Parti Communiste International

Prometeo (II) 140

La lotta contro il fascismo

All’intervento del capitalismo mondiale che fa degli avvenimenti spagnoli una fase della guerra imperialista, risponda l’intervento degli operai di tutti i paesi, Spagna compresa, colla lotta contro la propria borghesia.

La lotta contro il fascismo

Una delle obbiezioni che hanno più presa presso i proletari meno inclini alla riflessione, è la seguente: ma infine, mentre in Ispagna i proletari rischiano la loro vita per contrastare il passo al fascismo; mentre un accordo è stato realizzato con repubblicani, socialisti, centristi, anarchici, per battere il fascismo, la stampa della vostra frazione non ha come unica preoccupazione che quella di demoralizzare il « fronte dei combattenti », di criticare quei partiti che pertanto fanno il loro dovere poiché sono essi che dirigono le legioni dei proletari armati e che hanno potuto arrestare l’avanzata fascista di fronte a Madrid. Quale è dunque il vostro apporto alla lotta contro il fascismo?

Una grande confusione è alla base di questa critica, ed essa consiste nel mettere sullo stesso piano due cose che sono profondamente opposte l’una all’altra: da una parte i partiti e le differenti organizzazioni, dall’altra le masse. Un esame anche rapidissimo degli ultimi avvenimenti spagnoli permette facilmente di rendersi conto della costanza e della violenza di questa opposizione. In febbraio, vittoria clamorosa del Fronte Popolare, costituzione di un governo antifascista e spostamento progressivo verso la formazione di governi a tendenza sempre più accentuata di sedicente lotta contro il fascismo. Quale ne è stato il risultato? Lo scatenamento dell’offensiva di Franco nel Luglio. Ed a questo momento, la preoccupazione essenziale del governo è stata quella di arrivare rapidamente ad un accordo con la destra, e non è certamente dipeso da Azana se il ministero Barrios non ha durato che qualche ora. Successivamente, quando la guerra di fronte ha avuto inizio e si è sviluppata, quale è stata la preoccupazione costante dei governi di Madrid e di Barcellona? Quella di lasciare sempre al fascismo l’iniziativa nei differenti attacchi e di lasciargli conquistare settore per settore, senza mai disturbarlo laddove esso era costretto di sguarnire per portare altrove il suo attacco. Quando l’ora dell’offensiva su Madrid è scoccata, il ministero Caballero, che era stato completato giusto alla vigilia dai rappresentanti anarchici (il POUM, malgrado le sue offerte, non fu giudicato necessario) si spostò a Valenza, tanto esso era sicuro che in qualche giorno l’affare sarebbe stato liquidato a vantaggio dei fascisti.

Gli avvenimenti sono là a provarlo in modo inequivocabile: come in Italia, come in Germania, la sinistra democratica ha un ruolo politico ben preciso e che consiste a preparare il letto del fascismo. Se ci si chiede perché e come essa vi arrivò, la risposta è estremamente semplice. Essa vi arriva perché rappresenta gli interessi della stessa classe capitalista di cui è espressione il fascismo, e prepara il letto al fascismo attraendo le masse sotto il controllo di quella macchina statale borghese che, ad un certo momento della sua evoluzione, è costretta a girare nella direzione di una vittoria del fascismo.

Passiamo ora a considerare le masse. Queste, prima del Febbraio, come nel Luglio e dopo, rappresentano l’unico reale nemico del capitalismo e perciò stesso del Fronte popolare e del fascismo. Da cinque anni esse sono state sottoposte ad un terrore accanito da parte dei governi di sinistra e di destra, di quelli di Azana, di Samper, di Lerroux, di Gil Robles, di Caballero. Nel 1931-32, queste masse hanno scatenato dei movimenti di classe colossali: nel 1934, l’insurrezione delle Asturie e, nel Febbraio scorso, malgrado la lunga opera violenta di repressione del nemico, esse non erano ancora sufficientemente scompaginate per passare ad un attacco frontale contro di esse. Non più capaci di scatenare dei movimenti di classe della forza di quelli del 1931-32, le masse erano tuttavia ancora troppo forti perché il capitalismo potesse osare l’attacco decisivo del fascismo. Cinque mesi di governo del Fronte Popolare saranno sufficienti a Franco per preparare e scatenare la sua offensiva, e quando i complici credevano di poter rapidamente regolare l’affare attraverso un passaggio di potere dalla destra alla sinistra, quello che ha imbrogliato le carte è lo sciopero generale, l’insurrezione spontanea degli operai di Madrid ed a Barcellona, sovratutto. Malauguratamente, il proletariato senza un partito di classe non può assicurare ai suoi movimenti che un tempo estremamente limitato. Quando, nel duello Stato borghese-partito di classe proletario, quest’ultimo elemento manca, allora inevitabilmente la vittoria spetta al primo contendente e le masse diventano prigioniere del nemico. Chi ha dunque dato l’ordine della cessazione dello sciopero generale, se non quelle stesse forze che hanno simultaneamente chiamato i proletari ad avere fiducia nei governi capitalisti di Madrid e di Barcellona? Da che cosa sono sorti i fronti territoriali di Saragossa, delle Asturie, di Madrid? La risposta degli avvenimenti è inequivocabile: dalla cessazione dello sciopero generale. Se questo avesse durato in tutti i centri dove gli operai avevano vinto, la conseguenza inevitabile sarebbe stata che gli operai avrebbero proseguito nella stessa via passando alla distruzione dello Stato capitalista, mentre laddove il fascismo non era ancora stato vinto, è sulla stessa linea che gli operai si sarebbero sforzati di ricongiungersi ai loro fratelli vittoriosi delle altre località. La regola di lotta che è stata illustrata da esperienze, ormai si sarebbe manifestata infine vittoriosa: per battere il capitalismo di Saragossa, dove gli operai sono stati sconfitti, occorre combattere contro il capitalismo di Barcellona dove i proletari non sono ancora stati battuti.

