Parti Communiste International

Il Programma Comunista 1954/12

Il loro programma: 40 anni di guerra fredda

Siano rese grazie al presidente Eisenhower per aver definito con brutale franchezza il programma del capitalismo internazionale, la sua grande offerta al mondo: altri quarant’anni di guerra fredda. Questo si chiama, finalmente, mostrare le carte: sul tavolo delle mirabolanti Carte dei Diritti con cui la buona fede dei dominati fu messa a profitto della seconda carneficina mondiale e della ricostruzione postbellica – questa che noi definimmo e fu realmente il più grande affare del secolo – non poteva rimanere che questo prospettiva, la classica prospettiva di un regime in putrefazione, incapace di offrire nulla di diverso dall’estenuante protrarsi della sua crisi e tuttavia ancora abbastanza forte per ritenere di potersi concedere quarant’anni di ammorbante agonia. Spogliata degli orpelli di una falsa epopea militare, di cui si circondò ai tempi della prima coniazione del vocabolo, la guerra fredda è ridivenuta sinonimo di stato normale e ordinaria amministrazione del regime internazionale del profitto. I « liberati » della seconda guerra mondiale sanno, per una dichiarazione – come dicono i pennivendoli del regime borghese – ad altissimo livello, che cosa debbono attendersi dai « liberatori ».

E mettano il cuore in pace i nostalgici delle resistenze e dei partigianismi, i cavalieri di ventura di rinnovate campagne militari di liberazione. La guerra fredda che Eisenhower si augura duri quarant’anni (e se lo augura perchè la sua durata coinciderebbe con quella del regime internazionale capitalistico) sarà la guerra fredda dei mercanti, non dei marescialli; si combatterà a colpi di merci, non di ideologie. E’ forse un caso che il presidente degli Stati Uniti abbia lanciato il suo slogan in coincidenza con la rinunzia ad intervenire in Asia e con l’evidente aspirazione a « trattare »? Dietro i fumi delle guerre di Corea e d’Indocina e di quelle altre che potranno nel frattempo scoppiare, dietro il paravento delle tenzoni propagandistiche infurianti a Ginevra, il presunto cozzo fra Oriente e Occidente si va ogni giorno più stemperando in una affannosa corsa fra mercanti alla conquista di mercati; e, in questa corsa le fittizie distinzioni fra i due blocchi si cancellano, e sarà sempre più difficile stabilire, con la grossolana sommarietà dei tempi della cortina di ferro, chi è il « nemico ». Gli affari sono affari, e il fatto che il « fior fiore dell’occidente » si scanni in Indocina contro il « fior fiore dell’oriente » non impedisce (non siamo noi ad affermarlo, è la stampa borghese) alle delegazioni tedesca, inglese, francese e (la notizia è di pochi giorni fa) italiana di salire le scale delle delegazione cinese per stipulare lucrativi contratti di compravendita di merci. Gli « anticolonialisti » russi e cinesi stanno mettendo all’asta il mercato « democratico – popolare » della Cina; i difensori della civiltà occidentale contro il « comunismo » non esitano a divenire fornitori di « beni e servizi » di quelli che accusano di armare le « orde » lanciate all’assalto dei baluardi estremi della democrazia e del cristianesimo. La cortina di ferro sta riducendosi a una semplice frontiera doganale.

La guerra fredda fra mercanti ha quindi tutta l’aria di divampare non più fra i « nemici ideologici », ma tra gli amici di ieri: fra tedeschi, arrivati primi nella corsa al mercato cinese (la « Stampa » osservava tempo fa che la Germania aveva decuplicato gli scambi con la Cina; e parlava, beninteso, della Germania di Bonn) e inglesi arrivati secondi, e francesi arrivati terzi con molto distacco, e italiani giunti in retroguardia, mentre la stessa stampa borghese notava che, se gli Stati Uniti rifiutano contratti ufficiali con la delegazione cinese, non altrettanto farebbero, in via che non ha nessun bisogno di essere ufficiale, industriali e commercianti della repubblica stellata. E, poiché la Germania sta divenendo la pupilla degli occhi statunitensi nella stessa misura in cui la Francia diviene, negli stessi occhi, la classica spina, la guerra fredda tra mercanti del cosiddetto blocco occidentale rischia di divenire un conflitto di potenza in quella stessa Europa di cui i federalisti riuniti a congresso celebrano, con l’abituale tempismo, la prossima unificazione … Dove passerà, non diciamo fra quarant’anni – giacchè le nostre speranze sulla durata del regime capitalista sono, ovviamente, le opposte di quelle del presidente Eisenhower e di tutti i presidenti del mondo -, ma fra quattro, la cortina di ferro? Quali blocchi, parallelamente, ci attendono all’interno dei singoli Paesi? Dove andranno a finire le « antitesi ideologiche » che sembravano incasellare in un archivio a due sole voci il mondo borghese?

Ma è proprio su questo sfondo di competizioni commerciali, sovrapposte a fittizie contrapposizioni ideologiche e persino militari, che la crisi del capitalismo è destinata ad approfondirsi. I giornali borghesi parlano costernati di crisi dell’occidente; la crisi, in realtà, è di tutto il sistema che, in occidente e in oriente, ha per alfa ed omega la produzione e lo scambio delle merci. Il mondo capitalista aveva raggiunto una temporanea e artificiosa stabilità con la divisione in due blocchi; precipiterà verso la fatale rovina con la sua frammentazione in una miriade di imprese commerciali in affannosa concorrenza, e col tramonto delle residue illusioni in una titanica lotta fra capitalismo occidentale e « socialismo » orientale.

Che duri quarant’anni, questa agonia selvaggia, lasciamo ad Eisenhower di pronosticarlo. Ci importa ch’egli le abbia riconosciuto un termine, anche se non ha indicato – nè avrebbe potuto farlo – che cosa, quale cataclisma, le metterà fine. Per noi, il protrarsi della guerra fredda, il prolungarsi della crisi interna del regime, non può che maturare le condizioni della sua distruzione violenta e le forze rivoluzionarie destinate a consumarla.

La flotta Lauro vira di bordo

La scissione dei monarchici laurini dal P.N.M. e la costituzione lampo del nuovo Partito monarchico popolare (P.M.P.) è il primo tentativo riuscito della Democrazia Cristiana di uscire dalle secche del 7 giugno. Il mancato scatto della legge elettorale maggioritaria, che l’opposizione convergente dei monarco-missini e dei social-stalinisti definì « legge-truffa », inchiodò la Democrazia Cristiana su una posizione difficile, essendo state estremamente ridotte le possibilità di manovra parlamentare del governo. L’ottavo gabinetto De Gasperi tentò di ripresentare le battute formule ministeriali, in un supremo tentativo di « ignorare » i risultati delle elezioni del 7 giugno. Fu battuto in pieno. Era l’epoca in cui Saragat si faceva pronubo della apertura a sinistra, cioè dell’imbarco di Nenni al governo, allo scopo dichiarato di metterne alla prova « le promesse di fedeltà alla democrazia ». Il gabinetto Pella rappresentò un tentativo fallito di superare la sconfitta democristiana alle urne. Sebbene esponente della destra democristiana, Pella si ebbe il dono della « benevola attesa » dell’opposizione social-comunista e un moderato appoggio delle destre. Recentemente, Togliatti dichiarava a Milano che il governo Pella è stato il migliore che l’Italia abbia avuto dal fatale 7 giugno. Ai feroci mangia-preti del P.C.I. bastò che Pella ordinasse di ammassare qualche divisione (armata dagli Stati Uniti) alla frontiera orientale senza chiedere il parere degli organismi supremi della N.A.T.O., in occasione della pagliacciata irredentista del settembre, perché passasse per un « patriota » sensibile alle « aspirazioni nazionali », e come tale, fosse ammesso nella sacrestia di Via Botteghe Oscure, seguendo ai Corbino, ai Parri, ai Nitti.

Oggi sappiamo, per le rivelazioni venute fuori dalla crisi in campo monarchico, che il governo Pella cadde perché gli venne a mancare l’appoggio solidale del P.N.M. che cominciò a dividersi, fin dopo le elezioni, in una corrente collaborazionista capeggiata da Lauro e in una possibilista guidata da Covelli. L’inconciliabilità delle posizioni è apparsa alla luce, del sole allorché, nelle ultime settimane, il governo ha messo in cantiere, sotto evidenti pressioni americane che Foster Dulles non avrà mancato di rinnovare nel suo incontro con Scelba, la ratifica parlamentare della C.E.D. La corrente Lauro prendeva netta posizione per la ratifica; l’opposta fazione di Covelli tirava fuori un ambizioso gioco politico mirante a barattare l’adesione dei monarchici alla C.E.D. con la deposizione di Scelba e, praticamente, la liquidazione del quadripartito.

Evidentemente, i monarchici covelliani fidavano sulla vigorosa campagna sferrata dalla destra. di Pella-Togni all’interno della D. C., cui si affiancava la sollevazione delle gerarchie ecclesiastiche dell’Azione Cattolica che culminò, nello scorso aprile, nella defenestrazione dei « sinistri » di Rossi dalla direzione della G.I.A.C. E’ noto che le correnti che attualmente dominano nella D. C., e cioè le forze del centro degasperiano e quelle della « sinistra » di Fanfani, reagirono energicamente alla proposta di apertura a destra. Dalla campagna condotta dall’Osservatore Romano fu chiaro che il Vaticano prendeva posizione per De Gasperi-Fanfani contro Pella-Togni. E si comprende il perché. Un’aperta alleanza tra la D. C. e la destra monarchica respingerebbe i partiti minori, specialmente il socialdemocratico e il repubblicano, all’opposizione di principio, dove si confonderebbero inevitabilmente con socialisti e comunisti. Nė la stessa Democrazia Cristiana va immune dal pericolo di perdere forze al lembo estremo del suo schieramento di sinistra, visto che la corrente di Gronchi, minoritaria ma non per questo irrilevante, propugna apertamente la costituzione di un governo formato da D.C., P.S.D.I. e P.S.I.

La scissione tra i monarchici prova che la D. C., suggerita dal Vaticano e dall’Ambasciata americana ha percorso l’unica strada possibile. Nell’impossibilità di « aprire » a sinistra per le note esigenze della politica atlantica, la D. C, dovette accettare nello scorso marzo la scomoda convivenza dei partiti minori, resuscitando il quadripartito. Non rimaneva altro da fare, per le ragioni dette. Ma le relazioni con la destra monarco-fascista non sottostavano, come oggi si comprende appieno, alle stesse rigide condizioni alternative. Ora è manifesto che alla « apertura verso destra la Democrazia Cristiana, cioè il partito dominante della borghesia italiana e dell’atlantismo, sta mirando, com’era nei disegni dei pellani, ma attraverso una manovra strategica che questi non avevano preconizzato, cioè attraverso la scissione nella destra. La frattura del campo monarchico, di cui nel momento che scriviamo non è possibile ancora misurare l’entità, è appunto una mossa che supera le figure di Lauro e Covelli, e si inserisce nella operazione a largo raggio diretta ad annullare o diminuire l’esistenza distinta della destra politica, e a reincorporarla nel calderone democristiano, da cui si era staccata dopo il 18 aprile 1948.

Riuscirà l’« operazione Lauro » alla D. C .? Ciò dipenderà anche dai risultati che avrà la caccia agli elettori monarchici che il P.C.I. ha fulmineamente lanciato nel Mezzogiorno ,ordinando all’apparato di adoperare tutti i mezzi adatti a sfruttare il disorientamento degli elettori di « Stella e Corona ». Nella giungla elettorale, come in quella non metaforica, chi cade diviene preda degli avvoltoi. Chi lavorerà meglio di artigli e di becco sulla carcassa monarchica? Ce lo dirà il prossimo avvenire.

