Fuori dall’oscena ipocrisia della propaganda borghese di guerra e di pace!
Se qualche cosa di utile potrà uscire dalla farsa immonda che, nella stampa di partito, negli incontri fra diplomatici, nelle riunioni ad « alto livello ideologico », nell’Assemblea dell’ONU, il conflitto nel Medio Oriente ha scatenato, sarà di aver messo i proletari di fronte allo spettacolo senza veli dell’ipocrisia e dell’infamia di cui è impastata la propaganda di guerra e di pace della società borghese; di aver mostrato loro che cinquant’anni di « progresso » sui binari obbligati di questa società riportano invariabilmente il mondo su cui il suo dominio si esercita al putrido gradino di partenza del primo massacro imperialistico, il 1914, o della sua conclusione, il 1918 – sempre più putrido, anzi, man mano che il « progresso » avanza.
Oggi come allora, da una parte e dall’altra, si avalla la guerra, o si coonesta la pace, con una serie di argomenti giuridici e « morali » di ognuno dei quali i rivoluzionari marxisti hanno fatto strame per sempre, e che, ogni volta, borghesi e opportunisti ricantano in coro.
Argomento n. 1: c’è guerra perché c’è stato un bieco « aggressore » e un mite « aggredito »; corriamo a difendere il secondo, condanniamo il primo, e sarà pace. Rispondemmo allora e rispondiamo oggi che, quand’anche fosse possibile stabilire chi ha sparato per primo (e possibile non sarà mai), il colpo di fucile non cade dal cielo: è l’epilogo, non l’origine, di una guerra – politica, commerciale, diplomatica – che si svolge perenne nelle viscere della società della merce e del danaro, del salario e del profitto, la società capitalistica; una guerra che continuerà ad infuriare dopo che l’aggressore presunto sarà tolto di mezzo dai presunti aggrediti. Lo dicemmo, così è stato.
Argomento nr. 2 (giacché l’aggressore può sempre ribattere: ho attaccato perché, altrimenti, attaccavano me; lo dissero nel 1914-15 i tedeschi dei francesi, i russi dei tedeschi, gli austriaci dei serbi, gli italiani degli austriaci; può dirlo Tel Aviv del Cairo come il Cairo può dirlo di Tel Aviv): c’è il massacratore, il boia, il genocida; sia debellato sui campi di battaglia sia processato nel tribunale della « coscienza pubblica », paghi le spese; e sarà pace. Rispondemmo che la legge del capitalismo è la legge della giungla, la legge del massacro quotidiano, e chi in esso grida di più alle atrocità altrui ha sempre e invariabilmente le mani lorde di sangue, e l’urgenza di nasconderle. La pace dei « gentiluomini » dopo la sconfitta dei « malvagi » sarà, quindi un’altra pace da ladroni. Così dicemmo; così è stato.
Argomento nr. 3: L’« aggressore », il « boia », è tale perché non ha conosciuto le delizie di quel vertice della civiltà umana che è la democrazia: abbattiamolo, instauriamo la democrazia universale, e sarà pace. Così si giustificò nel 1914 la guerra contro gli Imperi Centrali (condotta con quella perla di democrazia ch’era lo zarismo): così si giustificò la guerra « antifascista » del 1939-45. Ribattemmo che le democrazie primigenie, Inghilterra e Francia, si erano create un impero coloniale col ferro e col fuoco, e che, nel nuovo conflitto – forti, proprio in grazia delle illusioni democratiche, di una capacità di mobilitazione integrale, – avrebbero esteso sull’orbe terraqueo i mille tentacoli del loro infernale dominio. Due guerre esse vinsero contro l’« antidemocrazia »; due paci partorite da esse e da nuove potenze borghesi e democratiche con tutto lo strapotere delle loro forze economiche, finanziarie e militari, non hanno prodotto che rinnovati conflitti, più estesi più profondi, più continui. La prevedemmo; così è stato.
Ma la ruota della propaganda imperialistica di guerra e di pace, di cui abbiamo citato soltanto tre perle ma ne potremmo elencare a migliaia (quante ne abbiamo sentite ripetere in questi giorni?), continua indisturbata a girare. Infinita è l’ipocrisia del capitalismo, della sua « cultura » dei suoi « principi ». Questa « cultura », questi « principi » che si vogliono eterni, si ispirano ad una sola esigenza: legare il carro di ferro e di fuoco del Capitale la classe che sola può tenere in moto con il suo sudore la macchina della « pace » fra mercanti e col suo sangue la macchina della guerra fra pirati. Questa « cultura », questi « principi », rispondono a un solo fine: schierare su fronti contrapposti di guerra e di pace quei proletari, israeliani o arabi, berberi o negri, russi o americani, francesi o britannici, e via dicendo, che soffrono di un unico giogo, che hanno un solo nemico, che sudano per lo stesso negriero, e additar loro un avversario nel fratello sotto un altro Stato un altro blocco imperialista, magari un altro « colore », perché non riconoscano nella propria classe sfruttatrice – che è poi internazionale, perché è la stessa dovunque – il loro aggressore il loro boia, il loro Gauleiter. Bisogna che essi vedano con gli occhi del padrone, bisogna che pensino col suo cervello. Chiamati a scannarsi perché la « civiltà » trionfi, perché la « giustizia » imperi, perché sia fatta « la libertà, l’uguaglianza, la fraternità », troppo tardi essi si accorgeranno di aver difeso col proprio petto, soltanto, il Tempio di Mammona, il tempio della schiavitù salariata.
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Per questo, soltanto per questo nei brividi di un preannunzio di crisi generale – si recita all’ONU il torneo oratorio-propagandistico fra coloro che pretendono di rappresentare, ciascuno da parte sua e tutti insieme, la volontà concorde dei rispettivi popoli, di là e al disopra delle divisioni in classi. Non ne uscirà nulla, né nel senso voluto dagli uni né in quello voluto dagli altri? Che importa: si sarà fatto tutto ciò che la « civiltà » di lor signori richiede per tentar d’impedire che la rivolta di classe, locale e mondiale, di tutti gli sfruttati butti all’aria il regime della carneficina permanente tra sfruttati. L’iniziativa di questa campagna di imbonimento spetta per tradizione agli opportunisti; e chi, nel caso presente, poteva prenderla meglio della supercentrale dell’opportunismo, il Cremlino?
Il resto – lo dicono loro stessi, i democratici, le vestali della indipendenza dei popoli, i guardiani delle « nazioni unite », i membri a vita del superparlamento di cristallo – lo combineranno i Grandi. Essi hanno fatto e disfatto a loro grado il Medio Oriente, tagliando fette di territorio ed erigendole a Stati; concedendo autonomie dopo di aver ribadito a colpi di maglio le catene della dipendenza economica, finanziaria, militare; vendendo armi ad « amici » e « nemici »; cambiando di volta in volta fronti di alleanza; « pacificando » dopo di aver massacrato; pretendendo di realizzare una « sistemazione nazionale » dove non sistemavano che oleodotti vie di commercio, e stati vassalli. Hanno creato di sana pianta la democrazia israeliana, tingendola di « socialismo » nei kibbutz; hanno tenuto a battesimo il « socialismo » arabo delle nazionalizzazioni e dell’accumulazione capitalistica; hanno coccolato (o buttato a terra) presidenti, reucci, sceicchi; continueranno a farlo, ridendo al tavolo delle colazioni di lavoro sulla dabbenaggine degli operai e dei contadini in tuta di lavoro o in divisa di guerra, lasciando cadere dall’alto della loro suprema saggezza i dieci comandamenti della loro Bibbia di esosi mercanti.
Faranno loro – sulla vostra pelle, proletari d’Israele e di Giordania, di Siria e d’Egitto, di America e Russia: sulla vostra pelle, proletari di tutto il mondo. E vi chiederanno di dirgli in ginocchio: Grazie!
Ma dalla pace, quale che debba uscire dalle loro mani assassine, da questa pace che – lo dica la Corea, lo dica Cuba, lo dica il Vietnam – è soltanto premessa ed annuncio di nuove ragioni di guerra, si sprigionerà, invano esorcizzata dai preti sacri e profani di una civiltà putrescente, la vostra guerra non di Stato, non di Nazione, non di Confine, ma di classe – unica e mondiale contro l’unico, mondiale nemico!
Dietro la crisi parziale del Medio Oriente la crisi mondiale generale dell'imperialismo
Detronizzando per qualche settimana il Vietnam sulle colonne dei giornali, il conflitto del Medio Oriente ha fornito ai democratici di ogni pelo, da Washington a Pechino, una nuova occasione per mettere in luce la loro ottusità totale, la loro impotenza completa e le loro illusioni mistificatrici.
Non citeremo qui, se non per memoria, coloro che cercano « l’aggressore », e che vorrebbero trovare « la causa » di questa guerra nel « bellicismo » degli uni o degli altri. Se questo gioco dei bussolotti è sempre utilizzato dalla propaganda a tanto il braccio, gli ideologhi « seri » della borghesia hanno da tempo ripiegato sulla « seconda linea di difesa »: sono cioè disposti ad ammettere che bisogna cercare nella situazione del Medio Oriente le cause del conflitto. Ma quello che non vogliono né possono cercare, pena la morte, sono le cause di questa stessa situazione.
Non possiamo, in un breve articolo, svolgere un’analisi particolareggiata dei paesi del Medio Oriente: accontentiamoci di indicazioni sommarie. Non è un guaio, dopo tutto; perché ci interessa, prima di ogni altra cosa, mettere in evidenza non questo o quell’aspetto locale, ma i caratteri generali di una situazione che è il prodotto diretto dello stadio supremo del capitalismo: l’imperialismo.
