Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1952/3

A ciascuno le sue elezioni

L’opposizione socialcomunista sta menando alla Camera e fuori vasto clamore sulla riforma elettorale predisposta dal Governo. Truffa elettorale! Con tale apprezzamento si vorrebbe bollare il governo degasperiano, quasi che i governi borghesi fossero accessibili alla vergogna, quasi che esistesse una legge elettorale che potesse definirsi non truffa, non inganno, non ciurmeria demagogica. Un governo borghese «onesto» sarebbe quello che promulgasse leggi utilizzabili dal proletariato per distruggere il suo nemico capitalista? Governi del genere mai se ne son visti, e giammai se ne vedranno, dato che la classe borghese di tutto può accusarsi tranne che di essere fessa.

La lotta tra governo ed opposizione social-stalinista non è affatto una manifestazione della lotta di classe tra proletariato e borghesia; le trascorse collaborazioni ministeriali dei deputati e senatori di Togliatti e Nenni al governo della borghesia italiana stanno li a dimostrare che la contrapposizione dei fronti non esce dal quadro della conservazione e dello schieramento politico borghese. Pure, la via del governo è sbarrata all’opposizione. Come? Con un atto di forza. La legge elettorale che il governo impone, chiamatela come volete, non deriva da inganno, raggiro, imbroglio, ma esprime brutalmente la posizione dominante delle forze governative, le quali, essendo padrone assolute delle forze armate dello Stato, impongono di votare secondo quanto a loro fa comodo. Allora è inutile prendersela con la lettera della legge: perde alle elezioni chi perde sul terreno della contrapposizione della forza materiale, della forza armata.

Esempi dall’estero non ne mancano.

Ai primi di ottobre si sono tenute in Giappone le elezioni politiche. Dalla battaglia di schede uscivano vincitori i liberali del partito di Yoshida, che detiene il governo, responsabile del trattato di pace e del Patto di alleanza con gli Stati Uniti stipulato a San Francisco. I seggi dei socialisti di sinistra, anti-comunisti ma contrari al riarmo e alla politica di alleanza con gli U.S.A. aumentavano da 16 a 54; socialisti di destra, favorevoli al riarmo a condizione, accrescevano anch’essi i seggi passando da 30 a 57. I comunisti incassavano una tremenda sconfitta. Nelle elezioni del 1949 lo stalinismo nipponico aveva totalizzato 22 seggi alla Camera, nella recente consultazione non riusciva ad acchiappare nemmeno un solo seggio. Seggi conquistati: zero.

Questi i risultati. L’Unità del 3- 10, commentandoli, rilevava che parte dei tre milioni di voti, andati al P.C. nelle elezioni del 1949, si sarebbero riversati sui candidati del socialismo di sinistra, e denunciava l’ondata di persecuzioni, di arresti che il governo di Yoshida aveva provocato ai danni dei candidati stalinisti. E’ proprio quello che dicevamo: il partito o la coalizione di partiti che dispone del controllo della forza armata dello Stato, vince le elezioni, ancor prima che le schede scendano nelle urne. Le oneste mammolette alla Concetto Marchesi definiscono ciò arbitrio, ingiustizia, ecc. Ma che succede là dove il potere politico e nelle mani dello stalinismo? Qui si da agli avversari del regime la facoltà legale di rovesciarlo?

Alla fine di ottobre, a meno di un mese dalle elezioni giapponesi, si sono svolte le elezioni politiche in Polonia. L’unica lista in lizza era quella del Fronte Nazionale, che raccoglieva candidati comunisti e paracomunisti. Al povero elettore nessuna possibilità di scelta: o votare la lista del governo o astenersi con tutte le conseguenze del caso. L’Unità annunziava trionfante che il 99 per cento dei voti erano andati ai candidati del Fronte Nazionale. Ci saremmo fatti frati, se fosse successo qualcosa di diverso. Lasciamo che della votazione monocolore si scandalizzino gli ipocriti imbroglioni delle redazioni borghesi. Per il fatto che in Giappone o in Italia si voti su due o cinquanta liste, nulla siamo autorizzati a togliere alla condanna del metodo elettorale come mezzo per impedire lo scontro violento delle classi. Quello che ripugna nelle elezioni-operetta montate dai cominformisti è che simili pagliacciate si fanno sotto il nome del marxismo. Che rivoluzionari sarebbero stati Marx e Lenin se avessero accettato di dare cittadinanza nello stato proletario alle ridicolaggini e alle furfanterie che rinfacciavano alla democrazia borghese?

Ognuno vince le elezioni che indice. Può accadere che il partito X autore della legge elettorale perda le elezioni, ma è provato che il potere passera al partito Y o Z, esponenti degli interessi della stessa classe dominante. E’ quello che è accaduto nelle elezioni americane, i cui risultati, noti mentre andavamo in macchina, ci riserviamo di commentare. Mai, comunque, accadrà che alle elezioni riuscirà perdente la classe dominante e vittoriosa la classe operaia, Ma non è raro che vincano i partiti che pretendono di essere del proletariato: come i laburisti inglesi o gli stalinisti di Polonia. Che è ciò, se non la conferma della legge?

Al traguardo del patriottismo primi gli staliniani

Aprendo a Livorno il Congresso della Fiom, Roveda ha esposto (vedi Unità del 2-11) l’ennesimo piano confederale per la rinascita della… benemerita siderurgia italiana. Il piano è degno delle tra- dizioni succhione ed autarchiche dei nostri baroni del ferro e dell’acciaio.

Questa che è stata sempre denunciata come una delle industrie nate e vissute sulle sovvenzioni e sulle commesse statali, responsabile del più esoso protezionismo ed inpinguatasi alla greppia delle guerre e degli scandali bancari, dovrebbe ora – per graziosa sollecitazione dei suoi salariati – premunirsi dalla sciagura di lasciar le penne nell’organizzazione del « pool » europeo del carbone e dell’acciaio, e ottenere – lei che non ne ha mai avuti abbastanza – dei «finanziamenti a lunga scadenza » atti « ad assicurare a questo settore vitale un pratico sviluppo». Inoltre, dovrebbe essere « nazionalizzato » I’IRI, e che cosa s’intenda per nazionalizzare, Roveda lo chiarisce subito: « i lavoratori vogliono che la direzione finanziaria e produttiva sia posta sotto il controllo dello Stato e del Parlamento, affinchè i criteri che la regolano siano pubblici e non privati ». In altre parole, non contenta di regalare finanziamenti ai siderurgici, la Fiom invoca il regalo allo Stato – rappresen- tante supremo degli interessi della borghesia (altro che criteri pubblici!) e oggi, in particolare, dei suoi interessi internazionali (o americani, che è lo stesso) – e, in subordinata, ad un Parlamento che magnificamente li esprime, le industrie che già succhiano, via IRI, alle mammelle dei contribuenti. Più patriottici di così non si potrebbe essere: gli stalinisti sono, in questo, sinceri.

* * *

Tanto più che, lo stesso giorno, e in vista del IV Novembre, la Federazione Giovanile Comunista (povera Federazione Giovanile, tradizionalmente alla testa del movimento rivoluzionario!) lanciava nella ricorrenza del fausto giorno un appello « per impedire nuovi disastri al nostro Paese, nuove offese all’onore della patria e al prestigio del nostro esercito » ed esaltare i fasti bellici della nazione e «l’unità fra popolo ed esercito ».

Ragione per cui anche l’Avanti! ha mille motivi di ospitare la prosa di Concetto Pettinato, missino intransigente, nostalgico di un’Italia fiera della sua indipendenza e ansioso del ritorno ad un « minimo di autorità nazionale » … A quest’ultimo proposito, d’altronde, val la pena di dire: e perchè no? Se la « colomba della pace » è stata affidata alle mani dell’ex-interventista ed ex-fascista della prima ora Nenni, perchè non darla per un po’ in condominio a Pettinato?

Che succede al P.C. Francese?

Il caso Marty minaccia di diventare un « mistero » storico del genere della Maschera di Ferro. L’accostamento non innalza certamente la figura del capoccia caduto nelle grinfie della Santa Inquisizione di partito, giacche pare che sotto la romanzesca maschera si celasse l’insignificante persona di un volgare avventuriero. Che si cela sotto la gesuitica prosa dei comunicati ufficiali della Direzione del P.C. francese? Mistero. Una cosa sola è certa, che Marty e il suo luogotenente Tillon sono in conflitto con la banda di fedelissimi a Mosca che detiene le leve di comando del P.C. Ignote permangono tuttora le cause del conflitto, dato che le motivazioni delle misure disciplinari prese contro Marty. ultima la sua espul- sione dalla Direzione del partito, perseguivano evidentemente lo scopo di confondere le idee degli estranei alla baruffa intestina e dissimulare le vere causali.

Non che ci interessi la figura di Andre Marty. Tutt’altro. Non abbiamo mai dato importanza alle persone fisiche, non cominceremmo certamente dal rinnegato capoccia staliniano, se per disgrazia intendessimo cambiare parere. Per rimanere coerenti non ci soffermeremo neppure un momento sulle illustri furfanterie da lui commesse in patria e all’estero. Quel che importa stabilire è se le persone fisiche di Marly e Tillon e le posizioni (quali?) che essi sostengono contro la Direzione del partito stanno ad indicare una corrente in seno al partitone d’oltr’Alpe. Difficile il dirlo. Però, si nota subito la diversità di atteggiamento osservato in Italia nei confronti di Cucchi e Magnani: la scomunica giunse qui perentoria a tagliare i membri infetti, che alla resa dei conti si sono rivelati una quantità trascurabile. Le gravi esitazioni, le reiterate diffide, le velate incriminazioni, che or- mai stanno diventando un luogo comune nei comunicati ufficiali del P.C.F. e nei discorsi dei grossi calibri della Direzione, ultimo quello di Lecoeur, autorizzano a congetturare che la piaga va oltre le persone dei due eretici? Mistero, Alla faccia delle famose « critica ed autocritica » nulla di preciso si ottiene leggendo la prosa criptografica dell’ Humanitè.