Quel che è certo è che la lotta della D. C. contro la roccaforte della destra monarchica nel Mezzogiorno non consente alternative. Se alle elezioni del 7 giugno le liste social-comunista guadagnavano un grande bottino di voti, è altrettanto vero che il mancato scatto della legge truffa fu dovuta anche al successo delle liste di destra dato che i voti socialcomunisti da soli non avrebbero impedito alla coalizione governativa, nella assenza dalla competizione delle liste di destra, di raggiungere il sospirato 50,01 per cento dei voti validi. Nella impossiilità di smembrare il blocco di opposizione di sinistra, come nel 1947 con la scissione dei saragattiani che determinò la sconfitta social-comunista del 18 aprile, la D. C. è costretta oggi ad alzare il piccone demolitore sul blocco di opposizione di destra. Lo sventramento del P.N.M. tende a fare ritornare alla D.C. la massa di voti sottrattile nelle amministrative del 1951-52 che gonfiarono nel Mezzogiorno le schiere monarchiche.

Ma sarebbe troppo semplicistico attribuire esclusivamente alle pressioni e alle, blandizie corruttrici esercitate dalla D. C. lo sfasciamento del P.N.M. e la costituzione del nuovo partito monarchico di Lauro. Sta di fatto che le elezioni amministrative succedute nel Mezzogiorno al 7 giugno hanno dimostrato che il vecchio P.N.M. non solo falliva nel tentativo di arrestare l’avanzata socialcomunista ma era addirittura impotente, in molti casi, ad impedire rilevanti perdite di voti. Nella sua filippica contro Covelli, l’armatore Lauro è arrivato al punto di attribuire alla politica del vecchio P.N.M. la perdita di circa il 50 per cento dei voti nelle recenti elezioni amministrative. Si capisce come la provata retrocessione delle posizioni monarchiche dovesse inasprire la polemica interna tra le correnti e provocare la scissione odierna. Cambiando le insegne, i monarchici di Lauro cercano di rialzare le sorti elettorali del movimento. Vecchio trucco del trasformismo, che non è detto che debba avere successo, ma che indubbiamente favorisce il gioco della D. C. di presentarsi come l’unica alternativa al comunismo (così lo chiamano) di Togliatti. I socialcomunisti incassavano il colpo e reagivano aspramente contro Lauro, fiancheggiando in tal modo la campagna di Covelli cui riconoscono il merito di mantenere un atteggiamento critico di fronte alla C.E.D. Per maggior gloria di Mosca, il P.C.I. non disdegna di stendere la mano alle « vedove di Umberto ». Fatto non nuovo. Forse che alla recente conferenza dell’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.) il conte Paolo Sella di Monteluce, rappresentante monarchico presso il Comitato mondiale dei Partigiani della Pace, non si vantava di essere intervenuto ad una assemblea dei partigiani della pace a Varsavia, cui partecipavano esponenti del Soviet Supremo? Il focoso conte era zittito dai suoi compagni di fede monarchica, ma rimane il fatto che gli emissari di Malenkov ascoltino un monarchico, sia pure in veste di partigiano della pace.

I burattini politici italiani si agitano scompostamente sulla scena, ma i burattinai sono altrove, oltre le frontiere. Che Washington acconsenta a farsi pagare con contropartite politiche la cessazione dell’assedio economico posto alla Russia, il governo di Mosca non esiterà a menare colpi distruttori sul P.C.I. secondo una tradizione mai sconfessata nella storia delle relazioni del Cremlino con i suoi partiti-servi. Tale eventualità non è da escludere visto che alla conferenza di Ginevra le potenze convenute stanno trattando, pur essendo l’Indocina l’argomento ufficiale, la futura sistemazione del mondo. Allora si comprende a che si riduce la rivoluzione da operetta del Comandante Lauro !…

Asia polveriera del mondo (Pt.1)

La grandiosa epoca di sovvertimenti rivoluzionari aperta in Asia dalla Seconda Guerra Mondiale dura. Il gigantesco terremoto sociale che ha chiamato alla ribalta della storia centinaia di milioni di persone, appartenenti a diecine di nazioni e razze diverse, unite sotto il comune segno della rivolta all’imperialismo bianco, si prolunga in progressivi scuotimenti. La storia del mondo capitalista è ad una svolta, al di là della quale si intravedono convulsioni tremende, naufragi di secolari imperi coloniali fino a ieri dominanti sull’Europa e sul mondo. Sotterranee forze storiche rimaste assopite per millenni sono capaci di generare concentramenti di potenza industriale politica e militare finora sconosciuti. La stessa supremazia della razza bianca nel mondo, conseguita parallelamente allo sviluppo del capitalismo nell’Occidente, subisce profonde incrinature. Il fatto che alla Conferenza di Ginevra, i rappresentanti dei massimi poteri statali dell’imperialismo abbiano dovuto trattare con una potenza, la Cina, che fino a venti anni fa era una passiva pedina nelle mani delle cancellerie europee, dimostra che i padroni del mondo sono costretti a fare posto a nuove potenze. E che avverrà, allorché i nuovi Stati indipendenti dell’Asia, che possono disporre di ricchissime fonti di materie prime e di sterminate riserve di mano d’opera, avranno costruito formidabili apparati industriali e autonome macchine belliche?

Le rivoluzioni nazional-popolari di Asia dilagano. Esse sono il prodotto dell’esplosione del secolare odio delle masse lavoratrici e delle nazionalità oppresse, che il regime coloniale manteneva in umilianti condizioni di inferiorità economica, nazionale e persino razziale. Condizioni di servitù tanto più insopportabili in quanto contrastanti con la potenziale ricchezza dell’Asia, serbatoio di materie prime dell’intero pianeta. Ma la riscossa nazionale dei popoli asiatici ha potuto raggiungere piena vittoria per due fondamentali cause: 1) la lotta a fondo contro le arcaiche sovrastrutture sociali e i reazionari modi di produzione precapitalisti, e addirittura pre-feudali, che hanno permesso di realizzare la coalizione delle classi nel quadro nazionale secondo il modello della rivoluzione giacobina del 1789; 2) la crisi permanente dell’imperialismo.

Conviene esaminare, anzitutto, il secondo punto per sgombrare il terreno dalle influenze delle opposte propagande imperialiste, che impediscono una esatta visione dei rivolgimenti asiatici.

I governi dell’Europa occidentale, la Francia e l’Inghilterra specialmente, tradizionalmente hanno protetto la schiuma della speculazione e del carrierismo burocratico calati dalle metropoli sui ricchi pascoli coloniali di Asia e di Africa. Oggi essi lavorano sfacciatamente – per dissimulare la propria ignominiosa impotenza – sull’argomento della sobillazione e dell’aiuto militare fornito ai regimi nazionalisti dell’Asia dal governo della Russia. Secondo la tesi propagandistica di Washington, Londra, Parigi – e dei loro satelliti –le rivoluzioni anticoloniali costituirebbero una colossale operazione pianificata dello Stato Maggiore russo mirante allo scopo di portare i carri armati russi a Hong-Kong, a Singapore, a Bombay. In altre parole, la rivoluzione di Mao-tse-tung sarebbe l’equivalente asiatico del colpo di Stato russo in Cecoslovacchia del febbraio 1948. Argomento infantilmente poliziesco.

Da parte sua, il governo di Mosca – e i suoi satelliti statali e politici – non fanno nulla per discreditare la tesi occidentale, anzi – con una sincronia non rara nei rapporti russo-occidentali – si sforzano di dare ad essa il massimo rilievo. Se gli stessi governi rivali atlantici fabbricano il mito dell’onnipotenza russa in Asia e attribuiscono alla Russia il brevetto delle rivoluzioni nazionaldemocratiche, sarebbe davvero da sciocchi pretendere dal governo di Mosca – che certamente brama di scavarsi canali di penetrazione politica e commerciale nel magma incandescente del nuovo ordine asiatico – un diverso comportamento. Fatto non strano, la Russia adopera tutte le risorse della propaganda politica per imprimere nella mente dei popoli asiatici la nozione della indispensabilità della guida russa nella lotta contro l’imperialismo. Ma certamente l’arma propagandistica più efficace è fornita a Mosca proprio dalle accuse delle potenze occidentali.

Il comportamento dei governi occidentali si spiega col fatto che essi non possono ammettere che la ribellione delle nazionalità oppresse dell’Asia (e dell’Africa) scaturisca inarrestabilmente dal profondo secolare odio provocato dalla politica di rapina e di vergognosa oppressione condotta tradizionalmente dalle potenze coloniali. La verità è che i popoli dell’Asia e dell’Africa hanno assaggiato troppo lo sfruttamento dei colonialisti per aver bisogno della sobillazione russa. D’altra parte i superbi dominatori dei continenti e degli oceani non possono riconoscere che le conseguenze obiettive della Seconda Guerra Mondiale li hanno messi, alla fine del conflitto, nella materiale impossibilità di restaurare in Asia lo status quo prebellico. È facilmente comprensibile che, addossando al governo di Mosca, accusato di disegni tenebrosi e di non si sa quali occulte macchinazioni infernali, tutta la responsabilità degli avvenimenti asiatici, i decadenti governi di Parigi e Londra mirino a stornare da sé il pericolo di dover confessare lo stato di disgregazione in cui versa il colonialismo e, quel che conta di più, la limitatezza delle possibilità repressive dei pur mastodontici colossi dell’imperialismo.

È possibile misurare fino a che punto le rivoluzioni nazionali e i movimenti indipendentisti delle nazioni asiatiche, culminati nella costituzione di Stati che per popolazione sono i più grandi del mondo, abbiano usufruito dell’appoggio di Mosca. I fatti stanno lì a mostrare che l’area continentale, nella quale si sono originate le cosiddette « aggressioni comuniste » è soltanto una parte del vastissimo teatro geopolitico, comprendente un territorio di oltre 17 milioni di Kmq e una popolazione di oltre un miliardo di persone, in cui si è scatenata la rivolta contro l’imperialismo bianco. Infatti, di questo enorme settore fisico ed etnologico del pianeta, la cosiddetta Asia « rossa », la pretesa Asia « comunista », in tal modo denominata solo perché il regime dominante si richiama surrettiziamente alla teoria e ai simboli del comunismo marxista, si riduce – a conti fatti – alla Cina e alle sue dipendenze. La Corea del Nord, infatti, fu istituita, come la Corea del Sud, a seguito di una transazione concordata delle potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale (Stati Uniti, Russia, Inghilterra, ecc.) che, ripetendo le geniali invenzioni del Trattato di Versailles, scelsero il 38° parallelo come artificiale linea di demarcazione dei due semi-Stati.

A migliaia di miglia di distanza, l’altra « vittima dell’aggressione russa », l’Indocina, benché le forze rivoluzionarie nazionaliste di Ho Ci-min siano in netta superiorità sugli occupanti francesi, è ancora lontana dal raggiungere un definitivo assetto.

La Cina rimane con le sue dipendenze, a tutt’oggi, l’unico grande Stato « comunista » sorto in Asia a seguito di una lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo capitalista. La Cina per l’estensione del suo territorio (Kmq 9.736.000) è lo Stato più vasto dell’Asia; per la sua popolazione (467.802.000 abitanti) è lo Stato più grande del mondo. Se lo si confronta alla estensione e alla popolazione complessiva di tutti gli Stati indipendenti sorti in Asia dal 1948 al 1950, in cui sono da annoverare l’India, l’Indonesia, il Pakistan, la Birmania, le Filippine, la già citata Corea, Ceylon, ci si avvede che l’enorme spazio cinese si accaparra – facendo i calcoli con approssimazione – più della metà della parte del continente asiatico sottratto al diretto controllo politico delle metropoli capitaliste di occidente. È una fetta immensa, ma non tutta la torta.

