Come matura il "noskismo"
Poche note schematiche sulla marcia verso destra della socialdemocrazia in Italia.
In ripetute sue proclamazioni ufficiali il Partito Socialista si è messo su di un terreno nettamente pacifista, per quanto riguarda i metodi di lotta che il proletariato deve adottare, ossia ha fatto proprio il punto di vista dei turatiani: disarmo degli odi, degli spiriti e delle mani, lotta con le armi civili (ossia incruente) della propaganda e della discussione, condanna dell’uso della violenza armata non solo per l’offensiva ma altresì per la difensiva del proletariato. Questo vuol dire che il partito socialista, se non è ancora integralmente d’accordo col punto di vista di Turati in quanto questi giunge fino ad ammettere la « collaborazione di Governo » colla borghesia, condivide però i suoi metodi legalitari e socialdemocratici. Sono, è vero, due distinte questioni. Chi ammette la collaborazione borghese è contro le direttive rivoluzionarie dei comunisti, ma lo è anche chi, senza pur giungere a tanto, nega l’uso concreto della violenza nella lotta di classe, chiudendosi così nei limiti tattici dell’uso dei mezzi che offrono le istituzioni borghesi. Basta questo, per la critica comunista, e per le esperienze della storia rivoluzionaria, per concludere che si giungerà fatalmente alla rinunzia alla rivoluzione, e alla complicità con la controrivoluzione. Vediamo perché le cose italiane stanno riconfermando questo.
Quale è il fondamento di principio del « socialpacifismo »? È esso il cristiano, il tolstoiano « tu non ucciderai », « tu porgerai l’altra guancia all’offensore »? Evvia! Se a queste fisime credessero i socialdemocratici, sarebbero certo meno pericolosi ma anche più sciocchi di quello che sono.
Non uccidere il fascista, non rispondere alle sue provocazioni, è una parola d’ordine contingente che discende da altro principio generale che non sia quello etereamente morale ora ricordato. Quale esso è dunque?
Proviamo a confrontare se la socialdemocrazia ha « sempre » condannata la violenza in senso assoluto, perché violenza. Prendiamo Turati, banditore, come abbiamo notato, al suo partito di quella parola d’ordine di passività. Ricordiamo il suo pensiero e il suo linguaggio quando la violenza delle armi dell’esercito austriaco dilagava sul territorio italiano, nell’ottobre del 1917, dopo la rotta di Caporetto. Diceva egli ai soldati italiani: non uccidete, gettate le armi, non usate violenza contro violenza? Egli diceva l’opposto; egli esaltava e santificava la resistenza armata e violenta delle truppe italiane sul Grappa. Quando noi avanzavamo la tesi rivoluzionaria della negazione della difesa nazionale, egli prestandoci per comodità polemica una motivazione « tolstoiana » (mentre noi partivamo dalla parola d’ordine « le armi dei proletari non contro altri proletari, ma contro il nemico di classe, contro il nemico interno ») definiva un simile criterio « idiota e nefando ».
Deve esistere una continuità logica tra queste due posizioni prese dal « socialpacifismo » dinanzi alle due diverse situazioni della invasione nemica e del brigantaggio fascista. Deve esistere. E non è difficile fissarla.
Il socialdemocratico, il socialpacifista, non è contro la violenza in generale. Egli riconosce una funzione storica e sociale alla violenza. Nega egli forse la necessità di arrestare e se occorre di uccidere il delinquente comune, l’aggressore da strada maestra? No, certo. A tali casi egli paragona la invasione militare, ma si rifiuta di paragonare l’offensiva « civile » delle guardie bianche. Dove la distinzione che lo guida?
Il socialpacifista non lo dice, ma lo diremo noi. La distinzione riposa sulla considerazione della « funzione del potere statale costituito ». E la distinzione è semplicissima. Se la violenza è adoperata dal potere statale, per sua volontà, per sua disposizione, essa è legittima. Legittima, dunque, e santa, la difesa armata e sanguinosissima sul Grappa, poiché è lo Stato che la sanziona, la chiede, la organizza e la ordina. Ma illegittima la difensiva contro il fascismo, perché essa è di iniziativa extrastatale, extralegale.
Contro il fascismo non bisogna difendersi, ma non perché ciò disarmerà il fascismo – crediamo di non dover mai giungere a trattare Turati da vecchio rimbambito! – bensì perché, nella mentalità socialpacifista è allo Stato che tocca la repressione della violenza fascista, interpretata come anch’essa extrastatale ed extralegale.
Continuiamo a seguire il raziocinio e la politica socialpacifista. Questo orientamento equivale a sottoscrivere un principio squisitamente borghese, un principio contro il quale ha parlato il socialismo marxista tutte le volte che ha parlato, anche per bocca di Filippo Turati. Il principio che, da quando esiste – per fatto di violenza pur « santa » sebbene si volgesse contro lo « Stato costituito » di altri tempi – lo Stato democratico e parlamentare, è chiuso il periodo delle violenze tra privati, gruppi e classi della società, e lo Stato esiste per trattare queste iniziative di violenza alla stregua di azioni antisociali.
