Due anni fruttuosi di imprese “liberatrici”
La Corea – e con essa il mondo – hanno celebrato in questi giorni il secondo anniversario di una delle tante guerre «liberatrici» di cui il capitalismo ci sta deliziando. E mai, neppure nel corso della seconda guerra mondiale, la gigantesca truffa della liberazione è apparsa in luce più meridiana.
Due volte ciascuno, i «liberatori» hanno liberato la Corea; in soldoni, due volte i carri armati, gli aerei, le navi da guerra, hanno devastato la piccola penisola destinata a servir di campo sperimentale all’industria del massacro imperialistico. In questo gioco di liberazioni, milioni e milioni di civili hanno perso la vita, la casa (la catapecchia) e tutto il resto, liberati, questo sì, dai più pesanti fardelli di questa vita terrena, il volgarissimo cibo e l’ancor più volgare pellaccia. I rimasti hanno avuto il bene, a sud, del governo di Syngman Rhee, che gli stessi suoi sostenitori dipingono come un’accozzaglia di sfruttatori, di parassiti e di ras al comando di un dittatore da strapazzo; a nord, di un governo «popolare» sotto le cui ali gli stessi prigionieri non chiedono – o addirittura si rifiutano – di ritornare. Un anno è durata la guerra guerreggiata; un anno un armistizio che ha cinicamente fatto girare davanti agli occhi del pubblico coreano e mondiale il film della pace in regime capitalista, la pace in regime di occupazione militare ormai divenuta permanente. Il terzo anno pare iniziarsi sotto il segno della ripresa del conflitto o, se si preferisce, di una nuova «liberazione»; il che non impedirà ai generali delle due parti di brindare al tavolo dell’armistizio, e ai commercianti di far affari, oltre che col commercio dei cannoni, coi traffici fra «nemici».
Due anni con bilancio in attivo, per l’imperialismo; e non altro che bilancio in attivo significa l’allucinante termine: «liberazione». Su scala mondiale i liberatori della seconda guerra mondiale hanno lavorato, in questo biennio, a riarmarsi, a seminare morte e distruzione anche se soltanto alla chetichella, a lanciare proletari contro altri proletari sia pure soltanto in esercitazioni di piazza, a stendere fili spinati intorno alle cittadelle della controrivoluzione. Hanno, insomma, ben lavorato a «liberarsi dalla paura», cioè a rendere ancora più schiava, ancor più terrorizzata, la classe avversa. I centri dominanti dell’imperialismo hanno infittito le maglie della rete che avvolge e lega ai loro interessi le nazioni minori, ne hanno fatto il proprio arsenale di uomini e di armi, la loro riserva di forza-lavoro e di carne da cannone. La pace perpetua, la giustizia, la libertà dal bisogno e dal timore, queste colossali menzogne della seconda guerra mondiale, hanno riprodotto centuplicandolo il regime prebellico della guerra perpetua, della servitù, della miseria e dell’incertezza, il regno della grande morte.
Il terzo anno della liberazione universale, ufficialmente inauguratasi con la guerra in Corea ma preceduta dalle avanliberazioni della guerriglia greca e del ponte aereo berlinese, si celebra in Francia e in Italia col rafforzamento dello Stato democratico, questo prototipo della dittatura mascherata – ma non perciò meno violenta – del Capitale. Pinay si è guadagnato i galloni mostrando di servir bene all’interno gli interessi militari americani; De Gasperi, avendoseli guadagnati da un pezzo, ha potuto passare alla codificazione giuridica della «democrazia che si difende», ha varato la legge per la difesa della democrazia e «contro il fascismo». Penseremo che la classe dominante si preoccupi davvero di un «pericolo fascista»? Ohibò, lo Stato democratico ha mostrato di avere il pugno duro senza bisogno di ricorrere alle squadracce in camicia nera; e, il giorno che il pugno s’indebolisse, il suo ricorso al fascismo sarebbe immediato e pacifico; la democrazia si vestirebbe allegramente e fulmineamente in orbace. Ma lo spauracchio fascista serviva a salvar la faccia per votare una legge il cui senso era del resto cinicamente espresso dalla formula della sua «polivalenza». Legge contro il fascismo? No, legge di guerra nei suoi obiettivi e nelle sue formulazioni immediate; legge di difesa sociale nei suoi obiettivi lontani. Giacché è chiaro: la legislazione in corso, eccezionale per le oche capitoline, perfettamente normale in regime borghese-democratico per i rivoluzionari, potrà servire contro le quinte colonne della guerra fredda e calda, ma nessuna repressione contro queste è, alla lunga, una cosa seria, e i nemici di ieri possono tornare ad essere gli amici di domani, come i «criminali di guerra» o gli «ostaggi» della seconda guerra mondiale sono divenuti gli amici più cari del dopoguerra. La «democrazia che si difende» ha un solo nemico: non il fascismo, non il contingente avversario militare, ma il proletariato. Il capitalismo internazionale ha prima sfruttato, poi ingannato, infine piegato questo suo permanente avversario: ora si premunisce contro il suo risveglio avvenire. Legge contro il fascismo? Legge contro lo stalinismo? Non scherziamo: né fascisti né staliniani predicano o predicheranno la dittatura, questa bestia nera della democrazia solo in quanto sia dittatura proletaria. Fascisti e stalinisti sono democratici, i più ferventi sostenitori – anzi – della democrazia vera. No, la legge è diretta, del resto logicamente, contro i conati di ripresa rivoluzionaria del grande becchino della società borghese, l’unico candidato aperto alla dittatura di classe.
Non gridiamo allo scandalo. La democrazia non ha fatto altro che togliersi il velo. È una sfida che lancia al proletariato rivoluzionario. Il proletariato non ha da versare lacrime sulla «libertà conculcata»; non si perde ciò che non si è mai avuto. La sua risposta sarà non nella difesa di un presunto patrimonio democratico; ma nell’offensiva contro il mondo dorato delle sue catene.
Il dilemma del capitalismo: o riarmo o crisi
Quanto i marxisti affermano circa le cause della guerra imperialistica, cioè che essa è il portato necessario delle contraddizioni economiche del sistema capitalista, e in quanto tale incontrollabile persino per la classe dominante, induce invariabilmente i rappresentanti della «intellighenzia» borghese a sorridere e irridere al determinismo economico. Fanno quindi piacere le ammissioni che di tanto in tanto sfuggono alla penna o alla bocca dei nostri avversari. Quanto scrive sul Giornale (12-6-52) uno che della economia è professionista, A. Amati, potrebbe considerarsi addirittura un contributo al marxismo. Egli, infatti, scriveva testualmente: «Non è un segreto per nessuno che l’America (Stati Uniti) produce assai più dei suoi bisogni e che, se vuole evitare una crisi, deve poter distruggere, almeno finché non sia placata la rivoluzione delle macchine, parte della sua esuberante ricchezza. È quello che fa normalmente con la sua burocrazia statale che intralcia e ritarda il ritmo della sua produzione; è quello che sta facendo ora, distruggendo ricchezze colle spese di riarmo che provocano consumi senza che i consumatori rimpiazzino il consumato. Il soldato che indossa la uniforme e la consuma, nulla ha dato in cambio che possa essere chiamato un prodotto delle sue mani… Se cessasse di colpo il riarmo, i prezzi scenderebbero precipitosamente, in un’atmosfera di panico, con tutti i danni che ne conseguono, non per il ribasso in sé, ma perché gli improvvisi ribassi, essendo imperniati sulla paura, hanno effetto dirompente sui rapporti economici che si trovano in uno stato di quiescenza».
Con non eccezionale cinismo il nostro specialista di economia ammetteva che, date le ripercussioni risanatrici del riarmo sulla economia americana, una politica di distensione dei russi significa un serio pericolo per la stabilità economica degli Stati Uniti. E per corroborare di prove il suo ragionamento forniva i dati delle oscillazioni subite da determinati prodotti sul mercato americano, durante la Conferenza economica di Mosca ed altre iniziative del Governo di Mosca e di Pechino, che potevano essere interpretate come sintomi della determinazione di Mosca di lavorare ad allentare la tensione internazionale. Trascriviamo testualmente: «Fu in conseguenza appunto di questa politica all’acqua di rose che il mercato americano cominciò ad orientarsi verso il ribasso con preoccupanti falcidie nei greggi. In pochi mesi i vestiti da uomo sono scesi da 70 a 53 dollari, quelli da donna da 165 a 115; le uova da un dollaro la dozzina a mezzo dollaro; i pneumatici per automobili hanno subito ribassi che vanno dal 15 al 20% e così via. La fine del mercato del venditore sembrava palese e sarebbe bastata una piccola spinta, un qualunque avvenimento banale e imprevisto per scatenare la crisi».
A parte le solite esagerazioni sull’intervento dei cosiddetti fattori psicologici, immancabili nei ragionamenti degli economisti borghesi, il quadro tracciato spregiudicatamente da A. Amati non può definirsi privo di realismo. Ma è una confutazione del marxismo o piuttosto un forzoso riconoscimento, poco importa se consapevole o no, della dottrina marxista sulle cause della guerra imperialistica? Dopo aver ammesso che una eventuale crisi economica americana si propagherebbe ineluttabilmente ai paesi d’Occidente, e in pratica, all’intero mondo, il nostro bravo professore borghese concludeva così: «Il riarmo continuerà e la crisi economica sarà evitata».
Lasciamo perdere le vane divagazioni sugli errori che avrebbe commesso il Cremlino, attizzando la guerra fredda e i suoi numerosi focolai di guerra guerreggiata (Grecia, Indocina, Cina, Corea, Malesia ecc.) e fornendo in tal modo alla America il mezzo per tirarsi fuori dalla incipiente crisi. Se si ammette che il riarmo, e la espansione della produzione di armamenti, che lo stesso Amati definisce come una distruzione della ricchezza «esuberante», cioè non assimilabile dal mercato, è una necessità imprescindibile per la stabilità economica e sociale degli Stati Uniti, si ammette conseguentemente che un impulso irresistibile spinge il capitalismo statunitense a modificare la situazione interna ed internazionale secondo le esigenze della industria americana. È stupido partire dal riconoscimento della necessità obiettiva per il capitalismo americano di ricorrere al riarmo, come unica alternativa alla crisi economica, e fare apparire il Governo degli Stati Uniti come subordinante alla politica del Cremlino la propria campagna riarmistica! Sotto questo aspetto, l’articolo potrà fare piacere all’Unità, per la quale di contro ad un’America guerrafondaia (quale è in realtà) si ergerebbe una Russia pacifista (quale non è in realtà). La verità è che, traducendosi una eventuale crisi economica americana in una crisi del mercato mondiale, la Russia, che a questo è legata per mille fili, è egualmente interessata ad impedirla. D’altra parte, la economia russa, in quanto economia capitalistica, non può non presentare le medesime contraddizioni che conosciamo al capitalismo di tutti i paesi.
Interessa soprattutto dell’articolo dell’Amati il riconoscimento delle tremende difficoltà che si oppongono al capitalismo, storicamente portato a rinserrare nelle forme dello scambio mercantile tutti i prodotti del lavoro sociale. Dire infatti che il capitalismo, se vuole evitare la crisi, deve distruggere nella fornace della guerra, «la ricchezza esuberante», equivale a dire che il capitalismo deve disfarsi dei prodotti cui non riesce a dare carattere di merci, vendibili cioè sul mercato. Deve, contrariamente alla sua natura, creare un consumo che esce dal quadro mercantile e monetario, ma che non assicura la soddisfazione di alcuna esigenza fisica e sociale della umanità, anzi procura ad essa tormenti inenarrabili, distruzioni di forze produttive, stragi, giacché questo «consumo senza consumatori» è il riarmo. Quale soddisfazione sentirlo dire dagli economisti della stessa borghesia!
