Partito Comunista Internazionale

Comunismo 82

Antiparlamentarismo

Da Commonweal, Vol 6, No. 230, 7 June 1890, p.180-181

La maggioranza di quelli che hanno questo foglio in mano sanno che, essendo organo della Socialist League, il Commonweal sostiene l’astensione dall’azione parlamentare; che la Socialist League non propone candidati, né raccomanda ai propri membri di votare questo o quest’altro candidato; che i lettori di queste colonne troveranno menzionato il parlamento, ma mai con il dovuto rispetto, e per lo più solo per rimarcare la corrotta morale di questi ultimi giorni del capitalismo.

La nostra linea politica è, in breve, per l’astensione da qualsiasi tentativo di impiego della macchina costituzionale governativa, benché ad alcuni socialisti quello appaia l’unico mezzo per portarci fin sul margine della Rivoluzione Sociale.

Questa politica astensionista appare ad alcuni mera follia, e forse ad altri inspiegabile.

Cerchiamo allora di spiegarla, lasciando che altri ci chiamino stupidi, se crederanno, ma dopo aver ascoltato la nostra spiegazione.

Quale è lo scopo della propaganda socialista?

Certamente intende chiarire a tutte le classi lavoratrici che la (cosiddetta) società, così come si presenta oggi, è fondata sul furto delle classi “superiori” a danno delle classi “inferiori”, ovvero dei tanti da parte dei pochi; e sarà sempre così, fintantoché perdurerà il privilegio di questa rapina, coloro che fanno tutto il lavoro utile saranno costantemente deprivati delle migliorie della vita che fanno la differenza fra l’uomo civilizzato e il selvaggio; mentre le loro vite saranno molto più faticose e sgradevoli di quelle della maggioranza dei selvaggi.

In breve, una diffusa insoddisfazione per la loro posizione e il senso della sua ingiustizia sono le prime cose alle quali vogliamo aprire le menti dei lavoratori.

Inoltre, vogliamo chiarire loro che questa posizione di schiavitù, questa iniquità che li rende così miserabili e pieni di rancore, non è una condizione inevitabile per chi vive producendo la ricchezza del paese (ovvero i soli che hanno qualche possibilità di essere onesti in questo paese); che questi lavoratori e lavoratrici potrebbero lavorare, vivere, e essere utili se solo lavorassero gli uni per gli altri, ovvero, per i loro amici e non per i loro padroni privilegiati, cioè per i loro nemici.

Ancora, dobbiamo mettere in chiaro ai lavoratori che questi privilegi per pochi che costringono la maggioranza a una vita miserabile, costituiscono una esplicazione della parola, istituto della proprietà privata; per cui chi dichiara di voler abolire i privilegi intende dire che vuole abolire l’istituto della proprietà privata; e che chi difende l’istituto della proprietà privata difende il privilegio, la madornale diseguaglianza fra ricchi e poveri, la conseguente miseria di tutti i veri lavoratori, e la conseguente degradazione delle genti di tutte le classi.

Sia inteso chiaramente che soltanto due grandi sistemi sociali sono possibili, la Schiavitù e il Comunismo; tutti quelli che conoscono l’ABC del socialismo lo sanno.

Il Comunismo ovvero l’abolizione della proprietà individuale è il nostro scopo, lo scopo di tutti i veri socialisti.

Potrà il Parlamento aiutarci a conseguire questo risultato?

Si risponde a questa domanda con un’altra domanda. Quale è lo scopo del Parlamento?

Il mantenimento del privilegio; della società dei ricchi e dei poveri; della società dell’ineguaglianza, e la conseguente miseria dei lavoratori e la degradazione di tutte le classi. Chiaramente se questo è il suo scopo, il suo motivo di esistere, cambierà il proprio scopo con il nostro soltanto se sarà costretto, o ingannato a farlo.

Può essere forzato?

Beh, il Parlamento è il padrone dell’Esecutivo; in altre parole, della forza bruta che sottomette le classi industriose a una vita miserabile; impiegherà la energia bruta per sottomettere quelle classi finché ne avrà la forza. Quando non ne avrà più la forza, cesserà di esistere.

Ora io, da parte mia, dico come ho sempre detto, che i socialisti potrebbero essere obbligati, come ultimo atto della Rivoluzione, a utilizzare la forma parlamentare, al fine di paralizzare la resistenza dei reazionari, col renderla formalmente illegale, cioè distruggendo il potere degli uomini armati, sui quali in realtà giace il potere del parlamento e dei tribunali. Ma questo potrà avvenire soltanto nell’ultimo atto; quando i socialisti saranno tanto forti da occupare il parlamento, allo scopo di farlo morire, insieme al privilegio la cui protezione è il suo scopo, la rivoluzione sarà già in atto, o quasi.

Nel frattempo, è chiaro che non possiamo obbligare il parlamento a mettere fine alla sua stessa esistenza; o, comunque, a fare qualsiasi cosa che non creda possa condurre alla stabilità del privilegio, o alla schiavitù dei lavoratori.

Bene, possiamo invece manovrare il parlamento verso il Socialismo, verso il Comunismo?

Mi pare una impresa senza speranza.

