costituzione!
« All’alba del 13 giugno il monte ebbe le doglie del parto« . Così deride Marx lo sterile proclama dei « socialisti » della Montagna, che denunziavano il Presidente e l’Assemblea dichiarandoli « hors de la Constitution » – fuori della Costituzione.
Vi ricorda questo qualcosa che leggete sui fogli dei « marxisti » di oggi?!
Cada sul grugno dei traditori il ceffone da knock-out! « Viva la costituzione! era la parola d’ordine ivi impartita. Parola d’ordine che altro non significava se non: Abbasso la Rivoluzione!« . Firmato: Carlo Marx.
La prefazione di Engels non abbandona in nulla la linea da Marx stabilita. La sua costruzione, riferita ai rapporti di forza della Germania 1895, non si sogna di escludere l’urto finale armato, tratta solo della politica della « provocazione » borghese che riuscì così bene ad Odilon Barrot giannizzero dell’ignobile Luigi Bonaparte, e dice: non saremo così gonzi da attaccarvi in un momento che a voi conviene, a voi impero tedesco, ministero Bismarck, borghesia tedesca. Il succo della lotta è che dobbiamo noi, ad un momento che non viene a « volontà », ma si riconosce nella storia, sapere essere i provocatori.
L’insegnamento di Engels sulla generosa impazienza rivoluzionaria del 1848 era che non bastava che la Francia fosse centralmente controllata da Parigi, e Parigi dai suoi operai. Tantomeno si poteva illudersi che ciò bastasse nella Germania di quel tempo. Ma quando le cifre statistiche delle elezioni hanno confermato ciò che dicono le cifre dello sviluppo industriale avvenuto dopo il 1848, ancora più dopo il salasso prussiano del 1871 alla ricca finanza di Francia, allora si vede avvicinarsi il momento in cui la minoranza rivoluzionaria non rappresenterà solo sé stessa, ma una effettiva maggioranza lavoratrice. Con ciò Engels non condiziona il moto alla « coscienza » e tanto meno alla « consultazione democratica » della maggioranza, ma solo alla fisica esistenza e di una numerosa classe proletaria e di uno sviluppato industrialismo. Inoltre pone in evidenza i fattori internazionali e ricorda la conclusione di Marx fin dal rovescio del 1848; da questo momento ogni lotta rivoluzionaria del proletariato di Francia coinciderà con una guerra mondiale. Fin da allora adopera la parola guerra mondiale, e profetizza così la Comune di venti anni dopo, scatenata dalla guerra europea 1871.
Engels nel 1895 sa di stare nel periodo intermedio tra tale guerra europea e la più volte da lui profetizzata a Bismarck: grande guerra contro le razze riunite degli slavi e dei latini.
Per il momento, dice Engels, senza che i nostri compagni « rinuncino al diritto alla rivoluzione, che anzi è l’unico diritto storico su cui riposano, senza eccezione, tutti gli Stati moderni« , noi socialisti tedeschi non siamo alla vigilia di una lotta armata. « Se noi non commetteremo l’insigne follia di lasciarci trascinare in una lotta per le strade per dar loro piacere, ai partiti dell’ordine, allora…« . Allora? Quante e quante volte nei giornali di partito e nei congressi abbiamo polemizzato su tal punto, o ombre di Turati, di Treves! Voi leggeste quello che scritto non era: allora senza spargere sangue il processo della diffusione dell’industria e del voto democratico ci consegnerà tutto il potere. Ma non questo Engels scrisse! Il passo infatti prosegue così: « allora non rimarrà ad essi, da ultimo, che spezzare colle proprie mani questa legalità loro così fatale« . A parte quindi la peculiare situazione 1895 in Germania, Engels sapeva tre mesi prima di finire che un giorno la legalità sarebbe saltata; confermava che il suffragio universale conduce alla sua fine sotto una delle due dittature. Il periodo progressivo incantò marxisti e materialisti storici come Filippo o Claudio; mai avrebbero essi pensato che conduceva al bagno di sangue del 1914. Allora, mentre Jaurès – oggi ricordato dall’ignobile sciovinista Cachin! – cadeva inorridito, essi si smarrirono per sempre e la storia rimase per loro incompresa. Noi concediamo che la infinita ricchezza dialettica dei rapporti di essa segna con terribile complessità le iniziative di illegalità dei dominatori e degli oppressi, e le loro probabilità di vittoria nella guerra di classe, in cui non si dà quartiere, ma faremmo a pezzi il nostro Marx se una sola volta vedessimo che le schede, e non le armi, abbiano sciolto il nodo.