Come comincio l’« affaire »? Il Comitato Centrale, nella sessione del 3-4 settembre, emetteva un comunicato che resta un capolavoro di reticenza ipocrita. Andre Marty e Charles Tillon venivano colpiti da misure disciplinari (il primo era privato della carica in seno alla Segreteria, mentre restava nell’Ufficio politico; il secondo perdeva il posto nell’Ufficio politico, restando nel C.C.), ma dal testo del comunicato Tillon appariva il maggiore colpevole, mentre Marty veniva fatto figurare come l’eminenza grigia operante dietro le quinte, mediante convegni segreti con il complice. Quali le «deviazioni » di Tillon? E’ proprio quello che la Segreteria del P.C.F. intende avvolgere nell’ombra e nell’equivoco. Ad accuse generiche come quelle di avere concepito il movimento della pace come un’organizzazione strettamente di partito, non aperta cioè a gente di tutte le tinte e i credi politici e religiosi secondo le direttive odierne di Mosca, il che parrebbe autorizzare a congetturare che gli incriminati non nutrissero fiducia nel permanente tentativo dei partiti stalinisti di assorbire sempre più vasti strati del ceto medio, la bolla di scomunica della Segreteria faceva seguire altre più circostanziate, inframezzandole con rivelazioni da romanzo giallo circa misteriori conciliaboli, incontri, manovre di cui Marty e Tillon si sarebbero resi colpevoli, dando prova di doppiezza e di malafede. Ad un certo passaggio, il comunicato della Segreteria del P.C.F. diceva: « Charles Tillon era da tempo influenzato dalla propaganda del nemico e si trovava indotto a porsi sul suo stesso terreno, ad opporre l’azione del partito a quella dei F.T. (Franco Tiratori) e P.F. (Partigioni Fran- cesi), mentre gli F.T. e i P.F. sono stati creati su iniziativa del partito ». Seguiva nel testo una vivace puntata polemica intesa a rivendicare al Partito e in particolare alla Direzione capeggiata da Thorez cioé dal benemerito di Mosca, la paternità vera e la direzione della resistenza partigiana contro l’«occupante». Si ammetteva che tale lotta data da molto tempo prima della formazione dei F.T. e dei P.T. che sono riconosciuti apertamente come un’emanazione del partito, costituiti col dieci per centro dei membri del partito ma, vedi caso, pur di combattere i pareri contrari di Marty e Tillon, si faceva la preziosa ammissione che l’azione resistenziale del PCF iniziò fin dal 1939. Anno 1939! Ma in quel tempo con chi era in guerra la «Democrazia» di Francia? Trascriviamo il passaggio riportato dall’Unità (18 settembre 1952): «Charles Tillon sa tuttavia, meglio di chiunque altro che non vi sarebbe stato l’impulso dato dal partito alla lotta, armata o no, contro l’occupante, se, fin dal 1939, Maurice Thorez non fosse stato messo nella clandestinità alla testa del nostro partito». E’ noto che l’«occupante» del territorio francese fu, dal giugno 1940, l’esercito hitleriano, contro il quale il PCF, diretto da Thorz da Mosca ove s’era rigugiato per non combattere nell’armata francese, non aprì le ostilità se non all’indomani del 21 giugno 1941, allorché Hitler, stracciando il patto di alleanza con Stalin, invase il territorio russo. Fino a quella svolta fondamentale della seconda guerra mondiale, il PCF col pieno accordo di tutti coloro che ora si azzuffano, sostenne apertamente la guerra di Hitler contro le Democrazie occidentali, cui rinfacciavano il torto di schierarsi in un fronte che non era quello russo-tedesco. Quale meraviglia, se la prosa della Segreteria del PCF diventa così prudente allorché siffatti nodi vengono al pettine?

Da quanto precede si è autorizzati a trarre, con le dovute cautele la conclusione che il lavoro frazionistico, categoricamente imputato nel comunicato della Segreteria a Marty e Tillon, si orienterebbe verso la scissione delle forze della resistenza dal corpo del Partito e, quindi, dalla dirigenza fedele a Mosca. Ma quali risultati esso ha dato? Di sicuro c’e che la famosa ritrattazione, l’autocritica, che i due avevano promesso di fare al C.C. non è fino ad oggi pervenuta, nonostante le pressanti sollecitazioni e le velate minacce della Direzione del partito. Gia il 26 settembre, l’Ufficio politico diramava un comunicato nel quale, dopo essersi felicitato del « consenso unanime » dato dal partito alle sanzioni contro Marty e Tillon, dichiarava che non poteva essere tollerato più a lungo l’atteggiamento dilatorio dei silurati- Le lettere inviate da questi all’Ufficio politico venivano giudicate solo come « una premessa a procedere finalmente all’autocritica ». In realtà, Marty e Tillon fin dalla sessione del 3-4 settembre avevano recitato almeno formalmente il « mea culpa », dato che essi avevano riconosciute giuste, secondo il comunicato della Segreteria sopra accennato, le sanzioni prese contro le loro stesse persone. E allora? E’ chiaro che la Direzione temporeggiava e temporeggia tuttora, facendo lo stesso gioco della corrente, piccola o grande che sia rappresentata da Marty e Tillon, preferendo fronteggiare con mezzi sotterranei di cellule il lavoro frazionista di costoro. Se Marty e Tillon rappresentassero solo se stessi la Direzione del P.C.F. avrebbe offerto l’eccezionale spettacolo, di così lunga durata, di dissensi interni? La domanda viene spontanea. Che il lavoro frazionista di Marty duri tuttora l’ammetteva ancora una volta, il 23 ottobre, la Direzione del partito, in un comunicato in cui rifacendosi agli errori imputati a Marty, nella sessione del Comitato Centrale, e definendo la lettera inviata da lui all’Ufficio Politico, « un tentativo di creare una piattaforma antipartito, che travisa la politica del partito, viola la sua dottrina … e mira a minacciare l’unità del partito », veniva annunziata la sospensione di Marty dalla carica di membro della Direzione del P.C.F.

Ora Marty attende la convocazione del Comitato Centrale che dovrà pronunciarsi definitivamente sulla sua sorte. Riuscirà frattanto la Direzione del P.C.F. a mettere la museruola agli oppositori? E’ quello che staremo a vedere.

Internazionale socialdemocratica sottosezione dell’ONU

L’«Internazionale» socialdemocratica ha chiuso i battenti del suo Congresso milanese dopo una serie di riunioni che hanno brillantemente dimostrato, fra l’altro, l’imbarazzo di partiti socialisti che vorrebbero definire una linea internazionale comune difendendo nello stesso tempo interessi nazionali divergenti.

Le risoluzioni, vaghe quanto ampollose, hanno comunque riconfermato che una « linea internazionale » su cui tutti i partiti socialisti concordano esiste, ed è questa: fungere da sottosezione dell’UNO, portando a questa tipica organizzazione mondiale borghese una pennellata abbellitrice di «finalità sociali». Aiuti alle aree depresse secondo il punto 4 del presidente del massimo centro imperialistico del mondo? Ma certo; tuttavia, i socialisti porranno in primo piano «l’aiuto alimentare e sanitario » e le « realizzazioni sociali (servizi di sanità e di educazione, aiuto tecnico) ». Unione europea e Pool carbone e acciaio? Ma certo; solo che la maggior preoccupazione dovrà essere quella di «migliorare il tenore morale e materiale di vita delle classi lavoratrici, di rafforzare i loro diritti civili e politici, di creare la possibilità per il pieno impiego » ecc. Unione per la sicurezza, o, in altre parole, Patto Atlantico? Ma certo, niente guerra preventiva, difesa delle nazioni libere; però: « il riarmo non basta ad allontanare i rischi del conflitto. I partiti socialisti considerano dunque indispensabile svolgere nello stesso tempo una politica di conciliazione». E così via.

Riassumendo, dare una parvenza di contenuto sociale al processo di integrazione ed espansione dell’imperialismo. La sottosezione dell’ONU è indispensabile al suo funzionamento, è la sua agenzia di propaganda fra le masse popolari: altrimenti, chi crederebbe alla « difesa della civiltà »?

Tre modi di intendere la politica colchosiana

L’unità politica della classe dominante è data dalla unicità di reazioni che essa oppone, sul piano della discussione e della repressione violenta, alle rivendicazioni sovvertitrici della classe rivoluzionaria. Non cuò coincidere con l’unanimità dei consensi alle soluzioni possibili di determinate questioni poste dal complesso divenire delle situazioni. Ciò appare chiaramente nei regimi politici a tipo parlamentare, ove assistiamo al gioco contrastante dei vari partiti, esprimenti talora diverse soluzioni dei problemi del potere e della amministrazione economica, sebbene siano tutti d’accordo nel combattere ogni decisione che possa indebolire lo Stato di fronte alle minacce delle contraddizioni sociali. Ma nemmeno la ferrea prassi dei regimi di polizia, basati sul rigido monopartitismo, può evitare che gruppi della classe dominante si trovino in disaccordo su determinate questioni. E’ quanto avviene in Russia, tra l’altro, circa la politica dello Stato nei confronti dei kolkhos.

Nel suo recente saggio «Problemi economici del socialismo nell’U.R.S.S. » di cui il nostro « Filo del tempo » continua a discutere i punti essenziali, Stalin dedica l’ultima parte a rispondere a scritti di tali Sanina e Vengser concernenti appunto talune proposte circa la revisione della polititca ufficiale nei riguardi dei kolkhos. Nella « giornata seconda » del dialogato con Stalin, lo autore coglieva l’essenziale della questione. Sia concesso a noi fornire i particolari e i dettagli.