La situazione nel Medio Oriente, prodotto diretto dell’imperialismo
La nascita stessa dello Stato di Israele è un prodotto dell’imperialismo, prodotto involontario derivante direttamente dalle contraddizioni della società capitalista. In un articolo su « Auschwitz o il grande alibi », pubblicato nel nr. 11 della nostra rivista internazionale « Programme Communiste », mostrammo come queste contraddizioni riproducano necessariamente il razzismo e impediscano alla borghesia, malgrado le sue belle dichiarazioni di principio, di « risolvere il problema ebraico ». Il marxismo ha sempre denunziato il carattere illusorio di una soluzione « nazionale » di questo problema sociale. Ma, date la sconfitta e l’impotenza del proletariato, e la situazione disperata degli Ebrei di cui nessuno sapeva che fare, se non massacrarli o lasciarli crepare, si capisce che essi abbiano cercato la salvezza nella creazione di uno Stato nazionale. Tuttavia, la creazione con la forza armata dello Stato israeliano non ha fatto che sviluppare nuove cause di conflitto: da una parte, perché essa poteva avvenire solo a detrimento di altre popolazioni, trasferendo così altrove la sovrappopolazione relativa creata dal capitalismo; dall’altra, perché questo Stato non può vivere da sé, per quanto formato sulla base di una economia pienamente capitalista. (Nessuno crede più al « socialismo in un solo villaggio » dei kibbutz; queste illusioni populiste, importate dalla Russia dai primi pionieri sono svanite, una volta compiuto il primo dissodamento, con lo sviluppo della produzione per il mercato). Israele non può vivere da sola perché costituisce un’unità di produzione troppo piccola e quasi totalmente priva di materie prime; non ha potuto vivere, in realtà, che grazie alle riparazioni tedesche e alle sovvenzioni degli Ebrei del mondo intero, degli USA in particolare. Essendo in certo modo un’« appendice » dei grandi paesi capitalisti, Israele è particolarmente soggetta alle crisi di … appendicite capitalistiche a causa della debolezza e della dipendenza della sua economia. Ora, questa crisi, erano già alcuni mesi che si profilava: il marasma nell’edilizia e il numero crescente di disoccupati ne erano un chiaro indizio.
In tale situazione, l’ostilità dei paesi arabi rappresentava per Israele molto meno un « ostacolo » che una « valvola » di sicurezza: non c’è niente come una tensione, meglio ancora un conflitto armato, per riassorbire nello stesso tempo la crisi e la disoccupazione, rilanciare l’aiuto esterno, e, soprattutto (soprattutto!) tagliar corto allo sviluppo di conflitti sociali, ricostituire l’unità nazionale, impedire al proletariato di porsi come classe autonoma.
Se i problemi dello Stato di Israele sono i problemi di ogni Stato capitalista, ma aggravati dalla ristrettezza del territorio, le cose vanno ben diversamente per i paesi del « blocco arabo », che, in realtà, è ben lungi dal formare un blocco omogeneo: tanto lungi che, ancora alla vigilia di questa « guerra santa », l’Egitto e l’Arabia Saudita si combattevano, e forse non hanno ancora finito di combattersi, nello Yemen. Giacché il petrolio è ben altrimenti importante, per il capitalismo, che la sorte dei profughi. Il petrolio, nel quadro dell’imperialismo, ha determinato per i paesi arabi due tipi diversi di struttura, che possiamo schematicamente caratterizzare come segue.
Nei paesi in possesso di petrolio, e con un’agricoltura essenzialmente costituita dall’allevamento nomade o seminomade, le strutture precapitalistiche sono state relativamente poco intaccate: la trasformazione delle steppe in terreni di coltura non sarebbe « redditizia », l’estrazione del petrolio richiede una manodopera infima, e il capitalismo internazionale ha tutto l’interesse a salvaguardare, finché possibile, la stabilità sociale intorno ai pozzi petroliferi. In questi paesi, in cui una vera e propria produzione capitalistica non esiste, e quindi non esiste proletariato, la miseria delle classi urbane è « temperata » dalle briciole delle royalties, e non vi sono movimenti sociali. D’altronde, essi hanno partecipato alla guerra contro Israele solo da molto lontano, il che non impedirà loro di sfruttarla a fondo nei mercanteggiamenti ai quali dà luogo la rendita fondiaria derivante dal petrolio, e che ne assicura la stabilità relativa. È il caso ad esempio dell’Arabia Saudita e degli emirati del Golfo Persico.
Diversa la situazione dei paesi privi o quasi di petrolio. In questi paesi, ex o semi-colonie, l’imperialismo ha distrutto le forme sociali precedenti senza sviluppare forme di produzione pienamente capitalistiche. Essi condividono la situazione generale dei paesi detti del Terzo Mondo, che, per aver fatto una rivoluzione borghese « dall’alto » e conquistato l’indipendenza politica, non sono tuttavia meno schiacciati economicamente dall’imperialismo, al punto di essere incapaci di sviluppare un capitalismo nazionale. Mentre le borghesie d’Europa si erano trovate davanti un mondo aperto, le nuove borghesie (o le classi che tendono a divenire borghesi) si trovano in un mondo completamente dominato dall’imperialismo per il quale esse sono sorgenti di materie prime e luoghi di investimento. Abbiamo spesso dimostrato, e gli economisti borghesi cominciano a constatarlo con una perplessità e un orrore crescenti, che, nel quadro del capitalismo, gli « aiuti ai paesi sottosviluppati » (in dollari o in rubli poco importa) servono solo a scavare ancora più l’abisso che divide questi miserabili dalle ricche metropoli capitaliste; che se, distruggendo le forme sociali in vigore in questi paesi, l’imperialismo ne ha reso in certo modo necessario lo sviluppo capitalistico, lo rende però nello stesso tempo impossibile.
Le crisi che l’imperialismo non può né impedire né tollerare
È questa contraddizione fondamentale in cui i paesi del Terzo Mondo si dibattono, che ne fa dei focolai di crisi permanente; ieri l’Estremo Oriente, oggi il Medio Oriente, domani l’America del Sud e l’Africa. E l’imperialismo non può né impedire queste crisi, né tollerarle. Non può impedirle, perché è la sua stessa esistenza a provocarle; non può tollerarle perché esse mettono in pericolo il suo equilibrio mondiale. Ecco la contraddizione che permette di capire l’atteggiamento delle grandi potenze e il modo in cui sono intervenute nel conflitto. Certo, ogni imperialismo cerca di sfruttare queste crisi per il meglio dei suoi interessi nazionali; ma, finché un conflitto generale non è all’ordine del giorno (e oggi l’economia mondiale non è matura per un tale conflitto), gli interessi particolari devono cedere di fronte all’interesse generale dell’imperialismo. E tanto peggio per chi si è fatto menare per il naso; non gli resta che rompere spettacolarmente i rapporti diplomatici con Israele, e vendere ancora degli aerei all’Egitto in cambio di qualche raccolto.
Perché tale è la situazione di questi paesi (Egitto, Siria, ecc.), che, anche per « lottare contro l’imperialismo », essi devono comprare le loro armi … dall’imperialismo, il che serve solo ad aumentare la loro soggezione e mostra la vanità di ogni lotta « nazionale » (o di blocco alla cinese) contro l’imperialismo. In realtà, le classi dirigenti di questi paesi, borghesie o piccole borghesie gerenti della tendenza verso lo sviluppo capitalistico, non lottano contro l’imperialismo, ma cercano piuttosto di sfruttare a proprio vantaggio le rivalità interimperialiste, e le loro urla antimperialiste, se riflettono una soggezione più che reale, sono prima di tutto ad uso interno, mirano cioè ad ottenere l’adesione e la sottomissione agli obiettivi nazionali-borghesi delle classi sfruttate, proletari, semiproletari, contadini miserabili e senza lavoro, classi sulle spalle delle quali esse cercano bene o male di realizzare l’accumulazione capitalista.
La grande disfatta del proletariato ha loro effettivamente permesso di realizzare il blocco di tutte le classi, l’unione nazionale per la costruzione del capitalismo nazionale. Ma, sotto il tallone di ferro dell’imperialismo, questa costruzione è impossibile. Il proletariato non è soltanto l’unica classe capace di superare il sistema capitalista ma è anche la sola che possa realizzare ancora una rivoluzione borghese radicale come sottoprodotto transitorio della sua lotta. Ciò è così vero che, schiacciato il proletariato, la rivoluzione contadina non è stata in grado, neppure in un paese come la Cina, di condurre in porto la riforma agraria patrocinata da Sun Yat-sen all’inizio del secolo. Non parliamo poi dell’Egitto, dove, portato al potere dai fellah, il nasserismo si è rivolto contro di essi!
Ma l’impossibilità di uno sviluppo capitalista serio, e la crisi sociale permanente che ne risulta, spingono le masse sfruttate alla lotta sociale, spingono il proletariato ad una presa di coscienza rivoluzionaria di classe. Per le borghesie o quasi-borghesie di questi paesi, la guerra è un tentativo insieme di ottenere un alleggerimento del giogo imperialistico e di canalizzare la spinta delle masse. L’esempio tipico (al punto di essere caricaturale) è dato dall’Algeria che « si rifiuta di cessare il fuoco » quando non ha tirato un solo colpo di fucile! È evidente che la « mobilitazione nazionale » lanciata da Boumedienne non è diretta contro Israele, ma contro i proletari e i contadini senza terra di Algeria.
Gli aspetti generali che abbiamo ricordati non indicano solo le cause immediate della guerra nel Medio Oriente. Ma, e questo è infinitamente più importante, ne svelano le cause profonde, spiegano perché simili esplosioni dovevano, devono e dovranno prodursi; mostrano il vuoto di tutta la bava umanitaria, pacifista, riformista e nazionalsocialista che questa guerra ha fatto colare; permettono di prevederne gli sviluppi ulteriori.
