La classe dominante internazionale sta facendo quaresima. I pentimenti, i rimorsi, i mea culpa, sono ormai il pane di tutti i suoi giorni. Con sdegno virtuoso, la borghesia italiana si è accorta che taluni suoi membri trafficano in divise pregiate, in stupefacenti, in ragazze, in frodi fiscali, in corruzione di funzionari: con puritano orrore apocalittico, la borghesia internazionale si è accorta che l’energia atomica scatenata sfugge al suo controllo e avvelena con le sue ceneri quelli che non ha ancora l’ordine ufficiale, debitamente controfirmato dai numi protettori della democrazia, di massacrare. E abbiamo già detto come tutta questa esplosione di sentimenti morali offesi, e di invocazioni al controllo delle forze fisiche o morali scatenate, tenda a far apparire ai servi del capitale come fenomeno anormale, come forma morbosa, la malattia permanente del regime, ed a rassicurarli sulla possibilità di una terapia che avrebbe il suo punto di appoggio nell’inviolata coscienza morale dei dominanti e i suoi applicatori pratici negli uomini di governo. In questo senso, la campagna dello scandalo è un mezzo di difesa del capitalismo, e sono interessate a scatenarla e ad alimentarla tutte le forze che ruotano nel suo ambito, si chiamino di destra, di centro o di sinistra.
Noi non partecipiamo allo scandalo. Si scandalizza (o finge di scandalizzarsi) chi ha creduto e crede nella sanità fondamentale di un regime; non chi ne ha denunciato da sempre l’inguaribile putredine. Per la classe operaia, non esistono individui bacati la cui eliminazione o neutralizzazione lascerebbe intatto il corpo sociale poggiante sugli immortali principi; c’è un corpo sociale marcio, di cui i singoli bacati o le manifestazioni «aberranti» sono appena le manifestazioni visibili e, perché passeggere, meno gravi. Per il marxismo, il grande scandalo non è il traffico speculativo compiuto da singoli in periodi di particolare emergenza; è il traffico costante, protetto dalla legge e dalle forze repressive dello Stato, dunque perfettamente «morale», della forza-lavoro (a prescindere dal fatto che la speculazione sui titoli come sulle merci o sulle divise è riconosciuta dall’economia classica borghese come un utile strumento economico a difesa del consumatore!), e il trafficantismo di carne femminile che riempie di accorato sdegno i gazzettieri fa tutt’uno col grande industrialismo moderno, nel quale tutto è merce e, prima di ogni altra cosa, è merce la forza-lavoro, poco importa di che qualità. Il filibustiere noi lo vediamo nel borghese normale, l’illegalità nella sua legge, la pirateria nel suo «onesto lavoro», la brutalità ignara di ogni considerazione umana nella sua «funzione sociale». Capocotta è per noi ogni fabbrica, ogni grande azienda agricola, ogni casa ed ogni istituto venerando della società borghese; e, se voi ci date in pasto la prima, ben sappiamo che è solo allo scopo di non lasciarci demolire il resto.
Quanto all’energia atomica che «sfugge al controllo», abbiamo sempre sostenuto che tutto ciò che la società borghese «crea» sfugge al suo controllo, dalla più innocua merce fino alla più spaventosa delle bombe. La storia del capitalismo non è un continuo scatenare forze che vivono di vita propria, trascinandosi dietro nell’abisso delle crisi, dei conflitti locali, dei conflitti generali, l’umanità intera? O che forse abbiamo dovuto aspettare il 1954 per vedere nuove armi uscire a rotazione dagli arsenali dell’industria capitalistica e, relativamente ai tempi, mettere in forse l’esistenza del genere umano? Ed è la prima volta che vediamo i creatori di queste armi farsi prendere da crisi di coscienza, e Nobel erogare i capitali guadagnati con la dinamite in opere di beneficenza? È la prima volta che sentiamo invocare – e perfino tradurre in trattati solenni – il controllo e la limitazione degli armamenti (o, che è lo stesso, della produzione innocua perché, ingorgando il mercato, non «sfugga al controllo» e generi la crisi, e la crisi cerchi la sua soluzione nel massacro)? Tutta la produzione mercantile è, al termine come alla sua origine, «fuori controllo»; e sarà fuori controllo anche la bomba che farà saltare questo regime di filibustierismo e trafficantismo organizzato, la bomba della rivoluzione proletaria – l’unica cosa buona che, proprio perché non la desideravate, proprio perché l’avete temuta e la temete, vi scapperà di mano.
Tempo fa fu diramata e poi smentita la notizia secondo cui gli americani avrebbero chiesto basi militari al Pakistan contro gli aiuti economici resi necessari dalle difficili condizioni di quel moncherino musulmano di India. Avevano ragione tanto i propalatori quanto gli smentitori della notizia: l’accordo avverrà per vie traverse, cioè mediante un’alleanza militare fra Pakistan e Turchia, quest’ultima già inserita nel sistema di sicurezza americano, e già si discorre di articolarla in altre alleanze nel vicino e medio Oriente.
Se si pensa che, sempre premendo sulla leva economica, l’America si dispone a riprendere in mano – insieme con gli inglesi – la gestione delle raffinerie di Abadan e del commercio dei suoi prodotti e, subito dopo, se già non l’ha fatto, mollerà quattrini allo Scià; che in Indocina è riconosciuta la presenza di «osservatori» americani, e dopo molto tergiversare (a parole) Washington ha deciso di fornire alla Francia aerei, armi ed istruttori militari; che, come ha dichiarato Eisenhower, nell’Estremo Oriente le forze militari statunitensi si comporranno d’ora in poi di «forze navali aeree ed anfibie di grande mobilità»; che in Arabia le compagnie petrolifere americane fanno affari d’oro spianando la via ad accordi politici ed economici più vasti, si riconoscerà che il dollaro (non… imperialista, non… colonialista, non… in khaki) costruisce pazientemente la sua tela intorno al mondo. L’Europa funge, in questo lavorio, da copertura: la strada retta, senza ostacoli e senza rigide barriere confinarie, passa non per l’Atlantico ma per il Pacifico, oceano ormai statunitense. E si capisce, in barba a Churchill ed agli inglesi in generale, perché Roosevelt ed altri si preoccuparono tanto della guerra in quel settore, e trattarono direttamente col più debole Stalin ignorando e scavalcando gli inglesi e riservandosi ogni decisione su quel fronte; perché abbiano «democratizzato» il Giappone e non abbiano pensato due volte a intervenire in Corea. Il dollaro ripete in senso inverso il cammino imperiale della sterlina, e lo fa con l’arma del business, degli affari, solo in caso di emergenza dando fuoco alle polveri, passando quindi per anticolonialista: col tintinnio delle monete e con la Bibbia.
Ma il risultato è lo stesso, e il mezzo è più ipocrita. Non ha forse dichiarato il Segretario di Stato Foster Dulles che «gli Stati Uniti hanno in gran parte ereditato la responsabilità di essere lo Stato-guida»?
E, a questo proposito, dove va il clamore della propaganda atlantica per la funzione di Stato-guida, che si arroga nel suo campo, cioè nella sua area, la Russia sovietica? È chiaro che il clamore non verte su pretese questioni di principio, sulla difesa delle immortali libertà democratiche e del «diritto delle nazioni all’autonomia», ma su una questione pratica di diritto di primogenitura fra concorrenti al volante dell’economia e della politica mondiali. Che Washington, su questo punto, non intenda e non abbia motivo di transigere, appare dallo stesso discorso di Foster Dulles. L’America si riserva l’applicazione al mondo di quella nuova leva d’Archimede che sarà lo «scoraggiamento dell’aggressore»; e userà la minaccia e, se occorre, la tradurrà in pratica. In secondo luogo, l’America non intende più «donare» al mondo libero i suoi quattrini: gli ha «donato» quanto bastava per modellarlo a sua immagine e somiglianza, ed ora vuol tirare i remi in barca; è cioè pronta a fornire capitali ad interesse adeguato e ad offrire merci sul «libero» mercato mondiale.
Aggiunge che tutto ciò sarà molto più «dignitoso»: visto che siamo in piena campagna moralizzatrice, su scala nazionale ed internazionale, vada anche per la dignità. La dignità, s’intende, del dollaro – moneta non a torto chiamata «dura».
Negli archivi della saggezza papalina la democrazia cristiana ha scoperto, dobbiamo credere, il trattato dell’arte di dare un colpo al cerchio e l’altro alla botte – con preferenza, com’è naturale, per la botte.
L’ultimissima edizione di questa arte la conoscono tutti: come partito di governo, quindi sulla grande arena, la d.c. è fermamente decisa a una politica di centro-sinistra, e regge la nazionale baracca con una coalizione d’intransigente «apertura sociale» (guai a chi la tocca!); come partito di amministrazione comunale, sulla piccola arena dei municipi, la d.c. è il fulcro di una coalizione di centro-destra nella quale imbarca, pronubi i liberali, gli stessi partiti che solennemente e sprezzantemente respinge al governo.
Così il conto torna sempre: per il gran pubblico nazionale, c’è l’apertura a sinistra, la moralizzazione, la riforma, la repubblica; per la minutaglia locale c’è l’apertura a destra, la monarchia e lo status quo; sono contentati tutti, non è trascurato nessuno, e il partito di maggioranza riprende per la finestra il monopolio dei seggiolini che aveva perduto dalla porta.
È uno dei segreti della democrazia: chi ne dubita? L’operazione Scelba non esclude l’operazione Sturzo.
Romita è piccolino, ma, non c’è che dire, è energico. Nessuno infatti dimenticherà che il primo merito del patriottico compito di ricostruire una bella e moderna arma di polizia, nel dopoguerra, ce l’ha avuto lui; Scelba si è limitato a lucidare i bottoni che c’erano già.
Passato al ministero dei LL.PP., Romita si prepara con altrettanta energia a darci quello che tutti quanti ci promettiamo: la casa. Ogni anno, fra edilizia statale, parzialmente finanziata dallo Stato, e privata, avremmo la costruzione di 900 mila vani; 4,5 milioni in cinque anni.
