Materiale documentario esposto ed illustrato a commento delle tesi generali della riunione di Napoli Pt.1
Nel precedente nr. 14 abbiamo pubblicato il testo integrale delle « Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale, secondo le posizioni che da oltre mezzo secolo formano il patrimonio storico della sinistra comunista », e un resoconto sommario della riunione di Napoli alla quale esse furono presentate. Adesso, dopo l’interruzione dovuta alle ferie della tipografia, pubblichiamo una prima parte degli estratti e delle citazioni (fino ai primi del 1924) letti e commentati alla stessa riunione a conforto delle posizioni esposte nelle tesi. Tale materiale va messo in riferimento a tutto l’altro ben noto ai compagni, compreso fra le riunioni di Firenze e Napoli, a partire dai noti « Appunti sulla questione di organizzazione ». Nei prossimi due numeri, riporteremo gli altri testi nella loro successione cronologica.
(Il Soviet, 6-6 e 27-6 del 1920)
Queste tesi apparvero nel Soviet del 6-6-1920, per la parte prima: Teoria; e in quello del 27-6 per la parte seconda: Critica di altre scuole, e la parte terza: Attività e tattica.
La prima parte per il suo contenuto corrisponde al programma della frazione, già apparso nel Soviet del 13-7-1919, e riportato integralmente a pagina 398 del I volume della Storia della Sinistra Comunista. E’ bene rilevare che la redazione della parte I fu adottata quasi testualmente come programma del Partito Comunista d’Italia a Livorno, il 21-1-1921, e stampata sulle tessere del partito.
Dal punto sesto della parte I si rileva la definizione del Partito Comunista, della sua unità nello spazio e nel tempo, e della necessità del partito perché si possa parlare della classe proletaria in lotta. Il punto terzo della parte II ribadisce la fondamentale antitesi tra il comunismo e la democrazia come concezione e come meccanismo. Il punto II stabilisce la tesi che la rivoluzione non è un problema di forme di organizzazione del proletariato.
Parte Prima: Teoria
Punto 6): « Questa lotta rivoluzionaria è il conflitto di tutta la classe proletaria contro tutta la classe borghese. Il suo strumento è il partito politico di classe, il partito comunista, che realizza la cosciente organizzazione di quell’avanguardia del proletariato che ha compreso la necessità di unificare la propria azione, nello spazio al di sopra degli interessi dei singoli gruppi, categorie o nazionalità; nel tempo, subordinando al risultato finale della lotta i vantaggi e le conquiste parziali che non colpiscono l’essenza della struttura borghese.
È dunque soltanto l’organizzazione in partito politico che realizza la costituzione del proletariato in classe lottante per la sua emancipazione».
Parte seconda: Critica di altre scuole
Punto 3): « In modo ancora più caratteristico, il comunismo rappresenta la demolizione critica delle concezioni del liberalismo e della democrazia borghese. L’affermazione giuridica della libertà di pensiero e dell’eguaglianza politica dei cittadini, la concezione secondo cui le istituzioni basate sul diritto della maggioranza e sul meccanismo della rappresentanza elettorale universale sono la base sufficiente per un progresso indefinito e graduale della società umana, costituiscono le ideologie corrispondenti al regime della economia privata e della libera concorrenza, e agli interessi di classe dei capitalisti».
Punto 11): « È in genere un errore credere che la rivoluzione sia un problema di forma di organizzazione dei proletari secondo gli aggruppamenti che essi formano per la loro posizione e i loro interessi nei quadri del sistema capitalistico di produzione.
Non è quindi una modifica della struttura di organizzazione economica che può dare al proletariato il mezzo efficace per la sua emancipazione».
(RASSEGNA COMUNISTA, 15-4-1921)
Questo articolo, apparso nella rivista teorica del partito poco dopo la sua costituzione, è riportato ampiamente perché svolge la posizione della Sinistra circa la formula non soddisfacente che il partito sia soltanto una frazione della classe operaia, ed afferma la posizione dialettica e dinamica del rapporto contro quella numerica e statistica. Svolge quindi la critica di ogni punto di vista democratico e piccolo-borghese, collegandolo alle esperienze del fallimento della seconda Internazionale.
«Nelle “Tesi sul compito del Partito Comunista nella Rivoluzione proletaria”, approvate dal II Congresso dell’Internazionale Comunista, tesi veramente e profondamente ispirate alla dottrina marxista, si assume come punto di partenza la definizione dei rapporti fra partito e classe, e si stabilisce che il partito di classe non può comprendere nelle proprie file che una parte della classe medesima – mai tutta – forse mai neppure la maggioranza.
Questa evidente verità meglio sarebbe stata posta in risalto, ove si fosse precisato che non si potrebbe nemmeno parlare di classe quando non esista una minoranza di questa classe, tendente a organizzarsi in partito politico.
Che cos’è infatti, secondo il nostro metodo critico, una classe sociale? La ravvisiamo noi forse in una constatazione puramente obiettiva, esteriore, dell’analogia di condizioni economiche e sociali, di posizione rispetto al processo produttivo, di un grande numero di individui? Sarebbe troppo poco. Il nostro metodo non si arresta a descrivere la compagine sociale quale essa è in un dato momento, a tracciare astrattamente una linea che divida in due parti gli individui che la compongono come nelle classificazioni scolastiche dei naturalisti. La critica marxista vede la società umana in movimento, nel suo svolgersi nel tempo, con criterio essenzialmente storico e dialettico, studiando cioè il collegarsi degli avvenimenti nei loro rapporti di reciproca influenza.
Anziché prendere – come secondo il vecchio metodo metafisico – una fotografia istantanea della società in un momento dato, e lavorare poi su quella per riconoscervi le varie categorie in cui gli individui che la società compongono vadano catalogati, il metodo dialettico vede la storia come una cinematografia che svolge l’uno dopo l’altro i suoi quadri; ed è nei caratteri salienti del movimento di questi che la classe va cercata e riconosciuta.
Nel primo caso cadremmo nelle mille obiezioni dei puri statistici, dei demografi, gente – se mai ve ne fu – di corta vista, che rivedrebbero le divisioni, osserverebbero che non vi sono due classi, o tre, o quattro, ma ve ne possono essere dieci o cento o mille separate fra loro per successive gradazioni e zone intermedie indefinibili. Nel secondo caso abbiamo ben altri elementi per riconoscere questo protagonista della tragedia storica che è la classe, per fissarne i caratteri, l’azione, le finalità, che si concretano in uniformità evidenti, in, mezzo alla mutevolezza di una congerie di fatti che il povero fotografo della statistica registrava in una fredda serie di dati senza vita.
Per dire che una classe esista ed agisca in un momento della storia non ci basterà dunque conoscere quanti erano, ad esempio, i mercanti di Parigi sotto Luigi XVI, o i landlords inglesi nel secolo XVIII, o i lavoratori dell’industria manifatturiera belga agli albori del XIX. Dovremo sottoporre un periodo storico intero alla nostra logica indagine, rintracciarvi un movimento sociale, e quindi politico, sia pure che, attraverso alti e bassi, errori e successi, si cerchi una via, ma di cui sia evidente l’aderenza al sistema di interessi di una parte di uomini posti in una certa condizione dal sistema di produzione e dai suoi sviluppi.
Così Federico Engels, in uno dei primi suoi classici saggi di tale metodo, dalla storia delle classi lavoratrici inglesi traeva la spiegazione di una serie di movimenti politici e dimostrava la esistenza di una lotta di classe.
Questo concetto dialettico della classe ci pone al di sopra delle scialbe obiezioni dello statistico. Egli perderà il diritto a vedere le classi opposte nettamente divise sulla scena della storia come le masse corali sulle tavole di un palcoscenico, egli non potrà nulla dedurre contro le nostre conclusioni dal fatto che nella zona di contatto si accampano strati indefinibili, attraverso i quali si svolge uno scambio osmotico di singoli individui, senza che la fisionomia storica delle classi che sono in presenza l’una dell’altra venga alterata.
Il concetto di classe non deve dunque suscitare in noi un’immagine statica, ma un’immagine dinamica. Quando scorgiamo una tendenza sociale, un movimento per date finalità, allora possiamo riconoscere la esistenza di una classe nel senso vero della parola. Ma allora esiste, in modo sostanziale se non ancora in modo formale, il partito di classe.
Un partito vive quando vivono una dottrina ed un metodo, di azione. Un partito è una scuola di pensiero politico e quindi un’organizzazione di lotta. Il primo è un fatto di coscienza, il secondo è un fatto di volontà, più precisamente di tendenza ad una finalità.
Senza questi due caratteri noi non possediamo ancora la definizione di una classe. Può, ripetiamo, il freddo registratore di dati constatare delle affinità di circostanze di vita in aggruppamenti più o meno vasti, ma nessuna traccia si segna nel divenire della storia.
E quei due caratteri non possono aversi che condensati, concretati nel partito di classe. Come questa si forma, col perfezionarsi di date condizioni e rapporti sorgenti dall’affermarsi di nuovi sistemi produttivi – ad esempio l’impiantarsi di grandi stabilimenti a forza motrice reclutando e formando le numerose maestranze – così si comincia per gradi a concretare in una coscienza più precisa l’influenza degli interessi di tale collettività, e tale coscienza comincia a delinearsi in piccoli gruppi di essa. Quando la massa è sospinta ad agire, sono solo questi primi gruppi che hanno la previsione di una finalità, che sospingono e dirigono il rimanente.
Questo processo deve essere pensato, ove ci riferiamo alla moderna classe proletaria, non per una categoria professionale, ma per tutto l’insieme di essa, e allora si vede come una più precisa coscienza di identità di interessi vada sorgendo, ma anche come questa risulti di un tale complesso di esperienze e di nozioni, che solo in gruppi limitati e comprendenti elementi scelti di tutte le categorie può riscontrarsi. E la visione di un’azione collettiva, che tenda a finalità generali che interessano tutta la classe, e che si concentrano nel proposito di mutare tutto il regime sociale, può solo in una minoranza avanzata essere chiaro.
Questi gruppi, queste minoranze altro non sono che il partito. Quando la formazione di questo ha raggiunto un certo stadio, pur essendo sicuro che essa non procederà mai senza arresti, crisi, conflitti interni, allora possiamo dire di avere una classe in azione. Comprendendo una parte della classe, è pure solo il partito che le dà unità di azione e di movimento, perché raggruppa quegli elementi che, superando i limiti di categoria e località, sentono e rappresentano la classe.
Questo rende più chiaro il senso della verità fondamentale: il partito è solo una parte della classe. Guardando all’immagine fissa ed astratta della società, chi vi scorgesse una zona, la classe, ed in essa un piccolo nucleo, il partito, cadrebbe facilmente nella considerazione che tutta la parte della classe, la maggioranza quasi sempre, che resta fuori del partito, potrebbe avere peso maggiore, maggiore diritto. Ma per poco che si pensi che in quella grande massa restante gli individui non hanno ancora coscienza e volontà di classe, vivono per il proprio egoismo, o per la categoria, o per il campanile, o per la nazione, si vedrà che allo scopo di assicurare nel movimento storico l’azione d’insieme della classe, occorre un organismo che la animi, la cementi, la preceda, la inquadri – è la parola – si vedrà che il partito è in realtà il nucleo vitale, senza di cui tutta la rimanente massa non avrebbe più alcun motivo di essere considerata come un affasciamento di forze.
La classe presuppone il partito – perché per essere e muoversi nella storia la classe deve avere una dottrina critica della storia e una finalità da raggiungere in essa.
* * *
La vera e l’unica concezione rivoluzionaria dell’azione di classe sta nella delega della direzione di essa al partito. L’analisi dottrinale, ed un cumulo di esperienze storiche, ci consentono di ridurre facilmente alle ideologie piccolo-borghesi ed antirivoluzionarie qualunque tendenza ad inficiare e contrastare la necessità e la preminenza della funzione del partito.
Se la contestazione viene da un punto di vista democratico, la si deve sottoporre a quella stessa critica che serve al marxismo per sbaragliare i teoremi favoriti del liberalismo borghese.
Basterà per questo rammentare che, se la coscienza degli uomini è il risultato e non la causa delle caratteristiche dell’ambiente in cui sono costretti a muoversi, la regola non sarà mai che lo sfruttato, l’affamato, il denutrito, possa capacitarsi che deve rovesciare e sostituire lo sfruttatore ben pasciuto e ferrato di ogni risorsa e capacità.
Questo non può essere che l’eccezione. La democrazia elettiva borghese corre incontro alla consultazione delle masse, perché sa che la maggioranza risponderà sempre a favore della classe privilegiata, e delegherà ad essa volontariamente il diritto a governare, e a perpetuare lo sfruttamento.