Vanità della ricerca di una soluzione
Essi mostrano che si tratta di conflitti ai quali nessun « negoziato » può dar soluzione, ma che devono scoppiare per forza in eruzioni violente. È la posizione che noi comunisti abbiamo sempre contrapposta ai Kautsky ed altri teorici del superimperialismo, a quanti sognano un capitalismo « armonioso », cioè uno sfruttamento pacifico e senza storia del mondo da parte del capitale. Il capitalismo è tutto una contraddizione, e sviluppa contraddizioni che nessuna astuzia, nessun tentativo di salvare capra e cavoli può risolvere: esse sono insolubili. Ma non sono statiche: sono contraddizioni in movimento, e, quando raggiungono un certo grado di acutezza, diventano così insostenibili che scoppiano in lotte violente, trovando così di forza una soluzione temporanea.
Scoppiata la guerra, gli « uomini di buona volontà » si sono messi a difendere questi o quelli: a difendere gli Ebrei che hanno già tanto sofferto, o i profughi arabi che vegetano nella miseria; a difendere soprattutto la Pace e, prima di ogni cosa, la loro! E, per difendere tutto questo, non hanno trovato di meglio che l’ONU e le grandi potenze imperialistiche!
L’ONU, che aveva appena dimostrato la sua completa impotenza; l’ONU i cui « guardiani della pace » (ancor più ridicoli dei carabinieri della canzone, che, per caso disgraziato, arrivano sempre troppo tardi) si erano appena ritirati affinché egiziani e israeliani potessero sbudellarsi in santa pace; l’ONU, che non è neppure più una tana dei briganti, ma una specie di parlamento, buono, come ha scritto un corrispondente, solo per « archiviare il fatto compiuto » o le decisioni dei Grandi …
Le grandi potenze? E già, i montoni si battono; che i lupi mettano ordine! Poveri pacifisti!
Certo, i Grandi ci hanno messo ordine. Non troppo in fretta (bisognava pure che qualche cosa avvenisse) ma insomma abbastanza in fretta (non bisogna che avvengano troppe cose); è necessario evitare sconvolgimenti troppo profondi che rischierebbero di radicalizzare le masse. È chiaro che, su questo punto, fra i Grandi e i Piccoli l’accordo è pieno e totale. Ed è questa unità nell’interesse di classe – più forte delle divergenze di interessi nazionali – che spiega le complicazioni del balletto diplomatico.
Finite le operazioni militari, le operazioni diplomatiche possono compiersi in tutto il loro splendore. Si risolverà « il problema di fondo », si cercherà una « soluzione definitiva » che « garantisca la pace in questa parte della Terra » pur rispettando gli « imperscrittibili diritti » degli uni e degli altri. E parla, e parla, e parla ancora!
Quello che nessuno dice, è che si tratta prima di tutto di salvare i « diritti imperscrittibili » del capitalismo mondiale, e che, quando essi sono in gioco, nessun altro « diritto » ha diritto alla parola! Non si può accontentare tutti e il capitale: è evidente che la loro « soluzione » non risolverà nulla.
La prima fase del conflitto ha illustrato un vecchio teorema marxista: anche una soluzione immediata e provvisoria può essere ottenuta solo con la violenza. La seconda ne illustrerà un altro: finché la violenza resta borghese e nazionale, non può produrre che false soluzioni, sorgenti di conflitti ancora più aspri: solo la violenza di classe del proletariato, trascinante con sé tutti gli strati sociali sfruttati, potrà risolvere il « problema di fondo ».
Certi immediatisti, forse, diranno: D’accordo, solo la rivoluzione regolerà tutti questi problemi, ma la rivoluzione è ancora lontana; in attesa, bisogna pur fare qualcosa, non si può lasciare che …
Non si può Di chi parlate? Chi agisce nella società borghese? Non sono certo le « buone intenzioni » dell’immediatista che determinano la politica capitalista. Inoperanti per il capitale, questi discorsi hanno il solo risultato di spingere i proletari a lottare per obiettivi borghesi; di distoglierli dalle lotte per i loro obiettivi di classe, lotte che conducono verso la rivoluzione; il loro unico effetto reale è di mantener viva nel proletariato l’illusione che si potrebbero riassorbire le contraddizioni, gli antagonismi e la violenza della società capitalista senza incidere sulle sue fondamenta; il solo loro effetto reale è di ritardare e frenare la presa di coscienza rivoluzionaria.
Che cosa avrà preparato, malgrado tutto, il conflitto arabo palestinese
Non si deve, infatti, credere, perché questa guerra e la sua « soluzione » diplomatica non risolveranno nulla, che essa sarà stata assurda, « inutile »; che non sarà servita a nulla. Di là dagli aspetti contingenti e folcloristici, essa è in verità un’esplosione annunziatrice del grande terremoto che si prepara; della crisi che non sarà né russa né cinese né tedesca né boliviana, né egiziana né statunitense, ma crisi del capitalismo mondiale. A questo titolo, essa è importante e come conferma delle nostre previsioni, e per le sue conseguenze dirette: scuotere alle fondamenta il sistema mondiale, aprirvi delle fratture, ridurne la solidità.
È probabile che, nei paesi direttamente interessati, il suo effetto immediato sarà di ricomporre provvisoriamente il blocco delle classi, l’unione nazionale, tanto nei vinti quanto nel vincitore; in Egitto come in Siria, si sono liberati i prigionieri politici (molto spesso, comunisti!) perché possano morire per « la patria in pericolo ». Ma la stessa violenza della crisi mostra fino a che punto questa unione sacra sia fragile e difficile da mantenere. L’impossibilità di una soluzione borghese, il fatto che le condizioni delle masse peggioreranno, provocheranno delle crisi destinate ad infrangere il blocco delle classi e a creare le premesse necessarie ad uno sviluppo del partito del proletariato.
Per le metropoli capitaliste, le distruzioni di materiale causate da questa « guerra di sei giorni » significheranno forse un piccolo rilancio della produzione (i « sindacati » difensori dell’industria aeronautica francese possono fregarsi le mani: commesse all’orizzonte!). Ma, se l’imperialismo riesce ancora a contenere le crisi e ad impedir loro di raggiungere ed investire le cittadelle del capitale, i borghesi più lungimiranti cominciano a preoccuparsi. Di fronte all’estensione flagrante delle crisi del Terzo Mondo il superman del capitale, il gigante USA, s’interroga con angoscia: potrà « tenere » il Sud-est asiatico, il Medio Oriente, l’America del Sud e l’Africa? potrà far regnare ancora a lungo sul mondo l’ordine capitalista, senza provocare una crisi negli stessi Stati Uniti?
Non lo potrà. Né lui né nessuno. La crisi scoppierà nelle metropoli capitalistiche con una violenza mille volte più selvaggia, perché è una crisi del capitalismo imperialista.
Se oggi le convulsioni del Terzo Mondo hanno solo degli effetti limitati sull’economia delle cittadelle imperialiste questi effetti si amplieranno. Già oggi essi hanno mandato in frantumi le illusioni di pace e di stabilità, di benessere e di esistenza pacifica. Già oggi, essi hanno ridotto in nulla la pretesa borghese di aver strozzato le crisi. Già oggi mostrano la vanità degli sforzi dell’imperialismo, dei riformisti, e dei rivoluzionari nazionalisti borghesi. Già oggi ricordano ai proletari, nel frastuono delle armi, la frase di Lenin: l’era dell’imperialismo è l’era delle guerre e delle rivoluzioni! Già oggi contribuiscono a strappare i proletari all’oppio dell’ideologia borghese e concorrono alla ricostituzione del partito rivoluzionario internazionale.
Echi e commenti
La loro bomba quotidiana
Dal cervello di Giove saltò fuori Minerva: dal « pensiero di Mao Tse-tung » uscì la bomba H (o che cosa diavolo essa sia). Un ordigno più idealista e borghese di questo, come immaginario?
Idealista e borghese ne è la « concezione ». « Non la useremo per primi; è un mezzo di difesa »: ebbene, uno stato borghese che proclami di combattere altrimenti che per difendersi, e di non voler essere il primo ad attaccare, ha ancora da nascere. « È un deterrente »: ebbene, il mondo borghese è pieno di « deterrenti », cioè di arnesi fatti per « spaventare » l’aggressore, e le guerre allegramente continuano. È l’arma dei « popoli oppressi dall’imperialismo »; la rivoluzione proletaria non ha mai avuto bisogno di « armi speciali », di « ordigni misteriosi »; la sua arma è la capacità dei proletari d’incrociare le braccia per paralizzare l’apparato produttivo capitalista, e di stringerle per demolirne la struttura politica: la sua « bomba » è il suo programma, la visione dell’intero processo rivoluzionario, dei suoi modi e mezzi, e del suo fine; è il Partito. La rivoluzione proletaria attacca, aggredisce, non chiede pace a nessun deterrente; è e sa di essere guerra. Le ipocrisie le sono ignote quanto le « armi segrete »; essa non si riconosce nell’immagine imbecille di un santone e nel « pensiero » di un « capo ». Non sta dunque di casa a Pechino più che non stia a Mosca.
Non è questione di pelle
Alla buon’ora: commentando le violente sommosse negre di Tampa nella Florida e Cincinnati nell’Ohio, dove il quartiere « di colore » è stato letteralmente cinto d’assedio e, al solito, vi è scappato il morto (non bianco, c’è bisogno di dirlo?) il Giorno del 15 u.s. ammette che i « tumulti razziali » hanno origini economico-sociali, e si spiegano con « il rallentamento dell’attività e il leggero aumento della disoccupazione », di cui risentono soprattutto i lavoratori non specializzati.
