Partito Comunista Internazionale

Comunismo 4

Premessa

Più si promette democrazia e partecipazione, più lo Stato borghese si chiude nei suoi interessi di classe e si arma contro i timidi conati di ripresa della lotta proletaria.

Le avvisaglie di guerra tra gli opposti imperialismi, da una parte vengono utilizzate come minaccia sul capo del proletariato, dall’altra giustificano l’inasprimento della competizione tra le opposte frazioni del capitale mondiale, smentendo in modo palese i miti della coesistenza pacifica e della distensione, le moderne versioni del doppio mercato e del confronto tra due regimi diversi, il capitalismo occidentale, soggetto alle crisi e alla inevitabile catastrofe, e il socialismo orientale a economia pianificata e in continuo irresistibile progresso di forze produttive.

Mentre gli Stati dell’occidente si armano sempre più e giustificano questo processo come determinato da una presunta minaccia del campo socialista, lo Stato russo ed i suoi satelliti rispolverano la vecchia teoria staliniana della cittadella assediata e chiamano a raccolta i partiti fratelli legati al carro dei rispettivi Stati nazionali da quando, secondo la lettura storica del partito di classe, ha trionfato la controrivoluzione e la sua nefasta logica.

La residua illusione, che fu già un mito apparentemente incrollabile, dell’edificazione del socialismo in un solo paese, viene rivitalizzata con tutti i mezzi e l’opportunismo di matrice staliniana si guarda bene dal decidersi nella sua navigazione in mezzo al guado, svolgendo la sua funzione ruffiana e mediatrice, non tanto come predica in difesa della pace mondiale, ma per mantenere un regime sociale di oppressione e di miseria per la classe operaia.

Nel gioco delle parti, il verbalismo rivoluzionario e la fraseologia “marxista leninista” non fanno altro che coprire la logica degli interessi statali e l’intreccio delle alleanze, tutt’altro che definitive, ed anzi aperte a possibili nuovi e imprevedibili giri di walzer.

I torbidi sociali e le contraddizioni di classe, fuori dalla retta interpretazione del partito comunista rivoluzionario, diventano ogni giorno di più l’occasione e il pretesto per il riarmo della macchina statale contro il proletariato, giustificando da una parte un’immagine dello Stato leviatanico e invincibile, dall’altra l’illusione ribellistica e piccolo-borghese di un facile e vicino crollo dello stesso a colpi di Winchester e di attentati al suo cuore.

La borghesia mondiale, ricca della memoria storica della sua vittoria contro la pressione proletaria d’occidente, non ha mai dimenticato la lezione del modello fascista, e anche quando ha avuto buon gioco nel secondo dopoguerra mondiale nel rispolverare la facciata democratica, ha mantenuto in piedi l’impalcatura dello Stato e dell’economia maturate negli anni ruggenti.

Questo però non le ha permesso di esorcizzare il demone dell’inferno capitalistico e l’economia anarchica, fondata sulla contraddizione insanabile tra forze produttive e rapporti di produzione, tra produzione sociale e distribuzione privata, che va verso la precipitazione della crisi; gli apprendisti stregoni vedono giornalmente ergersi contro i loro “razionali piani” l’onda della depressione e della stagnazione economica, la marea dell’intasamento delle merci invendute, il flagello dell’inflazione, che non è altro che l’espressione monetaria dell’insanabilità della contabilità bottegaia borghese che urta contro l’urgenza delle necessità della classe dei salariati immiseriti e defraudati del frutto del loro lavoro.

Di fronte a questo contenzioso di classe la tentazione dell’azzeramento e del ripiano del dare e dell’avere si fa prepotente: non basta il deterrente delle armi nucleari e delle reciproche minacce di annientamento totale ad esorcizzare tale pericolo.

L’unico reale deterrente di fronte alla possibilità di guerra tra gli opposti interessi imperialistici è e rimane il potenziale, distruttivo per la classe borghese, del proletariato: per questo la borghesia combatte senza perder colpo la sua guerra di lunga durata, da oltre 60 anni di controrivoluzione, segnando nel suo carniere dei punti non indifferenti: la sconfitta del proletariato mondiale non sul campo di battaglia, ma attraverso lo scompaginamento del partito di classe e l’annessione nella sua logica di organismi economici di classe.

La tragedia della degenerazione dell’Internazionale Comunista negli anni ’20 con lo stravolgimento della teoria rivoluzionaria ad opera dello stalinismo, l’affermarsi del modello fascista nei paesi chiave della catena imperialistica, Italia e Germania, hanno permesso alla borghesia mondiale di affinare le sue armi contro l’inevitabile ripresa della guerra di classe.

Il proletariato tradito e privato dei suoi organi di combattimento e di direzione politica non poté opporsi alle ulteriori spartizioni tra opposte frazioni del capitale, anzi si trovò a combattere altre battaglie per conto terzi, ma il suo estendersi, non solo statistico alla scala mondiale, per la legge inevitabile della produzione capitalistica che non può vivere senza sangue operaio, pena la sua estinzione, ha continuato a rappresentare una minaccia per le istituzioni economiche e politiche dell’imperialismo mondiale.

La furibonda guerra di eliminazione scatenata dalle borghesie vincitrici contro le conquiste della rivoluzione d’ottobre vide saldarsi reazione bianca e tradimento: la logica statale ed imperiale non si fermò di fronte ad alleanze apparentemente contro natura, come il patto Hitler-Stalin del 1939: ma le contraddizioni insite nella logica imperialistica nulla poterono contro un nuovo rendiconto generale tra Stati, che avrebbe dato vita a nuovi assetti di forze e di potenze.

Il capitale ha il diavolo in corpo, per trent’anni negli ambienti malsani dell’opportunismo di vario colore non si è mai smesso di esaltare le capacità praticamente infinite e le risorse del presente modo di produzione: l’euforia degli aumenti vertiginosi del reddito nazionale, specie nei paesi distrutti dalla guerra, come Germania e Giappone, ha seminato l’illusione di una illimitata espansione della produzione e degli scambi; la tragedia dei popoli coloniali, la loro fame e il loro disumano sfruttamento non sono valsi ad aprire gli occhi alla tracotanza borghese d’occidente e d’oriente: tutto è stato giustificato come prezzo da pagare sull’altare del decollo industriale, della modernizzazione e della competizione.

Ma i nodi non potevano non venire al pettine, ed i decantati miracoli economici hanno cominciato a far i conti con le ragioni della lotta di classe, sopita ma non spenta, addomesticata, ma non doma. Così in anni recenti si è aperta una irreversibile crisi ed i segni della sua precipitazione si fanno sempre più evidenti.

Ma le possibilità di riscatto del proletariato devono fare i conti con un apparato statale che la democrazia post-fascista ha contribuito a legittimare agli occhi degli operai con un organamento di istituti e di sofisticate insidie che hanno fiaccato e confuso l’istintivo sentimento di classe.

Fanno ridere le contorsioni e le manovre di regime, al governo e all’opposizione, che pretendono di suscitare il “democratico” interesse intorno al codice Rocco e ai residui ruderi dell’ordinamento fascista.

Non si tratta per il comunismo rivoluzionario di espungere dalla legislazione vigente questa o quella legge incompatibile con l’assetto democratico, ma di abbattere violentemente un intero sistema di rapporti sociali, di cui l’apparato statale non è che il culmine e la più brutale sovrastruttura.

Com’è possibile, dopo così lunghi anni di menzogna e di soggezione proletaria, pensare ad un compito così arduo e così, almeno apparentemente, utopistico?

La condizione base che può permettere una prospettiva tanto esaltante e necessaria è il restauro integrale e intransigente della dottrina di classe e la ricostruzione del partito di classe, l’organo indispensabile per la direzione dell’immancabile ripresa della lotta a livello generale tra le classi.

Da queste considerazioni rifulge l’azione di reale resistenza e di difesa del programma da parte di un nucleo molto ridotto di militanti comunisti, che contro le mode incessantemente mutate in 60 anni di controrivoluzione hanno mantenuto fermo con sentimento e lucidità intellettuale e morale l’intero blocco della dottrina marxista.

La Sinistra Comunista, che fu l’anima del Partito Comunista d’Italia e la forza direttrice nei difficili ed anche esaltanti anni del primo dopoguerra mondiale, sola e contro tutti mantenne fermi i punti programmatici e pratici che avevano permesso la fondazione del Partito Comunista Mondiale della Rivoluzione, altrimenti noto come Internazionale, e incurante delle avverse condizioni storiche che videro l’avvento del fascismo e il tradimento della socialdemocrazia non temette di rimarcare la degenerazione della vita interna del partito mondiale sotto i colpi della vittoria borghese in occidente, che stava producendo i suoi devastanti effetti all’interno stesso dell’organizzazione politica del proletariato mondiale attraverso il grimaldello del partito russo.

Da allora, attraverso l’opera dei militanti comunisti che ebbero la forza di resistere al terrorismo ideologico e alle purghe, all’efficienza e alla violenza dello Stato borghese, senza timore di cadere in quello che gli interessati nemici ed ex comunisti amano chiamare atteggiamento settario, ha continuato a svolgere la sua azione di difesa della teoria, mai in astratto e fuori dal contatto possibile e concreto con la classe.

Il metro di misura di questa azione è sempre stato il giudizio storico complessivo, mai il successo immediato o la pretesa propria della politica di ottenere risultati a qualsiasi prezzo, magari sacrificando le possibilità stesse della rivoluzione.

Ed oggi, dopo che le accademie della storiografia opportunistica e staliniana per lunghi anni ci hanno gratificato del titolo, per loro infamante, di “nullisti rivoluzionari”, quando la crisi del capitale e dei rapporti statali si fa acuta e forse travolgente, le milizie del tradimento di classe si fanno in mille per presentare agli occhi del proletariato come barbaro e omicida anche il più timido accenno alla parola rivoluzione.

Un tempo non avremmo fatto abbastanza per il successo del socialismo, oggi saremmo degli untori da tenere alla larga per non contagiare l’idillio democratico e la pace tra i popoli.

Ci si decida una volta per tutte: non fummo dei nullisti rivoluzionari quando il proletariato era in piedi, e sapemmo indicargli la via della lotta e poi del ripiegamento ordinato e disciplinato, non lo siamo oggi quando la classe operaia ha ancora le ginocchia piegate, ed a mala pena è in grado di provare a difendere il pane quotidiano contro l’ingordigia dei detentori dei mezzi di produzione.

La pazienza del comunismo non è mai rassegnazione e attesa fatalistica, ma lotta nelle condizioni favorevoli o avverse, comunque azione storica che trascende le mode e le generazioni, insita nelle contraddizioni reali della storia moderna. Ogni tentativo di esorcizzarla è illusorio, ogni pretesa di evitarla è destinata al fallimento. La nostra storia, la storia della Sinistra Comunista, lo testimonia a lettere di fuoco.

La natura dello Stato nella concezione comunista Pt.1

Rapporto esposto alla riunione del settembre 1979 [RG15]

Per la concezione borghese ed opportunistica dello Stato lo spartiacque tra il moderno e l’antico è costituito dal passaggio dallo Stato assolutistico e feudale a quello democratico liberale, nel tronco del quale ci si illude di innestare “elementi di socialismo”.

Per i teorici opportunisti è maturato da tempo il passaggio teorico ad una visione dello Stato meno compatta e chiusa: ciò si fonderebbe sulle seguenti condizioni:
 1) crisi della politica totale
 2) parziale perdita dell’espansività dello Stato
 3) crisi della riforma dello Stato
 4) scoperta dello Stato come terreno diretto di contraddizioni, contro la teoria “vetero marxista” della necessità dello Stato proletario sulla base della distruzione violenta dello Stato macchina borghese. Possibilità di far leva su tali contraddizioni per dar vita ad uno Stato-aperto.
 5) critica della esasperazione del valore politico del partito di classe.

Lo Stato visto come neutralizzatore dei conflitti trae origine dall’idea che di questa forma ha dato Hobbes e che sarebbe stata ripresa da Marx nel senso dello Stato come organo supremo del dominio di classe. Lo Stato sarebbe la potenza che organizza la forma dell’ineguaglianza: «Poiché si è mostrato che lo stato di eguaglianza è lo stato di guerra(bellum onmium contra onnes) e che quindi la diseguaglianza è stata introdotta col consenso di tutti, tale diseguaglianza deve essere considerata migliore, che chi ha di più è colui al quale abbiamo volontariamente dato di più» (Hobbes, De Cive). Lo Stato, nella teorica aurorale borghese, nasce dalla volontà contrattuale: la borghesia fin dalle origini giustifica la natura consensuale dello Stato, la sua base razionale. Per questo nella forma Stato di Hobbes non è ammesso conflitto politico, perché nell’idea del contratto sociale, il conflitto è sedizione.

Quanto tale teoria dello Stato sia astratta, una vera e propria robinsonata, sarà dimostrato dalla concezione marxista. Ciò non toglie che attraverso questa rivendicazione teorica si fonda lo Stato assolutistico moderno, che solo i mestatori di professione confondono con lo Stato feudale: in realtà siamo già nella fase storica nella quale la borghesia trova nella monarchia assolutistica a base contrattualistica lo strumento per crescere e farsi le ossa contro le strutture agrarie e feudali.

La logica che presiede allo Stato di Hobbes è quella dell’identità: nello Stato c’è la fine dei conflitti, la sicurezza, l’ordine, la pace sociale. Nello Stato e nella sua forza totale le contraddizioni di quella che Hegel chiamerà “società civile” si placano in virtù del patto attraverso il quale i singoli “lupi” rinunciano alla loro ferocia naturale per potere ed essere garantiti della conservazione della vita e dei beni necessari per mantenerla. Non ci meraviglia che nella fase decadente e forse mortale della forma Stato così insistente sia il richiamo a questa figura di Stato come forma suprema della convivenza civile, della sicurezza collettiva, contro i pericoli dell’anarchia e della barbarie.

Ma la scoperta che come comunisti rivendichiamo storicamente consiste proprio nella smentita della forma Stato di stampo hobbesiano. Lo Stato non è mai un’identità, ma il desiderio d’identità, non è una categoria esterna, ma una formazione storica-transitoria; lo Stato è una macchina, e, come tutte le macchine, soggette all’usura, alla corruzione. La composizione dei conflitti propri della sfera economica e sociale non si sublima, nella concezione marxista, nello Stato: trova in esso solo una sistemazione coatta in virtù della superiorità di classe della borghesia. Ma i conflitti sociali, piuttosto che essere neutralizzati da questa forza totale, vengono ulteriormente approfonditi in quanto tale forza si manifesta come parziale: la base economica della società è una fonte dinamica nella quale le classi si scontrano; l’illusione che la rappresentanza degli interessi spostata sul terreno politico possa essere composta dalla “ragione” non è che una proiezione, appunto, della “ragione borghese”.

Nel momento del dominio gli interessi di parte tendono a sublimarsi e a presentarsi come comuni a tutti, cioè appunto come forma generale della società. Ciò in parte corrisponde alla verità, ma nel senso della prevalenza teorica e pratica di determinate forze sociali, cioè in senso dinamico, non statico.

È per questo che il moderno proletariato ha in certe fasi combattuto a fianco della borghesia per la sconfitta del potere feudale: in certe fasi storiche, più che la volontà, feticcio della concezione individualistica dello Stato e della società, la risultante delle forze ha coinciso con lo Stato borghese. Il proletariato ha visto coincidere momentaneamente i suoi interessi con quelli borghesi, mai con la sua volontà dinamica e storica, la volontà del proletariato infatti non è individuale, ma di classe, espressa nella formazione storica delle sue organizzazioni autonome e distinte e culminante nel partito politico.

L’idea che il conflitto nella forma-Stato è sedizione fa coincidere, seppure in tempi diversi, la concezione hobbesiana con quella propria della borghesia morente, basti pensare alla nota formula statolatra di marca fascista “tutto nello Stato, niente fuori dello Stato, tutto attraverso lo Stato”, che poi è anche quella della attuale democrazia pluralista.

In effetti la ragione-Stato è messa in crisi dalla dinamica degli antagonismi di classe, che non sono componibili definitivamente all’interno dell’identità-neutralizzazione Stato. La dinamica della “società civile” viene ricomposta solo nella finzione giuridica dello Stato, assolutistico o democratico.

La teorizzazione dello Stato costituzionale che trova la sua consacrazione nell’esperienza inglese è solo un versante della teoria borghese dello Stato, un compromesso storico in cui si afferma una balance of power quando ormai non è più in grado di ristabilirsi il potere dello Stato feudale, affermatasi ormai inevitabilmente la realtà sociale capitalistica.

Lo sforzo costante dell’ideologia borghese è quello di presentare le fasi della dittatura, di Cromwell in Inghilterra, di Robespierre in Francia, come espressione di eccessi da addebitare ad estremisti del tempo: come sempre più si afferma la tendenza opportunista a considerare la fase del terrore proletario esercitato nella Russia rivoluzionaria, come espressione di eccessi di gruppi minoritari, i bolscevichi. In realtà non si guadagna un gran che a spiegare la storia a base di eccessi e di esagerazioni. Il terrore bianco e rosso sono stati forme specifiche del passaggio dal Medio Evo alla borghesia, dalla borghesia al potere proletario e socialista.

Lo Stato costituzionale in cui vige la divisione dei poteri è la forma di Stato delle fasi in cui la temperie degli antagonismi di classe può essere controllata dalla classe al potere attraverso il compromesso politico e la divisione delle funzioni: deve essere espressa ancora una volta la formula della balance of power che oscilla a seconda del tenore degli antagonismi di classe. Non per niente l’immagine stessa della bilancia richiama l’equilibrio di due piatti: solo se le classi si confrontano senza venire a frontale collisione è possibile che lo Stato funzioni da perno, ago della bilancia, in caso contrario c’è squilibrio, determinato storicamente, fra il potere legislativo, esecutivo e giudiziario.

Che nella fase di ascesa della borghesia sia in primo piano il valore e il peso della capacità borghese di legiferare, di affermare la propria volontà attraverso le assemblee rappresentative non è che l’espressione di una egemonia di classe giovane e creativa, che coincide di fatto con il volere del popolo. Non è casuale che nell’attuale fase di declino della “creatività” borghese, tutti ammettono il primato, o la necessità del primato dell’esecutivo, cioè del momento più pratico e prosaico dell’esercizio del potere. Non dimentichiamo del resto che le stesse forme di totalitarismo borghese moderno cercano di legittimarsi proprio affermando la necessità del rafforzamento dell’esecutivo, mantenendo formalmente in vita la magistratura legislativa, svuotandola di fatto, ma non di diritto, fino al loro compito di classe compiuto.

La crisi della funzione neutralizzatrice dello Stato consiste nel fenomeno che i teorici chiamano eufemisticamente “deformalizzazione dello Stato”.

La potenza degli antagonisti sociali (della lotta di classe, nel nostro linguaggio senza veli) fa parlare di ripresa “dell’autonomia della società civile”. È evidente per noi che questa riscoperta della “società civile” è un tentativo di mascherare la crisi dello Stato e della sua funzione tradizionale. In effetti lo Stato che si deformalizza è equivalente a Stato che è in crisi, incapace di continuare a presentarsi come Stato di tutti, fondato sul principio di identità di matrice hobbesiana.

Di fronte allo scatenarsi dei cosiddetti “corpi separati” dello Stato, che altro non sarebbero se non interessi contrastanti interni alla stessa borghesia e ai suoi commis all’interno della guida della comune macchina, e la compressione della mai completata operazione di pacificazione degli interessi economici nella forma Stato, sempre più risibile e falso suona il programma opportunista di far leva sul conflitto per, si badi bene, non far saltare definitivamente questo congegno anti-proletario, ma per portare a termine, con l’apporto della classe operaia, il disegno democratico, lo Stato di tutto il popolo mai riuscito e mai raggiunto dalle frazioni borghesi in concorrenza.

La “deformalizzazione dello Stato”, ove venga presa sul serio, non può per noi essere intesa che come conferma della natura di classe dello Stato.

La riscoperta della ricchezza e della creatività della società civile è semplicemente una regressione se non si riconosce in questa riscoperta la vitalità, seppure in fase di timida ripresa, dell’insuperabile antagonismo di classe.

Nella tradizione e nella teoria marxista non ha avuto mai diritto di cittadinanza la nozione di Stato come incarnazione del potere in senso assoluto; lo Stato è sempre visto come una espressione storica e transitoria. La stessa formula dello Stato neutralizzante le è assolutamente estranea, poiché il marxismo rivoluzionario ha sempre individuato nel potere statale l’organizzazione politica della classe dominante.

Anche quando non abbiamo difficoltà a riconoscere che “l’intervento dello Stato” nella cosiddetta società civile e nell’economia si accentua nella fase imperialistica del capitale, non modifichiamo affatto una nozione collaudata dall’esperienza storica.

Per questo smentiamo sia la interpretazione opportunista che vede nella crisi dello Stato l’occasione per inserirsi in settori di esso per trasformarlo dall’interno, o nell’accentuare la teoria dei “corpi separati” per sostenere la necessità di impegnare la forza del movimento operaio per realizzare definitivamente lo “Stato popolare e democratico” compatto e unitario, controllato dal basso; sia le interpretazioni anarcoidi e piccolo-borghesi che ingigantiscono la formazione statale fino al punto di dipingerla come un potere da un cuore misterioso e variegato, una realtà arcana e onnipresente, una potestà quasi divina.

In realtà, essendo lo Stato la macchina organizzativa della classe dei detentori dei mezzi di produzione, pubblici e privati, contro i salariati, non abbiamo mai preso in considerazione neppure la definizione di Stato totalitario, poiché la nostra visione della società che spiega i rapporti umani come fondati sulla base economica non ha mai riconosciuto allo Stato borghese la possibilità e la capacità né di neutralizzare, né di eliminare gli antagonismi di classe, anche ricorrendo alla violenza più brutale.

A maggior ragione non possiamo riconoscere lo Stato democratico di per sé capace di risolvere i conflitti sociali, per quanto si presenti come pluralista e decentrato, “diffuso” nella società civile come paciere e garante, e di essere una possibile forma di Stato capace di estinguersi per via pacifica, di sciogliersi per via indolore nell’”amministrazione delle cose”, nell’autogoverno degli uomini. Il “pluralismo” non è sinonimo di “società liberale”, ma è un tentativo di mascherare la crisi dello Stato “centralizzante” attraverso dei “concordati” tra partiti borghesi ed opportunisti, che si lottizzano il potere in un processo di contraddizioni interne allo Stato.

Noi sosteniamo nostre inconfondibili tesi sulla natura dello Stato, che non possono essere sostituite da scoperte dell’ultima ora.

A) L’ideologia borghese, prima della lotta e della vittoria finale, presenta il suo futuro Stato post-feudale non come uno Stato di classe, ma come Stato popolare, fondato sulla soppressione di ogni ineguaglianza davanti alla legge. La teoria proletaria proclama apertamente che il suo Stato avvenire sarà uno Stato di classe, cioè uno strumento maneggiato, finché le classi esisteranno, da una classe unica. Le altre saranno, in principio, non meno che di fatto, messe fuori dallo Stato e “fuori legge”. La classe operaia, pervenuta al potere, “non lo dividerà con nessuno” (Lenin).

L’ideologia democratico-opportunista s’illude di poter meglio fare ingoiare la pillola della pressione dello Stato presentendolo come Stato di tutto il popolo, come un potere che anche quando si manifesta come prepotente e brutale non è altro che quello che i “cittadini” hanno voluto con la loro libera espressione di sovranità. La teoria proletaria ripudia tutti i machiavellismi, né indora la pillola ai nemici di classe e alle mezze classi titubanti e incerte quando non riottose e inaffidabili: lo Stato è sempre Stato di classe, prima e dopo la presa del potere.

L’ideologia borghese non è stata in grado di definire, anche a livello puramente teorico, il proprio atteggiamento nei confronti della necessità del potere statale, oscillando permanentemente tra l’aspirazione liberale-anarchica di un potere negativo, e cioè inteso come male inevitabile di fronte alle prepotenze dell’assolutismo, ma pur sempre ostile alle libertà individuali e alla libera iniziativa, e l’affermazione di un potere totale e disumano, mistico e divino capace di risolvere tutti i problemi con l’autorità di una volontà anonima e impersonale. La teoria proletaria non coltiva nessuna estetica del potere, ne delinea solo gli aspetti strumentali e transitori in relazione alla realizzazione del comunismo.

B) Dopo la vittoria politica borghese si proclamarono solennemente nei diversi paesi come basi e fondamento dello Stato delle carte costituzionali o dichiarazioni di principio considerate come immutabili nel tempo, come espressione definitiva delle regole immanenti, infine scoperte, della vita sociale. Da quel momento, tutto il gioco delle forze politiche avrebbe dovuto svolgersi nel quadro invalicabile di questi statuti. (La stessa costituzione italiana vigente è definita dagli “esperti” rigida, ed ha perfino avuto la pretesa di definire “vietato” un fenomeno politico e sociale come il fascismo, in una disposizione “transitoria”, forse neanche avvedendosi della contraddizione nei termini. Ironia della storia!).

Lo Stato proletario non è affatto annunciato, durante la lotta contro il regime attuale, come una realizzazione stabile e fissa di un insieme di regole dei rapporti sociali dedotte da una ricerca ideale sulla natura dell’uomo e della società. Nel corso della sua vita, lo Stato operaio evolverà incessantemente fino ad estinguersi: la natura dell’organizzazione sociale, dell’associazione umana, cambierà in modo radicale secondo le modificazioni della tecnica e delle forze di produzione, e la natura dell’uomo si modificherà altrettanto profondamente allontanandosi sempre più da quelle del bue da lavoro e dello schiavo.

Una costituzione codificata e permanente da proclamare dopo la rivoluzione operaia è un assurdo, non può figurare nel programma comunista. Tecnicamente converrà adottare regole scritte che non avranno però nulla di intangibile e manterranno un carattere strumentale e transitorio, facendo a meno delle facezie sull’etica sociale e sul diritto naturale.

D’altronde la sanguinosa storia della controrivoluzione ha dato in proposito lezioni eloquenti: mai sono stati conculcati i riaffermati diritti costituzionali come dopo la proclamazione della costituzione russa del 1936; mai si sono consumati tanti delitti come sotto la protezione della cosiddetta “legalità socialista”.

C) La classe capitalistica vittoriosa, conquistato e perfino spezzato l’apparato feudale dello Stato non esitò ad impiegare la forza dello Stato per reprimere i tentativi controrivoluzionari di restaurazione.

Tuttavia le misure più risolutamente terroristiche furono giustificate come dirette non contro i nemici di classe del capitalismo, ma contro itraditoridel popolo, della nazione, della patria, della società civile, identificando tutti questi concetti vuoti con lo Stato medesimo, e in fondo col governo e col partito al potere.

Il proletariato vincitore, servendosi del suo Stato per schiacciare la resistenza inevitabile e disperata della borghesia (Lenin), colpirà gli antichi dominatori ed i loro ultimi partigiani ogni volta che si opporranno, nella logica della difesa dei loro interessi di classe, ai provvedimenti destinati a sradicare il privilegio economico. Quando questi elementi sociali non manterranno, di fronte all’apparato di potere, una posizione estranea, quando cercheranno di uscire dalla passività loro imposta, la forza materiale li piegherà. Ma non saranno partecipi di alcun contratto sociale, non avranno alcun dovere legale e patriottico. Veri e propri prigionieri sociali e di guerra (come del resto furono, per la borghesia giacobina, in linea di fatto, gli ex-aristocratici ed ecclesiastici) non avranno nulla da tradire, perché non sarà chiesto loro alcun ridicolo giuramento di lealtà.

Tutto questo non per evidenziare “estesticamente” la superiorità morale dello Stato proletario, ma perché nella realtà effettuale l’unico Stato aperto immaginabile e possibile è stato ed è lo “Stato proletario”. La sua “apertura” si basa sul processo storico e dialettico che dopo la presa del potere inizia la grande fase delle riforme sociali. Fermo restando il primario problema militare della sconfitta della controrivoluzione che, previsione basata sull’esperienza storica, non potrà non tentare di riprendere il potere, sotto il potere statale del proletariato si sgonfiano le contraddizioni tra forze produttive e rapporti di produzione, per cui i compiti dell’apparato statale tendono a ridursi a quelli indicati.

Non essendo l’espressione di interessi di classe che tendono a cristallizzarsi e consolidarsi attraverso la burocrazia e le forme amministrative, politiche e militari che ne conseguono, poiché il proletariato non mira a riprodurre la società divisa in classi, ma ad abolire le classi, fermo restando che lo Stato proletario metterà in atto anche la sua azione “pedagogica” e d’indirizzo ideologico, non s’illude di stabilire un patto sociale sulla base del dovere legale.

L’esperienza della controrivoluzione staliniana sta lì eloquente a dimostrare che quanto più evidente si faceva la vittoria della borghesia e della reazione bianca internazionale, tanto più lo Stato già proletario riassumeva le caratteristiche proprie dello Stato borghese: e cioè, rafforzamento della burocrazia, prevalere, sulla base del terrorismo ideologico e materiale, dello Stato sul partito comunista, reale e non solo possibile egemonia dei neppisti, tendenza all’irrigidimento e all’elefantiasi dell’apparato statale in funzione di lotta, come già nel caso dell’esperienza rivoluzionaria francese, non contro i nemici di classe, ma contro i “traditori del popolo”, della “nazione russa”, della “patria socialista”, ecc. ecc.

Come si vede, se la teoria marxista esclude il contratto sociale dopo la presa del potere, a maggior ragione respinge come estranea alla sua visione del processo rivoluzionario ogni pretesa di stabilire alleanze o unità politiche su tale base, che è democratica e illusoria, sostanzialmente idealistica e incapace di leggere i rapporti di forza alla luce della dialettica materialistica.

Lo Stato aperto proletario non illude i suoi nemici, né sarà tenero nei confronti dei tentativi reali e materiali di difendere i loro interessi di classe, ma nello stesso tempo farà sentire il suo senso di liberazione sociale non soltanto nei confronti del soggetto diretto di essa, e cioè i proletari ed i contadini poveri, ma anche nei confronti di quelle realtà sociali che per lungo periodo, specie prima della presa del potere, sono state incerte e ambigue, facile preda del più forte. Le famigerate e da noi sempre a ragione disprezzate mezze classi, se il potere proletario sarà saldo e fedele ai suoi principi, non avranno altra alternativa che la passività e l’estraneità di fronte al terrore di classe.

L’adesione allo Stato proletario non avrà bisogno di atti di lealtà formale, perché la distruzione della macchina statale borghese non permetterà che i vecchi funzionari possano adeguarsi pena un formale voltagabbana, né lo Stato proletario procederà alla messinscena di anodine “epurazioni” dall’apparato, di cui si sono dimostrati maestri gli opportunisti d’ogni clima.

