Partito Comunista Internazionale

Il Sindacato Rosso (I) 1922/18

I Comunisti e l'Alleanza del Lavoro

Non vogliamo qui fare la «speculazione» sulla parte che spetta a noi nell’aver creato o contribuito a creare lo stato d’animo del quale è nata l’«Alleanza del Lavoro». Se mai, ciò faremo in altra occasione. A chiunque spetti il merito di aver compreso la necessità della unione delle forze proletarie organizzate, noi siamo grati per aver affrettato il processo di avvicinamento alla vera comunità di organizzazione.

L’«Alleanza del lavoro» è stata creata dagli organismi che la compongono, per ragioni contingenti, di azione immediata. Noi sosteniamo che essa debba rimanere l’organo veramente dirigente del proletariato organizzato italiano (chi prenderà, infatti, la responsabilità – ormai – di uccidere l’«Alleanza»?) e che, perciò, devesi invocare il Congresso Nazionale dell’«Alleanza». Ma anche se volessimo rimanere a discutere su quanto l’«Alleanza del lavoro» ha fatto dalla sua nascita ad oggi, dovremmo concludere che essa non si mai posta nessun problema concreto da risolvere «praticamente» (evviva la pratica dei poveri comunisti teorici sulla base di un piano d’azione) anche parlamentare (bisogna accontentare la bonne bouche riformista) ma specialmente diretta di massa, di piazza.

I comunisti, dunque, compro due specie di azioni, nell’«Alleanza del lavoro» nella quale essi sono minoranza:

1) dimostrano che l’«Alleanza del lavoro» (diretta da repubblicani, sindacalisti, socialisti, anarchici) non ha programma d’azione immediata, su problemi urgenti che interessano la massa e per la soluzione dei quali l’«Alleanza» dicesi creata; e sostengono un proprio programma d’azione che presentano nelle assemblee di massi, e che quasi dovunque viene approvato per acclamazione;

2) dimostrano la necessità che l’«Alleanza» diventi l’organo unitario del proletariato organizzato italiano, raggiungendosi in tal modo la vera e da tutti (?) sospirata ed attesa unità di organizzazione, la vera unità proletaria.

Non nascondiamoci che taluni capi confederali e sindacalisti vedono con terrore una eventualità simile, nella quale l’unità di organizzazione si è imposta dalle masse. Lo scetticismo confederale verso l’«Alleanza» deriva appunto dalla previsione di un tale pericolo. I sindacalisti già dicono «di essere stati giuocati» (poverini!) e se ne vorrebbero uscire per il rotto della cuffia denunziando il «riformismo» confederale ed abbandonando l’«Alleanza». Chi non sa che Armando Borghi è un bluffista, un povero istrione che sfrutta il gesto (la «mossa») e la «parrucca»? La prima grande organizzazione che uscirà dall’«Alleanza» dovrà rispondere chiaramente dinanzi alle grandi masse del suo gesto. Fuori dell’«Alleanza» le organizzazioni sindacali «rivoluzionarie» possono fare assai poco. I risultati notevoli dell’azione delle masse si ottengono a condizione che le organizzazioni siano unite.

L’«Alleanza» deve vivere come l’ambiente nel quale il proletariato rivoluzionario può portare il suo pensiero, può agitare la sua propaganda. I comunisti questo importante dovere adempiere: difendere il concetto unitario del quale è nata l’«Alleanza».

Ma l’«Alleanza», dunque, non è la «fine di ogni polemica», la «tregua fra organizzazioni appartenenti a diverse scuole sindacali»? Ma non ci mancherebbe altro! Ciò sarebbe la morte per etisia dell’«Alleanza». Nell’«Alleanza» deve predominare «un pensiero, una direttiva, una linea tattica», cioè deve svolgersi un dibattito continuo di giorno in giorno. Ed è assiomatico che il dibattito sarà sostenuto da coloro che rappresentano partiti e tendenze politiche i quali abbiamo un programma sindacale. L’ambiente dell’«Alleanza» è un ambiente di contraddittorio.

