La stolta Èra «frontista»
Il rapporto tra l’ideologia religiosa e quella proletaria, socialista, comunista, sempre più cade nelle tenebre della aberrazione generale.
Non solo reverenza ed ossequio sono manifestati al Concilio dello sciagurato secolo ventesimo, ma già viene dato atto al pontefice romano che egli aderisce alla formola della pacifica coesistenza tra paesi a regime capitalistico e socialistico!
Le forze del fronte unico, che ha segnato la rovina nell’opportunismo dei movimenti che recano i nomi usurpati di operai, socialisti, comunisti, marxisti, leninisti, salutano questo nuovo fronte unico tra l’ortodossia cattolica storica e le religioni eretiche, le Riforme moderne e borghesi.
In questo rovinìo di dottrine, che da tutte le parti bestemmiano clamorosamente se stesse e la loro storia, come introdurre il filo conduttore di un esame sereno?
Federico Engels nel 1850, sotto l’impressione, egli disse, della controrivoluzione in Europa e in Germania, scrisse La guerra dei contadini in Germania. Egli, come chiarisce nella lapidaria prefazione del 1874, volle rispondere ad un problema angoscioso: perché mai la nazione tedesca non ha avuto una rivoluzione liberale e borghese, e quindi una rivoluzione nazionale? E trovò la risposta; la rivoluzione era stata tentata fin dal 1525 dalle classi contadine eroicamente e sanguinosamente insorte contro le vecchie forme sociali, ma la borghesia nascente dei centri urbani e le plebi embrionali poco o nulla avevano risposto, e il sistema feudale dei principati aveva vinto.
Questo saggio potente di dialettica storica vale a far rivivere la nostra visione marxista della storia delle lotte religiose. Per lo storico corrente quelle rivolte erano guerre di religione, come quelle che insanguinarono anche in precedenza tutte le plaghe di Europa. Come fenomeno storico dire che cosa sono le pretese guerre di religione, ci aiuta a ripetere il nostro rapporto critico col fatto storico delle religioni, e del caleidoscopico loro avvicendarsi.
Lo facciamo, come sempre, con parole di un secolo.
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«La mia narrazione, schizzando solo nei suoi contorni l’andamento storico della lotta, tentò di spiegare l’origine della guerra dei contadini, la posizione dei vari partiti in essa, le teorie politiche ereligiose con le quali questi partiti cercarono di chiarire a se stessi la posizione propria, e finalmente l’esito della lotta; di spiegare tutto ciò come la derivazione necessaria delle condizioni della vita e della società storicamente esistenti; e cioè di considerare la costituzione politica della Germania, le sollevazioni contro di essa, le teorie religiose e politiche del tempo, non quali cause, ma quali effetti del grado di sviluppo a cui erano giunte in Germania l’agricoltura, l’industria, le vie di terra e d’acqua, il commercio delle mercanzie e del denaro».
«Questa, che è la sola interpretazione materialistica della storia, non è mia, è di Marx, ed è stata da lui applicata nei suoi lavori sulla rivoluzione francese del 1848-49, e ne Il Diciotto Brumaio di Napoleone Bonaparte».
Splendida chiarezza, modestia e grandezza dello scrittore rivoluzionario.
Egli ha trovato alla Germania una rivoluzione borghese al fine, come rivoluzionario del proletariato, di dare vergogna ai piccoli borghesi del 1525 e ai grandi borghesi del 1850. Infatti – dopo aver ricordate nel 1874 le sue parole conclusive del 1850, che dietro i piccoli principi del XVI secolo (che profittarono di quella rivoluzione) stavano i piccoli borghesi (che non seppero farlo) mentre invece dietro i grandi principi del diciottesimo secolo stanno i grandi borghesi, «e dietro ai grossi borghesi stanno i proletari» – il valoroso autore dice: «Mi duole con questa frase di avere reso troppo onore alla borghesia tedesca».
La letteratura rivoluzionaria del proletariato nasce per dire vergogna della grande borghesia, pur contando di uscire alla luce da dietro le sue spalle.
E che diremo oggi dei codardi che hanno portato i lavoratori dietro le spalle tisiche dei piccoli borghesi, ed a quelli assegnano il fare la strada alla nuova storia?!
Nello schieramento magistrale del 1525, la chiesa romana sta dalla parte della grande nobiltà feudale, ed il primo antesignano della grande borghesia è Lutero, audace solo per un momento, e subito opportunista, conciliatorista; se non col papa, con le dinastie tedesche. Contro di lui Engels leva la viva figura di Tommaso Münzer, e lo mostra, nel sollevare con essi i cittadini, antesignano del proletariato moderno, che nella lotta contro Roma già sente di dover colpire Lutero, borghese tedesco pronto ad allearsi con la reazione, sul cui filone storico i luterani del secolo ventesimo vengono a dialogare oggi in Vaticano.
Vuole il nostro Maestro che si sappia intrecciare la storia delle sovrastrutture, anche di quella tra esse che sono le religioni, alla storia dei modi economici di produzione. Per portarci al suo filone, che qui passa per Lutero, ricuciamo alcuni tratti del grezzo nostro canovaccio, dal banco di allievi.
Come rivoluzionaria nascerà la Riforma religiosa, rivoluzionaria nasce la religione cristiana, e le sue intuizioni di partenza sono conquiste, per servirci di questa abusata parola, dell’Umanità travagliante, ma non conquiste eterne per la storia futura. Questo non è per il cristianesimo, non sarà per le sue Riforme borghesi, che aprono il tempo moderno, non sarà nemmeno per la scienza capitalistica che con esse nasce e lungamente contro Roma combatte, per poi naufragare conciliatorista, insieme all’Arte, come direbbe il buon vecchio Carducci. Solo per la nostra dottrina, nata come Engels ha testé tratteggiato, non avverrà mai il passaggio alla coda.
In Israele, Cristo o altri grandi capi delle turbe conducono una rivoluzione sociale, che anche prende le forme di una guerra di religioni, se la prima o una delle grandi battaglie al clericalismo fu quella che travolse scribi e Farisei. La leggenda animistica riveste la rivendicazione che l’uomo vivente non possa essere soggetto passivo di diritto di proprietà. La rivoluzione si rovescia sull’Impero romano, erede della tipica forma di democrazia che poneva la maggioranza degli uomini fuori dell’umanità, e della democrazia. Questa peste della storia, oramai benedetta anche dal Dio cristiano che la aveva saputa esorcizzare, ci infesterà per millenni. Cade in questa sanguinosa lotta la forma schiavistica, e non grazie alla formola della non resistenza, giacché la vendetta delle moltitudini di immolati ad bestias sarà fatta, armata mano, dalla giovane vigoria dei barbari, che sempre ha rigenerato civiltà morbose.
