Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1964/23

Chiave dei cambi di scena tra i «grandi attori» della storia

Nel 1924, tra noi come nel campo di Agramante, cominciò a circolare la parola Termidoro. La rivoluzione russa, che aveva avuto, e rivendicato in dottrina, il Terrore, poteva, doveva forse avere un Termidoro?

Al principio dell’anno Lenin, da gran tempo malato, era morto. Molti se non tutti, fra noi e nel campo di Agramante, identificavano con la persona di Lenin individuo la rivoluzione bolscevica di ottobre 1917, il suo partito, la sua teoria. La rivoluzione di Lenin, la dottrina di Lenin, il partito di Lenin. Molto va perdonato ai modi di dire. Tra i denigratori e gli apologeti, li avremo anche noi usati mille volte. In termini coerenti alla dottrina di lui e nostra, non è un uomo che fa una rivoluzione, una teoria, o un partito, e li distingue col suo nome. Fu tuttavia Lenin tanto perspicuo nostro maestro che proprio a lui non pensiamo, quando scriviamo di attori della storia!

I giovani comunisti di quella generazione videro però, con Lenin e al lavoro con lui, e nello stesso rapporto di lui con la teoria, il partito e la rivoluzione, numerosi compagni di Russia e fidarono nel partito vero e grande dei Lenin, Trotsky, Radek, Bucharin, Zinoviev, Kamenev e tanti, tanti altri.

Credettero, non perché fosse Lenin vivente, quel partito monolitico e – ingenuamente – eterno. E lavorarono convinti di farlo mondiale.

Ma al V congresso di Mosca, nella estate 1924, – e non in quanto si ponesse il problema idiota: chi va al posto di Lenin? – si seppe che il partito monolitico era diviso, e quel gruppo di compagni, che sognammo «intercambiabili»  a piacere come pezzi della macchina per la rivoluzione nel mondo, non era più lì a darci una risposta concorde. L’uomo più significativo, Leone Trotsky, dal congresso del partito russo taceva; era assente dal congresso mondiale.

Allora cominciò a circolare la parola del Termidoro futuro, e si fece dai filistei largo uso della frase fatta: Lo sapevamo bene, le rivoluzioni divorano i loro uomini. Per l’ideologo borghese e mezzo borghese (peggio) vanno insieme queste tesi: Le rivoluzioni sono il fatto di un uomo, sono generate dalla apparizione di un uomo. Questa figlia si nutre poi della carne del suo genitore.

Ma uno solo era stato fino allora divorato dalla rivoluzione; Lenin proprio, e non nel senso dei giacobini della Francia 1793: «bisogna ghigliottinare per non essere ghigliottinati». Aveva tanto donato delle sue qualità di eccezione alla causa di cui era milite, che bruciò troppo presto, quella macchina meravigliosa. Non lo travolse un Termidoro!

Nella sua visione, il nostro Terrore nato in Russia non sarebbe stato spento da una controrivoluzione russa, ma doveva guadagnare tutti i paesi fuori di Russia alla Dittatura. Lo credemmo colla stessa certezza con la quale rifiutammo il discorso dei nemici e dei traditori: Dittatura significa un Dittatore; e il vostro è dato dal nome più noto: Lenin, il nuovo Zar!

La storia corrente considera come svolto della rivoluzione francese il 27 luglio del 1794 (nel calendario rivoluzionario,  10 termidoro anno IV) perché Robespierre, che fino allora aveva col Comitato di salute pubblica condotto il Terrore, vi fu ghigliottinato dagli avversari di destra, senza che il popolo dei sanculotti di Parigi si levasse in armi. Il terrore cambierà di mano, e la controrivoluzione sboccherà nel consolato di Bonaparte e nell’Impero…

Devono forse tutte le rivoluzioni avere una stessa, oggi direbbero, regia? Ed era la rivoluzione russa della stessa «specie» di quella francese? Bisognava rispondere a queste domande per prevedere un termidoro russo.

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Nel mondo degenerante di oggi si va perdendo la sana distinzione fra il modo borghese di presentare la storia e quello proletario e marxista. Non passiamo ancora al secondo. Fino, possiamo dire, alla fine del secolo scorso la corrente opinione si domandava ancora, o appena aveva cessato di domandarsi, se la Rivoluzione  francese era stata giusta o no, se aveva o no fatto bene a levare picche e ghigliottine e a versare tanto sangue, se Napoleone la aveva punita, e se avevano fatto bene i restauratori e se avevano punito Napoleone, o la rivoluzione, o tutti e due. Poca strada è stata fatta in più di altro mezzo secolo, se ancora oggi il novantanove per cento dei commentatori sono tanto intrigati nello spiegare il senso della «caduta» di Krusciov e nel dire se era un buon compare, o un dittatore truculento e da «termidorizzare». E se lo sarà nel seguito. Gente che così giudica sarebbe appena scusabile se si dichiarasse convinta  che c’è il Padre eterno a regolare la storia, o che un senso morale innato decide di essa ed in essa. Oggi, digerito più di mezzo secolo dopo quello illuminato, siamo al punto barbino che, se prendiamo un politico di estrema destra e uno di estrema sinistra, potremo trovarli fieramente avversi, ma in sostanza tutti e due finiranno con l’ammettere: Iddio? beh, certamente, decide lui – la morale generale? certo, è alla sua luce che si legge la storia…

Comunque abbiamo voluto dire che all’altezza del 1900 (Marx aveva parlato e scritto da più di mezzo secolo) ogni benpensante ne aveva tanto da dire con sicumera; ghigliottina o non ghigliottina, testa di Capeto o di Massimiliano, corona o arsenico per Napoleone il grande, tutto è andato per il meglio, perché quale altra via esisteva per avere la civiltà moderna, le macchine, la tecnica in progresso, la cultura, eccetera eccetera?

Allora la sentenza di Dio o della Storia restava sospesa, sul Terrore e sulle Dittature, o quanto meno non poteva servire con sicurezza a condannare qualunque guerra civile, qualunque dittatura.

Sono passati tutti questi 64 anni ed è scorsa sotto i ponti tanta altra civiltà, progresso tecnico, e scientifico; ma in effetti abbiamo rinculato in maniera paurosa: il bigottismo è cento volte maggiore. Nessuno sa se Nikita è stato oggetto di una piramidale canagliata, o se era lui un farabutto, un tirannello narcisista degno di pedate al cospetto del mondo.