Invece? Quelle stesse forze che avevano dato l’ordine di cessare lo sciopero, prendono la testa della guerra al fronte e la conducono nelle condizioni che dovevano permettere un gigantesco massacro di vite e di energie proletarie. Anche nell’ipotesi, disgraziatamente molto poco probabile, che Franco fosse licenziato dal capitalismo, le decine di migliaia di proletari uccisi in Ispagna rappresenterebbero di già un colossale affare ottenuto dalla borghesia attraverso l’azione solidale del fascismo e dei governi di sinistra dove collaborano anarchici e POUM. Hitler e Mussolini non hanno ottenuto in così breve tempo uno sterminio simile di proletari.

Esiste dunque una opposizione non solamente di intenzioni e di funzione politica fra Fronte Popolare e loro annessi da una parte e le masse dall’altra, ma un contrasto violento fra terreno dove si combatte per il socialismo e terreno dove si difende la causa del capitalismo anche se si brandisce la bandiera rossa  o quella nera anarchica. Solo quando le masse riescono a sottrarsi all’impresa del Fronte Popolare per restare sul loro terreno di classe, esse sono in grado di battere il capitalismo e la sua espressione più cruenta: il fascismo. Quando esse restano vittime dell’inganno del Fronte Popolare, esse diventano altresì prigioniere del fascismo. Votano in febbraio per il Fronte Popolare? Il risultato è l’attacco di Franco del Luglio, preparato sotto la direzione dei ministri militari di sinistra. Escono dalle briglia dei traditori a Barcellona ed a Madrid ed ottengono la loro vittoria perché costruiscono la loro diga di classe. Dipoi sono nuovamente attratte nel campo nemico attraverso la lotta del fronte ed esse sono massacrate dal nemico.

La nostra frazione non può fornire un apporto alla lotta contro il fascismo che sul terreno cioè della lotta di classe contro il capitalismo. Se essa dicesse ai proletari che è possibile di combattere contro il fascismo cessando sia pure per un istante la lotta contro il capitalismo, commetterebbe in realtà un atto di tradimento contro le masse. E che questo sia, la prova se ne è avuta in Ispagna. I dirigenti anarchici e del POUM, i quali hanno sollevato la bandiera della necessità di rinviare la lotta sociale a domani, quando cioè sarebbe stato battuto il fascismo, hanno interdetto la nostra stampa e non hanno celato le loro intenzioni di passare a misure ben più gravi contro la nostra propaganda.

Ai proletari, anche ai meno disposti a riflettere sulle sorti della loro classe, noi poniamo a nostra volta questa domanda. Se è vero che il fascismo è l’espressione più violenta del capitalismo, perché mai la lotta contro il capitalismo dovrebbe rappresentare un pericolo per la lotta contro il fascismo? O che non è tragicamente logico questo contegno del blocco delle forze che vanno dai repubblicani, fino al POUM ed agli anarchici compresi, blocco che, per il fatto di essere alla testa di uno Stato borghese, solleva la necessità di sospendere le ostilità contro il capitalismo? Quale ne può essere il risultato? Che anche nell’ipotesi di un licenziamento di Franco, il capitalismo spagnolo avrà rasato al suolo le migliori energie proletarie e potrà riconfidare ai Caballero la missione di reprimere con la violenza ogni movimento di classe.

Come molte volte, ma stavolta con il terribile linguaggio di cimiteri di proletari, il Manifesto dei Comunisti è pienamente confermato: non si combatte per la classe operaia che su un fronte di classe proletario, sollevare la bandiera socialista nel campo nemico è compiere un mandato del capitalismo che realizzerà così le migliori condizioni per massacrare i proletari, per rafforzare il suo regime.

Mentre i proletari spagnoli muoiono per la democrazia borghese

Da quattro mesi, giorno dopo giorno, centinaia di operai e contadini cadono in Ispagna: sui fronti di Madrid, d’Aragona, della Biscaglia, delle Asturie, la mitraglia falcia, senza mora, masse di sfruttati che per una tragica aberrazione hanno confidato la difesa dei loro interessi alle forze del capitalismo.

Quattro mesi di massacri e neppure la più piccola possibilità di compenetrare il cervello di militanti della sanguinosa chiarezza degli avvenimenti. Più la situazione si evolve e più si moltiplicano le manovre per sviare, ingannare, mantenere gli operai nella fossa che le forze del Fronte Popolare non fanno che approfondire.

Noi non abbiamo oggi nessuna esitazione nell’affermare che i lavoratori spagnoli muoiono per il capitalismo, come ieri non abbiamo esitato ad affermare che in Spagna non esisteva la rivoluzione, ma la guerra borghese. Eppure le forme della lotta Caballero-Franco erano meno cristallizzate di quello che lo sono attualmente.

Pochi restano che, colla ex-minoranza della nostra Frazione, osino ancora pretendere che, dopo l’intervento aperto dell’Italia, della Germania e della Russia, non si tratti di una fase della guerra imperialista mondiale che si guerreggia in Ispagna. C’è chi maschererà questa crudele verità  colla fraseologia antifascista, ma prima o poi i vari Nenni, Deutsch, Alveyro, dovranno finire per ammetterla in modo chiaro.

Tale è la realtà delle cose. Ma anche in Spagna bisogna fino all’ultimo momento fare sussistere l’illusione degli operai che credono di morire per la loro causa. I social-centristi opinano che la situazione sia abbastanza matura e che i proletari abbiano sufficientemente evoluto da poter impiegare dei metodi nettamente borghesi, perché l’intervento della Russia ha aumentato, nel tempo stesso che il suo peso specifico negli avvenimenti, la confusione fra le masse. Anarchici e il POUM lottano per mantenere la facciata « socialista » e che le necessità della guerra demoliscono senza considerazione alcuna.

In questo antagonismo è contenuto un elemento di disgregazione del fronte antifascista sul quale specula Franco, forse più che sulla sua forza armata. Dissolvere questo antagonismo diviene così difficile come modificare la funzione rispettiva delle differenti organizzazioni che agiscono nel seno del proletariato. Gli anarchici o il POUM non si possono trasformare in partiti social-centristi o accettarne integralmente il loro programma, pena di liquidarsi in seno alle masse. Da parte loro, i social-centristi sono oggi sostenuti dalle frazioni borghesi più attive, le stesse che aiutavano ieri la C.N.T. ed il POUM.