Abbiamo già detto altra volta che, anche così (e ci sembra che Romita venda la pelle dell’orso prima di averlo ucciso), non si coprirebbe la famosa «falla» cronica della casa italiana. Ma la cifra fa colpo, specie se aggrovigliata da una propaganda che tutto confonde. La verità è che un governo di «centro-sinistra» deve necessariamente dichiarare di fare più di quello che, con tutta la sua iniziativa, pensava di fare Fanfani, e si sa che Fanfani è il modello a cui tutti i ministri di «apertura sociale» sognano di adeguarsi.
Non per nulla, si legge, Romita ha preparato un programma per riorganizzare «in senso produttivo» i fanfaniani cantieri di rimboschimento, scuola e riqualificazione. In senso produttivo vorrà forse dire che, sempre per quel famoso compenso giornaliero, faranno costruire da disoccupati opere pubbliche che, con la mano d’opera normale, costerebbero cifre esorbitanti – magari quei 900 mila alloggi?
Fra gli altri e molteplici vantaggi, gli scandali recentissimi hanno avuto quello di liberare i sommi dirigenti sindacali della penosa necessità di forzare il pedale alle agitazioni. Fra tanta bazza di trafficanti, speculatori, morfinomani, oppiomani, evasori fiscali, ecc., è facile liquidare silenziosamente le situazioni incancrenite nel mondo del lavoro. Non è sfuggita agli operai la singolare mitezza del terribile Di Vittorio nell’allacciare trattative con gli industriali per il tramite del ministro del Lavoro. Tutto tace, nel settore delle agitazioni operaie, non perché non ci siano mille motivi di agitazione, ma perché la Caglio ed il Montagna hanno aperto ai «dirigenti» la porta di servizio perché se la squagliassero alla chetichella. I gravi incidenti dell’OM a Milano si sono spenti senza eco; a Firenze la Richard Ginori è stata evacuata dalle maestranze, e né uno sciopero né una modesta agitazione ha risposto al licenziamento di un migliaio di operai.
C’è una divina provvidenza sindacale che consente ai pontefici delle diverse confederazioni o di far lottare gli operai per obiettivi che non sono i loro (difesa dell’economia «nazionale» o della costituzione, protezione della siderurgia, ecc.), o di non farli lottare quando l’obiettivo è lì chiaro, tragicamente chiaro, davanti ai loro occhi; e di fare tutto questo impunemente.
Questo non è uno «scandalo»: guai al mondo! Questa è alta politica: politique d’abord!
Abbiamo visto, a proposito della Pignone, come gli industriali, per la penna del sommo pontefice dott. Costa, lamentassero l’inefficienza dei politici ch’essi stessi mantengono come amministratori degli interessi generali della classe. In quel caso si trattava di buttare a mare le maestranze e liquidare tutta la commedia di messe e piagnistei inscenata da La Pira. Ora la stessa canzone, per altri motivi, è cantata da G. C. (o che sia ancora il dott. Costa?) sul giornale Il Timone del 21-28 gennaio 1954, in un articolo «Crisi dei cantieri o crisi della nazione?». Dopo aver affermato che la causa prima della crisi è l’alto costo di produzione, per cui la marina mercantile italiana si è ricostituita, dopo la guerra, con navi di «seconda mano» e nuove cedute o acquistate dagli americani e perfino con navi ordinate in cantieri stranieri, lamenta che l’intervento dello Stato, rivolto a colmare la differenza tra costi italiani e stranieri, sia stato effettuato «con leggi varate a più riprese e ogni volta in cui i cantieri avevano l’acqua alla gola»; queste leggi infatti non potevano che dare «risultati discontinui e senza dubbio inferiori a quelli che – a parità di onere per l’erario – si sarebbero potuti ottenere da una legge unica, organica, lungimirante».
Da che dipende quindi la crisi dei cantieri e così pure delle altre industrie e dell’intera economia nazionale? Dalle pastoie giuridiche, dalla crisi politica: «Al cospetto di queste drammatiche realtà la cosiddetta “prassi democratica” delle consultazioni e delle designazioni, con tutto il formalismo che segue, acquista il sapore di una sciocca farsa carnevalesca che ha stancato fino alla nausea la grande maggioranza degli italiani. Si tratta di un protocollo superato, inadeguato alle situazioni e ai tempi, che dovrebbe essere radicalmente trasformato e snellito».
Nel caso della Pignone, l’invocazione era a favore di un ritorno al liberalismo: qui è a favore del paternalismo statale. La classe industriale, mentre mal sopporta che «i parlamentari, i partiti, le tendenze, i gruppi si perdano in discussioni bizantine, in ambizioni vane, in sciocchi e inconcludenti puntigli», esige dal più adatto organo di difesa e amministrazione dei suoi interessi, il governo, di rimanere seriamente «intento a governare e non già a lambiccarsi il cervello – nello spazio di un mese o di una settimana di vita – sul modo di ottenere e conservare la fiducia al parlamento».
Scontenti, gli industriali vorrebbero scoprire le carte, liquidare le finzioni democratiche, avocare a sé, direttamente, l’esercizio della dittatura di classe. Non lo faranno, naturalmente, almeno per ora, perché non saprebbero come altrimenti tenere imbrigliate le masse; non ci renderanno il favore di presentare con chiarezza agli occhi dei proletari la contrapposizione dell’aperta dittatura capitalistica di industriali e proprietari terrieri alla lotta rivoluzionaria della classe operaia per la sua dittatura. Ma intanto, non perderanno occasione per ricordare ai loro «amministratori» (e indirettamente lo ricordano senza volerlo ai proletari) che la loro missione è di fare gli interessi della classe. Altrimenti, a che la democrazia?
Per conto nostro, preferiamo queste parole chiare, senza rugiada progressista, papalina, iniziativista, riformista. Almeno non cullano illusioni!
Relazioni Internazionali del 27-3, a proposito dell’«avvenimento più importante dell’anno», cioè del fatto che la Gran Bretagna è rapidamente salita al rango di terza grande potenza atomica: «Sarebbe far torto all’amministrazione laburista disconoscere la grande parte che essa ha avuto nell’impostazione delle ricerche atomiche e le enormi somme spese in così vitale scopo. Sta di fatto che, come si è detto, i frutti non sono mancati. Né, presumibilmente, mancheranno in futuro».
Attlee seminò: Churchill raccoglie
Soprattutto il commercio
Il commercio è il grande amore dei «comunisti» (con licenza parlando) di affiliazione moscovita. Dal rapporto Bierut al II Congresso del partito operaio polacco, il 10 marzo: «La Polonia non risparmierà nessun sforzo per favorire la cooperazione internazionale di tutti gli Stati, senza distinzione di sistema sociale e di forma di governo, soprattutto nel campo del commercio».
Dalla lotta di classe mondiale contro il regime delle merci, alla collaborazione mondiale per il regime delle merci.
Guai se non ci fossero i padroni
Gaetano Marzotto su Oggi dell’1-4: «Due anni fa un collega industriale ritornato dal Nord America riferì come, intrattenendosi durante la visita ad uno stabilimento a conversare con un operaio, questi, additandogli il proprietario che stava parlando con altri in visita, ebbe a dirgli press’a poco così: “A quello io devo il mio benessere; se egli non mi procurasse un lavoro remunerativo, io non potrei godere delle condizioni di vita raggiunte”».
Ringraziamo dunque i padroni. Non l’operaio crea la loro ricchezza; sono essi che creano la ricchezza dell’operaio…
Siamo arrivati così al capitolo che innamora gli appassionati del romanzesco. Il duello tra ordinovisti e astensionisti! Gli autori di una recente «Storia del Partito Comunista Italiano» intitolano un loro capitolo con l’espressione da gergo sportivo: «Gramsci contro Bordiga»! Così, con leggende del genere, la fondazione del P.C. d’Italia diventa un’imitazione della fondazione di Roma coll’impressionante duello tra fratelli … Si capisce come i togliattiani, sulla traccia dei processi di Mosca, siano i più accaniti nel sostenere la tesi del conflitto «fin dal principio» tra ordinovismo e la Frazione comunista Astensionista. Ma che storici «obiettivi» ne sposino gli argomenti, beh, proprio non si riesce a capire.
La Frazione Comunista Astensionista diagnosticò il male incurabile della corrente dell’Ordine Nuovo fin dalle sue prime manifestazioni. Esiste un numero del Soviet che sfortunatamente non possediamo – in cui mentre si dava l’annuncio dell’uscita dell’«Ordine Nuovo» a Torino, si respingevano senza possibilità di equivoco le deviazioni ideologiche dei suoi redattori e si esprimeva convinta preoccupazione per il proclamato «concretismo» del programma che voleva essere una stretta adesione in tutta la periferia sociale tra rivendicazioni immediate e moto rivoluzionario. Il gramscismo, infatti, coerente alla derivazione idealistica della sua ideologia dialettica nel senso di Hegel e non in quello di Marx, costruisce nella società presente con la rete dei consigli di fabbrica uno schema e modello dello Stato operaio futuro, e tale costruzione è inconciliabile con l’essenziale teoria marxista della distruzione dello Stato borghese e del deperimento successivo dello Stato operaio, risuscitando lo Stato di Hegel limite assoluto del meccanismo sociale definito con una costruzione mentale e logica.
Ma il dissenso non assunse mai, almeno fino al 1923, forme concrete. Ciò avvenne non perché la Frazione Astensionista e la Direzione del P.C. d’Italia, uscita da Livorno, prese a tollerare le ideologie ordinoviste, ma per il semplice fatto che, nei rapporti intervenuti tra le due organizzazioni fin da prima della costituzione del P.C. d’Italia, Gramsci e soci accantonarono decisamente le loro prevenzioni teoriche, e accettarono senza riserve i testi della Sinistra, dando prova, almeno una volta nella loro esistenza politica, di seguire correttamente il marxismo. Passando alla lotta contro la Sinistra, gli ordinovisti dovettero rinnegare se stessi per la seconda volta.