Dato che, giusta il luogo comune scolastico, la storia è maestra della vita, nel senso banale che snocciola repertori obbligati, il filisteo del 1924 non aspettava solo il Termidoro russo, ma anche il bonapartismo. La figura del Napoleone pareva bella e pronta; quella di Trotsky, condottiero dell’esercito rivoluzionario che aveva schiantate tutte le coalizioni, uomo ricco a dovizia di tutte le qualità brillanti, fiammeggiante nella figura come l’aquila nei quadri del David tra le aurore di gloria dell’ottocento. Anche di questa specie di farisei ridemmo sicuri; Leone non cedeva di un passo a Vladimiro nel rispetto del partito e della sua dottrina, nel posporvi ogni personalità, e prima la propria, che per altra via lasciò disperdere in uno squallido esilio, non perché gli facesse paura un’avventura da dramma storico, ma per coerenza ai principi di tutti e alla causa della grande rivoluzione. Né l’uno né l’altro, né quanti furono degni di militare per le stesse mete storiche, erano attori, scesi a recitare sui palcoscenici della storia politica; davanti alla platea  rigurgitante di resocontisti prezzolati e di critici incretiniti.

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Ben altra chiave il nostro partito storico – quello sì eterno e non riducibile dalle tempeste a pause di silenzio – possiede per leggere gli eventi umani.

Il determinismo marxista mostra alla base delle lotte politiche e della rivoluzione che ne seguono le tappe cruciali, il conflitto tra le classi destato dai fattori economici, e la sostituzione del potere di una classe a quello di un’altra. Ogni classe rivoluzionaria ed ogni tipo sociale di classe elabora nella lotta e fra i fumi della battaglia  una sua ideologia e sembra gettarla contro quella della classe precedente. Se quindi nella visione nostra della storia ogni rivoluzione  ha ragione, non sarebbe esatto dire che ogni ideologia rivoluzionaria è giusta e ha valore definitivo rispetto al passato e per il futuro.

Come di norma, parlino i nostri testi di base, e la immortale prefazione alla Critica della economia politica, di Marx. Se vogliamo parlare di rivoluzione in generale, non dimentichiamo: «Esaminando tali rivoluzioni, bisogna distinguere tra la rivoluzione materiale nelle condizioni della produzione economica, constatabile con precisione scientifica, e le forme giuridiche, religiose, artistiche e filosofiche, in breve ideologiche, in cui gli uomini divengono consapevoli del conflitto e lo combattono. Così come non si giudica un uomo secondo ciò che egli pensa di essere, non si possono giudicare tali epoche di sovversione sociale dalla coscienza che esse si formano di se stesse, anzi si deve dichiarare (dedurre e spiegare) questa coscienza dalle contraddizioni della vita materiale e dal conflitto esistente tra le forze produttive sociali e i rapporti di produzione».

Prendiamo il filisteo corrente fine 1900. Egli è giunto a vedere che la rivoluzione del 1789 doveva usare dittatura e terrore, ma le dà questo diritto solo in quanto era l’ultima a fruirne. Tra questi filistei, ogni Kautsky, ogni socialdemocratico di quelli a cui Lenin tolse il diritto di blaterare, e quindi ogni moderno opportunista che insozza l’aggettivo di leninista, cadono nello stesso errore di non aver ancora capito quanto Marx scrisse nel 1859 (e dire che si definiscono, gli ultimi detti, aggiornatori e arricchitori di un marxismo superato e passatista rispetto alle posteriori esperienze!). Essi infatti giudicano la rivoluzione francese secondo la coscienza che si formò di se stessa. Nei suoi teorici della filosofia enciclopedista ed illuminista, e nei suoi capi parlamentari, essa annunziò di avere attuata la totale liberazione dell’uomo dalla ingiustizia e dal privilegio: ogni altro progresso sarebbe stato pacifico, e affidato all’arma della democrazia. Il marxismo nello scoprire come si leggono le rivoluzioni nella storia, scoprì che quella borghese aveva eretta una nuova classe dominante e un’oppressione peggiore delle antiche: il salariato. Il passo celebre conclude: «i rapporti borghesi di produzione sono l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale… Con questa formazione sociale si conclude, quindi, la preistoria della società umana». Marx e Lenin rivendicarono che questa era la scoperta della ineluttabilità di una nuova rivoluzione, nuova lotta armata e nuova dittatura  in tutti i paesi.

Oggi quelli che si dicono il partito di Lenin annunziano che la sua fu nel tempo e nello spazio l’ultima dittatura. Che dissero di diverso i puri borghesi che gli gridarono di essere un despota sanguinario?

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Secondo la nostra scuola si può tentare il confronto fra le rivoluzioni del 1789 e del 1917. Si potrebbe dire che furono diverse radicalmente: quella la prima dittatura borghese, questa la prima proletaria…

Tuttavia partirono dalla esplosione dello stesso regime: quello feudale. La rivoluzione russa fu una rivoluzione doppia; è noto. Ma la borghesia non tenne il potere, debole potere, che da febbraio a ottobre.

Noi non abbiamo mai negato talune analogie  fra le due rivoluzioni tanto lontane nel tempo tra loro. In entrambe lottavano tre classi e non due. In recenti ricerche del nostro movimento attuale abbiamo, nella «questione militare», descritto un proletariato, sia pure embrionale, in lotta nella rivoluzione di Francia. Tanto è vero nel marxismo classico. Vediamo Engels, nell’ Antiduhring. Totale è la collimazione nel metodo, tra il 1859 e il 1878. E’ descritto il naufragio della ideologia razionalista, pure citando Rousseau cui Marx ed Engels dettero grande stima, come dialettico. «Il Contratto Sociale di Rousseau aveva trovato la sua realizzazione nell’epoca del Terrore, da cui la Borghesia smarrita e non comprendendo più nulla delle sue attitudini politiche si era rifugiata prima nella corruzione del Direttorio e poi sotto la protezione del dispotismo napoleonico». Segue uno scorcio potente dell’economia sociale borghese più crudele della feudale verso gli oppressi. Più oltre: «Le masse proletarie di Parigi al tempo del Terrore potettero impadronirsi per un momento del potere, ma con ciò poterono solamente dimostrare che il loro dominio era impossibile allora».

Engels si complimenta con il grande utopista Saint Simon, altro maestro di dialettica innata, per aver saputo concepire la rivoluzione francese «come una lotta di classe tra nobiltà borghesia e proletariato, il che era nell’anno 1802 una scoperta assai geniale».

