È l’ora dei valzer a sinistra
Il moto pendolare del regime politico borghese è, specie in fase democratica, di una regolarità e chiarezza matematica: quando il meccanismo economico accusa stanchezza, depressione, crisi, le formule dei partiti parlamentari si tingono di rosa, cominciano i giri di valzer a sinistra, intendendo per sinistra – fuori dagli equivoci del gergo parlamentare – quella certa politica intesa a cullare i lavoratori nella speranza di una soluzione sia pur temporanea del loro disagio attraverso espedienti e manovre e «riforme» nel quadro della società capitalistica, e a stamburrare programmi «dinamici» di «apertura sociale» (non vogliamo dire, per decenza, che cosa si tratta di «aprire» al prossimo) che nessuno si sognava di tirar fuori dal cassetto in periodo di calma e di relativa prosperità, nei momenti cioè di oscillazione al centro o tendenzialmente a destra.
Non diremo che oggi si sia aperta nel mondo capitalistico una crisi vera e propria, ma certo è palese – e denunciato ufficialmente – il marasma, il disfunzionamento, la «recessione». Non stupisce quindi che Eisenhower sbandieri programmi di allargamento delle forme assistenziali a favore degli operai; che Churchill tappi la bocca a un deputato conservatore invocante la limitazione del diritto di sciopero; che Adenauer stia varando un progetto di «cogestione»; che il neo-eletto presidente francese Coty, uomo parlamentarmente di destra, abbia lanciato il grido (ohimè, diventiamo materialisti?): «Dove c’è miseria è vano parlare di libertà».
Non stupisce, quindi, che anche l’ago della politica parlamentare italiana abbia fatto in pochi mesi un giro di 180 gradi passando dal centro alla destra e di qui alla «sinistra», chiamando al governo – trascinatore di tutto il conglomerato cattolico al suono del suo flauto sociale ed iniziativico – Fanfani. Quali che siano le sorti riservate in aula al governo, la tendenza rimane: quando le aziende sono in difficoltà, la disoccupazione aumenta, i prezzi salgono, le officine chiudono, il sottosuolo sociale è pieno di cupi brontolii e, per giunta, la conferenza di Berlino è alle porte, è necessario promettere la «casa per tutti», il lavoro per ognuno (salvo le debite e riconosciute eccezioni), gli investimenti, la riorganizzazione dell’amministrazione statale e dell’industria, il proseguimento a ritmo accelerato delle «riforme di struttura», e dobbiamo dire che, fra le tante figure in vetrina, proprio non si sarebbe potuto scegliere di meglio che l’autore del piano Fanfani-Case, dei cantieri di rimboschimento, del ritiro (temporaneo, sia pure) del passaporto a Marinotti, l’amico di La Pira e ministro degli interni nei giorni in cui la Pignone era occupata e vi si celebravano le messe, il duttile politico della corrente di «Iniziativa». I parlamentari hanno la bocca buona, e neppure ai laici spaventa che Fanfani sia il rappresentante, nello stesso tempo, dell’«integralismo cristiano» col suo codazzo disgustoso di acqua santa e cordoni francescani e omelie e macerazioni. Cada o no il ministero, è su quella via che la democrazia italiana è obbligata a muoversi, e lo sanno tanto bene Nenni e Togliatti, che si sono buttati avanti, soprattutto il primo, non escludendo affatto di entrare nel giro di valzer e presentendo che dal prossimo incontro di Berlino potrà uscire il là ad un abbraccio Oriente-Occidente e quindi alla onorata sepoltura del diverbio fra «centro» e «sinistra» democratici con conseguente secondo matrimonio davanti all’altare della Patria. L’«operazione Nenni» sognata da Saragat la farà Fanfani o, per lui, la realizzeranno su scala più vasta i Quattro riuniti a Berlino, soffiando anche quell’ultimo residuo di voti ai socialdemocratici? La faccia chi vuole; venga presto o tardi; non occorre essere profeti (e Nenni non è certo profeta; è soltanto un esecutore di ordini da «altissimo livello») per capire che mille e mille cose della società borghese tendono in quella direzione.
Il giro di valzer è a sinistra. La superfregatura vi attende, operai!
I grandi ritorni
È stato annunciato l’arrivo in Germania dagli Stati Uniti di una prima scorta di missili atomici o, altrimenti detti, razzi.
Com’è noto, i razzi e missili erano stati, durante la seconda guerra mondiale, la «grande speranza» di Hitler, e il grande spettro degli Alleati. Ma dovevano essere proprio questi ultimi a riportarli al punto di partenza, debitamente perfezionati. Dove si vede che l’unica giustificazione storica del crollo del regime hitleriano è stata di non essere riusciti dove sono riusciti gli antinazisti.
* * *
La Snia Viscosa, che già aveva in mano la Pignone di Firenze, rientrerà a bandiere spiegate, insieme con l’E.N.I.C., nella nuova gestione dello stabilimento. Sarà la «Nuova Pignone», ma il nuovo non sarà che l’antico. Nel frattempo – come si sono vantati di aver fatto gli organizzatori sindacali – le macchine hanno continuato a funzionare, e gli ingranaggi non hanno cessato di essere lubrificati. I sindacati cosiddetti operai sono davvero i grandi lubrificatori del sistema capitalista.
Si è letto che le parti hanno accolto con soddisfazione l’accordo. Della soddisfazione padronale non dubitiamo: l’industria già deficitaria ha ricevuto non soltanto l’acqua benedetta di La Pira, ma capitali freschi. Le maestranze sono riassunte solo in parte; per il resto vengono o tenute in sospeso o mandate ai corsi di riqualificazione…
Questa volta sarà la nuova gestione a celebrare la messa nello stabilimento. E sarà un Te Deum.
Solo la rivoluzione proletaria può abbattere il mostro statale americano
La Marina militare, strumento indispensabile dell’imperialismo, sopravvive alla condizione di adeguarsi alle esigenze dell’Aviazione. Sta a provarlo il fatto che la portaerei ha soppiantato la corazzata. La Seconda Guerra Mondiale ha detto l’ultima parola in materia di corazzate, questi colossi del mare che costituiscono ora una prova di debolezza, non più di supremazia navale. Oramai, i cantieri non costruiscono più corazzate, divenute inutili nella moderna guerra delle flotte aeree usate a terra o sui ponti delle portaerei.
Il continuo sconvolgimento nella tecnica produttiva si ripercuote necessariamente nella tecnica militare secondo un principio espresso, centocinquant’anni fa, da Napoleone: « La natura delle armi – egli disse – decide la composizione dell’esercito, degli itinerari delle campagne, delle marce, delle posizioni, degli ordini di battaglia, del tracciato e del profilo delle piazzeforti, ciò che stabilisce una costante opposizione tra i sistemi di guerra degli antichi e quello dei moderni« .
Principio materialista che fa onore a Napoleone, il quale con molta maggiore verosimiglianza che non i tronfi generali dei tempi nostri, avrebbe potuto attribuire al suo genio le sfolgoranti vittorie sulle coalizioni capitanate dall’Inghilterra contro la Francia rivoluzionaria. Ma la « natura delle armi » si trasforma e muta, talvolta radicalmente in breve tempo, per forza di quali cause? E qui interviene il marxismo a chiarire e risolvere la questione.
Negli scontri militari, nelle guerre locali o generalizzate, condotte da singole nazioni, oppure da coalizioni di Stati, a chi tocca la vittoria finale? La risposta che trova tutti d’accordo è facile quanto lapalissiana: al più forte.
Ma quando si va ad approfondire il concetto della forza militare degli Stati, nove volte su dieci si tirano in ballo le « innate » qualità morali della nazione, le abitudini dei popoli, la sagacia e l’astuzia dei governanti, il genio dei comandanti. Senza dubbio, le condizioni soggettive e l’abilità con cui i Governi riescono a sfruttare le particolari tendenze o pregiudizi dei loro sudditi, che del resto sono determinate dal materiale svolgersi dello sviluppo sociale, costituiscono un fattore importante. Ma, alla stretta dei conti, è sulla minore o maggiore disponibilità di armi e di apparecchiature che riposa la forza militare degli Stati.
« Il potere – scrive Engels nell’Anti-dühring – non è un semplice atto di volontà, ma richiede per la sua attuazione molte circostanze preliminari reali, particolarmente strumenti, il più perfetto dei quali (nel nostro caso: la portaerei) vince il meno perfetto (la corazzata, l’incrociatore pesante, il cacciatorpediniere); inoltre questi strumenti devono essere fabbricati, prodotti, con il che è detto pure che il possessore di strumenti più perfetti, vulgo armi, vince il possessore di strumenti meno perfetti; e che, in una parola, la vittoria del potere si fonda sulla produzione in genere, sulla potenzaeconomica, sulla condizioneeconomica, sul potere di disporre dei mezzi materiali esistenti« .
Per rimanere entro l’epoca imperialista, due guerre mondiali hanno confermato la tesi marxista che la vittoria militare degli Stati si fonda sulla strapotenza economica, sulla capacità di produzione di strumenti (armi) più perfetti. Per due volte, Stati Uniti e Inghilterra, alleati della Russia nella seconda fase della Seconda Guerra Mondiale, hanno messo con le spalle a terra potenze economicamente inferiori, nonostante la maggiore combattività delle truppe e la superiore preparazione tecnica degli Stati maggiori che avvantaggiavano l’avversario. Come si presenta oggi il quadro dei rapporti di forza tra i probabili contendenti della eventuale terza guerra mondiale?
Secondo il principio napoleonico, gli Stati maggiori di tutte le potenze militarmente importanti stanno operando radicali mutamenti nella tecnica della strategia e della tattica, informandosi alla riconosciuta verità della superiorità dell’aviazione sulla marina di antico tipo. Succede infatti che le funzioni di protezione dei convogli dall’insidia sottomarina, di bombardamento contro bersagli costituiti da forze navali nemiche o da apprestamenti difensivi o industriali, o di comunicazione, di difesa antiaerea contro gli assalti nemici, che fino a pochi anni fa venivano espletate da corazzate, incrociatori pesanti e cacciatorpediniere, oggi siano definitivamente trasferite alle portaerei. Maggiore velocità, raggio d’azione enormemente più vasto (recentemente è stato annunziato che le portaerei americane dislocate nel porto di Napoli possono trasportare bombe atomiche per oltre 770 miglia equivalenti a 1232 Km e tornare alla base di partenza). I più grossi calibri delle vecchie corazzate avevano una gittata che sta con quella degli aerei nello stesso rapporto che un tiro di fucile sta ad un tiro di freccia; superiore volume di fuoco (le portaerei da 45.000 tonnellate della classe « Coral Sea » e « Franklin Roosevelt » appartenenti alla Sesta Flotta basata a Napoli, sono dotate di 120 aerei « atomici »); maggiori capacità offensive e difensive (velocissimi aviogetti da intercettazione e di assalto, turboelica da pattuglia antisommergibili, bimotori da bombardamento atomico, razzi elettronici antiaerei ed antinave, missili radiocomandati a testa atomica, e l’imponente numero di bocche da fuoco a tiro rapido di piccolo e medio calibro) sono caratteristiche che fanno della portaerei un’arma formidabile, di una capacità distruttiva spaventosa e pressoché invulnerabile. Sicuramente, nella guerra dei mari e dei continenti, essa rappresenta lo strumento bellico più perfetto che la tecnica produttiva sia stata capace finora di fabbricare. Chi possiede le portaerei domina i mari e le vie di comunicazione tra i continenti.