Esiste una prova inconfutabile dell’assenza di quello stato di conflitto, o tantomeno di animosità tra i capi, che togliattiani e non togliattiani pretendono di scoprire tra la Sinistra e l’ordinovismo. Si tratta nientemeno che della questione dell’adesione dell’ordinovismo alla III Internazionale. La corrente dell’«Ordine Nuovo» fu presentata all’Internazionale da Bordiga e, a seguito di una sua relazione, ammessa nei ranghi dell’Internazionale. Lasciamo raccontare l’episodio da A. Rosmer. l’autore del libro «A Mosca ai tempi di Lenin» che abbiamo già citato.
Rosmer, venendo a discorrere delle correnti del socialismo italiano rappresentate al secondo congresso dell’I.C. così scrive:
«Un’altra tendenza, non rappresentata al congresso, esprimeva attraverso i suoi scritti e la sua attività, le concezioni dell’Internazionale Comunista. Era il gruppo dell’«Ordine Nuovo» di Torino, i cui militanti più noti erano Gramsci e Tasca.
«Quando si arrivò alla discussione del paragrafo che riguardava l’Italia, si constatò che nessuno dei delegati italiani era presente (alla riunione della commissione dei mandati, di cui Rosmer era membro, n.d.r.) perché nessuno aveva voluto parteciparvi, non considerandosi autorizzato a parlare in nome del partito.
«Si dovette pregare Bordiga di venire ad esporre e a precisare la posizione de «L’Ordine Nuovo», cosa che egli fece molto onestamente, benché avesse cominciato, come sempre, col far noto che egli se ne discostava.
Ma la precisione della sua relazione rafforzò l’intenzione del relatore di dare l’investitura all’«Ordine Nuovo», e la commissione unanime approvò».
L’episodio prova due cose: 1) all’epoca del secondo congresso dell’I.C. l’«Ordine Nuovo» era pressoché sconosciuto all’I.C, la cui dirigenza s’era determinata ad invitare direttamente Bordiga a rappresentare la Frazione Comunista Astensionista: 2) fu la esposizione di Bordiga, critica ma assolutamente obiettiva, ad indurre la commissione dei mandati ad ammettere lo «Ordine Nuovo» nell’Internazionale. Allora che rimane delle tracotanti falsificazioni degli scribi del P.C.I. che s’affannano a creare l’inverosimile leggenda di un ordinovismo beniamino del Komintern? E che fine fanno le ancor più stupide fandonie sulla lotta personale tra Bordiga e Gramsci?
Le Tesi della Sezione di Torino del P.S.I., proposte dal Consiglio Direttivo costituito a seguito del l’intesa intervenuta tra la maggioranza della sezione aderente alla Frazione Comunista Astensionista e il gruppo dell’«Ordine Nuovo», avevano suggellato, nel maggio 1920 cioè alla vigilia del secondo Congresso dell’I.C, la fusione delle massime correnti del comunismo italiano. Ma, accantonata la pregiudiziale antielezionista, l’accordo si era prodotto sulla questione della lotta contro il riformismo e l’adesione alla Terza Internazionale. Nelle Tesi di Torino, che furono designate per brevità: Le Tesi dell’«Ordine Nuovo», era contenuta implicitamente la sconfessione delle deviazioni ideologiche che il «Soviet» aveva respinto un anno prima. Vanamente, i togliattiani puntano sul fatto che l’Internazionale ritenne le «Tesi dell’Ordine Nuovo» conformi al proprio programma, per diminuire la Frazione Comunista Astensionista. Ciò avvenne soltanto perché non contenevano il principio astensionista. Quando accettò di avallare elucubrazioni propriamente ordinoviste di Gramsci, l’Internazionale aveva già iniziato l’involuzione opportunista.
Carlo Pisacane se lo sono appropriato tutti: progressisti, patrioti, riformisti, anarchici. Ma, nel suo Testamento Politico, si direbbe che l’avesse previsto, e ha una scudisciata per tutti.
Per i progressisti: «Sono convinto che le ferrovie, i telegrafi, il miglioramento dell’industria, la facilità del commercio, le macchine, ecc., ecc., per una legge economica e fatale, finché il riparto del prodotto è fatto dalla concorrenza, accrescono questo prodotto, ma l’accumulano sempre in ristrettissime mani ed immiseriscono la moltitudine; epperciò questo vantato progresso non è che regresso; e se vuole considerarsi come progresso, lo si deve nel senso che accrescendo i mali della plebe la sospingerà ad una terribile rivoluzione la quale, cangiando d’un tratto tutti gli ordinamenti sociali, volgerà a profitto di tutti quello che ora è volto a profitto di pochi».
Per i patrioti e per i democratici: «Per me, non farei il menomo sacrificio per cangiare un Ministro, per ottenere una costituzione, nemmeno per cacciare gli Austriaci dalla Lombardia ed accrescere il regno Sardo; per me dominio di Casa Savoia o dominio di Casa d’Austria è precisamente lo stesso».
Per gli idealisti, riformisti e gli anarchici: «L’educazione del popolo è un assurdo. Le idee risultano dai fatti, non questi da quelle, ed il popolo non sarà libero, quando sarà educato, ma sarà educato quando sarà libero».
Dopo di che, lo commemoranno lo stesso a modo loro.
Tra i provvedimenti adottati dal governo rivoluzionario della Comune, sorto a Parigi il 18 marzo 1871, figurò quello sulla abolizione del lavoro notturno dei fornai. A qualcuno può sembrare si tratti di episodio senza importanza. In realtà, la liberazione di una categoria di lavoratori salariati, oltremodo oppressi dalla tecnica produttiva e dagli ordinamenti sociali della produzione, traduceva in pratica il senso della rivoluzione del proletariato parigino.
Ciò che il riformismo, di vecchio o nuovo conio, di confessione socialdemocratica o staliniana, non sa concepire, è che la liberazione delle masse lavoratrici avviene al di fuori e contro il meccanismo salariale. Solo chi è schiavizzato dall’esigenze spietate di un modo di produzione che si fonda sullo sperpero pazzesco della forza di lavoro sociale, solo chi deve stare rinchiuso almeno otto ore nell’ergastolo dell’azienda essendo forzato a produrre merci che nove volte su dieci non rispondono ad alcuna utilità sociale, ma solo all’interesse della speculazione, può comprendere come persino il miglioramento salariale più alto lasci intatta la schiavitù del lavoro salariato. Il lavoratore salariato rimane un oppresso anche quando riesce a possedere il micromotore o la Ford, un oppresso dell’officina, della ’na, dell’orario di lavoro. E chi più oppresso del lavoratore del pane, del fornaio, costretto a lavorare sempre di notte ?
Abolendo il lavoro notturno dei fornai, la Comune volle significare che la rivoluzione dei lavoratori non è miserabile questione di centesimi, di aumenti di paga, di più quattrini da spendere; ma, al contrario, è radicale sovvertimento dei rapporti di produzione e delle condizioni di lavoro imposte dal feroce parassitismo capitalista. Sotto il capitalismo, il lavoro vivente è dominato e soggiogato dalla tecnica produttiva e dai rapporti di produzione. Il socialismo non potrà liquidare la macchina statale borghese se non spezzando la macchina produttiva capitalistica, se non distruggendone il malefico potere di dilapidazione della forza-lavoro sociale, sulla quale la divisione in classi si regge. Ogni ingranaggio della macchina produttiva dovrà girare, sotto il socialismo, in vista di alleviare la fatica dei produttori, fino a trasformare il lavoro in bisogno fisico, non più schiavitù economica, degli uomini. E quando, rifiutandosi di sperperare la forza-lavoro in oggetti inutili o dannosi, che oggi costituiscono la grande maggioranza delle merci capitalistiche, i produttori potranno lavorare sei, quattro, due ore, un’ora al giorno, verrà a cessare la maledizione del lavoro notturno.
Ma, ottant’anni fa, all’epoca cioè della Comune, l’abolizione del lavoro notturno dei fornai veniva a creare, ovviamente, degli inconvenienti ai consumatori. Ora non più. Oggi si confeziona negli Stati Uniti il pane congelato. Con un sistema molto semplice, il pane e prodotti affini sono congelati non appena escono dal forno. Il sapore e la freschezza restano intatti e possono essere conservati per anni interi. La stampa americana, da cui ricaviamo questa importante notizia, narra che i componenti la spedizione polare dell’Ammiraglio Byrd, tornando nell’accampamento lasciato quattro anni prima, trovarono in una baracca del pane naturalmente congelato. Fatto sgelare, il pane risultò ottimo. Oggi, a venti anni di distanza dalla scoperta, un migliaio di negozi alimentari nelle regioni orientali degli Stati Uniti vende il pane congelato, che viene spedito anche in paesi lontani come l’Italia, l’Inghilterra, la Germania e la zona del Canale di Panama.
Nelle mani dei capitalisti e dei bottegai, la nuova confezione del pane mirerà unicamente a ridurre il prezzo di produzione, eliminando lo spreco del pane raffermo. Soprattutto, sarà possibile impiantare grandissimi panifici ad alto potenziale produttivo, non più sconsigliati dalla necessità del rapido smercio del pane. Il pane invenduto potrà conservarsi in frigorifero. Ma siffatta innovazione tecnica non migliorerà le condizioni di lavoro dei fornai, i quali continueranno a lavorare otto ore difilato di giorno e di notte. D’altra parte, per molti di loro, la nuova tecnica panificatoria significherà disoccupazione e miseria.
L’invenzione della congelazione del pane arreca un altra conferma dell’assoluta razionalità del programma comunista. Quando sosteniamo che la produzione socialista permetterà di ridurre la giornata di lavoro ad un paio d’ore, i soliti fessi, che sanno tutto degli scandali del giorno o delle delizie malenkoviane, sono soliti ridere idiotamente. Poter congelare il pane e conservarlo indefinitamente, significa che è possibile non dover confezionare pane ogni giorno, ma poniamo, una volta per tutto l’anno. Non è detto che il capitalismo non vi potrà arrivare, ma lo potrà fare solo nell’ambito dei rapporti vigenti, per cui gli operai addetti alla confezione del pane continueranno a lavorare otto ore al giorno, per tutto il tempo occorrente alla fabbricazione. Nei mesi e nei giorni rimanenti o rimarranno disoccupati oppure saranno ingaggiati a produrre, giorno e notte, per un turno di almeno otto ore, in altro ramo della produzione, merci che potranno essere indifferentemente cannoni atomici, automobili di lusso, o, perché no ?, sigarette alla marijuana.