Lenin stesso legherà alle lezioni della rivoluzione francese ed al compito delle masse in essa la sua prospettiva della rivoluzione russa e mondiale nel lavoro sull’ Estremismo. Quando egli sottolinea la primaria importanza di una valida teoria rivoluzionaria, ricorda che la giustezza di questa – il marxismo – «fu provata dalla esperienza mondiale di tutto il secolo decimonono».

La rivoluzione francese nel suo concetto fu un primo banco di prova della dinamica delle grandi masse. Ben sapeva  quanto Engels aveva detto del proletariato di Parigi nel Terrore, e molte volte egli e Trotsky lo ricorderanno. Ma chi rappresentava il proletariato, in questo fugace afferrare il potere? Forse lo stesso Robespierre, nella sua lotta contro la destra girondina borghese e piccolo borghese. Eppure la stessa Convenzione represse i moti popolari precedenti la congiura comunista di Babeuf. Ciò spiega la passività proletaria al Termidoro? Certo Roberspierre nei suoi travolgenti discorsi era giunto a dire: «Le rivoluzioni succedutesi negli ultimi tre anni han fatto tutto per le altre classi di cittadini, quasi nulla per la più necessaria, per i cittadini proletari non aventi altra proprietà che il lavoro. La feudalità è scomparsa, ma non a vantaggio loro, poiché nelle campagne affrancate non possiedono nulla… E’ stata istituita la eguaglianza civile, ma ad essi mancano l’istruzione e l’educazione…».

Per una chiara analogia con la Russia del XX secolo la Francia giacobina era flagellata dalle spedizioni militari delle potenze estere coalizzate, tra cui la borghese Inghilterra, timorosa di un giacobinismo di sinistra e proletario. Robespierre nella lotta contro gli agenti stranieri costruisce il grande mito popolare della Patria delle patrie, che tuttavia i borghesi non hanno fondata, ma usurpata dalla monarchia ereditaria. Riluttante dapprima ad ogni guerra di popoli, e dopo la dichiarazione contro ogni guerra di conquista territoriale, egli trova nel furore della difesa il lievito della forza della rivoluzione che attinge incredibili vittorie contro un mondo di nemici.

Anche la rivoluzione di Russia condusse una lotta parimenti feroce e non meno gloriosamente vittoriosa. Ma, sulla grandiosa linea di Lenin, non ne trasse la esaltazione di una patria, sia pure proletaria e rossa. La consegna di Lenin fu e resta l’ Internazionale, la guerra civile antiborghese in Europa e dovunque.

Tutte le crisi che il regime russo ha traversate da quel 1924 in poi non vanno lette come cambi della guardia e sinistre trame di palazzo, come piace di fare al conformismo pennaiolo del mondo.

La rivoluzione russa, fermatasi come rivoluzione proletaria e svoltasi sotto nome mentito come rivoluzione borghese, che come quella francese aveva utilizzato la potenza delle masse in armi di formazioni civili e militari, ha subito un rovescio storico più grave di ogni Termidoro e di ogni Restaurazione.

Il marxismo rivoluzionario non è morto, e legge ancora la storia per antagonismi di classi avversarie e non per protagonisti che recitano sulle poltrone ai vertici. La economia capitalista nel corso di pochi decenni da Waterloo guadagnò il mondo, e prima della fine del secolo la stessa Russia.

La economia proletaria aveva bisogno della Dittature europea e poi mondiale. Nel 1926 si ebbe lo svolto cruciale, quando Mosca dichiarò che rinunziava alla Dittatura comunista internazionale. Il grande attore di scena fu Stalin, e prevalse su generosi lottatori; Trotsky, Zinoviev, Kamenev, in disperata difesa delle posizioni del morto Lenin e della immortale teoria rivoluzionaria.

La storia delle persone racconti pure come diversamente andarono ad essere assassinati, come degno di loro finì Bucharin, in quella giornata palafreniere di Stalin, quanto poco dica che Zinoviev e Kamenev, primi, già nel 1924 avevano dato l’ostracismo al grande campione della Internazionale, Leone.

La rivoluzione francese era caduta senza uccidere il suo Mito, la Patria, in cui Robespierre credeva come un bambino, quanto nella Virtù, che identificava, lui l’incorruttibile dei sanculotti, col Terrore stesso, sui traditori, sui venduti.

La svolta di Stalin vale come se Cambronne, invece di lanciare sul viso dei vincitori il fatidico grido, avesse urlato: Guardia, calate le brache!

Era la vittoria regalata all’antagonista storico della Dittatura, il Capitale di Occidente. Che non se la lascerà strappare dalle follie napoleoniche di Baffone.

Per i pettegoli della storia quella chiave non apre la spiegazione ai cambi delle scene tra gli Stalin, i Beria, i Malenkov, i Krusciov, i Breznev e la futura teoria di marionette.

Per noi non occorre di più.  Quanto ripete sempre più aperto la Pravda di questi giorni, è corollario di una premessa che leggemmo chiara tra il 1924 e il 1926.

Stato di tutto il popolo dopo la fine della dittatura proletaria. Merda! Ecco non un sinonimo ma un omonimo della democrazia.

Massimo interessamento di ognuno al rendimento del lavoro. Ecco il sinonimo della proprietà privata sfruttatrice, alienazione dell’uomo.

Così imparammo a dichiarare la coscienza che una società ha di se stessa.

Il filisteismo borghese si avventa sul Congo

L’oscena incanata con la quale la stampa borghese internazionale, laburista e socialdemocratica, filo-americana e filo-cattolica, ha salutato l’impresa mercenaria dei paracadutisti belgi partiti dall’isola dell’Ascensione con la connivenza del governo inglese e lanciati su Stanleyville il mattino del 24 novembre per schiacciare ogni fremito d’indipendenza nel Congo, è degna di un regime sociale come quello capitalistico giunto alla sua fase di estrema decomposizione. Tutto ritorna qui a galla: il razzismo, l’ipocrisia dei «civilizzatori» verso «barbari», il bigottismo, la sufficienza dei ricchi verso i poveri, il tutto condito con la spudoratezza dell’«Occidente civile» in genere, USA in testa, già urlanti contro Ciombe [Tschombé] ed ora osannanti a lui (salvo a farsi lo sgambetto l’un l’altro come pare che la Francia di De Gaulle voglia fare al Belgio di Spaak), e con le platoniche dichiarazioni di «solidarietà» coi «ribelli», di Mosca, Pechino e Botteghe Oscure.

