Santa Russia di Stalin
Un argomento tradizionale della politica degli Zar era il presentare la Russia, ancora al di qua del capitalismo, come il baluardo della difesa della religione contro le dottrine « materialiste » in voga nell’Occidente. In pratica, ad ogni pogroom di ebrei e di socialisti, agli sbirri della polizia imperiale, ai Cento Neri, ai reazionari di tutte le risme, si associavano le inquadrature ecclesiastiche, sicchè la Chiesa Ortodossa era divenuta simbolo di reazione e di sanguinosa repressione. Bene doveva la Rivoluzione leninista d’Ottobre vibrare colpi giustizieri al corrotto clero zarista e gettare le premesse sociali della soppressione della superstizione religiosa, « oppio dei popoli ».
Oggi, sotto i sogghigni sarcastici di Peppe Stalin, la Chiesa Ortodossa è risalita ad istituzione di Stato e strumento di governo, nonostante le ipocrite discriminazioni, di sapore liberaloide, tra Chiesa e Stato contenute nella staliniana Costituzione. Ormai, Mosca gareggia per i grattacieli e gli alberghi di super-lusso con New York, e per i conventi e le chiese con Roma. Non passano quindici giorni che gruppi e gruppetti di ecclesiastici non facciano pellegrinaggio alla capitale del « Paese del socialismo ». Che è un socialismo bigotto, all’acqua santa.
L’ultima notizia in proposito la fornisce la solita Unità (2-11-52): «Tre vescovi a Mosca (titolo). Si annuncia che verso la fine di questo mese, il dott. Otto Dibelius, vescovo di Berlino e capo di tutte le Chiese protestanti di Germania, si recherà a Mosca, dietro invito della Chiesa Ortodossa russa. Egli sarà accompagnato dal Vescovo di Hannover (Germania Occidentale) e dal vescovo di Dresda, nella Germania democratica ».
Ma voi avrete capito subito che altra cosa era la Chiesa ortodossa sotto gli zar, altra cosa sotto il governo di Stalin. Non occorre frugare nell’« opera omnia » di Nenni, in cui certamente dovrà esistere, per trovare la definizione della immancabile distinzione. E’ tanto difficile? I patriarchi e i popi degli zar servivano l’aristocrazia terriera, quegli stipendiati dalle casse dello Stato « socialista » servono il popolo. Come se la religione potesse servire per altri che non siano le masse incolte, il « popolo ». Cioè, a far fesso il popolo con le vomitorie storie sull’al di là e sul tribunale celeste d’oltretomba. Allora deve concludersi, ammesso sia vero quanto dice la propaganda cominformista, che la « nuova società » sovietica ha conquistato tutto, tranne il diritto a non essere fessamente credente e praticante…
La cosiddetta crisi dell’ONU
Sono straordinari i nostri giornali: ci son volute le dimissioni di Trygve Lie e il suicidio di un alto funzionario perche si accorgessero che l’ONU è in crisi. Vivaddio, si può sapere quando mai il mastodonte non è stato in crisi?
Nella misura in cui il gran palazzo di cristallo cresceva, le nazioni « unite » si disunivano. E, prima ancora, quando l’« unità » regnava, che cos’era quella famiglia di nazioni unite se non la troupe di marionette dei due Grandi più grandi? E, quando ancora questi si spartivano da alleati la torta del mondo post-bellico, che cos’erano se non que briganti preoccupati di fregarsi a vicenda nella divisione delle rispettive aree di dominazione?
L’organizzazione dell’ONU era una finzione sin dal nascere, una gigantesca balla necessaria per mantenere di fronte agli abitanti del pianeta la faccia della « liberazione dai mostri imperiali dell’Asse ». Poi sono venuti i blocchi, i nuovi patti d’acciaio, le guerre locali: poteva l’ONU, in regime capitalista, essere qualche cos’altro dalla Lega delle Nazioni?
Solo gli organismi viventi rono suscettibili di crisi: i nati morti hanno la loro bara di cristallo.
Democrazia regime di succhioni
Sia lodato domineddio, i quattro partiti del centro hanno firmato (sempre che i socialdemocratici non ne approfittino per convocare l’ennesimo congresso straordinario) l’accordo per la divisione dei seggi e per una comune politica elettorale nella prossima giostra schedaiola. Lo hanno firmato, si noti bene, con una dichiarazione di principio che potrebbe servir di piattaforma anche al blocco Nenni – Togliatti: libertà, indipendenza nazionale, giustizia sociale, e via discorrendo.
IL risultato è chiaro: i quattro saranno un corpo unico con facce diverse; collegati nazionalmente nelle elezioni, si preparano a collegarsi domani al Governo; si distribuiscono oggi i posti in Parlamento e in Senato, forse si sono già divisi i portafogli del ministero avvenire. E, uniti e divisi, continueranno ad allungare i loro tentacoli da succhioni sullo Stato, sui Comuni, sulle provincie, sugli enti pubblici e privati: insomma, sulle mille fette della torta nazionale.
L’opposizione grida allo scandalo. Ingenue verginelle della democrazia, quando mai il regime democratico è stato qualcosa di diverso da un regime centralizzato di sanguisughe? Non andiamo tanto lontano; la repubblica italiana è nata dai C.L.N.; il regime dei C.L.N. da un accordo fra partiti che, dai comitati superiori fino ai comitatini di base, assegnò posti, cariche, prebende, seggiolini, secondo un’incontrollabile giustizia «distributiva». Nessuna «consultazione elettorale» aveva preceduti questi accordi: essi nascevano sotto la benedizione degli eserciti «liberatori», e la guerra non finì prima che il gioco dei mercanteggiamenti fra partiti fosse concluso. Insieme con la «libertà», ci furono elargiti, già bell’e pronti, i nuovi governanti, un corpo solo con una decina di teste.
Finì il C.L.N. ; vennero esarchia e tripartito. La torta fu divisa fra meno partecipanti, ma il metodo, superata la prova, rimase lo stesso. Ogni partito si ebbe, insieme con un ministero (anzi ― ma che termine ben trovato! ― con un portafoglio) una riserva di caccia, un orticello da dare in subaffitto alle sue clientele, una miniera da cui estrarre le materie prime per le future campagne elettorali: Non solo, ma se l’organismo statale non era divisibile in parti (per esempio l’I.R.I.), i direttori di orchestra si dividevano presidenza, sottopresidenza, consiglio di amministrazione. Fu consultato il famoso «popolo»? Nemmeno per sogno.
Finì il tripartito, non perché programmi politici inconciliabili si contrapponessero, ma perché gli alleati della seconda guerra mondiale si erano dati l’addio. E, nell’opposizione, rimase il bruciore di aver perduto una quoto parte del diritto di succhiare il «popolo italiano». Non l’hanno perduta tutta, state tranquilli: i partiti di centro sanno troppo bene che, domani, potrebbero ― Russia e America volendo ―, ritrovarsi al governo insieme con gli oppositori di oggi e alleati di ieri. Da mangiare c’è ancora per tutto: se non altro, alla greppia di Montecitorio e di Palazzo Madama.
Vista sotto questa luce, davvero non si capisce in che cosa la democrazia si differenzi dal fascismo. Succhione quello, succhiona questa; e, in più di un caso, il succhionismo è cresciuto in ragione diretta del maggior numero di aspiranti alla greppia.
Non si dica, dunque: i partiti di centro hanno tradito la democrazia. No; le sono stati fedeli. Hanno tradotto in un accordo fra partiti quella che è la essenza di ogni regime democratico che si rispetti: un’organizzazione centralizzata nella sostanza e variopinta nella forma, per la conservazione ed il potenziamento dell’organizzazione capitalistica dello sfruttamento umano.
Timone ad ovest in Jugoslavia
Notizie incomplete e frammentarie sono finora giunte da Zagabria, dove il Partito al potere in Jugoslavia ha tenuto recentemente le sue «assise supreme». Ma sono notizie sufficienti a disegnare l’evoluzione in atto in quel regime.
L’abbiamo detto fin dallo scoppio della «bomba» della condanna cominformista di Tito: non è questo un regime proletario; è un regime di industrialismo statale temperato, una filiazioni staliniana resasi indipendente dallo stalinismo. Abbiamo seguito successivamente il processo di sempre più marcato avvicinamento della Jugoslavia all’Occidente, il processo di erosione esercitato dal dollaro in questo ex-pilastro del blocco orientale. Ora siamo un passo avanti.