A proposito delle chiacchiere sulla «mancata proletarizzazione» come riprova dell’«errore del marxismo», la rivista tedesca dei socialisti indipendenti Pro und Contra riporta alcune cifre interessanti relative alla Bengodi della «libertà», gli Stati Uniti, ed alla Germania. La prima tabella riporta le percentuali relative delle due categorie degli imprenditori e liberi professionisti da un lato, e operai e impiegati dall’altro, dal 1880 al 1946: essa dimostra il vertiginoso processo di accentramento in poche mani delle imprese e di proletarizzazione della massa della popolazione. Le cifre sono ufficiali:
La seconda tabella illustra l’andamento dell’occupazione nelle aziende tedesche piccole e grandi nel corso degli ultimi 55 anni. Il processo di concentrazione è altrettanto evidente; si dovrebbe inoltre ricordare che, com’è noto a tutti, molte delle cosiddette aziende indipendenti di dimensioni piccole lavorano in realtà per conto o nell’orbita delle aziende maggiori, mentre d’altra parte non è indicato nella tabella il peso percentuale delle aziende veramente grandi.
Mentre proclamava nel suo Rapporto al II Congresso del Partito popolare polacco che in Polonia si sta camminando spediti nella costruzione dello Stato socialista, Bierut annunciava che, nel campo agricolo, le terre arabili coltivate dalle cooperative agricole di produzione rappresentava nel 1953 già il 9% circa della totalità delle terre coltivate dalle aziende agricole, e quelle coltivate da aziende agricole statali il 12,8%.
Alla buon’ora! Dopo sette anni di costruzione del socialismo, la schiacciante maggioranza delle terre sono coltivate da aziende agricole private, perfino la non-socialista azienda cooperativa è un piccolo punto, un misero nove per cento sul totale, e un punticino un po’ più grosso sono le aziende statali. Non solo, ma lo Stato socialista ha alleviato le imposte e migliorato i contratti per le aziende contadine individuali, ha fornito maggiori crediti di investimento ed altri «incentivi materiali» al contadiname. Veramente, un bel quadro di edificazione del socialismo (è vero che un altro «Paese costruttore di socialismo», la Cina, si distingue per i prestiti a tassi bassissimi, molto più bassi che nei tradizionali Paesi capitalistici, a industriali privati, e, come abbiamo visto altra volta, la stampa «di sinistra» se ne mena gran vanto)!
Tempo addietro, commentando la stupefacente ripresa dell’economia tedesca, osservavamo come essa fosse tuttavia arrivata al punto di saturazione, e come diventasse preoccupante il problema di «continuare». L’osservazione trova conferma in un articolo su La Stampa, dove si legge che cinquantamila minatori sono «stati messi a riposo forzato durante la “seconda domenica” introdotta per far diminuire del dieci per cento la produzione che, secondo i progetti dell’anno scorso, doveva invece aumentare di un sesto», e si parla delle «colline formate dai cinque milioni di tonnellate di carbone invenduto e invendibile»…
A leggere la corrispondenza, che peraltro si sforza di attenuare la gravità del problema e di prospettare l’eventualità di una crisi di raggiustamento, di una «costipazione che potrebbe essere invidiata da molti altri paesi», si ha di fatto il quadro della classica crisi di sovraproduzione. L’espansione si è fondata sullo sfruttamento di un potenziale interno di domanda insoddisfatta che la guerra e il dopoguerra immediato avevano enormemente gonfiato. C’era fame di merci, e si è prodotto vendendo largamente a credito: operai, contadini, piccoli borghesi che dovevano ricostituire tutto ciò che avevano perduto hanno acquistato a rate per cifre vertiginose che «misurate sul volume complessivo degli affari, raggiungono esattamente la stessa proporzione delle vendite a rate negli Stati Uniti durante l’autunno 1929, prima del tragico venerdì nero» di Wall Street. E il risultato sembra analogo; gli indebitati non riescono più a pagare, cominciano i pignoramenti, e un «esperto» scrive: «La fase eroica della ripresa economica, compiuta a marce forzate, è indubitabilmente conclusa in quasi tutti i settori (eccezione sicura: l’edilizia) e la posizione della Germania è meno forte di quanto possa apparire». Che interessano infatti i due miliardi di dollari in oro e divise che le banche tedesche hanno accumulato nelle loro riserve? Che importa che il marco sia divenuto una valuta forte la quale fa aggio perfino sul franco svizzero, se dietro questa ricchezza accumulata c’è la situazione artificiale di un mercato interno ormai saturo e di un mercato internazionale che vede una minore domanda di merci e una crescente offerta? I giganteschi accumuli d’oro dell’America 1929 non hanno significato nulla di fronte all’ondata della crisi.
Con questo non vogliamo profetizzare cataclismi a breve scadenza: il processo di logoramento interno del regime capitalista è, in assenza di una vigorosa spinta proletaria, necessariamente lento. Quello che è confermato in luce meridiana è la falsità delle profezie di stabilizzazione interna, di gestione e di controllo del ciclo economico, di attenuazione o addirittura di superamento delle contraddizioni del regime. Una pezza è stata appena applicata che un altro buco si apre; l’inno alla prosperità è stato appena lanciato che si converte in marcia funebre. Sta capitando qualcosa di analogo – anzi, in forza dell’anticipo nella ripresa, di ancor più grave – in Giappone, avvantaggiatosi anch’esso di situazioni particolari negli anni scorsi, oggi attanagliato dal morso della crisi e ventilante il ritorno al dumping. Il terremoto continua!
Abbiamo svolta la prima forma della rendita differenziale dei terreni agrari. Essa risponde al confronto tra diversi terreni mano mano messi a coltura per la necessità di alimentare popolazione maggiore e che sono inevitabilmente di diversa fertilità, ossia che per l’impiego dello stesso lavoro danno prodotto diverso. E’ chiaro che ogni società umana, se vi fosse non solo terra illimitata, ma terra illimitata per ogni “tipo” di fertilità, coltiverebbe solo la terra più fertile di tutte e si nutrirebbe col minimo di lavoro.
“Al limite”, se vi fosse una terra così fertile da dare frutti senza lavoro a quanti si voglia uomini da alimentare, questi potrebbero vivere a bocca aperta ai piedi degli alberi quasi miracolosi: il lavoro si ridurrebbe a quello dei muscoli che azionano le mandibole. A nessuno verrebbe in mente di stabilire monopoli sulla terra e di fare la fatica di una recinzione attorno all’albero a cui mangia.
Nel caso più verosimile dei terreni A, B, C, D di crescente produttività a pari sforzo di lavoro, se di ognuno ve ne fosse in quantità, in estensione illimitata, si lavorerebbe dalla comunità solo sui terreni del tipo D, che danno quadruplo frutto a pari pena di lavoro. Essendo il grano da raccogliere in ragione del numero dei membri della società, è chiaro che questa potendo trovare terreno D quanto ne vuole lavorerà la quarta parte del tempo che se dissodasse terreni tipo A, dal minimo prodotto.
Comunque crescendo gli uomini, e se volete il loro appetito, fino a che la terra non è limitata, ossia monopolizzata, la prima ovvia soluzione non è di ottenere più frutto da uno stesso terreno, ma di occupare altro terreno.
Questo fenomeno a Marx importa esaminarlo in epoca ed ambiente capitalistico moderno, ossia nell’ipotesi che chi lavora non disponga del prodotto, né individualmente né collettivamente, ma ne riceva dalla “azienda agraria” un tanto erogando tempo di lavoro in certa misura.
Nella prima forma una tale economia provvede alla sua estensione con la messa a coltura di nuovi terreni. Ben presto storicamente tutta la terra disponibile sarà stata impegnata e se si vorrà più grano per alimentare più bocche, non si potrà che far produrre di più la terra già coltivata: ciò si deve esaminare nella seconda forma.
Nella prima abbiamo dimostrato che, essendo lo scambio mercantile secondo la legge degli equivalenti, essendo la produzione agraria organizzata capitalisticamente con imprenditori agrari o fittavoli, e contadini soltanto salariati, avendo fatta l’ipotesi che tutta la terra, messa o non messa a semina, è ormai oggetto di privata proprietà, dato che esistono terreni di diversa fertilità, si genera la rendita differenziale, mano mano che dal terreno meno fertile A si passa ai migliori B, C, D.
La legge differenziale
Le leggi stabilite dicono che il prezzo di produzione, o regolatore, del grano calcolato per il terreno più sterile A determina il prezzo di vendita di tutto il grano. A resta senza rendita, gli altri tre terreni hanno rendite successivamente crescenti.
Le dettagliate analisi dei vari casi, ossia che si pongano a coltura successivamente terreni migliori o peggiori, o in ordine alterno, mostrano che la causa “differente fertilità” genera l’effetto “differente rendita”.
Quale la relazione tra causa e effetto? La più semplice sarebbe la proporzione; se raddoppia la fertilità raddoppia la rendita. Ma lo specchio fondamentale, il Quadro I di Marx, su cui si poggia tutta la costruzione, sta a mostrare che la forma di tale legge è ben diversa. I quattro terreni danno il prodotto 1, 2, 3, 4 in misure di grano. Le rendite non sono 1, 2, 3, 4 o valori proporzionali, ma zero scellini, sessanta scellini, centoventi scellini, centottanta scellini, ossia si possono raffigurare coi numeri zero, uno, due, tre. Contro, ripetiamo, uno, due, tre, quattro. Appunto: questa regoletta non è proporzionale ma differenziale. Che vuol dire ciò? Supponiamo che io sappia la rendita (di 60 scellini) del terreno 2 (B) e mi domandi quella del terreno 3 (C). Se ragiono che deve crescere, in rapporto a 60 scellini, secondo il prodotto che è 3 invece di 2, dirò che la rendita di C è 90 scellini. Avrò detta allora una fesseria: il fatto non è nuovo né grave per nessuno di noi. Ma l’avrò detto socialmente nel senso che avvantaggia il proprietario fondiario borghese; avrò politicamente fregato il mio partito rivoluzionario. Ecco il male.
