Partito Comunista Internazionale

Capitalismi nati «statali»

Categorie: State Capitalism

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Poiché i fatti stanno a dimostrare che la mania di identificare il socialismo con quel complesso di norme istituzionali adottate dai governi sul terreno dei rapporti tra produzione e potere statale, che si è voluto chiamare «capitalismo di Stato», è una manifestazione comune a tutte le ideologie germinate dalla corruzione dei partiti comunisti, nostro dovere di militanti è di apportare documentazione di fatti storici, atta a combattere la pericolosa infezione. Che le formidabili cantonate prese in sede teorica siano da considerarsi gravide di disastrose conseguenze sul terreno pratico della lotta di classe, sta a dimostrarlo, da una parte, il crociatismo filo-russo dei partiti stalinisti irregimentanti a obiettivi di guerra partigiana vaste masse di lavoratori; dall’altra parte, la nefasta opera di disfattismo che conducono sbandate aggregazioni di «filosofi del dubbio» sotto veste marxista. Agli uni, assai numerosi e predominanti, e agli altri, molto insignificanti per numero ma altrettanto pericolosi in quanto impediscono o ostacolano lo sviluppo del movimento rivoluzionario, va addossata la responsabilità comune della presentazione del «capitalismo dì Stato» come qualcosa di diverso dal capitalismo, dal capitalismo senza apposizioni sviscerato da Marx. Quindi tale da giustificare radicali cambiamenti nel programma e nella politica del comunismo rivoluzionario.

Ci sembra opportuno, al fine di corroborare di dati di fatto la nostra tesi che la gestione statale della produzione è fenomeno permanente, non evolutivo, non nuovo, nella lunga epoca storica della dominazione della borghesia, riportare qualche notizia circa i piani statali di industrializzazione che ai nostri giorni stanno svolgendo governi di paesi arretrati, come l’Argentina, o che oggi appena si volgono al modo di produzione capitalistico, come l’India o Israele.

La nota odierna si ricollega alle altre che su «Battaglia Comunista» e sul presente foglio abbiamo dedicato all’argomento della persistenza storica della gestione di Stato nel corso dell’epoca capitalistica («Battaglia Comunista» n. 17 del 1951, nn. 5 e 15 del 1952).

Il materiale storico addotto fin qui potrebbe bastare se non avessimo a che fare con accaniti pregiudizi, allignanti nel campo generico dell’opposizione da sinistra, allo stalinismo. Il luogo comune dello schema evolutivo di un ipotetico capitalismo che nasce liberista e finisce statalista va in frantumi se si riesce ad afferrare il significato del rapporto non meccanico, ma dialettico, tra il reale corso storico del capitalismo e l’ideologia della classe borghese, che si colora delle tinte del liberalismo all’inizio rivoluzionario del suo ciclo, quando cioè la nascente borghesia ha bisogno di procurarsi l’alleanza insurrezionale delle masse, e si piega flessibilmente a inneggiare alle agghiaccianti dottrine totalitarie, allorché è sola, alla fine del ciclo, di fronte alla minaccia mortale della Rivoluzione. Non muta però durante tutta quanta la traiettoria, il rapporto di concomitanza e di interferenza tra il potere dello Stato e l’impianto e lo sviluppo dell’economia capitalista.

Osserviamo quanto accade in paesi che oggi nascono al capitalismo, come gli Stati asiatici e, esempio di gran lunga più eloquente, nello Stato di Israele. Vedremo come quanto diciamo è vero: l’economia di questi paesi, che fortunatamente nessuna contaminazione ideologica spaccia per qualcosa di diverso dal capitalismo, si svolge, oltre naturalmente che in conformità alle particolarità dell’evoluzione storica dei fattori fisici ambientali, secondo un piano imposto dal potere centrale dello Stato. Capitalismo di Stato? Sicuramente, anche se un’evidente differenza quantitativa corre, in riguardo alle dimensioni delle zone di applicazione del potere statale e dell’attrezzatura tecnica impiegata, tra i neonati e i mostri decrepiti del capitalismo.