Oggi
Ci sembra quasi oltraggio al compagno, al lavoratore, al lettore, insistere sul parallelo tra le lotte di Francia di allora e la odierna situazione in Italia, in Francia, in Germania.
Gli Stati borghesi si rinforzano di mezzi potenti di polizia allenati e attrezzati, quando occorre finanziati senza limiti dal dollaro, o riforniti con prontezza di ogni munizionamento dalle flotte che frequentano porti ed aeroporti. Nelle loro feste nazionali, in cui gli operai sono stupidamente condotti a celebrare una loro liberazione recente, si vedono ad occhio nudo sfilare formazioni la cui efficienza cancella il ricordo delle S.S.; per non parlare proprio delle imbelli camicie nere.
Frattanto i rappresentanti del proletariato inquadrato in sindacati o in partiti, non fanno che dedicare ogni ora ad inneggiare al diritto di questi Stati a vivere, a difendersi, a tutelare la loro linea di costituzione. Tale costituzione è democratica, e da ciò si desume subito che lo Stato ha il diritto di reprimere « tutti i tentativi di dittatura ».
Con ciò al proletariato si insegna che esso trova tutela in un sistema, che si svolgerà indefinitamente entro i limiti legali delle istituzioni, e quindi è bene che i delegati degli operai appoggino leggi e misure con cui si reprime ogni movimento che minacci attacchi con la forza al potere legale.
Si vuole con ciò ottenere (a quanto si dà ad intendere ai lavoratori rivoluzionari nel segreto dei clubs, che purtroppo non solo non si sono sviluppati in vero partito di classe, ma ridotti ad un ingranaggio di fredde burocrazie) il successo per questo geniale piano.
La democrazia offre delle possibilità che bisogna sfruttare « fino all’ultimo ». Bisogna quindi evitare che lo Stato borghese la sopprima, ne diminuisca le garanzie, le possibilità di aver sindacati, giornali, stampa, riunioni, ecc. (si capisce poi, soprattutto elezioni!). Ed allora bisogna impedire che vadano al potere quei gruppi che tali garanzie sopprimerebbero, ed ottenere che lo Stato con mezzi legali reprima quei gruppi, sciogliendo i loro partiti, vietando fin da ora i loro giornali, riunioni, presentazione alle elezioni e simili.
Il solo inconveniente che viene subito in evidenza è il minore. Lo Stato, il governo, il partito di maggioranza oggi al potere, risponde: benissimo. Dunque facciamo una legge che dica che la libertà di opinione di associazione di agitazione è limitata da questa norma: non è permesso enunciare che si possa prendere il potere per altra via che per quella legale. Così scioglieremo, ad esempio, il Movimento Sociale Italiano, poiché si richiama al colpo di forza del 1922. Ma naturalmente la legge sarà « polivalente », ossia chi teorizza il colpo di forza, da destra o da sinistra, perde tutti i diritti di fare lavoro politico ed è colpito da rigori repressivi.
Vengono fuori allora i Nenni, gente non meno lontana dal marxismo di quello che fossero nella Montagna del 1849 i Ledru-Rollin o i Blanc, e dicono: nulla di male, la legge repressiva eccezionale non riguarda noi. Cancelleremo dai nostri programmi la conquista armata del potere e la dittatura del proletariato, essendo certi che almeno per 30 o 40 anni il proletariato in Italia non ha da avanzare altre richieste che quelle pienamente compatibili colla costituzione attuale.
I Nenni sono così certi che il proletariato italiano è fesso, che gli danno 40 anni di tempo per capire, della repubblica borghese, quello che gli operai francesi capirono nei tre mesi dal febbraio al maggio 1848! Ossia che essa è costituita per denegare, per impedire le rivendicazioni di classe. E da allora un secolo è passato di lotte, di sconfitte, di vittorie, di organizzazioni di classe, per arrivare ad un così bel risultato!
