Dio li ha fatti ed ora li riaccoppia
Lasciando ai neo-eletti consiglieri comunali e provinciali e ai rispettivi partiti la non ingrata bisogna di dividersi il posto alla greppia, volgiamo lo sguardo ai fatti internazionali, in cui si esprimono forze del sottosuolo economico ben più imperiose che le volontà e i pruriti degli aspiranti-amministratori delle città e dei villaggi natii. Che cosa c’è. nella girandola settimanale dei « colpi di scena » che fa scorrere fiumi d’inchiostro ai gazzettieri e che è per noi il regolare snodarsi di un film di cui abbiamo chiaramente previsto le tappe e la conclusione? C’è questo (e ci sarà fra poco anche in campo nazionale): che il trionfale ingresso della coe- sistenza e della collaborazione fra i due campi mondiali dell’imperialismo ha come necessario presupposto l’allineamento su un unico fronte programmatico e – domani forse anche organizzativo – delle mille varianti del riformismo mondiale, da Kruscev a Tito, da Togliatti a Saragat, da Nenni a Gaitskell o a Mollet: insomma, un altro passo avanti nel ciclo ormai trentennale (a dir poco) della conversione alla socialdemocrazia e al riformismo più smaccato di coloro che, nel 1920-21, si accodarono al movimento rivoluzionario della III Internazionale. Hanno ragione tanto Tito quanto Nenni, ad esultare della situazione d’oggi: non essi hanno cambiato, opportunisti e patrioti in finto rosso da sempre: essi hanno lavorato ed atteso che «venisse questo giorno», come ha detto il maresciallo jugoslavo arrivando a Mosca, il giorno – precisiamo noi – in cui anche l’ultima foglia di fico cada dalle statue di quelli che furono i partiti dell’Internazionale Comunista e sarà possibile senza riserve l’abbraccio fra tutti i traditori della rivoluzione proletaria. Stalin fu abbattuto dagli altari perchè, dicemmo, « non aveva bestemmiato abbastanza »: più blandamente, tanto è divenuto innocuo dopo il crollo dell’ex padrone, si liquida Molotov: tutti due lavorarono egregiamente a distruggere il movimento comunista, internazionalista e rivoluzionario; è ora tempo di passarli tra i ferrivecchi, insieme col linguaggio vagamente legato ai tempi d’oro che ogni tanto – sempre più raramente e sempre più in contraddizione coi fatti – si degnavano di usare. E, aperta la via dal riformismo, passeranno trionfalmente i magnati degli affari.
Sotto questo aspetto, la visita di Togliatti a Belgrado è davvero la « posa della prima pietra » del postribolo riformista internazionale. Era un fascista, il maresciallo Tito, fino a pochi giorni fa: ora Togliatti si scomoda per andare ad imparare a Belgrado « quello che fanno i compagni jugoslavi per l’edificazione del socialismo ». Già, già: per quanto possa sembrare stupefacente agli operai che erano stati abituati a proclamare il contrario (e guai a chi fiatava) in Jugoslavia si edifica il socialismo. E come? Ce lo dice Togliatti nell’intervista gentilmente concessa al suo ritorno (Unità del 3 giugno): nazionalizzazione dell’industria e del commercio (su quest’ultimo punto il Migliore è, come vedrete più sotto, contraddittorio); artigianato « protetto e favorito dallo Stato »; nelle campagne, proprietà della terra non oltre il limite di dieci ettari (che peraltro è discreto, che ne dite, piccoli proprietari italiani?), entro il quale « vi è libera compra e vendita ed eredità del suolo »; cooperative agricole; ancora nelle industrie, gestione aziendale affidata agli operai e con « pianificazione propria »; sul mercato, « la legge del valore continua ad operare … in modo diretto » e l’autonomia aziendale garantisce … dalla burocratizzazione. Che volete di più? Un programma simile lo firmerebbero a due mani Gaitskell o Saragat, Mollet o Nenni; per Togliatti invece, è « l’edificazione politica ed economica del socialismo » in edizione jugoslava da studiare attentamente e, se occorre, da imparare a memoria. Che diamine: « La marcia verso il socialismo richiede… spirito di iniziativa e originalità nella ricerca di forme nuove e nella elaborazione di nuove esperienze », quell’iniziativa ed originalità nel trasformare in programma socialista un programma apertamente borghese, che già ebbero prima di Togliatti Kautsky e Macdonald, Turati e Longuet e che il Palmiro-nazionale ha ereditato con la sola aggiunta in proprio di una più colossale sfacciataggine.
Dopo di che, esistono le condizioni di un fraterno abbraccio fra tutti i grandi liquidatori del movimento rivoluzionario proletario, e non ci saranno nemmeno più, a guastare la festa, i soprassalti sonnambolici di un Molotov. Andate e rimanete a nozze, o gaglioffi! Sarà un contributo (certo involontario per voi, ed è questo che ci fa temere in un successivo divorzio per gettar fumo negli occhi della veneratissima « base ») alla chiarificazione nei rapporti fra le classi. Sarete, non solo di fatto come oggi ma ufficialmente e di diritto, tutti dall’altra sponda: e i proletari vi vedranno chiaramente fuori e contro la loro strada. E vi metteranno, come da tempo meritereste, nello stesso fascio.
Il Motore comincia ad ansimare?
La grande leggenda, comoda ai borghesi di tutte le cotte, sfornata nel dopoguerra con gli occhi rivolti alla vinta Germania, è stata quella del « mago Erhard », del ministro che, applicando i principi classici dell’economia di mercato e della libera concorrenza, avrebbe, come per un colpo di bacchetta ridato ossigeno ai polmoni dell’economia tedesca e, quindi, sarebbe il vero padre dell’attuale prosperità della Germania di Bonn. In realtà, il « mago » non avrebbe mai ottenuto l’effetto di resuscitare il morto se questo fosse stato veramente tale, se la guerra degli alleati non avesse lasciato intatti i gangli vitali della produzione germanica, se il mercato interno non avesse avuto fame di tutto, se nel dopoguerra il Paese vinto non fosse diventato il cocco dei vincitori, terra d’investimenti produttivi, di occupazione anch’essa produttiva, e di esperienze economiche ad alto rendimento. Il «mago» non è stato nè un uomo, nè un gruppo di uomini: è stata la particolare condizione della Germania Ovest nel mondo del secondo dopoguerra mondiale, ancora irta di poderose attrezzature e corteggiatissima dagli occupanti non solo per ragioni strategiche, ma per validissime ragioni di calcolo economico. Di qui è venuto l’ossigeno; perciò anche è stato possibile ricostruire – con riserve – un’« economia di mercato », cioè, detto in parole povere, un’economia in cui i grandi capitalisti poterono fare nel modo più tranquillo i loro affari, mentre a tener calmi i proletari pensavano insieme partiti opportunisti e forze militari di occupazione.
Ora, mago o no, il cuore dell’economia tedesca comincia a battere ansimando. Perchè? Forse che il mago ha esaurito il repertorio? No, forze oggettive ed impersonali, come quelle che avevano provocato la vertiginosa ricostruzione, ora ne mettono in forse il regolare funzionamento: dopo la cuccagna di un mercato avido di prodotti e di capitali, di un’accumulazione indisturbata, di una vendita a getto continuo, ecco che i canali s’intasano; il ritmo degli investimenti è eccessivo; l’inflazione minaccia: i mercati esteri cominciano ad essere ingombri; il corpo soffre del suo eccesso di salute, della sua pletora di sangue. Di fronte a questa situazione, il mago trae dalla manica il vecchio espediente del rialzo del tasso di sconto, un espediente che non ha mai salvato nessun paese dalla crisi: e perfino Adenauer si è lasciato prendere dal nervosismo e, nel giro di 24 ore, ha sconfessato e riconfessato i suoi ministri economici. Sarà, direte, una tempesta passeggera: ammettiamolo, ma le crisi cominciano sempre così, con passeggeri temporali, e, una volta cominciata, la reazione a catena non si arresta che al suo lontano traguardo.
A noi la « crisetta » serve solo di conferma della tesi marxista che non sono uomini più o meno dotati di magiche proprietà a dominare il meccanismo dell’economia capitalistica; che, al contrario, ne sono essi i dominati, gli strumenti o le vittime.
The geography of super-opportunism: Lincoln’s would-be heirs
The American Communist Party (CPUSA) is back in the headlines. On March 27, party offices throughout the Union, as well as the printing plant and editorial offices of its organ, the *Daily Worker*, were occupied and shut down by the police. The government—and the Department of the Treasury on its behalf—justified the draconian measures by citing the extreme state of arrears in which the affected parties allegedly found themselves. According to federal authorities, the party allegedly failed to pay taxes totaling $389,265, while the *Daily Worker* reportedly failed to remit a total of $40,000 between 1951 and 1953.
Commenting on the incident, *l’Unità* accused the American government of resorting to obvious pretexts. For us, the question of whether or not the taxation of a political party is contemplated by the American Constitution is of little interest. It remains proven, however, that the American government acted in accordance with bourgeois principles, under which parliamentary democracy—as Lenin wrote—boils down, in essence, to democracy for the rich. But are the leaders of the American Communist Party consistent with the theoretical and programmatic principles of Marxism, by which they claim to be guided?
We have before us the press report of the speeches delivered on January 20, 1956, at a rally in New York’s Carnegie Hall by Eugene Dennis, General Secretary of the American Communist Party, and John Gates, a member of the Party’s National Committee and editor-in-chief of the *Daily Worker*. The rally, held to mark the 32nd anniversary of the *Daily Worker*, took on particular significance, not least because it was the first time the two leaders had appeared in public following a four-year stint in the country’s prisons. Before an audience of 3,500 citizens (in the USA, Moscow-aligned communists are “few but good”), they made statements of principle to which *L’Unità* (February 2, 1956) attributed programmatic significance, given that it headlined its report: “The program of American communists outlined by Dennis at Carnegie Hall.” It was not, therefore, a matter of hasty statements, but rather an orderly exposition of the principles guiding the actions of the American Communist Party. While there is a great deal of clamor regarding the “new paths to socialism” that the 20th Congress of the CPSU pointed out from Moscow to foreign parties, it will be interesting to see what the “American path” outlined in the Dennis and Gates party program looks like.