Noi abbiamo assistito in questi ultimi tempi a delle «scene» curiosissime ed anche disgustose, alle quali – può darsi – qualche nostro compagno più ingenuo si è dilettato. In taluni comizi indetti dall’«Alleanza del lavoro» e nei quali erano oratori anche dei comunisti, i presidenti socialisti delle adunate, o gli stessi socialisti presenti, hanno infiorato di aggettivi lusinghieri (oh, troppa gentilezza; grazie, grazie!) i compagni che dovevano parlare. In qualche parte, personalità socialiste che godono di una certa influenza, si sono «abbassate» a fare salamelecchi ai nostri oratori. La rudezza tipica (ormai tutti gli avversari la chiamano villania) dei nostri compagni non si è fatta mai giuocare dalla stucchevole gentilezza socialista. Ma quale lo scopo di «questi buoni modi»? Evidentissimo e dichiarato: La «Alleanza del lavoro» non è stata creata, forse, per una tregua nelle lotte fra i partiti? «Non ha fatto più male al proletariato la scissione (ma che cosa c’entra la scissione?) che la furia del fascismo»? No, amici: la lotta delle tendenze e dei partiti di classe non è in contraddizione con un’opera continua che questi facciano volta alla unificazione della classe proletaria, nei quadri delle sue organizzazioni di resistenza, dei suoi sindacati. Se i comunisti sapessero di non poter portare il loro pensiero in ogni adunata di masse, essi combatterebbero la «finzione unitaria». Così dicasi – ci si perdoni di allontanarci per un istante dall’argomento – per quanto riguarda la concezione dell’intesa fra i partiti politici di classe (fronte unico politico). I compagni che la sostengono dichiarano che essa ha valore soltanto in quanti comunisti possono portare il loro pensiero in polemica, possono smascherare i traditori, dinanzi alle più grandi masse. Ripetiamo, dunque, che l’«Alleanza» non è l’abbracciamento con successiva lieta bicchierata tra i «capi« sindacali, ma deve diventare la reale fusione delle forze organizzate proletarie, ove i sindacalisti, i comunisti, i riformisti (non sappiamo quale sia il programma sindacale dei socialisti massimalisti!), i repubblicani, i … cattolici sostengono i loro concetti di tattica sindacale.

Ci si accusa di «speculazione» perché sosteniamo tali concetti. E dire che noi siamo minoranza (Buozzi direbbe: una esigua minoranza; «Battaglie Sindacali» direbbe: «Si fa intorno ad essi sempre più vaste vuoto!». I nostri avversari pensano, dunque, come noi, che comunisti, seguendo tale tattica, possono diventare maggioranza, attirare a sé la maggior parte del proletariato organizzato! Ché se un tale timore essi non hanno, dimostrino (senza pericolo) di essere per la unità effettiva e reale del proletariato, non solo per quanto riguarda i problemi immediati di questo, ma anche per il raggiungimento della sua unità organizzativa.

r.g.

Il Comitato Sindacale Comunista per lo sciopero generale nazionale

Il Comitato Sindacale Comunista, appena avuta notizia dei tragici avvenimenti del Primo Maggio provocati dalla reazione del governo e dalla guardia bianca, ha trasmesso alla Confederazione Generale del Lavoro l’invito che più sotto riportiamo, affinché essa, direttamente rappresentata nel Comitato Nazionale dell’Alleanza, sostenga la proposta, già approvata dalle principali Camere del Lavoro d’Italia e dallo stesso Comitato Sindacale per la proclamazione dello sciopero generale nazionale.

Ecco l’invito:

Raccomandata a mano. Urgentissima.

Alla Confederazione Generale del Lavoro

Milano,

Notizie pervenute da molti centri d’Italia, sia direttamente che per mezzo della stampa, ci rendono edotti che la giornata del Primo Maggio si è svolta quasi ovunque attraverso la opposizione violenta delle forze armate dello Stato e della guardia bianca. Lavoratori inermi sono stati aggrediti, percossi ed uccisi. In molte località, come Milano, Torino, Trieste, Bologna, Roma, ecc. ecc. le manifestazioni di popolo sono state proibite, in tal altre sono stati proibiti persino i comizi, in tal altre ancora (come a Melegnano) delle amministrazioni comunali sono state sciolte violando perfino ogni normale procedimento legale, perché nella «giornata del lavoro» avevano esposta la bandiera rossa.

