अंतर्राष्ट्रीय कम्युनिस्ट पार्टी

Il Programma Comunista 1962/11

La guerra che piace ai padroni

Una delle armi ideologiche più usate dalla classe dominante nel periodo di tempo che va dalla prima guerra mondiale ad oggi, è consistita nella diffusione tra il proletariato della credenza che la forma di governo democratica potesse garantire uno Stato “giusto”, superiore alle classi, sollecito del “bene comune”, non Stato della borghesia, ma “di tutti”. Che questa posizione sia solo una menzogna interessata è stato ampiamente dimostrato in sede teorica e pratica dal marxismo, giacché ogni forma di Stato, anche la democrazia quindi, non rappresenta e tutela se non gli interessi delle classi dominanti. Di qui, per i proletari, la necessità della lotta rivoluzionaria contro la democrazia e i suoi sostenitori, come contro ogni altro sistema di governo basato sulla divisione della società in classi antagoniste; della lotta per la sua abolizione, per la distruzione dei privilegi ch’essa, sotto una illusoria forma egualitaria, difende.

Il tentativo delle borghesie nazionali di aggiogare i lavoratori al carro democratico, che poca presa aveva su un proletariato diretto da un partito genuinamente marxista rivoluzionario, si sono invece largamente diffusi nel movimento operaio in seguito alla degenerazione opportunistica dei partiti della rivoluzione d’Ottobre. Gli opportunisti dipendenti dalla centrale moscovita, in perfetta coordinazione di interessi con i capitalisti di occidente, si sono fatti e si fanno premura, abusando del prestigio loro conferito da una lontana tradizione rivoluzionaria e dal nome di cui essi fanno strame, di diffondere questa tabe debilitante in seno al proletariato internazionale, badando semmai a farla precedere dagli aggettivi “vera” e “socialista”, quasi che una semplice operazione di chirurgia estetico-linguistica potesse cambiare la sostanza dei fatti.

L’incessante evolvere in seno al modo di produzione capitalistico delle contraddizioni che esso stesso col suo sviluppo genera, spinse la borghesia dei vari paesi a risolvere con le armi lotte a cui davano i nomi ormai logori di storici principi, come Libertà, Democrazia, Eguaglianza ecc. e che sorgevano invece dalla necessità di distruggere vite umane e prodotti dei quali, nella loro miopia bottegaia, non potevano più far commercio, e di trarre nuova linfa da un orribile bagno di sangue.

Nella seconda guerra mondiale il panorama dei belligeranti presentò una variante: se nella prima guerra imperialistica, anch’essa bandita come ultima crociata mondiale della democrazia, si levò possente e nuova la voce del proletariato che, iniziando la rivoluzione mondiale, rifiutò la guerra fra Stati, la guerra fra operai sulle cui carcasse si regalavano ricchi sovraprofitti ai mai satolli capitalisti, e abbracciò con ardore i principi della lotta di classe, della guerra rivoluzionaria contro i nemici comuni dei proletari d’ogni paese, questa voce tacque nella seconda carneficina: il proletariato, seguendo i vessilli dell’opportunismo, si scannò sui campi di battaglia, e vedemmo lo Stato che si definiva socialista accettare le alleanze più bastarde e schierarsi sul fronte dell’imperialismo.

A venti anni dalla prima, una nuova cruenta battaglia per la spartizione dei mercati riponeva giganteschi dilemmi, che non risiedevano in idee e principi immortali ma balzavano irresistibili dal seno stesso del modo di produzione vigente e non potevano come non possono essere risolti con la guerra fra Stati.

Ma l’opportunismo, valendosi della sua influenza sul proletariato, lo imbottì di illusioni democratiche, in nome della democrazia lo schierò sui campi di battaglia e nelle file partigiane inviò i proletari a immolarsi perché sopravvivesse un modo di produzione che era il loro tiranno: illusi dalla chimera democratica, essi si buttarono anima e corpo nella contesa imperialistica.