Non è l’introdurre o il togliere dal computo la piccola minoranza degli elettori borghesi, che sposterà i rapporti. La borghesia governa con la maggioranza che è tale non solo rispetto a tutti i cittadini, ma altresì in mezzo ai soli lavoratori.
Se quindi di quelle azioni ed iniziative che devono essere riservate al partito, questo chiamasse giudice tutta la massa proletaria, esso si vincolerebbe ad un responso che sarebbe quasi certamente favorevole alla borghesia; sempre poi meno illuminato, avanzato, rivoluzionario, soprattutto meno dettato da una coscienza dell’interesse veramente collettivo dei lavoratori, del risultato finale della lotta rivoluzionaria, di quello che esce dalle sole file del partito organizzato.
Il concetto del diritto del proletariato a disporre della sua azione di classe non è che una astrazione senza alcun senso marxista, e che cela il desiderio di condurre il partito rivoluzionario ad allargare la sua cerchia a strati meno maturi, poiché man mano che questo avviene le decisioni che ne scaturiscono si avvicinano di più agli intendimenti borghesi e conservatori.
Se di questa verità cercassimo le conferme, oltre che dall’indagine teorica, dalle esperienze che la storia ci ha fornite, ne troveremmo larghissima messe. Ricordiamo che è luogo comune squisitamente borghese contrapporre il «buon senso» della massa ai «nefasti» di una «minoranza di sobillatori», ostentare le migliori disposizioni verso i lavoratori tra il più livido odio verso il partito a mezzo del quale essi soltanto pervengono a ferire gli interessi degli sfruttatori. E le correnti di destra del movimento operaio, le scuole socialdemocratiche di cui la storia ha dimostrato il contenuto reazionario, di continuo pongono la massa contro il partito, vorrebbero riconoscere la classe in consultazioni più vaste dei quadri ristretti del partito, e quando non possono dilatare questo al di fuori di ogni preciso confine di dottrina e di disciplina nell’azione, tendono a stabilire che i suoi organi preminenti non debbano essere quelli designati solo dai suoi militanti, ma quelli scelti alle cariche parlamentari da un corpo più vasto – ed infatti i gruppi parlamentari sono sempre all’estrema destra dei partiti da cui emanano.
Tutta la degenerazione dei partiti socialdemocratici della Seconda Internazionale, ed il loro apparente divenire meno rivoluzionari della massa non organizzata, derivava dal fatto che essi ogni giorno di più perdevano la precisa sagoma di partito, appunto perché facevano dell’operaismo, del «laburismo», ossia funzionavano non più come avanguardie precorritrici della classe, ma come sua espressione meccanica in un sistema elettorale e corporativo in cui si dava lo stesso peso e la stessa influenza agli strati meno coscienti e più dominati da egoismi della classe proletaria stessa. La reazione a questo andazzo anche prima della guerra, e particolarmente in Italia, si svolgeva nel senso di difendere la disciplina interna del partito, impedire l’accesso ad esso di elementi non perfettamente postisi sul terreno rivoluzionario della nostra dottrina, contrastare le autonomie del gruppo parlamentare e degli organi locali, epurare le file del partito da elementi spuri. Questo metodo è quello che si è rivelato come il vero antidoto del riformismo e forma il fondamento della dottrina e della pratica della Terza Internazionale, per la quale è in primissima linea la funzione del partito, accentrato, disciplinato, orientato chiaramente sui problemi di principio e di tattica; per la quale «il fallimento dei partiti socialdemocratici della Seconda Internazionale non fu il fallimento dei partiti proletari in generale», ma fu, mi si consenta l’espressione, il fallimento di organismi che avevano dimenticato di essere dei partiti, perché avevano cessato di essere tali.
* * *
Esiste poi un altro ordine di obiezioni al concetto comunista della funzione del partito, ed è in relazione ad un’altra forma critica e tattica di reazione alle degenerazioni del riformismo. Sono le obiezioni della scuola sindacalista, che invece riconosce la classe nei sindacati economici, ed afferma che sono questi gli organi atti a guidarla nella rivoluzione.
Anche queste obiezioni, che apparentemente vengono da sinistra, e che hanno, dopo il periodo classico del sindacalismo francese, italiano, americano, avuto nuove formulazioni da tendenze che sono sui margini della Terza Internazionale, si riducono facilmente ad ideologie semiborghesi, così con la critica di principio che con la constatazione dei risultati a cui hanno condotto.
[…]
Ma – giustamente disse in una sua risoluzione la maggioranza del partito comunista tedesco, quando queste questioni erano in Germania più accese (e determinarono poi la secessione del Partito Comunista del Lavoro) – la rivoluzione non è una questione di forma di organizzazione».
Partito e azione di classe
(RASSEGNA COMUNISTA, 31-5-1921)
Questo articolo sviluppava nella stessa rivista il tema del primo, e viene anche riportato ampiamente.
Secondo la sinistra marxista il giusto rapporto tra partito e classe, e tra partito rivoluzionario e masse in movimento nella storia, non si può porre senza considerare l’azione, l’attività, la tattica del partito e quindi della stessa classe storica, che è tale in quanto il partito ne è l’organo. Si tratta del compito della classe e del partito anche dopo la conquista del potere, e delle dure alternative che precedono la vittoria finale.
Su tale base si pone il problema se il partito debba essere più o meno grande, e si scartano soluzioni che mai la sinistra ha fatto proprie, come quelle del partito piccolo e settario, soltanto cospirativo e terrorista, o soltanto teorizzante e scolastico. E’ discusso il rapporto tra le possibilità del partito e le caratteristiche delle varie situazioni oggettive, ed è affermata la necessità che la disciplina centrale si poggi sulla più grande chiarezza teorica, l’unità e la continuità organizzativa, e l’aperta, precisa affermazione delle linee tattiche future. Si indica chiaramente che fuori da questa soluzione non può che risorgere il pericolo della degenerazione opportunista.
«[…] Per dare un’idea precisa, e diremo quasi tangibile, della necessità “tecnica” del partito, converrebbe forse, se pure l’esposizione prendesse un aspetto illogico, considerare prima il lavoro che deve compiere il proletariato dopo essere giunto al potere, dopo avere strappata alla borghesia la direzione della macchina sociale.
[…]
Un partito è un insieme di persone che hanno le stesse vedute generali dello sviluppo della storia, che hanno una concezione precisa delle finalità della classe che rappresentano, e che hanno pronto un sistema di soluzioni dei vari problemi che il proletariato si troverà di fronte quando diverrà classe di governo. Perciò il governo di classe non potrà che essere governo di partito. Limitandoci ad accennare queste considerazioni che uno studio anche superficiale della rivoluzione russa rende evidentissime, passiamo all’aspetto antecedente della cosa, alla dimostrazione cioè che anche l’azione rivoluzionaria di classe contro il potere borghese non può essere che azione di partito.
È anzitutto evidente che il proletariato non sarebbe maturo ad affrontare i difficilissimi problemi del periodo della sua dittatura, se l’organo indispensabile per risolverli, il partito, non avesse cominciato molto prima a costituire il corpo delle sue dottrine e delle sue esperienze.
[…]
Il compito indispensabile del partito si esplica dunque in due modi, come fatto di coscienza prima, e poi come fatto di volontà; traducendosi la prima in una concezione teorica del processo rivoluzionario, che deve essere comune a tutti gli aderenti; la seconda nell’accettazione di una precisa disciplina che assicuri il coordinamento e quindi il successo dell’azione.
Naturalmente questo processo di perfezionamento delle energie di classe non si è svolto mai né si può svolgere in un modo sicuramente progressivo e continuo. Vi sono soste, ritorni, scompaginamenti, ed i partiti proletari molte volte perdono quei caratteri essenziali che erano andati formandosi e divengono inadatti a realizzare i loro compiti storici. In genere per l’influsso stesso di particolari fenomeni del modo capitalistico, sfugge spesso di mano ai partiti la loro precipua funzione di accentrare ed incanalare allo scopo finale ed unico rivoluzionario le spinte sorgenti dal moto dei gruppi; che essi si riducono a proteggerne una più immediata e transitoria risoluzione e soddisfazione, degenerando così nella dottrina e nella pratica, coll’ammettere che il proletariato possa trovare condizioni di utile equilibrio nei quadri del regime capitalistico, coll’adoperarsi nella loro politica ad obbiettivi parziali e contingenti, avviandosi sulla china della collaborazione.
A questi fenomeni degenerativi, culminanti nella grande guerra mondiale, è successo un periodo di sana reazione, i partiti di classe ispirati alle direttive rivoluzionarie – gli unici che veramente siano partiti di classe – si sono dappertutto ricostituiti e si organizzano nella Terza Internazionale, la cui dottrina e la cui azione sono specificatamente rivoluzionarie e “massimaliste”.
Attorno ai partiti comunisti riprende perciò, ed in una fase che tutto fa supporre decisiva, il movimento di affasciamento rivoluzionario delle masse, di inquadramento delle loro forze per le azioni finali rivoluzionarie. Ma ancora una volta il processo non può ridursi ad immediata semplicità di regola, esso presenta difficili problemi di tattica, non è alieno da insuccessi parziali anche gravi, suscita questioni che appassionano grandemente i militanti della organizzazione rivoluzionaria mondiale.
[…]
Esiste – o si dice che esista – una tendenza che vorrebbe avere dei “piccoli partiti” purissimi, che quasi si compiacerebbe di straniarsi dal contatto con le grandi masse, accusandole di poca coscienza e capacità rivoluzionaria. Si critica vivamente questa tendenza, e la si definisce, non sappiamo se con più fondatezza o demagogia, “opportunismo di sinistra”, mentre tal nome andrebbe piuttosto riservato alla correnti che, negando la funzione del partito politico, pretendono possa aversi un vasto inquadramento rivoluzionario delle masse attraverso forme puramente economiche, sindacali, di organizzazione.
Si tratta dunque di vedere un po’ più a fondo in questa questione dei rapporti del partito con la massa. Frazione della classe, sta bene, ma come stabilire il valore numerico della frazione? Noi vogliamo qui dire che se vi è una prova di errore volontarista, e quindi di specifico “opportunismo” (oggimai opportunismo vuol dire eresia) antimarxista, è quello di voler fissare a priori il valore di questo rapporto come una regola di organizzazione, di voler stabilire che il partito comunista debba avere come suoi organizzati o come suoi simpatizzanti un numero di lavoratori che stia al di sopra o al di sotto di una certa frazione della massa proletaria.
Se il processo di formazione dei partiti comunisti, fatto di scissioni e di fusioni, si giudicasse con una regola numerica, cioè quella di tagliare nei partiti troppo numerosi, e di appiccicare per forza aggiunte a quelli troppo piccini, si commetterebbe il più risibile errore, non intendendo come a quel processo debbano presiedere norme qualitative e politiche, e come in grandissima parte esso si elabori nelle ripercussioni dialettiche della storia, sfuggendo ad una legislazione organizzativa che volesse troppo assumere il compito di collare i partiti in uno stampo perché ne uscissero delle dimensioni ritenute appropriate e desiderabili.
Quello che si può assumere a base indiscutibile di una simile discussione tattica è che è preferibile che i partiti siano quanto più possibile numerosi, che essi riescano a trascinare intorno a sé gli strati più larghi delle masse. Nessuno esiste tra i comunisti che elevi a principio l’essere pochi e ben rinchiusi nella “turris eburnea” della purezza. È indiscutibile che la forza numerica del partito, e il fervore del consenso proletario attorno ad esso, sono favorevoli condizioni rivoluzionarie, sono gli indizi sicuri di una maturità di sviluppo delle energie proletarie, e non vi è quindi chi non si auguri che i partiti comunisti progrediscano in questo senso.
Non esiste dunque un rapporto definito e definibile tra gli effettivi del partito e la grande massa dei lavoratori. Assodato che il partito assolve la sua funzione come minoranza di essi, sarebbe bizantinismo indagare se esso debba essere una piccola o una grande minoranza. È certo che allorché lo sviluppo del capitalismo nei suoi contrasti e nei suoi urti interni da cui germinano primieramente le tendenze rivoluzionarie è all’inizio, allorché la rivoluzione appare come una prospettiva lontana, il partito di classe, il partito comunista, non può essere che formato da piccoli gruppi di precursori, in possesso di una speciale capacità di intendere le prospettive della storia, e che la parte delle masse che lo comprendono e lo seguono non può essere estesa. Quando invece la crisi rivoluzionaria incalza, rendendosi i rapporti borghesi di produzione sempre più intollerabili, il partito aumenta di numero nei suoi ranghi, e di seguito in mezzo al proletariato.