Sulla questione dei kolkhos, come su altre del resto, Stalin, il che equivale a dire la parte dominante che detiene il controllo dello Stato e del partito russo, si batte contro due posizioni ben definite: l’una che sostiene la nazionalizzazione dei kolkhos, l’altra che propende per l’allargamento della proprietà privata dei kolkhosiani singoli e collettivi.

Che significa la nazionalizzazione integrale dei kolkhos? La terra coltivabile e le macchine agricole, tranne il piccolo attrezzaggio, sono a norma di costituzione proprietà dello Stato, che cede gratuitamente la terra in usufrutto perpetuo alla ccoperativa kolkhosiana e fornisce, altrettano gratuitamente, le macchine agricole (trattori, mietotrebbiatrici, seminatrici, ecc.) le quali essendo prodotte nelle officine nazionalizzate appartengono allo Stato. Però, i prodotti della terra appartengono, a titolo di proprietà privata, ai contadini che se ne disfanno alla maniera classica, immettendoli cioè sul mercato o vendendoli allo Stato. Succede così che i kolkhos si servono gratuitamente delle macchine prodotte dagli operai industriali delle città, i quali sono costretti, se non vogliono morire di fame, a comprare, poco importa se tramite lo spaccio statale (simile ai nostri « Sali e Tabacchi ») o per privati intermediari commerciali, i prodotti della terra. La nazionalizzazione integrale dei kolkhos, proposta da « alcuni compagni» mirerebbe in sostanza a trasformare anche la proprietà dei prodotti attribuendola allo Stato.

Che oppone Stalin, cioè il nucleo dominante nello Stato? Poche parole di stroncatura, più che di motivata critica. In tale occasione, Stalin se la cava riprendendo la dottrina della estinzione dello Stato, che in altre occasioni fa comodo ai dirigenti russi prendere in giro, alla maniera borghese. Attribuire tutto in proprietà allo Stato? Ma non sapete, esclama Baffone sogghignando, che lo Stato non è eterno, che è destinato a scomparire? La verità è che nazionalizzare integralmente i kolkhos significherebbe espropriare i contadini con la violenza statale ed abolire il commercio dei prodotti agricoli. Il che secondo Stalin rappresenta un’utopia. Nè egli ha torto. La economia russa si basa sulla indefinita espansione del mercantilismo, anzi, progredisce e si abilita a conquistare zone arretrate appunto perchè marcia su tale direttrice. Invertire la marcia, ha l’aria di dire Stalin, significa voler l’impossibile. Infatti ci abbisogna uno sconvolgimento rivoluzionario, e non circoscritto alla Russia, ma di raggio mondiale.

Altra opposizione, ben più consistente, propone tout court la privatizzazione del macchinario statale ceduto gratuitamente in uso al kolkhos. Tale posizione Stalin non la giudica una fastidiosa manifestazione di utopismo, siccome fa con quella ora detta. Gli dedica invece un’ampia risposta: evidentemente la ritiene espressione di quella che nel linguaggio dei governi si chiama « critica costruttiva ».

« Che cosa si deve fare per elevare la proprietà kolkhosiana al livello di proprietà di tutto il popolo? » si chiede Stalin. Egli infatti riconosce più sopra che « la proprietà kolkhosiana non è proprietà di tutto il popolo », salvo ad appiopparle ciononostante l’etichetta di « proprietà socialista ». Esiste una proprietà socialista dunque, secondo Stalin e il Presidium del P.C. russo! Secondo Marx il socialismo consiste nell’abolizione di ogni proprietà, sia privata che statale. Chi dice balle allora? Ma andiamo avanti. Il testo così prosegue: « Come misura principale per elevare a questo livello la proprietà kolkhosiana, i compagni Sanina e Vengser propongono di vendere in proprietà ai kolkhos i principali strumenti di produzione concentrati nelle stazioni di macchine e trattori, sgravare così lo Stato degli investimenti di capitali nell’agricoltura e ottenere che i kolkhos stessi si assumano la. responsabilità di provvedere al mantenimento e allo sviluppo delle stazioni di macchine e trattori ».

Stalin prende in tale considerazione la proposta di Sanina e Vengser che si incarica addirittura di ripeterne gli argomenti da loro portati a sostegno, e che sono:

1) Lo Stato vende ai kolkhos l’attrezzamento agricolo minore che comprende i vari tipi di falci, i piccoli motori, ecc.

2) Tra la fine del 1929 e l’inizio del 1930, il’ Comitato Centrale del P.C. russo, sosteneva la necessità di trasferire le stazioni di macchine e trattori in proprietà ai kolkhos, chiedendo ai kolkhos di compensare il valore di esse entro un termine di tre anni.

A tali argomenti risponde Stalin nell’ordine:

1) Non si può mettere sullo stesso piano il piccolo attrezzaggio agricolo e i « mezzi essenziali in agricoltura », quali sono le macchine e i trattori.

2) L’esperimento della vendita delle macchine ai kolkhos si rivelò un fallimento, sicchè alla fine del 1930, la decisione del C.C. del P.C. russo fu abrogata.

Ma l’argomento capitale nelle mani di Stalin e ben diverso dalla non convincente discriminazione tra i mezzi di produzione agricoli, come dalla risorsa del riferimento storico. Egli, prendendo le mosse dal concetto esatto che la fonte dell’ascesa della produzione kolkhosiana sta nella tecnica moderna, e che la tecnica evolve continuamente esigendo la sostituzione dei mezzi vecchi con i nuovi, sostiene che, se si dessero i mezzi di produzione in proprietà ai kolkhos, questi non sarebbero in grado di sopportare le enormi spese del rinnovo dei mezzi tecnici. «Che significa -egli esclama – togliere dalla circolazione centinaia di migliaia di trattori a ruote e sostituirli con trattori a cingoli, sostituire diecine di migliaia di mietotrebbiatrici invecchiate cen mietotrebbiatrici nuove, creare nuove macchine, poniamo, per le culture tecniche? Significa sopportare spese di miliardi, che possono essere recuperati solo entro 0-8 anni. Possono sopportare queste spese i kolkhos, anche se sono milionari?». A tale quesito, Stalin risponde: No, non possono. E aggiunge che solo lo Stato può prendere su di sè queste spese. L’altra alternativa sarebbe la rovina dei kolkhos.

Chiunque ragioni nei termini dell’economia classica non può dare torto a Stalin, ma è proprio ciò che dimostra come l’economia russa giri nell’ambito del mercantilismo e non ne possa uscire in forza di interventi interni ad essa. Allora appare evidente quali cause siano all’origine del kolkhos. Il fallimento del tentativo di far comprare ai kolkhos le macchine agricole, fallimento dovuto all’enorme arretratezza dell’agricoltura russa, non poteva, nel 1930, che imporre la cessione gratuita ai kolkhos delle macchine e trattori. Ma poichè i prodotti agricoli non perdevano, perchè non potevano perdere nelle condizioni storiche attuali, il loro carattere di merci, acquistabili dagli operai contro denaro, è chiaro che gli odierni privilegi dei kolkhos si traducevano e si traducono in un equivalente espropriazione e sfruttamento delle masse lavoratrici delle città.

Ma ciò non’ significa che il Governo di Mosca, facciamo una ipotesi non astratta visto che di essa si discute negli ambienti dirigenti, cambierebbe la sorte del proletariato urbano, se accettasse la proposta dei controdittori di Stalin. Accadrebbe quello che tutti i governi, primo fra tutti quello degli Stati Uniti, si preoccupano di evitare concedendo sussidi e prezzi politici agli agricoltori, e cioè si assisterebbe all’inasprimento della concorrenza che il regime dello scambio impone ai kolkhos. Perchè in tale caso le macchine e i trattori andrebbero in maggiore. quantità ai kolkhos finanziariamente più forti, ai kolkhos milionari, come si compiace di dire lo stesso Stalin, il che apporterebbe gravi sconvolgimenti nelle campagne. In fondo, l’esonero dalle spese di manutenzione e di ammortamento del macchinario agricolo, di cui godono i kolkhos, ammesso che siano tutti a goderne, altro non è che una imposta che lo Stato di Mosca fa pagere alla « Nazione », leggi al proletariato delle città. Ma ciò torna a vantaggio della stabilità sociale. Già sappiamo da un secolo che la stabilità sociale che frega il proletariato viene fatta pagare a lui stesso.

Concludendo la disputa, Stalin dichiara che la questione non si risolve nè con la nazionalizzazione dei prodotti dei kolkhos, nè con la privatizzazione dei mezzi di produzione agricoli, e neppure, vedi caso, con la linea intermedia seguita dal Governo. Già, perchè Stalin si ricorda che il comunismo è incompatibile con la circolazione mercantile e monetaria, e profetizza che i kolkhos dovranno avviarsi (quando?) verso la soppressione dello scambio.

Di reale ci sono solo fatti del genere di quelli emersi, ad esempio, dal rapporto del Ministro Mikoian al XIX Congresso del P.C. russo. Mentre ammetteva che la produzione di pane di segale dovrà continuare a tempo indeterminato, e doveva riconoscere che la produzione della carne, dello zucchero, del latte, rimane inferiore alla domanda (economica, si badi!) della popolazione, Mikoian annunciava giulivo e festoso che nel 1952 i risparmi depositati nelle banche russe sono complessivamente 4 volte superiori a quelli del 1940. Maresciallo Stalin, è questa la via che mena al comunismo?