Con lunghe vicende che non entrano in un canovaccio elementare, la Chiesa di Cristo insediata a Roma in testa al mondo si concilia con tutti i Cesari, come voleva la sua antica dottrina, di origine classica o barbara. La nuova forma feudale in cui si sistema l’Europa (non per il preteso sonno medioevale, in cui la gestazione umana fu assai più alta di quella di cui si vantano i secoli della scienza illuminata e della tecnica venale) è consacrata in un sistema in cui la Chiesa di Roma è al cuore: magnifico sistema dottrinale della teologia tomistica, monopolio della scuola, della cultura, della lingua. All’alba del Rinascimento umanistico e delle Riforme antipapali, che precorre la forma capitalistica e mercantile di produzione nel suo turgore insopprimibile, la Chiesa vaticana lotta contro di essa: Inquisizione, coi roghi e le torture agli albori del tempo moderno: e, nel suo pieno sviluppo, nel mezzo secolo in cui Engels scriveva, Sillabo, colla repressione della scienza, e delle allora temerarie, oggi pavide filosofie antifideistiche.
Lutero significa la rottura storica con questo iter, ma non vi è un fatto teologico, filosofico, o letterario. È la minaccia audace in partenza del nuovo ordine borghese contro quello delle monarchie di diritto divino puntellate da nobili e da prelati.
Il papa romano, Lutero e Münzer rappresentano per Engels non solo tre partiti della Germania del tempo, ma tre modi, tre forme della storia che non può essere fermata nella sua travolgente, iconoclastica distruzione di templi.
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Udiamo di Lutero: «Nel primo momento bisognava raccogliere le forze oppositrici, bisognava impiegare la più decisa energia rivoluzionaria, bisognava rappresentare di fronte alla ortodossia cattolica la somma delle forze delle precedenti eresie. La poderosa natura di contadino di Lutero si sfogò con straordinaria veemenza in questo primo periodo della lotta».
«Se il pazzo infuriare dei preti romani dovesse proseguire mi pare che il miglior consiglio e il miglior rimedio di porvi riparo sarebbe che re e principi si armassero, e assalissero questa genia che inquina il mondo, e ponessero fine al giuoco con le armi, non con le parole. E se noi puniamo i ladri con la spada, gli assassini con la corda, gli eretici con il fuoco, perché non assaliamo noi questi maestri di corruzione perniciosi, papi, cardinali, vescovi, e tutto lo sciame della Sodoma romana con tutte le armi, per lavarci le mani col loro sangue?».
Tali parole testuali dell’eloquente Lutero sono sottolineate da Engels.
«Ma presto tali impeti rivoluzionari si spensero, e Lutero lasciò andare gli elementi popolari, si pose dalla parte borghese, nobiliare, principesca. Gli appelli alla guerra di sterminio contro Roma ammutirono. Lutero si diede a predicare l’evoluzione pacifica e la resistenza passiva».
Engels cita un discorso del 1520: «Non vorrei che si propugnasse il vangelo con la violenza e lo spargimento di sangue. Il mondo fu vinto con la parola, con la parola si sostiene la Chiesa, con la parola sarà rinnovata, e l’Anticristo cadrà senza violenza».
Tutto ciò non merita una cattedra nel Concilio 1962?
Quando la rivolta scoppia, Lutero in un primo tempo rimprovera anche i signori feudali. Ma non appena le azioni rivoluzionarie dei seguaci di Münzer si fanno più ardite, Lutero passa dall’altra parte.
«Lutero e il papa si collegano contro le bande assassine dei contadini».
È tempo di lasciare Lutero per dire di Münzer. Era nato nel 1498. Già a 15 anni aveva fondato una società segreta contro l’arcivescovo di Magdeburgo e la chiesa romana. Dal 1520 ebbe successo immenso come predicatore. Studiava i mistici medioevali e specie «lo calavrese, abate Gioacchino, di spirito profetico dotato» di Dante. I suoi seguaci, cui esponeva la sua dottrina nelle forme mistiche, lo seguivano «estatici, convulsi e con spirito profetico».
Egli non usava il latino ma il tedesco. «Prima che Lutero l’usasse, aveva bandito del tutto la lingua latina e faceva leggere tutta la Bibbia, non solo i vangeli prescritti». È noto che Lutero aveva tradotto dal latino in volgare i due testamenti. In questo si precorreva il pensiero borghese. I nostri progressisti vantano come gran novità avere in questo tempo abolito il latino nelle scuole medie: ciò come feticistico inchino alla moderna coppia Tecnica-Scienza. Ma non sarebbe meglio mettere alla portata di tutti un sapere non specializzato e tecnicizzato e servirsi del latino, che non fu solo della Chiesa ma della Rinascenza, nel tempo incorrotto dei Galileo e dei Keplero, anziché sorbirsi in latino chilometrici Concilii e discorsi?
«Münzer non consigliava, come faceva Lutero, la discussione tranquilla ed il processo pacifico; egli proseguiva nel tono violento delle prime prediche di Lutero, e incitava il popolo alla guerra armata contro la Chiesa Romana. Diceva pur Cristo: io non son venuto a portare la pace, ma la spada. E a che dovreste usarla voi (principi sassoni)? A togliere di mezzo i maligni che sono di inciampo al Vangelo, se volete essere buoni servi di Dio. Cristo ha detto (Luca 19, 27): Prendete i miei nemici e strangolateli davanti ai miei occhi… Non trastullatevi con le vane parole, che la potenza di Dio farà ciò senza l’aiuto della vostra spada, se nò vi si arrugginirà nel fodero. Quelli che si oppongono alla parola rivelata vanno distrutti, come Isaia, Ciro, Giosia, Daniele ed Elia distrussero i sacerdoti di Baal… Dio ha detto (Mosè 5, 7): non siate misericordiosi verso gli idolatri, ma distruggete i loro altari, fracassate le loro immagini e bruciateli, affinché io non mi incollerisca con voi…».
Ma ben presto Münzer dismise l’idea di convincere contro Roma i principi in nome di Dio e col mezzo delle Scritture, di cui come teologo era ben padrone. Nasce in lui prima il filosofo e poi l’uomo di partito, il capo rivoluzionario che vuole il sollevarsi delle classi oppresse.
Non possiamo prendere dal testo, cui rimandiamo il lettore, la storia della terribile guerra di classe del 1525, ma occorre trarne la sintesi di questi due aspetti della figura di Münzer, significativa nella misura in cui erano acerbi i tempi.
«La sua dottrina teologico-filosofica attaccava tutti i punti principali non solo del cattolicesimo, ma del cristianesimo in generale. Egli insegnava, sotto forme cristiane, un panteismo che ha una singolare somiglianza col pensiero speculativo moderno (nell’anno 1850 la speculazione anche borghese non adoperava le categorie della trascendenza dello spirito e del dio – nostra nota ad Engels) e che rasenta qua e là l’ateismo. Egli rigettò la Bibbia quale esclusiva ed infallibile rivelazione. La vera, la viva rivelazione è la ragione, e tale rivelazione è esistita in tutti i tempi e presso tutti i popoli e ancora esiste. Giacché lo Spirito Santo di cui parla la Bibbia non è cosa che esista fuori di noi: lo Spirito Santo è anzi appunto la ragione. La fede non è altro che lo svegliarsi della ragione nell’uomo; perciò anche i pagani potettero possederla… Cristo fu un uomo come noi, un profeta, un maestro, e la sua Cena fu un semplice pasto di congedo, in cui si mangiò pane e vino senza alcun ingrediente mistico… Tali dottrine predicava Münzer celandole sotto quella stessa fraseologia cristiana di cui dovette rivestirsi per un certo tempo la nuova filosofia…».