Balzano subito agli occhi i tratti tipici di questa ulteriore evoluzione. Nel campo statale si è proceduto ad un inizio di decentramento: nel campo aziendale, si è data forma giuridica al principio che ogni azienda si amministra da sé, sotto il controllo degli operai. Questi due provvedimenti sono stati presentati come aspetti di una «lotta contro la burocratizzazione» destinata a fare andare in brodo a giuggiole chi vede nello stalinismo e sottoprodotti la sovrapposizione di una burocrazia parassitaria al corpo di un’economia socialista; in realtà, non erano se non aspetti di un graduale allentamento della centralizzazione statale, di una democratizzazione del regime autoritario. Oggi si va più oltre: il Partito «comunista» di Tito proclama la propria autrasformazione in un organismo di educazione politica, con puri compiti di «illuminazione delle coscienze» e di orientamento ideologico della politica generale dello Stato: il Fronte popolare diventa «Unione dei socialisti» e pone la sua candidatura all’Internazionale socialista, padrini di battesimo Bevan e C.
Poco importa che questi provvedimenti si realizzino o meno: essi esprimono una realtà di fatto – l’inserimento jugoslavo, per una via o per l’altra, nel dispositivo imperialistico diretto dall’America, in campo internazionale l’abbandono o quanto meno il rilassamento della centralizzazione e pianificazione al termine di un avvenuto processo d’incremento delle capacità produttive, soprattutto industriali, del Paese in campo nazionale. Riassestata su nuove basi l’economia capitalistica jugoslava, gli accentratori passano a una politica di decentramento, tolgono le briglie alle forze sociali finora rigidamente inquadrate nelle strutture burocratiche del regime. Le due evoluzioni sono parallele, internamente ed internazionalmente Tito si affianca, come riserva demagogica ed estremista , ai Bevan e consorti del blocco atlantico.
Non siamo all’ultimo gradino: ma ci arriveremo.
All'insegna della liberazione
La prima bomba H è scoppiata a Eniwetok. Decisamente, il secolo del progresso non è ancora finito: marcia, anzi, con gli stivali delle sette leghe. Una bomba a idrogeno da 10 kg, vale in potenza ottocento «atomiche di Hiroshima»: una sola basterebbe a distruggere Londra.
Un solo neo, in questo magnifico progresso: la H non potrà sostituire di colpo l’atomica; dovremmo aspettare ancora qualche anno per averla. Di più l’atomica continuerà ad essere necessaria in funzione di miccia: come dire di zolfanello.
Non vorranno, gli scienziati atomici, lasciarci troppo tempo a bocca asciutta, speriamo; altrimenti chi crederà più all’indefinito progresso di cui il capitalismo ci aveva dato prove così eloquenti?
"Glorie Italiche" REDIPUGLIA
Abbiamo cercato invano, nei giornali che si autodefiniscono del proletariato e socialisti della linea di Marx e di Lenin, le preziose ammissioni sulla prima guerra mondiale, che abbiamo letto invece, il 4 novembre, su un giornale arciborghese: Il Mattino edito a Napoli. Eccole, testualmente riprodotte:
«Diremo noi, che tutti i morti di Redipuglia furono necessari – oh, l’orribile parola! – ai fini della guerra? No; non lo diremo. Oggi, un po’ per l’allontanarsi degli avvenimenti nel tempo che tutto attenua e scolora, un po’ per la volontà di fare risaltare il contrasto tra le due guerre, quella del 1915 e quella del 1940, si tende a presentare la prima, quella del 1915, come una guerra preparata sapientemente e condotta con alta sapienza strategica. La verità è, peraltro, diversa. Anche in quella guerra, l’Italia entrò con una preparazione arretrata ed insufficiente; anche in quella guerra l’Italia entrò con una grande spaventosa scarsità di mezzi bellici (si ricordino gli uomini mandati, e proprio sul Carso, a tagliare i reticolati con le pinze tagliafili); e anche in quella guerra – siamo franchi fino all’ultimo – l’Italia entrò con una strabocchevole dovizia di generali inetti e incapaci, e con un Comando Supremo senza dubbio inadeguato al compito altissimo. E perciò, le divisioni italiane furono mandate troppo spesso all’assalto «tanto per fare», senza un piano lungimirante; e perciò le perdite italiane furono molto più forti di quelle che avrebbero potuto essere, sia pur computando il fatto che gli italiani erano quasi sempre all’offensiva; e perciò a Redipuglia giacciono assai più morti di quanti non ne chiedessero le dure necessità tattiche e strategiche inerenti alla guerra offensiva intrapresa».
Nell’immediato dopoguerra, negli anni dal 1919-20, i servi e le prostitute della borghesia italiana, annidati nelle redazioni e nei confessionali, benedicevano le rivoltellate sparate dalla canaglia fascista agli operai rivoluzionari che rinfacciavano allo Stato maggiore savoiardo le stesse medesime furfantesche incapacità, che, ironia del politicantismo, leggiamo oggi nella prosa «franca» del direttore del Mattino, Giovanni Ansaldo. Allora non era buon affare per la stampa borghese dire corna della preparazione militare e dell’operettistico Comando Supremo dei Cadorna e dei Diaz; anzi si pagavano i teppisti fascisti perché facessero tacere, col fuoco e il saccheggio, la stampa «sovversiva», cioè comunista la quale, sulla linea leninista del disfattismo rivoluzionario (non del pacifismo eunuco, o porci picassiani!) e fustigando le vigliaccherie riformiste dei socialdemocratici, conduceva aperto assalto alle menzogne retoriche del combattentismo. Oggi, avendo da giustificare una guerra ignominiosamente perduta, la borghesia dominante può impunemente (specialmente coloro che del fascismo furono come Ansaldo, i propagandisti professionali, lo possono), ammettere che la seconda carneficina fu condotta con metodi e preparazione non peggiori della precedente. L’insipienza arrogante dell’ufficialato è dunque un dato eterno dell’esperienza bellica dello Stato di Roma ?! Meno male che siano a riconoscerlo gli stessi borghesi, anche se lo scopo delle mezze confessioni va ricercato nella incessante fatica di rendere produttive menzogne grandi. Poco importa quali conclusioni traeva Ansaldo alla chiusura dell’articolo. Le solite speculazioni sul patriottismo, l’unione nazionale ecc. Quel che importa è di vedere ciò che scriveva l’ Unitàsulla stesso argomento.
Verso la fine dell’articolo di fonda intitolato «4 novembre» era scritto:
«Già due anni or sono il compagno Togliatti ammoniva: «il nostro esercito aveva raccolto nella guerra del 1915-18, un suo onore, una sua gloria militare. Aveva saputo resistere, sopportare duri attacchi e anche sconfitte, riprendersi, vincere. Questo era un patrimonio che in qualsiasi modo si fosse giudicata questa guerra, era comune a tutti gli italiani. L’onore militare del proprio paese è un bene di tutti i cittadini».»
Siano dunque arrivati a questo, che a svergognare se stessi ci pensano gli stessi uomini della borghesia. Dobbiamo leggere la prosa di un Ansaldo per scoprire, ammesso che non l’avessimo scoperto da trent’anni, quali vergogne e sozzure si nascondano dietro la retorica dell’onore militare che Togliatti definisce «un bene di tutti i cittadini»! I giornali, come l’Unità e L’Avanti che, a tempo perso, si autodefiniscono antiborghesi e socialisti, di tali cose preferiscono non parlare. I generali buoni a nulla mandavano dunque sul Carso le divisioni italiane (cioè migliaia di proletari) all’assalto, senza un piano preciso, ma così, «tanto per fare», siccome dice Ansaldo, erano mandate contro i reticolati armati di pinze?! Ciò a Togliatti, preoccupato di blandire i pregiudizi militareschi dei borghesi, ad arruffianarsi, non importa un fico secco. Ma quando lui e i suoi luogotenenti entrarono, intruppati nell’ultimissima retroguardia, nel Partito Comunista d’Italia nel 1921, forse che esprimevano le stesse infatuazioni patriottarde e nazionaliste di oggi? L’avessero fatto, robusti piedi di proletari li avrebbero messi istantaneamente alla porta, mandandoli ad unirsi al fascista Nenni, al riformista Turati, al democratico Nitti. Ora che i proletari dormono, tutto è possibile…
I servi, si sa, sono sempre più svergognati e feroci dei padroni.
Le delizie del collocamento
Una delle conquiste operaie dell’altro dopoguerra era stata la avocazione ai sindacati di categoria, nell’industria come nell’agricoltura e attraverso appositi uffici, del collocamento della mano d’opera. Distrutta violentemente dal fascismo l’organizzazione sindacale, il collocamento divenne funzione corporativa, legata direttamente allo Stato e quindi subordinata agli interessi della classe dominante.