The least that can be said of these people’s statements is that even the lowliest reformist socialist would have felt dishonored to endorse them forty years ago; one can only observe that the four years spent in prison failed to cure the American “Communist” leaders of the lethal maladies of patriotism and constitutionalism. The “different path” is the same everywhere, as can be seen.
Dennis’s speech—at least in *L’Unità*’s summary account—struck us as far less interesting from a critical standpoint than Gates’s speech. However, we found enough in it to demonstrate that the American Communist Party is utterly devoid of Marxism and revolutionary class consciousness. But in seeking to prove to the “McCarthyite censors” the falsity of the accusations of “un-American activities” leveled against U.S. Communists, they go decidedly too far. Faced with the need to shake off accusations of serving a foreign power, they cast aside any stance rooted in proletarian internationalism. We read in Dennis’s speech: “When and how this change (the transition to socialism) will come about depends on the majority of the American people. We communists believe that, ultimately, some form of workers’ and peasants’ government—one that answers to the popular will—will be able to effect the transition from capitalism to socialism. By the same token, we are certain that this will be a truly American government; it will be led by an American president and will operate through an American Congress that will be—for the first time in our country’s history—truly formed by the people, with the people, and for the people. And, as Americans and as Communists, we advocate and desire that this democracy be achieved through constitutional and democratic means.”
Talk about pithy expressions! In about twenty lines, the General Secretary of the Communist Party of the United States demolished the principal theoretical and programmatic positions of Marxist communism.
1) he discarded revolutionary internationalism. The government of American “workers and peasants,” he said, will be a national American government. Here we are, brought back to the utter nonsense of “national communism”—which, in this specific case, bears the “Made in the USA” label. 2) It reduced the dictatorship of the proletariat to mush by asserting that the “American workers’ and farmers’ government” will act through an American Congress—that is, it will not rule dictatorially. 3) It has shelved the idea of revolution and the violent seizure of power. Indeed, it has declared that American communists intend to come to power using “constitutional and democratic means.”
Another passage from Dennis’s speech—one that proved very useful to us for polemical purposes—is the part where the author speaks, with a distinctly American mindset, of the “marketplace of ideas.” We did not know that a stock exchange of ideas existed, but we must take the word of the General Secretary of the American Communist Party: “We American Communists welcome every opportunity to submit our views and our policies to public debate and to the test of the marketplace of ideas.” Praise be to the Almighty Dollar! Now we understand why the leaders of the American Communist Party refuse to pay taxes. They sold the entire Marxist doctrine and program on the marketplace of ideas, asking in return for tax exemption—that is, the privilege of existing as a party. And so it is true that the Eisenhower administration is not abiding by… constitutional agreements. Dennis, formerly a woodworker and carpenter (see the cited *l’Unità*), also spoke about other topics, such as peaceful coexistence, the need for trade union unity, and so on. We refrain from commenting, to avoid causing any woodworker or carpenter among our four readers to blush with shame at the irredeemable reactionary regression of a former fellow tradesman—who now heads the Communist Party in the USA. Once the annoying obstacles hindering American “communists” in their work had been cleared away—specifically the accusations leveled by “McCarthyites” that they were proponents of proletarian internationalism, the dictatorship of the proletariat, and revolution (a task admirably performed by Dennis)—it fell to the eloquent John Gates, editor-in-chief of the *Daily Worker*, to present a detailed exposition of the American Communist Party’s program. It must be acknowledged that John Gates is an unrivaled businessman—perhaps the most gifted of all his colleagues operating in the “marketplace of ideas.” He devoted the greater part of his speech—reports *L’Unità*—”to the question of the relationship between the struggle for democracy and the struggle for progress in the Southern states,” and it cannot be said that he lacked… mercantile skill.
Northerners running late
We believe—perhaps because we do not frequent the “marketplace of ideas” and thus remain wedded to a fossilized Marxism that finds no buyers—that the only barrier preventing the dawn of a new historical era in the United States (which can be nothing other than socialism) is the dictatorship of the capitalist class. No social or political force other than the urban and rural proletariat organized into a revolutionary political party can prevail against it. Only the proletarian revolution and the dictatorship of the proletariat can make the United States “progress.” The leaders of the American Communist Party, on the other hand, speak of “progress,” yet they are far from meaning—by this pseudo-democratic term—the transfer of power into the hands of the proletariat. They are men well-versed in the affairs of high-level politics. They are not so stupid as to commit the bestial foolishness of “isolating themselves” and losing contact with the large electorate, the one that will have to elect an “American workers and peasants government”, based on an “American Congress”, founded on the “American Constitution”. Class-based politics is now the very “path” that must be taken by those who do not need the votes so greedily coveted by the American Communist Party. And how can one hope to garner support across all social classes, if not by presenting an electoral program acceptable to all of them?
It is precisely such considerations, which those who are not electoral strategists find abhorrent, that compel the leaders of the American Communist Party to fall back on issues that command the assent of the compliant flock comprising the intelligentsia, the petty bourgeoisie, and—why not?—on the part of the political establishment privileged enough to sit in Congress: the struggle for the “implementation of democracy in the South,” the abolition of school segregation, the restoration of voting rights to Black people deprived of them by racists, and, above all, the defense of the Constitution threatened by the “Dixiecrat conspiracy.” And here we are! What, then, is this “Dixiecrat conspiracy” (so named after the Mason-Dixon line, which marks the northern boundary of the Southern United States)—a threat whose machinations the American Communist Party is calling upon all American social classes to confront? Here is what John Gates—the party’s number two and the head of the *Daily Worker*—had to say on the matter:
“We American Communists declare ourselves ready to defend the government of the United States—whether formed by the Eisenhower administration or any other administration—in every way necessary to protect the country and strengthen the Constitution against the Dixiecrat conspiracy. “ and if words have any meaning, the call issued by the American Communist Party—which claims to represent the interests of the American proletariat—to the U.S. government, which undoubtedly represents the interests of the capitalist bourgeoisie and social conservatism, to create a “great common struggle ” and a sort of “sacred union” of the classes against the “Dixiecrat conspiracy,” demonstrates that the American Communist Party believes this political power is founded on social positions even more reactionary than those held by the bourgeoisie. This means that, in the thinking of leaders like Dennis and Gates, “Dixiecracy” rests socially upon a mode of production that is inferior and backward compared to capitalism itself. This means that, in the thinking of leaders like Dennis and Gates, “Dixiecracy” rests socially upon a mode of production that is inferior and backward compared to capitalism itself. Indeed, why would one ask the Eisenhower administration—and thus American capital—to intervene against this American version of Togliatti’s “lurking reaction,” if one did not believe in a class conflict between it and the capitalist bourgeoisie? The leaders of the American Communist Party therefore believe that a class contradiction may exist between the capitalist magnates and the “Dixiecrats.” But who are these “Dixiecrats”? Are they, perhaps, the representatives of an American “Tsarism”—of a surviving feudal society thriving in a reactionary manner within the “dollar zone”? Or are they actually representatives of pre-Columbian civilizations—”nostalgics” for Sitting Bull who dream of a Native American uprising against the hated “Pale Faces”? Disabuse yourselves of that notion.
Dixiecrats are nothing more than agrarian Southern Democrats—that is, Democratic Party representatives elected with the votes of racists from the “Solid South”.
John Gates spoke plainly to his 3,500 rally attendees (not even one-hundredth of the number of people at certain rallies held by his colleague, the honorable Ingrao, editor of *L’Unità*). He highlighted the fact that Congress is dominated by a coalition of Southern Democrats—the Dixiecrats—and reactionary Republicans. This obstacle blocks the path to any “progressive innovation,” such that—regardless of which party wins the presidential election—it will be unable to prevent this reactionary alliance from blocking any progressive legislation. According to John Gates—speaking on behalf of the American Communist Party—the American nation cannot “move forward” as long as the “Dixiecrat conspiracy” remains in the South, blocking the path of democracy advancing from the North. He stated at Carnegie Hall: “Just as our country discovered a hundred years ago that it could make no further progress until it abolished slavery, today the nation cannot move forward—cannot establish a solid foundation for the expansion of democracy and the elimination of poverty—until democracy is realized in the South.”
Who would dare call John Gates, editor-in-chief of the *Daily Worker*, a Marxist? Only idiots like Senator McCarthy could fail to see what these American “communists” really are.
The membership of the American Communist Party—at least as far as the leadership is concerned—consists of petty-bourgeois intellectuals who do not look to the revolutionary traditions of the American proletariat, and would be horrified to do so. They are the anachronistic and ridiculous perpetuators of the liberal ideologies linked to the struggle between the industrial states of the North and the agrarian, slave-holding states of the South—a conflict that reached its bloody conclusion a century ago in the Civil War. They are sailing in the purest (and today reactionary) Lincolnism when they vociferously preach the holy crusade for the “expansion of democracy” in the South.
For John Gates—a “Northerner” partisan out of step by a century—the supreme task of the American proletariat (or rather, of the cross-class alliance between the proletariat and the “democratic” bourgeoisie) is not the proletarian revolution against the Washington state and the capitalist, imperialist class it represents, but the “democratization” of the South. Are you capable of swallowing another passage of his speech? Here it is: “The urgent need of our time is the creation of a strong anti-Dixiecrat movement—a popular anti-monopoly alliance whose primary task is the destruction of Dixiecrat power in the South through the establishment of political democracy, voting rights, and the freedom to organize.This will undermine the very foundations of monopoly power throughout the country and, with the force of a waterfall, pave the way for economic, political, and social progress.”
The sentence is constructed in such a way as to prompt the listeners to applaud. We are certain that Gates did not lack applause. It was fortunate for him that no Marxist workers were within earshot; otherwise, a whole wagonload of corncobs and rotten tomatoes—the only small change Marxists use when visiting the “marketplace of ideas”—would not have sufficed to bury him under a barrage of scorn. They call on the federal government to strangle the hated “Southerners,” and in exchange they sacrifice… the proletarian revolution. You have just read it: following such a momentous upheaval, “economic, political, and social progress” would erupt of its own accord—spontaneously and without further shocks—”with the force of a waterfall.”