Potrebbe non risultare difficile, forse, mettergli pressione per fargli approvare delle misure per “il miglioramento della massa delle classi lavoratrici”. Ma con questo come salvare la “reputazione” dei socialisti? – i quali, se non stanno attenti, scopriranno che anziché usare il parlamento, saranno essi ad essere usati da lui.

Ricordiamo, inoltre, che la comprensione del Socialismo si va diffondendo molto rapidamente, e che persino i parlamentari e i loro burattinai presto sapranno cosa significa, e metteranno da parte ogni ingenuità per escludere ogni misura che possa appena sembrare socialista; o alla fine, e forse presto, si irrigidiranno rigettando qualsiasi cosa che appaia socialista.

Il fallimento del tentativo di impossessarsi dello “Stern” per i socialisti parlamentari dovrebbe essere una lezione sufficiente del potere dei reazionari, dei Liberali così come dei Conservatori, e il modo in cui resisteranno ad essere messi nell’angolo.

Bene, allora, se noi non possiamo forzare il parlamento a dichiarare di metter fine alla sua funzione di salvaguardia del privilegio, evidentemente quando è vigorosamente in vita; se non possiamo manovrarlo per portarlo a favorire la cosa che più odia – il socialismo – cosa possiamo noi fare?

“Niente”, dicono i nostri amici parlamentari.

Non mi sembra così.

È niente tenere in vita e far montare lo scontento di fronte alla vile schiavitù odierna?

È niente mostrare agli scontenti che essi stessi possono abbattere questa schiavitù?

È niente indicar loro ciò che li attende oltre la stagione di lotta, e come i lavoratori potranno essere felici quando non siano derubati di tutti i piaceri della vita da parte degli oziosi che vivono sul loro lavoro?

Per di più, gli eventi degli ultimi 12 mesi stanno esprimendo una nuova energia dalla massa dei lavoratori, ed essi stanno iniziando ad apprendere come efficacemente associarsi.

È ora molto più facile che cinque anni fa volgere l’attenzione dal parlamento dei loro padroni alla loro propria organizzazione.

In breve, la vera arma dei lavoratori e contro il parlamento non è la scheda ma il boicottaggio.

Ignorate il parlamento; abbandonatelo, e rafforzate le vostre organizzazioni per volgervi direttamente contro i vostri padroni di oggi, e per apprendere come affrontare i vostri interessi tanto ora quanto nel futuro, e tenete saldamente in mente, e lavorate per il giorno in cui avrete da usare la grande arma che la vostra stessa posizione di strumenti non pagati mette nelle vostre mani, l’arma dello sciopero generale.

Pensate a questo, e lasciate che siano i politicanti ad eleggere i politicanti; lasciate che siano le classi superiori e la borghesia a scegliere i membri di quel loro Comitato per la Continuazione della Schiavitù, che si fa chiamare Camera dei Comuni, e vedrete quale terrore ispirerete nei cuori degli ipocriti affettati che si fanno chiamare statisti.

Un terrore che sarà giustificato dagli eventi; perché tale boicottaggio antiparlamentare mostrerà la vostra determinazione ad essere liberi, e vi darà gli strumenti per raggiungere la vostra libertà.

William Morris

La linea politica della Socialist League

Da Commonweal, Vol 4, No.126, 9 June 1888, p.180

Dato che è stata fondata la Socialist League per sostenere i principii del Socialismo Rivoluzionario Internazionale, e poiché ci sono state delle differenze di opinione al nostro interno sul significato di queste parole, il Consiglio della League ritiene di dover precisare quello che ne è il significato secondo il proprio punto di vista, come espresso nelle pubblicazioni della League, le quali al tempo della loro diffusione non furono contestate da alcuna delle sue sezioni o iscritti; e nel fare ciò il Consiglio desidera disconoscere qualsiasi ridimensionamento dei principi della League rispetto quanto ritiene sia stato riconosciuto fin dall’inizio come necessario per dargli una ragione di esistere distinta da quella di altri organismi socialisti.

Quindi, scopo della Socialist League è la realizzazione di una società basata sull’eguaglianza delle condizioni per tutte le persone senza distinzioni di razza, sesso o fede; una società che non riconoscerà alcun diritto al privilegio di interferire con detta eguaglianza, sia che questo privilegio riponga la sua base nella nascita, nella ricchezza o nelle capacità individuali.

La League ritiene che un passo necessario per la realizzazione di questa società è l’abolizione del monopolio dei mezzi di produzione, che non devono essere di proprietà di alcun individuo, bensì della comunità intera, in modo che il loro impiego possa essere libero per tutti sulla base delle proprie capacità: ciò riteniamo porterà necessariamente all’eguaglianza delle condizioni di vita suaccennate, e al riconoscimento della massima “da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”.

Occorre qui spiegare che alcuni socialisti credono che questo primo passo, l’abolizione del monopolio sui mezzi di produzione, sia il fine ultimo del socialismo, per cui la società così fondata ammetterebbe una forma di concorrenza per assicurarsi una quota parte maggiore della ricchezza prodotta per il consumo; benché sia ovvio che il successo in questa concorrenza può essere conseguito solo da un vincente a spese di un perdente, e quindi in questo modo nuove classi si costituirebbero prendendo il posto di quelle distrutte proprio dall’abolizione del monopolio.