«La sua dottrina politica rispondeva perfettamente alle sue rivoluzionarie idee religiose e sorpassava le esistenti condizioni politiche e sociali, di quanto la sua teologia sorpassava le vedute religiose del tempo. Come la filosofia religiosa di Münzer rasenta l’ateismo, così il suo programma politico rasenta il comunismo… Non era tanto la somma delle pretese dei plebei di allora, quanto la geniale anticipazione delle condizioni del riscatto degli elementi proletari appena sul nascere, tra quei plebei… Chiedendo il regno di Dio, Münzer chiedeva una società senza differenze di classe, senza proprietà privata, senza autorità costituita… Tutti i poteri esistenti avrebbero dovuto venire abbattuti se non si fossero piegati alla rivoluzione, il lavoro e i beni resi comuni, e instaurata la perfetta uguaglianza… Egli si pose ad organizzare una lega con questo programma non per la sola Germania, ma per tutta la cristianità».
Una così audace dottrina mostrò presto di essere non meno audace azione.
«Il primo frutto fu la distruzione della cappella di Maria presso Altstedt (come atto di guerra ai principi sassoni) per seguire il comandamento: Voi dovete distruggere i loro altari, spezzare le loro colonne e bruciare i loro idoli, imperocché voi siete il popolo eletto (Deut. 7, 6)».
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I principi rilevarono la sfida, e i contadini risposero all’appello. La storia di quella guerra di classe che vide in campo formazioni di diecine e diecine di migliaia di armati ebbe battaglie sanguinosissime, e sterminii distruttivi da una parte e dall’altra. I contadini rasero al suolo castelli di nobili e conventi di religiosi. I principi si unirono in lega con truppe mercenarie (che talvolta, è notevole, passarono da una parte all’altra del fronte), ma usarono prima l’arma dell’inganno e del tradimento; vi furono patti, armistizii, ed infine agguati sanguinosi. I contadini e i loro capi caddero sotto esecuzioni in massa; a vendicare le esecuzioni di nobili che avevano in segno di sfregio finiti non colla scure, ma infilandoli negli spiedi.
Abbiamo detto che i piccoli borghesi e gli stessi plebei delle città non seppero sostenere la rivoluzione contadina. Questa, dopo eroiche e spesso ingenue estreme difese, fu affogata nel sangue.
Tommaso Münzer aveva solo ventotto anni quando, caduto nelle mani dei suoi nemici, affrontò senza tremare l’estremo supplizio. Forse non volgeva lo sguardo a un dio, ma alla storia che doveva ancora attendere secoli.
Di questo fallimento di una rivoluzione storica del popolo tedesco Engels incolpa la mancanza di centralizzazione unitaria in quel paese, che, se indeboliva gli sfruttatori feudali, indebolì parimenti i loro servi in rivolta malgrado che il grande Münzer avesse veduto la funzione del partito nella rivoluzione. Altrettanto per Engels avvenne nel 1848. Le sue parole nell’ultima pagina della splendente rievocazione meritano di essere incise col fuoco sulla fronte dei vili e dei traditori, che ovunque bestemmiano, come in Italia esaltando le esose Regioni: Chi dopo le rivoluzioni del 1525 e del 1848 vaneggia ancora di una repubblica federale non merita altro soggiorno che il manicomio.
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Lutero, che anticipava i borghesi capitalisti, ruppe con Roma cattolica ma patteggiò con la feudalità tedesca e la aiutò ad evitare una grande rivoluzione liberale.
La situazione del 1962 mostra che la Chiesa di Roma ha chiusa la sua fase del sedicesimo e del diciannovesimo secolo iniziale e ha stretto patto con la forma storica capitalistica borghese. Lutero può tornare all’ovile.
Ma non vi tornerà Tommaso Münzer che suonava la diana di una classe oppressa, il proletariato, e non segnava a suo traguardo il passaggio ad un dominio su ineguali.
Possono chinare le fronti incapaci di rossore verso lo stesso ovile i falsi esponenti del proletariato moderno che hanno fatto gettito delle verità, che in un Münzer avevano la potenza di scorgere un Marx, un Engels, un Lenin. Quelle verità di dottrina e di vita oggi rinnegate, sono la guerra di classe e lo sterminio dell’oppressore, la dittatura del partito degli oppressi, Il ciclo magnifico che sale dalla Fede (non inutile tappa duemila anni orsono) alla Ragione (non inutile or sono due secoli) alla Forza di classe che vince il sapere della classe dei tiranni moderni, dei vampiri di oggi, i borghesi mercantili.
Più della Fede del medioevo e della Ragione delle rivoluzioni liberali dovrà vincere la Dittatura degli ignoranti e dei miseri, che si levò luminosa al tempo di Lenin nei concilii della Rivoluzione Comunista.
La dottrina della classe inferiore della società economica è la più luminosa. Ci offra Engels un altro periodo: «Gli operai tedeschi hanno due essenziali vantaggi di fronte agli operai della restante Europa. Primo: l’appartenere al popolo più teoretico di Europa, secondo: di avere conservato il senso teoretico, mentre le cosiddette classi colte lo hanno interamente perduto… Questo smisurato vantaggio appare considerando l’indifferenza verso ogni teoria, che è una delle cause principali per cui il movimento operaio inglese, malgrado l’eccellente organizzazione dei singoli mestieri, procede così lentamente; e dall’altra parte considerando gli eccessi e la confusione che il proudhonismo nella sua forma originaria ha prodotto presso francesi e belgi, e nella sua caricatura bakuniniana presso italiani e spagnoli».
Questo era il bilancio del 1874 e il vecchio Engels non ha visto il crollo del proletariato tedesco. Non ha visto risorgere il suo senso teoretico nel seno del proletariato russo, più illetterato assai. Né ha visto il nuovo crollo della grande luce di Mosca tra le cui rovine procediamo.
Roma o Mosca, si disse nel 1922 quando il totalitarismo borghese vinse per primo in Italia, sola alternativa alla mancata vittoria del totalitarismo rosso, cui noi tendevamo.
Roma e Mosca. Tale sia il motto di oggi. Da ogni lato in questa epoca di degenerazione si bestemmiano le proprie fedi per elaborare fronti ibridi. Tutti sono aggiornatori delle proprie tavole, e le ragioni storiche ne sono in ogni caso chiare, sulla linea che qui abbiamo sbozzata. Il fronte politico di tutti i traditori della dottrina proletaria vale il fronte di tutte le religioni. Divampa l’auto da fé di tutte le Bibbie, e le nuove formulazioni sono di un pari sapore. Come ha potuto essere codificata la via italiana al socialismo e la coesistenza di capitalismo e socialismo lo potrà essere in Concilio (come dicono) un dogma nuovo, forse Maria mediatrice e quarta persona della Trinità.
Talvolta il precedente Pontefice nelle sue allocuzioni sferza la cupidigia plutocratica senza freni, e molte manifestazioni del capitalismo, la più disumana delle forme di produzione, che chi crede a Dio dovrebbe considerare la più irreligiosa.
Oggi si fa sfoggio di abilità bizantina non inferiore a quella di Mosca e si muta quanto sta scritto perché si tratta del compromesso tra tutte le Chiese cristiane e le potenze del capitalismo, tra le quali non ha motivo di non schierarsi la Russia. Chiave delle sottostrutture economiche!