In questi fatti noi abbiamo ragione di ravvisare una precisa violazione di quelli che sono – nella lettera e nello spirito – i postulati per la difesa dei quali si è costituita l’Alleanza del Lavoro. Crediamo quindi opportuno di invitarvi a voler sottoporre d’urgenza al Comitato Centrale dell’Alleanza del Lavoro, nel quale siete direttamente rappresentati, la proposta di proclamazione immediata e senza termine fisso, dello sciopero generale nazionale di tutte indistintamente le categorie dei lavoratori compresi gli addetti ai pubblici servizi, quale adeguata risposta alle violenze subite e come unico mezzo per imporre alla classe dominante il riconoscimento ed il rispetto delle conquiste e dei diritti dei lavoratori.

Certi che questa nostra proposta, che vi facciamo a nome di tutti gli operai che seguono le direttive comuniste e organizzati nelle file della Confederazione Generale del Lavoro, sarà da voi sollecitamente accolta. Con perfetta osservanza.

p. il Com. Esec. Sind. Comunista

PIETRO TRESSO

Il tradimento di Amsterdam

Vi sono due specie di traditori del proletariato, la prima è quella composta di coloro che dopo aver militato nelle file della classe lavoratrice, diserta il campo e passa apertamente al nemico, ed è la meno lercia; la seconda comprende quegli individui che pur non avendo mai avuto fiducia non avendo la più, nella causa della massa operaia, rimangono in mezzo ad esso per meglio servire il capitalismo sia nascondendo al proletariato la sua reale posizione di fronte la classe dominante, sia abbellendo sotto tutti gli aspetti le forme di dominio di questa classe, sia ancora impedendo con ogni mezzo le azioni spontanee dei lavoratori contro borghesia: e questa, delle due specie, è la peggiore. A questa seconda specie appartengono i gialli di Amsterdam. Per convincersene una volta di più, basta dare un’occhiata alle deliberazioni del loro ultimo congresso tenuto a Roma. Se anziché guardare le deliberazioni, che di solito non servono più per la platea, si dovesse passare in rassegna le loro discussioni, il risultato sarebbe ancora più edificante.

Dopo il problema della ricostruzione europea, di cui è trattato in altra parte del giornale, le questioni più importanti esaminate dai «gialli» furono quelle del disarmo della lotta contro la reazione. Ebbene nelle risoluzioni approvate su questi due importantissimi problemi e contenuto tutto l’opportunismo e tutto il tradimento di Amsterdam.

***

L’ultima guerra mondiale generato dagli antagonismi di interessi esistenti fra i diversi gruppi monopolistici che intendono servirsi della forza degli Stati per dominare il mondo vantaggio proprio e contro gli altri, ha dimostrato anche i ciechi che da oggi in avanti il capitalismo non può essere che la guerra in permanenza. Questa guerra potrà avere delle soste più o meno lunghe fra una battaglia l’altra, ma essa esisterà necessariamente fino a tanto che il sistema attuale di produzione non cadrà infranto. Le cause di contrasto e di lotta fra i diversi Stati, lungi dall’essere state eliminate comunque tutti uniti dall’ultima conflagrazione, si sono moltiplicate e rese più profonde; la lotta per la conquista di mercati, delle materie prime delle zone di influenza si accanisce ogni giorno più, e malgrado le continue, ipocrite invocazione alla pace da parte degli uomini di Stato e dei loro lacché di ogni risma, non c’è un uomo di senno il quale non vedo che noi filiamo direttamente verso un nuovo e più grande conflitto. Il quale conflitto, a sua volta, o sarà superato dalla rivoluzione sociale e dalla dittatura del proletariato, oppure moltiplicherà nuovamente le cause di nuove guerre sempre più gigantesche micidiali. E ciò perché la guerra è la risultante necessaria del sistema di forza esistenti in seno all’economia capitalistica.

Per lottare, quindi, efficacemente contro la guerra bisogna agire nel senso di distruggere quest’economia che trae la sua molla di propulsione dalla legge della concorrenza, e sostituirvi un sistema di produzione basato sulla cooperazione spontanea di tutti i popoli per la organizzazione e lo sviluppo della produzione nell’interesse della collettività: vale a dire, un sistema di produzione comunista.