La democrazia ha ora ereditato, in questo come nel resto, il metodo fascista: l’ufficio di collocamento è passato alle dirette dipendenze del Ministero del Lavoro e quindi svincolato dalla organizzazione sindacale. Di più, questi uffici – specie nelle zone agricole – sono, agli effetti del collocamento, svuotati di ogni funzione reale e ridotti a compiti statistici, mentre l’operaio che cerca lavoro deve rivolgersi perlopiù o ad agenzie di collocamento a struttura commerciale o direttamente agli agenti fiduciari del datore di lavoro, e ripetere l’antica trafila delle operazioni di compravendita della forza-lavoro.
La classe dominante ha così raggiunto due obbiettivi: ribadire il sistema fascista dell’ufficio statale – non sindacale – di collocamento; ristabilire, sotto la copertura di questo sistema, la situazione per 1919; e l’operaio che ha il sommo bene di vivere in regime ultrademocratico è, come trentacinque anni fa, alla mercé degli ingaggiatori privati di carne umana. Altro esempio di democrazia progressiva.
Il gigantesco affare della televisione italiana
Noi continueremo ad avere le idee che abbiamo sulla Patria e sulla Nazione, anche se l’Italia fosse, invece di quella che è, la più potente e ricca delle nazioni. Contrariamente a quanto fanno i patrioti delle patrie proprie o altrui, continueremo a combattere, per quanto è possibile, le ideologie del nazionalismo, del razzismo, ecc., che sono appunto basate sulla superiorità presunta o reale di uno Stato nei riguardi degli altri. Ma, ciononostante, ci ha fatto una certa impressione l’apprendere dal Tempo che, in quanto a televisione, l’Italia sta al primo posto in Europa. Nientemeno! Già, la poverella Italia, ricca solo di disoccupati affamati e di catapecchie, la sopravanza sulle ricchissime in beni e denaro Belgio, Svizzera, Svezia, Norvegia, Germania (ove solo ora sono in allestimento le stazioni di Amburgo e di Bonn) non solo, ma si lascia indietro persino la Francia e l’Inghilterra. La superiorità della televisione italiana, che si trova ancora alla fase sperimentale, si appaleserebbe sia sul piano tecnico che su quello organizzativo ed artistico. Bene, bene. Sicché, subito dopo gli Stati Uniti, con le loro mastodontiche cifre di 17 milioni di apparecchi televisivi e una quantità di stazioni trasmittenti, viene dunque, almeno nel mondo occidentale, la repubblica d’Italia.
Oggi funzionano due sole stazioni trasmittenti, a Torino e a Milano, che sono collegate da un «ponte». Entro l’anno venturo esse saranno collegate, mediante altri «ponti», con la rete delle stazioni della pianure padana, della Liguria e dell’Italia centrale fino a Roma. Solo dopo il 1954, i cafoni dell’Italia meridionale e delle isole saranno ammessi, in omaggio alla ricostruzione del Mezzogiorno, agli spettacoli televisivi. Avremo dunque il cinema in casa, come se non fosse già troppo il cinema che andiamo a vedere fuori…
Ma mentre l’industria italiana è molto progredita come appare dai prototipi di apparecchi televisivi, che, secondo il Tempo, sono «veramente ottimi», una grossa questione economica oppone i dirigenti della R.A.I. (che è la concessionaria dei servizi di televisione) e gli industriali della radio. Si tratta di far aumentare il numero degli utenti, che al presente sono ben pochi e neppure schedati, allorché la televisione uscirà, almeno per il Nord, dalla fase sperimentale. La divergenza tra l’ente concessionario e i fabbricanti sindacati nella A.N.I.E (Associazione nazionale Industriali Elettronici) sembra insolubile, ma è destinata a risolversi con l’intervento delle casse statali. Infatti la R.A.I. sostiene che il servizio di televisione non si può ancora estendere perché le Case produttrici di apparecchi televisivi non ne offrono al mercato un numero sufficiente. Si intende agevolmente che aumentando il numero dei «telespettatori» dovrà aumentare l’introito dei canoni da cui la R.A.I trae i fondi per il finanziamento dei servizi e dei programmi. Dall’altra parte, gli industriali elettronici, allarmati dalla autorizzazione recentemente concessa per la importazione dall’America di 5000 apparecchi, si dichiarano prontissimi a fabbricare un primo lotto di centomila apparecchi, richiesti dai dirigenti della R.A.I., ma chiedono delle garanzie. Quali? Calcolando che ogni apparecchio viene a costare la cifra media di 200.000 lire l’uno, il valore complessivo dei centomila apparecchi in preventivo si aggirerebbe sui 20 miliardi di lire. Se fossero di rapido smercio, gli industriali non starebbero a discutere, ne avrebbero già prodotti. Ma si tratta per loro di immagazzinare una merce che solo durante un periodo più o meno lungo si potrà esitare. Alle corte, gli industriali elettronici chiedono delle sovvenzioni. E chi potrà mollarle se non lo Stato, attraverso la R.A.I.? Siamo sicuri che il paterno Stato di Roma, con la sollecitudine affettuosa verso la grande industria che sempre lo ha distinto, alla fine cesserà graziosamente di farsi pregare ed allenterà i cordoni della borsa.
Significa ciò che tutti i rischi saranno addossati allo Stato, con le cui elargizioni le Case produttrici inizieranno, statene certi, la fabbricazione degli apparecchi televisivi. Agli imprenditori andranno tutti i vantaggi di chi non rischia del proprio e, naturalmente, gli utili. Alla «Nazione» la soddisfazione del primato italiano in televisione…
Di fronte a fenomeni del genere i teorizzatori delle statizzazioni come forma inferiore di socialismo non possono non mostrare di giocare nascondendo l’asso nella manica. Le vie dell’asservimento dello Stato alla fame di profitti del Capitale sono infinite, siccome le vie del Signore. Imprenditori che mettono le mani sulle casse dello Stato come nelle loro tasche, li potete chiamare ancora «proprietari privati»? Essi maneggiano qualcosa che non è, a rigore, proprietà privata, e cioè il cosiddetto pubblico denaro, cioè il denaro appartenente allo Stato. A volte si appropriano, a volte restituiscono in parte o in tutto, i capitali presi in prestito dallo Stato, intascando ogni volta il profitto. Esiste tutta una scala di gradazioni che va, per restare nel caso trattato, dagli industriali della A.N.I.E. che chiedono di operare con prestiti dello Stato, fino ai concessionari, di cui esempio sottomano è appunto la R.A.I., che traggono profitti da capitali appartenenti interamente e inalienabilmente allo Stato.
L’Italia se ha un primato tra le nazioni occidentali esso è da ricercarsi proprio nella stretta soggezione dello Stato al capitale, quello cioè che economisti classicheggianti e sgonfioni cominformisti concordemente definiscono «intervento dello Stato nell’economia», propalando la falsissima concezione della subordinazione degli imprenditori ai funzionari statali. L’Italia è il paradiso degli esperimenti di capitalismo di Stato, che vanno dalla statizzazione integrale alle forme intermedie di sovvenzioni, dei prestiti, delle donazioni a fondo perduto di danaro pubblico alle imprese private. Se fosse vera la equazione statizzazione-socialismo, sarebbe vera un’altra cosa, e cioè che l’Italia fosse… sulla via del socialismo. Più facile sarà ingollare le balle visive che la televisione si appresta ad ammannirci.
Il capitalismo di stato attraversa i secoli Pt.1
Proseguiamo nel lavoro di arricchimento della documentazione di quanto andiamo affermando, su questo foglio e su Prometeo, circa il capitalismo di Stato. Lo scopo del nostro lavoro, poiché non siamo freddi intellettuali immersi in ricerche di archivio in vista di articoli brillanti, riflette i nostri interessi di partito, di parte politica in lotta con avversari e diffamatori. Precisamente tende a stroncare, oggi purtroppo solo sulla carta stampata, le convergenti manovre di confusione ideologica che mirano a presentare le forme di capitalismo di Stato, odiernamente giganteggianti nel mondo borghese, sia come prima fase o fase inferiore del comunismo, sia come « tipo » di eco- nomia « post-capitalista », cioè non più capitalista, ma non ancora socialista. Quello che intendiamo provare, con assiduo lavoro di esposizioni scritte e di riunioni di lavoro, è proprio che il capitalismo di Stato, la gestione statale del capitale, non costituisce affatto un tipo di economia, ma solo un rapporto di produzione, cioè una forma giuridica, che non solo non è esclusiva della fase imperialista del capitalismo, coincidente con gli ultimi decenni dell’800 e tutto il 900 fin qui trascorso, che non solo è dato di fatto comune a tutta quanta la lunga e tormentata storia della borghesia dal Medioevo ad oggi, ma che neppure può considerarsi esclusivo della struttura economica e della dinamica storica propria dell’epoca capitalistica.