Ad esse si affianca la vigliaccheria dei capi degli stati africani sedicenti indipendenti. La protesta dell’imperatore d’Etiopia, del re del Marocco, e dei vari presidenti in sedicesimo del Ghana o della Tunisia, dell’Algeria o dell’Egitto, non può e non potrà nascondere i fatti nella loro verità nuda e cruda. E i fatti insegnano, ancora una volta, che come l’imperialismo ha potuto impunemente massacrare Lumumba all’insegna delle Nazioni Unite, così l’imperialismo può oggi massacrare i lumumbisti di Stanleyville, «malgrado» le platoniche proteste degli Hailé Selassié, Nasser, Bourghiba, e Ben Bella. I fatti insegnano che come il governo razzista del Sud Africa può rinchiudere i proletari negri nei campi di concentramento malgrado le proteste del Papa, della regina d’Inghilterra, così l’imperialismo può massacrare impunemente nell’Angola e nel Camerun, «malgrado le commissioni d’inchiesta» dell’ONU.

Il Camerun e l’Angola sono situati a nord-ovest e a sud-est del Congo. Tutta questa immensa regione è una sola polveriera. Che cosa hanno fatto, che cosa fanno i governi sedicenti indipendenti dell’Africa per venire in aiuto agli insorti di queste regioni? Di che cosa sono capaci, i capi del Kenya, del Sudan (direttamente confinante con la regione di Stanleyville e di Aketi), dell’Algeria, dell’Egitto? Da dove parte, e dove si ferma, il loro antimperialismo? A che cosa è servita la «eroica» decisione del governo egiziano di dirottare dal Cairo l’aereo di Ciombe, dal momento che Ciombe fa impunemente massacrare i lumumbisti congolesi, con l’aiuto del Belgio e dell’Inghilterra? Dal fatto che decine di Stati africani sedicenti indipendenti accolgono post festum, con una platonica protesta, l’intervento anglo-belga nel Congo, scaturisce una sola conclusione: il continente africano non è affatto indipendente; l’imperialismo ha balcanizzato l’Africa, come ha balcanizzato il Congo, per meglio dominarla.

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La giustificazione avanzata dal governo belga e dal socialdemocratico Spaak, secondo la quale i paracadutisti belgi sono intervenuti per salvare gli ostaggi bianchi dal massacro, nella sua infamia non è nuova. Ma nuova, sorprendente, e ancora più infame, è l’argomentazione con cui il governo russo e la stampa sedicente comunista (ad esempio «L’Unità») sostengono la loro «protesta», e secondo cui sarebbe falso che i lumumbisti di Stanleyville fossero disposti a liquidare gli ostaggi bianchi.

Agli uni e agli altri noi rispondiamo con le parole che Carlo Marx, a nome del Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale dei lavoratori, buttò sul viso della borghesia europea, esultante per il massacro dei Comunardi parigini, il 30 Maggio 1871:
«Ma l’eccidio dei sessantaquattro ostaggi, fra i quali l’arcivescovo di Parigi, per opera della Comune! La borghesia ed il suo esercito avevano introdotto, nel giugno 1848, una consuetudine, da molto tempo abbandonata da ogni condotta di guerra: l’uccisione degli ostaggi inermi. Quest’uso brutale è stato d’allora in poi rimesso in vigore più o meno in ogni repressione di sommosse popolari in Europa e nelle Indie; con la qual cosa si volle provare che si trattava di un vero ‹progresso della civiltà›. D’altro canto, i Prussiani avevano richiamato in onore in Francia l’uso di prendere per ostaggi degli innocenti, che con la propria vita offrivano loro una garanzia rispetto alla condotta di altri. Quando Thiers ebbe rimesso in vigore, fin dal principio della lotta, l’umanitaria consuetudine di fucilare i prigionieri comunisti, per difendere la vita di questi prigionieri alla Comune non rimaneva che rifugiarsi nella consuetudine prussiana di far degli ostaggi. La vita degli ostaggi però era compromessa più che mai dall’incessante massacro dei prigionieri da parte dei Versagliesi. Come si poteva risparmiarli ancora più a lungo dopo il bagno di sangue col quale i pretoriani di Mac-Mahon celebrarono il loro ingresso in Parigi? Anche l’ultimo contrappeso alla barbarie insolente dei governi borghesi – la pena degli ostaggi – doveva diventare una semplice burla?» (Karl Marx, «Indirizzo del Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale dei lavoratori sulla Guerra civile in Francia», 30 maggio 1871).

Da quando Marx scrisse queste parole, la «civiltà» borghese ha compiuto indubbiamente molti «progressi». Non solo la consuetudine prussiana di fucilare i prigionieri è stata adottata nel corso della seconda guerra imperialista da tutti gli eserciti, inglesi e russi, americani e tedeschi, ma il massacro indiscriminato è stato esteso a tutte le popolazioni civili, e la civiltà borghese ha difeso se stessa e i suoi sacri valori atomizzando e bombardando milioni di donne e di bambini.

E dopo tutto ciò, gli imperialisti belgi e inglesi si velano il viso per l’orrore di fronte ai cinquanta ostaggi fucilati dai lumumbisti di Stanleyville, mentre i dirigenti del Cremlino, e i loro accoliti si appellano alla pirateria internazionale dell’ONU, e giustificano gli insorti congolesi affermando che non era loro intenzione uccidere gli ostaggi?!?

Sulle «intenzioni» dei lumumbisti congolesi nessuno ha il diritto di pronunciarsi, né Kossygin, né Spaak, né l’ONU: nessuno ad eccezione di loro stessi. Quanto al resto, ebbene, signori, nel Congo la guerra divampa da quattro anni, da quattro anni almeno nel Congo i mercenari dell’imperialismo belga e del governo fantoccio Ciombe assassinano ostaggi e prigionieri militari e civili, donne e bambini. L’esercito lumumbista aveva tutto il diritto, se di diritto si vuol parlare, di applicare le stesse misure adottate dai suoi nemici.

Con Carlo Marx, quasi cent’anni dopo la Comune di Parigi, noi domandiamo. «Anche l’ultimo contrappeso alla barbarie insolente dei governi borghesi – la pena degli ostaggi – doveva diventare una semplice burla?»

