Parti Communiste International

Il Programma Comunista 1958/23

Pionieri da vicolo chiuso

Quando ci fecero credere che il primo razzo americano Pioneer era giunto alla distanza dalla Terra che gli consentiva di non più ritornare, affermammo che poteva essere verosimile che si perdesse nello spazio ultralunare, ma era incredibile che si mettesse a girare come satellite della Luna per poi, dopo averla guardata dal di dietro, ritornare sulla Terra.

Sono oggi ben tre i tentativi americani falliti, e di quello russo non si sa nulla.

Il von Braun ebbe a dire dopo il primo fallimento, che bisognava tutto al più ripromettersi di formare un satellite non della Luna, ma del Sole; e così il moderno pubblicitarismo rimpiazzava una frottola sventata con una più grande.

Teoricamente sarebbe forse possibile lanciare simile « pianeta artificiale » nello spazio (o farlo cadere nel Sole), sparandolo « in avanti » sull’orbita terrestre, facendogli cioè aggiungere alla velocità della Terra, che è di 30 km al secondo, gli 11 km al secondo della prima velocità di fuga.

Ma dopo gli ammessi grossolani sbagli degli angoli di lancio, della velocità di lancio, e dell’istante di partenza (si domina quello dalla Terra, ma non quello degli « scatti » ulteriori) e senza far qui luogo a critiche teoriche, si deve asserire che è stato fatto un passo indietro, e che (fino a prova contraria) non si riesce ancora a mandare un oggetto partito dalla Terra fuori dall’effetto della attrazione della stessa, in modo che cada sulla Luna o sul Sole. Solo quando questa possibilità dell’uomo risulti teoricamente e praticamente dimostrata, si potrà parlare di dare a corpi astrali altre rotte da quelle di un proietto viaggiante per effetto di velocità impressa e della attrazione terrestre. I satelliti finora lanciati altro non sono che proiettili balistici, che non è nemmeno possibile a rigore definire extra atmosferici, ossia staccati dalla sfera di materia che forma il pianeta Terra.

Nazionalismo e federalismo nel movimento afroasiatico Pt.1

Non è mai superfluo, quando trattiamo di cose che avvengono nei Paesi ex-coloniali e di recente organizzatisi in Stati indipendenti, ribadire la nostra posizione circa la questione nazionale. La rivoluzione nazionale, di cui la rivolta dei popoli extra-europei contro il colonialismo è l’aspetto più moderno, è in ogni epoca e luogo un fenomeno storico a base pluri-classista. Provenendo da una struttura sociale perpetuante le condizioni arretrate dell’economia agraria semifeudale, il moto rivoluzionario-democratico non può che essere una coalizione transitoria delle classi che sorgono, entro la società arretrata, da nuove e antagonistiche forme di produzione. Né la piccola borghesia, che si va formando entro la vecchia società dalla disgregazione dei rapporti semi-feudali, ha abbastanza forza per condurre da sola il movimento rivoluzionario, né il proletariato può mettersene alla testa e scavalcare la borghesia, a meno che si verifichino le circostanze storiche proprie della rivoluzione d’Ottobre in Russia.

La direzione proletaria e socialista della rivoluzione anti-feudale può attuarsi e durare alla sola condizione che quest’ultima perda il suo carattere nazionale, cioè a patto che la rivoluzione contro il semifeudalismo locale si intrecci alla rivoluzione anticapitalistica del proletariato internazionale. A questo grande incontro storico mirava la Terza Internazionale leninista. Tutti i marxisti che avevano appoggiato con entusiasmo la dittatura proletaria sorta dall’Ottobre sapevano che il suo programma – liquidazione dell’arretratezza zarista e instaurazione del socialismo – si sarebbe attuato alla sola condizione che la rivoluzione comunista vincesse innanzitutto nelle metropoli borghesi di Europa e di America. Gli avvenimenti hanno confermato in pieno tale previsione scientifica. La mancata rivoluzione anticapitalista nell’Occidente borghese non ha impedito, è vero, l’esplodere delle gigantesche energie produttive che lo zarismo teneva imprigionate, ma alla base del superbo industrialismo russo di oggi non operano forme di produzione socialiste, cioè antimercantili, antisalariali, antiaziendali.