Su questo punto, quindi, la Socialist League nel suo scopo o ideale di società differisce dagli altri socialisti.

Ancora, la League ritiene, quando parla di Socialismo Internazionale, che la parola internazionalismo è da applicare solo al presente stato di schiavitù, dal momento che i lavoratori non riconoscono le differenze nazionali create dai loro padroni, e che nella società del futuro le nazioni come entità politiche cesseranno di esistere, dando luogo alla federazione di comunità unite assieme per contiguità o convenienza. Anche in questo la League si distingue da alcuni socialisti che non riescono a spingere la vista fino all’abolizione delle nazionalità, e anche questo implica una differenza ideologica.

Quanto ai mezzi per conseguire l’abolizione della proprietà privata sugli strumenti di produzione e, con quella, l’uguaglianza delle condizioni di tutte le persone, la League crede che il primo e indispensabile di questi mezzi debba essere quello di presentare al popolo i propri scopi, ultimi e immediati, chiaramente e onestamente, e ha sempre agito secondo questa convinzione; sicura del fatto che, per quanto inverosimili possano apparire questi scopi alla stragrande maggioranza delle persone, verrà il tempo in cui le circostanze forzeranno i lavoratori a farli propri, e quindi non costituisce alcuna perdita di energie intanto familiarizzarli a questi obbiettivi così sollecitando i loro desideri ed offrendo alla loro intelligenza qualcosa di cui appropriarsi, e alla loro speranza di alimentarsi.

Educare a un preciso obiettivo il vago malcontento che (fortunatamente) è oggi così prevalente fra i lavoratori è il principale compito della Socialist League; e non può ignorare questo lavoro neanche alla vigilia dei primi passi sicuri e aperti verso la rivoluzione.

Per altro ci sono altri socialisti, e sono sufficientemente numerosi, che non si accontentano del lavoro lento e paziente teso a far comprendere ai lavoratori la propria condizione e i rimedi ad essa.

Non riescono a credere che altro possa esser fatto se non tentativi per portare dei socialisti in parlamento, o in altri organi elettivi; anche se è evidente che questi organi sono espressione diretta del potere dei nostri nemici, e che la loro funzione è di sopprimere qualsiasi tentativo volto alla rigenerazione della società; anche se, al più, i socialisti in parlamento possono sperare di fare passare pochi provvedimenti palliativi, fintantoché il popolo non sia abbastanza forte da distruggere il parlamento stesso.

La Socialist League ha dichiarato più e più volte quanto futili siano quei socialisti che perdono il proprio tempo a far passare queste misure palliative, le quali, per quanto sia desiderabile ottenerle perché temporaneamente utili, potrebbero passare molto più prontamente se essi non si gettassero nel giro, e che sono intese dai nostri padroni quanto meno per ostacolare il socialismo e non per farlo avanzare.

Più e più volte ha disapprovato quei socialisti che si sono immischiati in intrighi politici; e ritiene che non ha alcuna utilità il loro inseguire i voti di chi non conosce i principi del socialismo, e che quindi deve essere attratto da promesse che i candidati non possono mantenere, quando per caso arrivassero in parlamento.

Le ultime due Conferenze Annuali della League hanno dichiarato a larga maggioranza dei delegati riuniti che è politica della League astenersi dall’azione parlamentare, e hanno escluso la possibilità di ammettere qualsiasi modifica di questa politica. Quindi, il Consiglio della Socialist League si considera francamente in dovere di rimarcare l’impossibilità di utilmente attuare una propaganda per via elettorale contestualmente ad una propaganda educativa nello stesso organismo.

Coloro che cercano di tenere insieme questi due sistemi ideologici finiscono necessariamente per ostacolare l’uno e l’altro, anche quando i principi base non differiscano di molto; e tanto più quanto i sostenitori della propaganda per via elettorale si renderanno conto di quanto arduo è il compito che si sono dati, e dovranno cominciare prima o poi, una volta assunto, a puntare sulla necessità di spostare tutta la nostra attenzione nel portare, con qualsiasi mezzo possibile, dei socialisti in parlamento.

Il Consiglio della Socialist League crede che persisterà per molto tempo questa differenza di vedute sui metodi di propaganda, e si ritiene legittimata sia a mettere in chiaro i cattivi effetti di una messa in discussione di questo punto all’interno della League stessa, sia a rivolgersi a quei socialisti che si riconoscono nella League, pur appartenendo ancora ad altri organismi, perché vi aderiscano, anziché disperdere le loro forze restando in questi organismi, quando non si sentono in armonia con il loro indirizzo tattico.

Allo stesso tempo, il Consiglio desidera che sia chiaramente compreso che sono state esposte le differenze fra la League e gli altri socialisti non con spirito litigioso, ma soltanto al fine di giustificare il mantenimento dell’esistenza della League come organismo separato, e per deprecare qualsiasi alterazione dei suoi principi e tattica, che, nel caso, la metterebbe in una posizione solo di faziosa opposizione alle altre organizzazioni socialiste.