Va da sé che le misurazioni del territorio e il censimento della popolazione non sono criteri sufficienti per stabilire il grado di potenza politica e militare degli Stati, la quale deve rapportarsi anzitutto al potenziale economico-industriale. Ma, trattandosi di Stati che pur disponendo di immense riserve di materie prime, spesse volte sfruttate solo marginalmente, si avviano soltanto ora per la strada del moderno industrialismo, altro criterio non esiste. Ad esempio, Cina ed India posseggono entrambe vasti giacimenti di carbone e di ferro, elementi di base dell’industria siderurgica e meccanica. Inoltre la Cina produce antimonio e tungsteno che costituiscono rispettivamente il 60% e il 50% della produzione mondiale; l’India, da parte sua, produce i due terzi della mica venduta sul mercato mondiale; ha una imponente produzione di manganese, rilevanti giacimenti di bauxite. E abbiamo accennato, con la inevitabile sommarietà a cui ci condanna la pochezza del nostro spazio tipografico, soltanto alle massime fonti di materie prime. È chiaro che solo l’avvenire potrà permetterci, fornendoci il consuntivo del piano quinquennale di industrializzazione inaugurato l’anno scorso da Pekino, di assodare se la supremazia etnica e territoriale della Cina può ritenersi estesa anche al campo industriale.

Quel che importa qui è di mostrare che non tutti i rivolgimenti storici, verificatisi in Asia dopo la guerra mondiale, possono spiegarsi con la rancida storiella degli intrighi di Mosca. In realtà, se la causa prima della cacciata dei dominatori bianchi dall’Asia è da ricercarsi nella rivolta delle nazioni oppresse, che covava da secoli, le condizioni obiettive in cui le rivoluzioni demo-nazionali asiatiche si sono originate, hanno lottato e trionfato non sono affatto da individuare nella politica delle grandi potenze imperialiste di occidente, Russia compresa. La politica degli Stati occidentali e della Russia nei confronti dell’Asia è improntata, in ogni caso, al principio di trarre il massimo vantaggio politico e militare da una complessa fase storica che ha originato forze impersonali di gran lunga più potenti dei governi. Attribuire alla Russia la responsabilità storica delle rivoluzioni anti-imperialiste d’Asia, significa fare credito al Cremlino di una formidabile potenza che esso non possiede. Il fulcro è altrove. Le condizioni obiettive che hanno reso possibile lo sganciamento dell’Asia dal predominio dell’imperialismo bianco, furono le conseguenze storiche della Seconda Guerra Mondiale, cioè del terribile sconvolgimento in cui precipitarono, per inflessibili leggi economiche, i massimi Stati capitalisti d’Europa e d’America.

L’occupazione giapponese dell’Asia continentale ed insulare che spaziò da Mukden a Rangoon, da Singapore a Batavia, travolse le potenze coloniali anglo-franco-olandesi dall’Indocina, dalla Birmania, dalla Malesia, dall’Indonesia, ecc. Il motto « l’Asia agli asiatici » servì, nella bocca dei generali nipponici, allo scopo di adombrare con ideologie liberazioniste a fondo razziale, l’espansionismo di provato tipo capitalista dello Stato di Tokio. Di ciò nessun dubbio. Ma è altrettanto vero che la pur breve dominazione giapponese umiliò per sempre il prestigio degli orgogliosi padroni bianchi, avvezzi da secoli a farsi ubbidire a colpi di bastone o con la semplice minaccia dei cannoni puntati degli incrociatori. Secoli di dissanguamento economico, feroci vessazioni inflitte da burocrazie coloniali avide e corrotte, mortali umiliazioni suggerite dalla boria razziale del superbioso dominatore d’oltremare, avevano ammassato un formidabile potenziale rivoluzionario nelle classi sfruttate e nelle nazionalità oppresse. Allorché i poteri coloniali crollarono come castelli di carta sotto i colpi delle armate del Mikado, allorché l’Asia intera si avvide che l’odiato oppressore bianco aveva perso il potere dell’invincibilità, essendo sgominato e messo in fuga da una potenza essa stessa asiatica, anche se posseduta da eguale bramosia di rapina e di soggiogamento, la dominazione bianca sull’Asia volse al tramonto.

Il patto Stalin-Hitler sarà aggiornato?

La « recession » americana, che evoca gli spettri della crisi del 1929, terrorizza i sonni dei banchieri di Wall Street. Da un pezzo costoro premono sul governo perché si dia da fare per aprire all’industria americana i vasti mercati della Russia e della Cina. I magnati del dollaro, pur di esportare, sono disposti a vendere a credito, magari al riparo di un « Piano Marshall per l’Est ». La stampa di informazione ormai si è impadronita di tali notizie che acquistano sapore di verosimiglianza, non fosse altro che per il fatto che nessuna smentita è venuta dal governo degli Stati Uniti.

Ma se la prospettiva di giganteschi affari con i nemici-amici dell’Oriente placa l’ansia degli industriali e dei banchieri americani, i loro degni fratelli di classe della Germania ne traggono motivo di gelosia. Temono di rimanere a terra. Per rammentare al Governo di Washington che anche la Ruhr ha fame di mercati, i liberali di Bonn, cioè il forte partito dopo la democrazia cristiana della coalizione al governo, presero nelle scorse settimane l’iniziativa di proporre l’invio di una delegazione di deputati a Mosca. Dell’accaduto ne demmo notizia nello scorso numero. Ora apprendiamo dei particolari interessanti.

Il Tempo, giornale che non nasconde la sua germanofilia, pubblicava nel numero del 6 u.s., un articolo intitolato « Gli industriali tedeschi guardano ai mercati dell’Est ». Il sottotitolo era ancora più esplicito: « I « businessmen » della Ruhr sostengono che un’apertura economica ad Oriente li salverebbe certamente dalle ripercussioni di una eventuale crisi americana ».

La D. C. tedesca. il partito di Adenauer, contiene nel suo capace seno sia cattolici che evangelici. La corrente cattolica è fautrice dell’europeismo press’a poco nel senso che conosciamo ai democristiani nostrani. Gli evangelici, invece, non nascondono il loro scetticismo verso il progetto di Comunità europea e appoggiano le posizioni dei « pan-germanici ». cioè di coloro che, nella D. C. e fuori di essa, specialmente nel partito liberale, mettono avanti la riunificazione delle due Germanie e per raggiungere lo scopo, non sono alieni dal tentare un accordo con Mosca. Ma i « pan-germanici » ci tengono a sbandierare in ogni occasione la loro avversione al comunismo: lorsignori cercano l’intesa con Mosca, ma sono anticomunisti. Vecchio gioco! Prima di loro lo esperirono i nazional-socialisti di Hitler. Da quando la controrivoluzione staliniana distrusse il bolscevismo in Russia, coloro che sono o cercano di entrare nelle grazie di Mosca non hanno proprio bisogno, per noi, di dichiarare il loro anticomunismo. Anzi l’alleanza con Mosca è il modo decisivo, proprio esso, di proclamare l’anticomunismo. Chi credono di far fessi i « pangermanici »? La sete di profitto degli industriali della Ruhr spiega tutto.

Commentando una notizia della agenzia « Deutsche Informationdienst ». secondo cui ben trentatre deputati del Parlamento di Bonn sarebbero disposti a cambiare la politica estera nel senso di un avvicinamento a Mosca, l’Unità (6-6- 54) scriveva con incomparabile cinismo:

« Alla base di questo nuovo orientamento non sta soltanto la convinzione espressa dal capo del partito liberale che « il tempo ha lavorato e lavora contro l’Occidente non migliorando in alcun modo le chanches dell’intera situazione politico-militare », ma si trovano i potenti interessi di gruppi economici intenzionati ad ottenere una estensione del commercio con lo Oriente »,

L’Unità, giornale che si definisce comunista, e che quotidianamente sbraita contro i monopoli capitalisti, diventa subitamente tenera nei loro riguardi appena i « gruppi monopolisti » esprimono l’intenzione di commerciare con la Russia. Allora non esita a chiamare le cose col loro nome. I capitalisti « onesti », come li definì un giorno Palmiro Togliatti sono diventati legione da quando il Dipartimento americano del commercio ha preso a stendere piani di incremento dei traffici commerciali Est-Ovest. I nomi dei « capitalisti onesti », i capitalisti « non sfruttatori » della Germania di Bonn, fino a ieri bollati di nazismo, l’Unità non se li tiene in corpo: « Tanto per fare nomi, vi sono alle spalle del partito liberale, il Konzern Hugo Stinnes, l’Agstollberger Zink, il Konzern Otto Wolff e due grandi banche ». E scusate se sono pochi: in compenso sono le stesse organizzazioni industriali di prima grandezza che appoggiarono la guerra di Hitler,

A noi che da tempo abbiamo smascherato il falso comunismo del P.C.I. non fa senso leggere sulla Unità notizie del genere. Del resto non è la prima volta che gli industriali della Ruhr guardano fiduciosi a Mosca, se nell’agosto 1939 Hitler e Stalin firmarono un patto che diede l’avvio alla seconda guerra mondiale. Ma che effetto fanno sui nervi degli ex partigiani chiamati a suo tempo a farsi sbudellare dalle granate fabbricate proprio nei « Konzern » di Stiness, di Krupp?

Alla crociata bandita dai briganti industriali della Ruhr, «élite » del capitalismo teutonico, non poteva mancare lo zampino di Hialmar Schacht, l’ex presidente della « Reichbank ». Quanti misfatti la stampa stalinista ha dedicato a quel personaggio, raffigurato come una sorta di potenza infernale della finanza. Lui, il consigliere economico di Hitler. Ebbene anche la sua banca è interessata ai progetti di intese commerciali con la Russia e la Cina.

« Quando, un mese fa – scriveva Il Tempo sopra citato – il deputato liberale Karl George Pfleiderer manifestò ufficialmente il suo progetto di recarsi a Mosca alla testa di una delegazione di deputati del « Bundestag », uno per ciascun partito nazionale, vi fu un alto ed elegante signore del partito di Adenauer, membro del consiglio di amministrazione della banca di Hjalmar Schacht e di Leo Gottwald sulla Koenigsalee di Dusseldordf, a cogliere la palla al balzo e dichiarare che ristabilire normali relazioni con la Russia sarebbe stato nell’interesse dell’economia tedesca … L’elegante signore di cui parliamo è il principe Otto von Bismark, nipote del Cancelliere di Ferro e dal 6 settembre 1953 deputato democristiano al Bundestag »,

Siffatta razza di gente va predicando in Germania una politica di amicizia con l’U.R.S.S., il preteso « Paese del socialismo ». Non si è sentito colà neppure il pudore di cambiare i nomi: sono infatti gli stessi che brillarono di luce sinistra nel regime di Hitler. Ma gli affari sono affari. Il Cremlino preferisce perciò mettere in ombra lo Hitler del giugno 1941, data dello scoppio della guerra russo-tedesca, e rinverdire la leggenda della Hitler dell’agosto 1939, allorché i mercati agricoli della Russia si aprirono, in forza del patto di alleanza tra nazisti e stalinisti, alla vorace industria della Ruhr. A nemico che si ravvede ponti d’oro.

The Leading Civilization in "Segregation"

Whenever European powers have had to deal with rebel subjects in their colonies and ended up taking arms and pitchforks, Puritan America has routinely intervened to dissociate itself from any culpability for the repressive actions of those otherwise allied states.