Il marxismo ha sempre sostenuto il principio determinista nella spiegazione dei fatti sociali, basandosi sulla risultanza scientifica, dialettica, che ogni sistema di produzione, su cui si erge la dominazione di classe, contiene in se stesso le forze antitetiche destinate a distruggerne l’esistenza. Il capitalismo ne fornisce la prova lampante. Tutta la irrefrenabile evoluzione della tecnica produttiva, che si traduce in un aumento continuo della produttività, cozza violentemente contro la distribuzione mercantile e monetaria dei prodotti. Né la borghesia può evitare le conseguenze della formidabile spinta; non può fare altro che indirizzare verso il riarmo, cioè verso la guerra, cioè verso la distruzione, la massa enorme di prodotti che non riesce a sottomettere alle leggi dello scambio mercantile. Così facendo salva se stessa, ma minaccia la vita medesima della intera umanità. Poiché le classi dominanti non conoscono il suicidio, dovranno i nemici della borghesia procedere alla sua violenta eliminazione dal potere statale. Non è la rivoluzione un fatto di volontà o di «coscienza», ma una necessità materiale che spinge le masse salariate e nullatenenti che costituiscono l’enorme maggioranza della popolazione del pianeta. A meno che non si ammetta che il suicidio, sconosciuto alle classi, sia eseguibile dalla specie.
Quando rappresentanti della classe dominante, egregio sig. Amati, sono costretti a ripetere le argomentazioni degli sfruttati, è un segno, questo, che la catastrofe non è evitabile.
Nostalgie crispine
I giornali si sono stupiti che democristiani e stalinisti abbiano dato concordi il loro voto per l’elezione di Paratore a presidente del Senato.
Nessuna meraviglia, per noi. Paratore, si legge sulla stampa, fu esecutore testamentario di Crispi; e chi, se non democristiani e nazionalcomunisti, sono, o vorrebbero essere, gli esecutori testamentari della politica crispina, della violenta repressione dei moti delle plebi, e dell’infatuazione patriottica?
Anche l’America ci predica lo stakhanovismo
La stampa e la propaganda filo-americane sono piene degli «orrori dello stakhanovismo russo». In realtà, l’abbiamo detto e ripetuto, Stalin e Truman hanno una sola e stessa merce da vendere sul mercato internazionale dell’imbottimento dei crani: l’aumento della produttività o, in altri termini, l’esaltazione dello sfruttamento del lavoro. Produttività grida Di Vittorio; produttività gridano gli inviati americani dell’E.C.A. Il toccasana è quello, per l’Oriente che si chiama socialista come per l’Occidente che è capitalista e si professa rinnovatore.
Cinque «esperti» americani hanno partecipato in questo ultimo mese ai convegni italiani per capi d’azienda e, finita la tournée, si sono fatti, come di dovere, intervistare. I giornalisti (e non soltanto loro) volevano lumi sul modo (o sui modi) di risolvere la crisi economica italiana: in coro essi hanno risposto: dare premi e gratifiche ai lavoratori delle aziende grandi e piccine che superino uno «standard» di lavoro prestabilito. È, tale quale, la teoria e la pratica dello stakhanovismo russo: si stabilisce una «norma»; chi la supera avrà un premio, chi non ci arriva sarà castigato; variante ultramoderna del cottimismo, edizione internazionale dell’emulazione pacifica. È premiato l’operaio che si fa sfruttare di più per il bene dell’«economia nazionale», cioè (a sentir loro) di tutti. Il premio va, inutile dirlo, – nella teoria e nella pratica americana come in quella russa – anche ai dirigenti. Essi, in verità, non producono, non c’è «standard» che si possa fissar loro: ma, in regime stakhanovista, lo «standard» o, come dicono i russi, la «norma» si applica così al singolo come all’azienda; e se l’azienda supera il livello di produzione prestabilito il premio va a tutta l’ammirevole «famiglia» collaborante a farla funzionare, l’operaio come il direttore. Giacché, se la norma è superata, è chiaro che il merito è dell’operaio, ma anche di chi lo staffila senza per ciò autostaffilarsi; il merito è anche del «tecnico». Premio al produttore, premio all’aguzzino: risultato solidale di questa loro «collaborazione», il prodotto aumentato; e, col prodotto, l’accresciuto profitto.
Povero Di Vittorio: il suo programma è andato a finire in bocca agli esperti americani della E.C.A. O che non sia piuttosto l’inverso: che nella bocca di Di Vittorio e, naturalmente, del suo capo Stalin, sia andato a finire dritto dritto il programma costante del capitalismo?
Faranno il censimento mondiale della forza-lavoro
Alla conferenza internazionale del lavoro, tenutasi a Ginevra in queste ultime settimane, è stata avanzata da alcuni delegati la proposta di una «pianificazione demografica» e, in primo luogo, della creazione di un «bilancio internazionale delle forze-lavoro». La proposta vorrebbe rispondere ai problemi sempre più acuti del rapido aumento della popolazione di fronte alla stasi o alla regressione delle possibilità locali di lavoro: ma il suo obiettivo è insieme più vasto e più lontano. La società capitalista ha provveduto da tempo a censire nazionalmente le braccia e ad aggiornare via via i dati statistici sulla carne umana da spremere in officina come da mandare al macello sui campi di battaglia: ora si preoccupa di aggiornare i dati su scala mondiale in vista di uno sfruttamento sempre più organizzato e sistematico delle forze produttive del globo.
Saremo così censiti nazionalmente e internazionalmente, giacché il capitalismo ha ormai varcato le barriere politiche statali ed è un solo regime mondiale, e mondiale è la classe dei suoi schiavi. Alle sue maglie non sfuggono più nemmeno le isole sperdute di sconfinati oceani: i suoi tentacoli arrivano dovunque e, con essi, i suoi registri. Ci incasella e censisce perché lo serviamo e serviamo solo lui: ecco il senso della sua espansione «liberatrice».
Gli eredi del razzismo
Tutto ha ereditato del fascismo la democrazia «liberatrice»: anche il razzismo. «Modello» di democrazia e di progressismo a tutto il mondo, gli Stati Uniti hanno introdotto la discriminazione razziale nella legislazione sull’immigrazione; popolo eletto gli anglosassoni, popolo inferiore gli altri. Il razzismo tedesco è stato eliminato solo perché faceva concorrenza al razzismo altrui: il senso della «liberazione» è, anche in questo campo, tutto lì.
Una ricchezza italica: LE ELEZIONI
Vogliamo fare il conto delle elezioni fatte e da farsi nel prossimo futuro nel nostro civilissimo paese? Veramente, è il caso di dire che le cifre e i fatti parlino da soli, senza bisogno del commento esterno. Ricordate quando si cominciò? Certamente, voi altri tifosi elettorali l’avrete già dimenticato, essendo tutti protesi verso il prossimo torneo. Si cominciò nel 1946, un anno dopo la Liberazione (ammazzala!), con il Referendum istituzionale che ci regalò a stento la Repubblica e la elezione dei deputati alla Costituente. Nello stesso anno, nell’ottobre, si svolsero le amministrative in alcuni centri dell’ Alta Italia, a Cassino ecc. Un anno dopo, si tennero le elezioni amministrative nel resto della penisola e a Roma (ottobre 1947). Delle elezioni del 18 aprile 1948 vogliamo parlarne ancora? Non erano ancora cessate le polemiche sulle statistiche elettorali, allorché ebbero luogo, nel 1949, le elezioni sarde. Il 1950 passò liscio. Ma nel 1951 si ricominciò con le amministrative, e ci godemmo i due turni elettorali svoltisi in Alta Italia e in alcune provincie meridionali. Del terzo turno delle amministrative tenute il 25 maggio dell’anno in corso, ne stanno ancora parlando, ma non troppo perché tutte le macchine fabbrica voti stanno già lavorando a pieno regime in vista delle super-elezioni politiche (fregatevi le mani!) del 1953.
Consuntivo: elezioni almeno una volta all’anno. Potrebbero includere nel decalogo del buon cristiano: Ricordati di santificare… le elezioni.
Uno sguardo al futuro non ci apprende nulla di nuovo. Abbiamo detto delle elezioni politiche del 1953. Ma l’elezione dei senatori avverrà, a norma di Costituzione, solo nel 1954, un anno dopo. Ed ecco che nel 1955 scadranno le amministrazioni elette nel 1951, ed allora bisognerà correre alle urne. L’anno successivo, non vorrete dare i vostri suffragi per istituire le amministrazioni comunali elette nel terzo turno di quest’anno? Vorrete stare un anno senza impugnare la scheda e appartarvi nella cabina? Oibò!
E non dimenticate quando andrete a votare per l’elezione dei deputati, l’anno venturo, che il mandato loro dura appena cinque anni, sicché nel 1958, dopo i piccoli spuntini annuali di cui sopra, avrete la grande scorpacciata.
Il fascismo inventava ogni anno di che istupidire la gente: l’abolizione del «lei», gli azzurri di Dalmazia, le gare ginniche dei gerarchi, le crociere atlantiche. La democrazia parlamentare ha di meglio: i campionati elettorali. Diversi i metodi e le trovate, uguali gli obiettivi, e, purtroppo, i risultati: fare dimenticare la miseria, la fame, i pidocchi dei proletari, le infamie della borghesia. E’ proprio vero, cambia cambia, ma è sempre la stessa cosa. E sempre sarà finché i proletari saranno tanto illusi da credere che, con un frego di matita su un pezzo di carta straccia si possa distruggere la secolare macchina dello Stato borghese.
Ad Est, il capitalismo in marcia
Ad Est, il capitalismo in marcia
Ci sono ancora in giro teorici falliti e giornalisti megalomani, i quali pretendono che si debba «aprire una discussione» sul fenomeno russo. Sono coloro che, gratta gratta, coltivano un culto feticistico per l’idolo Danaro, che ritengono imbattibile e indistruttibile istituzione, comune sia al capitalismo che al socialismo. Se fosse diversamente, non si attarderebbero a sofisticare sulle forme giuridiche di proprietà statale vigenti in Russia, trascurando, perché impotenti a farlo, di seguire il gigantesco processo di intensificata mercantilizzazione capitalistica che, su una linea ininterrotta, è in atto nella struttura economica russa. Non significa nulla la funzione svolta dallo Stato di Mosca, di fulcro della colossale trasformazione in senso mercantile e monetario delle enormi zone arretrate dell’Asia continentale e della stessa Russia? Eppure, la rivoluzione borghese, misurabile cronologicamente a una diecina di secoli, è vista da Marx come il sovvertimento irresistibile del modo di produzione feudale, svolgentesi praticamente senza scambio mercantile e senza l’intermediario del denaro. Il Capitale inizia, non certamente a caso, con il fondamentale capitolo sulla Merce. Non a caso appunto la terribile epoca storica del capitalismo comincia con la trasformazione del lavoro sociale in Merce, pagabile con salario.