Se l’epoca attuale è, nella sicura convinzione di tutti i comunisti, epoca rivoluzionaria, ne segue che in tutti i paesi dovremmo avere partiti numerosi e largamente influenti presso vasti strati del proletariato. Ma ove questo non sia ancora realizzato, pur essendovi inconfutabili prove della acutezza della crisi e dell’imminenza del suo precipitare, le cause di questa deficienza sono così complesse che sarebbe enormemente leggero concludere che se il partito è troppo piccolo e poco influente, occorra artificialmente dilatarlo aggregandogli altri partiti e pezzi di partiti, nelle cui file siano gli elementi che sono collegati alle masse. La opportunità di accettare nelle file di questo partito altri elementi organizzativi, o per converso quella di escludere da partiti pletorici una parte dei membri, non può discendere da una valutazione aritmetica, da un infantile disappunto statistico.
[…]
È poi inevitabile che, allorquando le probabilità rivoluzionarie accennano anche solo in apparenza a diminuire, o la borghesia comincia a spiegare inattese forze di resistenza, il movimento dei partiti comunisti perda momentaneamente terreno nel campo della organizzazione come in quello dell’inquadramento delle masse.
La instabilità della situazione attuale potrà farci assistere, nel quadro generale del sicuro sviluppo della Internazionale rivoluzionaria, a queste alternative; e se è indiscutibile che la tattica comunista deve cercare di fronteggiare tali circostanze sfavorevoli, non è meno certo che sarebbe assurdo sperare di eliminarle con formule tattiche, come è eccessivo lasciarsene indurre a pessimistiche conclusioni.
Nella ipotesi astratta del continuo sviluppo delle energie rivoluzionarie della massa, il partito va aumentando di continuo le proprie forze numeriche e politiche, cresce in quantità, rimanendo uguale in qualità, in quanto cresce il rapporto dei comunisti rispetto ai proletari. Nella situazione reale del complesso riflettersi sulle disposizioni delle masse dei vari fattori continuamente mutevoli dell’ambiente sociale, il partito comunista, che, se è l’insieme di quelli che meglio della restante massa conoscono ed intendono i caratteri di quello sviluppo, non cessa di essere un effetto di quello sviluppo, non può non subire quelle alternative, e pur agendo costantemente come fattore di accelerazione rivoluzionaria, non può, a mezzo di qualsiasi raffinatezza di metodo, forzare o capovolgere l’essenza fondamentale delle situazioni.
Ma il peggiore di tutti i rimedi che possono servire a riparare ai riflessi sfavorevoli delle situazioni, sarebbe quello di fare periodicamente un processo ai principi teorici e organizzativi cu cui si basa il partito, allo scopo di modificare l’estensione della sua zona di contatto con la massa. Nelle situazioni in cui scema la predisposizione rivoluzionaria delle masse, molte volte quello che alcuni definiscono portare il partito verso la massa equivale, snaturando i caratteri del partito, a togliergli proprio quelle qualità che possono farlo servire come un reagente che influisca sulle masse nel senso di far loro riprendere il moto in avanti.
Una volta basati solidamente i partiti comunisti su quelli che sono i risultati di dottrina e di esperienza storica circa i caratteri precisi del processo rivoluzionario, risultati che non possono essere che internazionali, e dare quindi luogo a norme internazionali, si deve ritenere definita la loro fisionomia organizzativa, e si deve intendere che la loro facoltà di attrarre e potenziare le masse sarà in ragione della loro fedeltà ad una serrata disciplina di programma e di organizzazione interna.
Essendo il partito comunista dotato di una coscienza teorica, suffragata dalle esperienze internazionali del movimento, che lo rende preparato alle esigenze della lotta rivoluzionaria, esso ha garanzia, anche se le masse se ne allontanano in parte in certe fasi della sua vita, di averle intorno a sé quando si poseranno quei problemi rivoluzionari che non ammettono altra soluzione da quella tracciata nei suoi programmi. Quando le esigenze dell’azione mostreranno che occorre un apparato dirigente centralizzato e disciplinato, il partito comunista, che avrà ispirato a tali criteri la sua costituzione, verrà a porsi alla testa delle masse in movimento.
Ne vogliamo concludere che i criteri che devono servire di base nel giudicare della efficienza dei partiti comunisti devono essere ben diversi da un controllo numerico “a posteriori” sulle loro forze in rapporto a quelle degli altri partiti che si richiamano al proletariato. Quei criteri non possono consistere che nel definire esattamente le basi teoriche del programma del partito, e la rigida disciplina interna di tutte le sue organizzazioni e dei suoi membri, che assicuri la utilizzazione del lavoro di tutti per il miglior successo della causa rivoluzionaria. Ogni altra forma di intervento nella composizione dei partiti, che non derivi logicamente dalla applicazione precisa di tali norme, non conduce che a risultati illusori, e toglie al partito di classe la sua più grande forza rivoluzionaria, che sta appunto nella continuità dottrinale ed organizzativa di tutta la sua predicazione e la sua opera, nell’aver saputo “dire prima” come si sarebbe presentato il processo della finale lotta tra le classi, nell’essersi dato quel tipo di organizzazione che ben corrisponde alle esigenze del periodo decisivo.
[…]
Non bisogna quindi essere per i partiti grandi o piccoli, non bisogna pretendere che si debba invertire tutta l’impostazione di certi partiti col pretesto che non sono “partiti di masse”; bisogna esigere che i partiti comunisti si fondino ovunque su salde regole di organizzazione programmatica e tattica in cui si compendino le migliori esperienze della lotta rivoluzionaria internazionalmente acquisite.
[…]
Il movimento internazionale comunista deve essere composto non solo da quelli che sono fermamente convinti della necessità della rivoluzione, che sono disposti a lottare per essa a costo di qualunque sacrificio, ma anche da quelli che sono decisi a muoversi sul terreno rivoluzionario anche se le difficoltà della lotta mostreranno la mèta più aspra e meno vicina.
Al momento della crisi rivoluzionaria acuta, operando sulla salda base della nostra organizzazione internazionale, noi polarizzeremo attorno a noi gli elementi che oggi sono ancora esitanti, e avremo ragione dei partiti socialdemocratici di varie sfumature.
Se le possibilità rivoluzionarie saranno meno immediate noi non correremo nemmeno per un momento il rischio di essere distratti dal tessere la nostra trama di preparazione e ripiegare alla soluzione di altri problemi contingenti, da cui guadagnerebbe la sola borghesia.
[…]
Non si creano né i partiti né le rivoluzioni. Si dirigono i partiti e le rivoluzioni, nella unificazione delle utili esperienze rivoluzionarie internazionali, allo scopo di assicurare i migliori coefficienti di vittoria del proletariato nella battaglia che è l’immancabile sbocco dell’epoca storica che viviamo. A questo ci pare di dover concludere.
E i criteri fondamentali direttivi dell’azione delle masse che si estrinsecano nelle norme di organizzazione e di tattica che la Internazionale deve fissare per tutti i partiti aderenti, non possono raggiungere un limite illusorio di manipolazione diretta di partiti con tutte le dimensioni e caratteristiche adatte per garantire la rivoluzione, ma debbono ispirarsi alle considerazioni della dialettica marxista basandosi soprattutto sulla chiarezza e omogeneità programmatica da un lato, alla disciplina accentratrice tattica dall’altro.
Due ci sembrano le degenerazioni “opportuniste” dalla buona via. Quella di dedurre la natura e i caratteri del partito dalla valutazione della possibilità o meno, allo stato delle cose, di aggruppare forze notevoli – ossia farsi dettare dalle situazioni le norme organizzative del partito per dare al partito stesso dall’esterno una costituzione diversa da quella cui lo ha condotto la situazione – l’altra di credere che un partito purché sia numeroso e giunga ad avere una preparazione militare possa determinare con ordini di attacco le situazioni rivoluzionarie – ossia di pretendere di creare le situazioni storiche con la volontà del partito.
Sia quella che si vuole la deviazione di “sinistra” o di “destra” è certo che entrambe si allontanano dalla sana via marxista. Nel primo caso si rinunzia a quello che può e deve essere il legittimo intervento di una sistemazione internazionale del movimento, e quel tanto di influenza della nostra volontà – derivano da una precisa coscienza ed esperienza storica – sullo svolgimento del processo rivoluzionario, che è possibile e doveroso realizzare; nell’altro si attribuiscono alla volontà delle minoranze influenze eccessive ed irreali rischiando di creare soltanto delle disastrose sconfitte.
I rivoluzionari comunisti devono invece essere quelli che, temprati collettivamente dalle esperienze della lotta contro le degenerazioni del movimento del proletariato, credono fermamente nella rivoluzione e vogliono fermamente la rivoluzione, ma non col credito e col desiderio che si ha di conseguire il saldo di un pagamento, esposti a cedere alla disperazione e alla sfiducia se passa un giorno dalla scadenza della cambiale.
(RASSEGNA COMUNISTA 28-2-1922)
Questo articolo, sempre della rivista teorica del partito di Livorno, precede di poco il secondo congresso di Roma del 1922.
Esso dimostra che in linea di principio non vi può essere conciliazione tra democrazia e comunismo, ideologie di due classi in acuta lotta tra loro. Storicamente, alla data del 1922, se con la Rivoluzione di Ottobre si era superata anche nel fatto storico ogni applicazione non solo del principio ma anche del materiale meccanismo elettorale ad una società interclassista, dato che in Russia gli elementi social socialborghesi giacevano sotto la dittatura proletaria, restava in piedi il problema puramente meccanico del senso in cui si potesse usare ancora quel meccanismo nel seno di organi uniclassisti; i Soviet, i sindacati, il Partito Comunista. L’articolo discute tutte queste applicazioni, mostra il pericolo che ogni omaggio al semplice meccanismo democratico del voto possa ricondurre a rendersi schiavi del mito controrivoluzionario della democrazia e della falsa libertà ed eguaglianza.
Dalle affermazioni del 1922, in un clima in cui l’accidente materiale del meccanismo elettorale si doveva ancora tollerare, emerge la aspirazione decisa a liberarsi anche dall’uso del termine letterale, ed è contrapposta la nostra formula di « centralismo organico » a quella ammessa negli statuti e tesi di Mosca di « centralismo democratico ». Tutto Il posteriore svolgimento storico di quasi mezzo secolo conferma che il pericolo avvertito era reale: la democrazia troppo a lungo tollerata come banale espediente, risorge e domina oggi come focolare primo della controrivoluzione.
L’impiego di certi termini nella esposizione dei problemi del comunismo ingenera molto spesso equivoci tra l’uno e l’altro senso in cui possono essere adoperati. Così è dei termini democrazia e democratico. Il comunismo marxista si presenta nelle enunciazioni di principio come una critica e una negazione della democrazia; d’altra parte i comunisti difendono spesso l’applicazione della democrazia, il carattere democratico, negli organismi proletari: sistema statale dei consigli operai, sindacati, partito. In questo non vi è certo contraddizione alcuna, e nulla vi è da opporre all’uso del dilemma: democrazia borghese o democrazia proletaria, come equivalente perfettamente a quello: democrazia borghese o dittatura proletaria.
La critica marxista ai postulati della democrazia borghese si fonda infatti sulla definizione dei caratteri della presente società divisa in classi, e dimostra l’inconsistenza teorica e l’insidia pratica di un sistema che vorrebbe conciliare l’uguaglianza politica con la divisione della società in classi sociali determinate dalla natura del sistema di produzione.
La libertà e uguaglianza politica contenute secondo la teorica liberale nel diritto di suffragio non hanno senso se non su una base che non contenga disparità di condizioni economiche fondamentali: ecco perché noi comunisti ne accettiamo l’applicazione nell’interno degli organismi di classe del proletariato, al cui meccanismo sosteniamo che si deve dare un carattere democratico.
Anche se, per non ingenerare equivoci, e per evitare di valorizzare un concetto che faticosamente tendiamo a demolire e che è ricco di suggestioni, non si vuole introdurre l’uso di due diversi termini nei due casi, è però utile guardare un po’ più addentro al contenuto stesso del principio democratico in generale, anche in quanto lo si applichi a organismi omogenei dal punto di vista classista. E questo per evitare che, mentre ci sforziamo con la nostra critica di rimuovere tutto il contenuto ingannevole ed arbitrario delle teoriche “liberali”, non si debba correre il rischio di ricadere nel riconoscimento di una “categoria”, il principio di democrazia, che si ponga come un elemento di verità e di giustizia assoluta, in modo aprioristico, e che sarebbe un intruso in tutta la costruzione della nostra dottrina.