Nel settembre, quando si formò il governo della Generalità in Catalogna, la situazione permetteva un compromesso fra tutti i partiti, perché nessuno di essi sfuggiva alla necessità — neppure i partiti borghesi — di assumere pose ultrarivoluzionarie.

Oggi, che la battaglia di Madrid ha lacerato il velo e che l’intervento degli altri paesi si effettua con ritmo accelerato, il tono della canzone può cambiare, tanto più che gli anarchici si sono imprigionati nel governo di Caballero.

Alla guerra come alla guerra. Le frasi rivoluzionarie saranno relegate in soffitta e la Catalogna assisterà alle ultime illusioni e mistificazioni. I centristi scateneranno una campagna a fondo contro i « trotskysti » del POUM. Questi protesteranno alla loro volta contro il ricatto della Russia che impedisce la loro partecipazione alla giunta borghese di Madrid e si difenderanno energicamente contro la taccia di trotskysti.

Perché sono attaccati i « poumpisti », che pur partecipano lealmente al governo della Generalità ed adempiono fedelmente ai loro doveri di « antifascisti »? Perché il POUM non ha compreso che era al rimorchio degli avvenimenti. Bisogna che modifichi il suo linguaggio oggi divenuto inutile e pericoloso. Se il POUM fosse stato solo un po’ rivoluzionario, avrebbe profittato dell’occasione per uscire dal governo, rompere il fronte antifascista ed indirizzare gli operai verso la ripresa delle lotte di classe.

Ma il ricatto dei centristi è riuscito a meraviglia. La « Batalla » del 5 dicembre contiene la ritirata piena del POUM che si aggrappa, mani e piedi, alla Generalità. Il fronte antifascista è il governo, e protesta contro i centristi che vorrebbero escluderlo. Fortunatamente che la C.N.T. vorrà ben difendere il portafoglio di Messer Nin, perché si troverà il suo interesse per controbilanciare l’alleanza sempre più manifesta dei centristi con le frazioni borghesi.

L’evoluzione della situazione in Catalogna, aiutata potentemente da Valenza, sarà risentita dalla borghesia che getterà un primo colpo di sonda. Non è già suonata l’ora di sfruttare il malcontento di strati proletari verso lo stato permanente di guerra? Potrebbe già proclamarsi uno Stato autonomo di Catalogna che faciliterebbe la vittoria di Franco contro Madrid?

Come è risaputo, il « complotto » autonomista fu denunciato dagli anarchici, ma su di esso regna la più completa oscurità. Come sono andate le cose? È difficile saperlo. Ma gli articoli della « Solidaridad Obrera« , « dell’ »Estat Catalan » (organo dei separatisti borghesi), mostrano da una parte il timore degli anarchici di vedere instaurare uno Stato che porrebbe fine alla loro influenza e di vedere i separatisti sfruttare a tale fine le difficoltà della guerra e, d’altra parte, il tentativo della borghesia di minare il terreno per arrivare ad una rapida soluzione. L’ »Estat Catalan » sfrutta gli elementi della situazione anche per questo. Dopo la riunione delle Cortès a Valenza, a proposito della quale gli anarchici furono molto riservati ed i loro ministri non vi parteciparono, condusse una campagna per convocare il parlamento catalano per ristabilire del tutto la legalità borghese un poco intaccata in questi ultimi tempi. Frattanto « Treball », l’organo dei centristi Catalani ricominciava la sua campagna contro il POUM e specialmente contro il suo ministro accusandolo di parzialità nella spartizione del denaro alle organizzazioni operaie. La risposta del POUM alla rinnovata campagna per escluderlo dal governo fu la stessa: mantenere l’unità d’azione colla sua partecipazione al governo.

Ma l’8 dicembre, la « Batalla » ci informa che una disposizione della sezione di Difesa della Generalità mette in vigore il decreto di Madrid del 24 ottobre riguardante la militarizzazione delle colonie. Tutte le polemiche tra anarchici, POUM, centristi nei rispetti dell’esercito, si risolve dunque, sotto la pressione degli avvenimenti che lavorano per le tesi centriste. La guerra borghese deve essere fatta da eserciti borghesi. Anche se si sopprime la parola « borghese » le forme ed i metodi sono gli stessi.

La crisi nel contempo è aperta fra i differenti partiti « antifascisti » della Catalogna. I centristi ed i partiti borghesi che hanno la maggioranza nel governo catalano — curioso governo « operaio » senza dubbio — desidererebbero un governo forte, un governo di pieni poteri. Perciò è necessario l’adesione degli anarchici e l’eliminazione del POUM. Parallelamente per rafforzare fra le masse la necessità di un governo forte, non obbligato di vivacchiare alla giornata con continui compromessi, i centristi e qualche frazione borghese hanno iniziato una campagna: Perché non si attacca in Aragona? Sul fronte basco il governo nazionalista borghese ha iniziato la sua offensiva e nell’Aragona non ci si muove. Gli è perché a Bilbao esiste un governo « forte » che ha trasformato le milizie in un esercito a carattere professionale.

Si sa che sui fronti di Aragona domina la C.N.T. e che le forze del POUM ci si trovano quasi al completo. La « Solidaridad Obrera » si è vista obbligata a rispondere al duplice problema posto. Gli anarchici rifiutano momentaneamente — fino a quando? — di accettare un governo di dittatura. Forse temono di mettersi così completamente in balia della Russia. Vorrebbero che si facesse meno politica e più seriamente la guerra. Riguardo finalmente il fronte di Aragona, la duplice risposta della C.N.T. ci fanno comprendere molte cose. Gli anarchici si indignano e ribattono che se non si attacca in Aragona — ciò che indebolirebbe la pressione nazionalista contro Madrid — la colpa è di Valenza, di Caballero, dei ministri centristi.

La « Batalla » sarà più esplicita e ci farà comprendere che Valenza fa del ricatto. Caballero vorrebbe trasformare le colonne catalane in un esercito professionale. Di fronte alle difficoltà frapposte, rifiuterebbe di aiutare le truppe di Aragona.

