Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1965/15

La collera «negra» ha fatto tremare i fradici pilastri della «civiltà» borghese e democratica

Prima che, passata la buriana della “rivolta negra” in California, il conformismo internazionale seppellisse il fatto “increscioso” sotto una spessa coltre di silenzio; quando ancora i borghesi “illuminati” cercavano ansiosamente di scoprire le “misteriose” cause che avevano inceppato laggiù il “pacifico e regolare” funzionamento del meccanismo democratico, qualche osservatore delle due sponde dell’Atlantico si consolò ricordando che, dopo tutto, le esplosioni di violenza collettiva degli uomini “di colore” non sono una novità in America, e che, per esempio, una altrettanto grave si verificò – senza seguito – a Detroit nel 1943.

Ma qualcosa di profondamente nuovo c’è stato, in questo fiammeggiante episodio di collera non solo vagamente popolare, ma proletaria, per chi l’abbia seguito non con fredda obiettività, ma con passione e speranza. Ed è ciò che fa dire a noi: La rivolta negra è stata schiacciata; viva la rivolta negra!

La novità –  per la storia delle lotte di emancipazione dei salariati e sottosalariati negri, non certo per la storia delle lotte di classe in generale –  è la quasi puntuale coincidenza fra la pomposa e retorica promulgazione presidenziale dei diritti politici e civili, e Io scoppio di un’anonima, collettiva, “incivile” furia sovvertitrice da parte dei “beneficati” dal “magnanimo” gesto; fra l’ennesimo tentativo di allettare lo schiavo martoriato con una misera carota, che non costava nulla, e l’istintivo, immediato rifiuto di questo schiavo di lasciarsi bendare gli occhi e curvare nuovamente la schiena.

Rudemente, non istruiti da nessuno – non dai loro leader, nella grande maggioranza più gandhisti di Gandhi; non dal “comunismo” marca URSS che, come si è fatta premura di ricordare subito l’Unità [organo degli stalinisti italiani], respinge e condanna la violenza – , ma ammaestrati dalla dura lezione dei fatti della vita sociale, i negri di California hanno gridato al mondo, senza averne coscienza teorica, senza aver bisogno di esprimerla in un linguaggio articolato, ma dichiarandola col braccio e nell’azione, la semplice e terribile verità che l’uguaglianza civile e politica non è nulla , finché vige la disuguaglianza economica, e che da questa si esce non attraverso leggi, decreti, prediche ed omelie, ma rovesciando con la forza le basi, di una società divisa in classi. È questa brutale lacerazione del tessuto di finzioni giuridiche e di ipocrisie democratiche, che ha sconcertato e non poteva non sconcertare i borghesi; è essa che ha riempito e non poteva non riempire di entusiasmo noi marxisti; è essa che deve far meditare i proletari assopiti nella falsa bambagia delle metropoli del capitalismo storicamente nato in pelle bianca.

Quando il Nord americano, già avviato sui binari del pieno capitalismo, lanciò una crociata per l’emancipazione della schiavitù regnante nel Sud, non lo fece per motivi umanitari o per rispetto agli eterni principi del 1789, ma perché occorreva infrangere i ceppi di una economia patriarcale pre-capitalista, e “liberarne” la forza-lavoro affinché si donasse come gigantesca risorsa all’avido mostro del Capitale. Già prima della guerra di secessione, il Nord incoraggiava la fuga degli schiavi dalle piantagioni sudiste: troppo lo allettava il sogno di una mano d’opera che si sarebbe offerta sul mercato al prezzo più vile e che, oltre a questo vantaggio diretto, gli avrebbe assicurato quello di comprimere le mercedi della forza-lavoro già salariata, o almeno di non lasciarle salire. Durante e dopo quella guerra il processo fu rapidamente accelerato, generalizzandosi.

Era un passo storicamente necessario per uscire dai limiti di un’economia ultra-arretrata; e il marxismo lo salutò, ma non perché ignorasse che, “liberata” nel Sud, la manodopera negra avrebbe trovato nel Nord un meccanismo di sfruttamento già pronto e, sotto certi aspetti, ancora più feroce. Libero il “buon negro” sarebbe stato, nelle parole del Capitale, di portar la sua pelle sul mercato del lavoro per farvela conciare: libero dalle catene della schiavitù sudista ma anche dallo scudo protettivo di un’economia e di una società fondate su rapporti personali ed umani, anziché impersonali e disumani; libero, – cioè solo, cioè nudo, cioè inerme.

E in verità, lo schiavo fuggito nel Nord si accorse di non essere meno inferiore di prima; perché pagato meno; perché privo di qualifiche professionali; perché isolato in nuovi ghetti come il soldato di un esercito industriale di riserva e come una potenziale minaccia di disgregazione del tessuto connettivo del regime della proprietà e dell’appropriazione privata; perché segregato e discriminato come colui che doveva sentirsi non uomo ma bestia da lavoro, e come tale cedersi al primo offerente non chiedendo né di più, né di meglio.

Oggi, a un secolo dalla presunta “emancipazione”, esso si vede concedere la “pienezza” dei diritti civili nell’atto stesso in cui il suo reddito medio è spaventosamente inferiore a quello del concittadino bianco, il suo salario è la metà di quello del suo fratello in pelle non scura, la mercede della sua compagna è un terzo del salario della compagna del salariato non “di colore”; nell’atto stesso in cui le dorate metropoli degli affari lo chiudono in ghetti spaventosi di miseria, di malattia, di vizio, isolandovelo dietro invisibili muraglie di pregiudizi costumi e regolamenti polizieschi; nell’atto stesso in cui la disoccupazione che l’ipocrisia borghese chiama “tecnologica” (per dire che si tratta di una “fatalità”, di un prezzo che si deve pagare per progredire, di una colpa che non è della società presente) miete le vittime più numerose nelle file sei suoi compagni di razza, perché sono le file dei manovali semplici e dei sottoproletari addetti a compiti sudici e faticosi; nell’atto stesso in cui, uguale di fronte alla morte sui campi di battaglia al commilitone bianco, è reso profondamente disuguale da lui di fronte al poliziotto, al giudice, all’agente del fisco, al padrone di fabbrica, al bonzo sindacale, al proprietario della sua topaia.

Ed è anche vero – e assurdo per i collitorti – che la fiammata della sua rivolta è divampata in quella California in cui il medio salariato negro guadagna più che nell’Est; ma è appunto in quelle terre di boom capitalistico e di fittizio “benessere” proletario, che la disparità di trattamento fra genti di pelle diversa è più forte; è appunto lì che il ghetto, già chiuso lungo le coste atlantiche, si va precipitosamente rinserrando al cospetto della boriosa ostentazione di lusso, di scialo, di dolce vita della classe dominante – che è bianca! È contro la ipocrisia di un egualitarismo scritto gesuiticamente sulla carta, ma negato nei fatti di una società scavata da solchi profondissimi di classe, che la collera negra è virilmente esplosa, non diversamente da come esplose la collera dei proletari bianchi vorticosamente attirati e accatastati nei nuovi centri industriali del capitalismo avanzante, stipato nelle bidonvilles, nelle “coree”, nei quartieri di catapecchie della cristianissima società borghese, e in essa “liberi” di vendere la propria forza-lavoro per… non morir di fame; come esploderà sempre la santa furia delle classi dominate, sfruttate e, come se non bastasse, schernite!

“Rivolta premeditata contro il rispetto della legge, i diritti del vicino e il mantenimento dell’ordine!”, ha esclamato il cardinale di Santa Madre Chiesa McIntyre, come se il novello schiavo-senza-ceppi-ai-piedi avesse motivo di rispettare una legge che lo curva a terra e ve lo tiene inginocchiato, o avesse mai saputo, egli “vicino” dei bianchi, di possedere dei “diritti”, o avesse mai potuto vedere nella società basata sul trinomio bugiardo di libertà, uguaglianza e fratellanza, qualcosa di diverso dal disordine elevato a principio.

“I diritti non si conquistano con la violenza”, ha gridato il presidente Johnson. Menzogna. I negri ricordano, anche solo per averlo sentito dire, che una lunga guerra è costata ai bianchi la conquista dei diritti loro negati dalla metropoli inglese; sanno che una più lunga guerra è costata a bianchi e negri temporaneamente uniti lo straccio di una “emancipazione” ancor oggi impalpabile e remota; vedono e sentono ogni giorno la retorica sciovinista esaltare lo sterminio dei pellerossa contrastanti la marcia dei padri verso terre e “diritti” nuovi, e la rude brutalità dei pionieri del West “redento” alla civiltà della Bibbia e dell’Alcool; che cos’era questa, se non violenza? Oscuramente, essi hanno capito che non c’è nodo nella storia americana, come in quella di tutti i paesi, che non sia stato sciolto dalla forza; che non v’è diritto che non sia la risultante di un cozzo, spesso sanguinoso, sempre violento, tra le forze del passato e quelle dell’avvenire. Cent’anni di pacifica attesa delle magnanime concessioni dei bianchi che cosa hanno portato loro, all’infuori del poco che l’occasionale esplosione di collera ha saputo strappare, anche solo con la paura, alla mano avara e codarda del padrone? E come ha risposto, il governatore Brown, difensore di diritti che i bianchi sentivano minacciati dalla “rivolta”, se non con la democratica violenza dei mitra, degli sfollagente, dei carri armati e dello stato d’assedio?

E che cos’è, questa, se non la esperienza delle classi oppresse sotto tutti i cieli, in qualunque colore della pelle, di qualunque origine “razziale”? Il negro, poco importa se proletario puro o sottoproletario, che a Los Angeles gridò: “La nostra guerra è qui, non nel Vietnam”, non formulava un concetto diverso da quello degli uomini che “scalarono il cielo” nelle Comuni di Parigi e di Pietrogrado, distruttori dei miti dell’ordine, dell’interesse nazionale, delle guerre civilizzatrici, e annunziatori di una civiltà finalmente umana.

Non si consolino i borghesi pensando: Episodio lontano, che non ci tocca – da noi la questione razziale non si pone. La questione razziale è, oggi in forma sempre più manifesta, una questione sociale. Fate che i disoccupati e i sotto-occupati del nostro lacero Sud non trovino più la valvola dell’emigrazione; fate che non possano più correre a farsi scuoiare oltre i sacri confini (e a farsi ammazzare in sciagure non dovute alla fatalità, alle imprevedibili bizzarrie dell’atmosfera, o, chissà mai, al malocchio, ma alla sete di profitto del Capitale, alla sua ansia di risparmiare sui costi del materiale, dei mezzi di alloggiamento, dei mezzi di trasporto, dei dispositivi di sicurezza, pur di assicurarsi un più alto margini di lavoro non pagato, e magari lucrare sulla ricostruzione che segue agli immancabili, tutt’altro che impreveduti, e sempre ipocritamente lacrimati, disastri); fate che le bidonville delle nostre città manifatturiere e delle nostre capitali morali (!!) brulichino, più che già non avvenga oggi, di paria senza-lavoro, senza-pane e senza riserve, e avrete un “razzismo” italico, fin da ora visibile del resto nelle querimonie dei settentrionali sui “barbari” e “incivili” terroni.

È la struttura sociale in cui siamo dannati a vivere oggi che suscita simili infamie; è sotto le sue macerie ch’esse scompariranno. È questo che ammonisce e ricorda, agli immemori dormienti nel sonno illusorio del benesserismo, e drogati dall’oppio democratico e riformista, la “rivolta negra” della California – non lontana, non esotica, ma presente in mezzo a noi; immatura e sconfitta, ma foriera di vittoria!

Squallido mondo internazionale delle " riforme di struttura "

Le Monde (come la nostra stampa di informazione) segue con vivo interesse l’evoluzione economica e politica della ROMANIA. Nel nr. 4 agosto si legge. « Il regime rumeno sta ora applicando una serie di misure destinate a rassicurare il contadiname e a permettergli di vendere a prezzi più alti. D’ora innanzi, lo Stato non solo pagherà più caro i prodotti agricoli più importanti, come il grano, l’orzo e il mais, ma i contadini avranno maggiori facilitazioni per praticare il commercio libero ». La musica è la stessa che nell’URSS: libero commercio, prezzi più cari, il contadino mantenuto a spese del proletariato urbano. Come stupirsi che il Corriere della Sera esulti per il fatto che le distinzioni anche solo terminologiche fra «comunismo» marca orientale e capitalismo classico vanno sempre più sfumando?

Ma le esultanze borghesi sono destinate a diventare quanto prima inni di trionfo. Infatti, la nuova costituzione in discussione alla Assemblea Nazionale romena contiene all’articolo 7 questi due capisaldi veramente riformatori nel più tipico senso borghese:

« Le case di abitazione e le costruzioni annesse, il terreno sulle quali si trovano come pure – se- secondo gli statuti delle cooperative agricole e di produzione – gli animali produttivi e la piccola attrezzatura agricola sono di proprietà personale del contadino cooperatore », e « Il diritto all’eredità è protetto dalla legge ».

Ebbene, un regime di questo genere, sempre in forza dello stesso progetto di costituzione (art. 1), si chiamerà d’ora in poi non più « repubblica popolare », ma « repubblica socialista » !!! Tanto varrebbe che si chiamasse « socialista » la repubblichetta di Saragat o la repubblicona di Johnson.

Il processo è più avanzato in CECOSLOVACCHIA e in POLONIA, ma soprattutto nel primo di questi Paesi, che è partito da una base industriale già avanzata e solida e, d’altra parte, nel 1963 ha attraversato quella che l’Unità dell’1-8 non esita a chiamare « una crisi ».

Hanno quindi preso sempre più slancio le teorie degli economisti Sik, Komenda e Kozuznik, i quali chiedono un cambiamento radicale del sistema di pianificazione esistente, in modo da « fare più posto ai rapporti di mercato ». In Polonia, le nuove teorie, secondo l’ Unità del 22-7, mirerebbero a dare una crescente autonomia non tanto alle singole aziende, quanto alle « unioni industriali », a quelli che in occidente si chiamano « cartelli » o « trust », e che diverrebbero le vere responsabili « non solo della produzione … ma della situazione di mercato » agendo in base al « sistema dell’autofinanziamento » e della copertura delle spese mediante i guadagni. Autonoma dei monopoli e loro dominio assoluto sul prezzo ai consumatori; ma guarda un po’ che … socialismo !

Della nuova riforma economica JUGOSLAVA molto si è scritto in questi ultimi tempi, ma nel solito modo evasivo. Il succo comunque è questo: si tratta di agire sui prezzi dei prodotti, sugli investimenti produttivi, sul sistema creditizio al fine di realizzare « un sostanziale accrescimento della produttività del lavoro sulla base della modernizzazione delle capacità attuali » e una « più larga integrazione dell’economia jugoslava nella divisione internazionale del lavoro » (Unità del 19-8),

Si noti che in questi ultimi giorni l’Unità si è sbracciata a « spiegare » ai suoi lettori che « in Jugoslavia c’è il socialismo ». Si può essere più sfrontati di così? Una economia nazionale che si propone come meta di raggiungere un livello tale « che possa concorrere sul mercato mondiale », e quindi di inserirsi nella « divisione internazionale del lavoro » che questo mercato caratterizza, può essere solo un’economia non solo borghese, ma ansiosa di esserlo al grado più alto e nella veste più rispettabile, Il socialismo nega ogni mercato e nega ogni divisione del lavoro, – specie poi se internazionali !

Proprio il 20 agosto, la Pravda ha celebrato il 30º anniversario del VII congresso del defunto Comintern riaffermando che le accuse fatte ai socialdemocratici erano tutte false, che essi non erano nė sono i pilastri della conservazione borghese e che bisogna anzi cercare di convocarli alle giuste nozze dei fronti popolari e, se possibile, del « partito unico ». Giusto: siete ormai tutti i di una pasta sola !

Qualcosa scricchiola in Oriente

Table of Contents

Giappone

E’ finito, o sta per incominciare a finire, il « miracolo economico » giapponese? Si direbbe, a leggere quanto scrive da Tokio La Stampa del 15-8:

« Dopo vent’anni di vertiginosa espansione, l’industria nipponica attraversa un periodo di crisi estremamente grave. Fallimenti e bancarotte si succedono ad un ritmo impressionante, e non colpiscono solo aziende di secondo piano. Al crollo della società siderurgica Sanyo Special Steel è seguito immediatamente il naufragio di uno dei gruppi finanziari più potenti del Giappone, il Yamaichi Securities

 In realtà, le principali società giapponesi sono divenute così vulnerabili perché si sono indebitate eccessivamente. Oggi si calcola che la maggior parte di esse non possiedono che il 15 per cento delle loro proprietà (stabilimenti, immobili, magazzini ecc.); il rimanente 85 per cento è costituito da debiti con banche od altri organismi specializzati … Finché l’industria ha potuto incrementare il volume degli affari al ritmo del 10 o del 15 per cento all’anno, ha trovato dei banchieri disposti a finanziare i suoi investimenti od a fornirle il liquido necessario senza guardar troppo ai bilanci reali, Ma a partire dal momento in cui la espansione ha cominciato a rallentare, i finanziatori si sono spaventati ed hanno voluto recuperare il loro danaro, Fu allora che i fallimenti si moltiplicarono. « Ciò che è almeno altrettanto grave, è che le banche giapponesi sono a loro volta pesantemente indebitate con le banche americane, i cui prestiti si aggirano sui sei miliardi di dollari, circa 3700 miliardi di lire: se ne reclamassero la restituzione immediata (come è loro diritto), tutto il sistema bancario giapponese potrebbe essere travolto ».

Noi auguriamo vivamente che siano travolti tutti e due insieme, quello nipponico e quello americano.

India

L’ India è stata teatro in agosto di disordini e saccheggi dovuti al la carestia e alla fame, Il primo ministro Shastri ha dichiarato (Unità del 15-8): « Non daremo quartiere a nessuno che agisca contro l’interesse nazionale ». Ciò significa che gli stomaci saranno riempiti a colpi di baionette: quelle della polizia, e quelle dell’esercito impegnato in scaramucce di confine con il Pakistan, forse appunto per far … dimenticare la fame in una « provvidenziale » ventata di spiriti patriottici.

In un articolo pubblicato sulla nostra stampa in lingua italiana e in lingua francese, additavamo nell’ India un potenziale epicentro del cataclisma sociale in Asia: l’ora x si avvicina?

I ferrovieri, principali vittime della collaborazione di classe

Questo articolo è stato scritto prima che si inaugurasse la « tavola rotonda dei sindacati ferrovieri sulle libertà sindacali » e uscirà prima che se ne possano commentare le conclusioni. Ma il primo comunicato del 24-8 basta, per ora, a riconfermare che i ferrovieri sono stati scelti dai sindacati opportunisti come principali cavie sperimentali della politica di castrazione delle lotte di classe.

A che serviranno infatti le « libertà sindacali » intese come a piena e incondizionata libertà di sciopero per la legittima difesa degli interessi dei lavoratori » e come piena e assoluta libertà di propaganda nell’azienda, se alle organizzazioni sindacali unitarie, CONSCIE DELLA DELICATEZZA DEL SERVIZIO PUBBLICO AFFIDATO AI LAVORATORI DELLE FERROVIE, E RICONFERMANDO IL PROFONDO SENSO DI RESPONSABILITA’ cui del resto si sono sempre ispirate, hanno anche ritenuto di PUNTUALIZZARE UNA AUTONOMA NORMATIVA TECNICA già convalidata dalla pratica di ciascun sindacato CHE GARANTISCA LA SICUREZZA DEL PUBBLICO E DEGLI IMPIANTI NONCHE’ LA SALVAGUARDIA DEL PATRIMONIO AZIENDALE»?

L’azienda non avrà alcuna difficoltà a concedere ai sindacati la libertà di … sabotare lo sciopero in nome della « salvaguardia del patrimonio aziendale » e della « sicurezza del pubblico e degli impianti »; la libertà di organizzare degli scioperi che NON danneggiano l’azienda e quindi NON tutelano gli interessi dei lavoratori, tanto più che questi dovrebbero essere difesi « nel quadro dei diritti costituzionali » e quindi net rispetto delle leggi di S.M. il Padrone.

In attesa di leggere il testo definitivo partorito dalla a tavola rotonda » dei cavalieri di re Artù – FF.SS., è lecito concludere fin da ora che esso SANZIONERA’ la prassi già in atto, di cui l’ultimo « sciopero », rientrato per l’ennesima volta, è un lacrimevole esempio.