La distribuzione del capitale azionario negli USA

Uno dei motivi ricorrenti della propaganda democratica, in specie americana, è l’affermazione che sarebbe in atto nel mondo capitalista una « democratizzazione della proprietà » attraverso la sempre più larga partecipazione di « strati popolari » al capitale azionario. A parte ogni considerazione sul significato e il valore di tale partecipazione, è, questa, una gigantesca balla. Il Brookings-Institute ha pubblicato recentemente un opuscolo statistico sulla « distribuzione della proprietà azionaria negli Stati Uniti », di cui informa la rivista socialista-indipendente tedesca « Pro und Contra ». Riassumiamo i dati essenziali. Anzitutto, i possessori di azioni sarebbero negli Stati Uniti 6 milioni e mezzo (l’orchestra propagandistica dei pennivendoli parlava di 20 milioni!), cioè il 6,4% della popolazione totale adulta: in altri termini, il 93,6 % di questa non ha nessuna partecipazione al capitale azionario statunitense. E’ una prima schiacciante considerazione, alla quale si deve aggiungere che, secondo la stessa fonte – che è delle più autorevoli, perchè emanante da un’organizzazione ufficiale borghese – il numero degli azionisti è in corso non di aumento ma di diminuzione: « nel 1937 si contavano da 8 a 9 milioni di azionisti, dei quali ognuno interessato ad una società »; tenuto conto dell’incremento demografico, la percentuale dei possessori di azioni sulla popolazione adulta è dun- que scesa in 15 anni dal 10-11 % a 6,4. La concentrazione del capitale è, conformemente alla tesi marxista, in processo di continuo sviluppo.

Ma ancor più interessanti sono i dati (d’altronde incompleti) sulla distribuzione del capitale azionario. I 6 milioni e mezzo di cui sopra detengono 20 milioni e un terzo di pacchetti di azioni, cioè poco più di 3 a testa in média ma il 20 %, rappresentante lo strato superiore degli azionisti, ne detiene 5 a testa e l’8 % dello stesso strato più di 10. D’altra parte, i pacchetti rappresentano un volume diverso di azioni, e quindi anche un diverso grade effettivo di proprietà azionaria: il 69% di tutti i pacchetti contengono da 1 a 99 azioni rappresentanti appena il 14 % del valore complessivo di mercato di tutte le azioni; il 34 % di tutti i pacchetti contengono da 100 a 1000 azioni rappresentan- ti l’86 % del valore complessivo; ora, l’enorme maggioranza degli azionisti posseggono appunto pacchetti da 1 a 99 azioni, e il loro peso sull’intera proprietà azionaria e quindi minimo. In media, si può dire che la grande maggioranza degli azionisti hanno in mano un valore medio di mercato di 41 dollari (25 mila lire circa) per azione, e un valore medio complessivo di 3.912 dollari: il frutto di questo « capitale azionario » medio non dà da vivere a nessuno di loro.

Per contro, il 56 % del valore di mercato delle azioni complessive è riunito nelle mani del 2 % degli azionisti, cioè di uno strato di circa 150.000 persone detentrici di più di 1.000 azioni in media a testa. E’ inoltre arcinoto che si tratta quasi sempre non di persone diverse, ma della stessa persona figurante sotto il nome di diverse teste di turco o, comunque, di persone della stessa famiglia a capitale indiviso; la enorme maggioranza del capitale azionario è dunque concentrata in pochissime mani, anzi in un numero sempre più ristretto di mani, ed è a favore di questi che gli altri possessori di azioni – l’enorme maggioranza – sono mobilitati a fornire capitale.

Infine, dalla stessa indagine risulta che solo 670.000 su 31 milioni di operai detengono azioni, appena il 2% (si badi che tale cifra è prevalentemente data da operai specializzati e qualificati), e che il capitale azionario rappresentato dalle azioni di questi 670.000 operai ammonta ad appena 31.610.000 dollari.

La società per azioni, vantata dagli apologeti del capitalismo come forma di democratizzazione delle proprietà capitalistica, è in realtà un meccanismo ipocrita (e spesso nemmeno tale) di drenag- gio dei soldini di piccolo-borghesi e di un esile strato di proletari (l’aristocrazia operaia) a favore di una cerchia sempre più limitata e concentrata di capitalisti. Wall Street – se vogliamo usare questo termine corrente – è sempre più la dominatrice della « repubblica stellata ».

La marcia sanguinosa del capitale in Africa

Nella seconda parte de “L’accumulazione del capitale”, Rosa Luxemburg tracciò, pochi anni prima della guerra mondiale 1914‑18, il quadro tragico dell’espansione del capitalismo nei continenti ad economia primitiva, in quelle che oggi si chiamano “aree depresse”: storia di sconvolgimenti violenti di economie e società naturali, di sfruttamento feroce della mano d’opera, di abbrutimento di masse cui si pretendeva di elargire i benefici della “civiltà moderna”, di creazione di gigantesche “riserve industriali” di spostati; insomma, un quadro simile, in ambienti e per motivi diversi, a quello dell’accumulazione primitiva in Inghilterra, rivissuto in pagine ardenti da Marx nel primo libro del “Capitale”.

Storia di ieri e storia di oggi, che gli ultimi avvenimenti nel Kenya e nel Sud Africa confermano. Nel Kenya, lo spostamento dell’asse imperiale britannico dall’India al continente nero ha provocato, da una parte, lo sviluppo intensivo di coltivazioni a tipo industriale in grandi fattorie bianche, dall’altra un processo di crescente industrializzazione nei centri abitati. I due processi hanno esercitato influenze parallele sulla popolazione indigena.

Il primo, riducendo il margine già ristretto di terre fertili a disposizione delle collettività negre, rivoluzionando i metodi di cultura, invadendo e spogliando zone vergini, ha rotto il tradizionale equilibrio di ambienti agrari chiusi e tendenzialmente autarchici e ha sradicato dalla terra un numero elevato o di coltivatori diretti o di indigeni viventi in regime di economia naturale (raccolglitori, cacciatori, ecc.).

Il secondo ha assorbito nelle “città” masse rurali che, bene o male, vivevano sulla terra e trovavano nella tribù appoggio e difesa, convertendole in masse di “liberi” venditori di forza-lavoro, di proletari inermi e indifesi.

In entrambi i casi, la “civiltà” capitalistica dei bianchi ha significato per gli indigeni sfruttamento intensivo, distruzione di legami che pur garantivano al singolo una relativa sicurezza, aleatorietà della vita, minor consumi in rapporto al più alto grado di logoramento delle energie fisiche.

Il contraccolpo a questa violenta erosione di forme di economia naturale e di società ad essa corrispondenti si ha nei moti avvenuti nel Kenya, ai quali i “civilizzatori” bianchi – il capitalismo – reagiscono con una forma ulteriore di violenza: la repressione armata, gli arresti in massa, le deportazioni. Ma non è la “proibizione delle danze magiche” l’origine dell’insofferenza indigena, e non sarà il bastone a curarla: il fenomeno è quello stesso che ha accompagnato gli albori della colonizzazione dell’Algeria e del Sud Africa, della Cina e dell’Egitto: è il rivoluzionamento, tanto più brutale quanto più rapido, provocato nelle strutture economiche e sociali primitive dalla espansione capitalistica, dalla sovrapposizione di una scientifica e cinica barbarie all’ingenua barbarie di economie statiche e di società ancestrali.

Nel Sud Africa, si è parecchi gradini più sù. Qui il moto di sconvolgimento delle economie primitive è più antico: la reazione indigena prende la forma dei grandi scioperi negli stabilimenti, delle grandi agitazioni nelle città e nelle fattorie. Ma ai normali riflessi di un regime industriale avanzato si allea anche qui, esaltandone la ferocia, il progredire del processo di erosione delle economie naturali, che trasforma sempre nuovi indigeni in proletari, sempre nuovi “primitivi” in modernissimi sfruttati del capitale, e, come non bastasse, tende ad isolarli secondo le linee di colore di un bestiale razzismo (alla faccia del razzismo tedesco, il Sud Africa fa parte del democraticissimo Commonwealth britannico!). E la situazione è tanto più destinata a peggiorare, per gli indigeni, in quanto il Sud Africa sta divenendo l’epicentro di una nuova febbre d’investimenti industriali – la febbre dell’uranio, che, scoperto nei filoni di oro del Rand, attira e sempre più attirerà nel Sud Africa capitale americano e britannico, provocherà la creazione di nuovi e giganteschi impianti industriali, ridarà vita a società minerarie decadute, spezzerà il cerchio di residue isole economiche e sociali primitive, il tutto in nome della nuova “era atomica”.

Un recente accordo fra i governi sud-africano, statunitense e inglese, prevede infatti la concessione di grandi prestiti americano-britannici alle compagnie minerarie locali per la costruzione di nuovi impianti di sfruttamento dei giacimenti d’uranio. Sarà il punto di partenza di un nuovo processo di erosione delle aree sopravvissute di economia primitiva e di ulteriore sfruttamento delle masse indigene già proletarizzate, ora chiamate a sudare nelle miniere e nelle fabbriche per assicurare profitti al capitale “nazionale” e a quello straniero.

Ci si meraviglierà, dopo tutto questo, del fermento e dei sussulti del Continente Nero?

"Libertà di spostamento"

Una delle famose «libertà» di cui i liberatori avrebbero dovuto farci dono era quella di spostarci dove vogliamo, lungo tutti i meridiani e paralleli del globo. E De Gasperi l’ha esaltata al Congresso del Turismo, come se esistessero impedimenti a spostarsi per coloro che hanno soldi in tasca per girare il mondo da turisti, avendo praticato il nobile mestiere di sfruttatori del lavoro altrui, o per esercitare lo stesso mestiere come maneggioni politici o trafficanti in merci e capitali.