Che finalmente comincino a capirlo lor signori?
A chi la patria? A noi!
Il nazionalismo dei « comunisti » di derivazione staliniana raggiunge estremi da camicia nera. Il nostro Prolétaire cita le dichiarazioni di Waldeck Rousseau a proposito dell’integrazione europea: « Il P.C. è ostile all’instaurazione di un governo sopranazionale … (che) avrebbe per effetto di liquidare la nostra indipendenza nazionale … Noi consideriamo che la nazione è una realtà storica duratura [nota bene: duratura!!] della quale bisogna rispettare i diritti … Un parlamento europeo eletto a suffragio universale … che conterrebbe tutt’al più [scandalo!] il 25% di francesi … non eliminerebbe affatto il pericolo che per un paese come la Francia [che diavolo, la France eternelle!] comporta la perdita dell’indipendenza nazionale ». È il caso di dire: Eja, eja, alalà!
Per che cosa combatterà il proletariato greco?
Nel numero 9 abbiamo ricordato come l’instabilità politica, e lo sforzo (o l’illusione) di superarla mediante periodici colpi di Stato militari, rappresentino una costante della democrazia greca. Ma questa instabilità è, a sua volta, il riflesso di una struttura economica e sociale, caratterizzata da profondi squilibri tradizionali nella sua storia, ma di recente acuitisi per un concorso di circostanze che brevemente illustriamo.
* * *
In Grecia, il grande capitalismo non si è sviluppato come fenomeno autoctono: il grande capitale viene dall’estero, o sotto forma di investimenti diretti di grossi trust internazionali o sotto forma di capitali accumulati all’estero da Greci, – per esempio, armatori – e solo in piccola parte reinvestiti in patria. Facendo al paese il « favore » di sfruttarlo, cioè di estorcere plusvalore al proletariato indigeno, il capitale internazionale esige in cambio il migliore profitto: un’amministrazione fedele, un esercito e una polizia ai suoi ordini. La personificazione di questo Stato al servizio del capitale internazionale, è il re. Catapultato dall’estero, straniero egli stesso, forte solo degli appoggi esterni, il suo governo e il suo esercito sono mantenuti grazie alle magre risorse del paese. Come trovare un miglior cane di guardia?
Sulle briciole del lauto banchetto vegeta una media borghesia, il cui nocciolo è costituito dai piccoli capitalisti legati al debole mercato interno. Incapace di affrontare la concorrenza sui mercati esteri, essa è anche minacciata sul posto non appena il mercato prende una certa estensione. Per essa, ogni investimento che tenti di far fronte ai concorrenti stranieri assume, data la situazione interna, l’aspetto di un’avventura incerta e aleatoria in confronto alla sicurezza offerta dal collocamento del suo danaro in Svizzera o altrove.
Dietro questa « élite » nazionale, cova il fuoco: una piccola borghesia numerosa composta di artigiani, piccoli commercianti, funzionari e impiegati alla quale la parsimonia degli investimenti impedisce perfino di proletarizzarsi, e che trova spesso l’unico sfogo nell’emigrazione. C’è poi il contadinato, ancora numeroso malgrado il suo declino, e in grande maggioranza poverissimo, che ha fatto le spese della guerra d’indipendenza del 1821 e, più tardi, delle ricorrenti avventure guerresche del paese. Esso si ritrova ogni volta più misero, e alimenta pure i contingenti di emigranti. Fino a poco tempo fa, questi passavano alla piccola borghesia, ma dai primi degli anni 60 (fenomeno comune a molti paesi mediterranei fornitori di schiavi salariati all’Europa prospera) l’emigrazione, divenuta massiccia, ha cambiato carattere: trasforma il contadino emigrato in proletario.
L’importanza dell’emigrazione non risiede solo nel fatto che i movimenti di popolazione da essa provocati possono modificare i rapporti numerici fra le classi: essa funge da « valvola » per le tensioni interne, mentre le rimesse degli emigranti alimentano in parte la classe contadina e la piccola borghesia, senza tuttavia portare serio rimedio alla loro situazione.
V’è infine il proletariato, oggetto di supersfruttamento ad opera del capitale internazionale nel paese o di « esportazione » verso i paesi industriali. Il suo peso numerico, a lungo stagnante, è di recente aumentato, perché gli investimenti stranieri si sono in parte orientati verso l’industria pesante e la grande industria, provocando la formazione di un proletariato di struttura diversa da quello tradizionale, mentre l’emigrazione si accentuava prendendo il carattere di una vera e propria proletarizzazione.
Dicendo che l’emigrazione funge da « valvola » sociale, non si deve dimenticare fino a che punto i problemi sociali sono divenuti internazionali e quali contraccolpi l’arresto o il rallentamento della macchina produttiva dei paesi industrializzati eserciti sui paesi sottosviluppati. I proletari greci emigrati – come tutti gli emigranti in genere – risentono per primi dei capricci della congiuntura mondiale; eccoli quindi rifluire a migliaia in patria arrecando un fattore supplementare di tensione.
Infine, ad ingrossare le file proletarie è venuto il progressivo – e sia pur modesto – allargamento del mercato interno dovuto agli investimenti stranieri, alle rimesse degli emigranti, e al turismo; la media borghesia vi ha trovato un certo ossigeno, e si è lanciata nell’edilizia, mobilitando e sfruttando al massimo la forza-lavoro.
* * *
Queste le forze sociali in presenza. Nella sua storia moderna, la Grecia è stata quasi sempre dominata dalla potenza regnante nel Mediterraneo. Fino alla II guerra mondiale, questa era la Gran Bretagna: gli investimenti prevalenti erano inglesi; il re, il governo, l’esercito erano al soldo di Londra. Il « fascismo » greco si alleava dunque alla democraticissima Albione… L’occupazione tedesca nel corso della guerra si scontrò in una vivace resistenza, a sfondo patriottico ma a composizione sociale popolare, che, organizzata dagli staliniani, riunì contro i governanti « collaborazionisti » la maggioranza della popolazione: operai, contadini, piccoli e medi borghesi. In realtà, attraverso il partito stalinista, chi dirigeva l’orchestra era la piccola borghesia, e la sola vittoria che essa cercava era l’allentamento della presa dello « straniero » (non i tedeschi soltanto, ma gli inglesi) sul paese, nella speranza di ottenere così uno sviluppo nazionale. Ad una prospettiva simile si oppose con rabbiosa decisione l’Inghilterra, che non cessò di esigere dagli Alleati gli sbarchi promessi e che, se non ebbe vittoria su questo punto (gli sbarchi avvennero in Italia), ottenne però, dopo ignobili trattative fra grandi potenze, che la Grecia le fosse ceduta (primavera del 1944) col beneplacito dell’URSS. Dopo scontri popolari sanguinosi, il partito staliniano tradiva così non solo il proletariato, cosa che avrebbe fatto comunque, ma anche la piccola borghesia – il che spiega lo scarso credito goduto da esso in seguito. Gli inglesi furono tuttavia impotenti a restabilire l’ordine, e nel 1946-47 dovettero « passare la mano » ai cugini USA. Infranta ogni resistenza, screditati ed esiliati gli staliniani, ristabilito nelle sue prerogative il re col suo ruolo di cane di guardia degli interessi stranieri (americani, questa volta), i rappresentanti del capitale internazionale poterono sguazzare in Grecia, istituendo una democrazia all’ombra e sotto lo « scudo » protettore degli Stati Uniti.
L’evoluzione economica recente ha reso precario questo stato di cose. Si è visto come un relativo allargamento del mercato interno avesse dato un certo ossigeno alla piccola e media borghesia; il proletariato, soprattutto edile, mostrava d’altra parte una combattività acuita dalle condizioni di miseria in cui cronicamente versava. Sotto questa pressione un rinculo provvisorio degli interessi stranieri si era manifestato nel 1964, sul piano politico, con l’accettazione dei risultati elettorali, per deludenti che fossero. La stessa ripresa in mano delle redini, solo un anno dopo, non bastava. Tutta l’opposizione si cristallizzava contro il re, e le tendenze neutraliste della piccola borghesia si rafforzavano. Sebbene legato al carro piccolo borghese, il proletariato manifestava la sua presenza con una fiammata di scioperi (non a caso, uno dei primi atti del governo « fascista » è stato la soppressione dei sindacati e l’abolizione del diritto di sciopero). Il suo appoggio era indispensabile alle classi medie: e queste non osavano, per il momento, scoraggiarlo. Di qui la demagogia dell’appello di Papandreu alla « rivoluzione ». D’altra parte, la recessione in Europa aveva accresciuto la pressione e la combattività delle classi operaie, aggravata dal ritorno degli emigrati. L’agitazione minacciava di uscire dal quadro elettorale: perfino il parlamento diventava « scomodo », mentre il « neutralismo » e le minacce, per quanto verbali ed impotenti, di nazionalizzazione dei grandi trust, mettendo in causa la fedeltà del bastione mediterraneo degli USA, erano intollerabili. La forza fondamentale dello Stato borghese, l’esercito, ebbe l’incarico di sbarazzare il campo di quell’« ammortizzatore » delle tensioni sociali che non riusciva più ad assolvere il suo compito di conservazione sociale: il parlamento. Una notte bastò.
* * *
Il grave pericolo è che, in queste condizioni, il proletariato greco metta il suo eroismo al servizio della causa « patriottica » e « democratica » della piccola borghesia. I suoi interessi ne sarebbero ancora una volta traditi. Più che mai, nell’era della concentrazione imperialistica, come l’esito di ogni lotta « nazionale » dipende dai rapporti di forza internazionali, così la lotta per la democrazia ha perduto ogni contenuto storico; non le restano che la sua funzione di conservazione sociale, la sua facoltà di deviare in una strada senza sbocco la lotta sociale scatenata dalle sempre più profonde contraddizioni del regime capitalista. Il proletariato non ha da battersi per una forma dello Stato borghese a preferenza di un’altra, perché il contenuto dello Stato resta il medesimo.