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Come un errore dottrinale è sempre alla base di un errore di tattica politica, o ne è, se si vuole, la traduzione nel linguaggio della nostra coscienza critica collettiva, così un riflesso di tutta la politica e la tattica perniciosa della socialdemocrazia si ha nell’errore di principio che il socialismo erediti una parte sostanziale del contenuto che la dottrina liberale ha affermato contro quello delle vecchie dottrine politiche a base spiritualista. Invece nelle sue prime formulazioni il socialismo marxista distrugge appunto, e non accetta per completarla, tutta la critica che il liberalismo democratico aveva edificato contro le aristocrazie e le monarchie assolute dell’antico regime. La distrugge non certo per rivendicare – diciamolo subito per chiarire il nostro orientamento – una sopravvivenza delle dottrine spiritualistiche o idealistiche contro il materialismo volterriano dei rivoluzionari borghesi, ma per dimostrare come in realtà i teorici di quest’ultimo, con la filosofia politica della “Enciclopedia”, non si fossero che illusi di essere usciti dalle nebbie della metafisica applicata alla sociologia e alla politica e dai nonsensi dell’idealismo, e insieme coi loro predecessori dovessero soggiacere alla critica veramente realistica dei fenomeni sociali e della storia edificata nel materialismo storico di Marx.
È anche teoricamente importante dimostrare come per approfondire il solco tra socialismo e democrazia borghese, per ridare alla dottrina della rivoluzione proletaria il suo contenuto potentemente rivoluzionario smarrito nelle adulterazioni dei fornicatori con la democrazia borghese, non sia affatto necessario fondarsi su una revisione dei principi in senso idealista o neo-idealista, ma occorra semplicemente rifarsi alla posizione presa dai maestri del marxismo dinanzi all’inganno delle dottrine liberali e della filosofia borghese materialista.
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L’affermazione che il tempo dei “privilegi” è tramontato da quando si è creata la base della formazione elettorale maggioritaria della gerarchia sociale, non regge alla critica del marxismo, che porta ben altra luce sulla natura dei fenomeni sociali, e può apparire una seducente costruzione logica solo se si parte dall’ipotesi che il voto ossia il parere, l’opinione, la coscienza, di ciascun elettore abbia lo stesso peso nel conferire la sua delega per l’amministrazione degli affari collettivi. Quanto poco realista e “materialista” sia questo concetto lo dimostri per ora questa considerazione: esso configura ogni uomo come una “unità” perfetta di un sistema composto di tante unità potenzialmente equivalenti tra loro, e anziché porre la valutazione del pronunziato di quel singolo in rapporto a mille sue condizioni di vita ossia di rapporti con gli altri uomini, la teorizza nella supposizione della “sovranità”. Questo equivale ancora a porre la coscienza degli uomini al di fuori del riflesso concreto dei fatti e delle determinanti dell’ambiente, a pensarla come la scintilla accesa in qualunque organismo, sano o logoro, tormentato o armonicamente soddisfatto nei suoi bisogni, con eguale provvida misura da un indefinibile dispensatore di vita. Questi non avrebbe designato il monarca, ma avrebbe dato a ognuno una eguale facoltà di indicarlo. Il presupposto su cui, malgrado la sua ostentazione di razionalità, poggia la teorica democratica, non è dissimile per metafisica puerilità da quello del “libero arbitrio” per cui la legge cattolica dell’aldilà assolve o condanna. La democrazia teorica in quanto si accampa fuori del tempo e della contingenza storica non è dunque meno impeciata di spiritualismo di quello che non siano nel profondo del loro errore le filosofie dell’autorità rivelata e della monarchia per diritto divino.
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Costruendo la sua dottrina della storia il marxismo demoliva infatti a un tempo l’idealismo medioevale, il liberalismo borghese e il socialismo utopista.
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A queste costruzioni arbitrarie di costituzioni sociali, aristocratiche o democratiche, autoritarie o liberali, alle quali è analoga per i suoi errori la concezione anarchica di una società senza gerarchia e senza deleghe di poteri, il comunismo critico ha contrapposto uno studio ben più fondato della natura dei rapporti sociali e delle loro cause, nel complesso sviluppo evolutivo che essi presentano lungo il corso della storia umana, una attenta analisi del carattere di questi rapporti nella presente epoca capitalistica, e una serie di ponderate ipotesi sulla loro ulteriore evoluzione a cui viene ora ad aggiungersi il formidabile contributo teorico e pratico della rivoluzione proletaria russa.
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Chiarito così che il principio di democrazia non ha alcuna virtù intrinseca, e che non vale nulla come principio, essendo piuttosto un semplice meccanismo di organizzazione fondato su una semplice e banale presunzione aritmetica, che i più abbiano ragione e i meno abbiano torto, vediamo se ed in quanto questo meccanismo è utile e sufficiente alla vita di organizzazioni che comprendano più limitate collettività non divise dai solchi degli antagonismi di condizioni economiche, e considerate nel processo del loro sviluppo storico.
È questo meccanismo di democrazia applicabile nella dittatura proletaria, ossia in quella forma di Stato a cui dà luogo la vittoria rivoluzionaria delle classi ribelli al potere degli Stati borghesi, di modo che sia lecito definire questa forma di Stato per il suo meccanismo interno di deleghe e di gerarchie, una “democrazia proletaria”? La questione non va guardata con preconcetti. Può ben darsi che si arrivi alla conclusione che il meccanismo stesso si presti, con date modalità, e finché dalla evoluzione stessa delle cose non ne nasca uno meglio adatto, ma occorre convincersi che proprio nessuna ragione milita che ci possa far stabilire a priori il concetto di sovranità della “maggioranza” del proletariato. Questa non è ancora all’indomani della rivoluzione una collettività completamente omogenea e non costituisce una classe sola: in Russia per esempio il potere è nelle mani delle classi degli operai e dei contadini, ma è facile mostrare, se per poco si considera tutto lo sviluppo del movimento rivoluzionario, che in esso la classe del proletariato industriale, meno numerosa assai dei contadini, rappresenta una parte molto più importante, ed è quindi logico che nei consigli proletari, nel meccanismo dei Soviet, un voto di operaio valga ben più del voto di un contadino.
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Una cosa è indubbia: che mentre la democrazia borghese non ha che lo scopo effettivo di escludere le grandi masse proletarie e piccolo-borghesi da ogni influenza nella direzione dello Stato, riservata alle grandi oligarchie industriali, bancarie, agrarie, la dittatura proletaria deve poter impegnare nella lotta che essa impersona i più vasti strati della massa proletaria e anche quasi proletaria. Ma il raggiungimento di questo scopo non si identifica affatto, se non per chi è suggestionato da pregiudizi, con la formazione di un vasto ingranaggio di consultazione elettiva: questa può essere troppo e – più sovente – troppo poco, facendo sì che dopo una simile forma di partecipazione molti proletari si astengano da altre manifestazioni attive nella lotta di classe. D’altra parte la gravità della lotta in certe fasi esige prontezza di decisioni e di movimenti e centralizzazione della organizzazione degli sforzi in una direzione comune. Per accoppiare queste condizioni lo Stato proletario, come la esperienza russa ci indica con larghezza di elementi di ammaestramento, fonda il suo ingranaggio costituzionale su caratteristiche che vengono direttamente a lacerare i canoni della democrazia borghese, per cui i fautori di questa gridano a violazione di libertà, mentre non si tratta che di smascheramento di pregiudizi filistei con cui la demagogia ha sempre assicurato il potere dei privilegiati.
Il meccanismo costituzionale dell’organizzazione di Stato nella dittatura del proletariato non è solo consultivo ma al tempo stesso esecutivo, la partecipazione, se non di tutta la massa degli eleggenti per lo meno di un vasto strato di loro delegati, non è intermittente ma continua nelle funzioni della vita politica. È interessante come questo si raggiunga senza danno anzi parallelamente al carattere unitario dell’azione di tutto l’apparato, proprio coi criteri opposti a quelli dell’iperliberalismo borghese: ossia sopprimendo sostanzialmente il suffragio diretto e la rappresentanza proporzionale, dopo essere passati sopra l’altro sacro dogma del suffragio uguale. […]
Resta infine l’analisi dell’organizzazione partito, dei cui caratteri abbiamo tuttavia già detto a proposito dell’ingranaggio dello Stato operaio. Il partito non parte da una identità di interessi economici così completa come il sindacato, ma in compenso stabilisce l’unità della sua organizzazione su una base tanto più vasta quanto è la classe in confronto alla categoria. Non solo il partito si estende sulla base dell’intera classe proletaria nello spazio, fino a divenire internazionale, ma altresì nel tempo: ossia esso è lo specifico organo la cui coscienza e la cui azione rispecchiano le esigenze del successo nell’intero cammino di emancipazione rivoluzionaria del proletariato.
Queste note considerazioni ci obbligano, nello studiare i problemi di struttura e di organizzazione interna del partito, a tener di vista tutto il processo della formazione e della vita di esso nei complessi compiti a cui risponde. Non possiamo alla fine di questa già lunga trattazione entrare nei dettagli a proposito del meccanismo con cui nel partito dovrebbero avvenire le consultazioni della massa degli aderenti, il reclutamento, la designazione delle cariche in tutta la gerarchia. È indubitato che finora non vi è di meglio da fare che attenersi per lo più al principio maggioritario. Ma, secondo quanto insistentemente mettiamo in vista, non è il caso di elevare a principio questo impiego del meccanismo democratico.
A fianco di un compito di consultazione analogo a quello legislativo degli apparati di Stato, il partito ha un compito esecutivo che corrisponde addirittura nei momenti supremi di lotta a quello di un esercito, che esigerebbe il massimo di disciplina gerarchica.
In via di fatto, nel complicato processo che ci ha portato ad avere dei partiti comunisti, la formazione della gerarchia è un fatto reale e dialettico che ha lontane origini e che risponde a tutto il passato di esperienza, di esercitazione del meccanismo del partito. Non possiamo concepire una designazione di maggioranza del partito come aprioristicamente tanto felice nella scelta quanto quella di un giudice infallibile e soprannaturale che dia i capi alle collettività umane, a cui credano coloro secondo i quali è un dato di fatto la partecipazione ai conclavi dello Spirito Santo. Perfino in un organismo nel quale, come nel partito, la composizione della massa è il risultato d’una selezione, attraverso la spontanea adesione volontaria, e il controllo del reclutamento, il pronunziato della maggioranza non è per sé stesso il migliore, e solo per effetto di coincidenze nel lavoro concorde e ben avviato esso viene a contribuire al migliore rendimento della gerarchia operante, esecutiva del partito.
Che esso debba essere sostituito da un altro meccanismo, e quale sia questo, qui non proponiamo ancora né indaghiamo in dettaglio: certo che una simile organizzazione che sempre più si liberi dai convenzionalismi del principio di democrazia è ammissibile, e non deve essere respinta con ingiustificate fobie, quando si potesse dimostrare che altri coefficienti di decisione, di scelta, di risoluzione dei problemi si presentano più consoni alle reali esigenze dello sviluppo del partito e della sua attività, nel quadro della storia che si svolge.
Il criterio democratico è finora per noi un accidente materiale per la costruzione della nostra organizzazione interna e la formulazione degli statuti di partito: esso non è l’indispensabile piattaforma. Ecco perché noi non eleveremmo a principio la nota formula organizzativa del “centralismo democratico”. La democrazia non può essere per noi un principio; il centralismo lo è indubbiamente, poiché i caratteri essenziali dell’organizzazione del partito devono essere l’unità di struttura e di movimento. Per segnare la continuità nello spazio della struttura di partito è sufficiente il termine centralismo, e per introdurre il concetto essenziale di continuità nel tempo, ossia nello scopo a cui si tende e nella direzione in cui si precede verso successivi ostacoli da superare, collegando anzi questi due essenziali concetti di unità, noi proporremmo di dire che il partito comunista fonda la sua organizzazione sul “centralismo organico”. Così, conservando quel tanto dell’accidentale meccanismo democratico che ci potrà servire, elimineremo l’uso di un termine caro ai peggiori demagoghi e impastato di ironia per tutti gli sfruttati, gli oppressi, e gli ingannati, quale quello di “democrazia”, che è consigliabile regalare per esclusivo loro uso ai borghesi e ai campioni del liberalismo variamente paludato talvolta in pose estremiste.