Ma per gli altri, per quelli che non possedendo nulla all’infuori della loro forza di lavoro e cercano disperatamente d’impiegarla (di venderla), dov’è questa libertà? Non solo essi non sono in grado di spostarsi perché non hanno quattrini — e anche la «libertà» è un «bene» negoziato sul mercato — ma, se mai capita loro di cadere negli artigli velutati delle organizzazioni internazionali che «caritatevolmente» curano e disciplinano l’emigrazione delle braccia inerti, accade loro, sì, di spostarsi, ma di rimetterci le penne e, magari, di finire in una nuova edizione dei campi di concentramento.

Capita loro — come già in Inghilterra e ora in Australia — di partire con un contratto di lavoro in mano, e di arrivare a destinazione — «liberi di essersi spostati» — per sentirsi dire che le condizioni di lavoro sono completamente diverse, che anzi, da lavorare non ce n’è affatto e che, comunque, devono passare una quarantena di un anno o due in un «campo» per… imparare la lingua e l’uso del sapone.

Soldi per tornare indietro, zero; autorità che li rimpatrino con la stessa caritatevole premura, nessuna.

Si sono «spostati liberamente»: ora finiranno disoccupati, liberi accattoni e liberi abitatori di campi cintati di filo spinato. Sulle loro teste passeranno gli aerei di quelli che liberamente circolano perché hanno sfruttato e si dispongono a sfruttare loro stessi o i loro fratelli. La «libertà» è quella!

Dialogato con Stalin (Pt.3)

GIORNATA TERZA (antimeriggio)

Si tenne dibattito nella giornata prima sul punto che ogni sistema di produzione di merci è sistema capitalista, da quando si produce lavorando, in masse d’uomini, a masse di merci. Capitalismo e mercantilismo si ritireranno insieme dai successivi campi di azione o sfere di influenza nel mondo moderno.

Si riprese nella seconda, passando dal processo generale a quello dell’economia russa presente e, tenute per giuste le denunziate leggi della sua struttura, si affermò che ne scaturiva la diagnosi piena di capitalismo, allo stadio di «grandindustrialismo di Stato».

Secondo l’interlocutore Stalin, questo processo abbastanza definito e concreto, applicato ad area e popolazione immense, può condurre ad una accumulazione e concentrazione della produzione pesante, non seconde a nessuna, senza che necessariamente debbano ripetersi le fasi di feroce riduzione alla nulla-tenenza dei ceti poveri chiusi in cerchie locali di economia e nella tecnica parcellare del lavoro – come in Inghilterra, Francia, ecc. – e sulla sola base della scontata (dal 1917) liquidazione dei grandi terrieri.

Se questo secondo punto si riducesse alla tesi che, a secoli di distanza, la introduzione in profondità della tecnica del lavoro in grande e con le risorse della scienza applicata, si pone, in un tanto diverso quadro universale, diversamente, ciò potrebbe essere oggetto di studio a parte, in sede di «questione agraria» specialmente. Il contraddittore può venire ammesso a provare che raggiungerà il pieno capitalismo non in carrozza, ma in aeroplano; ma a sua volta confessi la «direzione del moto». Gli stiamo passando da terra, noi poveri pedoncini, i dati esatti di una serie di basi – ma anche il radar può impazzire.

Ed ora un terzo passo: il quadro dei rapporti mondiali in tutto il complesso orizzonte di produzione, consumo, scambio; rapporti di forza statali e militari.

I tre sono aspetti di un solo e grande problema. Il primo potrebbe dirsi l’aspetto storico, il secondo quello economico, il terzo e conclusivo quello politico. La direzione e il punto di arrivo della ricerca non possono essere che unitari.

PRODOTTI E SCAMBI

Avviene, palesemente, al capo dello Stato e partito russo di dover cambiare il fronte delle sue rettifiche in dottrina, e secche reprimende alle obiezioni dei «compagni», ogni qualvolta egli passa dalla circolazione economica entro la sua cerchia, a quella attraverso questa. Notammo già, lo ricordi il lettore, che questo punto di arrivo aveva fatto rizzare le orecchie ai vigili dell’occidente. Lungi dal cantare ancora una volta l’inno ad una millenaria autarchia, l’uomo del Kremlino aveva tranquillamente braqué il cannocchiale – domani, si chiesero quelli con aria studiata, il telemetro? – sugli spazi oltre cortina; e vecchie storie di spartizione di zone di influenza, in alternativa a sortite di rottura, rivennero a galla. Tasto, tuttavia, meno stridulo e fesso di quello del crimine di genocidio o del delirio di aggressione.

La maniera di far andare entro la Russia – e paesi connessi – articoli industriali agli agricoltori, e generi rurali ai cittadini, schiacciando con passi di Marx ed Engels i Pinchi Pallini, e quando era il caso rettificando di ufficio termini, frasi e formule degli autori, fu affermata in tutta regola col Socialismo. I kolkhos vendono i loro prodotti «liberamente», e altro mezzo di averne non vi è; dunque legge di mercato sì, ma con regole speciali: prezzi di Stato (novità! specialità in esclusiva!), e perfino speciali «patti» di smercantilizzazione, in quanto non si dà moneta ma si «porta in conto» di controforniture delle fabbriche nazionali (originalità suprema! enfoncement del salumiere all’angolo, del marine americano che stabilisce lo equivalente tra amplessi e stecche, dei banali clearings dei paesi di Occidente!). Veramente, il Maestro dice, non direi smercantilizzazione ma scambio di prodotti. Non vorremmo che fosse colpa delle traduzioni; insomma, ogni sistema di equivalenti, più o meno convenzionali, dal baratto dei selvaggi alla moneta, come equivalente unico per tutti, ai centomila sistemi di registrazione delle partite contra-equivalenti, che vanno dal libretto della serva ai complicati schedari di banche, ove le addizioni le fanno i cervelli atomici, e migliaia di reclute al giorno ingrossano il flotto soffocante dei venditori di forzalavorograttanteombelico, perché nacquero e sono, se non per lo scambio dei prodotti, e per quello solo?

Ma Stalin vuole mettere a tacere il tarlo, che dai «saldi» degli scambi in equivalenza nasca privata accumulazione, e dice che le garanzie sono lì.

Duro anche per i generalissimi stare in arcione su una simile tesi, e alternativamente schermire in due direzioni, un colpo alla rigidità dottrinale, un colpo alla concessione revisionista. Elasticità del vero leninista bolscevico? No, eclettismo, era la nostra risposta; e allora i bolscevichi andavano in bestia.

Comunque sia per il rapporto interno, il cui esame non finisce oggi né qui giusta il già detto, Stalin stesso apre ampia riserva quando parla del rapporto estero. Il compagno Notkin se ne sente delle belle per aver sostenuto che sono merce anche le varie macchine e strumenti costruiti nelle officine statali. Hanno valore, se ne annota il prezzo, ma merci non sono: vediamo il Notkin a grattarsi la pera. «Ciò è necessario in secondo luogo per

realizzare la vendita dei mezzi di produzione a Stati stranieri, nell’interesse del commercio estero. Qui, nel campo del commercio estero, ma solo in questo campo (corsivo in originale), i nostri prodotti sono effettivamente merci e vengono effettivamente venduti (senza virgolette)».

Nel testo rivestito dal formale imprimatur figura quest’ultima parentesi: pensiamo abbia l’incauto Notkin messo tra virgolette la parola venduti che ad un marxista e bolscevico puzza non poco. Non sarà uscito dai corsi delle classi giovani, si vede.

Tra un paio d’anni ci servirebbe questo dato: il quantum, per favore. La quota relativa del collocato all’estero e all’interno. E un’altra notizia: si considera utile che tale quota salga o scenda? Che il prodotto totale debba salire fino alla vertigine, lo sappiamo dalla legge dell’economia pianificata «proporzionale». Non sapendo il russo supponiamo che il senso giusto sia: piani contingentatori della produzione in modo che l’aumento sia di ragione annua costante, colla forma della legge dell’incremento demografico o dell’interesse composto. Il termine giusto che proponiamo è quello: sviluppo pianificato in ragione geometrica. Tracciata così correttamente la «curva», col nostro poco senno scriveremmo questa «legge»: comincia il socialismo dove questa curva si spezza.

Oggi annotiamo: quel tanto di prodotti anche strumentali che vanno all’estero, sono merci, non solo nella «forma» di contabilità, ma anche nella «sostanza».

E una. Basta discutere ad alcuni mille chilometri, e su qualcosa si finisce con l’intendersi.

PROFITTO E PLUSVALORE

Ancora un poco di pazienza e verremo a parlare di alta politica ed alta strategia: vedremo le corrugate fronti distendersi, dato che in quei temi capiscono tutti al volo: attacca Cesare? Fugge Pompeo? Ci rivedremo a Filippi? Passeremo il Rubicone? Questa si che è robetta digeribile, in quanto «sfiziosa».

Occorre ancora un punto di economia marxista. La forza delle cose conduce il maresciallo sul problema esplosivo del mercato mondiale. Egli dice che l’U.R.S.S. sostiene i paesi associati con aiuti economici tali, che ne esaltano l’industrializzazione. Vale per Cina e Cecoslovacchia? Avanti. «Si arriverà, grazie a simili ritmi di sviluppo dell’industria, rapidamente a ottenere che questi paesi non solo non abbiano bisogno di importare merci dai paesi capitalistici, ma sentano essi stessi la necessità di esportare le merci eccedenti della loro produzione». Il solito inciso, o incluso: se producono ed esportano in Occidente, allora sono merci. Se in Russia, che sono?

Il fatto importante, in questo rientro a bandiere spiegate del mercantilismo per forma e sostanza identico a quello capitalistico (se davvero fosse da credere al maquillage dei volti economici!), è che esso fonda sull’imperativo: esportare per poter produrre di più! Ed è lo stesso imperativo che vige in sostanza nel campo interno del preteso «paese socialista» ove invece si tratta di un vero affare da import-export tra città e campagna, tra i famosi ceti alleati, perché anche lì abbiamo visto che si arriva alla legge della progressione geometrica, ed al produrre di più! Produrre di più!

