Santa Russia di Stalin
Un argomento tradizionale della politica degli Zar era il presentare la Russia, ancora al di qua del capitalismo, come il baluardo della difesa della religione contro le dottrine « materialiste » in voga nell’Occidente. In pratica, ad ogni pogroom di ebrei e di socialisti, agli sbirri della polizia imperiale, ai Cento Neri, ai reazionari di tutte le risme, si associavano le inquadrature ecclesiastiche, sicchè la Chiesa Ortodossa era divenuta simbolo di reazione e di sanguinosa repressione. Bene doveva la Rivoluzione leninista d’Ottobre vibrare colpi giustizieri al corrotto clero zarista e gettare le premesse sociali della soppressione della superstizione religiosa, « oppio dei popoli ».
Oggi, sotto i sogghigni sarcastici di Peppe Stalin, la Chiesa Ortodossa è risalita ad istituzione di Stato e strumento di governo, nonostante le ipocrite discriminazioni, di sapore liberaloide, tra Chiesa e Stato contenute nella staliniana Costituzione. Ormai, Mosca gareggia per i grattacieli e gli alberghi di super-lusso con New York, e per i conventi e le chiese con Roma. Non passano quindici giorni che gruppi e gruppetti di ecclesiastici non facciano pellegrinaggio alla capitale del « Paese del socialismo ». Che è un socialismo bigotto, all’acqua santa.
L’ultima notizia in proposito la fornisce la solita Unità (2-11-52): «Tre vescovi a Mosca (titolo). Si annuncia che verso la fine di questo mese, il dott. Otto Dibelius, vescovo di Berlino e capo di tutte le Chiese protestanti di Germania, si recherà a Mosca, dietro invito della Chiesa Ortodossa russa. Egli sarà accompagnato dal Vescovo di Hannover (Germania Occidentale) e dal vescovo di Dresda, nella Germania democratica ».
Ma voi avrete capito subito che altra cosa era la Chiesa ortodossa sotto gli zar, altra cosa sotto il governo di Stalin. Non occorre frugare nell’« opera omnia » di Nenni, in cui certamente dovrà esistere, per trovare la definizione della immancabile distinzione. E’ tanto difficile? I patriarchi e i popi degli zar servivano l’aristocrazia terriera, quegli stipendiati dalle casse dello Stato « socialista » servono il popolo. Come se la religione potesse servire per altri che non siano le masse incolte, il « popolo ». Cioè, a far fesso il popolo con le vomitorie storie sull’al di là e sul tribunale celeste d’oltretomba. Allora deve concludersi, ammesso sia vero quanto dice la propaganda cominformista, che la « nuova società » sovietica ha conquistato tutto, tranne il diritto a non essere fessamente credente e praticante…
La cosiddetta crisi dell’ONU
Sono straordinari i nostri giornali: ci son volute le dimissioni di Trygve Lie e il suicidio di un alto funzionario perche si accorgessero che l’ONU è in crisi. Vivaddio, si può sapere quando mai il mastodonte non è stato in crisi?
Nella misura in cui il gran palazzo di cristallo cresceva, le nazioni « unite » si disunivano. E, prima ancora, quando l’« unità » regnava, che cos’era quella famiglia di nazioni unite se non la troupe di marionette dei due Grandi più grandi? E, quando ancora questi si spartivano da alleati la torta del mondo post-bellico, che cos’erano se non que briganti preoccupati di fregarsi a vicenda nella divisione delle rispettive aree di dominazione?
L’organizzazione dell’ONU era una finzione sin dal nascere, una gigantesca balla necessaria per mantenere di fronte agli abitanti del pianeta la faccia della « liberazione dai mostri imperiali dell’Asse ». Poi sono venuti i blocchi, i nuovi patti d’acciaio, le guerre locali: poteva l’ONU, in regime capitalista, essere qualche cos’altro dalla Lega delle Nazioni?
Solo gli organismi viventi rono suscettibili di crisi: i nati morti hanno la loro bara di cristallo.
Democrazia regime di succhioni
Sia lodato domineddio, i quattro partiti del centro hanno firmato (sempre che i socialdemocratici non ne approfittino per convocare l’ennesimo congresso straordinario) l’accordo per la divisione dei seggi e per una comune politica elettorale nella prossima giostra schedaiola. Lo hanno firmato, si noti bene, con una dichiarazione di principio che potrebbe servir di piattaforma anche al blocco Nenni – Togliatti: libertà, indipendenza nazionale, giustizia sociale, e via discorrendo.
IL risultato è chiaro: i quattro saranno un corpo unico con facce diverse; collegati nazionalmente nelle elezioni, si preparano a collegarsi domani al Governo; si distribuiscono oggi i posti in Parlamento e in Senato, forse si sono già divisi i portafogli del ministero avvenire. E, uniti e divisi, continueranno ad allungare i loro tentacoli da succhioni sullo Stato, sui Comuni, sulle provincie, sugli enti pubblici e privati: insomma, sulle mille fette della torta nazionale.
L’opposizione grida allo scandalo. Ingenue verginelle della democrazia, quando mai il regime democratico è stato qualcosa di diverso da un regime centralizzato di sanguisughe? Non andiamo tanto lontano; la repubblica italiana è nata dai C.L.N.; il regime dei C.L.N. da un accordo fra partiti che, dai comitati superiori fino ai comitatini di base, assegnò posti, cariche, prebende, seggiolini, secondo un’incontrollabile giustizia «distributiva». Nessuna «consultazione elettorale» aveva preceduti questi accordi: essi nascevano sotto la benedizione degli eserciti «liberatori», e la guerra non finì prima che il gioco dei mercanteggiamenti fra partiti fosse concluso. Insieme con la «libertà», ci furono elargiti, già bell’e pronti, i nuovi governanti, un corpo solo con una decina di teste.
Finì il C.L.N. ; vennero esarchia e tripartito. La torta fu divisa fra meno partecipanti, ma il metodo, superata la prova, rimase lo stesso. Ogni partito si ebbe, insieme con un ministero (anzi ― ma che termine ben trovato! ― con un portafoglio) una riserva di caccia, un orticello da dare in subaffitto alle sue clientele, una miniera da cui estrarre le materie prime per le future campagne elettorali: Non solo, ma se l’organismo statale non era divisibile in parti (per esempio l’I.R.I.), i direttori di orchestra si dividevano presidenza, sottopresidenza, consiglio di amministrazione. Fu consultato il famoso «popolo»? Nemmeno per sogno.
Finì il tripartito, non perché programmi politici inconciliabili si contrapponessero, ma perché gli alleati della seconda guerra mondiale si erano dati l’addio. E, nell’opposizione, rimase il bruciore di aver perduto una quoto parte del diritto di succhiare il «popolo italiano». Non l’hanno perduta tutta, state tranquilli: i partiti di centro sanno troppo bene che, domani, potrebbero ― Russia e America volendo ―, ritrovarsi al governo insieme con gli oppositori di oggi e alleati di ieri. Da mangiare c’è ancora per tutto: se non altro, alla greppia di Montecitorio e di Palazzo Madama.
Vista sotto questa luce, davvero non si capisce in che cosa la democrazia si differenzi dal fascismo. Succhione quello, succhiona questa; e, in più di un caso, il succhionismo è cresciuto in ragione diretta del maggior numero di aspiranti alla greppia.
Non si dica, dunque: i partiti di centro hanno tradito la democrazia. No; le sono stati fedeli. Hanno tradotto in un accordo fra partiti quella che è la essenza di ogni regime democratico che si rispetti: un’organizzazione centralizzata nella sostanza e variopinta nella forma, per la conservazione ed il potenziamento dell’organizzazione capitalistica dello sfruttamento umano.
Timone ad ovest in Jugoslavia
Notizie incomplete e frammentarie sono finora giunte da Zagabria, dove il Partito al potere in Jugoslavia ha tenuto recentemente le sue «assise supreme». Ma sono notizie sufficienti a disegnare l’evoluzione in atto in quel regime.
L’abbiamo detto fin dallo scoppio della «bomba» della condanna cominformista di Tito: non è questo un regime proletario; è un regime di industrialismo statale temperato, una filiazioni staliniana resasi indipendente dallo stalinismo. Abbiamo seguito successivamente il processo di sempre più marcato avvicinamento della Jugoslavia all’Occidente, il processo di erosione esercitato dal dollaro in questo ex-pilastro del blocco orientale. Ora siamo un passo avanti.
Balzano subito agli occhi i tratti tipici di questa ulteriore evoluzione. Nel campo statale si è proceduto ad un inizio di decentramento: nel campo aziendale, si è data forma giuridica al principio che ogni azienda si amministra da sé, sotto il controllo degli operai. Questi due provvedimenti sono stati presentati come aspetti di una «lotta contro la burocratizzazione» destinata a fare andare in brodo a giuggiole chi vede nello stalinismo e sottoprodotti la sovrapposizione di una burocrazia parassitaria al corpo di un’economia socialista; in realtà, non erano se non aspetti di un graduale allentamento della centralizzazione statale, di una democratizzazione del regime autoritario. Oggi si va più oltre: il Partito «comunista» di Tito proclama la propria autrasformazione in un organismo di educazione politica, con puri compiti di «illuminazione delle coscienze» e di orientamento ideologico della politica generale dello Stato: il Fronte popolare diventa «Unione dei socialisti» e pone la sua candidatura all’Internazionale socialista, padrini di battesimo Bevan e C.