Con queste tesi, nella sua quasi totalità salvo un trascurabile gruppo di destra, il partito ad un anno dalla sua costituzione stabiliva le posizioni che poi avrebbe difeso nei congressi internazionali.
Le prime tesi (è notevole il titolo dato alla parte prima: Natura organica del Partito Comunista) stabiliscono la funzione del partito comunista, la stabilità del suo programma, e la disciplina e il centralismo della sua organizzazione. La tesi quattro afferma che le consultazioni democratiche interne sono puramente formali, ma che la selezione dei quadri è il prodotto dialettico di un processo reale. La tesi sei e la tesi sette definiscono le vie con cui il partito supera le crisi revisionistiche. La tesi nove condanna le fusioni organizzative e la duplicità delle adesioni nazionali alla I. C. Infine le tesi ventiquattro e venticinque definiscono il rapporto tra le situazioni storiche e il compito del partito, e la tesi classica che esso, come collettività organica, è antesignano della società comunista.
Parte prima: natura organica del Partito Comunista
1. – Il partito comunista, partito politico della classe proletaria, si presenta nella sua azione come una collettività operante con indirizzo unitario. I moventi iniziali pei quali gli elementi e i gruppi di questa collettività sono condotti ad inquadrarsi in un organismo ad azione unitaria sono gli interessi immediati di gruppi della classe lavoratrice suscitati dalle loro condizioni economiche. Carattere essenziale della funzione del partito comunista è l’impiego delle energie così inquadrate per il conseguimento di obbiettivi che, per essere comuni a tutta la classe lavoratrice e situati al termine di tutta la serie delle sue lotte, superano attraverso la integrazione di essi gli interessi dei singoli gruppi e i postulati immediati e contingenti che la classe lavoratrice si può porre.
2. – La integrazione di tutte le spinte elementari in una azione unitaria si manifesta attraverso due principali fattori: uno di coscienza critica, dal quale il partito trae il suo programma, l’altro di volontà che si esprime nello strumento con cui il partito agisce, la sua disciplinata e centralizzata organizzazione. Questi due fattori di coscienza e di volontà sarebbe erroneo considerarli come facoltà che si possano ottenere o si debbano pretendere dai singoli poiché si realizzano solo per la integrazione dell’attività dl molti individui in un organismo collettivo unitario.
3. – Alla precisa definizione della coscienza teorico-critica del movimento comunista, contenuta nelle dichiarazioni programmatiche dei partiti e della Internazionale Comunista, come all’organizzarsi degli uni e dell’altra, si è pervenuti e si perviene attraverso l’esame e lo studio della storia della società umana e della sua struttura nella presente epoca capitalistica, svolti coi dati, colle esperienze e nella attiva partecipazione alla reale lotta proletaria.
4. – La proclamazione di queste dichiarazioni programmatiche come la designazione degli uomini a cui si affidano i vari gradi della organizzazione di partito si svolgono formalmente con una consultazione a forma democratica di consessi rappresentativi del partito, ma devono in realtà intendersi come un prodotto del processo reale che accumula gli elementi di esperienza e realizza la preparazione e la selezione dei dirigenti dando forma al contenuto programmatico ed alla costituzione gerarchica del partito.
Parte seconda: Processo di sviluppo del Partito Comunista
[…]
6. – Il processo di formazione e di sviluppo del partito proletario non presenta un andamento continuo e regolare, ma è suscettibile nazionalmente ed internazionalmente di fasi assai complesse e di periodi di crisi generale. Molte volte si è verificato un processo di degenerazione per il quale l’azione dei partiti proletari ha perduto o vi si è andata allontanando, anziché avvicinando, quel carattere indispensabile di attività unitaria e inspirata alle massime finalità rivoluzionarie, frammentandosi nel dedicarsi alla soddisfazione di interessi di limitati gruppi operai o nel conseguimento di risultati contingenti (riforme) a costo di adottare metodi che compromettevano il lavoro per le finalità rivoluzionarie, e la preparazione ad esse del proletariato. Per tale via i partiti proletari sono spesso giunti ad estendere i limiti della loro organizzazione a sfere di elementi i quali non potevano ancora porsi sul terreno della azione collettiva unitaria e massimalista. Questo fatto è sempre stato accompagnato da una revisione deformatrice della dottrina e del programma, e da un allentamento della disciplina interna per modo che anziché aversi uno stato maggiore di capi adatti e decisi alla lotta si è consegnato il movimento proletario nelle mani di agenti larvati della borghesia.
7. – Da una situazione di tal genere il ritorno, sotto l’influsso di nuove situazioni e sollecitazioni ad agire esercitate dagli avvenimenti sulla massa operaia, alla organizzazione di un vero partito di classe, si effettua nella forma di una separazione di una parte del partito che, attraverso i dibattiti sul programma, la critica delle esperienze sfavorevoli della lotta, e la formazione in seno al partito di una scuola e di una organizzazione colla sua gerarchia (frazione), ricostituisce quella continuità di vita di un organismo unitario fondata sul possesso di una coscienza e di una disciplina, da cui sorge il nuovo partito. È questo processo che in generale ha condotto dal fallimento dei partiti della Seconda Internazionale al sorgere della Terza Internazionale comunista.
8. – Lo sviluppo del partito comunista dopo lo scioglimento di una simile crisi, e con riserva della possibilità di ulteriori fasi critiche prodotte da nuove situazioni, si può per comodità di analisi definire come sviluppo “normale” del partito. Presentando il massimo di continuità nel sostenere un programma e nella vita della gerarchia dirigente (al disopra delle sostituzioni personali di capi infedeli o logorati) il partito presenta anche il massimo di efficace ed utile lavoro nel guadagnare il proletariato alla causa della lotta rivoluzionaria. Non si tratta qui semplicemente di un effetto di ordine didattico sulle masse e tanto meno della velleità di esibire un partito intrinsecamente puro e perfetto, ma proprio del massimo rendimento nel processo reale per cui, come meglio si vedrà innanzi, attraverso il sistematico lavoro di propaganda, di proselitismo e soprattutto di attiva partecipazione alle lotte sociali, si effettua lo spostamento dell’azione di un sempre maggior numero di lavoratori dal terreno degli interessi parziali e immediati a quello organico e unitario della lotta per la rivoluzione comunista; poiché solo quando una simile continuità esiste è possibile, non solo vincere le esitanti diffidenze del proletariato verso il partito, ma incanalare e inquadrare rapidamente e efficacemente le nuove energie acquisite nel pensiero come nell’azione comune, creando quella unità di movimento che è condizione rivoluzionaria indispensabile.
9. – Per tutte le stesse ragioni va considerato come un procedimento affatto anormale quello della aggregazione al partito di altri partiti o parti staccate di partiti. Il gruppo che si era fino a un tal momento distinto per una diversa posizione programmatica e per una organizzazione indipendente non arreca un insieme di elementi utilmente assimilabili in blocco e viene ad alterare la saldezza della posizione politica e della struttura interna del vecchio partito di modo che l’aumento di effettivi numerici è lungi dal corrispondere ad un aumento di forza e di potenzialità del partito, e potrebbe talvolta paralizzare il suo lavoro di inquadramento delle masse in luogo di agevolarlo.
È desiderabile che al più presto si affermi inammissibile nel seno della organizzazione comunista mondiale la deroga a due princìpi fondamentali di organizzazione: non può esservi in ogni paese che un solo partito comunista, e non si può aderire alla Internazionale Comunista che per la via della ammissione individuale nel partito comunista del dato paese.
Parte quinta: Elementi di tattica del Partito Comunista tratti dall’esame delle situazioni
Punto 24. … «Il deve sforzarsi di prevedere lo sviluppo delle situazioni per esplicare in esse quel grado di influenza che gli è possibile; ma l’attendere le situazioni per subirne in modo eclettico e discontinuo le indicazioni e le suggestioni è metodo caratteristico dell’opportunismo socialdemocratico. Se i partiti comunisti dovessero essere costretti ad adattarsi a questo sottoscriverebbero la rovina della costruzione ideologica e militante del comunismo.
25. – Il partito comunista intanto riesce a possedere il suo carattere di unità e di tendenza a realizzare tutto un processo programmatico, in quanto raggruppa nelle sue file quella parte del proletariato che ha superato nell’organizzarsi la tendenza a muoversi soltanto per gli impulsi immediati di ristrette situazioni economiche. L’influenza della situazione sui movimenti d’insieme del partito cessa di essere immediata e deterministica per divenire una dipendenza razionale e volontaria, in quanto la coscienza critica e l’iniziativa della volontà che hanno limitatissimo valore per gli individui sono realizzate nella collettività organica del partito: tanto più che il partito comunista si presenta come antesignano di quelle forme di associazione umana che trarranno dall’aver superato la presente informe organizzazione economica la facoltà di dirigere razionalmente, in luogo di subirlo passivamente, il gioco dei fatti economici e delle loro leggi.
(da STATO OPERAIO, 6-3-1924)
Queste tesi furono contrapposte a quelle approvate dal Congresso perché si opponevano alla tattica del fronte unico e a quella del governo operaio.
Alcuni punti interessano il problema dell’organizzazione. Ogni tradizione di federalismo deve essere eliminata, per assicurare centralizzazione e disciplina unitaria. Ma questo problema storico non va risolto con espedienti meccanici. Anche la nuova Internazionale, per evitare pericoli opportunisti e crisi disciplinari interne, deve fondare la centralizzazione sulla chiarezza non solo del programma, ma anche della tattica e del metodo di lavoro. Fin d’allora si ribadiva che questa è la sola garanzia su cui il centro può basare la sua sicura autorità.
Costituzione dei Partiti Comunisti e della I.C.
[…]
La organizzazione internazionale, eliminando tutte le vestigia del federalismo della vecchia Internazionale, deve assicurare il massimo di centralizzazione e di disciplina. Questo processo si svolge tuttora attraverso le difficoltà derivanti dalle differenti condizioni dei vari paesi e dalle tradizioni dell’opportunismo. Esso si risolverà efficacemente non con espedienti meccanici, ma con la realizzazione di una effettiva unità di metodo, che ponga in evidenza i caratteri comuni all’azione dei gruppi di avanguardia del proletariato nei vari paesi.
Non si può ammettere che un qualunque gruppo politico possa essere inquadrato nella disciplina e nella organizzazione rivoluzionaria internazionale in virtù della semplice sua adesione a dati testi, e con la promessa di osservanza di una serie d’impegni. Si deve invece tener conto del processo reale svoltosi nei gruppi organizzati che agiscono nella politica proletaria (partiti e tendenze) e della formazione della loro ideologia e della loro esperienza di azione per giudicare se, ed in quale misura, possono essi far parte dell’Internazionale Comunista.
Le crisi disciplinari dell’Internazionale Comunista dipendono da un doppio aspetto che assume oggi l’opportunismo tradizionale: quello di accettare con entusiasmo le formulazioni dell’esperienza tattica dell’Internazionale Comunista, senza intenderne la solida coordinazione ai fini rivoluzionari ma cogliendone le forme esteriori di applicazione come un ritorno ai vecchi metodi opportunisti destituiti di ogni coscienza e volontà finalistica e rivoluzionaria, e quello di rifiutare quelle formulazioni della tattica con una critica superficiale che le dipinge come una rinuncia e un ripiegamento rispetto agli obbiettivi programmatici rivoluzionari. Nell’uno e nell’altro caso si tratta di incomprensione dei rapporti che corrono tra l’impiego dei mezzi e i fini comunisti.
Per eliminare i pericoli opportunisti e le crisi disciplinari, l’Internazionale Comunista deve appoggiare la centralizzazione organizzativa sulla chiarezza e la precisione delle risoluzioni tattiche e sulla esatta definizione dei metodi da applicare.
Una organizzazione politica, fondata cioè sulla adesione volontaria di tutti i suoi membri, risponde alle esigenze dell’azione centralizzata solo quando tutti i suoi componenti abbiano visto ed accettato l’insieme dei metodi che dal centro può essere ordinato di applicare nelle varie situazioni.
Il prestigio e l’autorità del centro, che non dispongono di sanzioni materiali, ma si avvalgono di coefficienti che restano nel dominio dei fattori psicologici, esigono assolutamente chiarezza, precisione e continuità nelle proclamazioni programmatiche e nei metodi di lotta. In questo sta la sola garanzia di poter costituire un centro di effettiva azione unitaria del proletariato internazionale.
Un’organizzazione solida nasce solo dalla stabilità delle sue norme organizzative; che, assicurando ogni singolo della loro applicazione imparziale, riduce al minimo le ribellioni e le diserzioni. Gli statuti organizzativi, non meno della ideologia e delle norme tattiche, devono dare un’impressione di unità e di continuità.
