Se di qualcosa dobbiamo ringraziare maggioranza e minoranza parlamentari nella loro tutt’altro che epica battaglia per i posti nel futuro consesso, è di aver dato al pubblico un’immagine ancora più chiara della commedia oscena in cui si risolvono gli eterni principi della democrazia. Nel gioco a scaricabarile attraverso il quale ognuna delle parti ha cercato di accusare l’altra di truffa e di lavare se stessa di ogni colpa, esse hanno, certo involontariamente, mostrato in luce meridiana di muoversi nell’ambito di un solo e comune imbroglio. Dalla singolar tenzone è uscita pesta non l’opposizione, non la maggioranza, ma tutta la classe dominante. Sia lodato Palazzo Madama!
Che, invero, sia truffaldina la legge con la quale una maggioranza spalleggiata da forze internazionali ha voluto assicurarsi contro i rischi del calcolo aritmetico, fingendo di credere che il destino dei regimi si giochi nelle calcolatrici elettroniche e nel «segreto dell’urne» invece che in rapporti di forza abbraccianti tutto il mondo e traducibili non in schede ma in corazzate e aerei e attrezzature produttive, ci vuol molto poco a capirlo. Ma che cos’ha fatto l’opposizione cosiddetta operaia e di sinistra se non accreditare presso la classe proletaria la convinzione non meno truffaldina che, ricondotto alla sua purezza, il voto riflette come la fotografia più fedele gli interessi, le aspirazioni profonde e le posizioni di forza dei lavoratori, che di fronte all’urna ― come di fronte al tribunale ― proletario e borghese sono uguali, che esiste una legge che non sia espressione delle esigenze di dominio e di sfruttamento della classe dominante e che la via del potere passa per le sedi elettorali? In verità, come la maggioranza governativa, l’opposizione ha lavorato accanitamente a ribadire nelle menti degli «uomini comuni» che le decisioni storiche si prendono al livello dell’alzata di mano. La truffa è di entrambe; l’imbroglio è comune.
Questa truffa concorde ha ben altre mire che quelle di una soluzione di problemi giuridici e di regolamento, così come la «cruenta» battaglia di palazzo Madama è stata recitata ad uso e consumo di ben altro pubblico che gli habitués delle sedute parlamentari. La truffa è giocata a danno dell’uomo della strada, dell’uomo che sarà presto chiamato a votare ancora. Bara la maggioranza quando pretende di aver salvato insieme con la sua legge, chissà quali tesori minacciati dalla protervia dell’opposizione; bara doppiamente l’opposizione quando fa della propria disperata difesa di un seggiolino più o di un seggiolino meno l’alfa e l’omega delle battaglie proletarie. Questi partiti autoproclamantesi socialisti e comunisti che hanno fatto dello sciopero nella vita quotidiana degli operai non il grido di battaglia di una classe oppressa e che tuttavia sa di avere in pugno il proprio destino, ma il singhiozzo del povero travet timoroso di scombinare l’attività della sua azienda e pronto a rifondere con ore straordinarie i danni delle piccole libertà che ha osato prendersi, questi partiti che nelle aziende singole e nella loro amministrazione collettiva hanno barattato la lotta di classe con la difesa della patria e della produzione, non esitano un minuto a proclamare scioperi per la difesa del proprio diritto ad essere presenti al baraccone delle due assemblee!
E, finita anche questa pagliacciata, bara la maggioranza vantando nel forte numero delle astensioni dallo sciopero la manifestazione di una precisa volontà popolare di difendere i sacri valori della repubblica; bara doppiamente l’opposizione preparandosi ad orchestrare la grancassa elettorale sul motivo dei templi violati della democrazia.
Poiché la battaglia ora chiusa dovrebbe servire, nelle intenzioni di entrambi le parti, a mobilitare le masse dei votanti il 7 giugno, traggano i proletari candidati al voto almeno la piccola lezione ch’essa dà. In definitiva, la maggioranza che si dispone a sciogliere il Senato perché un settore dei padri coscritti ne ha insozzato la vergine purezza e chiede a un falso in aritmetica il riconoscimento della sua superiorità materiale e morale, e la minoranza che minaccia al padre della Costituzione mille volte sbandierata e alle balie asciutte delle leggi «popolari» e del governo le sanzioni del Codice penale, hanno dato all’elettore un quadro relativamente fedele di se stessi, e della democrazia di cui sono stati, sono e saranno i ben pasciuti apostoli. La patria è in pericolo gridano entrambi: in pericolo è, in realtà, soltanto la professione di qualche giullare. L’elettore sa che, il 7 giugno. è chiamato ad eleggere la troupe del più gran baraccone da fiera che la «storia nazionale» abbia mai prodotto.
Grande scandalo, [parola illeggibile] noi, per la visita di Tito in Inghilterra e per l’esibizione di stretta amicizia che i governanti britannici hanno organizzato durante il fausto evento. Qualcuno ha sorriso o si è meravigliato dell’idillio fra conservatori e « comunisti »; ma Tito non è comunista, seppur dice di esserlo. Altri ha parlato, ancora una volta, di perfida Albione.
E tuttavia, che c’è di nuovo? In tutto il corso della II guerra mondiale, l’Inghilterra ha puntato sulla carta jugoslava, ed è arcinoto che Churchill preferì aiutare la gallina Tito, nonostante le presunzioni di profonde differenze ideologiche, piuttosto che il problematico uovo di re Pietro. Altrettanto noto è che la « strategia » britannica nel 1943-45 fece perno appunto sull’utilizzazione del trampolino italiano per una penetrazione nei Balcani, e che lo Stato Maggiore di Churchill insistette invano perché la guerra nella penisola fosse considerata solo come preludio ad una saldatura tra eserciti occidentali e guerriglieri titisti.
Questa direttiva rispondeva a linee d’interesse e di forza permanenti nella politica britannica, quelle stesse linee che avevano suggerito nella prima guerra mondiale l’impresa di Gallipoli, che nella seconda hanno spinto all’occupazione – militare prima, politica poi – della Grecia e al corteggiamento della Turchia, e che fanno dell’Italia, per Londra, un semplice punto di appoggio verso altri orizzonti.
Staccatosi Tito dal Cominform, era ovvio che la pedina jugoslava facesse gola all’Inghilterra, in parte d’accordo in parte in concorrenza con l’America, e assumesse valore ben più tangibile della pedina italica. Sulla bilancia dei « servizi », lo Stato italiano vale meno di quello jugoslavo: è questione di rapporti di forza, e non c’è barba di uomo di Stato che possa cambiarla.
Semmai, bisognerebbe dire: Lo sapevate fin dal principio; e aggiungere: Anche sapendolo, non potevate far diverso, perché siete semplici carte in un gioco condotto dai grandi e, non potendo (e non desiderando) altro che servire, dovete stare agli ordini del padrone. Inutile, per la borghesia italiana, piangere sul latte versato. Tanto più che, bene o male (e prestigio a parte), ci vive sopra.
La stampa d’informazione pubblica ora i dati complessivi del commercio estero degli Stati Uniti, confrontandoli con quelli relativi agli anni dell’anteguerra. Li riportiamo testualmente:
Anno 1952: le esportazioni sono ammontate a 14 miliardi e 865 milioni di dollari, e le importazioni a 10 miliardi 534 milioni di dollari, con un saldo attivo di 4 miliardi 331 milioni di dollari.
L’incremento delle esportazioni americane è coinciso con lo scoppio e lo sviluppo della guerra coreana. Ogni anno di guerra ha segnato un aumento dell’eccedenza attiva della bilancia commerciale americana, che ha registrato le successioni seguenti:
Anno 1950: 1416 milioni di dollari.
Anno 1951: 4056 milioni di dollari.
Anno 1952: 4331 milioni di dollari.
Se poi si confrontano i dati del periodo post-bellico e della guerra coreana con quelli dell’anteguerra, appare ancora più evidente la funzione di potente stimolo della produzione capitalista, e quindi di rafforzamento del capitale, che svolge la guerra imperialista. Nel triennio 1935-38, secondo la fonte che utilizziamo, la media annua delle esportazioni americane era stata di 2964 milioni di dollari e la media delle importazioni 2484 milioni di dollari, con un saldo attivo di soli 480 milioni di dollari.
Ma le guerre non servono solo a sgombrare il terreno al mai interrotto processo di concentrazione del capitale, su cui poggia la potenza dei centri mondiali dell’imperialismo. Conseguentemente all’inaudito espandersi della produzione e del commercio degli Stati Uniti, che dovevano fungere durante il secondo massacro mondiale da arsenale e dispensa dei popoli «combattenti per la libertà», e alle cui fonti di armi e di scatolette tutti i Governi del blocco cosiddetto antifascista attinsero, copiosamente, non esclusi i mangiamericani del Cremlino, doveva corrispondere il degradamento economico dei paesi dell’Occidente Europeo. L’incremento di nove volte dell’eccedenza attiva della bilancia commerciale americana corrisponde infatti a gravi insanabili deficit nelle bilance commerciali degli Stati Occidentali. Questi hanno bisogno di acquistare merci dagli Stati Uniti, ma non posseggono i mezzi finanziari (dollari) per pagarle. Si è assistito perciò, negli scorsi anni, al «controsenso economico» delle sovvenzioni in dollari concesse dagli Stati Uniti agli Stati dell’Europa Occidentale, tramite il Piano Marshall, i prestiti, il M.S.A., le commesse. L’unico mezzo possibile, in tempo di pace, per l’abolizione delle condizioni di asservimento economico dell’Occidente europeo è dato dalla vendita di merci europee sul mercato americano, ma ciò equivale a volere l’impossibile, dato che il consumo di prodotti europei porterebbe alla chiusura o all’indebolimento delle ditte americane produttrici di merci similari.
Il capitalismo non fa che applicare a mali incurabili rimedi temporanei che riescono solo a dilazionare nel tempo gli inevitabili conflitti sul terreno politico e militare. Le stesse cause che provocarono la supremazia americana nel mondo, preparano la rivolta contro l’America. Al punto cui è arrivata l’evoluzione storica due vie sono possibili: o essa sarà capitanata da Stati concorrenti, quali potrebbero essere la Russia o l’Inghilterra, o da ambedue coalizzate, o l’una essendo l’alleato «quisling» dell’altra (ogni previsione sicura in tale campo è oggi impossibile) ed allora si ripeterà ancora una volta la guerra imperialista per una nuova spartizione del mondo. Oppure la rivolta contro l’oppressione e lo sfruttamento sociale esercitato e garantito dal centro imperialista mondiale di Washington sarà guidata dal proletariato rivoluzionario, il cui campo di alleanza è limitato esclusivamente ai popoli coloniali lottanti per la liberazione dall’imperialismo bianco, e solo in questo caso si tratterà di una lotta per l’effettiva distruzione del baluardo reazionario rappresentato dall’imperialismo di Wall Street.
La strapotenza economica dell’America non è opera dei soli Americani: vi hanno contribuito due guerre mondiali che sono costate un centinaio di milioni di morti appartenenti a tutte le razze della Terra. Nulla può, contro tale irrefutabile dato di fatto, la propaganda sciovinista sotto veste umanitaria della stampa dei capitalisti americani. Sarà dunque l’America, sottratta al dominio del capitalismo e controllata dal proletariato mondiale, a costituire il centro motore della produzione socialista mondiale. I prodotti dell’industria americana sono necessari al mondo, ma il mondo non possiede i mezzi di pagamento necessari. Il commercio e il denaro su cui si fonda la stessa potenza capitalistica vi si oppongono. Solo la rivoluzione proletaria, che cancellerà il mercantilismo e il dominio dell’oro, potrà spezzare l’assurda camicia di forza che l’imperialismo americano impone alle forze produttive, convogliandole verso il baratro della guerra.