Il Consiglio desidera inoltre dire che crede essere un dovere della League e dei suoi membri di cooperare nel modo più cordiale con gli altri socialisti in tutte le occasioni in cui può farlo senza nocumento ai principii, e senza pregiudizio alla forma della propaganda che fin dall’inizio ha ritenuto suo dovere portare avanti.

William Morris

Il manifesto della Socialist League

di William Morris e Belfort Bax

Seconda edizione

Nota introduttiva

Il diffondersi del Socialismo a partire dalla prima edizione di questo Manifesto ha reso necessaria una sua nuova edizione; tanto più che la parola “socialismo” viene liberamente utilizzata da ministri ed ex-ministri i quali, benché non si può credere che lo conoscano, si fanno belli con la sfrontatezza nel difenderlo dinnanzi al vasto pubblico popolare, così che la parola è finita per essere usata in modo vago e fuorviante.

Si spera che questa nuova edizione possa contrastare le incomprensioni che potrebbero da questo derivare.

Speriamo che le note allegate a questa edizione in ogni caso chiariscano ogni possibile ambiguità nel testo, almeno per quanto noi firmatari riusciamo a fare.

E. Belfort Bax e William Morris, ottobre, 1885

***

Concittadini,
Ci presentiamo a voi come un organo in difesa dei principi del Socialismo Rivoluzionario Internazionale; il che significa che ricerchiamo un cambiamento nei fondamenti della Società – un cambiamento che venga a distruggere le distinzioni di classe e di nazionalità.

Per come è attualmente costituito il mondo civilizzato, vi sono due classi della Società – una possidente della ricchezza e degli strumenti della sua produzione, l’altra produttrice della ricchezza per mezzo di quegli strumenti ma soltanto per cederla all’uso delle classi possidenti.

Queste due classi sono necessariamente in antagonismo fra loro. La classe possidente, o dei non-produttori, può vivere come classe solo sul lavoro non pagato dei produttori – tanto più è il lavoro non pagato che riescono ad estorcere, tanto più saranno ricchi; di conseguenza la classe produttiva – i lavoratori – è spinta a lottare per migliorare le sue condizioni a detrimento della classe possidente, e il conflitto fra le due è incessante. Talvolta prende la forma della ribellione aperta, altre volte dello sciopero, altre volte nel mero diffondersi della mendicità e del crimine; ma sussiste sempre in una forma o nell’altra, benché non sia sempre così evidente a chi osserva distratto (vedi Nota A).

Abbiamo parlato di lavoro non pagato: è necessario spiegare cosa significhi.

Il solo possesso della classe produttrice è la forza lavoro connaturata nei loro corpi; ma dal momento che, come abbiamo detto, le classi più ricche posseggono tutti gli strumenti di lavoro, ovvero la terra, il capitale, e i macchinari, i produttori, ossia gli operai, sono costretti a vendere l’unico loro possesso, la forza lavoro, nella misura in cui la classe possidente glielo consente.

Questi termini sono tali che, dopo che hanno prodotto abbastanza per mantenersi in condizione di lavorare, e perché siano in forza di generare figli che prendano i loro posti quando saranno logorati, il sovrappiù dei loro prodotti apparterrà ai possessori della ricchezza, approfittando del fatto che ciascun uomo in una comunità civilizzata può produrre più di quanto occorre per la propria sussistenza (Nota B).

Questa relazione fra la classe possidente e la classe operaia è la base essenziale del sistema per la produzione del profitto, sul quale si basa la nostra Società moderna.

Il modo in cui funziona è il seguente.

L’industriale produce per vendere con profitto al committente o all’intermediario, che a loro volta traggono un profitto nei loro affari con il grossista, che ancora vende con profitto al dettagliante, che deve ricavare il suo profitto dalla gente comune, aiutandosi con vari gradi di frodi ed adulterazioni e con l’ignoranza sul valore e la qualità dei beni a cui il sistema ha ridotto il consumatore.

Il sistema macina-profitto si mantiene con la concorrenza, una guerra mascherata, non solo fra le classi in conflitto, ma anche all’interno delle classi stesse: vi è sempre guerra fra i lavoratori per la pura sopravvivenza, e fra i loro padroni, gli industriali e gli intermediari, per la parte del profitto estorto ai lavoratori; infine, vi è sempre concorrenza, e talvolta guerra aperta, fra le nazioni del mondo civilizzato per la loro fetta di mercato mondiale.

Al momento, a dire il vero, tutte le rivalità delle nazioni si sono ridotte a questa – una indegna lotta per la loro parte delle spoglie dei paesi barbari da utilizzare in patria al fine di accrescere la ricchezza dei ricchi e la povertà dei poveri.

Poiché i beni sono prodotti prima di tutto per la vendita, e solo secondariamente per il consumo, il lavoro è dissipato per ogni dove; poiché la corsa al profitto obbliga l’industriale a competere con i suoi compari a collocare la propria merce nei mercati, abbassando i prezzi, a prescindere dal fatto che vi sia o meno una domanda per questi.