Ciò può stupire coloro che sono usi, nonostante si picchino di professare il marxismo, a giudicare le epoche storiche dall’involucro esteriore della contingenza giuridica, per cui il regno del capitalismo viene individuato laddove esiste la tabella « proprietà privata », mentre si affibbia la denominazione di socialista a tutto ciò che a norma di legge risulta « proprietà dello Stato ». Non sorprende chi, come noi, sa che la messa in primo piano dello Stato come apparato di difesa e di favoreggiamento delle accumulazioni capitalistiche, ricorre necessariamente nei cruciali momenti storici in cui la classe borghese è costretta a scontrarsi a corpo a corpo con le forze sociali nemiche, all’inizio dell’ascesa rivoluzionaria, con le burocrazie feudali ed ecclesiatiche: nella fase della più feroce resistenza controrivoluzionaria, con il mareggiante proletariato industriale, da essa stesso evocato.
Portammo così contributo di materiale documentario alle tesi storiche svolte nel « Filo del tempo » Armamento ed investimento, apparso nel n. 17. anno 1951, in questo foglio che all’epoca recava la testata di Battaglia Comunista. A dimostrazione della tesi che le prime forme di investimento statale per la produzione industriale, e precisamente per l’allestimento delle prime flotte militari e mercantili, risalgono, con cronologia verificabile materialmente, alle prime forme di Stato borghese, si rievocava suggestivamente nel Filo citato quanto fatto in tale campo produttivo dalle gloriose repubbliche civiche indipendenti, fiorite nel Medioevo, che rispondono ai nomi di Amalfi, Pisa, Salerno, Genova, Venezia, Firenze, prime attuazioni del potere borghese nel mondo. Vale la fatica di trascrivere il brano che in uno squarcio tanto completo quanto limpido, sintetizzava l’enorme impor- tanza storica che ebbero i traffici mercantili e militari effettuati dalle flotte delle Repubbliche marinara: « Questi navigatori abilissimi dell’anno mille (Amalfi, Salerno) allacciarono le relazioni commerciali mediterranee, che pui divennero imponenti grazie alle repubbliche centro-settentrionali nei secoli successivi. Nelle Crociate le armate occidentali, sotto le mura di Antiochia, di Laodicea o a S. Giovanni d’Acri. malgrado i successi militari avrebbero ceduto per difetto di organizzazione e di logistica senza le flotte di Venezia e di Genova che giungevano cariche non solo di armi, ma di viveri, di mezzi d’opera per l’artiglieria del tempo e di provetti costruttori ed artefici di macchine belliche. Le potenti repubbliche ne trassero trattati di monopolio commerciale in date zone di Orien- te ».
Quale carica rivoluzionaria ad altissimo potenziale costituisse il commercio marittimo, che spezzava le « isole chiuse » di produzione proprie del regime feudale e quindi quale importanza rivesti l’armamento delle flotte, è lapidariamente detto nel Manifesto dei Comunisti (1848), dove Marx ed Engels parlano delle scoperte geografiche del secolo XV e XVI:
« La scoperta dell’America e la circumnavigazione dell’Africa offrirono nuovo campo all’adolescente borghesia. Il mercato delle Indie Orientali e della Cina, la colonizzazione dell’America, i traffici colle colonie, l’aumento dei mezzi di scambio e soprattutto delle merci diedero un impulso fino allora sconosciuto ai commerci, alla navigazione, all’industria, e in tal modo rapidamente svilupparonsi gli elementi rivoluzionari della cadente società feudale ».
Il capitalismo si è conquistato il dominio del mondo nella misura in cui ha universalizzato il mercantilismo, trasformando in merci tutti i prodotti del lavoro sociale innanzitutto la forza-lavoro. Il commercio per via di mare, più facile e rapido che quello terrestre, doveva pertanto costituire una forza rivoluzionaria. La costruzione delle flotte, rappresentò una questione di vita o di morte per la nascente borghesia dei Comuni in lotta mortale con il potere feudale. In quell’epoca la borghesia costituiva una classe rivoluzionaria ma se dovessimo ricavare tale caratterizzazione dalla esteriorità giuridica, resteremmo enormemente confusi, poichè le Repubbliche marinare si servivano delle stesse forme di gestione statale nella produzione alias di capitalismo di Stato, che vediamo trionfare nella fase di rigida conservazione reazionaria che definiamo di imperialismo. Infatti l’armamento delle flotte, esigendo l’impiego di vasti capitali non posseduti da alcun mercante privato e una complessa organizzazione di mano d’opera specializzata (carpentieri, fabbri, calafati, vetrai, cordai e numeroso equipaggio di gabbieri, cocchieri, timonieri che le leggi medievali proibivano di sottrarre alle corporazioni dovette essere assunto in gestione dallo Stato). Il Filo citato così concludeva: « Facile arguire che il primo armatore, il primo investitore di capitale nella navigazione fu la Città, la Repubblica: lo Stato, dunque, primo capitalista».
Nell’articolo « Un esempio di capitalismo di Stato nel Quattrocento italiano» provavamo con i dati: inoppugnabili pubblicati da un giornale come la gestione economica del primigenio Stato borghese non si limitasse alla produzione di flotte, ma invadesse altri campi di produzione. Ad esempio servì allo sfruttamento commerciale delle foreste del Casentino espletato dai funzianari della Repubblica di Firenze nel Quattrocento, al duplice scopo di fornire materiale di costruzione all’Opera di Santa Maria del Fiore e di alimentare un proficuo commercio di legnami con gli arsenali di Livorno, Malta, e del Mezzogiorno della Francia, con il risultato di enormi vantaggi finanziari. Per dimostrare che il capitalismo di Stato non è figlio del solo ‘900 ma che sorge coll’apparire del potere borghese, le « prove » addotte sono più che sufficienti.
Ma nel Filo di cui ci occupiamo, era detto di più e cioé che forme di capitalismo di Stato, o se preferite di investimento e gestione statale della produzione, sono rintracciabili agevolmente anche nella storia delle epoche non capitaliste, non occupate cioè da una classe di borghesi capitalisti. « «Quando Marx spiega che non vi poteva essere capitalismo nel mondo antico, egli ricorda che ciò non è perche non vi fosse concentramento di massa monetaria ma perché mancavano le masse di lavoratori liberi». E per lavoratore libero noi intendiamo il lavoratore con soggetto a vincoli di schiavitù e possessore solo della sua forza di lavoro. Lavoratori liberi nel mondo antico gli schiavi non lo erano, mentre i cittadini possedevano tutti qualcosa, dal latifondo al piccolo campo e alla botteguccia artigiana. « Marx ne induce che è falso dire (come Mommsen) che nell’antichità il capitale fosse completamente sviluppato, in quanto solo dallo scambio di salario contro la forza lavoro si formano le masse del capitale; ma non per escludere che limitatamente certi capitali potessero in date quantità trovarsi concentrati. Solo che, se li aveva tesaurizzati un privato, non poteva servirsene ad organizzare la produzione mancando i lavoratori disponibili. Quindi solo lo Stato, colla possibilità di costrizione e di coscrizione di tipo militare, poteva in un ambiente o antico-schiavista, o medioevale-servile dare i primi esempi di organizzazione capitalista produttiva e dare con ciò i primi lontani avvii alla accumulazione capitalista.
E ancora torna l’esempio dell’armamento delle flotte. Roma ber fronteggiare e fiaccare poi la potenza rivale di Cartagine « davette darsi alla costruzione di flotte e fu lo Stato che dette al console Duilio i mezzi per organizzare gli arsenali: uomini, materiali, maestranze: LO ARSENALE E’ IL PRIMO TIPO DI INDUSTRIA E DUNQUE LA PRIMA INDUSTRIA FU STATALE. Lo Stato armatore copre due millenni avanti lo Stato investitore, che avrebbero scoperto gli economisti dell’ultimissima edizione del capitalismo». Così nel Filo « Armamento ed investimento».
N. 100
Sartre, il capo spirituale degli esistenzialisti francesi, per l’effetto di chissà quali oscure disfunzioni di ghiandole, sta operando un’ennesima virata politica, questa volta a favore dello stalinismo di Gallia. Dalle colonne dell’Unità, che ne danno notizia, si comincia a sentire pertanto puzzo di gabinetto di decenza, lo stesso che spira gradevolmente dalle opere del famoso « litérateur », celebranti il trionfo della deboscia, delle perversioni, perfino della pederastia, secondo un costume che ormai è comune, tranne qualche eccezione, a tutti gli esponenti della letteratura borghese. Il che spiega esaurientemente l’enorme successo di tiratura e di cassetta, che Sartre e soci godono nelle alte sfere della « buona » società parigina.