[RG-39] Tesi sulla questione cinese Pt.1

Dopo il 1960, anno in cui gli 81 partiti sedicenti comunisti (compreso quello di Mao) manifestarono la loro unanimità sul programma dell’opportunismo kruscioviano, una rottura di fatto si è prodotta fra Pechino e Mosca. Come risulta in diversi testi da noi analizzati, la Cina presenta la propria variante nazionale dello stalinismo: ma, a differenza degli altri “socialismi nazionali” di marca araba, cubana o jugoslava, il “socialismo cinese” pretende di rivedere i conti alla Russia borghese, di ergersi a difensore del marxismo e di ricostruire sotto la propria egida i ranghi del proletariato mondiale. È questa pretesa, più che gli inevitabili antagonismi fra Stato russo e Stato cinese, che esige la nostra risposta: perché né la pratica sociale né l’ideologia politica ufficiale dei dirigenti di Pechino sono orientate al trionfo del programma comunista.

A. Natura e prospettive delle rivoluzioni d’Oriente

1) In Cina, come negli altri paesi arretrati d’Africa e d’Asia, le due guerre mondiali hanno spinto fino al punto di rottura le contraddizioni fra lo sviluppo delle forze produttive e i vecchi rapporti di produzione ereditati dal regime patriarcale. Per un lungo periodo vi si sono susseguite insurrezioni nazionali e rivolte agrarie, a conferma dei pronostici formulati dal marxismo sin dagli inizi del ‘900. Così, nonostante le ripetute disfatte del proletariato nelle metropoli europee, l’esplosione dei movimenti nazionali in Oriente ha reso testimonianza della forza rivoluzionaria degli antagonismi accumulati dal sistema capitalista.
     Ma, come oggi [1964, ndr] è provato dal ritardo crescente dei paesi arretrati rispetto allo sviluppo economico delle loro ex metropoli, queste contraddizioni non potevano essere risolte entro un quadro nazionale e nella forma di un “progresso borghese”: esse sono il prodotto del capitalismo mondiale, del suo sviluppo ineguale, dell’accumulazione di tutte le ricchezze in un pugno di Stati super-industrializzati. È appunto in questi termini che l’Internazionale Comunista, fin dal suo Manifesto al proletariato di tutto il mondo, del 6 marzo 1919, poneva la “questione coloniale”: «L’ultima guerra, che è stata anche una guerra contro le colonie, fu contemporaneamente una guerra con l’aiuto delle colonie […] Il programma di Wilson “libertà dei mari”, “Società delle Nazioni”, “internazionalizzazione delle colonie”, non mira ad altro, nell’interpretazione più favorevole, che a cambiare l’etichetta della schiavitù coloniale. La liberazione delle colonie è possibile solo contemporaneamente alla liberazione della classe operaia delle metropoli». Quest’ultima è stata battuta, poi asservita all’ideologia borghese e pacifista; ma, contro tutti i profeti di “pace sociale” e di “coesistenza pacifica”, deve trarre dalle rivoluzioni di Oriente questa lezione e questa certezza: la violenza è sempre la sola levatrice della storia.

2) Quale che possa essere stata in Cina l’oppressione dell’imperialismo straniero, la natura degli antagonismi economici e sociali che questo vi ha scatenati non poteva fare della sua rivoluzione, di per sé, una rivoluzione “anti-capitalista”. Il marxismo ha sempre denunciato quest’illusione del “socialismo” piccolo-borghese, che fu pure quella dei populisti russi e che oggi è sfruttata dall’“estremismo” di Mao. Diceva Lenin dei populisti russi: «Essi sciorinano volentieri delle frasi “socialiste”, ma nessun operaio cosciente può ingannarsi sul significato di queste frasi. In realtà nessun “diritto alla terra”, nessuna “ripartizione egualitaria del suolo”, nessuna “socializzazione”, contengono una goccia di socialismo. Ciò deve essere compreso da tutti coloro che sanno che la produzione di merci, il dominio del mercato, del denaro e del capitale non sono infranti, al contrario più largamente sviluppati dall’abolizione della proprietà privata e da una nuova ripartizione del suolo, fosse anche la più “giusta”» (“I partiti politici in Russia”, 1912).
     La liberazione del contadino dai vincoli dell’economia naturale, lo sviluppo di un’industria “moderna”, utilizzante le risorse in manodopera e capitali fornite da un’agricoltura “moderna”, la creazione di un mercato nazionale e, a coronamento di tutto ciò, l’esaltazione della “unità nazionale”, di una “cultura nazionale” e di tutti gli attributi “moderni” della potenza statale, non sono mai stati e non possono essere altro che il programma dell’accumulazione del capitale.

3) Tuttavia, lungi dal limitarsi, in un movimento rivoluzionario borghese, alla rivendicazione formale dello Stato nazionale e della democrazia politica, il marxismo determina nel modo più rigoroso il ruolo delle classi sociali in ogni rivoluzione. La comparsa di un proletariato industriale in Cina, come nella Russia zarista o nell’Europa del 1848, significava per i comunisti la necessità di un’organizzazione di classe che sfruttasse ai propri fini politici la crisi del regime pre-borghese. Tale è la linea del Manifesto del Partito Comunista (1848) e della Rivoluzione d’Ottobre, una linea che Marx ha definito col nome di “rivoluzione in permanenza”.
     Al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista (1920), Roy sottolineava l’importanza di questa prospettiva di lotta indipendente e continua per il proletariato dei paesi coloniali: «La dominazione straniera ostacola costantemente il libero sviluppo della vita sociale; perciò il primo passo della rivoluzione [nelle colonie] deve essere l’abbattimento di questa dominazione. Appoggiare la lotta per l’abbattimento della dominazione straniera non significa sottoscrivere le aspirazioni nazionali della borghesia indigena, ma aprire al proletariato delle colonie la via della sua liberazione […] Nel suo primo stadio, la rivoluzione nelle colonie non sarà una rivoluzione comunista, ma se fin dall’inizio un’avanguardia comunista ne prende la testa, le masse rivoluzionarie saranno avviate sul giusto cammino e raggiungeranno il fine ultimo attraverso una graduale conquista di esperienze rivoluzionarie» (“Tesi integrative sulla questione nazionale e coloniale”, 28 luglio 1920).
     Imprigionando il proletariato cinese, fin dall’inizio della rivoluzione, nel “blocco delle quattro classi” – formula politica dell’attuale “democrazia popolare” – il partito di Mao ha segnato la rottura di tutto l’Oriente arretrato con la tattica gloriosamente illustrata dal bolscevismo russo.