Perciò, discorrendo della Russia, troviamo il tratto comune delle strutture economiche e produttive dell’Occidente e della Russia, prima di tutto, nel salariato, nel generalizzato mercantilismo, nell’accumulazione capitalistica, nella dominazione del capitale finanziario. Ciò non basta ai «fissati» della persona umana, ai quali per dire: «Qui esiste il capitalismo» occorre leggere i titoli di proprietà dei capitalisti. Meno male che la stampa staliniana si fa in quattro anche per accontentare costoro. Sì, se proprio volete la «prova» della esistenza di capitalisti privati in Russia, non avete che a leggere l’Unità, senza bisogno di scomodare i grandi luminari della economia borghese.
L’Unità è il direttore d’orchestra della stampa paracomunista; possiamo quindi scegliere senza esitazione Paese Sera, per avere testimonianze ufficiali sulla Russia. Nel numero del 22 giugno, Paese Sera pubblicava un articolo sull’incremento del risparmio in Russia. Citiamo qualche brano: «In Russia, i privati hanno la possibilità di tenere dei libretti di risparmio e di farsi capitalizzare gli interessi. Bisogna anzi dire che il risparmio viene ora incoraggiato dallo Stato e che i depositi vengono accettati dalle numerose banche, costituite nell’intera Unione Sovietica… Nella sola Mosca l’ultimo elenco telefonico cita 170 casse di risparmio. Il primo gennaio dell’anno scorso, la massa dei risparmi individuali ammontava ad oltre 18 miliardi di rubli (circa tremila miliardi di lire), ma da quell’epoca i depositi bancari sono ulteriormente aumentati».
Ovviamente, quel che importa non è tanto il montante complessivo dei depositi bancari quanto l’ammissione da fonti staliniane non sospettabili della tendenza all’aumento dei depositi stessi. Ciò sta ad indicare evidentemente come gli involucri esteriori della proprietà statale delle aziende e della terra arabile, che tanto rimbambiscono i teorici da strapazzo, non impediscano affatto l’accumulazione di capitali nelle mani di privati. Costoro non hanno nulla di diverso dai redditieri delle nostre parti, dato che ricevono interessi dalle banche di Stato, oltre ai premi connessi ai prestiti allo Stato. Già è stato detto in un «Filo del tempo» che il dato grezzo della esistenza di ceti sfruttatori non testimonia da solo del carattere e delle finalità di classe dello Stato, dato che la trasformazione economica in senso socialista non può avvenire dall’oggi al domani. Lo Stato può essere genuina espressione di esigenze rivoluzionarie, pur rimanendo annidati nel corpo sociale residui della produzione capitalistica, cioè la natura di classe dello Stato si definisce sul campo della politica da esso esplicata verso questi ceti parassitari. Ora qual è la politica dello Stato russo nei riguardi dei possidenti di capitali finanziari, degli speculatori capitalisti, dei commercianti del denaro? Non certo di opposizione, non certo di tesa limitazione e liquidazione. Tutt’altro. Il governo di Mosca si gloria apertamente di favorire l’incremento dei depositi bancari. «Il ministro delle finanze, Zverev, ha rivelato nell’ultima sessione del Soviet Supremo della U.R.S.S., che nell’anno solare 1951 essi (depositi bancari) sono cresciuti di altri 4 miliardi di rubli (circa 650 miliardi di lire) ed ha predetto che entro il 1952 se ne avrà un aumento ancora maggiore». Si conclude che il governo russo concepisce la costruzione del socialismo come reggentesi sulle fondamenta, diuturnamente rafforzate, dei depositi di capitali privati nelle Banche.
La propaganda che il Governo di Peppe Stalin organizza e finanzia per invitare la gente danarosa a depositare i loro «sudati risparmi», come dicono gli Einaudi e i Corbino, è davvero una versione russa del modello americano. «Dai grossi edifici della capitale (Mosca) si scorgono ora di notte insegne luminose del seguente tipo: « Depositate i vostri risparmi nelle casse di risparmio ». Sulle autostrade che si diramano da Mosca, cartelli stradali recano scritte di questo genere: « Buttate i vostri scrigni di legno ed usate i depositi bancari »».
Non occorre davvero convocare adunanze, come macchine a risolvere problemi, per sviscerare il senso dello stalinismo. Fermo restando il principio che si è affermata strozzando sul nascere la rivoluzione bolscevica del proletariato, lo stalinismo, in quanto fatto storico, è la vittoriosa rivoluzione borghese-capitalistica dilagante da più di un ventennio sul continente asiatico. Il gorgo della «mercantile anarchia», che fa centro a Mosca, allarga sempre più le sue onde, trascinando nell’inferno del lavoro salariato e dello scambio commerciale zone vastissime, con rapidissimo ritmo. Dove fino ad ieri esisteva lo «scrigno di legno» avanza la «sacrestia» della borghese banca, elargente interessi al tre e al cinque per cento. L’entusiasmo che l’aurea avanzata provoca nelle classi dominanti asiatiche non poteva che esprimersi nella «rivoluzione» di Cina, nella guerra civile in Corea, nella guerra di indipendenza dell’Indocina, della Malesia, ecc. È il mondo del capitalismo che avanza saturando agglomerati sociali immensi che finora l’imperialismo occidentale aveva, per ragioni storiche e geografiche, solo marginalmente lambito.
Coloro che si lasciano prendere dall’isteria e, per nascondere o il loro vuoto mentale o l’infezione opportunista, ci accusano di sottovalutare il ruolo controrivoluzionario dello Stato russo, non si avvedono che nulla più che la borghesizzazione intensiva del continente asiatico, pone lo Stato russo al livello delle potenze massime dell’internazionale capitalista. Lo stalinismo, stimolando il capitalismo in Asia, assicura l’efficienza di macchine statali totalitarie, che si allineano nel fronte mondiale della controrivoluzione e dell’imperialismo. Ma – e ciò mostra che in nulla si differenzia dalla linea dell’evoluzione borghese – lavora a trasformare le masse dei contadini poveri e delle plebi nullatenenti in proletariato industriale, accrescendo le falangi della rivoluzione. Gli stalinisti pretendono che l’appoggio dato da Mosca ai rivolgimenti capitalistici in Asia persegue appunto l’obiettivo di affrettare lo scoppio della rivoluzione proletaria. In realtà, gli Stati di Russia e dei paesi asiatici moscovizzati, in quanto si fondano su un modo di produzione, che esprime classi dominanti, non possono che rappresentare gli interessi di queste ultime, e cioè l’interesse del Capitale prosperante sullo sfruttamento del lavoro salariato, che per liberarsi dovrà provocarne la distruzione rivoluzionaria.
I fascisti di Salò non furono massacrati: se la svignarono
Per lunghi anni, dopo la insurrezione partigiana nell’Italia settentrionale dell’aprile 1945, i giornali governativi hanno speculato con proterva insistenza sulla pretesa strage in massa di fascisti della Repubblica di Salò, che sarebbe stata consumata dai proletari in divisa di partigiani. Ogni qualvolta le masse strette nella morsa della fame o esasperate dal rinnegamento delle promesse di progresso sociale loro fatte per attirarle nella guerra, si agitavano e non certo in maniera violenta intimando al governo di tenere fede agli impegni, tutta la stampa dei venduti e dei corrotti si scagliò contro gli operai accusandoli di premeditare la ripetizione degli « orrori del Nord ».Trecentomila furono i morti, gli sgozzati, i massacrati durante la caccia ai poveri fascisti – si è detto e si continua a dire da parte dei vegetariani del M.S.I. – E si parlò di enormi fosse comuni, di camion carichi di cadaveri, di cento altre macabre invenzioni.
Fossero vere le cifre prodotte dai fascisti esse sarebbero certamente inferiori, non diciamo al numero dei morti della seconda guerra mondiale, voluta dalle borghesie nazifasciste di Germania, Italia, Giappone da una parte e dai demostaliniani di America, Russia, Inghilterra dall’altra parte. A milioni non a migliaia si contano le vittime della guerra borghese. Se veramente i morti fascisti fossero stati 300.000 essi equivarrebbero come numero alle perdite umane di una sola delle campagne della guerra mondiale. Facendo un semplice calcolo si conclude che le vittime della « ferocia » degli operai in divisa di partigiani sono ben piccola cosa di fronte alle montagne di cadaveri di uccisi sui campi di battaglia, sotto i bombardamenti aerei delle città, nelle camere a gas dei campi di sterminio nazisti. Purtroppo, i proletari in divisa di partigiani che sostennero la tremenda guerriglia contro i nazifascisti, fino all’armistizio sostenuti e finanziati dalla borghesia industriale italiana e quindi gettati a mare, obbedivano militarmente ai comandi anglo-americani e russi cioè allo schieramento più forte e potente della guerra imperialista. Non obbedivano certo alla Rivoluzione proletaria.
Recentemente il ministra dell’Interno Scelba, parlando alla Camera (12-6) faceva una smentita ufficiale appunto delle voci sulle stragi imputate ai partigiani, dichiarando in polemica col deputato missino Almirante «che da una inchiesta condotta dal Governo in epoca non sospetta e cioè quando il M.S.I. non era comparso sulle piazze, è risultato che gli scomparsi dopo la liberazione furono complessivamente 1732, ivi compresi i fuggiaschi nascostisi per paura di rappresaglie». Così, di un colpo, si è passati da trecentomila a millesettecentotrentadue non morti, ma scomparsi e fuggiaschi! Conoscendo il costume degli eroi fascisti , il cui coraggio e spirito aggressivo è sempre stato in proporzione inversa alla forza numerica degli avversari, come dimostrarono le imprese squadristiche del primo dopoguerra, propendiamo a credere che la percentuale di fuggiaschi debba essere molto più alta. Comunque, quello che non si può negare è che il governo ha tenuto nascosto finora i risultati dell’inchiesta ufficiale, di cui parlava Scelba, accreditando col suo silenzio le mostruose voci di un massacro gettate addosso al proletariato italiano.
Perché il governo democristiano non ha parlato prima? Evidentemente, faceva comodo alla borghesia aggiungere all’arsenale delle armi antiproletarie della democrazia parlamentare i lacci strangolatori dei boia fascisti. Durante la fase di incubazione e di allevamento del nuovo partito fascista, impersonato dal M.S.I., lo sbandieramento dei trecentomila morti serviva a puntino. Ora che lo spauracchio è in piena efficienza lo stesso governo democristiano sente il bisogno di impedire che almeno per il momento, esso oltrepassi i limiti dei compiti assegnatigli. Di qui la polemica antimissina. Ma noi abbiamo assistito a troppe polemiche fra democratici e totalitari per ignorare che esse perseguono il comune obiettivo di fuorviare e ingannare il proletariato.