Questa logica linea teorica vede una sua parallela nella odierna politica, e nella fatale politica di domani del Partito Socialista Italiano.
Esso ha lanciato la parola d’ordine del disarmo e della non resistenza al fascismo. Il fascismo non ha disarmato. Il PSI ha lanciata la parola d’ordine del ricorso ai mezzi civili e legalitari dell’azione elettorale. Notevoli forze del proletariato lo hanno seguito. Il fascismo non ha disarmato.
Il Partito Socialista si rifiuta di porsi dal punto di vista comunistico secondo cui il fascismo non è che un altro aspetto della violenza statale borghese contrapposta alla fatale violenza rivoluzionaria del proletariato come ultima ratio difensiva e controffensiva. Il Partito Socialista persegue uno stagnamento della situazione entro il ritorno « alla vita normale » che gli lasci continuare la tradizionale opera pacifica a cui è foggiata la sua struttura. Non essendo a questo scopo stata sufficiente la politica del disarmo e l’affermazione elettorale, il Partito Socialista è condotto alle trattative dirette con i dirigenti del fascismo. Che queste falliscano oggi non vuol dir nulla. Il solo abbordarle, dopo aver già spontaneamente proclamata la ufficiale desistenza dalla lotta armata, vuol dire mettersi sul terreno di altre concessioni che sono la logica conseguenza della fatale premessa « socialpacifista ». Vuol dire proporre un patto del genere: noi abbiamo disarmato; disarmi il fascismo su questo terreno di reciproco impegno: ogni repressione di private violenze passerà, ritornerà (tutto l’ardore del sospiro idiota e nefando socialdemocratico si tende verso questo illusorio « ritorno ») al legittimo suo attore: lo Stato. Si è anche detto, ed è logico, ed è verosimile, che i contraenti si impegnerebbero – se non sarà il fatto di oggi sarà il fatto di domani – alla denunzia dei violenti contro la legalità, da qualunque parte siano.
Consegnare allo Stato ogni « amministrazione della violenza » non è solo riconoscere un principio squisitamente borghese. Il riconoscere un principio che è falso deve condurre ad altre conseguenze. Poiché è invece vero che lo Stato amministra la violenza ad uso e consumo della borghesia, che il fascismo non è che un aspetto di questa violenza, l’aspetto controffensivo, che anticipa l’attacco al proletariato offensore rivoluzionario di domani (troppo la politica borghese darebbe ragione alla critica rivoluzionaria comunista se, scoprendo le sue batterie, si servisse delle forze ufficiali statali per intraprendere la suprema battaglia di classe prima che l’iniziativa di audaci avanguardie proletarie l’abbia scatenata), poiché così stanno in realtà le cose, il fascismo non disarmerà che il giorno che gli risulti di aver disarmato, da ogni velleità offensiva contro lo Stato costituito, contro le istituzioni borghesi, l’intero proletariato. L’offerta del movimento dei bianchi alla socialdemocrazia sarà dunque questa: per avere la garanzia che non vi saranno attentati delle masse proletarie al legittimo potere statale, poiché a questo potere voi riconoscete la funzione di compensazione della vita sociale e di repressione di ogni iniziativa illegale di minoranze, prendete il timone dello Stato, partecipate al governo borghese.
Il corrente « buon senso » socialdemocratico vede questa situazione sotto un’altra luce. Esso carezza la illusione cretina di prendere in tutto o in parte le redini dello Stato, per debellare con la guardia regia e le forze statali ufficiali la « illegalità » incivile del fascismo!! Ma sia che il fascismo ceda il campo perché soddisfatto di aver condotto al risultato di trasformare un partito di azione rivoluzionaria proletaria in un partito di governo nell’orbita delle istituzioni, sia che il fascismo sia soppresso con atti di forza da questo governo (ipotesi che passiamo per « data e non concessa ») un’altra tappa del suo cammino dovrà la socialdemocrazia percorrere. Raggiunta, attraverso i patti col fascismo, o attraverso la collaborazione ministeriale, questa situazione di gerente dello Stato e quindi della violenza legittimamente amministrata dal potere statale, che cosa farà essa quando i comunisti continueranno a predicare ed impiegare la violenza per l’attacco rivoluzionario al potere dello Stato?
Una cosa semplicissima: in principio, condannerà questa violenza rivoluzionaria, ma non parlerà di non resistenza ad essa, come sembrerebbe discendere dal suo pseudo cristianesimo della fase attuale, bensì concluderà logicamente che lo Stato ha il diritto e il dovere di soffocarla.
In pratica: passerà alla guardia regia l’ordine di mitragliare il proletariato, ossia quelli che per essa saranno in tale epoca i briganti antisociali che negano la benefica funzione del governo « operaio ».