In considerazione della superiorità delle portaerei di fronte all’armamento navale tradizionale, il primo posto nella scala delle potenze navali del mondo è detenuto dagli Stati Uniti: 4 corazzate, 29 portaerei, 19 incrociatori, 248 cacciatorpediniere, 149 sommergibili. Al secondo posto non figura, come si crede comunemente, l’Inghilterra, bensì la Russia, che possiede un maggior numero di navi da superficie e di sottomarini. La Russia dispone di 3 corazzate (tra cui la ex Giulio Cesare italiana), 20 incrociatori, 100 torpediniere, 370 sottomarini. Ma la Russia non ha portaerei, mentre l’Inghilterra può disporne di cinque di vecchio tipo, 1 corazzata, 11 incrociatori, 31 torpediniere. Nel 1955, gli Stati Uniti potranno varare due super- portaerei a propulsione nucleare da 60.000 tonnellate, la Saratoga e la Forrestal.
Se gli Stati Uniti possiedono le armi più perfette del mondo, come risulta dai raffronti tra le flotte delle massime potenze mondiali, ciò significa che dispongono della maggiore potenza economica esistente. La pretesa che il principio fissato da Engels non si applichi alla interpretazione dei rapporti di forza tra l’economia russa e quella americana, perché il Governo di Mosca utilizzerebbe il preteso margine di superiorità produttiva allo scopo di opere pacifiche, urta contro il fatto che il Governo di Mosca ha fatto l’impossibile pur di ottenere la bomba atomica. A riprova le recenti misure dirette ad aumentare la produzione di beni di consumo dimostrano che la « corsa all’atomica » doveva prendere l’avvio dalle restrizioni economiche imposte alle grandi masse lavoratrici. Ciò nonostante, la Russia non possiede finora portaerei, e quando ne produrrà non potrà annullare il vantaggio iniziale, veramente enorme, goduto dagli Stati Uniti. La supremazia aeronavale dell’America significa che nella prossima eventuale guerra mondiale, i Russi, anche divenendo probabilmente padroni dei continenti di Europa e Asia, non potranno giammai tentare l’invasione dell’America, mentre questa, dopo di aver assoggettato l’avversario ad un duro sforzo di logoramento che fiaccherà la più debole potenza economica euro-asiatica, potrà far pesare costantemente la minaccia, e ripetere l’esperienza dei giganteschi sbarchi sulle coste, che decisero la Seconda Guerra Mondiale.
Non abbiamo riscritto citazioni e dati per proporre un pronostico… da totoguerra, né per compilare un articolo interessante. Essi ci sono serviti per addurre altre prove dell’esattezza della nostra tesi sulla strategia della rivoluzione dedotta dialetticamente dalla strategia della guerra imperialistica. Potenza economica, potenza politica, potenza militare, fanno dello Stato di Washington il centro mondiale del capitalismo, le spalle di Atlante della conservazione borghese. Il capitalismo americano non può essere preso né per fame né per assalto armato, come pretende l’alterna propaganda pacifista e guerresca, e l’uno e l’altro insieme, alimentata da Mosca e dai suoi satelliti politici. In una eventuale guerra mondiale le probabilità di vittoria sono tutte per lo schieramento capitanato dagli Stati Uniti. Le pretese superiorità razzialinon contano un fico nello scontro di potenze materiali.
Perciò, anche se fossimo certi, per ipotesi astratta, del carattere socialista del regime russo e degli obiettivi anti-borghesi della politica internazionale del Cremlino, anche in questo ipotetico caso noi rifiuteremmo di seguire la politica dei partiti stalinisti. Lo Stato imperialista americano – e nominandolo si chiama in causa il capitalismo mondiale – ha un solo nemico che possa abbatterne la potenza oltracotante: la Rivoluzione. Viceversa, la Rivoluzione potrà trionfare di tutti i nemici, ma fino a quando avrà di fronte il colosso americano non potrà dire di averlo fatto.
Non sarà stata ribadita invano la nostra posizione nei riguardi della futura strategia rivoluzionaria, nel momento attuale, che ci offre lo spettacolo quanto mai istruttivo per le masse (e quindi « costruttivo ») di una Russia che, smesso l’abituale linguaggio minatorio, ricerca ansiosamente le vie di un accordo con gli Stati Uniti.
Un socialismo che partorisce mercanti
L’Unità del 14 gennaio informava degli ultimi sviluppi della campagna per l’incremento del commercio interno promossa dal Governo russo, a seguito delle decisioni adottate dal Comitato centrale del P.C.U.S. nella seduta dell’ottobre dell’anno scorso. Nel n. 18 anno 1953 di questo foglio demmo esaurienti notizie sul contenuto del rapporto di Kruscev al C.C. riguardo alla politica agraria e formulammo la nostra interpretazione.
Il rapporto Kruscev rivelava, al di sotto della trasparente scorza di eufemismi e di diplomatiche reticenze, una situazione di arretratezza nel settore agricolo, e in genere, della produzione di beni di consumo. Naturalmente, il sommo gerarca non chiamava le cose col loro nome, ma la sostanza effettiva delle condizioni economiche generali russe risultava indirettamente dalle misure che, per bocca sua, il partito suggeriva al Governo. Si trattava di questo: ai contadini delle cooperative agricole (kolchoz) veniva concesso di detrarre dal prodotto totale una parte maggiore di derrate da destinare al mercato privato; da parte sua, lo Stato operava un aumento sui prezzi pagati ai contadini per i prodotti consegnati agli ammassi. La conclusione si imponeva da sé, e la esprimemmo in termini che così si possono riassumere: allargamento del mercato privato, restringimento del mercato statale; ulteriore rafforzamento dei ceti sociali non proletari, contadini e piccolo-borghesi, economicamente saldati alla compravendita delle derrate agricole e dei prodotti industriali che normalmente si inseriscono nel circuito commerciale città-campagna; dimostrazione della tendenza dell’economia russa alla privatizzazione della proprietà, in contrasto con le raffigurazioni correnti che pretendono di presentare una Russia di maniera in cui tutto si produce e si consuma sotto la gestione e il controllo dello Stato.
I sintomi esteriori del rafforzamento dei ceti mercantili, cioè capitalistici, nel preteso «paese del socialismo», si rivelavano nel processo, tuttora in corso, di allargamento della rete commerciale. Dicemmo allora che la notizia riportata dall’Unità in quel torno di tempo circa la progettata apertura in Russia di 22.000 tra negozi e spacci mobili, giungeva a conferma della nostra previsione. Recentemente come dicevamo in principio, il numero citato dell’Unità aggiungeva altri particolari. Apprendevamo così che «negozi mobili montati su slitta faranno il giro dei più remoti villaggi delle regioni artiche dell’Unione Sovietica, durante quest’inverno».
Gli esaltatori dello Stato russo non mancheranno di esultare, venendo a sapere che nuove zone del continente russo, che sotto il regime zarista vivevano un’esistenza locale e circoscritta, vengono immesse nel vortice del mercantilismo. Il fatto è da considerarsi un passo avanti o un avvenimento indifferente? Certamente, un passo avanti. Ma non verso il comunismo. Di questo siamo altrettanto sicuri. Si avvia verso il comunismo, cioè verso la totale soppressione delle classi, quella produzione che gradualmente riduce l’imperio del mercantilismo, assottiglia gli effettivi sociali che vivono del commercio, supera la remunerazione in denaro della forza-lavoro. Perciò, se di passo avanti si può e si deve parlare in riguardo alla conquista di zone remote della Russia al mercantilismo, esso non può considerarsi compiuto che nella direzione del capitalismo.
Berlino e il burro
Per sostenere i prezzi delle derrate agricole (l’abbondanza delle merci sul mercato è la peggiore sventura che possa capitare ai commercianti) il governo americano compera quotidianamente ingenti quantitativi di prodotti che vengono ammassati nei depositi e nei frigoriferi statali, al semplice scopo di toglierli dalla circolazione. Tale sistema fu instaurato al tempo della grande crisi economica del 1929 e viene conservato per allontanarne lo spettro spaventevole. Esso produce l’effetto di innalzare i prezzi americani di determinati prodotti agricoli (grano, cotone, olio di semi, avena, burro, latte in polvere, formaggi, ecc.) al di sopra dei prezzi praticati sul mercato internazionale, con evidente vantaggio dei produttori e dei commercianti, ma costa somme fantastiche all’erario.
Il governo degli Stati Uniti spende 700.000 dollari al giorno per l’acquisto di burro di cui non sa cosa fare, che deve mantenere in frigorifero, e non può vendere sul mercato interno per non fare cadere i prezzi. Il Governo federale spende inoltre 300.000 dollari al giorno per l’acquisto di latte in polvere e 20.000 dollari al giorno per formaggi. Sino a questo momento latticini per un valore di oltre 300 milioni di dollari sono accantonati in frigoriferi e depositi, insieme con milioni di quintali di grano, avena, olio, ecc. La spesa totale, pesata sul bilancio federale, ha raggiunto i cinque miliardi di dollari, pari a oltre 3000 miliardi di lire italiane.
Il Governo degli Stati Uniti possiede la più ricca dispensa del mondo, ma non sa che farsene. Le merci preziose, derrate che potrebbero sfamare moltitudini di affamati (e in quale parte del mondo non ce ne sono a milioni?) deperiscono e si perdono, ma stanno ben chiuse lì, nei magazzini anticrisi della Confederazione stellata.
Abbiamo visto che venderle all’interno non si può. Succederebbe un tracollo terribile dei prezzi agricoli. Milioni di contadini cadrebbero in preda alla fame e alla miseria. Sono le meraviglie del mercantilismo, della produzione per il mercato, dello scambio dei prodotti a mezzo del denaro. Ma ci sono degli acquirenti stranieri che domandano di essere ammessi a comprare dai magazzini statali.