Per queste considerazioni, poggiate su di una ricca esperienza, nel passaggio dal periodo di costruzione dell’Internazionale dei partiti comunisti a quello della azione del Partito Comunista Internazionale, si presenta necessaria l’eliminazione di norme di organizzazione affatto anormali.
Tali sono le fusioni di sezioni isolate dell’Internazionale con altri organismi politici, il fatto che taluna di queste possa essere costituita non sul criterio delle adesioni personali, ma su quello della adesione di organizzazioni operaie, la esistenza di frazioni o gruppi di organizzati su basi tendenziali nel seno della organizzazione, la penetrazione sistematica e il noyautage in altri organismi che abbiano natura e disciplina politica (il che si applica ancor più a quelli di tipo militare).
Nella misura in cui la Internazionale applicherà tali espedienti, si verificheranno manifestazioni di federalismo e rotture disciplinari. Se dovesse arrestarsi o invertirsi il processo per tendere alla eliminazione di tali anormalità o se queste dovessero elevarsi a sistema, si presenterebbe con estrema gravità il pericolo di una ricaduta nell’opportunismo.
(da IL LAVORATORE, 9-12-1922)
Questo discorso espone in quale senso la Sinistra italiana accetta principi dei precedenti congressi, tra cui quello della conquista della maggiore influenza sulle masse.
La tattica del fronte unico è accettata entro limiti precisi che rispettino l’autonomia del Partito comunista e la sua indipendenza da blocchi politici di altri partiti. Quanto al governo operaio, che apparve non in un Congresso, ma nell’Allargato del giugno 1922, se esso fosse la mobilitazione rivoluzionaria per la dittatura del proletariato non vi sarebbero pericoli, ma se invece lasciasse intendere un’altra formula per la conquista del potere, la parola va rigettata.
A parte le quistioni tattiche, è fatto parola di un altro punto di grave dissenso sui metodi di lavoro interno, che non consiste nel chiedere una applicazione di democrazia, da cui la Sinistra rifugge da sempre, ma in una diversa visione dialettica delle garanzie della disciplina centrale. In questo punto cruciale sta il giusto allarme della Sinistra sulla futura degenerazione dell’Internazionale.
La questione della maggioranza
I comunisti italiani non hanno sostenuto, né in teoria né in pratica, un metodo putschista che si illude di conquistare il potere con un piccolo Partito rivoluzionario; solamente essi non accettano la formula della maggioranza della classe operaia, che è vaga ed arbitraria. È vaga perché non può dire se si tratta del solo proletariato o anche degli strati semiproletari, degli organizzati politici o sindacali. Questa formula ci sembra arbitraria in questo senso: nulla ci può fare escludere che l’attacco rivoluzionario sia reso impossibile dai rapporti delle forze in una situazione in cui noi possediamo la maggioranza; come d’altra parte non si può escludere che l’attacco sia possibile prima di aver raggiunto questa maggioranza.
La nostra opinione sui compiti dell’Internazionale e sull’esposizione che ne ha fatto il compagno Zinoviev è che l’Internazionale finora non ha risolto il grande problema tattico nel modo più felice. Di solito si riconosce la tendenza di sinistra per la fiducia che essa ha nell’avvento prossimo della rivoluzione. Ora a questo riguardo io sono un po’ più pessimista del compagno Zinoviev.
Se una condizione oggettiva indispensabile per la rivoluzione è l’esistenza di una grande crisi capitalistica, bisogna non di meno constatare che le condizioni soggettive per l’esistenza di una forte Internazionale Comunista e per la sua influenza sulle masse sono in un certo senso compromesse dall’influenza diretta della crisi sulle organizzazioni economiche operaie, sui sindacati e sulle organizzazioni analoghe.
[…]
Come affrontare la reazione padronale
[…]
Noi abbiamo detto che concepiamo dei limiti nei mezzi di applicazione di questa tattica, limiti che si ricongiungono alla necessità di non compromettere gli altri fattori della influenza del partito sulle masse e della preparazione rivoluzionaria interiore dei suoi aderenti; poiché non dobbiamo mai dimenticare che il nostro partito non è un meccanismo rigido che noi manovriamo, ma è una cosa reale su cui i fattori esteriori agiscono e che è suscettibile di essere modificato dalla direzione stessa che noi imprimiamo alla nostra tattica.
[…]
Il pericolo di un revisionismo comunista
Noi affermiamo che il pericolo che il fronte unico degeneri in un revisionismo comunista esiste e che per evitarlo bisogna tenersi in questi limiti.
Per ciò che concerne la parola d’ordine del “Governo Operaio”, se si afferma, come nell’Esecutivo Allargato del mese di giugno, che esso è esattamente la “mobilitazione rivoluzionaria della classe operaia per il rovesciamento della dominazione borghese”, noi troviamo che in certi casi può convenire di usare questa parola come sostituzione terminologica della dittatura del proletariato. In ogni caso noi non ci opponiamo a ciò salvo che non paia troppo opportunista questo bisogno di mascherare il nostro vero programma. Ma se questa parola del Governo Operaio deve dare alla massa operaia l’impressione che, non una situazione transitoria politica, né un rapporto momentaneo di forze sociali, ma il problema essenziale dei rapporti fra la classe proletaria e lo Stato (problema su cui noi abbiamo fondato la ragione d’essere del programma e dell’organizzazione dell’Internazionale) può risolversi in altro modo che non sia la lotta armata per la conquista del potere e per il suo esercizio nella forma della dittatura proletaria, noi respingiamo allora questo mezzo tattico, poiché esso, per il dubbio risultato di una popolarità immediata, compromette una condizione fondamentale della preparazione del proletariato e del partito ai compiti rivoluzionari.
Si potrà dire che il governo operaio non è ciò che noi supponiamo; ma io debbo osservare che ho più volte inteso spiegare ciò che il governo operaio non è, ma debbo ancora sentire dalla bocca di Zinoviev o di altri ciò che il governo operaio è.
Se si tratta di prospettarsi obbiettivamente la realizzazione di un regime di passaggio che precederà la dittatura proletaria, io credo che là dove la vittoria proletaria non perverrà a prendere una forma estremamente decisiva, si deve piuttosto prevedere che il processo si diriga attraverso i colpi della reazione verso governi borghesi di coalizione, nei quali la destra degli opportunisti probabilmente parteciperà in maniera diretta e i centristi scompariranno dalla scena politica, dopo aver compiuto il loro compito di complici della socialdemocrazia.
[…]
Noi siamo per il massimo di centralizzazione e di potere agli organi supremi centrali. Ma ciò che deve assicurare l’obbedienza alle iniziative del centro dirigente non è soltanto un sermone solenne per la disciplina da un lato e dall’altro i più sinceri impegni a rispettarla; né si tratta di una applicazione formale e minuziosa della democrazia interna e del controllo da parte della massa degli organizzati, che sovente si riduce ad una finzione. La garanzia della disciplina deve essere cercata altrove, se noi ci ricordiamo, al lume della dialettica marxista, quale è la natura della nostra organizzazione, che non è un meccanismo, che non è un esercito, ma che è un complesso unitario reale, il cui sviluppo è in primo luogo un prodotto e in secondo luogo un fattore dello sviluppo della situazione storica.
La garanzia di una disciplina non può essere trovata che nella precisione dei limiti entro i quali i nostri metodi di azione debbono applicarsi, nella precisione dei programmi e delle risoluzioni tattiche fondamentali e delle misure d’organizzazione.
La rivoluzione Russa ha dato al movimento rivoluzionario internazionale le basi per un ristabilimento della sua ideologia e della sua organizzazione di combattimento; è questo un beneficio inestimabile e che produrrà i suoi effetti ulteriori nella misura in cui il legame fra la rivoluzione russa e il movimento proletario internazionale sarà mantenuto. Noi critichiamo, e giustamente poiché essa ci allontana da questo scopo, la tendenza a lasciare troppa libertà nelle misure di organizzazione e nei mezzi tattici dei quali la scelta deve essere rimessa al centro dirigente. Questa scelta deve restare, noi affermiamo, al centro e non alle organizzazioni nazionali secondo i giudizi che esse pretendono di dare delle loro condizioni speciali. Se l’estensione di questa scelta rimane troppo larga e talvolta perfino imprevedibile, ne deriverà fatalmente la frequenza di casi di indisciplina che spezzano la continuità e il prestigio dell’organizzazione rivoluzionaria mondiale.
[…]
Per un vero Partito Comunista Internazionale
Volendo trovare a qualsiasi costo dei mezzi risolutivi per raggiungere dei grandi successi rivoluzionari, si è forse presa una via che, attraverso le crisi che si sono determinate senza che nessuna forza a disposizione della nostra volontà possa impedirle, ha allontanato dei risultati veramente sicuri e solidi; ed è possibile che dei momenti decisivi ci trovino con delle questioni imbarazzanti sulle braccia. Io non pretendo che questa esperienza non sia stata in un certo senso necessaria; mi permetto di portare qui un contributo che deriva non da speculazioni astratte, ma dalla esperienza di un partito che occupa il suo posto nella lotta sul fronte comune.
La nostra Internazionale è considerata troppe volte come qualche cosa che è al di fuori dei partiti che ad essa aderiscono: talvolta questi partiti o delle frazioni di questi partiti si permettono con essa dei dibattiti polemici sovente pubblici e insolenti. L’Internazionale è ridotta a farsi delle frazioni nei partiti che dovrebbero essere ai suoi ordini, ciò che mi sembra assurdo e disastroso.
Noi ci vediamo costretti a liquidare troppe questioni d’organizzazione e di disciplina nel momento stesso in cui constatiamo che l’avversario sferra una tale reazione da rendere praticamente impossibile i pourparler, i negoziati, tutta la procedura che si impone in tali casi.
Io terminerò con una parola che Zinoviev stesso ha lanciato: Siamo un vero Partito Comunista Internazionale, solidamente centralizzato e temprato per la lotta rivoluzionaria. Io osservo che in un tale partito non si farebbero dei cambiamenti nella struttura organizzativa in un settore isolato, che nei suoi congressi sovrani non si vedrebbero mai dei delegati i quali provengono da una data circoscrizione e non sono in ordine con le regole generali di organizzazione.
Dichiarazione della Sinistra sul progetto di organizzazione dell’Internazionale
(Ventisettesima seduta del 30 novembre 1922)
Di tale dichiarazione (tratta dal protocollo tedesco), è notevole la parte circa la eliminazione dei residui dei metodi di tipo socialdemocratico, ma è nello stesso tempo chiarito il senso dialettico del rapporto tra centro e periferia, Il resto della risoluzione si riferiva ad altri problemi tra cui la protesta contro il convocare il V Congresso dopo due anni, a cui fu risposto che sarebbe stato convocato entro il 1923, Il che non avvenne.
Trovo completamente accettabile in tutte le sue parti il progetto di organizzazione. Esso contiene disposizioni che, obiettivamente considerate, hanno una grande importanza perché mirano ad eliminare gli ultimi residui dei metodi organizzativi a tipo federalistico della vecchia Internazionale. Se, in questo stadio del Congresso, fosse ancora possibile allargare ancora un po’ la discussione, potrei sollevare la questione se tutto ciò che è necessario per rendere operante una effettiva centralizzazione rivoluzionaria è realizzabile mediante una riforma dell’apparato organizzativo. Ho già detto qualcosa in merito nel mio discorso sul rapporto dell’Esecutivo e non mi ripeterò ora. Devo tuttavia ribadire che, se vogliamo realizzare una effettiva centralizzazione, cioè una sintesi delle forze spontanee dell’avanguardia del movimento rivoluzionario nei diversi paesi, per poter eliminare le crisi disciplinari che oggi constatiamo dobbiamo si centralizzare il nostro apparato organizzativo, ma nello stesso tempo unificare i nostri metodi di lotta e precisar bene tutto ciò che si riferisce al programma e alla tattica dell’I.C. A tutti i gruppi e compagni appartenenti all’I. C. dobbiamo spiegare esattamente che cosa significhi il dovere di incondizionata obbedienza che essi contraggono entrando nelle nostre file.
Quanto ai Congressi internazionali, concordo pienamente sulla soppressione dei mandati imperativi e sul modo di convocazione dei congressi nazionali. Ammetto senza riserve che si tratta qui di misure che corrispondono ai principi della centralizzazione, ma sono dell’avviso che, nell’interesse di una vera centralizzazione, non dovremmo limitarci a dichiarare che i mandati imperativi devono essere soppressi e i congressi mondiali tenuti prima dei congressi nazionali, perché sullo stesso lavoro e sulla stessa organizzazione dei Congressi mondiali vanno dette parole ancor più gravi.