Devesi dunque ragionare in altro modo, e dire: l’aumento di rendita da B a C dipende dall’aumento di fertilità da B a C, come avveniva per l’aumento di rendita da A, terreno base, a B. B rispetto ad A guadagna una misura di fertilità e così fa C rispetto a B. Ora se B rispetto ad A guadagna rendita per 60 scellini, lo stesso deve fare C rispetto a B. Allora 60 più 60 fa 120, non già 90. Fesso che ero! e furbo il rentier!
In parole: non è vero che la rendita cresce con la fertilità, ma la differenza tra due rendite sta in ragione della differenza tra due fertilità.
Questo principio della rendita differenziale è lo stesso stabilito da Galileo colla relatività dei moti uniformi. Egli non disse più che le distanze del mobile da un punto fermo sono in proporzione dei tempi della sua corsa, ma che le distanze tra due successive posizioni stanno in proporzione alle differenze tra i tempi misurati nelle due posizioni. Non è la stessa cosa.
L’algebrista esprime la prima legge con s (spazio) uguale v (velocità costante) moltiplicato t (tempo). Da Newton-Leibniz chi usa il comodo utensile del calcolo infinitesimale (che sta come il rasoio elettrico alla primitiva pietra dura affilata: è a maneggiar questa seconda che ci vuole un Figaro-genio, il primo è per il fesso qualunque come noi) dice invece: delta s (differenziale dello spazio) uguale v (velocità costante) moltiplicato delta t (differenziale del tempo).
Legge di Marx: differenziale della rendita uguale una costante moltiplicata per il differenziale della fertilità.
Piccolo il passo avanti?! Era più agevole sapere la rendita assoluta e non il suo differenziale?! Più facile? non siamo a scuola perdio, ma nella lotta storica. Quel passo fatto da Galileo fonda la dottrina di tutti i moti anche a velocità non uniforme e con essa la fisica moderna, scienza del tempo dell’utensile e del motore meccanico. A Marx riesce possibile su tale base passare alla seconda forma, ossia ammettere che il capitale, costante nella prima, vari; che il prezzo di produzione regolatore, costante nella prima, a sua volta vari, il che andiamo a vedere. Egli così dà le leggi per lo studio della forma economica capitalistica agraria e no (direbbero ora), contemporanea a lui e futura; smaschera la soubrette concorrenza e dà la esauriente teoria del tiranno monopolio; toglie parola ed impiego ad ogni buffonesco correttore, dalla nascita del capitalismo all’avvento del comunismo al mille per mille.
Non lasceremo questo indugio sulla filosofia della rendita differenziale senza un’applicazione della detta legge di Marx al nostro esempio, aggiornato a dati concreti di oggi. Nello specchio da noi pubblicato alla precedente puntata il terreno C produceva quintali 7 ed il D quintali 7,75. Sapendo la rendita di C in 16.000 lire all’ettaro, mi chiedo la rendita di D. Se inavvedutamente facessi la proporzione troverei che la rendita di D è L. 17.700 (la regola del 3 dà infatti 16.000 x 7,75 : 7 = 17.700).
Devo invece prima sapere la fertilità di A, terreno base con rendita zero, che è 5 quintali. Allora dirò che la differenza di fertilità per il terreno C è 7-5 ossia 2, mentre per D è 7,75-5, ossia 2,75. Quindi alla differenza di rendita tra A e C che è 16.000 (meno zero) corrisponde una differenza di rendita tra A e D, in ragione ovviamente di 8.000 lire per ogni quintale in più. Ma quella differenza di fertilità è 2,75 al posto di 2; ai quintali 0,75 in più corrispondono 6.000 lire. Tale l’aumento di rendita passando da C a D; e quindi questo terreno rende 22.000, come nel quadro dato e non 17.700. Il fondiario si era fregato ben 4.300 lire, per anno e per ettaro. Roba da ufficio agrario del PCI.
Potevo anche partire dai dati di B che sono 6,50 quintali, 12.000 lire di rendita. C guadagna su B mezzo quintale e 4.000 lire, ossia 8.000 a quintale. D guadagnando ulteriori 0,75 sale come detto di 6.000 e va da 16.000 a 22.000.
Le cifre assolute conducono i cercatori del vero nelle alte regioni della coscienza e dello spirito, sede sola e immarcescibile degli assoluti valori.
Noi crediamo invece solo ai differenziali e di essi soli facciamo scienza. Essi ci conducono a constatare le fottiture della realtà.
Ma la “sfiziosa” politica?
Molti lettori seguono con pazienza queste deduzioni e sviluppi e fanno del tutto per adattarsi alle evoluzioni tra aritmetica, letteratura di partito, storia e anche filosofia. Tuttavia hanno l’aria di chiederci: ma alla politica quando ci si arriva? All’attitudine da tenere verso i vari ceti della campagna, alla valutazione sociale e politica oltre che dei proprietari, dei fittavoli e dei braccianti, anche dei piccoli coloni e mezzadri, dei piccoli proprietari, all’effetto delle loro aspirazioni e rivendicazioni, della loro pressione collettiva, alla probabilità che siano tanto bravi da darci una mano?
Contro queste impazienze, che ci sovrastano dai tempi dei tempi da un’altezza pari a quella dell’Olimpo da cui Giove tuonava (e contro le quali in verità ci dibattiamo invano ricadendo sempre col sedere per terra non meno di Capaneo o di Prometeo), lanciammo in una puntata precedente un non disprezzabile macigno raccattato dalla madre terra, probabilmente nel terreno A. Era un passo di Marx; vale la pena di ripeterlo.
“Ogni critica della piccola proprietà fondiaria [e ve ne promettiamo tutto il male possibile] si risolve in ultima istanza in critica della proprietà privata [e del suolo, e dei suoi prodotti], come limite e ostacolo per l’agricoltura (…). Naturalmente [è la seconda volta che ci lamentiamo col Maestro che tutto questo va poco naturalmente, con questi chiari di luna] noi negligiamo [vada per il francesismo, dato che è un latinismo: l’originale dice certo vernachlässigen, bella parola che vorremmo tradurre a suono: abbandoniamo al pernacchio] ogni considerazione politica”.
Ricordate che aggiungeva il testo?
“Questo limite e questo ostacolo che ogni proprietà privata della terra oppone alla produzione agricola e al trattamento, mantenimento e miglioramento razionali della terra stessa, si esplicano da una parte e dall’altra soltanto in diverse forme [è vero, signori attivisti: le condizioni dei vari paesi, le successive contingenti situazioni, i rapporti concreti di forze politiche, ma sì, ma va bene…] E NELLE DISPUTE INTORNO A QUESTE FORME SPECIFICHE DEL MALE SI FINISCE COL DIMENTICARNE LA CAUSA ULTIMA [ il male della proprietà]”.
Ora solleviamo un altro macigno cercando di scaraventarlo in alto contro il panciuto Giove-Tecoppa del politicantismo. E’ Lenin che scrive, nella fine del 1907, a rivoluzione battuta, sul programma agrario del partito.
“Il grave difetto di quasi tutta la stampa socialdemocratica sulla questione del programma agrario in generale, (…) sta nel fatto che le considerazioni pratiche hanno il sopravvento su quelle teoriche, le considerazioni politiche su quelle economiche”.
Lenin? Già, Lenin. Ma Lenin non era quello che, colui il quale… Già, si vede che di Lenin (come di Marx) vi cibate su fonti che sono della levatura dei resoconti del processo Muto. Avremo agio di spiegare come la mette Lenin, ortodosso cocciuto peggio di noi. Ecco, in ogni modo, che Lenin vi scusa.
“Come scusa per la maggior parte di noi valgono, naturalmente, l’intenso lavoro di partito nel momento in cui discutevamo la questione agraria nella rivoluzione: in un primo tempo, dopo il 9 gennaio [la strage al palazzo d’Inverno], qualche mese prima dell’esplosione [della insurrezione] (“III Congresso del POSDR” dei bolscevichi, tenutosi a Londra nella primavera del 1905, e contemporaneamente Conferenza della minoranza a Ginevra), poi all’indomani dell’insurrezione di dicembre e a Stoccolma [aprile 1906] alla vigilia della I DUMA”.
Ma noi di che siamo all’indomani e di che siamo alla vigilia? Quale la storia che stiamo vivendo? Forse non siamo all’indomani del giacere di Ugo con Anna Maria, alla vigilia del biennio Mario-Clara? Facciamo dunque come Lenin disse.
“Ma oggi questo difetto [difetto, traduttori, o enorme boiata?] dev’essere in ogni caso corretto, e in particolare è necessario esaminare l’aspetto teorico del problema”.
Allineatevi senza brontolare per la nuova tappa del tormentato percorso.
La seconda forma
Il testo di Marx mette in rilievo, prima di passare alla valutazione quantitativa, il carattere storico del passaggio dalla forma I alla forma II della rendita differenziale e la maggiore complicazione a cui si va incontro quando il maggior prodotto, resosi necessario alla vita della popolazione, non lo si cerca più in nuove terre messe al lavoro, ma in miglioramenti attuati nelle terre già coltivate con l’apporto di maggior lavoro e capitale.
Molto antico è il dibattito tra agronomi ed economisti a proposito della prospettiva di allargamento della produzione agricola. Alcuni esagerarono sugli effetti del fenomeno dello sfruttamento di terre vergini, ossia sull’esaurirsi progressivo della fertilità dei suoli, che nelle prime annate sono ricchi di secolare chimismo organico e poi lo perdono coi raccolti – gli altri esagerarono nel trasportare le conclusioni della tecnica industriale sulla illimitata possibilità di produrre manufatti facendo nuovi impianti (del che va invece anche cercato il limite fisico e sociale) e affermarono che si poteva bene piazzare non importa qual massa di capitale su un terreno localizzato. Marx ricorda con un sorriso che
“la Westminster Review sosteneva contro Richard Jones, che tutta l’Inghilterra non poteva essere nutrita coltivando Soho Square”.