Poco importa che questi provvedimenti si realizzino o meno: essi esprimono una realtà di fatto – l’inserimento jugoslavo, per una via o per l’altra, nel dispositivo imperialistico diretto dall’America, in campo internazionale l’abbandono o quanto meno il rilassamento della centralizzazione e pianificazione al termine di un avvenuto processo d’incremento delle capacità produttive, soprattutto industriali, del Paese in campo nazionale. Riassestata su nuove basi l’economia capitalistica jugoslava, gli accentratori passano a una politica di decentramento, tolgono le briglie alle forze sociali finora rigidamente inquadrate nelle strutture burocratiche del regime. Le due evoluzioni sono parallele, internamente ed internazionalmente Tito si affianca, come riserva demagogica ed estremista , ai Bevan e consorti del blocco atlantico.
Non siamo all’ultimo gradino: ma ci arriveremo.
All'insegna della liberazione
La prima bomba H è scoppiata a Eniwetok. Decisamente, il secolo del progresso non è ancora finito: marcia, anzi, con gli stivali delle sette leghe. Una bomba a idrogeno da 10 kg, vale in potenza ottocento «atomiche di Hiroshima»: una sola basterebbe a distruggere Londra.
Un solo neo, in questo magnifico progresso: la H non potrà sostituire di colpo l’atomica; dovremmo aspettare ancora qualche anno per averla. Di più l’atomica continuerà ad essere necessaria in funzione di miccia: come dire di zolfanello.
Non vorranno, gli scienziati atomici, lasciarci troppo tempo a bocca asciutta, speriamo; altrimenti chi crederà più all’indefinito progresso di cui il capitalismo ci aveva dato prove così eloquenti?
"Glorie Italiche" REDIPUGLIA
Abbiamo cercato invano, nei giornali che si autodefiniscono del proletariato e socialisti della linea di Marx e di Lenin, le preziose ammissioni sulla prima guerra mondiale, che abbiamo letto invece, il 4 novembre, su un giornale arciborghese: Il Mattino edito a Napoli. Eccole, testualmente riprodotte:
«Diremo noi, che tutti i morti di Redipuglia furono necessari – oh, l’orribile parola! – ai fini della guerra? No; non lo diremo. Oggi, un po’ per l’allontanarsi degli avvenimenti nel tempo che tutto attenua e scolora, un po’ per la volontà di fare risaltare il contrasto tra le due guerre, quella del 1915 e quella del 1940, si tende a presentare la prima, quella del 1915, come una guerra preparata sapientemente e condotta con alta sapienza strategica. La verità è, peraltro, diversa. Anche in quella guerra, l’Italia entrò con una preparazione arretrata ed insufficiente; anche in quella guerra l’Italia entrò con una grande spaventosa scarsità di mezzi bellici (si ricordino gli uomini mandati, e proprio sul Carso, a tagliare i reticolati con le pinze tagliafili); e anche in quella guerra – siamo franchi fino all’ultimo – l’Italia entrò con una strabocchevole dovizia di generali inetti e incapaci, e con un Comando Supremo senza dubbio inadeguato al compito altissimo. E perciò, le divisioni italiane furono mandate troppo spesso all’assalto «tanto per fare», senza un piano lungimirante; e perciò le perdite italiane furono molto più forti di quelle che avrebbero potuto essere, sia pur computando il fatto che gli italiani erano quasi sempre all’offensiva; e perciò a Redipuglia giacciono assai più morti di quanti non ne chiedessero le dure necessità tattiche e strategiche inerenti alla guerra offensiva intrapresa».
Nell’immediato dopoguerra, negli anni dal 1919-20, i servi e le prostitute della borghesia italiana, annidati nelle redazioni e nei confessionali, benedicevano le rivoltellate sparate dalla canaglia fascista agli operai rivoluzionari che rinfacciavano allo Stato maggiore savoiardo le stesse medesime furfantesche incapacità, che, ironia del politicantismo, leggiamo oggi nella prosa «franca» del direttore del Mattino, Giovanni Ansaldo. Allora non era buon affare per la stampa borghese dire corna della preparazione militare e dell’operettistico Comando Supremo dei Cadorna e dei Diaz; anzi si pagavano i teppisti fascisti perché facessero tacere, col fuoco e il saccheggio, la stampa «sovversiva», cioè comunista la quale, sulla linea leninista del disfattismo rivoluzionario (non del pacifismo eunuco, o porci picassiani!) e fustigando le vigliaccherie riformiste dei socialdemocratici, conduceva aperto assalto alle menzogne retoriche del combattentismo. Oggi, avendo da giustificare una guerra ignominiosamente perduta, la borghesia dominante può impunemente (specialmente coloro che del fascismo furono come Ansaldo, i propagandisti professionali, lo possono), ammettere che la seconda carneficina fu condotta con metodi e preparazione non peggiori della precedente. L’insipienza arrogante dell’ufficialato è dunque un dato eterno dell’esperienza bellica dello Stato di Roma ?! Meno male che siano a riconoscerlo gli stessi borghesi, anche se lo scopo delle mezze confessioni va ricercato nella incessante fatica di rendere produttive menzogne grandi. Poco importa quali conclusioni traeva Ansaldo alla chiusura dell’articolo. Le solite speculazioni sul patriottismo, l’unione nazionale ecc. Quel che importa è di vedere ciò che scriveva l’ Unitàsulla stesso argomento.
Verso la fine dell’articolo di fonda intitolato «4 novembre» era scritto:
«Già due anni or sono il compagno Togliatti ammoniva: «il nostro esercito aveva raccolto nella guerra del 1915-18, un suo onore, una sua gloria militare. Aveva saputo resistere, sopportare duri attacchi e anche sconfitte, riprendersi, vincere. Questo era un patrimonio che in qualsiasi modo si fosse giudicata questa guerra, era comune a tutti gli italiani. L’onore militare del proprio paese è un bene di tutti i cittadini».»
Siano dunque arrivati a questo, che a svergognare se stessi ci pensano gli stessi uomini della borghesia. Dobbiamo leggere la prosa di un Ansaldo per scoprire, ammesso che non l’avessimo scoperto da trent’anni, quali vergogne e sozzure si nascondano dietro la retorica dell’onore militare che Togliatti definisce «un bene di tutti i cittadini»! I giornali, come l’Unità e L’Avanti che, a tempo perso, si autodefiniscono antiborghesi e socialisti, di tali cose preferiscono non parlare. I generali buoni a nulla mandavano dunque sul Carso le divisioni italiane (cioè migliaia di proletari) all’assalto, senza un piano preciso, ma così, «tanto per fare», siccome dice Ansaldo, erano mandate contro i reticolati armati di pinze?! Ciò a Togliatti, preoccupato di blandire i pregiudizi militareschi dei borghesi, ad arruffianarsi, non importa un fico secco. Ma quando lui e i suoi luogotenenti entrarono, intruppati nell’ultimissima retroguardia, nel Partito Comunista d’Italia nel 1921, forse che esprimevano le stesse infatuazioni patriottarde e nazionaliste di oggi? L’avessero fatto, robusti piedi di proletari li avrebbero messi istantaneamente alla porta, mandandoli ad unirsi al fascista Nenni, al riformista Turati, al democratico Nitti. Ora che i proletari dormono, tutto è possibile…
I servi, si sa, sono sempre più svergognati e feroci dei padroni.
Le delizie del collocamento
Una delle conquiste operaie dell’altro dopoguerra era stata la avocazione ai sindacati di categoria, nell’industria come nell’agricoltura e attraverso appositi uffici, del collocamento della mano d’opera. Distrutta violentemente dal fascismo l’organizzazione sindacale, il collocamento divenne funzione corporativa, legata direttamente allo Stato e quindi subordinata agli interessi della classe dominante.
La democrazia ha ora ereditato, in questo come nel resto, il metodo fascista: l’ufficio di collocamento è passato alle dirette dipendenze del Ministero del Lavoro e quindi svincolato dalla organizzazione sindacale. Di più, questi uffici – specie nelle zone agricole – sono, agli effetti del collocamento, svuotati di ogni funzione reale e ridotti a compiti statistici, mentre l’operaio che cerca lavoro deve rivolgersi perlopiù o ad agenzie di collocamento a struttura commerciale o direttamente agli agenti fiduciari del datore di lavoro, e ripetere l’antica trafila delle operazioni di compravendita della forza-lavoro.
La classe dominante ha così raggiunto due obbiettivi: ribadire il sistema fascista dell’ufficio statale – non sindacale – di collocamento; ristabilire, sotto la copertura di questo sistema, la situazione per 1919; e l’operaio che ha il sommo bene di vivere in regime ultrademocratico è, come trentacinque anni fa, alla mercé degli ingaggiatori privati di carne umana. Altro esempio di democrazia progressiva.
Il gigantesco affare della televisione italiana
Noi continueremo ad avere le idee che abbiamo sulla Patria e sulla Nazione, anche se l’Italia fosse, invece di quella che è, la più potente e ricca delle nazioni. Contrariamente a quanto fanno i patrioti delle patrie proprie o altrui, continueremo a combattere, per quanto è possibile, le ideologie del nazionalismo, del razzismo, ecc., che sono appunto basate sulla superiorità presunta o reale di uno Stato nei riguardi degli altri. Ma, ciononostante, ci ha fatto una certa impressione l’apprendere dal Tempo che, in quanto a televisione, l’Italia sta al primo posto in Europa. Nientemeno! Già, la poverella Italia, ricca solo di disoccupati affamati e di catapecchie, la sopravanza sulle ricchissime in beni e denaro Belgio, Svizzera, Svezia, Norvegia, Germania (ove solo ora sono in allestimento le stazioni di Amburgo e di Bonn) non solo, ma si lascia indietro persino la Francia e l’Inghilterra. La superiorità della televisione italiana, che si trova ancora alla fase sperimentale, si appaleserebbe sia sul piano tecnico che su quello organizzativo ed artistico. Bene, bene. Sicché, subito dopo gli Stati Uniti, con le loro mastodontiche cifre di 17 milioni di apparecchi televisivi e una quantità di stazioni trasmittenti, viene dunque, almeno nel mondo occidentale, la repubblica d’Italia.