Non ad altro sbocco saranno condotti quelli che sono partiti dal rinnegare l’uso illegale ed antistatale della violenza come mezzo fondamentale della lotta proletaria. Non altra via ha percorso Noske.
Lo indicano la critica marxista e la realtà drammatica che viviamo oggi in Italia.
La mozione comunista al Congresso dei Ferrovieri
«Il decimo Congresso del S.F.I., discutendo dei rapporti del Sindacato colle Organizzazioni economiche nazionali e internazionali, afferma anzitutto che il proletariato ferroviario, per degnamente ed efficacemente assolvere il compito che spetta alla sua Organizzazione, così nella difesa dei suoi particolari interessi che nella necessaria azione rivoluzionaria per la causa della emancipazione proletaria, non può oltre rimanere estraneo al sistema delle forze proletarie nazionalmente e internazionalmente organizzate, poiché questo equivarebbe a volersi chiudere nello stretto ed ormai insufficiente ambito dell’azione di categoria, e ciò nel momento storico in cui maggiormente si allargano le prospettive della lotta di classe e si affermano le possibilità del compito di tutti i lavoratori ad assurgere, mediante la loro unità di classe, alla direzione della collettività sociale e alla eliminazione di ogni dominio e sfruttamento borghese;
delibera di aderire alla Confederazione Generale del Lavoro per sostenere in seno alla Confederazione stessa l’azione della minoranza rivoluzionaria che vi conduce una lotta decisiva e senza quartiere contro l’opportunismo e la burocratica dittatura dei capi attuali, per la partecipazione delle forze sindacali del proletariato italiano alla battaglia rivoluzionaria contro il regime capitalistico e per l’adesione a Mosca;
facendo proprie le direttive della III Internazionale, unica Organizzazione del proletariato mondiale, la cui dottrina e la cui azione corrispondono alle necessità della lotta della vittoria proletaria, si dichiara aderente alla Internazionale dei Sindacati rossi di Mosca, impegnandosi ad osservare le norme di organizzazione che il Congresso mondiale, in questi giorni convocato a Mosca, emanerà per l’unificazione ai metodi di lotta della forze organizzate di tutti i Paesi».
La questione agraria Pt.9
Il prodotto della piccola azienda si considererà diviso in tre parti: 1. allo Stato (« imposta alimentare » russa); 2. alla famiglia contadina per il proprio consumo; 3. a disposizione dell’azienda per la vendita libera.
Una prima fase di economia agraria sarà dunque caratterizzata da queste tre forme di destinazione del prodotto. Non è possibile nemmeno in questa prima fase dire che l’azienda funziona come una azienda capitalistica. Tanto avverrebbe se il ricavato della vendita della terza quota di prodotto (in moneta o certificati dello Stato proletario) fosse convertibile in acquisto di terra, in modo da consentire l’allargamento dell’azienda al di là del limite della capacità di lavoro della famiglia a cui è affidata, conseguendone l’utilizzazione di lavoro altrui dietro salario, caratteristica del capitalismo. Lo Stato proletario, come dicemmo, demolendo per sempre il principio giuridico del possesso privato della terra, ne avocherà a sé la ripartizione, che non sarà più funzione privata contrattuale, ma funzione collettiva. La compravendita della terra sarà soppressa; e perciò il sistema non potrà dar luogo ad una trasformazione analoga a quella che dall’artigianato conduceva alla grande industria, attraverso il fatto che un artigiano che per possesso di segreti tecnici o altra ragione venisse a guadagnare più degli altri, acquistava ed inglobava le loro aziende divenendo industriale e vivendo del prodotto del lavoro salariato altrui.
Non certo potrà vietarsi che col denaro di cui dispone liberamente il contadino acquisti attrezzi agrari, bestiame, ecc. almeno nei primi tempi, e con dati interventi limitativi dello Stato, altrimenti sarebbe lo stesso che non lasciargli la terza quota, di cui abbiamo parlato, a libera disposizione.
Ma questo diverrà possibile in una seconda fase, di cui veniamo a parlare, e alla quale corrisponde appunto la suddivisione del prodotto della piccola azienda da non più in tre ma nelle sole due prime quote: parte da dare allo Stato; parte da consumare dalla famiglia contadina.
Questo sarà possibile quando lo Stato sarà in grado di fornire attraverso i suoi organi distributivi al contadino « tutto » quanto gli può occorrere di prodotti non agricoli o non dati dalla sua azienda. L’evidente condizione del passaggio a questa seconda fase, di semi-socialismo agricolo, è una grande floridità industriale.
Esso sarà fattibile solo allorché il socialismo industriale funzionerà in pieno. Non bisogna dimenticare che per il felice sviluppo di questo è a sua volta indispensabile condizione la intensa produzione agricola, e da ciò si intende come la prima fase di cui abbiamo parlato non mai potrà essere saltata, ma si deve prevedere una sua così completa esplicazione da portare ad un elevatissimo rendimento della terra.