4) Dal punto di vista di una vittoria definitiva del comunismo, il carattere “permanente” del processo rivoluzionario, che doveva consegnare il potere al proletariato dei paesi arretrati, aveva senso soltanto se la rivoluzione proletaria riusciva a estendersi alle metropoli del capitale. La Russia, diceva la seconda prefazione di Marx all’edizione russa del “Manifesto del Partito Comunista”, potrà evitare la fase dolorosa dell’accumulazione capitalistica solo «se la rivoluzione russa diverrà il segnale di una rivoluzione proletaria in Occidente, in modo che le due rivoluzioni si completino a vicenda». L’Internazionale di Lenin non ha soltanto ripreso questa prospettiva per la Russia dei Soviet, ma l’ha estesa a tutta l’Asia. Come ricordavano le “Tesi del Congresso dei Popoli d’Oriente”, tenutosi a Baku nel 1920, «solo il trionfo completo della rivoluzione sociale e l’instaurazione di una economia comunista mondiale possono liberare i contadini di Oriente dalla rovina, dalla miseria e dallo sfruttamento. Perciò essi non hanno altra via per la propria emancipazione che di allearsi agli operai rivoluzionari di Occidente, alle loro repubbliche sovietiche, e di combattere nello stesso tempo i capitalisti stranieri e i loro propri despoti (i proprietari fondiari ed i borghesi) fino alla vittoria completa sulla borghesia mondiale e all’instaurazione definitiva del regime comunista».
     È noto come lo stalinismo abbia capovolto questa tesi, facendo dei successi economici o diplomatici della Russia il criterio universale dei progressi del comunismo. Pechino va fino in fondo sulla via del rinnegamento: invece di indicare nella vittoria del proletariato occidentale la sola prospettiva di emancipazione sociale dell’Oriente, esso fa dipendere la causa del proletariato internazionale dall’esito dei moti nazionali borghesi d’Africa e d’Asia.

5) Contro la teoria staliniana della “edificazione del socialismo nell’URSS”, e i prolungamenti tattici che l’Internazionale degenerata ne diede in Cina, Trotski ha avuto il merito storico di difendere la visione integrale del processo rivoluzionario scatenato dalla Prima Guerra mondiale e dalla Rivoluzione d’Ottobre. Così, nelle sue Tesi del 1929 sulla rivoluzione permanente, dichiarava: «La rivoluzione socialista non può giungere a compimento entro limiti nazionali. Una delle cause essenziali della crisi della società borghese deriva dal fatto che le forze produttive da essa create tendono a uscire dal quadro dello Stato nazionale. Di qui le guerre imperialiste da una parte e l’utopia degli Stati Uniti d’Europa dall’altra. La rivoluzione socialista comincia sul terreno nazionale, si sviluppa sull’arena internazionale e si compie sull’arena mondiale».
     La teoria della rivoluzione permanente si applica quindi a ogni Stato isolato di dittatura proletaria, tanto se le sue strutture economiche sono mature per certe trasformazioni socialiste quanto se sono ancora molto arretrate: la Russia staliniana non poteva attribuirsi il privilegio nazionale di “costruire il socialismo” entro le proprie frontiere, più di quanto potesse farlo la Germania di Hitler. Ma, d’altra parte, insisteva Trotski, «lo schema di sviluppo della rivoluzione mondiale elimina la questione dei paesi “maturi” o “non maturi” per il socialismo, secondo la classificazione rigida e pedantesca che il programma attuale [1929] dell’Internazionale Comunista ha stabilito. Nella misura in cui il capitalismo ha creato il mercato mondiale, la divisione mondiale del lavoro e le forze produttive mondiali, esso ha preparato l’insieme dell’economia mondiale alla ricostruzione socialista».

Democrazia e proletariato: la questione nazionale

6) Instaurando la dittatura del proletariato in un paese piccolo-borghese che non conosceva né il regime parlamentare né un capitalismo sviluppato, i bolscevichi russi diedero una smentita mortale al riformismo della Seconda Internazionale, che della democrazia e dei suoi “progressi” faceva una condizione assoluta del “passaggio” al socialismo. Mezzo secolo più tardi, non ci si contenta di vedere nelle riforme costituzionali e nei metodi democratici la via maestra verso il socialismo; lo stesso socialismo è definito dai rinnegati in termini borghesi di “democrazia popolare” o di “Stato di tutto il popolo”. Coloro che hanno distrutto l’Internazionale di Lenin hanno ora una sola parola d’ordine e una sola confessione: indipendenza dei diversi partiti “comunisti”, non-ingerenza negli affari interni dei partiti “nazionali”.
     Spiegando il fallimento della Seconda Internazionale, il “Manifesto” del 1919 dichiarava: «in quel periodo [fra ‘800 e ‘900] il centro di gravità del movimento operaio poggiava interamente sul terreno nazionale, nel quadro degli Stati nazionali, sulla base dell’industria nazionale, nell’ambito del parlamentarismo nazionale». Noi neghiamo che una fine simile fosse inevitabile per la Terza Internazionale. Il capitalismo mondiale e le guerre imperialistiche avevano precisamente spostato questo “centro di gravità” sull’arena internazionale, non solo per i paesi di capitalismo avanzato, ma anche per i paesi oppressi in cui la questione nazionale e coloniale si poneva in tutta la sua ampiezza.