Abbiamo, nominato 1’Argentina. Qui, il capitalismo, se pena a tradursi nelle città in forme industriali, come dimostra il II Piano Quinquennale, non è certamente di recente introduzione nelle campagne, i cui prodotti corrono da tempo sui mercati mondiali. Ma recente è lo sforzo, che ora deve registrare un umiliante scacco, di portare la produzione al livello industriale, e tale sforzo non viene lasciato esperire esclusivamente a privati, ma costituisce parte importante della politica dello Stato. Con parte del ricavato del gigantesco affare della vendita di derrate alimelatari ai governi anglo-americani,

impegnati nella seconda guerra mondiale, si tentò, alla fine della guerra, di finanziare un esperimento di industrializzazione che fallì in gran parte. Per mesi, macchinari modernissimi comprati con valuta pregiata all’estero, giacquero ad arrugginire sugli scali ferroviari di Buenos Aires per deficienza di preparazione materiale. Il deficit della bilancia dei pagamenti salì da 239 milioni di pesetas nel 1946, a 1500 milioni di pesetas nel 1952. Il I Piano quinquennale mirante ad un ambizioso sviluppo dell’industrializzazione, mancava il bersaglio. Il II piano, più realisticamente impostato, ripiega sul potenziamento dell’economia agraria, l’allevamento del bestiame, lo sfruttamento delle risorse naturali; seguono nell’ordine degli obiettivi i trasporti, le vie di comunicazione, le opere idrauliche, i ponti, infine l’industria manifatturiera e meccanica. Qui non interessa svolgere la disamina del piano, ma solo mostrarne l’esistenza, al fine di corroborare di dati di fatto la tesi che respinge come proprio ed esclusivo della fase finale del corso storico capitalistico il fenomeno del capitalismo di Stato. Che sia un piano statale sta a dimostrarlo il fatto che il Governo, oltre a coordinare l’impiego dei capitali investiti, si attribuisce il diritto di disporre per lo stesso scopo di una notevole quota del risparmio nazionale.

Ma è nel campo di capitalismi di più giovane età che si osserva più chiaramente la concomitanza di una indiscutibile pratica di capitalismo di Stato con la fioritura di temi ideologici improntati ad un rimasticato liberalismo democratico e, nel caso del regime del Pandhit Nehru, ad una sorta di messianesimo umanitario a sfondo mistico, che testimonia della psicologia della nascente borghesia che si sente guida, in. realtà lo è, del passaggio dalle arcaiche incrostazioni sociali semifeudali, o addirittura nomadi, alle forme indiscutibilmente di gran lunga più evolute del modo di produzione capitalista, ma non ancora sente il morso della rivolta della massa proletaria, tuttora in gestazione.

Anche l’India, che solo oggi si avvia verso la costruzione di una grande industria nazionale, sistematicamente impedita dall’occupante inglese, che pure dotò il vasto territorio di una importante rete ferroviaria, possiede il Suo bravo Piano statale. Non si tratta di misure nazionalizzatrici, che sono ufficialmente ripudiate, ma di un complesso organico di norme legali che mirano ad accelerare la riforma agraria (primo passo verso la creazione di disponibilità di mano d’opera per l’industria e del mercato interno dei prodotti industriali) e a coordinare l’impiego degli investimenti statali e dei capitali acquistati all’estero. Qui siamo in presenza di un ben più gigantesco sforzo, reso possibile dalla ricchezza dell’India in materie prime (juta, carbone, ferro, manganese, mica, bauxite, rame, ecc.) e, come già detto, del vasto sviluppo delle ferrovie. La previsione di spesa relativa al piano raggiunge un importo di oltre 20 miliardi di rupie, equivalenti ad oltre 2500 miliardi di lire, così ripartiti: all’agricoltura il 17,4 per cento, alle irrigazioni ed energia elettrica il 27 per cento, ai trasporti e comunicazioni il 24 per cento, all’industria l’8 per cento, all’assistenza sociale, alla riabilitazione, a varie il rimanente. Si comprende il perché della priorità degli stanziamenti per la produzione di fertilizzanti, per opere di irrigazione, per i trasporti e il potenziamento minerario. La marcia dell’industrializzazione non può che effettuarsi sulle macerie dei tipi di produzione preborghese esistenti nelle campagne. Secondo i rapporti ufficiali, il fabbisogno del piano verrebbe finanziato come segue: 1) Normale gettito di Stato 12.580 milioni di rupie; 2) prestiti interni ed esteri: 1580 milioni di rupie; 3) aggravi fiscali: 6550 milioni di rupie. Piano statale, dunque!Capitalismo di Stato! Età del capitalismo indiano: infanzia.