Invece, nella risoluzione di Amsterdam contro (?) il militarismo e contro (?) la guerra, al problema fondamentale della distruzione del capitalismo non si è neppure accennato. Ciò del resto, più che naturale quando si consideri che la preoccupazione massimo degli amsterdamiani, non è l’abolizione del capitalismo, ma la sua ricostruzione sia pure coprendola con la foglia di fico! La risoluzione di Amsterdam dichiara che la lotta contro il militarismo e la guerra in favore della pace basata sulla fratellanza dei popoli è uno dei suoi compiti principali, ma si rifiuta a bella posta dal dire che questa fratellanza dei popoli sarà impossibile fino a quando il potere dei magnati del capitale non sarà abbattuto e non sarà sostituito da quello specifico del proletariato. I pratici di Amsterdam da ottimi specialisti quali sono, vorrebbero abolire gli effetti del male senza distruggerne le cause!

Più avanti la risoluzione appoggia gli sforzi delle organizzazioni professionali internazionali che ovunque debbasi imporre il controllo sulla fabbricazione delle armi e del materiale di guerra d’ogni genere, restringendola e riducendola al minimo per i bisogni civili.

A parte il fatto che la richiesta del controllo sulla fabbricazione di armi e materiali di guerra, non è che un’espressione pleonastica (chi non sa p.e. che tutti i mandarini del mondo riconoscono agli Stati il diritto di sottrarsi a qualsiasi controllo in materia, appunto perché esso sarebbe pericolosissimo … per la sicurezza nazionale?) egli è certo che questa formula potrebbe essere accettata da tutti gli imperialisti e da tutti i fabbricanti di strumenti bellici. Che cosa c’è infatti di più indeterminato dell’espressione di bisogni civili? Forse che non fu appunto in nome di questi bisogni civili che campioni del socialpatriottismo internazionale scagliarono le masse le une contro le altre quando la guerra fu proclamata? Non era bisogno civile quello al quale si appellarono i Vandervelde, i Renaudel, i Jouhaux, i Thomas, i Legien, ecc., ecc., per giustificare e difendere la loro union sacrée con i governi dei propri paesi? O che per bisogno civile si voglia intendere il bisogno di mantenere l’ordine nell’interno dei singoli Stati? In tal caso i proletari di tutti paesi possono ringraziare i gialli di Amsterdam: costoro permettono alle classi dominanti di fabbricare tante armi quante bastano mantenere soggetto il proletariato!

Ma il clou della mozione approvata è raggiunto là dove dice che i lavoratori debbono prevenire l’effettivo scoppio di qualsiasi guerra mediante la proclamazione dello sciopero generale internazionale. Lo vedete voi questo sciopero internazionale proclamato dagli uomini di Amsterdam? Da coloro, cioè, che durante gli stessi lavori del congresso cercavano di imporre a vicenda il proprio sciovinismo patriottico sugli altri? Ma, anche ammesso che i «gialli» tengono fede a questa loro affermazione (ciò che non accadrà mai) che cosa intendono essi sciopero generale? Ce lo dice Battaglie Sindacali: l’incrocio delle braccia. Incrociando le braccia, cioè rimanendo assolutamente passivi ed inerti, i lavoratori dovrebbero prevenire lo scoppio della guerra! Ora e qui la vera insidia che si tende a proletariato; è con queste affermazioni altosonanti e vuote come gran casse che il tradimento di Amsterdam riesce meglio. Il puro e semplice incrocio delle braccia non riuscirà a cavare un ragno dal buco nel caso che una guerra sia per scoppiare. Gli stati moderni hanno una infinità di mezzi per strozzare vincere l’anchilosi pacifista delle masse operaie; essi, con la violenza brutale che li caratterizza, non tarderanno un giorno ad aver ragione di una massa preparata solo starsene con le braccia incrociate o a gridare la sua protesta contro la barbarie del capitalismo. Allo stato attuale della tecnica militare, uno sciopero generale contro la guerra, per non risolversi in una parata coreografica e in un sicuro disastro, Deve essere inteso come un’insurrezione armata della classe lavoratrice rivolta ad abbattere il regime borghese. Gli amsterdamiani, però, non si pongono neppure questo problema; a loro bastano le chiacchere sufficienti per ingannare il proletariato.