Sia che si guardi alla sospensione dello sciopero dei ferrovieri del 25/26 luglio dal ristretto punto di vista degli interessi di categoria che da quello più ampio degli interessi dell’intera classe lavoratrice, la conclusione è la stessa: la CGIL opera per disorientare gli operai e renderli incapaci di far fronte all’offensiva che la classe padronale ha sferrato in questi tempi di vacche magre, Basta pensare che questa organizzazione di « sinistra » non si stanca di proclamare che ad essa stanno ugualmente a cuore il lavoratore e la nazione, per capire che, dovendo servire insieme due altari, essa non potrà mai difendere con efficacia gli interessi degli sfruttati che, com’è noto, sono del tutto opposti a quelli dei loro sfruttatori. Parole e fatti di questi presunti « sinistri » mostrano a sufficienza che il loro ruolo è quello della conservazione dell’ordine economico e politico del capitale, Chi sfoglia « La tribuna dei ferrovieri », organo del SFI-CGIL, nr. 7, legge per esempio quanto segue: « Del resto la categoria non ha mai preteso « la luna nel pozzo », cosciente della situazione del Paese ma anche delle possibilità concrete di risolvere il problema, che non è solo ed egoisticamente economico, ma si inserisce nel contesto del potenziamento aziendale ». E andiamo ai fatti,

* * *

E’ un fatto che SFI, cioè il più organizzato sindacato italiano, ha preso l’abitudine di spezzare sul più bello gli scioperi che il ferrovieri stanno già per fare, E’ una storia che si ripete tanto spesso che i papaveri-dirigenti di quel sindacato, temendo di essere svergognati dagli stessi soci, sentono il bisogno di difendere a parole il « prestigio » compromesso del sindacato, come si vede dai comunicati-stampa emessi subito dopo la sospensione dello sciopero in oggetto. Il motivo essenziale posto a base dello sciopero di luglio era quello della libertà sindacale da difendere dagli attacchi dell’azienda e del governo, realizzatisi principalmente in una « circolare antisciopero » di cui parleremo appresso e nella denuncia alla magistratura di 300 ferrovieri – tra i quali gli stessi membri della segreteria nazionale del SFI – dopo lo sciopero di novembre scorso. Giova anche ricordare che la sospensione del lavoro era stata decisa dal consiglio direttivo nazionale del SFI riunitosi a Firenze ai primi di luglio per organizzare una manifestazione contro gli attacchi al « diritto di sciopero » e aprire una sottoscrizione per coprire le spese legali connesse alle denunce, In quella sede, i membri del direttivo, pur essendo dei papaveri opportunisti sempre pronti a vantare verso la base l’operato del sindacato, espressero severe critiche alla politica di acquiescenza e di capitolazione seguita dalla segreteria. C’era quindi da attendersi che, dopo una decisione tanto « democratica », lo sciopero si sarebbe fatto, e come. Invece NO: è bastato che un Nenni, in veste di vice presidente del consiglio, durante il suo incontro col SFI il 23 luglio, dichiarasse che « esistevano concrete possibilità di comporre la vertenza » perchè i signori della segreteria nazionale sospendessero lo sciopero.

Certo, essi hanno dichiarato di aver agito con « senso di responsabilità ». E chi può negarlo? Ma precisiamo il significato di queste magiche parole. Chi, come questi alti burocrati, tiene tanto a cuore le sorti della nazione, è naturale che si senta responsabile verso la classe dominante ed il suo stato: l’onorevole Moro non ripete forse la parola responsabilità ogni volta che tiene un discorso? Figurarsi, dunque, se lor signori si sognano di mettere in difficoltà la più grande azienda di stato, specie nel periodo estivo di grosse entrate: sarebbe una pura follia, soprattutto per chi vuole riformarla per renderla più efficiente e più « moderna »! Nessuna meraviglia dunque che il SFI, il quale il 4 maggio, insieme a SUFI-CISL e a SUIF-UIL, aveva già sospeso uno sciopero, fece altrettanto il 25-26 luglio.

In un articolo apparso qualche mese addietro su questo giornale abbiamo dimostrato come l’ultimo sciopero nazionale dei ferrovieri proclamato dalle tre maggiori organizzazioni fosse più merito del padrone che iniziativa dei sindacati. Escludendo questo episodio – che fu un improvviso moto di protesta – occorre risalire molto indietro nel tempo per incontrare uno sciopero nazionale di una certa compattezza, inteso a sbloccare una vertenza sindacale in piedi da quattro anni: tutti gli altri sono stati scioperi brevi e « articolati », per raggruppamenti o per compartimenti.

A proposito di sciopero articolato, si va da qualche tempo radicando l’opinione fasulla che tale forma di sciopero sia più dannosa per il padrone che lo sciopero unitario e compatto a base nazionale. La prova sarebbe che l’azienda F. S., per scoraggiare gli scioperi di breve durata, ha emanato la circolare di cui sopra, che impone la trattenuta di mezza giornata di paga anche per un sol minuto di sospensione del lavoro. Ma, se i bonzi sindacali coadiuvati dai pennivendoli borghesi tentano di contrabbandare simili idiozie fra gli operai, noi abbiamo il dovere di metterli in guardia contro ogni forma di inganno.

Anzitutto, se le cose stessero come sostengono loro, l’azienda F.S. non avrebbe aspettato tanti anni a tirar fuori la circolare « taglieggiatrice » (delle retribuzioni), In secondo luogo, anche se fosse vero che uno sciopero per raggruppamenti o per compartimenti procurasse un danno economico maggiore all’azienda esso avrebbe sempre l’effetto di rinchiudere i lavoratori in orizzonti e campi più angusti, in cui si fa leva sugli interessi più immediati del gruppo, del reparto e dell’officina, tagliando il legame con l’intera categoria e, a maggior ragione, con la classe, tanto più che proprio tra i ferrovieri è maggiormente visibile lo spettacolo vergognoso della concorrenza tra i diversi raggruppamenti: il personale di macchina invidiato da quello di stazione o da quello della navigazione ecc .; insomma, gelosie divisioni e lotte fra settore e settore. In terzo luogo, la circolare di cui sopra è tanto illegale, quanto è anticostituzionale la denuncia per reato di sciopero. Ma il padrone – in tal caso una azienda di stato o lo stesso governo – se ne fotte degli scrupoli giuridici dei democratici « convinti » e attua l’una e l’altra misura repressiva, perchè il suo ruolo gli impone di agire, lottare, offendere il lavoratore, per spezzarne gli sforzi. Le misure « liberticide » messe in atto dal governo di centro-sinistra non solo sono un mezzo rapido per imporre divieti e incutere paura, ma creano un diversivo per spostare il sindacato dal terreno in cui sta lottando verso il campo di una politica apertamente controrivoluzionaria.

Questo è appunto accaduto al ferrovieri: i problemi del riassetto delle qualifiche e delle retribuzioni (che in parole povere vuol dire: quali qualifiche occorrono per far funzionare la macchina F.S. e quanti quattrini si devono assegnare a ciascuna) hanno ceduto il posto al problema della libertà sindacale: il sindacato subisce il gioco e la volontà politica del padrone riducendosi a chiedere « garanzie » per libertà finora « godute » e diritti finora «esercitati»; invece di andare avanti, si sta fermi, cioè si cerca di non essere trascinati indietro. E così passa altro tempo, e la vertenza che si trascina da anni subisce un’altra battuta d’arresto: campa cavallo ! Ma l’aspetto peggiore è un altro. Sappiamo già quanto poco classista sia la politica sindacale della CGIL e di tutti i sindacati che vi fanno capo, dato che le lotte, con tutta la propaganda che vi è connessa, si svolgono su un terreno quasi sempre puramente economico, e, quando poi le rivendicazioni sono extra-economiche, cioè politiche, allora si tratta di una politica opportunista invocante riforme per il potenziamento dell’azienda nel quadro di una politica « nazionale », e, se è il padrone a trascinare i sindacati a porre rivendicazioni più propriamente politiche, allora il ruolo « nazionale » e cioè aclassista e controrivoluzionaria di questi emerge ancor più alla luce del sole, perchè si cade nel solito tranello di opporre la « libertà » alla « autorità » con tutti i richiami alla Resistenza e al sangue versato per conquistare la Costituzione repubblicana e il « diritto al lavoro ». Per farla breve, i sindacati (e i partiti di « sinistra che stanno loro dietro) si agitano solo per iniettare nelle masse una dose supplementare di « coscienza democratica », per generare in loro o per non far loro perdere « la fiducia nell’ordinamento democratico » e così via. Con simile propaganda, c’è da aspettarsi che quand’anche uno sciopero si concludesse con una vittoria, questa non sarebbe che una vittoria di Pirro, cioè equivarrebbe sul piano di classe a una sconfitta solenne,

La sospensione dello sciopero dimostra che nemmeno su questo terreno lo SFI-CGIL è stato capace di lottare: forse temeva di non essere seguito dalle masse, poste come già sono in uno stato d’animo di scetticismo e di apatia dalla sua opera inconcludente. Comunque, questa ennesima ritirata, che – manco a dirlo – è definita « strategica », ha fatto andare in brodo di giuggiole i bonzi del SAUFI-CISL e del SIUF-UIL, nonché i pennivendoli di tutti i colori.

Passano pochi giorni dalla sospensione dello sciopero proclamato dal SFI per … difendere il diritto di sciopero in generale e dei dipendenti pubblici in particolare, ed ecco che a Roma 198 dei vigili urbani scesi in lotta insieme ad altri dipendenti comunali per difendere il « potere contrattuale » (cioè il rispetto degli impegni assunti dal comune in materia di qualifiche ed altro) subiscono la stessa sorte dei 300 ferrovieri mesi addietro: cioè vengono denunciati alla magistratura per reato di sciopero. Che senso può dunque avere la dichiarazione fatta dal governo al SFI nell’ incontro del 28-7 secondo cui esso sarebbe « estraneo alle procedure giudiziarie a carico dei ferrovieri »? E che senso l’appello « ai lavoratori e ai sindacati » fatto il 30-7 dalla CGIL (dopo le denuncie ai vigili) « contro ogni attentato anche parziale alla libertà di sciopero »? Non è tutta una commedia recitata dai bonzi confederali che da una parte e nei fatti si ritirano dall’azione, dall’altra dicono di voler scatenare una controffensiva? 

E che dire poi delle critiche loro e dei « comunisti » al centrosinistra? Da una parte si accusa di « involuzione » la politica di Moro-Nenni, i quali, partiti dalla promessa di uno « Statuto dei diritti dei lavoratori » (a proposito, ricordiamo che il SFI-CGIL fin dal marzo 1963 ha varato il suo bravo « Quaderno dei diritti dei ferrovieri »), finisce per applicare il codice penale fascista che vent’anni di democrazia (ministro di Grazia e Giustizia, fra i tanti, mister Palmiro) hanno lasciato in piedi; dall’altra, è proprio abboccando alle promesse di un Nenni che il SFI sospende un’agitazione.

La verità è che tutto il bonzume « rossi » in testa, non potrà mai fronteggiare l’offensiva padronale diretta a comprimere i salari e ad accumulare capitale. Non si può accreditare fra lavoratori l’idea di non si sa quale « progresso democratico » con un governo graziosamente allargato dalla borghesia ai partiti operai, e poi mettere in guardia le masse lavoratrici contro il suo « tradimento ». Chi spera o fa sperare che nella democrazia si possano realizzare le aspirazioni degli operai, dalle minime alle massime, tradisce i proletari, ai quali incombe un solo dovere: abbattere e distruggere la democrazia, specie se vecchia e decrepita e succeduta come buona allieva al maestro fascista.

Qualunquismo, opportunismo e “Trieste libera”

Trieste, agosto 

Si fa un gran parlare da qualche tempo di « qualunquismo », e cioè, ascoltando la drammatica definizione datane dai piagnoni opportunisti, del progressivo « svuotamento » delle « sacre istituzioni »: diritti e doveri, costituzione, partiti, parlamento … Sentendosi tremare la terra (pardon: la poltrona) sotto il sedere, gli opportunisti di ogni colore sono concordi, in tali « drammatici » frangenti, nel proporre la loro ricetta: un maggior « impegno » per diffondere meglio e più a fondo una « sana coscienza democratica », e rendere i sacri ammennicoli di cui sopra più moderni, aggiornati, solidi, – il tutto in omaggio alle « giuste esigenze popolari ».

Ma chi se lo sarebbe immaginato che il morbo dello « svuotamento » potesse raggiungere anche le frangette dei superdifensori ad oltranza dell’arcidemocrazia? Il caso che racconteremo è un curioso esempio di commistione di « qualunquismo » di partenza e di « soluzione socialista » d’arrivo: al lettore scegliere quale dei due più spregevole.

Stampato a Trieste come « notiziario d’informazioni politiche e d’attualità del Territorio Libero di Trieste », esce L’ Indipendenza, foglio (si legge al nr. del 29 maggio) delle « forze indipendenti ed indipendentiste che non fanno parte di nessun partito, e che non possono essere qualificate nè di sinistra, nè di centro e neppure di destra ». (oh, le infinite vie del Signore verso la « moralizzazione della vita pubblica »!). Queste forze « dimostrano l’insofferenza dei benpensanti [ahi, ahi!] nei confronti dei partiti, considerati ormai delle congreghe al servizio dei soliti furbacchioni [ehi, ma qui si « lede » l’« onorabilità » dei partiti!] per la conquista del proverbiale posto al sole ».

Qualunquismo flagrante, e della più bell’acqua.

Ebbene, che cosa ci tocca leggere in questa pagina? Presentato da una locandina che invita tutti i « benpensanti » a votare per lui, con la implicita promessa che, una volta eletto, non li fregherà al pari degli altri « furbacchioni » dell’anonima « congrega », ecco il dott. Emo Tossi, « membro del Movimento per l’ Indipendenza del Territorio Libero di Trieste », candidato nelle liste del PSIUP, scodellarci una brodaglia social-qualunquista dal titolo: « Per salvarci il S. Marco». Leggiamo un po’ le «ardite» soluzioni proposte dall’emerito benpensante al grave problema che vivamente assilla i proletari triestini. Dopo aver riconosciuto che la crisi del Cantiere è dovuta alle ferree leggi del processo di accentramento capitalistico, che rende necessario il « taglio dei rami secchi », egli insorge tuttavia esibendo la sua anima immacolata: « Però noi Triestini, noi cittadini del TLT, per motivi finanziari ed anche [uh, uh!] per motivi morali non vogliamo e non vorremo mai tale chiusura ». Dopo aver recriminato, non diversamente dai maestri piccisti, contro il patrio governo, il MEC, e gli « assi della finanza », che hanno deciso la condanna a morte del Cantiere « infischiandosi di noi e delle promesse fatteci » (come se il Capitale potesse non infischiarsi di promesse, sentimenti umanitari et similia!), egli espone un piano di salvataggio in extremis, di cui il punto principale è la « cogestione da affidare ad uno Stato Socialista con possibilità di fornire materie prime necessarie al Cantiere e di riassorbire almeno gran parte del manufatto ».

La giustificazione « teorica » di quest’esimio imbroglio vale un perù: « Io credo giusto che dove hanno fallito, il sistema capitalista e le cosidette alleanze occidentali [ma non è, diciamo noi, il capitalismo ad aver fallito: se i proletari tirano la cinghia, il Capitale ingrassa, in questo e in infiniti altri casi], nell’interesse di Trieste si dovrebbe dare strada libera alla regia nel sistema socialista di quello che per oltre un secolo è stato il centro-sostegno dell’economia triestina; sarebbe un’esperienza socialista in una zona amministrata secondo il sistema capitalista, come … il Casinò di Portorose è un’esperienza capitalista in zona amministrata secondo il sistema socialista; però come quella dovrebbe andare a vantaggio esclusivo della popolazione locale … ».

Affranti da tali e tante enormità, frutto certo di ripetute sbornie …. ideologiche, cercheremo di rispiegare poche cose, e non già all’insigne dottore, refrattario alla voce anche del più semplice buon senso, ma ai proletari che ci leggono. E’ proprio il tipo di amministrazione quello che definisce un dato sistema sociale; e su di un determinato terreno economico non vi possono essere due « regie ». Che cosa dovrebbe fare l’anonimo « stato socialista »? « Acquistare » locale forza di lavoro, « riassorbire » (acquistare) gran parte del manufatto, e « vendere » lo stesso sul mercato, interno od esterno, per rifarsi delle « spese ».

Vero è che il suddetto bell’ingegno vorrebbe far credere che la « regia » socialista possa tendere una mano disinteressatamente, ad « esclusivo » vantaggio della popolazione locale. Ma il paragone stabilito è di per sé indicativo: dunque, i capitalisti italiani che hanno investito i loro quattrini nel casinò di Portorose in Jugoslavia lo avrebbero fatto per aiutare la popolazione? Curiosa immagine davvero, quella di un Capitalismo trasformato in società di beneficenza! E un « socialismo » che si riduce a postulante dei favori del Capitalismo, e richiama sul proprio suolo « casinò », alberghi e … bordelli esteri per risollevarsi dalle crisi economiche intestine, come potrebbe aiutare « disinteressatamente » degli « stranieri »? Per riconoscenza, forse, ai favori concessi (senza contropartita ?! ) dal Capitale italiano? Io dò una cosa a te, tu dai una cosa a me: ecco l’ultima parola in fatto di economia e politica del dott. Emo Tossi! Senza contare un ultimo dato « psicologico »: se il capitale nostrano avesse davvero l’uzzo della beneficenza, perchè non dovrebbe farla in casa propria (così che, tra l’altro, i proletari stiano quieti, e non gli piantino grane con la « scusa » della … cinghia)? Può darsi, ci dirà l’interpellato, che esso voglia aiutare prima di tutto gli jugoslavi … ad edificare il socialismo! Se si tratta del « socialismo » dei « casinò », ne siamo certi, basterebbe grattare sotto la vernice del « disinteresse » per leggere i « bilanci » delle entrate e uscite, e scoprire (permette, dottore?) da che parte stanno i « vantaggi ».

Infine, ci si potrebbe obiettare che, anche riconosciuta la bestialità delle proposte del Tossi, la nostra critica in nulla tocca il più diretto interessato, il PSIUP: si tratta, dopo tutto, di un candidato « indipendente ». Bene! Il vostro ragionamento è press’a poco il seguente: questo bel tomo, anche se le spara grossissime, è conosciuto da molti, « stimato » dai « benpensanti », ecc. quindi voti in più per il Partito, il che è quanto dire per l’« avanzata del socialismo »! Tutte le armi sono buone, è vero?, quando è in vista Montecitorio! E poi sarebbe « qualunquista » chi vorrebbe « svuotarvi »? Sarà invece il proletariato, con la sua vigorosa azione di classe, a scaricarvi tutti nel letamaio borghese cui legittimamente appartenete. Oggi come sempre, vale la consegna: abbasso le « sacre istituzioni » e i suoi tirapiedi, abbasso i falsi « socialismi » da mercanti, evviva la Rivoluzione Proletaria !

Il “comunismo” dei mendicanti

Il superopportunismo dei partiti « comunisti » di marca cremlinesca si vede spesso più nella cronaca spicciola che nelle manifestazioni di parata. E’ allora che appare chiaro come la luce del sole che costoro non pensano affatto di distruggere le basi della società capitalista, ma si accontentano di « abbellirne » la facciata; lungi dall’attentare al dominio del capitale, gli chiedono d’essere un po’ più generoso; di accordare un’elemosina, anche solo… morale, a chi lavora al suo servizio. La loro aspirazione, come Marx rinfacciava a Proudhon, è di mantenere intatte le sordide basi della società presente applicando loro un tantino di vernice. Con un magnanimo gesto, i borghesi decoreranno una volta i proletari e due i « comunisti »; assurdo chiedere di più. Si legge nel « Patriote », supplemento di « Humanité-Dimanche » del 25-7:

«E’ con piacere che abbiamo notato fra i destinatari della medaglia al merito del lavoro, promozione del 14 luglio, il nome del nostro compagno Rieux Joseph (medaglie d’argento e di vermeil) al quale rivolgiamo le nostre fraterne felicitazioni. Ricompensa ben meritata per gli operai, essa rappresenta numerosi anni di lavoro al servizio del capitale. […]

Noi crediamo che si potrebbe fare un gesto ben più largo verso questi lavoratori che hanno contribuito a fare la fortuna dei loro padroni. Ma ahimè, nel nostro paese, lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo è di rigore a detrimento di colui che arreca il capitale più prezioso, la sua « forza di lavoro »! […]

Una medaglia va bene; ma lo avanzamento dell’età di pensione e l’aumento di quest’ultima in rapporto al costo della vita sarebbe, noi pensiamo, ancora meglio ». Firmato: « La cellula ».

Dunque, se si aumentasse un tantino la pensione, non ci sarebbe più sfruttamento ! Un’altra riforma di struttura, e avremo in tasca il socialismo … made in U.R.S.S., lieti di servire il capitale con medaglia e gruzzoletto e ben decisi a mantenerlo in piedi in tutta la sua generosa « umanità ».

Materiale documentario esposto ed illustrato a commento delle tesi generali della riunione di Napoli Pt.1

Nel precedente nr. 14 abbiamo pubblicato il testo integrale delle « Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale, secondo le posizioni che da oltre mezzo secolo formano il patrimonio storico della sinistra comunista », e un resoconto sommario della riunione di Napoli alla quale esse furono presentate. Adesso, dopo l’interruzione dovuta alle ferie della tipografia, pubblichiamo una prima parte degli estratti e delle citazioni (fino ai primi del 1924) letti e commentati alla stessa riunione a conforto delle posizioni esposte nelle tesi. Tale materiale va messo in riferimento a tutto l’altro ben noto ai compagni, compreso fra le riunioni di Firenze e Napoli, a partire dai noti « Appunti sulla questione di organizzazione ». Nei prossimi due numeri, riporteremo gli altri testi nella loro successione cronologica.

Tesi della frazione astensionista del Partito Socialista Italiano

(Il Soviet, 6-6 e 27-6 del 1920)

Queste tesi apparvero nel Soviet del 6-6-1920, per la parte prima: Teoria; e in quello del 27-6 per la parte seconda: Critica di altre scuole, e la parte terza: Attività e tattica.

La prima parte per il suo contenuto corrisponde al programma della frazione, già apparso nel Soviet del 13-7-1919, e riportato integralmente a pagina 398 del I volume della Storia della Sinistra Comunista. E’ bene rilevare che la redazione della parte I fu adottata quasi testualmente come programma del Partito Comunista d’Italia a Livorno, il 21-1-1921, e stampata sulle tessere del partito.