But would the “economic progress,” etc, etc, that would follow the overthrow of “Dixiecrat power” in the South be compatible with the domination of the capitalist class? Given that the American Communist Party—through Dennis—speaks of a “transition to socialism,” it would seem not. In fact, John Gates categorically asserts that political democracy—or the special version of it that will take over (“with the force of a tidal wave,” do not forget!) upon the fall of the Dixiecrat Bastille—will have the certain effect of “undermining the power of monopoly throughout the entire country.” In other words, the victory over “Dixiecracy” will mark the end—or rather the beginning of the end, speaking in gradualist terms—of capitalism. Nevertheless, the leaders of the U.S. Communist Party—as we have seen—appeal to the federal government, promising it unconditional support should it take the lead in the crusade against the backward South. Yet, if it were true that ousting the anti-democratic “reactionaries” from the Southern states would usher in the historical phase of the “transition to socialism,” would it not be—to say the least—naive to expect the Washington government to agree to undertake such an enterprise? Eugene Dennis and John Gates want something simple and clear: for the American government itself to set in motion the mechanism of the “transition to socialism” by taking on the “Dixiecracy.” We would really like to live long enough to see a bourgeoisie acting as the “starter” for the race towards socialism!
The struggle against “Dixiecracy” is not viewed by the leaders of the U.S. Communist Party as the exclusive task of proletarian power, but rather as a constitutional measure to be undertaken by the federal government, regardless of the administration’s political complexion. It is worth the effort to restate what John Gates said: “We American Communists declare ourselves ready to defend the United States government—whether formed by the Eisenhower administration or any other administration—in whatever way proves necessary to protect the country and strengthen the Constitution against the Dixiecrat conspiracy.”
As can be seen, in the doctrinal conception of the “communists” à la Gates, the error lies not in the logical consequences, but in the premise from which they are drawn. The united front between the proletariat and the bourgeoisie—represented by the Washington government—becomes perfectly logical if one accepts the absurd, defeatist, and fanciful ideological postulate that the US ruling class (which holds sway over both the North and the South of the Union) can split into two hostile camps: “Dixiecracy” and “anti-Dixiecracy.” Yet for those of us—subjects of the Italian Republic—accustomed to hearing talk of an “opening to the Left,” the counter-revolutionary lies and inanities of the “American communists” come as neither an exception nor a rarity. The farcical “opening of the Left,” advocated by Nenni and Togliatti, rests precisely on the utterly false premise that the struggle to overthrow bourgeois power is contingent upon destroying that sort of Italian “Dixiecratic conspiracy” which *L’Unità* and *Avanti!* denounce on a daily basis. Our own homegrown John Gateses also preach that any attempt at “progress” is doomed to failure so long as democracy remains paralyzed—or so they claim—by the “feudal reaction” entrenched in the South and the islands. Armed with such powerful doctrinal frameworks, they sell well-known agrarian reform programs in the “marketplace of ideas”—programs whose implementation is expected to lead to the comprehensive “democratization” of the nation, serving as the starting point for any further progress. And like the John Gateses across the Atlantic, our own “communists” assume that this task must be carried out by a bourgeois-proletarian coalition—that is, by a parliamentary and ministerial alliance between Catholics and “Marxists.” Why, then, should we be surprised by the positions of the Communist Party of the United States?
The “Dixiecracy” against which American “communists” rail is, for counter-revolutionary purposes, equivalent to the alleged feudalism that our own homegrown social-communists discover in Italy’s “depressed areas.” Just as leaders like Dennis and Gates trumpet a second Civil War—one that would once again see the “reactionary South” submit to the advanced industrial North—so too do the leaders of the PCI and PSI prattle ignominiously about a “second Risorgimento,” dreaming of bringing the “feudal-like” Mezzogiorno up to the industrial level of the North—a goal so dear to Gramsci. Clearly, any “Dixiecracy”—with or without racism—is indispensable to the political existence of the Moscow-aligned parties. Where it does not exist, they invent it for their own use and benefit. And if not, how would they ply their trade as filthy counter-revolutionaries? What other false target could they fabricate to divert the revolutionary fervor of the masses and justify their dealings with bourgeois parties and governments? *L’Unità* reports that on April 4, the US government lifted the seizure of the assets and premises of the CPUSA and the *Daily Worker*. The revocation took place following the posting of security deposits by the CPUSA and the *Daily Worker*. Thus, by paying a substantial sum of dollars, American “communists” were readmitted to the “marketplace of ideas.” We would have been truly surprised if things had turned out differently. Indeed, what does the American bourgeoisie have to fear from a party led by the Dennises and the Gateses? Only a McCarthy could fail to see that they are the sorry epigones of Lincoln.
Il riformismo, cane poliziotto
Veramente, sarebbe difficile trovare una dimostrazione più schiacciante della funzione non solo conservatrice ma addirittura poliziesca del riformismo, di quella offerta dal socialismo francese. Esso è al governo, e mai come sotto questo governo le operazioni militari in Africa del Nord hanno assunto un così aperto, organizzato, conseguente carattere di guerra e di repressione. Non solo, ma è sotto un governo socialista che, nelle sue periodiche magnifiche fiammate di spirito battagliero, il proletariato scende in lotta contro l’invio di sempre nuove truppe in Algeria, e fraternizza coi compagni di casacca militare, e appoggia con scioperi e manifestazioni di piazza e di strada gli imponenti episodi di rifiuto dei soldati alla partenza.
Il socialismo francese è oggi – né poteva non esserlo – in aperta lotta sia contro i soldati che non vogliono massacrarsi per l’Impero e per la « gloire de la France », sia contro i proletari che non vogliono lasciar partire i fratelli. E’ un nuovo capitolo nel libro nero della socialdemocrazia internazionale. Mollet era chiamato « un duro »: duro non era certo come socialista; lo è come poliziotto a guardia dello Stato borghese di Francia; duro è come il suo compagno tedesco Scheidemann del 1918-19.
I « comunisti » krusceviani che ora cercano di riguadagnare il contatto con le masse intervenendo nelle manifestazioni di Saint-Nazaire, sono forse migliori dei riformisti della SFIO? Sarà bene ricordare che il famoso articolo 5 della legge che conferisce al governo poteri speciali in tutta l’Algeria – articolo che autorizza il governo a prendere ogni misura eccezionale in vista del ristabilimento dell’ordine, e a decretare lo stato d’assedio con tutte le conseguenze che ne derivano: e che Mollet sta eseguendo in perfetta coerenza – è stato votato dai due partiti « operai », socialista e cosiddetto comunista, in pieno accordo con tutti i partiti dello schieramento borghese (con la sola eccezione dei poujadisti, ma questi si sono astenuti solo per interessi di bottega): se i socialisti lo applicano, i « comunisti » krusceviani li hanno solennemente autorizzati a farlo.
Il marchio d’infamia cada su entrambi, e resti indelebile nella memoria degli operai rivoluzionari. Viva gli operai di Saint-Nazaire, scesi in 5000 nelle strade per protesta contro le partenze di soldati; abbasso i bottegai di palazzo Borbone!
Un socialismo da prelati
« Lei ritiene possibile la coesistenza tra il sistema socialista e la Chiesa cattolica? », ha chiesto al vescovo Maurizio Picha il corrispondente dell’Unità (24-5) a Praga: « Sì – risponde il vescovo -, praticamente ed anche teoricamente ».
Cosi, siamo bell’e a posto: avremo il paradiso in terra e il paradiso assicurato in cielo. Invero, monsignor Picha non ha ragione di lamentarsi del regime « socialista » cecoslovacco: « Abbiamo piena libertà di disporre e di effettuare i diritti della Chiesa … la nostra libertà si svolge nel migliore dei modi … i funzionari del Dipartimento degli affari religiosi sono miei buoni amici, coi quali si collabora amichevolmente e lealmente »; inoltre, « occorre saper distinguere fra teoria e prassi » (come direbbero anche gli opportunisti di tutte le sfumature, da Pietro Nenni a Giuseppe Saragat e a Palmiro Togliatti: la teoria in soffitta, la pratica piantata saldamente su questa pingue terra). Nè la soddisfazione si ferma qui, o alla constatazione che i pellegrinaggi si svolgono in piena e assoluta libertà ed in perfetto ordine. Infatti interrogato sui suoi emolumenti, il prelato precisa: « Ecco: ho ricevuto ora per posta una parte del mio stipendio. Sono 1.600 corone del distretto e 2.600 dello Stato… Nel 1949, alcuni volevano che i parroci respingessero le 36.000 corone annue (cifra anteriore al cambio della valuta, n. d. r. dell’Unità) fissate per legge dallo Stato e dicevano che i sacerdoti avrebbero potuto vivere con gli aiuti dei fedeli. Che terribile sbaglio…! Vorrei vedere cosa farebbero i miei parroci se dovessero provvedere con gli aiuti dei fedeli all’adempimento delle loro funzioni. In tutta la mia diocesi, su 470 parroci, appena 20 avrebbero potuto vivere coi mezzi procurati dai fedeli ». Invece, con lo stipendio dello Stato « socialista » il prelato non solo vive, ma, quando nel 1948 raccontò il card. Piazza com’erano pagati i sacerdoti, quello rispose: « come, tanto? ». Siamo o no progressisti? Il « socialismo » di lor signori salva tutto, compresi lo Stato e la Chiesa.
Allegri, operai: sulla scia del « comunismo » aggiornato di Togliatti e Kruscev, prospereranno i ben pasciuti prelati che voi, il « vostro » Stato, manterrete!
Il mondo come va
– Alla crisetta tedesca fa riscontro la crisi ormai pluriennale dell’Inghilterra. Per la Germania capitalista, dopo tanti anni di cuccagna ricostruttiva, il punto dolente è l’eccesso di investimenti; per la Inghilterra capitalista in disperata lotta per sopravvivere sui mercati mondiali, è il difetto di investimenti, l’eccesso di consumi. Bisogna riattrezzarsi, automatizzarsi il più possibile, accrescere il capitale costante per rifarsi sulla massa dei prodotti della tendenziale caduta del saggio del profitto, bisogna quindi risparmiare ed investire a spese del capitale variabile. E l’automazione getta sul lastrico proletari che non trovano lavoro, o lo troveranno, ma solo in avvenire, in sedi diverse e in specializzazioni nuove: il pieno impiego va anche esso a farsi benedire. Registriamo questi inciampi, il cui effetto cumulativo sarà, alla lunga, la rinnovata ed auspicata crisi generale e mondiale del sistema.