Usando le parole del Manifesto comunista del 1847: «I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari. Costringe tutte le nazioni, se non vogliono andare in rovina, ad adottare il sistema di produzione della borghesia, le costringe ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza».

Inoltre, tutto il metodo della distribuzione sotto questo sistema è pieno di sprechi; poiché impiega intere armate di commessi, viaggiatori, venditori, pubblicitari e quant’altro meramente al fine di far passare dei soldi da una tasca all’altra; e questo sciupio nella produzione e spreco nella distribuzione, aggiunto al mantenimento delle vite inutili delle classi possidenti e improduttive, deve essere tutto pagato con i prodotti dei lavoratori, e ciò costituisce un incessante carico sulle loro vite.

Dunque gli inevitabili effetti di questa cosiddetta civiltà sono evidenti nella vita dei suoi schiavi, la classe operaia – nell’angosciante desiderio di riposo quando lavorano, nello squallore e nell’abiezione di quelle parti delle nostre grandi città in cui dimorano; nella degradazione dei loro corpi, nella salute compromessa, nella brevità della loro vita; nella terribile brutalità così comune fra di loro, e che altro non è che il riflesso del cinico egoismo corrente nelle classi del bel mondo, una brutalità tanto detestabile quanto l’altra; e, infine, nella folla di delinquenti che sono tanto le imprese del nostro sistema commerciale quanto le merci scadenti e disgustose prodotte per il consumo e l’assoggettamento dei poveri.

Quale rimedio dunque noi proponiamo a questo fallimento della nostra civiltà, che è ormai ammesso da quasi tutte le persone coscienti?

Abbiamo già detto che i lavoratori, benché producano tutta la ricchezza della società, non hanno alcun controllo sulla loro produzione e distribuzione: le persone che costituiscono l’unica parte veramente organica della società sono trattati come mere appendici del capitale – come una parte del suo macchinario.

Questo deve essere cambiato alla radice: la terra, il capitale, le macchine, le fabbriche, le officine, i magazzini, le vie di comunicazione, le miniere, le banche, tutti i mezzi di produzione e di distribuzione della ricchezza, devono essere dichiarati e trattati come proprietà comune di tutti.

Ciascun uomo riceverà tutto il valore del proprio lavoro, senza detrazione per il profitto di un padrone, e poiché tutti dovranno lavorare, e lo sciupio oggi dovuto alla corsa al profitto sarà finito, la quantità di lavoro necessario svolto da ciascun individuo per portare avanti l’attività essenziale del mondo sarà ridotta a qualcosa come due o tre ore al giorno; in modo che ognuno abbia abbastanza tempo libero per coltivare bisogni intellettuali o altre occupazione congeniali alla sua natura (Nota C).

Questo cambiamento nel metodo di produzione e di distribuzione darà a ciascuno la possibilità di vivere decentemente, e libero dalle sordide ansie della vita quotidiana che ad oggi gravano terribilmente sulla grandissima parte dell’umanità (nota D).

Per di più le relazioni morali e sociali fra gli uomini saranno grandemente modificate da questa conquista della libertà economica, e dalla dispersione delle superstizioni, morali e altre, che necessariamente accompagnano lo stato di schiavitù economica: il senso del dovere si limiterà al conseguimento di obblighi chiari e ben definiti nei confronti della comunità invece che per modellare il carattere e le azioni degli individui su schemi predefiniti al di fuori delle responsabilità sociali (Nota E).

Il nostro moderno matrimonio-proprietà borghese, mantenuto così come è dal suo necessario complemento, la generale prostituzione venale, lascerà il posto a rapporti gentili e umani fra i sessi (nota F).

L’educazione, liberata dai vincoli mercantili da un lato e della superstizione dall’altro, diverrà un pieno dispiegarsi delle diverse facoltà degli uomini per prepararli ad una vita di relazioni sociali e di felicità; perché il lavoro in sé non sarà più considerato una limitazione alla vita, bensì una felicità per ciascuno e per tutti.

Soltanto se avranno luogo questi cambiamenti fondamentali nella vita dell’uomo, soltanto con la trasformazione della Civiltà nel Socialismo, potranno essere cancellate le suddette miserie del mondo (nota G).

Passando alle questioni puramente politiche, l’Assolutismo, il Costituzionalismo, la Repubblica, tutto è stato ormai provato dal nostro attuale sistema sociale, e tutto ha ugualmente fallito nell’affrontare i veri mali della vita.

Tanto meno, d’altro lato, potranno risolvere la questione certi incompleti progetti di riforma sociale ora di pubblico dominio.

Le cosiddette cooperative – ovvero, la cooperazione concorrenziale per il profitto – potranno solo aumentare il numero di piccole società per azioni capitaliste, illudendo di creare una aristocrazia del lavoro, mentre intensificherebbero la durezza del lavoro con l’incentivo a lavorare di più (Nota H).

La nazionalizzazione solo della terra, che molti onesti e sinceri oggi invocano, sarebbe inutile finché il lavoro resta soggetto alla sottrazione del plusvalore inevitabile nel sistema capitalista (Nota I).