Un’altra «rivelazione» faceva, nella stessa occasione il Ministro Scelba. Egli rendeva noto che da un documento ufficiale dello stesso regime fascista, rimasto presso il Ministero dell’Interno, risulta che le perdite di vite umane subite dal partito fascista dal 1918 all’ottobre del 1922, furono soltanto 122. Centoventidue, dei quali non tutti erano fascisti! La notizia, sebbene in ritardo di 30 anni, non ci sorprende affatto. I sicari fascisti non combatterono, dal 1919 al 1922, una battaglia in campo aperto, per così dire, con la classe operaia. Essi uscirono dalle tane solo allorché, dopo il sabotaggio confederale della occupazione delle fabbriche (settembre 1920), la classe operaia tradita e disarmata rinculava dalla lotta rivoluzionaria. Sicché al giovane Partito Comunista d’Italia, sorto appena nel gennaio del 1921, toccò addossarsi il duro compito di proteggere la ritirata, in attesa di un capovolgimento dei rapporti di forza che sventuratamente non venne. In tali condizioni, ben pochi erano i rischi cui andavano incontro le prezzolate camicie nere, sostenute e difese dal blocco unico della borghesia industriale bancaria, del governo democratico, della polizia, dell’esercito, della magistratura, della Chiesa, della stampa, ecc. Di che stupire? Era l’epoca in cui il ministro della guerra Ivanoe Bonomi, poi collega di gabinetto di Nenni e Togliatti durante l’epoca del C.L.N. ordinava agli ufficiali in congedo di dare man forte ai fascisti! Centoventidue caduti fascisti? Troppi, per un movimnto di filibustieri ingaggiati per ripetere sul corpo del proletariato il gesto di Maramaldo.
Dizionarietto dei chiodi revisionistici: Antifascismo Pt.2
Dando del fenomeno fascista la unica interpretazione marxista, il rappresentante della Sinistra Italiana, A. Bordiga, dichiarava nel suo discorso all’Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista, il 23 febbraio 1926: « In Italia, il fascismo è il trionfo della destra borghese sulla sinistra? No, il fascismo è qualcosa di più, è la sintesi di due metodi di difesa della classe borghese. Gli ultimi atti del governo fascista hanno dimostrato che la composizione sociale mezzo borghese del fascismo non lo rende meno un agente del capitalismo. Organizzazione di massa (l’organizzazione fascista conta un milione di membri) esso cerca di realizzare nello stesso tempo della reazione violenta, che colpisce soprattutto gli avversari che osano attaccare la macchina dello Stato, la mobilitazione di larghe masse con dei metodi socialdemocratici di penetrazione.
««sono registrate delle disfatte evidenti del fascismo su questo terreno. Ciò conferma appieno il nostro punto di vista sulla lotta di classe. Ma ciò che risulta con l’evidenza più stupenda da tutto questo, è proprio l’impotenza assoluta delle classi medie. In questi ultimi anni, esse hanno di già compiuto tre evoluzioni affatto complete: nel 1919-20 esse accorrevano ai nostri meetings rivoluzionari; nel 1921-22 esse formarono i quadri delle camicie nere; nel 1923, passarono all’opposizione, dopo l’assassinio di Matteotti; al momento presente, esse ritornano al fascismo. Sempre per il più forte.
« La falsa prospettiva dei vantaggi che noi potremmo trarre dall’avvento di un governo di sinistra corrisponde a supporre le classi medie capaci di una soluzione indipendente della questione del potere».
Quando abbiamo scritto su questo foglio che «il totalitarismo è l’alleanza fra capitalismo e opportunismo piccolo-borghese», non facevamo che ripetere da modesti militanti, alieni da narcisismi e da ambizioni di successi, quella che è stata da venti anni la tesi centrale della Sinistra Italiana sul fascismo. Il centro e la destra liquidazionista della Terza Internazionale dovevano deragliare dai binari marxisti e fare la fine che hanno fatto, al servizio di tutte le reazioni, principalmente perché incapaci di comprendere che i partiti socialdemocratici, cioè il campo dell’antifascismo democratico, con cui si cercava di bloccare mediante la tattica del fronte unico e la parola d’ordine del governo operaio e contadino, non rappresentavano che l’impotenza costituzionale dell’ibrido anticapitalismo dei ceti medi, nemici a parole delle «ingiustizie» dei ricchi, ma sempre pronti a tradire il proletariato. L’antifascismo era, lo è tuttora, la sostituzione, cioè il rinnegamento, del principio della lotta di classe e della dittatura del proletariato con la falsa soluzione interclassista, piccolo borghese, delle contraddizioni della società borghese, ricercata nell’illusorio e disfattista principio dell’ «isolamento» delle forze del grande capitale mediante una ipotetica alleanza e compromesso tra l’anticapitalismo legalitario e il comunismo rivoluzionario, tra i ceti medi e il proletariato. Infatti, alla base di tutte le degenerazioni tattiche della Terza Internazionale, culminate infine nel totale passaggio dei partiti comunisti stalinizzati nel campo dell’imperialismo, c’era una concessione al riformismo, non certamente accompagnata da una contropartita politica utile per il comunismo. Alla fine il movimento rivoluzionario doveva rimanere assolutamente svuotato e la sua direzione passata nelle mani degli agenti dell’imperialismo, come fu chiaro dall’atteggiamento della Terza Internazionale, che prima ratificò senza battere ciglio il patto di guerra del governo russo con il nazismo tedesco, nell’agosto 1939, e decise poi di autosciogliersi nel 1943, per far piacere agli imperialisti americani con cui il governo russo era passato a nuova alleanza. Si verificava così, ad opera degli stessi avversari e contraddittori della Sinistra Italiana nel seno dell’I.C. la tesi dell’organica fusione del fascismo e dell’antifascismo, e si realizzava la previsione fatta da Bordiga al Congresso di Lione nel gennaio del 1926:
«Noi crediamo nostro dovere, giunti a questo punto della nostra esperienza di gruppo, il quale al di sopra delle cifre in cui è piaciuto tradurre la pretesa consultazione del partito, è o si illude di essere il rappresentante di un’autentica corrente della classe operaia rivoluzionaria, noi crediamo nostro dovere di dire senza esitazione e con completo senso di responsabilità questa grave cosa: che nessuna solidarietà potrà unirci a quegli uomini che abbiamo giudicato, indipendentemente dalle loro intenzioni e dai loro caratteri psicologici, come rappresentanti dell’oramai inevitabile prospettiva dell’inquinamento opportunista del nostro partito»
Con tale dichiarazione la Sinistra respingeva solennemente l’ibrido connubio con l’opportunismo antifascista che ormai aveva invaso il P.C.d’Italia. Da quella dichiarazione , che condensava tutto il lavoro critico e la lotta di opposizione condotti nell’I.C. noi tutti che oggi assicuriamo la continuità della teoria e dell’azione del movimento operaio rivoluzionario, sicuramente discendiamo. Lasciamo agli intossicati dai miasmi dell’opportunismo elettorale sputare veleno e falsificazione. La realtà dei fatti non si cancella con sparate demagogiche e intrighi.
Non a caso la frattura violenta del comunismo marxista dall’antifascismo di Gramsci e Togliatti avveniva in sede di Congresso. A Lione vinceva il centralismo democratico, con annesse e connesse tutte le truffe demagogiche della «consultazione della base» e il bagarinaggio della conta dei voti; ma vinceva anche l’opportunismo e la controrivoluzione. Il Partito Comunista d’Italia otteneva il suo terzo Congresso, regolarmente convocato a norma di statuto, ma il proletariato rivoluzionario italiano perdeva il suo partito di classe, che passava al servizio della borghesia. Non era un’eccezione. La Sinistra Italiana ha perso invariabilmente nelle discussioni congressuali della Terza Internazionale stalinizzata.
Viceversa, lo stalinismo che vinceva tutti i Congressi, passava vergognosamente al campo della controrivoluzione, ma, procurandosi il marchio legale della maggioranza democratica, spesso truffaldinamente ottenuta lo faceva in modo particolarmente insidioso perché si metteva in grado di passare agli occhio degli operai come il legittimo continuatore del leninismo. Anziché piegarsi la Sinistra Italiana preferì rompere spietatamente con i candidati all’opportunismo e lasciarli cuocere nel brodo dei loro congressi-mascherate. Che fosse la unica via degna di rivoluzionari, lo dimostra il fatto che oggi esistiamo, mentre i congressi dei nostri nemici si trasformano in indegne gazzarre, dove la discussione politica mira unicamente a procacciarsi voti per il bordello di Montecitorio.
Buona l’atomica per Cucchi se non è… aggressiva
«Non ci meravigliamo delle ricerche atomiche o di quelle sui gas asfissianti, perché ogni paese ha il diritto e il dovere di apprestare la propria difesa da eventuali aggressioni con tali tipi di arma. Ciò che è da condannarsi è l’uso di tali armi sterminatrici a scopo aggressivo, e in particolare sulla popolazione civile».(Cucchi in Risorgimento Socialista, 22-6).
Nostro pane quotidiano
In seguito alla decisione dell’aumento del prezzo d’ammasso del grano, il prezzo del pane crescerà di 8 lire al chilo: anzi, «meno», dice per consolarci la stampa governativa. E magari aggiunge: vedete? In nome dell’evangelico pane quotidiano, il governo ha «resistito» alle pretese estreme degli agricoltori…
Povero governo, a quante cose, per il nostro bene, resiste! Ma, a proposito, non doveva anche resistere sulla «linea del Piave» di una politica monetaria che avrebbe dovuto contenere i prezzi come contiene i salari?
Libertà a 5000 colpi al minuto
«L’aviazione americana procede (sulla base delle esperienze in Corea) al collaudo di nuovi cannoni e mitragliatrici allo scopo di fornire i suoi apparecchi di armi più efficaci. Queste esperienze sono evidentemente segrete, ma si apprende da fonte autorizzata che una delle nuove mitragliatrici è in grado di tirare 5000 colpi al minuto. Gli apparecchi attualmente in servizio sono equipaggiati con mitragliatrici calibro 50 e cannoni da 20 mm.: ora, i combattimenti aerei in Corea indicano che occorrono circa 1.400 colpi di una mitragliatrice calibro 50 per abbattere un Mig-15, e quella mitragliatrice non arriva che a 1200 colpi al minuto, mentre la cadenza di un cannone da 20 mm. è appena di 600 a 700 colpi al minuto».
(Le Monde, 25-6-52)
Lebbra dell’illegalismo bastardo
Ove taluno (un Nume? un Genio? una Commissione di Inchiesta? un Istituto Gallupp – o un chi-se-li-freghi-tutti) avesse vaghezza di sottoporre la validità della dottrina marxista ad un « experimentum crucis« , esauriente quanto una analisi, del più perfetto laboratorio, fisico-chimica – batteriologica – radiografica – elettronica – psicanalitica, ecco quale potrebbe essere il dispositivo.
Ammesso che si trovi che a distanza di ben cento anni nella storia dei paesi di razza bianca, mentre da una parte i dati economici della tecnica, della produzione, del consumo salgono da uno a cinquanta (prendi p. es. lunghezza ferrovie o tonnellate di acciaio 1850-1950) le ideologie con cui i capi politici avanzati e spinti pilotano le masse di sinistra si esprimono colle stesse tesi, e le masse le seguono e li seguono; la carta di tornasole rossa si colora in azzurro, e prova che Marx e tutti i suoi seguaci sono una manica di fessi.
Si intenda bene: la conclusione è questa, a condizione che si voglia, possa e debba lasciare la definizione di movimento rivoluzionario, di avanguardia, preparatore e rappresentante del domani storico, a quello le cui proclamazioni e dichiarazioni saranno state sottoposte al saggio di confronto. Abbiate dunque ben presenti le contemporanee divulgazioni politiche dei partiti, giornali, consessi, e uomini di punta, del movimento che in Italia e nel mondo si schiera alla sinistra, e fa capo alla centrale stalinista di Mosca.
Ieri
Adesso veniamo (come era facile prevedere) alla citazione. Ma non di Marx e di Engels: una citazione di citazione. Engels infatti riporta brani molto istruttivi dei « capi popolari rivoluzionari » di un secolo fa.