Una terza fase di vero socialismo agrario si avrebbe quando si giungesse a sopprimere anche la seconda quota della ripartizione dei prodotti, quella che rimane al contadino per suo consumo, dando l’intera disposizione del prodotto alla collettività. È evidentissimo che questo sistema è inconciliabile colla piccola azienda, non esistendo affatto la convenienza di ritirare al contadino tutto il prodotto, per ritornargli quanto deve consumare attraverso una indipendente rete di distribuzione, nei cui quadri dovrebbero figurare milioni di piccole aziende. Quindi il socialismo agrario, conclusione che non ci riesce nuova, non lo avremo che quando dalla piccola si sarà passati alla grande azienda.
Ecco il problema, e la possibile obiezione avversaria: è concepibile la trasformazione della piccola nella grande azienda agraria per altra via che per quella capitalistica, ossia quella con l’acquisto di terra da parte del contadino arricchito o dell’imprenditore capitalistico?
Il lettore ricorderà che noi abbiamo già sostenuta la verità della tesi inversa di questa: che cioè tale trasformazione non diverrà mai sistematica nell’ambiente economico del capitalismo, il quale mal si concilia con la evoluzione della tecnica agraria verso la industrializzazione in grande stile.
Tutto ciò riesce invece possibile attraverso il processo che aprirà la rivoluzione sociale. La floridezza industriale che avrà pure in un primo tempo consentito quella « seconda » fase di avvicinamento ad un socialismo agrario (che potremmo definire di inserzione delle piccole aziende rurali nella rete totalmente socialista di distribuzione) sarà il punto d’appoggio per la transizione dalla seconda alla terza fase. Anche dalla prima fase si potrà iniziare il passaggio alla terza fase, inquantoché esempi della conduzione agraria che si generalizzerà nella terza fase si avranno fin dal primo momento nelle grandi aziende agrarie capitalistiche che saranno state socializzate; ed anche prima che sia soppressa la disponibilità dei prodotti della piccola azienda per il libero commercio, si potrà iniziare la aggregazione di piccole aziende in grandi unità produttive industrializzate. Ma questo si renderà possibile su vasta scala, essendo innanzitutto un problema tecnico, solo quando lo sviluppo della produzione industriale sarà divenuto rigoglioso.
Chi e che cosa spingeranno le piccole aziende a fondersi in grandi tenute per adottare nuove risorse tecniche produttive? La volontà illuminata dello Stato proletario e l’interesse della popolazione rurale al tempo stesso, attraverso circostanze nelle quali né ci diffonderemo né sarebbe il caso di farlo.
I contadini intenderanno dall’esempio delle prime grandi tenute razionali statizzate nelle quali funzioneranno le macchine e tutti gli altri mezzi moderni di coltura, che ivi si ottiene lo stesso rendimento e lo stesso tenore di vita dei lavoratori con sforzi, sacrifizi, rischi, molto minori. Esclusivamente lo Stato (in un certo senso unico capitalista ed intraprenditore industriale) potrà disporre dell’attrezzaggio e delle competenze necessarie alla trasformazione della tecnica agraria e questi mezzi, non per capriccio dello Stato, ma per logica condizione tecnica, saranno offerti a quei soli contadini che si dichiarino pronti a porre in comune le loro terre. Potrà darsi che forme somiglianti alla cooperazione agricola, alla difesa collettiva contro i rischi della produzione, si presentino come transizione a questa definitiva messa in comune della terra, che equivale senz’altro alla sua socializzazione.
Qui ci troviamo di fronte ad un vecchio pregiudizio che pone avanti il problema dell’incentivo alla produzione, della molla che agisce sul lavoratore forzandolo ad uscire dall’ozio e a dare il suo contributo alla collettività. Secondo vecchie ubbie borghesi questa molla è l' »interesse », la brama e la prospettiva di « guadagnare » e di arricchire per poter vivere senza lavorare. Togliete queste probabilità e vedrete la produzione arrestarsi, dice il borghese. In realtà egli vede in tal modo il mondo della economia ed i suoi riflessi sulle azioni umane dal suo singolare angolo visuale di classe. Il borghese nel produttore e nel lavoratore non vede l’uomo, ma la « ditta », l' »azienda » col suo libro dell’entrata e dell’uscita. Esso non intende che questi stimoli valgono nell’attuale regime capitalistico, solo per quella minoranza appunto di cui egli medesimo fa parte, e di cui attribuisce la psicologia mercantile a tutta la restante umanità. Egli non concepisce come gli stimoli che guidano l’azione della Ditta « Io & C. » non conducono a prestare opera per la collettività, ma ad assicurarsi l’appropriazione di più che sia possibile del prodotto dell’opera collettiva, attraverso il « lavoro », se per lavoro volesse intendersi anche e soprattutto la speculazione, il bagarinaggio e la frode. In realtà il capitalismo ha creato per la grande maggioranza degli uomini una tale condizione di cose che essi si sobbarcano al lavoro quotidiano non già col miraggio di accumulare danaro o di arricchire, prospettiva matematicamente esclusa, salvo casi eccezionali, ma per sottrarsi allo spettro della fame, della miseria e della morte. È una coercizione vera e propria quella che costringe le masse al lavoro. Questo è tanto vero per il proletario delle grandi moderne aziende che esso da decenni non lotta per divenire come individuo a sua volta padrone e industriale, ma per realizzare come classe la messa in comune dei mezzi produttivi.