La professione di questi principi non è un atteggiamento estetico che vuole esprimere “purezza ideologica”, ma la lezione pagata a duro prezzo di sangue dal proletariato internazionale, dalla Comune di Parigi all’Ottobre Rosso, ma soprattutto dalla lezione della controrivoluzione e della crisi e degenerazione della Internazionale

Fascismo e democrazia post-fascista: Giano bifronte della teoria borghese dello Stato

Contro la gratificante e non disinteressata tesi crociana del fascismo inteso come buia parentesinella storia d’Italia e nel cammino della libertà, sposata in forme più o meno spurie da tutte le correnti democratiche ed opportunistiche che anche in recenti exploit polemici hanno rivendicato la tradizione che da Labriola porta a Croce e Togliatti (leggi caso Amendola nel gioco delle parti della commedia italiana delle Botteghe Oscure), ancora nel 1952 (Prometeo, luglio-settembre), in continuità con la tradizione della Sinistra Comunista e del marxismo rivoluzionario, abbiamo ribadito la visione di classe che respinge come capziosa ed equivoca l’immagine dello Stato borghese che tale impostazione comporta. Il fascismo non fu nella nostra concezione e valutazione una “rivoluzione” contro lo Stato della borghesia, ma l’espressione più autentica e moderna della reazione borghese contro l’attacco del proletariato, non domato dallo scontro interimperialistico. Non solo, ma sostenemmo, soli contro tutti, che il modello Mussolini avrebbe fornito un precedente paradigmatico anche per quei paesi dell’Occidente europeo ed atlantico, compresi gli Stati Uniti, che l’opportunismo socialdemocratico amava presentare come la culla della democrazia politica, immune da tentazioni autoritarie, o comunque in grado di respingere il militarismo e la dittatura.

Sostenemmo, non certo per boria o in vena di battute, che il fascismo rappresentava un semplice cambiamento di forma di governo nell’ambito della logica di classe dello Stato borghese: ribadiamo la stessa valutazione oggi, alla vigilia d’una possibile terza conflagrazione interimperialistica, allorchè, in tutt’altre faccende affaccendato il connubio democrazia postfascista-opportunismo, dubitiamo che si accordi nel dare una plausibile definizione della tendenza irreversibile dello Stato borghese ad armarsi fino ai denti, al di là delle colorite formule sulla germanizzazione, che semmai, nel solco del vile democratismo marca 1914, non fa che ribadire ed evocare vecchi fantasmi lontani mille miglia da una coraggiosa e coerente impostazione di classe.

Contro, inoltre, la sterile e accademica polemica sulla crisi del marxismo e sulla sua capacità di esprimere una sua compiuta teoria politica dello Stato, che abbiamo ampiamente respinto, riproponiamo le nostre classiche ed icastiche tesi:
 1) Il capitalismo di fronte alla sue crisi interne reagisce in tutti i paesi, quale che sia la sovrastruttura politica, in modo unitario e con metodi d’intervento di accentramento e di dirigismo statale che accomunano democrazia e fascismo in un convergente obiettivo di difesa del regime.
 2) Lungi dal significare l’assoggettamento del capitale all’imperio di un preteso ente collettivo e superiore alle classi (e, in linea subordinata, della borghesia ad una “nuova classe” di burocrati e tecnici, “managers”), il capitalismo di Stato nelle sue diverse manifestazioni (ad Ovest come ad Est) costituisce la forma più spietata dei “pubblici poteri” (come eufemisticamente il vecchio socialismo formato 1892 definiva lo Stato) in rappresentanza di una cerchia sempre più ristretta di interessi privati.

Non solo, ma proprio in risposta all’opportunismo dei nostri giorni che, dopo aver scoperto in ritardo la prepotenza degli imperialismi, bela contro quegli spietati (ed a valenza politico-strategica), tipo URSS, per porsi nel mezzo come paciere e interporre i suoi uffici o accreditarsi come patentato di democrazia presso il tradizionale ed ex aborrito marca USA ed Union Jack, già nel 1952 sostenevamo che «la nostra analisi non sarebbe stata completa se avesse prescisso dalla considerazione della parte che nel processo di formazione del capitalismo di Stato ha avuto (e purtroppo continua ad avere) il movimento operaio organizzato in America, dove l’interventismo statale in regime politico democratico ha trovato la sua prima manifestazione organica, e in Inghilterra, dove ha raggiunto, dal dopoguerra ai giorni nostri, la forma più completa sul terreno pratico e su quello delle formulazioni “teoriche”. In realtà, l’analisi di questa seconda faccia del “New Deal” americano e del “Welfare State” (Stato assistenziale) britannico dimostra non soltanto che la macchina dell’intervento e della gestione economica statale ha potuto mettersi in moto solo in virtù di una preventiva corruzione opportunistica del movimento operaio, ma che in entrambi i casi fu la dirigenza controrivoluzionaria a fornire alla classe dominante le armi teoriche e pratiche necessarie al tamponamento della crisi. E ciò è un’altra prova della unitarietà del capitalismo nei propri metodi di conservazione: il fenomeno dell’opportunismo operaio, elemento necessario della difesa capitalistica contro l’assalto rivoluzionario del proletariato, assume dovunque gli stessi aspetti; ai dirigenti controrivoluzionari dei sindacati il capitalismo non chiede più soltanto di contenere nell’ambito della legalità, della riforma e della collaborazione gli urti di classe, ma di farsi promotori (come in America), amministratori (Inghilterra laburista) di metodi più efficaci – “progressisti”, cioè più conservatori del regime dello sfruttamento della forza lavoro, e, di là dalle pretese differenzazioni idealistiche, il Lewis ispiratore di Roosevelt o il Bevin o l’Attlee pianificatori dell’economia post-bellica e gestori delle avvenute nazionalizzazioni tendono la mano ai Di Vittorio [oggi diremmo ai Lama vari] elaboratori di piani di risanamento industriale e di investimenti produttivi o ai loro colleghi d’oltre cortina, che esercitano già adesso quei compiti di gestione economica ai quali la CGIL e la CGT francese possono per ora soltanto porre la propria candidatura».

L’esame è stato superato, e gli anni ’80 con i codici di autoregolamentazione degli scioperi fanno dell’opportunismo nostrano un modello di “direzione concertata dello Stato borghese”.

Sulla scorta dunque dell’esperienza della lotta di classe, come è letta dalla nostra tradizione comunista rivoluzionaria, sono le condizioni storiche dell’ineguale sviluppo del capitalismo che permettono la valutazione degli attuali conflitti interimperialistici e la funzione esercitata dalle diverse forme politiche che essi assumono: non siamo mai stati indifferentisti in nessun campo, e tanto meno in questo culminante e capitale, se è vero che di fronte all’offensiva fascista fummo e riuscimmo soli a sostenere la difesa ad oltranza dell’organo unico capace di ammortizzare i colpi della reazione borghese e di garantire la ripresa per necessari attacchi al regime borghese.

L’alternarsi delle forme nella sovrastruttura politica determinata dalle contraddizioni imperialistiche in questo modo non consiglia l’abbandono degli strumenti tradizionali per combattere con efficacia i camuffamenti del nemico di classe; anzi, è la sola condizione per adattare duttilmente gli organi di combattimento proletario alle distinte situazioni e peculiari. Come abbiamo scritto nella Piattaforma politica del Partito Comunista Internazionalista, la condizione per la ricostruzione del partito politico della classe operaia e lavoratrice si basa su linee e cardini di programma perfettamente intonato alle esigenze internazionali del movimento: oltre alla teoria generale, alla concezione storica del partito, essenziale è dunque la valutazione storica che il partito dà dei principali eventi della storia mondiale verificatisi dopo la fine della Prima Guerra imperialistica fino ad oggi, in una continuità d’impostazione che ci permette di cogliere la continuità e la convergenza tra fascismo e democrazia e la loro funzione comune di difesa del regime sociale borghese.

Come il fascismo è stato da noi definito «un fenomeno storico mondiale, espressione della politica della classe capitalistica dominante nella fase in cui la sua economia assume i caratteri monopolistici ed imperialistici», così non possiamo recedere dalla definizione della democrazia come la maschera che tale assetto riassume nelle circostanze storiche del secondo dopoguerra mondiale in cui, distrutto il partito di classe e gli organi di combattimento del proletariato, la borghesia può permettersi il lusso di presentarsi come l’unica possibile forma politica, immutate restando le strutture fondamentali di cui il fascismo ha dotato lo Stato e precisamente gli istituti che garantiscono l’intervento dello Stato nell’economia (esempio: l’IRI) e la natura fondamentale e i compiti assegnati alle organizzazioni per la difesa d’un regime di lavoro necessario per il mantenimento del capitale come modo di produzione.

Caratteristica essenziale del movimento fascista fu l’attacco demolitore alla esistenza di autonome organizzazioni di classe ed inquadramenti di classe dei lavoratori. In tale attacco il fascismo utilizzò, oltre alle forze del nuovo partito borghese di classe da esso costituito, quelle dello Stato e di tutti gli altri partiti borghesi con esso conniventi in questo compito controffensivo e di contro-rivoluzione preventiva per il mantenimento dei principi di classe.

Nel regime di restaurata democrazia, quasi in un’opera di contrappunto, oltre alle forze costituite dai partiti anti-fascisti e dello Stato, sorretto con tutti i mezzi nella bufera del secondo conflitto interimperialistico (basti pensare al clima di disgregazione dalla caduta del fascismo all’8 Settembre), si utilizzano le spoglie del disciolto partito fascista, con quelle connivente nel compito di scoraggiare un qualsiasi tentativo di autonomo movimento proletario (si pensi agli scioperi del 1943 fino ai moti del 1948 in occasione dell’attentato a Togliatti, ultimo atto di protesta del proletariato per un suo “capo”.

Il riferimento non sarà che platonico: la norma costituzionale, che esplicitamente pone divieto alla ricostruzione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista, quasi a titolo ironico, viene posta nelle disposizioni “transitorie”. Non c’è dubbio in proposito, e noi l‘abbiamo sempre sostenuto: né il fascismo, né il capitale si aboliscono per decreto e tanto meno con norme transitorie!

Respingemmo e respingiamo come antistorica la tesi che il fascismo consiste in una reazione feudalistica assolutistica medievale, tendente a distruggere le conquiste sociali e politiche della borghesia capitalistica industriale. Respingiamo che la restaurazione della democrazia consista nel ripristino delle garanzie giuridiche e politiche dello Stato prefascista o nella sconfitta definitiva della reazione feudalistica e assolutistica in nome delle conquiste sociali e politiche della borghesia capitalistica industriale.

Nella ricordata e basilare Piattaforma abbiamo scritto che la situazione italiana presente non significa la chiusura di un periodo di governo fascista borghese e l’apertura di un opposto periodo di politica borghese liberale che ritorni al ciclo e ai rapporti del periodo precedente il 1922. Essa significa il crollo dell’apparato di governo e di potere della classe dominante in Italia, determinato non da crisi politiche interne e da divergenze di metodo, e neppure da attacchi decisi, sociali e politici, dall’esterno, ma dalla sconfitta militare e dal prevalere del gruppo di Stati contro il quale lo Stato borghese italiano si trovava schierato.

La situazione che si è determinata non presenta la conquista anche parziale del potere politico da parte di strati proletari o piccolo-borghesi. La ricostruzione dell’apparato centrale di controllo politico e di polizia al servizio degli interessi economici capitalistici avviene a cura e sotto lo stretto indirizzo dei grandi Stati vincitori della guerra, sotto forma di un compromesso accettato dalla medesima classe dominante indigena con la riduzione del suo privilegio e della sua sovrana autonomia di governo pur di continuare a sfruttare le classi lavoratrici nella veste di borghesia o di Stato satellite della nuova organizzazione mondiale. Si costituisce così un sistema di forze controrivoluzionarie ancor più efficienti di quelle fasciste formalmente sostituite.

Sulla base di queste considerazioni riaffermiamo schematicamente che:
    1) Quanto più gli interessi della borghesia diventano generali, tanto più per essa si fa urgente la necessità di darsi un assetto politico disciplinato al suo interno (tendenza al partito unico) e violento contro la classe nemica, il proletariato, attraverso il rafforzamento dell’apparato statale.
    2) Dietro l’anodina formula dell’interventismo statale nell’economia si nasconde, sia nella forma fascista di Stato sia in quella democratica, naturalmente in moduli esteriori diversi, la difesa generale e diretta della borghesia e dei suoi interessi economici e politici: non è tanto lo Stato ad intervenire nell’economia, quanto l’economia borghese che manovra il suo Stato in difesa dei suoi privilegi di classe.
    3) Nella forma fascista i teorici dello Stato, sotto la formula del superamento dello Stato liberale, neutrale e imparziale, nello Stato etico, presentano lo Stato come superiore agli interessi antagonisti e, più che strumento di equilibrio, organica sintesi delle diverse istanze della società civile.
    4) I teorici dello Stato democratico post-fascista non nascondono che la “rinata nazione” è la sintesi di diverse matrici ideali e di interessi contrapposti, ma nonostante il ripudio formale della formula dello Stato etico, non hanno potuto espungere dalla costituzione materiale le strutture portanti dell’assetto complessivo della macchina statale nei suoi assetti burocratici, amministrativi, militari.
    5) L’illusione dei vecchi “liberali” di ripristinare le condizioni politiche dello Stato prefascista si fondano su una concezione notoriamente etico-politica di matrice neo-idealistica, che è l’antitesi della lettura materialistico dialettica e storica della teoria dello Stato.

D’altro canto è semplicistica la tesi che la linea di discriminazione tra forma autoritaria di Stato e forma democratica consista nel formale ripudio della violenza nei rapporti sociali e della guerra nei rapporti con gli altri Stati: la violenza non sta al disopra dei rapporti sociali (come caciocavalli appesi, per dirla parafrasando B. Croce), ma sta dentro agli antagonismi di classe.

Essendo lo Stato, nella nostra concezione, l’espressione generale e organizzata di questa violenza, la pretesa tipicamente liberale e democratica di gabellare per pace sociale la garanzia dell’ordine è teoricamente più mistificante, seppur più debole, della concezione organica ed etica propria del fascismo. Chi non ricorda comunque che i corifei dello Stato liberale, da Croce a Giolitti, invocarono lo Stato forte contro i conflitti sociali che il primo dopoguerra mondiale non aveva saputo stroncare e risolvere? Non saremo certo noi ad abboccare alla professorale distinzione tra forza (lecita!) e violenza (illecita!).

E poi lo scambio di esperienze e di reciproci appoggi con l’apparato militare dello Stato liberale prefascista non è ormai una deformazione del pensiero comunista, ma “patrimonio tecnico comune” della cosiddetta scienza della storiografia.

Per il marxismo l’esercizio della violenza nella storia non è da considerarsi con formule né estetiche né moralistiche, per cui fuori da ogni irrazionalistica demonizzazione o semplicistica riduzione del fascismo a folklore o messa in scena da sottovalutare, è stato immediatamente individuato nell’azione delle squadre illegali il piano della borghesia mirante al rafforzamento della macchina statale. Le correnti socialdemocratiche, al contrario, si attardavano a vedere in esso l’espressione del residuo mondo feudale agrario, coerentemente con tutta la tradizione “democratica” da noi duramente respinta, che pretendeva di difendere il progresso borghese dall’oscurantismo e dal conservatorismo.

I sostenitori dello Stato democratico post-fascista non si vergognano di rivendicare queste stesse matrici, ed hanno ragione, solo che non sanno come spiegare il residuo feudal-agrario e chiesastico nell’occidente “ultraimperialistico” o addirittura “post-industriale”. Ad ognuno le sue grane d’interpretazione. Anche la limpidezza dei teoremi ha una sua ragione ed un suo pregio.

Il fascismo tenta (e con qualche successo) di realizzare il programma social-riformista, e dà la lezione vivente che tale progetto non è realizzabile senza l’esercizio della violenza di classe statale. L’ostinarsi dell’opportunismo di matrice socialdemocratica, tanto più bieco una volta passato e travasato nella esperienza staliniana, nel pretendere di sostenere la possibilità della transizione al socialismo attraverso la democrazia, anzi nel mantenimento della democrazia e dei suoi “principi eterni e universali”, è fingere di non vedere che la violenza del fascismo non è stata neutrale e che l’eredità dello Stato post-fascista è debitrice delle grandi trasformazioni e del rafforzamento che lo Stato della borghesia ha realizzato nell’epoca dello sviluppo imperialistico. A maggior ragione non può pretendere di essere neutrale la violenza delle istituzioni, non solo dello Stato centralizzato propriamente detto; per il comunismo rivoluzionario è accresciuta violenza di classe.

Come il fascismo del 1919 si vide spianare la strada dalle correnti democratiche e liberali e dall’opportunismo socialdemocratico di varia gradazione, così lo Stato democratico post-fascista, dopo essersi vista spianare la strada dalla crisi del fascismo nelle vicende del secondo conflitto interimperialistico, oggi spiana la strada al cosiddetto “nuovo fascismo”, che non fa che chiedere il rafforzamento dell’apparato statale considerato molle e incapace di venire a capo della “conflittualità sociale” sempre crescente.

Naturalmente è parte integrante della nostra lettura della lotta di classe nella fase imperialistica che il tentativo fascista di dotare la borghesia del suo partito unico e di una disciplina unitaria capace di ridurre alla ragione anche le frazioni borghesi di diversa estrazione ideale e sociale, è solo in parte riuscito; il proletariato, nonostante la dura sconfitta, continua ad essere una classe irriducibilmente antagonista alla borghesia, e né il bastone fascista né la carota democratica potrà venire a capo delle contraddizioni della lotta di classe. Insomma solo il socialismo è la soluzione storica degli antagonismi sociali.

Il fascismo nelle sue venature mistificheggianti ha teorizzato perfino l’immagine di una società senza Stato (la Civiltà del Lavoro di Gentile), ma la dura realtà dei fatti ha costretto sia il fascismo storico sia la democrazia post-fascista a prendere più realisticamente atto che la lotta di classe può essere al massimo mediata attraverso un ingegnoso dosaggio di strumenti giuridici e di prevenzione, sia violenta sia condita di mezze riforme e concessioni. “L’amministrazione delle cose”, anche dal punto di vista teoretico, rimane una previsione che solo la tradizione rivoluzionaria del proletariato può rivendicare e perseguire con coerenza.

Lo Stato post-fascista anche in questo campo, attraverso il più labile modello della democrazia consociativa o della cosiddetta “partecipazione”, non ha fatto altro che allentare, date le favorevoli condizioni del dopoguerra, la superfetazione giuridica e la macchinosità del modello corporativo, ma si è guardato bene dallo smantellare i capisaldi della struttura amministrativa, burocratica e militare. Allentando formalmente la regolamentazione giuridica delle organizzazioni operaie, ha concesso la fiducia ai partiti “antifascisti” e ai rinati sindacati cosiddetti “liberi”; nel nostro linguaggio ha rimesso nelle loro mani la gestione della repressione di classe.

Il bene supremo esplicitamente riconosciuto dai sindacati liberi e dai partiti antifascisti è infatti il bene, l’economia nazionale: al massimo, la cosiddetta “centralità della classe operaia” è affermata come base propulsiva della produzione e dello sviluppo. Nient’altro comunque della già da noi aborrita teorizzazione della società dei produttori, ordinovista, che si illudeva di battere il capitalismo sul suo stesso terreno, quello dell’efficienza e della competenza tecnica.

Il capitale mondiale verso la precipitazione della crisi

Rapporto esposto alla riunione del maggio 1980 [RG17]

Con la inesorabile puntualità di certe catastrofi naturali periodiche ecco di nuovo che il massimo capitalismo mondiale dimostra la impossibilità della sua riproduzione indefinita: secondo le stime negli Stati Uniti la produzione industriale è già diminuita in aprile dell’1,9%, mentre la disoccupazione è cresciuta a maggio al 7,8% della forza lavoro.

La drammaticità delle prime misurazioni settoriali del fenomeno è tale da caratterizzarlo come un rallentamento velocissimo dei consumi e delle produzioni, brusco come nell’inverno 1974-75, e massimo del dopoguerra: la costruzione di case è già diminuita del 42% in aprile su base annua, la produzione di auto General Motors a maggio anch’essa del 42%, e di vetture commerciali del 73% addirittura. Contemporaneamente si restringono le vendite al dettaglio: di auto nel primo trimestre ne sono state vendute il 21% in meno, nel maggio il 33% e il 37% le vendite della produzione nazionale. La Chrysler chiude due stabilimenti il 19 maggio licenziando altri 1.560 operai e l’undici giugno sospende i pagamenti ai creditori di tutto il mondo, accusando passività per 4,4 miliardi di dollari. Già sono stati licenziati 750.000 lavoratori dall’industria auto e dall’indotto, i quali, per ora, sono mantenuti dall’assistenza statale. L’industria dell’auto americana, simbolo di un capitalismo in espansione che trova nel “benessere” il vasto mercato interno per lo sbocco delle sue merci, già segna record negativi peggiori di quelli registrati al fondo della crisi 1974-75. La siderurgia non è migliore, tanto che oggi nel settore si contano più disoccupati che nel 1933, alla fine della grande crisi dell’interguerra.

L’origine della crisi è interna al sistema capitalistico statunitense e corrisponde ad una delle cicliche fasi di sovrapproduzione relativa, come denuncia la contrazione delle vendite. Come collocazione del ciclo il momento attuale è analogo a quello della primavera del 1970 e dell’estete del 1974. La recessione non è però sopraggiunta nel 1978, ma con due anni di ritardo, due anni di forte slancio nell’accumulazione che realizzano il più lungo ciclo espansivo della storia americana, salvo i significativi precedenti del 1961-69, sostenuto e prolungato negli ultimi anni dall’affare della guerra del Viet Nam che risolve l’accenno ciclico di recessione del 1967, e del 1933-37 di ripresa dopo la lunga grande recessione e precedente la crisi attesa da Stalin e il conflitto mondiale.

Il prolungato benessere capitalistico e la pesante accumulazione di tossine inflazionistiche e di sovrapproduzione (e sovraconsumo, col sistema delle vendite a credito così diffuso in USA per esaltare artificialmente le capacità di consumo del mercato) si capovolgono nella profondità della imminente crisi recessiva.

Per la verifica della collocazione nel ciclo della attuale congiuntura americana è utile anche il confronto con la curva dell’inflazione: è sfasata in avanti rispetto alla curva della produzione. Quando la produzione entra in regressione, come oggi, l’inflazione prima trova il suo massimo del ciclo, e continua a declinare finchè dura la crisi, per accelerare di nuovo quando la produzione ha raggiunto ritmi di piena crescita. Il fenomeno nell’ultimo decennio si sta verificando per la terza volta, con ampiezze in crescendo e con conseguenze via via più sconvolgenti in tutti i paesi, di entrambi i blocchi capitalistici d’est e d’ovest e sulla classe operaia in particolare dei paesi di vecchio imperialismo e dei nascenti vigorosi industrialismi del Sud.

Si conferma quindi l’interazione fra i fenomeni dell’accumulazione e dell’aumento dei prezzi, fra i quali, nelle diverse fasi del ciclo, si scambia il verso del rapporto causa-effetto: l’intervento dirigistico statale, espressione degli interessi imperialistici delle grandi società anonime, forza artificialmente le possibilità espansive del sistema e sostiene per un certo periodo il saggio del profitto per mezzo di una crescente inflazione e enormi deficit pubblici. Al punto superiore di rottura del ciclo la sovrapproduzione reale è tale che l’accumulazione non reagisce più né alla liberazione del credito (come è il caso oggi in USA) né scontando l’inflazione, e solo il crollo della domanda impone un arresto alla crescita dei prezzi anche nella loro espressione nominale. Ed infatti sembra che già stia smorzandosi l’inflazione in America.

Si osserva come, rispetto al ciclo precedente, si collochino coerentemente gli aumenti del prezzo del petrolio, intervenuti in misura significativa nell’anno trascorso come nel 1974: l’ascesa dell’inflazione interna nei paesi industrializzati precede le decisioni dei paesi produttori di petrolio.

La decadenza dei vecchi imperialismi

C’è un altro capitalismo che è oggi in fase con quello americano ed è quello inglese: produzione industriale meno 1,5% a febbraio e 3,5% a maggio (su base annua), inflazione, da gennaio ad aprile: 18,5%, 19%, 20%, 22%, volume delle vendite al dettaglio diminuito del 3,7% ad aprile.

Ma altre meno contingenti caratteristiche sono comuni ai due capitalismi anglosassoni: l’inglese massima potenza imperialista spodestata, l’americano attuale dominatore del maggiore mercato finanziario.

La decadenza del peso economico dell’Inghilterra sulla scena mondiale degli ultimi trenta anni è, rispetto alla Germania e al Giappone, così misurata: fatto 100 il reddito pro capite inglese, nel 1950 quello tedesco era 80 e quello giapponese soltanto 20; nel 1979 nella RFT la stessa grandezza media è doppia di quella inglese e la giapponese una volta e mezza. Non sono cause storiche, sociali o economiche particolari che spiegano questo inesorabile e rapido declino del capitalismo che per primo mise a sacco, oltre la propria classe operaia, anche uno sterminato dominio coloniale. La causa reale è insita nella stessa causa del suo primo dominare: lo sviluppo tecnico della madrepatria, la concentrazione, la forza della classe operaia e il relativo aumento dei salari, la corrispondente diminuzione del saggio del profitto e la tendenza all’esportazione di capitali. Ma il rientro dei profitti non può alla lunga essere garantito soltanto dalla provenienza iniziale: qualora questi interessi all’estero, sia in paesi capitalisticamente sviluppati, sia arretrati, non siano sufficientemente difesi dall’autorità di una forza militare e politica adeguata del paese imperialista, che validamente tuteli nel mondo intero le rapine della finanza, niente alla lunga garantisce il rientro degli interessi e delle rendite, che i capitali esportati si rendano autonomi dalla madre patria o che passino sotto il controllo di altra potenza. Così per l’immenso dominio coloniale inglese, invaso da ogni parte dalla concorrenza di merci non inglesi, quando risultarono meno costose.

L’Inghilterra è il primo esempio storico di paese di vecchio capitalismo, ad altissimo grado di proletarizzazione, nel quale parallelamente alla decadenza imperialistica vanno erodendosi le possibilità di corruzione borghese di una estesa e compatta classe operaia: lì l’assurdità di un meccanismo sociale e produttivo modernissimo fa balzare agli occhi la irrazionale crudeltà di un modo di produzione che per le sue leggi proprietarie preistoriche e nell’interesse di una minoranza di inetti sfruttatori e politicanti costringe alla miseria e all’inattività la numerosa classe operaia. E non sarà certo la scoperta del petrolio del Mare del Nord a invertire questa decrepitezza sociale capitalistica, né è dimostrato che giovi all’accumulazione nemmeno all’immediato.

L’esito militare della Seconda Guerra imperialistica sancì la vittoria dei capitalismi installati su grandi territori e con bassa densità abitativa, il definitivo declino dell’inglese e il rinvio dell’emancipazione militare autonoma di Germania e Giappone. La forza segue l’economia.

Gli Stati Uniti oggi producono a costi superiori ai concorrenti del sud-est asiatico, ma anche dell’Europa. La conseguenza è che la loro parte del mercato mondiale si è contratta dal 18% del 1970 al 12% del 1979, proprio quando, per il naturale declino della domanda interna, l’America avrebbe bisogno di aprirsi al commercio mondiale (mentre nel 1968 infatti le esportazioni americane rappresentavano il 6% del prodotto nazionale lordo, nel 1979 sono l’8%).

Dimostrazione di come gli Stati Uniti si inseriscano nel ramo discendente della loro storia capitalistica sono, sul terreno commerciale, le gravi sconfitte che subiscono anche in patria per la concorrenza delle merci straniere, cosa che fa richiedere ai sindacati filo-imperialistici americani nuovi dazi protezionistici. Uno degli effetti è appunto l’attuale crisi dell’industria automobilistica, attaccata in patria in particolare dai giapponesi, i quali dimostrano nel settore costi di produzione molto più bassi e giovanile vitalità capitalistica nello sfruttare il proletariato. Altro settore in declino è quello siderurgico che, nonostante la ripresa, non ha mai recuperato i massimi produttivi del 1973 ed è intorno ai volumi già raggiunti 15 anni fa.

È la stessa decadenza imperiale che minaccia l’autorità della moneta americana sui mercati mondiali e che nel corso dell’ultimo decennio ha dovuto in gran parte restituire all’oro, nonostante l’attiva opposizione degli organi monetari e diplomatici americani, il ruolo di moneta di riserva.

Precaria sfasatura degli altri capitalismi

Al di fuori di USA e Gran Bretagna i misuratori globali della crescita economica indicano, per il momento, una notevole tensione delle forze produttive: addirittura per l’Italia e Giappone l’industria accumulerebbe a più del 10% annuo. Dopo la fase di rallentamento congiunturale per la quale sono passate le principali economie fra l’autunno 1977 e l’estate 1978 la ripresa è stata notevole e continua, specialmente per Giappone, Germania e Italia. Parallelamente è presa a risalire la febbre inflazionistica, come prevedibile, nel corso del 1979, puntando nettamente a valori molto alti (21% in Italia e Inghilterra, 15% USA e Francia).

Ma il presente slancio dell’economia non può non risentire della drastica caduta americana e già emergono evidenti segni di stanchezza dei mercati. Nel settore dell’auto la crisi ha dimensioni mondiali, dovuta anche alla saturazione (per fortuna!) dei mercati occidentali, già diminuiscono le immatricolazioni in Francia (del 23,5% in maggio) e nella R.F.T., ove la Opel intraprende il licenziamento di 5.300 operai. Secondo i dati provvisori il tasso di crescita annuo della produzione industriale è sceso negli ultimi mesi da 5 a 4% in Germania, dal 12,5 all’11,5 e al 10,5% in Giappone, mentre la disoccupazione sale da 3,6 a 3,7% sempre in Germania, nonostante che il settore auto e minerario intendano richiamare ancora emigrati, e dal’1,9 al 2,05% in Giappone. Le prossime settimane confermeranno queste indicazioni di inversione di tendenza e la svolta forse verso un’altra contemporanea precipitazione critica di tutto l’imperialismo mondiale.

I capitalismi dell’est, del resto, sulla strada della recessione già stanno precedendo le potenze occidentali: per la prima volta in tutta la sua storia la Russia denuncia nel 1979 un forte regresso nella produzione siderurgica. Del resto la caduta di produttività del sistema capitalistico russo si accentua nel corso dell’ultimo decennio, progressivamente passando da ritmi di accrescimento intorno al 9% al minore 4%, ritmo quasi “occidentale”. In Polonia invece nel corso del piano quinquennale 1976-80 l’economia è previsto regredisca del 2%.