Dal punto sesto della parte I si rileva la definizione del Partito Comunista, della sua unità nello spazio e nel tempo, e della necessità del partito perché si possa parlare della classe proletaria in lotta. Il punto terzo della parte II ribadisce la fondamentale antitesi tra il comunismo e la democrazia come concezione e come meccanismo. Il punto II stabilisce la tesi che la rivoluzione non è un problema di forme di organizzazione del proletariato.

Parte Prima: Teoria

Punto 6): « Questa lotta rivoluzionaria è il conflitto di tutta la classe proletaria contro tutta la classe borghese. Il suo strumento è il partito politico di classe, il partito comunista, che realizza la cosciente organizzazione di quell’avanguardia del proletariato che ha compreso la necessità di unificare la propria azione, nello spazio al di sopra degli interessi dei singoli gruppi, categorie o nazionalità; nel tempo, subordinando al risultato finale della lotta i vantaggi e le conquiste parziali che non colpiscono l’essenza della struttura borghese.

È dunque soltanto l’organizzazione in partito politico che realizza la costituzione del proletariato in classe lottante per la sua emancipazione».

Parte seconda: Critica di altre scuole

Punto 3): « In modo ancora più caratteristico, il comunismo rappresenta la demolizione critica delle concezioni del liberalismo e della democrazia borghese. L’affermazione giuridica della libertà di pensiero e dell’eguaglianza politica dei cittadini, la concezione secondo cui le istituzioni basate sul diritto della maggioranza e sul meccanismo della rappresentanza elettorale universale sono la base sufficiente per un progresso indefinito e graduale della società umana, costituiscono le ideologie corrispondenti al regime della economia privata e della libera concorrenza, e agli interessi di classe dei capitalisti».

Punto 11): « È in genere un errore credere che la rivoluzione sia un problema di forma di organizzazione dei proletari secondo gli aggruppamenti che essi formano per la loro posizione e i loro interessi nei quadri del sistema capitalistico di produzione.

Non è quindi una modifica della struttura di organizzazione economica che può dare al proletariato il mezzo efficace per la sua emancipazione».

Partito e classe

(RASSEGNA COMUNISTA, 15-4-1921)

Questo articolo, apparso nella rivista teorica del partito poco dopo la sua costituzione, è riportato ampiamente perché svolge la posizione della Sinistra circa la formula non soddisfacente che il partito sia soltanto una frazione della classe operaia, ed afferma la posizione dialettica e dinamica del rapporto contro quella numerica e statistica. Svolge quindi la critica di ogni punto di vista democratico e piccolo-borghese, collegandolo alle esperienze del fallimento della seconda Internazionale.

«Nelle “Tesi sul compito del Partito Comunista nella Rivoluzione proletaria”, approvate dal II Congresso dell’Internazionale Comunista, tesi veramente e profondamente ispirate alla dottrina marxista, si assume come punto di partenza la definizione dei rapporti fra partito e classe, e si stabilisce che il partito di classe non può comprendere nelle proprie file che una parte della classe medesima – mai tutta – forse mai neppure la maggioranza.

Questa evidente verità meglio sarebbe stata posta in risalto, ove si fosse precisato che non si potrebbe nemmeno parlare di classe quando non esista una minoranza di questa classe, tendente a organizzarsi in partito politico.

Che cos’è infatti, secondo il nostro metodo critico, una classe sociale? La ravvisiamo noi forse in una constatazione puramente obiettiva, esteriore, dell’analogia di condizioni economiche e sociali, di posizione rispetto al processo produttivo, di un grande numero di individui? Sarebbe troppo poco. Il nostro metodo non si arresta a descrivere la compagine sociale quale essa è in un dato momento, a tracciare astrattamente una linea che divida in due parti gli individui che la compongono come nelle classificazioni scolastiche dei naturalisti. La critica marxista vede la società umana in movimento, nel suo svolgersi nel tempo, con criterio essenzialmente storico e dialettico, studiando cioè il collegarsi degli avvenimenti nei loro rapporti di reciproca influenza.

Anziché prendere – come secondo il vecchio metodo metafisico – una fotografia istantanea della società in un momento dato, e lavorare poi su quella per riconoscervi le varie categorie in cui gli individui che la società compongono vadano catalogati, il metodo dialettico vede la storia come una cinematografia che svolge l’uno dopo l’altro i suoi quadri; ed è nei caratteri salienti del movimento di questi che la classe va cercata e riconosciuta.

Nel primo caso cadremmo nelle mille obiezioni dei puri statistici, dei demografi, gente – se mai ve ne fu – di corta vista, che rivedrebbero le divisioni, osserverebbero che non vi sono due classi, o tre, o quattro, ma ve ne possono essere dieci o cento o mille separate fra loro per successive gradazioni e zone intermedie indefinibili. Nel secondo caso abbiamo ben altri elementi per riconoscere questo protagonista della tragedia storica che è la classe, per fissarne i caratteri, l’azione, le finalità, che si concretano in uniformità evidenti, in, mezzo alla mutevolezza di una congerie di fatti che il povero fotografo della statistica registrava in una fredda serie di dati senza vita.

Per dire che una classe esista ed agisca in un momento della storia non ci basterà dunque conoscere quanti erano, ad esempio, i mercanti di Parigi sotto Luigi XVI, o i landlords inglesi nel secolo XVIII, o i lavoratori dell’industria manifatturiera belga agli albori del XIX. Dovremo sottoporre un periodo storico intero alla nostra logica indagine, rintracciarvi un movimento sociale, e quindi politico, sia pure che, attraverso alti e bassi, errori e successi, si cerchi una via, ma di cui sia evidente l’aderenza al sistema di interessi di una parte di uomini posti in una certa condizione dal sistema di produzione e dai suoi sviluppi.

Così Federico Engels, in uno dei primi suoi classici saggi di tale metodo, dalla storia delle classi lavoratrici inglesi traeva la spiegazione di una serie di movimenti politici e dimostrava la esistenza di una lotta di classe.

Questo concetto dialettico della classe ci pone al di sopra delle scialbe obiezioni dello statistico. Egli perderà il diritto a vedere le classi opposte nettamente divise sulla scena della storia come le masse corali sulle tavole di un palcoscenico, egli non potrà nulla dedurre contro le nostre conclusioni dal fatto che nella zona di contatto si accampano strati indefinibili, attraverso i quali si svolge uno scambio osmotico di singoli individui, senza che la fisionomia storica delle classi che sono in presenza l’una dell’altra venga alterata.

Il concetto di classe non deve dunque suscitare in noi un’immagine statica, ma un’immagine dinamica. Quando scorgiamo una tendenza sociale, un movimento per date finalità, allora possiamo riconoscere la esistenza di una classe nel senso vero della parola. Ma allora esiste, in modo sostanziale se non ancora in modo formale, il partito di classe.

Un partito vive quando vivono una dottrina ed un metodo, di azione. Un partito è una scuola di pensiero politico e quindi un’organizzazione di lotta. Il primo è un fatto di coscienza, il secondo è un fatto di volontà, più precisamente di tendenza ad una finalità.

Senza questi due caratteri noi non possediamo ancora la definizione di una classe. Può, ripetiamo, il freddo registratore di dati constatare delle affinità di circostanze di vita in aggruppamenti più o meno vasti, ma nessuna traccia si segna nel divenire della storia.

E quei due caratteri non possono aversi che condensati, concretati nel partito di classe. Come questa si forma, col perfezionarsi di date condizioni e rapporti sorgenti dall’affermarsi di nuovi sistemi produttivi – ad esempio l’impiantarsi di grandi stabilimenti a forza motrice reclutando e formando le numerose maestranze – così si comincia per gradi a concretare in una coscienza più precisa l’influenza degli interessi di tale collettività, e tale coscienza comincia a delinearsi in piccoli gruppi di essa. Quando la massa è sospinta ad agire, sono solo questi primi gruppi che hanno la previsione di una finalità, che sospingono e dirigono il rimanente.

Questo processo deve essere pensato, ove ci riferiamo alla moderna classe proletaria, non per una categoria professionale, ma per tutto l’insieme di essa, e allora si vede come una più precisa coscienza di identità di interessi vada sorgendo, ma anche come questa risulti di un tale complesso di esperienze e di nozioni, che solo in gruppi limitati e comprendenti elementi scelti di tutte le categorie può riscontrarsi. E la visione di un’azione collettiva, che tenda a finalità generali che interessano tutta la classe, e che si concentrano nel proposito di mutare tutto il regime sociale, può solo in una minoranza avanzata essere chiaro.

Questi gruppi, queste minoranze altro non sono che il partito. Quando la formazione di questo ha raggiunto un certo stadio, pur essendo sicuro che essa non procederà mai senza arresti, crisi, conflitti interni, allora possiamo dire di avere una classe in azione. Comprendendo una parte della classe, è pure solo il partito che le dà unità di azione e di movimento, perché raggruppa quegli elementi che, superando i limiti di categoria e località, sentono e rappresentano la classe.

Questo rende più chiaro il senso della verità fondamentale: il partito è solo una parte della classe. Guardando all’immagine fissa ed astratta della società, chi vi scorgesse una zona, la classe, ed in essa un piccolo nucleo, il partito, cadrebbe facilmente nella considerazione che tutta la parte della classe, la maggioranza quasi sempre, che resta fuori del partito, potrebbe avere peso maggiore, maggiore diritto. Ma per poco che si pensi che in quella grande massa restante gli individui non hanno ancora coscienza e volontà di classe, vivono per il proprio egoismo, o per la categoria, o per il campanile, o per la nazione, si vedrà che allo scopo di assicurare nel movimento storico l’azione d’insieme della classe, occorre un organismo che la animi, la cementi, la preceda, la inquadri – è la parola – si vedrà che il partito è in realtà il nucleo vitale, senza di cui tutta la rimanente massa non avrebbe più alcun motivo di essere considerata come un affasciamento di forze.

La classe presuppone il partito – perché per essere e muoversi nella storia la classe deve avere una dottrina critica della storia e una finalità da raggiungere in essa.

* * *

La vera e l’unica concezione rivoluzionaria dell’azione di classe sta nella delega della direzione di essa al partito. L’analisi dottrinale, ed un cumulo di esperienze storiche, ci consentono di ridurre facilmente alle ideologie piccolo-borghesi ed antirivoluzionarie qualunque tendenza ad inficiare e contrastare la necessità e la preminenza della funzione del partito.

Se la contestazione viene da un punto di vista democratico, la si deve sottoporre a quella stessa critica che serve al marxismo per sbaragliare i teoremi favoriti del liberalismo borghese.

Basterà per questo rammentare che, se la coscienza degli uomini è il risultato e non la causa delle caratteristiche dell’ambiente in cui sono costretti a muoversi, la regola non sarà mai che lo sfruttato, l’affamato, il denutrito, possa capacitarsi che deve rovesciare e sostituire lo sfruttatore ben pasciuto e ferrato di ogni risorsa e capacità.

Questo non può essere che l’eccezione. La democrazia elettiva borghese corre incontro alla consultazione delle masse, perché sa che la maggioranza risponderà sempre a favore della classe privilegiata, e delegherà ad essa volontariamente il diritto a governare, e a perpetuare lo sfruttamento.

Non è l’introdurre o il togliere dal computo la piccola minoranza degli elettori borghesi, che sposterà i rapporti. La borghesia governa con la maggioranza che è tale non solo rispetto a tutti i cittadini, ma altresì in mezzo ai soli lavoratori.

Se quindi di quelle azioni ed iniziative che devono essere riservate al partito, questo chiamasse giudice tutta la massa proletaria, esso si vincolerebbe ad un responso che sarebbe quasi certamente favorevole alla borghesia; sempre poi meno illuminato, avanzato, rivoluzionario, soprattutto meno dettato da una coscienza dell’interesse veramente collettivo dei lavoratori, del risultato finale della lotta rivoluzionaria, di quello che esce dalle sole file del partito organizzato.

Il concetto del diritto del proletariato a disporre della sua azione di classe non è che una astrazione senza alcun senso marxista, e che cela il desiderio di condurre il partito rivoluzionario ad allargare la sua cerchia a strati meno maturi, poiché man mano che questo avviene le decisioni che ne scaturiscono si avvicinano di più agli intendimenti borghesi e conservatori.

Se di questa verità cercassimo le conferme, oltre che dall’indagine teorica, dalle esperienze che la storia ci ha fornite, ne troveremmo larghissima messe. Ricordiamo che è luogo comune squisitamente borghese contrapporre il «buon senso» della massa ai «nefasti» di una «minoranza di sobillatori», ostentare le migliori disposizioni verso i lavoratori tra il più livido odio verso il partito a mezzo del quale essi soltanto pervengono a ferire gli interessi degli sfruttatori. E le correnti di destra del movimento operaio, le scuole socialdemocratiche di cui la storia ha dimostrato il contenuto reazionario, di continuo pongono la massa contro il partito, vorrebbero riconoscere la classe in consultazioni più vaste dei quadri ristretti del partito, e quando non possono dilatare questo al di fuori di ogni preciso confine di dottrina e di disciplina nell’azione, tendono a stabilire che i suoi organi preminenti non debbano essere quelli designati solo dai suoi militanti, ma quelli scelti alle cariche parlamentari da un corpo più vasto – ed infatti i gruppi parlamentari sono sempre all’estrema destra dei partiti da cui emanano.

Tutta la degenerazione dei partiti socialdemocratici della Seconda Internazionale, ed il loro apparente divenire meno rivoluzionari della massa non organizzata, derivava dal fatto che essi ogni giorno di più perdevano la precisa sagoma di partito, appunto perché facevano dell’operaismo, del «laburismo», ossia funzionavano non più come avanguardie precorritrici della classe, ma come sua espressione meccanica in un sistema elettorale e corporativo in cui si dava lo stesso peso e la stessa influenza agli strati meno coscienti e più dominati da egoismi della classe proletaria stessa. La reazione a questo andazzo anche prima della guerra, e particolarmente in Italia, si svolgeva nel senso di difendere la disciplina interna del partito, impedire l’accesso ad esso di elementi non perfettamente postisi sul terreno rivoluzionario della nostra dottrina, contrastare le autonomie del gruppo parlamentare e degli organi locali, epurare le file del partito da elementi spuri. Questo metodo è quello che si è rivelato come il vero antidoto del riformismo e forma il fondamento della dottrina e della pratica della Terza Internazionale, per la quale è in primissima linea la funzione del partito, accentrato, disciplinato, orientato chiaramente sui problemi di principio e di tattica; per la quale «il fallimento dei partiti socialdemocratici della Seconda Internazionale non fu il fallimento dei partiti proletari in generale», ma fu, mi si consenta l’espressione, il fallimento di organismi che avevano dimenticato di essere dei partiti, perché avevano cessato di essere tali.

* * *

Esiste poi un altro ordine di obiezioni al concetto comunista della funzione del partito, ed è in relazione ad un’altra forma critica e tattica di reazione alle degenerazioni del riformismo. Sono le obiezioni della scuola sindacalista, che invece riconosce la classe nei sindacati economici, ed afferma che sono questi gli organi atti a guidarla nella rivoluzione.

Anche queste obiezioni, che apparentemente vengono da sinistra, e che hanno, dopo il periodo classico del sindacalismo francese, italiano, americano, avuto nuove formulazioni da tendenze che sono sui margini della Terza Internazionale, si riducono facilmente ad ideologie semiborghesi, così con la critica di principio che con la constatazione dei risultati a cui hanno condotto.

[…]

Ma – giustamente disse in una sua risoluzione la maggioranza del partito comunista tedesco, quando queste questioni erano in Germania più accese (e determinarono poi la secessione del Partito Comunista del Lavoro) – la rivoluzione non è una questione di forma di organizzazione».

Partito e azione di classe

(RASSEGNA COMUNISTA, 31-5-1921)

Questo articolo sviluppava nella stessa rivista il tema del primo, e viene anche riportato ampiamente. 

Secondo la sinistra marxista il giusto rapporto tra partito e classe, e tra partito rivoluzionario e masse in movimento nella storia, non si può porre senza considerare l’azione, l’attività, la tattica del partito e quindi della stessa classe storica, che è tale in quanto il partito ne è l’organo. Si tratta del compito della classe e del partito anche dopo la conquista del potere, e delle dure alternative che precedono la vittoria finale.

Su tale base si pone il problema se il partito debba essere più o meno grande, e si scartano soluzioni che mai la sinistra ha fatto proprie, come quelle del partito piccolo e settario, soltanto cospirativo e terrorista, o soltanto teorizzante e scolastico. E’ discusso il rapporto tra le possibilità del partito e le caratteristiche delle varie situazioni oggettive, ed è affermata la necessità che la disciplina centrale si poggi sulla più grande chiarezza teorica, l’unità e la continuità organizzativa, e l’aperta, precisa affermazione delle linee tattiche future. Si indica chiaramente che fuori da questa soluzione non può che risorgere il pericolo della degenerazione opportunista.

«[…] Per dare un’idea precisa, e diremo quasi tangibile, della necessità “tecnica” del partito, converrebbe forse, se pure l’esposizione prendesse un aspetto illogico, considerare prima il lavoro che deve compiere il proletariato dopo essere giunto al potere, dopo avere strappata alla borghesia la direzione della macchina sociale. 

[…]

Un partito è un insieme di persone che hanno le stesse vedute generali dello sviluppo della storia, che hanno una concezione precisa delle finalità della classe che rappresentano, e che hanno pronto un sistema di soluzioni dei vari problemi che il proletariato si troverà di fronte quando diverrà classe di governo. Perciò il governo di classe non potrà che essere governo di partito. Limitandoci ad accennare queste considerazioni che uno studio anche superficiale della rivoluzione russa rende evidentissime, passiamo all’aspetto antecedente della cosa, alla dimostrazione cioè che anche l’azione rivoluzionaria di classe contro il potere borghese non può essere che azione di partito.

È anzitutto evidente che il proletariato non sarebbe maturo ad affrontare i difficilissimi problemi del periodo della sua dittatura, se l’organo indispensabile per risolverli, il partito, non avesse cominciato molto prima a costituire il corpo delle sue dottrine e delle sue esperienze.

[…]

Il compito indispensabile del partito si esplica dunque in due modi, come fatto di coscienza prima, e poi come fatto di volontà; traducendosi la prima in una concezione teorica del processo rivoluzionario, che deve essere comune a tutti gli aderenti; la seconda nell’accettazione di una precisa disciplina che assicuri il coordinamento e quindi il successo dell’azione.

Naturalmente questo processo di perfezionamento delle energie di classe non si è svolto mai né si può svolgere in un modo sicuramente progressivo e continuo. Vi sono soste, ritorni, scompaginamenti, ed i partiti proletari molte volte perdono quei caratteri essenziali che erano andati formandosi e divengono inadatti a realizzare i loro compiti storici. In genere per l’influsso stesso di particolari fenomeni del modo capitalistico, sfugge spesso di mano ai partiti la loro precipua funzione di accentrare ed incanalare allo scopo finale ed unico rivoluzionario le spinte sorgenti dal moto dei gruppi; che essi si riducono a proteggerne una più immediata e transitoria risoluzione e soddisfazione, degenerando così nella dottrina e nella pratica, coll’ammettere che il proletariato possa trovare condizioni di utile equilibrio nei quadri del regime capitalistico, coll’adoperarsi nella loro politica ad obbiettivi parziali e contingenti, avviandosi sulla china della collaborazione.

A questi fenomeni degenerativi, culminanti nella grande guerra mondiale, è successo un periodo di sana reazione, i partiti di classe ispirati alle direttive rivoluzionarie – gli unici che veramente siano partiti di classe – si sono dappertutto ricostituiti e si organizzano nella Terza Internazionale, la cui dottrina e la cui azione sono specificatamente rivoluzionarie e “massimaliste”.

Attorno ai partiti comunisti riprende perciò, ed in una fase che tutto fa supporre decisiva, il movimento di affasciamento rivoluzionario delle masse, di inquadramento delle loro forze per le azioni finali rivoluzionarie. Ma ancora una volta il processo non può ridursi ad immediata semplicità di regola, esso presenta difficili problemi di tattica, non è alieno da insuccessi parziali anche gravi, suscita questioni che appassionano grandemente i militanti della organizzazione rivoluzionaria mondiale.

[…]

Esiste – o si dice che esista – una tendenza che vorrebbe avere dei “piccoli partiti” purissimi, che quasi si compiacerebbe di straniarsi dal contatto con le grandi masse, accusandole di poca coscienza e capacità rivoluzionaria. Si critica vivamente questa tendenza, e la si definisce, non sappiamo se con più fondatezza o demagogia, “opportunismo di sinistra”, mentre tal nome andrebbe piuttosto riservato alla correnti che, negando la funzione del partito politico, pretendono possa aversi un vasto inquadramento rivoluzionario delle masse attraverso forme puramente economiche, sindacali, di organizzazione.

Si tratta dunque di vedere un po’ più a fondo in questa questione dei rapporti del partito con la massa. Frazione della classe, sta bene, ma come stabilire il valore numerico della frazione? Noi vogliamo qui dire che se vi è una prova di errore volontarista, e quindi di specifico “opportunismo” (oggimai opportunismo vuol dire eresia) antimarxista, è quello di voler fissare a priori il valore di questo rapporto come una regola di organizzazione, di voler stabilire che il partito comunista debba avere come suoi organizzati o come suoi simpatizzanti un numero di lavoratori che stia al di sopra o al di sotto di una certa frazione della massa proletaria.