Recentemente un commerciante ha inoltrato al Segretario del Commercio degli Stati Uniti una domanda di acquistare a prezzo ridotto, ma sempre superiore a quello internazionale, 20 (venti) milioni di chili di burro e 3 (tre) milioni e mezzo di olio di semi per rivenderli alla Russia e per scambiarli contro oro russo o manganese (Il Tempo, 18-1-54). Il Segretario del Commercio ha respinto la domanda. La motivazione ufficiale tira in ballo un voto di protesta della associazione delle massaie americane, che si era dichiarata contraria all’affare proposto dal connazionale commerciante, in quanto che, realizzato, permetterebbe alle massaie russe di comprare viveri americani ad un prezzo inferiore a quello praticato in America. Membri del Congresso, abituati a spaziare nelle alte sfere della grande politica, non mancavano di far rilevare che, accettando l’affare, il governo americano verrebbe con ciò ad utilizzare i soldi dei contribuenti, spesi per l’acquisto delle eccedenze di derrate, in contrasto con l’interesse nazionale degli Stati Uniti, cui le difficoltà economiche della Russia non possono che giovare. Saremmo proprio noi ad aiutare il governo di Malenkov ad avere ragione della crisi di sottoproduzione che sparge il malcontento in Russia e paesi satelliti? hanno urlato i politici.
La cosa doveva finire lì. Ma che succederà nell’avvenire? Il Governo americano acconsentirà a veder marcire nei depositi milioni di quintali di derrate per cui l’Erario paga cinque miliardi di dollari l’anno? Ma la questione più importante è questa: È il governo americano interessato veramente all’indebolimento dello Stato russo, alle rivolte delle masse lavoratrici sottoposte ai russi, che già a Berlino dovevano dare, nel giugno scorso, un assaggio della loro forza potenziale?
Il fatto che rappresentanti russi e delle tre potenze alleate si riuniscano a Berlino, nel mentre che l’America ha bisogno di vendere e la Russia di comprare ci autorizza a ritenere che gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse a sostenere il governo di Mosca, che rivale o meno dell’America, è sempre un pilastro della reazione mondiale.
Filosofia fiscale
Prima di morire, il ministro Pella ha votato un disegno di legge che abolisce l’imposta di negoziazione sostituendola con una imposta operante in varia misura sia sul patrimonio imponibile delle società, sia sui redditi di bilancio. Il disegno mirerebbe a sottoporre a tassazione – dopo il privato – le aziende industriali e commerciali.
Si è però osservato che è stata invece rinviata l’approvazione dell’altro disegno di legge – senza il quale il primo non avrebbe portata pratica – che dovrebbe permettere di accelerare e perfezionare l’accertamento dei redditi delle società, ora difficilissimo sia per le note manovre di compilazione dei bilanci, sia per l’esistenza delle molteplici «società di comodo» istituite proprio allo scopo di mascherare patrimoni e redditi delle società effettive.
La cosa non stupisce. A parte che non saremo certo noi a credere che basti un disegno di legge per consentire al fisco di mettere seriamente il naso nei bilanci aziendali, è chiaro che un passo anche soltanto formale e cartaceo di questo genere urta la suscettibilità di coloro che sono, volere o no, i reali padroni dello Stato. Resta il fatto che, intanto, una imposta a carico delle società è stata abolita, mentre non sono stati creati (e campa Fanfani che l’erba cresce) gli strumenti sia pure teorici per dare una qualunque efficacia pratica all’introduzione della nuova imposta, sedicentemente intesa ad eliminare lo «scandalo» della evasione fiscale delle grandi società. E noi siamo certi che le cose rimarranno a questo punto: a nessun piccolo contribuente è consentito di sfuggire alla rete creata dai grandi; perché mai questi ultimi dovrebbero lasciarsi pescare?
Li vogliamo nudi alla meta
I santoni indiani – si legge sulla stampa – hanno proposto che i quattro grandi si riuniscano, invece che a Berlino, sullo Himalaia (sarebbe così soddisfatto il sogno churchilliano di incontri ad « altissimo livello »?), e non vestiti, ma nudi.
Appoggiamo la richiesta: nudi alla meta, e in pieno inverno.
Conferme: Fascisti contro la proprietà privata
Pubblicasse quest’articolo uno qualunque dei giornali che circolano nella Repubblica italiana, non tralascerebbe certamente di appioppare tanto di punto esclamativo al titolo. Tale segno di interpunzione dovrebbe stare lì a dire: «A tanto siamo giunti. Persino i fascisti sbraitano contro la proprietà privata ed invocano l’intervento dello Stato espropriatore». A noi la cosa – la decisione presa dal Congresso del M.S.I. di delegare i gruppi parlamentari fascisti a presentare in Parlamento una legge per la «socializzazione» delle aziende IRI – non ha fatto proprio né caldo né freddo. Perciò, il punto esclamativo di meraviglia al titolo non lo accodiamo affatto.
Quale partito politico, quale uomo politico, quale ciarlatano parlamentare che debba accostare la «questione della politica sociale», non somministra una frecciata, o solo una puntura di spillo, alla sacra istituzione della proprietà privata? Persino i liberali e i monarchici che pure si scalmanano a condannare e deprecare gli eccessi del dirigismo economico sono fautori di temperamenti del diritto privato, ove, si suole ripetere con espressione sacramentale, urti con la pubblica utilità. D’altra parte, nessuno di codesti signori si sogna di accusare, ad esempio i laburisti inglesi autori di profonde riforme della proprietà, di sovvertire lo Stato e gli ordinamenti sociali britannici, salvo, s’intende, ad identificare col comunismo identiche statizzazioni eseguite da governi stalinisti.
Il IV Congresso del M.S.I., cioè di un partito che si dichiara erede e continuatore del fascismo mussoliniano, che si è tenuto nella prima decade del mese, doveva concludersi in bellezza con un colpo sensazionale. Il Centro, da cui era espressa la Direzione uscente e successivamente ristabilita in carica, con abile mossa svuotava il programma della sinistra facendone proprio il nucleo. In particolare, accettava il principio della socializzazione delle imprese, pur limitandone la pratica applicazione alle aziende IRI. Di più, con un infuocato intervento di Roberti, si preoccupava di risalire alle origini del movimento fascista, o per lo meno alla costituzione della Repubblica di Salò, per rivendicare la paternità del principio «socializzatore» a tutto il movimento, nessuna corrente esclusa. In altre parole la Direzione del M.S.I. ci teneva a dichiarare che «socializzatore» il fascismo lo è da sempre. Naturalmente, la stampa social-stalinista, che si sente menomata ogni volta che altri schieramenti politici si mostrano criticamente disposti verso la proprietà privata, si è sentito rubare il mestiere, e non ha potuto fare di meglio che revocare in dubbio le dichiarazioni stataliste del Congresso missino, accusando di demagogia e malafede la proposta di nazionalizzazione delle aziende I.R.I.
Il Congresso del M.S.I. coincideva casualmente con la crisi governativa. Per tirare acqua al proprio mulino, il P.C.I. si gettava a capofitto nella mischia parlamentare aggrappandosi, come al solito, al lato personale della miserabile vicenda della caccia ai posti ministeriali. È la pappa che il palato del grosso pubblico preferisce: il ministro X ruba sugli appalti, il sottosegretario Y è interessato nella tratta delle bianche, il direttore generale Z traffica in licenze di esportazione, e così via. Ma nell’oceano delle sensazionali storie a base di intrighi sfacciati e di tenebrose macchinazioni, che scolava dalla stampa socialcomunista, non seconda agli altri nello sporco mestiere, spuntava (L’Unità, 10-1-54) una risoluzione della Direzione del P.C.I. contenente una serie di punti programmatici, polemicamente contrapposti alla politica sin qui seguita dal governo democristiano. Pompeggiava, naturalmente, nell’elenco delle misure che il P.C.I. si riserva di eseguire, se insediato al Governo, la nazionalizzazione delle aziende IRI. Orbene, appena un giorno dopo, la stampa fascista (Secolo, 11-1-54) pubblicava il resoconto dell’intervento Roberti al Congresso del M.S.I., da cui risultava che non solo la Sinistra, ma anche il Centro, e persino la Destra del M.S.I. acclamava al principio della «socializzazione», e in particolare alla nazionalizzazione delle aziende IRI.
Se per essere socialisti basta proporre l’abolizione della proprietà privata e la statizzazione delle aziende, perché non considerare socialisti e nemici del capitalismo anche i puzzoni in camicia nera di Graziani e De Marsanich? Per fortuna del P.C.I., gli stessi fascisti ci tengono a mettere bene in chiaro di sentirsi «sociali», non «socialisti», volendo ribadire con ciò la loro avversione al marxismo. Ma forse che l’incenso bruciato davanti ai ritratti di Marx basta a comprovare la fedeltà al marxismo del P.C.I.? Il fatto provato è che il P.C.I. ha in comune col fascismo l’accapo n. 1 del programma di governo: la statizzazione della grande industria. Che è pura coincidenza? La stampa piccista, profondamente irritata dal vedere in pericolo il proprio monopolio ideologico, sostiene che i capi del M.S.I. si ripromettono soltanto di lanciare fumo negli occhi dei gonzi promettendo di lavorare in Parlamento per mandare avanti la legislazione statalista. Noi invece non escludiamo affatto che un partito fascista possa procedere a formulare e applicare riforme dirette a limitare la proprietà privata, perché sappiamo che l’affarismo capitalista prospera benissimo nel paese della cuccagna delle gestioni statali delle aziende. L’unipartitismo è solo uno strumento del fascismo, il fine della sua politica essendo la difesa integrale della conservazione borghese. Ora la statizzazione delle aziende non intacca minimamente la dominazione di classe sul proletariato. Perché allora rifiutare di accettare che un governo o un partito possa essere nello stesso tempo fautore dell’abolizione della proprietà privata e agente della conservazione della dominazione borghese nelle forme fasciste di governo?
Noi non combattiamo il fascismo in quanto movimento fondato sull’esercizio della violenza della forza e della dittatura. Nascondendosi sotto un velo di ipocrisia, i governi democratici applicano gli stessi metodi di repressione, allorché il proletariato osa rizzarsi minaccioso di fronte agli organi dello Stato. Forza, violenza e dittatura saranno impiegati sistematicamente e, se occorrerà senza remissione di sorta, dallo Stato sorto dalla Rivoluzione. Perciò, il social-stalinismo tradisce la fiducia accordata dalle masse predicando forme di governo liberal-democratiche, fondate sul parlamentarismo e sulla truffa del pacifico accordo tra le classi sociali. Solo esprimendo un governo rivoluzionario, rigidamente dittatoriale, autoritario, forte, intransigente verso i nemici, incondizionatamente antiparlamentare, il proletariato potrà avere ragione della borghesia e del capitalismo. La questione, in merito all’atteggiamento del comunismo di fronte al fascismo, non è dunque sulla forza e la dittatura, ma sull’uso di esse e gli obiettivi cui esse tendono.
