Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1971/22

Il Partito

Nell’Indirizzo inaugurale e negli Statuti provvisori della Prima Internazionale Marx enuncia, in formidabile sintesi, o meglio ripropone, quella che la Sinistra Comunista ha definita la piramide sociale: classe statistica, classe organizzata, Partito politico.

«La classe operaia possiede un elemento di successo: il numero; ma i numeri pesano sulla bilancia quando sono uniti dalla organizzazione e guidati dalla conoscenza». Ancora: «Nella sua lotta contro il potere unificato delle classi possidenti, il proletariato puo agire come classe solo organizzandosi in partito politico autonomo, che si oppone a tutti gli altri partiti delle classi possidenti. Questa organizzazione del proletariato in partito politico è necessaria per assicurare la vittoria della rivoluzione sociale e il raggiungimento del suo fine ultimo – l’abolizione delle classi». Infine: «L’unione delle forze della classe operaia, che essa ha gia raggiunto grazie alla lotta economica, deve anche servirle di leva nella lotta contro il potere politico dei suoi sfruttatori».

Marx, poi, ribadisce il fine storico della classe e il percorso necessario per attingerlo; «… La conquista del potere politico è diventato il grande dovere del proletariato»; «Assicurare la vittoria della rivoluzione sociale e il raggiungimento del suo fine ultimo – la soppressione delle classi».

Non contento di ribadire le basi programmatiche, Marx caratterizza anche la organizzazione del Partito politico di classe e il rapporto tra il militante e il Partito: «Chiunque accetta e difende i principi dell’A.I.O. (Associazione Internazionale dei Lavoratori, ovvero Prima Internazionale) può esservi ammesso come membro».

Come si organizza il Partito? «Lotta continua del Consiglio Generale contro le sette e gli esperimenti dilettanteschi». È il centralismo autoritario, antidemocratico, contro il federalismo libertario e democratico di Bakunin e bande affini.

In Lenin e nella Sinistra Comunista si ritrovano questi stessi principi, con esplicito riferimento a Marx, in una linea ininterrotta di continuità.

Da parte di spurie tendenze nella dottrina e nella prassi, talune autodefinitesi marxiste e comuniste, si è voluto contrapporre Marx a Lenin e alla Sinistra. Queste tendenze hanno basato tale preteso contrasto su una non meglio identificabile assenza di «democrazia proletaria» e di conseguente «democrazia di partito».

Lo spietato terrore statale e ideologico dello stalinismo, che ha strangolato l’Ottobre e l’Internazionale, ha dato la stura a queste deformazioni, non importa se rappresentate da piccoli gruppi o professate da singoli elementi. In fin dei conti, staliniani e antistaliniani democratici hanno preteso e pretendono di sfuggire alla dittatura dei principi e alla disciplina del Programma, gli uni instaurando una dittatura caporalesca e gli altri un anarchismo confusionario, gli uni e gli altri affossando il Partito.

Questa confluenza di bande apparentemente opposte ha un solo sbocco: l’opportunismo negatore del Partito, del suo Programma, della sua organizzazione. Il partito staliniano è tutto organizzazione e azione. Il movimento anarchico è tutto azione. Il movimento fascista è anch’esso tutto organizzazione e azione.

Nel Partito Comunista i principi sono preminenti sull’organizzazione e sull’azione. Ma il Partito politico cessa di essere tale se rinuncia anche ad uno solo di questi tre elementi. È errore dire: esistono i principi, quindi esiste il Partito politico. È altresì grave errore affermare: esiste un’organizzazione ed un’azione, quindi esiste il Partito politico. Ne discende che la deformazione di uno solo di questi tre elementi deforma contemporaneamente tutti gli altri: l’esclusione anche di uno solo impedisce l’esistenza del Partito politico di classe.

Da questo, il teorema marxista: indissolubilità di programma, organizzazione, metodo d’azione nel Partito. È per noi superfluo aggiungere che negando il Partito si nega la classe.

Un’altra asserzione, confermata dall’eroico comportamento della Sinistra in una delle fasi più nere della disfatta: il Partito non si colpisce; il Partito non si abbandona. Non un atto fu mai fatto dalla Sinistra Comunista contro il Partito, se non quando esso cadde preda della più micidiale controrivoluzione della storia e quindi cessò di essere il Partito rivoluzionario marxista.

I nemici della Sinistra – e chi è più nemico degli storiografi ufficiali? – si ostinano a ripetere, nascondendo la verità, che la vecchia frazione comunista del PSI possedeva sì un programma, ma non un’organizzazione ne un metodo d’azione. È invece noto che la frazione si era avvalsa della diffusa rete organizzativa della frazione comunista astensionista del Soviet. È noto che i comunisti del PSI non lasciavano nulla d’intentato per porsi alla testa delle lotte operaie. E fu talmente continua e persistente l’azione del Partito Comunista d’Italia, diretto dalla Sinistra, nella classe e nelle sue organizzazioni di massa, che l’Internazionale dovette lodarne l’iniziativa e le capacità.

Questi caratteri per principio peculiari e distintivi del Partito sono forse mutati, oggi 1971? Hanno da essere rettificati, aggiornati, arricchiti? Rispondiamo categoricamente di no!

Quando ci richiamiamo alla linea ininterrotta da Marx, a Lenin, alla Sinistra Comunista, vogliamo sottolineare che, lungo questo ampio arco storico, i fondamenti caratterizzanti il partito comunista marxista non sono mai mutati.

Gli eventi della Storia, molteplici e multiformi, hanno solo consentito una sempre più precisa possibilità di metterli in risalto. Gli eventi, il corso della Storia, non il «fatto», l’occasionale accidentalità a tutti indecifrabile se avulsa dal concatenarsi del procedere delle cose.

Non è forse l’argomento principe dell’opportunismo, l’ansia continua di mezze classi, quello di scoprire ogni giorno un «fatto nuovo» che giustifichi, di deviazione in deviazione, l’abbandono dei principi, il tradimento aperto, il passaggio al nemico? L’opportunismo si insinuò nella Terza Internazionale sotto le spoglie dei tempi che mutavano. Con tale pretesto si affidarono al Partito compiti «nuovi»; alla Dittatura proletaria funzioni «diverse». Il risultato fu di uccidere Partito e Stato proletario.