La stampa stalinista esalta quotidianamente la rivoluzione nazionale nelle colonie come un effetto della rivoluzione russa. E di ciò non è lecito dubitare. Se l’immenso spazio asiatico si va industrializzando, ciò avviene anche per le profonde ripercussioni della rivoluzione proletaria russa. Nella notte buia dell’arretratezza asiatica l’Ottobre risuonò come uno squillo di tromba, e bene lo si vide nel 1920, quando delegati di tutti i popoli asiatici oppressi dall’imperialismo accorsero a Mosca abbracciando la causa della Internazionale Comunista. Poi il movimento prese altre vie per la degenerazione dell’Internazionale, ma resta il fatto incontrovertibile che gli avvenimenti rinnovatori verificatisi in Asia e in Africa negli ultimi quattro decenni sono lo sbocco del gigantesco processo storico avviato dalla classe operaia russa.

Pur consapevoli di tutto ciò, i marxisti debbono tuttavia guardarsi dal pericolo – legato al perdurare dello stalinismo nel movimento operaio – di snaturare le classiche posizioni leniniste circa la questione nazionale. Movimento pluriclassista, la rivoluzione antifeudale attraversa sempre un periodo (in Russia fu di breve durata, dal febbraio all’ottobre) in cui le forze politiche della piccola borghesia radicale e le forze del proletariato si controbilanciano, e che dura finché è in atto la lotta armata contro la reazione feudale-imperialistica; ma, svanita la minaccia di un ritorno offensivo dell’antico regime, la lotta di classe fra borghesia e proletariato riprende ineluttabilmente.

Come l’esperienza russa dimostra, il proletariato può scalzare la borghesia e impossessarsi delle leve di comando dello Stato a condizione di essere organizzato in un potente partito rivoluzionario marxista che appoggi – altra condizione ineluttabile – la propria azione al movimento rivoluzionario del proletariato dei Paesi di sviluppato capitalismo. Mancando queste due premesse, il rinnovamento sociale determinato dalla rivolta anticoloniale può compiersi solo a vantaggio delle forze borghesi e a spese del proletariato. Utopistica e disfattista è quindi ogni illusione di regime interclassista, di cui il “comunismo” cinese, al quale non si possono negare grandi successi nel campo dell’industrializzazione, si è fatto autore e diffusore. Mancando la dittatura politica del proletariato, mancando l’attacco rivoluzionario alle metropoli imperialiste, il proletariato afro-asiatico, man mano che procedono le forme proprie del capitalismo (mercantilizzazione dei prodotti agricoli, separazione dei produttori dai mezzi di produzione, salariato, aziendismo industriale, ecc.) assume le caratteristiche di classe sfruttata.

Ma ciò non significa che il movimento operaio, nella società sorta dalla rovina del colonialismo, non possa influire decisamente sull’evoluzione sociale, pur non disponendo della direzione dello Stato. Non v’è in questo alcuna concessione al riformismo. Se nei Paesi in cui il capitalismo ha totalmente conquistato il campo, è utopismo e disfattismo controrivoluzionario ogni teoria che propugni lo scalzamento graduale e legalitario del potere borghese, nei Paesi afro-asiatici, che da poco hanno conquistato l’indipendenza politica e solo ora rinnovano le logore strutture produttive, si ripete invece il quadro storico che Marx ed Engels trovarono nel tipo di società uscito dalla rivoluzione antifeudale, in cui la reazione è sconfitta ma non annientata, le forme sociali nuove trovano ostacolo al loro sviluppo nelle sopravvivenze reazionarie, il pericolo di una restaurazione feudale non è svanito, e il movimento operaio è costretto, pur mantenendo intatte le posizioni di critica e di lotta aperta contro la borghesia, ad appoggiare i movimenti politici che si oppongono a un ritorno della reazione.

Prendiamo un aspetto particolare del problema: la lotta fra particolarismo nazionale e associazionismo plurinazionale, tra nazionalismo e federalismo, ora in corso nell’Iraq e nella Guinea.

Collegamento

Nei numeri recenti del giornale sono apparsi i resoconti delle riunioni interfederali di Torino (dell’1 e 2 giugno 1958) e di Parma (del 20 e 21 settembre) e tra essi i « Corollari » alla riunione di Torino. I temi sono stati, come è noto ai compagni e lettori, di natura mista, e nel resoconto la prevalenza è stata per gli argomenti politici e « filosofici », mentre solo brevemente si è fatto riferimento alle quistioni economiche detto ciò al solito nei limiti in cui tali diversi settori si possano trattare o considerare separati; nella sostanza non essendolo mai.