Gli operai più risoluti dovrebbero poi credere che questo si dice per conservare allo Stato borghese la debolezza che gli dà la democrazia (senza però un mitra, una jeep, un radar in meno!!!) fino al giorno in cui si scenderà in piazza di sorpresa: e potrebbe essere quello di una dichiarazione di guerra. Ma gli operai non capiscono questo. Depistati completamente, quando hanno visto le destre, i fascisti, riportare successi elettorali nell’ambito democratico, han cominciato a sbigottire: il fascismo ritorna, bisogna difendersi, bisogna rifare contro di esso squadre di azione. Ma a che scopo? Evidente; per difendere dal fascismo De Gasperi, Einaudi, la Confederazione dell’Industria, la… basilica Vaticana, ed altri preziosi fortilizi!
Dall’altro canto, i capi a tale metodo fanno eco, e ripropongono la unità delle forze partigiane, del fronte antifascista, invitandovi tutti i prelodati nominativi ed enti. Manovra anche questa, essi fanno dire, per svalutare democristiani e soci, che contro il fascismo non vogliono fare sul serio. Ma de bon?!
I neo fascisti dal canto loro rispondono analogamente: siamo pronti anche noi a lavorare legalmente e parlamentarmente per 40 anni e per un secolo. Nel 1922 sostituimmo il menar manganelli al gettar schede per il solo fatto che i rossi volevano marciare alla dittatura e che lo Stato, debole, non volle fare una legge per la « tutela della libertà ». Ma l’aspetto più grave di tutta la sporca commedia non è la perfetta reversibilità degli argomenti.
Esso sta nella ammissione da parte della immensa maggioranza dei lavoratori (altro che progresso nelle coscienze!) della esistenza di due e più gruppi nei partiti della classe dominante, che per natura, per principio, per abbracciate filosofie, ammettano gli uni di impiegare sempre la persuasione, gli altri la forza. In tal modo viene distrutto ogni residuo di insegnamento della decifrazione marxista della storia, che cioè quando viene il momento che il suffragio è messo da parte, e si pon mano alla forza di classe, tutti i gruppi della borghesia e delle classi medie (che in prima linea affluirono al fascismo anche nel 1922) in fatto ed in principio si schierano per la repressione.
Se gruppi sociali e politici fossero legati inseparabilmente, non ai loro fini di classe e ai loro interessi, ma al rispetto, checché avvenga, di un metodo di azione dettato da principii ideologici, se Nitti o De Gasperi o Pinay o Adenauer fossero di un ette incapaci di abbordare i mezzi propugnati o usati da Mussolini, Hitler, Franco o De Gaulle, quando la situazione lo impone, Marx meriterebbe peggio che la soffitta. Come gli operai furono indifferenti al due dicembre, se lo saranno al loro proprio interesse di classe rivoluzionaria, lo saranno certamente anche quando il piccione viaggiatore di Duclos spiccherà il volo evitando la padella, e i Nenni si aspetteranno un immediato protesto della cambiale, che scadrebbe al 1990.
O scarde di fessi! Scelba si frega le mani per il terno preso con l’aumento di voti monarchici e missini, e voi invocate la legge antifascista! E quello ve la fa votare! Vi urge entrare in una maggioranza. La minorité vous tue! La minoranza vi uccide!
Politiche 1953 = complesso di disastro.
Dizionarietto dei chiodi revisionistici: Antifascismo Pt.1
Solo chi ha rotto col marxismo (o il marxismo non gli è mai entrato in testa) può stupirsi di veder catalogato l’antifascismo tra i chiodi revisionisti. Già, l’ideologia dell’antifascismo, di cui i dirigenti del P.C.I. hanno eletto non a torto rappresentante Antonio Gramsci, non è affatto conciliabile col pensiero marxista, ma piuttosto con tutte le posizioni di critica alla dominazione del grande capitale che , fin dall’epoca del Manifesto dei Comunisti, si svilupparono per le contraddizioni suscitate dal processo inarrestabile della concentrazione del capitale, esprimendo l’anticapitalismo non rivoluzionario e non classista proprio dei ceti non proletari. Il marxismo non ha mai preteso di monopolizzare l’opposizione sociale al capitalismo, ma solo ha sostenuto in ogni tempo di possedere una concezione della storia e un metodo critico di interpretazione dei fatti sociali, mancanti assolutamente agli ideologi piccolo-borghesi. Perciò, nel Manifesto dei Comunisti, Marx ed Engels allineano le esposizioni critiche dei «socialismi» non dialettici, propri delle classi feudali antiborghesi, della piccola borghesia, degli stessi dottrinari della borghesia perseguenti il sogno di una società borghese senza proletari. Nello stesso momento in cui sorge, il socialismo scientifico si preoccupa principalmente di discriminare rigidamente se stesso dalle ideologie anticapitalistiche dei ceti non proletari, anzi si può dire che sorga proprio in quanto a negare dialetticamente l’anticapitalismo reazionario, l’opposizione non rivoluzionaria, sul terreno critico e politico. alla tirannia del grande capitale. Nella fase dell’imperialismo, espressione tipica di questa opposizione riformista al regime del Capitale è appunto l’antifascismo. Non a caso dunque, la Sinistra Comunista Italiana si definiva e si discriminava compiutamente negli anni 1921-1926, in sede teorica e tattica, lottando contro l’antifascismo come contro il fascismo, cioè contro le forme in cui si esprime rispettivamente la dominazione del grande capitale sfruttatore e la pretesa di combatterne la virulenza con misure legali a base interclassista.