Terminò la lotta con il consolidamento della democrazia, delle libertà costituzionali, e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ma già il capitale delineava un nuovo conflitto fra i due imperialismi vittoriosi: Usa e Urss. La menzogna proseguì. La paura di una rinascita del glorioso proletariato tedesco spinse le democrazie a rinfocolare l’odio per lo sconfitto, a seminare la discordia fra gli sfruttati. Ci mostrino, questi signori, le loro mani: esse sono lorde di sangue; svelino il vero volto della democrazia; dicano con quali metodi ci “difesero” dai metodi nazisti; raccontino, i paladini del parlamentarismo d’oltre Manica, come il leonino Churchill diresse la sua guerra! Forse, qualche proletario ci troverà qualche sorpresa, qualcosa che “stona”.

* * *

È stato recensito in questo giorni (“Gazzetta del Popolo”, 7 maggio 1963) un libro su una poco nota azione di guerra dell’aviazione alleata, voluta direttamente da Churchill: il bombardamento di Dresda del 13 febbraio 1945. Il libro è di un inglese, David Irving, si intitola: “The destruction of Dresden” e reca, come crisma ufficiale, la prefazione addirittura di un Maresciallo dell’aria britannico.

Queste le parole del libro parafrasate dal giornale: «Nella notte del 13 febbraio 1945 la città di Dresda, nella Germania Orientale, fu distrutta da un terribile bombardamento aereo anglo-americano». Gli inglesi effettuarono una incursione alle 22,10 e un’altra all’1,30 di notte. Era stato calcolato che quest’ultimo sarebbe stato il momento buono per colpire con maggiore efficacia, cogliendo la gente in crisi, mentre usciva dai rifugi dopo la prima incursione, mentre i pompieri erano al lavoro, mentre accorrevano le squadre di soccorso da fuori città…

«I bombardieri erano accompagnati da “Mustang” che scendevano a mitragliare la folla nei parchi e sulle rive dei fiumi. I morti furono complessivamente 132.000, più che a Hiroshima ed a Nagasaki… A Dresda furono abbattuti edifici per undici miglia quadrate, quasi tre volte la quantità abbattuta in Inghilterra in tutto il corso della guerra, e la stessa proporzione si applica ancor più abbondantemente al rapporto fra i morti di Dresda e i morti inglesi per bombardamenti aerei tedeschi.

«La distruzione di Dresda – secondo alcuni pareri – non aveva scopi militari immediati (…) Quella dimostrazione di potenza distruttiva non era nemmeno servita ai fini politici che Churchill si proponeva in occasione della conferenza di Yalta, perché le condizioni meteo avevano costretto a rimandare l’operazione dopo il termine della conferenza. Quella operazione aerea e i suoi disumani effetti, sproporzionati ai risultati bellici, inutili ai fini politici, rimasero per lungo tempo sconosciuti agli inglesi (…) Churchill faceva dire che non era vero niente. Sapeva invece che era vero tutto».

Questi i metodi del famoso statista: prima l’eccidio di una popolazione inerme, poi la menzogna più spudorata. Un’elegante dimostrazione dei metodi democratici!

Ecco, dunque, 132.000 morti in poche ore e la distruzione di una città priva di scopi militari, il tutto per dare “una lezione”! Migliaia di cadaveri a Nagasaki ed Hiroshima, fosse comuni nella steppa, crematori fumanti nella Germania. Potete scegliere: morire per l’Est o per l’Ovest, morire per la democrazia o per il fascismo; ma, ad Est o a Ovest, con la democrazia e il fascismo, morti per il capitale.

Siano queste montagne di cadaveri una lezione indimenticabile per il proletariato, affinché si riorganizzi saldamente sotto la guida del suo partito e del suo programma, per la lotta senza quartiere contro il capitalismo internazionale, per restituire all’uomo l’identità con la specie.