La guerra commerciale

Il mercato mondiale sull’orlo della sovrapproduzione mostra notevoli evoluzioni nei traffici, risultato della guerra commerciale, mentre tendono a invertirsi di segno i surplus delle bilance commerciali. L’enorme attivo del Giappone di 25 miliardi di dollari nel 1978 è ormai divenuto un passivo, mentre la R.F.T. vede nel giro di un anno dimezzare le sue eccedenze. Per il 1980 per i due paesi sono previsti passivi di 15 miliardi di dollari. Queste sono dirette conseguenze dell’espansione capitalistica in quei paesi, in un mondo che offre un mercato relativamente sempre più ristretto. Mentre permane l’enorme deficit commerciale americano, sorgente di inflazione mondiale, peggiora la posizione di Italia e Francia, prive di petrolio, mentre negli ultimi mesi diminuisce il passivo inglese per il merito della recessione e del petrolio nazionale.

Nel complesso dei sette paesi più industrializzati nell’ultimo anno è raddoppiato il disavanzo, in parte a causa dell’aumento del prezzo delle materie prime energetiche. Né per il futuro è prevedibile un più compatto fronte dei paesi capitalistici consumatori contrapposto al monopolio dell’offerta: infatti oltre alle generali necessità di concorrenza reciproca i paesi occidentali nei confronti del problema energetico si trovano divisi nettamente al loro interno fra detentori di risorse energetiche sul territorio nazionale e chi invece ne è privo: Stati Uniti e URSS fra i primi, con Gran Bretagna e Germania, ricca di carbone.

Intanto il capitalismo giapponese comincia a dimostrare in tutti i campi il proprio ruolo di predone imperialista di dimensioni mondiali: come previsto i vinti dell’ultima guerra stanno recuperando il loro posto come potenza industriale e commerciale. Carter implora il Giappone perché esporti i suoi capitali in USA per riassorbire parte dei disoccupati del settore auto; intanto le auto giapponesi si sono guadagnate l’8% del mercato interno tedesco, cacciandone italiani e inglesi. A soffrirne sono anche le industrie tedesche, ma contando queste di vincere la concorrenza extracontinentale insieme al Giappone sui giovani mercati dell’America Latina, d’Africa e d’Asia e nei paesi dell’est, la linea di politica commerciale tedesca punta tutto sulla libertà degli scambi. A farne le spese sono e saranno maggiormente in futuro le minori industrie d’Europa, italiana e inglese in particolare, e le imprese di minori dimensioni e produttività, destinate ad essere assorbite in gigantesche concentrazioni (come del resto sta avvenendo anche in altri settori di forte concorrenza, come l’elettronica).

Se torna a crescere il deficit bilaterale USA-Giappone (quest’ultimo essendo costretto ad esportare i propri manufatti per pagare il rincarato petrolio) l’America è spinta ad esportare in Europa l’eccedenza di merci, mettendo qua in crisi le industrie delle fibre e dell’acciaio.

In questo convulso decrepito capitalismo che sopravvive a sé stesso la soluzione della crisi attuale è affidata esclusivamente alla concorrenza fra capitali, come la stessa concorrenza ha prodotto la crisi. La ripresa del ciclo si avrà soltanto dopo la distruzione delle merci e dei capitali sovraprodotti, se questo avverrà con i metodi “pacifici” della crisi generale e della disoccupazione in massa o con i metodi militari della guerra combattuta, più adeguati alla nuova spartizione delle zone di influenza, dipende da altre circostanze, fra le quali la necessità di dare libero sfogo alle produzioni dell’industria bellica, oggi in grande sviluppo in tutti i paesi (anche in quelli ufficialmente senza esercito come Germania e Giappone!).

La partita al massacro si gioca sulla pelle del proletariato, il cui grado di sfruttamento è principale fattore della vittoria (invidiano i capitalisti occidentali il paradiso giapponese ove i proletari lavorano 2.300 ore effettive l’anno) in una assurda guerra mondiale fra paesi e fra aziende, solo perché le classi nulla facenti possano decidere come spartirsi l’immenso bottino. Nulla di progressivo ha ormai questa frenetica concorrenza mondiale, a niente serve se non allo spreco immenso di energie lavorative, a provocare sofferenze incalcolabili all’umanità oppressa e ostacolare il progresso delle conoscenze tecniche e scientifiche, altrimenti concordemente utilizzabili da una comunistica società mondiale.
 

[RG-14] Rivoluzione o guerra

Capitolo esposto alla riunione del giugno 1979 [RG14]

Dai (grandi) primi testi della Nuova Gazzetta Renana, chiavi della strategia internazionalista di Marx e di Engels, che integra in una stessa rete la rivoluzione democratica di Germania, il sollevamento dei proletari parigini, l’odio contro l’autocrazia russa e le condizioni oggettive del passaggio al socialismo in Inghilterra, alle moderne tesi di Lione della Sinistra Comunista Italiana (1926), passando per le tesi del 2° congresso dell’Internazionale Comunista (1920), una sola prospettiva si sviluppa contro tutte le molteplici scorie del revisionismo proteiforme, socialdemocratico, menscevico, consiglista e staliniano: quella della necessaria convergenza unificata e centralizzata delle lotte dei popoli delle aree arretrate con quelle dei proletari delle metropoli industrializzate.

Passando in rassegna la lotta tra gli opposti Stati imperialistici per la spartizione delle zone d’influenza e per la repressione delle lotte dei popoli soggetti, ci troviamo di fronte ai nostri tradizionali nemici di sempre: da una parte la visione socialdemocratica e staliniana che assegna all’umanità il fine storico della costituzione delle razze e delle nazionalità in Stati Nazionali, basi delle vie specifiche (e pacifiche) al socialismo; e forse più ancora l’indifferentismo cieco e controrivoluzionario di certi gruppi “extraparlamentari” o fascisti, che negano ai movimenti e alle guerre di liberazione nazionale ogni carattere progressista.

Il ritorno all’ortodossia marxista si è realizzato nel corso dei due primi decenni del secolo contro le deviazioni della destra imperialista della Seconda Internazionale (Bernstein, Von Kol) e quelle della reazione “infantile di sinistra” a questa corrente di destra, rappresentata in gradi diversi dall’ala antiriformista olandese (Pannekoek), russa (Piatakov, Bukarin, e in una misura generale i sostenitori dell’”economia imperialista”) e infine quella polacca (Radek, R. Luxemburg).

Dobbiamo ancora una volta a Lenin ed al partito bolscevico la restaurazione della dottrina in questo punto, specie su queste tre questioni:
 1) il significato teorico e pratico dal punto di vista marxista del diritto dei popoli a disporre di sé;
 2) il riconoscimento del carattere rivoluzionario e progressista delle guerre di liberazione nazionali nell’epoca dell’imperialismo;
 3) il ruolo tattico e il diritto di separazione dei popoli allogeni nel processo della dittatura democratica del proletariato, in particolare in Russia.

Questi problemi si fanno tanto più scottanti di fronte ai sintomi di una terza possibile guerra mondiale.

La restaurazione operata da Lenin vive esclusivamente nel Partito Comunista e passa attraverso la smentita della natura socialista dell’URSS e delle presunte diverse forme di socialismo edificate negli ultimi 60 anni di storia mondiale; visione di un mondo spaccato in due, metà a capitalismo imperialistico di tipo classico, metà nelle mani del socialismo di diversi gradi, e nonostante i “tratti illiberali” e certe “aberrazioni”, in espansione e fraternamente legato alle più evolute forme di partiti comunisti dell’area europea. La tradizione comunista rivoluzionaria oppone la sua esclusiva lettura degli eventi e delle condizioni storiche generali: 60 anni di controrivoluzione che rischiano d’impedire perfino la voce della corretta interpretazione dei fatti.

Il marxismo che in quanto è la scienza della rivoluzione è anche la scienza della controrivoluzione, guarda verso il passato delle lotte proletarie per chiarire il presente della sua azione e per meglio criticare le basi dell’opportunismo che, al di là delle forme mutevoli, rimangono invariate e invarianti. Per questo diamo la nostra risposta contro l’indifferentismo massimalista e liquidatore sia nella questione nazionale che nella lotta interimperialistica con il richiamo alle tesi fissate una volta per tutte e che la classe operaia non potrà un giorno di nuovo impugnare se non sbarazzandosi di tutte le confessioni opportuniste.

Le minacce che le super-potenze imperialistiche si scambino in forme sempre più pesanti possono apparire nuove solo a chi non detiene una memoria storica collettiva e rivoluzionaria, che è il partito di classe. Per i comunisti, da sempre, queste minacce, pur non essendo puramente verbali, ma tanto reali da poter scatenare un terzo conflitto mondiale, sono niente altro che il risultato di una guerra di classe che dura ormai da un secolo e mezzo ed è insita nell’antagonismo insuperabile tra la borghesia ed il proletariato: queste minacce, che si sono in un volgere di mezzo secolo espresse in due conflitti generali tra Stati, sono rivolte essenzialmente, prima di tutto, ed in ultima istanza, contro il proletariato.

La memoria storica della classe, ristabilita e restaurata dal partito bolscevico, non solo a parole, ma con conseguenti atti che culminarono nella prima Rivoluzione socialista, proclamata non russa, ma patrimonio di tutti i proletari del mondo, si solidifica in alcuni punti essenziali:
 1) il proletariato ha tentato di reagire alla guerra degli Stati con la Comune di Parigi; l’assalto al cielo non è stato né inutile, né inglorioso. Contro tutte le interpretazioni riduttive o moralistiche, proprio Marx, che non aveva certamente caldeggiato l’assalto per la mancanza di preparazione rivoluzionaria, rivendica il suo insegnamento, che consiste essenzialmente in una prima grande lezione storica;
 2) di fronte al proletariato che alza la testa e si oppone alla guerra per i suoi interessi di classe, le opposte frazioni borghesi abbandonano le ostilità e le rivolgono unite contro l’insurrezione operaia;
 3) le tentazioni del proletariato insorto, in preda alle diverse correnti, mancando del partito unico e capace di direzione unica e dispotica, comportano l’illusione di utilizzare la macchina statale borghese per il perseguimento del socialismo; grave mancanza di conoscenza: la macchina statale borghese deve essere distrutta.

Sulla base di queste premesse intendiamo valutare le reciproche minacce degli opposti imperialismi, che sono dunque il risultato della lotta di classe, il tentativo di prevenire o risolvere il contenzioso tra le classi sociali fondamentali.

Le minacce di ricorso alla forza sempre più insistenti tendono ad essere camuffate dagli ideologi di regime come espressione di irrazionalità e brutalità; l’opportunismo, ancora più fetido, riprendendo la sua campagna per la pace contribuisce a nascondere il retroterra economico e sociale da cui spuntano le armi.

Ancora una volta noi comunisti siamo costretti a chiedere scusa al lettore, come già Engels nella sua polemica col signor Düring, se ritorniamo con insistenza alla storia di Robinson e Venerdì, «che propriamente è più al suo posto in un giardino d’infanzia, anziché nella scienza»; ma che possiamo farci?

La guerra non è questione di onnipotente “violenza” come direbbe il sig. Düring. La guerra, lo sa anche l’ultimo dei gazzettieri in grado di parafrasare Clausewitz, è la continuazione della politica con altri mezzi, e la politica, nella lettura del marxismo rivoluzionario, non è che l’epifenomeno della struttura economica.

Che cosa è il deterrente nucleare agitato sul capo dei proletari dal pacifismo opportunistico da ben trenta anni se non l’equivalente non solo concettuale delle armi batteriologiche, del fantomatico raggio della morte, o molto più modestamente della “spada in pugno” con la quale Robinson, nella testa degli infiniti Düring dei nostri tempi, asservirebbe Venerdì? Quella stessa spada in pugno non è stata a suo tempo in grado di asservire neanche il Giovedì Nero del 1929. Eppure si trattava di un giovedì prosaico ed economico!

«Da dove ha preso la spada? Neanche nelle isole fantastiche delle imprese robinsoniane le spade sinora crescono negli alberi (…) A Robinson era tanto possibile procurarsi una spada quanto è possibile a noi il supporre che un bel giorno Venerdì gli possa apparire con un revolver carico in mano, nel qual caso tutto il rapporto di “violenza” si rovescia: Venerdì comanda e Robinson deve sgobbare».

Questo è il sogno della piccola borghesia ribellistica ed anarcoide che, rifiutando la preparazione rivoluzionaria, immagina di rovesciare i rapporti di forza, risultato d’un lungo periodo storico di soggezione e di dominio economico e sociale, con l’acquisto di qualche Winchester in Svizzera o con pic-nic di fine settimana in compagnia di qualche missile terra-aria perduto per caso da qualche incauto guerrigliero di passaggio.

«Dunque il revolver ha la meglio sulla spada, e questo fatto farà comprendere, malgrado tutto, anche al più puerile assertore di assiomi che la forza non è un semplice atto di volontà, ma che esige per manifestarsi condizioni preliminari molto reali, soprattutto strumenti di cui il più perfetto ha la meglio sul meno perfetto, che questi strumenti devono inoltre essere prodotti, il che dice ad un tempo che il produttore di più perfetti strumenti di forza, vulgo armi, vince il produttore di strumenti meno perfetti e che, in una parola, la vittoria della forza poggia sulla produzione di armi, e questa a sua volta poggia nella produzione in generale, quindi (…) sulla “potenza economica”, sull’”ordine economico”, sui mezzi materiali che stanno a disposizione della forza».

È per questo che nei cosiddetti periodi di “pace” non ci siamo stancati di indicare al proletariato il suo fine storico, contro le illusioni di benessere e di pace perpetua: è dal modo di produzione capitalistico che spuntano le armi e la violenza, dalla necessità di produrre per il profitto; nella rotazione del capitale la produzione di armi permette la più alta composizione organica ed i più alti profitti; in più le armi hanno il merito di circolare in breve periodo, proprio quando l’ossessione del capitale è quella di ridurre al minimo il tempo di circolazione e di evitare l’intasamento del mercato delle merci; le armi provocano quelle benefiche distruzioni di capitale sia costante che variabile e tra l’altro sono in grado di togliere di mezzo quel capitale soprannumerario, i disoccupati, che minaccia la pace sociale, e cioè la permanenza della società divisa in classi.

«La forza, al giorno d’oggi – continua Engels – è rappresentata dall’esercito e dalla marina da guerra (oggi diremmo dalle armi nucleari di terra e di mare) e l’uno e l’altro costano, come tutti sappiamo a nostre spese, “una tremenda quantità di denaro” (…) In ultima analisi il denaro deve pur essere fornito dalla produzione economica; la forza è dunque a sua volta condizionata dall’ordine economico che le procura i mezzi per allestire e mantenere i suoi strumenti. Ma non basta ancora. Nulla dipende dalle condizioni economiche preesistenti quanto precisamente l’esercito e la marina. Armamento, composizione, organizzazione, tattica e strategia dipendono anzitutto in ogni epoca dal livello raggiunto dalla produzione e dalle comunicazioni. Qui hanno agito rivoluzionariamente non le “libere creazioni dell’intelletto” di comandanti geniali, ma l’invenzione di armi migliori e la modificazione del materiale umano; nel migliore dei casi l’azione esercitata dai comandanti geniali si limita ad adeguare la maniera di combattere alle nuove armi e ai nuovi combattenti».

L’opera nefasta dell’opportunismo è dunque quella di occultare agli occhi del proletariato l’origine del fenomeno guerra nella società attuale, ma non basta; il ricatto a cui ricorre ogni giorno consiste nel sostenere che per lo sviluppo della tecnologia e del perfezionamento delle armi oggi la guerra significherebbe annientamento totale: si nasconde che in ciascuna epoca del moderno conflitto di classe la classe dominante si è vantata di aver scoperto l’arma totale, l’ultimo grido in fatto di capacità d’annientamento, mentre si preoccupa di escogitare per la sua stessa sopravvivenza nuove tattiche e possibilità di opporre antidoti al supremo veleno.

Chi non sa che è prevista dai piani strategici del Pentagono e del Cremlino, tanto per citare i più autorevoli trusts della guerra, la possibilità di combattere una guerra nucleare tattica capace quindi di permettere la risposta graduata e non definitiva all’avversario?

Noi sosteniamo che la vera arma totale che teme la borghesia mondiale oggi è la potenzialità distruttiva dell’avversario di classe, un vero e proprio bove tenuto al solco da robusti paraocchi; un’arma capace di colpire a morte gli interessi di classe senza mettere a repentaglio tutta l’umanità; al contrario capace di scegliere, oltre tutto, una minoranza di sfruttatori che affamano, se le statistiche hanno un senso, 2/3 dell’intero genere umano.

A livello concettuale i comunisti sostengono che nell’ambito del moderno modo di produzione capitalistico non è stato scoperto niente di nuovo da quanto osservava Engels a proposito della guerra franco-prussiana, non a caso dal marxismo definita la fine delle guerre nazionali nel vecchio continente e l’inizio dell’epoca imperialistica:

«La guerra franco-prussiana ha segnato una svolta di ben maggiore importanza di tutte le precedenti. In primo luogo le armi hanno raggiunto un tal punto di perfezione che non è più possibile un nuovo progresso che abbia un qualche influsso rivoluzionario. Se si hanno cannoni con i quali si può colpire un battaglione ad una distanza che permette appena all’occhio di distinguerlo e fucili che hanno la stessa efficienza avendo come bersaglio un singolo uomo e con i quali caricare prende meno tempo del mirare, ogni progresso ulteriore è più o meno irrilevante per le operazioni belliche campali. [Ci si dica, a livello concettuale, che cosa c’è di diverso, nelle elucubrazioni degli strateghi del computer, a proposito della questione sulla capacità di risposta ad un attacco atomico nemico, tenuto presente che le armi atomiche sono dislocate in un’immaginaria, e non tanto, battaglia campale permanente, cioè in grado di colpire in ogni momento, e non sulla base di una formale dichiarazione di guerra!]. L’era dello sviluppo è quindi essenzialmente chiusa in questa direzione.
«In secondo luogo questa guerra ha però costretto tutti i grandi Stati del continente ad introdurre il sistema prussiano del Landwehr (guerra di popolo) inasprito e conseguentemente a caricarsi di gravami militari che necessariamente li condurranno alla rovina nel corso di pochi anni».

Già sentiamo la scomposta obiezione dei traditori di classe: sono passati 110 anni e questo non è successo. È naturale, perché dal punto di vista borghese ed opportunista la Prima e la Seconda Guerra mondiale, nonché la miriade di conflitti locali sono stati un affare, la condizione vitale per la difesa del modo di produzione capitalistico. Non certo per il proletariato e per il suo punto di vista espresso dal Partito di classe che piange i proletari morti non con le lapidi ed i monumenti alla memoria, ma nella loro viva carne.

Non solo, ma a proposito di ipotetiche vie pacifiche e specifiche al socialismo, oltretutto non escluse in via teorica neppure dai padri fondatori, che n’è della pacifica Inghilterra e dei democratici USA. Come nelle previsioni di classe sono armate fino ai denti, la prima per difendere i suoi stessi confini dopo i bagordi imperialistici, l’altra disposta a far saltare l’intero continente a cui deve la scoperta e la vita o al massimo ad aprire l’ombrello atomico, che, come è noto, non dà eccessive garanzie di riparare la vecchia Europa dal fall-out e dal contagio atomico.

Ma quello che più importa per l’esperienza del proletariato, che cerca i suoi teoremi non nelle teste seppur geniali di qualche Marx o Engels, ma nella sua lotta vitale contro il nemico di classe, la guerra franco-prussiana segna una cuspide e una lezione storica insuperabile, che la grande rivoluzione del 1917 nella restaurazione dottrinaria di Lenin e compagni non farà altro che tradurre in pratica.

«L’esercito è diventato fine precipuo dello Stato e fine a sé stesso; i popoli non esistono più se non per fornire e nutrire soldati. Il militarismo reca in sé anche il germe della propria rovina. La concorrenza reciproca dei singoli Stati li costringe da una parte ad impiegare ogni anno più denaro per l’esercito, marina, cannoni, ecc. (oggi, è noto, missili, carri armati, ecc.) e quindi ad affrettare sempre più la rovina finanziaria; dall’altra a dare un carattere di serietà sempre maggiore al servizio militare obbligatorio per tutti e con ciò, in definitiva, a familiarizzare tutto il popolo con l’uso delle armi e renderlo quindi capace di far valere ad un certo momento la sua volontà di fronte a quei signori della casta militare che esercitano il comando.
«E questo momento si presenta non appena la massa del popolo, operai delle campagne e delle città e contadini, ha una volontà. A questo punto l’esercito dei principi si muta in esercito di popolo; la macchina si rifiuta di servire, il militarismo soggiace alla dialettica del suo proprio sviluppo.
«Ciò che non potè compiere la democrazia borghese del 1848, precisamente perché era borghese e non proletaria, cioè dare alle masse lavoratrici una volontà il cui contenuto corrisponda alla loro posizione di classe;questo sarà infallibilmente realizzato dal socialismo. E ciò significa far saltare in aria dall’interno il militarismo, e con esso tutti gli eserciti permanenti!».

Questo è un punto fermo che segna un confine invalicabile tra teoria rivoluzionaria del proletariato e qualsiasi elucubrazione ribellistica, anarcoide o terrorista di rivolta. Altro che illudersi di colpire il cuore dello Stato indipendentemente dallo sviluppo delle contraddizioni generali che vedranno la stessa macchina militare dello Stato rivolgersi contro quella casta militare che al servizio della borghesia ha tanto fatto per rafforzarla e lubrificarla.

La prova generale delle lezioni imparate nello schiacciamento della Comune fu il 1917: nel fuoco della guerra interimperialistica le correnti di sinistra marxista non si stancarono di far appello al disfattismo: i Soviet dei soldati si legarono ai Soviet dei lavoratori che producevano per la guerra e ai contadini strappati alla terra: la diserzione e la ribellione organizzata contro i comandanti militari sarà l’epicentro della grande rivoluzione socialista.

Per i comunisti rivoluzionari questo rimane l’unico teorema possibile immaginabile: tutte le altre elaborazioni, da qualsiasi parte provengono, sono forme di ribellismo anarcoide e democratico che hanno avuto il loro senso in altre condizioni storiche, ma che non si convengono alle aree metropolitane del capitalismo avanzato. Questa è la prima morale.

La seconda morale è che «tutta l’organizzazione e il modo di combattere degli eserciti, e conseguentemente vittoria e sconfitta, si dimostrano dipendenti da condizioni materiali, vale a dire economiche, dal materiale-uomo al materiale-armi, quindi dalla qualità e dalla quantità della popolazione e della tecnica».

Le forme della guerra non sono indifferenti alle forme economiche e sociali:

«Solo un popolo di cacciatori, quali gli americani, poteva concepire la guerriglia, ed essi erano cacciatori per cause puramente economiche, come oggi precisamente per cause puramente economiche questi stessi Yankee dei vecchi Stati si sono trasformati in agricoltori, in industriali, in navigatori, in mercanti e non fanno più la guerriglia nelle foreste vergini, ma tanto meglio la fanno nel campo della speculazione, dove sono andati anche molto lontano nella utilizzazione delle masse». Oggi sappiamo quanto oltre gli USA siano andati e potranno andare nel campo della speculazione esercitando tutto il loro peso imperialistico di nazione di agricoltori, di industriali, di finanzieri mondiali.
«Solo una rivoluzione quale la francese, che emancipò economicamente il borghese e specialmente il contadino, potè ritrovare quegli eserciti di massa e ad un tempo quelle libere forme di movimento, contro cui s’infransero le vecchie linee impacciate, riflessi militari di quello assolutismo per il quale combattevano. E noi abbiamo visto caso per caso come i progressi della tecnica appena divennero militarmente utilizzabili, e furono anche effettivamente utilizzati, imposero subito quasi violentemente modificazioni, anzi rivoluzioni, nel modo di combattere, e per giunta spesso contro la volontà dei comandi militari.
«E oggi giorno anche uno zelante sottufficiale potrebbe spiegare al sig. Düring (e a tutti i signori Düring del nostro tempo) a che punto la condotta della guerra dipenda tra l’altro dalle forze produttive e dai mezzi di comunicazione, sia del retroterra che dalle forze d’operazione d’un singolo paese. In breve, dovunque e sempre le condizioni e i mezzi economici portano la forza alla vittoria, senza la quale questa cessa di essere forza, e chi seguendo i princìpi del sig. Düring volesse riformare la guerra da un punto di vista opposto non raccatterebbe altro che bastonate».

Engels in nota fa osservare che questa cosa è già perfettamente a conoscenza dello stato maggiore prussiano:

«”La base della guerra è in primo luogo la forma economica generale dei popoli”, così dice in una conferenza scientifica il sig. Max Jahns, capitano di stato maggiore (Colonia 20 aprile 1876)».

C’è n’è abbastanza per considerare che particolarmente nella fase imperialistica, allorchè la forma economica generale dei popoli è modellata dalla guerra delle merci nei periodi di cosiddetta pace, la base della guerra è talmente fondata su di essa che l’intreccio tra le attività cosiddette economiche e attività belliche ha raggiunto il più alto grado di scambio e di reciproco sostegno. La violenza immediata del capitano, o del generale a 4 stelle è meno importante del rappresentante dell’”ordine economico”, rappresentato dall’ingegnere, dal tecnologo, come si direbbe meglio oggi.

E ciò non riesce ad essere digerito da quelle correnti opportunistiche o borghesi che continuamente s’ingegnano a cercare in ogni occasione di guerra limitata o generale i falchi e le colombe, a distinguere tra i mangiatori d’acciaio tutti votati alla costruzione d’armi per la guerra ed i buoni managers progressisti, tutti dediti alle costruzioni di opere pubbliche e arnesi per i servizi del popolo, magari case, scuole, ospedali!!

Sulla base di queste linee teoriche di fondo siamo in grado di valutare i grandi sviluppi della tecnica in tutti i campi, da quello della potenza indiretta dell’industria, a quello della violenza immediata della più sofisticata industria d’armamenti.

Le stesse strategie militari degli Stati imperialisti moderni lungi d’essere l’espressione della genialità del tizio o del caio generale od ammiraglio sono determinate dallo sviluppo della forma economica che sta alla base della guerra. Si sono versati fiumi d’inchiostro a suo tempo sull’idea rivoluzionaria della guerra lampo (blitz-Krieg), che avrebbe rovesciato tutte le tecniche della guerra di trincea, romantica perfino e in qualche modo umana!! (E quanti vati più o meno riconosciuti si sono esercitati a celebrare tale umanesimo di sangue!) Solo il marxismo rivoluzionario ha saputo vedere nella teoria suddetta l’espressione militare d’un certo tipo d’imperialismo, quello tedesco; e lungi dal demonizzarlo, comunque non in misura superiore all’inferno capitalistico di tutti gli altri Stati, in pace e in guerra, ha saputo vedere in esso la forma bellica d’una economia e di rapporti sociali provenienti da lontano, dalla particolare forma della Germania, della sua indipendenza dall’alto, secondo l’alleanza Junker-alta borghesia, fino al modello nazionalsocialista di terrorismo di classe contro il proletariato.

La borghesia tedesca e il suo Stato, coscienti della vulnerabilità del proprio retroterra economico, della propria debolezza produttiva nel lungo periodo, doveva sperare, e lo dovette nella Prima e nella Seconda Guerra mondiale, nella brevità del conflitto: la guerra lampo è la proiezione militare di questo stato d’inferiorità della struttura economica, delle condizioni proibitive di disciplina e di pressione esercitate sulla classe operaia: la condizione per poter esercitare il potere sono l’ancoraggio dell’aristocrazia operaia alle fortune dello Stato, al sogno di soggiogamento in breve periodo del nemico, per poter godere dell’era millenaria di pace e dominio accarezzata dalle saghe popolari. Altro che barbarie nazista o balle di questo genere evocate da tutti i Düring di destra e di sinistra, da tutti i fautori o esorcizzatori della violenza immediata, gratuita,disumana!!

Da queste premesse teoriche generali la tradizione della Sinistra Comunista, in linea con le correnti di sinistra marxista prima della grande guerra mondiale del 1914-18, ha potuto seguire il filo rosso della genuina tradizione proletaria, nemica della guerra fratricida e capace di far leva sulle contraddizioni del capitalismo per uniformare la sua marcia di classe verso il socialismo.

Ci si meraviglia ancor oggi, negli ambienti malsani dell’opportunismo come sia potuto accadere che nelle conferenze di Kiental e di Zimmerwald, senza conoscersi, lo sconosciuto Lenin e la sinistra europea potessero incontrarsi per ribadire l’atteggiamento di sempre contro la guerra degli Stati e la promessa solenne di Stuttegart (1907) contro ogni tentativo di spingere le masse proletarie sul terreno della difesa della rispettiva patria. Al contrario, siamo di fronte a niente altro che al teorema già compiuto nel 1848, allo schema di doppia rivoluzione stabilito da Marx ed Engels per l’area tedesca, e di rivoluzione proletaria per gli Stati più evoluti dell’occidente, Francia ed Inghilterra.

E non fu forse l’assegnazione da parte di Marx del ruolo che competeva alla Germania di centro decisivo per l’emancipazione del proletariato mondiale del tempo il pretesto per l’accusa di nazionalismo, come a Lenin quella di agente del Kaiser ed alla Sinistra Comunista di spia della Gestapo?

Non c’è forse in tutte queste coincidenze la prova dell’unico filo che lega la lettura storica del capitalismo e delle sue tendenze non solo in linea puramente generale, ma più specificatamente nella questione delle singole realtà statali, nei loro rapporti e nel loro antagonismo?

Cosa è questa coerente lettura se non la valutazione di alcuni eventi culminanti del moderno scontro delle classi e degli Stati. Nel cuore dell’Europa spetta al nascente Stato tedesco, il primo Reich, la funzione di gerente dello status-quo imperialistico. La Germania di Bismarck esce dal conflitto contro la Francia non solo come nazione vincitrice, ma come modello di Stato che ha contribuito a schiacciare nel sangue l’assalto della Comune.

Da questo momento e per questo merito, il modello tedesco sarà l’oggetto dell’ammirazione e delle gelosie delle borghesie degli altri paesi, amato e temuto, comunque un esempio di gestione delle contraddizioni di classe; nel breve volgere di qualche decennio si stringeranno alleanze apparentemente innaturali; gli uomini dell’italico risorgimento, da sempre anti-austriaci ed anti-teutonici, in nome della ragione di Stato sigleranno la Triplice del 1882 con Germania ed Austria, mentre gli ex mazziniani alla Crispi guarderanno alla vecchia Prussia come al regno dell’ordine e dell’efficienza. In effetti la prima storica edizione di misure ad un tempo riformiste ed autoritarie sono quelle prese da Bismarck, come pure le forme organizzative del proletariato tedesco sono l’esempio massimo di efficienza nella storia della Seconda Internazionale.