Oggi funzionano due sole stazioni trasmittenti, a Torino e a Milano, che sono collegate da un «ponte». Entro l’anno venturo esse saranno collegate, mediante altri «ponti», con la rete delle stazioni della pianure padana, della Liguria e dell’Italia centrale fino a Roma. Solo dopo il 1954, i cafoni dell’Italia meridionale e delle isole saranno ammessi, in omaggio alla ricostruzione del Mezzogiorno, agli spettacoli televisivi. Avremo dunque il cinema in casa, come se non fosse già troppo il cinema che andiamo a vedere fuori…
Ma mentre l’industria italiana è molto progredita come appare dai prototipi di apparecchi televisivi, che, secondo il Tempo, sono «veramente ottimi», una grossa questione economica oppone i dirigenti della R.A.I. (che è la concessionaria dei servizi di televisione) e gli industriali della radio. Si tratta di far aumentare il numero degli utenti, che al presente sono ben pochi e neppure schedati, allorché la televisione uscirà, almeno per il Nord, dalla fase sperimentale. La divergenza tra l’ente concessionario e i fabbricanti sindacati nella A.N.I.E (Associazione nazionale Industriali Elettronici) sembra insolubile, ma è destinata a risolversi con l’intervento delle casse statali. Infatti la R.A.I. sostiene che il servizio di televisione non si può ancora estendere perché le Case produttrici di apparecchi televisivi non ne offrono al mercato un numero sufficiente. Si intende agevolmente che aumentando il numero dei «telespettatori» dovrà aumentare l’introito dei canoni da cui la R.A.I trae i fondi per il finanziamento dei servizi e dei programmi. Dall’altra parte, gli industriali elettronici, allarmati dalla autorizzazione recentemente concessa per la importazione dall’America di 5000 apparecchi, si dichiarano prontissimi a fabbricare un primo lotto di centomila apparecchi, richiesti dai dirigenti della R.A.I., ma chiedono delle garanzie. Quali? Calcolando che ogni apparecchio viene a costare la cifra media di 200.000 lire l’uno, il valore complessivo dei centomila apparecchi in preventivo si aggirerebbe sui 20 miliardi di lire. Se fossero di rapido smercio, gli industriali non starebbero a discutere, ne avrebbero già prodotti. Ma si tratta per loro di immagazzinare una merce che solo durante un periodo più o meno lungo si potrà esitare. Alle corte, gli industriali elettronici chiedono delle sovvenzioni. E chi potrà mollarle se non lo Stato, attraverso la R.A.I.? Siamo sicuri che il paterno Stato di Roma, con la sollecitudine affettuosa verso la grande industria che sempre lo ha distinto, alla fine cesserà graziosamente di farsi pregare ed allenterà i cordoni della borsa.
Significa ciò che tutti i rischi saranno addossati allo Stato, con le cui elargizioni le Case produttrici inizieranno, statene certi, la fabbricazione degli apparecchi televisivi. Agli imprenditori andranno tutti i vantaggi di chi non rischia del proprio e, naturalmente, gli utili. Alla «Nazione» la soddisfazione del primato italiano in televisione…
Di fronte a fenomeni del genere i teorizzatori delle statizzazioni come forma inferiore di socialismo non possono non mostrare di giocare nascondendo l’asso nella manica. Le vie dell’asservimento dello Stato alla fame di profitti del Capitale sono infinite, siccome le vie del Signore. Imprenditori che mettono le mani sulle casse dello Stato come nelle loro tasche, li potete chiamare ancora «proprietari privati»? Essi maneggiano qualcosa che non è, a rigore, proprietà privata, e cioè il cosiddetto pubblico denaro, cioè il denaro appartenente allo Stato. A volte si appropriano, a volte restituiscono in parte o in tutto, i capitali presi in prestito dallo Stato, intascando ogni volta il profitto. Esiste tutta una scala di gradazioni che va, per restare nel caso trattato, dagli industriali della A.N.I.E. che chiedono di operare con prestiti dello Stato, fino ai concessionari, di cui esempio sottomano è appunto la R.A.I., che traggono profitti da capitali appartenenti interamente e inalienabilmente allo Stato.
L’Italia se ha un primato tra le nazioni occidentali esso è da ricercarsi proprio nella stretta soggezione dello Stato al capitale, quello cioè che economisti classicheggianti e sgonfioni cominformisti concordemente definiscono «intervento dello Stato nell’economia», propalando la falsissima concezione della subordinazione degli imprenditori ai funzionari statali. L’Italia è il paradiso degli esperimenti di capitalismo di Stato, che vanno dalla statizzazione integrale alle forme intermedie di sovvenzioni, dei prestiti, delle donazioni a fondo perduto di danaro pubblico alle imprese private. Se fosse vera la equazione statizzazione-socialismo, sarebbe vera un’altra cosa, e cioè che l’Italia fosse… sulla via del socialismo. Più facile sarà ingollare le balle visive che la televisione si appresta ad ammannirci.
Il capitalismo di stato attraversa i secoli Pt.1
Proseguiamo nel lavoro di arricchimento della documentazione di quanto andiamo affermando, su questo foglio e su Prometeo, circa il capitalismo di Stato. Lo scopo del nostro lavoro, poiché non siamo freddi intellettuali immersi in ricerche di archivio in vista di articoli brillanti, riflette i nostri interessi di partito, di parte politica in lotta con avversari e diffamatori. Precisamente tende a stroncare, oggi purtroppo solo sulla carta stampata, le convergenti manovre di confusione ideologica che mirano a presentare le forme di capitalismo di Stato, odiernamente giganteggianti nel mondo borghese, sia come prima fase o fase inferiore del comunismo, sia come « tipo » di eco- nomia « post-capitalista », cioè non più capitalista, ma non ancora socialista. Quello che intendiamo provare, con assiduo lavoro di esposizioni scritte e di riunioni di lavoro, è proprio che il capitalismo di Stato, la gestione statale del capitale, non costituisce affatto un tipo di economia, ma solo un rapporto di produzione, cioè una forma giuridica, che non solo non è esclusiva della fase imperialista del capitalismo, coincidente con gli ultimi decenni dell’800 e tutto il 900 fin qui trascorso, che non solo è dato di fatto comune a tutta quanta la lunga e tormentata storia della borghesia dal Medioevo ad oggi, ma che neppure può considerarsi esclusivo della struttura economica e della dinamica storica propria dell’epoca capitalistica.
Ciò può stupire coloro che sono usi, nonostante si picchino di professare il marxismo, a giudicare le epoche storiche dall’involucro esteriore della contingenza giuridica, per cui il regno del capitalismo viene individuato laddove esiste la tabella « proprietà privata », mentre si affibbia la denominazione di socialista a tutto ciò che a norma di legge risulta « proprietà dello Stato ». Non sorprende chi, come noi, sa che la messa in primo piano dello Stato come apparato di difesa e di favoreggiamento delle accumulazioni capitalistiche, ricorre necessariamente nei cruciali momenti storici in cui la classe borghese è costretta a scontrarsi a corpo a corpo con le forze sociali nemiche, all’inizio dell’ascesa rivoluzionaria, con le burocrazie feudali ed ecclesiatiche: nella fase della più feroce resistenza controrivoluzionaria, con il mareggiante proletariato industriale, da essa stesso evocato.
Portammo così contributo di materiale documentario alle tesi storiche svolte nel « Filo del tempo » Armamento ed investimento, apparso nel n. 17. anno 1951, in questo foglio che all’epoca recava la testata di Battaglia Comunista. A dimostrazione della tesi che le prime forme di investimento statale per la produzione industriale, e precisamente per l’allestimento delle prime flotte militari e mercantili, risalgono, con cronologia verificabile materialmente, alle prime forme di Stato borghese, si rievocava suggestivamente nel Filo citato quanto fatto in tale campo produttivo dalle gloriose repubbliche civiche indipendenti, fiorite nel Medioevo, che rispondono ai nomi di Amalfi, Pisa, Salerno, Genova, Venezia, Firenze, prime attuazioni del potere borghese nel mondo. Vale la fatica di trascrivere il brano che in uno squarcio tanto completo quanto limpido, sintetizzava l’enorme impor- tanza storica che ebbero i traffici mercantili e militari effettuati dalle flotte delle Repubbliche marinara: « Questi navigatori abilissimi dell’anno mille (Amalfi, Salerno) allacciarono le relazioni commerciali mediterranee, che pui divennero imponenti grazie alle repubbliche centro-settentrionali nei secoli successivi. Nelle Crociate le armate occidentali, sotto le mura di Antiochia, di Laodicea o a S. Giovanni d’Acri. malgrado i successi militari avrebbero ceduto per difetto di organizzazione e di logistica senza le flotte di Venezia e di Genova che giungevano cariche non solo di armi, ma di viveri, di mezzi d’opera per l’artiglieria del tempo e di provetti costruttori ed artefici di macchine belliche. Le potenti repubbliche ne trassero trattati di monopolio commerciale in date zone di Orien- te ».