Possano gli avvenimenti odierni dare al proletariato greco la forza di capire questo insegnamento fondamentale di tutta la storia sociale degli ultimi cinquant’anni, e di tirarne le conseguenze organizzandosi in modo autonomo contro lo Stato dittatoriale e contro gli obiettivi democratici che l’opposizione piccolo borghese e l’opportunismo operaio mondiale vorrebbero indurlo a perseguire!
[RG-45] Partito rivoluzionario e azione economica Pt.2
Lo sviluppo incessante della divisione del lavoro tra gli uomini e anche tra le macchine, sotto la sferza della ricerca affannosa della riduzione dei costi di produzione, riduce il lavoro complesso a lavoro semplice. Il contenuto tecnico del lavoro va perdendo gradualmente di importanza. Non si richiedono più operai capaci, abili e « intelligenti », ma diligenti, « tranquilli », e soprattutto che non siano delle « teste calde ». L’esigenza della produzione capitalistica è di intruppare lavoratori che abbiano a cuore solo la produzione. Con lo sviluppo della divisione del lavoro cresce l’importanza dei mezzi di produzione, sia come macchine e attrezzi e impianti, sia come materie prime. La composizione organica del capitale tende a svilupparsi nella parte costituita dal capitale costante, appunto dai mezzi di produzione, e a flettersi nella parte costituita dal capitale variabile, ossia dal lavoro salariato. Ciò è vero in assoluto, ma va riconosciuto che il processo produttivo reale è molto complesso e presenta una gamma di combinazioni molteplici.
Non si deve tuttavia perdere di vista che l’impulso decisivo anche in questo campo non è dato dalla miriade di piccoli e medi capitali, che giocoforza sono rappresentati da aziende in cui la redditività economica è ottenuta con il rituale schiacciamento delle forze del lavoro ed anche con inganni, frodi sindacali, fiscali e commerciali; ma dalle colossali concentrazioni di capitali, le sole che abbiano la possibilità obiettiva di applicare alla produzione l’alta tecnica, di usufruire dei risultati pratici della ricerca scientifica che toccano marginalmente la piccola produzione dopo un lungo periodo di applicazione. È per questa ragione che le piccole crisi economiche vengono definite dagli economisti crisi di « aggiustamento », cioè tali da ridimensionare il numero dei centri produttivi, venendone eliminate quelle aziende che non possono più reggere la concorrenza dei bassi costi per l’insufficienza di mezzi « tecnici ». Alcuni economisti anglo-americani, favoriti da un ambiente produttivo altamente sviluppato ed in grado di osservare il comportarsi pratico delle linee di tendenza fondamentali del processo economico, concludono che la ripartizione ideale delle « forze del lavoro » debba essere di un terzo di addetti alla produzione vera e propria, di cui il 5% nell’agricoltura e il 95% nell’industria, un terzo di addetti alla distribuzione, e un terzo di addetti al cosiddetto « settore terziario » (banche, assicurazioni, attività religiose, libere professioni, etc.).
Potenza sociale della miseria crescente
Questa opinione degli economisti non è una utopia né in contraddizione con la dottrina marxista. Anzi le teorie degli ideologi del capitalismo confermano un’altra tendenza del modo di produzione capitalistico, quella cioè dell’accrescersi smisurato del capitale da un lato e della miseria dall’altro. Su questa teoria marxista della « miseria crescente » borghesi e opportunisti sfoggiano un risolino di compatimento, come per dire che Marx potrà aver detto tante belle cose ma che questa è una cantonata madornale, e sciorinano cifre sull’abbondanza di prodotti disponibili per « tutti ». Il contenuto della teoria della miseria crescente va ricercato anch’esso nei rapporti sociali e dimostrato alla scala storica, non nelle effimere apparenze della produzione globale e tanto meno in limiti temporali di comodo. I negatori di questa teoria marxista sono i soliti pacifisti che, per inculcare nei crani dell’umanità intontita l’immortalità del capitale, hanno preteso di dimostrare la falsità dell’altra formidabile teoria marxista delle crisi ricorrenti del capitalismo, sostenendo con relative « cifre » che nel corso dell’ultimo secolo la produzione non ha subito soste, se si escludono i periodi di guerre e degli ormai classici rovesci economici tipo quello del 1929-1932. È un bel dimostrare l’inesistenza delle crisi, « supponendo » che non vi siano mai state!
L’immiserimento progressivo della società non significa che ogni giorno debbano aumentare gli straccioni, i mendicanti, coloro che vivono della pubblica carità; significa, invece, che storicamente aumenta il numero di coloro che vengono privati della proprietà dei mezzi di produzione, spogliati della loro porzione di capitale e gettati tra le file dei nullatenenti. Periodicamente gioca l’inganno dell’esaltazione produttiva, abilmente mistificata dalle statistiche ad uso e consumo delle grandi centrali capitalistiche. Il processo di immiserimento sta svolgendosi ad un punto tale che nei centri di grande industrialismo, per esempio negli Stati Uniti d’America, perfino le « professioni libere » stanno scadendo al rango di attività aziendali, dove il grande avvocato è il proprietario della « ditta » alle cui dipendenze vengono assunti altri avvocati ed « esperti », che abbiano attinenza con il mercato forense, mensilmente stipendiati; o in Inghilterra, dove la professione medica è da tempo esercitata nelle grandi aziende ospedaliere da medici stipendiati dallo Stato. Questi avvocati e medici stipendiati sono dei prestatori d’opera allo stesso modo che lo sono i dipendenti della Fiat o della General Motors: sono stati privati della possibilità oggettiva di possedere un certo capitale per convertirlo in mezzi di produzione, e sono ormai esclusi dal possederne in avvenire.
L’ubriacatura odierna ricalca quella della vigilia del « venerdì nero », quando nella follia collettiva degli anni venti qualunque americano che avesse un dollaro in tasca lo moltiplicava per dieci giocando in borsa, e credeva di essere nel millennio, di aver raggiunto ormai l’eterna felicità. Oggi basta un foglio da diecimila lire per comprare tante cambiali scadenti in trentasei mesi consecutivi e « farsi la macchina ». L’economista dinanzi a tanto « benessere » irride a Marx e alle sue teorie « ottocentesche ». Ma la fallacia di questa opulenza è facilmente dimostrabile, perché è l’opulenza della miseria, e della miseria attuale, nemmeno storica. Infatti le vendite a credito su cui si basa in maniera sempre più determinante la produzione capitalistica costituiscono una forma ipotecaria sul lavoro futuro. Il proletario che oggi « si fa la macchina » a forza di cambiali impegna a favore della Fiat una parte aliquota del lavoro dei prossimi trentasei mesi, impegno che soddisferà se sarà ancora al lavoro, se non si sarà ammalato o non sarà stato licenziato. Ciò vuol dire che si sono prodotte merci che non sono attualmente acquistabili, sono superiori alle condizioni reali degli uomini. Questo processo galoppante ingrossa la massa della produzione invendibile nell’immediato ed approfondisce ed estende il debito sociale. Sino a prova contraria una società nella quale i debiti aumentano non può dirsi che arricchisca ma, al contrario, che si immiserisce. Ora, e qui sta la tragica contraddizione, non si immiserisce il capitale che invece si ingrossa perfino a dismisura, ma immiseriscono gli uomini tutti, gli stessi capitalisti nella gran parte, che ipotecano, a loro volta, i profitti futuri da realizzare.
Un eloquente quadro della miseria attuale è offerto dai seguenti dati sulle vendite a credito nei principali paesi industriali: in milioni di dollari gli USA avevano venduto nel 1955 per 38.670 e nel 1964 76.810; l’Inghilterra in milioni di sterline nel 1960 935 e nel 1964 1.115; la Germania Ovest in milioni di marchi nel 1962 per 6.389 e nel 1964 per 7.848; la Francia in milioni di franchi nel 1960 per 3.300 e nel 1964 per 7.060; il Belgio nel 1960 in milioni di franchi belgi per 10.203 e nel 1964 per 14.802. Dal quadro è esclusa la Russia solo perché non si possiedono i dati, ma anche nell’URSS da anni è praticata e si estende la vendita a rate.
L’indebitamento crescente di masse sempre più numerose, se da un lato lega maggiormente l’operaio e il lavoratore in genere alle condizioni di lavoro e lo porta a non uscire dai limiti della semplice contrattazione mercantile del suo salario, dall’altro livella le condizioni di esistenza di masse più larghe, ivi compresi anche strati non proletari e semi-proletari su cui l’indebitamento continuo e progressivo esercita una pressione soffocatrice ed alimenta nei debitori l’incertezza del domani. Se tale incertezza è sfruttata dalle forze politiche capitalistiche e opportuniste per inchiodare al posto di lavoro i proletari, ciò non significa eliminazione delle cause del fenomeno ma irretimento di queste stesse cause che hanno il loro epicentro proprio nella produzione e nella ripartizione anarchica del prodotto sociale.
Il capitalismo per sopravvivere è costretto ad accelerare il processo di proletarizzazione delle masse e ad aumentare il numero di coloro che un giorno gli si ergeranno contro come nemici.
Marx commenta: « Il diventar più a buon mercato di tutte le merci – il che poi non avviene per i bisogni più immediati della vita – fa sì che l’operaio porta degli stracci messi assieme e la sua miseria si colorisce delle tinte della civiltà ». Infatti, perché questo non si verifichi la classe operaia dovrebbe avere in mano il controllo « della massa del capitale produttivo in generale » e il controllo « del rapporto delle sue parti costitutive », da cui dipende il salario. Avere questo controllo significa detenere il potere politico, e detenerlo alla scala mondiale, in quanto « il salario diventa sempre più dipendente dal mercato mondiale ».