Il modello tedesco è nello stesso tempo un paradigma ed una lezione generale: se qualcuno avesse avuto ancora qualche dubbio sulle possibilità progressiste della borghesia a livello generale, non aveva che da prendere atto che l’intera borghesia occidentale, pur tra i suoi antagonismi, contava sul modello tedesco e sul retroterra russo per tenere a bada le pressioni possibili del proletariato europeo. Non è quindi l’opera del destino, ma lo sviluppo particolare dell’imperialismo in Europa a stabilire i ruoli degli Stati nel vecchio continente.

La formazione per via autoritaria, o “dall’alto”, della nazione tedesca ed italiana segnano un momento decisivo per l’assetto complessivo delle potenze: non a caso questo modo incompleto di formazione nazionale lasciava aperte quelle rivendicazioni nazionalistiche ed irredentistiche sulle quali poterono far leva gli opposti imperialismi per combattersi per interposta persona. La storia delle guerre locali non è una scoperta recente: comunque un buon pretesto delle grandi potenze per attribuire all’arretratezza delle nazionalità in ascesa e alle loro “irrazionali” volontà la colpa della guerra.

L’attitudine al tradimento della socialdemocrazia maturava all’interno di un assetto borghese che in mancanza di una rivoluzione radicale doveva attrarre nella sua orbita il partito del proletariato in cambio di briciole d’un impero coloniale che andava costruito a tappe forzate e non senza rischi e attentati allo status-quo già tanto caro al vecchio Bismarck.

L’attenzione e lo studio critico delle condizioni materiali che stabilirono i rapporti di forza, le alleanze degli Stati, le ingerenze che esse determinarono nel proletariato e nel partito di classe non sono vacue esercitazioni, ma una necessità costante ed indilazionabile, fermo restando che c’è un filo continuo che lega e ispira questo compito: il rifiuto costante, di fronte alla minaccia di guerra degli Stati borghesi che inevitabilmente coinvolgono la classe operaia ed i contadini poveri nella lotta fratricida, d’ogni difensismo (termine già ben noto ed adoperato da Lenin nella battaglia critica e politica contro l’opportunismo del primo ciclo 1914-18) e di ogni “intermedismo”, termine col quale vogliamo intendere la pretesa di indicare come obiettivo precipuo e pregiudiziale della forza e degli sforzi del proletariato rivoluzionario non l’abbattimento dei suoi oppressori di classe, ma la realizzazione di certe condizioni nei modi di organizzazione della presente società, che gli offrirebbero terreno più favorevole a conquiste ulteriori.

Condannare questi atteggiamenti esiziali non è un ostacolo all’analisi delle condizioni peculiari dello svolgimento delle guerre e degli schieramenti che si determinano; tutt’altro: basti pensare alla possente dialettica del partito marxista che permise a Marx di leggere i rapporti di forza nella fase preimperialistica e a Lenin nella fase imperialistica secondo lo stesso metodo che piuttosto di appiattire la diversità delle questioni comportò l’impianto di una concezione generale del capitalismo, delle sue interne leggi e dei suoi inevitabili sbocchi.

Furono semmai le correnti di destra (socialdemocrazia alla Kautsky) e di sinistra, (compresa Rosa Luxemburg) a non comprendere la necessità delle eccezioni alle regole, l’uno tutto spostato verso una lettura intermedista e difesista del proletariato, fino al tradimento, l’altra alla sottovalutazione dell’autodeterminazione delle nazioni, nello zelo rivoluzionario di non provocare fratture tra i proletari di tutto il mondo.

Il nostro centralismo non è senza eccezioni: «Il diritto all’autodeterminismo è un’eccezione al nostro postulato generale, il centralismo. Questa eccezione è assolutamente necessaria di fronte al nazionalismo grande russo reazionario, e la minima rinuncia a questa eccezione è un gioco negativo che favorisce il nazionalismo reazionario grande russo» (Lenin, A proposito della questione polacca, polemica con Rosa Luxemburg).

Abbiamo scritto a suo tempo che è errato asserire «che sia proprio indifferente, per tutto lo svolgersi del processo che condurrà dal regime capitalistico a quello socialista, la vittoria o la sconfitta degli imperi centrali, oggi del nazi-fascismo, domani della plutocrazia americana o del totalitarismo pseudo sovietico».

La logica del sindacalismo fascista e del sindacalismo tricolore:la difesa del Capitale Pt.1

Premessa generale

Lo scopo che ci prefiggiamo con questo lavoro è di mettere a fuoco il processo di integrazione dei sindacati operai nelle maglie delle istituzioni della borghesia, seguendone le fasi finora percorse e mettendo in luce le caratteristiche proprie di ognuna e le analogie tra esse. Si tratta in pratica di sviluppare il lavoro sintetico comparso nel n. 1 di questa rivista e sottolineare, attraverso gli accadimenti storici delle varie epoche, le tendenze generali di questo fenomeno che caratterizza l’epoca dell’imperialismo in tutti i paesi capitalisticamente sviluppati.

I motivi che ci spingono ad affrontare ancora una volta queste questioni non sono naturalmente di carattere storiografico o accademico, ma nascono dall’esigenza di rafforzare le nostre posizioni odierne sull’atteggiamento nei confronti dell’opportunismo sindacale tricolore, questione non di facile soluzione sul piano dell’applicazione pratica, mancando ancora il Partito del terreno favorevole su cui agire, sia per le sue forze estremamente ridotte, sia per una situazione generale che, sebbene esprima i primi deboli tentativi di risalita della china controrivoluzionaria in cui il proletariato è stato condotto da più di mezzo secolo di direzione opportunista, vede i principali reparti proletari ancora assenti dalla scena storica della lotta di classe, anche solo dalla battaglia difensiva contro gli attacchi sempre più pressanti e sempre meno mascherati delle forze che apertamente difendono gli interessi generali del capitale e della classe dominante. Più il processo di dispiegamento in campo delle forze dell’esercito proletario, sotto la spinta materiale del costante aggravarsi delle condizioni di vita di tutti i lavoratori, sarà lento e tormentato, più sarà difficile individuare le forme e gli strumenti operativi più idonei che il Partito dovrà intraprendere nella sua indispensabile azione di penetrazione nella classe, con l’arma classica della partecipazione alle lotte operaie e alle forme organizzative in cui esse si esprimeranno. Ma quando anche questo processo fosse più rapido di quanto ci si possa oggi aspettare, non per questo sarebbe più facile individuare i modi corretti e più utili per intervenire nella classe, compito vitale per il raggiungimento della direzione generale della classe in lotta e per la conseguente successiva azione di attacco alle istituzioni borghesi per la conquista del potere politico da parte del proletariato.

Proprio per questo dobbiamo avere sempre molto chiaro il carattere complessivo dei fenomeni sociali che si svolgono sotto i nostri occhi, e soprattutto chiara la tendenza delle forze politiche e sindacali in campo, la natura del tipo di regime contro cui i proletari dovranno combattere, gli orientamenti politici delle organizzazioni che ufficialmente si pongono come tutrici degli interessi delle classi lavoratrici, i loro rapporti con lo Stato borghese e i loro reali obiettivi storici e immediati. In poche parole i caratteri salienti e le tendenze specifiche dell’opportunismo politico e sindacale nelle forme in cui questo oggi si manifesta e si manifesterà domani. Il Partito deve possedere fino in fondo questa chiarezza per sapere trasmettere al proletariato le consegne di azioni da intraprendere per contrastare e attaccare i fortilizi del nemico e abbattere tutti gli ostacoli che si frapporranno alla soluzione positiva della rivoluzione proletaria e comunista.

Soprattutto è necessario a questo fine che il Partito non si adagi sull’attesa degli sviluppi che la ripresa della lotta di classe avrà in futuro, per trarne a posteriori indirizzi d’azione, ma sappia fin da oggi indicare ai proletari più combattivi quali devono essere non solo gli obiettivi, ma anche gli strumenti organizzativi immediati che essi si devono dare per portare avanti con profitto e determinazione la loro battaglia, per non rischiare al momento dell’azione di ritrovarsi alla coda anziché alla testa del movimento di classe. Questa chiarezza può derivare soltanto dal saper fare tesoro dell’enorme bagaglio di esperienza storica della classe, delle sue lotte passate e del comportamento delle organizzazioni opportuniste che di volta in volta sono comparse sulla scena della storia della lotta di classe internazionale del proletariato. Occorre sapere cogliere il filo conduttore che lega le diverse forme dell’opportunismo, la loro progressiva involuzione sulla linea di una continuità storica che, nella fase imperialistica del capitalismo internazionale, ha segnato l’evoluzione delle forme organizzative dei sindacati operai verso l’integrazione nelle maglie delle istituzioni borghesi. Più in generale, è la tendenza delle borghesie di tutti i paesi, nell’esigenza di conservarsi al potere, di assoggettare le organizzazioni a base proletaria, o con la forza del totalitarismo aperto e dichiarato, o, a seconda dei periodi storici e delle situazioni, con la menzogna della tolleranza democratica, sfruttando a fini reazionari la tendenza storica irreversibile dei proletari all’associazionismo economico per la difesa delle proprie condizioni di vita.

È indispensabile tracciare la natura sostanziale delle attuali organizzazioni sindacali, al di là delle forme e delle apparenze menzognere tinte di libertà e democrazia, e vedere come la loro dichiarata fedeltà alle esigenze dell’economia nazionale sia un fenomeno irreversibile dell’opportunismo sindacale odierno e si traduca sul piano dell’azione in un’opera di stretta collaborazione di classe con la borghesia attraverso tutti i canali del regime democratico.

Sempre più i sindacati attuali si caratterizzano come “sindacali di regime”, nel senso che non solo si richiamano nei loro statuti alla fedeltà verso le istituzioni di questo regime, ma tendono sempre più a porsi come unici interlocutori riconosciuti dello Stato e del padronato. Diventano così sempre più sindacati chiusi all’azione di classe. La fedeltà ai sacri valori della democrazia e della pace sociale viene ormai apertamente indicata come condizione irrinunciabile alla milizia tra le loro file. Essi tendono quindi sempre più a configurarsi come veri e propri “sindacati di regime”, collegandosi direttamente allo stile d’azione dei sindacati fascisti.

Le perplessità che possono sorgere di fronte ad una simile definizione sono frutto di una valutazione influenzata e distorta dalla diffusa convinzione che tra regime fascista e regime democratico esista una diametrale antitesi storica, e che dunque questi due sistemi di governo della borghesia non possano che configurarsi come irriducibili nemici senza possibilità di coesistenza e di compromesso, cosicché, anche se si riconosce loro il carattere di forme diverse del dominio borghese, e quindi entrambe operanti per la conservazione del sistema capitalistico, si finisce per fare della loro differenza di forma una differenza anche di sostanza politica, così da non attribuire al sistema democratico la configurazione di vero e proprio regime della classe dominante. Se non si ha chiara fino in fondo questa analogia di sostanza tra i due regimi si finisce per non avere altrettanto chiara l’analogia di sostanza tra le forme organizzative che ne caratterizzano le strutture portanti, tra cui non possono non essere considerati i sindacati che non a caso abbiamo definito tricolore, riprendendo pari pari la definizione con cui i militanti del Partito Comunista d’Italia chiamavano i sindacati fascisti del ventennio nero. Del resto non può avere altro senso la chiarissima nostra definizione dell’immediato dopoguerra di sindacati tricolore “cuciti sul modello Mussolini”: un modello appunto, tracciato dal fascismo e su cui il partitume resistenziale ha cucito il “nuovo tipo” di sindacalismo post-fascista tuttora imperante.

Certamente non siamo così sciocchi e velleitari da considerare sindacati fascisti e post-fascisti come esattamente la stessa cosa, ma il confronto va visto alla luce delle differenze tra i due sistemi in rapporto: allo sviluppo delle lotte proletarie, alle differenze istituzionali delle due forme di regime, alle differenti strutture legislative formali.

I più recenti avvenimenti nel campo delle lotte operaie hanno messo sempre più in chiaro risalto l’identificazione tra sindacalismo tricolore e sindacalismo fascista: espulsione dal sindacato dei rappresentanti operai non allineati con la fedeltà alla democrazia e alle sue istituzioni; impostazioni di rivendicazioni “operaie” che in realtà contengono la difesa degli interessi dell’economia nazionale e quindi peggiorano le condizioni di vita dei proletari, accentuato schieramento del bonzume confederale con la “linea dei sacrifici”, ecc. Più in chiaro, appunto, ma non per questo da considerarsi una recente “svolta” di sostanza nella concezione generale del sindacalismo tricolore, anzi una sua più che naturale conseguenza. Non da oggi dunque abbiamo “scoperto” il sindacalismo di regime, come strillano alcuni nostri critici che pretendono di essere più o meno “imparentati” con noi, ma ciò era chiaro al Partito fin dalla loro nascita. Che all’inizio della loro costituzione e per tutto il periodo della ricostruzione post-bellica e del “boom” economico il nostro atteggiamento nei loro confronti fosse diverso dall’attuale è per mutate situazioni economico-sociali in cui la loro azione si svolge, non per la loro mutata natura di “sindacati di regime”.

Natura del sindacalismo fascista

Per mettere a fuoco tale questione non si può prescindere dalla analisi di ciò che furono e soprattutto di come nacquero i sindacati fascisti, ed è espressamente a questa questione che dedichiamo questo primo scritto che, unitamente a quelli che seguiranno, dovrà tracciare una storia del sindacalismo italiano dagli anni dell’immediato primo dopoguerra al periodo attuale.

Sarebbe interessante svolgere più in generale la questione, analizzando il fenomeno dell’involuzione dei sindacati in tutti i paesi imperialisti, che fu un processo tipico degli anni in cui l’imperialismo manifestò fino in fondo le sue caratteristiche di “fase suprema del capitalismo”: gli anni della prima guerra e dell’immediato primo dopoguerra.

È una involuzione conseguente e parallela al crollo e al tradimento dei partiti della Seconda Internazionale. In tutti i paesi le organizzazioni sindacali si dispongono sul terreno della collaborazione di classe in guerra e in pace, sotto varie forme, ma con identico spirito opportunista. La generale debolezza del movimento comunista nei paesi occidentali non è in grado di contrastare questa tendenza. Tuttavia è innegabile che il fenomeno dell’asservimento dell’associazionismo operaio agli interessi della borghesia del proprio paese assume in Italia caratteristiche particolari, corrispondenti alla particolare tradizione di lotta del proletariato italiano magnificamente espressi nel “biennio rosso”, nonostante i continui tradimenti dei riformisti a capo della CGdL e la continua indecisione demagogica dei massimalisti che ogni volta portano acqua al mulino dei primi.

Questa particolarità non va intesa come una eccezione al fenomeno generale, ma come una risposta della borghesia italiana, che fece tesoro di tutte le esperienze politiche precedenti, all’unisono con la tendenza dell’imperialismo internazionale al totalitarismo delle istituzioni statali in tutti i paesi. Con il fascismo la borghesia italiana realizza una moderna sintesi di riformismo popolare, degnamente ereditato dal programma della socialdemocrazia, e di violenza politica totalitaria propria della dittatura capitalistica sul proletariato. Con una organizzazione unica in partito di governo, il fascismo intervenne a centuplicare la forza della resistenza controrivoluzionaria. Il partito fascista, nel caos della disorganizzazione politica, postosi alla testa dello Stato, sostituì i vecchi raggruppamenti di politicanti con una sintesi unitaria delle forze sociali borghesi. I metodi della violenza reazionaria, senza contrasto, venivano combinati alla demagogia democratica. Il fascismo, come abbiamo mille volte ripetuto, non fece altro che ricevere le consegne dalla democrazia e dal riformismo nella guida centralizzata e totalitaria delle istituzioni politiche dello Stato borghese.

Nello sforzo di sottomettere tutti gli interessi dei vari ceti sociali, non solo proletari e sottoproletari, ma anche piccolo-borghesi e borghesi in senso stretto, a quelli superiori del capitalismo nazionale, il fascismo non poteva certo sottovalutare il problema dei sindacati e delle lotte economiche del proletariato. Anche il fascismo si presenta con i suoi canoni di demagogia. Non rinnega la lotta di classe, ma propone apertamente la collaborazione tra le classi, ovvero, nel suo linguaggio, tra “i diversi elementi della produzione”, in funzione degli interessi superiori della nazione. Nulla di diverso dal sindacalismo tricolore dei tempi nostri, e anche questa è una dimostrazione del carattere moderno, e non arretrato dal punto di vista capitalistico, del sindacalismo fascista, come certa letteratura borghese e opportunista ha per lungo tempo preteso.

Come il fascismo si ergeva a partito unico di governo in campo politico, così la sua tendenza alla centralizzazione assoluta sotto l’imperio totale dello Stato non poteva non riflettersi anche in campo sindacale, in modo però, come già detto, non diverso nella sostanza da quanto stava succedendo in tutti i paesi capitalisticamente avanzati. Il fatto che il sindacalismo fascista sia stato costretto fin dal suo sorgere a fare i conti con i principi e la pratica della lotta di classe, è indice del suo carattere moderno, non arretrato. La contraddizione che si porterà in grembo per tutta la sua esistenza sarà proprio il tentativo di imporre il principio della collaborazione di classe, armonizzandolo con le esigenze imprescindibili delle masse operaie. L’ostentata “collaborazione fraterna” tra capitale e lavoro, presentata come il frutto di una profonda “coscienza nazionale” liberamente sentita da tutte le classi sociali, resterà sempre una chimera teorica, destinata a scontrarsi continuamente con l’inconciliabilità di interessi tra borghesia e proletariato sul piano dei conflitti aziendali e di categoria.

In un primo tempo, i promotori del sindacalismo fascista e del principio corporativo dell’unità d’azione tra operai e padroni di ogni categoria per produrre ed accrescere il “benessere della nazione e dei suoi figli”, cercheranno di importare queste tesi in seno alle masse proletarie urbane in concorrenza al sindacalismo rosso e bianco, concorrenza che si esprimeva a suon di legnate e di ricatti ma che, in una certa misura e in certe fasi, non disdegnò il ricorso ai metodi democratici della persuasione e del convincimento, nel tentativo di presentarsi come legittimo e reale difensore degli interessi dei lavoratori, cercando di dimostrare nella pratica come agli operai fosse più conveniente il principio della collaborazione che non quello dello scontro di classe.

Paradossalmente, come vedremo, ogni volta che il sindacalismo fascista intendeva dare di sé un’immagine efficiente di difesa proletaria, si vedeva costretto a ricorrere all’uso dell’esecrata arma classista dello sciopero, rinnegando i suoi stessi principi. Questa contraddizione, che pervase tutte le organizzazioni del sindacalismo fascista, finì per risolversi nell’inquadramento giuridico delle Corporazioni Fasciste e dei sindacati, unici rappresentanti di diritto di tutti i lavoratori, vere e proprie appendici del Ministero del Lavoro: l’inquadramento totalitario di tutte le categorie operaie al servizio dello Stato borghese e del padronato, con l’assoluto divieto del ricorso allo sciopero.

Origini materiali e ideologiche del sindacalismo fascista e sue prime azioni: dalla costituzione della UIL al discorso di Dalmine

Le origini del sindacalismo fascista risalgono al “biennio rosso” e trovano radici, significativamente, tra i residui del sindacalismo rivoluzionario schieratosi sul fronte interventista durante la guerra. Edmondo Rossoni presto diverrà uno dei teorici principali del sindacalismo fascista. I primi bagliori delle teorizzazioni corporative si determinano nel 1918 attorno alla UIL (Unione Italiana del Lavoro) promossa appunto da Rossoni, assieme a De Ambris, anche se su posizioni diverse. Le teorizzazioni di Rossoni, allora direttore del settimanale “L’Italia Nostra”, organo dell’Unione Sindacale milanese, di origine appunto sindacalrivoluzionaria, riprendono i temi di questa corrente nata come reazione all’opportunismo dilagante dei dirigenti riformisti dell’anteguerra, aggiornandoli alla luce della situazione post-bellica. Sotto il motto “La patria non si nega, ma si conquista”, si porta alla estrema conseguenza, in funzione produttivistica e reazionaria, la teoria della “funzione nazionale della classe operaia”, propria dell’ordinovismo gramsciano, a conferma della stretta connessione, sul piano controrivoluzionario, delle posizioni nate in quel periodo come deviazione dai principi marxisti difesi dalla Sinistra comunista polarizzata attorno a “Il Soviet” di Napoli.

La teoria tipicamente consiglista e gramsciana della “classe dei produttori”, che avrebbero conquistato gradualmente tutte le officine ed imposto il “controllo operaio” sulla produzione come presupposto per la successiva graduale conquista del potere politico, derivava a sua volta dall’evoluzionismo produttivistico e culturalista espresso dalla destra del PSI nel famoso congresso del ’14 della gioventù socialista, in cui si auspicava l’acquisizione delle capacità tecniche e lavorative da parte del proletariato come preparazione culturale e pratica alla futura gestione dell’“economia socialista”. Questa teoria si converte, non senza logica conseguenza, nell’esaltazione come potenzialità nazionale del patrimonio lavorativo delle masse operaie e delle stesse loro lotte verso migliori condizioni di vita.

     «La classe operaia – scriveva il numero del 1° maggio 1918 de “L’Italia Nostra” – non ha alcun interesse ad ereditare una nazione povera. Di mano in mano che l’operaio e il contadino conquisteranno migliori condizioni di esistenza, diventeranno più italiani, più cittadini, più uomini. E viceversa, o meglio reciprocamente, l’aumento di capacità politica, culturale e morale delle classi lavoratrici, le renderanno più degne e più atte ad assumere il posto che loro compete di classe dirigente della nazione (…) Fino al momento della loro completa emancipazione i proletari tutti, pertanto, devono porsi sul piano della nazione e collaborare al suo maggior benessere».

E ancora:

     «La classe vive nella Nazione e deve vivere per la Nazione. In questa lotta la classe più numerosa e più consapevole prevale e fa sua la patria, come si vince una bella donna dopo dure prove ed aspri cimenti».

La lotta di classe, proseguiva in sostanza l’articolo, pur non potendo essere negata, doveva tuttavia avere un limite preciso: le due opposte categorie dei “datori e prestatori di lavoro” dovevano conciliare i loro conflitti quando, il prolungarli, avrebbe leso l’interesse supremo della nazione. Nulla di sostanzialmente diverso da quanto predicano e attuano le confederazioni sindacali attuali.

È con questo approdo al nazionalismo dichiarato che l’opportunismo sindacalrivoluzionario segna il suo trapasso definitivo alla sponda della conservazione del sistema sociale borghese e si propone di gettare in questa opera di rinvigorimento del logoro capitalismo italico le forze vive del proletariato ritornato dalle trincee alle fabbriche. È in questo periodo che, in un certo senso, avviene il distacco definitivo del nuovo opportunismo, rinascente in veste nazionalistica, da quello vecchio stile della direzione socialriformista della CGdL e del centro e della destra del PSI.

Se tra i due non vi è contraddizione sul piano sostanziale, in quanto quest’ultimo non disdegnava certo la“funzione nazionale del proletariato”, è pur vero che non si esprimeva mai in forma così esplicita come nel sindacalismo corporativo. La CGdL, nei suoi statuti, rivendicava “la completa emancipazione della classe operaia dal regime del lavoro salariato” e di fatto si poneva, nonostante la sua direzione ultrariformista, sul terreno dello scontro di classe con il padronato, considerato non come il naturale “collaboratore” del proletariato, ma come il nemico contro cui lottare sul terreno dello scontro di classe tra interessi di fatto inconciliabili. In essa operavano a pieno titolo i comunisti come frazione organizzata nel suo seno e svolgevano opera di agitazione e propaganda col dichiarato scopo di conquistarne la direzione per trascinare tutta l’organizzazione sul piano dello scontro diretto con il padronato e il suo governo, fino alla insurrezione armata del proletariato contro le istituzioni borghesi per la conquista del potere politico.

Che, sul piano pratico, le lotte patrocinate dalla Confederazione rossa non si traducano quasi mai sul piano dello scontro di classe diretto fino alle sue estreme conseguenze, ed anzi la direzione riformista lavori alacremente per gettare acqua sul fuoco delle rivolte operaie quando diventano troppo pericolose ai fini del turbamento della pace sociale generale, dipende esclusivamente dalla natura riformista delle forze politiche che la controllano. Permane invece la sua natura di sindacato di classe, di sindacato libero, all’interno del quale si esprime la dialettica del confronto e dello scontro tra tutte le posizioni politiche che si richiamano alla difesa degli interessi del proletariato. Era a tutti gli effetti un sindacato di classe. Ciò che la differenzia dalle odierne confederazioni non è tanto la forma, quanto la sostanza: classista in quella, tricolore, nazionalista, collaborazionista per principio e vocazione in queste.

Non a caso, tornando alle origini del sindacalismo fascista, la nascente UIL sotto patrocinio dei capi del fu sindacalismo rivoluzionario, aveva come suo principale obiettivo la differenziazione dalla CGdL e propugnava la necessità di fare da contraltare ad essa. Il congresso costitutivo, tenutosi il 19 giugno a Milano, vide la fusione tra l’ideologia barricadiera dei tempi passati del sindacalismo rivoluzionario con la necessità della borghesia nazionale di infondere sentimenti patriottici e nazionalistici al proletariato. Si contrapposero due tendenze che, significativamente, esprimevano la stessa necessità, con sfondi diversi.

Interessante il rapporto di Rossoni, vero e proprio capolavoro in cui si concentrano tutte le tendenze passate e future dell’opportunismo:

     «Il sindacalismo resta il sindacalismo e la lotta di classe resterà finché vi saranno nella società classi diverse. È puerile pensare diversamente (…) È pacifico che l’antipatriottismo è superato e che il proletariato ha tutto l’interesse ad affezionarsi al proprio paese e conquistarlo alla giustizia. Ma finché vi saranno ragioni di battaglia rivendicatrice, le migliori direttive saranno quelle della sbrigliatezza e dell’audacia sindacalista, nel nome dell’apoliticità, dell’autonomia e dell’unità proletaria».

Sono le categorie in nome delle quali l’opportunismo ha sempre fatto passare tutte le sue porcherie. Era nel nome dell’apoliticità del sindacato, della sua impossibile autonomia da chiunque, con l’immancabile condimento dell’“unità operaia”, che nella CGdL i riformisti svolgevano la loro azione disfattista e castratrice delle lotte operaie. La relazione Rossoni, in perfetto stile borghese moderno, riconosce l’esistenza della lotta di classe e si propone di volgerla ai fini dell’interesse nazionale, ancora una volta non diversamente dal bonzume dei giorni nostri.

A far da contrappeso alle teorizzazioni da “sindacalismo integrale”, secondo cui le organizzazioni dei lavoratori, modellate sullo stile delle Trade Unions inglesi, avrebbero gradualmente avocato a sé tutte le funzioni dello Stato, fino a sostituirsi ad esso, De Ambris sostenne più realisticamente che i sindacati dovevano

«svolgere la loro attività all’interno dello Stato e come parte di esso, in convivenza con gli altri istituti».

Prevalse la tesi di Rossoni e lo Statuto-programma approvato alla fine dei lavori previde, nell’articolo 1, la possibilità di

«avocare direttamente alla classe lavoratrice organizzata la gestione della produzione, della distribuzione e dello scambio della ricchezza», e sostenne pure che la UIL avrebbe valorizzato ed elevato il proletariato «alla dignità e alla capacità di risolvere tutti i problemi della produzione, della cultura e della giustizia sociale».

Come si vede anche i primi conati del sindacalismo fascista non disdegnavano di tingersi di populismo e di dimostrare niente affatto incompatibile il barricadierismo sindacalrivoluzionario, vagheggiante lo “Stato dei sindacati”, con la ferrea necessità delle classi dominanti di inquadrare le masse proletarie al servizio dell’economia nazionale, ovvero, nel linguaggio fascista, della Nazione tout court.

La demagogia utopisticheggiante è sempre stata propria di tutte le tendenze politiche che hanno presentato gli interessi della borghesia come interessi “di tutta la società” e di tutte le classi. Non poteva esserne esente il sindacalismo fascista nella sua esigenza di attirare a sé i proletari sotto vuote parole d’ordine tinteggiate di sinistrismo. In effetti tutta la storia della nascita e dell’affermazione con la forza del sindacalismo fascista è pervasa dal continuo tentativo dei suoi “teorici” di grosso calibro di conferire ad esso una veste “proletaria”, una parvenza di difensore degli interessi delle classi lavoratrici. Questa tendenza, propria del resto a qualsiasi organizzazione sindacale opportunista, costringerà in più occasioni i sindacati fascisti ad accondiscendere alla pressione delle masse ed indire, loro malgrado, scioperi ed agitazioni in contrasto con l’ostentato principio del rifiuto della lotta di classe.

Il congresso costitutivo della UIL attirò l’attenzione delle prime organizzazioni fasciste facenti capo direttamente a Mussolini, il quale, per tutto l’anno 1918 era andato elaborando un programma poggiante sulla base dell’esplicita “collaborazione tra datori di lavoro e lavoratori” ai fini di “un maggior benessere individuale e sociale”, programma che fu l’anima riformista del fascismo, trapassatagli dal riformismo di marca socialdemocratica.

È interessante rilevare come Mussolini, dalle colonne del “Popolo d’Italia”, fa esplicito riferimento al programma della francese CGT, al punto di pubblicarne il programma economico sul numero del 17 settembre, sottolineando i motivi che esso aveva in comune con il produttivismo fascista. Fu nella prospettiva di preparare un cocktail tra il programma rivendicativo riformista, preso brutalmente a prestito dai revisionisti stile Seconda Internazionale, e lo sparafucilismo sindacalrivoluzionario con intonazione apertamente nazionalistica, che il futuro duce accordò piena fiducia alla nascente UIL.

Questa si distinse subito nell’inviare due delegati, Edmondo Rossoni e Ciro Corradetti, alla conferenza interalleata del lavoro che si tenne a Londra dal 17 al 22 settembre 1918 sotto il patrocinio dell’American Federation of Labor, il potente sindacato americano, che riuniva varie organizzazioni di mestiere e che aveva sostenuto con entusiasmo l’intervento in guerra degli USA. La conferma fu un esempio lampante del carattere internazionale del sindacalismo nazionalista e in generale del processo di asservimento dell’associazionismo operaio alle politiche economiche dei vari Stati nazionali e dunque, in ultima istanza, dell’imperialismo giunto a maturazione in tutto l’occidente capitalistico.