L’articolo di Engels cui ricorriamo è datato da Londra, 1 novembre 1850, ed apparve nella Neue Rheinische Zeitung di Colonia, col titolo Dal maggio all’ottobre. Si tratta di un quadro economico sociale e politico della situazione in Inghilterra, sul continente, e in America, che conclude per la diagnosi di fase controrivoluzionaria. Dopo la rassegna delle forze e dei poteri conservatori, l’autore passa a quella dei loro avversari, che, essi e non altri, potevansi assumere come espressione « del paese qual è, del popolo europeo, del popolo dell’emigrazione« . E qui si imposta una satira senza pietà. « La massa del popolo europeo in partibus infidelium (espressione con cui la Chiesa indica le zone e le plaghe dove le sue missioni a stento son penetrate e lavorano duramente tra i nemici della fede, tra le popolazioni pagane) ha ottenuto negli ultimi anni un governo provvisorio, col Cominform… (mi correggo, mi correggo, come oggi si dice freddamente dopo la papera, che una volta aveva conseguenze letali) col Comitato Centrale Europeo composto di Giuseppe Mazzini, Ledru Rollin, Alberto Darasz (polacco), Arnold Ruge (tedesco)« .
Costoro lanciarono un Manifesto di cui Engels riporta molti brani. Trattandosi di una accozzaglia di credenti in diverse fedi il manifesto, nel fare il bilancio delle sconfitte del 1848, rimpiange la mancanza di una organizzazione, accusa le ambizioni personali dei singoli capi, e al solito sbocca nella demagogica apologia dell’azione « di popolo » e della diffamazione della teoria. « Tutta la palinodia finisce nell’opinione che la rivoluzione sia naufragata a causa dell’ambiziosa invidia dei singoli condottieri, dei pareri contrari dei diversi maestri del popolo… Questi signori in realtà, come odiano lo sviluppo e la lotta, così odiano il pensiero, il freddo pensiero – come se qualche pensatore (non escludendo Hegel e Ricardo) abbia mai raggiunto il grado di frigidità col quale si versa sulla testa del pubblico una simile tenera risciacquatura« . Ma i manifesti pretendono di non mancare di una dottrina. « Al contrario, per dimostrare la loro sufficienza ci presentano un vero registro leporelliano (Leporello era un servo sciocco della commedia classica) di verità eterne ».
Udite ora il testo del « credo » dei quattro, e vedete se al posto dei nomi non possiamo mettere: Duclos, Pieck, Togliatti, Racocy. « Crediamo allo sviluppo progressivo delle facoltà e forze umane, alla legge morale che ci è stata prescritta. Crediamo all’associazione come all’unico mezzo regolare che può raggiungere questo scopo. Crediamo che l’esposizione della legge morale e della regola del progresso non si possa affidare né ad un individuo né ad una casta, ma al popolo, illuminato dalla educazione nazionale e guidato da coloro che, nel suo seno, per virtù e per talento sono i più adatti. Crediamo al carattere sacro dell’individuo e della società che non debbono né escludersi né combattersi, ma armonizzare assieme per il miglioramento di tutto e di tutti. Crediamo alla libertà senza la quale sparisce ogni responsabilità umana, all’uguaglianza senza la quale la libertà non è che una finzione, alla fraternità senza la quale libertà ed uguaglianza non sarebbero che un mezzo senza scopo, all’associazione senza la quale la fraternità sarebbe un programma impossibile; alla famiglia, al Comune, allo Stato ed alla Patria come ad altrettante sfere progressive (filosofia della cipolla; scusate ma non ne potevamo più: avanti) nelle quali l’uomo deve crescere successivamente nella conoscenza e nella partecipazione della libertà, uguaglianza, fraternità ed associazione. Crediamo alla santità del lavoro, alla proprietà che ne deriva quale suo indice e frutto, al dovere della società di fornire l’elemento del lavoro materiale per mezzo del credito, e del lavoro intellettuale e morale per mezzo dell’educazione; crediamo, per riassumere, in uno Stato sociale che ha Dio e la sua legge al vertice, il popolo alla sua base« .
Finito di riportare questo « edificante paternostro » Engels da pari suo sfotte sulla proprietà frutto e indice del lavoro, e sul credito che la società dovrebbe fornire ad ognuno. Il primo teorema lo buttò Adamo Smith 80 anni prima di quel quartetto in mi bemolle; quanto al secondo, è tanto « socialista » che « già adesso ogni industriale ha per costume di anticipare ai suoi operati tanto materiale, quanto ne possono lavorare in una settimana ».
Oggi questa stessa Mazzinata si chiamerebbe « piano nazionale di investimenti produttivi » della Confederazione del Lavoro.
Al quartetto di allora e a quello di oggi si applica lo stesso commento di Federigo, col quale chiudiamo la citazione.
« Le lotte delle diverse classi l’una contro l’altra, il cui corso produce appunto, per mezzo delle diverse fasi di sviluppo, la rivoluzione, per i nostri evangelisti non sono che le disgraziate conseguenze dell’esistenza di sistemi divergenti, mentre in realtà è il contrario: l’esistenza di sistemi diversi è conseguenza delle lotte di classe. Sotto il pretesto di lottare contro i dottrinari, essi trascurano ogni contenuto definitivo, ogni definitiva opinione di partito (a florilegio! le opinioni di partito intanto sono tali in quanto sono de-fi-ni-ti-ve: le opinioni dei migliori ‘per talento e per virtù’, quelle sono transeunti, mutevoli, duttili e volubili). Essi proibiscono alle singole classi di formulare i loro interessi e le loro pretese rispetto ad altre classi. Essi pretendono da queste che dimentichino i loro interessi e le loro rivendicazioni, per pacificarsi sotto la bandiera di una indecisione tanto banale quanto sfacciata, la quale nasconde sotto l’apparenza della conciliazione degli interessi di tutti i partiti, solo il predominio dell’interesse di un partito – del partito borghese« .
Come quelli del 1850, tutti gli autori di manifesti in cui guazzano la progressività, l’interesse nazionale, la salvezza della Patria dallo straniero, la salvezza della costituzione dal tiranno, « negano – tale negazione da parte di un partito è sempre definitiva – l’esistenza della lotta di classe« .
Ricordiamo che Engels fa una generosa eccezione per l’Italia (1850). Il motto di Mazzini: Dio e Popolo, può avere un senso in Italia poiché con esso al Papa viene opposto Dio, e al Sovrano viene opposto il Popolo. Ma nemmeno a questo ha tenuto fede, appo noi, il partito borghese. Se i sovrani regionali, e il re unitario, sono stati messi da parte (salvo conta elettorale di maggioranze monarchiche), la rinunzia ad ogni antideismo non è stata accompagnata dalla liquidazione del Papa, cui i progressivi e patriottici estremisti han dedicato articoli 7, e sconfinati ossequi, anche per conto del consiglio comunale e provinciale di Roma. Fessi che fossero in filosofia della storia, i Mazzini, Armellini e Saffi non fondarono il governo provvisorio con voti di lacché del Quirinale e di qualche sbandato pretonzolo delle parrocchie di suburbio, ma a colpi di carabina. O Villa Gloria, da Cremera, quando la luna i colli ammanta, vengono i Fabii ancor, ma van schifando il novecencinquanta.
Oggi
Sullo sfondo prospettico della vita italiana uno è l’elemento dominante. La elezione parlamentare per il 1953.
Grandissimi o piccolissimi, i movimenti che alla politica parlamentare non sanno volgere le terga, cadono inesorabilmente nella ossessione elettorale. È una ossessione non derivata in profondità dalla incertezza tra le soluzioni che potrebbe avere il problema del potere, tra le conseguenze delle vicende, quelle sì storiche, che lo Stato italiano e la classe dominante italiana affronterebbero se mutasse il loro schieramento sul piano internazionale e « parabellico ».
La ossessione non va dalla « base del popolo » alla élite della virtù e del talento, che la nuova legislatura insedierebbe a Roma, ma scende da questa, e divora i componenti attuali, e le « sfere », queste sì cipollacee, degli aspiranti e delle loro piccole organizzate clientele.
Che la lotta si annunzi clamorosa risulta a tutti chiaro, dopo che le elezioni amministrative sono assurte ad un tono « altamente politico ». In tempi di stabile potere capitalistico, se i socialisti rivoluzionari ammisero la conquista dei Comuni, fu a condizione di dare alla campagna deciso carattere di agitazione politica e di partito, mirando alla propaganda di classe e al rafforzamento del partito proletario in tutto il paese, non certo ponendo come traguardo la buona civica amministrazione del villaggio o della metropoli. Nessuno quindi si scandalizzerà che le elezioni per i Comuni si siano svolte come battaglie tra i partiti politici nazionali anziché tra gruppi locali, fautori uno del tram l’altro del filobus, uno dei pissoirs gratuiti, l’altro di quelli a pagamento. Ma la realtà del rapporto odierno sta altrove. Nessuno pensa davvero, tra quei virtuosi e talentati, a mobilitazioni di forze cittadine, per poi col loro schieramento prendere lo Stato, e toglierlo alle forze che oggi lo controllano. Queste forze sono stabili oggi e si fondano, come radice storica, su quelle che vantano di aver buttato giù tedeschi e fascisti con l’alleanza mondiale e l’inquadramento partigiano. Tale blocco ha passato la consegna, e (si sblocchi come vuole) le sue responsabilità sono comuni: la consegna non la ha oggi in mano il partito D.C. o il ministero De Gasperi, ma la flotta navale ed aerea americana, o se volete atlantica, le sue stabili basi a terra, e il collegamento costituzionale tra esse e una delle più affinate organizzazioni sbirraie. Sono fatti di reale forza storica; gli atlantici sono potenti non in ragione delle somme di voti delle recenti amministrative, o di quelli delle spasmodicamente attese politiche 1953, ma in ragione della sommatoria di forze politiche che si formò quando borghesi e comunistoidi bloccarono per la democrazia mondiale e i comitati di liberazione.
Il 1953 potrà dunque schierare come vorrà le sue stucchevoli cifre. Il potere non si taglia a fette in un momento fissato come quello in cui il fotografo fa scattare, ma si fonda su porzioni tagliate nell’ieri, nell’oggi e nel domani. Ora in Italia si batteranno: destra, centro e sinistra. Tutti capiscono.
Chi vincerà? Facile pronostico: il centro. Per i milioni di voti? Ohibò, di questa materia non siamo affatto intenditori e potremmo dire fesserie giganti. Noi facciamo un calcolo a modo nostro, si potrebbe dire nello spazio-tempo politico.
Voti del centro: atlantici ieri, oggi e domani (nonché nella vita di oltretomba): atlantici, in pieno.
Voti della destra: antiatlantici ieri sotto Benito e Vittorio, atlantici oggi e domani, spaccati: atlantici, almeno ai tre quarti.
Voti della sinistra: atlantici ieri fino all’indecenza, antiatlantici oggi; domani poi, chi lo sa? Come piegare uomini così eletti come i loro capi, alla banalità del « definitivo »? In conclusione: atlantici per due terzi.
Con una formuletta statistico-probabilistica: vittoria americana ai tre quarti, matematicamente sicura. La cosa quindi ci lascia da questo momento tranquilli, e se da scrutare vi è nel giro di orizzonte, scrutiamo in altre diverse direzioni.