Al traguardo della statizzazione delle aziende i governi borghesi ci arrivano indifferentemente attraverso i normali canali amministrativi della democrazia parlamentare come attraverso le equivalenti istituzioni dittatoriali del fascismo.
Nella statizzazione, nella abrogazione della proprietà privata, democrazia e fascismo coincidono: socialdemocratici, laburisti, missini, stalinisti, pur partendo da opposti punti ideologici, pervengono, sul terreno pratico, allo stesso punto di arrivo. E tutti insieme sostengono di lavorare per la soppressione del capitalismo!
Se partiti innegabilmente borghesi, dichiaratamente nemici del comunismo, tradizionalmente carnefici del movimento operaio, osano chiedere, sia pure entro certi limiti, l’abolizione della proprietà privata, chi potrà confutare la nostra tesi che la soppressione della proprietà privata è una misura accettabile dalla borghesia? Conseguentemente diciamo, perciò, il socialismo comincia a sorgere allorché comincia a scomparire il salariato, il mercantilismo, la distribuzione dei prodotti a mezzo della moneta. L’elemento sociale che caratterizza il capitalismo di fronte alle epoche storiche passate è il proletariato, cioè la classe dei lavoratori salariati, per cui il capitalismo esisterà finché esisterà il salariato. La statizzazione non abolisce il salariato, dunque è una misura che perpetua il capitalismo.
Troppo presto per dire queste cose! bofonchiano gli stalinisti con aria di sufficienza. Per non volerle dire, che fanno? Cantano in coro con i fascisti.
Fanfanismo universale
Il presidente Eisenhower, eletto in rappresentanza di un partito teoricamente anti-interventista, liberista e anti-new dealista ha proposto in un messaggio al Congresso di aumentare le pensioni minime a favore degli operai e di estendere in genere il campo di applicazione della previdenza sociale. Spira su scala internazionale l’aura dell’«andiamo verso il popolo».
È vero che l’«estensione della previdenza» avrà per scopo di ammettere al beneficio delle assicurazioni sociali per la vecchiaia e per le famiglie anche le professioni liberali e i membri del clero; ma non rientra questo nel fanfanismo, lapirismo e «integralismo cristiano».
Piccole note triestine
Un’intervista concessa dal direttore generale dei Cantieri Riuniti dell’Adriatico invocante dallo Stato una legge organica che possa assicurare ai cantieri un più adeguato carico di lavoro lascia prevedere «soluzioni drastiche a breve scadenza» se tali provvedimenti legislativi non verranno. In pratica, si prevederebbe per il 30 giugno 1954 una riduzione delle maestranze ad appena il 25% del livello attuale a Monfalcone e al 40% a Trieste!
Naturalmente, di fronte a questa prospettiva i Sindacati Unici non hanno da proporre che la riorganizzazione dell’I.R.I. e provvedimenti di salvezza «della nostra industria cantieristica», cioè appunto quello che chiedono i dirigenti. L’azione padronale e sindacale è convergente. Potevamo dubitarne?
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I diversi sindacati sbandierano l’accordo raggiunto il 31 dicembre in merito al premio di produzione per i C.R.D.A. Si tratta di un accordo transattivo in attesa di quello che sarà raggiunto nel mese di marzo. «Fermi restando i normali elementi della retribuzione stabiliti dal contratto collettivo, viene data così la possibilità al lavoratore di essere partecipe dei vantaggi derivanti da un aumento della produttività che, giova ricordarlo, fino ad oggi sono andati esclusivamente a beneficio dei datori di lavoro».
Il gran successo, in verità! Il premio è concesso, meritatamente per il padrone, al maggior sforzo di lavoro dell’operaio: è la carezza data perché il somaro renda di più. Ferme restando ecc… avrà aumentato il suo reddito chi faticherà di più: chi non desidera ridursi a bestia, viva con quello che gli si dà normalmente. Evviva gli aguzzini!
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C’è fermento nelle classiche Cooperative Operaie di Trieste. Un manifestino di un Comitato fra i soci delle stesse denuncia la trasformazione avvenuta in questi organismi, «tale da farle identificare agli usuali complessi d’affari e svolgere perciò la loro funzione nell’ambito e con i fini del commercio capitalista. Le Cooperative di Trieste sono divenute oggi infatti un’anonima grossa società commerciale così come ve ne sono in qualsiasi grande città… Il popolo consumatore e gli stessi soci delle Cooperative considerano lo spaccio delle C.O. alla stregua di un qualsiasi negozio privato… La regia delle C.O. è appesantita e aggravata dal rilevante e costoso sproporzionato apparato e le attività delle Cooperative si snodano perciò stentatamente e si esauriscono pressoché nelle azioni intese a contendere agli altri esercizi affini una aliquota di generica clientela».
Alla buon’ora! L’abbiamo sempre detto, nella polemica coi riformisti, che la Cooperativa, vivendo in ambiente capitalistico, non può che subirne le leggi e trasformarsi essa stessa in azienda commerciale, per giunta – oggi soprattutto – burocratizzata ed elefantiaca in ragione diretta dell’estensione e complicazione crescente del suo raggio d’affari. Questo processo non lo cambierà lo sforzo di nessun Comitato per quanto ben intenzionato e ligio agli interessi operai. È un processo inevitabile, una prova dell’impossibilità di «costruire il socialismo» per oasi parziali entro la società capitalistica, un fenomeno non specifico di Trieste e che non sarà rimediato a Trieste.
Li prendiamo in parola
Il congresso del M.S.I. a Viareggio (che bei posticini si prendono, però, questi spregiatori della vita comoda!) non poteva mancare di crearsi attorno una cornice legionaria e bellicosa e manganellesca; sarebbe stato togliere il sapore alla zuppa il rinunciarvi. Ma la sostanza è tutt’altro che bellicosa: il neo-fascismo è pantofolescamente parlamentare, legalitario, democratico.
Come per la faccenda delle richieste di socializzazione, la stampa democratica ufficiale grida alla manovra. Niente affatto: li prendiamo in parola. I fascisti sono democratici, nulla di sostanziale li divide dagli altri; sono al Parlamento e ci vogliono restare; se faranno… la rivoluzione (in vagone letto come al solito) sarà solo per potervi ritornare. Lo fu il fascismo nei suoi anni d’oro, se cessò di esserlo, fu allo stesso modo che hanno sempre cessato di esserlo i partiti democratici nei momenti di crisi istituzionale profonda e davanti alla minaccia di un sovvertimento sociale. Arrivarono al potere con la scheda, vi rimasero con la scheda; ieri come oggi e come domani.
De Marsanich e la direzione rieletta sono dunque in linea: e, se lasciano strillare di sdegno i «puri» (detti anche figli del sole), è perché anche questo serve a condire la zuppa e perché, in democrazia, il manganello è sempre di riserva. Dicono che i partiti di sinistra volessero impedire la riunione del Congresso a Viareggio (sede… culturale del progressismo), ma vi rinunciarono per ragioni di opportunità turistica. Esatto anche questo: il M.S.I. è uno dei monumenti da visitare nella Repubblica democratica italiana.
Proseguendo sulla questione agraria
Sopralavoro e classi
Bisogna tuttavia insistere sui motivi della grande importanza che Marx attribuisce al sistema dei fisiocratici, anche in confronto alla più moderna scuola della economia classica, sorta nella prima nazione industriale, l’Inghilterra e che necessariamente per prima mise avanti la produzione industriale a quella agraria.
Osserveremo ancora che, non facendo noi in questi « fili » una esposizione con ordine « sistematico » della dottrina marxista, ed essendo impegnati a dedicarne una serie (anche su quesiti sollevati da molti compagni) alla questione agraria, dobbiamo riferirci ad altri scritti e supporre nota oramai, salvo i richiami del caso e la utilizzazione di qualche più luminosa formulazione in cui ci si imbatte nel maneggio dell’arsenale dei testi, la generale teoria del valore e del plusvalore e la sua origine, in tanto interessandoci qui seguirla nei primi economisti del capitale, come Smith, Ricardo etc., in quanto essi hanno dedicato centrali ricerche alla rendita agraria.
Per la stessa ragione usciamo dai limiti propri alla produzione rurale quando, come a proposito della portata della scuola fisiocratica, la critica di Marx offre utilissime occasioni di lumeggiare i fondamenti stessi della dottrina del comunismo.
E’ solo un primo aspetto della grande innovazione recata nella scienza economica dai fisiocratici, quello di avere indicata la plusvalenza sia pure nel solo campo terriero, precisando la prima volta la differenza tra quanto il lavoratore salariato riceve e quanto la sua opera apporta come aumento di prodotto e quindi di valore. Questa seconda quantità essendo di norma ben maggiore, la differenza che va a beneficio di altri elementi sociali costituisce il sovraprodotto, il sopralavoro, il sopravalore (plusvalenza).
I fisiocratici scoprirono questo limitatamente al confronto dei prodotti fisici, materiali, nei riguardi del loro uso per soddisfare umani bisogni e quindi la loro è una teoria solo del valore d’uso, non del valore di scambio, come fu poi per i classici economisti inglesi, corifei del capitalismo: era infatti facile scoprire il fenomeno nel campo agrario, ove il lavoratore consuma gli stessi generi che produce, ed è constatazione immediata quella che consuma grano, ortaggi, frutta, ecc., in quantità assai minore di quella che il suo contributo all’azienda viene a creare.
Ma l’importantissimo secondo aspetto del sistema e del celebre Quadro in cui Quesnay lo ricapitolò, è che per la prima volta il confronto non è fatto per il solo tributo di un salariato singolo al suo affittaiuolo e al proprietario fondiario, ma è studiato alla scala nazionale come rapporto tra le classi sociali, in cui secondo quella teoria la nazione (la società economica) si suddivide. Ed è quindi qui data in embrione la teoria delle classi sociali. Vi è di più: salario, profitto, rendita non sono qui studiati come quote personali di valore che formano l’entrata dell’operaio (agricolo), del capitalista agrario e del proprietario fondiario, ma come masse sociali e quindi la plusvalenza è calcolata socialmente e se riferita ad un dato atto economico interessa come media sociale e non come quota occasionale e singola.
Quesnay è dunque indietro rispetto a Marx ma molto avanti rispetto al più famoso dei professori universitari di economia 1954, dei quali tutti cavallo di battaglia è il teorema: leggi, schemi, teorie e quadri di società economiche tipiche sono impossibili come risultato scientifico.
Potere e ricchezza
Da quell’epoca la scienza economica diviene teoria del sopralavoro sociale cessando di essere vaga e letteraria spiegazione della ricchezza e dei suoi movimenti, delle cause ed effetti del fatto che vi sono ricchi e poveri… E quindi Marx compone (nel IV volume del Capitale) non, come avrebbe detto Croce, la Storia della Economografia, ma la storia delle teorie sul sopralavoro.