È la condizione economico-psicologica del piccolo contadino più simigliante a quella del borghese che a quella del proletario? Qui il punto.
In realtà pesa su di esso una tale incertezza del domani da avvicinarlo d’assai alla situazione del proletario. Naturalmente è per esso più facile concepire una garanzia del suo avvenire come individuo e come famiglia attraverso l’acquisto e il possesso di una zolla di terra, inquantoché appunto è possibile ancora esercire la terra in piccole aziende senza la quasi certezza del fallimento che sovrasta la piccola azienda industriale. Di qui la logica « fame di terra » del contadino, che anzi diviene leva rivoluzionaria appena gli si prospetterà che con la vittoria del proletariato industriale egli possa avere la terra per via più rapida di quella lenta e difficile della acquisizione capitalistica.
La posizione del piccolo proprietario agricolo, mentre certamente non presenta la inconsistenza di quella del lavoratore salariato, è però sotto molti aspetti anch’essa precaria. Il salariato più che preoccuparsi di non farsi frodare sul prodotto del suo lavoro, il che solo l’azione collettiva può fargli raggiungere, deve preoccuparsi di trovare lavoro, di collocare l’opera delle proprie braccia. Il contadino realizza non solo questo, ma anche il possesso dell’intero prodotto delle sue braccia, quando è proprietario di un pezzo di terra. Ma egli ha ancora da difendersi contro le pressioni del fisco, e l’usura capitalista sulla somministrazione di quanto altro gli occorre per la conduzione del suo pezzo di terra.
Nell’ambiente capitalistico il contadino ambisce la disposizione della terra su cui lavora perché questo lo conduce ad un minore sfruttamento del suo lavoro, e non tanto perché l’esercizio della piccola azienda offra probabilità tali di guadagno da acquistare altra terra e divenire un « signore », ossia uno sfruttatore, più che non ne offra la situazione di operaio salariato.
Ma nel regime non più capitalistico determinato dalla rivoluzione il contadino divenuto o rimasto esercente del suo pezzo di terra non avrà più alcuna prospettiva di capitalizzare, e diverrà fautore della proprietà collettiva appena vedrà che questa gli garantirà un rendimento maggiore del suo lavoro, ossia permetterà a parità di vantaggi un minore sacrifizio, tanto più che gli operai delle aziende industrializzate agricole avranno le stesse garanzie contro la disoccupazione, la invalidità ecc. degli altri addetti ad imprese socializzate.
Quel riflesso psicologico per cui il lavoratore agricolo preferisce molte volte di lavorare come un dannato la sua terra anziché compiere un lavoro meno eccessivo sulla terra altrui, deriva dal fatto che la prima situazione gli presenta delle serie garanzie, non di arricchire, ma di poter vivere anche in caso di malattia, di vecchiaia ecc. In un ambiente economico in cui il nullatenente sia assicurato da queste prospettive e socialmente obbligato al lavoro sì, ma non con lo spettro della fame e della morte che atterrisce egualmente chi non lavora perché non vuole e chi non lavora perché non può, cessa la suggestione di divenire un proprietario come che sia e risorge il problema del miglior rendimento del proprio lavoro integrante quello collettivo.
L’incentivo, la spinta (e siamo rimasti nel discutere di queste cose sullo stretto terreno delle determinanti economiche, tacendo delle interferenze politiche, della propaganda, della educazione ecc.) a passare dalla situazione di piccolo esercente di azienda a quella di addetto alle grandi tenute agricole statali saranno assicurati quando lo sviluppo tecnico, che solo il socialismo industriale potrà dare, permetterà di rovesciare nelle campagne una grande parte delle energie della produzione industriale, trasformando su vastissima scala i procedimenti della coltivazione della terra, che oggi, in pieno giganteggiare del capitalismo, ricordano ancora da vicino quelli tramandati dalle più remote letterature.
In tutta questa esposizione abbiamo dovuto tracciare degli schemi per rendere più intelligibili certe argomentazioni. Sia anche una volta chiarito che con questo non abbiamo voluto fare né delle profezie né dei piani programmatici, ma solo prospettare a scopo polemico contro certe storte opinioni le possibilità e le necessità del processo rivoluzionario sanamente inteso, con metodo socialista e marxista.