Quale carica rivoluzionaria ad altissimo potenziale costituisse il commercio marittimo, che spezzava le « isole chiuse » di produzione proprie del regime feudale e quindi quale importanza rivesti l’armamento delle flotte, è lapidariamente detto nel Manifesto dei Comunisti (1848), dove Marx ed Engels parlano delle scoperte geografiche del secolo XV e XVI:
« La scoperta dell’America e la circumnavigazione dell’Africa offrirono nuovo campo all’adolescente borghesia. Il mercato delle Indie Orientali e della Cina, la colonizzazione dell’America, i traffici colle colonie, l’aumento dei mezzi di scambio e soprattutto delle merci diedero un impulso fino allora sconosciuto ai commerci, alla navigazione, all’industria, e in tal modo rapidamente svilupparonsi gli elementi rivoluzionari della cadente società feudale ».
Il capitalismo si è conquistato il dominio del mondo nella misura in cui ha universalizzato il mercantilismo, trasformando in merci tutti i prodotti del lavoro sociale innanzitutto la forza-lavoro. Il commercio per via di mare, più facile e rapido che quello terrestre, doveva pertanto costituire una forza rivoluzionaria. La costruzione delle flotte, rappresentò una questione di vita o di morte per la nascente borghesia dei Comuni in lotta mortale con il potere feudale. In quell’epoca la borghesia costituiva una classe rivoluzionaria ma se dovessimo ricavare tale caratterizzazione dalla esteriorità giuridica, resteremmo enormemente confusi, poichè le Repubbliche marinare si servivano delle stesse forme di gestione statale nella produzione alias di capitalismo di Stato, che vediamo trionfare nella fase di rigida conservazione reazionaria che definiamo di imperialismo. Infatti l’armamento delle flotte, esigendo l’impiego di vasti capitali non posseduti da alcun mercante privato e una complessa organizzazione di mano d’opera specializzata (carpentieri, fabbri, calafati, vetrai, cordai e numeroso equipaggio di gabbieri, cocchieri, timonieri che le leggi medievali proibivano di sottrarre alle corporazioni dovette essere assunto in gestione dallo Stato). Il Filo citato così concludeva: « Facile arguire che il primo armatore, il primo investitore di capitale nella navigazione fu la Città, la Repubblica: lo Stato, dunque, primo capitalista».
Nell’articolo « Un esempio di capitalismo di Stato nel Quattrocento italiano» provavamo con i dati: inoppugnabili pubblicati da un giornale come la gestione economica del primigenio Stato borghese non si limitasse alla produzione di flotte, ma invadesse altri campi di produzione. Ad esempio servì allo sfruttamento commerciale delle foreste del Casentino espletato dai funzianari della Repubblica di Firenze nel Quattrocento, al duplice scopo di fornire materiale di costruzione all’Opera di Santa Maria del Fiore e di alimentare un proficuo commercio di legnami con gli arsenali di Livorno, Malta, e del Mezzogiorno della Francia, con il risultato di enormi vantaggi finanziari. Per dimostrare che il capitalismo di Stato non è figlio del solo ‘900 ma che sorge coll’apparire del potere borghese, le « prove » addotte sono più che sufficienti.
Ma nel Filo di cui ci occupiamo, era detto di più e cioé che forme di capitalismo di Stato, o se preferite di investimento e gestione statale della produzione, sono rintracciabili agevolmente anche nella storia delle epoche non capitaliste, non occupate cioè da una classe di borghesi capitalisti. « «Quando Marx spiega che non vi poteva essere capitalismo nel mondo antico, egli ricorda che ciò non è perche non vi fosse concentramento di massa monetaria ma perché mancavano le masse di lavoratori liberi». E per lavoratore libero noi intendiamo il lavoratore con soggetto a vincoli di schiavitù e possessore solo della sua forza di lavoro. Lavoratori liberi nel mondo antico gli schiavi non lo erano, mentre i cittadini possedevano tutti qualcosa, dal latifondo al piccolo campo e alla botteguccia artigiana. « Marx ne induce che è falso dire (come Mommsen) che nell’antichità il capitale fosse completamente sviluppato, in quanto solo dallo scambio di salario contro la forza lavoro si formano le masse del capitale; ma non per escludere che limitatamente certi capitali potessero in date quantità trovarsi concentrati. Solo che, se li aveva tesaurizzati un privato, non poteva servirsene ad organizzare la produzione mancando i lavoratori disponibili. Quindi solo lo Stato, colla possibilità di costrizione e di coscrizione di tipo militare, poteva in un ambiente o antico-schiavista, o medioevale-servile dare i primi esempi di organizzazione capitalista produttiva e dare con ciò i primi lontani avvii alla accumulazione capitalista.
E ancora torna l’esempio dell’armamento delle flotte. Roma ber fronteggiare e fiaccare poi la potenza rivale di Cartagine « davette darsi alla costruzione di flotte e fu lo Stato che dette al console Duilio i mezzi per organizzare gli arsenali: uomini, materiali, maestranze: LO ARSENALE E’ IL PRIMO TIPO DI INDUSTRIA E DUNQUE LA PRIMA INDUSTRIA FU STATALE. Lo Stato armatore copre due millenni avanti lo Stato investitore, che avrebbero scoperto gli economisti dell’ultimissima edizione del capitalismo». Così nel Filo « Armamento ed investimento».
N. 100
Sartre, il capo spirituale degli esistenzialisti francesi, per l’effetto di chissà quali oscure disfunzioni di ghiandole, sta operando un’ennesima virata politica, questa volta a favore dello stalinismo di Gallia. Dalle colonne dell’Unità, che ne danno notizia, si comincia a sentire pertanto puzzo di gabinetto di decenza, lo stesso che spira gradevolmente dalle opere del famoso « litérateur », celebranti il trionfo della deboscia, delle perversioni, perfino della pederastia, secondo un costume che ormai è comune, tranne qualche eccezione, a tutti gli esponenti della letteratura borghese. Il che spiega esaurientemente l’enorme successo di tiratura e di cassetta, che Sartre e soci godono nelle alte sfere della « buona » società parigina.
Fu una produzione teatrale del Gran Lama degli esistenzialisti (leggi teorizzatori e praticanti della libertà … dalla sanità mentale), ad aprire le ostilità della stampa staliniana di Parigi. Il titolo era: «Mani sporche », e l’assunto che gli sporcaccioni sono gli stalinisti. Figuratevi le esplodenti indignazioni delle caste susanne dell’Humanité: Sartre fu immediatamente incluso nella lista dei rifiuti umani, il che non era poi una troppo eccessiva accusa. Sia detto per inciso, la classe operaia, una volta padrona del potere, potrà tranquillamente mandare ai lavori forzati il 95 per cento degli artisti, scrittori, letterati, poeti ecc. presenti sul mercato della carta stampata da almeno 50 anni, e bruciare tutta quanto la loro produzione, salvo alcuni esemplari da usare come reperti criminali, senza che la famosa cultura ne abbia minimamente a soffrire, perche costoro rimasticano, riducendo a pottiglia nauseabonda, tutto quanto la intellettualità borghese aveva da dire e ha detto, nella sua età dell’oro …
Da un po’ di tempo. dunque, la stampa stalinista di Parigi, insozzandosi più che mai le mani, ritorna a blandire Sartre. Perchè? Per il semplice fatto che costui mostra di essersi messo sulla scia del neutralismo francese, e quindi del frondismo anti-americano. Ciò basta alla Direzione del P.C. francese per perdonare al letterato le sue non antiche vomitature di insulti e di oltraggi all’indirizzo dello stalinismo internazionale. Così, abbiamo letto su una gongolante Unità (4-11-52) la notizia dell’adesione di Sartre, e di altri illustri (alla faccia loro) nomi dell’intelligenza parigina, ad un appello contro le « persecuzioni anticomuniste » …
Quesito: chi sono gli esistenzialisti più porci, quelli di Sartre, o gli altri che sotto diversa etichetta militano nel partito stalinista di Francia? E le « mani sporche » chi le aveva allora? Meglio chiudere con l’interrogativo, ed uscire fuori a respirare aria pura e inodora.
Secondo tempo di una “rivoluzione”
Demmo notizia a suo tempo del riuscito colpo di mano compiuto in Bolivia lo scorso aprile-maggio di quest’anno, dal Movimento Nacionalista Revoluzionario di Victor Paz Estensoro, e nello scorso numero ne illustrammo altri aspetti « inediti ». Poichè tuttavia di questo avvenimento la stampa staliniana fa uno dei pezzi della sua opera di disorientamento dei proletari, crediamo utile ritornarvi sopra, tanto più trattandosi di un argomento – quello delle nazionalizzazioni – su cui l’opera di raddrizzamento teorico e politico non sara mai abbastanza intensa.
La presa del potere avvenne – come ricordammo – mediante una feroce lotta armata che costò migliaia di vittime, per lo più appartenenti alla classe operaia, e in special modo ai minatori che laggiù ne costituiscono il nerpo. Facemmo notare allora la curiosa gara in cui si trovarono impegnati, nel caratterizzare il contenuto sociale e politico del rivolgimento, e la stampa stalinista e quella missino-fascista e, dulcis in fundo, la trotzkista. Per gli stalinisti dell’Unità, per cui ogni anti-americanismo fa brodo, si trattò di una vittoria del « popolo, della democrazia, della pace »; per i mussoliniani di Asso di bastoni le simpatie politiche del Movimento Nazionalista Rivoluzionario per il Regime di Peron e le affinità ideologiche e la comune milizia con il falangismo spagnolo della « Falange Socialista Boliviana », organizzazione affiancante il partito di Paz Estensore, la diagnosi fu che aveva vinto il fascismo; per i nè pesce nè carne della trotzkista Bandiera Rossa rimase assodato che si trattasse di una autentica rivoluzione compiuta dalla piccola borghesia e dal proletariato indigeno!