Senza risalire troppo indietro, al quesito sulla ricchezza, Hobbes, filosofo ed economista morto nel 1679, ossia un secolo prima di Quesnay, risponde con la risoluta definizione: ricchezza è sinonimo di potere. Blanqui, autoritario della rivoluzione quanto il vecchio Hobbes lo era della conservazione, dirà: Chi ha del ferro ha del pane! E il geniale seppure ancora confuso Adamo Smith, al fine di difendere la sua grande intuizione che il valore di ogni merce (ricchezza nella società capitalista significa ammasso di merci) si misura dal tempo di lavoro in essa contenuto, ossia necessario a produrla, commenta: ciò (la definizione di Hobbes) non significa già (doveva dire non significa più) che « chi acquista un grande patrimonio o lo riceve in eredità acquista necessariamente (…) potere politico, civile o militare (…); è un certo diritto di comandare su tutto il lavoro altrui o su tutto il prodotto del lavoro allora esistente sul mercato ».
Ricchezza è dunque disposizione di lavoro altrui. Che essa si possa essere formata con lavoro proprio, è ingenua ipotesi avanzata dai propagandisti della economia mercantile borghese, non atta nemmeno ai digiunatori di professione.
Quando Marx confuterà il molto più avanzato Ricardo gli spiegherà che si tratta di disporre di lavoro sociale: è già un’espressione ingenua quella di lavoro altrui, come contrapposto al proprio, che a ciascuno attribuirebbe il favoloso « diritto naturale ». Marx quando Ricardo parla del « mio » lavoro gli fa osservare: « ma anche il mio lavoro è lavoro sociale ». Questa così semplice e così profonda formula ci riconduce a quanto tante volte si è detto: la formula della rivendicazione comunista non è: a ciascuno il frutto del suo lavoro, ma: alla società tutto il lavoro sociale. Quindi l’individuo sarà privato non solo del « potere » sul lavoro di altri uomini, ma anche del potere personale sul proprio, ossia sulla quota di « sopralavoro » che anche allora sarà tenuto a dare alla società. Più questa progredisce, più si regge su sopralavoro sociale, meno su « lavoro necessario » ossia su lavoro comprato e pagato, con obbligo di tempo e di luogo di lavoro tassativi, truccati come libera elezione contrattuale, come « prestazione di opera ».
Ma nell’epoca precedente alla formazione del mercato generale, che è soprattutto mercato della forza di lavoro, era più palpabile la identità tra ricchezza e potere. La dipendenza non era ancora sociale, da classe a classe, ma personale. Nella schiavitù l’intero corpo del lavoratore faceva parte della ricchezza del proprietario ed esso implicava il possesso del suo sopralavoro: datogli quanto lo manteneva vivo come vitto, tutto il prodotto delle sue braccia in generi di consumo o servizi apparteneva di diritto al proprietario, al ricco.
Nella servitù feudale non tutta la persona dello schiavo, ma una forte aliquota del suo tempo di lavoro o del prodotto di esso lavoro sono dovute al signore, ed inoltre il servo è strettamente legato al luogo di lavoro. Trattasi quindi ancora di dipendenza personale e ancora la ricchezza del feudatario dipende da un rapporto di potenza: corpi e forze legali ed armate che in caso di ribellione riconducono il servo al feudo, come riconducevano lo schiavo alla casa del padrone.
Chiara era in tal caso la divisione della società in classi e la ineguale attribuzione della ricchezza, palese essendo l’atto di potere sulla classe serva. Il tratto di genio dei fisiocratici fu di avere stabilito, anche supponendo che tutti i lavoratori fossero stati liberati, lo spostamento di un volume di sopralavoro, che avveniva non più da servo a padrone visti come individui, ma avveniva da classe a classe: giustificando come partita in pareggio il guadagno di imprenditori di terra o di campagna, ma ponendo in evidenza come sorta parassitariamente da sopralavoro la rendita dei proprietari terrieri.
Compensa largamente l’errore di non aver visto nella manifattura eguale rapporto tra sopralavoro e profitto, il risultato grandioso di avere riferita la dinamica economica non più all’elemento individuo, ma al complesso sociale di classe.
Uso dei modellini
Finora alle cifre del Quadro abbiamo solo di passaggio accennato. Sarà bene ora esporre nelle linee generali il « bilancio » di ciascuna classe: in quanto ciò consente di capire bene dove poi difettano nella teoria della plusvalenza Smith e Ricardo, sulla traccia della critica di Carlo Marx.
il Quadro descrive una società tipo, immaginata in astratto e quindi assimilata a uno schema. Il compito di Marx, non condotto a termine da lui per la sopravvenuta morte, e mal condotto a termine dal movimento e dalla scuola, per i motivi storici di deviazione e di fallace revisioniamo ben noti, fu di dare uno schema-tipo della società capitalistica industriale moderna.
Le differenze sono sostanziali: Quesnay ritiene che il suo tipo schematico sia quello che caratterizzerà la società post-feudale, la società del lavoro a salario e quindi gli sfugge del tutto l’antagonismo di classe tra proletari ed imprenditori. Quindi egli sostituisce nella parte di classe dominante alla aristocrazia del vecchio regime una classe di proprietari borghesi della terra, trascurando quella dei capitalisti imprenditori e anche quella dei capitalisti del commercio e della finanza. Inoltre Quesnay costruisce il suo schema come « progetto della migliore società possibile » e come disegno della stabile società futura fondata sulla « libertà » personale. Marx costruisce il suo schema come quello della società capitalistica storicamente datasi dopo l’epoca feudale nel tipo di pieno sviluppo e non come schema di un meccanismo che giri uniformemente a velocità di « regime », ma proprio al fine di mostrare che un tale assetto è instabile e storicamente transitorio e la sua meccanica conduce non a quello che la fisica definisce « equilibrio » dinamico, ma ad un sicuro squilibrio, a crisi in serie e alla finale esplosione. A fine polemico, come sempre sosteniamo, egli non considera la effettiva società capitalista impura dei vari paesi e dei vari stadi di sviluppo – di cui fornisce quando occorre magnifiche e sicure speciali descrizioni – ma quella società ipotetica in cui tutto sia produzione salariale e distribuzione mercantile, decantata dai borghesi e dalla loro scienza come in perfetto ed eterno equilibrio, non appena scomparsi tutti i residui di forme precapitalistiche.
Ben vero questo dissero gli economisti capitalisti della scuola classica; poi la scienza ufficiale spaventata dalle potenze che aveva evocate ripiegò nella statistica registrativa e descrittiva e rifiutò gli schemi dichiarandoli pure e vane esercitazioni dottrinali, cui la multiforme e capricciosa realtà non fa che ribellarsi. Rifiutò quindi ogni schematizzazione, non solo quelle alla Quesnay che hanno valore apologetico e corrispondono in economia ai piani dei sociologi utopisti, ma tanto più quelle di Marx che non sono statiche ma dinamiche, che non sono apologetiche ma rivoluzionarie.
Quesnay ha intanto il merito di dichiarare possibile la costruzione scientifica di uno schema in mezzo alla grande ricchezza e mutevolezza dei dati dell’economia vivente; con questo egli era né più né meno che un anticipatore del materialismo storico di Marx, un affermatore del fatto che la critica moderna delle vecchie scuole spiritualiste, condotta in Francia per la scienza della natura fisica, in Germania per le scienze del pensiero, osata in Inghilterra per quelle della società nell’epoca d’oro della rivoluzione industriale, era ben proponibile e sviluppabile in questo campo fino alla fondatezza scientifica, ma tale compito trascendeva quelli della filosofia borghese, ed era riservato al materialismo dialettico di una classe nuova e rivoluzionaria: il proletariato.
Bilancio del quadro di Quesnay
Il Tableau di Quesnay non considera movimenti di prodotti e di danaro nell’interno di una classe, ma solo tra classe e classe, alla scala dell’intera società, che era per l’autore quella francese del tempo (1759).
Le classi per lui sono tre. Classe P o proprietaria, che comprende il sovrano e i decimatori, ossia i beneficiari delle decime, divenute oramai rendita in danaro. Classe F o produttiva, che comprende non solo i fittavoli capitalisti (fermiers), ma anche tutti i salariati agricoli che essi impiegano. Classe S o classe sterile, che comprende i fabbricanti e gli operai di manifattura.
Come è noto, Smith e Ricardo, come Marx, considereranno lo schema di tre classi che sono queste: proprietari fondiari, capitalisti e operai salariati.
Nell’uno e nell’altro caso sono considerate fuori dello schema, in quanto isole chiuse non coinvolte nella generale circolazione di prodotti e valore, le classi dei piccoli contadini proprietari e degli artigiani. Ma Smith e Ricardo saranno meno profondi di Quesnay nel portare in conto, nel calcolo dell’azienda borghese, distintamente il capitale costante, che si anticipa e riottiene intatto, ma non aumentato, in ogni ciclo, e il capitale effettivamente circolante e che ha la proprietà di ritornare aumentato alla fine di un ciclo ed al principio di un altro.
Ben vero Smith e Ricardo capirono che in ogni ciclo produttivo il capitalista anticipa materie prime e salari operai e diviene proprietario del prodotto e che tra il valore di questo e il valore anticipato si stabilisce un premio che è la plusvalenza e dissero che tutta la plusvalenza era sopralavoro, ossia derivava dal fatto che il salario pagato agli operai copriva una parte solo del valore aggiunto da essi col lavoro, ma la riferirono al valore di tutto il prodotto ottenuto. Va invece riferita al solo valore del capitale variabile, capitale salario, in quanto il capitale costante è anticipazione che ritorna alla pari. Quindi, confusero i concetti di plusvalore e di profitto (veggasi il Dialogato con Stalin) e tennero troppo basso il saggio del plusvalore.
Quesnay procede diversamente. Si prenda la classe F, quella produttiva. Al momento del raccolto egli suppone che i fittavoli, che tutto lo detengono nei loro depositi, ne dispongano per 5 miliardi. Ma questi, in quanto capitalisti, dispongono in più del loro capitale di esercizio, sotto forma di 2 miliardi in danaro. Con questo fondo versano alla classe P dei proprietari la sua rendita globale, supposta appunto di 2 miliardi. Pongono poi sul mercato il prodotto, ma anzitutto versano (per semplicità parliamo come se i movimenti si facessero una volta all’anno e ognuno conservasse la sua dotazione: appunto lo studio e la esposizione sono meno astrusi per l’agricoltura, colla sua stretta periodicità di ciclo annuale – per indecifrabile che sia restato Quesnay fino a Marx, più indecifrabile ancora verrebbe il quadro della produzione e circolazione industriale, colle infinite sovrapposizioni e sfasamenti di cicli di variabilissima durata) 2 dei 5 miliardi di prodotti agricoli ai loro operai, il che avviene entro la classe F con operazione mercantile o monetaria non messa in evidenza.