Che il vecchio PSI fosse legato alla massoneria e che la sua politica fosse più a destra dell’immaginabile, non fu mai sufficiente a giustificare agli occhi della Sinistra la «reazione» anarchica. Così non fu giustificabile il sindacalismo rivoluzionario quale risposta al riformismo della CGdL. Nemmeno la nascita del KAPD trovò consenziente la Sinistra sebbene essa ravvisasse nella erronea politica del KPD la causa occasionale di tale distacco. Il Partito spiega queste « esperienze », non le giustifica, ne tanto meno le approva.

Partito “puro” e garantito?

Al Partito si vorrebbe chiedere, per aderirvi, che non degeneri, che progredisca e vinca. Si chiede insomma una sorta di polizza d’assicurazione contro le sconfitte, l’opportunismo e la controrivoluzione.

Lo pretesero i «destri» dell’I.C., quando fra l’altro, sull’onda decrescente della sovversione sociale, imposero che ogni partito comunista si proteggesse con lo scudo della «bolscevizzazione» per esorcizzarsi da ogni «peccato». Così non fu, invece, quando nella stessa I.C. si stabilì la subordinazione di tutte le sue sezioni ai deliberati della Centrale avente sede a Mosca: provvedimento non esorcizzante né risolutivo, ma allineato sulla direzione e sulla volontà di superare il fasullo e mistificante metodo democratico nella vita di relazione del Partito mondiale.

Il PCdI sorse con la confluenza dei marxisti della Sinistra Comunista e dei neo-idealisti dell’Ordine Nuovo. Aberrante blocco, direbbero i «puristi»; era «fatale» che prima o poi il partito si sarebbe dovuto sfasciare. «Sbagliò» la Sinistra ad intruppare alleati ideologicamente non omologhi? In quello scorcio storico, la posta era la nascita del partito militante e combattente, voluto altresì dall’Internazionale, in un preciso svolto di resurrezione rivoluzionaria della classe. Chi si schierava senza riserve con Mosca stava tra le file di Livorno. Il processo di formazione del partito politico di classe non risponde ad alcun canone logico né pragmatico ma al maturare storico della lotta di classe.

Engels scriveva, dopo lo scioglimento della Prima Internazionale, che una nuova Internazionale «soltanto comunista» sarebbe sorta «dopo che i libri di Marx avranno esercitato la loro influenza per alcuni anni», ed essa «propagherà direttamente i nostri principi». I rapporti di forza tra le classi non erano ancora maturi per una Internazionale completamente marxista, lo erano per una Internazionale che si disponesse verso il comunismo marxista, per un’organizzazione nella quale fosse possibile «propagare» i «principi» di Marx. La Sinistra primeggio anche in questi temi del maturarsi del processo storico, operando per dirigere anche forze rivoluzionarie non marxiste, consapevole di riuscirvi alla condizione di non debordare essa dal marxismo rivoluzionario.

Una delle tante lezioni della controrivoluzione staliniana è questa: la sconfitta del proletariato ha poggiato sull’incapacità della Terza Internazionale di assimilare interamente il marxismo rivoluzionario.

Il nuovo Partito Comunista Mondiale non potrà essere che marxista, o non sarà. Non sarà il prodotto di una alchimia politica. Non rilascerà polizze assicurative contro l’errore.

Tanta purezza «marxista» assicurerà, allora, un esito vittorioso alla lotta proletaria? Non esiste risposta a siffatto interrogativo. La storia delle lotte di classe e del partito politico ci insegna che esiste un’esigenza storica di incessante selezione negli organi della classe operaia. Il partito comunista marxista è il prodotto storico corrispondente alla fase finale della lotta di classe rivoluzionaria. Senza questo tipo specifico di partito, la classe non può procedere verso il comunismo. È questo l’esito storico fondamentale, la premessa essenziale della ripresa di classe e della vittoria.

Battaglie programmatiche

Il Partito si sviluppa e si potenzia sulla base del Programma. Ancor oggi la vita della nostra piccola organizzazione è un continuo cimentarsi in difesa del Programma, in ogni campo, in ogni occasione, in ogni momento. Difendere il Programma significa abilitare il Partito ai compiti più complessi di domani. Questa difesa è azione e in quanto tale coinvolge il Partito ed i suoi membri nella lotta di classe. Se è vero che lotta di classe e coscienza comunista (Marx, Engels, Lenin, Sinistra) sono paralleli e non che la seconda discenda dalla prima, è pur vero che la coscienza comunista deve penetrare la lotta di classe, elevarla all’altezza del Partito. Il Partito si cimenta, quindi, nel fuoco di questa lotta, e sciocco sarebbe pretendere che la coscienza e la milizia escludessero automaticamente l’errore nella valutazione e nell’azione.

Lo storico confronto tra le tesi astensioniste della Sinistra e quelle del parlamentarismo rivoluzionario di Lenin e Bucharin al 2° Congresso dell’IC si basava su un solo e identico corpo programmatico, si risolveva in un’unica e identica conclusione. Gli argomenti della Sinistra e di Lenin venivano tratti dalla comune dottrina.

Tuttavia, allora, la Sinistra, obbedendo alla priorità delle esigenze del centralismo, si comporto di conseguenza accettando la soluzione imposta dalla direzione mondiale del movimento. Oggi la Storia, con pletora di pratiche conferme, ha convalidato le posizioni tattiche della Sinistra. Fu “errore” quello di Lenin? “Sbagliò” la Sinistra a seguire Mosca? Nemmeno per sogno. L’IC e la rivoluzione non sono caduti per aver praticato la tattica del parlamentarismo rivoluzionario, ma per una serie di deviazioni che in definitiva hanno potenziato la capacità difensiva del nemico favorito dal riflusso rivoluzionario.