La Fede medioevale e la Ragione moderna si sono riconciliate, e non solo qui; in cento proclamazioni del «mondo libero» da Wilson a Roosevelt, alle cui omelie atlantiche convenne a Stalin di piegarsi.
Noi non abbiamo preferenze di parte per il laicismo democratico contro il clericalismo papale, diamo solo ragione storica del passaggio dalla Fede alla Ragione. Ma auspichiamo la rotta anche della ragione scientifica, turpe simonia della forma capitalistica, e gridiamo in questa aura sinistra al proletariato: Non fede cristiana, non scienza borghese, ma dittatura della tua rozza vergine forza, che libererà un giorno l’uomo dalla dittatura di tutte le tenebre!
Dopo sarà la luce.
[RG-33] Punti fermi di azione sindacale
Soffermandosi sull’intensa attività svolta nel primo dopoguerra dal gruppo del Soviet in seno alle organizzazioni economiche dei lavoratori e nel fuoco di ardenti battaglie di classe, il relatore sulla Storia della Sinistra (vedi il numero scorso del “Programma”) ha gettato un ponte di collegamento diretto col tema dell’azione sindacale del Partito.
Nel giugno 1920, alla conferenza della Frazione Astensionista, questa era così delineata: «Il Partito esercita la sua attività di propaganda e di agitazione tra le masse proletarie, specie nelle circostanze in cui esse si mettono in moto per reagire alle condizioni create dal capitalismo, e in seno agli organismi che i proletari formano per proteggere i loro interessi immediati. I comunisti penetrano quindi nei sindacati, costituendo in essi gruppi di operai comunisti e cercando di conquistarvi la maggioranza e le cariche direttive, per ottenere che la massa di proletari inquadrata in tali associazioni subordini la propria azione alle più alte finalità politiche e rivoluzionarie della lotta per il comunismo».
Alieni da ogni improvvisazione, gelosi di una continuità di programma che è nello stesso tempo continuità di azione, noi ci muoviamo oggi – a parte i limiti di una situazione ben lontana dall’incandescente 1919-20 – sul medesimo solco, che è poi quello stesso del Manifesto dei Comunisti 1848 e degli statuti Generali della Associazione Internazionale dei Lavoratori, 1864.
Richiami alla teoria
Quando si trattò non certo di inaugurare un’attività “nuova”, ma di conferire un primo inizio di coordinamento a un’attività che il Partito ha sempre rivendicato, anche se la situazione generale esterna la conteneva entro limiti ristretti e saltuari, furono anzitutto ricordate ai gruppi e alle sezioni le classiche formulazioni marxiste del processo attraverso il quale i proletari sono spinti dalla lotta economica e dalle sue esigenze imperiose a superare le artificiose barriere di interesse e di categoria create dal regime di produzione capitalistico, e a darsi una organizzazione generale unitaria. Questa trova storicamente la sua prima espressione nelle leghe di mestiere, forma immediata della «crescente (ma sempre minacciata di corrosione dalla concorrenza fra operai) solidarietà dei lavoratori», e il suo coronamento ultimo nel partito politico; quel «partito politico autonomo, opposto a tutti gli altri partiti costituiti dalle classi possidenti», in cui e soltanto in cui «il proletariato può agire come classe».
Questo processo non è un fatto di coscienza. È un fatto reale e fisico, che ha per teatro non il “cervello” degli uomini individualmente o collettivamente presi, ma lo scontro fra le classi, che trae origine da determinazioni economiche materiali ma continuamente le supera. Il suo contenuto storico è la fabbricazione e l’affinamento di armi di battaglia, di strumenti di lotta aperta contro la società borghese. Questo appare chiarissimo a chi guardi non le addomesticate organizzazioni di oggi, ma anche solo le lotte e gli organismi di lotta economica proletaria ai primi albori del movimento operaio, quando Marx poteva definire “scuole di guerra civile” le associazioni fra lavoratori ed Engels sorridere dello stupore degli economisti borghesi di fronte allo spettacolo di operai che sacrificavano settimane e settimane di salario per difendere nelle strade e negli scontri con la polizia e con l’esercito gli organismi creati per difendere il livello raggiunto dal salario e, se possibile, elevarlo. Allora le organizzazioni immediate avevano, anche in periodo normale, quella che oggi si direbbe una gigantesca “carica rivoluzionaria”, e questa non era – come non sarà mai neppure nelle fasi di alta tensione sociale – il prodotto dell’acquisizione di una coscienza dei fini e obiettivi ultimi del moto proletario, ma delle imperiose necessità materiali del suo svolgimento.
Ciò vale per la classe come per l’individuo; il rapporto non è coscienza prima e azione poi, ma spinta economica prima, azione poi, coscienza infine, e coscienza che si realizza non già nel singolo, ma nel partito. A questo i militanti, per pochi che siano (e sempre saranno una minoranza della classe operaia), aderiscono non per aver preventivamente acquisito una coscienza completa del programma, ma per un processo di selezione avvenuto nella lotta e attraverso la lotta, e solo nel corso della loro milizia di partito potranno, ancora una volta non come singoli ma come corpo organizzato, “rovesciare la prassi” e fare della teoria rivoluzionaria la premessa sine qua non nell’azione rivoluzionaria.
Come non è un fatto di coscienza, così il processo di organizzazione del proletariato in classe non è un fatto evolutivo graduale, un lento e progressivo maturare; è una successione tumultuosa di salti qualitativi corrispondenti a scontri violenti e spesso sanguinosi fra le classi, attraverso i quali il proletariato dei senza-riserve supera d’un balzo le forme di organizzazione più rozze ed immediate, divise per località e per settore, discontinue nel tempo e nello spazio, infrange i limiti angusti del campanile e dell’azienda, subordina gli interessi personali, locali ed aziendali di singoli e gruppi a interessi e finalità sempre più vaste. Nel partito politico ogni confine di gruppo, di categoria, di nazione è obliterato e ogni atto ubbidisce agli imperativi, delle finalità ultime e generali, della classe.
Questo processo dialettico non ha nulla a che vedere con l’interpretazione idealistica della storia, per cui ogni fase è annullata dalla successiva e, raggiunto il vertice della “coscienza”, l’umanità entra una volta per tutte nel “regno dalla ragione”.
Il partito, esso stesso prodotto di determinazioni materiali, è uno schieramento di battaglia che, in possesso di armi teoriche e organizzative superiori, è chiamato a difenderle contro gli attacchi convergenti della società capitalistica e perfino contro l’assillo di quelle determinazioni materiali alle quali deve la propria vita. Ma deve anche portarle come strumenti di azione risolutiva entro le organizzazioni immediate nelle quali continuamente affluiscono, spinti dalla pressione dei fatti della società capitalistica e dal moto di incessante proletarizzazione dei ceti intermedi, nuove leve di salariati. Deve irradiarvi quella che, in periodi di riflusso della lotta di classe, può essere soltanto la “luce” dello storico programma rivoluzionario, ma che è destinata a divenire, in periodi incandescenti di conflitto sociale, il grande “campo magnetico” di polarizzazione di tutte le forze eversive sprigionate dal sottosuolo dell’ordine sociale e politico borghese.