Restano 3 miliardi di derrate. Uno ne vengono a comprare i proprietari della classe P e la F ricupera uno dei suoi 2 miliardi di fondo cassa.
Un altro dei 2 miliardi lo ricupereranno in quanto vendono generi di sussistenza alla classe S, industriale; e resta loro ancora un miliardo di prodotti, che Quesnay suppone costituito non di generi alimentari e affini, ma di materie prime da lavorare (cotoni greggi, lana, cuoi, etc. etc.). Anche questo viene venduto alla classe S che lo metterà in lavorazione nel nuovo anno. Fino a questo punto F ha incassato un miliardo di più di quelli pagati come rendita: sarebbe in un senso lato il suo profitto: lo impiega a comprare ancora dalla classe S un miliardo di prodotti manifatturati sia per il consumo personale che per la ricostituzione del logorio di attrezzi e impianti (devesi ritenere che il consumo di sussistenze personali dei fittavoli sia già coperto coi 2 miliardi di generi trattenuti nell’interno della classe produttiva senza lanciarli in circolazione).
Il bilancio della classe F è dunque completo per un anno.
In danaro: cassa 2 miliardi. Entrata: dai proprietari 1 miliardo, dalla classe S 1 miliardo per alimentari e 1 per materie prime; in tutto entrate 3 miliardi. Uscite: ai proprietari per loro rendite 2 miliardi, alla classe S per prodotti manifatturati 1 miliardo: totale 3 miliardi. Alla fine 2 più 3 meno 3 riconduce ai 2 miliardi di capitale di esercizio.
In prodotti: in magazzino 5 miliardi. Uscite: ai membri della classe agraria produttiva (salari e stipendi in natura) 2 miliardi, ai proprietari per vendita 1 miliardo, agli sterili per vendita di alimentari 1 miliardo, per vendita materie prime I miliardo: totale 5 miliardi. Pareggio.
Fermiamoci un momento a notare che il miliardo impiegato a comprare dagli sterili effetti vari di uso è considerato il compenso del capitale fisso (non di cassa, di esercizio) dei fittavoli, costituito da macchine, utensili, bestiame e altro, che Quesnay considera di 10 miliardi e quindi si remunera con l’interesse del 10 per cento.
Bilancio ora della classe proprietaria: il più semplice per voi, il più comodo… per essi. Due miliardi in danaro che entrano dalla classe F. Un miliardo speso per acquistare da questa sussistenze, un altro per acquistare dalla classe industriale oggetti manifatturati di uso. Pareggio.
Il patrimonio dei proprietari, ammesso anche qui l’interesse del 10 per cento, sarebbe dunque, con la rendita di 2 miliardi, 20 miliardi. Invero questa sola classe paga imposte, nel sistema considerato. Dei 2 miliardi di rendita due settimi vanno allo Stato, un settimo alle decime della Chiesa, solo quattro settimi sono rendita netta; e quindi il valore fondiario patrimoniale è solo 11 e mezzo, non 20 miliardi.
Resta a fare il bilancio della classe sterile. Evidentemente questa e per essa i fabbricanti, hanno un capitale di esercizio di 2 miliardi, che alla fine o inizio che sia del ciclo è trasformato in manufatti. Vendono 1 miliardo di manufatti ai proprietari e 1 miliardo di manufatti alla classe F, incassando 2 miliardi in denaro. Con uno comprano dai fittavoli generi alimentari per operai e imprenditori, con un altro materie prime da lavorare nel nuovo anno. Sono in pareggio senza perdite o profitti. Ecco perché hanno un capitale di esercizio, ma non hanno reddito netto e quindi per Quesnay la terra vale 11 miliardi e mezzo, il capitale di impresa agricola come valore patrimoniale 10 miliardi e l’industria manifatturiera in funzione (ossia a meno che non liquidi cessando di produrre) vale zero.
Quesnay espone questo giro in modo alquanto oscuro. Marx ne fece uno schizzo e lo espose al cap. XIV della sez. A della Storia in una sintesi un po’ tosta. Engels lo riespone più chiaramente al capitolo X della seconda sezione dell’Antidühring. Noi ci illudiamo di essere stati ancora più manuali e pedestri di Engels. Se non avete capito attendete un interprete ancora più fesso di chi scrive.
Quesnay non era fesso
Adesso ci daremo a questo esercizio: rileggere i bilanci nella lingua di Marx. E poi rileggerli nella lingua dei (con licenza parlando) professori universitari.
Per Smith e Ricardo il valore del prodotto si può scomporre in tre fattori: salario, rendita, profitto, sia esso prodotto agrario che manifatturiero. In ciò hanno ragione rispetto a Quesnay. Ma sono indietro rispetto a Marx che stabilisce che il valore del prodotto si scompone in quattro parti: capitale costante, capitale variabile, rendita e profitto. Il capitale costante che va a ricostituire se stesso alla fine del ciclo non è dunque revenu, ossia entrata economica, di nessuna classe. Il capitale variabile è quella parte del ricavo dal prodotto che paga i salari dei lavoratori, la rendita va ai proprietari fondiari, il profitto ai capitalisti. Quest’ultimo variamente si divide tra profitto di imprenditore e interesse di capitale finanziario.
Vediamo ora il bilancio del fermier di Quesnay (e non cadete nell’equivoco di iscrivere a furor di popolo nella « classe effe » noi che siamo così ingenui da credere che queste pagine verranno lette fino alla fine). Capitale costante: si riduce ad una parte non grande del miliardo di oggetti manifatturati che compra dalla classe sterile e che valgono a rinnovare attrezzi e macchine, tra l’altro. Capitale variabile: sono quasi del tutto i 2 miliardi di generi prodotti che vanno al consumo della classe produttiva. Plusvalore: 2 miliardi, più la maggior parte del miliardo di oggetti manifatturati e una minor parte dei generi di sussistenza consumati nel seno della classe rurale, poniamo in tutto 3 miliardi. Riparto di questo plusvalore: rendita 2 miliardi, che vanno ai proprietari, profitto degli imprenditori ed interesse del capitale d’impresa, che entrambi vanno agli stessi fittavoli, 1 miliardo. Totale del valore del prodotto annuo: 5 miliardi.
Bilancio del proprietario: consuma 2 miliardi di rendite, in spese annue di alimentari e manufatti.
Bilancio dell’industriale: capitale costante 1 miliardo (le materie greggie comprate da F), capitale variabile 1 miliardo (gli alimentari comprati da F), plusvalore: zero; valore totale del prodotto annuo 2 miliardi. In effetti sul miliardo di alimentari che vanno agli operai ne va parte ai fabbricanti, che sarebbe anche plusvalore: ma allora l’industriale passava per un lavoratore intellettuale e organizzatore (ricordate anche la stessa definizione data dal trattatista recente al profitto di impresa) e Quesnay definisce questo come uno stipendio dato ad elementi scelti della classe sterile; costoro come i loro operai ricevono esattamente quanto consumano; nell’industria massa del profitto e massa del plusvalore sono zero e zero per conseguenza il tasso o saggio dell’uno e dell’altro.
Nell’agricoltura invece insorge rendita che, sia pure al lordo di tasse e decime, vale i due quinti del prodotto lordo (potremmo indicare con due quinti ovvero 40 per cento il « saggio della rendita ») – profitto e interesse che vale un quinto del prodotto lordo (tasso di profitto uguale ad un quinto o 20 per cento) loro somma o plusvalore per tre quinti del prodotto lordo. Dato che il capitale costante è trascurabile (in agricoltura non si lavorano materie prime) il saggio del plusvalore risulta di 3 diviso 2 (valore del capitale salari) ossia circa il 150 per cento.
Per questo nel quadro è in embrione la teoria del sopralavoro. Se producendo 5 i lavoratori della terra non consumano che 2, e se la loro giornata fosse di 10 ore, il lavoro pagato sarebbe 4 ore, il sopralavoro 6 ore.
E i moderni?
Vediamo ora come un professore di economia moderna legge il Tableau.
La proprietà fondiaria nazionale vale 11 miliardi e mezzo. Il prodotto annuo vale 5 miliardi. La rendita lorda dominicale è 2 miliardi, la netta 1 miliardo e 150 milioni, col saggio del 10 per cento.
Il capitale investito nell’agricoltura (valore patrimoniale delle aziende rurali capitalistiche) è 10 miliardi. Il suo profitto netto è circa 1 miliardo col saggio del 10 per cento. I prodotti agrari si vendono col 10 per cento di margine del costo di produzione, includente il canone di affitto.
Il capitale investito nell’industria è 2 miliardi, riproduce se stesso ma non dà profitto. I prezzi di mercato dei prodotti manufatti non fanno premio sul costo di produzione.
Il circolante necessario è 2 miliardi. Il reddito nazionale è 7 miliardi (2 di rendite fondiarie, 1 di profitti di impresa, 2 di salari agricoli, 2 di salari industriali). Il patrimonio nazionale è 23 miliardi e mezzo. Se da tutto questo risultano evidenti le insufficienze del quadro e il suo riferimento ad un capitalismo non sviluppato e a troppo alti saggi di reddito contro vilissimo salario, risulta anche evidente per la prima volta la differenza abissale tra il meccanismo della ragioneria capitalistica e quello del calcolo marxista. Per il professore modernissimo, più arretrato, più feudaliforme di Quesnay, il capitale è patrimonio titolare. Per noi il capitale è massa di merci prodotte per il consumo o il reimpiego strumentale, è massa di vivente lavoro sociale condannato alla galera aziendale. Socialista universitario è chi si appaga di invocare esproprio di diritti titolari; socialista rivoluzionario è chi vuole sopprimere il capitale, strappando il carattere di merci sia agli strumenti di lavoro che ai generi di consumo, liberando il lavoro sociale vivo dalla tirannia dell’azienda.
Perciò Ricardo diceva fesseria, per il solito equivoco di dimenticare che il plusvalore va rapportato al solo capitale salari come parte del valore del prodotto e non a tutto il capitale compreso quello costante (tanto meno al valore patrimoniale dell’azienda di produzione) nei passi che Marx virgoletta:
« Nella stessa misura in cui tocca di meno al salario, toccherà di più al profitto e viceversa ».
« Se i salari aumentano, accadrà sempre a spese del profitto, e se diminuiscono, il profitto aumenterà sempre ».
L’errore di ridurre, a maggior gloria della Produzione e della Azienda, l’antagonismo tra due epoche e due mondi ferocemente nemici al votta-votta tra guadagno padronale e salario, definisce la banale caricatura della rivoluzione di classe, che si chiama sindacalismo, da Proudhon a Lassalle, dal povero vecchio Rigola ora morto agli Ordinovisti.
Né è qui il momento di sviluppare il gruppo di casi esaminati da Marx a dispersione della formulette ricardiana.