Lo sviluppo gigantesco dei mezzi di produzione e la riduzione dei costi di produzione non favoriscono mai sostanzialmente, in regime capitalista, le condizioni degli operai come classe. Al contrario, provocano negli operai una lotta accanita tra di loro, una concorrenza determinata appunto dalla riduzione del lavoro a lavoro semplice, dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione e di trasporto che facilitano lo spostamento di forze lavorative da una regione all’altra dello stesso paese ed anche da una nazione all’altra, come testimonia l’emigrazione continua, particolarmente in questo secondo dopoguerra, di italiani, turchi, africani, arabi, spagnoli, etc. nei paesi industrializzati europei e negli USA. Con l’accrescersi dei mezzi di produzione diminuisce così l’offerta relativa di posti di lavoro, aumenta la concorrenza tra gli operai, e di conseguenza viene compresso il livello dei salari.
Così l’aumento delle forze produttive, lo sviluppo della tecnica e della scienza, l’accrescersi della produzione sono rivolti contro le condizioni di lavoro e di esistenza del proletariato. Così la crescente miseria delle masse si trasforma da condizione di esistenza del modo di produzione capitalista in fattore di sovvertimento sociale dell’ordine costituito.
Marx e la prima Internazionale
« Eppure tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengon posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione »: è con questa tragica constatazione che Marx (Salario, prezzo e profitto) esalta le lotte operaie e le organizzazioni di resistenza proletarie, e incita la classe ad unirsi sul terreno della difesa del salario e delle condizioni di vita. E continua: « Opponendosi a questi sforzi del capitale con la lotta per degli aumenti di salario corrispondenti alla maggiore tensione del lavoro, l’operaio non fa niente altro che opporsi alla svalutazione del suo lavoro e alla degenerazione della sua razza … Egli deve tentare di ottenere, in un caso, un aumento di salari, non fosse altro, almeno, che per compensare la diminuzione dei salari nell’altro caso. Se egli si rassegnasse ad accettare la volontà, le imposizioni dei capitalisti come una legge economica permanente, egli condividerebbe tutta la miseria di uno schiavo, senza godere la posizione sicura dello schiavo ».
Ma questo non basta, perché in tal modo si conserva la « razza » dei proletari, cioè si conservano le condizioni della sua esistenza di classe sfruttata e della esistenza del capitale. Occorre andare oltre, occorre « controllare » queste condizioni, si deve, quindi, conquistare il potere politico col quale prendere nelle proprie mani il destino storico della classe. Infatti, conclude Marx: « Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità d’intraprendere un qualsiasi movimento più grande. Nello stesso tempo la classe operaia, indipendentemente dalla servitù generale che è legata al sistema del salario, non deve esagerare a sé stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò essa non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia, che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o dai mutamenti del mercato. Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d’ordine conservatrice: « Un equo salario per un’equa giornata di lavoro », gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: SOPPRESSIONE DEL SISTEMA DEL SALARIO ».
Partito politico e lotte economiche
La lotta operaia nella singola azienda per strappare a quel dato padrone o a quella data direzione un aumento di salario ha bisogno, per legarsi alla lotta di classe del proletariato, di essere condotta secondo un piano sistematico che abbia per obiettivo la « soppressione del sistema del salario », cioè la distruzione del potere politico del capitalismo: di qui la necessità del partito politico alla testa delle lotte quotidiane degli operai.
L’Indirizzo inaugurale e gli Statuti provvisori della Associazione Internazionale degli operai, redatti da Marx nell’ottobre del 1864, in contrapposizione ad un testo di ispirazione mazziniana, pongono con chiarezza e forza l’imprescindibile questione del necessario raccordamento tra partito politico e movimento operaio, tra indirizzo politico e lotte economiche.
Marx, dopo aver tracciato la storia delle lotte operaie dal 1848 e le condizioni miserevoli di esistenza dei proletari sia delle nazioni industrialmente più progredite che di quelle meno sviluppate, e dopo aver sottolineato il progresso industriale e produttivo a spese dell’immiserimento crescente e della proletarizzazione continua della popolazione lavoratrice, esalta le lotte della classe operaia inglese per imporre alle classi privilegiate la legge delle dieci ore.
Marx così commenta: « Questa lotta contro la limitazione legale della giornata di lavoro infuriò tanto più rabbiosamente perché, a prescindere dall’avarizia, essa toccava invero la grande controversia tra il cieco dominio delle leggi dell’offerta e della domanda, che costituiscono l’economia politica della borghesia, e la produzione sociale regolata dalla previsione sociale, che è l’economia politica della classe operaia. Perciò la legge delle dieci ore non fu soltanto un grande successo pratico, fu la vittoria di un principio. Per la prima volta, alla chiara luce del giorno, l’economia politica della borghesia soggiaceva all’economia politica della classe operaia ». Il principio dell’economia politica della classe operaia è scientificamente espresso ne Il Capitale (Vol. I, sez. V, cap. 15) e pone uno dei tanti principi su cui si fonderà la futura società comunista, quello cioè che « la parte della giornata lavorativa sociale necessaria per la produzione materiale sarà tanto più breve, e la parte di tempo conquistata per la libera attività mentale e sociale degli individui sarà quindi tanto maggiore, quanto più il lavoro sarà distribuito proporzionalmente su tutti i membri della società capaci di lavorare, e quanto meno uno strato della società potrà allontanare da sé la necessità naturale del lavoro e addossarla ad un altro strato ».
Inoltre, Marx mette in rilievo il movimento cooperativo degli operai « non aiutati da nessuno », perché « queste cooperative hanno dimostrato che la produzione su grande scala e in accordo con le esigenze della scienza moderna è possibile senza l’esistenza di una classe padronale che impieghi una classe di lavoratori; che i mezzi di lavoro non hanno bisogno, per dare i loro frutti, di essere monopolizzati come uno strumento di asservimento e di sfruttamento del lavoratore; e che il lavoro salariato, come il lavoro dello schiavo, come il lavoro del servo della gleba, è solo una forma transitoria e inferiore, destinata a sparire dinanzi al lavoro associato che impegna i suoi strumenti con mano volonterosa, mente alacre e cuore lieto ». « Ma invece – continua Marx – i signori della terra e del capitale utilizzeranno sempre i loro privilegi per difendere e perpetuare i loro monopoli economici … Perciò il grande compito della classe operaia è diventato la conquista del potere politico ». Il concetto centrale del Manifesto dei comunisti del 1848 ritorna nel programma della Prima Internazionale, in cui Marx traccia i compiti fondamentali della classe operaia: « La classe operaia possiede un elemento del successo, il numero; ma i numeri pesano sulla bilancia solo quando sono uniti dall’organizzazione e guidati dalla conoscenza. L’esperienza del passato ha insegnato come il dispregio di quel legame fraterno che dovrebbe esistere tra gli operai dei diversi paesi e spronarli a sostenersi gli uni con gli altri in tutte le loro lotte per l’emancipazione, venga punito inesorabilmente con la sconfitta comune dei loro sforzi incoerenti ».
In queste brevi righe è racchiusa la relazione tra partito e classe, che i marxisti rivoluzionari hanno costantemente difeso in ogni condizione storica ed in qualsiasi paese: il « numero », cioè la classe proletaria, l’« organizzazione », cioè il movimento operaio organizzato, e la « conoscenza », cioè il partito, insieme programma storico e unità di combattimento.
Questi principi insostituibili vengono codificati negli Statuti Generali, nei quali, dopo aver ribadita la funzione centralizzatrice del Consiglio Generale, contro cui da più parti ed in special modo da anarchici, proudhoniani e democratici generici, Marx ingaggerà un’aspra lotta, al Congresso dell’Aja del settembre 1872 viene inserito un articolo così concepito: « Nella sua lotta contro il potere unificato delle classi possidenti il proletariato può agire come classe solo organizzandosi in partito politico autonomo, che si oppone a tutti gli altri partiti costituiti dalle classi possidenti. Questa organizzazione del proletariato in partito politico è necessaria allo scopo di assicurare la vittoria della rivoluzione sociale e il raggiungimento del suo fine ultimo: la soppressione delle classi. L’unione delle forze della classe operaia, che essa ha già raggiunto grazie alla lotta economica, deve anche servirle di leva nella lotta contro il potere politico dei suoi sfruttatori. Siccome i magnati della terra e del capitale utilizzano sempre i loro privilegi politici per difendere e perpetuare i loro monopoli economici e per asservire il lavoro, così la conquista del potere politico è diventata il grande dovere del proletariato ».
Vanno posti in rilievo i seguenti elementi di principio, che ritroveremo in Lenin e nella Sinistra Comunista: la classe esiste solo quando esprime il suo partito politico « autonomo » in opposizione a tutti gli altri partiti; il partito politico è un dato esterno alla classe nella quale interviene come « conoscenza », coscienza e consapevolezza; la lotta economica è il mezzo con cui si realizza la « unione delle forze della classe operaia »: questa « unione » – l’organizzazione sindacale – è la « leva » della classe costituitasi in partito « nella lotta contro il potere politico » del capitalismo. Ne consegue che le riforme imposte dallo stesso movimento operaio organizzato al governo capitalista, pur affermando in « principio » l’ineluttabile vittoria dell’« economia politica » della classe operaia contro l’« economia politica » delle classi possidenti, pur confermando il carattere transitorio e caduco della forma salariale del lavoro, tali riforme saranno volte a vantaggio del proletariato soltanto dopo che il proletariato avrà strappato ai « signori della terra e del capitale » il monopolio economico con la « conquista del potere politico », che è il « grande compito della classe operaia ».