Il partito non è né lo Spirito che guarda dell’alto il confuso muoversi ed agitarsi dell’umanità, né il Demiurgo che nell’ora X scende nell’arena e da solo cambia faccia al mondo. È una forza materiale la cui azione risolutiva nei grandi svolti della storia è possibile alla sola condizione di incontrarsi con la gigantesca spinta che viene dal basso, rude e incolta come un fenomeno naturale e fisico, non diretta e determinata da ideologie consapevoli o da concetti distinti (Engels 1890: «saranno i non-socialisti a fare la rivoluzione socialista»), ma portata irresistibilmente a muoversi sul terreno del programma che, anche nelle ore più buie, il partito avrà saputo proclamare e difendere contro tutti e malgrado tutto, nelle file e nelle organizzazioni dei salariati in lotta contro il capitale.
Non v’è contraddizione (se non per chi non ha capito nulla della dialettica materialista) fra la superba proclamazione delle tesi della III Internazionale sul ruolo del partito comunista nella rivoluzione proletaria – «Il partito comunista si distingue dall’intera massa operaia in ciò che possiede una visione generale e completa dell’intero cammino storico della classe lavoratrice, e mira, in tutte le svolte di questo cammino, a difendere gli interessi non di singoli gruppi o singoli mestieri, ma della classe lavoratrice nel suo insieme» – e il compito che le stesse tesi gli assegnano di lavorare all’interno delle organizzazioni economiche proletarie – «non per adattarsi agli strati operai più retrogradi, ma per elevare l’intera classe al livello della sua avanguardia comunista». «Ogni lotta di classe è una lotta politica, e l’obiettivo di questa lotta, che si trasforma inevitabilmente in guerra civile, è la conquista del potere politico; ma il potere politico non può essere afferrato, organizzato e diretto, se non dal partito politico». In altri termini, «la lotta di classe esige un’agitazione concentrata che illumini da un punto di vista unitario le singole tappe della lotta e, in ogni dato momento, diriga l’attenzione del proletariato verso i compiti comuni alla classe nel suo insieme cosa irrealizzabile senza un apparato politico centralizzato, il partito».
Compiti pratici del movimento
La saldatura fra lotta economica e lotta politica, fra masse salariate in movimento sotto la spinta di interessi immediati e il partito in lotta per gli obiettivi finali della rivoluzione comunista, e, per logico corollario, la nostra presenza attiva nelle organizzazioni sindacali e nelle agitazioni operaie, è dunque una questione di principio. Nel riaffermarla noi non facciamo che ribadire una delle nostre “tesi caratteristiche”, enunciate alla riunione di Firenze nel dicembre 1951: «Il partito riconosce senza riserva che non solo la situazione che precede la lotta insurrezionale, ma anche ogni fase di deciso incremento della influenza del partito tra le masse non può delinearsi senza che tra il partito e la classe si stenda uno strato di organizzazioni a fine economico immediato e con alta partecipazione numerica, in seno alla quali vi sia una rete emanante dal partito (nuclei, e frazione comunista sindacale) (…) Il sindacato, sebbene non sia mai stato libero da influenze di classi nemiche e abbia funzionato da veicolo a continue e profonde deviazioni e deformazioni, sebbene non sia un specifico strumento rivoluzionario, tuttavia è oggetto di interessamento del partito, il quale non rinuncia volontariamente a lavorarvi dentro, distinguendosi nettamente da tutti gli altri raggruppamenti politici».
Se perciò, oggi, noi cerchiamo di estendere e di coordinare meglio questo lavoro, non è già perché una particolare “idea nuova e originale” sia passata per la testa di chicchessia, ma perché la situazione generale, lo sviluppo sia pur disorganico delle lotte di classe, e il processo di consolidamento della rete di partito, ci hanno imposto di tradurre in una azione il più possibile continua e sistematica, un compito riconosciuto permanente anche quando «gli eventi, non la volontà o la decisione degli uomini» lo limitavano (come in parte lo limitano tuttora) «ad un piccolo angolo dell’attività complessiva». Era la necessaria risposta ad interrogativi che giungevano a noi, alla periferia come al centro del partito, dalle agitazioni in corso; una risposta che potevamo dare su scala più larga che in passato proprio perché, nella lunga e non ancora conclusa fase di “ristabilimento della teoria del comunismo marxista”, che ha occupato l’ultimo decennio della nostra vita organizzativa, i rapporti fra la nostra rete ideologicamente rafforzata e strati sia pur esili di proletari, si sono andati allargando e rafforzando. Non svolta, dunque, ma potenziamento di un lavoro che non si è mai interrotto anche quando le circostanze esterne, fuori dalla volontà o dai desideri anche del più battagliero ed entusiasta militante, ne limitavano il raggio.
L’infame politica di polverizzazione delle lotte di categorie imponenti, come i metalmeccanici o i salariati agricoli, riproponeva e ripropone al partito rivoluzionario l’imperativo di riaffermare – prima, durante e dopo agitazioni, che non di rado raggiungono il livello di scontri aperti e diretti fra i proletari e le forze dell’ordine, spalleggiate dai bonzi sindacali – i principi fondamentali della lotta di classe. Ricordare agli operai:
– che nessuna conquista, economica è duratura e serve gli interessi generali della classe se non si traduce in una crescente solidarietà tra gli sfruttati;
– che quindi l’abbandono dello sciopero generale senza limiti di tempo e senza distinzioni di fabbrica, di settore e di categoria, mentre non serve neppure a strappare vantaggi economici immediati, sgretola e distrugge le possibilità future e generali dell’attacco proletario al regime di sfruttamento capitalistico;
– che la “tattica” delle contrattazioni articolate, della rivendicazione di ulteriori qualifiche per categoria, di premi di produttività e di incentivi aziendali, dello sciopero al cronometro e al contagocce, accresce invece di attenuare la concorrenza fra lavoratori e il loro isolamento reciproco;
– che la teoria della “apoliticità del sindacato” nasconde in realtà l’abbandono della politica di classe da parte del sindacato a favore di una politica di fiancheggiamento del potere centrale borghese;
– e che non esistono questioni “particolari” alle quali si possa trovar soluzione fuori della visione generale degli interessi storici della classe lavoratrice.
Perché questa risposta fosse (e sia sempre più in avvenire) data da tutto il partito all’intero schieramento di forze dell’opportunismo, è divenuto necessario affiancare all’organo centrale del partito, il “Programma Comunista”, il bollettino, anch’esso centrale, d’impostazione programmatica e di battaglia “Spartaco”. Questo mentre in diversi gruppi e sezioni il lungo lavoro di agganciamento di proletari in lotta dava i suoi frutti positivi e rendeva urgente coordinare secondo direttive chiare ed uniformi l’attività generale di Partito.
Questo coordinamento non si poneva né si pone obiettivi che la situazione non solo italiana, ma (e soprattutto) internazionale vieta di porsi: non si prefigge rapidi e radicali spostamenti nella direzione che un quarantennio di super opportunismo ha inevitabilmente impresso alle pur vivacissime lotte di interi settori del proletariato industriale e agricolo; non vaneggia possibilità a breve scadenza di liberazione del sindacato dalla tutela di partiti controrivoluzionari, anche se, localmente e per breve ora, non esclude (come si è di fatto registrato) che la guida di agitazioni e perfino di organismi economici operai sia presa e mantenuta da nostri compagni. Esso mira a tessere e rafforzare la nostra tela di collegamento fisico col proletariato avvalendosi di una situazione in lenta ripresa, ma nella piena consapevolezza che i frutti di questo lavoro metodico e, com’è nel nostro costume, testardo potranno e dovranno essere raccolti solo in una fase avanzata e certo non vicina del movimento operaio.