Si tratta della piazza principale del famoso quartiere infimo londinese di Soho; ove albergano cinesi e, come è ovvio, italiani.
Torneremo su questo, il passo essendo fondamentale:
“Se ciò è considerato un particolare svantaggio per l’agricoltura, è vero precisamente il contrario”.
Per il momento Marx non risolve il quesito della “produttività” dei successivi capitali che, nella forma II, sono applicati sulla stessa terra. Per esempio sul terreno C della serie base col capitale di 50 scellini si hanno 3 misure di grano e 120 scellini di rendita. Che accadrà se il capitale messo nel terreno raddoppia e diviene 100 scellini? Se raddoppia il prodotto, ossia se i secondi 50 scellini di capitale-lavoro danno anche 3 misure, se ne avranno 6, ma se la produttività è decrescente, se ne potranno avere 3+2 ossia 5, se è crescente 3+4 ossia 7.
Inoltre può accadere che il prezzo di produzione resti costante, il che vuol dire che vi è sempre del terreno A del tipo più sterile, ma può accadere anche che migliorando il terreno A il prezzo regolatore diminuisca, ovvero dissodandosi un terreno ancora peggiore il prezzo aumenti.
Marx discuterà dunque tre casi: Prezzo di produzione; Primo: costante; Secondo: decrescente; Terzo: crescente.
Per ognuno di questi tre casi vi sono tre varianti, a seconda dell’effetto che hanno i successivi investimenti di capitale: ossia produttività costante, decrescente, crescente. In alcuni casi per verificare se possa la rendita tendere ad eliminarsi – come altri economisti credettero conseguire a robusto investimento di capitale di impresa nella terra – si suppone anche che entri in scena un terreno ancora meno produttivo di quello A.
E’ il caso di abbordare sobriamente questa massa di numeri. Si tratta di intendere qual è la tesi di Marx: collo sviluppo del modo di produzione capitalistico e coll’investimento di maggior capitale nella terra, solo mezzo di aumentare il prodotto in relazione all’aumento di popolazione, la rendita tende ad aumentare, sia nella massa totale, sia nella media per unità di superficie, a volte in rapporto maggiore di quello del capitale (e del suo profitto), poche volte con ritmo minore di esso.
Ma è prima il caso di esporre alcuni concetti generali di Marx a questo riguardo.
Fecondità pelosa
Investendo i soliti 50 scellini di capitale su quattro diverse aree e quindi 200 scellini, abbiamo visto che si ha il profitto di 40 e la rendita di 360. Ora è palese che questo stesso sopraprofitto estorto al lavoro, di 360 (che ha aumentato del 150 per cento il prezzo del pane contro quello dei manufatti; pagato in ambo i casi, a carico del lavoro salariato, ogni interesse normale di capitale ed utile normale di impresa), questo stesso profitto dunque di 360 sorgerebbe da una sola ara, ove ad esempio sul terreno D oltre i primi 50 scellini (che han dato 4 misure) se ne investissero altri 50 (avendone 3 misure) poi altri 50 (avendone altre due misure) e infine gli ultimi 50 (che convenga investire a tasso medio di profitto, con una ultima misura). Le 4+3+2+1=10 misure con produttività decrescente, ma prezzo costante di 60 scellini, danno i famosi 600 di prodotto, da cui detratti i 200 di capitale e 40 di profitto, emerge sempre il sopraprofitto di 360, prima formato su quattro diverse are. Mentre D rendeva prima 180 per ara, oggi rende il doppio.
“I plusprofitti ed i diversi saggi del plusprofitto per le diverse parti del capitale sono formati nel medesimo modo in entrambi i casi. E la rendita non è altro che una forma di questo plusprofitto che costituisce la sua sostanza. Ma, d’altra parte, con questo metodo si incontrano delle difficoltà, per quanto riguarda la trasformazione del plusprofitto in rendita, per questa conversione di forma che implica il trasferimento del plusprofitto dell’affittuario capitalistico al proprietario della terra. Di qui l’ostinata opposizione degli affittuari inglesi ad una statistica ufficiale sull’agricoltura. Di qui la lotta fra essi ed i proprietari fondiari a proposito dell’accertamento del rendimento effettivo dei loro investimenti di capitale. La rendita viene in effetti stabilita al momento in cui le terre vengono date in affitto, dopo di che i plusprofitti derivanti dai successivi investimenti di capitale affluiscono nelle tasche dell’affittuario, per tutta la durata del contratto. Di qui la lotta dell’affittuario per lunghi contratti di affitto e, in contrasto a questa tendenza, l’accresciuto numero dei contratti denunciabili annualmente dovuti al prepotere dei proprietari terrieri”.
In questa questione si incontrano i due concetti: quello della teoria borghese del capitale che considera l’investimento come “immobilizzo” nella terra-patrimonio e quello marxista che considera come capitale impiegato nella produzione agraria quello che anno per anno si spende in lavoro e materie e nel solo logorio degli impianti fissi (che possono essere case coloniche, canali di acqua, ecc.).
Quando il miglioramento non consiste solo in più intensa spesa di esercizio (semente, concime, scorte mobili come animali e macchine di proprietà dell’impresa, denaro anticipato in salario, ecc.), spese tutte che ricompaiono nel prodotto annuo, ma in opere che restano sul fondo, esso dovrebbe essere fatto a spese del proprietario. Quando invece le fa il fittavolo al fine di maggior guadagno, nel tempo dell’affitto stipulato, egli deve tener conto che alla fine non le può più ritirare e nei suoi calcoli la massa dei sopraprofitti differenziali crescenti deve superare questa anticipazione perduta, più gli interessi. Si hanno infatti contratti a miglioria, nei quali un canone più basso di affitto richiesto compensa la aumentata rendita fondiaria che, per maggiore fertilità, potrà dare la terra di cui trattasi, a fitto spirato, in un patto nuovo.
Quindi Marx invita a fermarsi su due punti. Il primo, che abbiamo già accennato, è la derivazione storica della forma II (terra tutta occupata) dalla forma prima (terra in via di occupazione e dissodamento). Il secondo punto è che nel pieno sviluppo della forma II, che attira sulla stessa terra sociale, ormai non accrescibile metricamente, maggiori parti del capitale sociale, per esaltare il prodotto, entra in gioco la ripartizione del capitale tra piccoli, medi e grandi imprenditori. Anche nella manifattura il volume dell’impresa è elemento di variazione del saggio del profitto: quello medio calcolato sulla somma di tutti i capitali (a chiunque intestati) risponde ad un certo “minimum di affari” con un “minimum di capitale”.
Ora “tutto ciò che eccede (questo minimo) può produrre un extra-profitto; tutto ciò che è inferiore, non ottiene il profitto medio”.
Tale teorema qui enunciato in modo drastico riflette tutto il quadro economico capitalistico.
Si ribadisce qui che per tali motivi:
“il modo di produzione capitalistico si impadronisce solo lentamente e non uniformemente dell’agricoltura”.
Nella stessa Inghilterra sopravvive l’agricoltura parcellare.
“E’ esatto che il contadino (…) dedica molto lavoro alla sua piccola parcella di terra. Ma è lavoro isolato e depredato delle condizioni oggettive, tanto sociali che materiali, della produttività”.
Il proprietario minimo (impresario di se stesso) lavora sottoprofitto e sana la differenza con ore sgobbate in più.
“Questa circostanza fa sì che gli effettivi affittuari capitalistici siano in grado di appropriarsi una parte del plusprofitto; non sarebbe così (…), qualora il modo di produzione capitalistico avesse raggiunto nell’agricoltura uno sviluppo così uniforme come nella manifattura”.
Questa posizione è notevole in quanto non solo questo pareggio dell’attività e produttività per le derrate e i manufatti è impossibile al capitalismo (il che meglio si vede quando si tratta la rendita assoluta, negata da Ricardo), ma la esasperazione della produzione industriale verso i suoi limiti e la concentrazione degli accumulati capitali, scatena il sopraprofitto in tutti i campi della economia, a dispetto dell’abbassamento del saggio medio di profitto.
Marx qui si libera dell’incertezza sull’integrale trasformazione del sopraprofitto agrario in rendita fondiaria: è il primo che preme.
“Consideriamo la formazione del plusprofitto (…) senza preoccuparci per il momento delle condizioni nelle quali può verificarsi la trasformazione di questo plusprofitto in rendita fondiaria”.
Quindi nelle numerose tabelle tutto il sopraprofitto nella forma II è trattato come rendita differenziale.
Le famose unità
Qui riviene a galla lo spinoso problema delle unità di misura. Questa parte dei manoscritti di Marx era in abbozzo e all’autore mancò il tempo di riordinare le varie tabelle. Dopo aver riportato quelle della II forma e specie nel terzo caso, Engels constatò che vi era un errore di materiale conteggio che condusse, rettificato, non a modificare la deduzione generale, bensì ad attribuire ai terreni una produzione in pratica inconcepibile. Quindi Engels ha rielaborati i 14 specchi di Marx con mutate unità di misura e dà gli specchi da XI a XXIV corretti non solo, ma pienamente confermanti la teoria originale.
Nel passare, forse a molta distanza di tempo, dalla I alla II forma Marx infatti non usa più gli scellini, ma le lire sterline, il che nulla cambia (una sterlina vale 20 scellini). Inoltre si capisce dalle intestazioni che le unità di superficie non sono are (100 mq. appena) ma arpenti (alla francese?) di molte are ognuno.
Engels adotta l’unità di capacità in boisseaux riferiti allo arpent e come abbiamo fatto noi nella precedente puntata diminuisce gli scarti di produttività fissando l0, 12, 14, 16, 18 unità di prodotto al prezzo in partenza di 6 scellini. Ogni unità di circa litri 4 e mezzo, e quindi 3,7 kg., vale in lire italiane di oggi 210 lire: ciò dà 5.500 lire al quintale, prezzo moderato ma congruo, dato il crescere storico del prezzo reale.