We know real well that the non‑interference of the US in colonial uprisings and wars, which has been meticulously reaffirmed by the Congress and the Government, aims exclusively at encouraging, without seeming so, the progressive erosion of the existing colonial empires and undermining what matters the most which is their commercial and financial areas.

For dollar’s greater glory, the Wall Street imperialists are altruistically willing to lose every possession of the European colonialists until the very last.

But from an ideological standpoint, where the coarse interests of profiteering become “ideal”, the programmatic anti‑colonialism of the American bourgeoisie is covered in noble, theoretical mantles.

It lies on the lying principle that the US, the “land of the free” praised by Prezzolini, is, organically, an enemy of the domination of a country over another country, of a race over another race deemed inferior.

The American social reality proves that the worst colonial domination that exists today in the world is practiced inside the borders of the State that is the leader of the “free world”, the most civilized country on the planet.

Undoubtedly, the vile subjugation millions of black Americans are held in – it goes without saying that we were alluding to them – exceeds the overtly colonial regimes in harshness and vehement brutality.

For sure, the conditions of inferiority of black Americans are more severe than the ones enforced to the most primitive among those colonial populations still living in wild or barbaric conditions, that of the capitalist civilization only know the painful yoke of economic exploitation.

The Dayaks of the Borneo, the Pygmies of Congo’s forests, the Kanaks of the Oceanic archipelagos that to this day live on the edge of civilization have to intensively fight against the physical world in order to survive, given the very conditions of their own existence.

But they are too distant from the “civilization” of the whites to know its infamies.

Black workers in the US, on the other end, that are born and grow up in the middle of civilization – built on the sweat of slaves – not only have to go through the suffering that the repugnant form of oppression and social exploitation that is wage labour causes – therefore, the living conditions of workers are on their own worse than the ones of the savages in the virgin forests – but they also have to withstand the not less reprehensible persecution that is “segregation”.

“Segregation” is the American equivalent to Hitler’s racism.

What are we saying!?

The racists of the exasperated German bourgeoisie, the Hitlerian theorists such as Rosenberg, the nauseating preachers of racial hatred such as Streicher and the very instigators of the anti‑jewish “pogroms” that caused bloodsheds in the the ghettos of the zarist Russia up to forty years ago were all, at their times, nothing but bumbling imitators of American racists.

Let’s hand to Americans, namely the American bourgeois, their rightful records.

The Ku Klux Klan, the secret society whose rituals are as imbecile as brutal, that started to terrorize blacks right after the end of the Civil War and to this day conducts a semi‑legal existence, is not second to any similar organization both in age and fanatic inflexibility.

While the Hitlerian S.S. hung jews by their throat on iron hooks, that was still a less excruciating death than the tar and feathers torture to which the KKK’s henchmen subjected those blacks who rebelled against white supremacy.

In the US, racial discrimination against black people is indeed called segregation.

American racism doesn’t go as far as confining fifteen millions blacks in obligatory houses in the likes of the medieval ghettos but black neighborhoods in New York and Chicago have honorably preserved those features of overpopulation and filthiness.

But American racism goes even further to an extent as it negates blacks the access to public places, transportation, theatres attended by whites.

It imprisons black people in one huge ghetto with invisible bars.

Those who try to escape end up in jail as that is indeed what happens in the Southern States where racial discrimination, the “segregation”, is decreed in law.

Without a doubt, out of all the living conditions that capitalism forces upon the populations of colour, black Americans have it the hardest.

In the equatorial forest, a savage has to fear the bite of venomous snakes or the claws of felines but he ignores the abuses of segregation.

To live that experience he should apply and then obtain the American citizenship.

In a globe dominated by capitalism, the areas of abuse and oppression actually coincide with the lavish, “civilized” metropolises.

Some weeks ago, the Supreme Court of the US, that is composed of nine members one of which was affiliated with the KKK in his youth, at the request of a group of black people, has decided to declare segregation in schools as unconstitutional.

The American constitution grants black people the right to school education but political prejudice and social custom do not allow white and black students to sit behind the same school desk.

The Supreme Court’s ruling puts to end, in principle, social discrimination in schools.

But in order for that ruling, granted by the higher powers, to be applied years upon years will pass and that is assuming that the ruling itself won’t be just left in the limbo of ideological enunciations.

And even if segregation in schools would cease to exist today, that won’t cancel the infamies of the American capitalist bourgeoisie that wants to rule the entire world in the name of the “undying principles” of freedom and equality while treating black people the way the most ferocious colonialists of old Europe never dared to.

Via crucis proletaria

Non v’è settore dell’economia italiana dove l’approfondirsi della crisi non metta in agitazione i proletari, e dove l’azione deleteria dei partiti e delle organizzazioni sindacali del tradimento non argini o addirittura sventi l’azione di attacco dei lavoratori.

* * *

Si è conclusa a Casale la lunga vertenza dei cementieri, Si ricorderà che il lungo tergiversare dei padroni di fronte alle richieste degli operai aveva condotto all’occupazione delle miniere. Le organizzazioni del tradimento lasciarono sbollire l’agitazione e infine intervennero con la promessa che, abbandonando le miniere, si sarebbe potuto trattare con vantaggi. I padroni chiedono 100 per avere 10, si sa: le trattative condotte dalle « vittoriose » organizzazioni si sono concluse con 25 licenziati invece di 75. Ora leggiamo che alla Milanese-Auzzi lo sciopero del 10 giugno è terminato prima del tempo avendo i sindacati sottoscritto l’accordo con cui 18 operai licenziati per avere, durante un’agitazione, lasciato spegnere il forno venivano riassunti impegnandosi a non abbandonare mai più il forno in occasione di eventuali futuri contrasti sindacali. Lo sciopero era stato indetto per protestare contro la «violazione del diritto di sciopero » da parte dei padroni: si conclude, con la firma sindacale, col riconoscimento del diritto dei padroni di esigere dai dipendenti di non abbandonare il posto di lavoro nei gangli vitali dell’azienda. Vittorie, vittorie … alla Di Vittorio.

* * *

A Schio, il piccolo stabilimento tessile Casola licenzia 130 operai e ne sospende altri 70 in attesa di un corso di qualificazione. Gli impianti sono vecchi e non è possibile modernizzarli: tutti d’accordo, dunque, nel circondare di silenzio l’invio sul lastrico degli operai. Ma anche tutti d’accordo con l’iniziativa della minoranza comunale di « sinistra » per una sottoscrizione popolare a favore dei licenziati, aperta dall’on. Valter con 5000 lire. Silenzio ed elemosina: moderna versione della « lotta sindacale ».

* * *

Non si è invece potuto tacere a Valdagno e Maglio di Sopra, per lo sciopero scoppiato nelle officine Marzotto per il licenziamento di 138 operai. Ma, poiché la battaglia volgeva aspra (il primo giorno gli operai – 7000 dipendenti – la fecero a legnate coi crumiri, i soliti zelanti impiegati) e lo spiegamento di polizia era imponente, i pompieri del P.C.I. hanno fatto del loro meglio per placare le acque (ad es. chiamando gli operai ad un comizio lontano dagli stabilimenti) e lasciar sbollire un’astensione che è pur durata otto giorni. Alla fine, traballando ormai la « decisione » delle organizzazioni sindacali e lo smarrimento dilagando fra gli opera,. Marzotto annuncia che è disposto a discutere al Ministero del Lavoro purché gli operai riprendano immediatamente a lavorare. E il 3-6 i sindacati hanno fatto propria la sua parola d’ordine. Vittorie, vittorie … Ma a Roma, chissà, papà Marzotto potrà forse spezzare una lancia a favore del commercio con la Cina o con lU.R.S.S.: è o non è una « compagno di strada »! 

Si ricorderà come l’occupazione delle Reggiane e la sua fine fossero salutate dai social cominformisti come una vittoria. Illustrammo, allora, come l’azione condotta dai sindacati fosse stata in realtà diretta alla sconfitta. Ora i nodi sono venuti al pettine, e i giornali ben pensanti possono gridare al trionfo perché la roccaforte delle « Reggiane » non ha risposto con un solo astenuto all’ordine di sciopero generale emanato in provincia di Reggio. Gli operai sono stati passati al setaccio, e i rimasti, stanchi e delusi, temono la ripetizione dell’invio sul lastrico. Era una vittoria, allora: come la chiameranno adesso? Che cosa diversifica gli organizzatori della C.G.I.L. (non parliamo di quegli altri, che sono dichiaratamente a fianco del potere pubblico e la cui funzione poliziesca è quindi palese ed aperta) dai liquidatori socialdemocratici dell’ondata di agitazioni e scioperi del 1919-21?

Ritratto del sovversivo

Da una descrizione su La Stampa (4-6) del ricevimento in Quirinale in occasione della festa della Repubblica: « … Viene a occupare una tavola all’estrema sinistra la famigliola Togliatti, la signora Jotti, una bambina bionda vestita di bianco, e lui, Togliatti, in doppio petto bleu marin, cravatta crema con losanghe grigie; si vede che sta a suo agio fra i governanti, gli ridono la bocca e gli occhiali ». E’ il miglior ritratto dell’uomo che i borghesi fingono di temere, il terribile, fosco, diabolico sovversivo. A suo agio fra i governanti …

Codificato così il marxismo agrario

Ultima tappa

La serie di puntate dei Fili del tempo sulla « Questione Agraria » ha preso le mosse col terz’ultimo numero di questo quindicinale uscito nell’annata ’53 svolgendosi poi per i primi 12 numeri del 1954, quest’ultimo compreso. Serie di quindici capitoli, adunque, e se vi pare più vivace, Giro di quindici tappe.

Non si tratta però che di una sosta; non abbiamo finito ancora. Di tutto un settore della materia cui abbiamo fatto frequenti accenni, daremo in altra futura serie lo svolgimento; è, per dirla in breve, il settore Lenin-Rivoluzione russa. Anche in questo campo non si aspetti alcuna luce di originalità, alcuna pratica da passare all’ufficio brevetti e privative, il più caratteristico di questa società che superschifiamo, ove al lavoro del muscolo cervello, lavoro che come ogni altro non è personale ma sociale, si pone il più imbecille dei timbri borghesi. Una definizione della società comunista, facile facile? Quella in cui non si timbrerà un amato canchero.

Ed infatti, stabiliti qui i cardini della visione marxista sui problemi della terra, si tratterà solo di mostrare come nell’opera colossale di Lenin, sotto il profilo dottrinale, sia seguita al mille per mille la linea generale della scuola, e quindi come le questioni della rivoluzione russa siano state poste e risolte dalla storia in tutta conformità allo stabilitissimo schema. La storia insegna, la storia disvela, la storia sfascia gli schemi e così via. Ma quando e quali? Qui sta il punto! La storia non impugna il moccolo per far luce ad ogni Pinco Pallino che apre al caffè il giornale favorito.

Se nel seguire la costruzione marxista della questione agraria non abbiamo fatto (finché l’arteriosclerosi lo consenta, mai lo faremo) alcuna innovazione e apportata alcuna variante, teniamo tuttavia a ripetere che non abbiamo inteso svolgere una « materia » scolastica, entro i limiti di un programma che la isoli dalle altre, come nei compartimenti stagni della cultura ufficiale borghese, la cultura più scialba tra tutte le civiltà storiche.

In verità ci sentiamo solidali un poco col dottore peripatetico sfottuto dal borghese (avanti lettera) Molière, il quale, andato fuori dai gangheri per un contraddittore che gli propinava un sillogismo « in balordo », ovverossia fuori dagli schemi classici della logica del Maestro, gli rovescia sul cranio la lista delle scienze in cui è ferrato e che ci guarderemo dal riportare, dalla cosmometria alla geomanzia, dalla metafisica alla musica, dalla retorica alla teologia, dalla matematica all’astrologia, dall’alchimia alla fisica.