A quanto pare, la presidenza del Senato non è di quelle nate, sotto una buona stella: chi ci arriva, o muore o si dimette. Ma, in questa giostra che va da Bonomi a De Nicola e a Paratore per finire con Ruini, la democrazia ha sempre modo di riaffermare i suoi « valori »: i prescelti sono i santi padri della repubblica democratica, i ponzatori delle sue leggi costituzionali, le sentinelle del diritto e dell’inviolabilità della legge. Ad ogni cambio della guardia, il discorso d’insediamento batte sulla « fede del popolo italiano nell’istituto parlamentare » (quando troppo se ne parla, segno è che non ci si crede affatto) e sulle virtù democratiche dell’insediato: è una buona occasione per batter la grancassa.
Meuccio Ruini ha tenuto a battesimo la costituzione della repubblica italiana: come questa ha promesso lavoro a tutti i cittadini (!), che cosa non può promettere il neo-presidente?
Andati a Washington (il pellegrinaggio alla Mecca d’Occidente è di rito per i vassalli, come quello alla Mecca d’Oriente per gli « uomini più amati » del rispettivo paese), Meyer e Bidault ne hanno riportato almeno un alloro (a parte la platonica laurea honoris causa assegnata alla « France éternelle »): la dichiarazione che la guerra in Indocina non è più una guerra coloniale, ma è divenuta d’interesse comune per tutto il « mondo libero ». Siamo dunque avvertiti: Syngman Rhee passa la metà del suo bastone di maresciallo a Bao Dai, e tutti e due proteggono la cristianissima civiltà di occidente. Quanto ad Ike, che si riprometteva di rimandare a casa « i suoi ragazzi », li dirotterà verso l’Indocina dopo aver perso altro terreno nella Corea che aveva semipromesso di « far fuori » nel giro di qualche fulmineo mese. La ruota delle guerre localizzate non si arresta mai…
Nello sconcio vezzo servile che comanda a federazioni e sezioni dei partiti pseudo-proletari di salutare l’onomastico di questo o quel « Capo amato » come la ricorrenza dell’arrivo del Messia c’è almeno questo di buono: che fa dire la verità. Abbiamo, per esempio, letto del sessantenne Palmiro Togliatti:
« campione della democrazia e della libertà nazionale ». Poiché democrazia e patria sono l’inverso di dittatura del proletariato e di internazionalismo operaio, siamo una volta tanto d’accordo: completeremo il manifesto con la necessaria aggiunta: « nemico acerrimo del socialismo ».
Con grandi sospiri di sollievo la stampa a grande tiratura salutò, nei giorni scorsi, i passi avanti compiuti dalla federazione europea in seguito alla decisione inglese di riaprire all’importazione alcune voci doganali interessanti fra l’altro l’agricoltura italiana.
Ma si sa come vanno a finire queste liete novelle: passato il can-can del primo annuncio, si scopre che il senso della notizia era l’opposto o, quanto meno, una sua sostanziale attenuazione. È così trapelato che l’Inghilterra abolisce o allenta alcune restrizioni solo perché il rifluire dell’ondata inflazionistica le garantisce che il pubblico non acquisterà le merci « liberalizzate ». In altre parole – ed è il sommo luminare dell’economia Bresciani-Turroni ad avvertirci -, si apre la porta a chi si è sicuri che non entrerà: gli esportatori agricoli italiani si ripagheranno dei mancati affari con le gioie spirituali (ma non è lo Spirito, primo di tutto, che conta?) della liberalizzazione lamalfiana…
Dal giorno che Malenkov ha assunto al Cremlino l’eredità di Stalin, è tutta una gragnuola di « prospettive di pace », e, in Corea come in Germania e nel palazzo di cristallo dell’U.N.O., gli schieramenti di guerra sembrano affrontarsi con le armi al piede, pronti – si direbbe – a smobilitare.
Ed è ben possibile che un regime di armistizio internazionale s’inauguri, punteggiato di guerriglie e colpi di mano, e che i due centri mondiali dell’imperialismo si accordino per uno sfruttamento congiunto e « pacifico » del mondo ma che non escluda, ai margini e nei debiti intervalli, lo sfogo di periodici massacri di uomini e di cose. In definitiva, che cos’è stato il dopoguerra, con variazioni in più e in meno, se non appunto questo?
Il dosaggio degli scontri militari e degli abbracci politici non obbedisce ad atti di volontà o a imperativi della coscienza di singoli, ma agli interessi obiettivi e ai rapporti di forza maturati nel sottosuolo dell’economia capitalistica. Non avrebbe senso distruggere se ciò non servisse di frusta alla ricostruzione; ma la ricostruzione genera problemi che solo ridistruggendo si possono temporaneamente risolvere. Comunque approdino le « mosse di pace », resta dunque ben fermo che si tratta di una tregua d’armi, di una battuta d’arresto nel ciclo infernale dell’imperialismo, di una sosta per raccogliere le forze e balzare di nuovo all’attacco. Da questo ciclo non si esce, in regime borghese; anzi, più ci si rappacifica, più aumenta la carica esplosiva del futuro sgozzarsi. Il premio capitalista della pace va agli incubatori della guerra.
Una volta si diceva che il ridicolo uccide; oggi si dovrebbe dire che il ridicolo allunga la vita. I due ministri francesi che, imbarcandosi per l’America in cerca di aiuti militari in Indocina e di soddisfazioni di prestigio in Europa, fanno perquisire sedi sindacali e arrestare organizzatori stalinisti, non credevano certo seriamente che misteriosi complotti mettessero in forse l’esistenza – stentata, per la verità – della IV Repubblica. Sapevano che gli stalinisti sono il baluardo della legge e le vestali del parlamento, e che singhiozzano, anche negli scioperi, ma non mordono. E tuttavia, hanno dovuto scegliere il ridicolo della persecuzione a vuoto, come moneta di scambio nelle trattative con Washington.
Ne risulta che, passato sulla memoria lo spolverino di qualche settimana, del tenebroso complotto non si parlerà più. Devono esserne convinti gli stessi « perseguitati », – loro, anzi, prima di chiunque – se non hanno reagito all’offensiva nemmeno con uno straccetto di manifestazione al cronometro. Segno di debolezza? Tanto quanto la mossa governativa. Coscientemente o no, i due « avversari » servono le esigenze di un gioco comune: sono i pagliacci nazionali e locali delle Corti mondiali d’Occidente e di Oriente. Si scambiano botte, ma sono botte di cartapesta. Alla classe dominante occidentale lo stalinismo è necessario: sono i « circenses » che condiscono il pane asciutto delle grandi masse. Guai se, un giorno, cessassero di svolgere la loro funzione.
Tornati carichi di doni e di allori, i due ministri potranno dare al mondo un esempio di longanimità, e archiviare il gesto della vigilia. Le farse hanno sempre due atti: uno tragico ed uno comico. Ed è al secondo che cala il sipario.
La situazione dei lavoratori di Piombino, sulla quale ci siamo lungamente intrattenuti nei numeri precedenti, va peggiorando di giorno in giorno: altri 150 operai della Magona sono stati licenziati ma continuano a recarsi al lavoro; l’Ilva ha fermato il nuovo forno col pretesto della crisi e degli scioperi a singhiozzo; corre voce che ordinazioni siano state dirottate su altri stabilimenti.
Situazione analoga nelle Acciaierie Terni e nei cantieri di Sestri Ponente. La repubblica è… fondata sul lavoro.
All’assemblea degli azionisti della società Montecatini, tenuta a Milano il 18 marzo u.s. si verificava un fatto « nuovo ». L’ing. Mazzini, presidente del Consiglio di Amministrazione, chiudeva la sua relazione con una presa di posizione polemica di carattere politico, condannando la proposta di legge presentata da alcuni deputati social-stalinisti al Parlamento, per la nazionalizzazione della Montecatini. Sino a quel momento, il ruolo di contraddittore di parte padronale era toccato, nella singolare tenzone tra privatisti e statalisti, alla stampa foraggiata appunto dalle Società industriali e dalla Confindustria. Il diretto intervento del presidente della Montecatini nella controversia doveva far venire il cardiopalma (per eccesso di gioia) al Politburo uno e bino che dirige l’orchestra social-stalinista. Costoro vanno a caccia di attestazioni di socialismo. Quale migliore occasione che la presa di posizione del Consiglio di Amministrazione della Montecatini, per sbandierare agli occhi delle masse il carattere e le finalità anticapitalistiche e para-socialistiche della strombazzata ipotetica nazionalizzazione del vasto complesso monopolistico? « La Confindustria intera è compattamente contro di noi! ». Ecco il grido di guerra del tradimento stalinista. Ma i riformisti sarebbero quei traditori che sono, se non fossero accreditati presso le masse dalle manifestazioni di odio della incarnazione attuale della classe dominante?
Che i padreterni del Consiglio di Amministrazione e i grandi azionisti della Montecatini si ribellino violentemente al solo parlare di nazionalizzazione, è un fatto insieme reale e comprensibile. Ma che proprio per le reazioni più o meno scomposte di codesti sfruttatori, degli azionisti che si minaccia di espropriare e degli amministratori cui si prepara l’espulsione dai posti di comando, si debba considerare la nazionalizzazione come un’arma contro il capitalismo, ciò – lo stiamo ripetendo da anni – costituisce o un marchiano errore di illusi oppure cosciente disfattismo controrivoluzionario, tentativo di passaggio nella piratesca classe degli affari che si mostra di combattere. Stanno a provarlo le induzioni che a rigore possono farsi in proposito.
Due sono le maniere di procedere alla statizzazione o nazionalizzazione delle imprese:
1) RISCATTO. Lo Stato rileva il pacchetto azionario della Società destinata alla nazionalizzazione, pagando un indennizzo agli azionisti. Nel caso della Montecatini, esistono 120 milioni di azioni del valore nominale di L. 700 ciascuna: il loro corso in Borsa si aggira sulle lire 1300 l’una. Se si prendesse a base della fissazione dell’indennizzo il valore nominale delle azioni, lo Stato dovrebbe pagare la somma di 84 miliardi di lire, esattamente quanto cifra, a seguito degli aumenti di capitale approvati nell’assemblea del 18 marzo c.a., il capitale sociale della Società. Non conosciamo il progetto di legge per la nazionalizzazione della Montecatini presentato dai deputati social-stalinisti, ma sappiamo che l’altro progetto di legge per la nazionalizzazione dell’industria siderurgica e meccanica, presentato da deputati social-comunisti prevedeva la corresponsione dell’indennizzo agli azionisti sulla base delle quotazioni recenti dei titoli alla Borsa valori. Se i furiosi nemici della proprietà privata hanno riservato uguale trattamento agli azionisti della Montecatini, allora questi dovrebbero essere rimborsati, ammesso che la legge di nazionalizzazione fosse approvata dal Parlamento, in base al valore commerciale dei loro titoli. In tale caso, per quanto detto sopra, lo Stato dovrebbe sborsare la somma di L. 156 miliardi di lire.
In simili casi, lo Stato si limita a tramutare le azioni in obbligazioni, ai cui possessori paga annualmente un interesse. Se, come già proposto dai deputati social-comunisti per le modalità di pagamento dell’indennizzo agli azionisti espropriandi delle società siderurgiche e meccaniche, il tasso dell’interesse annuo pagato agli azionisti della Montecatini felicemente nazionalizzata fosse fissato al 5 per cento, allora l’utile oggi registrato nel bilancio della Società, a parte gli eventuali aumenti, servirebbe per una buona metà o tutto intero proprio al pagamento annuale degli indennizzi. Infatti, se la espropriazione venisse operata tenendo conto del valore nominale delle azioni (84 miliardi) l’interesse annuo ammonterebbe a oltre 4 miliardi di lire. Ma, poiché i social-stalinisti sono così generosi da concedere ai poveri azionisti da espropriare di farsi rimborsare in base al valore commerciale dei loro titoli (156 miliardi di lire), l’interesse annuo pagato agli azionisti trasformati in creditori si aggirerebbe sugli 8 miliardi.