Sapete il perche di tutto questo guazzabuglio? Eccolo: il regime di Paz Estensoro era fautore della nazionalizzazione delle miniere di stagno, la principale risorsa del paese, tradizionalmente controllata da Wall-Street. E infatti la nazionalizzazione è avvenuta: la firma del decreto ebbe luogo con la solita messinscena demagogica nel centro minerario di Catavi, il 31 ottobre. Per comunisti e trotzkisti ció basta, anzi supera, per definire « rivoluzionario » il regime di Paz Estensoro, il quale del resto tale epiteto se lo aggiudica da sé. La stampa stalinista ha esultato, ma non ha detto che il governo « rivoluzionario » di La Paz si affrettò a suo tempo a pagare gli indennizzi ai proprietari delle miniere, nè ha spiegato in qual modo il governo boliviano avrebbe inferto un fiero colpo allo « imperialismo americano », visto che lo stagno ora nazionalizzato dovrà pure essere esportato e, gira e rigira, venduto ai medesimi acquirenti di prima, cioè americani, inglesi ecc.
Se non sbagliamo, il petrolio famoso di Mossadeq non ha fatto una diversa fine. Ci vuol altro che una insignificante firma di decreto per danneggiare il mastodonte americano che si mantiene, fino a prova contraria, facendo pesare nei rapporti internazionali la sua enorme potenza finanziaria e industriale.
Ma poi, via, una nazionalizzazione è in se stessa un fatto rivoluzionario? Sentite ciò che diceva in proposito un giornale di indubbia ispirazione capitalista, il Tempo, in un corsivo di commento alla relazione Scelba alla Camera sul Bilancio degli Interni: « La posizione dei partiti comunisti … non è resa anormale dalla loro dottrina economico-sociale … Sul piano della dottrina politica e dell’economia, non solo è lecito, ma è necessario che ci siano difensori della statalizzazione, della gestione pubblica dei mezzi di produzione e di tutte le altre dottrine che vanno sotto il nome di «socialismo». Il laburismo inglese espropriò e statalizzò perfino le macchine dei camionisti … Eppure nessuno per questo ha bandito crociate antibritanniche».
Evviva la sincerità! Bravo il Tempo che non si dichiara anti-comunista per le statalizzazioni! Eppure le nazionalizzazioni che non spaventano il borghesissimo Tempo assurgono a grande fatto rivoluzionario nelle meningi di stalinisti e di trotzkisti.
A La Paz nulla è mancato alla carnevalata demagogica. Hanno fatto montare la guardia al Palazzo del Governo da picchetti di minatori e di operai. Il vice presidente della Federazione sindacale mondiale, Lombardo Toledano, collega di Di Vittorio, ha assistito alla solenne cerimonia della firma del decreto di nazionalizzazione. In tempo di guerra fredda con l’America, tutti i nemici e rivali di Wall-Street sono amici di Mosca, anche i fascisti all’occorrenza. Durante la seconda guerra mondiale era vero il contrario. Peggio per i fessi …
Bucato in famiglia
Man mano che, in Francia: l’affare Marty-Tillon si trascina e la direzione del P.C.F. attende un’«autocritica» che stenta a venire, salgono a galla i soliti panni sporchi nascosti dietro le glorie della resistenza.
Marty e Tillon erano, fino alle 24 della vigilia dei provvedimenti a loro carico, degli eroi: alle 24,25 sono degli eretici; 15 giorni dopo sono dei farabutti e, magari, dei delinquenti comuni. Gingouin era un altro eroe della resistenza: ora è non solo deviazionista, ma truffatore e dilapidatore dei fondi del Partito o di organizzazioni affini. Di questo passo, chi salverà gli eroi? Chi garantisce che gli uomini celebrati come grandi liberatori non siano dei volgari mariuoli?
La risposta al quesito non ci interessa. C’interessa stabilire come, anche in questi episodi, la faccia immonda della democrazia borghese si riveli. E’ il tramonto degli dei, la liquidazione delle bandiere false e bugiarde. Noi, che abbiamo sferzato gli « ideali della resistenza » e bollato come traditori quanti marciarono – dicendosi comunisti – sotto la loro insegna, non ci stupiamo ne degli accusati nè degli accusatori: sono della stessa pasta. Siano o no delinquenti comuni, sono – imputati come giudici – i prodotti di una comune delinquenza politica, gli strumenti necessari della liquidazione del movimento comunista internazionale. Ieri ed oggl, fuori e dentro.
Dialogato con Stalin (Pt.4)
POMERIGGIO
Nelle due prime giornate e nell’antimeriggio della terza abbiamo tratto dal noto scritto di Stalin tutti gli elementi utili a stabilire da quali leggi sia retta la economia della Russia.
In linea di dottrina abbiamo contestato a fondo che una tale economia, definita da quelle leggi, possa tuttavia essere definita socialismo anche dello stadio inferiore, e contestato non meno che a tale fine possano essere invocati i testi fondamentali di Marx e di Engels, ove a chiare note si leggono – ma non certo con la banale scorrevolezza di un romanzo a fumetti – i caratteri economici propri del capitalismo, quelli propri del socialismo, e i fenomeni che consentono di verificare il passaggio economico dal primo al secondo.
In linea di fatto si è potuto pervenire ad una serie di stabili conclusioni. Sul mercato interno russo vige la legge del valore; adunque: a) i prodotti hanno carattere di merci; b) esiste il mercato; c) lo scambio avviene tra equivalenti come vuole la legge del valore, e gli equivalenti sono espressi in denaro.
La grande massa delle aziende della campagna lavora solo in vista della produzione di merci, ed in parte con una forma di attribuzione dei prodotti alla persona del lavoratore parcellare (che in altro tempo di lavoro funziona come produttore collettivo, associato nel kolkhos), la quale forma è ancora più lontana dal socialismo, ed in certo senso precapitalistica e premercantile.
Le piccole e medie aziende che producono manufatti lavorano anche per il collocamento mercantile.
Infine le grandi fabbriche sono dello Stato, ma sono tenute ad una contabilità in moneta, e a dimostrare che, rispettata la legge del valore nei prezzi di quanto è uscita o spesa (materie prime, salari pagati) e di quanto è entrata (prodotti esitati) si ha la redditibilità, ossia un profitto positivo, un premio.
La dimostrazione sul senso della legge marxista del tasso di profitto e della sua diminuzione è valsa a mostrare vuota l’antitesi di Stalin: dato che il potere lo ha il proletariato, la gran macchina dell’industria nazionalizzata non persegue come nei paesi capitalistici il massimo volume del profitto, ma è guidata verso il massimo benessere dei lavoratori e del popolo.
A parte le più ampie riserve sull’assenza di radicali contrasti tra gli interessi anche immediati dei lavoratori dell’industria di Stato, e quelli del popolo sovietico, accozzaglia di contadini isolati o associati, di bottegai, di gestori di piccole e medie aziende industriali, ecc., ecc., la dimostrazione che vige la legge capitalistica della discesa del tasso di profitto l’abbiamo tratta dalla affermata «legge dell’aumento della produzione nazionale pianificata in progressione geometrica». Se un piano quinquennale ha imposto di elevare la produzione del venti per cento, ossia da cento a centoventi, il successivo piano imporrà ancora il venti per cento, ossia che si vada non da 120 a 140, ma da 120 a 144 (aumento del venti per cento su 120 dell’inizio del nuovo quinquennio). Chi ha familiarità coi numeri sa che la differenza sembra poca cosa all’inizio, ma poi giganteggia: ricordate la storia dell’inventore del gioco degli scacchi cui l’imperatore della Cina offerse un premio? Chiese che gli ponessero un chicco di grano sulla prima casella della scacchiera, due sulla seconda, quattro sulla terza … Non bastarono tutti i granai del celeste impero.
Ora questa legge di fatto non è che l’imperativo categorico: producete di più! Imperativo proprio del capitalismo, e derivato dalle successive cause: aumento di produttività del lavoro – aumento del capitale materie rispetto a quello lavoro nella composizione organica del capitale – discesa del tasso di profitto – compenso a questa discesa con il frenetico aumento del capitale investito e della produzione
Se avessimo cominciato a costruire poche molecole di economia socialista ce ne accorgeremmo dal fatto che l’imperativo economico è mutato, ed è il nostro; la potenza del lavoro umano è accresciuta dalle risorse tecniche; producete lo stesso, e lavorate di meno. E in vere condizioni di potere rivoluzionario del proletariato, in paesi già troppo attrezzati meccanicamente: producete di meno, e lavorate ancora di meno!
Ultimo accertamento di fatto, dopo questo (cruciale) che la consegna è l’aumento della massa dei prodotti, è quello che una gran parte dei prodotti della grande industria di Stato si tende a rovesciarla sui mercati di fuori, e in tal caso si dichiara apertamente che il rapporto è mercantile non solo nella registrazione contabile, ma nella sostanza delle cose.
In fondo qui si contiene l’ammissione che, sia pure per sole ragioni di concorrenza mondiale (sempre pronta a lottare non più a colpi di bassi prezzi ma a colpi di cannone e di atomiche), non è possibile la «costruzione del socialismo in un solo paese». Solo nell’ipotesi assurda che questo potesse chiudersi in un vero sipario d’acciaio, gli sarebbe possibile cominciare a convertire le conquiste tecniche della produttività del lavoro, associate ad una pianificazione «fatta dalla società nell’interesse della società», in una diminuzione dell’interno sforzo di lavoro e dello sfruttamento del lavoratore. E solo in tale ipotesi il piano, abbandonata la folle curva geometrica della demenza capitalistica, potrebbe dire: raggiunto un certo standard dei consumi per tutti gli abitanti, fissato dai piani, non si produrrà più, e si eviterà la tentazione criminosa di seguitare a forzare la produzione per guardare, fuori del cerchio, dove si può scaraventarla ed imporla.