Preferiamo un ciarlatano, che osi discutere su tutto, al moderno esperto e specialista che si chiude nel suo stupido campo di competenza e giura di essere digiuno di ogni nozione di quello del sòzio vicino, avendo passato con lui il solito patto: non lasciamo scoprire a nessun terzo quanto siamo gonfi di vuoto tutti e due.

L’importanza data al settore agrario e alla sua teoria, curata in Marx fino alla totale sistemazione, sta nel fatto che essa racchiude tutto il sistema, se di settori e di sistemi, per speditezza di linguaggio, vogliamo parlare; talché per fare intendere la soluzione della questione agraria occorre pervenire alla chiarificazione di tutti i capisaldi generali e centrali, raggiungere la spiegazione di tutto il meccanismo dell’attuale società, dare le equazioni della sua dinamica sicuramente « estrapolate » come nel passato, così nel futuro.

L’evento della Russia, dal 1917, lungi dall’avere posto il tutto su nuove basi, sta a dimostrare che Marx e Lenin – all’atto del teorizzare – avevano potuto « estrapolare » con sicurezza le trovate leggi di sviluppo.

Per sapere che cosa è estrapolare non occorre la geomanzia del vecchio dottore. Se viaggio da Piacenza a Modena e leggo le ore al mio orologio e quindi enuncio l’ora di arrivo a Roma e di partenza da Milano, ho estrapolato avanti e indietro: se ho imbroccato possedevo la giusta formula del moto. Abbiamo dunque ridotta la storia ad un orario ferroviario? Arruffatevi pure, o filistei del pensiero borghese. Solo dopo arrivati appenderemo l’orario – e voi – a chiodi di opportuna portata, come Bartali farà colla bicicletta.

Il giro di Russia

La nostra esposizione fin qui, sebbene complessa, non ha affettato un ordine sistematico da trattato ed appunto ha deviato non solo verso il centro dei principi del marxismo, ma perfino e spesso verso la periferia dell’attualità.

Alle imprese di questa diva del tempo moderno non chiudiamo noi deliberatamente gli occhi, ma la seguiamo indulgenti, sapendo, se vogliamo restare (a fine di mortificato barbassorismo) nel lieve paragone ciclistico, che non ci può sorprendere con i suoi scatti. Dimenerà pure le natiche sul sellino con stile più o meno gradevole, ma è condannata a girare coi suoi piedi e i suoi pedali in un raggio fisso nell’acciaio del determinismo: tutte lì le sue novità.

Quelli dunque che sono visti dal comune fessame come guizzi imprevedibili, si riducono con breve dimostrazione a sdruccioloni su piste ben prefissate.

Questi continui ed anche ripetuti richiami a tratti ben noti della dimostrazione generale e queste divagazioni su episodi contemporanei per ritrovarvi conferme delle leggi impostate da gran tempo, possono anche avere alterato l’ordine della trattazione, ma stanno a provare quanto il nostro metodo sia lontano dallo stupido dilemma: fare solo presentazione dottrinale, o stare nel vivo della azione. Conducetemi un solo individuo da tutto il mondo, Alto Battilocchio della notorietà universale, o incognito fesso, che per un solo momento abbia disposto di una tale scelta, ed io mi cospargerò di cenere il capo e rinnegherò di un colpo solo fino all’ultima sillaba proferita o battuta per ripeter marxismo.

Con vari accenni abbiamo già infatti mostrato le linee dorsali sia dell’attuale economia sovietica nella produzione agraria, sia delle lotte politiche in cui storicamente proletariato e strati diversi della popolazione rurale sono stati in movimento e in contatto.

L’errore che si tratta di dissipare, facilitato dall’entusiasmo generoso che sollevò la vittoria di Ottobre, è quello che prima di tali fasi storiche di prima grandezza non fosse del tutto definito il problema dell’influenza delle classi rurali in due trapassi: la rivoluzione borghese che rovescia il sistema della feudale servitù – la rivoluzione socialista condotta dai lavoratori salariati, dell’industria come della terra, in paesi in cui sono presenti strati rilevanti di altri ceti rurali, come i piccoli coloni e proprietari.

Questi rapporti sono già definiti alla chiusura delle tappe di questa prima scorsa storica e la soluzione dei quesiti è già contenuta nei « classici », e vi è contenuta così come Lenin la rivendicò e così come nella lotta sociale in Russia si presentò: una simile tesi l’abbiamo del resto già premessa nel nostro iniziale « Prospetto introduttivo » che qualche lettore ricorderà.

Dopo quindi un certo intervallo sarà organizzata ed annunziata la nuova serie, che come è ovvio ancora una volta non conterrà dati nuovi e non toccherà argomenti vergini e per necessità avrà altri attacchi con questioni di più vasto campo, come i rapporti tra la rivoluzione russa e la rivoluzione mondiale e come il corso del grande ciclo di opportunismo in cui la classe lavoratrice mondiale si trova, nell’epoca in cui sembra essere diretta con le insegne della politica leninista e della rivoluzione di Russia; epoca che non si può chiudere se non in condizioni tali da rendere inutilizzabile l’arma della identificazione tra anticapitalismo e società russa e perirussa presente. Il che non è oggi ancora vicino.

Tra nemici ed alleati

E’ col nascere della teoria che spiega le lotte tra gruppi umani non con la differenza di ideologie e nemmeno colla diretta cupidigia di potenza, ma secondo i materiali interessi e la posizione sociale nella produzione, che col problema dell’inimicizia di classe si pone quello delle alleanze di classe.

Teoria della lotta di classe (cerchiamo ancora una volta di essere elementari) non vuol dire divisione della società in due classi: vi sono sempre più classi e la nostra affermazione è che si va verso la società senza classi, non che si debba prima passare per la società biclassista.

Il lungo rimasticare le tesi agrarie sarà valso a scrivere a lettere di scatola quel teorema fondamentale che è dato nelle prime battute della Critica dell’economia politica: la moderna società capitalista tipo si compone di tre classi: proletari, capitalisti e proprietari fondiari. In un conflitto fra tre partecipanti vi sono tre schieramenti possibili di uno contro due, anche non contando il quarto in cui ognuno è contro gli altri due.

Nelle epoche incandescenti della storia uno dei gruppi di classe prende la posizione di assalto contro tutti, ed echeggia allora la terribile parola del capo rivoluzionario Gesù di Nazareth: chi non è con me, è contro di me.

Non appena la classe proletaria si riconosce nella storia e vede contro di sé il « fabbricante » capitalista, essa non manca però di accorgersi dell’esistenza di varie altre classi, che anche prima che esistessero fabbricanti e salariati si muovevano in seno alla vecchia società medioevale.

Con la constatazione della esistenza di tutti questi raggruppamenti, per quanto imperfetta, immediatamente sorge il quesito dell’alleanza con alcuni di essi e sorge nella più varia maniera.

Devesi ancora una volta ricordare che i primi scrittori socialisti che intuirono i caratteri oppressivi dell’economia aziendale borghese abbozzarono i piani di una alleanza tra proletari delle fabbriche e signori feudali? E’ il socialismo feudale e conservatore contro il quale un secolo fa si doveva ancora lottare. Devesi ancora dire che con posizione pienamente ammessa dal marxismo per il dato campo storico – e per strettamente collegati campi geografici – si pose ed impose la esigenza della alleanza armata e combattente in guerra civile e nazionale tra i salariati e i loro padroni borghesi?

E già il Manifesto dei Comunisti prospetta i rapporti tra il proletariato e le altre diverse classi all’indomani della completa vittoria borghese sul regime feudale.

Ricorriamo addirittura all’abbicì e ancora una volta riscriviamo come la cosa si trova messa nel Manifesto.

« Tutte le classi che finora si impossessarono del potere [verbigrazia la borghesia] cercarono di assicurarsi la posizione raggiunta assoggettando tutta la società alle condizioni del loro guadagno ». Ma: « i proletari, invece [a differenza di ogni altra classe storica] possono impossessarsi delle forze produttive sociali soltanto abolendo il loro modo di appropriazione attuale e con esso l’intero attuale modo di appropriazione ».

E, come è noto, ciò perché

« i proletari non hanno nulla di proprio da salvaguardare; essi hanno soltanto [dicemmo l’ultima volta] da distruggere tutte le sicurezze private e le guarentigie private finora esistite ».

Tale condizione è del solo proletariato e non di alcun’altra classe: ed i passi precedenti hanno provato che solo la classe salariata non è agganciata alle famose forme: famiglia, eredità, patria. Egli è per questo che, se è verissimo che altre classi, anche povere, vi sono, fu fin da allora proclamato (e mai rimangiato) che:

« Di tutte le classi che oggi stanno di fronte alla borghesia, solo il proletariato è una classe veramente rivoluzionaria. Le altre classi decadono e periscono con la grande industria, mentre il proletariato ne è il prodotto più genuino ».

E quindi:

« Il proletariato, che è lo strato più basso della società attuale, non può innalzarsi, senza che tutta la sovrastruttura degli strati che costituiscono la società ufficiale vada in frantumi ».

Queste affermazioni che per un secolo sono entrate nella carne e nel sangue di milioni di lavoratori delle generazioni successive, non tolgono che quegli altri strati, destinati a fratturarsi come formazioni geologiche di materiali cedevoli e incoerenti sotto il sollevamento della fiammeggiante roccia abissale o a stritolarsi tra le pieghe dei suoi corrugamenti, siano stati debitamente messi al loro posto, e non soltanto condannati a sparire.

« I ceti medi, il piccolo industriale, il piccolo negoziante, l’artigiano, il contadino, tutti costoro combattono la borghesia per salvare dalla rovina l’esistenza loro di ceti medi. Non sono dunque rivoluzionari, ma conservatori. Ancora più, essi sono reazionari, essi tentano di fare girare all’indietro la ruota della storia. Se sono rivoluzionari, lo sono in vista del loro imminente passaggio al proletariato; cioè non difendono i loro interessi presenti, ma i loro interessi futuri, abbandonano il proprio modo di vedere per adottare quello del proletariato ».

Quindi come la classe operaia, forza di prima linea della rivoluzione sociale, ha nemici, essa ha alleati. Avviene in dati tempi che lotta

« (…) contro i nemici dei suoi nemici, gli avanzi della monarchia assoluta, i proprietari fondiari, i borghesi non industriali, i piccoli borghesi ».

e avverrà altra volta che lascerà scendere al suo fianco nelle rivolte quei ceti minori che « si mettono dal punto di vista dell’avvenire », pur non affidando ad essi – sempre pronti a seguire il più forte – le posizioni centrali.

Marx e la Francia

Nelle Lotte di classe in Francia, scritte nel 1850, lavoro da Engels considerato come classico esempio dell’applicazione del metodo materialista alla storia, Marx a proposito della sollevazione contadina contro l’imposta sul vino voluta anche da Luigi Bonaparte, allora semplice presidente, ha sulla classe contadina francese alcune pagine notevoli.

« La popolazione della campagna, cioè più di due terzi dell’intiera popolazione francese, è composta in massima parte di cosiddetti liberi proprietari fondiari ».

Ecco che noi vediamo come, oltre mezzo secolo dopo l’ascesa prima della borghesia al potere, se non due terzi certo molto più della metà della popolazione si compone di strati sociali diversi dai proletari salariati e dai capitalisti e non sono dunque queste sole due classi i personaggi del dramma.

Da allora è passato un intero secolo e tuttavia l’economia francese si suole descrivere come prevalentemente agraria: impegna il lavoro di oltre metà della popolazione, fornisce prodotto alimentare per tutta la popolazione senza che se ne debba importare, mentre esporta fortemente e specie il vino (primato nel mondo).