[Un’osservazione complementare; le armi “convenzionali” sono altrettanto distruttive quanto le armi nucleari; i pacifisti che vorrebbero l’eliminazione delle seconde e la conservazione delle prime – quelle “pulite” – trovano qui la risposta].

Il mito dell'Europa unita Pt.1

Nel frastuono delle esplosioni della guerra (e della “pace”) d’Algeria, il tam-tam della stampa ufficiale sulle riunioni e sottoriunioni per il Mercato Comune Europeo, suona terribilmente falso. La perdita delle colonie e l’ascesa delle potenze americana e russa hanno segnato irrimediabilmente il declino dell’Europa, culla del primo capitalismo; di qui la necessità di trovare una “soluzione” nuova per un ulteriore periodo di grandezza: il Mercato Comune. L’Europa, giungla dei nazionalismi e arena delle guerre mondiali, pretende così di seppellire il passato e costruire pacificamente una vasta unità economica in grado di compensare la perdita degli imperi coloniali e di raggiungere, o meglio superare, le grandi potenze.

È questo, senza dubbio, un balsamo per il cuore dell’eterna vittima di tutte le grandi crisi, la piccola borghesia, che qua la guerra algerina spinge nelle prime file o dell’O.A.S. o della “gauche”, e là è minacciata dal grande capitale nella piccola e media industria, nell’artigianato, nell’agricoltura e nel commercio: eppure, il Mercato Comune è un nuovo colpo inferto proprio ad essa.

In realtà, la grande morale del Mercato Comune è la riscoperta dei benefici di una concorrenza “vera” e “leale”, in cui ciascuno abbia le stesse possibilità di riuscita, dalla grande alla piccola borghesia, dagli immensi trust al piccolo artigianato o bottegaio: ma come in ogni morale, non si accede senza dolori al paradiso: il comandamento è “investire di più e produrre ancora di più”, per trovarsi “in posizione favorevole” prima dell'”inevitabile” abbattimento delle frontiere. Proprio in questo noi vediamo le necessità inesorabili dello sviluppo capitalistico, contrabbandate sotto l’etichetta di “Europa Unita”. Se la vecchia Europa celebra oggi una seconda giovinezza (dal 1945, i tassi di incremento della sua produzione sono saliti al livello di quelli di un capitalismo giovane) è perché essa ha superato la crisi di sovrapproduzione grazie alle immense distruzioni della guerra e gode di un breve periodo di euforico sviluppo. Ma il proletariato, che i partiti operai rinnegati incitano a rimboccarsi le maniche senza porre rivendicazioni di sorta, sa che tutto ciò significa accumulazione forsennata di capitale sulla sua pelle.

Per noi le classi sociali sono legate a una certa forma di produzione e, a meno di una rivoluzione politica e sociale, la loro natura non cambia. La borghesia, come la definisce il “Manifesto”, è caratterizzata da una lotta incessante condotta prima contro l’aristocrazia, poi contro i partiti che si oppongono ai progressi della sua industria, sempre contro le borghesie straniere. La rivoluzione borghese crea quell’unità di produzione che è la nazione, e attraverso gli scambi mercantili la congiunge al mercato mondiale. Non occorre alcuna nozione nuova per constatare che lo sviluppo ineguale del capitalismo nel mondo e la marcia irregolare dell’evoluzione storica delle grandi potenze fanno sì che la borghesia internazionale, sempre pronta a far blocco contro le forze rivoluzionarie, è d’altra parte essa stessa profondamente divisa da inguaribili rivalità. Per noi il Mercato Comune non è l’unione delle nazionalità europee, ma l’espressione – più acuta che mai – della rivalità fra le nazioni capitalistiche.