È questa forse la causa della promulgazione, l’8 dicembre, del decreto di creazione di un esercito catalano che riproduciamo in altra parte.

Il POUM si appoggia disperatamente alla C.N.T. di cui ne sposa le posizioni solo affacciando timidamente la rivendicazione di un « governo operaio ». E sembra che gli anarchici abbiano preso le difese del POUM in nome del mantenimento del fronte antifascista.

Inutile aggiungere che la lotta proletaria non ha nulla a che vedere con queste diatribe tra i partiti del tradimento. Tutti concorrono infatti a far sì che gli operai continuino a gettare le loro vite per il capitalismo, e contro tutti questi partiti gli operai dovranno condurre le loro battaglie rivendicative e far rinascere la lotta di classe che sola potrà infrangere gli odierni fronti territoriali e permettere ai proletari di sventolare il vessillo della rivoluzione proletaria.

La vita della Frazione

Ordine del giorno della C.E.

In tutto il corso dell’evoluzione della critica della frazione, la C.E. si è fatta guidare dal doppio criterio di evitare delle misure disciplinari e di spingere i compagni della minoranza a coordinarsi in vista della formazione di una corrente dell’organizzazione orientantesi verso la prova che l’altra corrente aveva rotto con le basi fondamentali dell’organizzazione, mente essa ne sarebbe stata il reale e fedele difensore. Questa confrontazione polemica non poteva avere luogo che al Congresso.

Successivamente alla riunione della Federazione di Parigi del 27 Settembre che diede luogo alla formazione del Comitato di Coordinazione, la C.E. esortò la frazione a subire una situazione in cui la minoranza aveva un regime di favore consistente nel non partecipare allo sforzo finanziario necessario alla vita della stampa mentre essa scriveva su questa stessa stampa. La C.E. fece questo allo scopo unico di evitare che la rottura si facesse su questioni procedurali.

Immediatamente dopo sorse la minaccia della rottura qualora la C.E. non avesse proceduto al riconoscimento del gruppo di Barcellona; la C.E. basandosi sempre sullo stesso criterio che le scissioni debbono aver luogo sulle questioni di principio e nullamente su questioni di tendenze particolari, ancora meno su questioni organizzative, passò al riconoscimento del gruppo di Barcellona.

Infine, quando la C.E. fu costretta a constatare che il rifiuto della minoranza a scambiare con l’altra tendenza la documentazione della vita politica, significava la rottura dell’organizzazione, ma malgrado questo, essa C.E. manteneva sempre la necessità del Congresso, per comunicazione verbale del comp. Candiani, la minoranza informava che si sarebbe immediatamente passati alla rottura.

L’ultimo appello della C.E. del 25 Novembre riceveva una risposta che preclude ogni ulteriore tentativo in vista della presenza della minoranza al Congresso.

In queste condizioni, la C.E. constata che l’evoluzione della minoranza è la prova manifesta che essa non può essere considerata una tendenza dell’organizzazione, ma un riflesso della manovra del Fronte Popolare nel seno della frazione e che in conseguenza non si possono porre i problemi della scissione politica dell’organizzazione.

Considerato inoltre che la minoranza ruffianeggia con forze nemiche alla frazione e schiettamente controrivoluzionarie (Giustizia e Libertà, pseudo trotskysti, massimalisti) nello stesso tempo in cui proclama inutile discutere con la frazione.

La C.E. decide l’espulsione per indegnità politica di tutti i compagni che si solidarizzeranno con la lettera del Com. di Coord. Del 25-11-36 e lascia 15 giorni di tempo ai compagni della minoranza per pronunciarsi definitivamente. Essi sono invitati a fare tenere la loro risposta individualmente per il 13 Dicembre. Riserva è fatta per i comp. risiedenti a Barcellona di cui si attenderà il ritorno perché siano nella possibilità di documentarsi completamente. Tale riserva non concerne il comp. Candiani che avanti il suo ritorno ha avuto possibilità di prendere conoscenza completa della situazione.


Risoluzione del gruppo di Marsiglia

Il gruppo della frazione di Marsiglia aveva intravisto, dopo gli ultimi avvenimenti internazionali, una possibilità di una discussione serena e convergente con i compagni in dissidio sulla situazione spagnola e questa sulla base delle loro stesse affermazioni fatte al termine della dichiarazione intitolata « Critica rivoluzionaria o disfattismo »? Essi affermavano ancora, qualche settimana fa, quanto segue: « Solo una complicazione internazionale potrebbe spostare completamente il significato della lotta attuale. In caso che i due imperialismi rivali intervenissero in Ispagna, il che provocherebbe una conflagrazione mondiale, il dovere dei rivoluzionari sarebbe di opporsi sia all’uno che all’altro degli imperialismi, e dichiarare che la guerra sarebbe una guerra imperialista e che il proletariato non può accettarla sotto nessuna forma e che la guerra della democrazia contro il fascismo non è che una turlupinatura ».

Malgrado le dichiarazioni grottesche del Candiani, questa affermazione politica sulle prospettive doveva servire di base perché i compagni dissidenti si orientino verso una chiara visione dello sviluppo della situazione che si chiarifica inequivocabilmente nel senso delle affermazioni fondamentali fatte dalla frazione sulla natura dei movimenti in Ispagna e le sue ripercussioni antiproletarie.

Riscontriamo, invece, con nostro grande rammarico, l’attitudine negativa presa dal sedicente Comitato di Coordinazione nella sua ultima lettera ove, mentre schiva e sfugge la discussione, definisce il Congresso un « inutile comizio ». Tace sulla gravità della situazione che dal settore spagnolo minaccia di dilagare nell’Europa intera. Mentre socialisti, centristi ed anarco-sindacalisti fanno della Spagna il punto di concentramento della guerra mondiale delle « democrazie » contro il « fascismo », i nostri pratici situazionisti non trovano di meglio che esibire, in riunioni dell’emigrazione, « il capitano » che non ha niente da dire contro nessuno al di fuori degli errori « settari » della frazione

La fuga vergognosa e disordinata del preteso Comitato di Coordinazione di fronte alla presa di posizione nella gravissima situazione attuale, tentata attraverso il labirinto della procedura, il mascherarsi dietro una proposta altezzosa, piena di pose ed atteggiamenti super-politici, ci danno la piena convinzione della necessità assoluta di condividere pienamente la decisione presa dai compagni della C.E. che espelle per indegnità politica tutti i membri della frazione che solidarizzano con la lettera dei pseudo rappresentanti della minoranza, in data del 25-11-36.