Fu una produzione teatrale del Gran Lama degli esistenzialisti (leggi teorizzatori e praticanti della libertà … dalla sanità mentale), ad aprire le ostilità della stampa staliniana di Parigi. Il titolo era: «Mani sporche », e l’assunto che gli sporcaccioni sono gli stalinisti. Figuratevi le esplodenti indignazioni delle caste susanne dell’Humanité: Sartre fu immediatamente incluso nella lista dei rifiuti umani, il che non era poi una troppo eccessiva accusa. Sia detto per inciso, la classe operaia, una volta padrona del potere, potrà tranquillamente mandare ai lavori forzati il 95 per cento degli artisti, scrittori, letterati, poeti ecc. presenti sul mercato della carta stampata da almeno 50 anni, e bruciare tutta quanto la loro produzione, salvo alcuni esemplari da usare come reperti criminali, senza che la famosa cultura ne abbia minimamente a soffrire, perche costoro rimasticano, riducendo a pottiglia nauseabonda, tutto quanto la intellettualità borghese aveva da dire e ha detto, nella sua età dell’oro …
Da un po’ di tempo. dunque, la stampa stalinista di Parigi, insozzandosi più che mai le mani, ritorna a blandire Sartre. Perchè? Per il semplice fatto che costui mostra di essersi messo sulla scia del neutralismo francese, e quindi del frondismo anti-americano. Ciò basta alla Direzione del P.C. francese per perdonare al letterato le sue non antiche vomitature di insulti e di oltraggi all’indirizzo dello stalinismo internazionale. Così, abbiamo letto su una gongolante Unità (4-11-52) la notizia dell’adesione di Sartre, e di altri illustri (alla faccia loro) nomi dell’intelligenza parigina, ad un appello contro le « persecuzioni anticomuniste » …
Quesito: chi sono gli esistenzialisti più porci, quelli di Sartre, o gli altri che sotto diversa etichetta militano nel partito stalinista di Francia? E le « mani sporche » chi le aveva allora? Meglio chiudere con l’interrogativo, ed uscire fuori a respirare aria pura e inodora.
Secondo tempo di una “rivoluzione”
Demmo notizia a suo tempo del riuscito colpo di mano compiuto in Bolivia lo scorso aprile-maggio di quest’anno, dal Movimento Nacionalista Revoluzionario di Victor Paz Estensoro, e nello scorso numero ne illustrammo altri aspetti « inediti ». Poichè tuttavia di questo avvenimento la stampa staliniana fa uno dei pezzi della sua opera di disorientamento dei proletari, crediamo utile ritornarvi sopra, tanto più trattandosi di un argomento – quello delle nazionalizzazioni – su cui l’opera di raddrizzamento teorico e politico non sara mai abbastanza intensa.
La presa del potere avvenne – come ricordammo – mediante una feroce lotta armata che costò migliaia di vittime, per lo più appartenenti alla classe operaia, e in special modo ai minatori che laggiù ne costituiscono il nerpo. Facemmo notare allora la curiosa gara in cui si trovarono impegnati, nel caratterizzare il contenuto sociale e politico del rivolgimento, e la stampa stalinista e quella missino-fascista e, dulcis in fundo, la trotzkista. Per gli stalinisti dell’Unità, per cui ogni anti-americanismo fa brodo, si trattò di una vittoria del « popolo, della democrazia, della pace »; per i mussoliniani di Asso di bastoni le simpatie politiche del Movimento Nazionalista Rivoluzionario per il Regime di Peron e le affinità ideologiche e la comune milizia con il falangismo spagnolo della « Falange Socialista Boliviana », organizzazione affiancante il partito di Paz Estensore, la diagnosi fu che aveva vinto il fascismo; per i nè pesce nè carne della trotzkista Bandiera Rossa rimase assodato che si trattasse di una autentica rivoluzione compiuta dalla piccola borghesia e dal proletariato indigeno!
Sapete il perche di tutto questo guazzabuglio? Eccolo: il regime di Paz Estensoro era fautore della nazionalizzazione delle miniere di stagno, la principale risorsa del paese, tradizionalmente controllata da Wall-Street. E infatti la nazionalizzazione è avvenuta: la firma del decreto ebbe luogo con la solita messinscena demagogica nel centro minerario di Catavi, il 31 ottobre. Per comunisti e trotzkisti ció basta, anzi supera, per definire « rivoluzionario » il regime di Paz Estensoro, il quale del resto tale epiteto se lo aggiudica da sé. La stampa stalinista ha esultato, ma non ha detto che il governo « rivoluzionario » di La Paz si affrettò a suo tempo a pagare gli indennizzi ai proprietari delle miniere, nè ha spiegato in qual modo il governo boliviano avrebbe inferto un fiero colpo allo « imperialismo americano », visto che lo stagno ora nazionalizzato dovrà pure essere esportato e, gira e rigira, venduto ai medesimi acquirenti di prima, cioè americani, inglesi ecc.
Se non sbagliamo, il petrolio famoso di Mossadeq non ha fatto una diversa fine. Ci vuol altro che una insignificante firma di decreto per danneggiare il mastodonte americano che si mantiene, fino a prova contraria, facendo pesare nei rapporti internazionali la sua enorme potenza finanziaria e industriale.
Ma poi, via, una nazionalizzazione è in se stessa un fatto rivoluzionario? Sentite ciò che diceva in proposito un giornale di indubbia ispirazione capitalista, il Tempo, in un corsivo di commento alla relazione Scelba alla Camera sul Bilancio degli Interni: « La posizione dei partiti comunisti … non è resa anormale dalla loro dottrina economico-sociale … Sul piano della dottrina politica e dell’economia, non solo è lecito, ma è necessario che ci siano difensori della statalizzazione, della gestione pubblica dei mezzi di produzione e di tutte le altre dottrine che vanno sotto il nome di «socialismo». Il laburismo inglese espropriò e statalizzò perfino le macchine dei camionisti … Eppure nessuno per questo ha bandito crociate antibritanniche».
Evviva la sincerità! Bravo il Tempo che non si dichiara anti-comunista per le statalizzazioni! Eppure le nazionalizzazioni che non spaventano il borghesissimo Tempo assurgono a grande fatto rivoluzionario nelle meningi di stalinisti e di trotzkisti.
A La Paz nulla è mancato alla carnevalata demagogica. Hanno fatto montare la guardia al Palazzo del Governo da picchetti di minatori e di operai. Il vice presidente della Federazione sindacale mondiale, Lombardo Toledano, collega di Di Vittorio, ha assistito alla solenne cerimonia della firma del decreto di nazionalizzazione. In tempo di guerra fredda con l’America, tutti i nemici e rivali di Wall-Street sono amici di Mosca, anche i fascisti all’occorrenza. Durante la seconda guerra mondiale era vero il contrario. Peggio per i fessi …
Bucato in famiglia
Man mano che, in Francia: l’affare Marty-Tillon si trascina e la direzione del P.C.F. attende un’«autocritica» che stenta a venire, salgono a galla i soliti panni sporchi nascosti dietro le glorie della resistenza.
Marty e Tillon erano, fino alle 24 della vigilia dei provvedimenti a loro carico, degli eroi: alle 24,25 sono degli eretici; 15 giorni dopo sono dei farabutti e, magari, dei delinquenti comuni. Gingouin era un altro eroe della resistenza: ora è non solo deviazionista, ma truffatore e dilapidatore dei fondi del Partito o di organizzazioni affini. Di questo passo, chi salverà gli eroi? Chi garantisce che gli uomini celebrati come grandi liberatori non siano dei volgari mariuoli?
La risposta al quesito non ci interessa. C’interessa stabilire come, anche in questi episodi, la faccia immonda della democrazia borghese si riveli. E’ il tramonto degli dei, la liquidazione delle bandiere false e bugiarde. Noi, che abbiamo sferzato gli « ideali della resistenza » e bollato come traditori quanti marciarono – dicendosi comunisti – sotto la loro insegna, non ci stupiamo ne degli accusati nè degli accusatori: sono della stessa pasta. Siano o no delinquenti comuni, sono – imputati come giudici – i prodotti di una comune delinquenza politica, gli strumenti necessari della liquidazione del movimento comunista internazionale. Ieri ed oggl, fuori e dentro.