– Intanto, i capitali tedeschi possono sfogare la loro fame di investimento all’estero. Non è un fatto nuovo, e si è parlato anche di investimenti in Italia. Ora leggiamo in 24 ore del 2-6 che si è costituita una nuova compagnia per gli investimenti in titoli industriali – indovinate un po’ – statunitensi e canadesi, « la prima opportunità offerta ai tedeschi dopo l’inizio della seconda guerra mondiale d’investire in dollari ». I vinti che investono nelle industrie dei vincitori, magari coi soldi ricevuti da questi a compenso della loro preziosa attività di difesa dell’ordine nella esplosiva Europa centrale: uno degli spassi delle « guerre ideologiche ».
– Questo si chiama parlare chiaro. Il presidente dell’IRI, Fascetti, ha detto:
« Le nostre aziende, per la loro struttura giuridica non si differenziano affatto dalle grandi aziende nelle quali la maggioranza azionaria appartiene a gruppi finanziari privati … Ci deve differenziare dalle aziende private soltanto il fatto che, mentre queste tendono al maggior profitto, le aziende dell’I.R.I. devono invece tendere al maggiore successo economico affinché, unitamente alla equa remunerazione del capitale, il lavoro trovi la sua valorizzazione (!) al fine di creare nella sana espansione della nostra attività produttiva una sempre maggiore stabilità ed un più accentuato incremento dell’occupazione.
« Il compito che spetta all’I.R.I … non è facile: ma consapevoli delle nostre responsabilità, siamo certi che riusciremo ad affermare la vitalità delle nostre aziende in competizione con le altre imprese, sul mercato interno e su quello internazionale: e ciò senza invocare privilegi, che l’I.R.I. non ha mai avuto (!) mentre teniamo a ricordare a chi critica con tanta facilità l’I.R.I. che molte delle nostre aziende sono venute al nostro Istituto proprio dal fallimento dell’iniziativa privata ».
Intesi dunque: l’I.R.I. è una grande azienda privatistica alla quale lo Stato dà una mano perché rilevi le imprese fallimentari e assicuri agli azionisti la loro giusta remunerazione (quanto alla « valorizzazione del lavoro », quale industria non afferma di perseguirla?) attraverso il normale gioco « competitivo » dell’economia di mercato.
I nostri lettori ricordino l’articolo uscito in merito sul numero precedente.
– Gli storici del nuovo regime K. e B, hanno fatto una nuova « scoperta »: che cioè, nel febbraio- aprile 1917, prima del ritorno di Lenin in Russia, Stalin « incoraggiò la collaborazione dei comunisti coi rivoluzionari borghesi », cioè col governo provvisorio, e scalzò dalla direzione della « Pravda » Molotov che si era mantenuto fedele alla linea rivoluzionaria leninista. Questa gente « scopre » ogni giorno quello che la Sinistra russa, in particolare Trotzky, e italiana sapevano e proclamarono sempre, prendendosi perciò l’accusa di « traditori fascisti »; quello che Togliatti non ignorava anche se, da leccapiedi-nato, sosteneva il contrario per mantenere il favore dello stalinismo imperante. Ma il bello è questo: gli « storici » della « nuova Russia » scoprono che Stalin propugnava la collaborazione con la borghesia e gliene fanno una colpa; intanto, la collaborazione più sfacciata, anno 1956, coi borghesi – e neppure « borghesi rivoluzionari »! – la praticano i loro nuovi padroni. Togliatti e gli « intellettuali » del PCI si affretteranno insieme a « correggere » quest’errore di storiografia, e a fare su scala centuplicata quello che Stalin proponeva nel 1917. L’arte del funambolismo, della capriola e del servilismo non ha, per costoro, né limiti né freni. O se applicasse la « revisione storiografica » anche alla storia del PC d’Italia?
Emigration = Preservation under hypocritical humanitarian appearances.
Trieste, May
Not on a general scale but in certain economically devastated areas, following the slaughter of the second world war, capitalism resorted to mass emigration, a hypocritical temporary measure intended to pull the wool over the eyes of the increasingly immiserated masses and take pressure off the regime: for example, from Trieste to Australia.
It is obvious that the State, the organ of defence of the ruling class seeks, under a humanitarian guise, to balance the system’s internal contradictions, drawing the unemployed masses from the most stricken areas and moving them to others with more breathing space and greater opportunities for exploitation — the classic case of killing two birds with one stone.
In its bloated development, in which the much-vaunted ‘individual personality’ disappears and is left to be resurrected by opportunists of every stripe, capitalism directs labour-power wherever it can best find relief and continue to reap a return.
But for us, in this dynamic, it is pressing that we underline the nefarious support carried out by the so-called workers’ organisations and so-called economic organisations of all the countries concerned: they are, in fact, the watchdogs of emigration, the lackeys of capitalist conservation.
Say we have a country where unemployment is rampant and a ‘relief valve’ needs to be opened. The authorities of that country will offer up their workers: the trade unions of the country that may eventually take them in thrust themselves forward with the full arsenal of slogans and platforms at the disposal of the parties that direct them — parties whose very foundations are opposed to those of the class party.
Thus, at that very moment the migrant is hired, it is the unions who step in — and it is they who demand — the scrupulous and meticulous presentation of documents mandated by the “humanitarian” host country. With these documents, the newcomer, in the rarest and most favorable case, is admitted only to a practical and theoretical test of his trade.
And since, in the overwhelming majority of cases, the migrant worker cannot pass this test — because, among other things, not knowing the language is a serious obstacle — he is excluded from large companies, especially state-owned ones where the trade unions effectively control hiring, and instead ends up in small firms, given assorted duties beneath his actual qualifications.
The collusion of the local unions with the ruling class is evident.
1) The task of selection, very willingly handed over to them by the state (thereby saving face for its humanitarian magnanimity), has the effect of extracting a higher yield from labour-power and provides a certain guarantee of security against those agitations which, under different circumstances, the unions would not fail either to unleash or to support.
2) The labour of those employed in small firms is subject to regulation and thus to the highest level of exploitation because, as is only natural, the emigrant clings to his first job in the new ‘homeland,’ even if beneath his own trade and therefore more poorly paid. Generally, he knows that if he loses that job he will not find another, for he has already been thrust so far down the socio-economic ladder.
3) This policy automatically sows disunity among the workers — a division so necessary to the class adversary. The work of fraternisation between natives and emigrants, which ought to be the primary task of a proletarian organisation, is replaced by the opposite policy, reinforced by linguistic, juridical, ‘documentary’ privilege, and so on.
Thus, the union of the country of immigration serves as guarddog for the boss, while the State makes itself out as the benevolent father, humane and liberal.
This bitter experience endured firsthand by the emigrant workers must be tallied with all the others for the great day of reckoning — the day when, under the leadership of the class party, the proletariat will cast off every blinder, every haze, every palliative remedy of this vile society and, with a surgical incision into the “democratic” social body, will at last cleanse its festering wounds.
Meanwhile, the so-called ‘free movement of people’ — replacing the old and detested term ‘emigration,’ yet so tellingly close to ‘free circulation of commodities,’ since human labour-power is itself a commodity — serves as a pillar of the regime, behind the mask of the most brazen and hypocritical humanitarianism.
"Aperture a sinistra”
Ce ne freghiamo delle elezioni, ma almeno divertiamoci della grande pagliacciata. Volete qualche esempio di «apertura a sinistra» in Sicilia?
Alcara Li Fusi, lista 2.a formata da PC e monarchici, vittoriosa; Castelmola, lista 1.a formata da socialcomunisti, monarchici e missini, vittoriosa; Monforte S. Giorgio, lista PCI, PSDI, PSI, e PNM, battuta da DC e PLI; Rodi Milici, lista PCI, DC, PNM, MSI, PRI, PSI, battuta da PLI; Tripi, lista PC e PNM in maggioranza.
No comment!
La Russia nella grande rivoluzione e nella società contemporanea (Pt.1)
Ripiegamento e tramonto della rivoluzione bolscevica
La lotta interna nel partito russo
La storia non entra nell’uomo per la testa; non per tale via lo conduce ad agire; sì che il poverino si illuda che è lui a manipolare lei. È per questo che nell’assaporare e digerire le lezioni storiche ogni poverino di noi non può resistere al prurito di cambiare quello che fu l’inesorabile accadimento, e solo dopo ripetute masticazioni e ruminature riesce a trarre il costrutto di quel che è stato, perché così doveva essere.
Gli eventi stritolanti del dramma sociale non sono come alcune produzioni di Pirandello e alcuni films messi in commercio, che hanno il doppio finale, in modo che, nelle file del pubblico, l’isterismo, delle gagarelle e dei gagarelli magari stagionati, può scegliere quello che lo fa meglio vibrare.
Non ha quindi molto senso il chiedersi «come si sarebbe dovuto fare» ad impedire che Stalin, che lo stalinismo, avessero partita vinta, e il partito che aveva vinto la Rivoluzione di Ottobre, lo Stato che esso aveva fondato, facessero la miserevole fine, che abbiamo dimostrato in tutto il decorso.
L’impressione è più dura oggi che perfino gli apologeti dannati di quella soluzione, che la storia ha archiviato, sono stati costretti a non poter più dire che tutto era andato per il meglio nella migliore possibile rivoluzione, che una costellazione di sbagli, di nefandezze, di infamazioni, di inutili (!?) allucinanti stragi si è concatenata al processo dei fatti.
La riunione ha avuto per tema l’insieme del lavoro e degli studi dedicati dal movimento alle questioni della Rivoluzione e della struttura sociale in Russia.
Se più ragionevolmente ci domandiamo le cause che hanno influito sulla diversa strada che il movimento in quel torno ha preso, possiamo anzitutto ravvisare la principale nella sconfitta del proletariato dei paesi occidentali che, ripetutamente battuto, mostrò chiaramente di non essere in condizione di vincere la lotta per il potere. L’Europa era già da vari anni entrata in una situazione più sfavorevole a tutti i partiti comunisti, e il potere borghese si era ovunque consolidato dopo il difficile periodo del dopoguerra, avendo raccolta l’alternativa fra la dittatura operaia e quella capitalista, avendo impiegato senza esitare i mezzi dì repressione, a cui chiaramente qualunque paese avrebbe ricorso nell’emergenza di evitare un potere comunista, e senza eccezioni.