Né soluzione migliore sarebbe il Socialismo di Stato, comunque possa esser chiamato, il cui scopo sarebbe fare concessioni alla classe operaia mantenendo in funzione il sistema presente del capitale e del salario: nemmeno innumeri cambiamenti solo amministrativi potranno farci avvicinare realmente al socialismo fintantoché i lavoratori non saranno in possesso di tutto il potere politico (Nota J).

La Socialist League quindi punta alla realizzazione del completo Socialismo Rivoluzionario, ed è conscia che ciò non avverrà mai in alcun paese senza l’aiuto dei lavoratori di tutte le civilizzazioni.

Non i confini geografici, la storia politica, la razza, né le religioni ci fanno rivali o nemici; per noi non ci sono nazioni, ma solo diverse masse di lavoratori ed amici, le cui mutue simpatie sono controllate o corrotte da gruppi di padroni e imbroglioni il cui interesse è fomentare rivalità e odio fra gli abitanti di territori diversi.

È chiaro che per tutte queste masse di lavoratori oppressi e ingannati e per i loro padroni si sta preparando un grande cambiamento: le classi dominanti sono inquiete, ansiose, perfino toccate nella coscienza dalla condizione di quelli che governano; per i mercati del mondo ci si combatte aspramente come non mai; tutto indica il fatto che il grande sistema del commercio sta diventando ingestibile, e sta sfuggendo al controllo dei suoi attuali tutori.

L’unico possibile cambiamento a tutto ciò è il Socialismo.

Come dalla schiavitù si è passati alla servitù, e dalla servitù al cosiddetto sistema del lavoro libero, altrettanto certamente questo darà seguito ad un altro ordine sociale.

Alla realizzazione di questo cambiamento la Socialist League si impegna con fervore.

Per questo farà tutto quanto in suo potere per l’educazione del popolo ai principi di questa grande causa, e si impegnerà a organizzare quelli che accettano questa educazione, in modo che quando arriverà la crisi, che gli eventi in marcia stanno già preparando, ci sarà un organismo di uomini pronti ad occupare le loro dovute posizioni e ad occuparsi dell’irresistibile movimento e dirigerlo.

Uno stretto sodalizio l’uno con l’altro, e un fermo orientamento per il progresso della Causa, determinerà in modo naturale l’organizzazione e la disciplina fra di noi, assolutamente necessarie al successo; ma la vedremo senza quelle distinzioni di grado e di distinzione fra di noi che danno spazio alle opportunità di ambizioni egoistiche di egemonia che hanno così spesso danneggiato la causa dei lavoratori.

Noi lavoriamo per l’eguaglianza e la fratellanza in tutto il mondo, ed è soltanto attraverso l’eguaglianza e la fratellanza che riusciremo a rendere utile il nostro lavoro.

Lottiamo quindi tutti per questo fine! per realizzare il cambiamento dell’ordine sociale, l’unica causa degna dell’interesse dei lavoratori fra tutte quelle che si presentano loro: lavoriamo a questa causa pazientemente, ma pieni di speranza, e senza rifuggire dai sacrifici che richiede.

Impegno nell’imparare i suoi principi, impegno nell’insegnarli, questo è quanto di più necessario per il nostro progredire; ma a questo dobbiamo aggiungere, se vogliamo evitare un rapido fallimento, franchezza e fraterna fiducia reciproca, e leale devozione alla religione del Socialismo, l’unica religione che Socialist League professa.

Note al Manifesto

A. La distribuzione dei beni è necessaria in una comunità quanto la loro produzione; i necessari agenti della distribuzione quindi appartengono realmente alla classe dei produttori, fintanto che effettivamente adempiono a questa funzione, non sono super-pagati, spendono quanto guadagnano per il loro mantenimento, e non vivono sugli interessi di investimenti di denaro; la stessa cosa può esser detta di chi esercita una professione come il medico o l’insegnante. Si potrebbe aggiungere per quanto riguarda i medici che ai giorni nostri la concorrenza che travolge tutto e tutti li mantiene per la maggior parte abbastanza poveri – per la loro posizione nella classe borghese – e alcuni di loro non guadagnando più di un operaio specializzato. Questi uomini non hanno nulla da perdere e tutto da guadagnare da una rivoluzione sociale; di essi, insieme ai più poveri fra i lavoratori della mente, può esser detto che appartengono al proletariato intellettuale; e, a modo loro, sono schiavi del Capitale come i meccanici.
     Una parola o due su coloro della classe operaia che, a forza di “sacrifici e industriosità”, si sono elevati alla posizione di piccoli capitalisti, e hanno, per esempio, denaro in banca o in società edilizie. Questa “aristocrazia del lavoro” ha di fatto una doppia qualità, sono tanto schiavi quanto schiavisti: vivendo relativamente meglio, benché senza speranza di una vita davvero raffinata, offrono buon materiale per i piani dei reazionari; approfittando della vasta diffusione di tale sotto-classe i più preveggenti delle classi dominanti basano le loro speranze per la perpetuazione del presente sistema, sulle sue necessarie fondamenta fatte di spaccalegna e di portatori d’acqua.