I fatti, e le fasi che per semplicità abbiamo esposto, potranno schierarsi nel tempo con proporzioni diverse da quelle che hanno nel nostro tracciato, o talvolta accavallarsi ed incrociarsi nella incalcolabile molteplicità delle condizioni sociali di varie regioni. Noi li abbiamo esposti nella misura e colle considerazioni occorrenti a contrapporre la nostra modesta trattazione di fondamentali e non certo originali vedute comuniste, a certe deduzioni formalistiche arrischiate e sballate da superficiali formulazioni di quello che tanti credono sia il socialismo, come metodo, assumendosi perfino di difenderlo contro di noi, erigendo, umoristicamente, contro pretesi « opportunismi » dei comunisti la ridicola loro incapacità ad intendere – e perciò stesso, fortunatamente, a sabotare – il cammino grandioso e formidabile della Rivoluzione.
Per la disciplina di partito
Al recente decimo congresso del Sindacato ferrovieri, dove il gruppo dei delegati comunisti ha condotto ammirevolmente una vivace battaglia per l’affermazione delle direttive sindacali dell’Internazionale comunista contro l’opportunismo dei fautori della «autonomia» del Sindacato, si è verificato, mentre assai lodevolmente qualche nostro compagno sacrificava alla disciplina di partito le sue personali vedute, il deplorevole fatto che alcuni delegati inscritti al partito comunista hanno votato le mozioni di altri gruppi, contrapposte a quella sostenuta dal loro partito.
L’atto d’indisciplina di questi compagni non può avere alcuna giustificazione, e ad esso deve seguire l’immediata loro espulsione dalle file del Partito comunista. Il Comitato esecutivo ne comunicherà i nomi alle Federazioni a cui erano inscritti, per la applicazione di tale provvedimento.
Nello stesso tempo il Partito comunista rivolge il suo saluto al proletariato ferroviario, tratto dai suoi dirigenti su di una via che contrasta con le nobili sue tradizioni, ed impegna tutti i compagni ed i simpatizzanti ferrovieri ad intraprendere in seno alla massa dei loro compagni una propaganda attivissima delle precise direttive sostenute dal Partito al Congresso, costituendo sulla base di esse i gruppi comunisti in seno al Sindacato ferrovieri italiani, l’attività dei quali deve subito rivolgersi alla dimostrazione, con esaurienti relazioni dei delegati comunisti, della giustezza di quanto essi hanno a Bologna sostenuto.
Intanto l’Esecutivo del Partito e l’Esecutivo sindacale iniziano un attivo lavoro per la costituzione del Comitato sindacale comunista ferroviario, che nazionalmente dirigerà tale lavoro.
Il C.E. del P.C. d’Italia
Per l'inquadramento del Partito
In base al lavoro svolto finora in molte località per l’inquadramento a tipo militare degl’inscritti e simpatizzanti del Partito Comunista e della Federazione Giovanile Comunista, ed alle esperienze che ne sono risultate, la Centrale del Partito e quella della Federazione Giovanile allestiscono un comunicato, che conterrà le norme da applicare dovunque in questo indispensabile lavoro d’organizzazione e preparazione rivoluzionaria.
Poiché intanto sorgono in diversi centri italiani iniziative di tal genere da parte di elementi non dipendenti dal Partito Comunista, e delle quali il Partito Comunista non è ufficialmente partecipe né responsabile, si avvertono tutti i compagni di restare in attesa di tali disposizioni, prima di creare fatti compiuti locali che ostino con le generali direttive adottate dal Partito.
Ciò vuol dire che il lavoro per la costituzione e l’esercitazione delle squadre comuniste deve dovunque continuare ed iniziarsi dove ancora non lo si è affrontato, ma attenendosi al rigoroso criterio che l’inquadramento militare rivoluzionano del proletariato dev’essere a base di partito,strettamente collegato alla rete degli organi politici del Partito; e quindi i comunisti non possono né devono partecipare ad iniziative di tal natura provenienti da altri partiti o comunque sorte al di fuori del loro partito.
La preparazione e l’azione militare esigono una disciplina almeno pari a quella politica del Partito Comunista. Non si può ubbidire a due distinte discipline. Il comunista dunque, come il simpatizzante che non milita nel partito per « riserve disciplinari »,non possono né devono accettare di dipendere da altre organizzazioni d’inquadramento a tipo militare.
In attesa di più precise disposizioni, che del resto attraverso la pratica stessa si andranno sempre meglio elaborando, la parola d’ordine del Partito Comunista ai suoi aderenti e ai suoi seguaci è questa: formazione delle squadre comuniste, dirette dal Partito Comunista, per la preparazione, l’allenamento, l’azione militare rivoluzionaria, difensiva ed offensiva, del proletariato.
Il CE del PC d’Italia
Torino
A Torino le bande fasciste hanno voluto dar prova della loro capacità combattiva.
Avendo organizzato in un bordello il loro comando, hanno manovrato come meglio loro pareva per le strade di Torino. Hanno tentato lo assalto ad alcuni circoli comunisti, han dato la caccia agli operai, ne hanno assassinati due.