Ecco quanto del marxismo è rimasto in piedi! Perché da quando «gli operai sono al potere» non vanno più adoperate le formule offensive che distinguono tra lavoro necessario e sopralavoro; lavoro pagato e non pagato! E perché, fatta come vedremo qualche grazia alla legge del plusvalore (che è poi zoologicamente una teoria, a termini della giornata seconda, e non una legge) da oggi in poi: «non è vero che la legge economica fondamentale del capitalismo contemporaneo è la legge della diminuzione tendenziale del saggio di profitto». «Il capitalismo monopolistico (ci siamo: che ne sapevi tu, povero Carlo?) non può accontentarsi del profitto medio, (che inoltre in seguito all’aumento della composizione organica del capitale ha la tendenza a diminuire) ma cerca il massimo profitto». Mentre la parentesi del testo ufficiale sembra un momento richiamare in vita l’estinta legge di Marx, viene poi promulgata la nuova: «la ricerca del profitto massimo è la legge economica fondamentale del capitalismo contemporaneo».

Se va un poco più oltre il lanciafiamme in libreria, non restano neanche i baffi dell’operatore.

Questi controchiodi che si appuntano, storti come sono, da tutti i lati, sono intollerabili. Pretendono che le leggi economiche del capitalismo monopolistico si siano rivelate diversissime da quelle del capitalismo di Marx. Poi gli stessi pretendono che le leggi economiche del socialismo potranno benissimo restare le stesse di quelle del capitalismo.

La finestra, subito!

Eroicamente rifacciamoci ab ovo. Bisogna ricordare quale sia la differenza che passa tra massa di profitto e massa di plusvalore, saggio di profitto e saggio di plusvalore, e quale sia l’importanza della legge di Marx,

minuziosamente esposta all’inizio del III libro, circa la tendenza alla discesa del tasso del profitto medio. Capire, leggere! Non il capitalista tende alla discesa del profitto! Non il profitto (massa del profitto) scende, ma il tasso del profitto! Non il tasso di ogni profitto, ma il medio tasso del profitto sociale. Non ogni settimana o ad ogni uscita del Financial Times, ma storicamente, nello sviluppo tracciato da Marx al «monopolio sociale dei mezzi di produzione» tra gli artigli del Capitale, di cui è scritta la definizione, la nascita, la vita e la morte.

Se tanto si afferra, sarà dato vedere come lo sforzo, non del singolo capitalista di azienda, figura secondaria in Marx, ma della macchina storica del capitale, di questo corpus dotato di vis vitalis e di anima, per dibattersi invano contro la legge della discesa del tasso, è proprio, è solo quanto ci fa concludere sulle tesi che Stalin, tra lo smarrimento occidentale, degna di bel nuovo riabbracciare. Primo: inevitabilità della guerra tra Stati capitalistici. Secondo: inevitabilità della caduta rivoluzionaria del capitalismo dovunque.

Questo sforzo gigante si esprime nella consegna: produrre in crescendo! Non solo non sostare, ma segnare ogni ora l’aumento dell’aumento. In matematica: curva della progressione geometrica; in sinfonia: crescendo rossiniano. E a tal fine, quando tutta la patria è meccanizzata, esportare. E saper bene la lezione di cinque secoli: il commercio segua la bandiera.

Ma è questa, Djugasvili, la vostra consegna.

ENGELS E MARX

Per la dimostrazione ancora una volta dobbiamo tornare a Marx e ad Engels. Non però a testi organici, completi, di getto, che ognuno dei due scolpì nel vigore più pieno e nella foga diritta di chi non ha dubbi e lacune e spazza gli intoppi dal suo cammino senza che urto se ne risenta. Si tratta del Marx di cui dà conto l’esecutore testamentario nelle prefazioni quasi drammatiche al II libro del Capitale (5 maggio 1885) e al III (4 ottobre 1894). Prima si tratta di giustificare lo stato dell’immane congerie di materiali e di manoscritti (che vanno dai capitoli in forma definitiva ai foglietti di appunti, note, scorci, illeggibili abbreviazioni, promessa di future ricerche, ed anche pagine incerte e vacillanti nello stile) con la salute declinante di Marx, coll’effetto inesorabile dei vari ritorni della malattia che lo costrinse a pause in cui l’ansia divorava il fegato e il possente cervello ben più di quanto li sanasse il riposo. Tra il ’63 e il ’67 il lavoro fornito da quella macchina umana fu incalcolabile e tra esso il getto in una sola fusione di acciaio del I libro dell’epoca. Già dal ’64-’65 la malattia aveva dato i primi disturbi, e delle sue devastazioni l’occhio infallibile del grande aiuto segna le tracce nei fascicoli inediti. Ma poi lo stesso snervante lavoro: decifrare, rileggere, ridettare, riordinare il testo dettato, dare ordine alla materia, con la ostinata decisione a non redigere del suo, vince anche la resistenza del robustissimo Engels: i suoi occhi generosi hanno troppo vegliato sulle pagine dell’amico, e una preoccupante debolezza di vista lo condanna per vari anni a ridurre il lavoro personale, vietandogli di scrivere alla luce artificiale. Non vinto, non sconfortato, egli porge alla Causa le sue scuse umili e leali. Altro non gli era stato dato di fare. Con modestia egli ricorda tutti gli altri settori in cui «solo» ha retto sopra di sé tutto il peso. E la sua morte segue ad un anno.

Questo non serve di contorno o di effetto. Vuole porre in rilievo che la istanza di tecnica fedeltà, che domina il compilatore, ha tolto ai due libri quei capitoli di periodica sintesi e vista di insieme, che fiammeggiano in quello redatto in vita di Marx. Alla penna di Engels se ne devono, di tali scorci, non pochi né di poco tono: ma sotto il nome di Marx gli non li volle estendere, e si limitò all’analisi. Se così non fosse stato, vana fatica sarebbero oggi certe duplicità di lettura (oggi e da mezzo secolo) e ad esempio la trista leggenda che nell’ultimo libro Marx avesse alcunchè ritrattato; e chi vuol questo in filosofia, chi in scienza economica, chi in politica, a seconda dei personali equivoci gusti. Questi richiami e connessioni espresse vi sono tra il I libro e le opere giovanili o il Manifesto, tanti tra gli ultimi scritti e quello; e mille passi delle lettere lo ribadiscono.

Meno di quella di Engels è questa sede di analisi. Notiamo solo che in un passo Marx dice, con uno di quei tali scorci, perché lavora tanto su quella legge di discesa del tasso. Ebbene Engels esita a riportare il brano, lo inquadra in parentesi e nota: questa parte sta tra parentesi quadre perché, pure essendo redatta secondo una nota del manoscritto originale, essa sorpassa, in alcuni sviluppi, i materiali che si rinvengono nell’originale.

«La legge dell’accrescimento della forza produttiva del lavoro non vale dunque in un modo assoluto per il Capitale. Questa forza produttiva è accresciuta dal capitale, NON COL MEZZO DI UNA SEMPLICE RIDUZIONE DEL LAVORO VIVENTE IN GENERALE, ma sol quando si risparmia, sulla parte pagata del lavoro vivente, più di quanto non vi si sia aggiunto di lavoro passato, così come lo abbiamo brevemente accennato al libro I, XII, 2 (valore trasmesso dalla macchina al prodotto: attualino, eh?). Qui il modo di produzione capitalista cade in una nuova contraddizione. Egli ha come missione storica quella di sviluppare in una assoluta progressione geometrica (sic!)

la produttività del lavoro umano. Ora, esso manca a questa missione dal momento che pone, come nel presente caso (resistenza del capitalista ad introdurre macchine di maggiore resa) ostacolo al rigoglio della produttività. Esso così fornisce una nuova prova della sua senilità e mostra che veramente non è più del nostro tempo».

Indifferenti all’obiezione farisea che passati altri sessant’anni di (fetente forte però) capitalismo invece di toglierla, la parentesi quadra andava triplicata al …………… imprudente Marx, noi …………… le solite tesi programmatiche che Marx amava intercalare regolarmente alle analisi acute e profonde. Il Capitalismo ……………. E il post-capitalismo? …………… dato che la forza produttiva di ogni unità di lavoro aumenta, non aumentiamo la massa prodotta, diminuiamo invece il tempo di lavoro dei viventi …………… non lo vuole l’occidente. Perché la sola via per sfuggire alla «legge della discesa del tasso» è quella (superprodurre). E quanto all’Oriente? …………… giustizia vuole si dica che …………… è capitalismo giovanile.

“TASSO” E “MASSA”

Converrà riprendere, evitando qui sia il caso numerico, che il simbolismo algebrico, la deduzione della legge che, non avendo ancora preso il lume degli occhi, non ci adattiamo a mandare in pensione; salvando brevità e levità, quanto è possibile, col tono dell’apologo. «Se le merci potessero parlare – così l’immenso Carlo in quel tale paragrafo-gioiello – direbbero: il nostro valore d’uso può certamente interessare all’uomo; noi, in quanto siamo oggetti, ce ne ridiamo. Quel che a noi interessa è il nostro valore. La prova il nostro mutuo rapporto quali cose di vendita e di compera. Noi reciprocamente non ci consideriamo che quali valori di scambio».

Abbiamo qui portato per voi il microfono sulla piazza ove si incontrano le merci provenienti da un lato dalla Russia, dall’altro dall’America. Dall’alto è stato ammesso che esse parlano un comune linguaggio economico. Per entrambe è sacrosanto – e in difetto non avrebbero fatta tanta strada – che il prezzo di mercato cui aspirano deve far premio sul costo di produzione. In ambo i paesi di origine si aspira a produrle a basso costo e smerciarle ad alto prezzo.