Quante volte Lenin dichiarava che si era sbagliato nella tal questione o nella tal’altra, e che bisognava “rettificare” l’indirizzo e procedere oltre!
Il Partito non è un organo statico. Come organo della classe subisce in una certa misura l’influsso delle sue vicissitudini. Deve, quindi, saggiare le sue forze, la capacità di presa sulla lotta proletaria, le possibilità di ricezione e di reazione della classe. In questa attività, complessa, dura, difficile, il Partito mette a prova, perfino negli errori, la maturità o la debolezza della sua organizzazione, l’idoneità degli strumenti utilizzati. I principi servono a questo, non a una sciocca adorazione di “ideali” ridotti al ruolo di “icone inoffensive”. Il programma si consustanzia con l’organizzazione nella misura in cui l’organizzazione lo maneggia e in questa attività si matura. Se così non fosse, il comunismo sarebbe una scuoletta per l’apprendimento di una sorta di catechismo marxista, e ad ogni militante si dovrebbe rilasciare, dopo apposito esame, una laurea in marxologia prima di essere ammesso all’organizzazione.

Cio non vuol dire che il Partito possa permettersi il lusso, in quanto comunista marxista, di escogitare le tattiche più impensabili, in una sorta di caleidoscopio machiavellico. Il programma è l’ambito ma anche il limite delle possibilità operative del Partito, fuoriuscendo dai quali il Partito cessa di essere l’organo della rivoluzione comunista.

Da un punto di vista contingente (la Storia si misura, di norma, a secoli, ad eccezione delle condizioni critiche in cui i secoli possono trascorrere in pochi anni od anche in pochi mesi) la lotta di classe risulta ad uno stadio inferiore rispetto a quello di 60-70 anni fa. Tale stato di cose ha fatto sputare le più assurde sentenze sulla classe, sulla lotta di classe e sul Partito, come “la classe non esiste più”, “la classe operaia è integrata nella società borghese”, e così via.

Si confonde la lotta rivoluzionaria di classe con la lotta di classe. La lotta rivoluzionaria di classe è una condizione eccezionale, come è eccezionale lo stato di crisi del regime. Se così non fosse, saremmo già in una fase di trapasso dal capitalismo al comunismo inferiore.

Ma non è affatto necessario che la classe esplichi sempre una lotta rivoluzionaria. In conseguenza di una sconfitta, la classe ridotta a un’esistenza solo oggettiva è costretta ad una pura lotta di retroguardia contro i colpi economici, sociali e politici del capitalismo. In questa fase, negativa, l’attività della classe si contrae, quasi si spegne. Anche il Partito si riduce negli effettivi e nell’attività. Si sviluppano, però, maggiormente le funzioni critiche e di elaborazione teorica, indispensabile premessa per la ripresa della lotta su vasta scala di domani. Questo significa trarre le “lezioni della controrivoluzione” e fortificarsi nel trarle.

In questo ormai secolare processo, il Partito è passato da una forma “ingenua” ad una “scientifica”, a quella di Partito marxista. Anche la forma partito si è sviluppata, assumendo connotati sempre più spiccati di ideoneità alla lotta rivoluzionaria di classe, per la conquista del potere, la gestione della Dittatura proletaria, la direzione della società verso il comunismo. Allo stesso modo, il regime capitalistico ha assunto forme più appropriate di dittatura di classe, ha esso stesso appreso le lezioni delle vittorie e delle sconfitte.

Malgrado ciò, mai, si è tornati indietro sotto il pretesto che la sconfitta aveva annullato l’azione rivoluzionaria della classe e del Partito.

Per fare un parallelo con l’economia, si può dire che il Partito politico odierno riparte nella sua azione pratica dal più alto livello cui era giunta la precedente formazione politica di partito, allo stesso modo che i paesi ultimi arrivati nella sfera della produzione industriale si avvalgono degli ultimi ritrovati della tecnologia e non devono ripercorrere tutto il processo di appropriazione tecnica della produzione.

Il Partito ha compiuto il massimo sviluppo teorico attraverso le “lezioni” che la Sinistra stessa ha tratte in questi ultimi cinquant’anni e che si ritrovano condensate nei “testi” e nelle “tesi” della Sinistra Comunista, costituenti le basi programmatiche del nostro Partito.

Ciò non significa che ormai “tutto è compiuto”, e non resta altro da fare se non attendere che passi “il cadavere del nostro nemico”. È funzione del Partito la continua elaborazione dei dati dell’esperienza, per meglio scolpire i caratteri distintivi della nostra dottrina, nella tattica e nella organizzazione, nel lavoro di preparazione all’assalto rivoluzionario.

Se altri sono “liberi” di formulare le più assurde teorie e di proporre le più contorte organizzazioni politiche, con la pretesa di agire per il comunismo, noi ci teniamo abbarbicati al marxismo rivoluzionario per riproporre alla classe proletaria l’unica via maestra della rivoluzione.

Partito unico e unitario

il gigantesco lavoro compiuto dalla Sinistra Comunista nell’Internazionale e nel PCdI si può riassumere in questa frase: fare del Partito un organo unico ed unitario. Unica organizzazione mondiale amalagamata da un unico programma, cioè da coerenza e interdipendenza di principi, fini e tattica.

È da escludersi categoricamente, quindi, che il Partito debba risultare dalla unificazione di gruppi eterogenei e in forma federalista. Sono dati acquisiti dalla Sinistra e desunti dalla Storia. Il processo di formazione del Partito è irreversibile. Non ci faremo distogliere da nessuna “debolezza” numerica. Il numero è subordinato all’unicità e all’unitarietà del Partito. Un “grande” partito con mille “programmi” e mille “idee” è un grande debole partito, votato a sfasciarsi al primo urto come un vaso in cento pezzi. Il nostro Partito non può essere che “chiuso” alle infinite sollecitazioni esterne al suo Programma, soprattutto nell’attuale fase controrivoluzionaria, “non pletorico” rispetto ai partiti opportunisti di “massa”. Quanto più sarà conservatore nei principi, tanto più sarà rivoluzionario nell’azione. Quanto più sarà “chiuso” nel Programma, tanto più sarà aperto all’azione di classe. Basti pensare alla tattica di “fronte unico” sindacale, mirabilmente applicata dalla Sinistra, con cui si lavorò per condurre masse ingenti di proletari, professanti le più disparate ideologie, inquadrati in diversi partiti e organizzazioni sindacali, su una piattaforma di lotta suscettibile di essere influenzata dalle parole d’ordine del Partito di classe.