Orbene, a quanto assomma l’utile dell’esercizio al 31 dicembre 1953 della Montecatini? A un po’ meno appunto di 8 miliardi di lire. Dunque se la nazionalizzata Montecatini, meglio dire il Consiglio di Amministrazione della nazionalizzata Montecatini, spartisse agli ex azionisti lo stesso utile che elargisce oggi come privata impresa, perché mai, qualcuno potrebbe domandare, l’ing. Mazzini, a nome dell’attuale Consiglio di Amministrazione, eleva così alte strida di raccapriccio e di odio al fantasma della nazionalizzazione? Evidentemente non solo dall’utile denunciato nel bilancio ufficiale, valido solo per i piccoli azionisti e pei gonzi, gli oligarchi onnipotenti del Consiglio di Amministrazione, i maneggioni, i mediatori procaccianti parlamentari, [parola illeggibile] che da essi prendono [parola illeggibile] staccano le maggiori fette di profitto destinate alle loro tasche. Un momento, e ci vedremo chiaro. Ora passiamo al secondo caso:
2) CONFISCA. Lo Stato avoca a sé la proprietà del patrimonio e del capitale sociale dell’impresa considerata, senza corrispondere indennizzi. Nemmeno il più arrabbiato nazionalizzatore che possa albergare nel seno della Direzione di Via Botteghe Oscure, oserebbe proporre una misura così « impopolare » e così scarsamente « tattica ». Ma noi vogliamo ammettere che si riuscisse ad espropriare senza indennità gli azionisti della Montecatini, cioè a tenere lo Stato e, per esso, la Società nazionalizzata, fuori dall’obbligo di corrispondere alcunché agli ex azionisti a titolo di indennizzo. In tale caso, l’utile di esercizio sarebbe interamente incamerato dall’Ente statale. Cesserebbe così lo sfruttamento da parte della Montecatini? Facciamo parlare le cifre, per quanto è possibile, visto che i bilanci delle società capitalistiche sono più impenetrabili che testi della diplomazia segreta.
Dal bilancio ufficiale risulta che il fatturato, cioè la registrazione dei prezzi delle merci vendute dalla Montecatini sorpassa la quota di 120 miliardi di lire (trascuriamo gli ammennicoli delle rimanenti voci). Ciò significa che i consumatori delle merci prodotte e vendute dalla Montecatini (pirite, zolfo, acido solforico, fertilizzanti, ecc.) hanno dovuto sborsare, per ottenerle, appunto quella somma. I teorici delle nazionalizzazioni pretendono che l’abolizione della distribuzione del dividendo determinerebbe un ribasso corrispondente dei prezzi, perciò dicono che l’utile dell’azienda nazionalizzata diventerebbe, per così dire, un dividendo di proprietà nazionale distribuito sotto forma di prezzi ribassati. Da ciò tutte le prediche sull’utilità, sull’interesse nazionale, ecc. Nel caso della Montecatini, si avrebbe, sempre in via di ipotesi, che per lo stesso contingente e valore di merci complessivamente alienate dall’azienda, i consumatori (che poi sono prevalentemente imprese industriali cui i prodotti della Montecatini servono da materie prime) pagherebbero in meno appunto la somma di 8 miliardi di lire che come dicevamo recentemente il Consiglio di Amministrazione ha distribuito agli azionisti sotto forma di utile.
Abbiamo già visto che, essendo certo che il Parlamento voterebbe solo un progetto di legge contemplante, come quello steso dai social-stalinisti, la espropriazione con indennizzi, la somma che oggi rappresenta l’utile di esercizio della Montecatini basterebbe appena per pagare gli interessi obbligazionari dovuti per legge agli ex azionisti. Ma ammettiamo, per ipotesi astratta, che il Governo e la Confindustria si lasciassero trascinare al gran passo della confisca. Facciamo, meglio ripeterlo, un’ipotesi del tutto irreale, dato che le misure di limitazione del diritto di proprietà non vanno, sotto i governi borghesi, oltre la espropriazione per causa di pubblica utilità, che prevede appunto il pagamento di un’indennità allo espropriato. Supponiamo, a rendere più verosimile l’ipotesi, che un governo social-comunista sedesse al posto di quello democristiano, e procedesse alla confisca dei beni dei capitalisti. Ammettiamo pure che, in conseguenza dell’incameramento dell’utile della società, i prezzi dei prodotti dell’azienda diminuiscano del 6 per cento (dato e non concesso che il Consiglio di Amministrazione dell’impresa nazionalizzata non troverebbe il modo di papparsi e far pappare abbondantemente larghe fette del profitto di « proprietà del popolo »). Sarebbero eliminate con ciò le cause obiettive del colossale sfruttamento operato ai danni dei consumatori (in ultima analisi delle masse lavoratrici) dalle oligarchie di affaristi pullulanti attorno al monopolio?
Quando si dice che grosse aliquote dei profitti delle società si « perdono nelle pieghe del bilancio », cioè vengono sottaciute, si intende alludere al fatto, non contabilmente provabile ma non meno effettivo, che il ricavo totale delle vendite di una qualunque società, specie dei monopoli, non corrisponde alle cifre del fatturato, cioè della registrazione di comodo delle vendite rese pubbliche dai Consigli di Amministrazione. Ciò si comprende se si tiene presente che accanto alla compravendita dei prodotti si svolge parallelamente il « mercato delle assegnazioni ». Ciò è particolarmente vero nel caso della Montecatini che monopolizza la produzione delle piriti per il 90 per cento, degli azotati per il 68-70 per cento, dei fosfati e degli anticrittogamici per il 75 per cento, dei coloranti organici per il 90 per cento, e di centinaia di altri prodotti chimici per l’industria per il 75-100 per cento. Questa situazione di monopolio permette agli amministratori di ripartire il mercato nazionale, influenzando la attività di un numero enorme di aziende. In altre parole, la Montecatini detta legge ai consumatori, soprattutto attraverso le organizzazioni commerciali cui vengono assegnate le concessioni di rivendita.
L’ing. Mazzini tentava di giustificarsi adducendo che a fissare i prezzi dei prodotti della Montecatini è delegato il Governo tramite il C.I.P. Ciò è vero. Ma, a parte il fatto che il Governo è strumento della Montecatini, chi controlla i non pubblicabili e non pubblicati accordi che intervengono tra gli amministratori della Montecatini e le bande innumeri di affaristi (con il loro codazzo di mediatori di rango parlamentare e giornalistico) che brigano per ottenere assegnazioni di merci, da rivendere e che solo a suon di quattrini riescono ad accaparrarsele? Nei ricavi ufficiali del bilancio fittizio che appare sui giornali, dopo che è stato ammannito ai piccoli azionisti, dovrebbe comparire, accanto alle cifre del fatturato, una grossa quantità di sopraprofitti. Non compare affatto. Non comparirà neppure nei bilanci delle imprese nazionalizzate. Continuerà però a scorrere nelle tasche degli amministratori elevati al rango di funzionari dello Stato. Queste cose sono note persino alla Pravda, che periodicamente denuncia appropriazioni indebite e saccheggi di « pubblico » denaro da parte degli amministratori delle « aziende socialistiche » made in U.R.S.S. Continuerà inevitabilmente a scorrere fin quando i prodotti dovranno scambiarsi tramite il denaro, cioè fin quando esisterà il commercio, che, se è nato storicamente prima del capitalismo, non potrà esistere dopo il capitalismo.
Allora diventa chiaro il movente della contesa tra privatisti e statalisti; per meglio dire, tra coloro che nel seno dei Consigli di Amministrazione delle aziende private detengono le leve del potere economico da un lato, e le affamate bande di politicanti e di sindacalisti che nulla chiedono di meglio che trasformare se stessi in amministratori e sindaci di aziende nazionalizzate dall’altro. Non a caso è successo che solo dopo la cacciata dal governo tripartito cattolico-socialcomunista, i partitoni pseudo-proletari abbiano mobilitato i teorici del tipo di Sereni o di Pesenti, i deputati alla Pajetta, le illustri firme del sindacalismo aziendista, a battere la grancassa delle nazionalizzazioni. Quando erano al governo, evidentemente non mancavano a codesti signori, « amministratori onesti del capitalismo », congrui posti in organismi economici. Scacciati, tendono disperatamente a ritornarci, ben sapendo che la via per arrivarci comodamente è una: la nazionalizzazione. A coloro che, come noi, pervengono a smascherare il profondo inganno delle nazionalizzazioni, codesti arruffapopoli per conto proprio non sanno rispondere che accusandoli di sostenere la proprietà privata. Eh, no! Nulla può questa accusa contro di noi, giacché siamo i soli a sostenere che la nazionalizzazione porta necessariamente ad accrescere le capacità di rapina e di saccheggio operati dall’affarismo, se insieme con l’espropriazione dei proprietari (che è fatto meramente giuridico) non mira ad estirpare il meccanismo della distribuzione mercantile e monetaria dei prodotti. Nazionalizzazione delle imprese e conservazione del commercio sono un modo di essere del capitalismo. Nazionalizzazione e avvio alla liquidazione del commercio sono, solo essi, l’inizio del passaggio dal capitalismo al socialismo. Inutile dire che il proletariato imboccherà questa strada solo dopo che avrà steso a terra i governi borghesi e i partiti pseudo proletari che ne assicurano la conservazione.
La retorica borghese assegna ad ogni nazione una particolare mentalità e psicologia, un peculiare modo di intendere l’amministrazione dei beni economici e di organizzare le istituzioni sociali. Non tocca certo a noi ripetere le solite melensaggini sul « genio nazionale » di questo o quel « popolo », per cui la politica internazionale viene spacciata come risultante del contraddittorio affrontarsi di Coscienze e di Volontà collettive. Per noi, pur essendo ovvio che le particolarità dell’evoluzione storica degli Stati influenzano conseguentemente la politica e l’ideologia delle classi dominanti, e anche delle classi soggette (ad esempio, la mentalità piccolo borghese della cosiddetta aristocrazia operaia è fenomeno prevalente nei grandi paesi imperialisti sfruttanti milioni di lavoratori delle colonie) in ben diversa sede si pongono le forze motrici della politica internazionale. A dispetto dei feticisti della Volontà creatrice, sul piano della competizione mondiale non esiste libertà cioè facoltà di libera determinazione della politica estera di qualsivoglia potenza. La politica internazionale esprime le ferree necessità del mercato mondiale.
In una recente nota, in vista di corroborare di prove di fatto il nostro assunto, che poi è tradizionale del marxismo, svolgemmo la tesi che i paesi coloniali o semplicemente arretrati esercitano una notevolissima influenza, sia pure passiva sia pure indiretta, sulla politica a raggio mondiale delle grandi concentrazioni di potere statale ed economico dell’Occidente imperialista. Apparentemente, i colossi dell’imperialismo, disponenti di un meccanismo produttivo immenso e della secolare esperienza di governo di una borghesia culturalmente agguerrita, appaiono come obbedienti solo alle proprie determinazioni volontarie. Esiste, invece, una dipendenza dei grandi centri imperialisti d’Occidente dai paesi coloniali o arretrati, specialmente di Asia: la dipendenza economica rappresentata dalla deficienza o assoluta mancanza nei territori metropolitani di determinate preziose materie prime.
Fornimmo, nella precedente nota, alcuni dati in proposito, mostrando ad esempio come gli Stati Uniti, l’Inghilterra, la Germania dipendono dall’Asia e dall’America del Sud per il caucciù (Indonesia, Malesia, Ceylon, Thailandia, Indocina, Borneo britannico, Brasile, Liberia, Nigeria, ecc.); dall’Asia e dall’America del Sud per il petrolio (Venezuela, Persia, Arabia Saudita, Indonesia, Iraq, Kuwait, ecc.). Aggiungasi l’antimonio e il tungsteno della Cina, che costituiscono rispettivamente il 60 per cento e quasi il 50 per cento della produzione mondiale; il bismuto di cui la Bolivia è il massimo fornitore mondiale; il manganese e la mica dell’India che costituiscono rispettivamente un quinto e i due terzi della produzione mondiale, ecc.