E non si ferma qui la loro insidia. La loro mozione fare di sciopero generale per prevenire lo scoppio della guerra, ma in caso che la guerra fosse già proclamata prima che lo sciopero generale – per mancanza di notizie, per farsi informazioni o altro – fosse effettuato, quale dovrà essere il contegno dei lavoratori e delle loro organizzazioni? Mistero. Oppure no, essi – i lavoratori – dovranno accorrere per farsi sbudellare per difendere la civiltà dal militarismo prussiano o dal sciovinismo francese: solo dopo che essi avranno adempiuto questa missione civile e assicurata l’integrità delle frontiere potranno riprendere la lotta di classe nel senso … da riparare, I danni della carneficina avvenuta! Senza abbattere il dominio borghese e instaurare quello del proletariato, si capisce, perché questo potrà solo venire dopo che i danni alle spese saranno nuovamente pagate!

***

Dovremmo ora esaminare la mozione riguardante la reazione capitalista e statale contro tutte le conquiste del proletariato. Crediamo, però, che per dimostrarne tutta la demagogia dei praticoni di Amsterdam, basti riportare da essa questo brano: «Per ciò che forma la difesa immediata degli interessi dei lavoratori e libertà sociali, il Congresso decide che ciascun centro sindacale nazionale tenga regolarmente al corrente della sua situazione il Bureau della Federazione Sindacale internazionale la quale, eventualmente, prenderà quelle misure energiche e necessarie per sostenere moralmente e materialmente i paesi più minacciati e più colpiti».

Espressa con parole modeste questa decisione significa che per difendere gli interessi immediati dei lavoratori, l’Internazionale di Amsterdam manderà, eventualmente qualche fervorino morale ai capi degli Stati dove la reazione infierisce, E qualche biglietto da mille che per la difesa delle masse, le passerà … la Società delle Nazioni. Ed è tutto!

***

Questa è la sostanza delle risoluzioni approvate dal congresso di «gialli», le quali possono benissimo essere definiti come le sintesi del tradimento. Se poi vi aggiungiamo tutti fioretti lanciati contro l’Internazionale dei Sindacati Rossi e le proteste contro il governo russo che chiede il fronte unico … per ristabilire il capitalismo, com’ebbe ad affermare il cortigiano del governo francese Merrheim, fra un subisso d’applausi di tutta la bonzeria internazionale, noi vedremo che la truffa è completa.

Peccato, per i bonzi, che coloro che sono disposti a farsi truffare diminuiscono sempre più!

P.

Gli effettivi dell’Internazionale Sindacale Rossa

Per conoscere e valutare esattamente la potenza di un’organizzazione, e soprattutto di una organizzazione internazionale, È necessario studiare le condizioni nelle quali essa agisce; e cioè: il grado di sviluppo della società in cui vive, le qualità della lotta che sostiene, gli elementi che la compongono, gli scopi e di compiti che si propone, ecc. Solo un attento e profondo esame può mettere nella sua vera luce una data organizzazione e l’attività che essa svolge.

Di questo procedimento elementare di esame e di valutazione difettano sovente gli scritti che pretendono di esporre la situazione in cui si trovano reciprocamente le Internazionali Sindacali di Amsterdam e di Mosca. Gli uomini di Amsterdam, ad esempio, si accontentano di questo ragionamento semplicista: «Noi possediamo 23 milioni e mezzo di aderenti, ed abbiamo il diritto di parlare in loro nome»; ed all’Internazionale dei Sindacati Rossi non vogliono riconoscere il titolo di organizzazione internazionale, perché, alloro giudizio, essa comprende solamente gli operai russi e pochi altri gruppi insignificanti di aderenti.

Vanoni non ci lasciamo persuadere da questi calcoli aritmetici. L’aritmetica indubbiamente una grande importanza, ma in questo caso le sue conclusioni non hanno valore se non sono accompagnate dall’esame di tutte le caratteristiche del movimento sindacale attuale, del rapporto in cui si trovano le forze contrastanti, E dei fenomeni che accompagnano lo svolgimento delle odierne lotte.