Poiché tuttavia anche a Torino e a Parma si è trattato in tempi separati della economia descrittiva del capitalismo, è bene riordinare le file del lavoro svolto fin qui al riguardo, ricordando anche che la prima seduta della riunione a Parma (vedi il n. 17 del 1958) ha trattato della scienza economica marxista in generale, collegandosi alla nota serie di Prometeo (anni addietro) e di Programma Comunista (di oggi) sugli « Elementi della Economia Marxista ».

La trattazione sullo svolgimento del capitalismo occidentale, che abbiamo intrecciata a quella della struttura russa (vedi le solite ricapitolazioni tra l’altro nell’ora citato N. 18) è stata svolta nelle seguenti riunioni, per ognuna delle quali indichiamo i numeri relativi del giornale.

Cosenza, 8 e 9 settembre 1956. Resoconto nel N. 19 del 1956. Vedi anche N. 20.

Ravenna, 19 e 20 gennaio del 1957. Resoconto nei nn. 3 e 4 del 1957.

Piombino, 21 è 22 settembre 1957. Resoconto nei nn. 19 e 20 del 1957.

Torino, 1 e 2 giugno 1958, II seduta, n. 12-13 del 1958.

Parma; 20 e 29 settembre 1958, n. 18 del 1958 (Seconda seduta).

Di tutto il tema si sta pubblicando da tempo il resoconto dettagliato, in cui la materia è meglio ordinata. Ne sono state finora pubblicate dodici puntate in queste pagine, e precisamente nei numeri 16, 17, 18, 22, 23 e 24 del 1957, e nei numeri 1, 2, 7, 8, 9 e 10 del 1958.

Rimandiamo ad essi il lettore, alla ripresa, di cui è giunto il momento, della trattazione, perché siano tenuti presente specie nelle riunioni dei gruppi, e con stretto riferimento al comunicato dato nel numero scorso, circa i grafici che a cura del partito sono in distribuzione e che rappresentano i varii prospetti precedentemente apparsi nel giornale, ed anche quelli più grandi mostrati nelle riunioni di Torino e Parma.

La parte del resoconto dettagliato, sotto il titolo: «  Il corso del capitalismo mondiale nella esperienza storica e nella dottrina di Marx« , fin qui pubblicata, si compone delle seguenti suddivisioni. Premessa, che si riporta alla discussione, sorta nella trattazione del tema russo, della pretesa che quella economia presenti alti incrementi produttivi ignoti alla storia del capitalismo, e che tale assunta caratteristica la dimostri socialista: due grandi falsi dottrinali. Parte Prima: La espansione storica del volume della produzione industriale; che sviluppa il criterio della decrescenza temporale degli incrementi, per la produzione industriale dei principali paesi capitalisti, con riferimento anche al commercio mondiale, al totale della produzione mondiale, a quella delle materie basi e delle materie prime minerali e vegetali. Viene quindi trattato in modo particolare l’acciaio, per l’America e per l’Italia. Successivamente viene discusso tutto il complesso della presente economia statunitense e viene a fondo discussa la natura della recessione cominciata alla fine del 1957, e tutto il bilancio economico nazionale americano. Nell’ultima puntata si è iniziata la Parte Seconda: la insuperabile crisi della agricoltura nella economia capitalista, riferendosi alla complessa situazione della economia americana; e a tal punto si deve ora riattaccarsi.

Abbiamo tuttavia trovato conveniente, prima di riprendere puramente e semplicemente il filo interrotto già da diversi mesi, di inserire una trattazione intermedia sulle vicende della strutture economiche contemporanee. Specie in Russia ed in Cina si sono negli ultimi due anni avuti fatti importanti, la cui critica non abbiamo certo mai omessa, ma che si collegano strettamente al tema economico generale, e si collegheranno certamente alle future discussioni sulla struttura sociale dei pretesi paesi socialisti. Ci è sembrato non rimandabile un excursus su queste cose importanti; e quanto segue ne dà ragione. Ancora una volta; noi non costruiamo testi per biblioteca secondo piani soggettivi, ma seguiamo un lavoro oggettivo condotto nella realtà vivente da un partito, sia pure oggi contingentemente rappresentato da piccole schiere. Di qui la forma peculiare del lavoro nostro.