L’imperialismo non sarebbe quello che è se, per ipotesi, l’evoluzione geologica del pianeta avesse determinato una diversa distribuzione continentale delle materie prime. Ciò sembra puerilmente semplicistico ai borghesi colti, ma quanti di essi sarebbero disposti ad ammettere ad esempio che il « bellicismo innato » dei tedeschi sarebbe un’attribuzione dei francesi se a questi avesse arrise, anziché ai primi, la dialettica storica non avesse impedito il controllo dell’Alsazia-Lorena? Prendiamo ad esaminare uno dei costituenti essenziali del potere economico e militare dell’imperialismo, vale a dire la flotta marittima nel suo duplice aspetto mercantile e militare. Nella polemica giornalistica il termine di imperialismo diventa sinonimo di spirito di annessione; esiste perciò l’« imperialismo » di Tito o, dall’altra parte della barricata, l’« imperialismo » di De Gasperi. Ognuno è padrone di attribuire alle parole il significato che vuole. Per i marxisti, l’imperialismo è la fase del capitalismo la quale oltre che dai noti fenomeni sul piano sociale (concentrazione della produzione, predominio del capitale finanziario e dell’oligarchia finanziaria) è caratterizzata dall’esportazione dei capitali e dalla spartizione del mondo tra le grandi potenze (Lenin). Imperialista deve definirsi dunque la Potenza che disponeva ieri del predominio navale, oggi di quello aereo-navale; i rapporti di forza tra le potenze imperialiste vanno misurati appunto su questo piano, come dimostra l’esito di due guerre mondiali che hanno visto due volte soccombenti le coalizioni di Stati afflitti da inferiorità aero-navale. La flotta costituisce una forza fondamentale dell’imperialismo. Ma i due rami mercantile e militare del potere marittimo stanno ambedue in stretti rapporti con il commercio mondiale. Costituiscono rispettivamente il mezzo di comunicazione e di trasporto che assicura l’approvvigionamento di materie prime di oltremare per le industrie metropolitane, come pure permettono l’incetta e la rivendita speculativa delle materie prime sul mercato internazionale, e l’arma terribile con cui l’imperialismo fonda il diritto di rapina a danno dei paesi coloniali o arretrati.
La storia dell’imperialismo — alla faccia dei genii della politica e delle trascinanti ideologie — ancora prima della lotta di classe che rappresenta del resto un urto di potenze materiali e non certamente ideali, subisce le imprescindibili costrizioni che derivano dal fattore puramente naturale della distribuzione geografica delle materie prime. Non è possibile occuparsi qui della fondamentale importanza della flotta mercantile e militare che ha rappresentato fin dal basso Medioevo, dall’epoca delle grandi scoperte geografiche, il principale mezzo di diffusione del commercio internazionale, base della sorgente potenza del capitalismo. Ad esempio della stretta dipendenza della politica mondiale dell’imperialismo dal commercio delle materie prime, vogliamo citare le perturbazioni provocate nel mercato dei noli marittimi internazionali dallo sblocco di Formosa. All’annuncio dello sblocco di Formosa da parte del governo americano, che lasciava congetturare la possibilità di un blocco navale delle coste cinesi, gli armatori che hanno le loro navi sui mercati orientali si astenevano dall’impegnarsi per trasporti dai porti della Cina, nonostante che in questi ultimi tempi, come riferisce la stampa specializzata, fosse notevolmente aumentata la richiesta di naviglio con cereali misti per il Mar Nero, il Mediterraneo e il Nord Europa, e con riso per l’India e Ceylon. La paralisi dei traffici con la Cina, motivata dal timore di fermi in mare delle navi da parte della marina da guerra americana o cino-nazionalista doveva provocare l’aumento dell’offerta di tonnellaggio sul mercato australiano con conseguente ribasso dei noli. Il rifiuto degli armatori, cioè dei capitalisti europei, di rassegnarsi a subire uguali perdite nei traffici indiani e di cedere alle pressioni dei caricatori locali tendenti a sfruttare come nel caso degli australiani, l’aumento dell’offerta, doveva provocare la sospensione degli affari sul mercato indiano. In altre parole, tutto il mercato dei noli marittimi dell’Asia Orientale veniva a subire vaste oscillazioni, rese ancora più ostiche agli armatori europei dalla incertezza regnante circa le intenzioni dei governanti americani riguardo alla loro politica verso la Cina. Da ciò, l’unanime riprovazione, espressa in termini più o meno aperti, che i Governi, i Parlamenti, la stampa dell’Europa Occidentale si sentirono in obbligo di formulare, zelantemente sostenuti dallo stalinismo locale, nei riguardi della sensazionale mossa diplomatico-militare del governo americano. Ma le deprecazioni e le polemiche giornalistiche non fanno né politica né tanto meno storia. E si comprende ciò, se si tiene presente lo stato della correlazione delle forze delle marine mercantili internazionali, come appare dalla seguente tabella, valevole per l’anno 1951:
Navi*
In migliaia di tonn.
Stati Uniti
4.909
27.332
Gran Bretagna
5.983
18.551
Norvegia
2.199
5.816
Panama
607
3.609
Francia
1.246
3.367
Paesi Bassi
1.595
3.235
Italia
1.071
2.917
URSS
989
2.232
Giappone
1.529
2.182
Svezia
1.247
2.113
Danimarca
715
1.341
Grecia
373
1.277
Spagna
1.153
1.216
Germania
1.440
1.031
*non sono comprese le navi di stazza inferiore alle 1000 tonn.
Alla fine del 1952 il tonnellaggio complessivo delle flotte mercantili del mondo era, secondo le statistiche del Lloyd’s, di 90,18 milioni di tonnellate, con un aumento di quasi 3 milioni di tonnellate nei confronti della situazione delle flotte stesse alla fine del 1951, che presentava una stazza complessiva di 87,24 milioni di tonnellate. L’incremento (l’Italia segnava un aumento di 372.000 tonnellate, registrando un totale di 3.289 tonn.) non mutava praticamente i rapporti di forze tra le marine mercantili del mondo. In queste cifre sono contenuti il passato, il presente e il futuro della storia dell’imperialismo. Quantità e costi di produzione delle merci, ferrovie, flotta mercantile e militare, aviazione e non certamente i « sistemi » produttivi (capitalismo di Stato, capitalismo privato, forme miste) decidono nelle contese sanguinose dell’imperialismo.
Solo il partito che ha saputo vedere chiaramente nel gioco segreto delle forze reali dell’imperialismo sarà abilitato a dirigere, quando essa scoppierà, la rivoluzione internazionale della classe operaia contro il capitalismo. Non per pure esercitazioni statistiche, ma in vista del quotidiano arricchimento delle nozioni utili del movimento, abbiamo compilato le presenti note.
Poiché i fatti stanno a dimostrare che la mania di identificare il socialismo con quel complesso di norme istituzionali adottate dai governi sul terreno dei rapporti tra produzione e potere statale, che si è voluto chiamare «capitalismo di Stato», è una manifestazione comune a tutte le ideologie germinate dalla corruzione dei partiti comunisti, nostro dovere di militanti è di apportare documentazione di fatti storici, atta a combattere la pericolosa infezione. Che le formidabili cantonate prese in sede teorica siano da considerarsi gravide di disastrose conseguenze sul terreno pratico della lotta di classe, sta a dimostrarlo, da una parte, il crociatismo filo-russo dei partiti stalinisti irregimentanti a obiettivi di guerra partigiana vaste masse di lavoratori; dall’altra parte, la nefasta opera di disfattismo che conducono sbandate aggregazioni di «filosofi del dubbio» sotto veste marxista. Agli uni, assai numerosi e predominanti, e agli altri, molto insignificanti per numero ma altrettanto pericolosi in quanto impediscono o ostacolano lo sviluppo del movimento rivoluzionario, va addossata la responsabilità comune della presentazione del «capitalismo dì Stato» come qualcosa di diverso dal capitalismo, dal capitalismo senza apposizioni sviscerato da Marx. Quindi tale da giustificare radicali cambiamenti nel programma e nella politica del comunismo rivoluzionario.
Ci sembra opportuno, al fine di corroborare di dati di fatto la nostra tesi che la gestione statale della produzione è fenomeno permanente, non evolutivo, non nuovo, nella lunga epoca storica della dominazione della borghesia, riportare qualche notizia circa i piani statali di industrializzazione che ai nostri giorni stanno svolgendo governi di paesi arretrati, come l’Argentina, o che oggi appena si volgono al modo di produzione capitalistico, come l’India o Israele.
La nota odierna si ricollega alle altre che su «Battaglia Comunista» e sul presente foglio abbiamo dedicato all’argomento della persistenza storica della gestione di Stato nel corso dell’epoca capitalistica («Battaglia Comunista» n. 17 del 1951, nn. 5 e 15 del 1952).
Il materiale storico addotto fin qui potrebbe bastare se non avessimo a che fare con accaniti pregiudizi, allignanti nel campo generico dell’opposizione da sinistra, allo stalinismo. Il luogo comune dello schema evolutivo di un ipotetico capitalismo che nasce liberista e finisce statalista va in frantumi se si riesce ad afferrare il significato del rapporto non meccanico, ma dialettico, tra il reale corso storico del capitalismo e l’ideologia della classe borghese, che si colora delle tinte del liberalismo all’inizio rivoluzionario del suo ciclo, quando cioè la nascente borghesia ha bisogno di procurarsi l’alleanza insurrezionale delle masse, e si piega flessibilmente a inneggiare alle agghiaccianti dottrine totalitarie, allorché è sola, alla fine del ciclo, di fronte alla minaccia mortale della Rivoluzione. Non muta però durante tutta quanta la traiettoria, il rapporto di concomitanza e di interferenza tra il potere dello Stato e l’impianto e lo sviluppo dell’economia capitalista.
Osserviamo quanto accade in paesi che oggi nascono al capitalismo, come gli Stati asiatici e, esempio di gran lunga più eloquente, nello Stato di Israele. Vedremo come quanto diciamo è vero: l’economia di questi paesi, che fortunatamente nessuna contaminazione ideologica spaccia per qualcosa di diverso dal capitalismo, si svolge, oltre naturalmente che in conformità alle particolarità dell’evoluzione storica dei fattori fisici ambientali, secondo un piano imposto dal potere centrale dello Stato. Capitalismo di Stato? Sicuramente, anche se un’evidente differenza quantitativa corre, in riguardo alle dimensioni delle zone di applicazione del potere statale e dell’attrezzatura tecnica impiegata, tra i neonati e i mostri decrepiti del capitalismo.
Abbiamo, nominato 1’Argentina. Qui, il capitalismo, se pena a tradursi nelle città in forme industriali, come dimostra il II Piano Quinquennale, non è certamente di recente introduzione nelle campagne, i cui prodotti corrono da tempo sui mercati mondiali. Ma recente è lo sforzo, che ora deve registrare un umiliante scacco, di portare la produzione al livello industriale, e tale sforzo non viene lasciato esperire esclusivamente a privati, ma costituisce parte importante della politica dello Stato. Con parte del ricavato del gigantesco affare della vendita di derrate alimelatari ai governi anglo-americani,
impegnati nella seconda guerra mondiale, si tentò, alla fine della guerra, di finanziare un esperimento di industrializzazione che fallì in gran parte. Per mesi, macchinari modernissimi comprati con valuta pregiata all’estero, giacquero ad arrugginire sugli scali ferroviari di Buenos Aires per deficienza di preparazione materiale. Il deficit della bilancia dei pagamenti salì da 239 milioni di pesetas nel 1946, a 1500 milioni di pesetas nel 1952. Il I Piano quinquennale mirante ad un ambizioso sviluppo dell’industrializzazione, mancava il bersaglio. Il II piano, più realisticamente impostato, ripiega sul potenziamento dell’economia agraria, l’allevamento del bestiame, lo sfruttamento delle risorse naturali; seguono nell’ordine degli obiettivi i trasporti, le vie di comunicazione, le opere idrauliche, i ponti, infine l’industria manifatturiera e meccanica. Qui non interessa svolgere la disamina del piano, ma solo mostrarne l’esistenza, al fine di corroborare di dati di fatto la tesi che respinge come proprio ed esclusivo della fase finale del corso storico capitalistico il fenomeno del capitalismo di Stato. Che sia un piano statale sta a dimostrarlo il fatto che il Governo, oltre a coordinare l’impiego dei capitali investiti, si attribuisce il diritto di disporre per lo stesso scopo di una notevole quota del risparmio nazionale.