Questa caratteristica emerse con chiarezza nella mozione risolutiva della conferenza che dichiarò, tra l’altro, che i lavoratori avevano diritto ad una rappresentanza negli organi direttivi del proprio paese, invocò un congresso mondiale di tutte le organizzazioni operaie da tenersi nel medesimo luogo e nel medesimo tempo della conferenza che avrebbe posto fine alla guerra ed elaborò una serie di rivendicazioni operaie da includere nei trattati di pace. La mozione avallò infine l’idea della “democrazia produttiva”, da realizzarsi in tutti i paesi, che aveva lo stesso spirito – come scrisse “L’Italia Nostra” – delle deliberazioni della UIL. Successivamente nacque l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che raggruppò rappresentanti di tutti i governi, di tutto il padronato e di tutti i sindacati di ogni paese aderente, così da dare corpo allo spirito corporativo che animava non solo il fascismo ma tutte le democrazie occidentali. Fu sottoscritto e avallato dalla stessa CGdL che però vi partecipò rivendicando, proprio in polemica con i rappresentanti dei sindacati fascisti, il diritto esclusivo alla rappresentanza dei lavoratori italiani.

La UIL propugnò apertamente l’unificazione sindacale con la CGdL con il dichiarato scopo di sottrarla all’influenza del PUS, e iniziò la propria attività in concorrenza con questa. Fu stilato un programma rivendicativo che prevedeva le otto ore giornaliere di lavoro, i minimi di salario, il sabato inglese compensato e il riconoscimento delle commissioni interne e si propose di tradurlo in pratica nel vivo delle lotte operaie. Già nel novembre del ’18 la UIL scese in campo a Milano con la categoria dei fonditori, in massima parte suoi aderenti. Presentò un memoriale con tutte queste rivendicazioni al Consorzio degli industriali meccanici e metallurgici. Il 23 gennaio del ’19, di fronte al rifiuto padronale di discutere nel merito delle rivendicazioni, proclamò lo sciopero. A questo si oppose la FIOM, che presentò un proprio memoriale rivendicando soltanto le otto ore e non aderendo allo sciopero. La vicenda si concluse con la stipula di un accordo tra padronato e FIOM sulla base delle otto ore. La UIL continuò lo sciopero, ma trovandosi a urtare contro il padronato da un lato e la CGdL dall’altro, che scatenò una violenta campagna propagandistica contro di essa, finì per raggiungere un accordo che aggiungeva alle otto ore un aumento salariale di 7 centesimi l’ora.

Mussolini approvò e sostenne l’operato della UIL. Soprattutto esaltò le otto ore in funzione nazionalistica.

     «Il postulato delle otto ore di lavoro – scrisse sul “Popolo d’Italia” – è maturo, sta nella pienezza dei tempi. La Nazione italiana deve andare incontro ai combattenti, cioè ai proletari che ritorneranno, con questa parola: d’ora innanzi voi lavorerete da uomini, non più da schiavi (…) Governanti e classi dirigenti d’Italia! Andate incontro al lavoro che ritorna trionfalmente dalle insanguinate trincee. Innalzatelo! E innalzerete la Nazione! L’ora è scoccata. Sappiano le classi dirigenti cedere a tempo, non attendano che si accumuli il temporale!».

Le forze fasciste, che si preparavano a consolidarsi e ad allargarsi per sferrare l’attacco contro le organizzazioni sindacali rosse, non disdegnarono affatto di ammantarsi di operaismo, e Mussolini plaudì ripetutamente in quel periodo alla legittimità delle rivendicazioni operaie purché di natura esclusivamente economica e soprattutto purché non fossero dirette a danneggiare la produzione. Occorre forse spendere molte parole per sottolineare come questo sia esattamente lo stesso spirito con cui il sindacalismo odierno plaude alle rivendicazioni operaie?

È in coincidenza dello sciopero dei fonditori che, a Dalmine, Mussolini trovò l’occasione di esaltare lo “sciopero produttivo” degli operai della Franchi-Gregorini che, sotto la spinta dei lavoratori aderenti alla UIL, avevano occupato la fabbrica, esautorato i rappresentanti aziendali che avevano rifiutato di discutere le rivendicazioni della UIL, e proseguito il lavoro issando il tricolore sul pennone dello stabilimento. Il “Popolo d’Italia” esaltò subito l’azione:

     «È la massa dei produttori – educata e dominata da un nucleo di dirigenti e di operai consapevoli e volitivi – che riconosce il danno che alla classe e alla nazione arreca lo sciopero tradizionale».

Ad agitazione conclusa, sgombrata la fabbrica dalla polizia, Mussolini si recò allo stabilimento e vi tenne il famoso discorso che può ritenersi il discorso inaugurale del sindacalismo corporativo in azione:

     «Voi – disse – vi siete messi sul terreno della classe ma non avete dimenticato la nazione. Avete parlato di popolo italiano, non soltanto della vostra categoria di metallurgici [forse che non parlano fino alla nausea di “popolo italiano” i bonzi nostrani, subordinando alle sue pretese esigenze superiori le rivendicazioni proletarie?]. Per gli interessi immediati della vostra categoria, voi potevate fare lo sciopero vecchio stile, lo sciopero negativo e distruttivo, ma pensando agli interessi del popolo, voi avete inaugurato lo sciopero creativo che non interrompe la produzione. Non potevate negare la nazione dopo che per essa 500 mila uomini nostri sono morti. La nazione che ha fatto questo sacrificio non si nega poiché essa è una gloriosa, vittoriosa realtà. Non siete voi i poveri, gli umili, i reietti, secondo la vecchia retorica del socialismo letterario, voi siete i produttori, ed è in questa vostra rivendicata qualità che voi rivendicate il diritto di trattare da pari con gli industriali».

Il discorso non a caso precedette di appena tre giorni la costituzione dei Fasci di Combattimento, così da assumere quasi valore programmatico del nuovo movimento, le cui caratteristiche iniziali, è bene ricordarlo, furono significativamente orientate “a sinistra”, cioè verso un impegno sociale e perfino socialisteggiante, tutto impregnato di difesa in funzione nazionalistica dei “deboli” contro “la sopraffazione e l’ingordigia padronale” e di affermazione di una migliore “giustizia sociale”.

I Sindacati Economici Nazionali e le loro azioni antioperaie: il sindacalismo fascista costruisce la propria ossatura organizzativa

Fu tuttavia nel vivo del famoso sciopero internazionale del 20-21 luglio 1919 che videro la luce le prime organizzazioni che dettero realmente vita ai sindacati fascisti veri e propri e alle corporazioni, a ennesima dimostrazione che le forze del fascismo, politiche e sindacali, si innestarono sulla debolezza dei socialisti e delle azioni promosse sotto la loro tutela dalla CGdL.

Lo sciopero di luglio contro la presenza di truppe dell’Intesa nella Russia proletaria e in Ungheria, nonostante la buona riuscita in Italia in fatto di partecipazione, fu in generale un fallimento. La CGT francese si ritirò all’ultimo momento, in Inghilterra ebbe scarso seguito e in Italia non assunse quel carattere rivoluzionario che avrebbe dovuto avere. I riformisti si adoperarono a conferirgli un carattere di manifestazione estremamente pacifica senza alcun mordente, al punto che le forze della borghesia intravidero da quel momento la possibilità concreta di sferrare l’attacco di rivincita sulle forze proletarie per rifarsi dalle perdite e dagli attacchi poderosi subiti durante il “biennio rosso”.

Fu durante questo sciopero che un gruppo di impiegati postelegrafonici, guidati da alcuni sindacalisti interventisti, si ribellarono all’ordine di sciopero della CGdL e, senza interrompere il lavoro, costituirono il Fascio Postelegrafonico, che divenne poi il Sindacato Nazionale Postelegrafonici Fascisti. La UIL aderì allo sciopero solo per disciplina all’associazione internazionale dei sindacati interventisti di cui faceva parte, mentre si schierarono contro tutte le altre associazioni interventiste nazionali: La Unione sindacale milanese, fondatrice della UIL, il partito repubblicano, l’USI, l’Unione smobilitati e le associazioni dei combattenti, degli arditi e dei volontari, che per l’occasione si fusero addirittura in un “Comitato d’azione e d’intesa”, di cui fecero parte anche i Fasci di combattimento. Lo sciopero vide infine la defezione di vasti settori impiegatizi delle ferrovie che diedero vita al Sindacato Economico Ferrovieri.

Terminato lo sciopero questi embrionali nuclei sindacali si svilupparono su più ampie basi, apertamente spalleggiati dai Fasci. Intanto la UIL si spaccò nel suo interno in due tronconi: da un lato i sostenitori del “sindacalismo apolitico”, dall’altro i sostenitori dell’aperta collaborazione con i Fasci. Questa spaccatura segnò la fine della UIL come organizzazione sindacale fiancheggiatrice del fascismo e, allorché essa appoggiò lo sciopero dei ferrovieri e dei postelegrafonici del gennaio del ’20, fu sconfessata e attaccata duramente dal “Popolo d’Italia”.

Questo sciopero, proclamato dalle Confederazioni di categoria “per adeguare i salari al nuovo rincaro della vita”, segnò il definitivo distacco dei fascisti dall’iniziale atteggiamento populistico e filoproletario. Mussolini si scatenò con feroce determinazione contro lo sciopero e invitò “tutti i fascisti e le forze sane della Nazione” a passare a vie di fatto e boicottare l’agitazione senza mezzi termini:

     «Si vuole assassinare la Nazione – scrisse sul “Popolo d’Italia” – ma la Nazione non deve morire! E non morirà! (…) Abbiamo fatto tutto quello che stava in noi per evitare lo sciopero ed abbiamo riconosciuto l’equità di alcune richieste, ma ora, a sciopero dichiarato, noi diciamo che esso non può finire nel solito compromesso, salvo a ricominciare fra tre mesi. Noi chiediamo che ci sia finalmente un vinto e un vincitore, chiediamo che la lotta sia lotta, non trucco, forse combinato a Roma: o lo Stato vince e il Sindacato perde o viceversa (…) Ma un fine ci vuole; un equilibrio bisogna trovarlo; una disciplina è necessaria, un “potere” deve funzionare e imporsi. Questo è il desiderio generale. Questa “tarantella” della dissoluzione, questa coscienza disintegratrice, questo stato di perenne incertezza, che non è reazione e non è rivoluzione, devono finire».

Sconfessata la UIL, i fascisti presero a dare risalto ai primi gruppi sindacali autonomi formatisi tra alcune categorie e ceti prevalentemente impiegatizi. Il 15 gennaio il “Popolo d’Italia” diede notizia che l’Associazione Movimentisti, comprendente i capistazione e i capigestione, ed il Fascio Ferrovieri Italiani, comprendente i ferrovieri di seconda categoria, l’Unione Impiegati e l’Unione Lavoro, avevano deciso di fondersi in un unico sindacato “apolitico”. Promotore ne fu Isidoro Provenza. Interessante citare una sua dichiarazione in proposito:

     «La nostra sarà una organizzazione di classe, con carattere prevalentemente economico, con lo scopo immediato del miglioramento delle condizioni di lavoro e del tenore di vita; sarà aperta, infatti, a tutti coloro che riconoscono l’utilità dell’organizzazione, quali che siano le loro particolari opinioni politiche e religiose».

Di fatto questa associazione fu il trampolino di lancio dei sindacati fascisti veri e propri, nonostante che i Sindacati Economici Nazionali, che da essa immediatamente derivano, si presentassero ufficialmente come indipendenti dal movimento politico fascista. Aleggia ancora, quindi, nella matrice originaria del sindacalismo fascista un demagogico richiamo alla difesa di classe, così come aleggia a grandi vele nel sindacalismo tricolore odierno.

Di che natura fosse il sindacato nato da questa fusione lo si vide subito nella disposizione immediata ai propri iscritti di rifiutare lo sciopero che continuava ad agitare ferrovieri e postelegrafonici e riprendere subito il lavoro interrotto.

Il 27 febbraio viene costituita a Milano la Federazione dei Sindacati Nazionali; di essa fecero parte i postelegrafonici di 2a categoria, il Sindacato Economico Ferrovieri, gli impiegati subaltemi di Stato, gli impiegati delle segreterie e cancellerie dello Stato, l’Unione Sindacale Impiegati Editoriali; aderirono più tardi l’Associazione Nazionale degli Agenti di Finanza e delle Imposte e la Federazione degli Insegnanti Medi. La Federazione si proponeva di

«cementare in un forte e disciplinato fascio tutte le forze sindacali autonome per fiancheggiare e promuovere la civile, completa e rapida soluzione dei problemi economici e sociali in armonia con gli interessi generali della collettività nazionale».

Contemporaneamente venne costituita la Confederazione Italiana del Lavoro Intellettuale.

La reazione fascista reclutava a grandi ondate i suoi migliori discepoli tra le file della piccola-borghesia intellettuale e impiegatizia e tra certi settori di aristocrazia operaia, ormai stanchi dei continui turbamenti della “pubblica tranquillità”. Su questi strati il sindacalismo fascista, e il fascismo in generale, costruì il suo squadrismo antioperaio. Da qui venne un’interpretazione del fascismo come movimento di espressione politica e programmatica dei ceti medi, concezione che la Sinistra smentì fin da allora e sulla quale non è qui luogo di ritornare.

A smentire categoricamente questa interpretazione, caldeggiata da chi ebbe poi interesse a sostenere che la grande borghesia fu estranea al fascismo, bastò un mese dopo l’atteggiamento di esultazione chiaramente filopadronale assunta dal sindacati economici nazionali di fronte alla durissima repressione del famoso “sciopero delle lancette” degli operai della FIAT, che aveva assunto un chiaro significato politico nella rivendicazione del riconoscimento dei Consigli di Fabbrica. L’agitazione, dopo un mese, fu stroncata dalla Confederazione Generale dell’Industria Torinese attraverso il ricorso alla serrata e all’intervento armato della polizia.

     «A costo di scandalizzare – proclamò Mussolini, spalleggiato dai sindacati nazionali – qualche altra mezza dozzina di mummie o di scimmie urlatrici, noi diciamo, qui alto e forte, che la potente Associazione Industriale Torinese, stroncando con la sua ferma resistenza l’immonda speculazione del PUS torinese, ha ben meritato dalla Nazione e dalla stessa classe operaia italiana», e, dopo aver inviato un plauso ai fascisti ed agli arditi torinesi «che sono scesi in campo fin dal primo momento contro le mistificazioni dei falsi pastori», li invitò ad armarsi «per disperdere lo spregevole pecorume dei tesserati». Lodò infine gli industriali torinesi, «uomini di iniziativa, di coraggio, di audacia, che hanno resistito alle rivendicazioni operaie per ristabilire il necessario imperio della disciplina durante il lavoro e hanno fatto benissimo».

Il Sindacato Economico Ferrovieri dimostrò di lì a poco nella pratica la sua vera natura, boicottando con estrema durezza uno sciopero indetto dallo SFI per chiedere la rimozione di un capostazione che aveva impartito l’ordine di far partire comunque un convoglio carico di mezzi bellici destinati alle armate dell’Intesa installate in Russia, convoglio che gli aderenti allo SFI avevano deciso di bloccare in segno di solidarietà con la III Internazionale. L’agitazione provocò la reazione della polizia a Milano, che sparò addosso alla folla durante un comizio all’Arena indetto dalla CGdL in segno di solidarietà con i ferrovieri cremonesi. I lavoratori, premuti dalle forze di polizia e sabotati dall’interno dal sindacato economico fascista, furono costretti a tornare al lavoro sconfitti.

I sindacati nazionali, orgogliosi di questa sconfitta, spalleggiati dalle prime squadracce di Farinacci, sovvenzionati da numerosi capitalisti desiderosi di ridurre all’impotenza i sindacati di classe, cominciarono a diffondersi in gran parte delle regioni del Nord, soprattutto nel Veneto e nella bassa Padana. In particolare nel triestino e nella Venezia Giulia il nesso tra azioni d’assalto delle squadre nere alle Camere del Lavoro, alle sedi dei giornali e dei partiti di sinistra, e lo sviluppo dei sindacati economici fu strettissimo.

Per coordinare questo impulso del sindacalismo fascista fu fondata a Milano, il 19 novembre del ’20, la CISE (Confederazione Italiana dei Sindacati Economici). Nelle zone agricole del bolognese e del ferrarese, in cui la Federterra era riuscita a strappare all’Associazione Agraria contratti migliorativi per i braccianti e per i coloni e i fittavoli, la CISE conobbe un notevole sviluppo quantitativo. I metodi usati per realizzarlo sono noti: la distruzione delle leghe rosse, la continua intimidazione dei lavoratori, molti dei quali, terrorizzati dalle squadracce, venivano indotti ad aderire ai Sindacati Economici. Spesso i contadini venivano invitati individualmente alle riunioni dei sindacati neri e poi costretti con le botte a prendere la tessera e sottoscrivere per l’organizzazione. Finanziati dalla grande borghesia agraria, i Sindacati Economici seguirono la tattica di sostituirsi alle leghe della Federterra, stipulando con i padroni contratti peggiorativi dei salari e delle condizioni normative di braccianti e coloni.

Questo vistoso dilagare delle forze fasciste nella bassa padana generò quell’altra falsa interpretazione del fascismo come movimento politico a sfondo precapitalistico, inteso a riportare indietro la “civiltà capitalistica”. A giustificazione di ciò si porta l’argomentazione che il suo sviluppo originario si ritrova nell’arretratezza “feudale” delle campagne emiliane. Anche a questa interpretazione, ancora più idiota della prima, il Partito ha abbondantemente risposto e non è qui il caso di ritornarvi. Lo sviluppo stesso del movimento fascista, ma anche le sue origini, tutt’altro che “agrarie” sono sufficienti a smentirlo. Del resto la stessa borghesia agraria era tutt’altro che “precapitalistica” e feudale.

In generale poi, se il sindacalismo fascista riuscì a propagarsi maggiormente nelle campagne e molto meno tra il proletariato urbano, ciò dipende dalle diverse caratteristiche delle due situazioni, in particolare dalla maggior frammentarietà e dispersione del bracciantato e del contadiname rurale rispetto al proletariato delle grandi fabbriche, la cui compattezza e unità materiale riuscivano ad esprimere una resistenza molto più efficace all’azione terroristica e distruttrice del sindacalismo fascista e delle sue squadre d’azione.

Mano a mano che il fascismo rafforzava le sue organizzazioni squadristiche e prendeva corpo politico organizzandosi in partito, e mano a mano che tendeva sempre più esplicitamente a porsi come partito di ricambio del politicantume borghese democratico e liberale, detentore delle leve governative ma sempre più travagliato dalla crisi di decomposizione progressiva che lo corrodeva, i massimi esponenti del fascismo sentivano sempre più l’esigenza di inquadrare il sindacalismo nazionale autonomo alle strette dipendenze dell’organizzazione politica. In altre parole sentivano l’esigenza di dare al sindacalismo autonomo una chiara impronta fascista, superando la fase iniziale in cui esso tendeva a presentarsi come organizzazione sindacale di difesa classista, a volte anche, come si è visto, con espliciti richiami alla difesa di classe e alla libera adesione operaia indipendentemente dalla fede politica.

Perciò la CISE, confederazione sindacale formalmente autonoma e indipendente, nel periodo della sua massima espansione (nell’ottobre del ’21 il “Popolo d’Italia” le attribuiva 250.000 iscritti) si trovò di fronte a questi problemi. Il dilemma che si presentò al fascismo, e che provocò in quel periodo numerose polemiche interne tra le varie sue fazioni, era riconducibile a tre ipotesi: costruire un’organizzazione “nazionale”, ma indipendente dal PNF; creare un nuovo organismo autonomo che fosse però in qualche modo sottoposto al suo controllo; o dar vita a veri e propri sindacati integrati completamente nel partito.

Nasce la Confederazione Nazionale delle Corporazioni e si intensifica la lotta contro i sindacati rossi

È importante notare a questo punto come il fascismo utilizzi l’esperienza delle organizzazioni politiche proletarie comuniste. Questa caratteristica è in effetti l’unico aspetto “nuovo” del fascismo come espressione della tendenza all’accentramento totalitario di tutte le forze sociali, proprio della politica borghese nella fase imperialista del capitalismo. Come, sul piano squisitamente politico, il fascismo ruba al marxismo il concetto di dittatura di classe e si appresta a organizzare lo Stato borghese nel modo più appropriato a svolgere la sua funzione naturale di garante dell’ordinato svolgersi della produzione capitalistica e dello sfruttamento del lavoro salariato, nel tentativo di plasmare la società a suo modello, così sul piano dell’inquadramento sindacale esso si trova a risolvere il problema dell’organizzazione economica del proletariato come cinghia di trasmissione tra il partito politico borghese e la classe operaia, in funzione reazionaria di conservazione sociale, allo stesso modo come la Terza Internazionale e i partiti comunisti suoi componenti si erano trovati a risolverlo in funzione rivoluzionaria per il sovvertimento della società borghese e la conquista del potere politico.

In questo senso è proprio in questo periodo che si sviluppa l’offensiva in seno al fascismo delle forze che meglio hanno inteso questo problema, per debellare le tendenze a sfondo autonomista di matrice socialrivoluzionaria che ancora parlano di “autonomia” del sindacato dal partito. La fase “barricadiera” dello sviluppo del sindacalismo fascista, che faceva perno sulla demagogia della difesa della classe in funzione nazionale e indipendentemente dalle forze politiche in campo, stava ormai per essere superata: era necessario costruire con logica conseguenza corporativa il vero sindacalismo di Stato, giuridicamente ricostruito e pronto a inquadrare tutti i lavoratori all’esclusivo servizio della nazione.

L’offensiva all’interno del fascismo venne in coincidenza della fine dell’ignobile patto di pacificazione con i socialisti, che aveva visto schierarsi contro una parte notevole del fascismo. Al congresso dei Fasci all’Augusteo di Roma, nell’ottobre del ’21, in cui fu sepolto il patto, Dino Grandi lanciò la filippica sindacalista:

     «Compito del fascismo – sostenne – è quello di far aderire le masse allo Stato Nazionale. Soluzione possibile soltanto se il fascismo, buttando a mare le vecchie concezioni liberiste e collettiviste, si farà perno e propulsore di un sindacalismo nazionale che consideri l’individuo non già come suddito o cittadino, bensì come produttore e riconosca nel sindacalismo la cellula di una nuova e più vasta funzione sociale, una vera e propria espressione istituzionale destinata a trasformare in questo senso l’odierno decadente Stato parlamentare».

Le pressioni in questo senso assunsero nei mesi successivi toni sempre più espliciti. Il 10 gennaio del ’22, al congresso provinciale di Milano, il segretario politico Guido Ciarroca, pronunciandosi sul “problema sindacale”, affermò:

     «Bisogna finalmente decidersi ad assumere una precisa fisionomia in materia di organizzazione operaia ed agricola. Bisogna creare i sindacati fascisti, essendo vieta menzogna l’organizzazione apolitica. Ai sindacati fascisti devono naturalmente poter partecipare anche quegli elementi operai che non sono iscritti alla organizzazione politica; ma i sindacati devono seguire le direttive e la disciplina fasciste, anche perché noi non vogliamo fare la lotta di classe, ed in tal senso dobbiamo pure organizzare i datori di lavoro».

Prendeva così sempre più corpo l’idea corporativa dell’organizzazione unica dei lavoratori e dei datori di lavoro, in funzione nazionale. Idea che, come vedremo, il fascismo non riuscì mai a realizzare in pieno proprio per l’inconciliabilità oggettiva degli interessi materiali tra proletariato e padronato.

Tuttavia la CISE, che tentò, sotto la suggestione del sindacalismo nazionale autonomo stile rossoniano, di respingere l’idea di una organizzazione sindacale controllata dal PNF, vide dissolversi i propri iscritti nel giro di pochi mesi. I tempi erano maturi ormai perché il fascismo si liberasse della sua anima barricadiera, usata per tentare di affermarsi con maggior credito tra le file operaie, per passare decisamente all’inquadramento corporativo. L’andata al governo dei fascisti segnò il tracollo definitivo della CISE. Rossoni non tardò a fiutare la maturazione dei tempi e prontamente abbandonò le teorie sindacaliste autonome per dedicarsi al nuovo verbo del corporativismo gerarchico propugnato dal partito. Il 24 gennaio del ’22 nel convegno fascista di Bologna nacque, sull’onda di questo nuovo sforzo, la Confederazione Nazionale delle Corporazioni, di cui proprio Rossoni fu nominato segretario, al culmine di una meritata carriera, e che diede vita ad una propria pubblicazione, “Il Lavoro d’Italia”. Il giornale cercò di elaborare un valido sistema di idee nel quale inquadrare il sindacalismo fascista.

«Bisogna – proclamò – moralizzare e rinnovare la lotta operaia [non sembra di sentire l’eco del divittoriano sindacalismo “di tipo nuovo” dell’immediato secondo dopoguerra o della berlingueriana “moralizzazione della lotta”?]. Fra sindacalismo e nazionalismo non vi è antitesi, in quanto l’ascesa delle masse lavoratrici può aversi solo in una nazione prospera e rispettata nel mondo». Per questo era necessario «abolire la lotta di classe» e «lavorare per giungere a costruire uno Stato in cui operasse un’unica Confederazione sindacale inquadrante tutti i lavoratori ed i datori di lavoro cementati in un unico e comune sforzo per accrescere la grandezza della Patria e di conseguenza il benessere di tutti i cittadini».

Al di là degli sforzi “teorici”, per la verità piuttosto ridicoli, con cui i grossi tromboni del sindacalismo fascista cercavano di dare una configurazione logica credibile agli occhi degli operai e dei ceti sociali poveri e sfruttati, le organizzazioni nere continuarono a cercare di imporsi tra i lavoratori attraverso l’intimidazione e il terrore, rivolgendo la loro azione distruttiva verso le roccheforti e le sedi del sindacalismo rosso e le leghe socialiste più attive. Tra il congresso fascista di Milano del giugno ’22 e la “marcia su Roma”, i sindacati nazionali intensificarono la loro azione violenta contro il movimento operaio.

Questa attività ininterrotta culminò con la violenta reazione fascista allo sciopero del 1° agosto del ’22 indetto dall’Alleanza del Lavoro. Come noto quest’organismo, controllato dai riformisti, operò in modo debole ed irrisoluto e lo sciopero, che avrebbe dovuto essere proclamato in segreto all’ultima ora, ma del quale invece ne diede notizia anticipata “Il Lavoro” di Genova a giovamento del fascisti, si risolse in un completo fallimento e le bande fasciste, spalleggiate dai sindacati nazionali che svolsero opera di crumiraggio e di sabotaggio, imperversarono per una settimana, creando, in un’atmosfera di crescente terrore antiproletario, un’emorragia non indifferente di lavoratori dalle organizzazioni sindacali classiste verso i sindacati fascisti, che agli occhi di molti lavoratori apparirono in quei giorni come l’unica organizzazione in cui essi avrebbero trovato una certa sicurezza di lavoro e garanzia di salario.

A scanso di equivoci dobbiamo affermare che mai i sindacati fascisti riscossero il consenso di vasti strati di operai, tuttavia questo afflusso non indifferente di lavoratori nelle organizzazioni nere (il 3 settembre parlando a Genova, Rossoni indicò in “più di 800.000” gli iscritti alla Confederazione delle Corporazioni sindacali; anche se la cifra è sicuramente esagerata a scopo propagandistico) finì per preoccupare gli stessi dirigenti fascisti, che cominciarono seriamente a dibattere il comportamento da tenere verso di essi.

Come vedremo, il padronato, e in ispecie la Confindustria, non videro mai di buon occhio i sindacati fascisti ed opposero una certa resistenza a considerarli le uniche “controparti” con cui trattare. Mussolini stesso si sentì ad un certo punto in dovere di tranquillizzare la grande borghesia sugli scopi e gli obiettivi del sindacalismo fascista e di smorzare le eventuali illusioni di coloro che vi aderivano nella speranza di vedere difesi i propri interessi.

Il 26 agosto “Il Popolo d’Italia” pubblicò un fondo in cui stigmatizzò il passaggio in massa dei lavoratori alle associazioni fasciste, nell’intento di placare tutte le ansietà:

     «Il Fascismo è tutt’altra cosa. I suoi iscritti sono, prima di tutto, soldati (…) Nessuno ha in mente di abolire la lotta di classe, ma tale lotta deve essere subordinata al benessere della nazione, in quanto non c’è luogo da dividere lì dove regna la miseria. Insomma per noi la collaborazione è la regola, la lotta di classe un’eccezione. I modi di questa eccezione non hanno che un’importanza secondaria, anche se per avventura fossero apparentemente poco difformi da quelli adottati dai socialisti».

Esplodono le contraddizioni del “sindacalismo integrale”: le polemiche con il grande padronato

Il sindacalismo fascista cominciava così a rilevare le sue contraddizioni, che esplosero successivamente in aperte defezioni dai suoi principi collaborazionisti altisonanti nel nome della Nazione. La contraddizione non era dissimile da quella di qualsiasi altro sindacato collaborazionista, di nome o di fatto che sia: da un lato l’esigenza di sottomettere i lavoratori agli interessi dell’economia nazionale, dall’altro quella di non perdere la faccia e dimostrarsi in qualche modo difensore degli interessi dei propri iscritti. È questa contraddizione insanabile che li porterà, prima del loro riconoscimento giuridico forzoso, ad essere costretti a dichiarare e promuovere agitazioni e scioperi a sfondo rivendicativo classista, spinti dall’inconciliabilità di quegli interessi che essi pretendevano invece di “armonizzare”.

La questione, legata direttamente a quella della configurazione che i sindacati dovevano avere all’interno dello Stato fascista, suscitò notevoli polemiche all’interno delle forze politiche e delle varie componenti sindacali che si riconoscevano nel fascismo e che accompagnarono tutto il suo divenire fino all’inquadramento istituzionale nelle maglie dello Stato. Non possiamo, per ragioni comprensibili di spazio, seguirne tutti i risvolti e le vicende. Ci limiteremo a considerare le questioni e gli aspetti più importanti che servono a mettere in evidenza le questioni che vogliamo trattare.

La più evidente contraddizione del sindacalismo fascista si può ravvisare nell’impossibilità di portare a compimento istituzionalizzato quello che allora si chiamò il “Sindacalismo integrale”, ovvero il principio assoluto del sindacalismo corporativo: la unificazione di tutti i lavoratori e dei rispettivi padroni in un solo sindacato di mestiere o di categoria, sotto la supervisione delle forze politiche del fascismo, per disciplinare gli interessi di operai e padroni a quelli “superiori” del paese, della Nazione (con la N maiuscola).