Torniamo ai proprietari liberi.

« La prima generazione liberata gratuitamente dai pesi feudali dalla Rivoluzione del 1789 non aveva pagato prezzo alcuno per la terra ».

Qui tutto il segreto delle rivoluzioni antifeudali, che non ha nulla a che vedere colla « spartizione delle terre », né in Francia 1789 né in Russia 1917 (salvo i casi di parcellamento di demani collettivi e civici, abbandonati alla cupidigia non dei lavoratori della gleba ma di occhiuti usurpatori grandi e piccini). I campi sono già suddivisi in piccole aziende autonome tecnicamente, ma su tutta una rete di essi grava la cappa comune del diritto dei signori feudali (o delle istituzioni religiose). Sollevata la cappa, la terra è « libera » ma non si sono avute, di norma, né conquista per invasione né tracciamento di nuovi confini tra i lotti. Esistevano due misere forme: la servitù e la coltura minima. La prima è stata dispersa, la seconda è purtroppo rimasta. Atto primo. « Non si era pagato prezzo alcuno ».

« Ma le generazioni successive pagarono sotto forma di prezzo del terreno ciò che i loro antenati semiservi avevano pagato sotto forma di rendita, di decime, di prestazioni personali, ecc. Quanto più cresceva la popolazione, e d’altra parte aumentava la divisione della terra, tanto più rincarava il prezzo dell’appezzamento, perché diventando esso più piccolo ne aumentava la domanda. Ma nella proporzione in cui si elevò il prezzo pagato dal contadino per l’appezzamento, sia comperandolo direttamente, sia facendoselo contare come capitale dai suoi coeredi, nella stessa proporzione si elevò necessariamente l’indebitamento del contadino, cioè l’ipoteca. Il titolo di credito sulla terra si chiama infatti ipoteca, cedola di pegno sul terreno. Come sui poderi medioevali si accumulavano i privilegi, così sui moderni appezzamenti le ipoteche. D’altro canto nel sistema particellare la terra è per i suoi proprietari un semplice strumento di produzione. Ora, nella stessa misura in cui il terreno viene suddiviso, ne diminuisce la fertilità. L’applicazione delle macchine alla terra, la divisione del lavoro, i grandi lavori di bonifica del terreno, quali l’impiego di canali di scarico e d’irrigazione e simili, diventano sempre più impossibili, mentre le spese morte di coltura crescono in proporzione della divisione dello strumento stesso di produzione. Tutto questo, prescindendo dal fatto che il possessore dell’appezzamento possegga o non possegga capitale. Ma quanto più cresce la divisione, tanto più il podere forma, con le sue misere scorte, l’unico capitale del contadino particellare, tanto più viene a ridursi il capitale investito nel terreno, tanto più vengono a mancare al contadino terra, denaro e cultura per applicare i progressi dell’agronomia, e tanto più la coltivazione delle terre va deperendo ».

« Così è avvenuto che il contadino francese, sotto forma di interessi per le ipoteche vincolanti la terra, sotto forma di interessi per anticipazioni dell’usuraio non garantite da ipoteca, cede al capitalista non solo la rendita fondiaria, non solo il profitto industriale, non solo, in una parola, tutto il guadagno netto, ma persino una parte del salario del lavoro, e così precipita al livello del fittavolo irlandese: e tutto ciò sotto il pretesto di essere proprietario privato ».

I contadini e la politica

Questo quadro da un lato conferma la sistemazione teorica della economia della piccola gestione agraria « autonoma » che già ci è nota, dall’altro introduce, in un esempio storico completo, alla questione di « tattica ».

« Si comprende quale fu la situazione dei contadini francesi, quando la repubblica ebbe aggiunto loro ancora nuovi pesi oltre gli antichi. Si vede che il loro sfruttamento differisce dallo sfruttamento del proletariato industriale ormai soltanto per la forma ».

« Così – Marx dice – parlavano i socialisti in opuscoli, in almanacchi, in calendari, in pubblicazioni d’ogni genere ».

« Lo sfruttatore è il medesimo: il capitale. I singoli capitalisti sfruttano i contadini singoli coll’ipoteca e coll’usura, la classe capitalista sfrutta la classe dei contadini coll’imposta di Stato. Il titolo di proprietà del contadino è il talismano con cui il capitale ha potuto finora affascinarlo, il pretesto col quale finora lo ha aizzato contro il proletariato industriale. Solo la caduta del capitale può far rialzare il contadino; solo un governo anticapitalista, proletario, può spezzare la sua miseria economica, il suo degradamento sociale. La repubblica costituzionale non è che la dittatura dei suoi sfruttatori riuniti; la repubblica socialdemocratica, la repubblica rossa è la dittatura dei suoi alleati. E la bilancia sale o scende in proporzione ai voti che il contadino getta nell’urna elettorale ».

Il leninismo, se consiste nel dire ai contadini che la dittatura degli operai è quella dei loro alleati (mai nel dire agli operai che la dittatura dei contadini – classe non capace di dittare – è quella dei loro alleati), era già dunque scritto nel 1850. Ma era anche scritto che la repubblica costituzionale è la dittatura di tutti i loro sfruttatori e Lenin ribadì anche questo.

E, badate! non era che il linguaggio di modesti socialisti premarxisti e democratici, che altro non chiedevano in fondo ai contadini che di votare con loro. Era quel socialismo mezzo utopista, mezzo dottrinario, a detta di Marx in queste pagine stesse, che

« (…) subordina il movimento complessivo a uno solo dei suoi momenti (…) », che « (…) in fondo non fa che idealizzare la società attuale) », che « (…) viene abbandonato dal proletariato alla piccola borghesia (…) » mentre – è qui che è detto! – « (…) il proletariato va sempre più raggruppandosi intorno al socialismo rivoluzionario, al comunismo, pel quale la borghesia stessa ha inventato il nome di Blanqui [conquista del potere armata mano]. Questo socialismo è la dichiarazione della rivoluzione in permanenza, la dittatura di classe del proletariato »!

Ma il dire, nel 1950, al contadino che la salvezza della costituzione repubblicana è il suo ideale, che gli garantirà la proprietà privata della terra, che cosa è dunque? Marxismo, leninismo, socialismo democratico e piccolo borghese? Non è il caso di scegliere tra definizioni pulite: è una pisciata.

Tra Bonaparte e la Comune

Nelle formidabili pagine del Diciotto Brumaio il contadino di Francia ritorna sulla scena. E’ oggetto di una classifica tremenda.

« Come i Borboni furono la dinastia della grande proprietà fondiaria, come gli Orléans furono la dinastia del denaro, così i Bonaparte sono la dinastia dei contadini, cioè della massa del popolo francese. E l’eletto dei contadini non è il Bonaparte che si sottomette al parlamento borghese, ma il Bonaparte che dà lo sfratto a questo parlamento ».

« La tradizione storica ha fatto sorgere nei contadini francesi la credenza miracolistica che un uomo chiamato Napoleone renderà loro tutto il loro splendore ».

Marx teme qui di essere stato troppo feroce.

« Intendiamoci. La dinastia dei Bonaparte non rappresenta il contadino rivoluzionario, ma il contadino conservatore; non il contadino che vuole liberarsi dalle sue condizioni di esistenza sociale, dal suo piccolo appezzamento di terreno, ma quello che vuole consolidarli ».

Questi stalinisti italici, che lottano pel consolidamento del contadino entro un recinto reticolato tracciato intorno a tre zolle, sono forse dunque a loro volta napoleonidi, o solo e come dianzi, vespasianidi?

Nel terzo lavoro di Carlo Marx sulla storia di Francia – vero orario ferroviario dell’espresso della rivoluzione, annunziato in ritardo, ma che passerà tanto più strepitoso – il rapporto tra proletariato e classi medie o contadine sarà ancora trattato. In Parigi lo stesso partito dei borghesi minori che aveva nel giugno 1848 collaborato alla repressione delle rivolte operaie, dove inchinarsi davanti all’altezza della Comune, dopo che i traditori dell’alta borghesia furono gettati fuori della capitale. E

« la Comune aveva perfettamente ragione di dire ai contadini che ‘la sua vittoria era la sola loro speranza’ « .

Marx insorge contro la menzogna che l’assemblea nazionale di Versailles rappresentasse il contadiname francese; essa rappresentava i grossi fondiari, i peggiori nemici del contadino francese. Fatto davvero « signore » da Napoleone primo, dopo la restaurazione egli aveva dovuto pagare a questi ritornanti, nel 1815, un miliardo di indennità. Agli occhi del contadino

« (…) la sola esistenza di un grande proprietario fondiario è di per se stessa una violazione delle sue conquiste del 1789. I borghesi, nel 1848, avevano imposto al suo piccolo pezzo di terra l’imposta addizionale di 45 centesimi per franco; ma allora lo avevano fatto in nome della rivoluzione, mentre ora [nel 1871] avevano fomentato una guerra civile contro la rivoluzione [La Comune], per far cadere sulle spalle dei contadini il peso principale dei cinque miliardi di indennità da pagarsi ai prussiani. La Comune, d’altra parte, dichiarò in uno dei suoi primi proclami che le spese della guerra dovevano essere pagate da quelli che ne erano stati i veri autori. La Comune avrebbe liberato il contadino dall’imposta del sangue; gli avrebbe dato un governo a buon mercato; avrebbe trasformato le sue odierne sanguisughe, il notaio, l’avvocato, l’usciere e gli altri vampiri giudiziari, in agenti comunali salariati eletti da lui e davanti a lui responsabili; lo avrebbe liberato dalla tirannide della garde champétre, del gendarme e del prefetto (…). Questi erano i grandi benefici immediati che il governo della Comune – ed esso solo – offriva ai contadini francesi ».

Marx prevede che tre mesi di relazioni tra Parigi comunarda e la campagna di Francia avrebbero provocata una sollevazione di contadini: gli Junker francesi lo sapevano, e « di qui la loro preoccupazione di stabilire attorno a Parigi un cordone poliziesco » e di soffocare nel sangue il primo governo del proletariato.

Engels e la Germania

Il lavoro di Engels, scritto nel 1850, sulla guerra dei contadini in Germania, ha maggiori relazioni con una situazione storica paragonabile a quella della Russia zarista del novecento, essendo, come l’autore dice, scritto sotto la impressione della controrivoluzione, ossia del tentativo fallito di rivoluzione in permanenza, di una salita al potere della borghesia capitalista tedesca e di una successiva lotta del proletariato per il potere.

Nel domandarsi i motivi della neghittosità rivoluzionaria della borghesia in Germania, della assenza storica di una vera rivoluzione nazionale, Engels ricorda che una grande lotta antifeudale vi fu, con la rivolta dei contadini di Tommaso Münzer nel 1525 che la storia corrente tratta come una guerra di religione, non avendone ravvisata la base sociale.

La rivoluzione contadina contro i poteri feudali venne schiacciata soprattutto non avendo trovato un appoggio effettivo nella borghesia delle città e la Germania fu condannata a quel particolarismo di staterelli e piccoli principati, contro il quale specialmente Engels si scaglia nelle sue vigorose apostrofi e nel suo deciso schieramento per la formazione, sia pure tardiva ed in pieno ottocento, di uno Stato unitario centrale: altra volta spiegammo con larghezza come in tal senso sia giusto vedere in lui un precursore dell’Anschluss, riuscita solo in pieno novecento e rimandata, indietro oggi da una convergente aspirazione di tutti i poteri controrivoluzionari mondiali.