Tutta l’attenzione del Kremlino, dottrinale e pratica, si porta invece sul mercato mondiale.
CONCORRENZA E MONOPOLIO
Una considerazione insufficiente delle teorie marxiste sul moderno colonialismo ed imperialismo è quella che occorra giustapporle come cose diverse, o almeno come sviluppi complementari, alla descrizione marxista del capitalismo della libera concorrenza, quale si sarebbe sviluppato all’incirca fino al 1880.
Con varii apporti abbiamo insistito sul fatto che tutta la pretesa fredda descrizione del mai esistito capitalismo «liberista» e «pacifico» non è in Marx che in una gigantesca «dimostrazione polemica di partito e di classe» con la quale, accettando per un momento che il capitalismo funzioni secondo la dinamica illimitata del libero scambio fra i portatori di valori pareggiati (il che altro non esprime che la famosa legge del valore), si perviene a snidare l’essenza del capitalismo che è un monopolio sociale di classe, volto incessantemente, dai primi episodi dell’accumulazione iniziale sino alle guerre odierne di brigantaggio, a predare le differenze figliate sotto il trucco dello scambio pattuito, libero ed eguale.
Se, assunta la piattaforma dello scambio tra merci di ugual valore, si dimostra la formazione di plusvalore ed il suo investirsi ed accumularsi in nuovo capitale sempre più concentrato, se si dimostra che la sola via per uscire dalle contraddizioni tra l’accumulo ai due poli di ricchezza e miseria, e per difendersi dalla successivamente dedotta legge della discesa del tasso, è il produrre sempre di più, e sempre più oltre la necessità del consumo, è chiaro che fin dalle prime battute si delinea lo scontro tra i vari Stati capitalistici, ognuno dei quali è condotto a tentare di far consumare le sue merci nell’area dell’altro, ad allontanare la sua crisi provocandola nel rivale.
Poiché l’economia ufficiale tenta vanamente di provare che è possibile, con le formule e i canoni della produzione di merci, arrivare ad un equilibrio stabile sul mercato internazionale, ed anzi sostiene che le crisi cesseranno proprio in quanto la civile organizzazione capitalistica si sia dovunque estesa, Marx deve scendere e discutere in astratto le leggi di un fittizio paese unico di capitalismo sviluppato appieno, e che non abbia commercio estero. È troppo chiaro che ove questi rapporti prima detti tra due economie chiuse sorgono, sono elemento non di pacificazione ma di sommovimento, e la tesi che sta contro di noi è, a più forte ragione, perduta. I nostri imbarazzi teorici sarebbero stati gravi nel solo caso che nei primi 50 anni del secolo attuale si fosse seguitato a nuotare nel lattemiele economico e politico, con trattati di liberalizzazione dei commerci e di neutralità e disarmo: invece, essendo il mondo cento volte più capitalista, è divenuto cento volte di più terremotato in tutti i sensi.
Al solito, per far vedere chi è che non cambia le carte: nota al paragr. 1 del Cap. XXII del Capitale, Libro I. «Qui si fa astrazione dal commercio con l’estero a mezzo del quale una nazione può convertire articoli di lusso in mezzi di produzione o in sussistenze di prima necessità e viceversa. Per concepire l’oggetto della ricerca nella sua purezza, bisogna considerare il mondo commerciale come una sola nazione e supporre che la produzione capitalistica si sia dovunque stabilita e si sia impadronita di tutti i rami dell’industria».
Dal primo inizio tutto il ciclo dell’opera di Marx, in cui (come sempre rivendichiamo) sono ad ogni tratto inseparabili teoria e programma, tende a chiudersi nella fase in cui le contraddizioni dei primi centri capitalistici si rovesciano sul piano internazionale. La dimostrazione che un patto di pace economica tra le classi sociali in un paese è impossibile come soluzione definitiva, e come soluzione contingente è regressivo, si appaia in pieno alla dimostrazione analoga per l’illusorio patto di pace tra gli Stati.
Fu più volte rammentato che Marx nella prefazione alla «Critica dell’economia politica» del 1859 schizza questo ordine di argomenti: capitale, proprietà della terra, lavoro salariato, Stato, commercio internazionale, mercato mondiale. Marx dice che sotto le prime rubriche esamina le condizioni di esistenza delle tre grandi classi in cui si divide la presente società borghese, e aggiunge che il tratto di unione tra le successive tre rubriche «salta agli occhi di tutti».
Quando Marx inizia la stesura del Capitale, la cui prima parte assorbe la materia della Critica, il piano da una parte si approfondisce, dall’altra sembra limitarsi. Nella prefazione al primo libro, sullo Sviluppo della Produzione Capitalistica, Marx annunzia che il secondo tratterà del Processo di circolazione del Capitale (riproduzione semplice e progressiva del capitale investito nella produzione), e il terzo delle «Conformazioni del processo di insieme». A parte il quarto, sulla storia della teoria del valore, di cui vi sono materiali fin dalla Critica, il terzo libro infatti affronta la descrizione del processo di insieme, studia la divisione del plusvalore tra i benefici di capitalisti industriali, proprietari fondiari, e capitale bancario, e chiude con il capitolo «spezzato» sulle «Classi». La stesura doveva all’evidenza svolgersi sul problema dello Stato e del mercato internazionale, al che provvedono altri testi decisivi, anteriori e posteriori del marxismo.
MERCATI E IMPERI
Nello stesso Manifesto e nel primo libro del Capitale, come è ben noto, sono di prima importanza i richiami al formarsi nel secolo XV, dopo le scoperte geografiche, del mercato ultraoceanico, come dato fondamentale dell’accumulazione capitalistica, e alle guerre commerciali tra Portogallo, Spagna, Olanda, Francia, Inghilterra.
Al momento della descrizione polemica e «di battaglia» del capitalismo tipo, è l’impero inglese che domina la scena mondiale, ed Engels e Marx dedicano a questo e alla sua interna economia il massimo dell’attenzione. Ma questa economia è liberalismo in teoria, imperialismo e monopolio mondiale nella realtà; e fin dal 1855, almeno. Lenin nell’Imperialismo fa stato a tal proposito della prefazione che nel 1892 Engels premetteva a una nuova edizione del suo studio «Le condizioni delle classi lavoratrici in Inghilterra», del 1844. Engels rifiuta di cancellare da quel lavoro giovanile la profezia della rivoluzione proletaria in Inghilterra. Gli pare più importante aver previsto che l’Inghilterra avrebbe perso il suo monopolio industriale nel mondo; ed aveva mille volte ragione. Se il monopolismo, giusta i passi che Lenin cita, servì ad addormentare il proletariato inglese, il primo formatosi nel mondo con contorni taglienti di classe, la fine del monopolio britannico ha seminato la lotta di classe e la rivoluzione nel mondo intero; chiaro che ci vorrà più tempo che nel fittizio «paese unico tutto capitalista» ma per noi la soluzione rivoluzionaria è già scontata in dottrina, e le vie e ragioni del «rinvio» la confermano. Essa verrà.
Citiamo un passo diverso da quelli che cita Lenin, da quel testo: «La teoria del libero scambio aveva nel fondo una supposizione: che l’Inghilterra doveva diventare l’unico grande centro industriale di un mondo agricolo, ed i fatti hanno smentito completamente questa supposizione. Le condizioni della moderna industria si possono produrre ovunque vi è combustibile e specie carbone, ed altri paesi lo posseggono: Francia, Belgio, Germania, Russia, America … (le nuove odierne fonti di energia non vengono che a rafforzare la deduzione). Essi cominciarono a fabbricare non solo per sé ma per il resto del mondo, e la conseguenza è che il monopolio industriale che l’Inghilterra ha posseduto per quasi un secolo è oggi irrimediabilmente spezzato».
Paradosso forse? Abbiamo potuto confutare la commedia del capitalismo libero con l’analisi di un caso contingente, solo in quanto era il caso più scandaloso della storia, di monopolio mondiale. Lasciate fare, lasciate passare, ma tenete in armamento la marina, maggiore della somma di tutte le altre, pronta a non lasciar fuggire i Napoleoni dalle Sant’Elene …
Nella precedente puntata abbiamo citato un passo del III libro di Marx che in una nuova sintesi di caratteri del capitalismo chiude col comma: Formazione del mercato mondiale. Non sarà male dare un altro squarcio potente.
«Il limite vero della produzione capitalistica e il capitale stesso. Il fatto che il capitale, con la propria messa in valore, appare come il principio e la fine, come la causa e lo scopo della produzione, che la produzione non è
che produzione per il capitale; e non sono all’opposto (attenti! ora programma! programma della società socialista!) i mezzi di produzione semplici mezzi per uno sviluppo sempre più esteso del processo di vita per la società dei produttori. I limiti nei quali soltanto possono muoversi la conservazione e la messa in valore del valore-capitale, che si fondano sull’espropriazione e sull’immiserimento della gran massa dei produttori, sono dunque in conflitto perpetuo con i metodi di produzione che il capitale deve impiegare per raggiungere il suo scopo e che perseguono l’illimitato accrescimento della produzione (Mosca, ascolti?); assegnano come scopo alla produzione la produzione stessa (Kremlino, sei in linea?) ed hanno in vista lo sviluppo assoluto della produttività sociale del lavoro. Questo mezzo – lo sviluppo senza riserve delle forze produttrici sociali – entra in conflitto permanente con lo scopo ridotto, la messa in valore del capitale esistente. Se il modo capitalistico di produzione è dunque un mezzo storico di sviluppare la forza produttiva materiale e di creare il mercato mondiale corrispondente, esso è al tempo stesso una contraddizione permanente fra la storica missione e le corrispondenti condizioni della produzione sociale».