Metodi della scienza economica
Il professore ordinario non concepisce che la circolazione nazionale e il reddito nazionale si calcolino come circolazione tra « classi », ma pretende che si consideri la circolazione tra azienda ed azienda, tra « homo oeconomicus » e « homo oeconomicus » e il reddito nazionale come somma di tutti i redditi personali dei cittadini, sperdendo l’incauto lettore di giornali e riviste nel labirinto delle entrate che diventano uscite, poi ridiventano entrate, spese, redditi, riporti creditorii, debitorii e fregatorii, in modo che alla fine una sola legge trionfi, quella della equivalenza dei valori in miliardi di molecolari transazioni e la filosofia suprema della ricerca economica sia quella che diritto morale e religione ufficiali sono salvi quando si intona la canzonetta: chi ha dato ha dato ha dato! chi ha avuto ha avuto ha avuto!
L’economia politica è per eccellenza la scienza in cui si prova che la moderna cultura tanto vantata traversa un’epoca di ininterrotto rinculo. Altra scienza caratteristica per questa prova è l’Urbanistica, che fa passi giganti all’indietro dai tempi di Romolo. Le città fondate dagli urbanisti moderni fanno sempre più schifo per assenza completa di ogni sensata nozione di tecnica, economia e storia sociale. Non si creda che vada fatta eccezione per le pretese scienze « esatte ». La più venale e corrompibile è ad esempio la scienza delle costruzioni, nonostante sia tutta basata su matematica e meccanica, e non è un’analisi azzardata alludere anche alla fisica nucleare, altro campo in cui i formidabili interessi di ricchezza e di potenza fanno che sia tutto gioco con le carte false; fra qualche anno bisognerà trovare chi ci lavori.
Il docente di economia per difendere il suo metodo molecolaristico, sminuzzatore, indeterministico, antiimpegnatistico, si porrà a deridere gli sforzi che la sua scienza ebbe a compiere nel periodo in cui la situazione sociale le dava un lancio possente, affermando che sono esercitazioni di agitatori e di uomini di parte i tentativi di tracciare schemi esplicativi della macchina sociale concepita come un sistema grandioso e semplice e non come una minutaglia da orologeria. Ma Quesnay, che semplificò anche troppo al punto di mettere operaio agricolo e fittavolo capitalista insieme, opponendoli alla simbiosi economica di industriale e operaio di fabbrica, fu grande nel dedurre dalla terribile impasse della circolazione monetaria, in cui il solo fenomeno comprensibile a vista è lo sfilo del portafoglio dalla tasca interna della giacca, la sua rete: circolazione annullata all’interno di ognuna delle tre classi, circolazione incompleta quando giocano due classi (poniamo i Proprietari comprano manufatti dagli Sterili), completa quando giocano tutte e tre: ad esempio denaro dai Fermiers ai Proprietari, da questi agli Sterili, da questi ai Fermiers nuovamente. Oggi, dice il docente o il grande burocrate, abbiamo innanzi a noi un numero molto più grande di tipi e, in ogni tipo qualitativo, di casi quantitativi e non si ammettono queste presentazioni semplicistiche. I dati vanno elaborati colle moderne teorie statistiche e le risorse della cibernetica e le calcolatrici elettroniche. Mentre questi trust di cervelli naturali e artificiali filtrano i dati a maniche rimboccate, in gamba, e non soltanto più in quella tale linea tranviaria, ma ad ogni passo e trapasso: guardateve ‘e sacche!
Eppure lo schematizzatore Quesnay non era spinto che da una condizione di ambiente suggestivamente limpida e leggibile, non da animo di parte: dicemmo che la sua ideologia era ancora aristocratica ed autocratica e che egli non si era reso conto di essere la espressione di tempi nuovi, non solo della proprietà fondiaria capitalistica contro quella feudale, ma delle stesse ulteriori forme del capitalismo industriale di cui egli, senza vederle, trovava e scriveva le leggi. E non ha ogni scienza proceduto così, per questi schemi che sembrano stare sulle stampelle e che non nascono in cervelli balzani, ma sono dettati a penne quasi subcoscienti da situazioni altamente sismiche della storia? Colombo non scoperse l’ignoto Occidente sostenendo di « guadagnare l’Oriente »? Galileo scrisse nel più grande segreto « altissimum planetam tergeminum observavi », ossia vidi (col primitivo cannocchiale) il pianeta Saturno come composto di tre stelle attaccate: una grossa in mezzo e due piccole ai lati. In effetti con maggiore ingrandimento Herschel vide che si trattava del famoso anello che avvolge il pianeta di forma circa sferica come tutti gli altri e Galileo aveva preso una chicchera. Ma non vale essa chicchera più di tutte le tazze di caffè espresso che potreste prendere col vostro stipendio del ventisette?
Ora questi esempi si potrebbero addurre a centinaia, per dimostrare che le conquiste della teoria vanno ad ondate e sono fondamentali quelle di determinati periodi critici. Tutte le moderne notizie sulla fisica dei corpuscoli sono sorte dall’avere elaborato schemi e modelli dell’atomo che non solo lo dipingono in modo grossolano per rendere la cosa accessibile ai nostri sensi e al grado di sviluppo del nostro cervello, ma che non garantiscono affatto che i tanti tipi di particelle scoperte e in un certo senso verificate siano veramente presenti come affarini puntiformi e non si tratti invece di tutt’altra faccenda, di onde di energia o altro, descritte nelle formule matematiche, confermate da controlli pratici sperimentali, ma non accessibili nonché ai nostri sensi nemmeno alla nostra concezione.
Il modello schematico sembrerà un giorno grossolano e banale come il disegnetto che il Galilei fece di Saturno, ma intanto la energia atomica sarà stata sprigionata, a gloria di un’altra scienza che vergognosamente degenera da migliaia di anni: l’arte militare.
Quindi ci è ben lecito lavorare al modello « irreale » della società moderna capitalistica e allo schema della strada e procedimento per cui dovrà crepare.
Se lo schema sarà da buttar via, non lo faremo che « dopo ».
Politica di classe (pour la bonne bouche)
La particolare critica dei fisiocratici offriva dunque al marxismo, dottrina moderna del proletariato (già presente nello schema di Quesnay in quanto i salariati agricoli sul lavoro dei quali si regge tutta la creazione della ricchezza sociale sono puri, purissima proletari) sia pure in una struttura embrionale, alcuni essenziali lineamenti. Abbiamo trattato il primo, ossia l’istituzione di una teoria del sovralavoro, ed il secondo, ossia la divisione della società in classi e lo studio del movimento economico da classe a classe, non più da individuo a individuo, da ditta a ditta. E vi è ancora qualcosa di più, che ribadisce come l’interessamento di Marx non fosse esercitazione erudita, ma esigenza rivoluzionaria.
Nella critica fisiocratica vi è un elemento che resta del tutto assente da quella dell’economia classica capitalistica, per quanto questa abbia il merito di aver definita l’esistenza di plusvalore nella produzione di qualunque merce, sia essa prodotto agrario che manufatto. Ponendo il rapporto in evidenza come prestazione di classe a classe, non è tentata nessuna spiegazione della rendita fondiaria che ne attenui il carattere di estorsione di lavoro da altra classe, mentre gli economisti classici scoprono il plusvalore nella industria sì, ma – secondo lo schema individualista della loro economia – asserendo che il salario del lavoratore paga esattamente il suo tempo di lavoro a termine della legge della equivalenza degli scambi, avanzano incessanti « giustificazioni » del profitto di impresa e lo dipingono come compenso di un contributo alla ricchezza sociale.
In altri termini, mentre l’economia classica legittima come equo e libero il rapporto tra capitalista e proletario secondo il salariato, e come oppressivi solo quelli precedenti di dipendenza servile, e per essi l’ambiente giuridico della libertà personale è la definitiva premessa di un un’economia equilibrata e fiorente, i fisiocratici francesi, facendo apparire la nascita della plusvalenza proprio per la trasformazione storica del servo della gleba in lavoratore libero e per la liberazione della terra dall’infeudamento ereditario rendendone la proprietà sempre convertibile in denaro e viceversa, impiantano le prime linee di una critica sociale degli istituti liberali e democratici, che il marxismo svilupperà fino a farne la base della politica della classe salariata.
Il marxismo non poteva fare a meno di costruire la sua teoria dell’antitesi di classe nella società liberale sui dati forniti dalla economia industriale dei classici borghesi, avendo chiaramente enunciate le leggi del processo di meccanizzazione della produzione che conducevano al formarsi dell’immenso esercito dei lavoratori industriali. Questo, trovandosi rispetto alla classe dei fabbricanti nello stesso rapporto dei salariati agricoli agli affittaiuoli capitalisti, avrebbe apportato altre ed immense forze alla nuova lotta tra le classi, occupando del Quadro la zona più fiammeggiante.
Ma il punto di arrivo del marxismo è che la rivoluzione liberale non ha il suo significato nella ideologia politica e non sbocca in una conquista irrevocabile di nuovi diritti per tutti i cittadini al di sopra della posizione economica, bensì lo ha nell’ascesa al potere di una nuova classe dominante, di cui il ciarpame illuminista non è che la maschera. Esso non è certamente contenuto nella dottrina fisiocratica, né avrebbe potuto storicamente esserlo, ma essa non vi si contrappone tanto decisamente quanto il liberismo economico inglese che dice: messa ogni molecola sociale nella piena facoltà delle sue scelte economiche, tutto il sistema deve funzionare senza intralci e scosse. Nello schema del quadro infatti è posto in luce che la classe privilegiata, quella dei proprietari fondiari, se da sola con le imposte mantiene la macchina statale, lo fa in quanto la stessa interviene a tutelare la intangibilità del suo monopolio della terra. La scuola ricardiana invece tende a nascondere il monopolio del capitale e l’essenza di macchina di classe al suo servizio dello Stato democratico.
Siamo giunti, partendo dalla schematizzazione della società « capitalista agraria », nel pieno problema della strategia politica proletaria.
Nel periodo che va da Quesnay a Marx il proletariato non può non combattere nelle rivoluzioni borghesi che, oltre a debellare la macchina feudale di potere, aprono la strada non solo alla liberazione di forze produttive che sorge dall’abolizione del servaggio e dei vincoli sulla terra, ma all’altra che deriva dal concentrarsi in unità sempre più potenti del lavoro manifatturiero ed urbano.
In questa partecipazione del nascente proletariato alle insurrezioni liberali e nazionali, che esprimono il formarsi della nuova economia di mercato e fondono le isole morte tradizionali nella unità territoriale, condizione inderogabile è la incessante demolizione dottrinale e agitatoria delle illusioni democratiche in politica ed economia. Non meno profonda delle posizioni di principio è questa posizione marxista di manovra strategica. Il movimento marxista, dedito a seguire con impazienza le vittorie armate delle rivoluzioni liberali, non cessa di colpire a fondo le ideologie illuministe democratiche e irridere alle vantate conquiste della libertà dell’individuo e del popolo.