La tabella base, che corrisponderebbe a quanto trattato nella prima forma, comprende ora 5 terreni: A, B, C, D, E. In ognuno di essi il capitale impiegato è di 50 scellini, il profitto al 20 per cento, 10 scellini e quindi il prezzo di produzione 60. Il terreno A che non dà rendita rende 10 boisseaux (staia) di grano, che a 6 scellini danno, venduti, gli stessi 60 scellini: non resta sopraprofitto o rendita (si noti che il testo francese ed. Costes stampa una sola volta la intestazione e sbaglia mettendo l.st. (lire sterline) al posto di sh. (scellini). Inoltre dice rapport invece di produit (prodotto) quando lo esprime in denaro.
Dunque in questo quadro base, XI del testo, i 5 terreni danno la stessa spesa di produzione di 60 scellini, il prodotto da 10 sale a 12, 14, 16, 18 staia, in grano; da 60 a 72 a 84 a 96 a 108 scellini; la rendita colla illustrata relazione differenziale da 0 a 12 a 24 a 36 a 48 scellini.
Tutto il capitale è 250, il profitto 50, la spesa di produzione 300, tutto il prodotto 70 staia che a 6 scellini danno 420 scellini: la rendita totale è 120 scellini.
Nel quadro base di Marx si aveva, per quattro terreni, contro un capitale di 200 e una spesa di 240 una rendita di 360. Nel quadro da noi dato il capitale era 128.000 contro la rendita 50.000: il rapporto non è lontano da quello di Engels.
Comunque basiamoci sulle cifre Engels. Su cinque arpenti di varia fertilità colla spesa di produzione di 300 (capitale più profitto) si è avuta una rendita di 120.
Ora il problema è questo: se il capitale industriale si rovescia in maggiore misura nell’impresa agraria, comprimerà egli la rendita? Riuscirà ad inghiottire il sovraprofitto?
Quindi Marx suppone che su tutti o alcuni dei terreni sia raddoppiato il capitale investito.
Il primo caso sarà: prezzo di vendita costante; produttività costante.
Ciò vuol dire che su ciascuno dei cinque terreni si investe non 60 ma 120 e che per ognuno raddoppia il numero di staia di grano raccolti. Il caso è agevole: tutto raddoppia e anche la rendita. Capitale 500, profitto 100, rendita 240.
Facile constatare che il prezzo di produzione regolatore è sempre quello. E’ vero che il migliorato A ha prodotto non 10 ma 20 staia, ma appunto il capitale investito è stato non 50 ma 100, il profitto non 10 ma 20, quindi i 20 staia per 120 scellini danno sempre 6 scellini di prezzo base a staio.
Il prezzo base rimane lo stesso anche se su A non si fa il nuovo investimento, ma solo sugli altri quattro. Se quindi vogliamo studiare la produttività non più costante ma decrescente, lasceremo A come si trovava e investiremo il nuovo apporto di 50 scellini su B, C, D, E.
Ora si può supporre che la produttività del secondo investimento sia decrescente e pari ai due terzi della iniziale. A dà sempre le sue 10 staia, B va da 12 a 20 e così via. Lo sviluppo della tabella mostra che la rendita è rimasta lo stesso 120, sebbene con 20 staia e 120 scellini il B paghi solo capitale e profitto e vada anche lui come A a rendita zero.
Se poi B deve dare ancora qualche rendita, allora la produttività dovrà decrescere meno bruscamente, ossia solo ai tre quarti. Collo stesso capitale la rendita sale a 150, maggiore di 120. Se infine nella terza variante del primo caso la produttività aumenta, ovvero il secondo piazzamento di capitale rende i cinque quarti, senza far calcoli ognuno capirà come la rendita cresca di molto: 330 invece di 120, essendo il capitale salito da 250 a 450.
Quindi fino a che il prezzo del grano non cambia, portare capitale mobile sulla terra per aumentare la produzione non intacca mai la rendita, nemmeno se la produttività degli apporti seguenti è decrescente (il che risponderebbe all’ipotesi di una tecnica agraria già molto spinta). Se poi la produttività è costante o crescente, la rendita fondiaria subisce una forte esaltazione.
Notiamo questo: prima di questa invasione cupida del capitale sulla terra la rendita media per arpente era 24 (la massima in D 48). Nella prima variante la media è andata a 48. Nella seconda a 24 e a 30, nella terza a 66. In nessun caso ha rinculato il proprietario fondiario, per l’arrivo dei capitalisti.
Pane a miglior mercato?
Naturalmente gli economisti industriali rispondevano: va bene, ma se i nostri investimenti cospicui fanno (come avviene nella manifattura ove la merce più a buon mercato scaccia le altre) scemare il prezzo di produzione regolatore, allora vedrete che la rendita scemerà.
Ebbene, essi baravano. Capitalismo non porta che fame; malgrado dovesse pure arrivare, se la generale produttività del lavoro doveva essere aumentata.
Il giudice istruttore Marx tramite il sostituto Engels li sottopone all’interrogatorio di terzo grado.
Dunque secondo caso, giusta l’agenda, della II forma. Il prezzo di produzione decresce. Per far ciò si mette fuori causa il terreno cattivo A che lo tiene alto e si raddoppia l’apporto di capitale in B, C, D, E. O la produttività resta la stessa, o scema, o sale. Se è la stessa avremo 24, 28, 32, 36 staia di prodotto.
B deve regolare, essendo divenuto il peggior terreno, il prezzo. Spesa 120, staia 24, prezzo unitario 5 e non 6 scellini come prima.
Tutte le staia prodotte – breviter – sono ora 120. Danno 600 scellini. La spesa è 480, la rendita globale 120. Caramba come è dura da morire! Non ha fatto passo indietro.
Già, ghigna ora il sordido solicitor che tratta gli affari dei farmers, avete supposto la produttività costante. Ma se essa scema la rendita crolla.
Engels suppone dunque che il nuovo apporto sia produttivo i tre quarti del primo e che sia sempre B a dare la rendita zero. Ma qui la stamperia francese gli fa un brutto tiro: stampa il quadro XVII con un prezzo cresciuto! Lo ha scambiato con quello dato alla progressiva XX (che spasso quando vedremo la traduzione italiana: che sia il Monti poeta e cavaliere gran traduttor dei traduttor d’Omero?). Se B colla spesa solita 120 deve dare solo 12+9 ossia 21, ogni staio deve costare scellini 120:21 ossia 5,7. Dunque meno di 6. Ora tutte le staia sono 105 e valgono 600 scellini: spesa 480, rendita 120. Corpo di una spingarda!
Se vi trovate, correggete quel 5 e 3/7 della traduzione francese in 5,7.
Naturalmente, nessuna speranza per il solicitor se la produttività invece aumenta: terza variante del secondo caso, XVIII quadro engelsiano, ove si legga il quadro mal stampato sotto XXI. Produttività una volta e mezza, prezzo 4 e 4/5 soltanto, rendita doppia: 240!
Resta poi il terzo caso; che, pure avendo investito gran capitali, nella agricoltura, la fecondazione della terra da parte del dongiovannesco ma semi-sterile messer capitale sia stata clamorosamente battuta dalla fecondazione proletaria tra gli umani; e il prezzo del grano cresca. Ci pare che allora sia inutile fare calcoli e bastano i risultati del paziente Engels, sol che vogliano i vari pasticcioni lasciarli al posto loro.
Dunque cresce il prezzo: da 6 scellini ad 8. La produttività deve essere costante.
Qui al posto della tabella XIX ve ne è una che deve invece stare al quadro XXII. Il quadro vero manca: rifatto, mostra che la rendita sale, come prevedibile, a 240.
Ma se la produttività decresce? Niente paura. Qui va ripreso quel tale quadro XXII finito fuori di luogo. Prezzo 8, produttività dimezzata rispetto al primo apporto: rendita totale 240.
E se poi la produttività cresce conta lo specchio XVII qualora trasportato di peso sotto XXI. Perfino ribattendo alla metà il prodotto del primo investimento (cosa necessaria per tenere A a rendita zero) la rendita è salita a 240.
Gli stessi tre casi sono poi discussi introducendo un terreno a (piccolo) che precede A essendo meno fertile e regola il prezzo, e portando il quadro XIX al suo posto XXII col prezzo 7 e mezzo e la rendita 450. Se la produttività scema (XXIII) si ha sempre 380, se cresce (XXIV) 580.
Fatto questo po’ po’ di lavoro, Federico può concludere: vi ho studiati 13 casi possibili: la rendita non ha mai traballato. In cinque casi a doppio capitale ha risposto doppia rendita. In quattro casi la rendita è salita più che al doppio. In un caso, sale ma meno del doppio. In tre casi resta ferma su 120, ma sono quelli in cui A è stato eliminato, sono quindi 4 arpenti e non 5 e la rendita per unità di superficie sale da 24 a 30 scellini.
Sul terreno A che non serve più fateci la sede della Confederazione dell’Industria.
Notiamo infine: in tutti i quadretti di Marx e di Engels è rispettata, anche nella II forma, la legge generale della rendita differenziale: delta, prodotto, moltiplicato prezzo unitario del prodotto stesso, uguale delta rendita. Gli scatti sono per la fertilità di due staia in due staia e di 12 scellini in 12 scellini. Varia di quadro in quadro lo scatto (4 staia, 3 staia, 5 staia, ecc.) e varia il prezzo regolatore, ma restano eguali gli scatti della rendita da terreno a terreno.
Punto di arrivo
Dopo tanti numeretti che abbiamo procurato ridurre in pilloline, la conclusione per essere digeribile vorrebbe essere spicciola.
Marx duramente dice:
“Dal punto di vista del modo di produzione capitalistico vi è sempre un relativo rincaro dei prodotti se per ottenere lo stesso prodotto si deve fare una spesa (…)”.
“L’accrescersi del prezzo generale di produzione (…), è in questo caso non soltanto causa dell’aumento della rendita differenziale, ma l’esistenza della rendita differenziale in quanto rendita è al tempo stesso causa dell’anticipato e più rapido aumento del prezzo generale di produzione, al fine di assicurare l’offerta del maggiore prodotto resosi indispensabile”.