Se il processo di formazione dei partiti comunisti, fatto di scissioni e di fusioni, si giudicasse con una regola numerica, cioè quella di tagliare nei partiti troppo numerosi, e di appiccicare per forza aggiunte a quelli troppo piccini, si commetterebbe il più risibile errore, non intendendo come a quel processo debbano presiedere norme qualitative e politiche, e come in grandissima parte esso si elabori nelle ripercussioni dialettiche della storia, sfuggendo ad una legislazione organizzativa che volesse troppo assumere il compito di collare i partiti in uno stampo perché ne uscissero delle dimensioni ritenute appropriate e desiderabili.

Quello che si può assumere a base indiscutibile di una simile discussione tattica è che è preferibile che i partiti siano quanto più possibile numerosi, che essi riescano a trascinare intorno a sé gli strati più larghi delle masse. Nessuno esiste tra i comunisti che elevi a principio l’essere pochi e ben rinchiusi nella “turris eburnea” della purezza. È indiscutibile che la forza numerica del partito, e il fervore del consenso proletario attorno ad esso, sono favorevoli condizioni rivoluzionarie, sono gli indizi sicuri di una maturità di sviluppo delle energie proletarie, e non vi è quindi chi non si auguri che i partiti comunisti progrediscano in questo senso.

Non esiste dunque un rapporto definito e definibile tra gli effettivi del partito e la grande massa dei lavoratori. Assodato che il partito assolve la sua funzione come minoranza di essi, sarebbe bizantinismo indagare se esso debba essere una piccola o una grande minoranza. È certo che allorché lo sviluppo del capitalismo nei suoi contrasti e nei suoi urti interni da cui germinano primieramente le tendenze rivoluzionarie è all’inizio, allorché la rivoluzione appare come una prospettiva lontana, il partito di classe, il partito comunista, non può essere che formato da piccoli gruppi di precursori, in possesso di una speciale capacità di intendere le prospettive della storia, e che la parte delle masse che lo comprendono e lo seguono non può essere estesa. Quando invece la crisi rivoluzionaria incalza, rendendosi i rapporti borghesi di produzione sempre più intollerabili, il partito aumenta di numero nei suoi ranghi, e di seguito in mezzo al proletariato.

Se l’epoca attuale è, nella sicura convinzione di tutti i comunisti, epoca rivoluzionaria, ne segue che in tutti i paesi dovremmo avere partiti numerosi e largamente influenti presso vasti strati del proletariato. Ma ove questo non sia ancora realizzato, pur essendovi inconfutabili prove della acutezza della crisi e dell’imminenza del suo precipitare, le cause di questa deficienza sono così complesse che sarebbe enormemente leggero concludere che se il partito è troppo piccolo e poco influente, occorra artificialmente dilatarlo aggregandogli altri partiti e pezzi di partiti, nelle cui file siano gli elementi che sono collegati alle masse. La opportunità di accettare nelle file di questo partito altri elementi organizzativi, o per converso quella di escludere da partiti pletorici una parte dei membri, non può discendere da una valutazione aritmetica, da un infantile disappunto statistico.

[…]

È poi inevitabile che, allorquando le probabilità rivoluzionarie accennano anche solo in apparenza a diminuire, o la borghesia comincia a spiegare inattese forze di resistenza, il movimento dei partiti comunisti perda momentaneamente terreno nel campo della organizzazione come in quello dell’inquadramento delle masse.

La instabilità della situazione attuale potrà farci assistere, nel quadro generale del sicuro sviluppo della Internazionale rivoluzionaria, a queste alternative; e se è indiscutibile che la tattica comunista deve cercare di fronteggiare tali circostanze sfavorevoli, non è meno certo che sarebbe assurdo sperare di eliminarle con formule tattiche, come è eccessivo lasciarsene indurre a pessimistiche conclusioni.

Nella ipotesi astratta del continuo sviluppo delle energie rivoluzionarie della massa, il partito va aumentando di continuo le proprie forze numeriche e politiche, cresce in quantità, rimanendo uguale in qualità, in quanto cresce il rapporto dei comunisti rispetto ai proletari. Nella situazione reale del complesso riflettersi sulle disposizioni delle masse dei vari fattori continuamente mutevoli dell’ambiente sociale, il partito comunista, che, se è l’insieme di quelli che meglio della restante massa conoscono ed intendono i caratteri di quello sviluppo, non cessa di essere un effetto di quello sviluppo, non può non subire quelle alternative, e pur agendo costantemente come fattore di accelerazione rivoluzionaria, non può, a mezzo di qualsiasi raffinatezza di metodo, forzare o capovolgere l’essenza fondamentale delle situazioni.

Ma il peggiore di tutti i rimedi che possono servire a riparare ai riflessi sfavorevoli delle situazioni, sarebbe quello di fare periodicamente un processo ai principi teorici e organizzativi cu cui si basa il partito, allo scopo di modificare l’estensione della sua zona di contatto con la massa. Nelle situazioni in cui scema la predisposizione rivoluzionaria delle masse, molte volte quello che alcuni definiscono portare il partito verso la massa equivale, snaturando i caratteri del partito, a togliergli proprio quelle qualità che possono farlo servire come un reagente che influisca sulle masse nel senso di far loro riprendere il moto in avanti.

Una volta basati solidamente i partiti comunisti su quelli che sono i risultati di dottrina e di esperienza storica circa i caratteri precisi del processo rivoluzionario, risultati che non possono essere che internazionali, e dare quindi luogo a norme internazionali, si deve ritenere definita la loro fisionomia organizzativa, e si deve intendere che la loro facoltà di attrarre e potenziare le masse sarà in ragione della loro fedeltà ad una serrata disciplina di programma e di organizzazione interna.

Essendo il partito comunista dotato di una coscienza teorica, suffragata dalle esperienze internazionali del movimento, che lo rende preparato alle esigenze della lotta rivoluzionaria, esso ha garanzia, anche se le masse se ne allontanano in parte in certe fasi della sua vita, di averle intorno a sé quando si poseranno quei problemi rivoluzionari che non ammettono altra soluzione da quella tracciata nei suoi programmi. Quando le esigenze dell’azione mostreranno che occorre un apparato dirigente centralizzato e disciplinato, il partito comunista, che avrà ispirato a tali criteri la sua costituzione, verrà a porsi alla testa delle masse in movimento.

Ne vogliamo concludere che i criteri che devono servire di base nel giudicare della efficienza dei partiti comunisti devono essere ben diversi da un controllo numerico “a posteriori” sulle loro forze in rapporto a quelle degli altri partiti che si richiamano al proletariato. Quei criteri non possono consistere che nel definire esattamente le basi teoriche del programma del partito, e la rigida disciplina interna di tutte le sue organizzazioni e dei suoi membri, che assicuri la utilizzazione del lavoro di tutti per il miglior successo della causa rivoluzionaria. Ogni altra forma di intervento nella composizione dei partiti, che non derivi logicamente dalla applicazione precisa di tali norme, non conduce che a risultati illusori, e toglie al partito di classe la sua più grande forza rivoluzionaria, che sta appunto nella continuità dottrinale ed organizzativa di tutta la sua predicazione e la sua opera, nell’aver saputo “dire prima” come si sarebbe presentato il processo della finale lotta tra le classi, nell’essersi dato quel tipo di organizzazione che ben corrisponde alle esigenze del periodo decisivo. 

[…]

Non bisogna quindi essere per i partiti grandi o piccoli, non bisogna pretendere che si debba invertire tutta l’impostazione di certi partiti col pretesto che non sono “partiti di masse”; bisogna esigere che i partiti comunisti si fondino ovunque su salde regole di organizzazione programmatica e tattica in cui si compendino le migliori esperienze della lotta rivoluzionaria internazionalmente acquisite.

[…]

Il movimento internazionale comunista deve essere composto non solo da quelli che sono fermamente convinti della necessità della rivoluzione, che sono disposti a lottare per essa a costo di qualunque sacrificio, ma anche da quelli che sono decisi a muoversi sul terreno rivoluzionario anche se le difficoltà della lotta mostreranno la mèta più aspra e meno vicina.

Al momento della crisi rivoluzionaria acuta, operando sulla salda base della nostra organizzazione internazionale, noi polarizzeremo attorno a noi gli elementi che oggi sono ancora esitanti, e avremo ragione dei partiti socialdemocratici di varie sfumature.

Se le possibilità rivoluzionarie saranno meno immediate noi non correremo nemmeno per un momento il rischio di essere distratti dal tessere la nostra trama di preparazione e ripiegare alla soluzione di altri problemi contingenti, da cui guadagnerebbe la sola borghesia.

[…]

Non si creano né i partiti né le rivoluzioni. Si dirigono i partiti e le rivoluzioni, nella unificazione delle utili esperienze rivoluzionarie internazionali, allo scopo di assicurare i migliori coefficienti di vittoria del proletariato nella battaglia che è l’immancabile sbocco dell’epoca storica che viviamo. A questo ci pare di dover concludere.

E i criteri fondamentali direttivi dell’azione delle masse che si estrinsecano nelle norme di organizzazione e di tattica che la Internazionale deve fissare per tutti i partiti aderenti, non possono raggiungere un limite illusorio di manipolazione diretta di partiti con tutte le dimensioni e caratteristiche adatte per garantire la rivoluzione, ma debbono ispirarsi alle considerazioni della dialettica marxista basandosi soprattutto sulla chiarezza e omogeneità programmatica da un lato, alla disciplina accentratrice tattica dall’altro.

Due ci sembrano le degenerazioni “opportuniste” dalla buona via. Quella di dedurre la natura e i caratteri del partito dalla valutazione della possibilità o meno, allo stato delle cose, di aggruppare forze notevoli – ossia farsi dettare dalle situazioni le norme organizzative del partito per dare al partito stesso dall’esterno una costituzione diversa da quella cui lo ha condotto la situazione – l’altra di credere che un partito purché sia numeroso e giunga ad avere una preparazione militare possa determinare con ordini di attacco le situazioni rivoluzionarie – ossia di pretendere di creare le situazioni storiche con la volontà del partito.

Sia quella che si vuole la deviazione di “sinistra” o di “destra” è certo che entrambe si allontanano dalla sana via marxista. Nel primo caso si rinunzia a quello che può e deve essere il legittimo intervento di una sistemazione internazionale del movimento, e quel tanto di influenza della nostra volontà – derivano da una precisa coscienza ed esperienza storica – sullo svolgimento del processo rivoluzionario, che è possibile e doveroso realizzare; nell’altro si attribuiscono alla volontà delle minoranze influenze eccessive ed irreali rischiando di creare soltanto delle disastrose sconfitte.

I rivoluzionari comunisti devono invece essere quelli che, temprati collettivamente dalle esperienze della lotta contro le degenerazioni del movimento del proletariato, credono fermamente nella rivoluzione e vogliono fermamente la rivoluzione, ma non col credito e col desiderio che si ha di conseguire il saldo di un pagamento, esposti a cedere alla disperazione e alla sfiducia se passa un giorno dalla scadenza della cambiale.

Il Principio Democratico

(RASSEGNA COMUNISTA 28-2-1922)

Questo articolo, sempre della rivista teorica del partito di Livorno, precede di poco il secondo congresso di Roma del 1922.

Esso dimostra che in linea di principio non vi può essere conciliazione tra democrazia e comunismo, ideologie di due classi in acuta lotta tra loro. Storicamente, alla data del 1922, se con la Rivoluzione di Ottobre si era superata anche nel fatto storico ogni applicazione non solo del principio ma anche del materiale meccanismo elettorale ad una società interclassista, dato che in Russia gli elementi social socialborghesi giacevano sotto la dittatura proletaria, restava in piedi il problema puramente meccanico del senso in cui si potesse usare ancora quel meccanismo nel seno di organi uniclassisti; i Soviet, i sindacati, il Partito Comunista. L’articolo discute tutte queste applicazioni, mostra il pericolo che ogni omaggio al semplice meccanismo democratico del voto possa ricondurre a rendersi schiavi del mito controrivoluzionario della democrazia e della falsa libertà ed eguaglianza.

Dalle affermazioni del 1922, in un clima in cui l’accidente materiale del meccanismo elettorale si doveva ancora tollerare, emerge la aspirazione decisa a liberarsi anche dall’uso del termine letterale, ed è contrapposta la nostra formula di « centralismo organico » a quella ammessa negli statuti e tesi di Mosca di « centralismo democratico ». Tutto Il posteriore svolgimento storico di quasi mezzo secolo conferma che il pericolo avvertito era reale: la democrazia troppo a lungo tollerata come banale espediente, risorge e domina oggi come focolare primo della controrivoluzione.

L’impiego di certi termini nella esposizione dei problemi del comunismo ingenera molto spesso equivoci tra l’uno e l’altro senso in cui possono essere adoperati. Così è dei termini democrazia e democratico. Il comunismo marxista si presenta nelle enunciazioni di principio come una critica e una negazione della democrazia; d’altra parte i comunisti difendono spesso l’applicazione della democrazia, il carattere democratico, negli organismi proletari: sistema statale dei consigli operai, sindacati, partito. In questo non vi è certo contraddizione alcuna, e nulla vi è da opporre all’uso del dilemma: democrazia borghese o democrazia proletaria, come equivalente perfettamente a quello: democrazia borghese o dittatura proletaria.

La critica marxista ai postulati della democrazia borghese si fonda infatti sulla definizione dei caratteri della presente società divisa in classi, e dimostra l’inconsistenza teorica e l’insidia pratica di un sistema che vorrebbe conciliare l’uguaglianza politica con la divisione della società in classi sociali determinate dalla natura del sistema di produzione.

La libertà e uguaglianza politica contenute secondo la teorica liberale nel diritto di suffragio non hanno senso se non su una base che non contenga disparità di condizioni economiche fondamentali: ecco perché noi comunisti ne accettiamo l’applicazione nell’interno degli organismi di classe del proletariato, al cui meccanismo sosteniamo che si deve dare un carattere democratico.

Anche se, per non ingenerare equivoci, e per evitare di valorizzare un concetto che faticosamente tendiamo a demolire e che è ricco di suggestioni, non si vuole introdurre l’uso di due diversi termini nei due casi, è però utile guardare un po’ più addentro al contenuto stesso del principio democratico in generale, anche in quanto lo si applichi a organismi omogenei dal punto di vista classista. E questo per evitare che, mentre ci sforziamo con la nostra critica di rimuovere tutto il contenuto ingannevole ed arbitrario delle teoriche “liberali”, non si debba correre il rischio di ricadere nel riconoscimento di una “categoria”, il principio di democrazia, che si ponga come un elemento di verità e di giustizia assoluta, in modo aprioristico, e che sarebbe un intruso in tutta la costruzione della nostra dottrina.

* * *

Come un errore dottrinale è sempre alla base di un errore di tattica politica, o ne è, se si vuole, la traduzione nel linguaggio della nostra coscienza critica collettiva, così un riflesso di tutta la politica e la tattica perniciosa della socialdemocrazia si ha nell’errore di principio che il socialismo erediti una parte sostanziale del contenuto che la dottrina liberale ha affermato contro quello delle vecchie dottrine politiche a base spiritualista. Invece nelle sue prime formulazioni il socialismo marxista distrugge appunto, e non accetta per completarla, tutta la critica che il liberalismo democratico aveva edificato contro le aristocrazie e le monarchie assolute dell’antico regime. La distrugge non certo per rivendicare – diciamolo subito per chiarire il nostro orientamento – una sopravvivenza delle dottrine spiritualistiche o idealistiche contro il materialismo volterriano dei rivoluzionari borghesi, ma per dimostrare come in realtà i teorici di quest’ultimo, con la filosofia politica della “Enciclopedia”, non si fossero che illusi di essere usciti dalle nebbie della metafisica applicata alla sociologia e alla politica e dai nonsensi dell’idealismo, e insieme coi loro predecessori dovessero soggiacere alla critica veramente realistica dei fenomeni sociali e della storia edificata nel materialismo storico di Marx.

È anche teoricamente importante dimostrare come per approfondire il solco tra socialismo e democrazia borghese, per ridare alla dottrina della rivoluzione proletaria il suo contenuto potentemente rivoluzionario smarrito nelle adulterazioni dei fornicatori con la democrazia borghese, non sia affatto necessario fondarsi su una revisione dei principi in senso idealista o neo-idealista, ma occorra semplicemente rifarsi alla posizione presa dai maestri del marxismo dinanzi all’inganno delle dottrine liberali e della filosofia borghese materialista.

* * *

L’affermazione che il tempo dei “privilegi” è tramontato da quando si è creata la base della formazione elettorale maggioritaria della gerarchia sociale, non regge alla critica del marxismo, che porta ben altra luce sulla natura dei fenomeni sociali, e può apparire una seducente costruzione logica solo se si parte dall’ipotesi che il voto ossia il parere, l’opinione, la coscienza, di ciascun elettore abbia lo stesso peso nel conferire la sua delega per l’amministrazione degli affari collettivi. Quanto poco realista e “materialista” sia questo concetto lo dimostri per ora questa considerazione: esso configura ogni uomo come una “unità” perfetta di un sistema composto di tante unità potenzialmente equivalenti tra loro, e anziché porre la valutazione del pronunziato di quel singolo in rapporto a mille sue condizioni di vita ossia di rapporti con gli altri uomini, la teorizza nella supposizione della “sovranità”. Questo equivale ancora a porre la coscienza degli uomini al di fuori del riflesso concreto dei fatti e delle determinanti dell’ambiente, a pensarla come la scintilla accesa in qualunque organismo, sano o logoro, tormentato o armonicamente soddisfatto nei suoi bisogni, con eguale provvida misura da un indefinibile dispensatore di vita. Questi non avrebbe designato il monarca, ma avrebbe dato a ognuno una eguale facoltà di indicarlo. Il presupposto su cui, malgrado la sua ostentazione di razionalità, poggia la teorica democratica, non è dissimile per metafisica puerilità da quello del “libero arbitrio” per cui la legge cattolica dell’aldilà assolve o condanna. La democrazia teorica in quanto si accampa fuori del tempo e della contingenza storica non è dunque meno impeciata di spiritualismo di quello che non siano nel profondo del loro errore le filosofie dell’autorità rivelata e della monarchia per diritto divino.

[…]

Costruendo la sua dottrina della storia il marxismo demoliva infatti a un tempo l’idealismo medioevale, il liberalismo borghese e il socialismo utopista.

* * *

A queste costruzioni arbitrarie di costituzioni sociali, aristocratiche o democratiche, autoritarie o liberali, alle quali è analoga per i suoi errori la concezione anarchica di una società senza gerarchia e senza deleghe di poteri, il comunismo critico ha contrapposto uno studio ben più fondato della natura dei rapporti sociali e delle loro cause, nel complesso sviluppo evolutivo che essi presentano lungo il corso della storia umana, una attenta analisi del carattere di questi rapporti nella presente epoca capitalistica, e una serie di ponderate ipotesi sulla loro ulteriore evoluzione a cui viene ora ad aggiungersi il formidabile contributo teorico e pratico della rivoluzione proletaria russa.

[…]

Chiarito così che il principio di democrazia non ha alcuna virtù intrinseca, e che non vale nulla come principio, essendo piuttosto un semplice meccanismo di organizzazione fondato su una semplice e banale presunzione aritmetica, che i più abbiano ragione e i meno abbiano torto, vediamo se ed in quanto questo meccanismo è utile e sufficiente alla vita di organizzazioni che comprendano più limitate collettività non divise dai solchi degli antagonismi di condizioni economiche, e considerate nel processo del loro sviluppo storico.

È questo meccanismo di democrazia applicabile nella dittatura proletaria, ossia in quella forma di Stato a cui dà luogo la vittoria rivoluzionaria delle classi ribelli al potere degli Stati borghesi, di modo che sia lecito definire questa forma di Stato per il suo meccanismo interno di deleghe e di gerarchie, una “democrazia proletaria”? La questione non va guardata con preconcetti. Può ben darsi che si arrivi alla conclusione che il meccanismo stesso si presti, con date modalità, e finché dalla evoluzione stessa delle cose non ne nasca uno meglio adatto, ma occorre convincersi che proprio nessuna ragione milita che ci possa far stabilire a priori il concetto di sovranità della “maggioranza” del proletariato. Questa non è ancora all’indomani della rivoluzione una collettività completamente omogenea e non costituisce una classe sola: in Russia per esempio il potere è nelle mani delle classi degli operai e dei contadini, ma è facile mostrare, se per poco si considera tutto lo sviluppo del movimento rivoluzionario, che in esso la classe del proletariato industriale, meno numerosa assai dei contadini, rappresenta una parte molto più importante, ed è quindi logico che nei consigli proletari, nel meccanismo dei Soviet, un voto di operaio valga ben più del voto di un contadino.

[…]

Una cosa è indubbia: che mentre la democrazia borghese non ha che lo scopo effettivo di escludere le grandi masse proletarie e piccolo-borghesi da ogni influenza nella direzione dello Stato, riservata alle grandi oligarchie industriali, bancarie, agrarie, la dittatura proletaria deve poter impegnare nella lotta che essa impersona i più vasti strati della massa proletaria e anche quasi proletaria. Ma il raggiungimento di questo scopo non si identifica affatto, se non per chi è suggestionato da pregiudizi, con la formazione di un vasto ingranaggio di consultazione elettiva: questa può essere troppo e – più sovente – troppo poco, facendo sì che dopo una simile forma di partecipazione molti proletari si astengano da altre manifestazioni attive nella lotta di classe. D’altra parte la gravità della lotta in certe fasi esige prontezza di decisioni e di movimenti e centralizzazione della organizzazione degli sforzi in una direzione comune. Per accoppiare queste condizioni lo Stato proletario, come la esperienza russa ci indica con larghezza di elementi di ammaestramento, fonda il suo ingranaggio costituzionale su caratteristiche che vengono direttamente a lacerare i canoni della democrazia borghese, per cui i fautori di questa gridano a violazione di libertà, mentre non si tratta che di smascheramento di pregiudizi filistei con cui la demagogia ha sempre assicurato il potere dei privilegiati.