Sono queste le condizioni di esistenza e di funzionalità del Partito. La fungaia dei gruppuscoli, prodotta dai miasmi della controrivoluzione, è lì, prova storicamente concreta, a confermare i nostri assunti. Uscire da questi dettami significa entrare nel campo della confusione e dell’impotenza.

Il mantenimento di queste condizioni è compito permanente della compagine di partito. Funzione quant’altra mai difficile, dura, impegnativa non può essere abbandonata alle circostanze o alle convenienze, ma svolta in ogni condizione da tutta l’organizzazione. Nella misura in cui ogni militante si subordina a questi compiti, riesce ad assimilare l’indirizzo del Partito, ad eliminare le incertezze e i dubbi che la contraddizione tra la nostra potente dottrina e l’immaturità del comportamento della classe può suscitare.

Nei singoli militanti la coscienza si fortifica fondendosi con la mistica rivoluzionaria, la razionalità scientifica con la passione, l’intelletto con il cuore.

Il Mozambico

Prima di parlare della guerra che il Portogallo conduce in Africa nel tentativo di salvare il suo impero, faremo un breve cenno alla storia della colonizzazione portoghese.

Gli argomenti del colonialismo sono noti: il Portogallo avrebbe diritto di rimanere in Africa perché vi è presente dal XV secolo. L’accento viene anche posto sulla “funzione civilizzatrice” del Portogallo e non sono risparmiate rampogne ai “colonialisti morbidi” francesi e inglesi che hanno abbandonato la partita. A dire il vero, nei secoli passati la presenza portoghese era limitata alle coste e aveva un carattere prevalentemente commerciale. L’interno delle colonie fu conquistato solo dopo il 1884.

Contrariamente a quello che sostiene una certa storiografia imperialista, che dipinge gli europei come civilizzatori di barbari, i portoghesi trovarono civiltà preesistenti, che distrussero. La area costiera da essi toccata era assai più vasta degli attuali Angola e Mozambico; essi vennero a contatto con le estreme propaggini del mondo arabo e con le civiltà nate sotto l’influenza islamica (esempio quella dell’isola di Zanzibar). Più a sud si scontrarono coi regni negri del Monomotapa e del Changamire, la cui decadenza favorì la formazione di tenute semifeudali (prazos) nelle mani di avventurieri portoghesi o africani.

Negli ultimi decenni del secolo XIX, sembrava che i resti del dominio portoghese in Africa dovessero disfarsi sotto la spinta degli imperialismi più forti; vaste zone dell’entroterra, tra cui buona parte del Congo, che il Portogallo rivendicava, furono assegnate ad altre Potenze. Fu proprio la rivalità tra gli altri imperialismi che permise la sopravvivenza dell’impero portoghese. Infatti Francia e Germania, volendo sbarrare la via all’Inghilterra riconobbero al Portogallo il dominio sull’Angola e il Mozambico, nonché su una striscia di terra che collegava le due colonie. Ma ciò contrastava con l’aspirazione inglese a costituire una serie di colonie che andassero dal Cairo a Città del Capo. Nel 1890 quindi, Lord Salisbury inviò a Lisbona un ultimatum in cui si chiedeva di abbandonare le Regioni dell’interno, e nel 1891 il Portogallo rinunciava definitivamente, in un trattato, a collegare le due colonie. Al Portogallo rimanevano dunque la Guinea (36.000 Km quadrati), l’Angola (1.240.000 Kmq) e il Mozambico. Non si trattava di un grande impero, ma era enorme rispetto alla grandezza e ricchezza della metropoli.

La colonizzazione su vasta scala iniziò dal 1894, sotto la guida di Antonio Enes. La spoliazione ebbe un andamento analogo a quello dell’Algeria sotto i francesi: la proprietà privata è un’istituzione nata sulle rive del Mediterraneo, e come tale estranea alle zone cosiddette non civilizzate; i portoghesi, applicando i criteri giuridici europei, considerarono terra senza proprietario quella non coltivata direttamente dalle tribù, e la dichiararono proprietà statale.

Come tanti altri popoli, gli abitanti del Mozambico non praticavano una agricoltura stabile, ma usavano mutare periodicamente il terreno per non esaurirlo. Non si tratta di una novità neppure per l’Europa, poiché tale sistema itinerante era applicato già nella Germania del tempo di Cesare. Gli indigeni potevano scegliere se rimanere sui vecchi terreni esauriti, oppure abbandonarli lasciando che fossero espropriati e dichiarati demanio; ma potevano anche venderli ai bianchi per pochi soldi. La stragrande maggioranza delle masse negre fu così ridotta su terreni sempre più ristretti. Ma la “saggezza” del colonialismo introduce la “salvezza” attingendo alle fonti di altri sterminatori di indigeni, gli Yankees d’America: negli anni 1918-19 vengono introdotte le riserve. La struttura etnica però era troppo diversa da quella statunitense; mentre là le popolazioni indigene erano rade e l’immigrazione bianca intensissima, qui i bianchi erano un’infima minoranza: non potevano annullare gli indigeni, ma dovevano servirsene come manodopera.