La dura quanto preziosa fatica polemica sostenuta dalla Sinistra Comunista Italiana nel seno della Terza Internazionale non ebbe altro significato che quello di salvare la teoria e la prassi marxista dalla degenerazione antifascista. Ad un certo punto catastrofico della evoluzione della Terza Internazionale fu chiaro che le forze di centro e di destra della organizzazione proletaria abbandonavano il terreno del comunismo rivoluzionario, confluendo ignominiosamente con l’antifascismo internazionale. Il processo involutivo doveva mettere capo al termine della parabola, alla politica dei Comitati di Liberazione Nazionale, con cui l’opportunismo si saldava indissolubilmente all’imperialismo e alla guerra. Se dalla terribile rovina del partito mondiale del proletariato si salvava tuttavia la teoria marxista e non finiva essa pure stritolata nella totale confusione, ciò si doveva unicamente alla radicale e inflessibile opposizione della Sinistra Italiana contro la dirigenza liquidatrice della Terza Internazionale.
A guardare a ritroso le tappe dell’involuzione reazionaria del Comintern, ogni scalzacane in vena di teorizzare e di posare a trascinatore di masse è in grado oggi di fare la mirabile scoperta che le prime deviazioni tattiche delineatesi dopo il III Congresso dell’I.C. dovevano necessariamente portare alla smobilitazione della lotta rivoluzionaria e alla ricaduta del movimento operaio nelle sabbie mobili dell’opportunismo. Assai diverso era il compito dei militanti della Sinistra Italiana che dovevano lottare contro le deviazioni inerenti apparentemente solo alla tattica, ma che dovevano ineluttabilmente condurre al rinnegamento totale del marxismo, commesse dalla Terza Internazionale. L’opposizione critica era tanto più faticosa e dura in quanto alla maggioranza dell’organismo internazionale sfuggiva il senso dello scivolamento su posizioni revisionistiche, o era addirittura acquisita più o meno coscientemente la tendenza liquidazionista dell’assalto rivoluzionario al capitalismo internazionale.. In tali penose condizioni era inevitabile che la Sinistra Italiana dovesse sentirsi imputare ogni reato di ribellismo e di infrazione della disciplina rivoluzionaria, accuse tanto più disorientanti in quanto era ovvio per tutti che gli errori del partito comunista internazionale includevano certamente pericoli di tremende sconfitte per il proletariato mondiale.
Ieri, e purtroppo anche oggi, qualsiasi Chaulieu di Francia o di altri paesi si erge sui trampoli del ciarlatanismo, credendo di potere impunemente accusare la Sinistra Italiana e il suo continuatore, il nostro partito, di tendere a vivere nel chiuso dei gabinetti di lavoro o delle sedi sezionali. Buffoncelli imberbi o di antica barba! Svolgere un lavoro di critica nel seno della Terza Internazionale e del Partito Comunista d’Italia, dominati dalle persone divinizzate, o dalle loro ombre non meno pericolose, dei Zinovieff, dei Bucharin, degli Stalin, cui si riconosceva purtroppo dalla maggioranza dei militanti comunisti il privilegio esclusivo della esatta interpretazione della tattica rivoluzionaria, e protestare contro le deviazioni opportunistiche contrapponendo ad esse non nuovi ritrovati teorici, ma l’applicazione esatta della tattica rivoluzionaria alla lotta dell’Internazionale, che era passivismo? era automatismo meccanicistico? L’opera di demolizione critica delle false tattiche prima, del travisamento opportunista dei principi poi, non si concretava in spostamenti di masse e in successi immediati, ma è indubbio che fuori di essa i maniaci dell’attivismo (che è poi fregola maledetta elettorale) che appestano oggi il movimento operaio non saprebbero nemmeno differenziarsi dal volgare antifascismo messo in essere nei partiti comunisti dalla degenerazione della Terza Internazionale. E’ poca cosa? Allora, avanti gli Chaulieu, avanti i novatori.