I compagni del gruppo pensano che questa salutare decisione è la sola atta a ridare alla frazione nell’emigrazione, la capacità ideologica ed organica di affrontare con decisione e chiarezza i gravi avvenimenti in corso.

A conclusione di questo domandiamo la continuazione della discussione per la migliore preparazione di un Congresso la di cui data potrà essere fissata in seguito, in relazione allo sviluppo della situazione politica generale.

(Votata all’unanimità)


ALLA C.E.

« Con molto interesse abbiamo seguito l’evoluzione della nostra organizzazione ed è con soddisfazione che abbiamo appreso la risoluzione sulle divergenze politiche che ci separavano dalla ex minoranza. Dalla vostra lettera circolare risulta che la Commissione Esecutiva ha fatto tutto il possibile per cercare di permettere ad essa minoranza di ritrovare una posizione di classe. Mentre oggi dobbiamo constatare che ci su trova di fronte ad un cadavere politico di cui il proletariato, nella sua marcia verso i suoi compiti storici, farà giustizia come farà di tutti gli altri. L’ex minoranza può forse indicarci dove sia scritto che il partito di classe possa esportarsi?

È certo che solo quelli di « Giustizia e Libertà », anarchici e centristi che possono farlo. Dove sta mai scritto che si debba concentrare il proletariato rivoluzionario a lottare su un solo settore del capitalismo? E per quale causa? Forse quella centrista ed anarchica?

Neppure per sogno. Si tratta invece di un intervento consapevole e senza scrupoli nella guerra del capitalismo provvisoriamente localizzata per fini imperialistici in Spagna. Questo per assicurarsi, da parte di gruppi imperialisti contendenti posizioni di dominio. Posizione peggiore di quella assunta dal PSI nel 1914 colla parola d’ordine di non sabotare né favorire la guerra. Il gruppo della Seyne, colla presente risoluzione, si solidarizza con la C.E. e marca l’importanza che dava alla soluzione della crisi, proponendosi di riattivare il lavoro politico per colmare il vuoto lasciato dalla ex minoranza.

Il gruppo della Seyne-sur-Mer

La discussione in seno alla Frazione : L’epilogo - Per una diga contro tutti i traditori

L’EPILOGO

L’o.d.g. della C.E., che pubblichiamo qui appresso, rappresenta l’ultimo momento di un tentativo che noi abbiamo perseguito con ostinazione, ma che si è concluso con risultati che rappresentano esattamente l’opposto delle intenzioni che ci eravamo prefisse. Il momento è ora venuto di ricapitolare per meglio comprendere.

Gli avvenimenti spagnoli avrebbero dovuto trovare, nei proletari della frazione, una risposta ferma, inequivocabile sin dal primo momento. Era previsto: quando l’ora sarebbe scoccata in cui il capitalismo di alcuni paesi avrebbe levato la bandiera della crociata « antifascista » per battere con le armi le « orde fasciste » sovvenzionate ed armate dal capitalismo di altri paesi, i grugni dei traditori del 1914 sarebbero risorti e, con le nuove formulazioni imposte dal cambiamento sopravvenuto nelle situazioni, si sarebbero gettati nelle fila della masse per ubriacarle e farne carne da cannone, per immolarle sull’altare del regime capitalista.

Ma per i proletari della frazione, noi lo confessiamo nettamente, questo sbaragliamento era inconcepibile. Anni ed anni di comune lavoro ci avevano preparato per la scadenza inevitabile cui doveva giungere il corso della manovra dei traditori da una parte, delle situazioni in cui è costretto a muoversi il regime capitalista dall’altra parte: mistificazione suprema quella del dilemma « fascismo-antifascismo », ad essa non poteva essere opposta che l’antagonismo della lotta di classe: capitalismo contro proletariato. E lo sapevamo di già: al momento culminante saremmo restati più che soli, la liquidazione del bilancio degli avvenimenti avrebbe portato tutte le forze agenti nel movimento proletario per il conto del nemico, tutte, – anche quelle che più gridavano alla rivoluzione — a santificare nel nome del « socialismo » il massacro del proletariato, mentre noi saremmo restati soli. La lezione del 1914 era viva in noi e per questo il penoso isolamento non ci scoraggiava: sapevamo che, come i bolscevichi erano restati soli il giorno in cui i primi dissensi con la tendenza dirigente la Seconda Internazionale conducevano all’opposizione finale delle due barricate di classe, così la nostra frazione non poteva restare che sola il giorno in cui le prime riserve di Bordiga nel 1920, sulla questione della tattica, arrivavano nuovamente al loro punto estremo: « manovrare » nel recinto della sinistra borghese ha condotto ad intruppare il proletariato sul fronte imperialista.

Dal punto di vista ideologico e dell’esperienza, la nostra frazione era armata per prendere, sin dal primo momento, una posizione intransigente in difesa del proletariato spagnolo ed internazionale. Le « Tesi di Roma » sono un documento che non consente il minimo equivoco: esse parlano di « divisione di compiti fra destra e sinistra borghese », (checché ne dica Tre su questa impossibilità), esse indicano come arena per la formazione del partito di classe quella unica delle rivendicazioni elementari e finali del proletariato contro tutte le altre formazioni politiche; esse prescrivono che solo sul terreno sindacale è concepibile il fronte unico con altre formazioni politiche perché solo su questo terreno è possibile stabilire una comunanza di classe dei lavoratori delle differenti tendenze. E dal punto di vista dell’esperienza noi eravamo ancora meglio armati. Espressione del proletariato italiano eravamo stati filtrati da questi avvenimenti: nel 1921, quando si costituivano gli Arditi del Popolo, la Centrale di sinistra aveva ESPULSO dal partito quelli dei suoi membri che non obbedivano all’ordine di uscire da queste formazioni che non potevano che offrire vite di proletari al nemico e nel 1924, al periodo Matteotti, contro la canea aventiniana, noi soli e contro tutti avevamo determinato il partito a rientrare nel parlamento per spezzare l’inganno della « questione morale ». Alleati del fascismo, ci si diceva nel 1921 come nel ’24; a che noi opponevamo fermamente la bandiera di classe del proletariato: non si lotta per il socialismo che su una base socialista, combattere in nome del socialismo in un terreno nemico è ingannare i proletari, consegnarli al cannone capitalista.