Ma è nel campo di capitalismi di più giovane età che si osserva più chiaramente la concomitanza di una indiscutibile pratica di capitalismo di Stato con la fioritura di temi ideologici improntati ad un rimasticato liberalismo democratico e, nel caso del regime del Pandhit Nehru, ad una sorta di messianesimo umanitario a sfondo mistico, che testimonia della psicologia della nascente borghesia che si sente guida, in. realtà lo è, del passaggio dalle arcaiche incrostazioni sociali semifeudali, o addirittura nomadi, alle forme indiscutibilmente di gran lunga più evolute del modo di produzione capitalista, ma non ancora sente il morso della rivolta della massa proletaria, tuttora in gestazione.
Anche l’India, che solo oggi si avvia verso la costruzione di una grande industria nazionale, sistematicamente impedita dall’occupante inglese, che pure dotò il vasto territorio di una importante rete ferroviaria, possiede il Suo bravo Piano statale. Non si tratta di misure nazionalizzatrici, che sono ufficialmente ripudiate, ma di un complesso organico di norme legali che mirano ad accelerare la riforma agraria (primo passo verso la creazione di disponibilità di mano d’opera per l’industria e del mercato interno dei prodotti industriali) e a coordinare l’impiego degli investimenti statali e dei capitali acquistati all’estero. Qui siamo in presenza di un ben più gigantesco sforzo, reso possibile dalla ricchezza dell’India in materie prime (juta, carbone, ferro, manganese, mica, bauxite, rame, ecc.) e, come già detto, del vasto sviluppo delle ferrovie. La previsione di spesa relativa al piano raggiunge un importo di oltre 20 miliardi di rupie, equivalenti ad oltre 2500 miliardi di lire, così ripartiti: all’agricoltura il 17,4 per cento, alle irrigazioni ed energia elettrica il 27 per cento, ai trasporti e comunicazioni il 24 per cento, all’industria l’8 per cento, all’assistenza sociale, alla riabilitazione, a varie il rimanente. Si comprende il perché della priorità degli stanziamenti per la produzione di fertilizzanti, per opere di irrigazione, per i trasporti e il potenziamento minerario. La marcia dell’industrializzazione non può che effettuarsi sulle macerie dei tipi di produzione preborghese esistenti nelle campagne. Secondo i rapporti ufficiali, il fabbisogno del piano verrebbe finanziato come segue: 1) Normale gettito di Stato 12.580 milioni di rupie; 2) prestiti interni ed esteri: 1580 milioni di rupie; 3) aggravi fiscali: 6550 milioni di rupie. Piano statale, dunque!Capitalismo di Stato! Età del capitalismo indiano: infanzia.
Di gran lunga più impressionante è l’irrompente straripare dell’agricoltura e dell’industria capitalistica nello Stato d’Israele. Nel suo caso, il corso storico capitalistico non segue la successione: stadio feudale – rivoluzione agraria – industrialismo. L’economia israeliana è un esempio più unico che raro di trapianto di capitalismo su una tabula rasa economica e sociale. La successione originale delle tappe del suo sviluppo storico è questa: deserto – agricoltura cooperativistica capitalista – industrialismo. Nelle stesse zone in cui oggi sorgono le famose fattorie collettive, i kibbutz, qualche hanno fa si stendeva arido e improduttivo il deserto pietroso che da millenni i cambiamenti di clima avevano disteso sulle antiche fiorenti terre di Re Salomone. Il compito gigantesco che si è parato di fronte allo stato israeliano non è stato quello normale di tutti i governi borghesi nascenti, e cioè di estirpare il dominio del latifondo feudalistico, ma quello ben più arduo di creare, è proprio la parola adatta, la materia prima dell’agricoltura, la terra coltivabile. E ciò il governo di Gerusalemme sta facendo. Un gigantesco sistema di irrigazione sta sorgendo: fino ad oggi sono state collocate grosse tubature (di due metri di diametro) per 350 chilometri e costruiti 41 serbatoi; si sta conducendo a
termine proprio ora la posa di una mastodontica tubatura che andrà dal fiume Yaarkon, presso Tel Aviv, fino nel cuore del desertico Neguev, su un itinerario lungo 140 chilometri. Terre prive di acqua dai tempi biblici saranno richiamate all’agricoltura; vaste zone fino a qualche anno fa sterili producono derrate di frutta, destinate anche all’esportazione. Siamo in presenza di un esempio chiarissimo di capitalismo di Stato, forse più totalitario ed accentratore che non lo stesso modello russo; economia e politica, sviluppo delle forze e delle forme di produzione capitaliste e azione militare e politica dello Stato marciano indissolubilmente legati: i coloni delle fattorie collettive sono agricoltori e soldati dell’esercito israeliano, in guerra con il circostante mondo arabo; si può dire che con una mano pilotano il trattore e con l’altra il mitra.
Allo Stato d’Israele compete non solo di conquistare il deserto, ma di disporre dei mezzi produttivi atti a fondare i kibbutz (altro nome comunque si voglia speculate dei colcos sovietici), di fondare degli istituti culturali (scuole agricole, industriali, artigiane, università, politecnici) da cui debbono uscire i tecnici e i dirigenti delle imprese; di costruire dal nulla intere città, come Tel Aviv; di operare dispoticamente la divisione sociale del lavoro, che altrove si è sviluppata spontaneamente, smistando nelle fattorie e nelle fabbriche le masse di immigrati, provenienti soprattutto dall’Oriente e sprovveduti di ogni preparazione professionale. Lo Stato d’Israele ha imposto persino l’uso di una lingua ufficiale, l’antico ebraico dei tempi di Davide e Salomone, lingua morta come il latino, o il sanscrito, che oggi i bambini nati in Israele parlano naturalmente, e gli adulti rapidamente stanno assimilando, mentre le diecine di lingue e dialetti degli immigrati da tutti i paesi del mondo decadono al rango di lingue straniere! Capitalismo di Stato, dunque… chimicamente puro. Anno di nascita del capitalismo israeliano maggio 1948.
Occorrono altri esempi? Ne esistono a josa, e non mancheremo a volta a volta di citarli. Eppure, sagrestie di volgari politicanti caparbiamente decidono che ci si debba stupire di fronte alla edizione russa del capitalismo di Stato, e gridare al miracolo, cioè ad una economia che socialismo non si può definire, ma che capitalismo «classico» neppure sarebbe. Esemplari non rari di «marxisti» che nascono revisionisti.
In una citazione di Engels fatta recentemente a proposito della valutazione marxista della rivoluzione russa riportammo la frase: «il tempo dei popoli eletti è finito». È poco probabile che giungano da molte parti a spezzar lance per la opposta tesi, dopo la scalogna che ha portato al nazismo tedesco; ed anche dopo la sorte toccata agli ebrei che scontano malaccio la incredibile incocciatura razzista plurimillenaria: stritolati prima dalla mania ariana di Hitler, poi dall’affarismo imperiale britannico, oggi dall’inesorabile apparato sovietico – domani, molto probabilmente, dalla cosmopolita, tollerante a chiacchiere, politica statunitense, che si fece buoni denti sulla carne nera.
Molto più difficile sarà stabilire che è passato il tempo degli individui eletti, degli «uomini del destino» – come Shaw chiamò Napoleone, ma soprattutto per sfotterlo coll’esibirlo in tenuta da notte – in una parola dei grandi uomini, dei condottieri e capi storici, delle supreme Guide dell’umanità.
Da tutte le bande infatti, e al suono di tutti i credi, cattolici o massonici, fascisti o democratici, liberali o socialistoidi, sembra che – in misura assai più estesa che per il passato – non si possa fare a meno di esaltarsi e di prostrarsi in ammirazione strofinatrice dinanzi al nome di qualche personaggio, ad esso attribuendo ad ogni piè sospinto il merito intiero del successo della «causa», di cui trattasi.
Tutti concordano nell’attribuire influenze determinanti, sugli eventi che passarono e che si attendono, all’opera, e per essa alle personali qualità dei capi che alla sommità si assisero: disputano fino alla noia se si debba farlo per scelta elettiva o democratica, o per imposizione di partito e addirittura per individuale colpo di mano del soggetto, ma concordano nel fare tutto pendere dall’esito di questa contesa, sia nel campo amico che in quello nemico.
Ora se questo generale criterio fosse vero, e noi non avessimo la forza di negarlo e minarlo, dovremmo confessare che la dottrina marxista è caduta nella peggiore bancarotta. Ed invece, al solito, fortifichiamo due posizioni: il marxismo classico aveva già messo senza riserve i grandi uomini in pensione – il bilancio dell’opera dei grandi uomini di recente messi in circolazione o tolti di mezzo conferma la teoria che sono cavatori di ragni dal buco.
IERI
Domande e risposte
ono al riguardo interessanti le risposte di Federico Engels ai quesiti che gli furono posti su tale tema. Nella lettera del 25 gennaio 1894 parla dei grandi uomini il secondo comma della seconda domanda: ma sono ben poste entrambe.
Eccole. 1. Fino a qual punto le condizioni economiche influiscano causalmente (attenzione a non leggere casualmente). 2. Quale sia la parte rappresentata dal momento (se avessimo il testo credo potremmo meglio tradurre dal fattore) a) della razza; b) della individualità, nella concezione materialistica della storia di Marx e di Engels.
Ma interessa ugualmente la domanda cui rispondeva la precedente lettera del 21 settembre 1890: Come sia stato inteso da Marx ed Engels stesso il principio fondamentale del materialismo storico; se cioè, secondo loro, la produzione e riproduzione della vita reale siano esse sole il momento determinante, o soltanto la base fondamentale di tutte le altre condizioni.
La connessione tra i due punti: funzione della grande individualità nella storia e esatto legame tra condizioni economiche ed umana attività, è da Engels chiaramente spiegata nelle risposte, che egli modestamente afferma buttate giù in privato e non redatte con «quella esattezza» cui egli tendeva nello scrivere per il pubblico. Ed infatti egli si richiama alle trattazioni generali della concezione marxista storica che ha date nell’«Anti-Dühring» (Parte I cap. 9 a 11, parte II cap. 2 a 4, parte III cap. 1) e soprattutto nel cristallino saggio su Feuerbach, del 1888. E quanto ad un esempio luminoso della specifica applicazione del metodo, rimanda al «18 Brumaio di Luigi Bonaparte» di Marx, che descrive a tempera bruciante colui che può essere preso come prototipo del «battilocchio» – termine che presto andiamo a spiegare.
Continuità di vita
A costo di una digressione, che è anche un anticipo di un Filo la cui chiglia maestra sta da qualche tempo sugli scali del cantiere, vogliamo dare un bel bravo all’ignoto studente che avanzò la domanda della prima lettera. Al solito quelli che non hanno capito niente sono quelli che si atteggiano ad aver acquisito e digerito, colla pretesa di essere in grado di eruttarlo fuori, e salivar sentenze. I più semplici e seriamente impostati, invece, sono sempre convinti di dover meglio intendere, quando già hanno tocchi da maestri. Il giovane e per fortuna non onorevole interrogante adopera infatti al posto della normale espressione «condizioni economiche» quella esatta e bene equivalente alla prima: «produzione e riproduzione della vita fisica». Come allievi della successiva classe, cambiamo reale in fisica. L’aggettivo reale non ha lo stesso peso nelle lingue germaniche e latine.
Altra volta accennammo a passi dei maestri in cui si affiancano produzione e riproduzione, citando Engels dove definisce la riproduzione, ossia la sfera sessuale e generativa della vita, come la «produzione dei produttori».
Sarebbe inutile tracciare una scienza economica, perfino metafisica ossia con leggi immutabili, e tanto più se dialettica ossia volta a tracciare la teoria di una successione di fasi e di cicli, se esaminassimo un gruppo, una società di produttori, dediti sì ad atti lavorativi ed economici tendenti a soddisfare i loro bisogni conservando la loro esistenza e la loro forza produttiva fino al limite di tempo fisiologico, ma che fossero stati (poniamo da un capo razzista!) operati in modo da non potersi riprodurre, ed avere successori biologici.
Una tale condizione muterebbe, e lo ammetterà il seguace di qualunque scuola economica, fin dalla radice tutti i rapporti di produzione e distribuzione di questa stessa alquanto ipotetica comunità.