Anzitutto, l’Internazionale di Amsterdam possiede veramente circa 24 milioni di aderenti? Noi abbiamo l’audacia di dichiarare che questa affermazione è soltanto il prodotto di un miraggio statistico. Esaminiamo le cifre pubblicate dalla stessa Internazionale di Amsterdam. (Vedere N. 5 dell’organo ufficiale della Federazione Internazionale Sindacale: «Il movimento internazionale operaio»).

Essa comprende, secondo questi dati, 8 milioni di organizzati tedeschi; ma una grande parte di questi 8 milioni si dichiara attualmente contro la Centrale Sindacale Tedesca, per cui l’Internazionale di Amsterdam ma non può seriamente affermare di poter parlare in nome di 8 milioni di operai tedeschi. In Francia, l’Internazionale di Amsterdam dichiara di contare 1 milione e mezzo di aderenti; ma i dirigenti di Amsterdam, sai quali si trova Jouhaux, non possono ignorare che il numero complessivo degli organizzati francesi è disceso attualmente a 600.000 dei quali almeno la metà si schiera colla tendenza rivoluzionaria; le statistiche di Amsterdam commettono dunque un piccolo errore di calcolo attribuendosi 1.200.000 aderenti in più dei loro effettivi reali.

Secondo le medesime statistiche, l’internazionale di Amsterdam conte in Inghilterra 6 milioni e 600.000 aderenti; ma noi sappiamo che circa il 20 per cento degli operai inglesi organizzati economicamente seguono le direttive rivoluzionarie.

Tutto Il movimento della Polonia appare anche attraverso queste statistiche, aderente all’Internazionale di Amsterdam; ma nessuno ignora che circa una metà degli operai polacchi seguono le direttive comuniste; lo stesso dicasi dei 740.000 operai organizzati della Cecoslovacchia, in maggioranza diretti dai comunisti.

L’Internazionale di Amsterdam assicura di avere nell’Argentina 749.000 aderenti mentre nell’America del Sud non esiste un numero di operai organizzati che corrisponda questa cifra è una delle due organizzazioni sindacali dell’Argentina aderisce all’Internazionale Rossa dei Sindacati.

L’aritmetica degli uomini di Amsterdam non tiene dunque conto del fatto che in ogni paese del mondo esiste ormai fra i lavoratori organizzati economicamente una minoranza ideologicamente separata da Amsterdam, per cui questa cifra di 24 milioni di aderenti deve essere diminuita di almeno un terzo. E ciò non basta a dare un’idea precisa della situazione in cui si trovano rispettivamente l’Internazionale di Amsterdam e quella dei Sindacati Rossi.

Oggi i principi rivoluzionari penetrano gradatamente e continuamente nei sindacati; la tattica ed i metodi riformisti sono man mano sostituiti da una teoria e da una pratica nuova. Quali cause determinano questo interno orientamento verso sinistra del movimento operaio in tutti paesi e costringono la classe operaia a cercare delle nuove forme e di nuovi metodi di lotta? La situazione generale, il rapporto esistente tra le forze in contrasto, la grande esperienza vissuta, le conseguenze della guerra, le contraddizioni economiche e politiche proprie del mondo capitalista contemporaneo determinano questo nuovo orientamento delle masse. Quanto più queste contraddizioni si approfondiscono e la situazione diventa disperata, tanto più rapidamente le masse si rivolgono verso sinistra, poiché esse non scorgono alcuna possibile salvezza nella via loro indicato dagli uomini di Amsterdam.

L’offensiva del capitale a una parte importante dell’impulso dato a quest’evoluzione degli operai organizzati, essa elimina le ultime illusioni riformiste, costringe gli operai a costituire un fronte unico, ad adottare una tattica unica, ed una linea di condotta comune; essa stringe le file della classe operaia costringendo le masse a difendersi in un modo organizzato; e questa difesa organizzata, con lo esageratosi della lotta, si trasforma ineluttabilmente in una offensiva organizzata. Indipendentemente dalla nostra propaganda la tendenza rivoluzionaria si sviluppa ininterrottamente fra le masse, per effetto delle condizioni e dei fenomeni sociali che caratterizzano il momento attuale; i capitalisti, passati all’offensiva, sono oggi i nostri migliori propagandisti, inconsapevolmente essi contribuiscono ad accrescere ogni giorno i nostri effettivi, che ora tenteremo di passare in rassegna.