Nella riunione di Roma, 1 aprile 1951, fu ribadito: «La giusta prassi marxista afferma che la coscienza del singolo e anche della massa segue l’azione, e che l’azione segue la spinta dell’interesse economico. Solo nel partito di classe la coscienza e, in date fasi, la decisione d’azione precede lo scontro di classe; ma tale possibilità è inseparabile organicamente dal gioco molecolare delle spinte iniziali fisiche ed economiche. Secondo tutte le tradizioni del marxismo e della Sinistra italiana e internazionale, il lavoro e la lotta nel seno delle associazioni economiche proletarie è una delle condizioni indispensabili per il successo della lotta rivoluzionaria, insieme alle pressione delle forze produttive contro i rapporti di produzione e alla giusta continuità teorica organizzativa e tattica del partito politico».
Scindere questi tre termini inseparabili, isolare le possibilità di successo – che il rafforzamento teorico e organizzativo del partito da un lato, il lavoro e la lotta nelle associazioni economiche dall’altro, ci offrono – dalla realtà oggettiva del processo di maturazione dei contrasti interni della società capitalistica, significherebbe pregiudicare proprio quella continuità teorica, organizzativa e tattica che faticosamente il partito ha ricostruito in questi anni. Va combattuto con la massima energia ogni atteggiamento di aristocratico disinteresse per le lotte rivendicative, ogni pretesa – anche se ispirata da un sano timore d’imboccare sentieri opportunisti – che il partito si limiti a proclamare e difendere postulati “generali” rifiutandosi di scendere all’esame di questioni “particolari”. Non esistono questioni particolari isolabili dalle questioni generali del movimento proletario: la separazione delle sue “aree” è la caratteristica dominante dell’opportunismo. Ugualmente va energicamente combattuta l’opposta pretesa, quand’anche ispirata da un generoso entusiasmo, di assegnare al partito compiti che lo sviluppo reale delle lotte di classe gli impedisce di assolvere, o di prefiggersi obiettivi che solo grazie ad eventi di portata internazionale (da cui lo stesso sviluppo del partito internazionale rivoluzionario è condizionato) potranno prendere corpo e sostanza.
Badiamo quindi a svolgere serenamente, metodicamente, continuativamente il nostro lavoro di penetrazione e di proselitismo fra le masse proletarie, senza lasciarci prendere né dallo scoramento per insuccessi che dobbiamo prevedere e scontare in anticipo, né dagli isterismi del “fare per il fare”, e soprattutto senza indulgere all’illusione che i tempi della ripresa rivoluzionaria possano essere accelerati mediante ricette tattiche o espedienti organizzativi che isolino il lavoro convenzionalmente chiamato sindacale da quello generale e politico del movimento.
È una responsabilità che siamo fieri d’esserci finalmente potuti addossare, e che dobbiamo portare innanzi nella consapevolezza di assolvere un compito non nazionale ma internazionale, e di lavorare per l’avvenire di un movimento proletario e di un partito di classe che non hanno e non riconoscono limiti di tempo né confini di Stato.
[RG-33] Questioni di economia marxista Pt.1
Come fu annunciato nel primo resoconto sommario della riunione, apparso nel n. 12 del giornale, ai relatori non fu possibile esporre delle conclusioni anche relative del lavoro di ricerca teoretica sull’economia marxista. Tuttavia, per la vastità, la profondità e la difficoltà della ricerca, queste conclusioni non saranno immediate, né da esse ci si dovrà attendere il disvelamento di chi sa quali misteri, o di chi sa mai quali novità.
La teoria dello “sciupio” è tesi centrale del marxismo, non solo da un punto di vista economico quanto in primo luogo da un punto di vista rivoluzionario. La trattazione della teoria prese l’avvio dalla riunione di Genova del 4-5 novembre 1961, il cui resoconto scritto apparve nei numeri 1 e 2 del giornale dell’annata in corso. Lo sciupìo è la dilapidazione delle forze produttive, dei prodotti e della ricchezza sociale. Usando il metodo dei “tre momenti”, chiave dialettica per la lettura del Capitale e del marxismo, lo sciupio al livello aziendale, cioè nel primo momento, si ridurrebbe allo sfruttamento del lavoro salariato da parte dei capitalisti; ma sarebbe sempre poca cosa. Infatti Marx picchiò in testa al “frutto indeminuto del lavoro” di Lassalle, chiarendo che anche nella società comunista sarebbe esistito il plusprodotto, cambiando però radicalmente la forma e la destinazione sociale.
È nel secondo momento, nella società capitalista presa nel suo insieme, nell’insieme delle aziende, che si consuma inutilmente gran parte del lavoro umano. Questo “sciupio” sociale appare maggiormente evidente e criminale se si confrontano la società capitalista e quella futura, la comunista. È, infatti, il modello comunista della organizzazione della produzione e della forma del lavoro umano che pone bene in risalto i caratteri nefandi del modo di produzione capitalistico, una volta unanimemente ammesso che nella storia le forme della produzione si succedono sulla base dell’aumento delle forze produttive. Per la società capitalista, secondo i suoi corifei, non esiste sciupio, lavoro inutile, distruzione di ricchezza, se non in maniera del tutto accidentale, come nelle guerre tra Stati. Marx invece mette costantemente in evidenza il carattere distruttivo del capitalismo, sulla base delle continue giustapposizioni tra società capitalista e società comunista.
I faux frais, le false spese della circolazione del capitale proprie di una società scambista ed esasperate dalla “libera concorrenza” sulla base di una economia aziendale, mercantile e monetaria – il militarismo, la stessa patria e la famiglia – costituiscono elementi di distruzione effettiva o di irrazionale utilizzazione del lavoro e di ricchezza: anguste forme di atrofizzazione della produttività del lavoro. Le crisi sono, quindi, lo sbocco naturale delle molteplici manifestazioni di “sciupio”, il risultato periodico e ricorrente dell’accumularsi di plusvalore inutilmente prodotto, irrazionalmente riprodotto, sulla base di una produzione sociale e di una appropriazione privata.
Cronologia delle crisi
Le date che diamo in questo testo sono desunte dai testi marxisti, e pertanto significano crisi che furono oggetto di riflessione e di studio dei nostri maestri. La serie si apre con la crisi del 1800 che, secondo Ricardo, fu causata dalla carestia di cereali per cattivo raccolto ed ebbe sede solo in Inghilterra. La successiva si verificò nel 1815, per le stesse ragioni – secondo il giudizio di Ricardo – della precedente.