Nella stasi della rivoluzione all’estero il problema della rivoluzione russa mostrava tutte le difficoltà, per intendere le quali non è necessario affatto modificare menomamente la sicura visione sostenuta da Lenin nelle lunghe tappe che abbiamo descritte. Essa era a cavallo su due forze, di cui una, la proletaria, era ancora menomata quantitativamente dal decomporsi dell’industria dopo la guerra nazionale e civile, l’altra, immane quantitativamente quella contadina, qualitativamente aveva efficienza rivoluzionaria solo in una fase di passaggio, fino a che erano da adempiere postulati non socialisti, propri di una estrema rivoluzione borghese, ma borghese. Sempre si era detto (e abbiamo provato quando è come) che nella fase ulteriore l’alleato sarebbe divenuto necessariamente nemico. Il contadiname interno come alleato non poteva sostituire l’alleato naturale della rivoluzione bolscevica, ossia la classe operaia dell’estero: era un sostituto inferiore, ed efficiente solo in un termine che consentisse di riprendere respiro, per ridare prevalenza di massa ai proletari autentici.
Il grande scontro del 1926
Era chiaro che per sorreggere l’energia proletaria nelle città occorreva ricostituire l’industria e aumentarla: questo era chiaro da prima della morte di Lenin – che noi non allineiamo affatto tra le «cause» di quel che sopravvenne. In questo tutti erano concordi. Ma nelle campagne si era costretti, in sostanza, se si voleva avere l’aiuto dei contadini nella guerra civile e nell’economia generale, a non procedere nella direzione di una proletarizzazione rurale. Lenin aveva duramente ammesso di aver dovuto sostare sul programma dei socialisti rivoluzionari, battuti dal bolscevismo in dottrina e sui campi di battaglia sociale. Infatti si dovette agire in modo che aumentò il numero dei lavoratori nelle campagne aventi disposizione personale e familiare di terra coltivata, colla disposizione del prodotto. Scaturì da ciò l’enorme potenziale rivoluzionario della spezzata disposizione del prodotto da parte dei signori terrieri, semifeudali e semi-borghesi, e senza questo spostamento di forze non si sarebbe vinta la guerra civile: nessun posto per pentimenti. Come abbiamo mostrato e andiamo mostrando, scarso rimedio è la teorica dichiarazione che la terra era nazionalizzata, proprietà dello Stato operaio, perché non la proprietà giuridica, ma la gestione economica coi suoi taglienti rapporti, provoca i riflessi sociali di attività politica e combattiva.
Né Lenin aveva taciuto mai che, una volta battute le incursioni capitalistiche armi alla mano, per accelerare la ricostruzione industriale, ossigeno di vita rivoluzionaria, occorreva ottenere dall’industria estera macchinari, esperti, tecnici, e alla fine capitali in varie forme, che non si potevano avere senza l’offerta di contropartite (concessioni). Queste non potevano in altro consistere che in forza di lavoro interna, e materie prime interne.
La parte sana e proletaria, la sinistra (qui dobbiamo esprimerci con brevità) del partito russo, fedele alle tradizioni di classe, pose la questione nei più volte citati (e letti in brani suggestivi alla riunione di cui riferiamo) discorsi di Zinoviev, Trotzky, Kamenev (anche questo particolarmente deciso, esplicito e coraggiosissimo, contro le urla di rabbia dell’adunata) innanzi alla sessione di dicembre 1926 dell’Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista.
Con decisive citazioni sull’argomento della rivoluzione internazionale, questi nostri grandi compagni provarono che fino alla vittoria della dittatura operaia in alcuni almeno dei paesi capitalisti sviluppati, la rivoluzione russa non poteva rimanere, più o meno a lungo, che in fase di compiti transitori. E ciò non solo nel senso che andava rigettata la formula di Stalin di «costruzione del socialismo in un solo paese»; anzi, e peggio, in un paese come la Russia. Infatti nel ritardo dell’Europa proletaria non solo non poteva in Russia apparire una società, una forma di produzione socialista, ma anche i rapporti di classe non avrebbero potuto essere quelli di una dittatura proletaria pura, ossia diretta contro ogni classe superstite, borghese e semi-borghese. Compito dello stato proletario e comunista sarebbe stato quello di edificare un capitalismo industriale di Stato, indispensabile anche ai fini della difesa armata del territorio, e di condurre nelle campagne una politica sociale atta ad assicurare alle città i generi di prima necessità e ad evolvere, lottando contro il pericolo di una privata accumulazione capitalista rurale, verso una industria agraria di Stato, che era ancora ai primi albori.
I cinquant’anni di Trotzky
Non per la prima volta insistiamo sulla alta visione rivoluzionaria dello stroncato discorso di Trotzky, il quale mostrò con magnifica chiarezza come lo svolgersi della primordiale economia russa verso forme più moderne avrebbe reso sempre più tremende le influenze economiche e politiche del capitalismo mondiale, e questo avrebbe costituita una minaccia sempre capace di attentare alla vita stessa della Russia rossa, fin che il suo interno proletariato non lo avesse su alcuni fronti battuto.
Insistiamo qui ancora sul fatto già assodato che nei discorsi dì Bucharin e di Stalin (a parte le rifischiature dei vari scagnozzi centristi) nel vantare possibile l’avvento del socialismo integrale in una Russia accerchiata dal mondo borghese, non si escluse affatto, anzi si ritenne sicura, sulla scorta della dottrina di Lenin, una guerra micidiale tra Russia socialista e Occidente borghese, e si stabilì la linea da seguire in una tale guerra, mirando alla rivoluzione mondiale: guerra di classi e di stati, a cui Stalin (mostrammo) ha fatto riferimento in seguito, tanto sulla soglia della seconda guerra imperialista del 1939, quanto nel suo «testamento» del 1953, che il XX Congresso ha con tutto il resto gettato alle ortiche.
Trotzky e gli altri mostrarono senza esitare (vedi in ispecie Kamenev) che la vanteria di montar socialismo non altro era che ritorno del peggiore opportunismo, e che chi avesse levata tale bandiera (Stalin e antistalinisti di oggi) sarebbe in fatto finito nelle braccia del capitalismo imperialista, come fu. Posti davanti alla domanda insidiosa di che cosa «avrebbero fatto» nel caso di una lunga stabilizzazione del capitalismo, risposero che in quella virile e non ipocrita posizione poteva il partito, pure ammettendo di dirigere, col proprio stato politico, una economia ancora capitalista e mercantile, resistere sulla trincea della rivoluzione comunista anche decenni e decenni.
Era a qualche compagno sembrato che un simile termine ultimo fosse stato da Lenin formulato in venti soli anni, e ciò a proposito della nostra accettazione dei cinquanta anni di Trotzky che conducono al 1976, data che noi attribuiamo all’incirca al possibile avvento della prossima grande crisi generale del sistema capitalista nel mondo, ovvero alla terza immane guerra imperialistica. Fu quindi necessario dare le citazioni relative ad un tal punto. Non è grave che il rivoluzionario veda la rivoluzione più prossima di quello che è; la nostra scuola l’ha già tante volte attesa: 1848, 1870, 1919. Visioni deformate l’hanno aspettata nel 1945. Grave è quando il rivoluzionario mette un termine per ottenerne la prova storica: mai l’opportunismo ha avuta altra origine, mai ha altrimenti condotte le sue campagne di sofisticazione, di cui quella del socialismo in Russia è la più velenosa.
Trotzky aveva parlato alla XV conferenza del Partito comunista bolscevico, difendendo la tesi della opposizione. Nella sessione dell’Allargato Stalin risponde al suo discorso di allora. Trotzky era giunto nella sua replica a questo punto quando gli fu spietatamente tolta la parola. Siamo costretti a ritrovare la tesi di Trotzky nelle parole del suo avversario.
La posizione di Stalin
Stalin in quello svolto, come sappiamo, attenuò la tesi economica (prova che questa è stata in partenza un demagogico posticcio) col dire che la sua formola di costruzione del socialismo significava vittoria sulla borghesia, e successiva edificazione delle basi economiche del socialismo. Gli avversari provarono ad usura quanto egli fosse, costretto dalla prova schiacciante che la sua formula non è in Lenin, e nemmeno in Stalin, o altro, prima del 1924, subdolo, e mascherato da (oggi possiamo dire) molotoviano.
Stalin preferì allora, come suo costume, darsi a diffamare il contraddittore con argomenti tanto banali quanto di facile effetto sul pubblico: gli oppositori non solo non credevano al socialismo in Russia ma nemmeno alla rivoluzione non lontana nei paesi capitalistici: essi volevano ammettere uno sviluppo capitalista in Russia, dunque simpatizzavano per il capitalismo estero.
Un Trotzky non poteva rispondergli come un buffone. Da gran dialettico gli disse che avrebbe creduto e lottato per la rivoluzione europea anche in un avvenire vicino, ma che, se questa non si fosse levata o non avesse prevalso, la Russia bolscevica poteva resistere senza falsificare tradizioni, dottrina e programma rivoluzionario anche cinquant’anni.
Fin dalla riunione di Genova noi rilevammo tra le risate dell’uditorio che tra i fieri stigmatizzatori del «pessimismo» di Trotzky verso la rivoluzione fu allora, tra altri farisei, l’Ercoli, che garantì per una rivoluzione vicinissima; laddove Ercoli non è che Togliatti, e laddove già l’anno scorso, ma con più pacchiana piattitudine oggi, dopo sputato anche su Stalin, fece e fa piani storici costituzionali e legalitarii, nel seno della repubblica attuale e in collaborazione con la democrazia nera, con scadenze ultra cinquantennali a partire da oggi; che diciamo? assicura, in unisono alla banda di Mosca, al mondo borghese una illimitata esistenza, nella pacifica ed emulativa coesistenza!
Citiamo allora Trotzky nella bocca di Stalin.