Ricordammo pure la conclusione di Engels: chi approfittò della rivoluzione del 1525, tra le forze in lotta: contadini servi, signori feudali, principi dei piccoli staterelli? I contadini furono battuti e ribadite le catene del servaggio feudale. Ma i nobili di campagna perdettero molta della loro ricchezza ed autonomia a favore del piccolo principato: fu comunque un colpo allo sparpagliamento feudale. Dunque approfittarono i piccoli principi. E chi nel 1848, quando operai, contadini e borghesi delle città a loro volta furono battuti? I grandi principi, Engels rispose. Ma dietro i piccoli principi stavano allora, nelle loro modeste capitali, i piccoli borghesi; dietro i grandi principi del 1848 a Berlino, a Vienna, a Monaco, stavano ormai i grandi borghesi e dietro questi i proletari. Anche la controrivoluzione è in questo senso unitario un passo storico innanzi: si ricorderà anche la valutazione di Sadowa: fu bene che Vienna fosse stata sottomessa da Berlino; come sarebbe stato bene che Berlino fosse stata sottomessa da Vienna. E fu bene Sedan e la formazione dell’impero, perché altro passo verso la centralizzazione tedesca, attuata da Bismarck con ben trecentocinquanta anni di ritardo su Münzer!

Una grande questione storica si chiude così e si apre quella dell’internazionale rossa in Europa, della dittatura del proletariato senza nazione.

Non avesse il contadino altra inferiorità, ha questa: il massimo livello storico che può attingere, anche insorgendo, è nazionale.

Nella prefazione che Engels detta nel 1874 le linee di questo quadro storico steso su secoli e su grandi Stati sono ricalcate con evidenza mirabile.

Ma vi troviamo altro: la rassegna, nella situazione succeduta alla guerra franco-prussiana e alla Comune, del gioco delle famose classi medie, ed agrarie, di cui ci siamo occupati e l’affare delle alleanze.

I borghesi erano ormai passati alla alleanza con tutte le forze reazionarie: nobiltà, monarchia, esercito, burocrazia.

« I nostri grandi borghesi continuano ad agire nel 1870 proprio come agirono i borghesi medi del 1525. Quanto ai piccoli borghesi artigiani e mercanti, essi resteranno sempre gli stessi. Sperano di arrampicarsi all’alta borghesia, temono di precipitare nel proletariato. E così tra la speranza e il timore, durante la lotta salveranno la loro preziosa pelle, e dopo la lotta, si accoderanno al vincitore. E’ la loro natura ».

Nel 1870 abbiamo, Engels dice, la nuova classe, il proletariato. Ma esso è ancora lontano dal formare la maggioranza. Deve dunque (quanto si è lavorato con questo dunque!) ricorrere ad alleanze, non può cercarle che « (…) tra i piccoli borghesi, nel sottoproletariato delle città, tra i piccoli agricoltori e salariati agricoli ».

Alleati a concorso

La rassegna di queste forze sociali è interessante.

« Dei piccoli borghesi abbiamo già parlato. Di loro non ci si può assolutamente fidare, tranne che quando si è vinto. Allora se ne vanno per le birrerie gridando in modo da assordare. Tuttavia tra loro ci sono degli elementi molto buoni, i quali si uniscono spontaneamente agli operai ».

(Altro paio di maniche questo e che riguarda l’organizzazione del partito, assolutamente a nostro avviso non legata alla formula laburista). Siamo a posto: il vecchio Engels era troppo buon bevitore per dire: coi piccoli borghesi facciamoci la birra.

Quanto al Lumpenproletariat, o malavita delle città, ci sarebbe da fare un appunto come quello di Lenin che rilevò sembrare Marx più statalista di Engels. In questo caso Marx arriccia il naso molto meno di Engels, secondo il quale « chi si serve di questi miserabili tradisce la causa ».

« I piccoli contadini – infatti i grandi fanno parte della borghesia – sono di specie diversa. O sono contadini feudali e in questo caso sono ancora tenuti alle corvées per i loro graziosi signori. Dopo che la borghesia, venendo meno a quello che era il proprio compito, ha omesso di affrancare costoro dal servaggio feudale, non sarà difficile convincerli che solo dalla classe operaia essi devono aspettare la propria redenzione.

« O sono fittavoli. In questo caso si presenta quasi sempre una situazione uguale a quella che esiste in Irlanda. Il fitto è talmente salato, che il contadino con la sua famiglia può a stento tirare avanti la vita quando il raccolto è normale e, quando il raccolto è cattivo, è ridotto quasi alla fame, non può pagare il fitto e, per questo, cade completamente alla mercé della buona grazia del padrone. Da chi possono dunque sperare salvezza se non dagli operai?

« Restano i contadini che coltivano il loro piccolo appezzamento. (…) Meno di tutti possono aspettarsi qualcosa dalla borghesia poiché sono spremuti proprio dai borghesi, dai capitalisti usurai. Ma essi sono enormemente attaccati alla loro proprietà, per quanto, in realtà, essa appartenga all’usuraio e non a loro. Tuttavia, bisogna portarli a capire che potranno svincolarsi dall’usuraio (…) ma questo può imporlo solo la classe operaia ».

Infine Engels tratta dei salariati agrari, a cui forse troppo tardi si dette dai socialdemocratici tedeschi il peso dovuto, rilevando la loro perfetta analogia sociale cogli operai urbani.

« Dal giorno in cui la massa dei salariati agricoli avrà compreso quali sono i suoi interessi autentici, da quel giorno in Germania non sarà più possibile un governo reazionario, feudale, burocratico o borghese ».

Engels alla data 1874 doveva ancora deplorare che in questa classe, come gli eserciti dei principi, si reclutavano gli elettori degli Junker e dei borghesi, dei nazional-liberali e del centro cattolico.

Forse, come spesso notammo, si era in Italia più avanti, perché se preti e liberali mietevano seguito nelle campagne, ove però prevaleva il bracciantato già dalla fine dell’ottocento era forte il movimento politico socialista.

Al salariato agricolo non si chiede se è alleato; egli è un fratello nella milizia della rivoluzione, che cento volte ha tenuto la prima fila.

Catastrofe tra le cozzanti tesi

NATURA E LAVORO

Controtesi 1. La natura pone a disposizione della società umana una massa periodica di ricchezza. Chi controlla una zona di terreno gode dell’uso di una adeguata parte di tale frutto.

Tesi 1. Tutto il complesso di beni di uso di cui la società dispone viene da umano lavoro. Dispone di beni senza corrispondente erogazione di lavoro ogni gruppo sociale che controlli: a) le persone dei produttori: dunque i prodotti; b) il diritto di accedere alla terra dei produttori: dunque i prodotti; c) gli strumenti di lavoro indispensabili ai produttori: dunque i prodotti.

RICCHEZZA E SOPRALAVORO

Controtesi 2. Terra, attrezzi di lavoro e denaro, sono accumulazioni di ricchezza, venga essa da natura o lavoro, che senza esaurirsi generano una quota periodica godibile (rendita, profitto, interesse).

Tesi 2. Ogni entrata di classi non adibite alla produzione deriva da sopralavoro di altre classi, che le istituzioni politiche costringono a prelevare sul prodotto quella sola parte minore, che basta a conservare e far riprodurre la classe attiva.

Rendita, interesse, profitto non sono che parti di questa eccedenza o sovraprodotto attribuite a diversi strati sociali in forza dei poteri dell’ordine vigente.

PARTIZIONE DEL PRODOTTO

Controtesi 3 (formula trinitaria). Il prodotto si forma con tre fattori della produzione: lavoro; proprietà; capitale; e quindi va ripartito in tre parti: il salario remunera il lavoro, la rendita la proprietà, il profitto (ed interesse) il capitale.

Tesi 3. Anzitutto il prodotto contiene un quarto elemento ossia il quantum di materie prime e di logorìo attrezzi e impianti, che va ripristinato a ciclo finito e che i marxisti chiamano capitale costante. Dunque è falsa la equazione dell’economia classica borghese: prodotto uguale salario più profitto più rendita. Devesi dunque ripartire il « valore aggiunto al prodotto » nel dato ciclo produttivo. Tale valore deriva tutto dal lavoro impiegato.

Nella forma capitalista moderna sono presenti tre classi. Tutto il valore formato nella produzione sorge dal lavoro del proletariato e su di esso si fanno tre prelievi: salario per gli operai (separati dagli strumenti e dalla terra); profitto per gli imprenditori capitalisti (che dispongono di capitale ma non di terra); rendita per i proprietari fondiari.

PATRIMONIO E CAPITALE

Controtesi 4. La rendita fondiaria equivale al frutto che colui che possedeva un capitale pecuniario ritrae, avendolo investito nell’acquisto di terra, come ne avrebbe avuto investendolo nell’acquisto di impianti produttivi o dandolo a frutto. Nei tre casi il valore patrimoniale si deduce dal frutto capitalizzandolo secondo lo stesso saggio annuo di interesse.

Tesi 4. Il profitto delle varie imprese capitalistiche tende a livellarsi ad un saggio medio, finché non interviene rendita. In questo caso il prodotto assume sul mercato il valore di scambio che corrisponde a quello che il marxismo chiama prezzo di produzione: capitale costante, più capitale salario, più profitto.

L’economia borghese chiama la spesa anticipata per capitale costante e capitale salari, costo di produzione o prezzo di costo.

L’economia marxista chiama saggio del profitto il rapporto del profitto a tale spesa, chiama poi saggio del plusvalore il rapporto del profitto stesso al solo capitale variabile o spesa salario.

Né l’una né l’altra grandezza corrispondono al tasso di utile o dividendo, in genere molto più basso, che l’economia comune mette in rapporto all’atto patrimoniale della ditta, dato da valore degli impianti, più capitale monetario di gestione, più immobili se ve ne sono.

Terra, il capitale monetario, e anche valore di stima dei mezzi di lavoro, considerati come beni da mercato e non come fattori legati alla produzione, e che restano integri dopo il ciclo che ha realizzato il prodotto netto, non sono investimenti di capitale produttivo ma solo titoli sociali a fare prelievi sul profitto (e dunque sul sopralavoro) e sul sovraprofitto quando esiste. Essi non entrano nel calcolo di ripartizione del prodotto totale smerciato (per i borghesi « fatturato ») che per i marxisti si ripartisce tra capitale anticipato totale e profitto.

RENDITA DIFFERENZIALE

Controtesi 5. La rendita della terra è tanto più alta quanto più lo è il valore di mercato della terra e ciò risulta dal diritto del tempo moderno che lascia libera la compera della terra o la vendita per investire il prezzo altrove, secondo convenienza.

Tesi 5. Mentre l’interesse è una parte del normale profitto (il resto è benefizio d’impresa) che l’imprenditore cede a un anticipatore quando non dispone egli stesso del numerario per acquisto di materie prime e il pagamento di salari, prima del ricupero nel prodotto finale, la rendita sorge solo quando vi sia un extra profitto rispetto al saggio medio sociale del profitto stesso.

Un’azienda agraria dà extra profitto rispetto ad un’altra quando la fertilità della terra è tale che con lo stesso lavoro e lo stesso anticipo di capitale si raccolga una maggiore quantità di derrata che il mercato assorbe allo stesso prezzo generale. Questa differenza, rimborsate le spese e il profitto normale del capitalista fittavolo, viene versata al proprietario e forma la rendita differenziale.

LEGGE DEL PEGGIOR TERRENO

Controtesi 6. Come per i prodotti manufatti, il prezzo dipende dalla offerta e dalla domanda, è alto quando vi è maggiore richiesta di consumo, basso quando vi è maggiore capacità di produzione.

Tesi 6. Le famose oscillazioni concorrentistiche non hanno altro peso che di piccole « modulazioni di altezza » sull’onda portante di altezza stabile: esse si compensano tra loro e non producono trapassi di ricchezza da una classe sociale all’altra, ma solo utili e perdite episodiche di singole ditte. Per i prodotti manufatti della moderna industria il prezzo tende a stabilirsi intorno al loro valore di scambio, identico in tal caso al prezzo di produzione includente profitto in ragione del saggio medio.