Dialogue with Stalin (Pt. 4)
THIRD DAY (Afternoon)
In the first two days and in the morning of the third, we have extracted from Stalin’s well-known writing all the elements useful for establishing by which laws the economy of Russia is governed.
In terms of doctrine, we have thoroughly contested that an economy characterized by those laws can nevertheless be defined as socialism, even of the lower stage, and equally contested that, for this purpose, one can invoke the fundamental texts of Marx and Engels, where one clearly reads – though not with the banal ease of a comic novel – the economic characteristics proper to capitalism and those proper to socialism are clearly delineated, along with the phenomena that allow us to verify the economic transition from the former to the latter.
As a matter of fact, a series of stable conclusions have been reached. In the Russian domestic market, the law of value prevails; therefore: a) Products have the character of commodities; b) The market exists; c) Exchange occurs between equivalents, as the law of value dictates, and these equivalents are expressed in money.
The great mass of rural enterprises work solely with a view to commodity production, and partly with a form of allocation of products to the individual parcel worker (who, at other times, functions as a collective producer associated in the kolkhoz), a form that is even further from socialism and, in a certain sense, pre-capitalist and pre-mercantile.
Small and medium-sized enterpises that produce manufactured goods also work for mercantile placement.
Finally, the large factories are State-owned but are required to keep monetary accounts and to demonstrate that, respecting the law of value in the prices of outputs or expenses (raw materials, wages paid) and inputs (products sold), profitability is achieved, that is, a positive profit, a premium.
The demonstration regarding the meaning of the Marxist law of the rate of profit and its decrease has served to expose as hollow Stalin’s antithesis: since power is held by the proletariat, the great machine of nationalized industry does not pursue, as in capitalist countries the maximum volume of profit but is guided toward the maximum well-being of the workers and the people.
Apart from the broader reservations about the absence of radical conflicts between even the immediate interests of the workers of State industry and those of the Soviet people, a mishmash of isolated or associated peasants, shopkeepers, managers of small and medium-sized industrial enterprises, etc. etc., our demonstration that the capitalist law of the falling rate of profit prevails has been drawn from the asserted “law of the increase of national planned production in geometric progression.” If a five-year plan has imposed elevating production by twenty percent, that is, from one hundred to one hundred twenty, the subsequent plan will impose another twenty percent, meaning that production should go not from 120 to 140 but from 120 to 144 (a twenty percent increase on the 120 at the beginning of the new five-year period). Those familiar with numbers know that the difference seems negligible at first but then becomes gigantic: remember the story of the inventor of the game of chess whom the Emperor of China offered a reward? He asked that a grain of wheat be placed on the first square of the chessboard, two on the second, four on the third… Not all the granaries of the Celestial Empire sufficed before the sixty-four squares were exhausted.
Now, this law of fact, is nothing but the categorical imperative: produce more! An imperative specific to capitalism, derived from successive causes: increase in labor productivity – increase of material capital relative to labor capital in the organic composition of capital – decline of the rate of profit – compensation for this decline with the frenzied increase in capital invested and commodity production.
If we had begun to construct even a few molecules of socialist economy, we would realize it from the fact that the economic imperative has changed, and it is ours; the power of human labor is increased by technical resources: produce the same, and work less. And under true conditions of revolutionary proletarian power, in countries already overly equipped mechanically: produce less and work even less!
The last factual verification, after this (crucial) one that the directive is the increase of the mass of products, is that a large part of the products of the great State industry tends to be offloaded onto foreign markets. In such cases, it is openly declared that the relationship is mercantile not only in the accounting record but in the substance of things.
At bottom, here lies the admission that, even if only for reasons of world competition (always ready to fight not just with low prices but with cannon and atomic bombs), “the construction of socialism in one country” is not possible. Only in the absurd hypothesis that this country could close itself behind a real iron curtain would it be possible to begin converting the technical achievements of labor productivity, associated with planning “made by society in the interest of society”, into a reduction of internal labor effort and worker exploitation. Only in such a hypothesis could the plan, abandoning the mad geometric curve of capitalist dementia, declare: having reached a certain consumption standard for all inhabitants, fixed by the plans, no more will be produced, and the criminal temptation to continue forcing production to look beyond the circle where it can be flung and imposed, will be avoided.
All the attention of the Kremlin, both doctrinal and practical, is instead directed towards the world market.
Competition and Monopolies
An inadequate consideration of Marxist theories on modern colonialism and imperialism is that one must juxtapose them as different things, or at least as complementary developments, to the Marxist description of free competition capitalism as it would have developed roughly up to 1880.
With various contributions, we have insisted on the fact that the supposed objective description of the never-existent “liberal” and “peaceful” capitalism is, in Marx, nothing but a gigantic “polemical demonstration of party and class,” with which, accepting for a moment that capitalism functions according to the unlimited dynamic of free exchange among bearers of equal values (which expresses nothing but the famous law of value), one arrives at unearthing the essence of capitalism, which is a social monopoly of class, incessantly aimed, from the first episodes of primitive accumulation up to today’s wars of brigandage, at preying upon the differences engendered under the guise of contracted, free, and equal exchange.
If, having assumed the platform of exchange between commodities of equal value, the formation of surplus value and its investment and accumulation into new, increasingly concentrated capital is demonstrated, if it is demonstrated that the only way (compatible with the survival of the capitalist mode of production) to escape the contradictions between accumulation at the two poles of wealth and misery, and to defend itself against the subsequently deduced law of the falling rate of profit, is to produce more and more, always beyond the needs of consumption, it is clear that from the very first steps, the clash between the various capitalist States is delineated, each of which is led to attempt to have its commodities consumed in the other’s area, to ward off its crisis by provoking it in its rival.
Since official economics vainly attempts to prove that it is possible, with the formulas and canons of commodity production, to arrive at a stable equilibrium on the international market, and even maintains that crises will cease precisely insofar as civilized capitalist organization has extended everywhere, Marx must descend to discuss in abstract the laws of a fictitious single country of fully developed capitalism, which has no foreign trade, and demonstrate that it “must collapse.” It is all too clear that where the aforementioned relations between two closed economies arise, they are an element not of pacification but of upheaval, and the thesis opposing us is, a fortiori, lost. Our theoretical embarrassments would have been serious only if, in the first 50 years of the current century, we had continued to swim in economic and political milk and honey, with treaties of trade liberalization and neutrality and disarmament: instead, the world being a hundred times more capitalist has become a hundred times more shaken in every sense.
As usual, to show who is not changing the facts: note to paragraph 1 of Chapter 22 of Capital, Volume I. “Here, we abstract from foreign trade, by means of which a nation can convert luxury articles into means of production or subsistence necessities and vice versa. To conceive the object of the research in its purity, one must consider the commercial world as a single nation and assume that capitalist production has been established everywhere and has taken over all branches of industry.”
From the very beginning, the entire cycle of Marx’s work, in which (as we always assert) theory and program are at every stroke inseparable, tends to conclude at the stages where the contradictions of the first capitalist centers spill over onto the international plane. The demonstration that a pact of economic peace between social classes in a country is impossible as a definitive solution, and regressive as a contingent solution, fully parallels the similar demonstration regarding the illusory pact of peace between States.
It was repeatedly mentioned that Marx, in the preface to “A Contribution to a Critique of Political Economy” of 1859, sketches this order of topics: capital, landed property, wage labor, State, international trade, world market. Marx says that under the first headings, he examines the conditions of existence of the three great classes into which present bourgeois society is divided, and adds that the unifying feature among the subsequent three headings “is obvious to all.”
When Marx begins the drafting of Capital, the first part of which absorbs the material of the Critique, the plan deepens on one hand and seems to narrow on the other. In the preface to the first volume, on the Process of Production of Capital, Marx announces that the second will deal with the Process of Circulation of Capital (simple and expanded reproduction of capital invested in production), and the third with the “Process of Capitalist Production as a Whole.” Aside from the fourth, on the history of the theory of value, of which there are materials already from the Critique, the third volume indeed tackles the description of the process as a whole, studies the division of surplus value among the profits of industrial capitalists, landed proprietors, and bank capital, and closes with the “fragmented” chapter on “Classes.” The drafting evidently had to develop along the problem of the State and the international market, for which other decisive texts of Marxism, both prior and later, provide.
Markets and Empires
In both the Manifesto and the first volume of Capital, as is well known, of primary importance are references to the formation in the 15th century, after the geographical discoveries, of the transoceanic market, as a fundamental datum of capitalist accumulation, along with the commercial wars among Portugal, Spain, Holland, France, and England.