  Il meccanismo costituzionale dell’organizzazione di Stato nella dittatura del proletariato non è solo consultivo ma al tempo stesso esecutivo, la partecipazione, se non di tutta la massa degli eleggenti per lo meno di un vasto strato di loro delegati, non è intermittente ma continua nelle funzioni della vita politica. È interessante come questo si raggiunga senza danno anzi parallelamente al carattere unitario dell’azione di tutto l’apparato, proprio coi criteri opposti a quelli dell’iperliberalismo borghese: ossia sopprimendo sostanzialmente il suffragio diretto e la rappresentanza proporzionale, dopo essere passati sopra l’altro sacro dogma del suffragio uguale. […]

Resta infine l’analisi dell’organizzazione partito, dei cui caratteri abbiamo tuttavia già detto a proposito dell’ingranaggio dello Stato operaio. Il partito non parte da una identità di interessi economici così completa come il sindacato, ma in compenso stabilisce l’unità della sua organizzazione su una base tanto più vasta quanto è la classe in confronto alla categoria. Non solo il partito si estende sulla base dell’intera classe proletaria nello spazio, fino a divenire internazionale, ma altresì nel tempo: ossia esso è lo specifico organo la cui coscienza e la cui azione rispecchiano le esigenze del successo nell’intero cammino di emancipazione rivoluzionaria del proletariato.

  Queste note considerazioni ci obbligano, nello studiare i problemi di struttura e di organizzazione interna del partito, a tener di vista tutto il processo della formazione e della vita di esso nei complessi compiti a cui risponde. Non possiamo alla fine di questa già lunga trattazione entrare nei dettagli a proposito del meccanismo con cui nel partito dovrebbero avvenire le consultazioni della massa degli aderenti, il reclutamento, la designazione delle cariche in tutta la gerarchia. È indubitato che finora non vi è di meglio da fare che attenersi per lo più al principio maggioritario. Ma, secondo quanto insistentemente mettiamo in vista, non è il caso di elevare a principio questo impiego del meccanismo democratico.

  A fianco di un compito di consultazione analogo a quello legislativo degli apparati di Stato, il partito ha un compito esecutivo che corrisponde addirittura nei momenti supremi di lotta a quello di un esercito, che esigerebbe il massimo di disciplina gerarchica.

  In via di fatto, nel complicato processo che ci ha portato ad avere dei partiti comunisti, la formazione della gerarchia è un fatto reale e dialettico che ha lontane origini e che risponde a tutto il passato di esperienza, di esercitazione del meccanismo del partito. Non possiamo concepire una designazione di maggioranza del partito come aprioristicamente tanto felice nella scelta quanto quella di un giudice infallibile e soprannaturale che dia i capi alle collettività umane, a cui credano coloro secondo i quali è un dato di fatto la partecipazione ai conclavi dello Spirito Santo. Perfino in un organismo nel quale, come nel partito, la composizione della massa è il risultato d’una selezione, attraverso la spontanea adesione volontaria, e il controllo del reclutamento, il pronunziato della maggioranza non è per sé stesso il migliore, e solo per effetto di coincidenze nel lavoro concorde e ben avviato esso viene a contribuire al migliore rendimento della gerarchia operante, esecutiva del partito.

  Che esso debba essere sostituito da un altro meccanismo, e quale sia questo, qui non proponiamo ancora né indaghiamo in dettaglio: certo che una simile organizzazione che sempre più si liberi dai convenzionalismi del principio di democrazia è ammissibile, e non deve essere respinta con ingiustificate fobie, quando si potesse dimostrare che altri coefficienti di decisione, di scelta, di risoluzione dei problemi si presentano più consoni alle reali esigenze dello sviluppo del partito e della sua attività, nel quadro della storia che si svolge.

  Il criterio democratico è finora per noi un accidente materiale per la costruzione della nostra organizzazione interna e la formulazione degli statuti di partito: esso non è l’indispensabile piattaforma. Ecco perché noi non eleveremmo a principio la nota formula organizzativa del “centralismo democratico”. La democrazia non può essere per noi un principio; il centralismo lo è indubbiamente, poiché i caratteri essenziali dell’organizzazione del partito devono essere l’unità di struttura e di movimento. Per segnare la continuità nello spazio della struttura di partito è sufficiente il termine centralismo, e per introdurre il concetto essenziale di continuità nel tempo, ossia nello scopo a cui si tende e nella direzione in cui si precede verso successivi ostacoli da superare, collegando anzi questi due essenziali concetti di unità, noi proporremmo di dire che il partito comunista fonda la sua organizzazione sul “centralismo organico”. Così, conservando quel tanto dell’accidentale meccanismo democratico che ci potrà servire, elimineremo l’uso di un termine caro ai peggiori demagoghi e impastato di ironia per tutti gli sfruttati, gli oppressi, e gli ingannati, quale quello di “democrazia”, che è consigliabile regalare per esclusivo loro uso ai borghesi e ai campioni del liberalismo variamente paludato talvolta in pose estremiste.

Tesi sulla tattica del II Congresso del PC d’Italia

Con queste tesi, nella sua quasi totalità salvo un trascurabile gruppo di destra, il partito ad un anno dalla sua costituzione stabiliva le posizioni che poi avrebbe difeso nei congressi internazionali.

Le prime tesi (è notevole il titolo dato alla parte prima: Natura organica del Partito Comunista) stabiliscono la funzione del partito comunista, la stabilità del suo programma, e la disciplina e il centralismo della sua organizzazione. La tesi quattro afferma che le consultazioni democratiche interne sono puramente formali, ma che la selezione dei quadri è il prodotto dialettico di un processo reale. La tesi sei e la tesi sette definiscono le vie con cui il partito supera le crisi revisionistiche. La tesi nove condanna le fusioni organizzative e la duplicità delle adesioni nazionali alla I. C. Infine le tesi ventiquattro e venticinque definiscono il rapporto tra le situazioni storiche e il compito del partito, e la tesi classica che esso, come collettività organica, è antesignano della società comunista.

Parte prima: natura organica del Partito Comunista

1. – Il partito comunista, partito politico della classe proletaria, si presenta nella sua azione come una collettività operante con indirizzo unitario. I moventi iniziali pei quali gli elementi e i gruppi di questa collettività sono condotti ad inquadrarsi in un organismo ad azione unitaria sono gli interessi immediati di gruppi della classe lavoratrice suscitati dalle loro condizioni economiche. Carattere essenziale della funzione del partito comunista è l’impiego delle energie così inquadrate per il conseguimento di obbiettivi che, per essere comuni a tutta la classe lavoratrice e situati al termine di tutta la serie delle sue lotte, superano attraverso la integrazione di essi gli interessi dei singoli gruppi e i postulati immediati e contingenti che la classe lavoratrice si può porre.

2. – La integrazione di tutte le spinte elementari in una azione unitaria si manifesta attraverso due principali fattori: uno di coscienza critica, dal quale il partito trae il suo programma, l’altro di volontà che si esprime nello strumento con cui il partito agisce, la sua disciplinata e centralizzata organizzazione. Questi due fattori di coscienza e di volontà sarebbe erroneo considerarli come facoltà che si possano ottenere o si debbano pretendere dai singoli poiché si realizzano solo per la integrazione dell’attività dl molti individui in un organismo collettivo unitario.

3. – Alla precisa definizione della coscienza teorico-critica del movimento comunista, contenuta nelle dichiarazioni programmatiche dei partiti e della Internazionale Comunista, come all’organizzarsi degli uni e dell’altra, si è pervenuti e si perviene attraverso l’esame e lo studio della storia della società umana e della sua struttura nella presente epoca capitalistica, svolti coi dati, colle esperienze e nella attiva partecipazione alla reale lotta proletaria.

4. – La proclamazione di queste dichiarazioni programmatiche come la designazione degli uomini a cui si affidano i vari gradi della organizzazione di partito si svolgono formalmente con una consultazione a forma democratica di consessi rappresentativi del partito, ma devono in realtà intendersi come un prodotto del processo reale che accumula gli elementi di esperienza e realizza la preparazione e la selezione dei dirigenti dando forma al contenuto programmatico ed alla costituzione gerarchica del partito.
 

Parte seconda: Processo di sviluppo del Partito Comunista

[…]

6. – Il processo di formazione e di sviluppo del partito proletario non presenta un andamento continuo e regolare, ma è suscettibile nazionalmente ed internazionalmente di fasi assai complesse e di periodi di crisi generale. Molte volte si è verificato un processo di degenerazione per il quale l’azione dei partiti proletari ha perduto o vi si è andata allontanando, anziché avvicinando, quel carattere indispensabile di attività unitaria e inspirata alle massime finalità rivoluzionarie, frammentandosi nel dedicarsi alla soddisfazione di interessi di limitati gruppi operai o nel conseguimento di risultati contingenti (riforme) a costo di adottare metodi che compromettevano il lavoro per le finalità rivoluzionarie, e la preparazione ad esse del proletariato. Per tale via i partiti proletari sono spesso giunti ad estendere i limiti della loro organizzazione a sfere di elementi i quali non potevano ancora porsi sul terreno della azione collettiva unitaria e massimalista. Questo fatto è sempre stato accompagnato da una revisione deformatrice della dottrina e del programma, e da un allentamento della disciplina interna per modo che anziché aversi uno stato maggiore di capi adatti e decisi alla lotta si è consegnato il movimento proletario nelle mani di agenti larvati della borghesia.

7. – Da una situazione di tal genere il ritorno, sotto l’influsso di nuove situazioni e sollecitazioni ad agire esercitate dagli avvenimenti sulla massa operaia, alla organizzazione di un vero partito di classe, si effettua nella forma di una separazione di una parte del partito che, attraverso i dibattiti sul programma, la critica delle esperienze sfavorevoli della lotta, e la formazione in seno al partito di una scuola e di una organizzazione colla sua gerarchia (frazione), ricostituisce quella continuità di vita di un organismo unitario fondata sul possesso di una coscienza e di una disciplina, da cui sorge il nuovo partito. È questo processo che in generale ha condotto dal fallimento dei partiti della Seconda Internazionale al sorgere della Terza Internazionale comunista.

8. – Lo sviluppo del partito comunista dopo lo scioglimento di una simile crisi, e con riserva della possibilità di ulteriori fasi critiche prodotte da nuove situazioni, si può per comodità di analisi definire come sviluppo “normale” del partito. Presentando il massimo di continuità nel sostenere un programma e nella vita della gerarchia dirigente (al disopra delle sostituzioni personali di capi infedeli o logorati) il partito presenta anche il massimo di efficace ed utile lavoro nel guadagnare il proletariato alla causa della lotta rivoluzionaria. Non si tratta qui semplicemente di un effetto di ordine didattico sulle masse e tanto meno della velleità di esibire un partito intrinsecamente puro e perfetto, ma proprio del massimo rendimento nel processo reale per cui, come meglio si vedrà innanzi, attraverso il sistematico lavoro di propaganda, di proselitismo e soprattutto di attiva partecipazione alle lotte sociali, si effettua lo spostamento dell’azione di un sempre maggior numero di lavoratori dal terreno degli interessi parziali e immediati a quello organico e unitario della lotta per la rivoluzione comunista; poiché solo quando una simile continuità esiste è possibile, non solo vincere le esitanti diffidenze del proletariato verso il partito, ma incanalare e inquadrare rapidamente e efficacemente le nuove energie acquisite nel pensiero come nell’azione comune, creando quella unità di movimento che è condizione rivoluzionaria indispensabile.

9. – Per tutte le stesse ragioni va considerato come un procedimento affatto anormale quello della aggregazione al partito di altri partiti o parti staccate di partiti. Il gruppo che si era fino a un tal momento distinto per una diversa posizione programmatica e per una organizzazione indipendente non arreca un insieme di elementi utilmente assimilabili in blocco e viene ad alterare la saldezza della posizione politica e della struttura interna del vecchio partito di modo che l’aumento di effettivi numerici è lungi dal corrispondere ad un aumento di forza e di potenzialità del partito, e potrebbe talvolta paralizzare il suo lavoro di inquadramento delle masse in luogo di agevolarlo.
È desiderabile che al più presto si affermi inammissibile nel seno della organizzazione comunista mondiale la deroga a due princìpi fondamentali di organizzazione: non può esservi in ogni paese che un solo partito comunista, e non si può aderire alla Internazionale Comunista che per la via della ammissione individuale nel partito comunista del dato paese.

Parte quinta: Elementi di tattica del Partito Comunista tratti dall’esame delle situazioni

Punto 24. … «Il deve sforzarsi di prevedere lo sviluppo delle situazioni per esplicare in esse quel grado di influenza che gli è possibile; ma l’attendere le situazioni per subirne in modo eclettico e discontinuo le indicazioni e le suggestioni è metodo caratteristico dell’opportunismo socialdemocratico. Se i partiti comunisti dovessero essere costretti ad adattarsi a questo sottoscriverebbero la rovina della costruzione ideologica e militante del comunismo. 

25. – Il partito comunista intanto riesce a possedere il suo carattere di unità e di tendenza a realizzare tutto un processo programmatico, in quanto raggruppa nelle sue file quella parte del proletariato che ha superato nell’organizzarsi la tendenza a muoversi soltanto per gli impulsi immediati di ristrette situazioni economiche. L’influenza della situazione sui movimenti d’insieme del partito cessa di essere immediata e deterministica per divenire una dipendenza razionale e volontaria, in quanto la coscienza critica e l’iniziativa della volontà che hanno limitatissimo valore per gli individui sono realizzate nella collettività organica del partito: tanto più che il partito comunista si presenta come antesignano di quelle forme di associazione umana che trarranno dall’aver superato la presente informe organizzazione economica la facoltà di dirigere razionalmente, in luogo di subirlo passivamente, il gioco dei fatti economici e delle loro leggi.

Progetto di tesi sulla tattica presentato dal P.C.d’Italia al IV Congresso di Mosca del novembre-dicembre 1922

(da STATO OPERAIO, 6-3-1924)

Queste tesi furono contrapposte a quelle approvate dal Congresso perché si opponevano alla tattica del fronte unico e a quella del governo operaio.

Alcuni punti interessano il problema dell’organizzazione. Ogni tradizione di federalismo deve essere eliminata, per assicurare centralizzazione e disciplina unitaria. Ma questo problema storico non va risolto con espedienti meccanici. Anche la nuova Internazionale, per evitare pericoli opportunisti e crisi disciplinari interne, deve fondare la centralizzazione sulla chiarezza non solo del programma, ma anche della tattica e del metodo di lavoro. Fin d’allora si ribadiva che questa è la sola garanzia su cui il centro può basare la sua sicura autorità.

Costituzione dei Partiti Comunisti e della I.C.

[…]

La organizzazione internazionale, eliminando tutte le vestigia del federalismo della vecchia Internazionale, deve assicurare il massimo di centralizzazione e di disciplina. Questo processo si svolge tuttora attraverso le difficoltà derivanti dalle differenti condizioni dei vari paesi e dalle tradizioni dell’opportunismo. Esso si risolverà efficacemente non con espedienti meccanici, ma con la realizzazione di una effettiva unità di metodo, che ponga in evidenza i caratteri comuni all’azione dei gruppi di avanguardia del proletariato nei vari paesi.

Non si può ammettere che un qualunque gruppo politico possa essere inquadrato nella disciplina e nella organizzazione rivoluzionaria internazionale in virtù della semplice sua adesione a dati testi, e con la promessa di osservanza di una serie d’impegni. Si deve invece tener conto del processo reale svoltosi nei gruppi organizzati che agiscono nella politica proletaria (partiti e tendenze) e della formazione della loro ideologia e della loro esperienza di azione per giudicare se, ed in quale misura, possono essi far parte dell’Internazionale Comunista.

Le crisi disciplinari dell’Internazionale Comunista dipendono da un doppio aspetto che assume oggi l’opportunismo tradizionale: quello di accettare con entusiasmo le formulazioni dell’esperienza tattica dell’Internazionale Comunista, senza intenderne la solida coordinazione ai fini rivoluzionari ma cogliendone le forme esteriori di applicazione come un ritorno ai vecchi metodi opportunisti destituiti di ogni coscienza e volontà finalistica e rivoluzionaria, e quello di rifiutare quelle formulazioni della tattica con una critica superficiale che le dipinge come una rinuncia e un ripiegamento rispetto agli obbiettivi programmatici rivoluzionari. Nell’uno e nell’altro caso si tratta di incomprensione dei rapporti che corrono tra l’impiego dei mezzi e i fini comunisti.

Per eliminare i pericoli opportunisti e le crisi disciplinari, l’Internazionale Comunista deve appoggiare la centralizzazione organizzativa sulla chiarezza e la precisione delle risoluzioni tattiche e sulla esatta definizione dei metodi da applicare.

Una organizzazione politica, fondata cioè sulla adesione volontaria di tutti i suoi membri, risponde alle esigenze dell’azione centralizzata solo quando tutti i suoi componenti abbiano visto ed accettato l’insieme dei metodi che dal centro può essere ordinato di applicare nelle varie situazioni.

Il prestigio e l’autorità del centro, che non dispongono di sanzioni materiali, ma si avvalgono di coefficienti che restano nel dominio dei fattori psicologici, esigono assolutamente chiarezza, precisione e continuità nelle proclamazioni programmatiche e nei metodi di lotta. In questo sta la sola garanzia di poter costituire un centro di effettiva azione unitaria del proletariato internazionale.

Un’organizzazione solida nasce solo dalla stabilità delle sue norme organizzative; che, assicurando ogni singolo della loro applicazione imparziale, riduce al minimo le ribellioni e le diserzioni. Gli statuti organizzativi, non meno della ideologia e delle norme tattiche, devono dare un’impressione di unità e di continuità.

Per queste considerazioni, poggiate su di una ricca esperienza, nel passaggio dal periodo di costruzione dell’Internazionale dei partiti comunisti a quello della azione del Partito Comunista Internazionale, si presenta necessaria l’eliminazione di norme di organizzazione affatto anormali.

Tali sono le fusioni di sezioni isolate dell’Internazionale con altri organismi politici, il fatto che taluna di queste possa essere costituita non sul criterio delle adesioni personali, ma su quello della adesione di organizzazioni operaie, la esistenza di frazioni o gruppi di organizzati su basi tendenziali nel seno della organizzazione, la penetrazione sistematica e il noyautage in altri organismi che abbiano natura e disciplina politica (il che si applica ancor più a quelli di tipo militare).

Nella misura in cui la Internazionale applicherà tali espedienti, si verificheranno manifestazioni di federalismo e rotture disciplinari. Se dovesse arrestarsi o invertirsi il processo per tendere alla eliminazione di tali anormalità o se queste dovessero elevarsi a sistema, si presenterebbe con estrema gravità il pericolo di una ricaduta nell’opportunismo.

Discorso del rappresentante della Sinistra allo stesso Congresso (quarta seduta dell’11 novembre 1922)

(da IL LAVORATORE, 9-12-1922) 

Questo discorso espone in quale senso la Sinistra italiana accetta principi dei precedenti congressi, tra cui quello della conquista della maggiore influenza sulle masse.

La tattica del fronte unico è accettata entro limiti precisi che rispettino l’autonomia del Partito comunista e la sua indipendenza da blocchi politici di altri partiti. Quanto al governo operaio, che apparve non in un Congresso, ma nell’Allargato del giugno 1922, se esso fosse la mobilitazione rivoluzionaria per la dittatura del proletariato non vi sarebbero pericoli, ma se invece lasciasse intendere un’altra formula per la conquista del potere, la parola va rigettata.

A parte le quistioni tattiche, è fatto parola di un altro punto di grave dissenso sui metodi di lavoro interno, che non consiste nel chiedere una applicazione di democrazia, da cui la Sinistra rifugge da sempre, ma in una diversa visione dialettica delle garanzie della disciplina centrale. In questo punto cruciale sta il giusto allarme della Sinistra sulla futura degenerazione dell’Internazionale.

La questione della maggioranza

I comunisti italiani non hanno sostenuto, né in teoria né in pratica, un metodo putschista che si illude di conquistare il potere con un piccolo Partito rivoluzionario; solamente essi non accettano la formula della maggioranza della classe operaia, che è vaga ed arbitraria. È vaga perché non può dire se si tratta del solo proletariato o anche degli strati semiproletari, degli organizzati politici o sindacali. Questa formula ci sembra arbitraria in questo senso: nulla ci può fare escludere che l’attacco rivoluzionario sia reso impossibile dai rapporti delle forze in una situazione in cui noi possediamo la maggioranza; come d’altra parte non si può escludere che l’attacco sia possibile prima di aver raggiunto questa maggioranza.

La nostra opinione sui compiti dell’Internazionale e sull’esposizione che ne ha fatto il compagno Zinoviev è che l’Internazionale finora non ha risolto il grande problema tattico nel modo più felice. Di solito si riconosce la tendenza di sinistra per la fiducia che essa ha nell’avvento prossimo della rivoluzione. Ora a questo riguardo io sono un po’ più pessimista del compagno Zinoviev.