7) La “questione nazionale” può porsi come questione specifica del movimento proletario soltanto nella fase rivoluzionaria del capitalismo, quando la borghesia si lancia all’assalto del potere per condurre a termine la sua opera di trasformazione economica e sociale. In una fase di capitalismo già maturo, invece, ogni “programma nazionale” di un partito operaio che rivendichi il perfezionamento del sistema rappresentativo dello Stato borghese o della sua base economica costituisce un programma di collaborazione di classe e di “difesa della patria”. Appunto perciò il marxismo ha sempre strettamente delimitato per aree geografiche queste due fasi successive del capitalismo. «Nell’Europa occidentale continentale, l’epoca delle rivoluzioni democratiche borghesi abbraccia un intervallo di tempo abbastanza preciso che va suppergiù dal 1789 al 1871 – diceva Lenin – È questa l’epoca dei moti nazionali e della creazione di Stati nazionali. Chiuso questo periodo, l’Europa occidentale si era trasformata in un sistema costituito di Stati borghesi, di Stati nazionali generalmente omogenei. Cercare oggi il diritto di autodeterminazione nei programmi dei socialisti di Europa occidentale, è non sapere l’abc del marxismo». E ancora: “Nell’Europa orientale e in Asia, l’epoca delle rivoluzioni democratiche borghesi è cominciata solo nel 1905. Le rivoluzioni in Russia, in Persia, in Turchia, in Cina, le guerre nei Balcani, questa la catena degli avvenimenti mondiali della nostra epoca nel nostro Oriente» (“Sul diritto di autodecisione delle nazioni”, 1914).
     Oggi, questa fase si è egualmente conclusa per tutta l’area afro-asiatica: ovunque, si sono costituiti, alla fine della Seconda Guerra mondiale, Stati nazionali più o meno “indipendenti”, più o meno “popolari”, che promuovono in modo più o meno “radicale” l’accumulazione del capitale. Per questo solo fatto, l’“estremismo” cinese non può più presentarsi come la teoria di un movimento nazionale rivoluzionario, ma come un’ideologia ufficiale di uno Stato borghese costituito, come un programma di collaborazione di classe, con tutto ciò che questo comporta in termini di frasi “socialiste”.

8) Neanche nella fase delle rivoluzioni democratiche borghesi i comunisti possono erigere a feticcio la “questione nazionale”, collocandone la soluzione al disopra degli interessi di classe e della propria lotta. Il proletariato rivoluzionario non deve dimenticare che il suo compito storico è di distruggere lo Stato borghese e i rapporti di produzione capitalistici per instaurare una società in cui spariranno le classi, e con esse le differenze fra gli Stati e le stesse nazioni.
     Nel suo sviluppo, il capitalismo abbatte le frontiere nazionali, superate dalle sue merci e dai suoi eserciti: distruttore di rapporti di proprietà, esso infrange le entità nazionali e impone le sue forme di dominazione mondiale ai paesi più avanzati come ai popoli oppressi. I comunisti non possono quindi attendere dal capitale che esso crei un’armoniosa “società delle nazioni” in cui i rapporti fra Stati siano regolati conformemente al “diritto delle genti”.
     Era invece loro permesso di sperare che l’abbattimento del capitalismo mondiale evitasse all’Oriente la fase dell’accumulazione capitalistica e della costituzione in Stati nazionali borghesi. «Noi ignoriamo – diceva ancora Lenin – se l’Asia giungerà prima della bancarotta del capitalismo a costituirsi in un sistema di Stati nazionali indipendenti sul modello dell’Europa. Ma una cosa è incontestabile, cioè che, risvegliando l’Asia, il capitalismo ha suscitato anche laggiù dei moti nazionali; che questi tendono a costituire degli Stati nazionali; che questi Stati assicurano appunto al capitalismo le condizioni migliori di sviluppo».

9) La Terza Internazionale aveva prospettato le diverse possibilità di sviluppo della rivoluzione mondiale:
– vittoria simultanea del proletariato in Occidente e in Oriente;
– vittoria del proletariato nelle metropoli e indipendenza delle colonie sotto un governo della borghesia nazionale;
– vittoria del proletariato nelle colonie e ritardo della rivoluzione comunista in Europa.
     Ma non considerò la vittoria di un blocco di classi come una prospettiva rivoluzionaria duratura, alla quale il proletariato dei paesi arretrati potesse legare il proprio destino. In tutti i casi, le Tesi del Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, che Roy aveva particolarmente dedicato alla Cina e all’India, insistevano sulla necessità per il proletariato di separarsi dalla borghesia “nazionale”: «Esistono [nei paesi oppressi] due movimenti che ogni giorno più divergono. Il primo è il movimento nazionalista democratico-borghese, il cui programma è l’indipendenza politica nel quadro dell’ordine borghese; il secondo è quello dei contadini poveri e arretrati e degli operai che lottano per la propria liberazione da ogni specie di sfruttamento. Il primo movimento cerca, spesso con successo, di controllare il secondo; ma l’Internazionale Comunista deve combattere un tale controllo e promuovere lo sviluppo della coscienza di classe fra le masse operaie delle colonie» (“Tesi integrative sulla questione nazionale e coloniale”, 1920).

10) La storia del movimento operaio in Cina e la tradizione politica del Partito Comunista Cinese sono la negazione di questa esigenza dell’Internazionale. Entrando nel Kuomintang, fin dal 1924 il giovane Partito Comunista Cinese dava la sua adesione ai “tre princìpi del popolo”, versione asiatica delle formule di Lincoln (“un governo del popolo, mediante il popolo e per il popolo”) e della rivoluzione borghese francese (“libertà, eguaglianza, fraternità”). Come ha mostrato Trotzki, la fusione del PCC e del partito nazionalista non aveva nulla a che vedere con la tattica delle alleanze temporanee che Marx giudicava accettabile in una rivoluzione democratica borghese e che i bolscevichi avevano utilizzato in Russia. Si trattò di un’adesione di principio, rinnovata da Mao Tse-tung ad ogni “tappa” della Rivoluzione cinese, anche dopo la sconfitta e l’eliminazione del Kuomintang: «Il nostro punto di vista coincide perfettamente con le tesi rivoluzionarie del dott. Sun Yat-sen […] in Cina tutti i comunisti e i simpatizzanti del comunismo devono lottare per gli obiettivi della fase attuale; devono lottare contro l’oppressione straniera e spezzare il giogo feudale, devono liberare il nostro popolo dalla tragica sorte di paese coloniale, semicoloniale e semi-feudale, ed edificare una Cina di nuova democrazia sotto la guida del proletariato, che si proponga, come compito principale, la liberazione dei contadini, cioè una Cina dei Tre Principi popolari rivoluzionari del dott. Sun Yat-sen, una Cina indipendente, libera, democratica, unificata, ricca e potente. Noi agiamo precisamente così» (Mao Tse-tung, “Sul governo di coalizione”, 1945).