“Rivoluzione culturale”: rivoluzione borghese Pt.2
L’unità della politica culturale cinese, dall’epoca dei « Cento fiori » alla « rivoluzione » attuale, poggia su un obiettivo comune costantemente ribadito: l’edificazione di una cultura nazionale e popolare epurata dalle cattive influenze « feudali » e da una servile imitazione dell’estero. Questa rivoluzione prolunga in un certo senso il movimento di riforme promosso dai letterati dall’inizio del secolo e progressivamente estesosi dall’unificazione linguistica a tutti i problemi di una cultura cinese moderna. Ma nessuno ci proverà che essa abbia alcunché di proletario. Il trionfo di una lingua comune sui dialetti locali, di una letteratura nazionale su una letteratura di casta, di una « cultura popolare » sull’analfabetismo delle masse, è, al contrario, l’opera specifica di un capitalismo giovane impegnato nella creazione di un mercato nazionale, di un sentimento nazionale e di un embrione di conoscenze necessarie allo sfruttamento del lavoro salariato. Dal punto di vista degli obiettivi di classe del proletariato mondiale nell’epoca imperialistica, le parole d’ordine di una tale rivoluzione sono tanto anacronistiche quanto la celebre frase con cui l’alunno francese saluta da generazioni la nascita della sua lingua letteraria: « Finalmente, venne Malherbe! ».
La cultura nazionale cinese rifà oggi le stesse « scoperte ». « Se il vecchio Shakespeare tornasse quaggiù, si vergognerebbe di quello che ha scritto », nota un giornale di Shanghai, « Ora è l’epoca della lotta di classe … Se il vecchio Shakespeare se ne rendesse conto, penserebbe: Sebbene la mia opera contenga un pizzico di realtà tuttavia, paragonata al lavoro del popolo cinese, ne è distante come la terra dal cielo » (Liberazione, 5-1-1964). La rivoluzione culturale ci ha dato molti esempi di burlesca revisione della cultura mondiale. Ma uno dei tratti fondamentali di questa nuova disputa degli Antichi e dei Moderni è sempre stato di mettere avanti i problemi di una cultura nazionale. Così, per es., in un articolo su Debussy: « Uno dei principali ostacoli, fra i nostri musicisti e studenti, alla soluzione del problema della musica nazionale e popolare, è l’idea che tutto ciò che è europeo sia superiore, e tutto ciò che è nazionale inferiore … La ricerca e l’analisi critica sui musicisti dei secoli XVIII e XIX possono aiutarci a distruggere e liquidare il culto dell’estero e la cieca adorazione sussistenti nell’animo di certe persone. La musica di Debussy non può essere considerata come una musica nazionale e popolare corretta ». (Liberazione, 19-8-1963).
Potremmo moltiplicare le citazioni pittoresche riprodotte con compiacimento dalla stampa occidentale (e russa) sui « diavoli stranieri »: Tolstoj, « questo ipocrita nobile di campagna »; Beethoven, « questo biascicatore di preghiere per la pace » ecc. È tuttavia molto più importante riportare le questioni « culturali » sul loro vero terreno politico e sociale. Nel 1956, Lu Ting-yi spiegava così gli scopi perseguiti dalla politica dei « Cento fiori »: « Se vogliamo che il nostro Paese sia prospero e forte, dobbiamo lavorare anche perché la letteratura, l’arte e la scienza siano fiorenti ». (Fioriscano fiori di molte specie! Gareggino scuole diverse di pensiero!) Dieci anni dopo, tutto il segreto della politica culturale è di mettere al servizio della grandezza nazionale la letteratura, l’arte la scienza, ma anche e in modo più esplicito, il lavoro del proletariato cinese. Rimaniamo tuttavia ancora sul terreno ideologico del maoismo.
Di là dalla politica dei « Cento fiori », le tesi del C.C. cinese adottate il 6 agosto 1966 sulla « grande rivoluzione culturale proletaria », rinviano a testi precedenti di Mao come « La nuova democrazia », « Interventi alla conferenza sulle questioni della letteratura e dell’arte a Yenan », « Della giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo ». Quanto dire che, ispirandosi a questi testi di cui abbiamo fatto mille volte la critica, la rivoluzione culturale non rappresenta affatto, come certuni hanno creduto, una svolta politica nel corso della quale il proletariato sia stato chiamato ad un’azione indipendente di classe e abbia assunto un ruolo direttivo nella società: malgrado la frase « socialista » e gli appelli alla « dittatura proletaria », essa resta nei quadri della « nuova democrazia », e nella tradizione politica che, dal 1927, ha incatenato i proletari vinti al carro della borghesia « nazionale » e dello Stato « popolare ».
Nei suoi interventi a Yenan (1952), Mao esprimeva già con grande chiarezza il contenuto della rivoluzione culturale: « Dal « Movimento del 4 maggio » in poi un esercito di questo tipo [l’esercito della cultura] si è formato in Cina ed ha orientato la rivoluzione cinese, riducendo gradatamente la sfera d’influenza della cultura feudale cinese e della cultura dei compradores, al servizio degli aggressori imperialisti, e intaccando le loro forze ». (Opere scelte, Edit. Riuniti, IV, pp. 89-90). Il programma culturale 1942 è dunque senza equivoci: si tratta di riunire intorno all’esercito popolare gli intellettuali borghesi e piccolo-borghesi delusi dal regime di Ciang Kai-shek, e rinverdire la bandiera della rivoluzione nazionale, antimperialista e borghese.
Se oggi ancora Mao richiama i proletari cinesi a questi scritti, non è soltanto per rianimare in loro la fiamma antimperialista e lo spirito di sacrificio agli interessi della Patria. Una simile mobilitazione è possibile, ormai, solo aumentando la confusione fra gli interessi di classi sempre più antagoniste. Ora, le formule « culturali » di Yenan, forgiate in piena guerra patriottica, presentavano questo amalgama di interessi di classe e di interessi nazionali allo stato più puro e in modo tale che il proletario di oggi stenterebbe a ritrovarvi i duri insegnamenti inflitti da venti anni di « democrazia popolare ». Infatti, che cosa diceva Mao nel 1942? Che non v’è letteratura né arte al disopra delle classi. Che cosa cominciavano a capire i proletari cinesi del 1966? Che non v’è Stato al disopra delle classi e che gli interessi della « democrazia nuova » si identificano sempre meno con i loro interessi. V’erano dunque, nella testa degli oppressi, i primi inizi di una « rivoluzione culturale » di cui cercheremo di seguire il percorso e di rintracciare le cause. Che cosa hanno opposto a ciò lo Stato, il partito e tutte le forze che, in Cina, sono gli agenti anonimi dell’accumulazione capitalistica?… I vecchi orpelli culturali della « rivoluzione nazionale » che non sono riusciti a mascherare per molto tempo i rapporti materiali e gli antagonismi fra le classi.
A Yenan, dopo di aver denunciato la letteratura al servizio della borghesia e dell’imperialismo, Mao dichiarava: « La nostra letteratura e la nostra arte devono essere al servizio non già di una categoria privilegiata di persone, bensì del popolo » (p. 101). Mao non si pone, oggi più di ieri, la questione di sapere come la letteratura che deve servire il « popolo » – cioè borghesi « nazionali », operai e contadini — possa nello stesso tempo servire la causa del proletariato. Non si chiede come una simile rivoluzione culturale possa richiamarsi agli obiettivi della rivoluzione proletaria: « La nuova cultura cinese – scrive – è, nella fase presente, la cultura antimperialista e antifeudale delle larghe masse popolari dirette dal proletariato » (ivi). Non dice come una direzione proletaria sia compatibile con una rivoluzione antimperialista e antifeudale e con tutta la sua « cultura » democratica e borghese. Come può, il proletariato, prendere il potere in un paese arretrato come la Cina? Come può mantenervi la sua dittatura malgrado la pressione delle forze sociali ostili, interne ed esterne? Come può una rivoluzione nazionale borghese, sotto la sua direzione di classe, saldarsi alla lotta del proletariato mondiale per il socialismo? Ecco gli elementi di « cultura », di dottrina marxista e di programma rivoluzionario, che soli contano per il proletariato cinese e mondiale. Lungi dall’affrontarli, la nuova « rivoluzione culturale » li elude nel modo più sfrontato. Si pone il problema del potere politico in Cina; e si presenta come soluzione non la lotta aperta fra le classi ma una vasta campagna ideologica destinata a « convincere » tutti — e che, infine, deve ricorrere all’esercito per ristabilire l’ordine. Ci si inquieta dello sprigionarsi del capitalismo da tutti i pori della società cinese, e si promette di scongiurarne le tendenze inevitabili limitandosi a tagliare le teste di alcuni dirigenti « corrotti ». Si chiamano i « popoli » del mondo intero a levarsi contro l’imperialismo, e si dichiara con Mao che non si intende esportare dalle frontiere nazionali la nuova « rivoluzione » cinese. Come dire che una simile rivoluzione resta del tutto estranea alle concezioni di classe e all’internazionalismo del proletariato. Essa rimane nel 1967 quella che Mao aveva annunciata nel 1942: una rivoluzione nazionale borghese che non supererà mai la « tappa democratica » in cui la direzione maoista l’ha, fin dapprincipio, confinata.