La storia della Sinistra Italiana è la storia della violenta scissione del marxismo dal fermentante antifascismo novella reincarnazione di tutte le boiate ideologiche e le imposture demagogiche dell’opportunismo, infiltratesi nel seno dei partiti dell’Internazionale Comunista. Basta percorrere a ritroso la polemica della Sinistra Italiana nel seno della Internazionale Comunista per rendersi conto di questo fatto storico irrefragabile.
L’elezione è morta, viva l’elezione
La principale obiezione di fatto che la Sinistra Comunista Italiana ha opposto, fin dal 1919, alle frenesie elettoralistiche è che un partito che accetta il metodo elettorale non può che convalidare tutta quanta la sua azione presente e futura in vista dell’accaparramento di voti, respingendo da parte qualsiasi altro genere di attività. Verità particolarmente tangibile nei paesi a sviluppato regime capitalistico e conquistati in maniera definitiva alla dominazione borghese. Volete un esempio? Ma quale scegliere? Nel momento stesso che si recavano alle urne o a qualche giorno dalla data fatidica, importanti personaggi politici si preoccupavano già di avviare la discussione, che tra poco ci delizierà, sulla legge elettorale per le elezioni politiche del 1953. Così il Presidente del Senato De Nicola, subito dopo aver votato ha preso netta posizione a favore del collegio uninominale e, in linea subordinata, del sistema della proporzionale pura. Egli avrebbe addirittura accostato il sistema dei collegamenti con il premio di maggioranza, con il quale si è votato nelle amministrative di questo e dello scorso anno nientemeno che alla famigerata legge Acerbo, grazie alla quale il listöne fascista del 1924 si pappò praticamente la maggioranza parlamentare, e quindi il potere. Sia detto fra parentesi, l’on. De Nicola confermava quanto da noi detto circa la « democraticità » dell’avvento al potere del fascismo. Il torto di Mussolini è stato dunque di considerarsi investito del potere non per cinque, ma per venti anni? Differenza di poco. Per il resto, anche lui poteva affermare di stare al potere perché mandato da regolare maggioranza parlamentare.
Le critiche mosse da De Nicola al sistema dei collegamenti delle liste col premio di maggioranza al blocco vincente, da lui definito « il più antidemocratico sistema di votazione », avrà mandato in brodo di giuggiole gli Uffici Elettorali di via Botteghe Oscure e certo Togliatti e Nenni renderanno grazie, alla prima occasione, al Presidente del Senato. La ragione è ovvia. Col giochetto degli apparentamenti, che legava ai partiti predestinati a segnare bassissime cifre elettorali, la Democrazia Cristiana riusciva a ingoiare nelle amministrative del 1951 centinaia di Comuni tenuti nell’Italia settentrionale dai socialcomunisti, compresi capoluoghi importanti. All’epoca, i socialcomunisti dovevano subire un colpo tanto più duro in quanto mantenevano inalterato, anzi miglioravano, lo stock complessivo di voti. Restando in vigore la proporzionale pura, che costringe i partiti a presentarsi separati e distinti, non consentendo il collegamento e il premio alla maggioranza, molti comuni strappati ai socialcomunisti sarebbero rimasti invece ai … legittimi titolari. Logicamente, alle tenerezze e alle nostalgie per la proporzionale pura nutrite dai socialcomunisti, e non solo da essi, dovrebbe fare riscontro l’opposizione e la repugnanza da parte della Democrazia Cristiana. Ma se fosse così, la signora democrazia sarebbe donna di severi costumi, e non quella mercenaria da angiporto che è. Infatti in Democrazia Cristiana non è pregiudizialmente né per la proporzionale pura né per il sistema dei collegamenti, ma per … ambedue! Riportiamo il pensiero non certo alato di un altro capintesta della democrazia parlamentare, l’on. Andreotti, il factotum di De Gasperi. Egli faceva, qualche giorno prima delle elezioni scorse un accenno a quello che sarà l’atteggiamento del governo democristiano in sede di discussione della legge elettorale per le elezioni del 1953. Capite? mentre il gregge belante degli elettori si apprestava emozionato all’ora, il sottosegretario Andreotti si preoccupava delle elezioni da indire nel futuro, e con lui, ne siamo sicuri, si preoccupava tutta la cosiddetta classe politica italiana. I poveri elettori hanno dovuto trascorrere quarantotto ore in una altalena di angosce e di felicità prima di conoscere l’esito delle urne. Invece i furbacchioni, come De Nicola, Andreotti e colleghi di parlamento che ben sanno come congegnare le leggi elettorali, se ne strafottevano già interessandosi del da farsi per le elezioni politiche. Quando lorsignori avranno varato la legge elettorale sapremo anche noi, non dubitate ad un anno di distanza quali saranno le «sorprese» della campagna elettorale. Ma dopo questo puzzo, vediamo come l’on. Andreotti intende congegnare la legge elettorale.