Ancora una volta, resta ribadito che la «politica economica» russa sviluppa sì forze produttive materiali, estende sì il mercato mondiale, ma lo fa nelle forme di produzione capitaliste, costituendo sì un mezzo storico utile, come lo fu l’invasione dell’economia industriale a danno degli affamati scozzesi e irlandesi o tra gli indiani del Far West, ma restando in pieno nelle inesorabili morse delle contraddizioni che attanagliano il capitalismo, il quale potenzia il lavoro sociale sì, ma affamando e tiranneggiando la società dei lavoratori.
Da ogni lato dunque il mercato mondiale, di cui Stalin ha trattato, è il punto di arrivo. Esso non è mai stato «unico» se non in astratto, e lo potrebbe essere solo in quel paese ipotetico di capitalismo totale e chimicamente puro, contro cui abbiamo eretta la matematica dimostrazione di irrealizzabilità, talché se nascesse, andrebbe tosto in frantumi, come certi atomi e certi cristalli che possono vivere solo una frazione di secondo. Caduto quindi il sogno di un unico mercato della sterlina, Lenin può dare la magistrale descrizione della spartizione coloniale e semicoloniale del mondo tra cinque o sei mostri statali imperialisti alla vigilia della prima guerra. A questa non successe un sistema di equilibri, ma una nuova difforme spartizione, e lo ammette anche Stalin, riconoscendo che nella seconda guerra la Germania, sottrattasi «alla schiavitù» e «prendendo il cammino di uno sviluppo autonomo» ebbe ragione di dirigere le sue forze contro il blocco imperialista anglo-franco-americano. Come poi questo si concilii con tutta la smaccata propaganda sulla guerra non imperialista, ma «democratica», di tale blocco per tanti anni, fino alle attuali chiassate negli ultimi consigli comunali per la grazia al criminale Kesserling, guai se il compagno Pinkoff Pallinovitch osasse domandarlo!
Nuova spartizione dunque, e nuova fonte di guerra. Ma avanti di passare al giudizio staliniano sulla spartizione, che nella seconda guerra è succeduta, non resisteremo a porre in onda un altro passaggio di Lenin nell’Imperialismo, dedicandolo particolarmente al dialogato dei giorni scorsi sulla parte economica. Lenin deride un economista tedesco, il Liffmann, che per cantare le lodi dell’imperialismo scrisse: il commercio è l’attività industriale diretta a raccogliere, conservare e mettere a disposizione i beni. Lenin assesta una stangata che colpisce molto oltre Liffmann: «Ne viene fuori che il commercio era già esistito presso gli uomini primitivi, che ancora neppure conoscevano lo scambio, e che continuerà ad esistere anche nella società socialista!». L’esclamativo si capisce è di Lenin: Mosca, come la mettiamo?
PARALLELO O MERIDIANO
Secondo lo scritto di Stalin l’effetto economico della seconda guerra mondiale, più che quello di mettere fuori causa due grandi paesi industriali e produttori alla ricerca di aree di smercio, come Germania e Giappone, trascurando l’Italia, è stato quello di spezzare in due il mercato mondiale. Prima si adopera l’espressione di disgregazione del mercato mondiale, poi si precisa che il mercato unico mondiale si è spezzato in due «mercati mondiali paralleli, opposti l’uno all’altro». Quali siano i due campi è chiaro: da una parte Stati Uniti, Inghilterra, Francia, con tutti i paesi che sono entrati nell’orbita prima del piano Marshall per la ricostruzione europea, poi del piano atlantico per la difesa europea e occidentale, e meglio per l’armamento; dall’altra parte la Russia, che «sottoposta ad un blocco insieme ai paesi di democrazia popolare ed alla Cina» ha formato con essi una nuova e separata area di mercato. Il fatto geograficamente è definito, ma la formula non è molto felice (salvo le colpe solite dei traduttori). Concesso per un momento che alla vigilia della seconda guerra vi fosse un vero mercato mondiale unico, accessibile in ogni piazza di smercio ai prodotti di qualunque paese, questo non si rompe in «due mercati mondiali», ma cessa di esistere il mercato mondiale, e al suo posto vi sono due mercati internazionali, separati da una rigorosa cortina traverso la quale (in teoria, e secondo quanto sanno le dogane
ufficiali, il che oggi è poco) non avvengono passaggi di merci e di valute. Questi due mercati sono opposti, ma «paralleli». Ora ciò vale ammettere che le economie interne alle due grandi aree, in cui la superficie terrestre si è spezzata, sono «parallele», ossia dello stesso tipo storico, e ciò collima colla nostra presentazione dottrinale, e contraddice quella che lo scritto di Stalin vorrebbe varare. Nei due campi vi sono mercati, dunque economia mercantile, dunque economia capitalistica. Passi dunque per la dizione dei mercati paralleli, ma sia ben respinta la definizione che dice trattarsi ad occidente di un mercato capitalista, ad oriente di un mercato socialista, contraddizione in termini.
Questo punto di arrivo dei due mercati «semimondiali», divisi all’incirca, ed almeno stando alla parte più avanzata del territorio abitato umano, non secondo un parallelo, ma secondo il meridiano della vinta Berlino, conduce ad una conseguenza notevolissima nello scritto di Stalin, se paragonato alla fallita ipotesi del mercato mondiale unico, tutto controllato da una federazione di Stati usciti vincitori dalla guerra, o controllato dal solo blocco occidentale col baricentro negli Stati Uniti. La conseguenza è che «la sfera di applicazione delle forze dei principali paesi capitalistici (Stati Uniti, Inghilterra, Francia) alle risorse mondiali non si estenderà, ma si ridurrà: che le condizioni del mercato mondiale (diremmo: estero) di sbocco per questi paesi peggioreranno, e si accentuerà la contrazione della produzione per le loro aziende. In questo consiste propriamente l’approfondirsi della crisi generale del sistema capitalistico mondiale».
La cosa ha fatto colpo: mentre i vari burattini tipo Ehremburg o Nenni sono mandati in giro a sostenere la «pacifica convivenza» e la «emulazione» tra due sfere economiche parallele, viene da Mosca affermato che si attende sempre che la sfera occidentale salti, per effetto di una crisi di affogamento dei troppi inutili prodotti che non si trova a chi vendere (e nemmeno a regalare, incatenando con debiti secolari), e alla quale non basta reagire colla ripresa frenetica degli armamenti, o la guerra in Corea, e in altri campi, aggiungiamo, di brigantaggio imperialista.
Se questo ha scosso i borghesi, non basta per scaldare noi marxisti. Dobbiamo chiedere che cosa determinerà un simile processo nel campo «parallelo», di cui sopra, e col testo ufficiale, abbiamo dimostrato l’identica necessità di produrre di più, e di rovesciare fuori prodotti. E dobbiamo poi al solito trarre le conclusioni decisive dalla risalita della corrente storica e dalla contraddizione tra questo postumo tentativo di rimettere in piedi la visione rivoluzionaria di Marx-Lenin: accumulazione, sovrapproduzione, crisi, guerra, rivoluzione! con le posizioni storiche e politiche incancellabili assunte in un lungo corso, e che dai partiti che in quel minato occidente lavorano, si persiste ad assumere in controsenso spietato ad ogni sviluppo della pressione di classe, della preparazione rivoluzionaria delle masse.
CLASSI E STATI
Avanti la prima guerra mondiale lo scontro è tra due prospettive: la inevitabile contesa per i mercati, che provocherà la guerra, e la ripresa della tensione imperialista dopo la guerra, chiunque la vinca, fino alla rivoluzione di classe o al nuovo conflitto universale. Tale la prospettiva di Lenin. Quella opposta dei traditori della classe operaia e dell’Internazionale, dice invece che se viene schiacciato lo Stato aggressore (Germania) il mondo ritornerà civile e pacifico ed aperto alle «conquiste sociali». A diverse prospettive diverse conseguenze: i traditori invocano l’unione nazionale delle classi, Lenin invoca il disfattismo di classe entro ogni nazione.
Il conflitto era stato dilazionato sino al 1914 in quanto il mercato mondiale era ancora in «formazione» nel senso marxista. Il concetto base di formazione del mercato mondiale, come mostrammo a proposito del mercantilismo capitalista, si fonda sulla «dissoluzione» – nel magma economico unico della produzione del trasporto e vendita dei prodotti – delle «sfere di vita» e «cerchie d’influenza» ristrette, proprie del precapitalismo, entro le quali si produce e si consuma con una economia locale, autarchica, come quella delle giurisdizioni aristocratiche e delle signorie asiatiche. Finché avvengono all’interno e all’esterno queste «fusioni» delle macchie di olio nel solvente generale, il capitalismo tiene il ritmo del suo «geometrico» gonfiarsi, senza scoppiare. Non perciò entrano le isole in un unico mercato universale senza barriere: il protezionismo è antichissimo per le aree nazionali, e le piazze estere, scoperte dai navigatori, si tende dalle varie nazioni a monopolizzarle, colle concessioni, colle compagnie di commercio come le olandesi, portoghesi ed inglesi, colla protezione delle flotte di Stato.
Comunque nella descrizione di Lenin non solo siamo quasi alla saturazione del mondo, ma gli ultimi arrivati stanno allo stretto nelle loro aree di smercio; di qui la guerra.