Gli avvenimenti spagnoli arrivano e, nella frazione, un certo numero di elementi sorpreso dalla violenza della situazioni, dimentica tutto il passato della organizzazione e, dopo aver giudicato gli avvenimenti secondo criteri che erano stati sempre combattuti, prende una posizione che doveva inevitabilmente condurre ad una scissione politica. Nel primo momento è indubitabile: si trattava di un impeto sentimentale in elementi che si gettavano nella mischia sicuri che il momento era infine venuto per il rendimento dei conti con il nemico. « Dovunque il proletariato è in lotta » dicono le « Tesi di Roma », ed un gruppo di elementi partì con il proposito deliberato di mettere l’organizzazione in una tale situazione politica che tutti avrebbero dovuto seguire il loro slancio entusiasta: « sconfessare chi rischia la sua vita » è operazione impossibile, e si trattava di uscire dal terreno di « elucubrazioni teoriche » per passare all’azione.

Giunti in Ispagna questi compagni, in un primo momento sono trasportati dal vortice degli avvenimenti, in un secondo si riprendono. Le « Tesi di Roma » dicono non solamente « dove il proletariato è in lotta » ma « come » si lotta per il proletariato. Non vi è partito di classe: le « Tesi di Roma » dicono « come » si costruisce questo partito; attraverso la lotta senza quartiere contro tutte le altre formazioni politiche, e l’adesione individuale sulla base del programma che esse espongono. Queste Tesi dicono che la lotta armata è la fase superlativa della lotta politica, esse sono non solamente contro la partecipazione ad una organizzazione politica inter-partito, ma anche contro la presenza ad un comitato di questa specie, esse interdicono quindi a più forte ragione la partecipazione ad un’organizzazione militare mista. L’impeto entusiasta è irresistibile e questi compagni entrano in una colonna militare che dipende dal POUM, da un partito il cui confratello italiano, il partito massimalista, l’erede legittimo del grande glorioso partito, porta sulle sue spalle la responsabilità politica di quindici anni di fascismo. Entrano in comitati politici di direzione della colonna, ed invece di prendere contatto con i soli proletari che si drizzano  contro l’organizzazione intiera del POUM, si dirigono — come Zinovief lo aveva fatto contro di noi nel 1921-’22 nel partito socialista — verso l’appoggio ad una scissione di questo partito.

In conseguenza di questo, che cosa fa la C.E.? Prende in mano le regole politiche guidanti la frazione per passare a delle misure disciplinari? No; essa, dopo aver constatato l’inevitabile rottura politica che si era manifestata, afferma che tutta la questione non può essere esaminata che da un Congresso.

La discussione inizia. La minoranza, secondo l’affermazione stessa di Maremmano, è un aggregato di opinioni differenti: nulla di male, e concordemente si arriva alla conclusione che è necessaria un’organizzazione particolare per meglio « coordinare » in vista della preparazione del Congresso. Delle condizioni anormali vengono poste in seguito dalla minoranza; tutto le è concesso dal punto di vista organizzativo; rifiutano di diffondere una stampa sulla quale scrivono; la C.E. passa loro la rete organizzativa della frazione: la documentazione completa della vita dell’organizzazione, ed essi rifiutano di fare altrettanto.

Frattanto, un mese dopo la partenza per il fronte, i compagni riesaminano la loro posizione e gli avvenimenti fanno loro comprendere che non basta l’indicazione « dove il proletariato è in lotta », ma è necessario un campo di classe di lotta, e scrivono un documento giustificante la loro uscita dal fronte. Se questo documento fosse stato seguito da un altro riflettente le sorti politiche non del loro gruppo particolare, ma del proletariato spagnolo ed internazionale, l’unanimità si sarebbe ricostruita immediatamente intorno ai testi fondamentali dell’organizzazione.

Invece? Quando Candiani arriva con lo scopo ben definito di regolare la sua posizione con l’organizzazione, la prima, l’essenziale preoccupazione è quella di prendere contatti al di fuori della frazione che sarà relegata all’ultimo piano. L’atteggiamento duplice, i viaggi ripetuti laddove alcuna organizzazione della frazione esiste, le riunioni pubbliche dove si sarà estremamente prudenti (a Parigi) perché membri della frazione esistono, ma dove si sarà molto più espliciti dove non esiste alcun contradditore della frazione (e la riunione è numerosa, benché non vi sia che un solo membro della frazione nella città) e « Giustizia e Libertà » — per intenderci, un movimento che si basa sulla piattaforma delle rivoluzioni borghesi del 1848! — mette in evidenza la giusta insurrezione del « compagno » contro il « settarismo atrofizzatore » della frazione.

Questo obbliga la C.E. ad esigere un controllo reciproco delle due tendenze. Risultato? Nuovo cambiamento di posizione da parte della minoranza: qualche giorno prima si minaccia la scissione se il gruppo di Barcellona non è riconosciuto. Ottenuto questo riconoscimento, si parlerà di « rottura immediata », il congresso essendo divenuto un « meeting inutile ». La C.E. fa rilevare che il congresso ha per scopo di imporre la verifica delle posizioni politiche con i testi dell’organizzazione. La minoranza, che aveva preso, a questo soggetto, due posizioni (partenza ed uscita dal fronte) non poteva affrontare questa prova, ma parla ancora di « rottura » e « scissione ». Si rompe con una parte dell’organizzazione accusandola di aver abbandonato o tradito i testi su cui si basa la frazione. Questo e non altro significa rottura, altrimenti si rompe con il programma dell’organizzazione per farne un altro che non può essere che l’indegno del precedente.