Secondo il Corriere della Sera, organo decisamente governativo, il sottosegretario Andreotti dichiarava alla data citata, che è possibile che il Parlamento studi « leggi elettorali diverse a seconda delle zone ». E perché? Secondo Andreotti, il sistema degli apparentamenti ha dato buoni risultati solo nell’Italia del Nord, mentre si sarebbe rivelato uno strumento elettorale inefficiente nelle regioni dell’Italia Meridionale. Il nostro portinaio (e non abbiamo nessuna intenzione di offenderlo) se messo al posto dell’on. Andreotti non avrebbe mancato di fare una riflessione del genere. C’è il fatto che gli apparentamenti hanno fruttato nel Nord centinaia di comuni alla Democrazia Cristiana apparentata, ma ha funzionato male nel Sud, ove, per la caparbia ostilità del blocco monarco-fascista a stare disciplinatamente al gioco governativo, i collegamenti si sono dimostrati, in molti casi, inattuabili. Risultato: la perdita sofferta dalla D. C. di importanti capoluoghi come Napoli, Bari, Foggia, Benevento, passati nelle mani dei monarco-fascisti. Bisogna essere un onorevole per comprendere che per la D. C. il sistema degli apparentamenti puzza nel Sud, mentre sprizza scintille nel Nord? Concludeva re Salomone reincarnato nelle vesti del sottosegretario Andreotti: è possibile che si varino leggi elettorali diverse a seconda delle zone e intendeva dire che si applichi alle elezioni politiche del ’53 il sistema degli apparentamenti limitatamente al Nord, lasciando intatto, o pressoché, il sistema della proporzionale o qualcosa di simile nel Sud. Tanto, diceva il nostro genio, già esiste il precedente dato dalla Sicilia, ove si vota con la proporzionale nelle amministrative. Tante grazie, carissimo onorevole …
Va da sé che Andreotti non poteva che tracciare a grandissime linee il progetto governativo della legge elettorale, che tra non molto sarà discusso nel baraccone di Montecitorio. Ovviamente, quando sarà uscita dalla trafila dei mille mercanteggiamenti, ricatti, subornazioni tipici delle discussioni parlamentari, il progetto governativo riuscirà configurato in maniera che non si può certamente prevedere. Ma le dichiarazioni di Andreotti sono sufficienti a dimostrare come il politicantismo tratti l’affare delle elezioni. La torta è spartita in precedenza, molto tempo prima che i poveri fessi degli elettori vengano chiamati a recitare la penosa commedia di « scegliere i propri rappresentanti ». Ovviamente, i risultati delle elezioni del ’53 saranno decisi, non nelle urne delle sezioni elettorali, ma sibbene nei corridoi di Montecitorio. Supponete che il partito della chierica faccia funzionare implacabilmente in Parlamento la sua maggioranza assoluta ed imponga una legge ispirata ai principii esposti da Andreotti, e poi diteci chi non si sente in grado di prevedere, legge alla mano, quale sarà l’esito delle elezioni del 1953. Ma i milioni e milioni di elettori mica si interesseranno di seguire il decorso e le conclusioni del dibattito parlamentare sulla legge elettorale e anche se lo volessero fare ben poco ci capirebbero. Pure il calcolo è semplice: confrontate i dati complessivi e particolari delle elezioni recenti con il congegno della legge elettorale, che tra pochi mesi verrà sfornata, e saprete, sbagliando di poco, quale parlamento avremo nell’anno venturo. Vi pare troppo semplicistico? Non è colpa nostra. Guardate i calcoli dell’on. Andreotti. Come lui, ragionano tutti i suoi colleghi amici o avversari. È la democrazia, esperta cortigiana consapevole della necessità di fare i casi ai clienti, che è fatta così, il non volerlo riconoscere rovina le masse …
Si accomandano a Wall Street i feroci patrioti
Non erano passate ventiquattro ore dalla pubblicazione dei risultati delle amministrative, le quali, come si sa, davano in mano ai monarco-fascisti i Comuni di Napoli, Salerno, Foggia ecc., quando il presidente del Partito Nazionale Monarchico, l’armatore miliardario Lauro, si faceva intervistare dai gazzettieri dell’agenzia statunitense « International News Service », cui consegnava un messaggio diretto al « popolo americano e al suo Presidente ». Lasciamo stare il lato ridicolo dell’accaduto, non perdiamo tempo a ironizzare sugli atteggiamenti napoleonici dell’armatore Lauro; quel che importa è il contenuto dell’atto, non la forma e il rivestimento verbale.