Seconda guerra. Il risorgere della Germania come grande paese industriale è da Stalin attribuito al desiderio delle potenze di occidente di armare un aggressore della Russia. Invero le cause prime furono la non devastazione militare del territorio germanico, e la sua non occupazione dopo l’armistizio. Lo stesso sviluppo di Stalin viene ad ammettere che le cause imperialiste ed economiche prevalsero su quelle «politiche» o di «classe» nel determinare il secondo conflitto, dal momento che la Germania si gettò sugli occidentali e non sulla Russia. Resta dunque assodato che la guerra del 1939 ed anni seguenti fu imperialista e si ripetevano le due prospettive: o verso nuove guerre, chiunque avesse vinto, o verso la rivoluzione se alla guerra avesse risposto non la solidarietà delle classi ma il loro scontro – ed opposta a questa la prospettiva borghese identica a quella della prima guerra: tutto sta nel battere la criminosa Germania; tanto ottenuto, si navigherà verso il pacifismo ed il disarmo generale e la libertà e benessere di tutti i popoli.
Oggi Stalin dimostra di essere per la prima prospettiva, quella leninista, riportando avanti la spiegazione imperialista della guerra e la lotta per i mercati; ma è tardi per chi ieri gettò tutto il potenziale del movimento internazionale sull’altra prospettiva: lotta per la libertà contro il fascismo e nazismo. Che le due prospettive siano incompatibili è oggi ammesso, ma allora perché si continua a lanciare il movimento (ormai rovinato) sulla pista della versione liberale progressiva e piccolo-borghese, su quella della «guerra per gli ideali»?
Forse per prepararsi a buon gioco politico nella nuova guerra, da presentare come lotta tra l’ideale capitalista di occidente, e quello socialista di oriente, e nella smaccata gara delle bande politicanti dei due lati ognuna delle quali spera di affogare l’altra nella feroce accusa di «fascismo»? Ebbene l’interessante nello scritto di Giuseppe Stalin è che egli dice: no.
Per nulla scosso dalla storica responsabilità di avere nella seconda guerra spezzata la teoria di Lenin sulla inevitabilità delle guerre tra paesi capitalistici e sull’unico sbocco nella rivoluzione di classe, e peggio ancora da quella di avere rotta la sola consegna politica ordinando ai comunisti (prima di Germania) di Francia, Inghilterra, America, di fare la pace sociale col loro Stato e governo borghese, il capo della Russia di oggi ferma i compagni che credono alla necessità di uno scontro armato tra il mondo o semimondo «socialista» e quello «capitalista». Ma anziché deviare tale profezia colla abusata dottrina del pacifismo, dell’emulazione, della convivenza dei due mondi, egli dice che è solo «in teoria» che il contrasto tra Russia e Occidente è più profondo di quello che può o potrà sorgere tra Stato e Stato dell’occidente capitalista.
Si possono bene ammettere tutte le previsioni su contrasti nel seno del gruppo atlantico, e sul risorgere di capitalismi autonomi e forti nei paesi vinti, come Germania e Giappone. Il punto di arrivo è questo, e viene invocata per analogia la ora ricordata situazione dello scoppio della II guerra mondiale: «la lotta dei paesi capitalistici per i mercati e il desiderio di sommergere i propri concorrenti si rivelarono praticamente più forti che i contrasti tra il campo dei capitalisti e il campo del socialismo».
Ma quale campo del socialismo? Se, come dimostrato con le vostre parole, il vostro campo che etichettate socialista produce merci per l’estero con ritmo che al massimo volete potenziare, non si tratta della stessa «lotta per i mercati» e della stessa «lotta per sommergere (o per non farsene sommergere che val lo stesso) il proprio concorrente?». E nella guerra non potrete o dovrete entrare anche voi, come produttori di merci, il che in lingua marxista vuol dire come capitalisti?
Sola differenza tra voi russi e gli altri è quella che quei paesi industriali di pieno sviluppo sono già oltre l’alternativa di «colonizzazione interna» di sopravvissute isole premercantili, e voi siete impegnati in questo campo ancora a fondo. Ma la conseguenza che ne deriva è una sola: dato che la guerra venga inevitabilmente, quelli di occidente avranno più armi, e dopo avervi sempre più premuti sul terreno della concorrenza sul mercato (avendo accettato scambio di prodotti e di valute, fino a che restate sul terreno emulativo non avrete altra via che quella dei bassi costi, bassi salari, e pazzeschi sforzi di lavoro del proletariato russo), vi batteranno su quello militare.
Come uscirne per evitare la vittoria americana (che anche per noi è il peggiore di tutti i mali)? La formula Stalin è abile, ma è la migliore per proseguire nell’addormentamento rivoluzionario del proletariato, e nel rendere all’imperialismo atlantico il più alto servigio.
La guerra, Lenin lo disse, verrà tra gli Stati capitalistici. Che faremo noi? Grideremo come egli fece ai lavoratori di tutti i paesi dei due campi: guerra di classe, inversione del fucile? Mai più! Faremo la stessa elegante manovra della seconda guerra. Andremo con uno dei campi, poniamo con Francia e Inghilterra contro Stati Uniti. Romperemo così il fronte e verrà il giorno in cui gettandoci sull’ultimo rimasto, anche se ex alleato, faremo fuori pure lui.
Nei corridoi oscuri tanto si propina agli ultimi ingenui proletari non ancora conformizzati con mezzi peggiori.
GUERRA O PACE?
Ma allora, hanno chiesto molti al capo supremo, se di bel nuovo crediamo all’inevitabile guerra, che fare della vasta macchina che abbiamo montata per la campagna pacifista?
La risposta riduce a ben misere proporzioni la possibilità dell’agitazione pacifista. Potrà rimandare o posporre una qualche determinata guerra, potrà cambiare un governo guerraiolo in uno pacifista (ed allora cambierà o meno l’appetito dei mercati, dieci volte messo innanzi come fatto primo?). Ma la guerra resterà inevitabile. Se poi in una certa zona la lotta per la pace si sviluppi, da movimento democratico e non di classe, in lotta per il socialismo, allora non si tratterà più di assicurare la pace (cosa impossibile) ma di rovesciare il capitalismo. E che dirà Ciccio Nitti? Che diranno i centomila fessi che credono alla pace internazionale, e alla pace interna sociale?
Per eliminare le guerre e la loro inevitabilità, tale è la chiusa, è necessario distruggere l’imperialismo.
Bene! E allora, come distruggiamo l’imperialismo?
«L’attuale movimento per mantenere la pace si distingue dal movimento che svolgemmo nella prima guerra mondiale per trasformare la guerra imperialista in guerra civile, giacché questo ultimo movimento andava oltre e perseguiva fini socialisti». Ben chiaro: la consegna di Lenin era per la guerra civile sociale, ossia del proletariato contro la borghesia.
Ma voi già nella seconda guerra avete buttato via la guerra sociale e avete svolto, o «collaborazione» nazionale, o guerra «partigiana», ossia guerra non sociale, bensì dei fautori di uno dei campi borghesi e capitalisti contro l’altro campo.
Prenderemo allora l’imperialismo per il corno della pace o della guerra? Se un giorno imperialismo e capitalismo cadranno, sarà in pace o in guerra? In pace voi dite: non sfottete l’U.R.S.S., e noi agiamo in piena via legalitaria; quindi niente caduta del capitalismo. In guerra dite: non è più il caso della guerra civile ovunque come nella prima guerra, ma i proletari seguiranno la consegna di guardare quale campo capitalista affiancheremo usando il nostro apparato statale e militare di Mosca. è così che, paese per paese, la lotta di classe viene soffocata nel fango.
E’ indubitato che l’alto capitalismo, checché sia della paccottiglia parlamentare e giornalistica, bene comprende come la «carta» di Stalin non sia una dichiarazione di guerra, ma una polizza di assicurazione sulla vita.
JUS PRIMAE NOCTIS
Dopo aver descritto il grande lavoro compiuto dal governo di Russia nel campo tecnico ed economico, Stalin disse, almeno nei primi resoconti: ci siamo trovati di fronte ad un «terreno vergine» ed abbiamo dovuto creare dalle fondamenta nuove forme di economia. Questo compito senza precedenti nella storia, è stato portato onorevolmente a termine.
Ebbene, è vero: vi siete trovati davanti ad un terreno vergine. È stata la vostra fortuna, e la disgrazia della rivoluzione. La forza rivoluzionaria procede con tutto il suo vigore quando ha a che fare solo con ostacoli di un terreno selvaggio e feroce, ma vergine.
Ma negli anni in cui, dopo la conquista del potere nell’immenso impero degli Zar, i delegati del proletariato rosso di tutto il mondo vennero nelle sale del Trono rutilanti di ori barocchi, e si trattò di segnare le linee della rivoluzione che doveva abbattere i fortilizi imperiali borghesi dell’Occidente, qualcosa di fondamentale invano fu detto; e nemmeno Vladimiro intese. A ciò si deve che, se pure il bilancio delle grandi dighe, delle grandi centrali elettriche e della colonizzazione di immense steppe, si chiude con onore; quello della rivoluzione nel mondo capitalista di occidente si è chiuso non solo disonoratamente, che sarebbe poco, ma col disastro per lunghi decenni irreparabile.
Quello che vi fu invano detto è che nel mondo borghese, nel mondo della civiltà cristiana parlamentare e mercantile, la Rivoluzione si trovava di fronte ad un terreno puttano.
Voi l’avete lasciata contaminare e perire.
Anche da questa sinistra esperienza, Essa rinascerà.