La merce che viene dal paese a teoria capitalista parla: sono fatta in due pezzi, e si vede una sola attaccatura. Il costo di produzione, anticipazione viva e bruciante di chi mi ha prodotta, e il profitto, che aggiunto al primo dà esattamente la cifra per meno della quale, non illudetevi, non verrò meno ai miei principii. Mi appago di un profitto modesto per incoraggiare l’acquirente, potete verificare il tasso di esso con una piccola divisione: profitto diviso costo di produzione. Se costai dieci e appena per undici mi lascio possedere, sarete cosi spilorci da trovare esagerato il tasso del dieci per cento? Avanti, signori, ecc.

Passiamo il microfono all’altra merce. Appo noi si usa dar fede all’economia marxista. In me vedete (non ho ragione di nasconderlo) due attaccature; sono di tre e non di due pezzi. Nell’altra il trucco c’è ma non si vede. Per produrmi le spese fatte sono di due tipi: materia prime, consumo di strumenti e simili, che diciamo capitale (in me investito) costante – salari di lavoro umano, che diciamo capitale variabile. La somma forma il costo di produzione che ha parlato prima. Anche per me aggiungete un saldo, benefizio, profitto, che è il mio terzo ed ultimo pezzo, e che si chiama plusvalore. Per la parte costante di anticipazione, non chiediamo nulla in aggiunta perché sappiamo che è sterile di forza riproduttiva di valore maggiore: questa sta tutta nel lavoro, o parte variabile dell’anticipo: vorrete dunque verificare per il saggio o tasso non del profitto, ma del plusvalore, colla divisione di esso plusvalore per la sola seconda parte del capitale in me speso, quello per i salari.

Il compratore comune risponde: andatelo a raccontare al portiere: a me importa il costo totale alla mia borsa di entrambe, ossia la cifra di vendita di voi due.

Un battibecco sorge tra le due merci, ognuna delle quali sostiene di voler fare un affare meno lucroso, contentandosi di un derisorio tasso di profitto. Siccome nessuna delle due lo può ridurre a zero, vince quella che davvero ha il costo di produzione più basso, come invoca anche Stalin ad ogni passo. Per la parte costante, occorre che le materie prime siano in quella quantità e qualità. La contesa si porterà, nei due campi esportatori, sulla parte variabile. Vi è il mezzo ovvio di pagare meno l’operaio e farlo lavorare molto, ma soprattutto gioca la produttività del lavoro, legata al perfezionamento tecnologico, all’uso di macchine più redditizie, alla più razionale organizzazione degli stabilimenti; ed ecco sciorinare le foto ad effetto dei grandi impianti da una parte e dall’altra, col vanto di avere sempre più abbassato, a parità di massa prodotta, il numero di lavoratori addetti. Una faccenda che all’agente delle compere sul mercato conteso preme ancora di meno, è sapere in quale caso gli operai sono meglio pagati e trattati.

Non crediamo sarà penoso al lettore constatare la differenza tra i due metodi di analisi del valore. Il saggio, o tasso, del plusvalore è sempre molto più forte del tasso di profitto virgola e ciò tanto più, quanto più il capitale costante prevale sul capitale variabile.

Ora la legge di Marx sulla discesa del tasso di profitto medio considera tutto il profitto, ossia il globale beneficio sulla produzione di cui si tratta, prima di stabilire a chi andrà tale profitto (banchiere, industriale, proprietario). Marx nel capitolo XIII del II libro ribadisce di aver trattato la legge «a disegno» prima di passare alla ripartizione del profitto (o plusvalore) tra i vari tipi sociali, perché la legge è vera indipendentemente da tale ripartizione. È quindi vera anche quando è lo Stato a fare da proprietario, banchiere ed imprenditore.

La legge fonda sul processo storico generale, da nessuno negato, da tutti apologizzare tu, che con l’applicazione al lavoro manuale di sempre più complessi strumenti, utensili, macchine, dispositivi, risorse tecniche e scientifiche molteplici, ne cresce in modo incessante la produttività. Per una certa massa di prodotti, occorrono sempre meno operai. Il capitale che si è dovuto mettere fuori, investire, per avere tra le mani quella data massa di prodotti, cambia di continuo ciò che Marx dice la composizione organica: contiene sempre più capitale materie, e sempre meno capitale salari. Bastano pochi operai a dare un enorme «aggiunta di valore» alle materie lavorate, in quanto molte ne possono lavorare, rispetto al passato. Anche questo è concorde. Ed allora? Anche ammesso che il capitale come spesso avviene (ma non è necessaria legge marxista come per il rivoluzionario da operetta) aumenta lo sfruttamento, aumenti il saggio del plusvalore, pagando meno gli operai, il plusvalore e profitto ritratto aumenterà, ma dato il molto maggiore aumento della massa di materie comprate e lavorate traverso quel solo impiego di manodopera, il tasso di profitto scenderà sempre, in quanto il tasso è dato dal rapporto del profitto, cresciuto alquanto, a tutta l’anticipazione per salari e materie, cresciuta, per la seconda partita, enormemente.

Il capitale cerca il massimo profitto? Ma certamente, lo cerca e lo trova, ma non può impedire che intanto il tasso di profitto scenda. La massa del profitto aumenta, poiché la popolazione è di più, il proletariato di più ancora, le materie lavorate sempre più imponenti, la massa della produzione sempre più grandi. Capitali piccoli divisi tra moltissimi all’inizio investiti a buon tasso, all’arrivo capitali grandissimi, divisi tra pochissimi (e qui l’effetto della concentrazione parallela all’accumulazione) investiti sì a tasso di sceso, ma col risultato dell’incessante ascesa del capitale sociale, del profitto sociale, del capitale e profitto medio aziendale, fino ad altezze vertiginose.

Quindi nessuna contraddizione alla legge di Marx sulla discesa del tasso, che potrebbe essere fermata solo da una diminuita produttività del lavoro, da una degenerata composizione organica del capitale, cose contro cui Stalin era con la più pesante artiglieria, cose sul terreno delle quali mira disperatamente a superare l’avversario.

OTTOCENTO E NOVECENTO

Nel numero scorso di questo foglio sono apparsi alcune sopra e cifre di fonte capitalistica sull’economia americana. Prendiamone la conferma dalla legge stabilita da Marx e negata da Stalin. Nel 1848, dice la statistica, a nascere del capitalismo industriale negli stati uniti, su 1000 di valore che veniva, nella produzione, aggiunto il valore del lavorato quando era grezzo, andava per 510 agli operai come salari e stipendi, per 490 ai padroni come profitto. Evitando dettagli sui lavori, spese generali ecc., le due cifre danno proprio capitale variabile plus valore; il loro rapporto, un saggio del plusvalore, è il 95 per cento.

Quale sarà stato al modo di ragionare di borghesi il tasso di profitto? Dovremmo conoscere il valore delle materie trasformate. Non possiamo che supportalo, ponendo che in una industria bambina ogni operaio mediamente trasformi un valore circa quadruplo della paga. La materia rappresenterà 2000 contro 510 di paghe e 490 di lucri. Spesa totale di produzione 2510. Tasso di profitto alto: 19,6%. Notate tuttavia che sempre al di sotto del saggio del plus valore. Dopo il grande ciclo di allucinante ascesa, nel 1929, su 1000 di valore aggiunto al prodotto gli operai non ricevevano più che 362, e 648 i capitalisti. (Non cominciate ad equivocare: fino al venerdì nero le paghe erano salite e il tenore di vita operaio salito fortemente, ciò non contraddice). Ecco che il saggio del plus valore o di sfruttamento è aumentato fortemente: dal 95 al 180%. (Se dopo avere usurato per una vita le corde vocali c’è ancora chi non capisce che si è sfruttati di più pure avendo più soldi e mangiando meglio, vado a letto: egli non capisce l’effetto della cresciuta produttività della forza lavoro che sta nella carcassa dell’operaio e finisce nella borsa del cornutissimo borghese).

Cerchiamo ora di valutare tutta la produzione. Ammetto (con la certezza che chi ha un poco di familiarità di costruire sintesi garantisce di essere sempre prudente contro la sua tesi, a favore di qualche spaccator i peli in

quindici che si spassi a controllare) che si sia decuplicata la possibilità di lavorazione di materie, grazie ai macchinari, a parità di impiego di manodopera, dal 1848 al 1929. E allora se con 362 dati ai lavoratori invece di 510 le 2000 di materie sarebbero scese a 1440, ecco che salgono invece a 14.000. Con la spesa totale investita in lire 14.762 il lucro noto di 648, è il 4,2 per cento. Ecco la discesa del saggio di profitto. Non fate solo di cappello a Marx, evitate di trarre il fazzoletto per asciugare le lacrime i capitalisti di Uncle Sam! Avrete capito che cercavamo i tassi non le masse. Per farci un’idea delle cifre globali della produzione, sia pure non con il valore effettivo ma con rapporto figurato tra le due epoche, noteremo che i due blocchi che per il 1848 danno il prodotto lordo 3000 e per il 1929 il lordo 15.400 si riferiscono a gruppi non dissimili molto per numero di produttori. Ma nell’ottantennio la popolazione operaia è almeno decuplicata, per andar sempre con cifre tonde, e quindi il prodotto totale può ben valutarsi 154.000, circa 50 volte il 1848. Sebbene il tasso del profitto padronale sia calato il 4% medio, la massa del profitto risulta passata da 490 6840: tredici volte tanto. È ben sicuro che le nostre cifre sono troppo moderate, l’essenziale era ribattere che il capitalismo americano ha ubbidito alla legge del tasso ed ha fatto la corsa al massimo profitto. Stalin non può scoprirgli nuove leggi. Né abbiamo portato in conto la concentrazione; diamo a questa un indice dieci e il profitto medio dell’impresa americana si sarà (come massa) moltiplicato per 130. Ecco la corsa alla crisi, ecco le conferme a Marx.