Per i prodotti agrari il prezzo di mercato si stabilisce sul prezzo di produzione singolo del terreno meno fertile, che arriva a compensare il solo profitto medio, oltre le spese. Dato il rapporto tra crescente popolazione e limitata terra agraria, tutto il prodotto è collocato allo stesso prezzo e dove esso a pari spesa è di quantità maggiore e dunque di prezzo di produzione singolo minore, si forma il sovraprofitto che diviene rendita.

RENDITA ASSOLUTA

Controtesi 7. Dato che si ha la rendita per il proprietario solo dal momento che il prodotto remunera, a prezzo di mercato, qualcosa in più del profitto capitalista normale, sul terreno peggiore regolatore di mercato non vi ha rendita: esso sarebbe coltivato solo dallo stesso proprietario in quanto capitalista imprenditore (Ricardo).

Tesi 7. Oltre ai successivi scatti di maggiore rendita che seguono dalla migliore qualità del terreno, si ha alla base una rendita assoluta propria del caso più sfavorevole. E ciò in quanto per le derrate alimentari (frumento = alimento base) il prezzo di mercato è superiore anche al valore, ossia al prezzo di produzione nelle peggiori condizioni e ciò da quando la terra è tutta occupata e tutta gestita nella forma di impresa capitalistica (da quando quindi è superato il diretto consumo della derrata da parte del coltivatore e tutto entra come merce nel circolo mercantile).

Il modo storico capitalistico di produzione, diffondendosi, fa scemare il prezzo dei manufatti, salire quello degli alimenti.

INDUSTRIA E AGRICOLTURA

Controtesi 8. Col progresso della tecnica e l’investimento di capitali maggiori nell’agricoltura potrà aumentarsi la massa dei prodotti alimentari fino a farne scemare il costo…; sottocontrotesi a): a condizione di liberalizzare gli scambi e gli investimenti di capitale…; sottocontrotesi b): a condizione che una direzione economica centrale calcoli opportunamente i volumi di capitale da destinare ai vari settori e regoli le quotazioni di mercato.

Tesi 8. E’ impossibile nell’economia capitalistica ogni compensazione tra i prezzi industriali ed agrari, come in genere tra le soddisfazioni dei bisogni giusta una utilità sociale – così come è impossibile nella distribuzione della ricchezza, dei capitali e dell’entrata.

La tendenza, sempre più divergente dall’equilibrio, di tale economia è legata non alla semplice appropriazione di sopralavoro, ma al fatto che la ripartizione del prodotto fra le entrate delle varie classi dipende dalla esistenza di un prezzo corrente di mercato uguale per le merci prodotte nelle più diverse condizioni, rapporto di forze e risultati. Alla legge del valore ovvero della equivalenza negli scambi. Alla distribuzione mercantile.

La composizione organica sempre migliore del capitale industriale (alto grado tecnologico: molte materie trasformate per sempre minor numero di operai e di ore lavorative) determina la generale discesa storica del saggio del profitto (mentre la massa sociale ne cresce enormemente col crescere del capitale globale) anche a pari tasso di plusvalore (pari prelievo di sopralavoro).

Questo processo, che rese ineluttabile il sorgere della produzione capitalistica, è nell’agricoltura bloccato non solo dal monopolio privato della terra ma principalmente dalla livellazione mercantile di tutta la massa prodotta recata allo scambio e dalla relazione sfavorevole popolazione-terra.

Il passaggio, proposto fin dagli inizi dell’industrialismo, di tutte le rendite fondiarie allo Stato, non eliminerebbe affatto le cause di questo fatto essenziale, ridistribuendo il sovraprofitto che andava ai fondiari tra i capitalisti borghesi, cui secondo la vecchia tesi di Ricardo lo Stato non chiederebbe più imposte sugli utili.

COMUNISMO E ANTIMERCANTILISMO

Controtesi 9. La compensazione generale e la discesa del tempo di lavoro medio sociale, con alto livello generale dei consumi, si può raggiungere, oltre che statizzando ogni rendita: a) passando allo Stato tutto il profitto delle imprese aziendali ed agrarie; b) lasciando lo stesso alle associazioni autonome di tutti i lavoratori di ciascuna azienda.

Tesi 9. Queste misure non escono dal quadro mercantile e quindi capitalistico, dato che lo scambio mercantile regolerebbe i rapporti tra azienda e azienda, o azienda e Stato, tra azienda e consumatore o consumatore e Stato, nonché tra azienda e lavoratore. Si avrebbe ugualmente enorme lavoro sociale globale con scarso consumo sociale globale e nessuna compensazione tra apporti di lavoro e godimenti di consumo.

Il superamento del dispotismo aziendale, o prigionia per un esagerato tempo di lavoro (che tecnologicamente dovrebbe oggi essere una piccola frazione di quello dei tempi precapitalistici e del massimo fisiologico) e della anarchia della produzione (o sperpero di una grande parte del prodotto sociale senza che sia trasformato in utile consumo) costituiscono il programma comunista della rivoluzione del proletariato e comportano i seguenti caratteri.

A. Abolizione della amministrazione della produzione per esercizi di aziende.

B. Abolizione della distribuzione col mezzo dello scambio mercantile e monetario, sia per i prodotti-merci che per la forza umana di lavoro.

C. Piano sociale unitario, misurato da quantità fisiche e non da equivalenti economici, della assegnazione delle forze di lavoro, materie prime, strumenti, ai vari settori produttivi e della assegnazione dei prodotti nei settori di consumo.

Formule volgarmente errate sono quelle che sia socialismo la soppressione del plusvalore e la restituzione dell’intero frutto ad ogni produttore.

Socialismo è la abolizione di ogni valore mercantile e di ogni lavoro costretto e pagato, col dono del sopralavoro di ciascun singolo alla società, non ad altri né a se stesso.

PARCELLAZIONE E MISERIA

Controtesi 10. Un rimedio alle gravi disparità di distribuzione della ricchezza, da tutti ammesse, si trova nella parcellazione della terra tra piccoli esercizi familiari condotti da fittavoli, coloni, contadini proprietari liberi.

Tesi 10. Gli strati della popolazione agraria lavoratrice diversi dai salariati, di cui mai la società capitalista sarà epurata, sono sopravvivenza di passate forme sociali. Il prodotto di una tale frammentaria produzione si mantiene a prezzo più basso di quello che si genera nella piena agricoltura capitalistica, solo perché quei lavoratori imprenditori e persino proprietari fondiari in minimi esercizi, a causa delle difficoltà naturali e sociali e della deteriore tecnica, abbandonano parte della rendita e del profitto e spesso dello stesso salario equivalente a quello del nullatenente, parte alla classe capitalistica e allo Stato, parte ai consumatori (caso in cui il prezzo è sotto, non sopra il valore).

Tali strati formano una classe, quasi una casta di oppressi, arretrata rispetto al mondo moderno, incapace – per quanto le loro rivolte per fame possano disturbare il potere borghese – di impersonare nuove forme sociali rivoluzionarie.

La rivoluzione è compito della classe dei proletari salariati della industria e della terra; e storica funzione di essa sola è la dittatura rivoluzionaria.

MONOPOLIO E CONCORRENZA

Controtesi 11. La teoria marxista dell’economia moderna, basata sulle leggi della produzione come determinazione del valore del prodotto e del plusvalore, non ha potuto rendere esatto conto dei recenti fenomeni del monopolio e dell’imperialismo, in quanto le sue deduzioni contenevano l’ipotesi del vigere della piena concorrenza.

Tesi 11. La teoria basata sul calcolo della grandezza del valore e delle sue parti nella produzione capitalistica, si contrappose fin dal suo sorgere a quella borghese della concorrenza, la negò e ne segnò la condanna, svelando fin da allora il carattere di monopolio di classe di essa economia. I fenomeni recenti hanno confermato la dottrina e le sue previsioni tutte, e la loro presentazione teorica e matematica anche nei settori industriali, si compie senza alcuna difficoltà mediante i rigorosi teoremi sulla rendita: essi furono fin dalla enunciazione applicati non alla sola agricoltura, ma a tutte le forze naturali; valgono quindi anche per la economia della macchina a carbone o benzina; di quella idroelettrica e della futura motrice nucleare, tutte attuali e prossime basi di sovraprofitti e monopoli e di parassitismi redditieri, che aggravano la scompensazione della forma sociale capitalistica.

LA NEMICA SCIENZA

Controtesi 12. Le dottrine basate sulla introduzione di grandezze misurabili nella produzione, sui passaggi di valore da classe a classe, con le loro previsioni sulle tendenze di storico sviluppo, sono ideologie arbitrarie, non essendo possibili scientifiche previsioni nel campo economico; sola scienza possibile è quella che si basa sulla registrazione dei prezzi concreti e ne segue le vicende estremamente complesse. Alle teorie del prezzo si attengono ormai i moderni economisti, assai ulteriori a Marx, i più noti autori, i docenti più seguiti ed illustri.

Tesi 12. Les professeurs à la Lanterne!

Liquidazioni ritardate

L’episodio più clamoroso, dopo la faccenda della Pignone, dello stato di coma dell’economia italiana è scoppiato a Genova con la precipitosa chiusura della San Giorgio e la costituzione di cinque « società di esercizio ». Sono tremila operai sul lastrico in attesa di una problematica riassunzione a quadri ridotti e delle « provvidenze » che il governo ha annunciato. E, poiché l’episodio segue a mille altri avvenuti in Liguria, gran tempo sarebbe che sull’edificio della classe dominante italiana si mettesse il fatidico cartello: « Liquidasi ».

Tale dovrebbe essere la conclusione delle « organizzazioni operaie »: avanti, dunque, un colpo di piccone! Ma, inutile dirlo, la loro conclusione è l’opposta: avanti, un altro puntello! Solidarietà fra tutte le classi, operai, industriali e bottegai uniti nella difesa della gloriosa fabbrica cittadina e dell’industria nazionale, tutti i sindacati affratellati intorno alla macchina languente del profitto!

Sembrerebbe che da questa commovente solidarietà siano esclusi i dirigenti e azionisti dell’azienda chiusa. Semplice apparenza. La fretta con cui, senza consultare nessuno, la fabbrica è stata chiusa risponde infatti ad un piano che i precedenti di lunghi anni dimostrano infallibile: posti di fronte al fatto compiuto, i partiti e le organizzazioni di massa della democrazia reagiscono in un solo modo, invocano l’intervento del governo, fanno blocco unico; il governo prima nicchia, poi lasciatosi ben ben pregare, allenta i cordoni della borsa, concede finanziamenti e commesse; frenati e fregati dall’azione di solidarietà interclassista, gli operai assisteranno alla riapertura sotto altro nome dell’azienda con personale ridotto, e le mammelle della San Giorgio torneranno a dar latte, magari aiutate, chissà, dalle trattative commerciali con la Cina svolte a Ginevra dalla commissione di industriali italiani. Come alla Pignone, una buona parte delle maestranze risulterà sacrificata, ma la gloriosa fabbrica sarà salva e, con essa, i profitti. Paga Pantalone.

Così, protetta dalla democrazia prefascista, dal fascismo e dalla democrazia postfascista, l’industria italiana continua a fare i suoi affari con la benedizione dei sindacati del tradimento: il cartello « Liquidasi » non è appeso al suo palazzo o, se appeso, è subito ritirato. Vittoria, gridano Pastore e Di Vittorio, vittoria. Infatti, per chi serve il capitalismo, vittoria è!