Ma per quella tale legge che la attività parlamentare o non c’è , o c’è al grado ossessivo, ben altrimenti si dimenano, altrove. Dura sarà la battaglia, dura, annunzia l’organo del Partito Socialista Italiano, e chiarisce: non alludiamo solo alla battaglia elettorale, ma soprattutto alla precedente battaglia per il meccanismo elettorale! Ed infatti il centro minaccia di manipolare la legge in modo che dalla proporzionale pura si passi ad un sistema con premio di maggioranza. Ed allora, urlano gli oppositori, dal momento che attentate ad uno dei comuni sacri impegni nella libertà e nella costituzione, siamo capaci di passare alla lotta con altri mezzi: non colle schede del 1953, non coi voti del Parlamento 1952 sulla legge elettorale, ma coi mezzi illegali e di piazza!
In campo ben lontano, nelle piccole file dei gruppi comunisti che rifiutarono il collaborazionismo moscovita di guerra e di pace, dei comitati partigiani e dei ministeri di liberazione, l’ossessione lo stesso fa vittime! Al solo pensiero che tali gruppetti seguitino a ritemprarsi e a ritemprare le armi della riscossa proletaria decidendo di star ben lontani dai miasmi elettorali, taluni ondeggiano e si sbandano; si fermano per via, tentano, vanamente, orientamenti di principio, di valutazione del momento storico, di strategia tattica rivoluzionaria, imbrogliano anche senza volerlo tutte queste carte, non sanno più dire perché abbandonarono la linea, e si rifugiano in un solo connotato distintivo: non rinunziare alla illusoria possibilità di un turnicino alla baldoria 1953, sia pure su posizioni che gettino rampogna sul centro, la destra e la sinistra, sui « tre grandi ». Uno dei caratteri della definita ossessione è quello di far perdere il senso della distanza e della misura, e della pronosticazione dei voti: così sogna di vincere il Tour de France ogni povero « gregario » noleggiato per portare la birra.
Lasciamo quindi elezionisti 1953 di alto e basso bordo alla loro sbornia: gli uni e gli altri non sono nemmeno buoni a farci… la birra.
A noi interessa ora il problema della minaccia (in caso di sconfitta nelle elezioni, di broglio pastettifero, di legge elettorale truccata) di ricorrere all’illegalismo.
Nelle file proletarie il novantanove per cento delle forze (a dir poco) sta coi partiti che si dicono pronti all’elettorato costituzionale, ma non escludono il ricorso alla forza nel caso di « violata democrazia ».
Solo forse l’un per cento sta sul terreno di principio dell’uso della forza e non della legalità per arrivare al potere: questi gruppi non minacciano nulla per due ragioni. Primo: sono molto lontani dal rapporto di forze che faccia pensare di dare fastidio alle portaerei e alla Celere motorizzata. Secondo: se a tale rapporto si fosse vicini, sarebbe da supremi fessi mettersi a minacciare prima di dare addosso.
E allora va esaminato come attuale il problema di quei partitoni imbastarditi. Essi si proclamano costituzionali e costituzionalisti in principio, pronti ad ogni patto di azione legalitaria, e perfino di distensione e di collaborazione al potere; ma in certe ipotesi, di cui ostentano che abbia la iniziativa storica esclusivamente il loro contraddittore, dichiarano che passerebbero con tutte le energie sul terreno illegale: Togliatti con tono compito ha ventilato a De Gasperi un processo di Norimberga; si capisce con lui, De Gasperi, imputato qual criminale di guerra. De Gasperi ha detto: prima che mi ci freghi, per ora la polizia la ho io nelle mani.
Quando tali campioni del principio democratico, che entrambi firmerebbero, a tenore delle loro tesi di partito, il testo del quartetto in mi bemolle di cui innanzi, vengono sul terreno della forza, sono costretti ad ammettere che la violenza è un agente storico. Ma tutta la loro dinamica storica della forza sta in questo: se il vincitore sarò io, allora sarò il giudice e ti impiccherò legalmente. Tu in quanto vinto farai da criminale, e in te sarà punita la violazione della legalità e del diritto delle genti!
In questo duetto, paladini come sono del parlamentarismo, che consiste in una riduzione del processo storico alla partizione e conta di alcune centinaia di figuri in una stanza chiusa nella cristallizzata attualità del voto, nessuno dei due si preoccupa un attimo della obiezione: per cinque anni avete preteso che milioni di uomini si immolassero al vostro cenno, dando in sola controgaranzia l’aver tracciato per sempre una linea di demarcazione tra i criminali e liberatori dell’umanità.
Se questa linea di demarcazione siete oggi d’accordo che passa tra di voi, due sono le conclusioni: una, generosa, che la parola di criminale non ha alcun senso e occorre liquidarvi come volgari imbonitori, l’altra che, se la parola ha un senso, criminali siete tutti, da ambo i lati della nuova transenna, e solo norimbergando tutta la banda se ne verrebbe fuori.
Uno dei caratteri della rivoluzione comunista sarà di essere una rivoluzione senza processi. Vivo ancora Lenin, gli elementi di sinistra declinarono l’invito a sedere come pubblici accusatori al processo dei Socialisti Rivoluzionari, pure approvando illimitatamente la rottura del blocco politico con essi e la loro messa fuori combattimento. Ma la Rivoluzione Russa doveva pagare alla storia il suo tributo di giacobinismo in ritardo, e lasciammo che venisse il turno dell’accusatore Vishinsky, fucilatore dell’accusatore di Stato Jagoda, che aveva fatto giustiziare i primi nostri compagni dell’opposizione bolscevica. Economia con computisteria borghese? Ergo, politica con palcoscenico e patibolo borghese. Su, ricciutella, al Tempio! sentiremo indifferenti cantare Palmiro ad Alcide…
La corrente che affiora in campo borghese « liberale » sulla limitazione della democrazia non è certo una novità. Già nel primo dopoguerra in taluni paesi balcanici, Romania, Bulgaria, si ebbero di questi precedenti: il partito comunista fu messo fuori dalla legge; ed anche il partito borghese « totalitario ». L’argomento era questo: noi siamo avversari del metodo della dittatura, e sosteniamo che il potere deve derivare da una consultazione dei cittadini in cui tutti i partiti fruiscono di libertà di opinione, propaganda, associazione, agitazione. Ma dal momento che un partito nella sua dottrina e nel suo programma (come i partiti comunisti autentici del tempo) denega questo principio che il potere si conquista per la via elezioni-parlamento, e dichiara di preparare la via insurrezione; di più dichiara che giungendo al potere toglierebbe tutte quelle facoltà e garanzie ai suoi oppositori; è chiaro che un tale partito rinunzia alla piattaforma democratica, e ben può la legge, senza violare la concezione liberale, denegargli il diritto di concorrere alle elezioni, e anche di far propaganda ed esistere come associazione.
Una simile prospettiva tagliava la strada alla tattica che pretendono leninista: entrare nel parlamento per distruggere il parlamento, dichiarando in ogni intervento che si vuol abbattere il parlamentarismo.
Non discutiamo qui tale tattica; stabiliamo solo che essa, come prevedemmo fin dal 1919, salvo alcuni esempi russi (nella Duma zarista) non presenta esempi storici di realizzazione nei paesi di sviluppato capitalismo, soprattutto stabiliamo che quella tattica sta le mille miglia lontana da quella degli attuali partiti cominformisti, che comporta ad ogni intervento, discorso e mozione o tesi, dentro e fuori le camere elettive e perfino nei consessi di partito, leccate di sedere in serie all’istituto parlamentare e alla costituzione democratica.
Nel 1919 dunque la tattica di Lenin nel parlamento non aveva precedenti (lo stesso Carlo Liebknecht aveva, all’agosto 1914, dovuto votare i crediti di guerra!) e noi sostenemmo che non avrebbe avuto seguito: i casi balcanici confermarono che mai la borghesia sarebbe stata tanto idiota da lasciar svolgere un tale piano. La borghesia delle moderne nazioni coi suoi arnesi di governo e di polizia ha da tempo fatto il bilancio del metodo parlamentare, e sa che se esso dà per cinque di agitazione e propaganda al di fuori, dà poi per novantacinque di incapsulamento dei partiti di opposizione nelle reti opportuniste.
La proposta del liberale Vinciguerra contro la tattica, che egli chiama catilinaria, non prende di mira il partito comunista, ma la destra fascista. Egli dice: non sciogliamo i partiti o vietiamo congressi o giornali, ma escludiamo solo, con una legge formale e costituzionale, tali partiti dal diritto di avere seggi in parlamento. Essi infatti si richiamano alle tradizioni della monarchia da un lato, della Marcia su Roma dall’altro, e quindi rivendicano un illegalismo anticostituzionale.
Da altre bande si è gridato: bene! Ma ugual trattamento va fatto alla estrema sinistra, poiché anche essa ha propositi illegalistici. La prova non è data dalle dichiarazioni programmatiche, ultralegalitarie, ma (a dire di questi articolisti) dalle scoperte di armi nascoste.
Più logico, il Vinciguerra dice: coerente è il partito anarchico che fa dichiarazioni illegali e contro lo Stato, ma si rifiuta di andare al parlamento. Ma poiché invece il partito comunista stalinista fa dichiarazioni programmatiche di democrazia e perfino di pace sociale, non si può vietargli l’agone elettorale, nemmeno se lo si convince di « doppio gioco ».
L’errore storico della proposta Vinciguerra sta in questo: non avviene mai che le misure eccezionali contro un partito di opposizione armata cominciano dal Parlamento. Esse cominciano fuori, i deputati sono gli ultimi a godere l’immunità. Se una politica e una legge eccezionale avranno corso, i primi ad essere colpiti saranno i militanti, le sedi delle organizzazioni, le associazioni stesse, i giornali: per ultimo si defenestrano i signori onorevoli.
La tattica conservatrice non sarà mai dunque di limitare il diritto elettorale, ma proprio di contrattaccare, quando vi è pericolo, nella « piazza ». I deputati, più sono, più sono buoni pegni di castrazione della rivoluzione.
Quale il passaggio dalla tattica « di Lenin » alla tattica « di Catilina »? Non è stato Ibsen il solo a riabilitare costui contro lo sgonfione veramente reazionario che fu Marco Tullio. Ricordiamo un militante socialista di sinistra morto in età giovane, Mario Trozzi, che scrisse una difesa di Catilina. Quella che Sallustio descrive come congiura fu una vera preparazione ed azione rivoluzionaria. La tattica consisteva nel lottare in Senato in minoranza sfruttando il seggio, e poi preparare nella Suburra i manipoli armati pronti a cavare i pugnali. Ora l’abuso che Cicerone voleva reprimere non erano i discorsi, ma proprio i pugnali!.
Se l’illegalismo degli stalinisti deve essere definito bastardo e controrivoluzionario nei suoi effetti, non è per il doppio metodo, ma per le posizioni storiche e di classe che ne stanno allo sfondo.
Un partito comunista continuamente impegnato alla critica politica, feroce e spietata della democrazia, del liberalismo, alla propaganda e preparazione dichiarata della conquista violenta del potere e della dittatura, in date situazioni può tenersi fuori dai fanghi mobili del parlamento, e tale per noi era la situazione europea ed italiana del 1919. Con ciò esso non si scioglie e si nasconde riducendo tutto alla rete illegale e di preparazione armata. Dal parlamento va fuori per non essere corrotto e castrato dall’atmosfera legalitaria, ma (fino a che può) stampa giornali, fa comizi, fa propaganda scritta ed orale e tiene alla luce del sole le sue organizzazioni, riunioni, congressi.