At the time of the polemical and “combative” description of typical capitalism, it is the British Empire that dominates the world scene. Engels and Marx dedicate to this and its domestic economy the utmost attention. But this economy is liberalism in theory, imperialism and world monopoly in reality; and as early as 1885, at least, Lenin, in Imperialism, refers in this regard to the preface that Engels appended in 1892 to a new edition of his study “The Condition of the Working Class in England” from 1844. Engels refuses to erase from that youthful work the prophecy of the proletarian revolution in England. He finds it more important to have foreseen that England would lose its industrial monopoly in the world; and he was a thousand times right. If monopolism, according to the passages that Lenin cites, served to lull the English proletariat, the first one formed in the world with sharp class contours, the end of the British monopoly has sown the seeds of class struggle and revolution throughout the entire world; clear that it will take more time than in the fictitious “entirely capitalist single country,” but for us, the revolutionary solution is already anticipated in doctrine, and the ways and reasons for its “postponement” confirm it. It will come.
We quote a passage different from the one Lenin cites, from that text: “The theory of free trade had at bottom an assumption: that England was to become the sole great industrial center of an agricultural world, and the facts have completely disproved this assumption. The conditions of modern industry can be reproduced wherever there is fuel, especially coal, and other countries possess it: France, Belgium, Germany, Russia, America… (the new physical forms of energy today only reinforce this deduction). They began to manufacture not only for themselves but for the rest of the world, and the consequence is that the industrial monopoly that England possessed for almost a century is today irremediably broken.”
A paradox perhaps? We have been able to refute the comedy of free capitalism through the analysis of a contingent case, only because it was the most scandalous case in history, of a world monopoly. Laissez-faire, laissez-passer, but keep the navy armed, greater than the sum of all the others, ready to prevent any Napoleons from escaping their Saint Helenas…
In the previous installment, we cited a passage from Marx’s third volume, which, in a new synthesis of the characteristics of capitalism, closes with the clause: Formation of the world market. It would not be amiss to give another powerful glimpse.
“The true limit of capitalist production is capital itself. The fact that capital, with its own valorization, appears as the beginning and end, as the cause and aim of production, that production is nothing but production for capital, and that, on the contrary (attention! now the program! the program of socialist society!), the means of production are not merely means for an ever more extended development of the life process for the society of producers. The limits within which alone the preservation and valorization of capital-value, based on the expropriation and impoverishment of the great mass of producers, are thus in perpetual conflict with the methods of production that capital must employ to achieve its aim and which pursue the unlimited increase of production (Moscow, are you listening?); they assign to production as its aim production itself (Kremlin, are you on the line?) and have in view the absolute development of the social productivity of labor. This means – the unreserved development of the social productive forces – enters into permanent conflict with the reduced aim, the valorization of existing capital. If the capitalist mode of production is thus a historical means of developing the material productive forces and of creating the corresponding world market, it is at the same time a permanent contradiction between this historical mission and the corresponding conditions of social production.”
Once again, it remains reaffirmed that Russian “economic policy” does indeed develop material productive forces, does indeed extend the world market, but it does so in the capitalist forms of production, constituting indeed a useful historical means, as was the invasion of industrial economy to the detriment of the starving Scots and Irish or among the Indians of the Far West, but remaining fully within the inexorable jaws of the contradictions that bind capitalism, which enhances social labor yes, but by starving and tyrannizing the society of workers.
From every side, then, the world market, which Stalin has discussed, is the point of arrival. It has never been “unique” except in the abstract and could only be so in that hypothetical country of total and chemically pure capitalism, against which we have erected the mathematical demonstration of unfeasibility, such that if it were to come into being, it would soon shatter like certain atoms and crystals that can live only a fraction of a second. Thus, with the dream of a single sterling market fallen, Lenin provides the masterful description of the colonial and semi-colonial partitioning of the world among five or six imperialist State monsters on the eve of the First World War. This did not lead to a system of equilibrium but to a new distorted partitioning, and even Stalin admits this, recognizing that in the second war, Germany, having escaped “slavery” and “taking the path of autonomous development,” rightly directed its forces against the Anglo-Franco-American bloc. How then this reconciles with all the blatant propaganda about the non-imperialist but “democratic” war of such a bloc for so many years, up to the current uproars in the latest municipal councils for the pardon of the criminal Kesselring, is something that woe betide if comrade Jonov Doevsky dared to ask!
A new partition then, and a new source of war. But before moving on to Stalin’s judgment on the partition that followed the Second World War, we can’t resist presenting another of Lenin’s statements from Imperialism, particularly dedicated to our recent dialogue on the economic aspect. Lenin mocks a German economist, Liefmann, who, to sing the praises of imperialism, wrote: Trade is the industrial activity directed towards collecting, storing, and making goods available. Lenin delivers a blow that strikes far beyond Liefmann himself: “It follows that trade already existed among primitive men, who did not yet even know exchange, and that it will continue to exist even in socialist society!”. The exclamation mark, of course, is Lenin’s. Moscow, what do you have to say for yourself?
Parallel or Meridian
According to Stalin’s writing, the economic effect of the Second World War, more than putting out of action two major industrial and producing countries in search of markets, like Germany and Japan, neglecting Italy, was to split the world market in two. Initially, the expression “disintegration of the world market” is used, then it is specified that the single world market has split into two “parallel world markets, opposed to each other.” Which are the two camps are clear: on one side, the United States, England, France, with all the countries that have entered into orbit first of the Marshall Plan for European reconstruction, then of the Atlantic Plan for European and Western defense, or rather, for rearmament; on the other side, Russia, which, “subjected to a bloc together with the people’s democracies and China,” has formed with them a new and separate market area. The fact is geographically defined, but the formula is not very felicitous (save for the usual faults of the translators). Granted for a moment that on the eve of the Second World War there was a true single world market, accessible in every marketplace to products from any country, this does not break into “two world markets”, rather, the world market ceases to exist, and in its place are two international markets, separated by a strict curtain through which (in theory, and according to official customs, which nowadays know little) no passage of goods and currencies occurs. These two markets are opposed but “parallel.” This amounts to admitting that the domestic economies of the two great areas into which the earth’s surface has split are “parallel,” that is, of the same historical type, and this coincides with our doctrinal presentation and contradicts what Stalin’s writing intends to establish. In both camps, there are markets, therefore, a mercantile economy, hence a capitalist economy. Thus, the expression “parallel markets” may be acceptable, but we must firmly reject the definition that states the West has a capitalist market and the East a socialist market, a contradiction in terms.
This point of arrival of the two “semi-world” markets, divided roughly, at least regarding the more advanced part of the inhabited human territory, but not according to a parallel but according to the meridian of defeated Berlin, leads to a remarkable consequence in Stalin’s writing, especially if compared to the failed hypothesis of a single world market entirely controlled by a federation of States that emerged victorious from the war or controlled by the Western bloc alone with its center of gravity in the United States. The consequence is that “the sphere of application of the forces of the main capitalist countries (United States, England, France) to world resources will not expand but shrink; that the conditions of the world (we would say: foreign) market for these countries will worsen, and the contraction of production for their enterprises will be accentuated. This constitutes precisely the deepening of the general crisis of the world capitalist system.”
This has stuck a chord: while various puppets like Ehremburg or Nenni are sent around to promote “peaceful coexistence” and “emulation” between two parallel economic spheres, from Moscow it is stated that they still expect the Western sphere to collapse due to a crisis of drowning in too many useless products that cannot be sold (nor even given away, chaining recipients with century-long debts), and against which frenzied rearmament or wars in Korea and other imperialist brigandage fields are insufficient reactions.
If this has shaken the bourgeois, it is not enough to excite us Marxists. We must ask what such a process will determine in the “parallel” camp mentioned above; and with the official text, we have demonstrated the identical necessity to produce more and to offload products abroad. And we must then, as usual, draw the decisive conclusions from the rise of the historical current and the contradiction between this posthumous attempt to put the revolutionary vision of Marx-Lenin back on its feet: accumulation, overproduction, crisis, war, revolution! And the indelible historical and political positions assumed over a long course, which are persistently assumed in that mined West, in ruthless contradiction to every development of class pressure and revolutionary preparation of the masses.
Classes and States
Before the First World War, the clash is between two perspectives. The inevitable struggle for markets, which will provoke the war and the resumption of imperialist tension after the war, whoever wins it, up until the class revolution or the new universal conflict, constitutes Lenin’s perspective. The opposing one, of the traitors to the working class and the International, says instead that if the aggressor State (Germany) is crushed, the world will return to being civilized and peaceful, open to “social conquests.” To different perspectives, different consequences: the traitors invoke national union of the classes; Lenin invokes class defeatism within each nation.