«La sesta quistione concerne il problema delle prospettive della rivoluzione proletaria. Il compagno Trotzky ha detto nel suo discorso alla XV conferenza: Lenin stimava che, dato lo stato arretrato del nostro paese contadino, noi non arriveremo in venti anni a costruire il socialismo, che noi non lo costruiremo neppure in trent’anni. Ammettiamo trenta-cinquanta anni come minimo.
Debbo dire, compagni, che questa prospettiva inventata da Trotzky non ha niente di comune colle prospettive di Lenin sulla rivoluzione nella Unione Sovietica. Alcuni minuti dopo, nel suo discorso, Trotzky si mette egli stesso a combattere questa sua prospettiva. Affare suo».
È evidente che Trotzky non si era contraddetto, ma aveva anzitutto auspicato una rapida rivoluzione estera. Aveva poi aggiunto che il ritardo di questa non vietava al partito di tenere la sua posizione integrale, senza la sciocca alternativa di Stalin: attuiamo subito il massimo programma socialista, o lasciamo il potere tornando alla opposizione, perseguendo una nuova rivoluzione. Trotzky aveva distrutta la insidiosa alternativa colla autorità di Lenin, che, pure avendo sempre e ad ogni istante dichiarato che la trasformazione sociale russa avrebbe potuto procedere rapida dopo la rivoluzione operaia europea, e anche solo germanica, aveva formulata la chiara eventualità della Russia sola, e previsto il tempo che occorreva, decenni e decenni, non a costruire il socialismo, ma a qualche cosa di ancora molto meno, e preliminare!
Non potevamo leggere alla riunione il discorso della XV conferenza, e ci limitammo a dare come prova il passo di Lenin, in quanto è Stalin stesso, che lo cita subito dopo.
I «venti anni» di Lenin
Ecco le parole di Lenin, come sono nello stenogramma del discorso Stalin 2 dicembre 1926, e che non vi è bisogno di riscontrare nel testo di origine, tanto sono eloquenti, e di importanza colossale per dissipare dubbi ed esitazioni di chicchessia. Sono riferite al Vol. IV pag. 374 delle Opere complete in russo: «Dieci, venti anni di buoni rapporti con i contadini e la vittoria è assicurata nel mondo intero (ci permettiamo leggere: davanti o contro il mondo intero), anche con un ritardo delle rivoluzioni proletarie che grandeggiano, altrimenti venti o quarant’anni di tormenti sotto il terrore bianco».
Qui preghiamo Stalin di farsi da parte colla risibile glossa che fa seguire, pur non volendo nemmeno per sogno essere tanto beceri quanto quelli del XX congresso, come prova il fatto che non abbiamo mandato i suoi testi fuori archivio.
Stalin infatti deduce che i venti anni sono un lasso di tempo per fare tutto il socialismo. Oh, que nenni!
Lenin dice questo. Sono necessari i buoni rapporti coi contadini, e molto a lungo. Non osta a questo il fatto palese che quando vi sono contadini, rapporti coi contadini, e peggio rapporti buoni, non vi è né il socialismo, né la sua completa base. Ma intanto è la sola via per resistere, coll’appoggio armato dei contadini, rispettati nei borghesi loro interessi, ai conati del mondo capitalistico accerchiatore e aggressore, non rovesciato ancora dalla rivoluzione occidentale.
Altro non si può fare, e se si avesse scrupolo dottrinale o sentimentale di amplessi col contadiname, destinato (citammo cento passi di Lenin in merito) a futuro compito controrivoluzionario, le nostre forze armate sarebbero battute dalla reazione borghese e zarista, e ci papperemmo i 40 anni di terrore bianco.
Passati venti anni, Lenin ammette che ormai il nemico armato esterno ed interno non sarà più il pericolo n. 1. Allora, dice Stalin, ecco fatto il socialismo! Ma no, disgraziato idolo oggi infranto: allora si passa ad un’altra fase che nemmeno – sempre nella ipotesi del ritardo rivoluzionario occidentale – può dirsi socialismo. Si denunzia ogni buon rapporto coi contadini, si mettono, da compagni nella dittatura, sotto la dittatura, e sulla base della potente industria urbana di Stato si inizia una nuova fase di capitalismo di Stato totale, anche nella campagna. In altre parole anche i contadini aziendali sono espropriati e passano a proletari autentici. Ciò che la notizia dell’Associated Press attribuiva a propositi di oggi del regime sovietico: in teoria è giusto, perché i quarant’anni sono passati: ma quel potere è ormai declassato e borghese, e nemmeno la statizzazione borghese della campagna è più facoltà sua!
La prospettiva di Lenin è come sempre imponente di forza e di coraggio. Si lega all’antica previsione: dittatura democratica del proletariato e dei contadini. Ossia dichiara: se non viene la rivoluzione in Europa noi non vedremo in Russia il socialismo. Non per questo lasceremo il potere, non per questo diremo, con formula tanto sfacciatamente menscevica del 1903 quanto staliniana del 1926 (puramente polemica!): «borghesia, governa pure, e noi passiamo buoni buoni a oppositori»; ma seguiremo la nostra luminosa via: alcuni decenni coi contadini alleati (che, se prima si leva l’alleato operaio estero manderemmo al macero in quarta velocità) e lotta, diretta dal proletariato, contro le rivolte al nuovo Stato, contro gli attacchi dall’estero, e per gettare le basi industriali del futuro socialismo. Indi, dopo questa prima fase transitoria ma senza altre interne rivoluzioni politiche, fase del capitalismo di Stato totale, urbano e rurale. Da questo classico ultimo gradino di Lenin al socialismo non mercantile, (al di là del rebus dello «scambio» tra industria e agricoltura, ridotto alla ovvia collaborazione di due rami industriali, nel piano generale sociale) si salirà un giorno al fianco dei lavoratori vittoriosi di tutta Europa.
E di qui lo sfavillante corollario dì Leone Trotzky: anche dopo cinquant’anni, se occorre, perché nemmeno la metà di un secolo ci vedrà mai, se non travolti colle armi nel pugno, abdicare il potere conquistato da una generazione di martiri proletari – e contadini -, ovvero compiere il passo ancora più vile di ammainare la Bandiera della dittatura e del comunismo!
Come avviene oggi, fitto nella vergogna lo stesso Stalin, con la disonorata offerta di pace al capitalismo universale.
Rivoluzioni che sbrigano compiti arretrati
Nel corso dell’esposizione il relatore volle dare alcuni esempi storici atti a togliere le eventuali ultime incertezze dialettiche circa la logica della soluzione abbracciata: potere proletario, socialista, comunista, che vive e lotta col suo partito e nello Stato rivoluzionario, mentre tutti i compiti economici sono di contenuto inferiore, capitalista, e perfino precapitalista.
Un simile quesito va distinto dall’altro, del tutto naturale nel suo sorgere, cui da non pochi anni abbiamo risposto con esempi di natura storica: Dato che si sostiene che il potere di classe oggi in Russia non è più del proletariato, e nemmeno di una alleanza tra proletariato e contadini poveri, ma è potere borghese e capitalistico (malgrado l’assunta fisica distruzione dei componenti una classe sociale borghese), come non si è assistito ad uno svolto di aperta lotta per il possesso e la conquista del potere, che evidentemente poteva solo compiersi in forme armate? A questo secondo quesito (a parte il notare che la distruzione della opposizione nel seno del partito al potere fu sanguinosissima e di massa, anche se non si manifestò una resistenza collettiva alla repressione) rispondemmo allora anche col metodo storico, citando casi di classi che sono decadute dal potere senza perderlo in una lotta, tra essi quello dei Comuni italiani, primo esempio di dominio della borghesia come classe, che scomparvero senza una lotta generale cedendo il posto a Signorie di tipo feudale e ad una nobiltà terriera venuta dal contado delle città. Per ben altra via doveva poi la classe borghese, dopo secoli, risalire al potere, e stavolta dopo insurrezioni e guerre guerreggiate.
Ora non vogliamo solo provare non contraddittorio alla teoria generale l’accadimento storico in esame, della degenerazione del potere sociale, ma l’altra ipotesi storica costruita in dottrina e non verificatasi per le ripetute condizioni; cioè la persistenza di un potere di classe, che per lunga fase non attui le forme sociali sue caratteristiche, e sia costretto dalla determinazione storica ad attuare forme diverse, e storicamente anteriori, più arretrate, e compiere quella che vorremmo definire un’onda di rigurgito delle rivoluzioni. Poiché non è conforme alla nostra difesa della validità di una dottrina della storia sorta col marxismo materialista l’ammettere un decorso eccezionale per un paese singolo, la Russia; o per una storica fase singola, come la distruzione del sistema zarista all’inizio del secolo in corso.
Ed assumiamo che altre classi, diverse dal proletariato, e in altri paesi che non la Russia, hanno dovuto attendere ad analoghi compiti, loro imposti dal procedere delle cause economiche e sociali e dallo svolgersi dei rapporti di produzione. Ci siamo pertanto riferiti agli Stati Uniti d’America ed alla guerra civile del 1866.
Rivoluzione Americana antischiavista
Sotto altri riflessi abbiamo avuto a parlare della rivoluzione nazionale americana della fine del secolo XVIII. Marx poneva un parallelo tra questa guerra di indipendenza che chiamò segnale della rivoluzione francese-europea a cavallo dei due secoli, e la guerra di secessione tra Stati del Nord e del Sud, da cui attendeva altro segnale ad un movimento sociale proletario dell’Europa, che con le guerre nazionali di quegli anni 1866-71 non si scatenò.
La guerra di liberazione dagli inglesi dei coloni della Nuova Inghilterra fu una guerra di indipendenza, ma non si può nemmeno dire propriamente una guerra-rivoluzione nazionale come quelle europee di Italia, Germania, ecc. Mancava l’elemento di razza poiché i coloni erano di nazionalità mista, e prevalentemente identica a quella dello Stato metropolitano, e soprattutto fattori economici e commerciali li sollevarono all’emancipazione politica.
Tanto meno una tale guerra può dirsi una rivoluzione borghese, in quanto in America il capitalismo non sorgeva da locali forme feudali o dinastiche, non eranvi aristocrazia e vero clero, e d’altra parte l’Inghilterra contro cui si insorse era compiutamente borghese dal XVI-XVII secolo e aveva abbattuto il feudalismo radicalmente da allora.