Se una condizione oggettiva indispensabile per la rivoluzione è l’esistenza di una grande crisi capitalistica, bisogna non di meno constatare che le condizioni soggettive per l’esistenza di una forte Internazionale Comunista e per la sua influenza sulle masse sono in un certo senso compromesse dall’influenza diretta della crisi sulle organizzazioni economiche operaie, sui sindacati e sulle organizzazioni analoghe.

[…]

Come affrontare la reazione padronale

[…]

Noi abbiamo detto che concepiamo dei limiti nei mezzi di applicazione di questa tattica, limiti che si ricongiungono alla necessità di non compromettere gli altri fattori della influenza del partito sulle masse e della preparazione rivoluzionaria interiore dei suoi aderenti; poiché non dobbiamo mai dimenticare che il nostro partito non è un meccanismo rigido che noi manovriamo, ma è una cosa reale su cui i fattori esteriori agiscono e che è suscettibile di essere modificato dalla direzione stessa che noi imprimiamo alla nostra tattica. 

[…]

Il pericolo di un revisionismo comunista

Noi affermiamo che il pericolo che il fronte unico degeneri in un revisionismo comunista esiste e che per evitarlo bisogna tenersi in questi limiti.

Per ciò che concerne la parola d’ordine del “Governo Operaio”, se si afferma, come nell’Esecutivo Allargato del mese di giugno, che esso è esattamente la “mobilitazione rivoluzionaria della classe operaia per il rovesciamento della dominazione borghese”, noi troviamo che in certi casi può convenire di usare questa parola come sostituzione terminologica della dittatura del proletariato. In ogni caso noi non ci opponiamo a ciò salvo che non paia troppo opportunista questo bisogno di mascherare il nostro vero programma. Ma se questa parola del Governo Operaio deve dare alla massa operaia l’impressione che, non una situazione transitoria politica, né un rapporto momentaneo di forze sociali, ma il problema essenziale dei rapporti fra la classe proletaria e lo Stato (problema su cui noi abbiamo fondato la ragione d’essere del programma e dell’organizzazione dell’Internazionale) può risolversi in altro modo che non sia la lotta armata per la conquista del potere e per il suo esercizio nella forma della dittatura proletaria, noi respingiamo allora questo mezzo tattico, poiché esso, per il dubbio risultato di una popolarità immediata, compromette una condizione fondamentale della preparazione del proletariato e del partito ai compiti rivoluzionari.

Si potrà dire che il governo operaio non è ciò che noi supponiamo; ma io debbo osservare che ho più volte inteso spiegare ciò che il governo operaio non è, ma debbo ancora sentire dalla bocca di Zinoviev o di altri ciò che il governo operaio è.

Se si tratta di prospettarsi obbiettivamente la realizzazione di un regime di passaggio che precederà la dittatura proletaria, io credo che là dove la vittoria proletaria non perverrà a prendere una forma estremamente decisiva, si deve piuttosto prevedere che il processo si diriga attraverso i colpi della reazione verso governi borghesi di coalizione, nei quali la destra degli opportunisti probabilmente parteciperà in maniera diretta e i centristi scompariranno dalla scena politica, dopo aver compiuto il loro compito di complici della socialdemocrazia.

[…]

Noi siamo per il massimo di centralizzazione e di potere agli organi supremi centrali. Ma ciò che deve assicurare l’obbedienza alle iniziative del centro dirigente non è soltanto un sermone solenne per la disciplina da un lato e dall’altro i più sinceri impegni a rispettarla; né si tratta di una applicazione formale e minuziosa della democrazia interna e del controllo da parte della massa degli organizzati, che sovente si riduce ad una finzione. La garanzia della disciplina deve essere cercata altrove, se noi ci ricordiamo, al lume della dialettica marxista, quale è la natura della nostra organizzazione, che non è un meccanismo, che non è un esercito, ma che è un complesso unitario reale, il cui sviluppo è in primo luogo un prodotto e in secondo luogo un fattore dello sviluppo della situazione storica.

La garanzia di una disciplina non può essere trovata che nella precisione dei limiti entro i quali i nostri metodi di azione debbono applicarsi, nella precisione dei programmi e delle risoluzioni tattiche fondamentali e delle misure d’organizzazione.

La rivoluzione Russa ha dato al movimento rivoluzionario internazionale le basi per un ristabilimento della sua ideologia e della sua organizzazione di combattimento; è questo un beneficio inestimabile e che produrrà i suoi effetti ulteriori nella misura in cui il legame fra la rivoluzione russa e il movimento proletario internazionale sarà mantenuto. Noi critichiamo, e giustamente poiché essa ci allontana da questo scopo, la tendenza a lasciare troppa libertà nelle misure di organizzazione e nei mezzi tattici dei quali la scelta deve essere rimessa al centro dirigente. Questa scelta deve restare, noi affermiamo, al centro e non alle organizzazioni nazionali secondo i giudizi che esse pretendono di dare delle loro condizioni speciali. Se l’estensione di questa scelta rimane troppo larga e talvolta perfino imprevedibile, ne deriverà fatalmente la frequenza di casi di indisciplina che spezzano la continuità e il prestigio dell’organizzazione rivoluzionaria mondiale.

[…]

Per un vero Partito Comunista Internazionale

Volendo trovare a qualsiasi costo dei mezzi risolutivi per raggiungere dei grandi successi rivoluzionari, si è forse presa una via che, attraverso le crisi che si sono determinate senza che nessuna forza a disposizione della nostra volontà possa impedirle, ha allontanato dei risultati veramente sicuri e solidi; ed è possibile che dei momenti decisivi ci trovino con delle questioni imbarazzanti sulle braccia. Io non pretendo che questa esperienza non sia stata in un certo senso necessaria; mi permetto di portare qui un contributo che deriva non da speculazioni astratte, ma dalla esperienza di un partito che occupa il suo posto nella lotta sul fronte comune.

La nostra Internazionale è considerata troppe volte come qualche cosa che è al di fuori dei partiti che ad essa aderiscono: talvolta questi partiti o delle frazioni di questi partiti si permettono con essa dei dibattiti polemici sovente pubblici e insolenti. L’Internazionale è ridotta a farsi delle frazioni nei partiti che dovrebbero essere ai suoi ordini, ciò che mi sembra assurdo e disastroso.

Noi ci vediamo costretti a liquidare troppe questioni d’organizzazione e di disciplina nel momento stesso in cui constatiamo che l’avversario sferra una tale reazione da rendere praticamente impossibile i pourparler, i negoziati, tutta la procedura che si impone in tali casi.

Io terminerò con una parola che Zinoviev stesso ha lanciato: Siamo un vero Partito Comunista Internazionale, solidamente centralizzato e temprato per la lotta rivoluzionaria. Io osservo che in un tale partito non si farebbero dei cambiamenti nella struttura organizzativa in un settore isolato, che nei suoi congressi sovrani non si vedrebbero mai dei delegati i quali provengono da una data circoscrizione e non sono in ordine con le regole generali di organizzazione.

Dichiarazione della Sinistra sul progetto di organizzazione dell’Internazionale

(Ventisettesima seduta del 30 novembre 1922)

Di tale dichiarazione (tratta dal protocollo tedesco), è notevole la parte circa la eliminazione dei residui dei metodi di tipo socialdemocratico, ma è nello stesso tempo chiarito il senso dialettico del rapporto tra centro e periferia, Il resto della risoluzione si riferiva ad altri problemi tra cui la protesta contro il convocare il V Congresso dopo due anni, a cui fu risposto che sarebbe stato convocato entro il 1923, Il che non avvenne.

Trovo completamente accettabile in tutte le sue parti il progetto di organizzazione. Esso contiene disposizioni che, obiettivamente considerate, hanno una grande importanza perché mirano ad eliminare gli ultimi residui dei metodi organizzativi a tipo federalistico della vecchia Internazionale. Se, in questo stadio del Congresso, fosse ancora possibile allargare ancora un po’ la discussione, potrei sollevare la questione se tutto ciò che è necessario per rendere operante una effettiva centralizzazione rivoluzionaria è realizzabile mediante una riforma dell’apparato organizzativo. Ho già detto qualcosa in merito nel mio discorso sul rapporto dell’Esecutivo e non mi ripeterò ora. Devo tuttavia ribadire che, se vogliamo realizzare una effettiva centralizzazione, cioè una sintesi delle forze spontanee dell’avanguardia del movimento rivoluzionario nei diversi paesi, per poter eliminare le crisi disciplinari che oggi constatiamo dobbiamo si centralizzare il nostro apparato organizzativo, ma nello stesso tempo unificare i nostri metodi di lotta e precisar bene tutto ciò che si riferisce al programma e alla tattica dell’I.C. A tutti i gruppi e compagni appartenenti all’I. C. dobbiamo spiegare esattamente che cosa significhi il dovere di incondizionata obbedienza che essi contraggono entrando nelle nostre file.

Quanto ai Congressi internazionali, concordo pienamente sulla soppressione dei mandati imperativi e sul modo di convocazione dei congressi nazionali. Ammetto senza riserve che si tratta qui di misure che corrispondono ai principi della centralizzazione, ma sono dell’avviso che, nell’interesse di una vera centralizzazione, non dovremmo limitarci a dichiarare che i mandati imperativi devono essere soppressi e i congressi mondiali tenuti prima dei congressi nazionali, perché sullo stesso lavoro e sulla stessa organizzazione dei Congressi mondiali vanno dette parole ancor più gravi.

Non propongo di riaprire ora un grande dibattito sulla questione della tattica, ma, se penso al programma, agli statuti, alla tattica, trovo assurda l’idea di convocare il V Congresso solo fra due anni. In nome della maggioranza della delegazione italiana, mi riservo quindi di presentare la proposta che il V Congresso dell’I. C., tenuto conto del rinvio di temi molto importanti, si tenga nell’estate o nell’autunno del 1923 al massimo,

[Kolarov a nome del C. E chiarisce che il V Congresso si terrà l’anno prossimo e che le decisioni circa l’intervallo di due anni fra i congressi mondiali entreranno in vigore solo dopo].

Lenin nel cammino della rivoluzione

(febbraio 1924)

Questi passi della Conferenza tenuta alla Casa del popolo di Roma in pieno regime fascista, il 24-2-1924, sono ben noti perché compresi nel recente volume edito dal partito col titolo « La Sinistra comunista in Italia sulla linea marxista di Lenin ».

E’ svolta la nostra visione della funzione del capo in rapporto alla organizzazione in partito, Sono da notare le critiche decise della banalità di ogni democrazia numerica e di ogni scelta basata sul numero bruto dei pareri. E’ negato che nel partito come nella società di domani una funzione più alta determini vantaggio e privilegio personale.

[…]

Dal nostro punto di vista materialistico storico, la funzione dei capi si studia uscendo decisamente fuori dai limiti angusti in cui la chiude la concezione individualista volgare. Per noi un individuo non è una entità, una unità compiuta e divisa dalle altre, una macchina per sé stante, o le cui funzioni siano alimentate da un filo diretto che la unisca alla potenza creatrice divina o a quella qualsiasi astrazione filosofica che ne tiene il posto, come la immanenza, la assolutezza dello spirito, e simili astruserie. La manifestazione e la funzione del singolo sono determinate dalle condizioni generali dell’ambiente e della società e dalla storia di questa. Quello che si elabora nel cervello di un uomo ha avuto la sua preparazione nei rapporti con altri uomini e nel fatto, anche di natura intellettiva, di altri uomini. Alcuni cervelli privilegiati ed esercitati, macchine meglio costruite e perfezionate, traducono ed esprimono e rielaborano meglio un patrimonio di conoscenze e di esperienze che non esisterebbe se non si appoggiasse sulla vita della collettività. Il capo, più che inventare, rivela la massa a sé stessa e fa sì che essa si possa riconoscere sempre meglio nella sua situazione rispetto al mondo sociale e al divenire storico, e possa esprimere in formule esteriori esatte la sua tendenza ad agire in quel senso, di cui sono poste le condizioni dai fattori sociali, il cui meccanismo in ultimo, si interpreta partendo dall’indagine degli elementi economici. Anzi, la più grande portata del materialismo storico marxista, come soluzione geniale del problema della determinazione e della libertà umana, sta nell’averne tolta l’analisi dal circolo vizioso dell’individuo isolato dall’ambiente, e averla riportata allo studio sperimentale della vita delle collettività. Sicché le verifiche del metodo deterministico marxista, dateci dai fatti storici, ci permettono di concludere che è giusto il nostro punto di vista oggettivistico e scientifico nella considerazione di queste questioni, anche se la scienza al suo grado attuale di sviluppo non può dirci per quale funzione le determinazioni somatiche e materiali sugli organismi degli uomini si esplichino in processi psichici collettivi e personali.

Il cervello del capo è uno strumento materiale funzionante per legami con tutta la classe e il partito; le formulazioni che il capo detta come teorico e le norme che prescrive come dirigente pratico, non sono creazioni sue, ma precisazione di una coscienza i cui materiali appartengono alla classe-partito e sono prodotti di una vastissima esperienza. Non sempre tutti i dati di questa appaiono presenti al capo sotto forma di erudizione meccanica, cosicché noi possiamo realisticamente spiegarci certi fenomeni di intuizione che vengono giudicati di divinazione e che, lungi dal provarci la trascendenza di alcuni individui sulla massa, ci dimostrano meglio il nostro assunto che il capo è lo strumento operatore e non il motore del pensiero e dell’azione comune.

Il problema dei capi non si può porre allo stesso modo in tutte le epoche storiche, perché i suoi dati si modificano nel corso della evoluzione. Anche qui noi usciamo dalle concezioni che pretendono che questi problemi si risolvano per dati immanenti, nella eternità dei fatti dello spirito. Come la nostra considerazione della storia del mondo assegna un posto speciale alla vittoria di classe del proletariato, prima classe che vinca possedendo una teoria esatta delle condizioni sociali e la conoscenza del suo compito, e che possa, “uscendo dalla preistoria umana”, organizzare il dominio dell’uomo sulle leggi economiche, così la funzione del capo-proletario è un fenomeno nuovo e originale della storia, e possiamo ben mandare a spasso chi ce lo vuol risollevare citando le prevaricazioni di Alessandro o di Napoleone. E infatti per la speciale e luminosa figura di Lenin, se pure egli non ha vissuto il periodo che apparirà quello classico della rivoluzione operaia, quando questa mostrerà le sue maggiori forze a terrificazione dei filistei, la biografia incontra caratteri nuovi e i cliché storici tradizionali della cupidigia di potere, dell’ambizione, del satrapismo, impallidiscono e incretiniscono al confronto della diritta, semplice e ferrea storia della sua vita e dell’ultimo particolare del suo habitus personale.

I capi e il capo sono quelli e colui che meglio e con maggiore efficacia pensano il pensiero e vogliono la volontà della classe, costruzioni necessarie quanto attive delle premesse che ci danno i fattori storici. Lenin fu un caso eminente, straordinario, di questa funzione, per intensità ed estensione di essa. Per quanto meraviglioso sia il seguire l’opera di quest’uomo all’effetto di intendere la nostra dinamica collettiva della storia, non noi però ammetteremo che la sua presenza condizionasse il processo rivoluzionario alla cui testa lo abbiamo veduto, e tanto meno che la sua scomparsa arresti le classi lavoratrici sul loro cammino.

Più ancora: questo processo di elaborazione di materiale appartenente a una collettività, che noi vediamo nell’individuo del dirigente, come prende dalla collettività e a essa restituisce energie potenziate e trasformate, così nulla può togliere colla sua scomparsa dal circolo di queste. La morte dell’organismo di Lenin non significa per nulla la fine di questa funzione se, come abbiamo dimostrato, in realtà il materiale come egli lo ha elaborato deve ancora essere alimento vitale della classe e del partito. In questo senso, prettamente scientifico, cercando di guardarci, per quanto è possibile, da concetti mistici e da amplificazioni letterarie, noi possiamo parlare di una immortalità, e per lo stesso motivo della particolare impostazione storica di Lenin e del compito suo mostrare quanto questa immortalità sia più ampia di quella degli eroi tradizionali di cui ci parlano la mistica e la letteratura.

La morte resta per noi non l’eclissi di una vita concettuale, ché questa non ha fondamento nella persona ma in enti collettivi, ma è un puro fatto fisico scientificamente valutabile. La nostra assoluta certezza che quella funzione intellettiva che corrispondeva all’organo cerebrale di Lenin è dalla morte fisica arrestata per sempre in quell’organo, e non si traduce in un Lenin incorporeo che noi possiamo celebrare come presente invisibile ai nostri riti, che quella macchina possente e mirabile è purtroppo distrutta per sempre, diventa la certezza che la funzione di essa si continua e si perpetua in quella degli organi di battaglia nella direzione dei quali egli primeggiò. Egli è morto, l’autopsia ha mostrato come: attraverso il progressivo indurimento dei vasi cerebrali sottoposti a una pressione eccessiva e incessante. Certi meccanismi di altissima potenza hanno una vita meccanica breve: il loro sforzo eccezionale è una condizione della loro precoce inutilizzazione.

Chi ha ucciso Lenin è questo processo fisiologico, determinato dal lavoro titanico cui negli anni supremi egli volle, e doveva, sottoporsi, perché la funzione collettiva esigeva che quell’organo girasse al più alto rendimento, e non poteva essere in altro modo. Le resistenze che si opponevano al compito rivoluzionario hanno rovinato questo magnifico utensile, ma dopo che esso aveva spezzato i punti vitali della materia avversa su cui operava.

Lenin stesso ha scritto che, anche dopo la vittoria politica del proletariato, la lotta non è terminata; che noi non possiamo, uccisa la borghesia, sgombrare senz’altro il suo mostruoso cadavere: questo rimane e si decompone in mezzo a noi e i suoi miasmi pestilenziali ci ammorbano l’aria che respiriamo. Questi prodotti venefici, nelle loro molteplici forme, hanno avuto ragione del migliore tra gli artefici rivoluzionari. Essi ci appaiono come il lavoro immane, necessario ad affrontare le gesta militari e politiche della reazione mondiale e le trame delle sette controrivoluzionarie, come lo sforzo spasmodico per uscire dalle strettezze atroci della fame prodotta dal blocco capitalista, cui Lenin doveva sottoporre il suo organismo senza potersi risparmiare. Ci appaiono, tra l’altro, come i colpi di rivoltella della socialrivoluzionaria Dora Kaplan, che restano collocati nelle carni di Lenin e contribuiscono all’opera dissolvitrice. Sforzandoci di essere pari all’obiettività del nostro metodo, noi possiamo solo trovare in questa valutazione di fenomeni patologici nella vita sociale il modo di esprimere un giudizio su certe attitudini che altrimenti non sarebbero, nella loro insultante insensatezza, suscettibili di essere giudicate, come quella degli anarchici nostrani che hanno commentato la scomparsa del più grande lottatore della classe rivoluzionaria sotto il titolo: “Lutto o festa?”. Anche questi sono fermenti di un passato che deve scomparire: l’avvenirismo paranoico è sempre stata una delle manifestazioni delle grandi crisi. Lenin ha sacrificato se stesso nella lotta contro queste sopravvivenze che lo circondavano anche nella triplice fortezza della prima rivoluzione; la lotta sarà ancora lunga, ma finalmente il proletariato vincerà levandosi fuori dalle molteplici pietose esalazioni di uno stato sociale di disordine e di servitù, e del loro disgustoso ricordo.

Al momento in cui Lenin muore, un interrogativo si presenta dinanzi a noi, e noi certo non lo sfuggiremo. La grande previsione di Lenin è forse fallita? La crisi rivoluzionaria, che con lui noi attendevamo, è rinviata, e per quanto?

La organizzazione in partito, che permette alla classe di essere veramente tale e vivere come tale, si presenta come un meccanismo unitario in cui i vari “cervelli” (non solo certamente i cervelli, ma anche altri organi individuali) assolvono compiti diversi a seconda delle attitudini e potenzialità, tutti al servizio di uno scopo e di un interesse che progressivamente si unifica sempre più intimamente “nel tempo e nello spazio” (questa comoda espressione ha un significato empirico e non trascendente). Non tutti gli individui hanno dunque lo stesso posto e lo stesso peso nella organizzazione: man mano che questa divisione dei compiti si attua secondo un piano più razionale (e quello che è oggi per il partito-classe sarà domani per la società) è perfettamente escluso che chi si trova più in alto gravi come privilegiato sugli altri. La evoluzione rivoluzionaria nostra non va verso la disintegrazione, ma verso la connessione sempre più scientifica degli individui tra loro.

Essa è anti-individualista in quanto materialista; non crede all’anima o a un contenuto metafisico e trascendente dell’individuo, ma inserisce le funzioni di questo in un quadro collettivo, creando una gerarchia che si svolge nel senso di eliminare sempre più la coercizione e sostituirvi la razionalità tecnica. Il partito è già un esempio di una collettività senza coercizione.