Non propongo di riaprire ora un grande dibattito sulla questione della tattica, ma, se penso al programma, agli statuti, alla tattica, trovo assurda l’idea di convocare il V Congresso solo fra due anni. In nome della maggioranza della delegazione italiana, mi riservo quindi di presentare la proposta che il V Congresso dell’I. C., tenuto conto del rinvio di temi molto importanti, si tenga nell’estate o nell’autunno del 1923 al massimo,
[Kolarov a nome del C. E chiarisce che il V Congresso si terrà l’anno prossimo e che le decisioni circa l’intervallo di due anni fra i congressi mondiali entreranno in vigore solo dopo].
(febbraio 1924)
Questi passi della Conferenza tenuta alla Casa del popolo di Roma in pieno regime fascista, il 24-2-1924, sono ben noti perché compresi nel recente volume edito dal partito col titolo « La Sinistra comunista in Italia sulla linea marxista di Lenin ».
E’ svolta la nostra visione della funzione del capo in rapporto alla organizzazione in partito, Sono da notare le critiche decise della banalità di ogni democrazia numerica e di ogni scelta basata sul numero bruto dei pareri. E’ negato che nel partito come nella società di domani una funzione più alta determini vantaggio e privilegio personale.
[…]
Dal nostro punto di vista materialistico storico, la funzione dei capi si studia uscendo decisamente fuori dai limiti angusti in cui la chiude la concezione individualista volgare. Per noi un individuo non è una entità, una unità compiuta e divisa dalle altre, una macchina per sé stante, o le cui funzioni siano alimentate da un filo diretto che la unisca alla potenza creatrice divina o a quella qualsiasi astrazione filosofica che ne tiene il posto, come la immanenza, la assolutezza dello spirito, e simili astruserie. La manifestazione e la funzione del singolo sono determinate dalle condizioni generali dell’ambiente e della società e dalla storia di questa. Quello che si elabora nel cervello di un uomo ha avuto la sua preparazione nei rapporti con altri uomini e nel fatto, anche di natura intellettiva, di altri uomini. Alcuni cervelli privilegiati ed esercitati, macchine meglio costruite e perfezionate, traducono ed esprimono e rielaborano meglio un patrimonio di conoscenze e di esperienze che non esisterebbe se non si appoggiasse sulla vita della collettività. Il capo, più che inventare, rivela la massa a sé stessa e fa sì che essa si possa riconoscere sempre meglio nella sua situazione rispetto al mondo sociale e al divenire storico, e possa esprimere in formule esteriori esatte la sua tendenza ad agire in quel senso, di cui sono poste le condizioni dai fattori sociali, il cui meccanismo in ultimo, si interpreta partendo dall’indagine degli elementi economici. Anzi, la più grande portata del materialismo storico marxista, come soluzione geniale del problema della determinazione e della libertà umana, sta nell’averne tolta l’analisi dal circolo vizioso dell’individuo isolato dall’ambiente, e averla riportata allo studio sperimentale della vita delle collettività. Sicché le verifiche del metodo deterministico marxista, dateci dai fatti storici, ci permettono di concludere che è giusto il nostro punto di vista oggettivistico e scientifico nella considerazione di queste questioni, anche se la scienza al suo grado attuale di sviluppo non può dirci per quale funzione le determinazioni somatiche e materiali sugli organismi degli uomini si esplichino in processi psichici collettivi e personali.
Il cervello del capo è uno strumento materiale funzionante per legami con tutta la classe e il partito; le formulazioni che il capo detta come teorico e le norme che prescrive come dirigente pratico, non sono creazioni sue, ma precisazione di una coscienza i cui materiali appartengono alla classe-partito e sono prodotti di una vastissima esperienza. Non sempre tutti i dati di questa appaiono presenti al capo sotto forma di erudizione meccanica, cosicché noi possiamo realisticamente spiegarci certi fenomeni di intuizione che vengono giudicati di divinazione e che, lungi dal provarci la trascendenza di alcuni individui sulla massa, ci dimostrano meglio il nostro assunto che il capo è lo strumento operatore e non il motore del pensiero e dell’azione comune.
Il problema dei capi non si può porre allo stesso modo in tutte le epoche storiche, perché i suoi dati si modificano nel corso della evoluzione. Anche qui noi usciamo dalle concezioni che pretendono che questi problemi si risolvano per dati immanenti, nella eternità dei fatti dello spirito. Come la nostra considerazione della storia del mondo assegna un posto speciale alla vittoria di classe del proletariato, prima classe che vinca possedendo una teoria esatta delle condizioni sociali e la conoscenza del suo compito, e che possa, “uscendo dalla preistoria umana”, organizzare il dominio dell’uomo sulle leggi economiche, così la funzione del capo-proletario è un fenomeno nuovo e originale della storia, e possiamo ben mandare a spasso chi ce lo vuol risollevare citando le prevaricazioni di Alessandro o di Napoleone. E infatti per la speciale e luminosa figura di Lenin, se pure egli non ha vissuto il periodo che apparirà quello classico della rivoluzione operaia, quando questa mostrerà le sue maggiori forze a terrificazione dei filistei, la biografia incontra caratteri nuovi e i cliché storici tradizionali della cupidigia di potere, dell’ambizione, del satrapismo, impallidiscono e incretiniscono al confronto della diritta, semplice e ferrea storia della sua vita e dell’ultimo particolare del suo habitus personale.
I capi e il capo sono quelli e colui che meglio e con maggiore efficacia pensano il pensiero e vogliono la volontà della classe, costruzioni necessarie quanto attive delle premesse che ci danno i fattori storici. Lenin fu un caso eminente, straordinario, di questa funzione, per intensità ed estensione di essa. Per quanto meraviglioso sia il seguire l’opera di quest’uomo all’effetto di intendere la nostra dinamica collettiva della storia, non noi però ammetteremo che la sua presenza condizionasse il processo rivoluzionario alla cui testa lo abbiamo veduto, e tanto meno che la sua scomparsa arresti le classi lavoratrici sul loro cammino.
Più ancora: questo processo di elaborazione di materiale appartenente a una collettività, che noi vediamo nell’individuo del dirigente, come prende dalla collettività e a essa restituisce energie potenziate e trasformate, così nulla può togliere colla sua scomparsa dal circolo di queste. La morte dell’organismo di Lenin non significa per nulla la fine di questa funzione se, come abbiamo dimostrato, in realtà il materiale come egli lo ha elaborato deve ancora essere alimento vitale della classe e del partito. In questo senso, prettamente scientifico, cercando di guardarci, per quanto è possibile, da concetti mistici e da amplificazioni letterarie, noi possiamo parlare di una immortalità, e per lo stesso motivo della particolare impostazione storica di Lenin e del compito suo mostrare quanto questa immortalità sia più ampia di quella degli eroi tradizionali di cui ci parlano la mistica e la letteratura.
La morte resta per noi non l’eclissi di una vita concettuale, ché questa non ha fondamento nella persona ma in enti collettivi, ma è un puro fatto fisico scientificamente valutabile. La nostra assoluta certezza che quella funzione intellettiva che corrispondeva all’organo cerebrale di Lenin è dalla morte fisica arrestata per sempre in quell’organo, e non si traduce in un Lenin incorporeo che noi possiamo celebrare come presente invisibile ai nostri riti, che quella macchina possente e mirabile è purtroppo distrutta per sempre, diventa la certezza che la funzione di essa si continua e si perpetua in quella degli organi di battaglia nella direzione dei quali egli primeggiò. Egli è morto, l’autopsia ha mostrato come: attraverso il progressivo indurimento dei vasi cerebrali sottoposti a una pressione eccessiva e incessante. Certi meccanismi di altissima potenza hanno una vita meccanica breve: il loro sforzo eccezionale è una condizione della loro precoce inutilizzazione.
Chi ha ucciso Lenin è questo processo fisiologico, determinato dal lavoro titanico cui negli anni supremi egli volle, e doveva, sottoporsi, perché la funzione collettiva esigeva che quell’organo girasse al più alto rendimento, e non poteva essere in altro modo. Le resistenze che si opponevano al compito rivoluzionario hanno rovinato questo magnifico utensile, ma dopo che esso aveva spezzato i punti vitali della materia avversa su cui operava.
Lenin stesso ha scritto che, anche dopo la vittoria politica del proletariato, la lotta non è terminata; che noi non possiamo, uccisa la borghesia, sgombrare senz’altro il suo mostruoso cadavere: questo rimane e si decompone in mezzo a noi e i suoi miasmi pestilenziali ci ammorbano l’aria che respiriamo. Questi prodotti venefici, nelle loro molteplici forme, hanno avuto ragione del migliore tra gli artefici rivoluzionari. Essi ci appaiono come il lavoro immane, necessario ad affrontare le gesta militari e politiche della reazione mondiale e le trame delle sette controrivoluzionarie, come lo sforzo spasmodico per uscire dalle strettezze atroci della fame prodotta dal blocco capitalista, cui Lenin doveva sottoporre il suo organismo senza potersi risparmiare. Ci appaiono, tra l’altro, come i colpi di rivoltella della socialrivoluzionaria Dora Kaplan, che restano collocati nelle carni di Lenin e contribuiscono all’opera dissolvitrice. Sforzandoci di essere pari all’obiettività del nostro metodo, noi possiamo solo trovare in questa valutazione di fenomeni patologici nella vita sociale il modo di esprimere un giudizio su certe attitudini che altrimenti non sarebbero, nella loro insultante insensatezza, suscettibili di essere giudicate, come quella degli anarchici nostrani che hanno commentato la scomparsa del più grande lottatore della classe rivoluzionaria sotto il titolo: “Lutto o festa?”. Anche questi sono fermenti di un passato che deve scomparire: l’avvenirismo paranoico è sempre stata una delle manifestazioni delle grandi crisi. Lenin ha sacrificato se stesso nella lotta contro queste sopravvivenze che lo circondavano anche nella triplice fortezza della prima rivoluzione; la lotta sarà ancora lunga, ma finalmente il proletariato vincerà levandosi fuori dalle molteplici pietose esalazioni di uno stato sociale di disordine e di servitù, e del loro disgustoso ricordo.
Al momento in cui Lenin muore, un interrogativo si presenta dinanzi a noi, e noi certo non lo sfuggiremo. La grande previsione di Lenin è forse fallita? La crisi rivoluzionaria, che con lui noi attendevamo, è rinviata, e per quanto?
La organizzazione in partito, che permette alla classe di essere veramente tale e vivere come tale, si presenta come un meccanismo unitario in cui i vari “cervelli” (non solo certamente i cervelli, ma anche altri organi individuali) assolvono compiti diversi a seconda delle attitudini e potenzialità, tutti al servizio di uno scopo e di un interesse che progressivamente si unifica sempre più intimamente “nel tempo e nello spazio” (questa comoda espressione ha un significato empirico e non trascendente). Non tutti gli individui hanno dunque lo stesso posto e lo stesso peso nella organizzazione: man mano che questa divisione dei compiti si attua secondo un piano più razionale (e quello che è oggi per il partito-classe sarà domani per la società) è perfettamente escluso che chi si trova più in alto gravi come privilegiato sugli altri. La evoluzione rivoluzionaria nostra non va verso la disintegrazione, ma verso la connessione sempre più scientifica degli individui tra loro.
Essa è anti-individualista in quanto materialista; non crede all’anima o a un contenuto metafisico e trascendente dell’individuo, ma inserisce le funzioni di questo in un quadro collettivo, creando una gerarchia che si svolge nel senso di eliminare sempre più la coercizione e sostituirvi la razionalità tecnica. Il partito è già un esempio di una collettività senza coercizione.
Questi elementi generali della questione mostrano come nessuno meglio di noi è al di là del significato banale dell’egualitarismo e della democrazia “numerica”. Se noi non crediamo all’individuo come base sufficiente di attività, che valore può avere per noi una funzione del numero bruto degli individui? Che può significare per noi democrazia o autocrazia? Ieri avevamo una macchina di primissimo ordine (un “campione di eccezionale classe”, direbbero gli sportivi) e questo potevamo metterlo all’apice supremo della piramide gerarchica: oggi questi non v’è ma il meccanismo può seguitare a funzionare con una gerarchia un poco diversa in cui alla sommità vi sarà un organo collettivo costituito, si intende, da elementi scelti. La questione non si pone a noi con un contenuto giuridico, ma come un problema tecnico non pregiudicato da filosofemi di diritto costituzionale o, peggio, naturale. Non vi è una ragione di principio che nei nostri statuti si scriva “capo” o “comitato di capi”, e da queste premesse parte una soluzione marxista della questione della scelta: scelta che fa, più che tutto, la storia dinamica del movimento e non la banalità di consultazioni elettive. Preferiamo non scrivere nella regola organizzativa la parola capo perché non sempre avremo tra le file una individualità della forza di un Marx o di un Lenin. In conclusione, se l’uomo, lo “strumento” di eccezione esiste, il movimento lo utilizza: ma il movimento vive lo stesso quando tale personalità eminente non si trova. La nostra teoria del capo è molto lungi dalle cretinerie con cui le teologie e le politiche ufficiali dimostrano la necessità dei pontefici, dei re, dei “primi cittadini”, dei dittatori e dei duci, povere marionette che si illudono di fare la storia.