Ci concederemo un altro calcolo anche più ipotetico. La classe operaia di America prende il potere con una situazione tipo 1929; ripetiamo: 14400 materie in lavoro, 362 manodopera, 648 benefici, 15.400 prodotto totale.

E allora gli operai leggono Marx e usano «la forza produttiva cresciuta dal capitale con la semplice riduzione del lavoro vivente». Un decreto del comitato rivoluzionario schiaccio la produzione a 10 mila (dove tagliare … vedremo allora, pensate solo che non faremo più elezioni presidenziali o altre …). Su questo lotto il lavoratore si contenterà di aggiungere i suoi 362 di salario non già tutto il profitto (che lordo di tasse e servizi generali) ma ben poco, per ora, e lo portiamo al 500. Per la ritenuta generale di conservazione degli impianti pubblici e di amministrazione statale addirittura preleviamo più di 648 dei cessati capitalisti, ma 700. Fatto il conto sono solo 8800 materia da lavorare al posto di 14.400 e se il numero di operai e quello, la giornata di ognuno cala al 62% e circa da 8 a cinque 5 ore. Un bel primo passo. Se calcolassimo la remunerazione oraria vedremo di averla alzata del 120%: da 45 a 100.

Non sarebbe ancora il socialismo. Ma mentre Stalin dove vede nel socialismo una legge nuova pretende di identificarla con quella capitalista, che con l’aumentata produttività del lavoro cresca la produzione, noi ci opponiamo la legge inversa: con l’aumentata produttività del lavoro diminuiscono sforzo, e la produzione o resti costante, o, dopo averne stroncato grani capitalistici di tosco e di sangue, prenda a ricrescere per dolci curva, con umana armonia.

Finché l’appello allo sforzo frenetico di produrre echeggia, esso non può avere altro senso che quello della resistenza esasperata alla legge marxista del tasso. Perché il tasso possa scendere, ma non cominci a scendere anche la massa del plusvalore e del profitto, si lavori di più, si produca di più, e se data la loro remunerazione i lavoratori interni non sarebbero acquirenti prevedibili del sopraprodotto, si trovi modo di esportare conquistando i mercati di fuori al nostro consumo. Questo il girone di inferno dello imperialismo, che nella guerra ha trovato la sua soluzione inevitabile, e nella ricostruzione di tutto una secolare attrezzatura umana distrutta la via di uscita contro la crisi suprema.

Tutte queste stesse vie sono seguite da Stalin: ricostruzione delle parti devastate, costruzione prima dell’arredamento capitalista in paesi immensi, ed oggi marcia verso i mercati. Tale marcia, da chiunque intrapresa, si fa per due vie: basso costo di produzione-guerra.

Chiuderemo questa esposizione della basilare legge di Marx con una nuova enunciazione del capitalismo che gli pone in Appendice – e che come sempre vale di programma sociale comunista (fine Cap. XV, libro III).

«Tre fatti principali della produzione capitalista:

1. Concentrazione dei mezzi di produzione tra le mani di alcuni individui. Tali mezzi di produzione cioè sono così di apparire come proprietà del produttore immediato, e si trasformano in potenza sociali della produzione. Dapprima tali potenze sono, egli è vero, proprietà privata dei capitalisti che ne intascano tutti benefici.

Di poi … Marx non lo scrive, ma vuol dire che tali figure personali secondarie possono sparire, e il Capitale resta Potenza Sociale.

«2. Organizzazione del lavoro come lavoro sociale, a mezzo della cooperazione (lavoro associato), della divisione del lavoro, e del legame tra lavoro e scienza della natura.

In tali due sensi il modo di produzione capitalista, sopprime, sebbene sotto forme diverse, la proprietà privata, e il lavoro privato.

3. Formazione del mercato mondiale».

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Come di norma il Filo ha condotto dove doveva condurre. Sappia il lettore che la giornata non è trascorsa, ma solo giunta al mezzodì. Antimeriggio forse duro, pesante, da sinfonia vagneriana.

Sarà il pomeriggio di chiusura un più facile canto sul cammino aspro? Forse «L’aprés-midi d’un faune»? il Fauno non potrebbe che avere le forme greggie e le minacciose movenze del sanguigno Marte.

Il compito del Partito di classe

Il partito proletario, in Italia come in tutto il mondo, deve distinguersi dalla congerie di tutti gli altri movimenti politici e, meglio, pseudo-partiti di oggi, nella fondamentale impostazione storica, per l’originale valutazione dell’antitesi tra fascismo e democrazia come tipi di organizzazione del mondo moderno. Il movimento comunista alla sua origine (circa cento anni addietro) doveva e poteva, per accelerare ogni moto contro le condizioni sociali esistenti, ammettere l’alleanza coi partiti democratici, perché essi allora avevano un compito storico rivoluzionario. Oggi tale compito è da lungo tempo esaurito e quegli stessi partiti hanno una funzione contro-rivoluzionaria. Il comunismo, malgrado le sconfitte del proletariato in battaglie decisive, ha compiuto come movimento passi giganteschi.

La sua caratteristica di oggi è di avere storicamente rotta e denunziata, da quando il capitalismo è diventato imperialistico, da quando la Prima Guerra Mondiale ha rivelato la funzione anti-rivoluzionaria di democratici e socialdemocratici, ogni politica di azione parallela anche transitoria con le democrazie. Nella situazione succeduta a questa crisi, il comunismo o si ritirerà dalla storia, inghiottito nelle sabbie mobili della democrazia progressiva, o agirà e combatterà da solo.

Nella tattica politica, il partito proletario rivoluzionario, in Italia come in tutto il mondo, risorgerà solo in quanto si distinguerà da tutti gli altri e soprattutto dal falso comunismo che si richiama al regime di Mosca di oggi, per avere spietatamente svelato il disfattismo di tutte le pretese manovre di penetrazione e di aggiramento presentate come transitoria adesione ad obiettivi comuni ad altri partiti e movimenti, e giustificate col promettere in segreto o nella cerchia interna degli aderenti che tale manovra serve solo ad indebolire ed irretire l’avversario per rompere ad un certo momento le intese e le alleanze, passando all’offensiva di classe. Tale metodo si è dimostrato suscettibile di condurre al disfacimento del partito rivoluzionario, alla incapacità della classe operaia di lottare per i suoi propri fini, al disperdimento delle sue migliori energie nell’assicurare risultati e conquiste che avvantaggiano solo i suoi nemici.

Come nel Manifesto di un secolo fa, i comunisti disdegnano di nascondere i loro principii ed i loro scopi, e dichiarano apertamente che il loro scopo non potrà essere raggiunto che con la caduta violenta di tutti gli ordinamenti sociali finora esistiti. Nel quadro della presente storia mondiale, se per avventura una residua funzione competesse a gruppi borghesi democratici per la parziale ed eventuale sopravvivenza di esigenze di liberazione nazionale, di liquidazione di isolotti arretrati di feudalesimo, e di simili relitti della storia, tale compito sarebbe svolto in maniera più decisa e conclusiva, per dare luogo all’ulteriore ciclo della crisi borghese, non con un accomodamento passivo ed abdicante del movimento comunista a quei postulati non suoi, ma in virtù di una implacabile sferzante opposizione dei proletari comunisti alla inguaribile fiacchezza ed infingardaggine dei gruppi piccolo-borghesi e dei partiti borghesi di sinistra.

In corrispondenza a queste direttive, che hanno validità completa in tutto il campo mondiale, un movimento comunista in Italia deve significare, nella paurosa situazione di dissolvimento di tutte le inquadrature sociali e di tutti gli orientamenti dottrinali e pratici di classi e partiti, un violento richiamo alla spietata chiarificazione della situazione. Fascisti ed antifascisti, monarchici e repubblicani, liberali e socialisti, democratici e cattolici, che di ora in ora più si isteriliscono in dibattiti vuoti di ogni senso teorico, in rivalità spregevoli, in manovre e mercati ripugnanti, dovrebbero ricevere una sfida spietata, che costringesse tutti a denudare le posizioni reali degli interessi di classe, nazionali e stranieri, che di fatto rispecchiano, e ad espletare, se per avventura lo avessero, il loro compito storico.

Se, nella disgregazione e nella frammentazione di tutti gli interessi collettivi e di gruppi, è ancora possibile in Italia una nuova cristallizzazione di aperte forze politiche combattenti, il risorgere del partito proletario rivoluzionario potrà determinare una situazione nuova.

Quando questo movimento, che sarà il solo a proclamare i suoi fini massimi di classe, il suo totalitarismo di partito, la crudezza dei limiti che lo separano dagli altri, avrà messo la bussola politica nella direzione del Nord rivoluzionario, tutti gli altri saranno cimentati a confessare la loro lotta.

La battaglia politica potrà essere schiodata dalle influenze delle mascherature retoriche e demagogiche, liberata dall’infezione del professionismo affaristico politicante, da cui nella sua storia è stata progressivamente affetta la classe dominante italiana.

Se questo patologico dissolvimento fu denunciato come acuto durante il periodo fascista, oggi le masse proletarie constatano ogni giorno meglio del precedente, che nessuno ha arrestato né invertito quel processo, che esso anzi continua inesorabile malgrado la vantata profilassi dei ciarlatani della democrazia, e sentono che sarà chiuso soltanto dalla radicale chirurgia della rivoluzione.

Dalla Piattaforma politica del PC Internazionalista, 1945.