Questi elementi generali della questione mostrano come nessuno meglio di noi è al di là del significato banale dell’egualitarismo e della democrazia “numerica”. Se noi non crediamo all’individuo come base sufficiente di attività, che valore può avere per noi una funzione del numero bruto degli individui? Che può significare per noi democrazia o autocrazia? Ieri avevamo una macchina di primissimo ordine (un “campione di eccezionale classe”, direbbero gli sportivi) e questo potevamo metterlo all’apice supremo della piramide gerarchica: oggi questi non v’è ma il meccanismo può seguitare a funzionare con una gerarchia un poco diversa in cui alla sommità vi sarà un organo collettivo costituito, si intende, da elementi scelti. La questione non si pone a noi con un contenuto giuridico, ma come un problema tecnico non pregiudicato da filosofemi di diritto costituzionale o, peggio, naturale. Non vi è una ragione di principio che nei nostri statuti si scriva “capo” o “comitato di capi”, e da queste premesse parte una soluzione marxista della questione della scelta: scelta che fa, più che tutto, la storia dinamica del movimento e non la banalità di consultazioni elettive. Preferiamo non scrivere nella regola organizzativa la parola capo perché non sempre avremo tra le file una individualità della forza di un Marx o di un Lenin. In conclusione, se l’uomo, lo “strumento” di eccezione esiste, il movimento lo utilizza: ma il movimento vive lo stesso quando tale personalità eminente non si trova. La nostra teoria del capo è molto lungi dalle cretinerie con cui le teologie e le politiche ufficiali dimostrano la necessità dei pontefici, dei re, dei “primi cittadini”, dei dittatori e dei duci, povere marionette che si illudono di fare la storia.

Organizzazione e disciplina comunista

(maggio 1924)

Questo articolo è preso dal nr. 5 del 15-5-1924 della rivista Prometeo che apparve a Napoli ad opera dei compagni della Sinistra nel 1924. Un’altra serie della rivista apparve a Bruxelles sempre ad opera di compagni della Sinistra. Infine, ad opera del nostro Partito, Prometeo è apparso in Italia tra il luglio 1946 e il luglio-settembre 1952. Pubblicazioni ulteriori dallo stesso titolo sono estranee al nostro movimento.

Questo antico articolo conferma le nostre posizioni circa l’organizzazione e la disciplina, e stabilisce il giusto rapporto non meccanico tra le funzioni del centro e della base, ripudiando ogni applicazione di banalità democratiche.

[…]

È implicita nel pensiero marxista la critica della pomposa illusione maggioritaria secondo cui la via giusta è sempre indicata dal confronto fra le cifre di una votazione in cui ogni individuo abbia il medesimo peso e la medesima influenza. E questa critica del criterio maggioritario può arrivare a respingerlo come illusorio non soltanto nel monumentale inganno dello Stato borghese parlamentare, ma anche per il funzionamento dello Stato rivoluzionario, anche nel seno di organismi economici proletari e dello stesso nostro Partito, salva sempre la eventualità di doverlo adottare in pratica in mancanza di una migliore convenzione organizzativa. Nessuno più di noi marxisti riconosce la importanza della funzione delle minoranze organizzate, e la assoluta necessità nelle fasi della lotta rivoluzionaria che la classe e il Partito che la conduce funzionino sotto la stretta dirigenza delle gerarchie della propria organizzazione e con la più solida disciplina.

L’esserci così liberati d’ogni pregiudizio di carattere egualitario e democratico non deve, però, condurre a porre a base della nostra azione un nuovo pregiudizio che sia la negazione formalistica e metafisica del primo. Ci richiamiamo a tale proposito a quanto abbiamo scritto nella prima parte dell’articolo sulla questione nazionale (n. 4 di Prometeo) sulla maniera di prospettarci i grandi problemi del comunismo.

Che nella pratica il meccanismo organizzativo e la regola di funzionamento interno dei Partiti Comunisti sia una linea intermedia, per così dire, tra l’assoluto centralismo e l’assoluta democrazia, risulta dalla stessa espressione di “centralismo democratico” ricorrente nei testi dell’Internazionale, e viene ricordato opportunamente nella nota lettera del compagno Trotski che ha suscitato grandi discussioni tra i compagni russi.

Diciamo subito che, come non crediamo di poter chiedere le soluzioni dei problemi rivoluzionari ai principi astratti e tradizionalisti sia di libertà sia d’autorità, così poco ci soddisfa l’espediente di trovare la nostra risposta attraverso una specie di miscuglio dei due termini suddetti quasi considerati come ingredienti fondamentali da combinare tra loro.

La posizione comunista nei problemi d’organizzazione e di disciplina deve secondo noi risultare molto più completa, soddisfacente ed originale.

Per indicarla in sintesi (ben facendo comprendere che siamo contro ad ogni criterio di federalismo autonomistico, e accettiamo il termine di centralismo in quanto ha valore di sintesi e d’unità contrapposto all’associarsi quasi casuale e “liberale” di forze sorte dalle più svariate iniziative indipendenti), noi preferiamo da tempo l’espressione di “centralismo organico”. Quanto ad un più completo svolgimento della conclusione accennata, riteniamo che lo si avrà, meglio ancora che dallo sviluppo di questo studio di cui tracciamo qui qualche premessa iniziale, assai probabilmente in testi che potranno essere discussi nel V Congresso Comunista mondiale. Il problema è anche considerato in parte nelle tesi tattiche per il IV Congresso che sono state recentemente riprodotte da Stato Operaio.

[…]

Richiamiamoci alla storia dei partiti socialisti tradizionali e della II Internazionale. Questi partiti, nei gruppi opportunisti che n’avevano presa la direzione, si rifugiavano nell’ombra dei principi borghesi di democrazia e d’autonomia dei vari organi. Ciò però non impediva che contro gli elementi di sinistra che reagivano alle tendenze revisionistiche e opportuniste si adoperasse largamente lo spauracchio della disciplina alle maggioranze e della disciplina ai capi. Questo diventò anzi l’espediente fondamentale col quale quei partiti potettero assolvere, soprattutto allo scoppio della guerra mondiale, la funzione, in cui degenerarono, di strumenti per la mobilitazione ideologica e politica della classe operaia da parte della borghesia. S’impose così una vera dittatura degli elementi di destra, contro la quale i rivoluzionari dovettero lottare, non perché fossero violati principi immanenti di democrazia interna di partito o per battersi contro il criterio d’accentramento del Partito di classe, che proprio la sinistra marxista invece rivendicava, ma perché nella realtà concreta si trattava di opporsi a forze effettivamente anti-proletarie e anti-rivoluzionarie.

Si giustificò così pienamente in quei partiti il metodo di costituire frazioni d’opposizione ai gruppi dirigenti, di condurre contro di essi una critica spietata, per poi giungere alla separazione e alla scissione che permisero di fondare gli attuali Partiti Comunisti.

È quindi evidente che il criterio della disciplina per la disciplina viene, in date situazioni, adoperato dai controrivoluzionari e serve ad ostacolare lo sviluppo che conduce alla formazione del vero Partito rivoluzionario di classe.

[…]

Più difficile e delicato si presenta il problema quando passiamo ad occuparci della vita interna dei Partiti e dell’Internazionale Comunista. Tutto un processo storico ci separa dalla situazione che nel seno della vecchia Internazionale suggerì la costituzione di frazioni che erano partiti nel partito, e spesso la rottura sistematica della disciplina come avviamento alla scissione feconda di conseguenze rivoluzionarie.

La nostra opinione su tale problema è che non possa risolversi la questione dell’organizzazione e della disciplina nel seno del movimento comunista senza tenersi in stretto rapporto con le questioni di teoria, di programma e di tattica.

Non ci possiamo prospettare un tipo ideale di partito rivoluzionario, come il limite che ci prefiggiamo di raggiungere, e cercare di tracciare la costruzione interna e la regola di vita di questo partito. Giungeremo così facilmente alla conclusione che in un tale partito non possano essere ammissibili competizioni di frazioni e dissensi di organismi periferici delle direttive dell’organo centrale. Applicando sic et simpliciter queste conclusioni alla vita dei nostri partiti e della nostra Internazionale, noi però non avremo risolto nulla: non certo perché una tale applicazione integrale non sia per tutti noi altamente desiderabile, ma proprio perché nella pratica a tale applicazione non ci avviciniamo affatto. Più che l’eccezione, i fatti ci conducono a ravvisare la regola nella divisione dei Partiti Comunisti in frazioni, e nei dissensi che talvolta divengono conflitti tra questi Partiti e l’Internazionale.

Disgraziatamente la soluzione non è così facile.

Occorre considerare che l’Internazionale non funziona ancora come un partito comunista mondiale unico. È sulla via per arrivare a questo risultato, indubbiamente, ed ha fatto passi giganteschi rispetto alla vecchia Internazionale. Ma per assicurarci che proceda effettivamente e nel modo migliore in quella direzione desiderata, e confermare a tale obiettivo l’opera nostra di comunisti, dobbiamo associare la nostra fiducia nella essenza e capacità rivoluzionaria del nostro glorioso organismo mondiale ad un lavoro continuo basato sul controllo e la valutazione razionale di quanto avviene nelle nostre file e della impostazione della sua politica.

Considerata la disciplina massima e perfetta, quale scaturirebbe da un consenso universale anche nella considerazione critica di tutti i problemi del movimento, non come un risultato, ma come un mezzo infallibile di impiegare con cieca convinzione, dicendo tout court: la Internazionale è il Partito Comunista mondiale e si deve senz’altro seguire fedelmente quanto i suoi organismi centrali emanano, è un poco capovolgere sofisticamente il problema.

Noi dobbiamo ricordare, per cominciare l’analisi nostra della questione, che i partiti comunisti sono organismi ad adesione “volontaria”. Questo è un fatto inerente alla natura storica dei partiti, e non il riconoscimento di un qualunque “principio” o “modello”. Sta di fatto che noi non possiamo obbligare nessuno a prendere la nostra tessera, non possiamo fare una coscrizione di comunisti, non possiamo stabilire delle sanzioni contro la persona di chi non si uniformi alla disciplina interna: ognuno dei nostri aderenti è materialmente libero di lasciarci quando crede. Non vogliamo ora dire se è desiderabile o no che così stiano le cose: il fatto è che così stanno e non vi sono mezzi atti a mutarle. Per conseguenza non possiamo adottare la formula, certo ricca di molti vantaggi dell’obbedienza assoluta nell’esecuzione d’ordini venuti dall’alto.

Gli ordini che le gerarchie centrali emanano non sono il punto di partenza, ma il risultato della funzione del movimento inteso come collettività. Questo non è detto nel senso scioccamente democratico o giuridico, ma nel senso realistico e storico. Non difendiamo, dicendo questo, un “diritto” nella massa dei comunisti ad elaborare le direttive a cui devono attenersi i dirigenti: constatiamo che in questi termini si presenta la formazione di un partito di classe, e su queste premesse dovremo impostare lo studio del problema.

Così si delinea lo schema delle conclusioni a cui noi tendiamo noi in materia. Non vi è una disciplina meccanica buona per la attuazione di ordini e disposizioni superiori “quali che siano”: vi è un insieme di ordini e disposizioni rispondenti alle origini reali del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che emanate dal centro possono compromettere la disciplina e la solidità organizzativa.

Si tratta dunque di un tracciamento del compito degli organi dirigenti. Chi dovrà farlo? Lo deve fare tutto il partito, tutta l’organizzazione, non nel senso banale e parlamentare del suo diritto a venire consultato sul “mandato” da conferire ai capi elettivi e sui limiti di questo, ma nel senso dialettico che contempla la tradizione, la preparazione, la continuità reale nel pensiero e nella azione del movimento. Appunto perché siamo antidemocratici, pensiamo che in materia una minoranza può avere vedute più corrispondenti di quelle della maggioranza all’interesse del processo rivoluzionario.

Certo questo avviene eccezionalmente; ed è di estrema gravità il caso che si presenti questo capovolgimento disciplinare, come avvenne nella vecchia Internazionale e come è ben augurabile non abbia più ad avvenire nelle nostre file. Ma senza pensare a questo caso estremo, vi sono altre situazioni meno acute e critiche, in cui tuttavia il contributo dei gruppi nello invocare precisazione nelle direttive da tracciare al centro dirigente, è utile ed indispensabile.

Questa, in breve, la base dello studio della questione, che dovrà essere affrontata tenendo presente la vera natura storica del partito di classe: organismo che tende ad essere l’espressione dell’unificarsi verso uno scopo centrale e comune di tutte le singole lotte proletarie sorgenti sul terreno sociale, organismo che è caratterizzato dalla natura volontaria delle adesioni.

Noi riassumiamo così la nostra tesi, e crediamo di essere così fedeli alla dialettica del marxismo: l’azione che il Partito svolge e la tattica che adotta, ossia la maniera colla quale il partito agisce verso “l’esterno” hanno a loro volta conseguenze sulla organizzazione e costituzione “interna” di esso. Compromette fatalmente il partito chi, in nome di una disciplina illimitata, pretende di tenerlo a disposizione per un’azione, una tattica, una manovra strategica “qualunque”, ossia senza limiti ben determinati e noti all’insieme dei militanti.

Al massimo desiderabile di unità e solidità disciplinare si giungerà efficacemente solo affrontando il problema su questa piattaforma, e non pretendendo che sia già pregiudizialmente risolto da una banale regola di ubbidienza meccanica.

La guerra del Vietnam e i frutti amari del pacifismo opportunista Pt.2

Realtà e leggenda degli accordi di Ginevra

Non sono soltanto i falsi partiti « comunisti », – mentre nel Vietnam i guerriglieri sostengono tutto il peso dell’aggressione americana – , a invocare il … rispetto degli accordi di Ginevra, come se in questi fosse la magica chiave per risolvere la drammatica situazione indocinese. Chi infatti credete che, dodici anni dopo la conferenza dei Nove, esprima sugli accordi di brutale « spartizione » del Vietnam al 17º parallelo un giudizio tanto favorevole quanto contrario alla verità storica come il seguente: « Le clausole più importanti degli accordi di Ginevra sono quelle che sanciscono il rispetto della sovranità, della indipendenza, dell’unità e dell’integrità territoriale del Vietnam »? Forse un rappresentante delle forze imperialistiche che al Viet-minh in lotta per l’indipendenza e l’unità del Vietnam imposero quella divisione? No, è il presidente della Repub- blica nord-vietnamita, capo del Viet-minh e ispiratore dei Viet-cong, il signor Ho Ci Minh in persona, in un’intervista concessa il 26 giugno al giornale «comunista» inglese Daily Worker.

Parrebbe incredibile che così si affermi nel momento stesso in cui il Vietnam del Nord prova nella carne dei suoi abitanti le conseguenze dirette della divisione territoriale della penisola che a Ginevra il Viet-minh dovette accettare nel 1954. Ma incredibile non è. L’ideologia comune a tutto il preteso « campo socialista » consiste nell’opporre alla forza le finzioni del diritto: è quindi affatto naturale che esso trasformi in leggenda la realtà storica. Per Ho Ci Minh come per Kossighin e come per i cinesi, la storia reale è « nulla e non avvenuta ».

Vero nazionalista ma falso rivoluzionario e ancor più falso « comunista », Ho Ci- Minh non ha forse dichiarato al Daily Worker che ai suoi occhi gli « accordi di Ginevra restano sempre validi », « sono la base di qualunque soluzione della questione vietnamita », e « devono essere rispettati e applicati da tutti i contraenti, ivi compresi gli Stati Uniti »? E Kossighin non gli ha forse fatto eco dichiarando ufficiosamente che l’URSS si schiera con la posizione nord-vietnamita: « arresto dei bombardamenti contro il Vietnam del Nord – rispetto scrupoloso degli accordi di Ginevra – evacuazione del materiale di guerra americano, e diritto per il popolo vietnamita di decidere da sè del suo destino »?

Dunque, al linguaggio tuonante dell’ imperialismo, il « campo socialista » risponde in blocco con il linguaggio dolciastro e menzognero del peggiore bigottismo giuridico. E’ perciò che importa contrapporre alla leggenda degli accordi ginevrini la realtà degli accordi stessi, anche se il vero problema è altrove e si chiama: « primato della forza sul diritto ».

Un accordo non firmato

Ricordiamo anzitutto che occorsero tre mesi di trattative faticose fra i Nove (Francia, Viet-minh, Vietnam del Sud, Stati Uniti, Inghilterra, URSS, Cina, più il Laos e il Cambogia), perchè il 21 luglio 1954 si mettesse fine ad una guerra che durava da otto anni e che aveva costato circa 400.000 morti. Queste trattative si conclusero in tre accordi puramente militari (Vietnam, Laos, Cambogia), in dichiarazioni che impegnavano soltanto i loro autori (i governi cambogiano, laotiano e francese), e in una « dichiarazione finale » alla quale gli Stati Uniti si rifiutarono di unirsi e che infine nessuno sottoscrisse, sebbene le altre otto potenze le dessero tacita approvazione. Ora, questa « dichiarazione » (che d’altronde si limitava a prendere atto degli altri testi) conteneva appunto la decisione che il Viet-minh, nelle sue illusioni democratiche, giudicava capitale: quella riguardante le elezioni generali, da cui esso si attendeva la … riunificazione pacifica del paese, e la cui data era stabilita al mese di luglio 1956. 

Poiché la duplicità è la caratteristica principale dei più scrupolosi giuristi, « l’assenza di firma » permise più tardi (come scrive uno storico degli accordi ginevrini) di « fingere di considerare l’organizzazione delle elezioni nel Vietnam nel giro di due anni come un semplice progetto ». Avendo abbandonato le armi per mettersi sul terreno del diritto, il Viet-minh si lasciò gabbare due volte: prima, nella questione della data delle elezioni, – perché mentre, per paura che lo stato del Sud-Vietnam si rafforzasse, aveva sempre preteso che le elezioni avvenissero nel giro di sei mesi contro i diciotto che il governo francese di Bidault proponeva, finì per dover accettare i due anni « generosamente » proposti da Molotov in rappresentanza della « grande alleata socialista » russa; poi, e soprattutto, nella questione di principio, perché questa non fu riconosciuta che in un documento senza valore legale, in quanto mancante di firma.

All’epoca, di fronte a questo capolavoro dell’arte diplomatica, un osservatore borghese si stupì: « La conferenza di Ginevra ha inventato una nuova formula di obbligo legale fra Stati: il trattato non sottoscritto ! » Tutte le persone serie sanno che nessun obbligo puramente « legale » ha mai « obbligato » nessuno Stato, qualunque fosse il numero delle firme. Ma i rappresentanti del « campo socialista », oltre a distinguersi dagli altri borghesi per l’ignoranza che mostrano di fronte a questa realtà storica, li superano in cretinismo giuridico esigendo dagli Stati Uniti che si sentano legalmente vincolati da un trattato che essi non hanno mai sottoscritto, e che non fu nemmeno un trattato in senso proprio! Eppure, nel mondo politico, questo ammasso di idiozie e di incoerenze porta il nome di « politica veramente democratica e progressista » …

Un regolamento « militare »

L’idealizzazione odierna degli accordi di Ginevra da parte di Ho Ci Minh, la loro presentazione come accordi politici conformi ai sacri principi borghesi dell’indipendenza e dell’unità nazionale, sono tanto più scandalose in quanto, per oltre un mese, nel 1954, i negoziatori viet-minh tentarono invano di subordinare la cessazione del fuoco alla soluzione delle questioni politiche, mentre i rappresentanti dell’imperialismo francese facevano il tentativo esattamente inverso e finivano per spuntarla con l’aiuto non solo dell’Inghilterra e della neutralista India, ma soprattutto dell’ URSS e della Cina. In altri termini, 12 anni dopo, Ho Ci Minh ragiona come se le condizioni poste da Pham Van Dong all’inizio delle trattative fossero state accettate, invece di essere, come furono, respinte !

Queste condizioni erano tuttavia moderate e perfino moderatissime: 1) riconoscimento da parte francese della sovranità, indipendenza e integrità territoriale del Vietnam, del Laos e del Cambogia; 2) conclusione di un accordo per il ritiro di tutte le truppe straniere dai territori dei tre paesi in un termine da stabilire, e, prima del ritiro, accordo sullo stazionamento delle truppe francesi in settori limitati, con l’obbligo di non immischiarsi nell’amministrazione locale; 3) organizzazione di elezioni generali libere in vista della costituzione di un governo unico in ciascuno di essi.

La risposta dei diplomatici fu che « il Viet-minh si preoccupava meno di far cessare la guerra che di assorbire tutta la Indocina »; fu quindi di pretendere che il caso del Laos e del Cambogia fosse disgiunto da quello del Vietnam (perché nei due primi stati il rapporto di forza era più sfavorevole ai movimenti anti-imperialisti) e di rifiutare l’accordo su un regolamento politico come premessa alla cessazione del fuoco. A tutta prima il Viet-minh tenne duro sulle condizioni politiche dell’armistizio, sul rifiuto di ritirare le truppe dal Laos e dal Cambogia, e sul principio del riconoscimento dei guerriglieri vittoriosamente operanti nel primo paese (i Pathet Lao) e nel secondo (i Khmer Issarak). Ma, sotto la pressione del rappresentante della « grande alleata socialista » (Molotov), finì per accedere alla tesi dell’imperialismo francese, e così le questioni militari ebbero la precedenza sulle questioni politiche.

Non basta. Sul terreno strettamente militare, il solo problema che si ponesse era il disinnesto delle rispettive forze armate. I diplomatici francesi propongono la formula della « pelle di leopardo », cioè del raggruppamento delle truppe sparse sull’ insieme del territorio: soluzione militarmente instabile, ma che non pregiudicava l’ulteriore organizzazione politica. Scegliere fra questo tipo di accordo militare e quello della « spartizione » avanzato dagli inglesi, e consistente in un raggruppamento delle rispettive forze armate previo scambio di territori, equivaleva, come notò un osservatore borghese, a scegliere fra la « cancrena » (le zone territoriali mal definite favorivano la marcia avanti del Viet-minh) e l’« amputazione ». 