B. Gli standard di vita variano nel tempo e fra paesi: è stato sempre questo un argomento di aspra contesa fra datori e prenditori di lavoro, talvolta portando ad una vera guerra fra di loro, e continuamente a scioperi ed altri scontri; ma questa contesa ha sempre avuto il risultato di mantenere almeno una infima classe del lavoro che vive appena al di sopra dal morir di fame. D’altra parte non si può propriamente dire che alcun gruppo di lavoratori abbia una paga di sussistenza se le loro condizioni cadono al di sotto di quelle della borghesia benestante: essi vivono, è vero, ma le statistiche della vita media nelle varie classi mostrano che essi non vivono a lungo quanto le meglio nutrite e non lavoratrici (se davvero fossero necessarie delle statistiche per sostenere tale fatto evidente). Muoiono prima del tempo.

C. Il fine che il vero Socialismo ci mette propone è la realizzazione dell’assoluta eguaglianza di condizioni sulla base dello sviluppo della varietà di capacità, secondo il motto, da ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni; ma potrebbe esser necessario, e probabilmente lo sarà, attraversare un periodo di transizione, durante il quale il denaro sarà ancora usato come mezzo di scambio, benché naturalmente non porterà in sé impresso il plusvalore. Varie proposte sono state fatte come pagare il lavoro in questo periodo. La comunità deve obbligare ad un certo ammontare di lavoro ogni persona non minorenne, o fisicamente o mentalmente incapace, tale obbligo è infatti una necessità di natura, la quale non dà niente per niente.
     Primo. Questo lavoro può esser calcolato dal presupposto che ogni persona presti una quantità di lavoro calcolata sulla media che una comune persona sana può prestare in un tempo dato, la base essendo il tempo necessario per la produzione di una data quantità di alimenti. È chiaro che con questo sistema, secondo le differenti capacità un uomo può aver da lavorare più a lungo e un altro uno più breve della media stimata, e così il risultato farebbe decadere l’idea comunistica della assoluta eguaglianza; ma è probabile che queste differenze non avrebbero molto effetto pratico sulla vita sociale; perché i vantaggi guadagnati dai lavoratori migliori non si potrebbero trasmutare nel potere di appropriarsi dagli altri di lavoro non pagato, poiché la rendita, i profitti e l’interesse avrebbero cessato di esistere. Coloro che ottenessero dei beni in più dovrebbero consumarli essi stessi, e non potrebbero esser per loro di altra utilità. Deve anche ricordarsi che tramite le macchine la tendenza della moderna produzione è ad eguagliare le capacità di lavoro, in modo tale che sono ridotti in qualche modo ad uguali capacità i non specializzati, i deboli, le donne ed anche i bambini. Naturalmente deve intendersi che questa è una situazione tratta dallo stato presente della nostra produzione industriale, che per suoi motivi impiega donne e bambini a preferenza degli adulti.
     Secondo, il lavoro potrebbe essere così organizzato in modo che ne sia alla base una stimata media necessaria di tempo, cosicché nessuno avrebbe da lavorare più di un altro, e la comunità dovrebbe sopperire alle differenze fra le varie capacità, e l’inevitabile mancanza di qualcuno sarebbe compensata dalla superiorità di altri. La borghesia ovviamente griderà che questo offrirebbe un premio agli oziosi e agli stupidi; ma ancora una volta non dobbiamo dimenticare che l’uso delle macchine ridurrà di molto la difficoltà; ed inoltre che, poiché ognuno sarà incoraggiato a sviluppare la sua speciale capacità, una utile collocazione potrà essere trovata per tutti; e questo fatto eliminerà quasi totalmente detta difficoltà. Qualsiasi svantaggio residuo si risolverebbe nell’etica rivoluzionaria dell’epoca socialista, che farebbe sentire come primo dovere lo slancio nell’adempimento delle funzioni sociali: scansare il lavoro sarebbe sentito come un disonore come oggi per un uomo comune quella di un ufficiale di un esercito codardo davanti al nemico, e sarebbe ugualmente ricusata.
     Infine, guardiamo avanti al tempo quando ogni tipo di scambio avrà cessato interamente di esistere; proprio come non è mai esistito nel Comunismo primitivo che ha preceduto la Civiltà.
     Il nemico dirà: «Questo è regredire e non progresso»; al quale rispondiamo: Ogni progresso, ogni distinto ciclo di progresso, comprende un movimento tanto di regresso quanto di progresso; il nuovo divenire ritorna ad un punto che rappresenta un più vecchio principio che eleva su un piano più alto; il vecchio principio riappare trasformato, purificato, reso più forte, e pronto ad avanzare in una più piena vita che si è fatta strada attraverso la sua morte apparente. Come esempio (imperfetto come tutti gli esempi non possono non essere) prendiamo il caso dell’avanzamento di una spirale – il progresso di ogni vita non è secondo una linea diritta ma una spirale.

D. La libertà da queste squallide ansietà offre l’unica opportunità di uscita dalla inutilità o dall’amarezza, in una delle quali la vita degli uomini oggi precipita. Allora una reale varietà e un sano entusiasmo penetrerà nella vita degli uomini. Allora avrà fine quell’ “opaco livello di mediocrità” che è una necessaria caratteristica dell’epoca della produzione capitalistica, le cui forze tranne quelle di una piccola minoranza divengono solo delle macchine. L’individualità del carattere sarà il vero prodotto della produzione comune, indifferenti all’arrampicarsi per il guadagno individuale che uniforma tutte le individualità ad un solo livello dando loro come scopo della vita un oggetto sordido in sé, e al quale tutti gli altri obiettivi ed aspirazioni, per quanto nobili, devono prostrarsi ed essere sussidiari.