Subito dopo la diffusione della notizia della erosione dei voti subita dai democristiani a favore dei monarco-fascisti, giungevano in Italia dispacci di agenzia che recavano larghi estratti di articoli di commento alle elezioni italiane, apparsi sui maggiori giornali americani. I primi commenti erano improntati alla amarezza e al disappunto per l’affermazione delle destre monarchiche e fasciste. Non che l’imperialismo americano abbia avversione per il fascismo in sé, cioè in quanto aperta forma di governo borghese. Tutt’altro. Le maggiori simpatie ed incoraggiamenti vennero a suo tempo a Mussolini proprio dai capi delle democrazie inglese ed americana. Tutta quanta la « politica antifascista », patrocinata nella Società delle Nazioni e fuori, ebbe la stessa consistenza, per fare un esempio, di quella che Stati Uniti e satelliti conducono oggi nei confronti della Spagna falangista, condannata nelle nebulose sfere delle vuote ideologie, fermamente sostenuta e protetta in pratica. L’antifascismo dei borghesi americani è solo l’espressione del timore della rottura dell’alleanza atlantica, cioè dell’assoggettamento al centro imperialista americano, da parte del capitalismo italiano. Timore quanto mai infondato. Le inquietudini della stampa americana sono durate lo spazio di un mattino, le fiere affermazioni di indipendenza nazionale di Lauro e soci, ancora meno. Sorte dello sciovinismo incandescente dei borghesi italiani è, fin dall’epoca delle guerre d’indipendenza, di leccare gli stivali dello straniero, in una linea di commovente continuità che va da Napoleone III ad Hitler e Truman…
In sostanza, nel suo messaggio, che contraddiceva tutto quanto detto fino a poche ore prima per estorcere voti agli illusi e ai patrioti, il presidente del Partito Monarchico si preoccupava soprattutto di fugare qualsiasi dubbio sulla fedeltà alla « profonda amicizia tra l’Italia e l’America », dichiarandosi ossequiente non meno di De Gasperi alla politica « di stretta collaborazione per salvare la civiltà occidentale » e, per togliere ogni errata interpretazione delle sue parole, teneva a precisare che, secondo il P.N.M., la « difesa della civiltà occidentale è cominciata in Corea ». Il linguaggio di De Gasperi, cui pure la Destra rimprovera il servilismo verso gli S.U., non è diverso. Dal che si vede che il burbanzoso frasario ultrasciovinista, le espressioni infuocate di nazionalismo mangiastranieri, la pretesa di rappresentare la terza forza nazionale tra il centro democristiano filo-americano e lo stalinismo filo-russo, sono serviti e serviranno, come è nelle tradizioni mussoliniane dei monarco-fascisti, a nascondere sotto una cortina di sparate retoriche la organica subordinazione del capitalismo italiano a centri di potenza mondiali.
Il monarco-fascismo che ora si affaccia sulla scena politica, come forza di importanza nazionale, nasce servo. Il suo primo atto è stato di mettersi sotto la protezione del padrone americano, fornendo la garanzia di assoluto ossequio alla politica e ai patti di guerra americani. I nostalgici degli otto milioni di baionette, dell’Italia romana…