La teoria della lotta tra le classi, e quella della serie storica dei modi di produzione percorsa analogamente da tutte le società umane, non vanno mai intese come banali e formali simmetrie e la loro applicazione non può farsi senza un engelsiano allenamento al maneggio della dialettica. Sempre a proposito dell’indipendenza nordamericana la scuola marxista notò ripetutamente come la Francia ancora feudale di prima del 1789 simpatizzò in forme positive con gli insorti, contro la capitalista Inghilterra; la quale doveva poi ripagarsi nelle coalizioni antirivoluzionarie, e infine vincendo a Waterloo con la Santa Alleanza feudale.
Nell’esempio della guerra civile del 1866 non sono in gioco fattori di libertà nazionale e nemmeno in fondo un fattore razziale. Gli Stati del Nord combattevano per abolire la schiavitù dei negri diffusa e difesa nel Sud, ma non si trattò di una ribellione dei negri, che di massima combatterono nelle formazioni sudiste a fianco dei loro padroni. Non si trattò di una rivoluzione di schiavi per abolire il modo schiavista di produzione, a cui succedessero la forma aristocratica e il servaggio nelle campagne, il libero artigianato nelle città. Nulla di paragonabile al grande trapasso storico tra questi due modi di produzione, che si ebbe alla caduta dell’Impero Romano e con l’avvento del cristianesimo e le invasioni barbariche, tutti fattori conducenti all’abolizione, nel diritto, della proprietà sulla persona umana.
In America la borghesia industriale del Nord condusse una guerra sociale e rivoluzionaria non per conquistare il potere a danno dell’aristocrazia feudale, che non era in America mai esistita, ma per provvedere ad un trapasso nelle forme di produzione assai ritardato rispetto a quello con cui storicamente nasce la società borghese: la sostituzione della produzione a mezzo di manodopera schiava con quella a mezzo di salariati, o di artigiani e contadini liberi, mentre le borghesie europee avevano dovuto lottare solo per eliminare la forma del servaggio della gleba, molto più moderna e meno arretrata della schiavitù.
Ciò prova che una classe non è «predestinata» ad un solo compito di trapasso tra forme sociali. La borghesia americana non dovette dedicarsi ad abolire i privilegi feudali ed il servaggio, ma tornare indietro e liberare la società dallo schiavismo.
Parallelo dialettico
Vi è in questo esempio l’analogia col compito della classe proletaria russa, che non fu il passaggio dalla forma capitalista a quella socialista, ma il precedente rigurgito storico del salto dal dispotismo feudale al capitalismo mercantile; senza che ciò menomamente urti la dottrina della lotta di classe tra salariati e capitalisti, e della successione della forma socialista a quella capitalista, ad opera della classe salariata moderna.
I terrieri del Sud furono battuti nella rivoluzione 1866 dalla borghesia industriale, sebbene più indietro nella storia dei nobili feudali in quanto padroni di schiavi, e sebbene più avanti di essi in quanto già esisteva una trama sociale mercantile. La borghesia nordista non esitò ad assumersi un compito rigurgitato, ed assolto altrove da ben altre classi; dai cavalieri feudali e germanici, o dagli apostoli di Giudea: liberare gli schiavi.
Può obiettarsi che tale lavoro di pulizia storica non lasciò al capitalismo del Nord altri compiti di rivoluzione. Ma se il Sud avesse vinto nella guerra civile, come ve ne fu una certa probabilità, da una parte il compito sarebbe rimasto per l’avvenire, dall’altra ben diverso sarebbe stato il prorompere del capitalismo d’America lanciato al primo posto nel mondo.
In Russia il compito di distruggere l’ultimo feudalesimo non era poco per una classe operaia vittoriosa tra così terribili prove, mentre era certamente troppo quello che Stalin finse si volesse da lei, cioè l’abbattimento del capitalismo di tutti i paesi. Questo doveva rimanere, rimase, e rimane il compito proprio della classe operaia nei grandi stati industriali più avanzati del mondo.
Perché non si fece ricorso alle armi?
Questa domanda ebbe a porsela Trotzky, il quale aveva con altri valorosi bolscevichi, fino alla morte di Lenin e dopo, le forze armate a sua dipendenza. Né egli né altri della corrente con lui solidale allora e dopo ricorsero alla forza, né pensarono di scatenarla colle formazioni di Stato o di organizzarne di nuove. La polizia ufficiale, e il pieno controllo dell’esercito, permisero alla corrente che aveva prevalso nel partito di battere i suoi avversari ed operarne in seguito il vero sterminio, in quanto i passati ai plotoni di esecuzione furono ben lungi dal limitarsi ai soli notissimi processati, ma giunsero a migliaia e diecine di migliaia di lavoratori e di bolscevichi, vecchi e giovani.
Le armi dunque decisero, ma questa volta ebbero le bocche in una direzione sola. Stalin disse, e doveva dire, che era una direzione di classe: ma oggi, 1956, ai suoi sodali di allora viene meno la tentata prova che i battuti militavano per la borghesia straniera. Grandeggia oggi la prova di Kamenev, potente oratore, che la destra opportunista erano i vincitori, e che la sanguinosa battaglia fu vinta dallo stalinismo, dalla parte «solorussista», oggi più che mai avvinta a quelle origini, in servizio del capitalismo internazionale.
Stalin giocò molto, collo sventurato Bucharin, nel sostenere che la opposizione mancava di una linea decisa ed era un informe blocco di sabotatori. Bucharin pagò l’errore, non con pentimenti da imbecille o da pusillo, ma passando poi in quel che non era blocco, ma era il solo partito della rivoluzione, per aggiungere la fiera testa a quelle cadute; e fu quegli che non la piegò di un centimetro nelle più feroci inquisizioni.
Ma in effetti la linea delle opposizioni russe non era continua. Al tempo di Lenin, di Kollontai, della pace di Brest Litowsk (sempre Bucharin!), della resistenza alla NEP di Lenin dipinta come debolezza verso i contadini, della rivolta oscura di Kronstadt, coi motivi di opposizione ai primi atti di governo del partito bolscevico sì unirono, tra generose ingenuità, errori gravi, anarcoidi, sindacalisti e laburisti; avversioni ai cardinali principii: dittatura, centralismo, rapporto tra classe e partito.
Nella prima opposizione di Trotzky nel 1924, in cui Zinoviev e Kamenev condussero con Stalin la lotta che lo scalzò dai comandi militari, la posizione non era esauriente. Non fu denunziato il pericolo di destra nel partito e non ancora individuata, come magnificamente al 1926, l’insidia radicale della teoria edificatrice del socialismo russo, terga volte alla rivoluzione internazionale. Si denunziarono le sopraffazioni staliniste colla giusta reazione alla imposizione di stato contro membri dissenzienti del partito, mentre nella dittatura rivoluzionaria il partito è sovrano rispetto allo stato. Ciò si prestò a equivocare con rivendicazioni banali di «democrazia».
La burocrazia, mira sbagliata
Ma si enunciò anche, allora, una teoria sbagliata e pericolosa. Il potere in Russia era oramai tolto alla borghesia e pienamente proletario, ma cadeva nelle mani di una nuova e terza classe, la burocrazia statale e anche di partito.
Abbiamo dedicato molto lavoro a provare che la burocrazia non è una classe e non può divenire soggetto di potere, come nel marxismo non è soggetto di potere il capo, il tiranno, la cricca, o l’oligarchia! La burocrazia è uno strumento di potere di tutte le classi storiche, e viene primo a putrefare quando queste sono decrepite, come i farisei e scribi di Giudea, i pretoriani e liberti di Roma. Amministrare il trapasso da zarismo a capitalismo industriale, frammisto ad agricoltura libera, nulla può farsi senza un vasto apparato burocratico, che contiene debolezze e pericoli. Un partito centralizzato e di forti tradizioni non dovrebbe temere la burocrazia in sé, e può fronteggiarla con le misure della Comune esaltate da Marx e Lenin: governo poco costoso, rotazione e non carriera, salario di grado operaio. Tutte le innumeri degenerazioni sono state effetto e non causa dei capovolti rapporti di forze politiche.
Non il socialismo dovrà temere il peso della burocrazia, sì la economia diretta basata su aziende isolate contabilmente ma statizzate; il capitalismo di stato che nuota nella vasca mercantile.
Questo statismo-dirigismo mercantile non sfugge a tutte le inutili anarchiche operazioni della contabilità in partita doppia e dei diritti individuali di persone fisiche e giuridiche. In ambiente mercantile l’ingombrante pubblico apparato non si muove che su iniziativa singola e privata: tutto si fa su domande che vengono dalla periferia al centro, si contendono il campo, esigono penosi confronti e conteggi anche per essere rigettate. Nella gestione socialista tutto è disposto dal centro senza discussioni, tanto più semplicemente quanto il prelievo di seicento razioni ad opera del furiere di compagnia lo è rispetto a seicento acquisti di cose diverse di qualità e quantità, alla loro deliberazione, registrazione, incasso, reclamo, accettazione o rifiuto e sostituzione e via per mille altri vicoli.
Un sistema capitalista e monetario può temere come male sociale, ma non come terza forza classista, la burocrazia. Il socialismo anche dello stadio inferiore e non comunista, ossia a consumo razionato ancora, in quanto fuori dallo strumento monetario e di mercato, lascia la burocrazia nel solaio tra i ferri vecchi, come farà, giusta Engels, dello Stato.
L’opposizione russa tardi vide il suo nemico, e perciò dovette soccombere senza adeguata lotta. Nel 1926 non potette che consegnare alla storia le sue armi dottrinali, ed eroicamente cadere. Ma quelle bastarono a distanza di anni a farci assistere alla morte di molti dei boia, e alla liquidazione del condottiero Stalin che, uscito male da quest’ultimo scontro di teorie, aveva però trionfato sui cadaveri dei suoi avversarii, in modo che il mondo credette non solo feroce, ma anche inappellabile.
Perché non ci si appellò al proletariato?