Attualmente vi sono in Russia 21 federazione industria comprendenti 6.857 mila operai, dei quali 1.077.000 ferrovieri ed operai dei trasporti; 882.000 impiegati ed operai dei servizi pubblici centrali e locali; 562.000 metallurgici; 373.000 operai tessili; 319.054 lavoratori dell’alimentazione e del tabacco; 303.418 minatori; 299.504 edili; 235.025 lavoratori del cuoio; 194.897 operai delle industrie chimiche; 154.469 lavoratori dell’abbigliamento; 81.694 lavoratori del libro; 183.411 lavoratori del legno; 540.054 insegnanti ed artisti; 206.018 lavoratori della terra; 189.854 postelegrafonici; 179.393 operai ed impiegati municipali; 27.158 lavoratori della carta; 482.396 lavoratori dei servizi di sanità.

Queste Federazioni l’industria posseggono 1307 sezioni provinciali e 6005 sottosezione di distretto. Complessivamente nella Russia e nell’Ucraina esistono 75 Consigli intersindacali di provincia, 557 uffici intersindacale di distretto e 427 segretariati.

I sindacati operai della Georgia, dell’Azerbaijan, dell’Armenia, dell’Abkasia, di Daghes e della Repubblica Montagnarda, strettamente collegati coi sindacati russi, comprendono 300.000 aderenti.

Repubblica dell’Estremo Oriente

Nella Repubblica dell’Estremo Oriente 120.000 operai organizzati seguono le direttive dei Sindacati Rossi.

Germania

Per iniziativa dei partigiani dell’Internazionale Rosa dei Sindacati, nell’agosto 1921, si radunò a Jena una conferenza sindacale alla quale sono invitati rappresentanti delle «Unioni operaie» e che si propose di unificare il movimento sindacale rivoluzionario tedesco ancora diviso fra queste diverse Unioni. Il 4 settembre ebbe luogo ad Halle un Congresso Unitario al quale parteciparono tre unioni: la Unione libera di Gelsenkirchen, comprendente circa 120.000 aderenti; l’Unione libera degli operai agricoli, comprendente 24.500 aderenti; l’Unione libera dei lavoratori intellettuali e manuali, comprendente 6231 aderenti. Esse si fusero in un’unica «Unione dei lavoratori intellettuali e manuali di Germania», aderente alla Internazionale Rossa dei Sindacati.

La nostra azione rivoluzionaria nei sindacati si svolge specialmente nelle organizzazioni aderenti alla Centrale Sindacale Tedesca: attualmente circa un terzo degli operai si oppongono alla burocrazia sindacale di questa Centrale e sono organizzati in Sindacati liberi.

I comunisti questa una forza sempre maggiore nella federazione dei metallurgici ottenendo in molte organizzazioni locali metallurgiche la maggioranza sugli indipendenti e sui socialdemocratici, e nella federazione dei lavoratori municipali dove, nelle ultime elezioni dell’organo centrale, ottennero una maggioranza schiacciante, tanto che il segretario, il quale da molti anni dirigeva la Federazione, costretto a ritirarsi.

Un grave conflitto si determinò in questi ultimi tempi fra i Consigli di fabbrica e la Centrale dei Sindacati.

I Consigli di fabbrica avevano chiesto la convocazione del Congresso Nazionale dei Consigli, con lo scopo di formulare un piano d’azione capace di realizzare le rivendicazioni proposte della stessa Centrale Sindacale, di fronte al problema delle riparazioni ed agli altri più gravi ed urgenti problemi che attualmente interessano la classe operaia tedesca. Ma la Centrale Sindacale e la Federazione Generale degli impiegati si opposero ostinatamente a questa convocazione, provocando un grave e generale malcontento fra le masse.

Si può affermare con sicurezza che il proletariato tedesco saprà presto emanciparsi dalla tutela contro rivoluzionaria della burocrazia sindacale.