The conflict had been postponed until 1914 insofar as the world market was still in “formation” in the Marxist sense. The basic concept of the formation of the world market, as we showed regarding capitalist mercantilism, is based on the “dissolution” – into the unique economic magma of the production, transport, and sale of products – of the restricted “spheres of life” and “circles of influence” proper to pre-capitalism, within which production and consumption occur within a local, autarkic economy, like that of aristocratic jurisdictions and Asiatic lordships. As long as these “fusions” of oil spots in the general solvent occur, both internally and externally, capitalism maintains the rhythm of its “geometric” swelling without bursting. That is not to say that islands enter into a single universal market without barriers: protectionism is very ancient for national areas, and the foreign markets, discovered by navigators, each nation tends to monopolize, with concessions from sovereigns and local sultans, with trading companies like the Dutch, Portuguese, and English ones, with the protection of State fleets, and initially even of pirate ships, of “partisan” raiders of the sea.
However, in Lenin’s description, not only are we near the saturation of the world, but the last arrivals are cramped in their areas of outlet; hence the war.
Second World War. The resurgence of Germany as a large industrial country is attributed by Stalin to the desire of Western powers to arm an aggressor against Russia. In truth, the primary causes were the non-devastation militarily of German territory and its non-occupation after the armistice. Stalin’s own development ends up admitting that imperialist and economic causes prevailed over “political” or “ideological” ones in determining the second conflict, from the moment Germany threw itself against the Westerners and not Russia. Thus, it remains established that the 1939 war and subsequent years were imperialist. Hence, the two perspectives were renewed: either toward new wars, whoever won, or toward revolution if the war was met not with solidarity between classes but with class confrontation – and opposed to this was the bourgeois perspective identical to that of the first war: everything depends on defeating criminal Germany; once achieved, we will sail toward pacifism, general disarmament, and liberty and well-being for all peoples.
Today, Stalin shows that he is for the first perspective, the Leninist one, by bringing forward again the imperialist explanation of the war and the struggle for markets; but it is too late for those who yesterday threw all the potential of the international movement onto the other perspective: the struggle for freedom against fascism and Nazism. That the two perspectives are incompatible is today admitted, but then why continue to steer the (now ruined) movement onto the track of the liberal, progressive, and petty-bourgeois version, onto that of the “war for ideals”?
Perhaps in order to prepare for a good political play in the new war, to be presented as a struggle between the capitalist ideal of the West and the socialist one of the East, and in the blatant contest of the politicking gangs on both sides, each hoping to drown the other in the fierce accusation of “fascism”?
Well, the interesting thing in Joseph Stalin’s writing is that he says: no.
Unshaken by the historic responsibility of having, in the Second World War, broken Lenin’s theory on the inevitability of wars between capitalist countries and with the only way out of it being class revolution, and worse still, of having broken the sole political directive consequent to that theory, by ordering communists, first in Germany then in France, England, and America, to make social peace with their bourgeois State and government, the head of today’s Russia halts the comrades who believe in the necessity of an armed clash between the “socialist” world, or semi-world, and the “capitalist” one. But instead of deflecting such a prophecy with the overused doctrine of pacifism, emulation, and coexistence between the two worlds, he says that it is only “in theory” that the contrast between Russia and the West is deeper than what can or may arise between one capitalist State and another in the West.
One can well, on the part of true Marxists, admit all the predictions about conflicts within the Atlantic group and the resurgence of autonomous and strong capitalisms in defeated countries like Germany and Japan. But Stalin’s point of arrival must be well analyzed, in the formulation in which we see invoked by analogy the aforementioned situation of the outbreak of the Second World War: “the struggle of capitalist countries for markets and the desire to drown their competitors proved, in practice, stronger than the contrasts between the capitalist camp and the socialist camp.”
What socialist camp? If, as demonstrated in your own words, your camp (which you label socialist) produces commodities for export at a pace you aim to maximize, is this not the same “struggle for markets” and the same “struggle to drown (or not be drowned by, which is the same) your competitor”? And in war, won’t you also be able or be compelled to enter as producers of commodities, which in Marxist language, means as capitalists?
The only difference between you Russians and the others is that those fully developed industrial countries are already beyond the alternative of “internal colonization” of surviving pre-mercantile islands, while you are still deeply engaged in that field. But only one consequence follows: given that war inevitably comes, those in the West will have more weapons, and after pressing you more and more on the terrain of market competition (having accepted exchanges of products and currencies, as long as you remain on the terrain of emulation you will have no other way than that of low costs, low wages, and the insane labor efforts of the Russian proletariat), they will defeat you on the military front.
How to avoid this, to prevent an American victory (which is also for us the worst of all evils)? Stalin’s formula is clever but is the best suited to continue the revolutionary sedation of the proletariat and to render to Atlantic imperialism the highest service. One avoids declaring to it the famous “holy war”, which would mean putting oneself in an unfavorable light in the idiotic world discussion about the aggressor, and falls back on an adulterated “determinism.” But even so, one does not return – and it would be historically impossible! – to the plane of class struggle and class war.
Stalinist language is equivocal. War, Lenin said, will come between capitalist States. What will we do? Will we shout, as he did, to the workers of all countries in both camps: class war, reversal of the rifle? Never again! We will make the same elegant maneuver of the Second World War. We will side with one of the camps, say with France and England against the United States. Thus, we will break the front; the day will come when, throwing ourselves against the last one remaining, even if a former ally, we will take him out too.
In the dark corridors, so much is peddled to the last naive proletarians not yet brought into line, by even worse means.
War or Peace
But then, many have asked the supreme leader, if we believe once again in the inevitable war, what to do with the vast machine we assembled for the pacifist campaign?
The answer reduces the possibilities of pacifist agitation to quite meagre proportions. It may postpone or defer some particular war, it may change a warmongering government into a pacifist one (and then, will the appetite for markets change or not, ten times put forth as the primary fact?). But war will remain inevitable. If in a certain area the struggle for peace develops, from a democratic and not a class movement, into a struggle for socialism, then it will no longer be a matter of ensuring peace (an impossible thing) but of overthrowing capitalism. And what will Fatty Nitti say? What will the hundred thousand fools who believe in international peace and domestic social peace say?
To eliminate wars and their inevitability, such is the conclusion, it is necessary to destroy imperialism.
Good! And so, how do we destroy imperialism?
“The present movement to maintain peace differs from the movement we carried out during the First World War to transform the imperialist war into civil war, as the latter movement went further and pursued socialist ends.” Very clear: Lenin’s directive was for social civil war, that is, of the proletariat against the bourgeoisie.
But in the Second World War, you already discarded social war and developed either national “collaboration” or “partisan” war, that is, not social war but rather the war of the advocates of one bourgeois and capitalist camp against the other.
So, will we take imperialism by the horn of peace or war? If one day imperialism and capitalism fall, will it be in peace or in war? In peace, you say: do not mock the U.S.S.R., and we act in the full legalitarian way; thus, no fall of capitalism. In war, you say: it is no longer the case of civil war everywhere as in the First World War, but the proletarians will follow the directive of looking at which capitalist camp we will side with, using our State and military apparatus from Moscow. This is how, country by country, the class struggle is smothered in mud.
There is no doubt that high capitalism, whatever the parliamentary and journalistic claptrap, well understands that Stalin’s “card” is not a declaration of war but a life insurance policy.
Jus Primae Noctis
After describing the great work accomplished by the Russian government in the technical and economic field, Stalin said, at least in the first reports: we found ourselves facing a “virgin terrain” and had to create new forms of economy from the ground up. This task, unprecedented in history, has been honorably completed.
Well, it’s true: you found yourselves before a virgin terrain. It was your fortune and the misfortune of the proletarian revolution outside Russia. The force of a revolution, whatever it may be historically, proceeds with all its vigor when it has to deal only with obstacles of a wild and fierce but virgin terrain.
But in the years when, after the conquest of power in the immense empire of the Tsars, the delegates of the red proletariat from around the world came to the Throne Halls resplendent with baroque gold, and it was a matter of marking out the lines of the revolution that was to overthrow the bourgeois imperial fortresses of the West, something fundamental was said in vain; and not even Vladimir understood. To this is due the fact that, even if the balance sheet of the great dams, the great power plants, and the colonization of immense steppes closes with honor, that of the revolution in the capitalist world of the West has closed not only dishonorably, which would be little, but with a disaster irreparable for long decades.
What was said to you in vain is that in the bourgeois world, in the world of Christian parliamentary and mercantile civilization, the Revolution found itself facing a whorish terrain.
You have allowed it to defile and perish.
Even from this sinister experience, She will be reborn.