La crisi del 1825 ebbe invece il suo epicentro negli Stati Uniti d’America e in India, e fu una crisi cosiddetta commerciale. Marx (Il Capitale, Libro 3° Vol. III, pag. 250 – Ed. Rinascita) così caratterizza le crisi commerciali: “Il fenomeno più generale ed evidente delle crisi commerciali è la diminuzione improvvisa, generale, dei prezzi delle merci, che si verifica dopo un loro aumento prolungato, generale”. Le crisi di questi anni si manifestano tutte sotto le spoglie di crisi commerciali, cioè per restrizioni di mercati esteri, e i fenomeni che esse generano sono pressoché gli stessi, più o meno accentuati. Alla crisi del 1847-48 Marx dedica un lungo scritto anche nella Nue Rheinische Zeitung, oltre che i continui accenni negli altri testi, particolarmente nel Capitale. In questo testo Marx esamina tutti i fenomeni che si intrecciano prima e dopo le crisi stesse. La prosperità, il benessere di oggi, precede il travaglio critico. “Gli anni 1843-1845 – scrive Marx – furono quelli della prosperità industriale e commerciale, conseguenze necessarie della depressione quasi permanente dell’industria nel periodo 1837-1842. Come sempre la prosperità fece scattare molto presto la speculazione. La speculazione sorge regolarmente nei periodi dove la sovrapproduzione raggiunge il suo culmine. Essa fornisce alla sovrapproduzione i suoi canali di scolo momentanei sollecitando nel contempo l’irruzione della crisi e aumentandone la violenza: La crisi scoppia anzitutto sul terreno della speculazione e non è che più tardi che s’installa nella produzione(…) Noi non possiamo in questo momento tracciare la storia completa della crisi (1846-48) e ci limiteremo dunque a fare il bilancio di questi sintomi della sovrapproduzione”.
I nostri opportunisti vorrebbero il benessere senza intrallazzi, il boom senza la speculazione: il maestro insegna che in regime capitalista la prosperità è madre di speculazione, in cui si riversano in un primo momento gli immediati effetti della incipiente sovrapproduzione. Marx traccia già la sinusoide della produzione capitalistica, con le sue periodiche alterne vicende di esaltazione e depressione produttiva. La crisi è preceduta da un periodo di intensa ripresa produttiva, preceduto a sua volta da un periodo di crisi. La caratteristica della speculazione d’alto bordo fu allora la corsa agli investimenti nelle ferrovie. Oggi il contenuto produttivo del benessere è la speculazione universale delle linee di comunicazione internazionali: autostrade, trafori, transatlantici, jet a reazione, missili, e il grande Barnum della cosmonautica. Si ritrova ancora in questo testo la classica previsione della catastrofe storica del capitalismo: “Gli schiavi saranno emancipati, perché sono divenuti inutilizzabili in quanto tali. È esattamente per la stessa ragione che il lavoro salariato sarà abolito in Europa, appena che avrà cessato d’essere non soltanto una forma necessaria per la produzione, ma ne sarà divenuto un ostacolo”. Ogni qualvolta la crisi esplode nel bel mezzo della beata apparente eternità del capitalismo, l’inutilità delle forme capitalistiche dell’economia appare in luce meridiana: nulla ha più valore, il denaro serve al massimo per bisogni fisiologici, le categorie intoccabili dell’economia del capitale saltano, è il caos.
Marx svolge, inoltre, un’analisi “a volo d’uccello” della più vulcanica macchina produttiva americana, nella quale intravede un potente focolaio delle contraddizioni del capitalismo e il futuro centro dello sviluppo sfrenato della borghesia mondiale: “La prosperità dell’Inghilterra e dell’America si ripercuote rapidamente sul continente europeo. Il mercato mondiale collega ogni angolo della terra e lo obbliga a sottomettersi al capitale”. I due centri, Inghilterra e America, del capitalismo mondiale sono “il demiurgo del cosmo borghese”, dai quali ha origine “il processo iniziale” e delle crisi e della prosperità. Cosicché, “se, per conseguenza, le crisi generano delle rivoluzioni anzitutto sul continente, la loro origine si trova non di meno in Inghilterra. È alle estremità dell’organismo borghese che debbono naturalmente prodursi le commozioni violente prima di arrivare al cuore, perché la possibilità di una compensazione è più grande qui che là. Inoltre, la proporzione con cui le rivoluzioni continentali si ripercuotono in Inghilterra è nello stesso tempo il termometro che indica in quale misura queste rivoluzioni mettono realmente in questione le condizioni d’esistenza borghesi, e fino a che punto esse non raggiungono che le loro formazioni politiche”. Questa preziosa lezione teorica tratta dall’intreccio economico che aveva sviluppato già allora i due continenti, ma ancora in prevalenza l’Europa e la Gran Bretagna, e dal quale esplose la crisi del ’47, anticipa e sancisce la validità della posizione rivoluzionaria difesa da Lenin e dalla Sinistra italiana, per la quale la Rivoluzione d’Ottobre avrebbe resistito ad ogni ritorno reazionario a condizione che fossero crollate le centrali europee, segnatamente la Germania, dell’imperialismo capitalista.
La chiusa a questo testo costituisce un tremendo ceffone a volontaristi e immediatisti d’ogni tempo: “Essendo data la prosperità generale, nella quale le forze produttive della società borghese si schiudono per quanto lo permettono i rapporti sociali borghesi, non si potrà parlare di vera rivoluzione. Questa non è possibile che nei periodi in cui questi due fattori, le forze produttive moderne e le forme borghesi della produzione entrano in conflitto le une con le altre. Le differenti questioni alle quali si dedicano oggi i rappresentanti delle diverse frazioni del partito dell’ordine del continente e nelle quali esse si compromettono reciprocamente, ben lontano dal fornire l’occasione di nuove rivoluzioni non sono al contrario possibili che perché la base dei rapporti sociali è momentaneamente così sicura, e ciò che la reazione ignora, così borghese”. “Ogni tentativo fatto dalla reazione per arrestare lo sviluppo borghese si brucerà così sicuramente come ogni proclama infiammato dei democratici. Una nuova rivoluzione non sarà possibile che a seguito di una nuova crisi: l’una è tanto certa quanto l’altra…”.
La nuova crisi del 1857 ebbe il suo epicentro negli Stati Uniti, ma ben presto contagiò l’Inghilterra e la Germania. In Gran Bretagna la stessa agricoltura fu investita dalla depressione economica, come Marx aveva già sentenziato nel 1850. Nella misura in cui le forme capitalistiche della produzione afferrano ogni ramo dell’attività produttiva, si schiudono canali traverso cui fluisce la crisi. Tutta l’economia così è soggetta alla crisi!
La distruzione del tempio
Vogliamo dimostrare con questa breve nota, ancora una volta, che la nostra tesi sulla decadenza della scienza nell’epoca attuale si trova contenuta nelle formulazioni della teoria marxista, fin dal primo momento in cui essa apparve nella storia.
Richiamiamo dunque la notissima definizione del capitalismo data da Marx nel III libro del Capitale: «Uno dei frutti principali della produzione capitalistica è … l’organizzazione del lavoro come lavoro sociale a mezzo della cooperazione, della divisione del lavoro, e del legame tra lavoro e scienza della natura» (Capitale – Cap. XV – Libro terzo).
Questa definizione corrisponde esattamente alla esaltazione illuministica della scienza e del progresso propria della giovane borghesia. Ma tutta l’opera di Marx consiste in ciò , nel dimostrare il carattere antagonistico di quest’organizzazione del lavoro come base sociale, e di questo «legame tra lavoro e scienza della natura», resi possibili dal modo capitalistico di produzione – consiste dunque nel mettere in piena luce la enorme mistificazione contenuta nell’esaltazione illuministica della scienza e del progresso.