Giudizio esatto: eppure, il Viet-minh « scelse » la seconda soluzione. Quando una simile « bomba » scoppiò, il 25 maggio, i diplomatici francesi esultarono: lo stesso Viet-minh offriva una soluzione che sul piano politico significava la rinuncia all’ unità nazionale e che neppure l’imperialismo francese avrebbe potuto esigere a causa dei suoi « impegni » verso il governo di Saigon!

La formula di Pham Van Dong era questa: « il riaggiustamento avverrà sulla base di uno scambio di territori che tenga conto dei seguenti elementi: superficie, popolazione, interessi politici ed economici, in modo che ad ogni parte tocchino delle zone omogenee, relativamente estese, e che offrano facilitazioni di attività economica e di controllo amministrativo ».

Era la liquidazione precipitosa della guerra, nella stanchezza per la terribile emorragia che Dien Bien Phu, malgrado la vittoria, aveva rappresentato, nel timore di un intervento americano o anche solo dell’invio di un contingente francese, e sotto la pressione dell’URSS e della Cina, impazienti di concludere un « accordo » che « stabilizzasse » una situazione pericolosa in mancanza di una soluzione effettiva dei problemi. Non era il regolamento politico a cui aveva tutti i diritti storici un movimento nazionale rivoluzionario che, agli 80 battaglioni dell’ Union Française, opponeva 120 battaglioni non solo ben armati, ma galvanizzati dalla volontà di spazzar via la quasi secolare oppressione colonialista e che, in quel momento, occupavano più o meno sporadicamente il terreno fino al 13″ parallelo ed anche più a sud, nella regione di Phan-Thiet.

Ora, è questa soluzione miserabile, tipica dei mercanteggiamenti esosi dell’imperialismo, che Ho Ci Minh osa vantare oggi come implicante « il rispetto della sovranità, dell’indipendenza, dell’unità e dell’ integrità territoriale del Vietnam », dimenticando che in origine il Viet-minh poneva la questione non solo del Vietnam, ma di tutta la penisola, e che solo il riconoscimento delle monarchie del Cambogia e del Laos da parte russa e cinese la costrinse a un nuovo ripiegamento politico.

Il mercato dei paralleli

L’abbattimento della dominazione straniera è stato sempre considerato dai marxisti come il primo passo nella rivoluzione nelle colonie, ma come un primo passo soltanto. Il fatto è che i marxisti 1) non si accontentano, come i democratici tradizionali, di un’emancipazione puramente politica, ma aspirano a un’ emancipazione completa, quindi sociale; 2) non credono, come i progressisti di tutte le sfumature, che lo sviluppo capitalista dei paesi arretrati basti ad assicurare questa emancipazione completa (infatti lo sviluppo in senso capitalista imprigiona i popoli dei paesi recentemente liberati nel quadro dello sfruttamento di classe la cui abolizione è lo scopo del comunismo); 3) per loro, l’abbattimento della dominazione straniera e l’instaurazione dell’indipendenza nazionale non sono mai una condizione sufficiente allo sviluppo delle forze economiche e quindi della classe proletaria, cioè del principale risultato storico che, in mancanza di una rivoluzione proletaria nei paesi avanzati, ci si possa attendere dai « primi passi » della rivoluzione coloniale.

Sotto quest’ultimo aspetto, la estensione del nuovo Stato creato, le sue risorse, la sua popolazione, le sue tradizioni di lavoro, i suoi rapporti col mercato mondiale, ecc., hanno una influenza molto più decisiva che il fattore strettamente politico – o meglio, la sua indipendenza politica reale è funzione di tutti questi fattori materiali. Ed è vero che tali fattori non hanno alcun ruolo nell’atteggiamento politico dei marxisti di fronte all’oppressione imperialista, atteggiamento che dipende in modo esclusivo dai principii dell’internazionalismo proletario e non tollera alcuna eccezione. Ma essi hanno un peso enorme nella valutazione del « passo storico » compiuto da ognuna delle rivoluzioni coloniali; rivoluzioni che solo dei democratici incancreniti possono confondere tutte quante (dalla Cina all’Algeria, dalla Corea all’ Egitto) nello stesso rispetto platonico di principii puramente astratti che il marxismo ha sempre rifiutato di far suoi, sostituendoli con criteri materiali e di classe ben altrimenti importanti e reali.

Questo breve richiamo era necessario per far capire che anche da un punto di vista che non ha nulla in comune con quello del nazionalismo borghese, – perché è quello dell’internazionalismo comunista e proletario -, la questione della realizzazione dell’unità nazionale di un’ex colonia, o quella dei limiti, delle risorse e della importanza della popolazione di un nuovo Stato, non è affatto indifferente. Sotto questo aspetto, il regolamento « militare » – cioè imperialista – della questione vietnamita è stato disastroso. E ciò perché non solo ha diviso in due il Vietnam, ma ha lasciato al Vietnam del Nord da cui il movimento anti-imperialista era partito un territorio talmente esiguo, che ogni sviluppo di un certo rilievo delle forze produttive doveva esserne irrimediabilmente compromesso.

La questione era talmente importante che occupò tutta la seconda fase della conferenza di Ginevra (la prima, ripetiamo, aveva avuto per effetto di « far prevalere il regolamento militare su quello politico », come dicevano nel loro gergo i diplomatici). In origine le posizioni dei due avversari erano molto lontane l’una dall’altra: il Viet-minh, che sul terreno dei rapporti di forza occupava la maggior parte della penisola, esigeva come linea di demarcazione il 13º parallelo, il che corrispondeva alla sua situazione militare; l’ imperialismo francese più ingordo degli stessi anglosassoni – chiedeva che la frontiera fosse costituita dal 18° parallelo, in modo da essere « conforme alla ragione, alle leggi della geografia, all’interesse di tutti », ma soprattutto la più breve da una parte all’altra e quindi la meno suscettibile di provocare frizioni. Questa differenza di soluzioni significava circa 600 km, e una popolazione di oltre 2 milioni. Così ebbe inizio un interminabile mercato, in cui le « grandi alleate socialiste » sostennero, per l’ intermediario di Ciu En-lai e di Molotov, il ruolo principale, perché furono esse a costringere i vietnamiti ad accettare la soluzione infine prevalsa.

I militari avevano dapprima proposto di far risalire la linea di confine dal 13º al 14º parallelo. Era una prima ritirata. Sotto la pressione di Ciu En-lai, essi finirono per concedere il 16°: ma Mendès-France il super-democratico non lo accettò, col pretesto che questa linea privava il Vietnam del Sud di Hue e di Tourane, per esso d’ importanza vitale, e lasciavano nelle mani del Viet-minh la strada coloniale nr. 9, solo accesso del Laos al mare. Molotov sostenne anch’egli la soluzione (nettamente favorevole all’ imperialismo) del 16″ parallelo, ripetendo a chi voleva sentirlo che era il limite scelto, all’indomani della sconfitta del Giappone nella II guerra mondiale, per delimitare i settori di responsabilità inglese e cinese. Il diplomatico sovietico era familiare con i procedimenti imperialistici, e la fine del secondo massacro mondiale, l’epoca « in cui si disponeva della sorte del mondo con un regolo calcolatore », evocava in lui ricordi troppo piacevoli per non chiedere di resuscitarli.

Così, dopo che Ciu En-lai ebbe convinto Pham Van Dong ad accettare il 16º parallelo, sarà lo stesso Molotov a strappare la decisione ultima ottenendo dal Viet-minh l’abbandono di … un nuovo parallelo e arrivando al 17º. Fatti della cronaca diplomatica da mettere nel dossier della Cina e dell’ URSS, per illuminare il vero ruolo « nella liberazione dei popoli coloniali » …

Breve conclusione

La « spartizione » sulla linea del 17º parallelo, l’inganno di « elezioni generali e libere » che non sarebbero state necessarie se il Viet-minh non fosse stato costretto a cedere le armi e che, dal momento che le aveva cedute, non dovevano mai più verificarsi, l’abbandono del Cambogia e del Laos dove pure guerriglieri occupavano dei punti chiave – ecco i famosi accordi di Ginevra, vittoria manifesta dell’ imperialismo, vittoria così clamorosa da far dire a Eden, diplomatico della prima potenza coloniale del mondo e buon giudice in materia: « E’ il miglior accordo che potessimo combinare con le nostre mani ».

Ed è questo il risultato che Ho Ci Minh, impavido, considera come «sempre valido» sebbene (a parte ogni altra considerazione) esso abbia costituito il punto di partenza della odierna « scalata » americana ! Que- sta la sconfitta che egli proclama come « base di ogni regolamento della questione vietnamita » e come soluzione alla quale si dovrebbe « tornare »!

Un atteggiamento così falso e codardo non è solo la negazione più completa di tutti i principi del marxismo rivoluzionario; è un insulto ai 400 mila morti della prima guerra di liberazione del Vietnam e agli eroici combattenti Vietcong di oggi. E’ un’ infamia di più da aggiungere al già lungo dossier delle infamie del nazionalcomunismo. E’ soprattutto una nuova conferma del fatto che in nessuno stadio della rivoluzione coloniale, in nessun paese, le masse proletarizzate hanno da aspettarsi dal rivoluzionarismo piccolo-borghese, democratico e pacifista, nulla che non sia inganno, tradimento e servitù.

Una riuscita riunione pubblica a Venezia

Si è svolta il 29 giugno a Venezia una prima riunione pubblica di Partito, intesa a far sentire la nostra voce benché il processo di formazione di un gruppo locale sia appena in fase d’avviamento e ponga in primo piano i compiti diciamo così « interni », per poco che valga la distinzione. La necessità di un tale lavoro, più allargato di quanto non permetterebbero le nostre locali forze organizzative, rispecchia esattamente la situazione attuale, caratterizzata dalla crescente oppressione capitalistica sul proletariato e dall’ormai scoperto tradimento del bonzume opportunista, che in ogni modo facilita il disarmo proletario anche (e soprattutto) laddove gli operai si mostrano particolarmente combattivi (vedi l’episodio della Sirma, ricordato recentemente sul nostro giornale). Allo scontento di avanguardie della classe proletaria per l’infame politica del PCI e degli altri partiti traditori deve corrispondere e corrisponde un forte impegno del Partito rivoluzionario, onde incanalare il potenziale umano in via di surriscaldamento nell’alveo possente (questo sì « unitario! ») della dottrina e della prassi marxiste, impedendo così un eccessivo perdurare della cancrena opportunista, come il pericolo di uno smarrimento qualunquista e ponendo sin d’ora, in termini drastici, la prospettiva della spietata lotta contro i nemici esterni ed interni (e contro quest’ultimi prima ancora che contro i primi), della dura battaglia teorica e fisica che dovrà mettere forzatamente capo, come termine ultimo, alla liquidazione violenta del potere borghese e dei suoi infami tirapiedi.

Alternandosi nell’opera di illuminazione delle nostre origini e delle nostre basi programmatiche (identiche ieri come oggi), un compagno anziano ed uno giovane hanno reso evidente come, entro il Partito, non sussistano i problemi di « vecchie e nuove generazioni » che affliggono i partitoni opportunisti e borghesi (ricalcanti la società cui entrambi sono legati), ma viga una unica linea, l’invariante Programma Marxista, alla cui inflessibile Dittatura tutti, nessuno escluso, sono tenuti. L’esperienza dei vecchi compagni e la potenzialità fisica dei giovani possono apportare ad esso maggior evidenza, ma in nessun modo e a nessuno sarà mai permesso di atteggiarsi a « scopritore » di « nuove leggi» che « abbelliscano », « arricchiscono », « modernizzino » il marxismo. Ogni « nuova via al socialismo », da prima che Bonomi coniasse il termine ora così di moda, ha avuto sempre un unico significato: TRADIMENTO DELLA CLASSE, ABBANDONO DELLA RIVOLUZIONE E DEL SOCIALISMO. All’opposto è proprio la rigorosa fedeltà ai principi basilari della dottrina marxista che ha permesso al nostro Partito di gettare un ponte ininterrotto, al di là delle singole e momentanee (anche se spesso lunghe e dolorose) sconfitte, tra le lotte di ieri e quelle di domani, legando a quel filo continuo l’opera delle diverse generazioni di combattenti rivoluzionari, Ma siamo nel ’65 e non nel 1921 o, peggio, nel 1848. Non bisogna quindi « adattare » la dottrina ai mutati tempi? Suggestive letture delle tesi di Livorno 1921 e di Roma 1922 (II Congresso del P.C. d’I.), nonché delle potentissime tesi sul parlamentarismo, sia della Sinistra Italiana che della maggioranza dell’Internazionale (intonate agli stessi principi informatori), hanno mostrato come le prospettive di allora siano perfettamente valide in rapporto alle condizioni di oggi, mutate rispetto al passato non certo nel senso indicato dai servi opportunisti, ma nel senso (semmai!) di una maggior acutizzazione delle contraddizioni capitalistiche, Il carattere addirittura « profetico » delle analisi di allora è stato messo a contrasto con le pagliaccesche trovate che giornalmente ci ammaniscono « programmatori impegnati » al servizio del Capitale e « neo-marxisti » al servizio … dello stesso. In particolare ha sollevato la divertita attenzione dei presenti la lettura delle Tesi di Roma, in cui sono schiaffeggiate e previste tutte le soluzioni « nuove » e « audaci » propugnate dal PCI e Soci: « democrazia », « parlamentarismo democratico », « dialogo », « antifascismo », « PARTITO UNICO ». Alcuni compagni hanno anzi proposto la pubblicazione di stralci delle Tesi stesse sul giornale del Partito, a dimostrazione di tutti di quanto andiamo anche qui sostenendo, come certo si farà, Il pubblico, non certo numeroso, ma comunque superiore alle aspettative in una zona infestata non solo dall’opportunismo classico, ma da equivoci gruppi e gruppetti « di sinistra », ci ha soprattutto confortati per l’attenzione notevole dimostrata all’esposizione delle nostre classiche posizioni, e con una viva partecipazione, non limitata alla generica richiesta di chiarimenti, ma spinta fino alla aperta condanna dei misfatti opportunisti come da noi stessi denunciati. L’esperienza di lotte (e, soprattutto, di lotte tradite) portataci dai proletari presenti è un dato che il Partito deve e può utilizzare in sede locale per la creazione di un primo omogeneo, solido gruppo di compagni, compito essenziale ai fini della valorizzazione di queste stesse forze, che devono essere strappate alle organizzazioni in cui militano per dare alla loro pronunciata protesta un carattere positivo e deciso, arginando le operazioni condotte dall’opportunismo ai fini della cattura alla « sinistra » del PCI (quale si avvera in certi settori del PSIUP) e negli sforzi di « elaborazione autonoma » della FGCI. .

La manifestazione sarà ripetuta tra non molto, con uno sforzo organizzativo ancora maggiore della locale Sezione e del Partito tutto, e nel quadro di condizioni generali spostatesi nel frattempo, sia pure non certo in termini « esplosivi », a nostro favore.

Come sempre, una notevole sottoscrizione per la nostra stampa ha chiuso l’incontro.

In margine, notiamo il ridicolo tentativo da parte dei bonzetti locali del PCI di far pressioni su chi ci aveva concesso la sala perché ci fosse ritirata « in extremis », la loro minaccia di intervento « in forze » (con le camicie nere?) e la brillante … assenza conclusiva. E’ da constatare come ormai l’opportunismo non riesca neppure a schierare sufficienti forze « garibaldine » per contrastare i nostri proverbiali « quattro gatti »; e – cosa soddisfacente – come appunto loro, i super-democratici sempre pronti al dialogo coi cattolici, il governo e il padrone, abbiano e riconoscano solo in noi rivoluzionari il vero pericolo, offrendoci così una prova di più del fatto che essi si trovano dall’altra parte della barricata: CON IL CAPITALISMO – CONTRO LA RIVOLUZIONE.

Grazie tante, Monsignori!

Vita del Partito

Si è tenuta a Casale Monferrato il 25 luglio la prevista riunione regionale piemontese con ampia relazione sulla riunione generale di Napoli, lettura e commento delle « Tesi » pubblicate nel nr. 14 del « Programma » ed esposizione delle direttive emanate in campo organizzativo. All’apertura della riunione è stato commemorato il sacrificio di Mario Acquaviva, e in fine si è letto e commentato il testo « Nel vortice della mercantile economia »,

Lo stesso giorno si riunivano in Carnia i compagni del Friuli, presenti numerosi simpatizzanti. Un giovane friulano ha brevemente ricordato le tappe della formazione del Partito e ha quindi ceduto la parola all’incaricato del rapporto sul tema: « Chi siamo e che cosa vogliamo ».

L’efficace esposizione ha dato luogo ad una serie di domande da parte dell’uditorio, e di risposte da parte dei compagni. Come a Casale, una generosa sottoscrizione ha chiuso l’incontro, Il 2 agosto, ha avuto poi luogo una distribuzione del « Programma » e dello « Spartaco » a Monfalcone e centri vicini.

La sezione di Forlì ha continuato la serie settimanale delle riunioni dedicate alla lettura di nostri testi fondamentali e della nostra stampa, nonché alla preparazione e allo svolgimento di uno studio sulle lotte operaie in Emilia. La diffusione del giornale è stata estesa in luglio a Ravenna Faenza e Bologna mentre è proseguita davanti alle fabbriche cittadine quella dello Spartaco, combinata con l’affissione.

Nel mese di luglio, la diffusione del giornale per strillonaggio in Toscana ha, oltre a Firenze, toc- cato Prato, Pisa, Sesto Fiorentino, Viareggio, Scandicci.

La sezione di Bologna ha tenuto in giugno e luglio una serie di riunioni preparatorie alla lettura e commento del nostro opuscolo in lingua francese sull’economia russa dalla rivoluzione di ottobre ad oggi. In particolare, è stato ripreso lo studio della «Critica del Programma di Gotha», con speciale riguardo alle misure economiche nella fase di transizione dal socialismo inferiore al comunismo.

I compagni di Catania e di Messina si sono riuniti il 24-7 e il 14-8 per una lettura approfondita ed una illustrazione dettagliata delle Tesi pubblicate nel nr. 14 del giorn- nale e presentate alla riunione di Napoli. L’incontro è stato seguito con enorme interesse da tutti gli intervenuti.

La prevista riunione regionale toscana si è tenuta a Firenze l’8 agosto con tre esposti sull’origine e la funzione della forma partito, sui fattori di razza e nazione nella dottrina marxista, e sui metodi e i criteri seguiti dal Partito nel lavoro sindacale. Nel pomeriggio sono state fatte oggetto di ampio commento le tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale e si è raccolta una buona sottoscrizione per la nostra stampa.

Lo stesso giorno, a Cividale, due compagni hanno esposto lucidamente ai proletari convenuti il corso storico del movimento proletario marxista dal Manifesto del 1848 ad oggi, nella sua lotta incessante contro le incrostazioni idealiste, democratiche, autonomistiche, anarcoidi, e nella rivendicazione del Partito mondiale unico nel programma e nell’organizzazione.

Domenica 22 agosto si è tenuta a Trieste una riunione a carattere regionale tra i compagni del Friuli-Venezia Giulia, con la partecipazione, oltre che della sezione locale al completo, di rappresentanti di quelle di Palmanova, di Cividale e della Carnia. La nutrita riunione, protrattasi senza interruzione sino al pomeriggio, ha permesso di mettere ancora una volta a fuoco le classiche impostazioni della Sinistra sulle questioni basilari del centralismo organico e del rifiuto del meccanismo democratico all’interno del Partito stesso, che non lo ha abolito con un « decreto » improvviso ed improvvisato, ma lo ha superato in forma oramai irreversibile nel corso stesso del suo procedere storico, giungendo per via naturale a quanto era già nelle indicazioni precisissime dei maestri che pure avevano dovuto esteriormente far ricorso a tali aborriti sistemi.

E’ stato messo in rilievo come i due postulati di cui sopra (centralismo organico, rifiuto della democrazia anche nei rapporti interni di Partito), strettamente collegati tra loro, non vengano – nelle Tesi da ultimo pubblicate sulla nostra stampa – indicati ai compagni ed ai simpatizzanti come un « modello » precostituito, ma rappresentino, per così dire, la descrizione di una realtà già in atto, conseguita per via d’una metodica, costante epurazione delle scorie della società borghese presenti nel seno dell’avanguardia stessa del Proletariato.

La riunione è stata arricchita dall’intervento, sul solco della relazione generale, di vari compagni, che hanno puntualizzato via via i temi trattati con opportune osservazioni ed anche col ricorso a vecchi testi, di vivissima e splendente attualità, dei nostri classici. La lettura, in particolar modo, di alcuni documenti ormai cinquantenarī ha bene indicato la perfetta continuità nostra con tutta l’esperienza di lotta del proletariato rivoluzionario, nella fedeltà la più assoluta alla dottrina marxista, correttamente intesa nel suo sempre più completo e cosciente enuclearsi salve restandone le fondamentali basi.

Nella piena accettazione dell’integrale corpo di Tesi che ci discriminano da qualsiasi altro movimento, e soprattutto nell’impegno di operare per una maggior diffusione delle nostre parole di lotta (compito reso oggi possibile dal graduale sfaldarsi dell’opportunismo) fra una cerchia di proletari già pronta ad accogliere le nostre impostazioni, ma destinata ad allargarsi in misura crescente in avvenire, la riunione si è sciolta in un’atmosfera di entusiasmo e di fraternità, dopo che si erano fissati i punti fondamentali dell’attività immediata e futura del Partito nella zona, e dopo che i compagni avevano generosamente sottoscritto per lo sviluppo della nostra attività internazionale di stampa.

Delle altre riunioni a carattere regionale o locale tenutesi in luglio daremo notizia nel prossimo numero.