Due erano le ipotesi da sollevare sulla formazione della minoranza: o si trattava di una tendenza della frazione o di una corrente che evolve al di fuori e contro le basi politiche della frazione. La C.E. ha lasciato i membri della minoranza nella possibilità di evolvere nel modo più completo. Ogni pretesto è stato tolto per impennarsi su questioni procedurali e siamo arrivati all’epilogo: la C.E. ritiene di avere ben agito malgrado i risultati negativi che si presentano oggi. Di fronte ad una divergenza scoppiata nel seno della frazione, lungi dal prendere misure disciplinari, la C.E. ha atteso che l’evoluzione arrivi al suo termine. Di fronte ad una discussione di fondo, la minoranza ha dichiarato apertamente di essere asfissiata dai principi di un’organizzazione che essa abbandona. Non si pongono più quindi i problemi specifici  e politici di una tendenza dell’organizzazione, ma quelli individuali di elementi che rompono il contratto che avevano precedentemente firmato di adesione a dei documenti programmatici che essi abbandonano oggi.

Il rifiuto individuale di affrontare la discussione congressuale non è ancora in nostro possesso. Non appena sarà riempita questa formalità passeremo alla pubblicazione dei nomi che gli interessati ci indicheranno per poter essere pubblicati nella stampa della frazione.


Per una diga contro tutti i traditori

Un nostro maestro scrisse, rispondendo ai filistei socialdemocratici, che la teoria marxista deve essere accettata in blocco, o in blocco rigettata: difatti, la caratteristica dell’opportunista consistette sempre a prendere i punti più confacenti alla propria demagogia per guadagnare la fiducia delle masse e nascondere ad esse il contenuto finalista e rivoluzionario di questa teoria.

La manovra del revisionismo in questo campo, non impedì ai bolscevichi di servirsi del metodo di indagine marxista per arrivare al punto culminante esprimente una graduazione di esperienze storiche passate attraverso la trafila di tradimenti e disfatte: la presa del potere attraverso la distruzione dello Stato capitalista.

L’atmosfera storica in cui vive da più di un decennio il proletariato mondiale pone ai gruppi di sinistra in generale ed alla nostra frazione in particolare, lo stesso compito di restaurazione del metodo marxista per spingerlo alle estreme conseguenze e questo in un percorso molto superiore per rapporto a ciò che oggi può essere giudicata la fase che si concluse con l’ottobre russo.

* * *

L’aprirsi della situazione spagnola ed i dibattiti avvenuti nel nostro organismo, dimostrano che il cammino da seguire è alquanto difficile.

Il lato grave della questione non consiste nel fatto che si è manifestato immediatamente una forte corrente sulla base di un livello inferiore. Questa manifestazione, anzi, potrebbe contenere un lato positivo, giudicata nel senso generale dell’atmosfera tragica che il proletariato attraversa: perciò nulla di male il manifestarsi spontaneo di quel senso di solidarietà verso un proletariato che si trova sotto i colpi del nemico. La gravità invece sta nel fatto che il primitivo slancio si trasforma in tendenza e questo malgrado la discussione, malgrado l’esperienza, malgrado l’evolversi rude degli avvenimenti, infine malgrado i principi.

Difatti, quando si dà uno sguardo all’esperienza russa ove la vittoria si realizza in pieno attraverso la distruzione dello Stato, non si può esimersi dal vedere che in Spagna è avvenuto proprio il contrario e questo contrario diviene inequivocabile quando si può constatare l’adesione degli organismi sindacali alla salvaguardia dell’apparato economico dello Stato borghese.

Si parla di conquiste sociali, di collettivizzazione della terra, delle fabbriche, ecc. Ma che razza di teoria è questa? Si vorrebbe far credere al proletariato che la rivoluzione si può incominciarla alla rovescia, ripetendo l’esperienza riformista, con la differenza che questa aveva una base, in quanto essa esprimeva un momento ben definito dell’evoluzione capitalista. Oggi, in Spagna, nell’epoca culminante imperialista, il proletariato viene massacrato attraverso l’idea che gli si inculca facendogli credere che difende le sue conquiste e che, nella misura in cui il suo slancio di eroismo aumenta, aumentano le sue possibilità rivoluzionarie.

I comunisti di sinistra, che conoscono perfettamente l’impossibilità da parte del capitalismo, nella sua fase ultima, di poter dare delle concessioni anche minime al proletariato, devono altresì comprendere che, se questo oggi avviene in Catalogna, non si tratta in definitiva che di una grande turlupinatura necessaria al mantenimento di quell’omogeneità che deve risolversi con il massacro progressivo del proletariato sui fronti militari, in attesa dell’ineluttabile cambio della guardia attraverso quel metodo di governo confacente alle caratteristiche economiche per il mantenimento dell’ordine in Spagna.

Nessuna garanzia esiste per il proletariato nella messa in pratica di metodi di economia collettiva quando questi vengono realizzati nei quadri di uno Stato borghese. La visione storica del proletariato non può in nessun caso assimilarsi al tragitto intrapreso dal capitalismo che potette coabitare in seno alla società feudale e solo in un secondo tempo porre la questione del potere. E qui l’esperienza russa entra in scena in maniera decisiva, la natura proletaria di questo Stato non impedisce che la sua politica sia controrivoluzionaria e questo fatto dimostra la tesi che le nozioni rivoluzionarie del proletariato si condensano in postulati politici che si congiungono nel cammino che porta alla creazione della società senza classi.

La spontaneità del movimento di Luglio, in risposta all’attacco capitalista e la manovra controrivoluzionaria susseguita, ci danno un quadro ben chiaro di ciò che può divenire un movimento percorrendo inizialmente un cammino di classe ma, per la mancanza dell’organo d’avanguardia, il nemico può intervenirvi attraverso quegli stessi organismi nei quali gli operai pongono la loro fiducia, ed operare una trasformazione sostanziale.