Karl Marx formula una precisa definizione della scienza, e dell’uso capitalistico della scienza, sempre nel III libro del Capitale. «Incidentalmente osserviamo che si deve distinguere tra lavoro universale e lavoro collettivo. Ambedue svolgono la loro parte nel processo produttivo, ambedue confluiscono reciprocamente l’uno nell’altro e pur tuttavia si differenziano tra loro. Per lavoro universale si intende ogni lavoro scientifico, ogni scoperta, ogni invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione fra i vivi, in parte dall’utilizzazione del lavoro dei morti. Il lavoro collettivo presuppone la diretta cooperazione degli individui… Ne consegue che in genere è la parte più indegna e sgradevole di capitalisti monetari quella che tra il maggior profitto da tutti i nuovi sviluppi del lavoro universale e dello spirito umano e dalla loro applicazione sociale operata mediante il lavoro combinato». (Capitale – III – Sez. I – Capit. 5 – Paragrafo IV).
Dunque il lavoro associato rende possibile e applica socialmente il lavoro universale dello spirito (dal latino spiro, respiro cioè vita) umano. Ma il lavoro associato è sottomesso al capitale e i prodotti generati dalla combinazione fra lavoro universale e lavoro associato, volgarmente fra scienza e industria, non sono prodotti specificamente umani ma sono prodotti del capitale, capitale-merce. Di conseguenza, come il capitale si sottomette il lavoro associato, così esso si sottomette il lavoro universale; come il capitale trasforma il lavoro associato in lavoro salariato, così esso trasforma il lavoro universale in scienza mercantile, e i prodotti del lavoro universale in prodotti di capitale, in capitale merce.
In questa vicenda, la figura dello scienziato può apparire eroica, ed il suo lavoro come il lavoro salariato dell’operaio, sembra tingersi dell’aureola del martirio provocato dallo sfruttamento capitalistico. Una simile concezione è tuttavia assolutamente superficiale. Si può dividere la storia del rapporto fra scienza e capitale in tre grandi fasi. All’inizio, a partire dal Rinascimento, lo scienziato deve lottare contro il monopolio chiesastico della cultura, così come la borghesia lotta politicamente ed economicamente contro il feudalesimo – in questo periodo la rivoluzione borghese appare come una liberazione, e la scienza, pur essendo un importante fattore di questa rivoluzione, non è ancora sottomessa al capitale. La vittoria della rivoluzione borghese e lo sviluppo del capitalismo portano alla sottomissione della scienza al capitale, del lavoro universale al lavoro associato. In questo periodo, che può definirsi romantico, si manifesta la lotta fra il lavoro individuale dello scienziato e lo sfruttamento di questo lavoro da parte «della categoria più indegna e spregevole di capitalisti monetari». Tuttavia l’accrescersi continuo della produttività del lavoro, la concentrazione dell’industria in complessi sempre più vasti, porta alla definitiva scomparsa dello scienziato indipendente, individuale, romantico. Il lavoro scientifico viene annesso al capitale non solo socialmente, ma anche tecnicamente. Grandi laboratori scientifici sorgono alla diretta dipendenza di grandi complessi monopolistici, mentre le stesse università perdono la loro autonomia e vengono sottomesse all’industria e allo Stato. In questo periodo, che corrisponde all’epoca presente, lo scienziato si trasforma in tecnico, in «esperto». Ora è chiaro che proprio questo processo utile in astratto, non può portare nelle condizioni capitalistiche che al decadimento della scienza.
* * * * *
Marx scrive nel III Libro del Capitale «Si deve tener presente che il prezzo delle cose le quali in sè e per sè, non hanno valore, in quanto non sono il prodotto del lavoro, come la terra, oppure non possono, comunque, essere riprodotte con il lavoro,come le antichità, le opere d’arte di certi maestri, ecc. può essere determinato in modo del tutto fortuito. Per vendere una cosa basta che essa possa essere oggetto di monopolio e sia alienabile» (Capitale – III – VI – 37 – pag. 29).
Il lavoro universale dello spirito umano, frutto della cooperazione tra i vivi e dell’utilizzazione del lavoro dei morti, non ha valore – i suoi prodotti non possono essere riprodotti con il lavoro. La vergogna del capitalismo, la più grande è precisamente questa – dare un prezzo anche alle cose che non possono avere un valore, come la terra e la scienza umana. Una cosa che non ha valore acquista un prezzo quando diviene oggetto di monopolio. Quali sono oggi, i monopolisti che danno un prezzo alla scienza, che alienano fraudolentemente il lavoro universale dello spirito umano? Sono gli scienziati definitivamente sottomessi al capitale. La metamorfosi dello scienziato in tecnico è la metamorfosi dello scienziato in monopolista della scienza. Come il capitale ha trovato un limite nella terra, così esso ha trovato un limite nella scienza, nello sfruttamento del lavoro universale. Il capitale ha superato questo limite, prima rendendo alienabile la scienza, così come aveva «fatto della terra un articolo di commercio», poi trasformando gli scienziati in monopolisti, in proprietari fondiari, e patteggiando con essi una rendita. Questo processo ha portato all’impoverimento della terra e alla decadenza della scienza. Gli «esperti» e i «tecnici» di oggi sono, come i proprietari fondiari, dei parassiti della società – essi monopolizzano il lavoro universale dello spirito umano per cederlo al capitale in cambio di una rendita, essi alienano il lavoro dei morti per sfruttare il lavoro dei vivi.
A ragione i rinnegati russi parlano di «classe degli intellettuali». Il lavoro degli intellettuali fa parte del lavoro universale della specie. Riconoscere agli intellettuali il monopolio su questo lavoro universale, contrattare con essi una rendita, significa in effetti farne una «classe», una classe di spregevoli proprietari fondiari.
La combinazione del lavoro universale alienato e del lavoro sociale alienato genera il capitale-merce – in esso il capitale si materializza. Come il capitale sottomette il lavoro dei vivi e dei morti nell’interno del processo produttivo, così esso domina la vita degli uomini, al di fuori del processo produttivo, metamorfosandosi in capitale-merce.
«Come l’uomo è dominato nella religione dall’opera della propria testa, così nella produzione capitalistica egli è dominato dall’opera della propria mano». (Capitale – I – 7 – 23). Questa è la religione del capitalismo. Il culto della tecnica, della produzione, è il culto del dio Capitale. Questo dio è tanto più mostruoso degli dei antichi, in quanto gli dei antichi dominavano gli uomini con le idee, mentre il Capitale domina gli uomini con i prodotti delle loro stesse mani, materializza la sua potenza trasformando in merci i prodotti del lavoro umano. Come gli dei antichi si trasmutavano in mille forme nel Pantheon, così il capitale metamorfosa se stesso nelle merci. Vostok e Telstar non sono altro che incarnazioni feticistiche del dio capitale – chi crede che esse servano a distruggere i templi degli antichi dei, è in ritardo sulla storia di duecento anni. Il Pantheon è vuoto, il nuovo tempio è lo schermo televisivo, dove ruotano nel cielo i feticci del capitale.
Questo è il tempio che deve essere distrutto: sui suoi gradini il proletariato ucciderà i tecnici- sacerdoti del dio.