Ciò vale a rammentare che altrettanta importanza della produzione, che allestisce alimenti (ed altro) atti a conservare la vita fisica del lavoratore, ha, nello stabilire la trama delle relazioni economiche, la riproduzione biologica che prepara – con impegno rilevante di consumi e di sforzi produttivi – i sostituti futuri del lavoratore stesso.
Come vedremo a suo tempo con Engels e Marx contro Feuerbach, l’uomo non è tutto amore né tutto lotta. Comunque la integrale visione del doppio piedistallo economico della società vale a questo: il materialismo è ormai vittorioso finché tratta il campo della produzione: nessuno ivi contesta che vi predomini il criterio della somma materiale di risultati; e su ciò è facile fondare la teoria dell’attività di lotta passando dalle contese molecolari del preteso homo oeconomicus, che ha al posto del cuore non il ventricolo ma un ufficio di ragioniere, alla contesa delle classi, in cui si riassume, con l’economia, tutto il resto delle forme umane di attività. Ma è nel campo della genetica e della sessualità, in cui sembra ai pivelli più arduo realizzare la messa in fuga dei motivi trascendenti e mistici, e tradurre l’attrazione tra il maschio e la femmina – proprio nell’elevarla al di sopra delle sudicerie della moderna civiltà – in termini di causalità economica, che bisogna fondare i più robusti piloni della dottrina rivoluzionaria del socialismo.
Perché l’individuo, piccolo o grande a tenore del banale senso comune, tenda a profittare economicamente e concepisca eroticamente, è problema posto in modo miserabile e vuoto. Noi trasponiamo la dinamica del processo al corso della specie, ed affianchiamo lo sforzo per mantenerne vivi e validi gli elementi attivi, col procedere della sua moltiplicazione e continuazione, cicli entrambi assai più grandi di quelli in cui si avvolge l’idiota timore della morte, e la sciocca credenza nell’eternità del soggetto individuo. Son questi prodotti e connotati decisivi delle società infestate da classi dominanti e sfruttatrici, parassite nel lavoro e nell’amore.
La maledizione del sudore e del dolore, ideologia che definisce le società a dominio di classe, ossia fondate su monopoli dell’ozio e del piacere, sarà travolta via dal socialismo.
Natura e pensiero
La riduzione del problema qui direttamente messo in mira, ossia del problema delle personalità storiche, a quello generale della concezione materialista, appare immediata. Ammettete per un solo momento che il seguirsi, lo sviluppo, il futuro di una società o addirittura della umanità dipendano in modo decisivo dalla presenza, dalla apparizione, dal comportamento, di un uomo solo. Non vi sarà più possibile ritenere e sostenere che l’origine prima di tutta la vicenda sociale sia nei caratteri di date condizioni e situazioni economiche analoghe per grandi masse degli «altri» individui, quelli normali, quelli «piccoli».
Se infatti quel lungo e difficile cammino, che mai assumemmo ridurre ad una semplice automaticità, dal parallelismo delle posizioni nel lavoro e nel consumo, alla finale grande vicenda delle rivoluzioni sociali, del passaggio di potere da classe a classe, della rottura delle forme che determinavano quel parallelismo di rapporti produttivi, dovesse passare per la testa (critica, coscienza, volontà, azione) di un uomo solo, e ciò nel senso che costui sia un elemento necessario, ossia tale che in sua mancanza nulla si attui di tutto quel moto, allora non potrà negarsi che ad un certo momento tutta la storia stia «nel pensiero» e dipenda da un atto di questo. Qui vi è contraddizione insuperabile, poiché ciò concedendo, sarà forza soggiacere alla visione opposta alla nostra, che dice che nella storia non vi è causalità, non vi sono leggi, ma tutto è «accidentalità» imprevedibile, tutto casualità, che può studiarsi sì dopo, ma mai prima dell’accadimento. Si sarà fatto così, né più né meno, di cappello alla forca.
Come negare che sia una accidentalità la nascita di quel colosso, come evitare di ridurre tutto il campo della riproduzione ad un passo falso… di quello spermatozoo?
Abbiamo duramente lottato contro la concezione più razionale e moderna di quella «granduomistica», propria della borghesia illuminista, che voleva far passare preventivamente il fatto storico non per uno, ma per tutti i cervelli; anteponendo alla lotta rivoluzionaria la generale educazione e coscienza. Ma di questa concezione, incompleta e semilaterale, è ancor più insufficiente quella che tutto concentra nella scatola cranica singola, al che non si vede come altrimenti si provvederebbe se non con l’amplesso, tante volte rammentato nella tradizione, tra un essere divino e uno umano.
Abbiamo fatto a pezzi la teoria, ancora più sciocca di quella della coscienza popolare universale, che si basa sulla metà più uno dei cervelli per pilotare la storia, perché marxisticamente faceva pena e pietà; lasceremo vivere la teoria del cervello unico? Perché non allora quella del riproduttore unico, dello stallone umano, evidentemente meno balorda?
Ritorniamo infatti al quesito: Precedette la natura, o il pensiero? La storia della specie umana è un aspetto della natura reale, o una «partenogenesi» del pensiero?
Il breve scritto di Engels su Feuerbach, e meglio contro una apologia dello Starcke (che egli al solito chiama: solo uno schizzo generale, al più alcune illustrazioni della concezione materialistica della storia) compendia una sintesi della storia della filosofia da un lato, e della storia delle lotte di classe dall’altro, magnifica per brevità e per vastità.
Fuori le carte!
Ce ne sarebbe abbastanza per un’esposizione-ruscello (ormai le sedute fiume si computano a giorni) di un paio di mezze giornate, con un adatto commento. Limitiamoci a rilevarne i soli connotati per provare l’identità.
Storicamente, rammenta l’autore, dall’idealista Hegel, la cui filosofia aveva potuto essere presa a base dalla destra conservatrice e reazionaria tedesca, derivò il materialista Feuerbach, e sotto l’influenza del materialismo e della Rivoluzione Francese, possenti antesignani. Da Feuerbach in certo senso derivarono le ulteriori e ben diverse concezioni di Marx e di Engels, dopo un’onda di ammirazione intorno al 1840 e all’uscita dell’«Essenza del Cristianesimo», e dopo una critica non meno radicale di quella che Feuerbach aveva applicata ad Hegel, compendiata nelle famose tesi di Marx del 1845, per oltre quarant’anni rimaste ignote, che concludono con la undicesima: i filosofi non han fatto che interpretare variamente il mondo; si tratta ora di mutarlo.
Hegel aveva portato in primo piano l’umana attività, ma alla premessa non aveva potuto dare sviluppo rivoluzionario nel campo storico, per l’assolutezza del suo idealismo. La società futura col suo disegno e modello sarebbe già stata contenuta ab aeterno nella assoluta idea: fatta dalla mente di un filosofo questa scoperta e questo sviluppo, con norme proprie del puro pensiero, trasmessi tali risultati nel sistema del diritto e nell’organismo dello Stato, l’integrale realizzazione dell’Idea era compiuta. In che questo è da noi inaccettabile? In due posizioni, che sono le due facce dialettiche della stessa. Rifiutiamo la possibilità di un punto di arrivo, di un approdo definitivo e insorpassabile. Rifiutiamo la possibilità che fossero già date le proprietà e le leggi del pensiero, prima che il ciclo della natura e della specie si aprisse.
Ma citiamo dunque! «Al pari della conoscenza, non può la storia trovare una conclusione finale in uno Stato perfetto del genere umano: una società perfetta, uno Stato perfetto sono cose che possono sussistere solo nella fantasia; al contrario tutti gli Stati storici che si susseguono sono solo fasi transitorie nell’infinito cammino della società umana».
Hegel ha superato tutti i filosofi precedenti nel porre innanzi la dinamica dei contrasti di cui si compone il lungo cammino fino ad oggi. Purtroppo, come tutti gli altri filosofi, e come tutti i possibili filosofi, questo vivente ribollir di contrasti incapsulò e raggelò nel suo «sistema». «Eliminati che siano tutti i contrasti, una volta per tutte, siamo giunti alla cosiddetta verità assoluta; la storia universale è alla fine, e tuttavia essa deve procedere, benché non le rimanga più altro da fare; un nuovo insuperabile contrasto».
In questo passo Engels fa cadere l’obiezione vecchia, e risollevata da Croce poco prima della morte (vedi la confutazione in «Prometeo» n. 4 della II Serie) che proprio il materialismo marxista faccia finire la storia, per aver detto che quella tra proletariato e borghesia sarà l’ultima delle lotte di classe. Nel suo antropomorfismo insuperabile, ogni idealista scambia la fine della lotta tra classi economiche con la fine di ogni contrasto e di ogni sviluppo nel mondo, nella natura e nella storia, né può vedere, chiuso nei limiti che per lui sono luce e per noi tenebra, di una scatola cranica, che il comunismo sarà a sua volta un’intensa e imprevedibile lotta della specie per la vita, che ancora nessuno ha raggiunta, dato che vita non merita essere chiamata la sterile e patologica solitudine dell’Io, come il tesoro dell’avaro non è ricchezza, nemmen personale.
Lo spirito e l’essere
Giunge Feuerbach ed elimina la antitesi. La natura non è più la estrinsecazione dell’Idea (lettore: tieni stretto il Filo, che non è spezzato, andiamo verso la tesi che la storia non è l’estrinsecazione del Battilocchio!), non è vero che il pensiero è l’originario e la natura il derivato. Il materialismo viene, tra l’entusiasmo dei giovani, e anche del giovane Marx, rimesso sul trono. «La natura esiste indipendentemente da ogni filosofia, essa è la base su cui noi uomini, suoi prodotti, siamo cresciuti; oltre alla natura e agli uomini nulla esiste: gli esseri elevati che creò la fantasia religiosa sono solo il riflesso fantastico della nostra propria essenza». Ed Engels, fin qui, plaude anche da vecchio, solo si ferma a deridere il contrapposto che, per l’attività pratica, l’autore erige al posto dell’imperativo morale di Kant: l’amore. Non si tratta qui del fatto sessuale, ma della solidarietà, della fratellanza «innata» che lega uomo a uomo. Su questo si fondò il «vero socialismo» borghese e prussiano dell’epoca, impotente a vedere l’esigenza dell’attività rivoluzionaria, della lotta tra le classi, dell’eversione delle forme borghesi.
È questo il punto in cui Engels riepiloga la costruzione che conserva il fondamento materialista liberandolo dalla pastoia metafisica e dall’impotenza dialettica, che lo immobilizzavano, per altra via, nella stessa «glacialità storica» dell’idealismo, per rivestito che questo fosse apparso di volontà e di attività pratica.
Engels riporta la chiarificazione del problema alla formazione delle figure del pensiero fin dai popoli primitivi. Qui non possiamo che spigolare, ai fini di un angolo visuale più acuto, mentre sarebbe utile al movimento integrare ed allargare (indubbiamente vi provvederà il futuro) specie nei trapassi in cui Engels raffronta il suo dedurre con gli apporti delle varie scienze positive.
«La questione del rapporto tra il pensiero e l’essere, lo spirito e la natura… poteva essere posta nella sua forma più tagliente, poteva acquistare per la prima volta tutta la sua importanza, quando la società europea si destò dal lungo sonno del Medio Evo cristiano. La questione: qual è il primordiale, lo spirito o la natura? – Questa questione si acuì, rimpetto alla Chiesa, così: Ha Dio creato il mondo, o il mondo esiste dall’eternità?»