Dalla rivoluzione russa alla Comune di Canton: rivincita del menscevismo

11) È nell’analisi degli avvenimenti del 1905 che il bolscevismo trovò la conferma della sua tattica e si separò definitivamente dalla corrente menscevica. In Russia, constatava Lenin, «la rivoluzione borghese è impossibile come rivoluzione della borghesia». Il proletariato non può dunque aspettare che la borghesia abbia realizzato la sua opera politica (l’abbattimento dello zarismo) o sociale (l’abolizione della proprietà feudale) per scendere in lotta. Prendere la testa del movimento sociale senza rinchiuderlo in forme giuridiche borghesi (l’Assemblea Costituente), tale fu il senso delle parole d’ordine: “Dittatura democratica degli operai e dei contadini!” e “Tutto il potere ai Soviet!”. Il risultato di questa tattica non fu l’instaurazione di una democrazia borghese, ma la dittatura aperta del proletariato.
     Combattendo la teoria delle “tappe” della rivoluzione borghese (che Stalin sosteneva già), Lenin ricordò nel marzo 1917 il contenuto delle divergenze fra bolscevichi e menscevichi: «La nostra rivoluzione è borghese, ecco perché gli operai devono sostenere la borghesia – dicono i politici incapaci del campo dei liquidatori. La nostra rivoluzione è borghese – diciamo noi marxisti – ecco perché gli operai devono aprire gli occhi del popolo sulle menzogne dei politici borghesi, insegnargli a non credere alle belle frasi, ad avere unicamente fiducia nelle proprie forze, nella propria organizzazione, nella propria unità, nel proprio armamento» (Prima delle “Lettere da lontano”, 1917).

12) Lo stalinismo si è sforzato di negare l’applicazione ai paesi coloniali dei princìpi e degli insegnamenti della Rivoluzione d’Ottobre e a questo scopo ha sostenuto un’interpretazione tipicamente menscevica, secondo cui il giogo imperialista rendeva la borghesia “nazionale” dei paesi arretrati più rivoluzionaria della borghesia antifeudale russa. A questa teoria di Bucharin (allora, 1927, schierato con Stalin), Trotzki rispose: «Una politica che ignori la potente pressione esercitata dall’imperialismo sulla vita interna della Cina sarebbe radicalmente falsa. Ma non meno falsa sarebbe una politica che parta da un’idea astratta dell’oppressione nazionale, senza conoscere la sua rifrazione nelle classi […] L’imperialismo è in Cina una forza di primaria importanza. La sorgente di questa forza non risiede nelle navi da guerra sullo Yang-tse, ma nel legame economico e politico del capitale straniero con la borghesia indigena» (“La rivoluzione cinese e le tesi di Stalin”, 1927). Senza fare l’analisi dei rapporti di classe in Cina, come negli altri paesi coloniali, era impossibile capire sia il contenuto della questione agraria, sia il fenomeno della borghesia compradora, sia infine il ruolo dei “signori della guerra” e altri generali nazionalisti, come Ciang Kai-shek e Uan Tin-uei, in cui l’Internazionale stalinizzata cercò alleati e trovò carnefici.

13) «Le rivoluzioni d’Asia ci hanno mostrato la stessa mancanza di carattere e la stessa bassezza del liberalismo, la stessa enorme importanza della indipendenza delle masse democratiche, la stessa delimitazione precisa fra il proletariato e ogni borghesia», scriveva Lenin, in “I destini storici della dottrina di Karl Marx”. Tali gli insegnamenti che, fin dal 1913, Lenin tirava dalla prima ondata delle rivoluzioni nazionali borghesi in Oriente: Russia (1905), Persia (1906), Turchia (1908), Cina (1911).
     Poco prima che la seconda ondata rivoluzionaria finisse nel massacro del proletariato di Canton, nel 1927, Trotzki riassunse l’amara lezione della tattica seguita dall’Internazionale stalinizzata: «Dalle tesi di Stalin discende che il proletariato potrebbe separarsi dalla borghesia solo quando quest’ultima l’abbia già respinto, disarmato, decapitato e calpestato. Ma è appunto così che si è svolta la rivoluzione abortita del 1848. Si è visto il proletariato, senza bandiera propria, seguire la democrazia piccolo-borghese, che a sua volta si trascinava dietro la borghesia liberale e sacrificava gli operai alle sciabole dei Cavaignac. Per grande che sia l’originalità della situazione cinese, il carattere essenziale dell’evoluzione subita dalla rivoluzione del 1848 si ritrova nella rivoluzione cinese con una precisione così impressionante che si direbbero perdute le lezioni del 1848, 1871, 1905, 1917, del partito comunista dell’URSS e dell’Internazionale Comunista».
     E in realtà, nelle grandi battaglie della rivoluzione cinese fra il 1924 e il 1927, non fu la sorte di una Cina “indipendente, ricca e potente” a essere compromessa per molti anni, ma la sorte di tutto il movimento operaio nelle colonie per un periodo storico infinitamente più lungo e più doloroso.

14) Entrando nel Kuomintang, mandando i suoi “ministri” nel governo nazionalista di Canton, il PCC non eseguiva un’abile manovra tattica per aumentare la propria influenza, come gli fece credere l’Internazionale di Mosca. Esso rinunciava ai suoi princìpi e subordinava la sua azione alla strategia nazionale della borghesia. Stalin spinse questa posizione fino alle ultime conseguenze e le Tesi da lui pubblicate nell’aprile 1927, più di un anno dopo il primo colpo di forza di Ciang Kai-shek contro i comunisti, presero una forma “classica”. L’adesione ai “tre principi del popolo” non implicava infatti il semplice riconoscimento di princìpi astratti, la “fede comune degli operai e dei borghesi nel movimento nazionale”. Secondo la dottrina di Sun Yat-sen, ai “tre principi” corrispondevano “tre tappe” dello sviluppo della rivoluzione borghese:
– La prima tappa, “militare”, doveva tradurre in pratica il principio del nazionalismo mediante l’unificazione della Cina;
– La seconda, “educativa”, doveva preparare il popolo alla democrazia politica;
– La terza, infine, doveva realizzare questa democrazia e introdurre il “benessere del popolo”.
     Nelle sue Tesi Stalin riprende le stesse “tappe”, battezzandole: antimperialista, agraria, sovietica. Solo che il massacro del proletariato cinese segnava per lui la fine della “prima tappa”, durante la quale i comunisti non dovevano porre né la questione agraria né quella della loro uscita dal Kuomintang. Tutti i partiti staliniani ripresero questa politica nei paesi coloniali. In Cina, paese in cui fu applicata per la prima volta, essa si è rivelata apertamente come un tradimento di classe, perché abbandonò i proletari insorti nei maggiori centri industriali alla sanguinosa repressione di Ciang Kai-shek.