Torino, città squisitamente proletaria ha sofferto ciò. Non sappiamo quali conseguenze questi fatti avranno, ignoriamo fino a qual punto le guardie bianche vorranno giungere.
Noi domandiamo ai proletari: non è forse chiaro l’insegnamento che da questi fatti scaturisce?
“Fuori dalle officine perché la produzione si arresta. E, nelle strade, revolverate”.
Questa è la parola d’ordine che guida l’azione della borghesia e delle sue guardie nei rapporti con gli operai.
Cosa gli faranno? Si rassegneranno a morire di fame o di mitraglia, così passivamente, come mandrie di bestie stanche?
Ah, no, perdio! Più che il diritto di vivere, glu uomini hanno il dovere di vivere. Hanno il dovere di difendere la propria vita. Con tutte le armi.
Questo noi ricordiamo al proletariato torinese, questo l’Internazionale dice al proletariato di tutto il mondo.
Dopo il congresso dei ferrovieri
È il « panciafichismo » che ha vinto
Siamo soliti a parlare chiaramente alle masse lavoratrici, ed il nostro giudizio sul risultato, ben da noi preveduto, del decimo Congresso del Sindacato dei ferrovieri italiani lo esprimeremo senza peli sulla lingua.
In quel congresso il fronte unico anticomunista si è realizzato. Anarchici, sindacalisti, socialisti, repubblicani e “senza partito”, si sono incontrati a sostenere lo stesso criterio negativo: la autonomia del Sindacato, non solo dai partiti politici, ma dagli stessi organismi sindacali nazionali ed internazionali della classe lavoratrice; mentre i comunisti, solo i comunisti, presentavano una proposta precisa, completa, ben inquadrata nella mozione che più sotto testualmente riportiamo, vigorosamente sostenuta nei discorsi di Azario, di Gnudi e di altri nostri compagni: Adesione alle direttive rivoluzionarie della Terza Internazionale ed alla sua tattica sindacale, e per conseguenza entrata nella Confederazione Generale del Lavoro per associarsi all’opposizione comunista, militante contro i dirigenti, nel seno di questa, adesione alla Internazionale dei sindacati rossi di Mosca.
Solo 22 delegati si sono affermati su tale mozione. La prevalenza (74 voti) l’ha avuta l’ordine del giorno dei socialisti per l’autonomia assoluta da ogni organismo nazionale ed internazionale, mentre 58 voti otteneva l’ordine del giorno dei sindacalisti-anarchici per la costituzione di una “Federazione dei trasporti” e per mandare una delegazione a Mosca con questo mandato: aderire alla Internazionale sindacale rossa solo se questa abbia come caposaldo la indipendenza del Sindacato da ogni partito politico.
Le obiezioni contro la chiara e sicura impostazione della tattica comunista sono state demolite dai nostri oratori. Tenerezza per la Confederazione? Ed allora perché i socialisti che ne sostengono l’attuale indirizzo sono contro la tesi di entrarvi? Perché gli autonomisti hanno urlato come calandre quando i nostri scarnificavano la traditrice politica dei confederalisti? Difficoltà di conquistare la maggioranza confederale e necessità di dover subire la disciplina dei suoi capi controrivoluzionari? Ma forse in tutte le situazioni dell’anteguerra e del dopoguerra non hanno dovuto i ferrovieri spintisi all’avanguardia subire questa disciplina disfattista per la forza dei fatti, costretti a disarmare quando alla Confederazione piacque, restando esposti alle rappresaglie, constatando che non si lotta, specie quando il conflitto assurge a proporzioni politiche, se si ha solo una organizzazione di una categoria, anche importantissima? E non è stata forse questa la vera ragione delle delusioni del proletariato ferroviario che lo spingono, da una posizione di avanguardia rivoluzionaria, ad una deplorevole tendenza corporativa? Pericolo per l’unità del Sindacato? Ma sono forse i comunisti in procinto di uscirne perché la loro tesi è caduta? E non potevano e dovevano gli autonomisti, se l’unità della categoria li preoccupa più dell’unità di classe, assumere uguale impegno di rispettare in pratica le decisioni della maggioranza del Congresso? Soggezione ad un partito politico, socialista o comunista, secondo che si contenderanno la dirigenza confederale? Ma questo proprio risponde al concetto comunista rivoluzionario dello sviluppo della coscienza proletaria, e se la obiezione è logica in quanto la formulano gli anarchici, è ridicola da parte di socialisti che negano di essere dei riformisti, tanto più in quanto per ora proprio il loro partito sarebbe agevolato formalmente dal passo che farebbero i ferrovieri entrando nella Confederazione, e rafforzandola, mentre è ancora alleata del partito socialista. Ma a costoro non preme tanto la forza della Confederazione, quanto la garanzia del suo monopolio da parte della burocrazia reazionaria daragoniana.