(maggio 1924)
Questo articolo è preso dal nr. 5 del 15-5-1924 della rivista Prometeo che apparve a Napoli ad opera dei compagni della Sinistra nel 1924. Un’altra serie della rivista apparve a Bruxelles sempre ad opera di compagni della Sinistra. Infine, ad opera del nostro Partito, Prometeo è apparso in Italia tra il luglio 1946 e il luglio-settembre 1952. Pubblicazioni ulteriori dallo stesso titolo sono estranee al nostro movimento.
Questo antico articolo conferma le nostre posizioni circa l’organizzazione e la disciplina, e stabilisce il giusto rapporto non meccanico tra le funzioni del centro e della base, ripudiando ogni applicazione di banalità democratiche.
[…]
È implicita nel pensiero marxista la critica della pomposa illusione maggioritaria secondo cui la via giusta è sempre indicata dal confronto fra le cifre di una votazione in cui ogni individuo abbia il medesimo peso e la medesima influenza. E questa critica del criterio maggioritario può arrivare a respingerlo come illusorio non soltanto nel monumentale inganno dello Stato borghese parlamentare, ma anche per il funzionamento dello Stato rivoluzionario, anche nel seno di organismi economici proletari e dello stesso nostro Partito, salva sempre la eventualità di doverlo adottare in pratica in mancanza di una migliore convenzione organizzativa. Nessuno più di noi marxisti riconosce la importanza della funzione delle minoranze organizzate, e la assoluta necessità nelle fasi della lotta rivoluzionaria che la classe e il Partito che la conduce funzionino sotto la stretta dirigenza delle gerarchie della propria organizzazione e con la più solida disciplina.
L’esserci così liberati d’ogni pregiudizio di carattere egualitario e democratico non deve, però, condurre a porre a base della nostra azione un nuovo pregiudizio che sia la negazione formalistica e metafisica del primo. Ci richiamiamo a tale proposito a quanto abbiamo scritto nella prima parte dell’articolo sulla questione nazionale (n. 4 di Prometeo) sulla maniera di prospettarci i grandi problemi del comunismo.
Che nella pratica il meccanismo organizzativo e la regola di funzionamento interno dei Partiti Comunisti sia una linea intermedia, per così dire, tra l’assoluto centralismo e l’assoluta democrazia, risulta dalla stessa espressione di “centralismo democratico” ricorrente nei testi dell’Internazionale, e viene ricordato opportunamente nella nota lettera del compagno Trotski che ha suscitato grandi discussioni tra i compagni russi.
Diciamo subito che, come non crediamo di poter chiedere le soluzioni dei problemi rivoluzionari ai principi astratti e tradizionalisti sia di libertà sia d’autorità, così poco ci soddisfa l’espediente di trovare la nostra risposta attraverso una specie di miscuglio dei due termini suddetti quasi considerati come ingredienti fondamentali da combinare tra loro.
La posizione comunista nei problemi d’organizzazione e di disciplina deve secondo noi risultare molto più completa, soddisfacente ed originale.
Per indicarla in sintesi (ben facendo comprendere che siamo contro ad ogni criterio di federalismo autonomistico, e accettiamo il termine di centralismo in quanto ha valore di sintesi e d’unità contrapposto all’associarsi quasi casuale e “liberale” di forze sorte dalle più svariate iniziative indipendenti), noi preferiamo da tempo l’espressione di “centralismo organico”. Quanto ad un più completo svolgimento della conclusione accennata, riteniamo che lo si avrà, meglio ancora che dallo sviluppo di questo studio di cui tracciamo qui qualche premessa iniziale, assai probabilmente in testi che potranno essere discussi nel V Congresso Comunista mondiale. Il problema è anche considerato in parte nelle tesi tattiche per il IV Congresso che sono state recentemente riprodotte da Stato Operaio.
[…]
Richiamiamoci alla storia dei partiti socialisti tradizionali e della II Internazionale. Questi partiti, nei gruppi opportunisti che n’avevano presa la direzione, si rifugiavano nell’ombra dei principi borghesi di democrazia e d’autonomia dei vari organi. Ciò però non impediva che contro gli elementi di sinistra che reagivano alle tendenze revisionistiche e opportuniste si adoperasse largamente lo spauracchio della disciplina alle maggioranze e della disciplina ai capi. Questo diventò anzi l’espediente fondamentale col quale quei partiti potettero assolvere, soprattutto allo scoppio della guerra mondiale, la funzione, in cui degenerarono, di strumenti per la mobilitazione ideologica e politica della classe operaia da parte della borghesia. S’impose così una vera dittatura degli elementi di destra, contro la quale i rivoluzionari dovettero lottare, non perché fossero violati principi immanenti di democrazia interna di partito o per battersi contro il criterio d’accentramento del Partito di classe, che proprio la sinistra marxista invece rivendicava, ma perché nella realtà concreta si trattava di opporsi a forze effettivamente anti-proletarie e anti-rivoluzionarie.
Si giustificò così pienamente in quei partiti il metodo di costituire frazioni d’opposizione ai gruppi dirigenti, di condurre contro di essi una critica spietata, per poi giungere alla separazione e alla scissione che permisero di fondare gli attuali Partiti Comunisti.
È quindi evidente che il criterio della disciplina per la disciplina viene, in date situazioni, adoperato dai controrivoluzionari e serve ad ostacolare lo sviluppo che conduce alla formazione del vero Partito rivoluzionario di classe.
[…]
Più difficile e delicato si presenta il problema quando passiamo ad occuparci della vita interna dei Partiti e dell’Internazionale Comunista. Tutto un processo storico ci separa dalla situazione che nel seno della vecchia Internazionale suggerì la costituzione di frazioni che erano partiti nel partito, e spesso la rottura sistematica della disciplina come avviamento alla scissione feconda di conseguenze rivoluzionarie.
La nostra opinione su tale problema è che non possa risolversi la questione dell’organizzazione e della disciplina nel seno del movimento comunista senza tenersi in stretto rapporto con le questioni di teoria, di programma e di tattica.
Non ci possiamo prospettare un tipo ideale di partito rivoluzionario, come il limite che ci prefiggiamo di raggiungere, e cercare di tracciare la costruzione interna e la regola di vita di questo partito. Giungeremo così facilmente alla conclusione che in un tale partito non possano essere ammissibili competizioni di frazioni e dissensi di organismi periferici delle direttive dell’organo centrale. Applicando sic et simpliciter queste conclusioni alla vita dei nostri partiti e della nostra Internazionale, noi però non avremo risolto nulla: non certo perché una tale applicazione integrale non sia per tutti noi altamente desiderabile, ma proprio perché nella pratica a tale applicazione non ci avviciniamo affatto. Più che l’eccezione, i fatti ci conducono a ravvisare la regola nella divisione dei Partiti Comunisti in frazioni, e nei dissensi che talvolta divengono conflitti tra questi Partiti e l’Internazionale.
Disgraziatamente la soluzione non è così facile.
Occorre considerare che l’Internazionale non funziona ancora come un partito comunista mondiale unico. È sulla via per arrivare a questo risultato, indubbiamente, ed ha fatto passi giganteschi rispetto alla vecchia Internazionale. Ma per assicurarci che proceda effettivamente e nel modo migliore in quella direzione desiderata, e confermare a tale obiettivo l’opera nostra di comunisti, dobbiamo associare la nostra fiducia nella essenza e capacità rivoluzionaria del nostro glorioso organismo mondiale ad un lavoro continuo basato sul controllo e la valutazione razionale di quanto avviene nelle nostre file e della impostazione della sua politica.
Considerata la disciplina massima e perfetta, quale scaturirebbe da un consenso universale anche nella considerazione critica di tutti i problemi del movimento, non come un risultato, ma come un mezzo infallibile di impiegare con cieca convinzione, dicendo tout court: la Internazionale è il Partito Comunista mondiale e si deve senz’altro seguire fedelmente quanto i suoi organismi centrali emanano, è un poco capovolgere sofisticamente il problema.
Noi dobbiamo ricordare, per cominciare l’analisi nostra della questione, che i partiti comunisti sono organismi ad adesione “volontaria”. Questo è un fatto inerente alla natura storica dei partiti, e non il riconoscimento di un qualunque “principio” o “modello”. Sta di fatto che noi non possiamo obbligare nessuno a prendere la nostra tessera, non possiamo fare una coscrizione di comunisti, non possiamo stabilire delle sanzioni contro la persona di chi non si uniformi alla disciplina interna: ognuno dei nostri aderenti è materialmente libero di lasciarci quando crede. Non vogliamo ora dire se è desiderabile o no che così stiano le cose: il fatto è che così stanno e non vi sono mezzi atti a mutarle. Per conseguenza non possiamo adottare la formula, certo ricca di molti vantaggi dell’obbedienza assoluta nell’esecuzione d’ordini venuti dall’alto.
Gli ordini che le gerarchie centrali emanano non sono il punto di partenza, ma il risultato della funzione del movimento inteso come collettività. Questo non è detto nel senso scioccamente democratico o giuridico, ma nel senso realistico e storico. Non difendiamo, dicendo questo, un “diritto” nella massa dei comunisti ad elaborare le direttive a cui devono attenersi i dirigenti: constatiamo che in questi termini si presenta la formazione di un partito di classe, e su queste premesse dovremo impostare lo studio del problema.
Così si delinea lo schema delle conclusioni a cui noi tendiamo noi in materia. Non vi è una disciplina meccanica buona per la attuazione di ordini e disposizioni superiori “quali che siano”: vi è un insieme di ordini e disposizioni rispondenti alle origini reali del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che emanate dal centro possono compromettere la disciplina e la solidità organizzativa.
Si tratta dunque di un tracciamento del compito degli organi dirigenti. Chi dovrà farlo? Lo deve fare tutto il partito, tutta l’organizzazione, non nel senso banale e parlamentare del suo diritto a venire consultato sul “mandato” da conferire ai capi elettivi e sui limiti di questo, ma nel senso dialettico che contempla la tradizione, la preparazione, la continuità reale nel pensiero e nella azione del movimento. Appunto perché siamo antidemocratici, pensiamo che in materia una minoranza può avere vedute più corrispondenti di quelle della maggioranza all’interesse del processo rivoluzionario.
Certo questo avviene eccezionalmente; ed è di estrema gravità il caso che si presenti questo capovolgimento disciplinare, come avvenne nella vecchia Internazionale e come è ben augurabile non abbia più ad avvenire nelle nostre file. Ma senza pensare a questo caso estremo, vi sono altre situazioni meno acute e critiche, in cui tuttavia il contributo dei gruppi nello invocare precisazione nelle direttive da tracciare al centro dirigente, è utile ed indispensabile.
Questa, in breve, la base dello studio della questione, che dovrà essere affrontata tenendo presente la vera natura storica del partito di classe: organismo che tende ad essere l’espressione dell’unificarsi verso uno scopo centrale e comune di tutte le singole lotte proletarie sorgenti sul terreno sociale, organismo che è caratterizzato dalla natura volontaria delle adesioni.
Noi riassumiamo così la nostra tesi, e crediamo di essere così fedeli alla dialettica del marxismo: l’azione che il Partito svolge e la tattica che adotta, ossia la maniera colla quale il partito agisce verso “l’esterno” hanno a loro volta conseguenze sulla organizzazione e costituzione “interna” di esso. Compromette fatalmente il partito chi, in nome di una disciplina illimitata, pretende di tenerlo a disposizione per un’azione, una tattica, una manovra strategica “qualunque”, ossia senza limiti ben determinati e noti all’insieme dei militanti.
Al massimo desiderabile di unità e solidità disciplinare si giungerà efficacemente solo affrontando il problema su questa piattaforma, e non pretendendo che sia già pregiudizialmente risolto da una banale regola di ubbidienza meccanica.