Lo sviluppo del capitalismo presuppone da un lato una accumulazione primitiva, e ciò venne ottenuto attraverso la requisizione delle terre, e dall’altro lato la formazione di un proletariato. Ma gli indigeni si attaccavano tenacemente al pezzetto di terra rimasto loro e l’autoconsumo e l’agricoltura di sussistenza predominavano ancora. I mezzi per costringere gli indigeni a lavorare per i bianchi si riducevano a due fondamentali: la pressione fiscale e il lavoro forzato. Anche le capanne più povere furono sottoposte a tasse e, poiché le imposte non erano in natura ma in moneta, il contadino era costretto a produrre per il mercato per procurarsi il denaro. Inoltre, chi non lavorava almeno sei mesi all’anno (e coltivare il proprio campicello non era considerato lavoro) poteva essere reclutato dall’autorità per lavori forzati.

Le zone abitate dai bianchi avevano un certo grado di autonomia amministrativa, mentre nelle altre zone, oltre che dalla autorità dei bianchi, gli indigeni erano oppressi dai capi tribù collaborazionisti. Il Mozambico fu anche una riserva di manodopera per le miniere d’oro e di diamanti del Transvaal. Vari accordi su tale argomento portarono ad una vera schiavizzazione della manodopera negra, per cui l’emigrazione non rappresentava la libertà, ma un duplice giogo.

Il governo repubblicano (1910) non si dimostrò certo più umano di quello monarchico; diede una notevole autonomia alla colonia, il che volle dire consegnare le masse negre nelle mani dei loro aguzzini locali bianchi.

Ma la più completa ristrutturazione della colonia la si ebbe con l’avvento di Salazar: nel 1926 vi fu un colpo di Stato militare, nel 1928 Salazar divenne ministro delle finanze, nel ’32 primo ministro, e si propose di fare delle colonie una serra calda per il capitale portoghese. Fino ad allora il Portogallo, paese debolissimo dal punto di vista capitalistico, era rimasto nell’orbita dell’Inghilterra e buona parte dei capitali nelle sue colonie era inglese. Il salazarismo delle origini si può definire un tentativo di rendere autonomo il capitale portoghese, espresso in forma particolarmente reazionaria.

Per chiarire meglio la questione, gioverà un confronto con la Turchia. Tale paese, come il Portogallo, era una semi-colonia, ma il movimento tendente alla formazione di una base nazionale per il capitalismo, sviluppandosi negli anni dei giganteschi scossoni dati dalla classe operaia alle metropoli imperialiste, non poteva non avere un carattere rivoluzionario. Invece il salazarismo, frutto della piena controrivoluzione, non poteva che tentar di gettare le basi di un capitalismo portoghese attraverso l’alleanza coi ceti più retrivi della rendita fondiaria. Ne nacque un movimento assai più arretrato del fascismo, o meglio, un movimento ibrido che univa i caratteri del fascismo a quelli della tradizionale destra clericale. Inutile dire che l’autonomia del capitale portoghese è diventata un sogno e che ora più che mai il Portogallo è una semi-colonia, il paese più arretrato d’Europa.

Il colonialismo portoghese seguì comunque le vie classiche degli altri: impose ai contadini africani di coltivare certi prodotti, e grandi compagnie private ebbero il monopolio dell’acquisto del raccolto. La loro lavorazione era peraltro proibita nelle colonie (una norma analoga era stata imposta dal governo di Sua Maestà britannica ai coloni americani: si può parlare di “invarianza del colonialismo”). Tutta l’economia, durante il periodo salazariano, fu controllata direttamente dalla metropoli, distruggendo la precedente autonomia dei coloni bianchi. Ciò rese per sempre impossibile la formazione di uno Stato bianco autonomo del tipo della Rhodesia.

Le colonie rappresentavano una riserva di materie prime per il Portogallo, che a sua volta riesportava prodotti finiti. Gran parte delle terre fu assegnata a compagnie che introdussero la coltivazione del tè, della canna da zucchero e delle noci di cocco. Nel Nord del Paese predominava l’economia di piantagione mentre il Sud era integrato nella economia sud-africana. Le reti ferroviarie della zona non avevano lo scopo di collegare le varie regioni del Mozambico, ma andavano direttamente dal mare al confine al solo scopo di portare merci verso la Rhodesia, il Nyasaland e il Sud-Africa.

Il Portogallo cercava di dividere le masse negre col mito dell’assimilazione; erano detti assimilati gli africani che possedevano un certo grado di cultura, parlavano e scrivevano in portoghese, e avevano superato uno speciale esame, dopo di che venivano equiparati ai bianchi; il resto, il 99% della popolazione, era esclusa da ogni diritto borghese: non poteva avere la proprietà della terra, né possedere bestiame, e, per vendere il raccolto, doveva chiedere l’autorizzazione governativa e per spostarsi da una parte all’altra del Paese doveva esibire un lasciapassare.

Le popolazioni negre non avevano accettato il dominio portoghese senza lotta; v’erano state numerose rivolte dei Makonde, domate solo con l’aiuto delle truppe inglesi. Vi erano state forti lotte contro il reclutamento al tempo della prima guerra mondiale: i Makonde saranno stati “barbari”, ma politicamente erano più avanzati di tanti europei, che andavano al fronte come pecore, riverenti verso lo Stato borghese. Ma, per quanto generose, le rivolte negre non potevano essere vittoriose; e dovettero chinare il capo sotto l’oppressione portoghese, che non agiva solo per sé stessa, ma anche per l’Inghilterra; infatti buona parte del commercio del Mozambico era nelle mani degli inglesi, come prova il fatto che le importazioni del Mozambico provenivano per il 23,1 % dalla Gran Bretagna e solo per il 20 % dal Portogallo.

Nel corso della seconda guerra mondiale il Portogallo tenta di rendersi autonomo dall’Inghilterra; si gettano le basi di una industria tessile portoghese e il Mozambico deve fornire il cotone a un prezzo inferiore a quello mondiale. Le piantagioni di cotone in Mozambico assumono importanza primaria. Il Portogallo a sua volta esporta nella colonia i tessuti, riducendo la fetta di importazione dall’Inghilterra. La maggior parte della popolazione lavora nella produzione del cotone.

Per controllare meglio la popolazione negra il Portogallo favorisce l’immigrazione dei bianchi, i quali passano da 27.000 nel 1944 a 67.000 nel 1955. A questi emigrati il governo fornisce tutto, terre, crediti, attrezzi. Non è un investimento fruttuoso, ma solo un prezzo politico per conservare il dominio della metropoli.