Di gran lunga più impressionante è l’irrompente straripare dell’agricoltura e dell’industria capitalistica nello Stato d’Israele. Nel suo caso, il corso storico capitalistico non segue la successione: stadio feudale – rivoluzione agraria – industrialismo. L’economia israeliana è un esempio più unico che raro di trapianto di capitalismo su una tabula rasa economica e sociale. La successione originale delle tappe del suo sviluppo storico è questa: deserto – agricoltura cooperativistica capitalista – industrialismo. Nelle stesse zone in cui oggi sorgono le famose fattorie collettive, i kibbutz, qualche hanno fa si stendeva arido e improduttivo il deserto pietroso che da millenni i cambiamenti di clima avevano disteso sulle antiche fiorenti terre di Re Salomone. Il compito gigantesco che si è parato di fronte allo stato israeliano non è stato quello normale di tutti i governi borghesi nascenti, e cioè di estirpare il dominio del latifondo feudalistico, ma quello ben più arduo di creare, è proprio la parola adatta, la materia prima dell’agricoltura, la terra coltivabile. E ciò il governo di Gerusalemme sta facendo. Un gigantesco sistema di irrigazione sta sorgendo: fino ad oggi sono state collocate grosse tubature (di due metri di diametro) per 350 chilometri e costruiti 41 serbatoi; si sta conducendo a

termine proprio ora la posa di una mastodontica tubatura che andrà dal fiume Yaarkon, presso Tel Aviv, fino nel cuore del desertico Neguev, su un itinerario lungo 140 chilometri. Terre prive di acqua dai tempi biblici saranno richiamate all’agricoltura; vaste zone fino a qualche anno fa sterili producono derrate di frutta, destinate anche all’esportazione. Siamo in presenza di un esempio chiarissimo di capitalismo di Stato, forse più totalitario ed accentratore che non lo stesso modello russo; economia e politica, sviluppo delle forze e delle forme di produzione capitaliste e azione militare e politica dello Stato marciano indissolubilmente legati: i coloni delle fattorie collettive sono agricoltori e soldati dell’esercito israeliano, in guerra con il circostante mondo arabo; si può dire che con una mano pilotano il trattore e con l’altra il mitra.

Allo Stato d’Israele compete non solo di conquistare il deserto, ma di disporre dei mezzi produttivi atti a fondare i kibbutz (altro nome comunque si voglia speculate dei colcos sovietici), di fondare degli istituti culturali (scuole agricole, industriali, artigiane, università, politecnici) da cui debbono uscire i tecnici e i dirigenti delle imprese; di costruire dal nulla intere città, come Tel Aviv; di operare dispoticamente la divisione sociale del lavoro, che altrove si è sviluppata spontaneamente, smistando nelle fattorie e nelle fabbriche le masse di immigrati, provenienti soprattutto dall’Oriente e sprovveduti di ogni preparazione professionale. Lo Stato d’Israele ha imposto persino l’uso di una lingua ufficiale, l’antico ebraico dei tempi di Davide e Salomone, lingua morta come il latino, o il sanscrito, che oggi i bambini nati in Israele parlano naturalmente, e gli adulti rapidamente stanno assimilando, mentre le diecine di lingue e dialetti degli immigrati da tutti i paesi del mondo decadono al rango di lingue straniere! Capitalismo di Stato, dunque… chimicamente puro. Anno di nascita del capitalismo israeliano maggio 1948.

Occorrono altri esempi? Ne esistono a josa, e non mancheremo a volta a volta di citarli. Eppure, sagrestie di volgari politicanti caparbiamente decidono che ci si debba stupire di fronte alla edizione russa del capitalismo di Stato, e gridare al miracolo, cioè ad una economia che socialismo non si può definire, ma che capitalismo «classico» neppure sarebbe. Esemplari non rari di «marxisti» che nascono revisionisti.