Questa contraddizione apparve con palese evidenza negli anni dal ’22 al ’26, allorché i principali artefici e teorici del fascismo cercarono di costruire le Corporazioni sul principio della subordinazione di tutte le classi, borghesia compresa, alla Nazione, conferendo a questa iniziativa politica un aspetto democratico, ossia cercando di addivenire all’organizzazione corporativa dello Stato attraverso il consenso e l’accettazione di tutte le parti sociali, di presentare la collaborazione di classe come uno strumento più efficace della lotta di classe per il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, in polemica e anche in concorrenza con il sindacalismo libero della CGdL.

Nel procedere su questa strada il sindacalismo fascista non tardò a scontrarsi con la resistenza e l’aperta diffidenza dello stesso grande padronato, restio a considerare le organizzazioni sindacali fasciste come le uniche interlocutrici con cui trattare sul terreno dei rapporti di lavoro. Questo perché il padronato sapeva che esse erano poco rappresentative e che eventuali accordi conclusi avrebbero avuto scarsa probabilità di essere approvati da tutti i lavoratori.

In sostanza, nonostante il terrore seminato dal fascismo, le organizzazioni sindacali che si richiamavano alla lotta di classe continuavano ad avere notevole influenza tra le masse operaie, soprattutto industriali, anche se il numero degli iscritti era caduto verticalmente. Nessuna garanzia di pace sociale in fabbrica potevano dare organismi sorti attraverso il terrore e richiamantisi a concetti politici ripudiati nel profondo dell’anima dalla gran massa dei lavoratori, anche da quelli che, terrorizzati dal fascismo, restavano nell’ombra, senza osare di esporsi apertamente con l’inscrizione nei sindacati rossi.

Il tentativo del fascismo di centralizzare al massimo nelle capacità dello Stato italiano gli interessi di tutte le classi non poteva manifestarsi come sviluppatosi “al di sopra delle classi”, perché tale non era e non avrebbe mai potuto essere. In realtà esprimeva, in un fenomeno politico modernissimo, la necessità di sottomettere il proletariato, in tutto e per tutto, agli interessi della classe detentrice del potere politico. In questo senso era quest’ultima che si serviva del fascismo per imporre alle masse operaie l’imperio definitivo delle leggi economiche capitalistiche, operando sul terreno favorevole spianato dal tradimento dei socialriformisti, e non il contrario. Non era il grande padronato a sottomettersi al fascismo, ma questi che svolgeva un’azione politica apertamente repressiva e antioperaia negli interessi del primo. Logico perciò che, di fronte alle pretese dei pivelli rossoniani circa la necessità che le organizzazioni padronali riconoscessero l’esigenza di sciogliersi e di fondersi con i sindacati fascisti nelle Corporazioni, le prime opponessero una rigorosa resistenza, ricordando loro che il proprio compito doveva limitarsi a bastonare gli operai, non a presentare a loro volta rivendicazioni sindacali agitando i lavoratori.

In effetti, dopo che il fascismo ebbe campo libero in seno al governo, la Confederazione delle Corporazioni cercò di darsi una struttura organizzativa salda che le facesse perdere il carattere di movimento provvisorio e che desse a tutti la sensazione di muoversi seriamente verso la realizzazione integrale dei propri principi. Il 10 novembre del ’22 il Consiglio nazionale delle Corporazioni definì lo Statuto e l’organizzazione complessiva della Confederazione. Essa

«operava in tutto il territorio soggetto allo Stato italiano e riunisce, sotto il tricolore, i cittadini di ambo i sessi, quale che sia la loro professione religiosa, appartenenti a tutte le classi e a tutte le categorie del lavoro manuale e intellettuale».

All’art. 2 precisava che la Confederazione era costituita dalle corporazioni, unioni di mestieri, arti e professioni affini o cointeressate al medesimo ramo di lavoro e di industria, e dai sindacati, composti da categorie che, per la specialità del loro lavoro o per altre ragioni, non potevano far parte di una corporazione. Ogni categoria di mestiere, arte o professione, doveva essere distinta in classi, a seconda che si trattasse di capitalisti, produttori diretti, impresari, cooperatori, compartecipanti, professionisti, impiegati o salariati. La Confederazione, infine, che aveva una funzione coordinatrice delle diverse attività corporative, di categoria o di classe, esplicava la sua funzione attraverso organi propri da essa direttamente dipendenti, denominati Federazione dei sindacati nazionali.

Nella parte programmatica, dopo aver ricordato che il sindacalismo non riguardava solo le classi, ma il popolo intero, affermava che era nell’interesse di tutte le categorie una sempre crescente produzione, la quale facesse aumentare la ricchezza nazionale e la sua diffusione,

«risultato di un accrescimento del Capitale da investire in sempre nuovi e più perfezionati mezzi di lavoro».

Il sindacalismo fascista assorbiva perciò, ad ennesima dimostrazione del suo carattere borghese moderno e tutt’altro che arretrato, il carattere fondamentale del capitalismo: la produzione in funzione dell’accumulazione del capitale e ne faceva proprie le sue leggi. Ne derivava logicamente il divieto dello sciopero generale ed era consentito solo lo sciopero delle categorie in quanto poteva rimanere

«localizzato e limitato a colpire quei gruppi che bisogna eliminare nell’interesse del lavoro e della produzione nazionale».

Come si vede, un altro stretto legame con il sindacalismo tricolore odierno che, pur non esistendo il divieto, fa sempre meno ricorso all’arma dello sciopero generale e, nelle rare occasioni in cui vi ricorre, lo riduce ad uno sterile e inefficace rituale, rigidamente delimitato nel tempo e proclamato con decine di giorni di anticipo. Inoltre si può constatare come la “scoperta” dei bonzi negli anni sessanta, la famigerata lotta articolata, abbia degne origini nel sindacalismo fascista.

In ogni caso, nei “conflitti di lavoro”, prima di ricorrere allo sciopero la questione doveva essere rimessa ai “Gruppi di competenza”, organi creati dal fascismo e composti da aderenti al PNF specializzati nei vari settori produttivi. Anche qui è riconosciuta la mediazione governativa nelle vertenze di lavoro, divenuta ormai la regola del sindacalismo tricolore, e non solo in fatto di vertenze di lavoro ma di vera e propria programmazione produttiva nazionale e aziendale.

Si noti inoltre l’accenno all’arma dello sciopero intesa a “colpire i gruppi che bisogna eliminare nell’interesse dell’economia nazionale”, ovvero la lotta contro i “capitalisti inefficienti e incapaci”, altro cavallo di battaglia del sindacalismo nostrano, impegnato nelle piattaforme su cui pretende di chiamare gli operai alla lotta per lo sviluppo produttivo delle imprese, contro i padroni che baderebbero solo a dilapidare il “patrimonio lavorativo delle fabbriche” per conseguire un “miope profitto immediato”. Difesa degli interessi dei lavoratori, dunque, ma in funzione produttiva nazionale, contro “gli sprechi e l’inefficienza di certi gruppi padronali”, come a lungo si sente oggi ripetere dalle labbra dei caporioni della “triplice”.

«Noi curiamo – ebbe a dire Mario Racheli durante detta riunione per lo Statuto della Confederazione – anche l’organizzazione capitalistica quando si tratti di elementi produttivi intelligenti e non di capitalisti assenteisti o comunque sfruttanti il capitale senza conferire ad esso la propria attività. Si collabora con chi vuole collaborare e cioè con gli elementi sani della borghesia e come demmo battaglia al parassitismo politico, daremo battaglia al parassitismo economico».

Ecco i degni predecessori del collaborazionismo odierno esprimersi con lo stesso linguaggio con cui i Di Vittorio “antifascisti e resistenziali” canteranno le loro fortune, tramandandone i contenuti mistificanti e antioperai fino ai Lama odierni, ansiosi come non mai di lottare contro i “capitalisti assenteisti che fanno lo sciopero degli investimenti” e di strizzare l’occhio ai “capitalisti sani”. La continuità tra sindacalismo fascista e post-fascista si esprime qui con inconfondibile linearità.

I sindacalfascisti di fronte all’aggravarsi delle condizioni di vita delle masse operaie

Nonostante gli sforzi organizzativi del sindacalismo fascista, la Confederazione delle Corporazioni sindacali, che di lì a poco assunse anche chiaramente l’aggettivo “fascista”, in polemica con quanti, anche all’interno del fascismo, vagheggiavano una probabile unificazione con la CGdL quando quest’ultima avesse abbandonato i propri legami con il PUS, non ebbe mai alcun serio seguito tra il proletariato delle grandi industrie e in generale tra le più importanti categorie operaie. Il sindacalismo di matrice classista continuò ad avere ampio seguito tra i lavoratori, nonostante le continue persecuzioni delle camicie nere.

La conferma più clamorosa venne con il rinnovo di venti commissioni interne tra il marzo e il settembre del ’23: in quattordici di esse, là dove aveva presentato la propria lista, la FIOM si assicurò la maggioranza, o, addirittura, tutti i posti in palio. Nelle altre sei, in cui la FIOM non aveva candidati, i fascisti si assicurarono cinque commissioni interne con una votazione minoritaria e con un alto numero di schede bianche; nella sesta, alla Nebbiolo, furono sconfitti dai popolari.

Deboli e inconsistenti quantitativamente, i sindacati fascisti si trovano poi ad agire in una situazione sempre più pesante per il movimento operaio. Tra il ’23 e il ’24 il padronato italiano, imbaldanzito dalla posizione di forza in cui si era venuto a trovare grazie alla distruzione delle organizzazioni proletarie ad opera dei fascisti, sferrò un durissimo attacco ai salari nominali, sia riducendoli di fatto, sia ricorrendo al licenziamento con riassunzione a paghe più basse. Considerata l’impennata che il costo della vita aveva avuto dal ’20 al ’23, le condizioni di vita di immense masse operaie, specie nelle campagne, precipitarono drasticamente determinando una situazione sociale esplosiva. I sindacati fascisti, che in certi settori e località erano riusciti a “conquistarsi” l’adesione di un certo numero di lavoratori e operavano per propagandare le delizie del corporativismo e della collaborazione tra le classi, si trovarono in notevole difficoltà. La collaborazione, predicata e imposta si risolveva, alla prova dei fatti, nel sacrificio della classe operaia, oltretutto messa nell’impossibilità di difendersi e costretta quindi ad accettare accordi svantaggiosi e per di più a sopportare la crescente arroganza dei padroni.

Di fronte a questa offensiva, vi era il pericolo concreto di un risveglio delle masse operaie e di un riflusso di lavoratori verso le organizzazioni sindacali classiste, con il risultato di ricostituire almeno parzialmente quanto le squadre d’azione e i sindacati fascisti avevano distrutto. Questi ultimi, poi, si trovarono nella necessità di dimostrare praticamente l’efficacia della loro esistenza in quanto organizzazioni sindacali. La polemica esplose appunto attraverso un atteggiamento forzatamente “duro” dei sindacalisti fascisti nei confronti del padronato in generale. Sospinti ad agire dagli stessi strati operai e impiegatizi che rappresentavano, in più occasioni si trovarono costretti a disattendere i loro principi e a ricorrere alla tanto odiata lotta di classe, naturalmente con buon spirito opportunista, ricorrendovi come estremo rimedio, quando null’altro era possibile fare: lo sciopero, cacciato dalla porta, rientrava dalla finestra, ad ennesima conferma che nessun provvedimento disciplinare, nessun movimento organizzato può impedire nella società capitalistica l’esplodere violento degli inconciliabili interessi fra proletariato e borghesia.

Sul piano “teorico” e propagandistico, questo atteggiamento si tradusse nella riaffermazione altisonante del “sindacalismo integrale”, della necessità, cioè, che anche le organizzazioni padronali si adeguassero al principio della collaborazione e si sottomettessero dunque all’imperio del fascismo, venendo incontro, per quanto possibile, alle rivendicazioni operaie.

Abili opportunisti non meno bravi dei loro successori odierni, i caporioni del sindacalismo fascista cominciarono ad urlare contro “la smania di ambizione e di ricchezza di certi padroni esosi e irresponsabili”.

     «Lo Stato fascista – proclamò Rossoni – per essere nazionale non può permettere il risorgere della lotta di classe. Che esistano i sindacati operai sotto la disciplina fascista sta bene; ma che anche i datori di lavoro debbono sottostare alla medesima legge sembra un’offesa recata alla loro dignità! Quest’ultimi cominciano a brontolare contro il fascismo, che essi non riescono a concepire che come il bastone da adoperarsi contro i lavoratori, all’ordine degli interessi padronali, e imprecano di nascosto contro il sindacalismo come ad una deviazione e a un tradimento dei loro magnanimi ideali».

In realtà questa reazione del sindacalismo fascista rispondeva, oltre che ad esigenze di “credibilità” tra gli operai e i ceti poveri, alla tendenza del movimento politico fascista ad erigersi come incarnatore degli interessi dell’economia nazionale in senso stretto, e quindi a comprimere anche gli interessi di strati borghesi e di proprietari terrieri. È la tendenza che appunto ne fa un movimento avanzato, non retrogrado, sul terreno della difesa e del miglior funzionamento della società capitalistica.

Lo Stato democratico ha anch’esso ereditato questa funzione e tende ad armonizzare gli interessi di tutto il capitale nazionale, contrastando anche le esigenze immediate di certi settori capitalistici. Più propriamente le forze politiche che incarnano gli interessi generali della borghesia hanno una coscienza di classe e di conservazione sociale più elevata dei singoli capitalisti, i quali, nella miope visione del più alto profitto possibile immediato, possono agire anche in modo contrastante nel più lungo periodo con i loro stessi interessi più generali.

Il fascismo cercava perciò di svolgere fino in fondo questa funzione, scontrandosi con la stessa resistenza del padronato. Il 12 marzo 1923 “Il Lavoro d’Italia” pubblicò un articolo a firma di Signoretti che attaccò con durezza tutto il padronato. L’autore ricordò le condizioni dell’Italia nell’immediato dopoguerra e rivendicò al fascismo il merito di aver salvato i capitalisti dalla rovina del cosiddetto “pericolo rosso”:

     «Non solo li ha tolti dall’incubo opprimente di un domani di rapina, di confisca, di comunismo, ma consapevole per esperienza di come sia grottesco e dannoso urtarsi contro delle complesse uniformità economiche, ha ridonato loro la piena libertà d’iniziativa (…) Dimenticarsi per dei gretti interessi momentanei di tali agevolazioni fornite dal Fascismo, costituirebbe la più nera ingratitudine; e siccome il fascismo è un movimento che agisce e reagisce, che si difende attaccando e contrattaccando, colpirebbe senza pietà individui e categorie e loschi aggregati che si frapponessero alla realizzazione dei suoi fini superiori di sintesi nazionale politica e di sintesi nazionale produttiva».

Sostenne quindi che era un diritto del sindacalismo fascista organizzare anche la borghesia, affermando che era allo stesso tempo un dovere delle classi industriali ed agrarie entrare a far parte delle Corporazioni. Come non vi era possibilità di svolgere “azione politica” fuori dal fascismo, così non vi era spazio per l’attività sindacale ed economica fuori dalle Corporazioni,

«che sono – concluse con evidente falsità e demagogia – la totalità della vita sociale e sindacale italiana».

Sulla base di questi attacchi si sviluppò nei mesi successivi una accesa polemica con le organizzazioni padronali, che tendevano a dire: giustamente il fascismo faccia il suo dovere di governo della nazione, alla cui testa la borghesia ha ritenuto, date le circostanze sociali, di doverlo mettere; i sindacati fascisti lavorino per la propaganda tra i lavoratori della collaborazione di classe, spezzando la schiena alle organizzazioni classiste ancora esistenti, possibilmente senza lasciarsi troppo prendere la mano dalle esigenze materiali dei propri iscritti per evitare di ricadere nel rivendicazionismo incontrollato dei “rossi”; noi, in qualità di capitalisti, continueremo a svolgere autonomamente il nostro “lavoro”.

Le forze fasciste accentuarono la pressione sugli organismi padronali. In campo agricolo, i sindacalisti fascisti fondarono la FISA (Federazione italiana Sindacati agricoli), alla quale aderirono immediatamente diversi agrari. La Confagricoltura si mantenne per un certo tempo indipendente, in polemica con i sindacati fascisti, poi, alla vigilia delle elezioni del ’24, confluì nella FISA, forse per ragioni elettorali, essendo tutti gli industriali della terra simpatizzanti del fascismo. La Confindustria rimase invece formalmente al di fuori delle Corporazioni ed anzi sancì questo suo atteggiamento, nel patto di Palazzo Chigi del 20 dicembre ’23. L’estraneità della Confindustria alle Corporazioni non deve tuttavia trarre in inganno in quanto una certa indipendenza formale tra organismi padronali veri e propri e istituzioni politiche dello Stato borghese è sempre esistita, essendo effettivamente due cose diverse la figura del capitalista e quella dell’apparato istituzionale che ne difende gli interessi di classe. L’accordo di sostanza sulle questioni politiche generali era infatti totale come sottolinea lo stesso comunicato congiunto tra sindacati fascisti e industriali, che riconobbero la “completa esattezza” della collaborazione di classe quale concezione politica e la necessità che essa fosse attuata dalle forze produttive nazionali ed affermarono il principio che

«l’organizzazione sindacale non deve basarsi sul criterio dell’irriducibile contrasto d’interessi tra industriali ed operai, ma ispirarsi alla necessità di stringere sempre più cordiali rapporti tra i singoli datori di lavoro e lavoratori e le loro organizzazioni sindacali, cercando di assicurare a ciascuno degli elementi produttivi le migliori condizioni per lo sviluppo delle rispettive funzioni ed i più equi compensi per l’opera loro, il che si rispecchia anche nelle stipulazioni di contratti di lavoro secondo lo spirito del sindacalismo nazionale».

Del resto, a non diverso criterio corrisponde oggi la sostanziale convergenza di linea politica e di obiettivi generali tra la Confindustria e il sindacalismo tricolore, entrambi tesi ad armonizzare i loro rapporti nell’interesse superiore dell’economia nazionale, sotto il patrocinio delle istituzioni del regime democratico, pur permanendo la formale autonomia di organizzazioni tra le diverse “parti sociali” e lo Stato, che ne tutela l’ordinato svolgersi dei rispettivi compiti politici ed economici, a conferma della sostanziale continuità programmatica e politica tra corporativismo fascista e democratico.

La crisi sociale precipita: i sindacal-fascisti sono costretti a ricorrere allo sciopero

Tra il ’24 e il ’25, e specie dopo il delitto Matteotti, la crisi sociale che travagliava il proletariato italiano rischiò di precipitare. Numerose categorie e fabbriche entrarono in subbuglio e le Corporazioni si trovarono di fronte a grosse difficoltà, che finirono per accentuare i contrasti con il padronato e sfociarono nell’eliminazione definitiva delle regole del gioco democratico e nell’instaurazione del regime apertamente totalitario.

In molte parti d’Italia i sindacati fascisti furono costretti a farsi carico della proclamazione di scioperi e si trovarono, volenti o nolenti, alla testa di agitazioni operaie, in concorrenza con i sindacati classisti che, tuttavia, grazie alla loro direzione riformista, non furono mai in grado di contrapporre al sindacalismo fascista e al padronato una linea d’azione classista all’altezza della situazione di tensione che si veniva determinando.

Si assistette perciò, da un lato, all’atteggiamento forzatamente demagogico, e in alcune circostanze perfino di ripudio della collaborazione di classe, del sindacalismo fascista, peraltro sempre schierato alla fine con quanto il padronato era disposto a concedere, su indicazione diretta del Duce e dei suoi collaboratori; dall’altro all’estrema debolezza dei sindacati rossi, in testa la FIOM, che finivano anch’essi per sottostare alla tracotanza padronale, incapaci per preciso orientamento politico di fondo, collaborazionista e legalitario, a mobilitare sul terreno della lotta di classe aperta e decisa i proletari infuriati dal continuo peggiorare delle loro condizioni di vita e di lavoro.

Uno degli scioperi più violenti fu quello delle cave di Carrara, dove i sindacati fascisti erano riusciti ad imporsi sulla solida tradizione anarchica della zona, attraverso una vera e propria guerra civile, costata parecchi morti. Rimasti comunque estranei agli operai, dopo il delitto Matteotti, avevano accusato una continua perdita di iscritti e si sentirono pertanto in dovere di intervenire in qualche modo contro l’impressionante erosione del potere d’acquisto dei salari e reclamarono la revisione dei concordati padronali in vigore. La situazione precipitò al punto che furono costretti a dichiarate lo sciopero. La tensione crebbe ulteriormente al punto che le stesse autorità fasciste di Carrara intervennero a fianco dei lavoratori in lotta. Il segretario della città, Renato Ricci, giunse a lanciare agli operai, attraverso un comitato di agitazione, manifesti incendiari contro il padronato locale e ad attaccare Mussolini in alcune conferenze stampa, proclamando il fallimento del collaborazionismo fascista. Lo sciopero finì miseramente dopo 47 giorni, grazie all’intransigenza padronale e dopo che Mussolini stesso impose alle Corporazioni l’accettazione di quanto il padronato era disposto a concedere fin dall’inizio.

Altra poderosa agitazione fu quella dei metallurgici lombardi del marzo 1925, indetta per iniziativa sia della FIOM che delle Corporazioni. Lo sciopero fu di tale portata da destare serie preoccupazioni nel governo che, mentre si vedeva costretto ad appoggiare verbalmente gli operai per non perdere il controllo della situazione e per dare un’immagine operaista al fascismo, scosso in quel periodo dall’ondata di malcontento seguita al delitto Matteotti, trattava in segreto con gli industriali per giungere ad una soluzione accettabile da imporre poi alle Confederazioni. La lotta assunse ad un certo punto carattere di vera e propria concorrenza tra le Corporazioni e i sindacati liberi, unitisi per l’occasione in un comitato intersindacale raggruppante, oltre alla FIOM, le organizzazioni metallurgiche anarchiche, cattoliche e repubblicane. A causa della solita debolezza del fronte “antifascista” aventiniano, timoroso di uscire dal piano della legalità, la FIOM finì per trovarsi inizialmente a rimorchio dell’agitazione e solo in un secondo tempo, pungolata dalla opposizione interna dei comunisti, riuscì a svolgere un’agitazione parzialmente in suo favore. Sia le Corporazioni che la FIOM rivendicavano separatamente l’adeguamento dei salari al costo della vita, i minimi di salario e alcuni miglioramenti normativi.

Di fronte all’intransigenza padronale, l’agitazione minacciò di dilagare in tutta la Lombardia, per cui le trattative tra industriali e sindacati fascisti, con la mediazione dei ministri e direttamente del Presidente del Consiglio, divennero frenetiche. A leggerne la cronaca del tempo si ha la sensazione, e anche questo dice molto, di seguire le fasi conclusive di una delle tante vertenze contrattuali dei giorni nostri, in cui alle “chiusure” e agli “improvvisi irrigidimenti” seguono “aperture”, “schiarite”, ecc. ecc. in interminabili riunioni fiume tra delegazioni sindacali e industriali con la mediazione governativa del Ministero del Lavoro: il triangolo corporativo ormai era divenuto regolare con tutti i suoi riti consacrati per fregare nel più democratico dei modi le masse operaie. Le trattative esclusero comunque la FIOM e si conclusero con il solo aumento salariale e in misura sensibilmente inferiore a quanto richiesto dai sindacati fascisti, al punto che i loro rappresentanti di base, presenti a lato delle trattative, proprio come ai giorni nostri, si opposero fino all’ultimo momento all’accordo e si dimostrarono perplessi a portarne i contenuti agli operai. La Fiom proclamò in un primo tempo la continuazione degli scioperi, ma dopo due giorni, nonostante una certa riuscita dell’agitazione, invitò gli operai a riprendere il lavoro, creandosi tra i lavoratori un discredito ancora superiore a quello della sconfitta contrattuale.

Un’altra agitazione notevole fu, nell’agosto 1923, quella dei lavoratori delle miniere di lignite del Valdarno, gestite da una società mineraria. Lo sciopero fu promosso dalle Corporazioni, con l’appoggio del Consiglio della federazione provinciale fascista di Arezzo, in seguito al fallimento delle trattative iniziate sulla base della richiesta di aumenti salariali avanzata dai sindacati fascisti della zona. Il governo mussoliniano ritenne a questo punto di sfruttare politicamente la questione a fini propagandistici, e, con molta demagogia, deliberò un piano di appoggio agli scioperanti, in cui era prevista l’erogazione di denaro alle famiglie più bisognose e addirittura la nomina di una commissione straordinaria che gestisse le miniere. Che fosse tutto fumo negli occhi lo dimostrò presto la conclusione della vertenza, per ordine dello stesso Mussolini, sulla base di aumenti salariali sensibilmente inferiori alle richieste iniziali.

Ma lo sciopero, che minacciò ad un certo punto di dilagare in modo preoccupante tra i lavoratori delle miniere della provincia di Grosseto, destò l’attenzione di tutti, al punto che “Il Lavoro d’Italia”, organo delle Corporazioni, sentì il dovere di intervenire per spiegare la differenza tra lo “sciopero fascista” e quello socialista. È interessante rilevarlo perché è la stessa giustificazione che ne danno oggi i bonzi della Triplice.

     «Gli scioperi fascisti – scrisse il giornale – sono occasionali e dettati dalla necessità, mentre i socialisti avevano fatto i professionisti dello sciopero (la famosa ginnastica rivoluzionaria), turbando necessariamente il ritmo della produzione. Gli scioperi fascisti sono esclusivamente economici; i socialisti, invece, avevano politicizzato tutti gli scioperi. Per loro si trattava sempre di un episodio di quella marxistica lotta di classe che doveva culminare con lo sciopero generale nella espropriazione degli espropriatori. Gli organizzatori fascisti si limitano a tutelare i giusti diritti degli operai, lì dove i socialisti usano i sindacati per sovvertire l’ordine costituito».

Al di là delle esagerazioni propagandistiche, in quanto i riformisti che dirigevano la CGdL erano ben lontani, come dimostrava tutta la loro azione degli anni precedenti e quella in corso, dalla strategia rivoluzionaria dell’utilizzo dello sciopero quale scuola di guerra per l’insurrezione, che se mai era propria della Sinistra Comunista, è interessante notare come la giustificazione dell’uso dello sciopero sia espressa in senso economicistico, quale pura difesa economica per essere costretti dalla situazione. Ma noi sappiamo come questa difesa non possa essere tale se disgiunta dalla difesa degli interessi storici e politici della classe operaia e che dunque l’arma dello sciopero, se non intesa come scuola di guerra per l’abilitazione al combattimento proletario, finisca per ridursi ad arma spuntata ed innocua, proprio perché mai rivolta con decisione contro il padronato, ma sempre utilizzata con lo scrupolo di evitare le conseguenze più gravose alla produzione, proprio nel senso in cui se ne preoccupavano i sindacal-fascisti, che è poi esattamente lo stesso senso in cui lo intende l’opportunismo sindacale e politico dei tempi nostri.

Del resto la risposta di allora de “La Giustizia”, organo socialriformista, fu sintomatica a questo proposito:

     «I fascisti – scrisse il foglio di “opposizione” – possono anche coprire d’insulti i socialisti, ma devono spiegare al pubblico perché le loro idee non vanno d’accordo con i fatti. Si possono travasare le masse da una organizzazione a un’altra, ma, quando si verifica un conflitto insolubile pacificamente, i dirigenti fascisti sono incapaci, quanto quelli socialisti, di evitare lo sciopero».

Il senso era chiaro: socialisti e fascisti avevano in comune la consegna di “evitare gli scioperi”, ma per cause materiali, che sono appunto quelle che fanno dire a noi che in regime capitalistico gli scioperi sono inevitabili, è purtroppo necessario ricorrervi. E cosa dicono di diverso i Lama odierni, quando protestano contro l’intransigenza dei padroni che “ci costringe” all’uso dello sciopero. Sarebbero essi i primi a non volerlo, ma non possono fare a meno di ricorrervi. Per essi, come per i loro degni predecessori in camicia nera, preso atto dell’inevitabilità della lotta di classe, si tratta di armonizzarla ai fini degli “interessi del Paese” (con la P maiuscola), lo stesso spirito dei fascisti quando parlavano di “interessi della Nazione” (con la N maiuscola).

Verso il riconoscimento giuridico e istituzionale dei sindacati fascisti come unici rappresentanti di diritto dei lavoratori

Questa ripresa generale della tensione proletaria, che tra l’altro vedeva in certe zone più tradizionalmente combattive un certo ritorno degli operai nelle organizzazioni sindacali classiste (nel ’25 le Commissioni interne alla FIAT ottennero la schiacciante maggioranza di rappresentanti FIOM e videro, tra l’altro, una netta affermazione dei delegati comunisti), finì per preoccupare non poco gli industriali e accentuare la loro diffidenza nel considerare come uniche controparti valide le Corporazioni, proprio perché appariva sempre più evidente che, al di là delle iscrizioni formali, non godevano di alcun seguito reale tra i lavoratori e dunque i concordati con esse non avevano in fondo alcun valore reale. Le Corporazioni, dal canto loro, accentuarono la richiesta di essere riconosciute come uniche rappresentanti legali degli operai e in questo senso proclamarono sempre più apertamente la necessità di essere inquadrate giuridicamente nello Stato fascista.

Contemporaneamente accentuarono la lotta fisica contro le commissioni interne, accusando gli industriali di accordare loro eccessiva importanza e proposero di sostituirle con i “fiduciari di fabbrica”, che avrebbero dovuto operare su esclusiva indicazione esterna, senza risentire dell’influsso dell’ambiente in cui operavano.

Ancora una volta è importante constatare come, al di là della terminologia e della forma, questa è precisamente la figura di rappresentanza operaia nelle fabbriche che il bonzume tricolore odierno vorrebbe creare: elementi totalmente disciplinati alle disposizioni delle strutture sindacali esterne alla fabbrica, insensibili agli umori dei lavoratori e in generale all’ambiente operaio in cui operano.

Questo in teoria; in pratica ovviamente la cosa appare di difficile realizzazione in quanto i rappresentanti operai direttamente eletti dai lavoratori non possono non tener conto degli umori della loro base e dunque cercano continuamente di mediare tra le due funzioni. Tuttavia è chiaro come la spinta delle centrali sindacali sia sempre più rivolta ad ottenere rappresentanze di fabbrica inquadrate sulla base del collaborazionismo aziendale e dunque pronte a combattere duramente le avanguardie operaie, che si esprimono invece sul terreno dello scontro di classe.