La produzione di cotone è dominata dalle grandi compagnie che si servono di due metodi: 1) assunzione diretta di manodopera per le piantagioni; 2) lasciare la produzione agli indigeni, riservandosi il monopolio dell’acquisto ai prezzi-capestro imposti dal governo. Coi proletari delle piantagioni è in uso il truck-system: i salariati, infatti, (circa 134.000), ricevono il salario parte in denaro e parte in merci. Il denaro è assorbito in gran parte dalle tasse. Per quanto riguarda il sistema di concessione, il governo obbliga gli africani a coltivare certe zone a cotone e certe altre a prodotti di sussistenza. Le compagnie forniscono sementi e attrezzi che poi vengono sottratti dal prezzo di produzione: naturalmente il contadino sopporta tutti i rischi. Il Portogallo importa gran parte del prodotto a prezzi bassi; inoltre, poiché la bilancia dei pagamenti è attiva per il Mozambico, il Portogallo si serve di tali eccedenze per colmare il suo deficit. E gli indigeni devono pagare anche le spese di colonizzazione, cioè per l’amministrazione, per l’esercito, i preti delle Missioni, ecc. Gran parte delle entrate derivano dal commercio di transito verso Rhodesia, Nyasaland, Sud-Africa. Per avere prezzi di trasporto bassi si usa manodopera forzata. Anche i lavoratori del porto di Lourenço Marques sono forzati.

Altro dramma è quello vissuto dagli emigrati. Essi erano inviati a decine di migliaia nei Paesi vicini, dovevano spendere cifre notevoli in passaporti, registrazioni (create apposta per salassare la manodopera), trattenute obbligatorie versate direttamente dal governo sud-africano, ecc. Se i lavoratori delle piantagioni erano circa 134.000, i contadini delle concessioni erano 500.000, gli emigranti da 300.000 a 500.000.

L’oppressione dei negri era intollerabile. La massa dei bianchi in colonia appoggiava il governo; anche, è triste dirlo, il proletariato bianco, che temeva la concorrenza della manodopera di colore. Inutile aggiungere che il piccolo borghese bianco, che non poteva sopravvivere senza i crediti del governo, era il più fanatico persecutore dei negri.

Questa la situazione che ha condotto le masse negre alla ribellione. In un prossimo articolo cercheremo di analizzare gli sviluppi politici di tali lotte.

Basi storico-programmatiche del comunismo rivoluzionario circa il rapporto tra partito, classe e associazioni economiche operaie Pt.1

MARX-ENGELS

È opportuno, in vista di una ripresa sistematica dei temi fondamentali della cosiddetta questione sindacale, nei suoi postulati teorici come nei suoi riflessi di indirizzo pratico, riprodurre una serie di brani dai classici testi marxisti costituenti il corpo dottrinario e programmatico del Partito.

Dalla loro lettura appare in luce meridiana la linea continua da Marx ed Engels a Lenin e a noi, su cui, nelle alterne vicende della lotta rivoluzionaria di classe, si è costituita l’organizzazione del Partito politico.

Vuole essere, questo, un contributo alla riaffermazione di principi inalienabili nel periodo di aperta controrivoluzione che imperversa da quasi mezzo secolo, durante il quale generazioni proletarie si sono smarrite e si è perso addirittura il senso delle più elementari concezioni classiste e della lotta rivoluzionaria.

“Sondare” nel passato di classe è il metodo storico di cui il Partito si serve per decifrare l’oggi triviale e il domani luminoso, conscio che non è nel cervello né nella coscienza di nessuno che si trova la soluzione ai gravi problemi che affliggono la classe operaia, sospinta dalle contraddizioni della società capitalistica verso il cammino della rivoluzione.

Il Partito è consapevole che il ristabilimento dei principi in ogni campo della sua azione è conditio sine qua non per abilitarsi alla guida della classe operaia in ogni lotta economica, sociale e politica, tesa verso la conquista del potere. La difesa del Programma è lotta contro i nemici della rivoluzione e del comunismo, contro i contaminatori del marxismo rivoluzionario. Questa lotta senza quartiere è disseminata di ostacoli eretti dal regime capitalista in putrefazione, di cui l’opportunismo traditore è il prodotto più bieco.

Nel proclamare odio al capitalismo, il Comunismo rivoluzionario indica nell’affossamento dei falsi partiti socialcomunisti l’azione irrinunciabile per la distruzione della società del capitale. Contro di essi si scontrano i comunisti organizzati tra le file proletarie, nelle associazioni economiche che la classe si è creata e si crea nel fuoco del suo conflitto col capitale. Laddove abbandonare questa lotta significherebbe rinunciare per sempre alla sconfitta del nemico storico e dei suoi agenti camuffati da amici degli operai.

La guerra all’opportunismo nelle file del proletariato organizzato è dunque un imperativo categorico, un caposaldo programmatico, non un’opinione. Nella consapevolezza che non solo la situazione che precede la lotta insurrezionale, ma anche ogni fase di deciso incremento dell’influenza del partito tra le masse non possa delinearsi senza che tra il partito e la classe si stenda uno strato di organizzazioni economiche a fine immediato e con alta partecipazione numerica, in seno alle quali vi sia una rete permanente del partito (nuclei, gruppi e frazione sindacale comunista).