Conferma suggestiva di questa potente doppia posizione di cui i due dialettici aspetti non si disturbano, ma si completano irresistibilmente, è il richiamo di Marx ad una dottrina dell’economia politica, che nel pieno fervore ideologico dedito a dichiarare i diritti dell’uomo e del cittadino si dà a dichiarare come struttura essenziale del moto sociale storico il movimento dei materiali valori, dei prodotti e degli sforzi di lavoro, tra l’una e l’altra delle grandi classi della società del tempo.
Ed è richiamo importantissimo proprio oggi e proprio per la comprensione degli ultimissimi anni e dei prossimi, in cui mentiti dialettici, mentiti marxisti, mentiti rivoluzionari, blaterando che è tornato il tempo in cui allo sviluppo del ciclo borghese si deve dare ad armi sguainate una nuova spinta in avanti, come nell’Ottocento, affogano nella melma della più smaccata apologia agli ideologismi borghesi e piatiscono rivendicazioni e diritti della persona e postulati popolari nel più basso gergo democratoide, quando già due secoli addietro era possibile andare sicuramente oltre a tutto questo disgustoso ciarpame e riconoscere le linee robuste delle sole protagoniste della vivente storia, le classi.
Gli insegnamenti della Pignone e della sua "Union sacrée"
Se l’opportunismo avesse qualche senso storico per la classe operaia, non saremmo qui a celebrarne i nefasti; e, soprattutto, da un pezzo – da quando cioè è sorta monolitica la dottrina del proletariato – ne avremmo indicato il corso e lo sbocco positivo, e come abbiamo fatto per la giovane borghesia rivoluzionaria, ne avremmo intessute le lodi.
L’opportunismo, invece, è paragonabile a quei ciaccioni che tutto fanno e nulla fanno: o più precisamente a quell’amico zelante ed assiduo che in fondo ti frega. La borghesia ha bisogno di un alleato di questa fatta, e non si è peritata di affidargli in dati tempi e luoghi vere e proprie mansioni di rappresentante dell’oppressione capitalistica e di guardiano della classe lavoratrice, confidando a giusta ragione nei suoi travestimenti rossastri, necessari per meglio distogliere il proletariato dalla suprema lotta contro il Capitale. Abbiamo assistito ad alleanze aperte ed ufficiali, poi ad abbandoni più o meno clamorosi nelle apparenze, e a successivi ritorni agli abbracci di un tempo. Sempre, però, i risultati sono stati gli stessi; sempre e comunque il solito fregato: il proletariato.
In fondo l’opportunismo è cresciuto e si è fatto le ossa nei Sindacati, appunto perché privo di vitalità propria e di propria fisionomia: incapace di costruirsi in Partito autonomo, ha dovuto prendere a prestito dalla classe più attrezzata e aspirante alla primogenitura del potere la propria giovane e apparente vitalità. Nelle organizzazioni professionali e di mestiere ha reclutato i suoi giannizzeri, e in esse ha trovato buon terreno di lavoro, data la natura costituzionalmente non rivoluzionaria dei Sindacati. Ambiente sano per l’opportunismo; difficile invece e a volte micidiale per il partito rivoluzionario, il Sindacato è stato spesso, nei momenti cruciali della storia della dominazione del Capitale, un ostacolo non indifferente allo sviluppo rivoluzionario della lotta di classe.
Malgrado questo, i rivoluzionari comunisti non hanno mai desistito dall’agitare il loro massimo programma fra i lavoratori organizzati, contrapponendo alla politica opportunista dei sindacati quella rivoluzionaria del Partito di classe. Così, data ormai per scontata la direzione opportunista dei sindacati, soprattutto nei momenti di stanca della rivoluzione, gli operai hanno dovuto patire e patiranno ancora tutta una politica mistificatrice, intessuta di false proposizioni socialisteggianti, e di ipocrite preoccupazioni umanitarie. Nessuna meraviglia, dunque, per la politica ufficiale di generica lotta contro i licenziamenti – per nulla rivoluzionaria anche se riuscisse ad ottenere il massimo impiego della forza-lavoro, ed obiettivo verso cui lo stesso Capitale tenta di erigersi, in quanto vede in essa l’optimum delle condizioni sociali per il massimo sfruttamento del lavoro (se così non fosse, il Capitale non sarebbe capitale, non sarebbe lavoro alienato e il Lavoro lavoro forzato. Marx, Opere economiche del 1844); politica che sfuma in una bolla di sapone e serve solo a trattenere nelle maglie del capitalismo il proletariato. La tendenza al concentramente del capitale nelle mani di pochi; il conseguente assorbimento più o meno violento della piccola proprietà nella grande e dei piccoli Paesi nei maggiori; la caduta, dopo l’ultima guerra imperialista, di gran parte delle vecchie nazioni allo stato di colonie sotto la dominazione della centrale imperialista dell’America; il conseguente acuirsi dell’endemica tendenza all’anarchia della produzione; tutto ciò ha per effetto che il capitalismo, come l’apprendista stregone, non riesca più a controllare le forze sociali che ha evocate, e oggi tiene a mala pena la rotta di copertura non riuscendo neppure a risolvere i normali problemi della sua quotidiana esistenza. Di qui aziende in disfacimento, fabbriche chiuse, elefantiasi burocratica, soffocamento di attività, distruzione e sperpero di ricchezza e di lavoro, crescente parassitismo del capitale, ecc. Questo stato di cose non abbisogna di correttivi e di riforme dall’etichetta socialista, bensì della frontale lotta delle classi sfruttate contro il capitalismo.
L’opportunismo gioca qui appunto il suo ruolo di fetido mezzano: impedire queste lotte, spezzarle in mille modi e forme, dirottarle dal punto storico centrale. Una volta legati i lavoratori in organizzazioni di partito e sindacali che si dichiarino socialiste, il gioco è fatto. Tutti gli impulsi di classe passeranno per questo filtro poderoso per esserne devitalizzati. Ogni tentativo di rottura del proletariato con l’opportunismo sarà schiacciato, se necessario, nel sangue – come di recente a Berlino. Le promesse alimentate dallo spettro della fame e dalla sete di pace e di giustizia penetreranno, corroborate dalla speranza, nelle file della classe operaia, perché si sazi di parole e di fittizie vittorie e non pensi a rinsaldare le sole posizioni di autentica forza di classe rappresentate dal suo Partito rivoluzionario.
È quindi comprensibile ogni sconfitta operaia, ogni aumento dell’autorità del capitalismo nelle stesse organizzazioni per loro natura proletarie. La «Pignone» di Firenze ci ha insegnato ancora una volta – e nel modo più chiaro e solenne – che per schiantare la dominazione capitalistica è necessario, anzi indispensabile, passare sul corpo dell’opportunismo traditore. Qui non è bastata la palla al piede dell’opportunismo tradizionale; si è chiesto anche l’aiuto degli altri sindacati, dei preti, del sindaco-gesuita La Pira – l’amico dei poveri – di «tutta la cittadinanza», di tutto un conglomerato controrivoluzionario, per soffocare in modo momentaneamente irrimediabile la lotta dei lavoratori, per farli operare, sotto questa sporca copertura di comodo, a favore degli interessi di gruppi monopolistici che maneggiano a loro volta lo Stato.
L’unione sacra fra capitalismo e opportunismo, il blocco fra le classi, questo l’anello che ha soffocato e soffoca la classe operaia impedendole di muoversi in senso convergente col predisporsi materiale dei fatti verso la rivoluzione. La «Pignone» ci ha insegnato soprattutto questo, anche se certi amori non sono nuovi per noi, ed hanno accompagnato fin dalle sue origini di classe il proletariato – ferme restando, naturalmente, le normali lezioni, le più comuni, quelle, cioè, che partono dal presupposto ipocrita di «impedire i licenziamenti» per far digerire agli operai proprio i licenziamenti, le lezioni ordinarie che insegnano ormai ad abundantiam come, per fregare con successo gli operai, lo Stato capitalista debba rivolgersi ai partiti cosiddetti operai e ai sindacati della pace sociale.
Il n. 3 affonda
Non abbiamo l’onore (non diciamo il piacere, sebbene abbiamo uno stomaco da struzzi) di conoscere gli scritti certamente… storici che hanno meritato a Djilas, già capoccione e super-teorico del titismo in Jugoslavia e altrove, la scomunica del suo Comitato Centrale e l’allontanamento da posti e prebende di primo grado. Forse, se ne avremo l’occasione e la forza, ci ritorneremo sopra: sembra però già ora possibile intravedere lo sfondo di questa vicenda, tanto simile a quella della caduta di Beria.
Il grande torto di Djilas sembra infatti essere stato quello di aver teorizzato, portandolo fino alle estreme conseguenze, l’inserimento della Jugoslavia titina nel mondo occidentale e quindi nella democrazia. Ora, certe cose si fanno ma non si dicono, in Jugoslavia come in Russia e come dovunque: è lecito a Tito smantellare il cooperativismo agrario, ristabilire e rafforzare la piccola proprietà, schierarsi col blocco occidentale, trasformare il partito comunista (e lasciamo stare che cos’avesse di comunista anche prima) in un’elastica lega di socialisti; non è lecito invece proclamare apertamente il passaggio ad un «socialismo democratico»; non è lecito quello che, a quanto sembra, aveva fatto dall’altra sponda Beria, cioè scoprire prima del tempo le carte.
Titismo e stalinismo si assomigliano come due gocce d’acqua; sono forme di «socialismo nazionale», cioè di falso socialismo; sono entrambi liquidatori della tradizione ideologica e organizzativa del movimento comunista. L’uno e l’altro hanno goduto quindi – e godranno in avvenire – l’appoggio della coalizione borghese tradizionale dell’Occidente. Ma la loro funzione, rivolta verso la classe operaia, implica il mantenimento di una faccia socialista e il gioco sottobanco, almeno finché non sia giunto il momento di scoprirsi. Nella situazione jugoslava, Djilas è stato semplicemente un fuori tempo; fra uno o due anni, o siano pure dieci, sarebbe l’uomo del giorno; oggi è il rinnegato. D’altra parte, Tito ha reso omaggio alla propria diversificazione apparente dallo stalinismo non ricorrendo alle misure estreme della fucilazione o di altra forma di soppressione del «transfuga»; l’ha soltanto e sia pure solennemente ammonito. Così tutto è a posto, il bilancio è in pareggio: è salva la faccia socialista, è salva la faccia democratica del regime.
Il n. 3 è affogato: lo faranno, al momento buono, tornare a galla. Quanto a Beria, non c’è più; ma, morto un papa, non è forse vero che se ne trova un altro?