Teoricamente, la costruzione dell’Europa Unita si basa sul postulato che si può regolare la produzione con mezzi monetari. Ma basta enunciare il postulato per vederne l’inconsistenza: come si può creare un’unità di produzione superiore (l’Europa) limitandosi a costruire un mercato? La dinamica dell’economia capitalistica non è affatto determinata in tutti i suoi momenti dalla concorrenza tra imprenditori, che se mai ne è l’aspetto più immediato, o dalla lotta fra nazioni borghesi, in cui la difesa del profitto può cedere di fronte alla difesa degli interessi generali di ciascuna borghesia nazionale: le forze produttive creano nel corso del loro sviluppo storico determinati rapporti tra gli uomini, e la ricerca del profitto non corrisponde che ad uno degli stadi da esse raggiunto. La borghesia è quindi la rappresentazione fisica dei dominanti rapporti di produzione capitalistici, che esprimono lo sviluppo raggiunto dalle forze produttive. Ma queste non possono fermarsi qui. Entro gli stessi rapporti capitalistici, esse crescono fino ad infrangere i limiti divenuti troppi angusti della nazione (l’impresa locale diviene così trust internazionale). Questa tendenza alla socializzazione dei mezzi di produzione, la cui soluzione reclama la rivoluzione sociale del proletariato, si compie, in assenza di quest’ultima, in antitesi al quadro nazionale degli interessi generali di ciascuna borghesia. Questa perciò tenta di superare la contraddizione con i propri mezzi, che sono i molteplici accordi economici che gli Stati firmano tra loro (gli uni contro gli altri): zone di libero scambio, Mercato Comune, accordi interamericani, consigli di cooperazione economica tira i paesi “socialisti”, ecc. e mediante i quali il capitalismo cerca di regolare le produzioni creando legami tecnici e finanziari tra le diverse branche economiche. Ma è evidentemente a modo suo che realizza questo obiettivo, perché nell’atto stesso in cui il capitalismo, mediante la divisione internazionale del lavoro, super-industrializza una parte del globo, distrugge l’economia di intere regioni gettandole nella miseria e nella rovina.

Solo quest’analisi dialettica della economia capitalistica permette di comprendere la natura contraddittoria dell’odierna nazione borghese. Con la stipulazione di accordi economici e politici, l’antagonismo che oppone le une alle altre le nazioni borghesi, lungi dallo scomparire, rinasce con un’ampiezza mostruosa nei blocchi che oggi si affrontano.

L’Europa (e il mondo) non potranno dirsi veramente uniti che quando la rivoluzione proletaria avrà abbattuto gli stati nazionali e instaurato un potere proletario internazionale. In attesa di ciò, tutta la propaganda riformista e megalomane dell’Europa Unita si urterà contro i limiti e le contraddizioni di natura obiettiva del modo di produzione capitalistico, e non basteranno le solenni firme di ambasciatori e di ministri a superarle.

L’esperimento hitleriano

Hitler (a capo di una Germania già privata delle sue colonie) si era inebriato alla “grande idea” dell’Europa Unita, ma, contrariamente ai promotori europeisti del nuovo dopoguerra, si era servito del solo mezzo adeguato per realizzarla: la forza. Ciò che il prussiano Bismarck aveva fatto per la Germania divisa in cento staterelli, egli voleva farlo per l’Europa del trattato di Versailles.

L’Europa Unità è oggi una frase vuota, in un continente economicamente mutilato; anche in questo il tentativo hitleriano era più serio, perché tendeva all’unificazione di due settori complementari: l’Ovest in certi punti super-industrializzato (la Cecoslovacchia, l’Italia del nord, il Lussemburgo, il Belgio, i bacini della Lorena, della Saar e della Ruhr); l’Est, prevalentemente agricolo. È a questa integrazione che si oppongono oggi le gigantesche forze centripete dei nuovi colossi americano e russo, sorti dal fumo e dalle fiamme della seconda guerra mondiale. Clamorosamente fallito il tentativo tedesco, l’Europa è entrata in un definitivo declino. Ad Est, è sorta la potenza industriale russa che la guerra ha accresciuto a dismisura e che si è circondata di una cintura di “alleati” e di “satelliti” per formare un insieme unico di produzione e di consumo. È stata questa la risposta russa alla guerra europea scatenata dalla Germania nazista contro l’Est e che tendeva in definitiva a impedire la saldatura tra l’industria russa ed il mercato agricolo dell’Europa Orientale.