La Confindustria, specie gli industriali torinesi che in più erano costretti nelle fabbriche a fare i conti con le rappresentanze rosse delle commissioni interne, non si dimostrarono disposti ad accettare la trattativa con i fiduciari. Interessante citare la presa di posizione degli industriali, per bocca di un loro rappresentante, che dichiarò:

     «Noi si sapeva che le commissioni interne rappresentavano effettivamente ed esclusivamente gli operai. Invece questi fiduciari fascisti che si profilano all’orizzonte rappresentano insieme troppo e troppo poco. Troppo poco se si tiene conto che essi hanno scarsissimo seguito tra le masse; troppo se dietro di loro sta il partito fascista, il quale a sua volta, come ci fu ripetuto fino a sazietà, si identifica col Governo. A me è capitato spesso di sostenere delle aspre lotte con le commissioni interne e di qualcuna serbo amarissimo ricordo; ma non ho potuto contestare che dietro quegli uomini che venivano a discutere con me, e non sempre secondo le forme della cortesia, stava la quasi totalità dei miei operai. Invece, se e quando mi capiterà di discutere con i fiduciari fascisti, che avrò realmente dinanzi a me? Gli operai? Certamente no, perché, almeno a Torino, gli operai aderenti alle Corporazioni sono press’a poco zero e, anche a riforma avvenuta, i fiduciari non potranno certo illudersi, né tanto meno farci credere di essere in realtà gli interpreti dei pensieri e dei sentimenti degli operai. Allora essi rappresentano forse il partito fascista? Non credo che abbia il diritto di intromettersi in una questione sindacale interna. Il Governo? In quest’ultimo caso, io, che sono un uomo d’ordine, mi inchino; ma, se è così, preferisco che sia il signor Prefetto che mi mandi a chiamare e mi dica: “Le ordino di firmare l’accordo nei seguenti termini”».

Il messaggio della Confindustria era chiaro: accetteremo di trattare esclusivamente con i sindacati fascisti alla sola condizione che la cosa sia imposta dal governo. Un modo chiaro per richiedere il riconoscimento giuridico del sindacalismo fascista, l’inquadramento nelle istituzioni statali.

La questione si presentò in termini ancora più espliciti in seguito all’accordo del 19 agosto 1926 tra la FIAT e le Commissioni Interne, a maggioranza comunista, convocate espressamente da Agnelli, che siglò con loro un concordato sulla base di un aumento salariale di 80 centesimi al giorno, che di fatto escludeva nel merito qualsiasi rapporto con le Corporazioni. Gli industriali ammisero “il pericolo di tale situazione” e invocarono

«un atto del governo che dichiari sciolte o abolisca le commissioni interne, dichiarando sin da ora di accettare quella sistemazione successiva che venisse concordata fra Confederazione industriale e Confederazione delle Corporazioni fasciste».

A questo punto ricominciò la violenta campagna d’attacco frontale dei fascisti contro le commissioni interne al punto che alla fine dello stesso mese quasi tutti i componenti le commissioni interne di Torino avevano rassegnato le dimissioni. Nella loro opera i dirigenti sindacali fascisti non solo ricorsero all’intimidazione violenta, ma furono appoggiati in modo esplicito dal Partito e dal capo del governo. La pressione delle stesse Corporazioni per essere riconosciute giuridicamente aumentò e tutte le componenti del fascismo convennero che era ora di dare il colpo di grazia alle organizzazioni classiste e imporre con la forza della legge la validità dei concordati fascisti tra Corporazioni e organizzazioni padronali. L’offensiva non risparmiò neppure gli industriali piemontesi e lombardi da più parti accusati di “infedeltà al fascismo”, perché continuavano a porre sullo stesso piano le Corporazioni e i sindacati rossi, quando non a dare ai secondi la preferenza durante le trattative.

Ma i fascisti erano consapevoli dell’impossibilità di attirare nelle file del sindacalismo fascista il grosso delle principali categorie proletarie, metallurgici in testa, allo stesso modo come gli industriali erano consapevoli di non poter accordare alcun affidamento pratico ai concordati con le Corporazioni per via della loro scarsa rappresentatività.

Una situazione del genere non poteva che sfociare, come reclamavano ormai a gran voce molti industriali, nella definitiva sistemazione del regime fascista sul piano politico con il suo esplicito affermarsi di unico partito di governo e di regime e sul piano sindacale con l’inquadramento delle Corporazioni e delle associazioni padronali sotto la ferrea disciplina statale. Ma mentre per le seconde questa disciplina corrispondeva all’espletamento formale dei loro interessi complessivi di classe dominante, per i lavoratori si trattava della subordinazione allo Stato capitalistico dei loro interessi, storicamente antagonisti a quelli del capitale.

Così, mentre sul piano dell’azione si intensificò ancora la lotta feroce contro le commissioni interne e ogni forma di rappresentanza operaia non patrocinata dalle Corporazioni, sul piano istituzionale e giuridico il fascismo si avviò rapidamente verso la sistemazione definitiva della “questione sindacale”.

Fu Alfredo Rocco, poi elaboratore del disegno di legge governativo sull’inquadramento giuridico dei sindacati, che segnò, con il suo discorso del 30 agosto 1925 all’Università di Perugia, l’orientamento definitivo in questo senso. Egli tentò di elaborare una “dottrina programmatica” del fascismo a giustificazione teorica di quanto si andava tentando di realizzare. Enunciò con accenti altisonanti la necessità dello Stato Corporativo, non negatore, ma disciplinatore delle classi alla nazione, quale superamento del liberalismo classico, teorizzando la “libera dialettica” tra gli interessi delle classi e degli individui come armonizzatrice naturale degli interessi complessivi della società convergenti naturalmente nello Stato, attraverso il suffragio universale.

Non stiamo qui a confutare teoricamente questa concezione, ovvero la pretesa del fascismo di rappresentare ed elaborare una teoria originale della società ed una propria “visione nuova” dei rapporti sociali tra le classi. La Sinistra Comunista fin da allora confutò con estrema chiarezza marxista questa pretesa, riconducendo la “novità” del fascismo al tentativo di disciplinare organicamente tutti gli interessi sociali contrapposti anche in seno alla classe dominante, e dunque in questo senso espressione delle esigenze accentratrici del potere Statale proprio del moderno capitalismo imperialista. Così, il preteso “superamento del liberalismo classico” non era altro che il riconoscimento della falsità degli ideali di libertà e di uguaglianza con cui la borghesia aveva ammantato l’avvento del proprio dominio di classe e il riconoscimento aperto del carattere totalitario di questo dominio, quando anche fosse ammantato formalmente di democrazia.

Rocco teorizzò dunque la necessità dell’assoggettamento degli interessi di classe allo Stato:

     «L’organizzazione delle classi – proclamò – è dunque un dato di fatto e una necessità e come tale non può essere ignorata dallo Stato, ma deve essere disciplinata, controllata, inquadrata nello Stato. Soltanto, da organi di difesa extra-legale, di autodifesa, come era fino a ieri, deve divenire organo di difesa legale».

Teorizzò infine l’utilizzazione dell’organizzazione di difesa delle classi, considerata giustamente ormai inevitabile quale prodotto irreversibile della “moderna società industriale”, a fini di stimolo alla disciplina sociale necessaria alla società capitalistica; ovviamente, per necessità propagandistiche ed ideologiche, mai nominata in quanto tale.

     «In primo luogo – disse – l’organizzazione di classe in quanto tale, fuori dalla atmosfera dialettica della società aperta liberale, si rivela non fermento di irrequietezza, ma mezzo per una più salda disciplina sociale, ed anzi elemento integrale e necessario di ogni edificio dell’autorità nei tempi moderni. In secondo luogo un tale edificio non può durevolmente stabilirsi se non a patto di uno sforzo quasi ossessivo di compattezza che non esclude si largheggi in concessioni economiche alle categorie organizzate, ma solo se contemporaneamente se ne garantisca l’assoluto controllo, dando alle Corporazioni cittadinanza e figura di diritto pubblico, ma per assidervi più fermamente l’autorità dell’apparato statale».

È qui esposta molto sinteticamente l’essenza dell’assetto totalitario della società borghese a capitalismo maturo, che la democrazia “antifascista” post-bellica ha ereditato e proseguito in completa coerenza ai fini di conservazione della società capitalistica. Non sono esclusi miglioramenti economici alle varie categorie, quando i periodi di vacche grasse dei profitti consentono di arruffianarsi con le briciole strati consistenti di proletari, arruolandoli così nell’esercito dei difensori di questa società. In questo contesto il sindacalismo tricolore odierno si colloca a pennello, essendo il miglior regolatore e gestore della forza lavoro inquadrata nel regime democratico, dispensatore, all’occasione, di “prebende e guarentigie” all’aristocrazia operaia, alla condizione appunto di vederla schierata e inquadrata dai sindacati di regime in difesa dell’ordine e delle istituzioni statali.

Il discorso di Rocco si concretizzò di lì a poco con il patto di Palazzo Vidoni del 2 ottobre, con cui la Confindustria e la Confederazione delle Corporazioni si riconoscevano reciprocamente la rappresentanza esclusiva del padronato e dei lavoratori e si impegnavano a regolare direttamente i rapporti contrattuali, così da essere di fatto abolite le commissioni interne.

I sindacati fascisti esautoravano così le centrali sindacali avversarie, arrogandosi l’esclusiva rappresentanza degli operai, e questo, tra l’altro, senza nemmeno il ricorso ai fiduciari di fabbrica, respinti dai padroni, perché, seppure sotto il controllo del PNF, potevano portare turbamento nella vita delle fabbriche e delle officine in cui, come proclamò per l’occasione “Il Giornale d’Italia”, quotidiano della Confindustria, “le passioni politiche non dovevano penetrare” e dove si doveva “unicamente lavorare alla disciplinata dipendenza dei capi”.

L’accordo fu ratificato dal Gran Consiglio del fascismo tre giorni dopo e trovò piena attuazione nel disegno di legge approntato da Rocco e presentato alla Camera il 25 ottobre, in cui si prevedeva il definitivo inquadramento dei sindacati nello Stato.

Nei suoi concetti fondamentali il disegno di legge fissava il riconoscimento giuridico obbligatorio di un solo sindacato per categoria, purché raccogliesse almeno un decimo dei lavoratori e i suoi dirigenti dessero garanzia di “sicura fede nazionale”. I sindacati riconosciuti acquisivano personalità giuridica e rappresentavano tutti i lavoratori della categoria, anche i non iscritti, così che i contratti collettivi da essi stipulati avevano efficacia obbligatoria.

Gli altri sindacati continuavano ad avere possibilità teorica di esistenza come associazioni di fatto, soggette al diritto privato ed alla legge di pubblica sicurezza. Questa clausola mirava a dare una parvenza di liberalità alla legge, ma di fatto i sindacati rossi o liberi non avevano più alcun potere contrattuale e, perseguitati dalla violenza fascista, non avevano più alcuna possibilità di esistere, se non nella clandestinità.

Le controversie relative ai rapporti di lavoro collettivi ricadevano nella competenza di una speciale sezione della Corte d’Appello, che avrebbe funzionato come magistratura del lavoro. Il ricorso ad essa, in un primo tempo fu obbligatorio per le associazioni padronali dell’agricoltura e facoltativo per quelle dell’industria, come aveva più volte espresso la Confindustria. In un secondo tempo tuttavia anch’essa aderì a questo vincolo. Era vietata, di conseguenza, l’autodifesa di classe e quindi il ricorso allo sciopero e alla serrata.

Lo Stato iniziava così a costruire la sua armatura d’acciaio per comprimere e regolare tutte le sue componenti e per proteggersi dai loro conflitti disgregatori, primo fra tutti l’azione di classe del proletariato.

I primi effetti della legge in campo economico non tardarono a farsi sentire. Per obiettive necessità economiche il governo decise nel ’26 una serie di misure deflattive, tra cui una nuova generale decurtazione dei salari, a cui naturalmente non seguì una altrettanto drastica discesa del costo della vita, e che dunque si risolsero nel contenimento dei costi di produzione delle imprese.

Il Ministero dell’Economia Nazionale poteva affermare all’inizio del ’28 che

«(…) le nostre industrie hanno così potuto conseguire notevoli economie sui costi di produzione, anche attraverso metodi più razionali (sic!) di determinazione dei compensi della manodopera, che è stata stimolata a produrre al più alto rendimento e che volenterosamente ha accettato i nuovi sistemi (!!)».

Ma nello stesso anno crebbe in modo pauroso la disoccupazione, passando, tra il dicembre 1927 e lo stesso mese dell’anno successivo, da 181.000 a 414.000 unità, mentre i disoccupati parziali aumentarono nello stesso arco di tempo da 10.000 a 108.000. Nonostante il divieto legale gli scioperi le agitazioni ripresero con particolare vigore, a conferma della materialistica impossibilità dello Stato borghese di eliminare la lotta di classe nemmeno con mezzi feroci e con divieti legali. Secondo alcuni dati riservati del Ministero della Giustizia e degli Affari di Culto, gli scioperi, per i quali si era dato inizio ad altrettanti procedimenti penali, nel ’27 erano stati 154 e di essi ben 149 avevano interessato l’industria, coinvolgendo in totale 18.663 lavoratori. Da segnalare in particolare lo sciopero dei tessili di Legnano e della Valle Olona e soprattutto l’agitazione del 25 ottobre a Gallarate di ben 4.000 donne in 19 stabilimenti, contro la riduzione del 25% dell’indennità caroviveri, che durò quattro giorni e fu stroncata solo dopo l’arresto disposto dalla P.S. in ciascun stabilimento di un certo numero di operaie. Fu a questo crescente malcontento operaio che il fascismo rispose nell’aprile del ’27 con la famosa “Carta del Lavoro”, modello base da cui copiò la sua impostazione il sindacalismo tricolore “democratico”.

Storia della Sinistra Pt.2

Capitolo esposto nella riunione del giugno 1979 [RG14]

La tattica del “fronte unico” rispondeva alla consegna del Terzo Congresso della I.C.: “conquistare la maggioranza della classe operaia”.

La veemenza di Lenin contro la “teoria offensiva” portata nel Congresso aveva il preciso obiettivo di battere le posizioni che impedivano ai Partiti comunisti di andare “alle masse”, chiusi in un settarismo che alla lunga avrebbe svilito l’azione comunista, allontanando le schiere proletarie dalla direzione comunista, confinandole nel ghetto della tattica legalitaria della socialdemocrazia. “Conquistare la maggioranza della classe operaia”, voleva dire strappare la direzione e l’iniziativa dei partiti opportunisti sul proletariato, spostando i lavoratori nel campo comunista rivoluzionario.

Per la Sinistra italiana non vi sono dubbi, né sulla tattica del “fronte unico”, né sullo scopo della “conquista della maggioranza della classe operaia”, dando alla parola “maggioranza” il significato che Lenin stesso precisa, cioè, non di maggioranza numerica, ma di influenza determinante del Partito Comunista sul grosso della classe. Il problema si sposta dai mezzi, la tattica, e dall’obbiettivo, conquista della direzione della classe, al “come”.

Lenin stesso porta ad esempio la “lettera aperta” del VKPD (Partito Unificato Comunista di Germania) del gennaio 1921, con la quale la Centrale del partito tedesco invitava la SED (Partito socialdemocratico tedesco) ad una intesa comune, sostenendo più precisamente che «il Partito Comunista tedesco unificato è pronto all’azione comune con i partiti che si basano sul proletariato» per realizzare la difesa della condizione operaia, l’autodifesa armata del proletariato, la liberazione dei detenuti politici operai, la ripresa delle relazioni commerciali con la Russia sovietica.

La “lettera aperta” prendeva spunto da una iniziativa, che il Partito tedesco aveva preso a Stoccarda, di richiesta alle direzioni nazionali dei sindacati metallurgici (DMV) e della Centrale sindacale operaia (ADGB) di iniziare una lotta generale ed unitaria a sostegno delle condizioni di vita del proletariato tedesco. Gli operai seguirono la proposta comunista, lanciata dagli organismi sindacali locali diretti dai comunisti e sostenuta dai lavoratori non comunisti.

L’Ufficio ristretto dell’Esecutivo dell’I.C. aveva condannato la “lettera aperta” e soltanto con l’intervento diretto ed autorevole di Lenin fu sospesa ogni iniziativa che confermasse il giudizio negativo dell’Ufficio, rinviando la questione al Terzo Congresso mondiale. Al Congresso Lenin difese la tattica della “lettera aperta” sino a ritenerla “obbligatoria dappertutto”, sostenendo che «la lettera aperta è un passo politico modello (…) La lettera è un modello, quale prima applicazione del metodo pratico per conquistare la maggioranza della classe operaia. Chi non capisce che in Europa – dove quasi tutti gli operai sono organizzati – dobbiamo conquistare la maggioranza della classe operaia, è perduto per il movimento comunista». Lenin sosteneva che, essendo “quasi tutti gli operai organizzati” nei sindacati e nei partiti politici socialdemocratici, si dovesse spostarli nel campo comunista passando per quei partiti e per quei capi sindacali.

In che modo, attuare questa manovra ardita? Compromettendo quei partiti e quei capi di fronte alle loro masse, costringendoli ad impegni ed accordi che, se mantenuti, avrebbero dimostrato la superiorità del metodo comunista, e se rigettati o traditi, avrebbero confermato la doppiezza e la mancanza di volontà dei partiti opportunisti e dei capi sindacali a portarsi sul terreno della lotta concreta in difesa degli operai. Lenin e Zinoviev portavano a sostegno della loro tesi tattica l’esperienza del Partito bolscevico con il Partito menscevico, con cui si alleò e si divise più volte dal 1903 al 1917.

La posizione della Sinistra italiana, coincidente con quella di Lenin sul fronte unico proletario per la conquista della direzione della classe operaia, differiva o comunque nutriva forti dubbi sul modo di realizzare il fronte unico così come veniva enunciato dalla “lettera aperta” e dalle successive tesi dell’Esecutivo dell’ I.C. del dicembre 1921. La Sinistra dubitava fortemente che l’azione rivoluzionaria e, prima ancora, la preparazione rivoluzionaria del proletariato si avvantaggiasse con una “alleanza” tra partiti “proletari” e partiti comunisti, ritenendo nozione non marxista che l’unità proletaria sia la somma matematica di tutti i proletari.

L’unità della classe si ravvisa, al contrario, nel partito politico proletario, nel partito comunista mondiale, in quanto organo di sintesi storica, nel programma invariante e nel metodo unitario d’azione, nella disciplina al centralismo. La Sinistra postulava, quindi, che l’affasciamento delle forze proletarie si realizzasse nell’organizzazione proletaria generale, come i sindacati economici, e che si dovesse disciplina non ad un organismo sovrapartitico. È questo il reale campo di arruolamento del proletariato alla milizia, all’azione del Partito. Qualsiasi altra manovra che esuli da questi postulati, è mero espediente suscettibile di spostare non le masse verso il partito, ma il partito fuori dai suoi cardini programmatici, tattici ed anche organizzativi. (Cfr. in “Archivio della Sinistra”: “Il fronte unico” e “Discorso del rappresentante della Sinistra al IV Congresso dell’I.C.”).
 

Gli insegnamenti di Livorno 1921

Poteva essere ardita la definizione che i partiti socialdemocratici o menscevichi non erano partiti operai, al tempo di Lenin. Certamente, a tradimento arciconsumato, come oggi, è facile ravvisare nei partiti che monopolizzano la classe operaia i più strenui difensori dell’ordine borghese e del modo di produzione capitalistico. Era ferma convinzione della Sinistra italiana, ed anche di Lenin, che le socialdemocrazie occidentali fossero partiti della sinistra borghese e non frazioni della destra proletaria, anche se nelle argomentazioni polemiche e propagandistiche questi partitacci venissero trattati come “opportunisti”, devianti dalla tradizione proletaria, preoccupati più della psicologia delle masse che dell’esattezza dei concetti.

Ma il partito menscevico russo era ben altra cosa del Partito Socialista Italiano sino al febbraio 1917, sino alla fase democratica della rivoluzione russa e sino alla reazione di Kornilov. Il partito menscevico fu un partito democratico rivoluzionario nei limiti temporali sopra esposti, il Partito Socialista Italiano, che la rivoluzione democratica aveva dietro le spalle, non osò prendere la direzione del proletariato quando le condizioni storiche imponevano che si spezzassero i fortilizi democratici e parlamentari, reazionari nel 1919 in Italia, progressivi nel febbraio 1917 in Russia.

La lezione consiste in questo, che i comunisti rivoluzionari italiani non vollero perchè non poterono, a meno di rinnegare se stessi, continuare nella solidarietà forzata, nell’organizzazione unica di partito e spezzarono l’”alleanza” persino con i collitorti dei cosiddetti “comunisti unitari”, i “centristi” di Serrati e soci. Era la chiara dimostrazione che i socialdemocratici, il cui centro era peggiore della destra riformista, sciovinista legalitaria, mai e poi mai avrebbero consentito di allearsi con i comunisti, se non per sabotare od impedire qualsiasi azione proletaria, anche nel solo campo difensivo economico.

L’Esecutivo di Mosca non capì la funzione dei socialtraditori, tant’è che contribuì in modo determinante al mantenimento dell’equivoco nel quale si destreggiava il Partito Socialista dopo la scissione, proclamandosi per la Terza Internazionale, ma rifiutandosi di espellere dal suo seno la destra di Turati e soci, condizione preliminare posta a tutti i partiti che volessero aderire all’Internazionale Comunista secondo le disposizioni del Secondo Congresso.

La Sinistra, quando enuncia, tracciando il bilancio dell’I.C., che l’esperienza positiva dell’Internazionale è sino al “Secondo Congresso”, intende che tutta l’opera successiva al 1920 non fu limpida e coerente con le premesse di quel vero Congresso costitutivo della Terza Internazionale. Se era giusta la considerazione di dover costruire dei partiti comunisti che fossero non solo robusti in programma e dottrina, ma forti e potenti nell’azione tattica e nell’organizzazione centralizzata e disciplinata, non si poteva però procedere sulla strada delle contaminazioni continue delle regole di aggregazione organizzativa delle forze, come nel riconoscimento al KAPD di partito “simpatizzante”, formatosi dalla scissione dell’ala operaista del partito comunista tedesco.

La considerazione che si dovessero reclutare tutte le forze disposte a schierarsi sul fronte rivoluzionario, purché fossero disciplinate alla Centrale dell’I.C., poteva reggere al massimo sino all’azione di marzo in Germania. Dopo la sconfitta dell’eroico tentativo dei proletari e comunisti tedeschi, non si poteva assolutamente ammettere eccezione alcuna per l’arruolamento delle forze e per la adesione dei partiti all’I.C.

Levi, capo del partito tedesco, fautore della “lettera aperta”, inghiottì male il rospo di Livorno. Levi non esitò ad esprimere la sua insoddisfazione per la vittoria degli “astensionisti”, come chiamava la Sinistra, ed avrebbe voluto che in Italia le cose andassero come erano andate in Germania, con la unificazione della Lega Spartaco con gli Indipendenti di Sinistra, da cui era sorto il Partito Comunista Unificato di Germania. Kabakčiev, che aveva disposizione di rompere a “destra” con o senza l’appoggio del centro serratiano, si attenne principalmente al solo argomento quantitativo, cioè che lo schieramento del centro con la destra avrebbe spostato la maggioranza dei consensi contro l’Internazionale. Lo stesso Gramsci non proferì verbo. Muto come un pesce durante tutto il Congresso.

Si sarebbe voluto, e si sperò sino all’ultimo, che Serrati si decidesse per l’Internazionale. La Sinistra non pose calcoli maggioritari o minoritari alla base della rottura definitiva e irrevocabile con la destra e il centro, con tutte quelle forze che avevano osato ribellarsi all’Internazionale e preferito restare nel pantano socialdemocratico. Nessun compromesso poteva essere pensato. Tutti i ponti dovevano essere inesorabilmente tagliati, perché la barca sgangherata della socialdemocrazia non facesse naufragare anche il proletariato.
 

Dall’Archivio della Sinistra: «La funzione della socialdemocrazia in Italia»

Il breve testo rigetta la pretesa, oggi trasfusa nel corpo e nell’anima del preteso partito comunista italiano, che prima di passare al comunismo sia inevitabile e necessario un governo di “transizione” della socialdemocrazia, un governo di regime essenzialmente democratico, venato di socialismo legalitario. Con sessant’anni di anticipo sui fatti materiali, il testo nostro precisa con sublime chiaroveggenza che la borghesia potrà dominare sul proletariato per mezzo di un partito “operaio” assai meglio che con un partito smaccatamente borghese.

La funzione della socialdemocrazia in Italia

Dopo lo svolgimento delle rivoluzioni russa, tedesca e d’altri paesi, che hanno mostrato come la conquista del potere da parte del proletariato ed il periodo della dittatura proletaria siano preceduti da una fase storica nella quale il governo passa nelle mani dei partiti socialdemocratici, o di una coalizione di questi con partiti borghesi, si è spesso portati a porsi il problema se una simile fase si presenterà anche nei paesi occidentali, come prologo della rivoluzione proletaria. Secondo alcuni anche in Italia dovremo attraversare questo periodo per poter andare oltre, e quindi sarebbe anche dal punto di vista rivoluzionario buona tattica provocare il famoso esperimento socialdemocratico, per accelerare questo necessario sviluppo storico verso le sue ultime conclusioni; invece secondo le enunciazioni di altri, dei nostri compagni comunisti, tale periodo tra noi non corrisponde affatto ad una necessità della storia ed il movimento rivoluzionario deve tendere direttamente alla instaurazione della dittatura del proletariato, attraverso la lotta diretta con l’attuale regime borghese.

Naturalmente questa seconda opinione è quella che meglio risolve il quesito in senso comunista; tuttavia ci pare occorra una più esatta valutazione della questione dei caratteri e delle funzioni del movimento socialdemocratico per poter dare una risposta esauriente dal punto di vista critico, e per poterne trarre le conclusioni tattiche che ci interessano.

Un regime democratico borghese con programma di riformismo radico-socialista, si presenta come un intermezzo reale tra gli ordinamenti vigenti e quelli proletari laddove l’avvento della classe borghese capitalistica propriamente detta al potere non ha ancora avuta la sua completa esplicazione storica, ed esistono ancora forme politiche e sociali arretrate e corrispondenti ad epoche sorpassate generalmente dalla società presente. Anche in queste condizioni non è mai stato dubbio dal punto di vista marxista che i comunisti, pur comprendendo e riconoscendo teoricamente che la costituzione di un regime parlamentare è un passo verso la migliore esplicazione della lotta proletaria, devono avversare e combattere, come la vecchia classe dirigente e i suoi partiti, così la nuova che a quella viene a sostituirsi, rifiutando di concludere tregue con essa e tendendo a rovesciarne il potere nel più breve termine possibile, anzi a non lasciare che passi il corto periodo convulsivo nel quale non esiste una forza statale potentemente assestata ed è più facile un nuovo trapasso del potere. Malgrado quanto possano dire gli orecchianti del marxismo, questo era il pensiero di Marx e dei comunisti dinanzi alla situazione in Germania e negli altri paesi nel 1848, e questo è il grande insegnamento della rivoluzione russa.

Ma in questo senso non si deve né si può certo parlare di una funzione storica della socialdemocrazia nei paesi dell’occidente europeo dove il regime caratteristicamente borghese democratico esiste da tempo, anzi ha esaurita la sua vita storica e precipita nella sua decadenza. Non può concepirsi tra noi altro trapasso rivoluzionario del potere che dalla borghesia dominante al proletariato, come non può concepirsi altra forma di potere proletario che la dittatura dei consigli.

Fare questa evidente constatazione non vuol però dire escludere che la socialdemocrazia non eserciti e non stia per svolgere tutta una funzione anche nei paesi di cui parliamo. I partiti socialdemocratici sostengono che il periodo della democrazia non è ancora esaurito, e che il proletariato potrà giovarsi ancora per i suoi fini di classe di forme politiche democratiche. Essendo però evidente che queste forme sono in vigore e che il proletariato, soprattutto nelle attuali condizioni ereditate dalla guerra, non ritrae da esse alcuna possibilità di vantaggi, i socialdemocratici sono condotti a prospettare e proporre forme democratiche di regime secondo loro più perfette e complete, sostenendo che il sistema attuale agisce contro il proletariato solo perché non è veramente, intimamente democratico. Di qui tutti i progetti di nuovi ordinamenti, a base di repubblica, allargamento del suffragio, soppressione delle Camere Alte, estensione delle funzioni e facoltà dei Parlamenti, e così via.

L’esperienza delle ultime rivoluzioni, non meno della critica marxistica, ci dimostra come tutto questo bagaglio politico non sia che la maschera di un movimento che appare come l’unico ultimo programma e metodo di governo che riesca possibile alla classe borghese nelle attuali critiche condizioni; come tutti i governi formati su tali basi, non soltanto non costituiscano il ponte di passaggio alla conquista vera del potere da parte delle masse proletarie, ma rappresentino l’ultimo e più perfetto ostacolo che il regime vigente eleva contro la minaccia del suo rovesciamento; come anche il contenuto teorico democratico di questo movimento ceda il posto – confermando logicamente la morte storica della democrazia proclamata dalla nostra dottrina comunista – ad una pratica di dittatura e di terrore, ma contro il proletariato ed il comunismo.

Dunque la socialdemocrazia ha una sua funzione specifica, nel senso che vi sarà probabilmente nei paesi dell’occidente un periodo in cui i partiti socialdemocratici saranno al governo, da soli o in collaborazione coi partiti borghesi. Ma tale intermezzo, ove il proletariato non avrà la forza di evitarlo, non rappresenterà una condizione positiva, una condizione necessaria, per l’avvento delle forme e degli istituti rivoluzionari, non sarà una utile preparazione a questo, ma costituirà un disperato tentativo borghese per diminuire e stornare la forza di attacco del proletariato, e per batterlo spietatamente sotto la reazione bianca se gli resterà tanta energia da osare la rivolta contro il legittimo, l’umanitario, il civile governo della socialdemocrazia.

Non è dunque prevedibile un qualsiasi periodo di transizione tra la presente dittatura borghese e la dittatura proletaria, ma è prevedibile, e deve dai comunisti essere preveduta, una ultima ed insidiosa forma di dittatura borghese, che, con l’apparenza di qualche formale mutamento istituzionale, giustificherà la delega della direzione di tutto l’attuale apparecchio statale di difesa capitalistica alla complice azione dei socialtraditori.

Dal punto di vista tattico, i comunisti, fatta questa previsione, non si rassegnano ad essa, appunto perché le negano il carattere di una utile ed universale necessità storica, ma si propongono, forti dell’esperienza internazionale, di smascherare preventivamente il gioco insidioso della funzione democratica, e di iniziare senz’altro l’attacco a fondo contro la socialdemocrazia, prima ancora che questa abbia clamorosamente svelata coi fatti la sua funzione reazionaria; tentando di preparare la forza e la coscienza proletaria a strozzare sul nascere questo prodotto mostruoso della controrivoluzione, pur senza poter escludere che l’attacco finale sarà sferrato contro un governo socialistoide ultimo gerente del potere borghese.