Questa questione, che nelle varie epoche si scrive in termini diversi, divide con le due risposte i due campi: materialismo e idealismo. Chi considera la natura (l’essere) come primordiale, è materialista, chi lo spirito (il pensare) è idealista. Ma allora occorre l’atto creativo, ed è notevole qui rilevare l’apprezzamento marxista dell’idealismo in questa drastica osservazione: «Questa creazione spesso è presso i filosofi, per esempio presso Hegel, ancora più ingarbugliata ed impossibile, che nel cristianesimo». Chiarita questa separazione dei due gruppi di filosofi, non finisce la questione dei rapporti tra essere e pensiero. Sono essi estranei o compenetrabili? Può il pensiero degli uomini conoscere e descrivere appieno la naturale essenza? Vi sono filosofi che hanno contrapposto e separato i due elementi: l’oggetto e il soggetto; tra questi è Kant con la sua inafferrabile «cosa in sé». Hegel supera l’ostacolo, ma da idealista, ossia assorbe la cosa e la natura nell’Idea, che quindi ben può ravvisare e comprendere la sua emanazione. Ciò Feuerbach denunzia e combatte: «L’esistenza hegeliana delle ‘categorie logiche’ prima che esistesse il mondo materiale, non è altro che un fantastico avanzo della credenza in un creatore oltremondano». Ciò non basta che al compito di demolizione critica.
In una chiara esposizione Engels rimprovera a quell’atteggiamento, oltre il quale non aveva saputo andare la cultura tedesca, l’incapacità ad intendere la vita della società umana come un movimento e un processo incessante, al che Hegel aveva pure messo le basi. Tale antistorica concezione condannava il Medio Evo come una specie di parentesi inutile ed oscura (un analogo apprezzamento devono fare i marxisti della recente impostazione insensata della lotta e della critica antifascista e antinazista) e non ne sapeva inserire al suo posto le cause e gli effetti, scorgerne i grandi progressi e gli apporti immensi al corso futuro. «Tutti i progressi realizzati nelle scienze naturali servirono loro solo come argomenti dimostrativi contro l’esistenza del creatore»… «Essi meritavano la derisione che fu rivolta ai primi socialisti riformisti francesi: dunque, l’ateismo è la vostra religione!».
Dramma ed attori
Segue la presentazione organica della dottrina materialista storica, forse la migliore che mai si sia scritta. Viene fatto il passo che Feuerbach non osò: sostituire «il culto dell’uomo astratto» con «la scienza dell’uomo reale e del suo sviluppo storico».
Con ciò si ritorna un momento ad Hegel: egli aveva instaurata (non scoperta) la dialettica, ma per lui era «l’evoluzione autonoma del concetto». In Marx essa diviene «il riflesso nella coscienza umana del moto dialettico del mondo reale». Come nella celebre frase, viene raddrizzata e poggiata sui piedi, non sulla testa.
Comincia la trattazione della scienza della società e della storia con metodo che coincide con quello applicato alla scienza della natura. Ma nessuno ignora i caratteri di questo particolare «campo» della natura, che è il vivere della specie uomo. Urgendo giungere alle «risposte» engelsiane, riportiamo solo qualche passo essenziale. «Nella natura vi sono agenti inconsapevoli… al contrario nella storia della società quelli che operano sono evidentemente dotati di consapevolezza, uomini operanti con riflessione o passione, tendenti a scopi determinati… Ma questa intenzione, sia comunque importante per l’indagine storica, specialmente di singole epoche ed avvenimenti, nulla può togliere al fatto che il corso della storia è dominato da intime leggi generali…Solo di rado avviene ciò che è voluto… tutti gli urti delle innumerevoli volontà e singole azioni portano ad uno stato di cose, che è assolutamente analogo a quello imperante nella natura inconsapevole. Gli scopi delle azioni sono voluti, ma i risultati che seguono da queste azioni non sono quelli voluti, o, in quanto sembrino corrispondere allo scopo voluto, hanno in conclusione conseguenze affatto diverse da quelle volute… Gli uomini fanno la loro storia, come che essa riesca, mentre ognuno persegue i fini suoi propri… i risultati di queste molteplici volontà agenti in diversa direzione e delle loro molteplici azioni sul mondo esterno, sono appunto la storia… Ma se si tratta di indagare le forze impellenti che – consapevolmente o inconsapevolmente, e veramente assai spesso inconsapevolmente – stanno dietro i motivi degli uomini operanti nella storia, e costituiscono i veri ultimi propulsori di essa, non si può trattare tanto dei motivi determinanti singoli, se anche di uomini eminenti, ma piuttosto di quelli che mettono in movimento grandi masse, interi popoli, intere classi; ed anche questi non momentaneamente, a modo di un fugace fuoco di paglia rapido ad accendersi e spegnersi, bensì a modo di un’azione durevole che mette capo ad una grande trasformazione storica».
Qui alla parte filosofica segue la parte storica fino al grande moto proletario moderno. A questo punto è messa fine alla filosofia nel campo della storia come in quello della natura. «Non importa più escogitare nessi nella mente, bensì scoprirli nei fatti».
Limpidi oracoli
Ricordate i quesiti, e sentite le risposte, non oscure e non ambigue come quelle dell’oracolo antico, ma trasparenti, a conferma delle nostre posizioni.
Alla questione ultima riferita, del 1890. «Il momento che in ultima istanza è decisivo nella storia, è la produzione e riproduzione della vita materiale». «La situazione economica è la base, ma i diversi momenti dell’edificio – forme politiche della lotta di classe e suoi risultati, costituzioni fissate dalla classe vittoriosa dopo le battaglie vinte, forme del diritto, e perfino i riflessi di tutte queste vere lotte nel cervello dei partecipanti, teorie politiche, giuridiche, opinioni religiose e loro ulteriore sviluppo in sistemi dogmatici – tutto ciò esercita anche la sua influenza sull’andamento delle lotte storiche, e in certi casi ne determina la forma. È nella vicendevole influenza di tutti questi momenti (= fattori) che, attraverso l’infinito numero di accidentalità… si compie alla fine il movimento economico».
Alla prima domanda della lettera del 1894 sull’influenza causale delle condizioni economiche: «Come condizioni economiche, che consideriamo base determinante della storia della società, intendiamo il modo con cui gli uomini producono i loro mezzi di esistenza e scambiano i loro prodotti (fino a che esiste divisione di lavoro). Tutta la tecnica della produzione e del trasporto è quindi compresa… Ciò determina la ripartizione della società in classi, le condizioni di padronanza e servitù, lo Stato, la politica, il diritto, ecc.».
«Se come ella dice la tecnica dipende in grandissima parte dalla scienza a maggior ragione questa dipende dalle condizioni e dalle esigenze della tecnica… Tutta l’idrostatica (Torricelli, ecc.) fu generata dal bisogno che l’Italia sentÌ nei secoli XVI e XVII di regolare i corsi d’acqua scendenti dalle montagne» (Cfr. vari scritti del nostro giornale e rivista sulla precocità dell’impresa agricola capitalista in Italia, e sulla degenerazione della tecnica di difesa idraulica moderna nell’inondazione del Polesine).
Sul comma a) della seconda domanda: il momento rappresentato dalla razza, diamo il solo bruciante apoftegma (a filare): «La razza è un fattore economico». Non avevate udito: produzione e riproduzione? La razza è una materiale catena di atti riproduttivi.
Ed infine il comma b), che riguarda il battilocchio, e col quale lasciamo il magnifico Federico. «Gli uomini fanno essi la loro storia, ma finora non con una volontà generale e secondo un piano generale, neppure in una data società limitata. Le loro aspirazioni si contrariano; ed in ogni simile società prevale appunto per questo la necessità, di cui l’accidentalità è il complemento e la forma di manifestazione. Ed allora appaiono i cosiddetti grandi uomini. Che un dato grand’uomo, e proprio quello, sorga in quel determinato tempo e in quel determinato luogo, è naturalmente un puro caso. Ma, se noi lo eliminiamo, c’è subito richiesta di un sostituto, e questo sostituto si trova, tant bien que mal, ma alla lunga si trova. Che Napoleone fosse proprio questo corso, questo dittatore militare che la situazione della repubblica francese, estenuata dalle guerre, rendeva necessario, è un puro caso, ma che in mancanza di Napoleone ci sarebbe stato un altro ad occuparne il posto, ciò è provato dal fatto che ogni qualvolta ce n’era bisogno l’uomo si è trovato sempre: Cesares, Augusto, Cromwell, ecc.». Marx! Engels sentiva ben l’urlo della platea: il benservito anche a lui: Thierry, Mignet, Guizot scrissero storie inglesi inclinando al materialismo storico, Morgan vi arrivò per conto suo, «i tempi erano maturi e quella scoperta doveva (stavolta non è nostro il corsivo) essere fatta».
Eppure in una nota al Feuerbach Engels dice: Marx era un genio; noi soltanto dei talenti. Sarebbe deplorevole che da tutta la dimostrazione taluno non avesse capito che differenze fortissime corrono da uomo a uomo come per la forza dei muscoli così per il potenziale della macchina-cervello.
Ma il fatto è che, avendo come massimo esempio liquidato proprio lo shawiano «uomo del destino», non possiamo illuderci di esserci tolti dai piedi i «fessi del destino», poveri autocandidati a coprire il vuoto, che la storia avrebbe pronto per loro, e pieni di preoccupazione per l’eventualità di mancare all’appello, e di imboscarsi alla gloria.
OGGI
Posta recente
Calza con l’argomento una lettera rivolta ad una compagna operaia che, scusandosi a torto di esposizione imperfetta, seppe porre il quesito in modo assai espressivo. Riportiamo il testo di parte della risposta.
Tu scrivi: «dici bene che un marxista deve guardare i principii e non gli uomini… noi diciamo gli uomini non contano e lasciamoli fuori, ma sino a che punto si può far ciò? Se sono gli uomini che determinano in parte i fatti? Se gli uomini sono in parte la causa che determinò lo scompiglio, noi non possiamo dimenticarli del tutto». Non si tratta per nulla di modo traballante di arrivare alla questione; anzi, offri una via molto utile per farlo.
I fatti e gli atti sociali di cui ci occupiamo come marxisti sono operati da uomini, hanno come attori gli uomini. Verità indiscussa; e senza l’elemento umano la nostra costruzione non regge. Ma questo elemento era tradizionalmente considerato in modo diversissimo da quello che il marxismo ha introdotto.
La tua semplice espressione si può enunciare in tre modi; ed allora si vede il problema nella sua profondità, a cui hai il merito di esserti avvicinata. I fatti sono operati da uomini. I fatti sono operati dagli uomini. I fatti sono operati dall’uomo Tizio, dall’uomo Sempronio, dall’uomo Caio.
Non ci distingue solo dagli «altri» la nozione che (essendo l’uomo da un lato un animale, dall’altro un essere pensante) essi dicono che l’uomo pensa prima, e poi dagli effetti di questo pensiero si risolvono i suoi rapporti di vita materiale, e anche animale – noi diciamo che a base di tutto stanno i rapporti fisici, animali, nutrimento, ecc.
La questione appunto non si pone uomo per uomo, ma nella realtà dei complessi sociali e dei loro fenomeni che si concatenano.
Ora quelle tre formulazioni del modo come gli uomini intervengono, scusa i paroloni, nella storia, sono queste.
I tradizionali sistemi religiosi o autoritari dicono: un grande Uomo o un Illuminato dalla divinità pensa e parla: gli altri imparano e agiscono.
Gli idealisti borghesi più recenti dicono: la parte ideale, sia pure comune a tutti gli uomini civilizzati, determina certe direttive, in base alle quali gli uomini sono condotti ad agire. Anche qui campeggiano ancora taluni determinati uomini: pensatori, agitatori, capitani di popolo, che avrebbero data la spinta a tutto.
I marxisti poi dicono: l’azione comune degli uomini, o se vogliamo quanto di comune e non di accidentale e particolare è nell’azione degli uomini, nasce da spinte materiali. La coscienza e il pensiero vengono dopo e determinano le ideologie di ciascun tempo.
E allora? Per noi come per tutti sono gli atti umani che divengono fattori storici e sociali: chi fa una rivoluzione? Degli uomini, è chiaro.
Ma per i primi era fondamentale l’Uomo illuminato, sacerdote o re. Per i secondi: la coscienza e l’Ideale che conquistò le menti. Per noi: l’insieme dei dati economici e la comunità di interessi.
Anche per noi gli uomini non si riducono, da protagonisti che creano o recitano, a marionette i cui fili sono tirati… dall’appetito. Sulla base della comunanza di classe si hanno gradi e strati diversi e complessi di disposizioni ad agire, e tanto più di capacità di sentire ed esporre la comune teoria.