Ma tutta la storia di questo dopoguerra – continuazione e, se possibile, rafforzamento del dominio degli imperialismi – è il risultato della spartizione compiuta alla fine della guerra, che contiene già in nuce le cause e lo schieramento di forze per il terzo conflitto mondiale. Le convulsioni del mondo d’oggi non derivano dalla particolare politica di questo o di quel governo, ma da tutto lo sviluppo storico della politica mondiale. L’Europa ricostruita col ferro e col fuoco dagli “alleati” ha visto la Germania divisa in due, e la Germania divisa significa l’Europa e il mondo divisi. I patti militari, la NATO e il patto di Varsavia, lungi dall’aver costituito le cause di questa divisione, non sono stati che il velo giuridico di una situazione storica: l’occupazione militare da parte dei mastodontici stati americano e russo che, pur avendo interessi contrastanti su scala mondiale, sono sostanzialmente d’accordo sulla divisione dell’Europa e lottano entrambi per mantenere sotto tutela; all’ovest come ad est, gli altri Stati.

Ciò che vale per la NATO, vale dunque per l’anti-NATO russa. Le alleanze che avevano messo in moto le armate russe, giunte a Berlino e a Vienna nella primavera del 1945 durante il periodo dell’idillio russo-americano, sono state il punto di partenza del condominio americano e russo in Europa.

Il fatto che gli Stati d’Europa siano divisi dalle opposte coalizioni militari del Patto Atlantico e del Patto di Varsavia, prova che la sorte del vecchio continente è ormai nelle mani delle superpotenze che delle suddette alleanze costituiscono il centro motore: gli Stati Uniti e l’U.R.S.S.

L’esperimento inglese

La firma, il 17 marzo 1947, da parte del Belgio, della Francia, dell’Olanda, del Lussemburgo e del Regno Unito, del Trattato di Bruxelles, ovvero dell’Unione Europea ispirata dalla diplomazia britannica, rappresenta un altro tentativo delle vecchie potenze imperialiste e colonialiste dell’Europa Occidentale di conservare le antiche posizioni mondiali distrutte dalla guerra e di interporsi come “terza forza” fra i due mastodonti URSS e USA.

La Germania era ancora in rovine (e l’Inghilterra si affrettava ad approfittarne!); si era in piena guerra fredda, ed è da questa che poco dopo doveva nascere il blocco di Berlino-Ovest ordinato dai russi. Si assisteva così al teatrale carosello del “ponte aereo” organizzato dagli americani. Ma l’aiuto finanziario di Washington per ricostruire l’economia europea ebbe facilmente ragione delle velleità di unione europea. Le potenze firmatarie del trattato di Bruxelles passarono quindi dalla coalizione europea alla più vasta coalizione rappresentata dall’Alleanza Atlantica ed è chiaro che nello stesso tempo il centro di gravità dell’Alleanza si spostò da Londra, il “grande vincitore” europeo della guerra antitedesca, a Washington. Storicamente, non è azzardato affermare che la creazione della NATO significò l’abdicazione delle vecchie potenze occidentali di fronte agli USA e il declino dell’Europa come sede del dominio del mondo.

Oggi, il presidente Kennedy può ben dichiarare al Congresso americano: “Un’Europa occidentale integrata, unita in una associazione commerciale con ali Stati Uniti, farà pendere ancor più dalla parte della libertà la bilancia della potenza mondiale. È la più bella occasione che ci sia stata offerta, dopo il Piano Marshall, di dimostrare la vitalità del mondo libero”.