Risalendo da Mao a Stalin
Ma risaliamo ancor più in alto. L’identificazione della causa del proletariato e dell’interesse nazionale, della « cultura » proletaria e della cultura di « tutto il popolo », non data né da oggi né dal 1942. Se Mao l’ha sempre presa come una cosa che andava da sé, vi fu un tempo in cui la controrivoluzione dovette imporla alla coscienza dei proletari battuti. E questo compito fu assunto da Stalin, promotore della falsa « cultura proletaria » che doveva nascere dalle prospettive di un « socialismo » costruito alla scala nazionale dei paesi dell’Oriente arretrato. Già nel 1923, in un discorso pronunciato all’Università dei popoli d’Oriente, Stalin si indaffarava a conciliare ciò che restava inconciliabile nella teoria rivoluzionaria come nella pratica sociale, elaborando le formule politiche e « culturali » della controrivoluzione:
« Dicevo di elevare la cultura nazionale nelle repubbliche sovietiche d’Oriente », egli proclamava. « Ma che cos’è la cultura nazionale? Come conciliarla con la cultura proletaria? Non ha forse detto Lenin, già prima della guerra, che da noi c’erano due culture, la cultura borghese e quella socialista, che la parola d’ordine della cultura nazionale era una parola d’ordine reazionaria della borghesia, che cerca di avvelenare la coscienza dei lavoratori col nazionalismo? Come conciliare l’edificazione d’una cultura nazionale, lo sviluppo di scuole e corsi nella lingua nazionale e la preparazione di quadri scelti fra gli elementi locali con l’edificazione del socialismo, con l’edificazione della cultura proletaria? Non c’è qui una contraddizione irriducibile? »
Come si vede, Stalin è ancora assalito da dubbi che oggi non turbano la coscienza politica del maoismo. Alla scuola dei bolscevichi, egli ha appreso che l’internazionalismo proletario è inconciliabile con la difesa e la promozione della cultura nazionale e degli interessi nazionali. Ha appreso e capisce ancora che il socialismo e la costruzione di un’economia nazionale sono due prospettive contraddittorie. Ma, quando chiede se questa contraddizione sia davvero insormontabile, ecco la sua risposta:
« Certamente no! Noi edifichiamo la cultura proletaria. È assolutamente vero. Ma è anche vero che la cultura proletaria, socialista per il suo contenuto, assume forme diverse e diversi mezzi di espressione presso i vari popoli che partecipano all’edificazione del socialismo, a seconda della lingua, dei costumi, ecc. Proletaria nel contenuto, nazionale nella forma: questa è la cultura universale dell’umanità verso la quale muove il socialismo. La cultura proletaria non elimina la cultura nazionale, ma le dà il contenuto. E dal canto suo la cultura nazionale non elimina la cultura proletaria, ma le dà la forma. La parola d’ordine della cultura nazionale era una parola d’ordine borghese finché al potere c’era la borghesia, e il consolidamento delle nazioni avveniva sotto l’egida degli ordinamenti borghesi. La parola d’ordine della cultura nazionale è diventata una parola d’ordine proletaria da quando al potere è andato il proletariato, e il consolidamento delle nazioni ha incominciato a svolgersi sotto l’egida del potere sovietico », (Opere, ed. Rinascita, V, p. 159-60).
Una volta di più, Mao riprende le formule di Stalin, e la rivoluzione culturale cinese si ispira agli stessi fondamenti teorici della controrivoluzione. Ci si dice da decenni che nelle metropoli putrefatte del capitale, tocca ai proletari salvare l’onore e fare la grandezza della Patria. Nei paesi arretrati che l’imperialismo ha lasciato nella miseria o che mantiene nella oppressione, borghesi e « comunisti » chiamano i proletari a edificare con le proprie mani una cultura nazionale che fa tutt’uno con la dominazione ideologica, politica e materiale del Capitale. E si battezza tutto ciò « rivoluzione proletaria nel contenuto, e nazionale nella forma ». Noi diciamo che simili rivoluzioni culturali sono prima di tutto nazionali e borghesi nel contenuto, e che devono una fraseologia « proletaria » e « socialista » unicamente alla necessità di mobilitare sotto le loro bandiere l’energia della sola classe che produce. La rivoluzione culturale cinese conserva tutte le caratteristiche ideologiche delle rivoluzioni borghesi del passato: la loro ristrettezza nazionale, il preconcetto idealista che l’educazione dei cervelli e la trasformazione dei costumi siano condizione preliminare di ogni cambiamento nei rapporti sociali. Anche solo per questo, essa volge le terga alla « cultura » e alla dottrina di classe del proletariato.
Ci resta da vedere come, nella realtà economica e sociale della Cina moderna, questa « rivoluzione » sia avvenuta (e continuerà ad avvenire) contro il proletariato.
Riunioni di Partito
Il 25 maggio a Pisa ha avuto luogo, ben organizzata dai compagni locali e viareggini, la prevista riunione regionale delle sezioni toscane del partito. Al mattino è stato svolto l’importante rapporto sulla « Legge della caduta tendenziale del saggio di profitto », nel programma, ormai abituale, di dedicare ai temi delle riunioni generali la massima attenzione. Infatti, il rapporto aveva costituito alla riunione generale di Firenze della fine di aprile scorso la piattaforma sulla cui base si erano appunto svolte le altre relazioni. Con l’ausilio degli appositi quadri illustrativi, e con una adeguata premessa introduttiva, è stato possibile spiegare il dinamismo nella legge del tasso di profitto e i conseguenti, immancabili fenomeni che caratterizzano l’anarchico comportarsi dell’economia capitalistica. Da un punto di vista storico la legge ha avuto ampia dimostrazione nella lettura delle statistiche degli incrementi produttivi dei principali paesi industriali, Russia compresa, con dati di partenza molto lontani del XIX ed anche del XVIII secolo, oggetto di specifica trattazione da parte del partito in riunioni generali fin dal 1956-57.
Nel pomeriggio, in armonia con l’esigenza di un miglior coordinamento del lavoro locale per l’attività centrale e generale del partito, è stato letto e commentato uno schema di lavoro comprendente una serie di temi, alcuni già sommariamente trattati ed altri no, sui quali compagni e sezioni potranno indirizzare i loro contributi. La riunione si è conclusa fra l’entusiasmo di tutti i presenti con una rassegna del lavoro delle sezioni, con lo scambio di notizie utili al potenziamento e all’allargamento dell’attività di partito, e infine con una sostanziosa sottoscrizione.
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Venerdì 16 giugno si è tenuta a Firenze una conferenza pubblica organizzata dalla sezione locale del nostro partito sul tema: «Contro l’imperialismo capitalista, la lotta rivoluzionaria del proletariato».
Allo scopo di una maggiore propaganda della teoria rivoluzionaria sono stati utilizzati i locali di una Casa del Popolo dove sono affluiti numerosi proletari, fra i quali molti giovani, che si sono dimostrati interessati all’esposizione della nostra stampa ed al giornale, che alcuni già conoscevano attraverso la normale diffusione.
La relazione del nostro compagno è stata seguita attentamente da tutti i presenti fino alla sua conclusione. Il relatore ha tenuto a precisare che il nostro metodo nell’analizzare gli scontri politici ed i conflitti in corso fra gli stati, per esempio nel Vietnam o nel Medio Oriente, differisce completamente da quello usato demagogicamente dai partiti opportunisti che tacciono sul ruolo rivoluzionario che il proletariato internazionale potrebbe giocare in questi cataclismi, e invece si appellano al «popolo», termine generico in cui sono comprese le stesse classi dirigenti, facendo ricadere la responsabilità dei sommovimenti sociali che si verificano nelle varie parti del mondo non già sul sistema di produzione capitalistico, che può sopravvivere solo in virtù del lavoro non pagato agli operai – siano essi bianchi o di colore – ma sugli uomini politici che di questo meccanismo di sfruttamento sono solo i rappresentanti. E ciò allo scopo di far credere al proletariato che la loro sorte dipenda non dalla distruzione di questi rapporti di produzione, ma dalla volontà di un pugno di politicanti a cui si può dare o togliere il potere attraverso il meccanismo della democrazia parlamentare.
La parte centrale della relazione ha dimostrato, cifre alla mano, che il susseguirsi nel corso storico delle guerre fra gli Stati – come anche gli attuali conflitti, che secondo l’opportunismo dovrebbero risolversi entro i perimetri nazionali degli Stati interessati – affondano le loro radici nello sviluppo dell’imperialismo mondiale teso alla conquista o al mantenimento delle zone di sfruttamento delle materie prime, o di mercati in cui fare affluire i prodotti finiti; quei prodotti e quelle materie prime che sono il risultato del lavoro collettivo dell’unica classe, il proletariato, che ne gode solo il minimo indispensabile per la sua sopravvivenza, e che l’opportunismo mondiale tiene inchiodata agli interessi degli Stati borghesi sotto il ricatto della falsa alternativa della pace o della guerra.
Sotto il capitalismo, la «pace» non è altro che la condizione ottimale in cui i vari rappresentanti nazionali del capitale mondiale accumulano masse enormi di profitto, che gli stati più forti monopolizzano attraverso sanguinose guerre di cui il Medio Oriente non è che un episodio e, nello stesso tempo, un esempio del fatto che in regime capitalista la pace è un’utopia che serve solo ad impedire che il proletariato ingaggi l’unica guerra capace di spezzare il dominio dell’imperialismo sul mondo: la guerra rivoluzionaria di classe, che veda uniti i proletari delle colonie con i proletari delle metropoli bianche, nell’unico obiettivo del rovesciamento violento del capitalismo internazionale, sotto la guida del partito rivoluzionario.
A questo proposito, sono state esaltate le Tesi coloniali di Lenin, rinnegate da tutti i partiti ufficiali del proletariato attraverso una propaganda disfattista che tuttavia non impedirà il loro realizzarsi allorquando lo sviluppo inesorabile della crisi generale del capitalismo riporterà il proletariato sul terreno della lotta rivoluzionaria di classe.