Comodo il complimento al libertario che, avendo schifo dell’apparato statale ne sta lontano, e non si avvicinerà nemmeno per assestargli potenti legnate!
Il doppio gioco è il contenuto di tutta la odierna politica borghese. Ma non è doppio gioco quello del partito rivoluzionario di classe, che fa opera di organizzazione, propaganda ed agitazione aperta approfittando del fatto che la rete dello Stato di classe non glielo impedisce, e allo stesso tempo tende storicamente allo scioglimento insurrezionale. Questa è tattica non bastarda, ma leninista e marxista.
Chiamate pure tattica catilinaria quella che invece accompagna tutta l’azione palese ed ufficiale con dichiarazioni di ossequio costituzionale, e parimenti trama la ribellione armata.
Noi definiamo come illegalismo bastardo quello che si definisce in tre facce. Programma teorico e agitatorio di democrazia e legalità istituzionale. Predisposizione di gruppi per l’azione armata (fin che ci si vuol credere: in fondo si tratta di rigurgiti dell’illegalismo borghese antifascista; l’illegalismo liberale storico, in pace, in guerra, e in guerra civile, merita una trattazione a sé). Periodica minaccia di passaggio dal legalismo all’illegalismo.
Questa minaccia diviene ancora più banale quando, come nelle ultime manifestazioni, essa si riferisce non alla forza del partito ma ad uno spontaneo insorgere del popolo!
La rivoluzione per dispetto! Nulla ormai li separa dalla minaccia che quel tale marito fece alla moglie, se ancora lo avesse tradito.
Noi non insorgeremo, ma il popolo insorgerà contro di voi, se! I « se » sono uno dell’altro più ineffabili. Se violerete la vostra costituzione! Se rivelerete coi fatti che la vostra democrazia non è che una porcata! Se aggiogherete la vostra Patria allo Straniero! Se farete la guerra contro lo Stato russo, che non la vuol fare contro di voi, che non la vuol fare contro nessuno, che non vuole che nel vostro paese nessuna classe e nessun partito prendano le armi per buttarvi a gambe per aria!
O la storia segue finalità di patria, di nazione, di razza, o segue finalità di classe. Se a questo si crede, non occorre stupirsi che le classi borghesi di paesi diversi si sorreggano tra loro, e quando il proletariato interno le minaccia, chiamino lo straniero. Peggio che uno straniero di classe, questo non può essere per noi. Quel che frega non è che gli americani siano qui come americani, ma come borghesi. Quel che frega è che sono venti volte più forti dei borghesi locali. E allora che razza di ragionamento è questo: se restate voi soli borghesi italiani, staremo quieti e consentiremo che gli operai siano sfruttati senza assalirvi: appena sarete ventun volte più forti, vi assaliremo?
Se invece nel mondo vi fosse un governo di dittatura proletaria, questo non sarebbe per i lavoratori un governo straniero, ma il loro governo, sarebbe una potenza politica tenuta nelle mani dalla internazionale proletaria, ed anche dagli operai italiani, dal partito comunista italiano. Come la lotta si intreccerebbe tra urti di classi contigue, e di eserciti statali, è arduo problema della storia futura; allora non si minaccerebbe nulla, ma si dichiarerebbe che in tutti gli scontri, con tutte le forze, e appena possibile con l’iniziativa dell’offesa, si starà col nostro compagno di classe, e quindi con quello Stato di oltre frontiera, nemico dell’altro Stato straniero che sostiene la classe nostra nemica, e lo Stato costituzionale italiano.
Ma – sarebbe qui tutto! – la grossa massa segue più facilmente l’accusa di aggressione, di insidia alla pace, di insidia alla libertà! Segue la campagna, e poi piega sotto l’attacco, la guerra e la dittatura, in una semisecolare impotenza.
Nulla più insorge, quando quella insana coniugale minaccia ebbe effetto!
Le menzogne convenzionali
Gli scrittori marxisti di storia hanno sempre rifiutato, nei riguardi degli avversari, di porsi come «osservatori obiettivi» di fronte agli avvenimenti storici presi ad esporre. Nella comune accezione dei letterati, storici ecc. non marxisti, o dichiaratamente antimarxisti, obiettiva sarebbe la posizione di imparzialità apartitica osservata dallo scrittore nei confronti degli opposti agenti storici. Postulando il principio della lotta di classe alla base di tutto il complesso e complicato processo storico, il marxismo non può avallare il pregiudizio degli storici borghesi e deve apertamente sostenere che lo storico rivoluzionario, esponendo gli avvenimenti reali, svolge un lavoro che mira a convergere con la lotta di classe del proletariato contro il nemico borghese. Nulla è quindi più lontana che la « imparzialità obiettiva » dallo storico marxista. Ma ciò significa che i marxisti debbano travisare i fatti, raccontarli alla rovescia, o addirittura inventarne di falsi? Il quesito è diretto a quello scribacchino (a sua volta ex fascista) dell’ Unità che, da qualche settimana, sta conducendo una « inchiesta » (dopo 30 anni?) sul fascismo.
Costui, parlando da par suo della costituzione degli Arditi del Popolo, avvenuta nel 1921, incorre deliberatamente in una spudorata falsificazione, (veramente si tratta di un insieme di falsità) e trae un giudizio conclusivo, che vuole essere critico, ma rivela l’obbligo di mentire che lo stalinismo impone ai suoi servi. Infatti, chiunque potrebbe vedere facilmente come la idiota pretesa di combattere il totalitarismo borghese con formule tattiche interclassiste, che il nostro diffamatore di turno esalta contrapponendole al « settarismo infantile » della Sinistra Comunista Italiana, è dimostrata vana e disfattista dagli stessi avvenimenti, non già di venti o trent’anni fa, ma dallo stesso oggi.
Chi erano gli Arditi del Popolo? Per chi ha presente la composizione sociale e le direttive politiche della organizzazione partigiana antifascista, operante nelle retrovie nazi-fasciste della Italia del Nord, dal 1943 al 1945, comprenderlo non è difficile. Lasciamolo dire alla stessa Unità (17.3.52): «Squadre antifasciste nelle quali si raccoglievano sindacalisti, comunisti, repubblicani, nonché arditi di guerra ed ex-combattenti, ufficiali compresi». Codesta ramazzaglia senza legame che non fosse il vago ed inconsistente sentimento antifascista, inteso come opposizione liberale alla dittatura, e non già come violenta opposizione al regime della borghesia in nome della dittatura del proletariato, pretendeva che la Direzione del giovane Partito Comunista d’Italia mettesse in comune la sua organizzazione militare rivoluzionaria, mostrando così di essere in realtà uno strumento della flaccida borghesia liberale e della socialdemocrazia traditora, lavoranti di conserva a distruggere il potenziale classista e rivoluzionario del partito Comunista sorto a Livorno nel gennaio 1921 mediante violenta scissione e dal riformismo turatiano e dal massimalismo di Serrati. Dice lo scribacchino dell’ Unità: «Il Partito socialista dichiara formalmente di essere estraneo a questa organizzazione Arditi del Popolo e la direzione bordighista del P.C., dal canto suo, ordina ai comunisti di abbandonarla, perché « composta di elementi dubbi e senza coscienza di classe » e costituisce nel frattempo a Milano e a Torino delle squadre comuniste». In realtà, la direzione del P.C., invitò i militanti, in una energica circolare tempestivamente diramata, non già ad abbandonare l’organizzazione degli Arditi del Popolo, dato che i comunisti non c’erano entrati per niente, ma a respingere gli inviti ad entrarvi, fatti da gente come Ambrosini che doveva rivelarsi un agente provocatore assoldato dal fascismo! Un’organizzazione militare armata esisteva nel Partito Comunista indipendentemente e prima della creazione degli Arditi del Popolo. Doveva la Direzione del P.C. rinunciare all’azione autonoma dei suoi gruppi armati e affidarne il comando (o metterne a parte) a una accozzaglia di « protestanti antifascisti » muoventisi sul piano della collaborazione tra le classi?
Poiché la direzione del P.C. si rifiutò assolutamente di farlo, gli scalzacani in vena di storiografi dell’ Unità commentano: «Gli errori di valutazione e di strategia e di tattica del partito comunista in questo periodo, il settarismo infantile della sua azione isolata e della sua lotta su tutti i fronti, avranno conseguenze non meno decisive di quelle prodotte dalla impotenza dei socialisti di sinistra e dal tradimento di quelli di destra». Senza un solo accenno a queste menzogne di rito, coloro che vivono scrivendo per l’ Unità si vedrebbero respinte le loro infami brodaglie. Sono le menzogne convenzionali della storiografia stalinista. Potremmo obiettare che, ritenendo per esatta l’accusa alla Direzione non rinnegata del P.C. di aver contribuito a spianare la strada al fascismo con la sua azione « settaria », l’accusa dovrebbe essere estesa a tutti coloro, Grieco, Berti, D’Onofrio, Dozza, il latitante Gramsci ecc., che al processo contro i comunisti italiani (ottobre 1923) si dichiararono fieramente (e con la stessa fierezza poi rinnegarono) concordi con le dichiarazioni del principale imputato Bordiga. Ma lasciamo perdere. Neppure perderemo tempo a rammentare ai « dimenticatori per contratto » dell’ Unità che il P.C. era sorto a Livorno ed aveva aderito alla III Internazionale sulla base dei 21 punti di Mosca, che imponevano una netta separazione e lotta ai riformisti e ai massimalisti, in quanto traditori di classe, per cui una eventuale adesione agli Arditi del Popolo sarebbe suonata come aperto rinnegamento delle stesse basi teoriche e politiche del P. Comunista d’Italia. E’ notorio che il mantenersi fedeli ai principi e rifiutarsi di prostituirli equivale, per la gente del P.C.I., a praticare il settarismo… E sia. Ma intanto i fatti stanno a dimostrare i risultati della « esatta » strategia e tattica dei napoleoni di Via Botteghe Oscure.
Sotto altri nomi, gli Arditi del Popolo tornarono ad operare nelle vesti dei partigiani organizzati dai Comitati di Liberazione Nazionale. In essi, oltre che socialisti di destra e di sinistra, entrarono a far parte, insieme con i comunisti guidati dalla non settaria e non infantile Direzione di togliattiana obbedienza, persino i liberali, i repubblicani, o clericali. Bene. Il regime mussoliniano fu abbattuto. Che le armi e gli strumenti organizzativi fossero forniti dai centri imperialistici di Washington e Londra, poco importa agli scaltrissimi strateghi che sono « arrivati » diffamando e coprendo di ingiurie la Sinistra Comunista. Ma il fascismo è forse morto? E non alludiamo certamente agli spostati e ai carrieristi del M.S.I., che un posticino al banchetto ministeriale basterà a far guarire delle nostalgie. Intendiamo alludere al potere centralizzato, ferreamente totalitario, dello Stato borghese, che quotidianamente si conferisce un armamentario di repressione antiproletaria formidabile.