E. Un nuovo sistema di produzione industriale deve necessariamente portare con sé una sua propria moralità. La moralità – che in un dato stato della Società non significava altro che la responsabilità dell’uomo individuo verso la società intera della quale egli forma una parte – assunse il significato del dovere nei confronti di un essere sovrannaturale che arbitrariamente crea e dirige la sua coscienza e le leggi che la debbono governare; beninteso gli attributi di questo essere non sono che il riflesso di alcune fasi passeggere dell’esistenza dell’uomo, e cambiano più o meno con il cambiare di queste fasi. Una moralità puramente teologica, quindi, significa semplicemente una sopravvivenza di una condizione passata della Società; si può aggiungere che, per quanto sacra possa essere comunemente creduta, essa è messa da parte con pochi scrupoli quando entra in conflitto con le necessità (non previste alla sua nascita) proprie del presente stato di cose.
     Il cambiamento economico che noi peroriamo, quindi, non sarebbe stabile se non accompagnato da una corrispondente rivoluzione nell’etica, che, comunque, è certo che la accompagna, poiché le due cose sono elementi inseparabili di un insieme, cioè dell’evoluzione sociale.

F. In un sistema socialista i contratti fra individui saranno volontari e non imposti dalla comunità. Questo si estende al contratto di matrimonio come agli altri, che diverrà una questione di semplice affinità. La donna, inoltre, condividerà la sicurezza dei mezzi di sostentamento, dei quali ci sarà a sufficienza per tutti; e i bambini saranno trattati dalla nascita come membri della comunità col diritto di goderne di tutti i vantaggi; cosicché la costrizione economica non verrà a pesare sul contratto più di quanto lo poteva la costrizione legale. Nemmeno una pubblica opinione veramente illuminata, liberata dalle rudimentali concezioni teologiche riguardo alla castità, insisterà sulla loro natura sempre vincolante di fronte agli stati di disagio o di sofferenza che ne potrebbero derivare.

G. Il primo stadio scoperto di società umana era fondato su basi comunistiche. Le attività religiose, etiche, politiche, economiche, artistiche non erano sviluppate in ruoli separati, che erano solo latenti. La civiltà, che in realtà significò lo sviluppo del grande antagonismo fra individuo e Società, nel corso della sua evoluzione mise in evidenza questi aspetti assegnati a livelli distinti della vita umana, al prezzo di tutte le miserie che questo antagonismo necessariamente produceva. Il progresso storico (cioè il Periodo Storico della evoluzione umana) semplicemente significa il separarsi di queste varie sfere con gli antagonismi che hanno implicato; “Felice – dice il proverbio – è il popolo che non ha storia”. Il Socialismo chiude l’era degli antagonismi e, sebbene non possiamo accettare il finalismo, in ogni caso al momento non possiamo scorgere nient’altro oltre di esso.

H. Gli enti cosiddetti cooperativi, qualunque possa essere il loro ordinamento interno, devono, per quanto concerne i loro affari esterni, comportarsi come capitalisti al pari degli altri; anche i loro membri individui verso l’esterno sono ciascuno di essi dei capitalisti. E questo vale anche per quelle società cooperative che riescano a conformarsi al loro ideale, e dividano i profitti ugualmente fra i loro operai; ma noi crediamo che nessuna di esse arriva a questo ideale, e che la maggior parte di quelle esistenti sono solo delle società per azioni gestite secondo i più puri principi del business.

I. Oggi, e da quando è stato abolito il sistema feudale, con i conseguenti diritti legali del proprietario fondiario, la terra non è che una forma del capitale. La terra che una fattoria occupa è parte del capitale costante dell’imprenditore, proprio come il suo fabbricato o le sue macchine. La rendita che un fondiario trae dalla sua terra è esattamente analoga all’interesse sul denaro di un prestatore; è una delle molte forme per spremere plusvalore dal lavoro.

J. Con potere politico non intendiamo l’esercizio del diritto di voto, e nemmeno il più perfetto sviluppo del sistema rappresentativo, ma il diretto controllo da parte del popolo su tutta l’amministrazione della comunità, qualunque debba essere il destino finale di questa amministrazione. Azzardiamo suggerire che il primo passo in questo stadio di transizione verso il Comunismo possa probabilmente essere la promulgazione di una legge sul salario minimo ed un massimo dei prezzi applicati a tutti i prodotti industriali, compresa la distribuzione dei beni; ci sembra che questo, insieme alla immediata abolizione delle leggi a difesa dei contratti, distruggerebbe subito la possibilità di far profitti, e ci darebbe l’opportunità di mettere in ordine di lavoro l’organizzazione volontaria e decentralizzata della produzione che noi speriamo veder prendere il posto della attuale Gerarchia della Costrizione.