Quanto alle oblique proposte tattiche di pretesi comunisti passati dall’altra parte, di favorire l’ascesa al potere dei socialdemocratici nostrani, non solo esse mostrano un’assoluta incomprensione dei problemi tattici secondo il metodo marxista, ma nascondono a loro volta una insidia peggiore. Bisogna staccare il proletariato ed il suo consenso dagli uomini e dal partito destinato alla funzione socialdemocratica – controrivoluzionaria con una preventiva e aspra separazione di responsabilità. Naturalmente questo scoraggerà quegli uomini e quei gruppi, farà sì che essi ritardino ad accettare l’invito borghese ad assumere il potere; e sarà bene che facciano questo passo solo in condizioni estreme, quando neanche tale manovra potrà più sanare il processo di decomposizione dell’apparato statale borghese di governo. Noi sappiamo che quasi certamente la battaglia finale sarà data contro un governo di ex-socialisti; ma non è nostro compito facilitare il loro avvento al potere, bensì preparare il proletariato ad accoglierlo fin dall’inizio come una dichiarazione di guerra anziché come il segno che una tregua si apra nella lotta di classe, che s’inizi un esperimento di risoluzione pacifica dei problemi della rivoluzione. Questo potrà farsi solo a patto di aver denunziato alle masse il movimento socialdemocratico, i suoi metodi, i suoi propositi – cosicché sarebbe un colossale errore apparire come consenzienti nel tentativo di esperimentarli. È per questo che noi diciamo che la tattica rivoluzionaria deve fondarsi su esperienze internazionali e non solo nazionali, che deve bastare lo strazio dei proletari d’Ungheria, di Finlandia e di altri paesi per risparmiare, attraverso l’opera infaticabile dei partiti dell’ Internazionale Comunista, ai proletariati dell’Occidente, la necessità di apprendere coi propri occhi, di imparare a costo del proprio sangue che cosa significhi il compito nella storia della socialdemocrazia. Questa intraprenderà fatalmente la sua strada, ma i comunisti devono proporsi di sbarrargliela al più presto, e prima che essa pervenga a piantare il pugnale del tradimento nelle reni del proletariato.

Dall’Archivio della Sinistra: «Il Fronte Unico»

È un primo saggio di come la Sinistra concepisce il fronte unico e l’unità proletaria, ribadendo il concetto, che ritroveremo più affilato nel successivo discorso al IV Congresso dell’I.C., di fronte unico dal “basso”, cioè non come un’alleanza tra partiti. È un vecchio chiodo della Sinistra, che anche di recente l’attuale nostro piccolo partito ha dovuto ribadire per i reiterati tentativi di storcerlo da parte di “sinistri” in vena di acrobazie tattiche “nuove”. Si esalta l’unità sindacale verso cui i comunisti profondono le migliori energie. È il caso di ricordare che si trattava, allora, di sindacati operai, riformisti, tentennoni, collaborazionisti, quanto si voglia, ma sempre di sindacati del proletariato e non di sindacati emananti dal regime totalitario borghese, come quelli di oggi, verso i quali il partito della Sinistra postula l’azione ricostruttrice del proletariato italiano su basi di classe, in assoluta disobbedienza alle direttive delle centrali.

Il fronte unico

Il Partito comunista sostiene in questo momento, nella difficile situazione in cui si trova il proletariato italiano, la necessità della “unità proletaria” e la proposta del “fronte unico” proletario per l’azione contro l’offensiva economica e politica della classe padronale.

Questo atteggiamento, perfettamente coerente coi principi e coi metodi del partito e della Internazionale Comunista, non viene però sempre chiaramente inteso da tutti e neppure da tutti i militanti del partito e gli si dà talvolta un valore diverso da quello vero, deformandolo in modo da venire in urto con tutto l’armonico insieme della tattica del nostro Partito.

Per bene intendere la questione senza cadere in semplicistiche e dannose interpretazioni e attitudini, basta rifarsi ai fondamenti del nostro concetto e del nostro metodo di azione proletaria.

Il comunismo rivoluzionario si basa sull’unità della lotta di emancipazione di tutti gli sfruttati e nello stesso tempo sulla organizzazione ben definita in partito politico di quella “parte” di lavoratori che hanno migliore coscienza delle condizioni della lotta e maggiore decisione di lottare per l’ultima finalità rivoluzionaria, costituendo quindi l’avanguardia della classe operaia.

Dimostrerebbe di nulla avere inteso del programma nostro chi trovasse una contraddizione tra l’invocazione all’unione di tutti i lavoratori e il fatto di staccare una parte di essi dagli altri, organizzandoli in partito con metodi che differiscono da tutti quelli degli altri partiti, ed anche di quelli che si richiamano al proletariato e si dicono rivoluzionari, poiché in verità quei due concetti non hanno che la stessissima origine.

Le prime lotte che i lavoratori conducono contro la classe borghese dominante sono lotte di gruppi più o meno numerosi per finalità parziali ed immediate.

Il Comunismo proclama la necessità di unificare queste lotte nel loro sviluppo, in modo da dare ad esse un obiettivo e un metodo comune, e parla per questo di unità al di sopra delle singole categorie professionali, al di sopra delle situazioni locali, delle frontiere nazionali e di razza. Questa unità non è una somma materiale di individui, ma si consegue attraverso uno spostamento dell’indirizzo della azione di tutti gli individui e gruppi, quando questi sentono di costituire una classe, ossia di avere uno scopo ed un programma comune.

Se dunque nel partito vi è solo una parte di lavoratori, tuttavia in esso vi è la unità del proletariato, in quanto lavoratori di diverso mestiere, di diverse località e nazionalità vi partecipano sullo stesso piano, con le stesse finalità e la stessa regola di organizzazione.

Una unione formale federativa, di sindacati di categoria, o magari un’alleanza di partiti politici del proletariato, pur avendo maggiori effettivi di quelli del partito di classe, non raggiunge il postulato fondamentale della unione di tutti i lavoratori, perché non ha coesione e unicità di scopi e metodi.

Tuttavia i comunisti affermano che la organizzazione sindacale, primo stadio della coscienza e della pratica associativa degli operai, che li pone contro i padroni, sia pure localmente e parzialmente, appunto perché soltanto uno stadio ulteriore di coscienza e di organizzazione delle masse le può condurre sul terreno della lotta centrale contro il regime presente, appunto in ragione del fatto che raccoglie gli operai per la loro comune condizione di sfruttamento economico e, col loro riavvicinamento a quelli di altre località e categorie sindacali, li avvia a formarsi la coscienza di classe; la organizzazione sindacale deve essere unica, è assurdo scinderla sulla base di diverse concezioni del programma di azione generale proletario. È assurdo chiedere al lavoratore che si organizza per la difesa dei suoi interessi quale sia la sua visione generale della lotta proletaria, quale sia la sua opinione politica; egli può non averne nessuna o una errata, ciò non lo rende incompatibile con l’azione del sindacato, da cui trarrà gli elementi del suo ulteriore orientamento. Per questo i comunisti, come sono contro alla scissione dei sindacati, quando la maggioranza degli aderenti o la furberia dei capi opportunisti dà loro una direttiva poco rivoluzionaria, così lavorano per la unificazione delle organizzazioni sindacali oggi divise e tendono ad avere in ogni paese una unica centrale sindacale nazionale.

Qualunque possa essere l’influenza dei capi opportunisti, la unità sindacale è un coefficiente favorevole alla diffusione della ideologia e della organizzazione rivoluzionaria politica, ed il partito di classe fa nel seno del sindacato unico il suo migliore reclutamento e la migliore campagna contro i metodi errati di lotta che da altre parti si prospettano al proletariato.

I comunisti italiani sostengono l’unità proletaria, perché sono convinti che nel seno di un unico organismo sindacale si farà con maggiore rapidità e successo il lavoro di orientamento del proletariato verso il programma politico dell’Internazionale Comunista.

Mentre sullo stesso piano della Internazionale Sindacale Rossa i comunisti italiani lavorano per l’unificazione degli organismi sindacali del proletariato italiano, essi sostengono altrettanto energicamente, anche prima di raggiungere questa unità organizzativa a cui non poche difficoltà si frappongono, la necessità dell’azione d’insieme di tutto il proletariato, oggi che i suoi problemi parziali economici dinanzi all’offensiva dei padroni si fondono in uno solo: quello della comune difesa.

Ancora una volta i comunisti sono convinti che mostrando alle masse che unico è il postulato ed unica deve essere la tattica per poter fronteggiare la minacciata riduzione dei salari, la disoccupazione e tutte le altre manifestazioni di offensiva antioperaia, si renderà più agevole il compito di dimostrare che il proletariato deve avere un programma unico di offensiva rivoluzionaria contro il regime capitalistico, e che questo programma è quello tracciato dalla Internazionale Comunista: lotta condotta dal partito politico di classe contro lo Stato borghese, per la dittatura del proletariato.

Dal “fronte unico” del proletariato sindacalmente organizzato contro la offensiva borghese sorgerà il fronte unico del proletariato sul programma politico del Partito Comunista, dimostrandosi nell’azione e nell’incessante critica insufficiente ogni altro programma.

Unità sindacale e fronte unico proletario contro l’offensiva attuale della borghesia sono tappe che il proletariato deve percorrere per il suo allenamento a lottare secondo gli insegnamenti della storia sulla via dall’avanguardia comunista tracciata.

Unità sindacale e fronte unico proletario il Partito Comunista li sostiene appunto per far trionfare il suo programma ben differenziato da tutti gli altri che vengono prospettati al proletariato, per mettere in evidenza maggiore la sua critica ai tradimenti della socialdemocrazia ed anche agli errori sindacalisti ed anarchici.

Grossolano equivoco è scambiare la formula dell’unificazione sindacale e del fronte unico con quella di un blocco di partiti proletari, o della direzione dell’azione delle masse, in casi contingenti o in movimenti generali, da parte di comitati sorti da un compromesso tra vari partiti e correnti politiche, e immaginare che esse comportino una tregua da parte dei comunisti alla rampogna contro i socialdemocratici ed alla critica di ogni altro metodo di azione che faccia smarrire al proletariato la chiara visione del processo rivoluzionario.

Sarebbe ridicolo per i comunisti nostrani – come per tanto tempo si è fatto da ogni lato e con danno enorme per la preparazione rivoluzionaria del proletariato – corrivi ad ogni piccola o grande occasione a fare omaggio a qualche cosa, a qualche organismo, a qualche atteggiamento, a qualche finalità che, con la ultrafilistea frase, si pone “al di sopra dei partiti”.

I comunisti non “nascondono” mai il loro partito, la loro milizia politica, la loro disciplina inviolabile. Queste non sono cose di cui essi debbano arrossire, in nessun caso; poiché non le ha dettate l’interesse personale o una mania di omertà politica, ma solo il bene della causa proletaria; poiché non sono una concessione fatta ad esigenze poco confessabili di “divisione” del proletariato, e sono invece, all’opposto, il contenuto stesso dell’opera di unificazione del proletariato nel suo sforzo di emancipazione. Unità sindacale e fronte unico sono il logico sviluppo e non una forma coperta di pentimento dell’opera dei comunisti italiani nel costituire e nel rafforzare l’arma della lotta rivoluzionaria, il loro Partito, severamente definito e delimitato nella dottrina, nei metodi, nella disciplina organizzativa, volti nell’interesse della unificazione rivoluzionaria della lotta del proletariato contro tutte le deviazioni e tutti gli errori.

Dall'Archivio della Sinistra : «Intervento del rappresentante della sinistra sulla relazione Zinoviev»

Le tre questioni, fortemente dibattute nel IV Congresso e nei successivi, furono quelle della “conquista della maggioranza”, del “fronte unico” e del “governo operaio”. Questioni che dominano i dibattiti dei Congressi e delle riunioni degli Esecutivi Allargati sino alla fine dell’Internazionale.
Si noti la interpretazione niente affatto leninista delle questioni citate e come di anno in anno e di congresso in congresso i concetti cambino di significato, a dimostrazione del comportamento oscillante nella direzione dell’Internazionale.
La Sinistra dovette persino svolgere una analisi letteraria ed etimologica delle parole, per tentare di rimettere ordine non solo e non tanto nel campo della teoria e della dottrina, quanto e soprattutto in quello della tattica e dell’azione.
Giova precisare che l’intransigenza della Sinistra anche nella formulazione delle questioni è frutto non di dottrinarismo, ma di correttezza onde impedire anche per il solo aspetto espositivo dei problemi il loro travisamento da parte di forze ostili, che trovano fertile terreno proprio là dove manca la chiarezza.
Tutto si potrà imputare alla Sinistra, ma non certamente la precisione, la schiettezza e la coerenza.

Intervento del rappresentante della sinistra sulla relazione Zinoviev

Terza Internazionale
IV Congresso, novembre 1922

Il compagno Zinoviev ha ricordato, per confermarli, alcuni punti fondamentali stabiliti dal terzo Congresso che sono condivisi dal Partito italiano.

Il primo si riferisce alla situazione del capitalismo: vi è una crisi che non è passeggera, ma è la decadenza stessa del capitalismo, è una crisi che si può dire definitiva. Il secondo punto stabilisce che per inserire in questa situazione la vittoria rivoluzionaria è necessario che il Partito Comunista estenda la sua influenza sulle grandi masse, ciò si realizza partecipando alle lotte per tutti gli interessi concreti della classe operaia.

La questione della maggioranza

I comunisti italiani non hanno sostenuto, né in teoria né in pratica, un metodo putschista che si illude di conquistare il potere con un piccolo Partito rivoluzionario; solamente essi non accettano la formula della maggioranza della classe operaia, che è vaga ed arbitraria. È vaga perché non può dire se si tratta del solo proletariato o anche degli strati semiproletari, degli organizzati politici o sindacali. Questa formula ci sembra arbitraria in questo senso: nulla ci può fare escludere che l’attacco rivoluzionario sia reso impossibile dai rapporti delle forze in una situazione in cui noi possediamo la maggioranza; come d’altra parte non si può escludere che l’attacco sia possibile prima di aver raggiunto questa maggioranza.

La nostra opinione sui compiti dell’Internazionale e sull’esposizione che ne ha fatto il compagno Zinoviev è che l’Internazionale finora non ha risolto il grande problema tattico nel modo più felice. Di solito si riconosce la tendenza di sinistra per la fiducia che essa ha nell’avvento prossimo della rivoluzione. Ora a questo riguardo io sono un po’ più pessimista del compagno Zinoviev.

Se una condizione oggettiva indispensabile per la rivoluzione è l’esistenza di una grande crisi capitalistica, bisogna non di meno constatare che le condizioni soggettive per l’esistenza di una forte Internazionale Comunista e per la sua influenza sulle masse sono in un certo senso compromesse dall’influenza diretta della crisi sulle organizzazioni economiche operaie, sui sindacati e sulle organizzazioni analoghe.

La maniera più diretta per conquistare le masse consiste nell’approfittare di una intensa attività sindacale. La crisi economica e la disoccupazione rendono questo compito più difficile. La soluzione che gli opportunisti danno a questo problema è che bisogna aspettare un nuovo rifiorimento capitalista per la liberazione del proletariato.

In realtà, per attenersi ad una soluzione classica, bisognerebbe durante il periodo fiorente del capitalismo conquistare al Partito rivoluzionario la massima influenza, per potere, quando la crisi si manifesta, trascinare le organizzazioni economiche sul terreno dell’azione rivoluzionaria, dando loro un contenuto nuovo quando la crisi viene ad ostacolare la loro attività ordinaria. È appunto ciò che gli opportunisti hanno impedito. Tuttavia l’Internazionale Comunista non cessa di porsi come compito la mobilitazione rivoluzionaria del proletariato mondiale. Questo problema si presenta in condizioni difficili se non insormontabili.

La tattica del fronte unico

A mio avviso, nonostante l’eccezione che fanno alcuni paesi, la situazione economica peggiorerà ancora, determinando la disoccupazione e la rarefazione dei sindacati.

Il malcontento aumenterà non soltanto nel proletariato ma anche nelle classi semiproletarie, per effetto del pericolo di nuove guerre. Organizzare questo caotico malcontento in una forza capace di lotta rivoluzionaria, ecco il formidabile problema. La soluzione di questo problema è cercata dall’Internazionale nello sfruttamento delle condizioni stesse create dall’offensiva del capitale; da cui la tattica del fronte unico.

Noi accettiamo interamente lo spirito di questa tattica. Le riserve che noi facciamo, e che si riferiscono anche al lavoro generale di direzione dell’Internazionale, nascono dalle considerazioni seguenti.

Se la conquista delle masse è per noi lo scopo fondamentale, ciò non vuol dire che si debba forzatamente realizzarla con una progressione meccanica continua e neppure che a un dato momento si debba forzatamente trovare un espediente per avanzare verso di essa, a grandi tappe. Può avvenire d’essere costretti a non vedere ingrandire per un certo tempo il partito, mentre si compie un lavoro tale da garantirci di potere conquistare le masse in un momento ulteriore. Zinoviev ha detto che alcune sezioni dell’Internazionale hanno veduto aumentare la loro influenza malgrado la diminuzione dei loro effettivi.

Dunque, la conquista delle masse non deve essere ridotta alle oscillazioni di un indice statistico. Essa è un processo dialettico, determinato anzitutto dalle condizioni oggettive sociali, e la nostra iniziativa tattica non può accelerarlo che in certi limiti, o, per meglio dire, a certe condizioni che noi consideriamo pregiudiziali. La nostra iniziativa tattica, vale a dire l’abilità di manovra, si basa sugli effetti che essa produce nella psicologia del proletariato, adoperando la parola psicologia nel senso più largo per riferirsi alla coscienza, allo stato d’animo, alla volontà di lotta della massa operaia.

In questo campo bisogna ricordare che vi sono due fattori di primo ordine, secondo la nostra esperienza rivoluzionaria: una chiarezza ideologica completa del partito, ed una continuità severa ed intelligente nella sua struttura organizzativa.

Noi diciamo solamente che tollerare che queste due condizioni siano compromesse per realizzare un miglioramento apparente negli effettivi del partito o dei suoi simpatizzanti è un cattivo guadagno nella via della vera conquista delle masse, che deve inquadrare nuovi strati del proletariato attorno ad un partito capace di azione rivoluzionaria; questa capacità esige una preparazione che non può essere improvvisata e che deriva dai fattori citati, vale a dire la chiarezza della ideologia e la solidità della organizzazione. Ciò posto, noi seguiamo perfettamente la linea dell’Internazionale, quando essa si propone, come ha fatto tra il terzo e il quarto congresso (e come il nostro partito fece per primo, prima ancora che ritornasse la sua delegazione dal III Congresso) di approfittare del fenomeno mondiale dell’offensiva padronale per attrarre verso il Partito comunista gli strati della classe operaia che sono con i socialdemocratici o che sono dispersi.

Come affrontare la reazione padronale

Noi non ripetiamo qui l’analisi delle cause e dei caratteri dell’offensiva borghese nella quale la classe dominante è lanciata per il fatto stesso che la crisi è irreparabile. Vi è un comma speciale all’ordine del giorno: trattando del fascismo italiano noi potremo mostrare come la borghesia sa realizzare l’impiego simultaneo di tutti i suoi metodi di difesa controrivoluzionaria.

L’offensiva padronale solleva delle rivendicazioni politiche ed economiche che interessano in una maniera immediata la generalità dei lavoratori e dà al partito una occasione favorevole per sostenere l’unità d’azione della classe operaia e dimostrare con i fatti che gli altri partiti proletari sono impotenti a condurre la difesa persino degli interessi più immediati del proletariato, producendo il doppio effetto rivoluzionario di ostacolare il piano di ricostruzione del capitalismo minacciato e di allargare l’influenza del Partito Comunista sulle masse.

Noi abbiamo detto che concepiamo dei limiti nei mezzi di applicazione di questa tattica, limiti che si ricongiungono alla necessità di non compromettere gli altri fattori della influenza del partito sulle masse e della preparazione rivoluzionaria interiore dei suoi aderenti; poiché non dobbiamo mai dimenticare che il nostro partito non è un meccanismo rigido che noi manovriamo, ma è una cosa reale su cui i fattori esteriori agiscono e che è suscettibile di essere modificato dalla direzione stessa che noi imprimiamo alla nostra tattica. Perciò noi diciamo che è in contraddizione con lo scopo stesso della tattica del fronte unico la formazione di un organo dirigente permanente, composto di rappresentanti dei partiti proletari, al quale si diano dei poteri al di sopra dei partiti.

Bisogna prepararsi evidentemente tanto al rifiuto all’azione da parte degli opportunisti quanto alla partecipazione ad un’azione comune, ma in questo caso la responsabilità dell’azione deve ricadere sopra un organo di natura tale che esso emani dalla classe operaia attraverso le organizzazioni economiche e sia in principio conquistabile da ogni partito.

In questo modo il Partito Comunista potrà essere disciplinato a questo organo e dare l’esempio mettendosi all’avanguardia dell’unità d’azione proletaria; ma non avrà davanti alle masse la responsabilità delle cattive conseguenze dei metodi d’azione che saranno dettati da una maggioranza non comunista delle organizzazioni proletarie. Poiché nel campo della conquista dell’influenza sulle masse e della loro psicologia bisogna tenere in conto le responsabilità e le tradizioni del passato dei partiti e dei gruppi politici e degli uomini di cui le masse seguono l’azione.

Non si tratta dunque affatto di escludere che fra le rivendicazioni del fronte unico figurino le questioni politiche quanto le concessioni economiche; non si tratta già di escludere in linea di principio e per non si sa qual pruderie dei pourparles transitori anche con i peggiori capi opportunisti. Si tratta di non compromettere la preparazione dei più larghi strati possibili del proletariato alla situazione rivoluzionaria, nella quale l’azione si porterà sul terreno dei metodi propri del solo Partito Comunista, sotto pena della disfatta proletaria; si tratta di conservare al nostro partito tutta la libertà di continuare durante lo sviluppo del fronte unico a costruire il proprio inquadramento delle forze proletarie in tutti i campi. La tattica del fronte unico non avrebbe senso senza questa opera di organizzazione delle masse nei movimenti che il partito crea intorno a sé, nei Sindacati, nelle fabbriche, ecc.

Il pericolo di un revisionismo comunista

Noi affermiamo che il pericolo che il fronte unico degeneri in un revisionismo comunista esiste e che per evitarlo bisogna tenersi in questi limiti.

Per ciò che concerne la parola d’ordine del “Governo Operaio”, se si afferma, come nell’Esecutivo Allargato del mese di giugno, che esso è esattamente la “mobilitazione rivoluzionaria della classe operaia per il rovesciamento della dominazione borghese”, noi troviamo che in certi casi può convenire di usare questa parola come sostituzione terminologica della dittatura del proletariato. In ogni caso noi non ci opponiamo a ciò salvo che non paia troppo opportunista questo bisogno di mascherare il nostro vero programma. Ma se questa parola del Governo Operaio deve dare alla massa operaia l’impressione che, non una situazione transitoria politica, né un rapporto momentaneo di forze sociali, ma il problema essenziale dei rapporti fra la classe proletaria e lo Stato (problema su cui noi abbiamo fondato la ragione d’essere del programma e dell’organizzazione dell’Internazionale) può risolversi in altro modo che non sia la lotta armata per la conquista del potere e per il suo esercizio nella forma della dittatura proletaria, noi respingiamo allora questo mezzo tattico, poiché esso, per il dubbio risultato di una popolarità immediata, compromette una condizione fondamentale della preparazione del proletariato e del partito ai compiti rivoluzionari.

Si potrà dire che il governo operaio non è ciò che noi supponiamo; ma io debbo osservare che ho più volte inteso spiegare ciò che il governo operaio non è, ma debbo ancora sentire dalla bocca di Zinoviev o di altri ciò che il governo operaio è.

Se si tratta di prospettarsi obbiettivamente la realizzazione di un regime di passaggio che precederà la dittatura proletaria, io credo che là dove la vittoria proletaria non perverrà a prendere una forma estremamente decisiva, si deve piuttosto prevedere che il processo si diriga attraverso i colpi della reazione verso governi borghesi di coalizione, nei quali la destra degli opportunisti probabilmente parteciperà in maniera diretta e i centristi scompariranno dalla scena politica, dopo aver compiuto il loro compito di complici della socialdemocrazia. In Germania, per esempio, noi vediamo alla vigilia di una crisi industriale generale presentarsi nel movimento dei Consigli operai il problema del controllo della produzione. Vi è una certa analogia con la situazione italiana del settembre 1920, che precedette una grande disfatta proletaria. Se un fatto rivoluzionario somigliante alla occupazione delle fabbriche si produrrà, il Partito Comunista Tedesco dovrà prepararsi a vedere tutte le tendenze opportuniste senza eccezione rifiutare il più modesto appoggio a questa parola d’ordine del controllo. E il Partito Comunista potrà svolgere un compito autonomo a partire da questo momento, o è possibile che una situazione controrivoluzionaria si sviluppi preparando un governo nel quale un fascismo tedesco avrebbe la collaborazione della destra socialdemocratica.

Riserve sul “Governo Operaio”

Per questo noi non condividiamo interamente il progetto di tesi di Zinoviev né la direzione dell’attività dell’Internazionale Comunista fino ad oggi. Ciò si deve riferire non soltanto alla tattica, ma anche al lavoro di formazione della nostra organizzazione internazionale. Noi siamo per il massimo di centralizzazione e di potere agli organi supremi centrali. Ma ciò che deve assicurare l’obbedienza alle iniziative del centro dirigente non è soltanto un sermone solenne per la disciplina da un lato e dall’altro i più sinceri impegni a rispettarla; né si tratta di una applicazione formale e minuziosa della democrazia interna e del controllo da parte della massa degli organizzati, che sovente si riduce ad una finzione. La garanzia della disciplina deve essere cercata altrove, se noi ci ricordiamo, al lume della dialettica marxista, quale è la natura della nostra organizzazione, che non è un meccanismo, che non è un esercito, ma che è un complesso unitario reale, il cui sviluppo è in primo luogo un prodotto e in secondo luogo un fattore dello sviluppo della situazione storica.

La garanzia di una disciplina non può essere trovata che nella precisione dei limiti entro i quali i nostri metodi di azione debbono applicarsi, nella precisione dei programmi e delle risoluzioni tattiche fondamentali e delle misure d’organizzazione.

La rivoluzione Russa ha dato al movimento rivoluzionario internazionale le basi per un ristabilimento della sua ideologia e della sua organizzazione di combattimento; è questo un beneficio inestimabile e che produrrà i suoi effetti ulteriori nella misura in cui il legame fra la rivoluzione russa e il movimento proletario internazionale sarà mantenuto. Noi critichiamo, e giustamente poiché essa ci allontana da questo scopo, la tendenza a lasciare troppa libertà nelle misure di organizzazione e nei mezzi tattici dei quali la scelta deve essere rimessa al centro dirigente. Questa scelta deve restare, noi affermiamo, al centro e non alle organizzazioni nazionali secondo i giudizi che esse pretendono di dare delle loro condizioni speciali. Se l’estensione di questa scelta rimane troppo larga e talvolta perfino imprevedibile, ne deriverà fatalmente la frequenza di casi di indisciplina che spezzano la continuità e il prestigio dell’organizzazione rivoluzionaria mondiale. Noi crediamo che l’organizzazione internazionale deve essere meno federativa nei suoi organi centrali; questi non debbono essere fondati sulla rappresentanza delle sezioni nazionali, ma debbono emanare dal Congresso dell’Internazionale.

È assolutamente evidente che soltanto la rivoluzione russa ci può dare la sede e lo stato maggiore dell’Internazionale Comunista: ma questo stato maggiore, per disporre con sicurezza dei movimenti delle forze mondiali che deve avere alla sua dipendenza, deve avere in collaborazione con essi costruito i piani della strategia rivoluzionaria proletaria, alla obbedienza verso i quali non potrebbe essere tollerato alcun rifiuto.

Noi abbiamo sventuratamente gli esempi delle cattive conseguenze prodotte dall’elasticità e dall’ecclettismo eccessivo nella scelta dei mezzi d’azione. La deplorevole situazione del partito francese è il più evidente e noi dobbiamo rilevare questo fatto significativo che tutti i partiti, i quali hanno la maggioranza assoluta degli operai politicamente organizzati e traggono la loro origine diretta dai partiti socialdemocratici tradizionali, attraversano una crisi, come la Francia, la Cecoslovacchia e la Norvegia dimostrano.

Noi ci permettiamo di dire che vi è in un certo senso un errore volontarista, il quale consiste nel considerare l’Internazionale dei partiti operai troppo somigliante nella sua struttura alle organizzazioni statali e militari.

Per un partito comunista internazionale

Volendo trovare a qualsiasi costo dei mezzi risolutivi per raggiungere dei grandi successi rivoluzionari, si è forse presa una via che, attraverso le crisi che si sono determinate senza che nessuna forza a disposizione della nostra volontà possa impedirle, ha allontanato dei risultati veramente sicuri e solidi; ed è possibile che dei momenti decisivi ci trovino con delle questioni imbarazzanti sulle braccia. Io non pretendo che questa esperienza non sia stata in un certo senso necessaria; mi permetto di portare qui un contributo che deriva non da speculazioni astratte, ma dalla esperienza di un partito che occupa il suo posto nella lotta sul fronte comune.

La nostra Internazionale è considerata troppe volte come qualche cosa che è al di fuori dei partiti che ad essa aderiscono: talvolta questi partiti o delle frazioni di questi partiti si permettono con essa dei dibattiti polemici sovente pubblici e insolenti. L’Internazionale è ridotta a farsi delle frazioni nei partiti che dovrebbero essere ai suoi ordini, ciò che mi sembra assurdo e disastroso.

Noi ci vediamo costretti a liquidare troppe questioni d’organizzazione e di disciplina nel momento stesso in cui constatiamo che l’avversario sferra una tale reazione da rendere praticamente impossibile i pourparler, i negoziati, tutta la procedura che si impone in tali casi.

Io terminerò con una parola che Zinoviev stesso ha lanciato: Siamo un vero Partito Comunista Internazionale, solidamente centralizzato e temprato per la lotta rivoluzionaria. Io osservo che in un tale partito non si farebbero dei cambiamenti nella struttura organizzativa in un settore isolato, che nei suoi congressi sovrani non si vedrebbero mai dei delegati i quali provengono da una data circoscrizione e non sono in ordine con le regole generali di organizzazione.

(Da «Il Lavoratore» di Trieste del 9-12-1923)