Ma il fatto nuovo è che a noi non sono indispensabili, come alle precedenti rivoluzioni, neppure col compito di simboli, uomini determinati, con una determinata individualità e nome.
Inerzia della tradizione
Il fatto è che appunto in quanto le tradizioni sono le ultime a sparire, molto spesso gli uomini si muovono per la sollecitazione suggestiva della passione per il Capo. Allora perché non «utilizzare» questo elemento, che si capisce non muta il corso della lotta di classe, ma può favorire lo schieramento, il precipitare dell’urto?
Ora a me pare che il succo delle dure lezioni di tanti decenni sia questo: rinunziare a smuovere gli uomini e a vincere attraverso gli uomini non è possibile, e proprio noi sinistri abbiamo sostenuto che la collettività di uomini che lotta non può essere tutta la massa o la maggioranza di essa, deve essere il partito non troppo grande, e i cerchi di avanguardia nella sua organizzazione. Ma i nomi trascinatori hanno trascinato in avanti per dieci, e poi rovinato per mille. Freniamo quindi questa tendenza e in quanto praticamente possibile sopprimiamo, non certo gli uomini ma l’Uomo con quel dato Nome e con quel dato Curriculum vitae…
So la risposta che facilmente suggestiona gli ingenui compagni. Lenin. Bene, è certo che dopo il 1917 guadagnammo molti militanti alla lotta rivoluzionaria perché si convinsero che Lenin aveva saputa fare e fatta la rivoluzione: vennero lottarono e poi approfondirono meglio il nostro programma. Con questo espediente si sono mossi proletari e masse intere che forse avrebbero dormito. Ammetto. Ma poi? Collo stesso nome si va facendo leva per la totale corruzione opportunista dei proletari: siamo ridotti al punto che l’avanguardia della classe è molto più indietro che prima del 1917, quando pochi sapevano quel nome.
Allora io dico che nelle tesi e nelle direttive stabilite da Lenin si riassume il meglio della collettiva dottrina proletaria, della reale politica di classe; ma che il nome come nome ha un bilancio passivo. Evidentemente si è esagerato. Lenin stesso di gonfiature personali aveva le scatole pienissime. Sono solo gli ometti da nulla a credersi indispensabili alla storia. Egli rideva come un bambino a sentire tali cose. Era seguito, adorato, e non capito.
Sono riuscito a darti in queste poche parole l’idea della questione? Dovrà venire un tempo in cui un forte movimento di classe abbia teoria e azione corretta senza sfruttare simpatie per nomi. Credo che verrà. Chi non ci crede non può essere che uno sfiduciato della nuova visione marxista della storia, o peggio un capo degli oppressi affittato dal nemico.
Come vedi l’effetto storico dell’entusiasmo per Lenin non l’ho messo in bilancio con l’effetto nefasto dei mille capi rinnegati, ma con gli stessi effetti negativi del nome stesso, né sono sceso sul terreno insidioso del: se Lenin non fosse morto. Stalin era anche lui un marxista con le carte in regola e un uomo d’azione di prim’ordine. L’errore dei trotzkisti è cercare la chiave di questo grandioso rivolgimento della forza rivoluzionaria nella sapienza o nel temperamento di uomini.
Figuri dell’attualità
Perché abbiamo chiamata la teoria del grand’uomo teoria del battilocchio?
Battilocchio è un tipo che richiama l’attenzione e nello stesso tempo rivela la sua assoluta vuotaggine. Lungo, dinoccolato, curvo per celare un poco la testa ciondolante ed attonita, l’andatura incerta ed oscillante. A Napoli gli dicono battilocchio con riferimento allo sbattito di palpebre del disorientato e del filisteo; a Bologna, tanto per sfuggire alla taccia di localismo, gli griderebbero dì ben sò fantesma.
La storia e la politica contemporanea di questa data 1953 (in cui tutto risente del fatto generale e non accidentale che una forma semiputrefatta non riesce a crepare: il capitalismo) ne circondano di costellazioni di battilocchi. Il marasma proprio di tale fase diffonde a masse ammiranti e lucidanti la convinzione assoluta che ad essi, e ad essi solo, guardar si debba, che si tratta da ogni lato dei battilocchi del destino, e che soprattutto il cambio della guardia nel corpo battilocchiale sia il momento (poveri noi, o Federico!) che determina la storia.
Tra i capi di Stato, per l’assoluta mancanza di ogni nuova parola e perfino di ogni originale posa, ve ne è un terzetto ineffabile: Franco, Tito, Perón. Questi campioni, questi Oscar di bellezza storica, hanno spinto al nec plus ultra l’arte suprema: togliersi tutti i connotati. Altro che dinastici nasi; che occhi d’aquila!
Quanto ad Hitler e Mussolini buonanime, il primo fa pensare ad uno stato maggiore formidabile di non battilocchi che lo attorniava, elevati per tanto grado di criminali, che non solo facevano storia, ma usavano violenza carnale su di essa a piacer loro! Il secondo si fa perdonare per lo strato ineffabile di sottobattilocchi che lo inguaiava, e che ha dato cambio della guardia, in quel del 1944–45, ad uno stuolo di equipollenti sodali, oggi nostra delizia.
Una terna bellissima che si schiera non nello spazio ma nel tempo, con la prova provata che ogni successione per morto o per elezione produce effetto storico misurato da zero via zero, è quella Delano, Harry, Ike. Le forze americane che occupano il mondo giustificherebbero la definizione di questo periodo come la calata dei battilocchi.
Slavati diadochi
Una costellazione non meno espressiva dello stadio presente, ci è data dai capi nazionali recenti e presenti, e spesso drasticamente spostati, dei paesi e dei partiti che si collegano alla Russia, e non si sa dove meglio scoprir battilocchi, se in fondo alla Balcania o tra le gonne di Marianna. Quando il grande Alessandro morì, l’impero macedone che si era esteso su due continenti fu frammentato in Stati minori affidati ai vari generali di lui, che in non lungo ciclo sparirono senza traccia. Chi ne ricordasse i nomi, ci darebbe molti punti in fatto di storia.
Quando dunque la storia chiama il grande uomo lo trova. Può ben darsi che lo trovi con una testa a basso potenziale. Ma quando chiama battilocchi può avvenire anche che il posto sia coperto da uomini di valore. Non stiamo, allo stato, dando del fesso a nessuno.
Il fatto è che, in Italia ad esempio, il concorso aperto per le grandi personalità si riferisce a posti già occupati da colossi storici. Si tratta infatti di recitare la parodia di una tragedia che ebbe già il suo svolgimento solenne. In occasione del sessantesimo compleanno di Togliatti, e con un cerimoniale bassamente passatista, dopo aver largamente riportato il suo curriculum vitae ed i suoi scritti, sono pervenuti alla definizione in sintesi: un grande patriota.
La controfigura è ormai svuotata da un secolo, e offre poche speranze di non battilocchiesca grandezza. La storia ha già trovato i suoi eroi, senza troppo cercare. Mazzini, Garibaldi, Cavour, e tanti altri, non scenderanno di scanno. Di patria a vero dire ce ne resta pochina, ma di patrioti ne abbiamo una sporta. L’autobus della gloria rivoluzionaria è al completo. Ciò non diffama le qualità del soggetto odierno: i suoi scritti che hanno riesumati dal 1919 (quando si ebbe il torto di non dare ad essi la dovuta attenzione) gli fanno onore: non ha mai cessato di essere un marxista, poiché non lo era mai divenuto. Sosteneva allora quello che oggi sostiene, la missione della patria. Grandissimo, se volete, patriota: come una grandissima diligenza nel tempo dell’elettrotreno e dell’aereo a reazione.
Se, dopo aver dibattuto di Lenin, non abbiamo fatto cenno di Stalin, da poco scomparso, non è per tema che dopo una spedizione punitiva il nostro scalp vada ad adornare il mausoleo, prassi a cui vi è buona speranza di giungere. Stalin è ancora il pollone di un ferreo ambiente anonimo di partito che costruÌ sottonon accidentali spinte storiche un moto collettivo, anonimo, profondo. Sono reazioni della base storica, e non casi fortuiti della bassa corsa al successo, che determinano lo svolto traverso il quale in una fiamma termidoriana lo stuolo rivoluzionario dovette bruciare sé stesso, e sebbene un nome può essere un simbolo anche quando una persona non conta nulla per la storia, il nome di Stalin resta come simbolo di questo straordinario processo: la forza proletaria più possente piegata schiava alla rivoluzionaria costruzione del capitalismo moderno, sulla rovina di un mondo arretrato ed inerte.
Ben deve la rivoluzione borghese avere un simbolo ed un nome, per quanto sia anche essa in ultima istanza fatta da forze anonime e rapporti materiali. Essa è l’ultima rivoluzione che non sa essere anonima: perciò la ricordammo romantica.
È nostra rivoluzione che apparirà quando non vi saranno più queste prone genuflessioni a persone, fatte soprattutto di viltà e di smarrimento, e che come strumento della propria forza di classe avrà un partito fuso in tutti i suoi caratteri dottrinali organizzativi e combattenti, cui nulla prema del nome e del merito del singolo, e che all’individuo neghi coscienza, volontà, iniziativa, merito o colpa, per tutto riassumere nella sua unità a confini taglienti.
Morfina e cocaina
Lenin prese da Marx la definizione, da molti combattuta come banale, che la religione è l’oppio del popolo. Il culto dell’entità divina è dunque la morfina della rivoluzione, di cui addormenta le forze agenti; e non per niente nel lutto recente si è pregato in tutte le chiese dell’U.R.S.S.
Il culto del capo, dell’entità e persona non più divina, ma umana, è uno stupefacente sociale ancora peggiore, e noi lo definiremo la cocaina del proletariato. L’attesa dell’eroe che infiammi e travolga alla lotta è come l’iniezione di simpamina: i farmacologi hanno trovato il termine adatto: eroina. Dopo una breve esaltazione patologica di energie, sopravviene la prostrazione cronica e il collasso. Non vi sono iniezioni da fare alla rivoluzione che esita, ad una società turpemente gravida da diciotto mesi, e tuttora infeconda.
Buttiamo via la volgare risorsa di trarre successo dal nome dell’uomo di eccezione, e gridiamo un’altra formula del comunismo: esso è la società che ha fatto a meno di battilocchi.
Il turno dei comizi italo-stalinisti ha nome: « l’Italia è in pericolo! ». Così, almeno, si legge nei manifesti per le vie di Torino.
In pericolo! Mentre a Porta Nuova la Celere caricava e disperdeva gruppi di dimostranti, in Piazza Castello la direzione della Fiat faceva la sua « dimostrazione di forza » con la sfilata e la consegna in gran pompa di cento macchine 1100 nuovo tipo, alla presenza delle autorità.
A Ravenna, il 27 u.s., si è tenuta una conferenza pubblica nella quale sono stati illustrati i caratteri fondamentali del ciclo storico di spietata controrivoluzione che la classe operaia internazionale attraversa, le cause storiche che sono state alla sua origine e le ragioni che ne indicano e ne condizionano il capovolgimento nella futura ripresa del ciclo rivoluzionario, e sono stati ribaditi i compiti permanenti del partito di classe, oggi e domani. Era presente un notevole numero di proletari.
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A Firenze, il 28, in riunione di sezione, sono stati passati in rassegna i problemi · fondamentali della nostra attività, inquadrati nella valutazione del corso storico attuale e dell’immancabile ripresa avvenire. Sono state inoltre prese disposizioni per un migliore e più omogeneo sviluppo della propaganda e della diffusione delle nostre pubblicazioni.
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Una riunione di compagni e simpatizzanti si è tenuta a S. Maria Maddalena, nel Polesine, Per desiderio dei partecipanti, l’esposto si è aggirato intorno alla storia della costituzione della III Internazionale e al processo della sua degenerazione, e si è concluso nell’illustrazione dei compiti del partito di classe nella situazione presente. L’incontro ha dato origine a larghe e approfondite discussioni e si è svolto in un’atmosfera di calda fraternità proletaria.