La spiegazione balorda e stupida che si dà combacia con la accusa ancor più idiota di tradimento mossa alle forze democristiane, passate disinvoltamente alla rottura della alleanza ciellenistica e al calcio nel sedere ai togliattiani. Erano i vostri amici e alleati? Se la Sinistra Comunista, allora alla testa del P.C. rifiutò ogni intesa con gli Arditi del Popolo ciò fu perché fin da allora essa riusciva a prevedere i tranelli in cui, o asini politici, siete vergognosamente piombati. Allora la migliore cosa che potreste fare è di tacere, come fanno le prostitute, del vostro passato, la cui riesumazione non giustifica ma aggrava la vostra miseria di rinnegati.
Ricordo di Acquaviva e Atti
L’11 luglio 1945, a distanza di quattro mesi da Fausto Atti, cadeva a Casale Monferrato Mario Acquaviva. Le forze trionfanti dell’imperialismo e della guerra si scatenavano contro i militanti migliori della battaglia rivoluzionaria del proletariato.
A sette anni da allora, l’insegnamento delle vittime rivoluzionarie della guerra mondiale ha tutta la forza dell’esperienza vissuta. Chiamavano i proletari sfuggiti alla morsa fascista a raccogliersi sotto le bandiere non di un altro esercito, ma dell’opposizione di classe alla guerra: il mostro dell’imperialismo li volle uccisi.
Denunciavano la menzogna delle ideologie con le quali la classe dominante indorava la brutale realtà del massacro – la pace perpetua, la libertà, la giustizia – e, nella mobilitazione partigiana in nome della democrazia, additavano la grande manovra borghese per impedire alle masse in fermento di imboccare la via della rivoluzione, e farle anzi direttamente servire alla conservazione capitalistica. Indicavano nell’America e nell’Inghilterra come nella Germania, nella Russia come nel Giappone, i grandi mostri statali la cui vittoria avrebbe significato, in un caso come nell’altro, la perpetuazione, in vesti democratiche come in vesti fasciste, della brutale dittatura di classe del capitalismo. Il bestione trionfante non tollera le voci e le forze discordi.
Tutto questo appare oggi chiaro come la realtà palpabile di tutti i giorni di questo dopoguerra. Per averlo proclamato contro tutto e contro tutti, nello isolamento di una ubriacatura generale, Atti ed Acquaviva caddero. Nella loro milizia di rivoluzionari anche questo era previsto: ma era soprattutto previsto che non c’è piombo che basti alla classe dominante per abbattere il grande nemico, il proletariato. Sapevano che la loro battaglia andava oltre i limiti della loro persona e del loro tempo.
La loro battaglia continua. I vincitori del secondo massacro mondiale, i liberatori di ieri, i campioni dell’antifascismo, esercitano su scala mondiale una politica di guerra, di oppressione, di totalitaria dittatura, che, a parte le forme e spesso anche senza queste, centuplica quella dei loro «avversari» di sette anni fa. Solo la battaglia rivoluzionaria del proletariato può spezzarne il cerchio di ferro e, di questa battaglia, è lo stesso capitalismo a ricreare continuamente – e inconsapevolmente – le forze, gli Acquaviva, gli Atti, i Torricelli, i militi oscuri della rivoluzione. L’ora della riscossa operaia può essere ritardata, ma è certa.
Il sindaco regna, il prefetto governa
CASTELLAMMARE, fine giugno. Quel che esiste di sostanziale dietro la facciata demagogica delle cosiddette conquiste democratiche, è stato dimostrato, in maniera lampante, da quanto avvenuto recentemente al Comune di Castellammare di Stabia. Il 20 dello scorso giugno una ordinanza prefettizia comunicava che il prefetto di Napoli aveva disposto la sospensione dalla carica del sindaco, lo staliniano Pasquale Cecchi. Cosa ci dice il fatto che un non eletto dal popolo, alias il Prefetto, nominato direttamente dal Ministero dell’interno, possa disinvoltamente destituire un «eletto dal popolo», passando un colpo di spugna sulle migliaia di legittimi voti, da cui quello traeva il mandato? A noi non dice nulla di nuovo, perché non ci siamo mai illusi che il potere politico derivasse dalla cosiddetta volontà popolare. Lo Stato, che per mano del prefetto si è abbattuto, schiacciandola, sulla amministrazione demopopolare di Castellammare, si fonda sulla forza materiale delle sue formazioni armate, sulla magistratura, sulle carceri, se ne fotte dei voti democratici, quando chi li rappresenta devia dal binario legale su cui è obbligato a marciare.
Quale la motivazione del drastico provvedimento prefettizio? Il sindaco avrebbe omesso di prendere le misure disciplinari comminate dal Ministero degli Interni ai dipendenti comunali, partecipanti allo sciopero di protesta contro il generale Ridgway. L’Unità protestava respingendo la tesi del prefetto secondo cui il sindaco avrebbe dovuto «fare il crumiro» colpendo gli scioperanti. Ma l’ordinanza prefettizia preveniva l’attacco specificando che il provvedimento di sospensione dalle funzioni colpiva il sindaco in quanto ufficiale di governo. Praticamente ciò significa, generalizzando, che il sindaco dipende dalla famosa sovranità popolare finché il suo nome non esce vittorioso dallo scrutinio delle schede. Subito dopo l’espletamento delle formalità democratiche, il «primo cittadino» diviene automaticamente ufficiale di governo, obbligato ad applicare alla lettera le leggi dello Stato, incluse le restrizioni del cosiddetto diritto di sciopero e le misure disciplinari contro gli inadempienti. Cose note ed arcinote, ma mai dette dai demagoghi elettorali ai poveri elettori, cui si dà ad intendere con lo slogan «Il comune al popolo» che veramente il comune potrebbe essere amministrato dai cittadini. Finché si tratta di alberare le strade o erigere vespasiani, tutto il potere al Sindaco; per le altre questioni è il prefetto, cioè lo Stato, che, mediante le leggi, tiene il mestolo per il manico… Questa è la verità. Non lo dimenticate quando vi chiameranno ad esercitare il vostro diritto al voto!
Per automobili a buon mercato rivolgersi a «L’Unità»
In altra occasione si è parlato della questione suscitata dalla pubblicazione, da parte del Consiglio di Gestione della Fiat, del progetto della vettura utilitaria a 400 mila lire. Di che si tratta? «La vetturetta utilitaria Fiat», diceva L’Unità (7-6-52) «l’auto a 400 mila lire, la macchina di milioni di famiglie italiane, è già famosa prima di nascere. I consigli di gestione l’hanno progettata, l’hanno disegnata, ne hanno mostrato la realizzabilità. Il consiglio di amministrazione della Fiat ha reagito scompostamente affermando che il progetto era suo e denunciando addirittura i consigli di gestione alla magistratura; ma intanto la utilitaria non l’ha realizzata e non l’ha neppure impostata e, tanto per cominciare, ha dichiarato che non produrrà mai una automobile a quel prezzo». E L’Unità concludeva sconsolatamente: «Così milioni di famiglie italiane attendono ancora». Poverette. Ecco un altro strato sociale sfruttato dai «monopolisti» e perciò degno di ricevere l’appoggio e i voti elettorali delle masse! A costoro, la Direzione della Fiat non vuole dare l’automobile, la utilitaria a 400 mila lire il pezzo, che i tecnici dei Consigli di Gestione hanno preventivato. L’Unità non dice a quale classe sociale appartengono le famiglie potenzialmente acquirenti della famosa vettura. Possiamo ritenere che facciano parte della classe dei lavoratori salariati?
La tesi padronale era sdegnosamente sostenuta dal Tempo (8-6-52) che scriveva: «La Direzione della Fiat ha rivelato la vera origine della « macchina dei consigli di gestione ». Si tratta di un vecchio progetto preparato dalla Casa e scartato per ragioni tecniche: alcuni zelanti attivisti lo hanno sottratto dagli archivi della fabbrica e l’hanno propalato come frutto dei cervelloni sindacali comunisti. Gli autori della indebita appropriazione del lavoro intellettuale altrui sono stati denunciati alla autorità giudiziaria, e saranno ben lieti, in questo momento, di vivere in Italia, perché in Russia il furto di segreti aziendali è parificato allo spionaggio e porta diritto al plotone di esecuzione». Il livore degli ambienti padronali, che si son visti giocati dagli intriganti confederali, non poteva essere meglio espresso. La questione è ormai nelle mani della magistratura. Intanto, la direzione della Fiat ha categoricamente dichiarato di avere da tempo in cantiere una super utilitaria da 350 cmc., mostrando di respingere incondizionatamente il progetto della vetturetta propugnata dai Consigli di Gestione. Ahimè, i milioni di famiglie difese da L’Unità non potranno munirsi di auto, sia pure utilitaria, e Luca Pavolini (è vero che costui è un nipote del famoso ministro fascista fucilato dai partigiani?) conclude su L’Unità: «Tutta questa massa di gente defraudata (i potenziali compratori della utilitaria a 400 mila lire dei Consigli di Gestione) comincia a muoversi e a organizzarsi: si tratta di costringere i monopolisti a impostare la produzione della grande fabbrica torinese nella direzione che coincide con gli interessi della economia nazionale e con i desideri della popolazione. I primi a muoversi sono, naturalmente (purtroppo, diciamo noi) i lavoratori e la cittadinanza di Torino. Le maestranze della Fiat e tutti i torinesi sanno che sarebbero i primi ad avvantaggiarsi della costruzione su larga scala della vetturetta utilitaria e in genere di un ampio sviluppo in senso pacifico della produzione Fiat».
Chi voleva un saggio della collaborazione dei partiti cosiddetti operai con le forze sociali borghesi è servito. Qualunque operaio, anche quello più istupidito dalla propaganda staliniana, è in grado di comprendere di primo acchito che i milioni di famiglie, cui i Consigli di Gestione della Fiat, L’Unità, e la Fiom si preoccupano di procurare un’automobile, debbano appartenere necessariamente ai ceti della piccola e media borghesia. Quale operaio sarebbe in grado di comprare, ammesso che la Fiat accondiscendesse a produrla e metterla in vendita, la vettura progettata dai Consigli di Gestione? Già, la Fiat vende anche a rate. Non abbiamo difficoltà ad ammettere che qualche operaio specializzato, libero di oneri familiari, potrebbe addossarsi la spesa di una decina di migliaia di lire, come gli operai che comprano la «Vespa» o la «Lambretta». Ma quale azienda concederebbe un pagamento suddiviso in decine di rate mensili? E poi, occorre solo il denaro necessario per l’acquisto? La vetturetta utilitaria non si può fare entrare nelle quattro mura domestiche, a meno che il consiglio di gestione della Fiat non progetti una rimessa… portatile e prefabbricata!
Lasciamo le facili ironie. L’iniziativa del Consiglio di Gestione della Fiat è esempio calzante della politica tradizionale dell’opportunismo che confonde gli interessi particolari di qualche ristretto strato operaio, relativamente meglio retribuito, e dei ceti della piccola e media borghesia, con gli interessi generali di classe del proletariato. È, inutile dire, un’altra trovata elettorale. Di solito, i capoccia del P.C.I., pretendono, per addormentare gli operai rivoluzionari, che siffatta politica di arruffianamento dei ceti medi tenda ad ingannare il nemico borghese. Ora, se ai pidocchiosi rappresentanti della piccola e media borghesia procurate l’automobile sia pure utilitaria, ciò significa che vi servite di essi, oppure, come noi sosteniamo, che servite ad essi, e in generale, alla conservazione del capitalismo? Far vendere macchine alla Fiat e farle comprare ai piccolo-borghesi, che significa se non farsi agenti degli affari del capitalismo?