Quest’ultima ingenua domanda può riferirsi al proletariato mondiale e a quello russo. Fu appunto accusato il gruppo Trotzky dì appellare contro la decisione del partito russo alla Internazionale comunista: mentre erano stati dal partito diffidati a non farlo, e furono accusati di avere promesso e mancato. In altri punti abbiamo riferito come fin dal febbraio 1926, in precedente Esecutivo allargato del Komintern, la lotta era aperta nel partito russo e la si portò in una commissione, ma non al Plenum. Presenziavano per l’ultima volta, prima degli arresti in massa, i delegati della sinistra italiana. Allora non si parlava del «blocco» con Trotzky, e noi fummo i soli a prevederlo, o meglio a definire identica la posizione di Trotzky, Zinoviev e Kamenev, derisi dai conoscitori dei segreti della vita bolscevica.
Ebbene, i delegati italiani di sinistra, dopo essere stati i soli a sostenere contro Stalin che il problema dell’indirizzo della Russia era problema internazionale, furono diffidati dal sollevarlo nel Plenum allargato con l’argomento, molto «politico», che ne avevano diritto, ma la discussione (che si ebbe poi nel dicembre successivo) avrebbe provocato più severe misure disciplinari contro i compagni oppositori nel seno del partito russo. Sebbene paralizzati da questa pesante responsabilità i sinistri italiani andarono alla tribuna del congresso ma il loro intervento provocò solo un tumulto e la chiusura della discussione, sotto pretesto che tanto chiedeva il partito russo, unanime tra maggioranza ed opposizione!
In quegli stessi mesi gli oppositori germanici – tra i quali tuttavia le tendenze anarcheggianti e sindacaliste non mancavano – proposero agli italiani di uscire dalla Internazionale, denunziandola come non rivoluzionaria e fondando un nuovo movimento (più tardi i trotzkisti dovevano fondare la Quarta).
La sinistra italiana, che prima aveva da anni denunziato il pericolo opportunista, prevedendone il dilagare, tuttavia allora non così manifesto come oggi, sulla base della sua precisa linea marxista, non si credette in condizione di accettare un simile invito. Né, dopo, quello dei trotzkisti.
Quanto al demandare il giudizio sul grave tema storico ad una consultazione non della massa del partito ma di quella del proletariato russo, tale proposta apparentemente ovvia non ha alcun fondato contenuto. Da allora, e sempre più, congressi del partito e dei Soviet inneggiarono a Stalin e ai suoi metodi, che non erano ubbia personale ma indirizzo di collettive forze storiche, in grado, nella vicenda, di prevalere.
La vittoria dello stalinismo, forma moderna e deteriore del tradimento alla rivoluzione comunista, era dunque colla lotta del 1926 scontata, ed era chiaro fin da allora per la opposizione comunista internazionale che la lontana salvezza non poteva venire che traverso al ciclo totale della degenerazione dello Stato e del partito russo, e degli avanzi della Internazionale; non prima di poter fare il bilancio, teoricamente allora già impostato, del gettito fuori bordo uno dopo l’altro di tutti i principii cardinali della rivoluzione di Marx e Lenin.
Dopo le vergogne della terza guerra mondiale e del fornicare con i due imperialismi borghesi, è venuta quella più grave della tregua, della pace e domani della identificazione con essi.
Ciò, dopo tanto amaro e lungo travaglio, rende la grande riscossa non immediata, ma certamente meno lontana.
[RG-16] Resoconto della Interfederale di Torino
La periodica riunione del nostro movimento ha avuto luogo questa volta in Torino, colla abituale regolarità di organizzazione e di svolgimento, nei giorni di sabato 19 e domenica 20 maggio ultimi.
Da tempo si aveva l’intendimento di un convegno nella grande città proletaria, tanto legata alla storia del movimento comunista autentico, ed il gruppo di Torino malgrado i suoi modesti effettivi ha benissimo svolto il compito che gli è stato affidato, e che si è assunto con entusiasmo.
E’ stato provveduto egregiamente ad accogliere i convenuti da tutte le direzioni, al loro alloggio e sistemazione logistica, e tutto si è svolto col massimo ordine in locali idonei all’impegnativo lavoro della riunione.
Come sempre i compagni hanno lasciato Torino colla maggiore soddisfazione per il fruttuoso loro incontro, e presi i maggiori accordi ed intese per il compito comune nelle più disparate località, scambiandosi su tutto il fronte notizie commenti ed impressioni sulla situazione generale, e soprattutto sull’organico sviluppo del lavoro di sistemazione critica e programmatica, su cui sempre più converge il maturo consenso dei vecchi e sperimentati militanti come di non pochi giovani e giovanissimi elementi che attorno a noi si raccolgono con particolare serietà continuità ed impegno, del che è il caso, senza mai sognare clamorosi spettacolari successi che per principio restano fuori delle nostre previsioni, di altamente compiacersi.
Come a tutti i compagni è ben noto questa riunione non doveva trattare un tema nuovo diverso da quello di altre precedenti, e dare luogo ad un rapporto prima orale e poi scritto da aggiungersi ai precedenti. Il tema è consistito in una riesposizione per punti più notevoli di quanto, sull’argomento Russia, il nostro movimento è venuto trattando – oltre che in tutta la tradizione del suo lavoro di molti anni – nelle riunioni di Bologna, Napoli e Genova; ed anche nelle due pubblicazioni « Dialogato con Stalin » e « Dialogato coi morti », la prima già apparsa in volumetto nel 1953, la seconda (relativa sopratutto al recente Ventesimo Congresso del Partito comunista sovietico) testè terminata su queste pagine, e che si sta stampando in opuscolo.
Data l’altezza delle questioni, e la assoluta originalità del nostro modo di trattarle rispetto ad ogni altra corrente, russofoba o russofila che essa sia, la nostra organizzazione ha avuto cura di raccogliere tra gli aderenti una serie di quesiti, o anche di indicazioni dei punti che si considerava più utile ribadire, e come era naturale i compagni che per iscritto o a voce hanno espresso il loro avviso sono venuti a convergere tutti su taluni punti centrali, come nel resoconto della esposizione, che diamo qui di seguito, sarà manifesto.
La relazione si è svolta, a parte minori interruzioni, in tre principali sedute, una nel pomeriggio del sabato, e le altre due la mattina e il pomeriggio della domenica. Alle stesse si è opportuna- mente intercalata una riunione organizzativa interna, con una breve relazione della centrale, una serie di comunicazioni ai compagni circa la attività del partito, la parte amministrativa, la stampa, la organizzazione e propaganda, con comunicazione da parte degli inviati da varie zone della situazione locale e del lavoro che si svolge. Si sono in seguito presi gli ulteriori accordi per l’attività comune.
Durante la riunione è stata fatta una sottoscrizione per questo periodico e per il partito, e si sono presi accordi per la stampa e diffusione del nostro materiale.
Numerosi sono stati gli intervenuti, e tra essi – oltre ai compagni e ad alcuni simpatizzanti di Torino – i seguenti rappresentanti dell’organizzazione: Milano 8, Casale 7, Asti 6, Genova 3, Udine 1, Treviso 1, Forlì 1, Ravenna 1, Bologna 1, Como 1, Firenze 2, Roma 1, Napoli e provincia 2, Puglia 1, Cosenza 1, Messina 1, Svizzera 1, Francia 1; assenti giustificati gli altri gruppi.
Necessita ora ben chiarire che il testo che segue esaurisce il compito di rendere conto della bella Riunione di Torino, in quanto la sua materia si rinviene con maggiori sviluppi in quanto si è pubblicato già e si andrà pubblicando in seguito. Si tratta – senza ripetere una volta ancora in dettaglio i numeri di Programma Comunista che hanno ospitato le varie serie – del testo esteso della riunione di Bologna, e di quello delle due riunioni di Napoli e di Genova, in corso tuttora di svolgimento; e ben vero a tale materiale vanno aggiunti quelli dei due Dialogati, cui il partito ha dato e darà la massima diffusione che i suoi mezzi gli permettono,
I compagni ricordano che a seguito di tali pubblicazioni dovrà provvedersi a quella relativa al tema trattato a Milano in dicembre 1955: il dibattito tra la sinistra italiana e la maggioranza della Internazionale di Mosca negli anni 1919-1926 ed in seguito: il copioso e notevole materiale posseduto, compatibilmente alle forze e risorse del nostro piccolo partito, verrà a sua volta tra non molto pubblicato.
A parte la necessità di completare il tema Napoli-Genova su « Struttura economica e sociale della Russia d’oggi » ricordiamo ancora, per chiarezza, che ne esiste una sintesi comprendente anche il tema precedente di Bologna, che è stata data nei numeri 15 e 16 del 1955 e alla quale può farsi riferimento fin da ora, oltre che ai volumetti citati, per un’esposizione meno dettagliata, ma includente tutte le conclusioni.
Abbiamo anzi deliberatamente dato a questo resoconto di Torino lo stesso titolo che, dopo la cronaca della riunione di Genova adottammo per la esposizione sintetica di tutta la nostra collettiva opera sulla Russia, in cui le nostre tesi sono tutte organicamente presentate.
Le organizzazioni locali del partito posseggono tutte ordinatamente tale materiale comune, e in riunioni regionali e provinciali hanno preso impegno di seguitare a lavorare attivamente su di esso: di dette riunioni periferiche il nostro periodico ha dato e darà ampia notizia.
Nella nostra robusta tenacia di riordinare il campo del programma della rivoluzione proletaria comunista, non si intreccia impazienza alcuna: sappiamo quanto lunga e fiera fu ed è la peste opportunista, e che la cura di essa deve essere tanto radicale e profonda quanto scevra da leggerezza e da precipitazione, che impedirebbe alla caccia ai suoi maledetti germi di essere tanto efficace, quanto senza riposo e senza misericordia.
Il prossimo tema di una nostra convocazione, come a Torino si è annunziato, si porterà sulla teoria del capitalismo dell’Occidente, sui suoi moderni fenomeni e la loro identificazione colla potenza della costruzione storica marxista, sulla risposta alle nuove e miserabili dottrine dei cosidetti scienziati, servi della forza dominante, che sostengono la possibilità di sopravvivenza del modo capitalista di produzione ai terremoti della storia di domani; dottrine che ben si vengono a sposare colle non meno ignobili, di pace mondiale tra stati e tra classi, che in maniera sempre più infame sono diramate da Mosca.