Il carattere nuovo della capacità di manovra del capitalismo si manifesta su un piano alquanto inoltrato di una situazione storica che si caratterizza quale ultima fase di una crisi evolvente verso la prospettiva capitalista: la guerra — ma non per questo senza legami con altre situazioni sopravvenute in questi ultimi anni e che possono essere classificate quali anelli  di una lunga parabola evolvente verso il tradimento  degli organi sorti dalla rivoluzione russa.

L’incontrarsi, sul terreno dell’unione sacra, di tutte le ideologie che rappresentano delle fasi sorpassate dell’esperienza del proletariato, porta un bagliore di luce alla tragica situazione del proletariato spagnolo, costretto a farsi guidare verso la sua distruzione da fattori che esprimono dei concetti di lotta ricollegati ad innumerevoli disfatte.

Diviene incomprensibile la posizione della minoranza nella sua adesione ai fronti militari, ove è evidente che esiste una rottura brusca con i concetti di lotta proletaria, i quali non potranno mai basarsi sul terreno militare nel periodo in cui il potere capitalista si trova ancora in piedi. Questo concetto di risolvere la vittoria proletaria attraverso la guerra sorge sulla base della degenerazione dello Stato proletario. Solo il centrismo, attraverso il falso postulato del socialismo in un paese solo, poté creare nelle masse questa tendenza, esprimentesi nella cosiddetta guerra rivoluzionaria. Nessuna meraviglia che il bacillo opportunista abbia fatto breccia anche nel nostro organismo, quando dei proletari vivono nell’atmosfera pestilenziale dell’oggi. La loro fedeltà a dei principi che ispirano le idee finaliste e creano un abisso incolmabile con la demagogia prevalente, non può sussistere che alla condizione di essersi penetrati profondamente delle lezioni dell’esperienza,attraverso anni di martellamenti sulla base di concetti che rappresentano un opposto acutissimo ove in alcun momento potrà avvenire l’incrocio con gli organismi nemici.

I compagni della minoranza in pochi mesi hanno fatto molto cammino e non potranno negare di essersi incontrati sul terreno dell’azione con tutti quegli organismi mentre, per anni ed anni, sono stati d’accordo con noi nel pensare che prima condizione per la vittoria rivoluzionaria era il loro sbaragliamento.

Nella situazione in Spagna noi assistiamo invece ad una valorizzazione di questi organismi e non è per caso che questo avvenga in una situazione ove l’ultima parola è alle armi. La borghesia comprende molto bene che l’armamento delle masse non rappresenta di per sé un fattore rivoluzionario quando queste vengono indirizzate su un terreno interclassista: la lotta armata in se stessa può offuscare le moltitudini che sono incapaci a dirigersi; può offuscare quei militanti dominati dalla confusione ideologica, caratteristica dominante dell’attuale situazione. Non potrà certamente offuscare quei militanti di sinistra che, educati alle situazioni passate, sanno distinguere i diversi metodi di manovra di un nemico che può contare sul disorientamento dei proletari ed il tradimento dei suoi dirigenti.

Dall’altra parte, tenuto conto del dilemma che si presenta in Spagna,  ove non esiste la possibilità di sopravvivenza del metodo democratico, diviene mostruosa la posizione che consiste nel massacro del miglior elemento proletario in difesa di un metodo che la stessa borghesia è costretta a rigettare.

Eppure, i nostri minoritari sono talmente confusi di non voler accettare la distinzione fra armamento spontaneo e primitivo e l’inquadramento statale avvenuto in seguito.

Eppure, la cosa è molto chiara e gli stessi minoritari avevano accettato le posizioni della frazione sulla situazione francese nel giugno cioè si trovavano d’accordo nell’affermare la spontaneità primitiva del movimento e l’intervento in un secondo tempo della burocrazia per deviare dal genuino terreno di classe e portarlo sul terreno della collaborazione, attraverso gli accordi Matignon. In quel periodo, tutti i compagni si legarono al movimento dei primi giorni e non esitarono a denunciare  la manovra sindacale che si risolveva nella legalizzazione del movimento.

In effetti, l’incanalamento degli scioperi di giugno in Francia veniva fatto in direzione della difesa del regime democratico attraverso l’incorporamento del proletariato nei quadri della legalità; in questa direzione si può fare molto cammino e la dimostrazione viene data dalla situazione spagnola. La frazione, prendendo posizione in favore degli scioperi in Francia e denunciando poi il contratto capestro, rimaneva sul terreno iniziale che avrebbe potuto portare alla lotta armata in direzione della distruzione dello Stato. La via opposta, cioè la rottura brusca avvenuta in pochi giorni, si trovava e si trova tutt’oggi sulla linea che porta alla guerra e questa guerra (oggi si può constatarlo) il capitalismo internazionale può localizzarla, giacché la questione essenziale consiste nella distruzione di quei fattori che mettono in pericolo la società capitalista nel suo insieme, perciò nulla di strano se assistiamo alla distruzione fisica di una massa proletaria su un settore in cui, per delle caratteristiche economiche particolari, questo fattore diviene di capitale importanza nel miscuglio delle contraddizioni del capitalismo.

Certamente, il capitalismo mondiale non potrà risolvere la sua esistenza, neanche con questo metodo (che per il suo complesso prende un carattere machiavellico), bensì malgrado la riuscita della sua manovra (e questo grazie ai traditori di tutte le tendenze), non vi sarà che un palliativo di carattere transitorio, in un percorso che deve concludersi con la guerra imperialista o la rivoluzione. Il criterio enunciato all’inizio di questo articolo può essere trasportato sul terreno dell’interpretazione dei capisaldi della sinistra. Nessuna possibilità esiste di rivendicare una serie di questi postulati e rigettarne un’altra. Gli uni sono legati indissolubilmente agli altri; gli organismi di frazione sorgeranno solo alla condizione di creare una diga d’acciaio contro tutta la pestilenza dei traditori, e questa diga è composta sulla base di una linea di legamento diretto formando un solo blocco indivisibile.

La posizione della minoranza rappresenta un tentativo di demolizione di questa diga. Oggi più che mai la bandiera della lotta contro corrente deve essere innalzata dalla tendenza maggioritaria della nostra frazione.

GIGI