Da “Situazione della Classe operaia in Inghilterra”, Engels, 1844-45

… Si domanderà perché gli operai scioperino in casi in cui è evidente l’inefficacia della loro azione. Semplicemente perché essi devono protestare contro la diminuzione del salario e perfino contro la necessità di tale diminuzione, perché devono dichiarare che, come uomini, non possono uniformarsi alle condizioni esistenti, ma che sono le condizioni stesse che devono adattarsi ad essi, gli uomini; perché il loro silenzio sarebbe un riconoscimento di tali condizioni, un riconoscimento del diritto della borghesia di sfruttare gli operai nei periodi di prosperità commerciale e di farli morire di fame quando i tempi sono difficili…

Esse (le associazioni operaie, o sindacati) presuppongono la consapevolezza che il potere della borghesia poggia unicamente sulla concorrenza degli operai tra di loro, cioè sulla frammentazione del proletariato, sulla reciproca contrapposizione degli operai. E appunto perché esse, sia pure in modo unilaterale e limitato, sono dirette contro la concorrenza, contro questo nerbo vitale dell’attuale ordinamento sociale, l’operaio non può colpire la borghesia, e con essa tutta la struttura attuale della società, in un punto più nevralgico di questo…

In generale questi scioperi sono soltanto scaramucce di avamposti, talvolta sono già scontri di una certa importanza; non decidono nulla, ma sono la prova migliore che la battaglia decisiva tra il proletariato e la borghesia si sta avvicinando. Essi sono la scuola di guerra degli operai, nella quale si preparano alla gran lotta ormai inevitabile; sono i pronunciamientos di singole categorie di operai sulla loro adesione al grande movimento operaio… E, quali scuole di guerra, queste lotte sono di un’efficacia insuperabile.

“Miseria della filosofia”, Marx, dicembre 1846‑giugno 1847

Malgrado i manuali e le utopie, le coalizioni non hanno cessato un istante di progredire e di ingrandirsi con lo sviluppo e l’espansione dell’industria moderna… Così la coalizione ha sempre un duplice scopo, di far cessare la concorrenza degli operai tra loro, per poter fare una concorrenza generale al capitalista. Se il primo scopo della resistenza è stato il mantenimento dei salari, a misura che i capitalisti si uniscono a loro volta in un proposito di repressione, le coalizioni, dapprima isolate, si costituiscono in gruppi e, di fronte al capitale sempre più unito, il mantenimento dell’associazione diviene per gli operai più necessario ancora del salario…

In questa lotta, vera guerra civile, si riuniscono e si sviluppano tutti gli elementi necessari a una battaglia che si prospetta nell’immediato futuro. Una volta giunta a questo punto, l’associazione acquista un carattere politico…

Le condizioni economiche avevano dapprima trasformato la massa della popolazione del paese in lavoratori. La dominazione del capitale ha creato a questa massa una situazione comune, interessi comuni. Così questa massa è già una classe nei confronti del Capitale, ma non ancora per se stessa. Nella lotta, della quale abbiamo segnalato solo alcune fasi, questa massa si riunisce, si costituisce in classe per se stessa. Gli interessi che essa difende diventano interessi di classe. Ma la lotta di classe contro classe è una lotta politica…

Non si dica che il movimento sociale esclude il movimento politico. Non vi è mai movimento politico che non sia sociale nello stesso tempo.

Da “Manifesto del Partito Comunista”, 1848

Con lo sviluppo dell’industria, il proletariato non cresce soltanto di numero, esso si addensa in grandi masse, la sua forza va crescendo e, con la forza, la coscienza di essa. Gli interessi, le condizioni di esistenza all’interno del proletariato, si livellano sempre più, perché la macchina cancella sempre più le differenze del lavoro e quasi dappertutto riduce il salario a un uguale basso livello. La crescente concorrenza dei borghesi fra di loro e le crisi commerciali che ne derivano, rendono sempre più oscillante il salario degli operai; l’incessante e sempre più rapido perfezionamento delle macchine, rende sempre più precarie le loro condizioni di esistenza; i conflitti fra il singolo operaio e il singolo borghese assumono sempre più il carattere di conflitti fra due classi. È così che gli operai cominciano col formare coalizioni contro i borghesi e si riuniscono per difendere il loro salario. Essi fondano perfino associazioni permanenti per approvvigionarsi in vista di eventuali sollevamenti. Qua e là la lotta prorompe in sommosse…

Di quando in quando gli operai vincono, ma solo in modo effimero, il vero risultato delle loro lotte non è il successo immediato, ma la unione sempre più estesa degli operai. Essa è agevolata dai crescenti mezzi di comunicazione che sono creati dalla grande industria e che collegano tra di loro operai di località diverse. Basta questo semplice collegamento per concentrare le molte lotte locali, aventi dappertutto uguale carattere, in una lotta nazionale, in una lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è lotta politica…

Questa organizzazione dei proletari in classe, e quindi in Partito politico, viene in ogni istante nuovamente spezzata dalla concorrenza che gli operai si fanno tra loro stessi. Ma essa risorge sempre di nuovo più forte, più salda, più potente.

Da Marx, “Salario, prezzi e profitti”
Rapporto al Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, 20 e 27 luglio 1865

Tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a livello della più profonda degradazione…

Opponendosi a questi sforzi del capitale con la lotta per gli aumenti di salario corrispondenti alla maggior tensione del lavoro, l’operaio non fa niente altro che opporsi alla svalutazione del suo lavoro e alla degenerazione della sua razza…

Lo schiavo riceve una quantità fissa e costante di mezzi per il suo sostentamento; l’operaio salariato no. Egli deve tentar di ottenere, in un caso, un aumento del salario, non fosse altro che per compensare la diminuzione dei salari nell’altro. Se egli si rassegnasse ad accettare la volontà, le imposizioni dei capitalisti come una legge economica permanente, egli condividerebbe tutta la miseria di uno schiavo, senza godere la posizione sicura dello schiavo…

La determinazione del suo livello reale (cioè del livello del saggio del profitto), viene decisa soltanto dalla lotta incessante tra capitale e lavoro; il capitalista cercando costantemente di ridurre i salari al loro limite fisico minimo, mentre l’operaio esercita costantemente una pressione in senso opposto. La cosa si riduce alla questione dei rapporti di forza delle parti in lotta…

È proprio questa necessità di un’azione politica generale che ci fornisce la prova che nella lotta puramente economica il capitale è il più forte. Ma, se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità d’intraprendere un qualsiasi movimento più grande…

Nello stesso tempo la classe operaia, indipendentemente dalla servitù generale che è legata al sistema del salario, non deve esagerare a sé stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò essa non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia, che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o dai mutamenti del mercato.

Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società.

Invece della parola d’ordine conservatrice: “Un equo salario per un’equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: “Soppressione del sistema del salario”.

Da Risoluzione proposta da Marx alla fine del suo rapporto
approvata dal Consiglio Generale

La tendenza generale della produzione capitalistica non è di elevare il salario normale medio, ma di ridurlo. Le Trade Unions compiono un buon lavoro come centri di resistenza contro gli attacchi del capitale; in parte si dimostrano inefficaci a causa di un impiego irrazionale della loro forza. Esse mancano, in generale, al loro scopo perché si limitano a una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente, invece di tendere nello stesso tempo alla sua trasformazione e di servirsi della loro forza organizzata come di una leva per la liberazione definitiva della classe operaia, cioè per l’abolizione definitiva del sistema del salario.

Da Istruzioni del Consiglio Generale ai delegati al Congresso internazionale di Ginevra, settembre 1866

Il capitale è potenza sociale concentrata, mentre l’operaio non dispone che della propria forza lavoro. Perciò il contratto fra capitale e lavoro non può mai poggiare su giuste condizioni, giuste neppure nel senso di una società che contrappone la proprietà dei mezzi materiali di vita e di lavoro alla vivente forza produttiva. L’unica forza sociale dei lavoratori è il loro numero. Ma la forza del numero viene spezzata dalla disunione. La disunione degli operai è prodotta e mantenuta dalla loro inevitabile concorrenza reciproca...

Le associazioni di mestiere sorsero in origine grazie ai tentativi spontanei degli operai di eliminare o almeno limitare questa concorrenza per ottenere condizioni contrattuali che almeno li elevassero al disopra della posizione di puri e semplici schiavi. Il loro scopo immediato si limitava quindi ai bisogni del giorno, ai mezzi per difendersi dalle continue usurpazione del capitale; insomma, a questioni di salario e tempo di lavoro.

Questa attività non è soltanto legittima, è necessaria. Non se ne può fare a meno finché sussiste l’attuale modo di produzione. Al contrario, è necessario generalizzarla mediante la fondazione e unificazione di associazioni di mestiere in ogni paese.

D’altra parte, senza averne coscienza, queste associazioni sono divenute centri di organizzazione della classe operaia come, per la borghesia, lo erano i Comuni medievali e le gilde. Se esse sono necessarie per la guerriglia fra capitale e lavoro, lo sono ancor più come forza organizzata per la soppressione dello stesso sistema del lavoro salariato e del dominio del capitale.

Da IX Risoluzione su l’azione politica della classe operaia
adottata dalla Conferenza di Londra del settembre 1871 della Associazione Internazionale degli Operai

Considerando, che contro il potere collettivo delle classi possidenti il proletariato può agire come classe soltanto organizzandosi da se stesso in partito politico distinto da tutti i vecchi partiti formati dalle classi possidenti e opposto a essi.

Che questo organizzarsi del proletariato in partito politico è indispensabile per assicurare il trionfo della rivoluzione sociale e della sua meta finale, l’abolizione delle classi.

Che la coalizione delle forze operaie già ottenute con le lotte economiche deve servire al proletariato come leva nella sua lotta contro il potere politico degli sfruttatori.

La conferenza ricorda ai membri dell’Internazionale che il movimento economico e l’azione politica della classe operaia in lotta sono indissolubilmente legati tra loro.

Da Marx, “L’indifferenza in materia politica”, 1873

La classe operaia, sostengono gli anarchici, non deve costituirsi in partito politico; essa non deve sotto alcun pretesto avere azione politica, poiché combattere lo Stato è riconoscere lo Stato: ciò che è contrario ai principi eterni. Gli operai non devono fare gli scioperi, poiché fare sforzi per farsi accrescere il salario o per impedirne l’abbassamento, e come riconoscere il salario: ciò che è contrario a i principi eterni dell’emancipazione della classe operaia… Gli operai non devono fare sforzi per stabilire un limite legale della giornata di lavoro, perché è come fare dei compromessi coi padroni… Gli operai non devono formare delle singole società per ogni mestiere, perché con ciò essi perpetuano la divisione del lavoro sociale, come la trovano nella società borghese…

In una parola, gli operai devono incrociare le braccia e non perdere il loro tempo in movimenti politici ed economici. Nella vita pratica di tutti i giorni, gli operai devono essere obbedientissimi servitori dello Stato; ma nel loro intimo essi devono protestare energicamente contro la sua esistenza e testimoniare il profondo loro sdegno teorico con l’acquisto e la lettura di trattati letterari sull’abolizione dello Stato; devono pure guardarsi bene dall’opporre altra resistenza al regime capitalista all’infuori delle declamazioni sulla futura società, nella quale l’esoso regime avrà cessato di esistere…

Nessuno vorrà negare che, se gli apostoli dell’indifferenza in materia politica si esprimessero in modo chiaro, la classe operaia li manderebbe a quel paese e si sentirebbe insultata da questi borghesi dottrinari che sono sciocchi ed ingenui al punto da interdirle ogni mezzo reale di lotta, perché tutte le armi per combattere bisogna prenderle nell’attuale società.

Da lettera di Engels a Bebel del marzo 1875

Qui si tratta del Programma del partito operaio tedesco, che Engels, sulla falsariga delle “Glosse” di Marx, critica aspramente

Non si fa parola (nel progetto di programma) dell’organizzazione della classe operaia come classe a mezzo dei sindacati di mestiere. È questo un punto molto essenziale, perché questa è la vera organizzazione di classe del proletariato, in cui esso combatte le sue lotte quotidiane contro il capitale, in cui si addestra, e che oggi nemmeno la peggiore reazione (come ora a Parigi) non è più in grado di distruggere del tutto. Data l’importanza che questa organizzazione assume anche in Germania, secondo la nostra opinione, sarebbe assolutamente necessario farne menzione nel programma e possibilmente lasciarle un posto nella organizzazione del Partito.