Contro la logica compiutezza della nostra tesi restano miserevolmente inconcludenti le opportuniste posizioni avversarie. Val la pena di discutere la tesi dei socialisti che votano per la non entrata nella Confederazione, tanto amica del loro partito? Ma ha questo detto una sola parola ai suoi iscritti in questa occasione? Si è la direzione del partito pronunziata, almeno nel senso di dare un consiglio ai ferrovieri socialisti? Silenzio di tomba! Sotto tutto ciò, compagni ferrovieri, non c’è una tesi decente, ma solo un giochetto evidentissimo. Nelle assemblee locali i socialisti hanno sostenuta l’adesione alla Confederazione, per confondere le carte e spingere i simpatizzanti comunisti ed estremisti alla tesi opposta dell’autonomia, legando le mani ad alcuni nostri compagni. Al Congresso hanno poi eseguita la parola d’ordine dei socialdemocratici confederali: evitare ad ogni costo l’entrata dei ferrovieri nella Confederazione. Quale migliore riprova della bontà della tattica comunista?
E la tesi anarco-sindacalista? Che gli estremisti di sinistra (?) si incontrino con quelli di destra nel negare l’adesione a Mosca, mentre gli uni e gli altri se ne sono, quando conveniva, gridati fedeli seguaci, che si associno a quelli nelle tesi che “il sindacato deve essere indipendente dal partito politico di classe” (tesi che non giova ripetere ancora una volta come sia la quintessenza dell’antirivoluzionarismo) transeat… Ma sostenere la indipendenza anche da ogni organismo sindacale nazionale ed internazionale, dalla stessa organizzazione secessionista italiana, l’Unione Sindacale, dalla stessa eventuale Internazionale sindacalista che potrebbe contrapporsi a quella comunista (e tacciamo la proposta ridicola della “Federazione dei trasporti”, caduta anche per l’adesione dei lavoratori del mare alla Confederazione, e che non farebbe, caso mai, che allargare il criterio di categoria, senza pervenire alla unità di classe) questo è il colmo dell’inconsistenza di principi e di tattica.
Sì, i sindacalisti, anarchicheggianti più o meno, sostengono che, non il partito politico, ma un organismo sindacale secessionista ed estremista deve guidare la lotta rivoluzionaria proletaria. Ma mai si sono sognati di dire che questa tesi si contrapponga al concetto di unità sindacale, di cui noi siamo fautori nel preciso senso più volte prospettato, perché voglia lasciare le singole categorie isolate tra loro! Una organizzazione comprendente una parte di tutte le categorie organizzate, come l’Unione Sindacale, contrapposta alla Confederazione, in cui le rimanenti parti delle stesse categorie sono organizzate, è un criterio comprensibile, se pure criticabile come falsamente rivoluzionario. Ma il concetto di separare un sindacato di categoria da tutti gli altri, non è una tesi, non è una opinione, non è un metodo, è solo una evidente deplorevole prova di opportunismo conservatore.
Sotto il paludamento socialdemocratico o sotto quello anarcoide non sono state portate all’aperta luce del conflitto nel Congresso dei ferrovieri concezioni precise e rispettabili; ma qualche cosa di ben diverso. E questo qualche cosa è il peggiore veleno per il proletariato che tende alla sua emancipazione di classe, è lo spirito di categoria, l’egoismo corporativo, il concetto: siamo organizzati per la lotta economica, pei benefici materiali, e basta, è l’errore colossale che questi benefici stessi siano conseguibili al di fuori della solidarietà di tutto il proletariato, che la solidarietà nella lotta possa essere altro che compattezza organizzativa.
Il blocco anticomunista si è battuto a Bologna sotto le bandiere del peggiore opportunismo panciafichista. Ecco la verità. Da socialisti e da anarchici non si è messo il Sindacato che organizza integralmente tutto il proletariato al di sopra del partito in cui può militare ciascun proletario; ma si è bassamente messa la sorte del ferroviere, delle sue paghe, delle sue pensioni, della sua – talvolta – possibile posizione di privilegio rispetto ai fratelli lavoratori di tutte le altre categorie, al di sopra delle sorti della generale battaglia rivoluzionaria del proletariato.
Noi non facciamo ai ferrovieri, che tante prove hanno dato, pur tra alcuni errori, di sapersi sacrificare nobilmente per la causa proletaria, il torto di chiamarli responsabili delle colpe della loro burocrazia sindacale dirigente. Anch’essi hanno una rete che li immobilizza e da cui devono liberarsi per assurgere alla libertà di azione che li porrà a lato delle più audaci energie proletarie, ed un estremismo di princisbecco non deve ingannarli su questa verità. In questa lotta il partito comunista, coi suoi immutabili metodi, tende loro una mano fraterna e disinteressata. Compagni ferrovieri comunisti al lavoro! Contro le piccole viltà di tutti gli opportunismi, per portare nei ristretti orizzonti dell’azione puramente sindacale il soffio rinnovatore del programma rivoluzionario del nostro partito e della Internazionale Comunista!