Il più popolare (absit iniuria verbo) Federico Engels così conchiude tra parentesi quadre:
“Quanto più capitale è investito in un terreno e quanto più elevato è lo sviluppo dell’agricoltura e della civiltà in generale (…), tanto più aumentano le rendite per acro così come la somma totale delle rendite, e tanto più ingente diviene il tributo pagato dalla società ai grandi proprietari fondiari nella forma di plusprofitti, fino a quando tutti i tipi di terreno sottoposti a coltivazione rimangono in grado di partecipare alla concorrenza”.
Secondo Engels questa legge spiega la virulenza della classe dei proprietari terrieri, ma spiega anche perché tale vitalità si spegne poco a poco. Il fenomeno è secondo Engels il dissodamento delle pampe, delle steppe, delle vergini terre degli sterminati continenti extraeuropei e la formidabile potenza raggiunta dai mezzi di trasporto. Ve ne è secondo Engels abbastanza per rovinare la grande proprietà fondiaria in Europa “e la piccola per sopramercato”.
Il prezzo del grano indigeno è frenato se non ridotto dal prezzo a cui lo si può importare da oltre Oceano. Di qui la lotta per i dazi degli agrari inglesi, italiani, baltici, in tempi diversi.
Ma con la formidabile rivoluzione capitalista di Russia e dell’India e di Cina, in forme storiche diverse, la direttiva della fame è ristabilita. Non importa la composizione demografica delle classi agrarie. Importa la legge della differenzialità delle rendite e del crescere del prezzo generale nella società internazionale, che si avvia ad essere tessuta in un solo mercantilismo.
Lo Stato capitalista russo non anela ormai ad esportare il Taganrog per i nostri poveri maccheroni, ma vuole esportare manufatti; e ha visto cadere la sua esportazione per mancanza di grano promesso all’Inghilterra tra il 1952 e il 1953. Bianchi e gialli crescono spaventosamente di numero e la massa di derrate necessaria non si può produrre che a prezzi sempre più duri.
La fine della tragedia della rendita differenziale e della fame integrale non ha il suo sbocco – e lo vedremo anche con Lenin – nella nazionalizzazione della terra o delle rendite.
Il proprietario alla maniera borghese di tutta la sterminata terra di Russia, delle steppe ove piove capitale, il signore della rendita differenziale globale con duecento milioni di produttori-consumatori, esiste: è lo Stato armatissimo e capitalistico del Kremlino. Ancora dieci anni di progresso tecnico e cercherà dove comprare grano.
Lo sbocco di tutto questo non è che la rivoluzione internazionale, la distruzione di ogni meccanismo di compravendita individuale, aziendale o statale.
Il colpo di ariete sarà vano, se la testa non batte contro Washington.
A Trieste è avvenuto un episodietto veramente significativo. In seguito all’aggravarsi della crisi nei Cantieri dell’Adriatico, i datori di lavoro e i dirigenti delle organizzazioni sindacali firmavano un accordo secondo il quale, col 1º aprile, gli operai «in attesa di lavoro» dovranno essere messi in condizione di «sospesi» (per una quota presunta massima di 1500 nel giro di 6 mesi). Tale accordo fu stipulato a completa insaputa degli organizzati e degli operai in genere.
La reazione degli operai fu così violenta, che indusse le due correnti, democristiana della C.d.L. e staliniana dei Sindacati Unici, a due manovre di… pronto soccorso: gli staliniani obbligarono il loro rappresentante nelle trattative a fare pubblica autocritica e, ottenutala, si lanciarono a spada tratta a denunciare l’accordo; i democristiani si affrettarono a precisare, primo, che delle trattative e dell’accordo i sindacati unici erano perfettamente al corrente, e che, due, l’accordo non contempla affatto quello che si dice, ma verte su problemi economici, contiene garanzie, eccetera eccetera. Quanto ai titini, dopo il voltafaccia staliniano, stanno facendo la corte ai sindacati unici perché abbandonino l’alleanza con la C.d.L. e vadano con loro.
Non entreremo nei dettagli della polemica, che è semplicemente risibile da una parte e dall’altra, e raggiunge il colmo del grottesco con l’autocritica del rappresentante staliniano. Per noi, e non da oggi, i due sindacati fanno il rovescio dell’interesse dell’operaio e, comunque in particolare abbiano agito nella vertenza di cui sopra, il nostro giudizio non cambia. Diremo di più: i due sindacati rimangono fratelli siamesi anche se, domani, dovessero formalmente combattersi, né gli staliniani si rivaluteranno ai nostri occhi se cambieranno giro di valzer tendendo la mano ai titini, loro fratelli in nazionalismo, anche se per altre bandiere.
In tutta la vicenda resta l’affannosa gara dei due sindacati a riguadagnarsi la stima degli operai o riducendo al minimo la gravità dell’accordo o buttando a mare il singolo che l’ha firmato e prendendo alla ventunesima ora l’atteggiamento della lotta senza quartiere. In un caso o nell’altro, si tenta di ingarbugliare le carte facendo passare per «errori» quelli che sono in realtà i frutti di una politica ormai vecchia di anni. Ma negli operai scornati comincia a diffondersi la constatazione che non si tratta più di errori: si tratta di una politica di tradimento. Purtroppo, lo stato di demoralizzazione in cui le sconfitte deliberatamente provocate hanno precipitato gli operai è tale che queste facce di bronzo, questi boia del proletariato, possono ripresentarsi in veste di penitenti senza temere che il bubbone scoppi più del necessario.
Intanto quel che è fatto è fatto, e solo lascia a sperare per un futuro raddrizzamento la reazione pronta degli operai, con tutto il fuggi-fuggi e la cagnara che ne sono derivati.
Foster Dulles aveva appena finito di annunciare che bisogna smetterla coi doni, che già Monnet si è imbarcato per Washington allo scopo di proporre il suo piano di moltiplicazione non dei pesci, ma dei dollari. Si tratterebbe di questo: per ricostruire e costruire in Europa, non si può più chiedere doni, né si possono chiedere prestiti eccessivamente elevati dagli Stati Uniti. C’è invece bisogno di un prestito un po’ più piccolino che serva di garanzia ai capitali europei che oggi non s’investono per paura di volatilizzarsi: i dollari prestati, per il fatto solo di essere stati prestati alla comunità europea del ferro e dell’acciaio, avrebbero il potere di moltiplicarsi, di attirare come una calamita tre, quattro volte il loro volume in capitali europei.
Così, la garanzia sarebbe duplice, almeno teoricamente: i capitali europei sarebbero garantiti dal prestito americano, e la restituzione di questo sarebbe garantita dall’afflusso di capitali moltiplicati di origine europea. In verità, chi sia garantito è chiaro: è garantito il prestito. Questo, infatti, potrà essere restituito grazie ai capitali «oziosi» che affluiranno: ma chi garantisce i capitali affluiti che, pagato il prestito, torneranno con gli interessi ai proprietari? Intendiamoci: non ci commuoveremo certo per questi; ci limitiamo a registrare come, in questo modo, gli Stati Uniti vedano ben spianata la loro strada; il dollaro cammina sulle rose, e senza le spine.
Pare che lo scalpore della bomba H sia stato di gran lunga superato, negli Stati Uniti, dalla proposta russa di aderire al Patto Atlantico. In verità, i fieri avversari dell’atlantismo si troveranno, dopo quest’ennesima mossa russa, in un bell’imbarazzo: un patto militare condannato finora come fascista diverrebbe la matrice di una pace universale?
Ma la mossa comunque si concluda, è significativa: il grande sforzo di quella Russia che la propaganda ufficiale occidentale dipinge come rivoluzionaria è uno sforzo di conciliazione, non di lotta, di collaborazione, non di eversione. Non ci hanno ripetuto, in tutti questi giorni, che non solo è possibile la «convivenza pacifica» dei due presunti blocchi opposti, ma che fra di loro è doveroso l’idillio del commercio – grande ideale del «socialismo» di marca cremliniana? Oggi ci dicono di più: non solo possiamo coesistere, ma dobbiamo unirci in un solo patto che, in omaggio ai promotori della prima versione, si chiamerà atlantico.
Non ci arriveranno esattamente per questa via? Ci arriveranno per altre vie: non si è letto di Stassen e Churchill accordatisi per intensificare gli scambi commerciali con la Russia? Un bel patto fra commercianti: allegri, proletari!
Alla Fiat è sorto un nuovo sindacato, i «Liberi indipendenti» (insomma, liberi all’ennesima potenza) il cui organo si chiama, molto significativamente, «Patria e lavoro». Ma non sono una novità: il neonato è un prodotto di scissione della C.I.S.L., i suoi uomini erano fino a poco tempo fa parte integrante di quest’ultima e se ne staccarono o ne furono espulsi per non aver aderito allo sciopero del dicembre.
Così, nella nuova rete si cercano di captare gli operai che, stanchi o demoralizzati, non scioperarono mentre nella vecchia si conservano quelli che obbedirono. Il risultato alle elezioni è stato bensì che la C.I.S.L. ha perduto alcuni punti nella percentuale sui votanti, ma ne hanno guadagnati assai di più i «liberi indipendenti», e i sindacati non divittoriani hanno potuto migliorare, sia pure di poco, le loro posizioni complessive. Col vantaggio di poter contrabbandare una merce come quella magnificamente definita dal binomio «Patria e lavoro»!
Si sono tenute a Piombino e a Portoferraio le riunioni annuali di sezione combinate con discussioni ed esposizioni per simpatizzanti, soprattutto giovani. Gli incontri hanno dimostrato la vitalità, continuità di lavoro e forza d’irradiazione di questi nostri gruppi, pur nelle difficoltà di una situazione economica locale disperata.
A Trieste continuano le riunioni allargate con riferimento a testi fondamentali del Partito.
Nostri lutti
Il 20 marzo la Sezione di Torre Annunziata ha perso il vecchio e fedele compagno Salvatore Ierardi. I compagni lo ricordano con affetto. E’ morto improvvisamente, in pace, senza dover subire le beccate dei corvi, la cui presenza al funerali voluta dalla famiglia, i compagni non hanno purtroppo potuto evitare.